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Esiste un solo tipo di violenza?

Sono costretto a ripetermi, con un post che è in sostanza un’appendice di quello precedente. Il motivo di ciò è l’insistenza maniacale della tv nostrana sul problema della violenza sulle donne, che pare diventata l’unica (o quasi) notizia degna di attenzione dei vari telegiornali e alla quale è stata dedicata appunto una giornata, quella del 25 novembre, cioè domani. Da sempre contrario al “politically correct” ed al pensiero unico che ammorba la nostra società e che tenta di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente dal sentimento comune, io mi trovo costretto ad esprimere nuovamente la mia opinione in merito. Questa maniacale, pervicace, allucinante insistenza sul tema della violenza sulle donne mi trova molto perplesso e talvolta mi irrita molto, non perché il problema non esista ma perché viene posto male e affrontato in maniera inefficace. Vorrei esprimere il mio pensiero con tre considerazioni:
1) Per ovviare almeno parzialmente alla violenza che alcuni uomini (pochissimi in percentuale, non tutti come certe idiote affermazioni giornalistiche indurrebbero a pensare) esercitano sulle loro mogli o fidanzate (più spesso ex) mediante stalking, maltrattamenti e qualche volta persino uccidendole, non servono le “giornate” dedicate all’argomento, né le fiaccolate e nemmeno la pubblica esecrazione. Certe manifestazioni possono al massimo rivelare la concordia di coloro che s’indignano per certi fatti, ma non servono a nulla per la prevenzione degli stessi, perché ai criminali non importa nulla della condanna morale altrui. Ciò che occorrerebbe fare sarebbe l’inasprimento delle pene e la certezza del loro svolgersi: in altre parole, se un assassino viene condannato a 30 anni di galera dovrebbe farseli tutti, senza neanche un giorno di permesso, e magari a pane ed acqua. Questo sarebbe l’unico deterrente, perché certe persone non si possono rieducare ma soltanto punire nel modo più duro possibile. Un’altra cosa da fare sarebbe quella di intervenire preventivamente contro i potenziali criminali: se una persona denuncia di essere stata minacciata di morte non bisogna attendere, come fanno le nostre “forze dell’ordine” (tra virgolette) che l’omicidio venga compiuto, ma intervenire subito, anziché stare in ufficio a giocare con il computer, e arrestare chi è stato denunciato per minacce e violenze, perché anche quelli sono reati, prima che si arrivi all’irreparabile.
2) Perché questa crociata a senso unico per la violenza sulle donne? Esiste forse quest’unica forma di violenza, mentre le altre non contano nulla? Forse che le maestre d’asilo (che guarda caso sono donne) che maltrattano i bambini non meriterebbero pari indignazione? E coloro che maltrattano gli anziani soli e indifesi nelle case di riposo? Non esiste un solo tipo di violenza, ne esistono molti, e tutti sono esecrabili e condannabili allo stesso modo. E poi esiste anche la violenza psicologica, che qualche volta fa più male di quella fisica, ed in quel tipo di violenza le donne sono certamente più esperte degli uomini. Ricordavo nell’altro post il problema dei padri separati, cui giudici miopi e faziosi tolgono i figli e la casa assegnandoli alle mogli, e li costringono a pagare alla ex moglie cifre esorbitanti, tanto da rovinarli completamente in certi casi. Perché non istituire una giornata per ricordare i mariti e padri separati costretti dall’egoismo delle donne a dormire in macchina? La giustizia, se veramente esistesse nel nostro paese e avesse sede nei telegiornali e nelle azioni dei politici, non dovrebbe considerare tutte le forme di violenza e non una soltanto?
3) Un’altra cosa che mi dà molto fastidio, in questa crociata contro la violenza sulle donne, è il vedere che dietro ad essa ci sta ancora il veterofemminismo degli anni ’70, che risolleva la testa e ridiventa vitale più che mai adesso, a distanza di 50 anni, benché sia ideologicamente superato e vecchio come il cucco. Basta leggere sui giornali e sui social le lamentele delle femministe che si sforzano con tutti i mezzi di vedere ancora una società maschilista che non esiste più; e ciò non solo perché le donne hanno ormai accesso dappertutto e svolgono, spesso male, qualunque mansione anche di alto livello (basti pensare alle “ministre” e alle “sindache” di certe grandi città), ma anche perché è stato proprio il cambiamento della mentalità femminile e la rinuncia al ruolo naturale della donna che ha portato ai vari problemi di cui soffre la nostra società, primo tra tutti la denatalità e lo sfaldamento della famiglia tradizionale. Di questi fenomeni sociali il movimento femminista ha la maggiore responsabilità, anche perché la sua battaglia non è stata soltanto in funzione di ottenere la parità di diritti (che è sacrosanta), ma è stata anche e soprattutto una lotta contro gli uomini ed i loro presunti privilegi, che si è cercato di combattere emulando tutto ciò che è maschile e allontanando la donna dal suo ruolo naturale per timore del perpetuarsi di una condizione di sottomissione che si sarebbe potuta evitare con il semplice progresso della civiltà e con leggi opportune. Il danno provocato alla società dal ’68 e dal femminismo si riscontra adesso, a distanza di tanti anni, anche se sembra strano. E’ ciò che più volte ho evidenziato per quanto riguarda la scuola, dove la mancanza di disciplina, il buonismo e la perdita di autorevolezza dei docenti traggono le proprie radici proprio da quel movimento che pure pare tanto lontano nel tempo. Ma la storia ci ha abituati a eventi che hanno avuto conseguenze tangibili anche a distanza di secoli: la rivoluzione francese, tanto per fare un esempio, è del 1789, eppure quegli ideali di allora vivono ancora in tutte le democrazie moderne.

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La caccia agli stregoni

Ho detto altre volte in questo blog che non amo la nostra televisione ed in generale i nostri organi di informazione, perché il loro modo di esprimersi, che entra nelle case di tutti o quasi gli italiani, produce forti condizionamenti nell’opinione pubblica e di conseguenza nel pensiero e nell’azione delle persone comuni. In questo periodo il disgusto che provo nei confronti delle fonti di informazione si è accentuato, perché è in atto una campagna mediatica martellante per gettare quanto più discredito possibile sul sesso maschile: non si parla d’altro che di violenza contro le donne, molestie sessuali sempre contro le donne, reati oltremodo vergognosi come la pedofilia di cui sono sempre e comunque accusati gli uomini, ed altro ancora. Si sbatte sempre il mostro in prima pagina senza neanche dargli la possibilità di difendersi, perché se ci si trova a dover giudicare da che parte sta la verità l’opinione che vince e che viene diffusa è che la ragione stia sempre dalla parte delle donne, anche se la situazione è quella della parola dell’uno contro quella dell’altra. Alla base di tutto ciò vi è senza dubbio un ritorno prepotente del femminismo tipo anni ’70, che avanza come un bulldozer e travolge tutto ciò che incontra, riproponendo le solite lamentele sulle presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime, senza tener conto che da allora ad oggi tante cose sono cambiate e che nella società attuale molte di queste disparità sono state eliminate; anzi, in qualche caso la situazione si è proprio rovesciata e sono gli uomini a trovarsi svantaggiati e a subire ingiustizie. Se qualcuno non crede a ciò, basta che osservi la situazione di molti mariti e padri separati costretti a dormire in macchina e privati di tutto dalle mogli cui il giudice, in modo pregiudizievole quanto meno, ha dato ragione togliendo la casa al marito e obbligandolo a pagare alla ex consorte cifre spropositate. Ciò nonostante dobbiamo subirci in televisione individui come la presidente della camera dei deputati, la signora Boldrini, che nel 2017 fa la patetica femminista come fossimo ancora nel ’68 e continua a urlare contro le presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime. Dai suoi atteggiamenti si comprende il motivo per cui è la personalità politica più insultata sui social come facebook; e se pure io non mi sono mai permesso di fare una cosa simile, dico però che comprendo chi l’ha fatto, perché provo per quella persona un’antipatia e un senso di ribrezzo che poche volte ho avuto per altri nella mia vita.
Purtroppo quel che dice la televisione, sia che intervengano politici come la Boldrini o che parlino semplici giornalisti, entra nella mente di tutti e ne condiziona i comportamenti quotidiani. Perciò questa pervicace campagna mediatica attuale, questa caccia agli stregoni che ogni giorno vediamo in tv e che non parla d’altro che di violenza e di molestie sessuali a carico delle donne finisce per assumere un carattere di generalità e diventa un pesante atto d’accusa contro tutto il genere maschile. Che vi siano questi episodi è senz’altro vero, ma riguardano una piccolissima percentuale di persone malvage o mentalmente disturbate, non si può parlare come spesso fanno di “violenza maschile” come se tutti gli uomini maltrattasero o uccidessero le loro compagne. Il vittimismo che ne risulta fa sì che una persona, per il solo fatto di essere maschio, è additato al pubblico disprezzo e visto come potenzialmente violento o criminale, e questa generalizzazione colpisce tutti nell’immaginario comune. In base a questo pregiudizio si arriva a criminalizzare l’uomo anche quando magari si rivolge ad una collega facendole un semplice complimento, un atto cioè di gentilezza che però, sulla base di questo assurdo clima di ostilità, viene scambiato per molestia. Lo stesso colpevole fraintendimento avviene quando un uomo guarda con dolcezza un bambino o una bambina e magari fa loro una carezza. Se questo gesto lo fa una donna, non accade nulla di particolare; se lo fa un uomo, molto spesso si scopre circondato da sguardi ostili e vede gravare su di sé l’orribile sospetto di pedofilia, quando magari è semplicemente un padre che vede in quel bambino un’immagine di suo figlio e ne prova la stessa tenerezza che può provare una donna. Ma l’opinione pubblica è ormai indirizzata in questo senso da un’informazione distorta e faziosa, che determina nella società l’insorgere di idee preconcette: così per i giudici il contenzioso tra marito e moglie si risolve quasi sempre in favore di quest’ultima, alla quale vengono assegnati i figli e la casa di proprietà del marito, magari per andarci a convivere con il nuovo “compagno”. Se questa è giustizia…
Per restare agli argomenti trattati in televisione in questo periodo, il tema centrale e ripetuto fino alla noia con intere trasmissioni ad esso dedicate è quello delle molestie sessuali che certi produttori cinematografici, politici o datori di lavoro in genere avrebbero inflitto alle povere ragazze innocenti che si sono trovate sotto i loro artigli. Al proposito c’è da chiedersi perché queste “vittime” hanno deciso soltanto ora a denunciare il loro “orco” (questa è la parola spesso usata in tv senza che se ne conosca neanche il significato) e non l’abbiano fatto al momento della presunta violenza subita. Inoltre eventi del genere, così privati, di solito non hanno testimoni, e non si vede quindi come si possa accusare delle persone senza poter portare prove concrete. Se l’accusato, in base a ciò, nega i fatti e l’accusatrice non ha alcuna prova concreta, per quale ragione io dovrei pregiudizialmente credere a lei e non a lui? La violenza o la molestia potrebbero esserci state veramente, ma potrebbe anche darsi che l’accusatrice metta in atto una vendetta privata e cerchi, magari perché esclusa da un certo incarico per incapacità, di gettare fango su chi non l’ha assunta inventando contro di lui accuse infamanti. Fatti del genere sono accaduti, di donne cioè che hanno accusato di violenza carnale uomini totalmente innocenti solo per rivalsa personale, e questi uomini hanno perduto la loro reputazione e si sono visti rovinare la vita da queste accuse assurde e criminali. Qualche anno fa un padre di due ragazze scontò più di un anno di carcere perché le figlie lo avevano accusato di averle stuprate; poi si scoprì che le accuse erano false e dovute ad una vendetta messa in atto dalle due contro il padre perché aveva rifiutato loro una somma di denaro. E adesso chi restituisce a quel povero diavolo un anno di vita passato dietro le sbarre? Chissà cosa penserebbe la signora Boldrini di eventi come questi? Probabilmente nemmeno ne è al corrente, perché a lei interessa solo difendere le donne maltrattate; non l’ho mai sentita parlare dei casi in cui sono state le mogli ad uccidere o far uccidere i mariti, casi rari ma che pure sono accaduti più di una volta.
Sarebbe necessario che chi fa televisione si rendesse conto delle conseguenze del proprio mestiere sull’opinione pubblica e sulla mentalità generale che si va formando in seguito a quello che viene trasmesso. Questa caccia alle streghe (anzi agli stregoni) attualmente in atto, che generalizzando in modo indiscriminato getta fango su tutto il sesso maschile, è molto pericolosa, perché aumenta il senso di insicurezza e introduce antipatie e sospetti su persone innocenti che può creare un allarme sociale incontrollabile. Un evidente effetto di ciò è il prepotente ritorno del femminismo sui social come facebook, dove viene disprezzato e insultato chiunque cerca di portare avanti anche le ragioni della logica e del buon senso. Un esempio. Quando si parla di violenza carnale ai danni delle donne la condanna è unanime da parte di tutti, e anch’io non ho difficoltà a dire che si tratta di un crimine odioso da punire con la massima severità. Se però qualcuno, saggiamente, si azzarda a dire che le ragazze non dovrebbero ubriacarsi, vestirsi in modo provocante e recarsi in luoghi conosciuti come insicuri, le solite femministe dalle idee vecchie come il cucco gli lanciano una pioggia di insulti affermando che una donna è libera di vestirsi come vuole e andare dove vuole, e che chi sostiene il contrario giustifica gli stupratori. Ora io dico: come si fa ad essere così faziose da non riconoscere la saggezza di chi vuol mettere in guardia da quei potenziali pericoli? Chi dice che certe ragazze (non tutte ovviamente) dovrebbero comportarsi in modo diverso non lo fa per colpevolizzarle ma per metterle di fronte alla realtà. Se vai in un luogo che sai essere pieno di zanzare e poi te ne torni con molte punture non puoi lamentarti; il buon senso così consiglierebbe, ma purtroppo questa qualità non è tra quelle più diffuse ai nostri tempi.

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La legge e la paura

Nella sezione conclusiva delle Eumenidi, ultima delle tragedie della maestosa trilogia denominata Orestea, Eschilo fa dire alla dea Atena che nell’osservare la legge i cittadini debbono mantenere anche una certa dose di timore della legge stessa e delle sanzioni che ne derivano, perché “se si toglie il timore, quale cittadino sarà giusto?” Questo è il punto: la legge deve prevedere adeguate pene per chi non la rispetta, e queste pene debbono servire, oltre che a punire chi ha sbagliato, anche da deterrenti per coloro che potenzialmente potrebbero rendersi colpevoli degli stessi reati. Questo però, purtroppo, non succede più nei paesi democratici dell’Occidente e specialmente in Italia, dove vediamo che la sproporzione tra i reati commessi e le relative pene è allarmante, nel senso che le sanzioni sono spesso più gravi per chi si è reso responsabile di illegalità di minor conto rispetto a coloro che hanno compiuto gravi delitti. Se la legge non punisce adeguatamente, se il terrorista, l’assassino, il rapinatore ecc. escono di carcere dopo pochi mesi e c’è persino chi prende le loro difese, molti altri saranno indotti a comportarsi allo stesso modo, visto che il guadagno può esser molto ed il rischio è minimo; ed è questo il motivo per cui da molti paesi stranieri giungono da noi persone che si danno poi alla criminalità, poiché anche se scoperti hanno molte possibilità di cavarsela a buon mercato.
La mentalità del “se pò fà” (cioè “si può fare”, detto in romanesco) è oggi talmente diffusa che i nostri giovani e giovanissimi, quando commettono atti di bullismo e di violenza, molto spesso non si rendono nemmeno conto della gravità di ciò che hanno fatto, ma lo considerano naturale, quasi che fosse lecito picchiare le persone, rapinarle o addirittura provocarne la morte.
Quando accadono fatti di questo genere, cosa siamo capaci di fare per contrastarli o prevenirli? Chiediamocelo, perché una soluzione al problema va pur trovata. Di solito si organizzano dibattiti televisivi di alto livello, cui intervengono i soloni della sociologia, della psicologia, della politica, ma puntualmente finiscono per parlarsi addosso, per non saper suggerire nulla di concreto e per ripetere i soliti luoghi comuni in auge dal ’68 in poi: che questi giovani violenti sono tali perché abbandonati a se stessi, le famiglie sono assenti, la scuola non funziona (eh già! la colpa è sempre della scuola) e così, tutto sommato, coloro che si abbandonano a questi atti non sono criminali – come in realtà sono – ma povere vittime anch’essi della società maligna ed egoista. Così il delinquente finisce per essere compatito, compreso ed in qualche modo anche giustificato; si dice che ha bisogno di essere curato, aiutato, reinserito nella società ecc. ecc. Ed anche qui il buonismo di origine sessantottina si sposa perfettamente con l’ipocrisia clericale, dato che sono gli eredi ed i sostenitori di queste ideologie ad assumere queste posizioni. Ma alle vittime chi ci pensa? Chi si preoccupa di punire adeguatamente chi compie atti criminali, visto che per la legge la responsabilità civile e penale è individuale e non collettiva? Con quali mezzi lo Stato protegge i cittadini dalla violenza?
L’argomento è talmente vasto che non si può esaminare la casistica complessiva, perché altrimenti questo post diventerebbe un libro, non un articolo. Limitiamoci dunque a due aspetti del problema. Il primo è il cosiddetto “femminicidio”, sul quale, nonostante se ne parli a iosa, ben poco si è fatto da parte dello Stato. A mio parere le trasmissioni televisive sull’argomento, le fiaccolate notturne a ricordo delle vittime, gli appelli sui social network e altre iniziative simili non servono a nulla, come dimostra il fatto che anche quest’anno molte donne sono state uccise dai loro mariti o “compagni” che dir si voglia. Quel che occorre fare, a mio avviso, è proteggere maggiormente le persone a rischio, con mezzi più energici. Molte delle vittime, a quanto sappiamo, avevano già denunciato i loro assassini per maltrattamenti, “stalking” come si dice oggi, ed alcune di loro avevano già ricevuto minacce di morte da parte di persone che notoriamente possedevano armi atte ad uccidere. Perché questi potenziali assassini, poi divenutili effettivamente, sono stati lasciati in libertà? A mio giudizio i reati già commessi e prima nominati sono materia più che sufficiente per togliere loro la libertà e buttar via la chiave: chi minaccia di morte una persona non può restare libero, è come se avesse già ucciso. Ma carabinieri e polizia, anche quando ricevono denunce, preferiscono non muoversi e rimanere in ufficio a giocare al computer, mentre la criminalità continua ad agire indisturbata. Per arrestare il colpevole aspettano che l’omicidio sia compiuto, con quali risultati ciascuno può valutarlo da sé.
L’altro aspetto cui vorrei accennare è il bullismo dei giovani, che spesso non si limita all’innocente scherno verso il compagno più debole (cosa che è sempre avvenuta, anche un secolo fa) ma arriva ad atti di vera e gratuita violenza; recentemente si è avuta notizia di una “gang” di ragazzini a Vigevano e di un’altra nel napoletano che sono arrivati a compiere gesti di inaudita ferocia contro loro coetanei. E pare anche che costoro, una volta scoperti, non abbiano negato le loro azioni, ma abbiano semplicemente affermato che per loro era normale agire così. Ed ecco i soliti “progressisti” e buonisti a giustificarli addossando la colpa alla società, alle famiglie, alla scuola ecc. Con questi presupposti, a mio giudizio, non si risolve nulla, anzi si fa ancor peggio, perché chi commette atti criminali e poi paga poco o nulla sarà indotto a commetterne di nuovi, e sempre più gravi, nella convinzione di poter continuare a farla franca. Ma il danno sociale non si limita a questo, cioè alle persone coinvolte nei fatti, perché c’è anche il concreto rischio dell’emulazione: vedendo infatti che chi delinque se la cava con poco, anche altri saranno indotti a fare lo stesso, perché la tendenza alla violenza ed al male è insita purtroppo nella natura umana e per scatenarla basta poco, quando non c’è il “timore della legge” di cui saggiamente parlava Eschilo, più di duemilacinquecento anni fa.
Io ritengo che l’unica possibilità di limitare (non di eliminare) il problema della violenza in tutte le sue forme sia quello di impiegare il pugno di ferro contro chi delinque, anche perché serva da deterrente per chi non delinque ancora ma ha in animo di farlo. La minaccia di morte o il tentato omicidio dovrebbero essere puniti come l’omicidio effettivo, dato che chi ha l’intenzione di uccidere è comunque un potenziale assassino, anche se non è riuscito nel suo intento. E per questi baby-criminali che si danno al bullismo ed alla violenza non sarebbe male ripristinare le istituzioni che c’erano un tempo, come ad esempio i riformatori, dove queste persone dovrebbero esser tenute per qualche anno ad espiare il male che hanno compiuto ed a ricevere trattamenti severi, sia pure non paragonabili a quelli cui hanno sottoposto le loro vittime. Una volta terminato il periodo di detenzione, sono convinto che avrebbero compreso i loro errori ed eviterebbero di compierli nuovamente, perché in tal caso avrebbero il doppio della pena e senza possibilità di appello, né di agevolazioni di alcun tipo. So che queste mie idee appartengono ad una mentalità ormai non più in voga; però, visto che il buonismo contemporaneo non ha portato a nulla di buono – e questo è evidente, perché i femminicidi e la violenza giovanile continuano ed anzi aumentano – perché non proviamo a tornare al passato? Io non ho mai creduto che ciò che è moderno sia necessariamente migliore di ciò che è antico, né che ciò che è nuovo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima. In questo caso, vista la gravità del problema, mi parrebbe proprio il caso di fare un tentativo.

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L’8 marzo e la disgregazione della famiglia

Oggi è l’8 marzo, la festa della donna; una festa, almeno così pare a me, priva di ogni significato, perché le donne non sono una categoria speciale di persone come i bersaglieri, i carabinieri o le crocerossine, ma fanno parte del genere umano tanto quanto gli uomini e perciò, se ha da esserci la giornata della donna, per la stessa ragione dovrebbe esistere anche quella dell’uomo. A me la cosa pare evidente, eppure tutti gli anni si rinnova questo triste spettacolo di coloro che godono a riesumare, in modo palesemente anacronistico, il vecchio femminismo degli anni ’70 ormai superato dalla storia e dal costume. In un servizio televisivo di questi giorni ho visto una manifestazione dove campeggiava un cartello con scritto “Io sono mia”, uno degli slogan più triti del vecchiume sessantottino, tanto da far credere che la geniale idea, a chi ha inalberato quel proclama, l’abbia suggerita sua nonna. Possibile che tanti anni siano passati invano, visto che questi reperti archeologici continuano a tornare di moda?
In questo ultimo cinquantennio i cambiamenti delle abitudini e del costume sono stati epocali, e di certo non tutti positivi. Le donne hanno raggiunto la parità con gli uomini sotto molti aspetti, e non tutti edificanti: si vestono tutte con i pantaloni e pochissime in modo femminile, praticano attività e sport un tempo solo maschili come il calcio ed il pugilato, si dedicano ormai anch’esse ad occupazioni illecite come il bullismo e la criminalità organizzata. In qualche caso hanno ottenuto anche più della parità: ne fa fede, se non altro, la prassi giudiziaria ormai usuale nei casi di separazione dei coniugi, quando i giudici, spesso in modo pregiudizievole, assegnano quasi sempre i figli alla madre ed in più concedono alla moglie l’utilizzo della casa coniugale (magari per viverci con il nuovo “compagno”) ed il mantenimento in denari sonanti; ed in conseguenza di ciò non sono rari i casi di uomini che, scacciati dalla propria abitazione e costretti ad esborsare cifre notevoli ogni mese per mantenere ex moglie e figli, si riducono a dormire in auto. Se magari le sedicenti nuove femministe volessero considerare anche queste situazioni, forse avrebbero un’immagine più chiara della società.
Per quanto riguarda le carriere sociali ed i ruoli dirigenziali, un tempo appannaggio dei maschi, anche qui la realtà è profondamente mutata: esistono oggi molte donne che ricoprono cariche pubbliche come quella di sindaco (e per loro si è diffuso l’orrendo neologismo “sindaca”), di prefetto (idem con “prefetta”), di ministro (idem con “ministra”, che ricorda la minestra) e persino di presidente della Camera dei deputati, sulla quale non voglio far commenti perché sarei passibile di denuncia. Ci sono poi settori della vita sociale, come la scuola, dove le donne sono in netta maggioranza e qualche volta siamo noi uomini a sentirci sopraffatti da questa preponderante (e talvolta anche prepotente) superiorità numerica dell’altro sesso, e dove nessuna differenza viene applicata per gli stipendi, uguali ed insufficienti per tutti, a prescindere dal genere di appartenenza. E’ vero che in alcuni ambiti del lavoro privato ci sono ancora discriminazioni, come ad esempio la reticenza di taluni ad assumere donne per timore che poi, con la maternità, si trasformino in un costo passivo per l’azienda; ma questi comportamenti, pur riprovevoli, non derivano da un’avversione preconcetta contro il sesso femminile o da un bieco maschilismo, ma soltanto dal mero interesse economico del datore di lavoro, il quale sa che in caso di gravidanza la dipendente si assenterà dal lavoro da un minimo di cinque mesi a un massimo di due anni. Con tutto il rispetto per la tutela della maternità, che è sacrosanta, va però riconosciuto che dal punto di vista economico un’eventualità del genere non è certo favorevole agli interessi dell’azienda e del proprietario. C’è poi il serio problema della violenza contro le donne, gravissima e degna delle pene più severe possibili; ma anche in questi casi non si può accusare tutta la società, in realtà tutti gli uomini, di avallare simili comportamenti: si tratta di casi individuali, riprovevoli quanto si vuole ma non certo da prendere ad esempio per generalizzazioni del tutto fuori luogo.
Proprio in questi giorni è uscita la statistica demografica relativa all’anno 2016, che è stato il più basso in Italia per il numero delle nascite, in costante diminuzione da decenni. Il dato è preoccupante, perché di questo passo la popolazione sarà sempre più vecchia e rischiamo di non avere più, in un prossimo futuro, la forza lavoro che possa sostenere il peso economico per le pensioni delle moltissime persone al di sopra dei 65 anni. Questo grave fenomeno è anche conseguenza dell’emancipazione della donna, che, attratta dalla carriera e dal guadagno, rinuncia in molti casi al proprio ruolo naturale di madre oppure, se pur lo accetta, lo limita molto spesso ad un solo figlio. Allo stesso modo l’indipendenza economica della donna ha contribuito a minare le basi della famiglia tradizionale, che è stata l’istituzione principale del nostro Paese per secoli e che è riconosciuta anche dalla Costituzione come “società naturale fondata sul matrimonio”. L’attività lavorativa delle donne, la pur giusta volontà di realizzazione personale nella “carriera” ha portato molte di loro ad evitare il matrimonio, considerato un legame soffocante, ed a vivere da “single” (come si dice oggi con un’altra bruttissima parola) per conservare una libertà che è tale fino ad un certo punto, perché molto spesso chi sceglie questo tipo di vita arriva poi, ad una certa età, a sentire la mancanza di certi valori fino ad allora trascurati: così si verificano casi di donne che vorrebbero diventare madri a 50 anni o più, in netto contrasto con l’orologio biologico che continua a girare in avanti e che non si ferma per aspettare gli interessi individuali.
La cosiddetta “emancipazione” femminile, termine polemico ed un po’ esagerato poiché, derivato dal latino, significa “liberazione dalla schiavitù”, ha quindi presentato il conto, dopo un cinquantennio, dei pro e dei contro. E’ certamente giusto e sacrosanto che tutte le persone, uomini o donne che siano, cerchino di realizzare le proprie aspirazioni e di raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati; ma i profondi mutamenti sociali che sono derivati da ciò hanno provocato anche i fenomeni descritti sopra, che per un conservatore come me restano indubbiamente di segno negativo. E’ vero che esistono molte donne che, con spirito di sacrificio e con grande ed ammirevole tenacia, cercano di conciliare le esigenze di lavoro con la famiglia e la maternità, assumendosi un carico di impegni che un uomo difficilmente riuscirebbe a sostenere; ma ce ne sono molte altre che scelgono la via più comoda (ed egoistica) di dedicarsi solo a se stesse, abdicando dal ruolo più bello che la natura ha assegnato al sesso femminile, quello di donare la vita, e rifiutando la vita familiare per accettare magari legami di tipo diverso come convivenze precarie, relazioni saltuarie di breve durata e comunque tali da non ostacolare il feticcio della “carriera”, salvo poi accorgersi troppo tardi di ciò che si è perduto. La natura, come vediamo in tante altre situazioni, può essere offesa, alterata e danneggiata, ma non mai distrutta, e prima o poi si riprende quello che le è stato tolto, con buona pace delle ideologie e di tutto ciò che la mente umana può escogitare.

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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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Il senso della misura, da Aristotele ad oggi

Una delle teorie di Aristotele che molti di coloro che l’hanno studiato ricordano è quella del giusto mezzo, espressa nella sua più famosa opera morale, l’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti errori, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così la virtù del coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà, quella della moderata irascibilità risulta da un bilanciamento tra l’indolenza e l’eccessiva iracondia, e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, che lo stesso Aristotele riconosce come tale, giacché non è agevole praticare quella che i Greci chiamavano mesòtes ed i Romani medietas o mediocritas, il raggiungimento cioè del giusto mezzo tra due opposti ovviamente erronei. Di questa teoria, filosofica ma non troppo perché conclamata anche dal buon senso comune, si fecero portatori altri grandi ingegni dell’Antichità, come ad esempio Orazio, il quale ne fa uno dei principi fondamentali del suo insegnamento morale, tanto da usare una locuzione che può sembrare ossimorica, aurea mediocritas, con la quale vuol affermare che la scelta di vita fondata sul giusto mezzo è la migliore, è appunto “aurea” proprio perché mediocre, in quanto al saggio non giova né l’estrema povertà né l’estrema ricchezza, non ha da vivere né in un tugurio né in una reggia, così come non dev’essere mai troppo supponente, né mai troppo angosciato.
Nelle società moderne e nei rapporti umani questo principio raramente è stato seguito e si è molto spesso oscillato tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso; ed il modo di vivere attuale non fa eccezione a questo deragliamento dal principio secondo cui in medio stat virtus, anzi è caduto ancor di più nell’errore, tanto da perdere di vista quei valori che, dall’essere osservati con troppo rigore, hanno poi finito per essere trascurati del tutto. Prendiamone due dei più comuni, che tutti possono comprendere: la patria e la famiglia. Per il primo dei due, fino a non molti decenni fa, si poteva anche sacrificare la vita (si pensi al periodo risorgimentale, ad esempio); oggi esso non ha più considerazione alcuna, tanto che chi dovesse dire, per caso, “io amo la patria”, oppure “mi sento italiano, non europeo”, sarebbe guardato come un animale raro e considerato come un vecchio residuato di un mondo che non esiste più. Il secondo concetto ha subito una ancor più radicale trasformazione: fino all’epoca dei nostri genitori, ad esempio, la famiglia era un concetto sacro e inviolabile, il matrimonio era visto come necessario e irrinunciabile nella vita di una persona, e indissolubile; adesso sono pochissime le coppie che decidono di sposarsi, e se lo fanno si separano in gran numero dando vita a quelle congreghe ibride chiamate “famiglie allargate”, che non si sa bene cosa siano. Non è forse questo un abbandono totale del principio aristotelico? Prima i coniugi restavano comunque insieme in nome dell’unità della famiglia e dei figli, tollerando anche situazioni intollerabili; adesso si separano anche perché, magari, lei vuole andare in vacanza al mare e lui in montagna. Non sarebbe più equo adottare una via mediana tra questi due estremi francamente poco condivisibili?
Se vogliamo ribadire la convinzione secondo cui le società moderne non riescono a trovare un razionale punto di equilibrio tra idee e comportamenti tra loro opposti ed ugualmente esagerati, gli esempi non mancano di certo, anzi ce ne sono fin troppi: basta confrontare due epoche distanti tra loro due o tre generazioni, diciamo dagli anni ’50 del secolo XX al primo decennio del XXI. In ogni campo della vita individuale e sociale si è passati, in tanti casi, dall’eccessivo proibizionismo di un tempo all’eccessivo permissivismo di oggi, con una trasformazione del costume e delle abitudini addirittura strabiliante ed un tempo imprevedibile. Pensiamo anzitutto ai rapporti umani: un campo di discussione vastissimo, che se affrontato nella totalità rischierebbe di farci perdere il filo del discorso, ed è quindi bene limitarlo a due ambiti, quello della famiglia e quello della scuola. In un tempo non troppo lontano l’autorità dei genitori e degli anziani della famiglia era assolutamente incontestabile e spesso dura a sopportarsi da parte dei giovani, i quali non potevano neppure pensare di ribellarsi alla dittatura domestica: ne ho fatto esperienza io stesso, che ben ricordo come fosse per me impensabile oppormi a mio padre, contestarlo o respingere un suo consiglio o un suo ordine preciso, pena l’isolamento all’interno della famiglia, la reclusione in casa senza poter uscire, quando addirittura non si arrivava (e posso assicurare che vi si arrivava spesso) alle punizioni corporali anche pesanti. Che i ragazzi fossero picchiati dai genitori o altri familiari era cosa normale ai miei tempi, né v’era da sperare che qualcuno accorresse in nostro soccorso; oggi invece, se un genitore si azzarda a dare una sberla al figlio (molto spesso meritata) costui chiama il “telefono azzurro” e c’è da vedersi arrivare i carabinieri a casa o anche, in qualche caso, vedersi privati della patria potestà. Ora io non voglio dire assolutamente che si debbano picchiare i figli, per carità, anzi è bene che questa barbara usanza sia da tutti condannata; vorrei solo sottolineare come il costume sia cambiato, al punto che i figli, già all’età di otto anni, fanno ciò che vogliono e non obbediscono affatto ai genitori, spesso mandati a quel paese, come si suol dire, a male parole. Ecco quindi che il giusto mezzo, una certa autorevolezza dei genitori ed una relativa libertà per i figli, non esisteva prima a causa di un eccessivo autoritarismo e non esiste adesso a causa di un altrettanto pernicioso permissivismo. Non voglio allungare troppo il post e quindi accenno solo alla scuola, dove più o meno è accaduta la stessa cosa: prima imperava l’autoritarismo degli insegnanti che i poveri studenti dovevano subire senza fiatare per non incorrere in gravi punizioni; oggi, dopo la “rivoluzione” del ’68 e altre belle perle come lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, gli studenti possono scorrazzare a loro piacimento, fare di tutto fuorché il loro dovere, insultare perfino i loro docenti o il preside e non succede nulla. Questo per fortuna nella mia scuola non accade, perché abbiamo studenti corretti e disciplinati; ma ci sono istituti dove il professore passa il suo tempo non a fare lezione, ma a cercare di evitare che i ragazzi demoliscano l’edificio o si facciano del male tra loro.
In questi nostri infelici tempi la moderazione, la medietas dei Romani, il principio del giusto mezzo di aristotelica memoria non ha più alcun valore, ovunque si è scivolati da un estremo all’altro, anche per quanto attiene a molti aspetti della vita sociale. Anche qui gli esempi sarebbero infiniti, per cui ne prendo in considerazione soltanto due. Il primo è la giustizia, passata da un’eccessiva severità ad un lassismo che lascia sgomenti tutti noi, ma soprattutto le vittime della criminalità. Una volta abolita la pena di morte, in vigore durante il fascismo, si è passati alla richiesta dell’abolizione dell’ergastolo, alle varie amnistie per buona condotta e altro, ai vari permessi e semilibertà concessi ai detenuti, agli arresti domiciliari in luogo di quelli in carcere, a leggi che hanno continuamente diminuito e persino abolito le pene per certi reati; così, da una giustizia fin troppo severa siamo passati al lassismo più totale, che vediamo operante nel momento in cui i giudici, basandosi peraltro su leggi esistenti, rimettono in libertà dopo pochi giorni gli autori di gravissimi reati contro il patrimonio e anche contro la persona, tanto da invogliare persino i criminali stranieri a venire a delinquere in Italia, dove – si sa – si è pressoché sicuri di farla franca. Da questo punto di vista io vorrei mettermi nei panni delle vittime della criminalità, di coloro che si sono semplicemente difesi dalle aggressioni o dalle rapine e rischiano di essere condannati loro al posto dei delinquenti. Come potrebbero queste persone avere fiducia nella giustizia e nello Stato?
Il secondo esempio che vorrei fare è l’atteggiamento tenuto da importanti settori della società come i mezzi di informazione, la classe politica, ma anche spesso i singoli cittadini, nei confronti dei cosiddetti “diversi” (tanto per usare un termine invalso), quali possono essere ad esempio i portatori di handicap, gli omosessuali, gli immigrati e così via. Anche qui non si è stati in grado di mantenere il principio del giusto mezzo, ma si è passati da un estremo all’altro in pochi anni: fino a non molti decenni fa queste persone erano discriminate, derise, colpite da violenza fisica e psicologica, in una parola escluse dal contesto sociale. Ora, penso che nessuno di buon senso e dotato di umanità possa sostenere che questa forma mentis sia stata giusta, oserei anzi dire che è inaccettabile in una società civile. Il problema è però che adesso, nel tentativo di rimediare all’errore commesso, si è finiti spesso nell’eccesso opposto: gli immigrati, ad esempio, che prima venivano respinti, adesso vengono accolti e mantenuti a spese di tutti noi in numero elevatissimo e certamente insopportabile per un Paese che ha già tanti problemi, sia economici che di ordine pubblico. Io personalmente – e lo dico sapendo di attirarmi il disprezzo di molti dei buonisti nostrani – non ritengo giusto che si mantengano gli immigrati negli alberghi dando loro non solo vitto e alloggio gratis, ma persino denaro, telefonini e altro ancora, mentre tante famiglie italiane sono nell’indigenza. Non ce lo possiamo permettere più, ed è l’ora di pensare ad una diversa soluzione della questione. Lo stesso rovesciamento della mentalità comune è avvenuto, per riprendere il secondo esempio che facevo prima, con i cosiddetti “gay”: ingiustamente ghettizzati in passato, oggi vengono non solo difesi ma spesso anche osannati nei programmi televisivi, dove si lascia intendere ch’essi sarebbero addirittura, e non si sa perché, più meritevoli degli altri. Vi è poi una legge, attualmente giacente in Parlamento, che con la volontà di combattere l’omofobia (e fin qui si può essere d’accordo) trasforma addirittura in reato penale l’opinione di coloro che non amano i gay o che sono contrari alle loro unioni, vanificando anche il dettato costituzionale che sancisce la libertà di espressione.
Questi esempi, pochi in confronto a quanti se ne potrebbero addurre, dimostrano chiaramente quanto rapidi siano nel nostro mondo i cambiamenti di costume e di mentalità, che di per sé non sarebbero un male, intendiamoci; quel che è male invece, a mio giudizio, è il non saper trovare mai il giusto mezzo, un punto di equilibrio, così che, per reagire ad un eccesso, si cade inevitabilmente in quello opposto. Forse la verità è che l’uomo è imperfetto e che ogni generazione e ogni epoca ha le sue magagne, non esistono “tempi d’oro”, né sono mai esistiti. So di aver scoperto l’acqua calda, ma a volte anche ripetere delle ovvietà può essere utile e favorire una riflessione che non è mai fine a se stessa.

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Le “okkupazioni”: uno stupido e vecchio rito

Ho letto in questi giorni che il Liceo “Virgilio” di Roma, una scuola di ben 1500 studenti, è occupata da un limitato gruppo di facinorosi che, con la protervia e la prepotenza consuete in casi simili, impediscono il regolare svolgimento delle lezioni e tengono in ostaggio centinaia di loro coetanei e relative famiglie che vorrebbero invece andare regolarmente a scuola. La Dirigente dell’Istituto sta cercando di sbloccare la situazione, ma cerca di farlo in modo “soft”, senza cioè denunciare gli studenti occupanti – come meriterebbero – e tirando a campare, per così dire, usando cioè l’arma della persuasione, fin qui del tutto inefficace. Oltre a questo grande istituto romano ve ne sono molti altri, in tutta Italia, in cui gli studenti volenterosi e seri debbono subire la gratuita violenza di questi teppisti che considerano la scuola una loro proprietà, anziché un bene pubblico, e credono impunemente di poter calpestare così i diritti altrui, senza che nessuno si muova per far rispettare la legge.
Del resto, si sa, qui da noi di leggi, norme e decreti ne abbiamo a montagne, ma non siamo capaci di rispettarle. Vengono in mente le famose gride manzoniane, che tutti conoscevano ma nessuno rispettava. Così va il mondo, o almeno così andava nel secolo decimo settimo, dice il Manzoni; ma il bello è che sotto questo aspetto siamo ancora in quel secolo, perché in Italia la legge sembra fatta non per essere rispettata, cioè per quella che sarebbe la ragione stessa della sua esistenza, ma per essere calpestata e sbeffeggiata da tutti. Lo vediamo in tutti gli aspetti della vita sociale: divieti che non vengono minimamente osservati, politici e amministratori corrotti, giudici che mettono in libertà i delinquenti dopo pochi mesi o giorni, e chi ne ha più ne metta. Nulla di strano quindi se anche nella scuola lo spettacolo è lo stesso: c’è un reato preciso che si chiama interruzione di pubblico servizio, e l’occupazione di un istituto scolastico lo è di sicuro, questo è pacifico; ma di ciò nessuno si cura, e si continua a permettere a questi degenerati nipotini del ’68 di continuare a fare le loro bravate, senza che nessuno intervenga e faccia sgomberare con la forza la scuola dalle forze dell’ordine, denunciando gli occupanti maggiorenni e sottoponendoli a procedimento giudiziario. Se solo si profilasse per loro il rischio di vedersi compromettere la fedina penale e rischiare quindi gravi conseguenze future sulla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, sono certo che costoro se ne andrebbero subito a casa con la coda tra le gambe. Ma nessuno ha il coraggio di compiere azioni forti, in questo nostro Paese, ed è questo un gravissimo difetto della nostra democrazia, ammesso che possa chiamarsi tale una forma di governo che consente a chiunque lo vuole di trasgredire le leggi; nessuno si muove, perché un’azione di forza, pur ineccepibile sul piano legale, attirerebbe sui suoi autori l’accusa di violenza, di intolleranza, di fascismo e altri bei titoli simili. Per evitare di finire nel mirino dei “progressisti” e dei radical-chic del momento, si preferisce tacere e tirare a campare, tanto le situazioni prima o poi si risolvono da sé.
Occupare una scuola e impedire a coloro che lo desiderano di esercitare il loro sacrosanto diritto allo studio è non solo una prevaricazione intollerabile, ma anche un reato penale; e quando viene commesso un reato, la pubblica amministrazione, in questi casi rappresentata dal dirigente scolastico, ha il dovere di intervenire con le cattive maniere, se le buone non bastano, perché soltanto così si può tornare alla normalità. A parte l’aspetto legale, va poi aggiunto che le famose “okkupazioni” delle scuole non sono mai servite a nulla, neanche in passato, e figuriamoci oggi: la sospensione forzata dell’attività didattica è assolutamente inutile come forma di protesta, non cambia nulla delle leggi sulla scuola e nessuno se ne sente influenzato, tanto meno il governo attuale che ha da pensare a ben altre questioni. Gli stessi studenti occupanti, dopo la bravata di pochi giorni o settimane, tornano in classe e riprendono l’anno scolastico senza aver concluso nulla se non ritardare i programmi e calpestare i diritti altrui. Se costoro fossero coerenti e credessero veramente nell’efficacia di questa loro attività, allora dovrebbero astenersi dalle lezioni per tutto l’anno e affrontare una bocciatura nel nome dei loro nobili ideali; ma questo nessuno è disposto a farlo, perché l’interesse del “particulare” finisce sempre per prevalere.
Comunque mi preme dire che la colpa di ciò che accade non è tutta degli studenti, ma di una società che continua a far loro credere che le leggi scritte e quelle morali siano solo delle baggianate di vecchi barbogi, e che invece nella realtà ognuno possa fare quel che vuole, anche soffocare i diritti altrui. Del resto, dal “mitico” ’68 in poi si è molto frequentemente sentito dire in televisione e visto scritto su certi giornali che la libertà consiste nel fare ciascuno ciò che vuole, mentre leggi, regole e divieti sono stati considerati residui di un mondo passato, di una società coercitiva e “fascista” da aborrire e da rifiutare. Per tanti anni i Soloni della sinistra hanno ripetuto questi principi ed hanno apertamente sostenuto la diffusa illegalità delle occupazioni scolastiche, definendole addirittura “momenti di crescita”. Ma crescita di che cosa? Della violenza, della prevaricazione, dell’ideologia imposta da studenti e docenti sostenitori di quelle idee a scapito della vera libertà, che consiste prima di tutto nel rispetto degli altri e nel vero pluralismo. Se si vuole davvero protestare lo si faccia con criterio, cercando anzitutto di definire perché e contro chi o che cosa si protesta, abbandonando per sempre questo stanco e stupido rito delle “okkupazioni” che richiama alla mente un periodo funesto della nostra storia e ideologie ormai morte e sepolte.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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La scuola degli anni ’70 e quella attuale

Viene spontaneo, quando assistiamo ad un’assemblea d’istituto degli studenti o semplicemente riflettendo sul nostro lavoro quotidiano, pensare alle notevoli differenze tra la scuola di oggi e quella dei tempi in cui io ero studente liceale, dal 1968 al 1973. In base a questo confronto io personalmente trovo assurda e figlia dell’incompetenza la posizione di coloro che affermano che da allora ad oggi nulla è cambiato e che la scuola è “vecchia”: è vero il contrario invece, è cambiato tutto, e non sempre in meglio né sempre in peggio. Proviamo perciò a considerare alcuni elementi (non tutti) della vita scolastica per poter arrivare ad un’opinione circostanziata.
Mi preme anzitutto dimostrare la falsità del pregiudizio dei più accaniti conservatori, coloro cioè che sostengono l’assoluta superiorità della scuola di un tempo, dove “si imparava molto”, “si faceva molto più di adesso”, “gli studi erano veramente seri” e via dicendo. Nel mio caso è vero l’esatto contrario, nel senso che i programmi che svolgo io adesso con i miei studenti sono almeno il doppio, se non il triplo, di quelli con cui mi confrontavo quando ero studente liceale. I miei professori lavoravano poco e spesso male, non erano molto preparati nelle loro discipline oppure, se lo erano, non si applicavano un grande impegno nella didattica; i libri di testo, inoltre, erano un terzo di quelli attuali, e di letture personali o approfondimenti (che oggi io chiedo ai miei alunni) non si parlava affatto. Personalmente avevo un docente di greco che si accontentava di farci imparare a memoria i frammenti dei lirici ed i versi di Omero senza verificare se avevamo veramente compreso l’importanza ed il messaggio culturale di quegli Autori, e che in tre anni non svolse neppure un terzo del programma previsto di storia letteraria; un docente di storia che ci faceva studiare la critica, cioè le opinioni dei vari storici sui fatti, senza prima illustrarci gli avvenimenti oggettivi, tanto che conoscevano tutti i giudizi degli studiosi sulla Rivoluzione francese ma senza sapere nulla di ciò che accadde dal 1789 al 1795. Nel caso del liceo classico, inoltre, le materie scientifiche avevano un peso molto inferiore a quello attuale ed in certi casi non si studiavano affatto, anche perché la sufficienza, sull’onda protestataria e ugualitaria del ’68, era quasi sempre garantita. E’ vero che le attività parascolastiche in orario curriculare erano meno di adesso e si perdevano meno ore di lezione (in pratica, tranne la consueta gita di pochi giorni ad aprile, non facevamo altro), ma molte di più erano le feste e le occasioni di vacanza: l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre ed il 4 (San Francesco) era già festivo; a novembre la festività di Ognissanti veniva spesso unita con un “ponte” con il 4 novembre, festa della vittoria nella prima guerra mondiale, l’11 febbraio era festivo per ricordare la Conciliazione, il 29 aprile era Santa Caterina… E così procedendo, i giorni effettivi di lezione erano meno di adesso, mentre i professori facevano veramente la bella vita, avendo impegni molto minori di quelli attuali: le riunioni pomeridiane erano pochissime (non esistevano i consigli di classe, i consigli di Istituto, le varie commissioni ecc.) e le vacanze estive erano di tre mesi o più, perché andavano da giugno al primo settembre (giorno in cui iniziavano gli esami di riparazione, che duravano circa una settimana) e poi riprendevano per un ulteriore supplemento di libertà fino al 1° di ottobre. Concludendo, tutti allora lavoravano meno di adesso: gli studenti, ma anche e soprattutto i professori. Non mi rammarico certo avere maggiori impegni rispetto ad allora, ma non condivido l’idea di chi incensa la scuola del passato e getta fango su quella attuale, perché la realtà è molto diversa.
Allo stesso modo non mi sento di rimpiangere gli anni ’70 neanche da un altro punto di vista, quello della “coscienza politica” degli studenti e dei docenti. Quegli anni erano connotati da un fosco clima di violenza e di intolleranza ideologica, che portò a tanti eventi luttuosi e al dilagare del terrorismo estremista; erano anni bui la cui ombra funesta si estese anche alla scuola, anzi spesso nasceva proprio dalle scuole e dalle università. L’epoca della “contestazione” non può essere mitizzata perché, se è vero che allora c’era un maggior interesse dei giovani per i problemi politici e sociali rispetto ad oggi, è altrettanto vero che il clima che si viveva non era affatto piacevole: io stesso ho dovuto assistere a scontri di piazza tra giovani di opposte tendenze, con feriti e contusi; ho avuto in classe per mesi un professore che veniva a scuola con la testa fasciata per i colpi ricevuti in sala insegnanti da un altro docente di idee politiche opposte (bell’esempio per gli studenti, vero?); ho dovuto confrontarmi con docenti che pretendevano di indottrinarci al loro credo politico e ci chiamavano “compagni”, e altro ancora. Oggi, fortunatamente, questo clima è scomparso e la rivalità ideologica non ostacola più i rapporti umani, tanto che nella scuola c’è sicuramente più tolleranza e pluralismo rispetto ad altri settori della vita sociale. E non è neppure vero che gli studenti non abbiano alcuna coscienza di ciò che accade intorno a loro, o che siano dediti solo allo smartphone o al culto dei beni materiali; in certi casi è così, ma la maggior parte di loro è consapevole dei problemi del nostro paese e di ciò che incontreranno dopo la conclusione dei loro studi, e si interessano alle problematiche sociali e politiche, senza però quella faziosità e quella sciocca illusione rivoluzionaria tanto diffusa negli anni ’70.
Ovviamente, come in ogni aspetto della vita e della società, ogni cambiamento porta con sé conseguenze positive ma anche negative. E cosa c’è di sbagliato nella scuola di oggi che non esisteva allora, quando io frequentavo il liceo? Purtroppo di novità spiacevoli ce ne sono, ma non per colpa degli studenti o dei docenti, ma di chi ci governa e ci amministra: cito ad esempio l’invadenza delle pastoie burocratiche che aumentano ad ogni “riforma” che i vari governi di turno intendono attuare (POF, PTOF, RAV e altre sciocchezze del genere), i progetti para ed extrascolastici che riducono lo spazio delle lezioni e impediscono l’apprendimento delle discipline essenziali nella scuola primaria (la lingua italiana e la matematica, ad esempio), la castroneria della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” che con i licei c’entra come il cavolo a merenda, l’esame di Stato attuale che non funziona, l’assurda infatuazione ministeriale per l’informatica e la multimedialità spesso inutile (se non dannosa), e via dicendo. Ogni epoca ha i suoi pregi ed i suoi difetti, e pertanto non me la sento di pronunciare un giudizio apodittico sulla scuola che ho frequentato io, né su quella attuale; però la differenza c’è, e non di poco conto. Se poi in questo cambiamento prevalgano i dati positivi o quelli negativi è difficile stabilire; spero perciò di poter sentire le opinioni di colleghi e lettori su questo punto attraverso i commenti al mio blog, che continuano tuttora ad essere pochissimi in rapporto al numero delle visite.

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Lo stupido buonismo nostrano

Lo spunto per questo post mi viene dato dalla tragedia accaduta a Milano, dove purtroppo uno studente di un liceo scientifico di Padova è morto cadendo dal quinto piano di un albergo durante una gita scolastica. Il gravissimo episodio mi induce a due considerazioni. La prima è quella di confermare il mio assoluto e totale rifiuto a partecipare a qualunque viaggio, anche di un solo giorno, organizzato dalla scuola, perché la responsabilità civile e penale degli insegnanti accompagnatori è talmente enorme che dovrebbe scoraggiare qualunque docente dal prendervi parte, ed in tal modo le scuole cesserebbero finalmente di prendere queste iniziative ormai anacronistiche e portatrici solo di rischi e di angosce per delle persone che sono già abbastanza stressate nel dover stare insieme ai ragazzi di oggi al mattino, durante le ore di lezione. La seconda considerazione che questo fatto di cronaca mi ispira è derivata dall’aver sentito alla televisione le sconcertanti parole della preside del liceo frequentato da quel povero ragazzo, la quale ha avuto la spudoratezza di affermare che, se la morte dello studente è stata provocata da uno “scherzo” dei compagni, anch’essi vanno compatiti e perdonati. Ora io dico: ma come è possibile sostenere un simile punto di vista, soprattutto in coincidenza con il dolore straziante di quei poveri genitori? Se i compagni sono in qualche modo responsabili dell’accaduto, se hanno messo in atto uno scherzo cretino che ha provocato questa tragedia, essi debbono pagare per il male fatto e non meritano nessun perdono. A 19 anni si è maggiorenni e si ha la capacità di intendere e di volere, non si è più bambini; quindi se da parte loro ci sono delle colpe (e io credo che ci siano senz’altro, visto l’atteggiamento di mafiosa omertà che hanno assunto dopo l’incidente) la verità deve venire fuori e questi assassini – perché così vanno chiamati, anche se non avevano la volontà di uccidere – debbono essere condannati al carcere per omicidio colposo. E’ chiaro che costoro si proteggono a vicenda e hanno concordato la versione da dare agli investigatori; si sa infatti che il codice mafioso che vige tra gli studenti prescrive di non fare mai “la spia”, a costo di rimetterci tutti. E così dovrebbe avvenire: in attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio, gli alunni di quella classe, almeno quelli che erano in quel momento insieme al ragazzo morto, non dovrebbero essere ammessi all’esame e ripetere un anno di scuola. Il provvedimento è molto leggero, ma almeno questo andrebbe fatto subito per punire l’omertà che impedisce di accertare la verità dei fatti. Ed a ciò io aggiungerei il licenziamento per quella preside incapace, che invece di adoperarsi per punire i responsabili va blaterando che vanno perdonati. Lo vada a dire ai genitori di quello studente, vedrà come la loderanno per la sua professionalità!
E’ pur vero però che le parole di quella preside non vengono a caso, ma si comprendono se pensiamo al clima di stupido ed eccessivo buonismo che esiste nel nostro Paese da più di quarant’anni, da quando cioè la “rivoluzione” del ’68 ha eliminato l’autorità ed il rispetto della legge nella scuola e nella società. Siamo stati abituati da decenni a sentire psicologi, sociologi e politici di sinistra, in questo alleati con un ipocrita e malinteso senso di carità cristiana, sostenere che se qualcuno commette un delitto la colpa va cercata nella società, nelle amicizie, nella famiglia… insomma, la colpa è di tutti tranne che dell’autore materiale del misfatto. Io sostengo invece che se una persona è capace di intendere e volere, se ha la piena consapevolezza di quel che fa, la colpa dei delitti commessi è soltanto e unicamente sua, e deve pagare per intero il male compiuto. Oggi invece, dietro a questo sciocco buonismo che ha investito la nostra società, assistiamo ad enormi ingiustizie ed ad una sostanziale impunità per chi commette reati gravi e gravissimi: assassini che lasciano il carcere dopo pochi mesi e tornano a uccidere, furti e rapine sostanzialmente impuniti, violenze compiute ripetutamente senza che le autorità intervengano ed altro ancora. Un esempio: si parla tanto oggi di violenza sulle donne, ed alcune di esse sono state perfino uccise da mariti, compagni e altro che sia. In molti casi queste donne, prima di essere uccise, avevano già subito gravi violenze e avevano più volte denunciato la persona che le aveva compiute; ma le cosiddette “forze dell’ordine” si erano ben guardate dall’intervenire, e per arrestare il violento hanno aspettato l’omicidio, quando ormai, qualunque cosa accada, la persona morta non può tornare in vita. Tutto questo è assurdo e frutto del medesimo buonismo che punisce solo le persone oneste e protegge i delinquenti, perché se un uomo compie violenze e minaccia di morte la compagna, andrebbe subito arrestato e condannato almeno a 20 anni, non certo aspettare che abbia compiuto il delitto. Ma la giustizia da noi funziona così: condanna pesantemente certe persone in base a soli indizi e assolve, o comunque tratta con blandizia, i veri criminali.
Il buonismo deleterio e diseducativo che affligge la nostra società si manifesta in ogni situazione, da quelle più gravi descritte sopra ad altre apparentemente meno importanti; su questo piano anche le promozioni facili presenti nelle nostre scuole derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze. E l’elenco potrebbe continuare citando il buonismo dei politici e delle istituzioni che permette a dei criminali di devastare una città durante una manifestazione e tollera che ai ROM ed agli stranieri sia concesso di delinquere apertamente nel nostro Paese senza cacciarli a casa loro, come meriterebbero, per non incorrere nell’accusa di razzismo. Ma lasciamo stare, è meglio fermarsi qui. Dico soltanto che il buonismo insensato ed ipocrita che il ’68 ed i suoi accoliti hanno provocato ci sta portando alla rovina ed ha reso insicura la nostra vita, con buona pace dei politici e di chi dà loro il proprio voto.

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Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

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Libertà di espressione o cattivo gusto?

I recenti avvenimenti di Parigi hanno riempito tutti noi di sgomento e di esecrazione, oltre che di pietà per le vittime innocenti del terrorismo. Ma dal mio punto di vista non mi sembra giusto dire che sia stata colpita la Francia o l’Europa in senso lato; ciò che è stato attaccato è piuttosto un giornale che pubblicava vignette satiriche, del cui contenuto specifico non sono informato ma che non si limitavano certo ad una bonaria ironia, sconfinando spesso nel dileggio e nella ridicolizzazione di determinate ideologie e religioni. Ora, il nostro mondo occidentale ci ha abituato a credere, fin da quando siamo nati, che esistono la libertà di espressione e di stampa, e che esse sono intoccabili perché rientrano nella sfera più ampia della democrazia, altro concetto talmente diffuso nei Paesi occidentali da non essere più messo in discussione da alcuno. Quel che ci dimentichiamo troppo spesso è che esistono altre culture ed altre mentalità diverse dalla nostra, per le quali una vignetta satirica può rappresentare un intollerabile sacrilegio e la democrazia stessa non è l’unica forma di governo possibile. Questa profonda differenza antropologica tra popoli e culture diverse può spiegare, anche se certo non giustificare, quello che è successo: ciò che per noi comporta un bonario sorriso, o al massimo un impotente moto di indignazione, per altre culture può determinare la reazione che tutto il mondo ha potuto vedere.
Senza entrare nel merito dei fatti, che non intendo commentare perché altri più autorevoli di me l’hanno fatto e lo stanno ancora facendo nei talk-show televisivi, vorrei spostare leggermente il problema e parlare della cosiddetta libertà di espressione, cercando di intenderla nel modo più appropriato. Io sono convinto che debba esistere un ben preciso limite alla satira e al dileggio dei politici, delle persone di spettacolo o di altri personaggi pubblici; fare satira, in altri termini, non può e non deve significare libertà di insulto e di diffamazione, come purtroppo da tanto avviene nel nostro Paese, dove si tende a confondere questi due concetti ben distinti. I nostri giornali cosiddetti “satirici”, i siti web, le tramissioni televisive hanno ormai superato ogni limite, tanto da ricorrere all’insulto pesante contro l’avversario, rivelando così l’inciviltà e la faziosità che ancora alberga in molti giornalisti, opinionisti, politici o altro che sia. Con la scusa della satira oggi si può dire di tutto, usare le espressioni più volgari e offensive, invadere perfino la vita privata delle persone fino a scendere nei particolari più sconvenienti; e tutto ciò in nome di una presunta “libertà”, che per questi soggetti s’identifica nella licenza più completa di dire di tutto, senza il minimo rispetto per l’essere altrui. E se qualcuno si azzarda, come adesso faccio io, a invocare un limite al malcostume attuale, viene subito accusato di voler reintrodurre la “censura”, la quale non c’entra nulla, perché se è giusto che esista la libertà di espressione, lo stesso diritto all’esistenza ce l’ha anche la dignità umana e l’onorabilità di tutti noi. Anche i parlamentari non fanno eccezione a questo comportamento indegno quando inscenano vergognose gazzarre e si rivolgono agli avversari come non farebbero neppure i popolani più volgari e analfabeti: ne è fulgido esempio l’atteggiamento dei deputati del cosiddetto Movimento “Cinque Stelle”, i quali, come il buffone genovese che è loro capo e padrone, utilizzano un linguaggio da osteria, senza peraltro riuscire con ciò a mascherare la loro totale inconsistenza culturale ed umana.
La mia convinzione è che la satira ed il linguaggio televisivo dovrebbero avere un ben preciso limite, il cui rispetto dovrebbe essere garantito da un organismo di controllo dotato del potere di sanzionare, arrivando anche al licenziamento e alla denuncia penale, coloro che impiegano l’insulto e la volgarità come normale linguaggio quotidiano. Certe vignette dei giornali non sono affatto “satiriche”, ma veri e propri vilipendi delle persone e delle istituzioni (compreso il Presidente della Repubblica, insultato pesantemente dagli scherani di Grillo), che in un paese civile non vanno tollerati. Io stesso mi sono chiesto, e spesso, perché coloro che sono colpiti da questo modo spregevole di fare critica politica non abbiano reagito con querele contro i loro denigratori; ma forse ciò è accaduto perché se certe persone, come l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, avessero dovuto querelare tutti coloro che li hanno volgarmente offesi e infamati, di azioni giudiziarie ne avrebbero accumulate a migliaia.
Non è accettabile che la libertà di parola e di espressione vengano continuamente confuse con la licenza di insulto e di diffamazione: questa è una pessima interpretazione della democrazia, di cui sono responsabili in primo luogo il movimento del ’68 (con i suoi slogan demenziali come il “vietato vietare”a) e poi la politica libertarista dei radicali ed in genere della sinistra nostrana, per la quale il rispetto delle regole di vita civile e delle idee altrui è sempre stato un concetto piuttosto difficile da digerire. Ciò che invece tutti dovrebbero imparare è che rispettare gli avversari, senza insulti e pesante sarcasmo camuffato da satira, è il miglior emblema della democrazia e del pluralismo. Gli antichi Romani, che sciocchi non erano affatto, avevano un controllo ben preciso della libertà di espressione e distinguevano nettamente tra “libertas”, la condizione cioè del cittadino libero e non soggetto ad altri, e “licentia”, l’anarchia cioè di chi ritiene di poter dire e fare tutto ciò che vuole calpestando i diritti altrui. Se riusciremo a ristabilire questa distinzione, anche ricorrendo a mezzi coercitivi quando necessari, avremo recuperato veramente una condizione di persone veramente libere.

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La società disgregata

In questi giorni di festa, quando siamo un po’ più liberi dalle consuete attività quotidiane, viene da pensare ad altri problemi che magari non sono strettamente collegati al nostro lavoro. Leggendo i quotidiani ed ascoltando la TV ci rendiamo conto, ad esempio, di quanto la società attuale sia diversa da quella che eravamo abituati a conoscere quando le persone della mia età erano adolescenti (parlo di 40-45 anni fa) e di quanto siano cambiati i valori che la animano e la sorreggono. Un dato che salta agli occhi subito è la fortissima diminuzione della natalità nel nostro Paese: negli anni ’50 del XX° secolo, cioè quando sono nato io, nascevano in media dagli 800 mila al milione di bambini all’anno, mentre oggi siamo ridotti a meno della metà di questa cifra, senza considerare poi che molti dei neonati attuali vengono da famiglie di immigrati. Il dato è fortemente negativo, sia perché un paese che non fa figli è destinato ad estinguersi come etnia e come nazionalità, sia anche perché una circostanza del genere è indice di una profonda crisi dei valori morali. Volendo indagare le ragioni del fenomeno, io non credo molto al pretesto della crisi economica, che renderebbe difficile il mantenimento dei figli. Che dire allora di quanto accadeva nei secoli passati, quando c’erano carestie, guerre, malattie ecc., eppure ogni famiglia aveva un numero di figli molto superiore all’attuale? Le famiglie contadine arrivavano ad averne anche dieci o più, eppure le condizioni economiche di allora erano di gran lunga peggiori delle attuali, e molti più di adesso faticavano per mettere in tavola qualcosa da mangiare. Io penso invece che le ragioni di questo triste fenomeno siano altre, in primo luogo l’egoismo di certe persone che non intendono sacrificare il proprio tempo libero ed il proprio ozio per dover badare ad un neonato che per tanto tempo avrà bisogno di cure. Ho personalmente avuto notizia di donne che hanno praticato l’aborto per non rovinarsi la vacanza alle Maldive, o di uomini che a trent’anni e più “non si sentono ancora pronti” per diventare padri. Se non lo sono allora, quando lo saranno, da anziani? Il fatto è che la società del consumismo e del divertimento sfrenato tende a far restare eterni adolescenti, persino bambini, persone che hanno un’età nella quale un tempo si erano già assunti le responsabilità di una famiglia. Ma oggi le responsabilità, gli impegni, i sacrifici sono considerati un fardello insostenibile, per cui si preferisce rimandare all’infinito il momento adatto per diventare padri e madri, e così le case, gli asili, le scuole continuano a svuotarsi.
Ciò che ha disgregato la società attuale è l’edonismo dominante, con conseguente perdita dei valori morali sui quali un tempo tutti fondavano la propria esistenza. Basti vedere il numero sempre maggiore di separazioni, di divorzi, di “famiglie allargate” e via dicendo; noi docenti lo constatiamo facilmente, perché in ogni classe abbiamo un’alta percentuale di studenti che vivono questa difficile – e per loro condizionante – realtà. Un tempo il matrimonio era una istituzione considerata indissolubile, tanto che venivano tollerate da uno o da entrambi i coniugi anche situazioni francamente inaccettabili; ma oggi si è arrivati all’estremo opposto, per cui la maggior parte delle persone neanche si sposa più ma preferisce la semplice convivenza; ed anche quando il matrimonio è stato celebrato si fa presto a dissolverlo, magari per futili motivi. Tutto questo rende la società instabile, precaria, con aumento dell’insicurezza, della depressione e soprattutto della solitudine. Pare strano ma proprio adesso, nell’era della facile comunicazione (basti pensare ai cellulari, ad internet, alle facilità con cui si può viaggiare ecc.), ci sono tante persone sole, o perché provenienti da esperienze fallite o perché non si formano mai una famiglia; e magari per un periodo possono anche trovarsi bene in questa condizione perché si sentono più liberi, ma poi, con il passare del tempo, questa libertà si trasforma nell’angoscia di trovarsi da soli, senza nessuno a cui dare e da cui ricevere affetto, e senza nessun valido scopo di vita. Io non ho mai creduto a coloro (soprattutto donne) che si proclamano “felicemente single”, con un orribile termine inglese che sostituisce, in forma eufemistica, quelli tradizionali di “scapolo” e di “zitella”: quell’avverbio “felicemente” andrà pian piano attenuandosi nel corso degli anni, fino a trasformarsi inevitabilmente nel suo contrario, giacché è evidente che la natura umana, sia spirituale che corporale, non è stata creata per la solitudine, ma per le relazioni umane e familiari.
La radice di questi fenomeni sta nell’evoluzione della società, profondamente cambiata da quella della metà del secolo scorso che richiamavo all’inizio: il diffondersi del benessere e della ricchezza ha provocato l’effetto dal quale già gli antichi Romani affermavano di doversi guardare, cioè la perdita dei valori morali e la corruzione dei costumi. Una causa particolare di questo sfacelo tuttavia, secondo me molto incisiva, è stata il diffondersi delle idee libertarie del ’68 e soprattutto il movimento femminista degli anni ’70. In seguito ad esso la famiglia tradizionale ha perso sempre più stabilità, anche e soprattutto perché le donne, una volta raggiunta la parità di diritti con gli uomini, hanno dovuto conciliare il loro ruolo di mogli e di madri con l’irrinunciabile esigenza di lavorare e di trovare la propria soddisfazione al di fuori delle mura domestiche. La maggior parte di loro, con grande sacrificio e senza ricevere molto aiuto dai mariti o dai compagni, cerca di barcamenarsi tra il lavoro fuori casa e gli impegni familiari; ma, pur essendo questo un atteggiamento lodevole, ne deriva inevitabilmente una minore disponibilità ad avere figli ed una minore cura per quelli che ci sono, spesso sballottati tra nonni, baby sitter e televisione. Con ciò non voglio dire che questa emancipazione della donna non sia giusta e dovuta, perché la realizzazione personale nello studio e nel lavoro spetta a tutti, uomini o donne che siano, ed oggi sarebbe del tutto improponibile una concezione di vita come quella di un tempo, quando era solo l’uomo a dover lavorare e mantenere la famiglia, mentre la donna si occupava della casa e dei figli. Quello che invece non riesco a condividere è la mentalità di certe donne che, in nome del lavoro e della carriera, abdicano totalmente al loro ruolo naturale e rinunciano a formarsi una famiglia, forti della loro indipendenza economica; ma poi, negli anni della maturità e della vecchiaia, quando la libertà tanto invocata si trasforma in solitudine, si pentono di questa scelta e magari, come la cantante Gianna Nannini, mostrano la patetica volontà di avere un figlio a 50 anni o più. Non sanno, costoro, che ogni cosa va fatta a suo tempo, e soprattutto che andare contro natura e rifiutare la maternità è come costruire una casa nel greto di un fiume: prima o poi arriva l’alluvione, ed allora è vano lamentarsi e rimpiangere ciò che in passato, per egoismo e per orgoglio, non si è voluto realizzare.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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Scrutini e coerenza dei docenti

Ho visto che, in questi ultimi tempi, il post più visitato sul mio blog è quello che si intitola “Bocciare o non bocciare?”, evidentemente perché l’argomento è di attualità in questo periodo di scrutini; in tutte le scuole, infatti, è adesso il momento in cui si tirano le somme dell’anno scolastico per tutte le classi, con gli scrutini finali e i giudizi di ammissione per quelle che dovranno sostenere gli esami di Stato.
Quello che intendo riferire qui, tuttavia, non è il mio pensiero circa le promozioni e le bocciature, per cui rimando al post citato prima. Mi preme invece sottolineare lo strano comportamento di certi docenti (parlo in generale, non dei miei colleghi, beninteso!) i quali, dopo essersi lamentati per tutto l’anno scolastico di una classe o di alcuni studenti in particolare, affibbiando loro tutti i peggiori titoli e facendoli oggetto del proprio disprezzo, li presentano poi agli scrutini con voti sufficienti o persino discreti. E questo succede anche nei confronti di persone che, nelle loro materie, avevano valutazioni insufficienti fino a pochi giorni prima dello scrutinio ma che poi, non si sa per qualche magia o miracolo, hanno rimediato in un giorno alle lacune di un anno intero. E’ davvero sorprendente quanto riescono a fare certi solerti colleghi, che evidentemente hanno con sé l’acqua di Lourdes, se riescono a presentare con un sei o un sette persone a cui per tutto l’anno hanno affibbiato dei cinque, dei quattro e persino dei tre. C’è da congratularsi, sono abilità non comuni, che io confesso candidamente di non possedere, perché a me non basta un sei stiracchiato rimediato a giugno per cancellare un anno intero di disimpegno e di cialtroneria.
Le ragioni reali di questo comportamento sono varie, e sono quelle che ho esposto nel post citato prima e in altri dell’anno passato in cui parlo degli scrutini e delle promozioni immeritate di certi studenti. Aggiungo solo che la coerenza, una delle virtù da sempre apprezzate nell’essere umano, evidentemente non è più un valore, come dimostra del resto anche l’esempio che viene dall’alto: basti pensare al trasformismo dei politici e dei giornalisti, a coloro che salgono sempre sul carro del vincitore (dicasi Renzi) dopo aver servito per anni l’odiato Berlusconi. Ho sbagliato io a pensare che la coerenza sia ancora un valore, e che i docenti abbiano la decenza e la professionalità per giudicare oggettivamente i loro alunni; invece l’opportunismo, il terrore delle reazioni dei genitori sindacalisti dei figli, il timore di perdere classi con qualche bocciatura, la volontà di fare personalmente bella figura presentando i propri studenti alla commissione d’esame con voti stratosferici, tutto ciò determina questa situazione. Così vengono promossi anche gli asini e i vagabondi, e la nostra scuola si squalifica sempre più: perché non dobbiamo dimenticare che la scuola, per assolvere bene il proprio compito nella società, deve essere selettiva e non mettere sullo stesso piano chi ha studiato seriamente e chi non ha fatto nulla. Purtroppo, benché siano passati 45 anni, la logica sessantottina è sempre quella dominante: tutti promossi, non si può bocciare nessuno perché lo si distrugge, e chi si oppone è un retrivo oscurantista. A questa logica si aggiunge poi l’opportunismo di chi desidera non avere noie godersi in pace il meritato (?) riposo estivo. Promuovendo tutti si sta tranquilli e le famiglie non rompono le scatole. Meglio di così….

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Bocciare o non bocciare?

Rileggevo in questi giorni una discussione nata sul forum di “Orizzonte Scuola”, un sito molto utile a tutti gli operatori scolastici. Il dibattito prendeva le mosse da una dichiarazione rilasciata mesi fa dalla responsabile dell’istruzione del PD, l’onorevole Francesca Puglisi, la quale affermava che le bocciature costano (anche economicamente) alle famiglie e allo Stato, e che sarebbe quindi opportuno individuare altre forme di selezione scolastica. A questo presupposto di chiara origine sessantottina si sono poi aggiunti i commenti di alcuni colleghi che hanno riesumato la solita vecchia storia della bocciatura intesa come forma di punizione, che scatenerebbe una crisi di autostima nello studente ed una specie di disagio sociale per tutta la famiglia, per la quale un figlio che ripete un anno di scuola costituirebbe un vero e proprio disonore.
Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto ch’essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano. Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano. La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.
Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc. Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi. Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.
Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro. Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”. E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola. Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi. Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di e dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

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Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

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