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I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

Mi ricordo che molto tempo fa, i primi miei anni di insegnamento, il rapporto con i genitori degli alunni era diverso da oggi, soprattutto perché erano diversi loro: molto più obiettivi di adesso, non facevano se non raramente gli avvocati difensori dei figli, ma cercavano di collaborare con il docente affinché l’azione educativa andasse a buon fine, almeno nella maggior parte dei casi. Ma ciò che me li fa preferire rispetto a quelli di adesso è il fatto che a quei tempi (parlo di circa 30 anni fa, più o meno) i genitori erano in grado di valutare la professionalità e la validità didattica degli insegnanti dei propri figli, e ciò si manifestava tanto in una critica anche aspra verso i docenti mediocri quanto in una giusta gratificazione di coloro che sapevano ben svolgere la loro professione, con entusiasmo e competenza. E ciò avveniva non perché le famiglie di un tempo fossero più acculturate di quelle attuali, ma in virtù di una diversa concezione della scuola, che non doveva essere un parcheggio quinquennale per ragazzi svogliati e demotivati, ma una palestra di vita, in grado di fornire una formazione ed un metodo di studio e di autonomo ragionamento che servisse poi per la vita. Chi di noi continua a ricevere riconoscimenti, anche a distanza di tanti anni, da parte di ex alunni adesso diventati a loro volta genitori, comprende ciò che voglio dire.
Nel periodo attuale, come spesso ho constatato in questo blog, la scuola è profondamente cambiata, ha assunto i caratteri di un’azienda da collocarsi sul mercato come una qualunque ditta produttrice di automobili o di merendine; quindi è l’esteriorità, la facciata che è passata in primo piano, la forma al posto della sostanza. Oggi le scuole considerate più moderne e più in “vogue” sono quelle dove si svolgono molte attività parascolastiche come gite, settimane bianche, progetti vari ecc., e dove alla fine dell’anno scolastico si distribuiscono voti alti e si fanno registrare promozioni di massa, necessarie perché altrimenti si offusca l’immagine della scuola “efficiente” e moderna, con il rischio che le iscrizioni diminuiscano se si fanno le cose con la necessaria equità. Così l’attività didattica vera e propria, che dovrebbe essere il cardine ed il vanto di ogni istituzione scolastica, passa in secondo piano, ed anzi viene vista quasi come un ostacolo allo svolgimento di tante elette e avveniristiche attività. Ciò corrisponde, del resto, all’imbarbarimento sempre più visibile nella società di oggi, dove trionfano l’ignoranza, l’approssimazione, la volgarità: basta accendere la tv per rendersi conto che la cultura, attualmente, è considerata quasi un orpello inutile in un mondo dove vigono soltanto le leggi dell’economia e del mercato, un passatempo per i disadattati che non si sanno adeguare ai tempi che vivono.
Così, per tornare all’argomento iniziale, è profondamente mutata anche la mentalità dei genitori che vengono a conferire con i docenti dei loro figli. Anche in questo ambito l’esteriorità svolge ormai il ruolo principale: a poche persone interessa la professionalità, la competenza e la preparazione del docente, ciò che è fondamentale è che il figlio o la figlia abbiano buoni voti e che quindi sia possibile per i loro familiari mantenere alto all’esterno il “decoro” della famiglia; altrettanto importante è che gli studenti non vengano gravati da un soverchio carico di studi perché devono avere il tempo necessario per fare sport, uscire con gli amici e soprattutto per sprecare tante ore sui social network o sui videogiochi, altrimenti rischiano di essere esclusi dal gruppo e non essere più quindi “al passo coi tempi”. I docenti che subiscono critiche e contestazioni, quindi, non sono quelli che lavorano poco e male (non numerosi in realtà, ma qualcuno c’è sempre, in ogni scuola) ma quelli che non sono disposti a regalare voti alti a chi non li merita e coloro che richiedono agli alunni un impegno costante, necessario per abituarsi ad entrare veramente nella vita da adulti, quando il mondo dorato degli ozi giovanili finirà ed i ragazzi si troveranno di fronte una realtà diversa da quella attuale.
Io sono reduce da un intero pomeriggio (cinque ore) trascorso nei colloqui con i genitori dei miei alunni, quindi colgo l’occasione per notare ciò che vedo e puntualizzare le differenze con i primi lontani anni della mia esperienza professionale. Ciò che per loro conta in modo quasi esclusivo, come sopra detto, sono i voti ottenuti dai figli: se questi sono buoni, se ne compiacciono e si mostrano orgogliosi dei risultati raggiunti, ma ben di rado ne attribuiscono il merito anche al professore; se sono mediocri, si preoccupano generalmente non di trovare il modo di migliorarli, ma chiedono con trepidazione se il figlio “ce la farà” al termine dell’anno scolastico, una domanda cui oltretutto nessun professore può rispondere, perché la decisione circa l’esito dello scrutinio finale è collegiale, di tutto il Consiglio di classe, e non dei singoli docenti. Se poi l’andamento didattico è proprio negativo, allora viene addotta una serie di giustificazioni che escludono quasi sempre le cause vere dell’insuccesso scolastico, ossia la mancanza di impegno oppure di capacità o attitudini per quel particolare indirizzo di studi: la colpa è dell’emotività, del timore che il ragazzo ha dell’insegnante (così la colpa viene scaricata su quest’ultimo), di situazioni familiari, problemi di salute e chi e ha più ne metta. E’ rarissimo il caso che un genitore riconosca le responsabilità del figlio nei suoi insuccessi; la colpa è sempre della scuola e dei professori, che avrebbero preso in odio un ragazzo (chissà perché poi?), lo avrebbero disamorato e demotivato allo studio provocandone poi la bocciatura, vista ancora come una gravissima disgrazia, una vera e propria catastrofe. Una visione delle cose, questa, che si spiega con le dinamiche della società attuale, basata sull’esteriorità e sul falso ideale del successo a tutti i costi, per cui l’idea dell’insuccesso scolastico appare come qualcosa di insostenibile, di vergognoso, di disonorevole. Questo pregiudizio impedisce quindi la giusta disamina della situazione, che sarebbe invece il pensiero opposto: se un alunno riporta continui insuccessi significa che non è adatto per quel percorso di studi, quindi farebbe bene a cambiare e sceglierne un altro più consono alle sue attitudini; oppure, in caso di non ammissione alla classe successiva, ciò dovrebbe costituire un punto di partenza per ricostruire in forma più proficua il proprio curriculum di studi. Ma quasi mai questi principi vengono compresi ed attuati, e così il dialogo tra docenti e genitori si trasforma spesso in una lamentosa nenia dove si fa di tutto per giustificare lo svogliato e l’incapace e dove si perde completamente la giusta immagine della realtà scolastica e delle vere funzioni dell’istituzione educativa.

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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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Le materie dell’esame di Stato 2017

IL mio collega ed amico Paolo Mazzocchini, docente delle mie stesse discipline, mi ha mandato un commento all’ultimo articolo pubblicato qui sul mio blog, in cui mi chiede cosa pensi delle materie che il Ministero dell’istruzione ha scelto per l’esame di Stato del Liceo Classico del prossimo giugno. Anziché rispondergli nella sezione dei commenti preferisco dedicare all’argomento questo nuovo post, vista anche la discussione in proposito che si è scatenata su Facebook e forse anche su altri “social”.
Premetto che anch’io, come Paolo, sono rimasto perplesso di fronte alla mancata alternanza tra docenti interni ed esterni: l’italiano infatti è stato affidato anche quest’anno, come l’anno scorso, al docente esterno, mentre noi di latino e greco dobbiamo ricoprire di nuovo il ruolo di membri interni. La cosa è un po’ strana, non perché non sia legalmente ammissibile, ma perché dal 1999 ad oggi non era mai stata fatta (almeno a quanto io ricordo); la decisione del Ministero, pertanto, è stata quella di affidare agli esterni tre discipline considerate fondamentali, e cioè italiano, matematica e inglese, che saranno anche oggetto della prova Invalsi che gli studenti dovranno sostenere, prima dell’esame, a partire dal 2018.  Mazzocchini sospetta che dietro questa inattesa coincidenza delle tre materie affidate agli esterni con quelle della prova Invalsi si celi un occulto disegno di mettere in ombra le discipline caratterizzanti il liceo classico, cioè il latino ed il greco. Confesso che non ci avevo pensato, ma adesso questo suo commento attrae sull’argomento la mia attenzione, considerando anche che, come si dice, a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca. Del resto è evidente che da anni, da quando cioè esiste la funesta concezione aziendalistica della scuola, le discipline umanistiche sono viste da molte persone, anche con incarichi istituzionali, come inutili orpelli, o peggio come ostacoli alla formazione di quello che io chiamo il “pensiero unico”, ossia l’omologazione culturale che ci viene trasmessa attraverso la tv e gli altri organi d’informazione. Le materie umanistiche, come è noto, insegnano a riflettere, a pensare, a fare autonomamente le proprie scelte; in un mondo globalizzato quindi, dove è più utile chi obbedisce ai diktat anziché chi ragiona con la propria testa, queste discipline danno fastidio. Che ci si muova in questa direzione, del resto, lo dimostra il calo vistoso delle iscrizioni che, sia a livello nazionale che locale, si è verificato nei Licei Classici (nel mio, ad esempio, in dieci anni si è passati da tre ad una sola sezione); ed inoltre la volontà di procedere in questo senso si è manifestata anche nella continua pressione ministeriale a favore dell’inglese e dell’informatica, come se queste conoscenze fossero sufficienti a formare il perfetto cittadino, senza che debba perder tempo a tradurre delle lingue morte o a studiare le letterature del mondo classico. Che ci sia un accanimento contro il Liceo Classico è un’impressione che anch’io ho provato più volte, da quando l’ex ministro Berlinguer lanciò il progetto del “liceo umanistico” senza lo studio delle lingue antiche a quando, all’esame di Stato di alcuni anni fa, fu assegnata una versione di Aristotele praticamente intraducibile, che aveva tutto l’aspetto di un invito agli studenti a boicottare il Classico ed a scegliere altre scuole più “accessibili”.
Credo con ciò di aver risposto all’amico Paolo, dicendomi d’accordo con lui. Un altro aspetto però di queste materie scelte per l’esame mi preme sottolineare: che cioè l’italiano esterno del Liceo Classico sia stato affidato a docenti della classe 52 (Materie letterarie, latino e greco) anziché a quelli della 51 (Materie letterarie e latino), che quasi sempre insegnano italiano al triennio del Classico, mentre quelli della 52 lo insegnano quasi esclusivamente al biennio. Mi premerebbe sapere se si tratta di un mero errore materiale (e non sarebbe una novità, dato che in questi ultimi anni il Ministero ne ha fatti molti) oppure se veramente la letteratura italiana dell’800 e del ‘900 verrà richiesta da docenti che mai o quasi mai l’hanno insegnata. E poi c’è un altro dilemma: le domande di greco, nella terza prova ed all’orale, saranno formulate dal docente esterno di italiano o da quello interno di latino, visto che appartengono entrambi alla classe 52? Spero che in qualche modo il Ministero ci chiarisca il dilemma, perché se le cose restano così avremo all’esame due latinisti e grecisti, interno ed esterno, e nessun italianista, tranne il caso fortunato che uno dei due sia competente anche in letteratura italiana moderna e contemporanea; è vero infatti che per la classe 52 è previsto anche l’insegnamento dell’italiano ma questo, come ho detto, si esplica quasi totalmente al biennio, mentre all’esame di Stato il livello delle conoscenze letterarie richiesto è molto più elevato, senza contare la prima prova scritta dell’esame stesso. Staremo a vedere come finirà la cosa, ma per il momento dobbiamo dire che delle due l’una: o al Ministero sono incompetenti a tal punto da confondere le classi di concorso oppure c’è la volontà di imbrogliare gli affari semplici per danneggiare un indirizzo di studi, il Liceo Classico, che non è più nelle grazie di chi, a qualsiasi titolo, detiene una qualche forma di potere.

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Quid de novo examine censeam

Perdonatemi il titolo in latino, una deformazione professionale che deriva anche dalla necessità di variare un po’ l’intestazione di questi messaggi, che rischiano di assomigliarsi troppo tra di loro; in quanto all’esame di Stato poi, visti i numerosi progetti di cambiamento giunti dall’alto ed i vari articoli che vi ho dedicato, c’era davvero l’eventualità di ripetere un titolo già usato. Comunque niente paura: il senso della frase è “cosa io pensi del nuovo esame”, con sottinteso un verbo reggente come “mi chiedi”, “vuoi sapere” o qualcosa di simile.
Procedendo all’emanazione dei decreti attuativi della legge 107, il Governo ha inviato alle Commissioni parlamentari il regolamento circa le modifiche che saranno apportate, dal 2018, all’attuale esame di Stato della scuola secondaria superiore (un tempo detto “di maturità”). Tali norme si rendono opportune sia come verifica dei nuovi programmi introdotti con la riforma Gelmini, sia per la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che proprio l’anno prossimo giungerà a regime nel triennio dei vari licei e istituti tecnici e professionali. Su quest’ultimo aspetto della legge ho già detto tutto il male possibile, perché trovo assurdo che nei licei, scuole che tendono ad una formazione culturale teorica ed all’astrazione, si costringano i ragazzi a fare esperienze lavorative del tutto avulse dal loro corso di studi e che oltretutto, nella fattispecie quotidiana, creano grosse difficoltà ai docenti per lo svolgimento dei loro programmi: 200 ore in tre anni, in effetti, sono molte, e non è pensabile che possano essere effettuate tutte d’estate o fuori dall’orario scolastico. In ogni caso, a me hanno insegnato che quando una legge prescrive qualcosa è giocoforza obbedire, anche se si è contrari; quindi lascio perdere questo argomento ed entro nella sostanza del nuovo regolamento d’esame.
Come si svolgerà dunque la nuova “maturità”? Ci saranno due prove scritte anziché tre, con l’eliminazione della cosiddetta “terza prova”, ed un colloquio orale. A ciascuna di queste tre prove sarà assegnato un punteggio massimo di 20 punti, in modo da arrivare a 60; gli altri 40 punti che concorreranno al voto finale (espresso sempre in centesimi) saranno riservati al credito scolastico, cioè al punteggio che la scuola di provenienza attribuirà agli alunni sulla media dei voti degli ultimi tre anni di corso. Sembra che dal nuovo esame sparisca la cosiddetta “tesina”, cioè l’argomento personale, spesso coinvolgente più materie, che lo studente doveva preparare e con il quale si apriva il colloquio d’esame. Al suo posto i candidati dovranno svolgere, prima dell’esame, un test inviato dal Ministero (prova INVALSI) su tre discipline comuni a tutte le scuole (italiano, matematica e inglese), che dovrebbe concorrere alla determinazione del credito scolastico; durante il colloquio d’esame gli studenti, invece della tesina, dovranno presentare una relazione sulle esperienze lavorative svolte nel triennio, cioè sulla famigerata alternanza scuola-lavoro.
A parte quest’ultimo punto, sul quale resto fermamente contrario, per il resto i parametri valutativi del nuovo esame mi trovano abbastanza favorevole; ed è raro che ciò avvenga, dato che io sono facilmente portato alla critica destruens, come sa chi mi conosce. In particolare mi sembra positiva l’eliminazione di due componenti dell’attuale esame di dubbia utilità: la terza prova scritta, spesso consistente in un quiz scombinato su varie discipline in cui lo studente faceva fatica a raccapezzarsi e che sempre più assumeva i caratteri del nozionismo, e la cosiddetta “tesina”, che in molte occasioni risultava o scarsamente efficace e poco originale oppure, ancor peggio, copiata letteralmente o scaricata da internet. Togliendo questi due pesi il nuovo esame sarà più snello e razionale, sia per gli studenti che per i docenti. Altrettanto encomiabile, a mio giudizio, è l’elevazione dei punti destinati al credito scolastico, dagli attuale 25 a 40: questa operazione mi pare indispensabile, perché con la normativa attuale è molto frequente il caso in cui il candidato abbia all’esame risultati diversi da quelli che faceva registrare durante l’anno scolastico e ben noti ai suoi professori. Accadeva molto spesso, in altre parole, che lo studente bravo e diligente, presentato con un credito alto ma comunque limitato all’ambito del 25% del totale, si lasciasse prendere dall’emozione e rendesse all’esame meno del compagno svogliato e poco brillante che però, per un caso fortunato, si fosse sentito rivolgere domande proprio sui pochi argomenti di sua conoscenza. Con un peso così limitato del giudizio espresso dalla scuola, quindi, accadeva spesso che i risultati finali non fossero affatto corrispondenti alla scala dei valori effettivamente espressa dai Consigli di Classe, anche perché la commissione esaminatrice, formata in maggioranza da membri esterni, non conosceva gli alunni e si basava quindi quasi esclusivamente sul risultato delle prove d’esame. Certo, neppure così si avrà il rispetto dei valori effettivi, perché il punteggio del credito dovrebbe arrivare, a mio giudizio, almeno al 50% del totale; ma la situazione sarà certamente migliore di quella precedente e ci saranno meno malumori e proteste, da parte di studenti e genitori, di fronte ai tabelloni dei risultati conclusivi.
Giudizio positivo, quindi. Ma sull’esame di Stato ci sarebbe ancora molto da dire, soprattutto sul fatto che il suo svolgimento dovrebbe ritrovare quella regolarità e quella obiettività di giudizio che il senso civico di ciascuno di noi dovrebbe auspicare e cercare di realizzare. Finché ci saranno professori che, per mettersi in bella mostra e far fare bella figura a se stessi ed alla propria scuola, aiuteranno gli studenti in modo vergognoso, spesso comunicando loro in anticipo le domande che rivolgeranno o “passando” addirittura la traduzione di latino e gli esercizi di matematica della seconda prova, non andremo mai da nessuna parte. Inutile dare la colpa ai politici dello sfascio della scuola, inutile pretendere dagli altri correttezza ed onestà quando siamo noi (cioè alcuni di noi) a non rispettare quei principi fondamentali di convivenza democratica che pure dovremmo trasmettere ai nostri studenti. La legalità non è mai sbagliata, lo è invece la disonestà e la furberia di chi crede di poter impunemente calpestare leggi e istituzioni. Riflettiamoci con attenzione, e pensiamo anche al nostro ruolo di educatori; se siamo noi per primi a far passare ai ragazzi il messaggio per cui bisogna farsi furbi e trovare scorciatoie per realizzare i propri fini, non formeremo mai cittadini onesti e responsabili. Io credo che la cultura sia anche questo, anzi che sia soprattutto questa la funzione principale di ogni sistema educativo.

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I difetti della classe docente

In questi ultimi tempi mi pare che il comportamento di molti colleghi, che hanno boicottato (inutilmente) l’approvazione della riforma della scuola, abbia messo a nudo le magagne, i difetti e le frustrazioni che da molto tempo caratterizzano la mia categoria, quella degli insegnanti di ogni ordine e grado. Dal computo vanno però esclusi i docenti universitari, i quali pure, nonostante gli evidenti privilegi di cui godono, si lamentano abbastanza e non sono mai contenti di nulla; ma sulla casta degli accademici preferisco sorvolare, anche per non attirarmi addosso varie proteste e forse anche qualche querela.

Torniamo quindi ai docenti di scuola primaria e secondaria, che hanno scatenato un putiferio contro la riforma Renzi-Giannini senza neanche conoscerla bene, dando ancora una volta dimostrazione del loro più cupo pessimismo, una caratteristica questa che è un po’ comune a tutto il popolo italiano, ma che nella categoria degli insegnanti alberga ancor più che nelle altre. Sulla riforma sono state dette cose assurde, che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno ha mai neppure lontanamente pensato: che cioè questa legge distruggerebbe la scuola pubblica a vantaggio di quella privata (lo si dice da 20 anni e anche più, con tutti i governi), che non esisterà più la libertà d’insegnamento, che noi docenti diventeremo schiavi dei presidi, che la scuola stessa è morta per sempre ed altre amenità di questo tipo. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi siamo al completo, se stiamo a sentire queste Cassandre e questi Calcanti che sanno profetizzare soltanto sciagure.

Il pessimismo cosmico, la pretesa di conoscere il futuro (cosa di cui già gli antichi dubitavano) ed il vederlo tutto nero e senza speranza è quindi il primo dei difetti caratteristici della nostra classe docente. A questo ne è legato a doppio filo un altro, anch’esso molto diffuso: il lamentarsi continuamente, il piangersi addosso, il non essere mai contenti di nulla. Si comincia con le lamentele riguardanti lo stipendio, e qui siamo tutti d’accordo sul fatto che gli insegnanti italiani sono pagati poco rispetto ai colleghi europei, che non lavorano certo più di noi; è però anche vero che quando abbiamo scelto questo mestiere sapevamo già che non saremmo mai diventati ricchi, e quindi evidentemente, se abbiamo preso la decisione di insegnare, ci avrà spinto qualche altro motivo anche più nobile del semplice accumulo di denaro, altrimenti avremmo seguito altre strade. Io personalmente non mi sono mai lamentato dello stipendio perché ritengo che il denaro nella vita non sia tutto e che quando si ha a sufficienza ciò che serve per condurre una vita dignitosa, si può anche rinunciare al sovrappiù in cambio di un po’ più di tempo libero e della possibilità di leggersi in pace un libro o farsi una passeggiata quando lo riteniamo opportuno. Il lavoro non deve impegnare tutta la vita, ed è inutile secondo me guadagnare molto quando non si ha la libertà di vivere la propria vita come si vuole. E comunque le lamentele dei docenti non riguardano solo lo stipendio, ma anche il lavoro stesso: certi colleghi, ad esempio, si dicono stanchi morti dopo aver fatto tre ore di lezione o dopo aver corretto un pacco di compiti. Quando li sento lamentare io penso tra me e me: cosa direbbero se dovessero stare in una fabbrica per otto ore al giorno, con solo trenta giorni di ferie all’anno?

Ma il difetto più grande e inguaribile di molti docenti (non dico tutti) è la presunzione, il credere cioè di essere perfetti e di non dover essere non dico giudicati, ma neanche valutati da nessuno. Nonostante le manifestazioni di una modestia spesso finta, noi docenti siamo tra le persone più orgogliose e supponenti che si possano immaginare. Lo vediamo chiaramente anche in occasione delle nostre riunioni di dipartimento, dove nessuno di noi è disposto ad accettare critiche né suggerimenti da parte dei colleghi, perché ciascuno è fermamente convinto di essere bravissimo e di non aver bisogno di consigli da nessuno. Se un docente del triennio, ricevuta una classe dal collega del biennio, si azzarda a esprimere un dubbio sulla preparazione dei ragazzi o sul metodo di lavoro del collega stesso, apriti cielo e spalancati terra! Costoro sono insindacabili, fanno sempre tutto bene e nel modo migliore, guai a mettere in dubbio anche un solo minimo aspetto del programma svolto negli anni precedenti. Ed è proprio questa presunzione che ha provocato un’alzata di scudi ogni volta che un ministro qualsiasi (che sia Berlinguer, la Moratti, la Gelmini o la Giannini) abbia appena affacciato l’ipotesi di una valutazione del nostro lavoro; ed io penso che sia proprio questa la ragione principale delle proteste contro la recente riforma, il fatto cioè che i docenti si considerano intoccabili, insindacabili, e spesso sono proprio i più scadenti quelli più accesi nella protesta. Io personalmente non temo nulla da un’eventuale valutazione del mio lavoro; e se dovessero scoprire in me e nel mio modo di essere e di insegnare dei difetti o delle mancanze, io cercherei di emendarmi e di superare le difficoltà, non m’indignerei certamente solo perché qualcuno si permette di esprimere un giudizio sul mio operato.

Va anche detto che molti di noi docenti – e credo più gli uomini che le donne – si sentono ingabbiati in questo lavoro, non sufficientemente considerati a livello umano e sociale, e cercano così un riscatto tentando di emergere in ogni modo; e anche questo è un fattore che può spiegare la presunzione di cui parlavo sopra. Faccio un esempio che riguarda anche me personalmente. Io e molti altri docenti di liceo avevamo in realtà, negli anni della nostra giovinezza, l’aspirazione a fare i ricercatori, a percorrere la carriera universitaria; ora, essendo stati esclusi da questa prospettiva per varie cause che non sto qui a dire, abbiamo ripiegato sulla scuola considerandola però non abbastanza gratificante per quella che è la nostra personalità di studiosi. Così alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno continuato a fare attività di ricerca e a pubblicare saggi e libri, spesso anche con più zelo dei colleghi universitari, trovandovi un’adeguata gratificazione; altri invece, che si sono ritrovati a fare gli insegnanti dopo aver dovuto rinunciare a più alte aspirazioni, esprimono questa loro insoddisfazione tentando di raggiungere posizioni di preminenza o di rilievo all’interno dell’istituzione scolastica, autocelebrandosi o comunque mettendosi in evidenza con atteggiamenti non sempre giustificabili, come la tendenza a prevaricare i colleghi o a mettersi in conflitto con il Dirigente o altre componenti dell’organizzazione scolastica. Le frustrazioni private e personali, purtroppo, sono spesso causa di comportamenti scorretti sia verso i colleghi che verso gli alunni, i quali perciò diventano vittime della megalomania altrui. Non che i ragazzi ed i genitori non abbiano le loro colpe, per carità! Ne hanno molte di certo, ma anche noi docenti ne abbiamo, ed io credo che una buona dose di modestia, di equilibrio e di autocritica non farebbe male neppure a noi, dato che – come è noto – non ha fatto mai male a nessuno.

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Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

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La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

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La pagella per i prof.

Augusto Cavadi, filosofo e docente di liceo con un’anzianità di 40 anni, ha pubblicato di recente (il 16 ottobre) un articolo su “Repubblica”, sezione di Palermo, in cui prende parte al dibattito, molto attuale, circa la tanto discussa valutazione delle scuole e dei docenti. La sua proposta, apparentemente provocatoria, mi pare invece attuabile più di altre e soprattutto molto concreta: poiché infatti egli ritiene che ogni docente debba fare carriera in base al merito e non all’anzianità, e che nessuno possa arrivare in cattedra se non per meriti accertati e non tramite sanatorie, avanza la proposta di compilare una “pagella” per ciascun docente in ogni scuola, allo scopo di distinguere i professori veramente preparati e impegnati nel loro lavoro da coloro che avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere. Consiglia pertanto di formare commissioni costituite da un docente del consiglio di classe, un rappresentante del personale ATA, un genitore e tre studenti, o meglio tre ex-studenti, che abbiano lasciato la scuola di appartenenza da non più di tre anni. A questi studenti andrebbero rivolte una serie di domande che porterebbero, in base alle risposte, ad assegnare dei voti ai professori e stilarne quindi la pagella. Le domande suddette potrebbero essere, ad esempio: “Il tuo prof. era puntuale a lezione?” “spiegava in modo appassionato o svogliato?”, “faceva monologhi eruditi o si faceva capire bene dagli alunni e li coinvolgeva nella spiegazione?”, “utilizzava bene l’ora a disposizione?”, “era veloce nella revisione dei compiti scritti?”, “sapeva instaurare un buon rapporto con la classe, in modo da evitare sia l’instaurazione di un clima di terrore sia il lassismo e l’indisciplina?”. Secondo Cavadi le risposte più attendibili le fornirebbero gli studenti usciti dalla scuola da non meno di un anno (perché in caso contrario potrebbero avere ancora simpatie o risentimenti verso alcuni docenti), e da non più di tre, perché un tempo troppo lungo potrebbe offuscarne la memoria.
Debbo dire che fino ad ora non conoscevo se non di nome il prof. Cavadi, ma il suo articolo mi trova sostanzialmente d’accordo, tranne che sulla composizione della commissione per la pagella ai professori: non vedo infatti cosa c’entri in essa la partecipazione del personale ATA, che, con tutto il rispetto, non ha certo la competenza per giudicare il lavoro dei docenti. Io vedrei volentieri in questa commissione, oltre al genitore ed agli ex studenti, anche il dirigente scolastico e un docente anziano della scuola che appartenga al medesimo ambito disciplinare del docente da valutare. Chi infatti meglio del Dirigente e dei colleghi anziani può giudicare l’effettivo valore di ogni docente della scuola, che essi conoscono certamente per esperienza? Sono invece d’accordissimo nell’affidare questo compito agli ex-studenti e non agli studenti in corso, perché questi ultimi hanno sì la capacità, ma non la maturità necessaria per giudicare oggettivamente i loro insegnanti. Mi spiego: i ragazzi sanno benissimo chi dei loro professori è più o meno efficace didatticamente, ma sono condizionati dalle valutazioni loro assegnate, alle quali tengono moltissimo: se quindi dovessero dare un parere sui loro insegnanti, non favorirebbero i migliori, ma quelli che danno loro i voti più alti e che li fanno studiare di meno. E non mi si dica che non è vero, perché tutti abbiamo avuto 15-17 anni, e tutti ci saremmo comportati così; una volta usciti dalla scuola, invece, le cose cambiano e lo studente, quando è ormai giunto all’università o nel mondo del lavoro, si rende conto che i docenti didatticamente più validi erano proprio quelli che assegnavano voti bassi e facevano studiare di più, perché solo così si crea la preparazione e la formazione culturale della persona umana. Basta parlare con un ex studente e ci accorgiamo subito che non ha alcuna stima per quei professori che assegnavano voti sufficienti per principio, perché di quelle materie, non essendo stato costretto a studiarle, non ricorda nulla; apprezza invece proprio quei professori che, con la minaccia del voto negativo, costringevano gli alunni a studiare, perché solo così si riesce ad imparare qualcosa.
E’ certo comunque, al di là della proposta di Cavadi, che la valutazione dei docenti andrebbe effettivamente realizzata, perché è profondamente ingiusto e nocivo per l’intera comunità nazionale il fatto che continuino a restare in cattedra persone incompetenti o peggio demotivate, giacché è palese che il primo che deve dimostrare entuasiasmo ed interesse per le proprie discipline è proprio il professore, altrimenti non si può pretendere che gli studenti, che sono in età adolescenziale e quindi estremamente fragili, studino con impegno e volontà. A parer mio, tanto per dirne una, non si dovrebbe permettere ai docenti di esercitare altre attività lavorative (studi legali, professionali ecc.), ma dovrebbero dedicarsi totalmente all’insegnamento, perché è una professione che, se fatta bene, assorbe talmente tante energie da non lasciare spazio ad altro. Ed è una vera e propria catastrofe, secondo me, anche l’intenzione del governo di assumere 150.000 precari senza sottoporli ad un concorso serio e selettivo che ne accerti la reale disposizione all’insegnamento e l’oggettiva preparazione nelle loro discipline. Le immissioni in ruolo “ope legis”, cioè le sanatorie, non esistono in altri ambiti: chi assumerebbe un chirurgo o un pilota di aerei senza un preventivo accertamento delle sue capacità? Alle sanatorie si è fatto invece ricorso – purtroppo – nella scuola italiana molto spesso, a partire dagli anni ’70, e ciò ha provocato disastri inenarrabili, mettendo in cattedra persone assolutamente inadatte a questa professione, che è sì stancante, usurante e difficile, ma anche fondamentale per ogni Paese che voglia definirsi moderno e civile, e non meno importante di quella del chirurgo o del pilota.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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La lingua italiana umiliata e offesa II: espressioni sgradevoli

Nell’ambito di queste mie osservazioni – del tutto personali – sul modo in cui viene oggi usata la lingua italiana, vorrei dedicare questo secondo post ad alcune espressioni che, pur essendo di uso comune, mi risultano sgradevoli e antipatiche al solo sentirle, perché si tratta di neologismi che non si trovano nei veri scrittori o forse soltanto perché sono io ad avere una sensibilità particolare nei confronti del linguaggio. Sono in realtà modi di dire comparsi di recente e introdotti per lo più da giornalisti televisivi o della carta stampata, che a mio avviso suonano proprio male all’orecchio perché costituiti da termini impropri o da metafore di basso o infimo livello, neanche paragonabili a quelle letterarie. Comincio ad esporle in base all’ordine in cui mi vengono in mente.
“Bagno di folla”. Questo modo di esprimersi per me è sgradevole, in quanto il personaggio famoso che incontra i suoi sostenitori non si bagna per nulla, a meno che non piova. L’espressione è quindi del tutto fuori luogo, una metafora trita e piuttosto banale.
“Staccare la spina”. Bruttissima espressione figurata che si usa quando si vuol indicare il comportamento di chi, per periodi di ozio o di vacanza, abbandona temporaneamente le occupazioni quotidiane. Viene da un banalissimo paragone con gli apparecchi elettrici di uso quotidiano che appunto, staccata la spina, smettono di funzionare; ma riferita alle persone è orribile.
“Gita fuori porta”. Espressione immancabilmente utilizzata dai giornalisti in occasione di certe feste, come la Pasqua, in cui alcune famiglie decidono di fare una scampagnata o una passeggiata fuori città. Ma questo modo di dire è improprio, perché non tutti abitano in città nelle quali ancora sono in uso le porte, residuo delle antiche cinte murarie medievali; molti abitano in paesi o villaggi in cui le porte cittadine non ci sono.
“A monte, a valle”. Espressione molto antipatica, anche perché iniziò ad essere utilizzata negli anni delle forti contrapposizioni ideologiche e soprattutto dai cosiddetti “intellettuali di sinistra”, che spesso si vantavano con spocchia di una cultura che in effetti non era affatto superiore a quella di chi la pensava diversamente da loro. Da allora, provo fastidio ogni qual volta la sento.
“Volere o volare”. Orrendo modo di dire fondato sulla figura retorica della paronomasia, o meglio di una sua variante particolare detta “paragramma”, che consiste nell’accostare due termini distinti da un solo grafema (lettera). Ma in realtà chi ha inventato questo obbrobrio non conosceva certo la retorica classica, e ha operato solo uno sgradevole e mostruoso accoppiamento su due termini che non hanno niente in comune tra di loro.
“Nascondersi dietro a un dito”. Anche questa espressione è grottesca, perché non è possibile per nessuno celarsi alla vista altrui in questa maniera. Ma è evidente l’ignoranza dell’inventore, il quale non ha trovato di meglio che enunciare una banalità di questo genere, addirittura puerile. Forse l’inventore era un bambino, chissà.
“Alla fine della fiera”. Questa espressione è usata soprattutto nel nord Italia, ed è evidentemente ripresa dalle fiere paesane o forse dalle esposizioni su larga scala come la fiera di Milano o di Bologna. In senso figurato significa “in fin dei conti” o “tutto sommato”, che sono però molto più eleganti e appropriate rispetto a questo modo di dire piuttosto volgare e materialistico. Nelle fiere si vendono prodotti, e forse è questa tendenza dei settentrionali a guardare soprattutto al profitto ed al guadagno ad aver generato questo mostro linguistico.
“Essere se stessi”. Questomodo di dire, in uso soprattutto dagli anni della contestazione del ’68, è addirittura paradossale. Io mi sono chiesto più volte cosa possa significare un’espressione del genere. Che vuol dire “Sii te stesso”, come spesso si sente dire? Chi altro potrei essere se non il sottoscritto, a meno che non mi trasformi come il dottor Jekyll? Se ci si pensa bene l’espressione, intesa in senso letterale, è un’assurdità; meglio sarebbe dire “comportati spontaneamente”, “di’ ciò che pensi”, “sii sincero” e altro ancora, tutte cose che sarebbero migliori.
Per adesso mi fermo qui. Tra breve arriverà il terzo post, dedicato ai singoli termini sgradevoli, e forse anche un quarto che tratterà degli anglicismi e delle altre parole straniere che stanno inquinando la nostra bellissima lingua.

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La lingua italiana umiliata e offesa I: gli eufemismi

Con questo post, a cui seguiranno altri due del medesimo argomento, intendo porre l’attenzione sullo scempio che da tempo giornalisti, politici e scribacchini vari stanno compiendo contro la nostra lingua, senza dubbio la più bella del mondo. Le mie osservazioni saranno suddivise in tre parti: 1) gli eufemismi; 2) le espressioni idiomatiche oggi in uso; 3) le parole usate impropriamente o in modo del tutto arbitrario, alle quali aggiungerò anche quelle a me personalmente antipatiche, sebbene siano di uso comune. Questo post quindi è il primo di tre, perché si occupa solo degli eufemismi, cioè le parole e le espressioni più tenui impiegate per evitarne altre più pesanti o volgari.
Intendiamoci bene: l’eufemismo è sempre esistito, anche nelle lingue classiche, e si è confermato in quelle moderne; si può anzi dire ch’esso ha seguito da vicino il mutarsi dei costumi e della mentalità comune. Faccio un esempio. Nei secoli passati (diciamo fino alla metà circa del secolo XX) tutto ciò che riguardava la sessualità era considerato “tabù”, e la relativa terminologia veniva sostituita da eufemismi proprio perché quelli erano argomenti di cui non si doveva parlare a nessun costo. Le famiglie si guardavano bene dall’impartire un’educazione sessuale ai figli ed alle figlie, e se pure a certi argomenti talvolta si accennava, si doveva farlo tramite allusioni ed espressioni caste che non offendessero le orecchie dei possibili ascoltatori. Ciò che invece, nei secoli passati, non era affatto tabù ma argomento comune era la morte, della quale si poteva parlare liberamente, senza eufemismi; essa era considerata un fatto del tutto naturale e trattabile senza remore, tanto che in certi paesi d’Europa si andava ad assistere alle esecuzioni pubbliche come fossero veri spettacoli, e si abituavano persino i bambini ad osservare tranquillamente il nonno sdraiato sul letto di morte, mentre riceveva l’estrema unzione. Oggi invece questa antitesi tra sessualità e morte (gli eventi più naturali per tutti gli esseri viventi) si è totalmente rovesciata: la prima non è più un tabù per nessuno, tanto che si sono diffusi spettacoli osceni ovunque, adulti e bambini vengono continuamente bersagliati da allusioni sessuali, immagini di nudo sono presenti nella pubblicità e nei programmi televisivi, sono state ammesse e persino incensate dai mass media deviazioni come l’omosessualità ecc. La morte invece, evento connaturato inevitabilmente alla nostra condizione di esseri viventi, è stata come esorcizzata, dimenticata, rimossa dai pensieri e dalla vita di ciascuno, tanto che le persone oggi vivono come se non dovessero morire mai; eppure Seneca diceva (e aveva ragione) che “vivrà male chi non saprà morire bene.” E insieme alla morte sono state rimosse dalla mentalità odierna anche le malattie e le disabilità, nell’affannoso e talvolta patetico tentativo di far accettare come normale e usuale quello che non lo è affatto.
A questo ribaltamento ideologico è funzionale anche un diverso uso degli eufemismi. Se prima essi riguardavano soprattutto la sfera sessuale, oggi riguardano invece la morte e la disabilità, che la mentalità moderna, tutta tesa all’apparire e non all’essere, non riesce ad accettare nel loro aspetto più crudo e realistico. Così si fa molta fatica a dire che una persona è morta, ma si preferisce dire “è venuto a mancare”, “è mancato”, “non è più con noi” o espressioni simili, perché non si ha il coraggio di nominare direttamente un evento (la morte) che fa orrore al solo pensiero. Se ci pensiamo, questo uso degli eufemismi è una sorta di viltà, il non aver coraggio di rapportarsi alla realtà, alla quale comunque non si può sfuggire. Un altro eufemismo originato dalla medesima esigenza è quello di definire “diversamente abili” i portatori di handicap, i disabili, perché la società attuale non riesce più a concepire ciò che è brutto o spiacevole alla vista, colui cioè che ha delle minorazioni fisiche o mentali, e crede ingenuamente di liberarlo dal suo problema solo cambiandogli nome. Questo uso dell’avverbio “diversamente” in questo senso è persino ridicolo, oltre che ipocrita, perché a ben vedere lo si potrebbe attribuire a chiunque: così il sottoscritto, che ha ormai 60 anni (purtroppo) potrebbe essere definito “diversamente giovane”, oppure una donna brutta o bruttissima (come purtroppo ce ne sono in quantità nonostante l’attuale culto dell’estetica) potrebbe essere definita “diversamente bella” e via dicendo. Si tratta di una vera e propria ipocrisia ideologica, che ravviso anche in termini come “non vedente” per dire cieco o “non udente” per dire sordo; anche perché, nonostante abbiano loro cambiato nome, queste persone continuano nondimeno a non vedere e a non sentire.
Un’ultima osservazione sugli eufemismi riguarda certe categorie di persone le quali, non si sa perché, non possono più essere designate coi termini usati fino a pochi anni fa. E’ il caso della parola “negro”, oggi concepita come un insulto, ma che in realtà non lo è affatto: deriva dal latino “niger” e indica la persona dalla pelle scura, così come “black” in inglese significa “nero” ed è il termine in uso in America per indicare gli afroamericani e le persone di colore. Se “black” si può dire, perché non si può dire “negro”? Io continuo a non comprendere queste stravaganze linguistiche, magari inventate da qualche giornalista e poi accettate – a torto – da tutta la società. La stessa cosa vale per alcuni mestieri e professioni che, a motivo dell’egualitarismo diffuso ai nostri giorni, apparivano troppo umili e svalutati se indicati coi termini precedenti: così il netturbino è diventato “operatore ecologico”, il bidello “operatore scolastico”, il fabbro “artigiano del ferro”, e gli esempi potrebbero continuare. Questi sono casi di vera e propria violenza perpetrata ai danni della lingua italiana, alla quale non sono mai mancate parole per indicare oggettivamente persone, cose e idee, e che è stata invece artificialmente modificata per adattarla alla mentalità superficiale ed ipocrita dei tempi moderni. Anche questo, come mi pare di aver dimostrato, è uno svilimento culturale del nostro paese, ed ancor più questo concetto si evidenzierà nei prossimi due post dedicati alla stessa tematica.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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Dottor Jekyll e Mister Hyde: la doppia vita dei nostri studenti

Chi di noi non ha letto il celeberrimo romanzo di R.L.Stevenson, Lo strano caso del dott. Jekyll e di Mr. Hyde, dove il geniale scrittore immagina che un uomo possa sdoppiarsi in due opposte personalità, collocando tutto il bene della sua anima in una e tutto il male nell’altra? Orbene, questo romanzo mi è venuto in mente in questi giorni, dopo aver letto su internet le “riflessioni” (chiamiamole così) di alcuni studenti della mia scuola. Entrando in alcuni social-network da loro frequentati (specialmente Facebook e Twitter, ma anche altri) si resta esterrefatti del linguaggio che usano, pieno di oscenità, di parolacce e persino di bestemmie, e del livore che sfogano impunemente sulla scuola e sui loro professori, ricorrendo anche ad insulti irripetibili. Eppure questi stessi studenti, se li si guarda in classe al mattino, sono generalmente cortesi, corretti e persino timidi nel rivolgersi agli insegnanti, tanto da fare a questi ultimi un’ottima impressione. Poi, quando escono di scuola, si trasformano improvvisamente in mostri tipo mister Hyde, inveendo contro i docenti, le materie di studio e tutto ciò che riguarda la scuola, magari dicendosi vittime di non si sa quale bieca tirannia che li costringe a sacrificare un po’ del loro prezioso tempo per studiare, un tempo che dedicherebbero ben più volentieri al divertimento ed al vagabondaggio.
E’ vero che l’invettiva contro la scuola e i docenti è sempre andata di moda, anche ai nostri tempi; ma allora gli anatemi venivano scagliati su una panchina del giardino pubblico o nelle stanze private di qualche abitazione, e quindi nessuno ne veniva a conoscenza. Invece oggi questi studenti, che si credono grandi ed emancipati ma sono in realtà bambini viziati ed ingenui anche a 18-19 anni, scrivono sui social network credendo che quello sia un loro spazio privato che nessuno vede; ma si ingannano, perché in realtà ciò che viene scritto su internet è pubblico e può essere letto da chiunque, anche dai diretti interessati. Ed in effetti non è bello che un docente, pienamente rispettato in classe, venga poi insultato in questa maniera vile e subdola, nella convinzione di agire nell’ombra. Vi sono colleghi che, pur sapendo di questo fatto, se ne disinteressano e non gli danno la dovuta importanza; e invece secondo me la cosa è intollerabile, perché la dignità personale di ciascuno deve essere sempre salvaguardata e nessuno ha diritto di insultare il prossimo, neanche su internet, perché un tale comportamento costituisce un reato penale e gli studenti debbono quindi sapere a cosa potrebbero andare incontro, loro e le loro famiglie se sono minorenni.
Per questo motivo, il primo giorno di scuola, ho diffidato i miei alunni dal compiere azioni simili, avvertendo che ciò potrebbe comportare, oltre a provvedimenti disciplinari scolastici, anche una denuncia penale. Ho anche informato della cosa il Dirigente della mia scuola, con il quale abbiamo concordato di avvertire gli studenti, in occasione di una prossima assemblea d’Istituto, circa le loro responsabilità ed i loro doveri.
Al di là di quello che può accadere, è comunque sconfortante l’esistenza di un fenomeno simile, che a mio parere dovrebbe far riflettere tutti i docenti, perché avviene dappertutto, in tutte le scuole o quasi. E non si può fare orecchi da mercante dicendo “lasciamo perdere, sono ragazzi”, perché le norme della vita civile debbono essere apprese fin dall’infanzia e non si può transigere quando si tratta dell’onorabilità e della dignità altrui. Questa società, con il libertarismo che la distingue, ha fatto falsamente credere ai cittadini, fin da quando sono studenti, che tutto sia lecito e che tutto si possa fare. E’ ora di rientrare nei ranghi e insegnare a questi ragazzi ad essere persone corrette e responsabili, ancor prima di trasmettere loro i contenuti culturali delle nostre discipline. E se con le buone maniere non si ottiene il risultato, si applicheranno le dovute sanzioni, senza alcun timore di passare per “repressori”. Blandire gli studenti, sostenerli sempre, anche quando sbagliano, è un pessimo insegnamento che danneggia soprattutto loro, futuri genitori e futuri cittadini.
Non so se avrò commenti a questo post. Mi auguro però che non venga in mente a nessuno di tirar fuori la solita storia della scuola repressiva, dei docenti che danno poco e pretendono molto, dei poveri studenti perseguitati ecc. Si tratta di colossali fandonie, che potevano avere un fondamento cinquant’anni fa ma non certo adesso, quando i rapporti interpersonali sono totalmente cambiati rispetto a prima, tutti noi teniamo conto dei problemi degli studenti, programmiamo le interrogazioni, aiutiamo tutti agli scrutini, anche al di là di ciò che sarebbe giusto ed equo. Se la ricompensa è questa, allora sarebbe meglio tornare alla scuola dei tempi miei (anni ’60), quando al professore non potevamo neppure rivolgere la parola, se non interpellati, e dove venivamo interrogati anche quattro o cinque volte di seguito, senza alcun preavviso. Certo, la società è cambiata, ma non deve cambiare fino al punto da poter gettare nel fango l’onorabilità di chi ha dedicato, suo malgrado, tutta la sua vita ad una “missione”, quella dell’insegnamento, che oggi ben pochi stimano e riconoscono.

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