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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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I termini impropri della politica

Seguendo il dibattito politico che è sempre più acceso nel nostro Paese, mi risulta interessante analizzarne il linguaggio, cioè le parole e le espressioni normalmente usate dai politici durante i talk-show televisivi, dai giornali e dai social nel web. A mio parere alcuni termini di impiego comune sono in realtà usati impropriamente, attribuendo cioè ad essi un valore denigratorio e offensivo nei confronti degli avversari ma senza rispettare il senso proprio e naturale che dovrebbero avere. Poiché le parole sono pietre, come si suol dire, vale la pena di fare qualche esempio, per dimostrare come in Italia non si sia mai riusciti a chiudere i conti con il passato e ad impostare la dialettica politica su di un piano di aperto e tollerante confronto con chi la pensa diversamente da noi. Tutto ciò contribuisce all’affermazione di quel “pensiero unico” e di quel “politically correct” di cui ho parlato in altri post, la tendenza cioè a mettere in cattiva luce l’avversario additandolo al pubblico disprezzo anche mediante l’impiego di certi termini. Facciamo qualche esempio di parole anche troppo comuni.
1. Fascismo, fascista. Questi appellativi vengono rivolti continuamente da esponenti della sinistra a chiunque non la pensa come loro, e costituiscono senza dubbio un marchio d’infamia perché richiamano l’esecrato regime che fu al potere in Italia dal 1922 al 1943. E’ evidente il grossolano anacronismo che c’è dietro questi termini, perché il regime cui fanno riferimento è terminato più di 70 anni fa ed è quindi ormai impossibile che vi sia qualcuno che possa o voglia restaurarlo. In altri Paesi, che molto meglio di noi hanno fatto i conti con il passato e dove non ci sono “nemici” ma solo avversari e dove l’odio non ammorba il dibattito politico, termini come questi sono fuori uso. Non credo che in Germania si usi di frequente la parola “nazista” per identificare chi ha idee nazionaliste o comunque è schierato a destra, né che in Russia si usi più il termine “bolscevico” per chi ritiene che il passato regime comunista portasse ai cittadini anche dei vantaggi, pur nel clima assolutistico che lo caratterizzava. I regimi dittatoriali, per fortuna, appartengono al passato (almeno in Europa), ed è quindi linguisticamente e socialmente errato continuare nel 2018 a bollare gli avversari politici con etichette infamanti che si rifanno a periodi storici ormai conclusi. Oggi non c’è più alcun pericolo che i fantasmi del passato possano ritornare, ed è quindi assurdo tenerli in vita solo perché fanno comodo, a chi non ha argomenti sufficienti a sostenere il proprio pensiero, per chiudere gli avversari nel ghetto dell’infamia.
2. Razzismo, razzista. Anche questi sono termini largamente impiegati dai buonisti nostrani, siano essi d’impostazione cattolica o di sinistra (o di entrambe le ideologie) per designare coloro che si oppongono all’invasione degli immigrati nel nostro Paese, cui stiamo ormai assistendo da alcuni anni. Propriamente il termine “razzista” designa chi ritiene il proprio ceppo etnico ontologicamente superiore agli altri, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler, dove la cosiddetta “razza ariana” era ritenuta arbitrariamente dotata di qualità naturali e culturali più elevate rispetto a quelle delle altre razze. Ma chi oggi si mostra preoccupato per la presenza eccessiva di stranieri in Italia non lo fa perché ritiene superiore la propria razza a quelle degli immigrati o dei ROM, ma perché pensa che questi ultimi, in mancanza di lavoro o di adeguata integrazione, creino problemi di criminalità e di ordine pubblico, come in effetti avviene in molte città, dove uscire la sera è diventato proibitivo proprio per la crescente presenza di immigrati che delinquono. Ritenere che l’Italia abbia già molti problemi per potersi accollare da sola milioni di individui che fuggono dall’Africa o dall’Asia, o pensare che sia vergognoso che gli immigrati vengano mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese non è razzismo, è senso di giustizia puro e semplice. Ogni nazione europea tutela prima i propri cittadini e poi gli stranieri. Perché noi dovremmo fare eccezione?
3. Omofobo, omofobia. Questi termini sono frequentemente impiegati dal pensiero unico dominante contro chiunque non approvi le unioni omosessuali e soprattutto l’adozione di figli da parte di coppie di questo tipo. Anzitutto va detto che c’è un errore etimologico in queste parole, perché “omofobia”, in base alle sue origini greche, significa “paura dell’uguale”, e quindi non avrebbe nulla a che fare con la sfera della sessualità. Comunque, a parte ciò, questi termini vengono lanciati come etichette infamanti per chi esprime un’opinione che ha tutto il diritto di esprimere. Io stesso ritengo che l’unica famiglia che possa definirsi tale sia quella formata da un uomo e una donna, e prendo a garante l’art. 21 della nostra Costituzione per ribadire che nessuno potrà convincermi a cambiare idea.
4. Populismo, populista. Anche questi termini vengono usati a sproposito, attribuendo loro un senso denigratorio che in origine non avevano affatto. Propriamente il populismo è stato un movimento attivo di tipo socialista affermatosi in Russia sul finire del secolo XIX, ed è passato poi ad indicare colui o coloro che mettevano il popolo al centro del loro interesse artistico o letterario; quindi il senso della parola era inizialmente positivo, mentre solo di recente viene usato come equivalente di “demagogia”, la tendenza cioè di molti politici a far promesse per attirarsi il favore degli elettori. Questo è il maggior limite della democrazia, come già nell’antica Grecia molti scrittori e filosofi avevano sottolineato, perché il cosiddetto “popolo” è un’entità variabile, volubile, multicolore, che tende a seguire chi si mostra più convincente, cedendogli di fatto il potere. Quindi una vera democrazia, nel senso di “potere del popolo” oggi non esiste, come non è esistita (se non in senso lato) neanche nell’Atene del V° secolo avanti Cristo.
Il post è già lungo ed è bene finire qui. Quel che volevo dimostrare con questo mio scritto è che le parole sono importanti, hanno un peso enorme nel dibattito ideologico ed anche nella mente del cittadino, che viene inevitabilmente influenzato da ciò che sente in TV o che legge sui social. Occorre perciò stare attenti a come si usa la terminologia, perché i significati (cioè i concetti) possono essere semplici o neutri, ma l’uso di determinati significanti (cioè le parole) possono rendere quei concetti complessi e faziosi, possono scatenare la rivalità e l’odio da cui il dibattito politico si dovrebbe liberare una volta per tutte, come avviene in altre parti del mondo. Dire a una persona “tu sei contrario all’immigrazione incontrollata” è ben diverso dal dirgli “tu sei un razzista”, perché la prima frase è aperta al confronto delle idee, la seconda è solo un insulto che non risolve nulla, anzi peggiora di molto le cose perché la violenza verbale ne richiama altra e instaura una contrapposizione frontale e una spirale di odio che rischia di non finire mai.

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La democrazia di Facebook

Come moltissime altre persone, anch’io circa un anno fa mi sono iscritto a Facebook, il più popolare e diffuso dei social network tanto di moda ai nostri tempi. Non l’ho fatto per particolari motivi, ma solo per corrispondere con alcune persone o gruppi che avessero interessi simili ai miei: la cultura classica, ad esempio, o la letteratura italiana e straniera. Mi sono anche iscritto alle pagine facebook di alcuni enti culturali o quotidiani come “Repubblica”, allo scopo di partecipare alle discussioni su determinati eventi o notizie del momento. In questo non trovo nulla di male, se non il fatto che il sottoscritto, essendo di carattere un po’ suscettibile o, come si dice in Toscana, “fumino”, rischiava e rischia di sollevare polemiche o di avere con qualcuno scambi di battute e commenti non proprio ispirati al massimo della cortesia. Il rischio di scontri verbali con altre persone (ad esempio i sostenitori del cosiddetto “Movimento cinque stelle”) c’era sicuramente; ma non mi aspettavo che vi fosse anche uno stretto controllo sulle opinioni altrui da parte dei supervisori del network stesso.
E invece mi è successo di essere sospeso per tre volte dal poter inviare commenti o contenuti di qualsiasi tipo sulla mia pagina perché, secondo i misteriosi censori di Facebook, avrei violato gli “standard della comunità”, che sono quelli da loro stabiliti e che non ammettono deroghe; in base a questo principio, piuttosto generico in verità, i moderatori possono sospendere o anche cacciare per sempre chi vogliono senza neanche dargli una spiegazione. In effetti è vero che ho espresso opinioni in contrasto con il “pensiero unico” o il “politically correct” come lo vogliamo chiamare; ma io pensavo, come ho sempre pensato, che nel nostro Paese ci fosse ancora la libertà di opinione (articolo 21 della Costituzione) e che tutte le opinioni siano esprimibili in democrazia, purché in base ad esse non si commettano reati. Questo è ciò che è successo: ho criticato in un commento la politica italiana dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, che un paese gravato da debiti e in difficoltà per dare lavoro ai suoi cittadini non può permettersi; un’altra volta ho criticato le buffonesche esternazioni dei cosiddetti “gay pride”, dove gli omosessuali si agghindano come pagliacci e in questo modo ridicolo e volgare cercano di attirare l’attenzione sui loro diritti, che a mio parere hanno già ottenuto in abbondanza. Per questi commenti ed altri simili, che riflettono la mia mentalità ed il mio modo di pensare, sono stato sospeso da Facebook, prima per tre e poi per sette giorni, senza ulteriori spiegazioni; in pratica sono stato accusato di razzismo e di omofobia, cosa che avviene a tutti coloro che non sono pedestremente allineati col pensiero comune oggi dominante.
La cosa in sé non ha una grande importanza, intendiamoci bene: se per sette giorni non posso inviare commenti a Facebook, pazienza, sopravviverò; del resto sono vissuto 60 anni e più senza essere iscritto a quel network; ma ciò che mi rende furioso e mi preoccupa veramente è constatare come la libertà e la democrazia nel nostro Paese siano oggi in grave pericolo, allorché il pensiero unico alla Boldrini – la “presidenta” della Camera che preferisce gli immigrati agli italiani – si serve di strumenti coercitivi per chiudere la bocca ai dissidenti. Questo è grave, gravissimo, è un metodo che ben si adatterebbe all’Unione Sovietica di Stalin, non ad un paese libero e democratico. Già su questo blog ho messo in guardia più volte sui pericoli del “pensiero unico” citando alcuni disegni di legge (ad esempio quello del deputato Scalfarotto contro l'”omofobia”) che limitano la libertà di opinione e pretendono di chiudere la bocca con la forza a chi si oppone alla loro mentalità. Anche la censura di facebook è un esempio di questo metodo sovietico, perché chi “sgarra” o non si allinea alle idee dominanti viene bannato, senza spiegazioni e senza dare al “reo” la possibilità di difendersi. E’ vero, come dice qualcuno, che Facebook non è una piazza pubblica ma un network privato, e come tale ha delle regole. Benissimo, ma queste regole sono di parte e non rispondono ad alcun criterio di libertà e di pluralismo; e questo è fortemente pericoloso, perché mettere a tacere con la forza gli avversari è un sistema in uso durante i regimi dittatoriali del XX secolo, come quello staliniano tanto caro alla signora Boldrini o quello fascista, tanto per usare questa parola che tanto volentieri i signori della sinistra e i “politically correct” lanciano come un fulmine contro gli avversari. Viene quindi spontaneo sospettare che anche Facebook, come tante altre fonti di informazione (tv, quotidiani, siti web ecc.), sia in realtà manovrato da poteri occulti che mirano a livellare i cervelli delle persone togliendo loro tutto ciò che fa scomodo al potere del “pensiero unico” e impedendo loro di ragionare in modo autonomo e critico. Ed io, da questo piccolo blog che poche persone leggono (specie adesso d’estate) lancio un grido di allarme perché nel nostro Paese ci sia veramente la libertà di opinione, secondo quanto stabilisce la nostra Costituzione, e che ciascuno possa aderire a qualsiasi pensiero o ideologia in contrasto con la mentalità dominante senza sentirsi bollare con appellativi come omofobo, razzista, fascista o peggio ancora. I veri fascisti sono loro, quelli cioè che utilizzano i più svariati metodi, dalle leggi coercitive al bando su Facebook, per tappare la bocca ai dissidenti ed a tutte le persone che, invece di bersi passivamente ciò che dice la tv, intendono continuare a ragionare con la propria testa.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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La dittatura della nuova religione laica

Lunedì scorso è apparso sul “Giornale” di Sallusti un interessante articolo a firma di Marcello Veneziani, un coraggioso e acuto intellettuale che si è sempre distinto per le sue posizioni diverse ed opposte rispetto al conformismo culturale dei nostri tempi. Nel suo scritto Veneziani parla di una nuova religione civile che, specie qui in Italia, ha sostituito le ideologie superate dal cammino della storia ma ne ha mantenuto tutti i caratteri peggiori, comuni del resto anche alle altre religioni: la presunzione di avere la Verità assoluta, il disprezzo per gli “infedeli” (coloro cioè che non si allineano al nuovo credo), il razzismo fondato su di una presunta superiorità su tutti coloro che non condividono certe idee e certe posizioni.
Questa nuova religione laica, che potremmo chiamare dei diritti civili, ha il suo fondamento nella difesa ad oltranza dei gay, degli extracomunitari, del “diverso” in tutti i sensi possibili, nel libertarismo radicale e totale, nell’esaltazione dell’aborto, dell’eutanasia ed altro ancora. Questi dogmi della nuova religione sono sostenuti e teorizzati da un vero e proprio clero, che si serve dei mass-media, di blog e siti internet, ed ha al suo attivo anche cariche istituzionali come l’antipaticissima presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, la cui arroganza e faziosità si notano anche negli atteggiamenti che tiene nelle occasioni pubbliche, e soprattutto nella partigianeria sfrontata che la porta a condannare la violenza soltanto quando si rivolge contro la sua parte politica.
Gli alfieri della nuova religione non esitano ad agire con violenza psicologica contro chi non condivide i loro dogmi, fino a tentare persino di perseguire a norma di legge chiunque ardisca opporsi a questa dittatura mediatica. Proprio la Boldrini, qualche giorno fa, ha annunciato la presentazione di un disegno di legge contro l’omofobia, con l’intento di far tacere con la forza chiunque non consideri i gay alla stregua di vittime o di eroi, come da tempo il nuovo clero cerca di fare con la pressione mediatica. Eppure qualcuno dovrebbe spiegare alla Presidente della Camera ed agli altri “progressisti” che la libertà di opinione è garantita dalla Costituzione, e che se qualcuno non ama i gay, o pensa che la loro sia una perversione, ha il pieno diritto di pensarlo e di affermarlo, purché non commetta reati contro di loro. Ancora qualche tempo fa si cercò di inserire nel codice penale una norma che comportasse l’aggravante di omofobia nel caso che un reato fosse commesso nei confronti di una persona omosessuale, quasi che il dolore provocato da uno schiaffo dato ad un gay, ad esempio, fosse più forte e meno sopportabile di quello dato ad un’altra persona! Ma da tempo la televisione cerca di omologare tutti alla nuova religione laica, al punto da additare al pubblico disprezzo e da affibbiare l’infamante etichetta di “razzista” a chiunque osasse non allinearsi all’esaltazione incondizionata dei cosiddetti “diversi”. E invece io, come molti altri, rivendico la libertà costituzionalmente garantita di esprimere la mia opinione, contro la nuova Inquisizione che opprime, condanna e persino minaccia chiunque non si allinei al pensiero comune.
Quello che si è detto per i gay può estendersi anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli extracomunitari presenti in gran numero nel nostro Paese. Io non sono mai stato contrario alla presenza degli immigrati, purché rispettino le leggi italiane e lavorino onestamente, nel qual caso sono i benvenuti; ma se vengono per delinquere, approfittando del fatto che in Italia le maglie della giustizia sono molto larghe (purtroppo!), allora è meglio che se ne stiano a casa propria. Anche su questo argomento la televisione ci martella da anni con la difesa a oltranza degli extracomunitari, affibbiando l’infamante titolo di “razzista” a chiunque faccia presenti i problemi, specie di ordine pubblico, che l’eccessiva presenza di immigrati può arrecare, ed anche la necessità di provvedere prima, nell’assegnazione delle case o del lavoro, ai cittadini italiani, così come avviene in ogni altro paese civile del mondo occidentale.
Come dice Veneziani, anche questa nuova religione laica, intollerante, fondamentalista e violenta contro gli oppositori, trae origine dal ’68 e dal libertarismo dissennato che caratterizzò quel movimento, autentica rovina della società civile. Quel movimento, dopo aver distrutto ogni forma di moralismo, ne ha imposto un altro ugualmente odioso, che contempla sempre e soltanto i diritti, senza mai parlare di doveri, e attacca gli avversari bollandoli con il marchio d’infamia dell’omofobia, del razzismo, del bigottismo, del fascismo e via dicendo. Sono questi gli esiti di una visione della società che per lungo tempo si è appoggiata ad una determinata ideologia e che poi, dopo la sconfitta storica di questa, si è rigenerata sotto altra forma, conservando però la protervia, la presunzione ed il falso moralismo di quella ideologia e dei suoi “intellettuali”.
Cosa fare? Cercare di resistere e di mantenere la propria dignità e le proprie idee, evitando di cadere nelle maglie della nuova Inquisizione laica. La Costituzione italiana, per fortuna, garantisce la libertà di opinione e di parola, che va quindi esercitata in piena autonomia di pensiero, senza offendere o danneggiare nessuno. La nostra scuola ha il compito di formare i cittadini in modo che sappiano compiere le loro scelte e pensare con la propria testa, senza lasciarsi ammaliare dalla televisione spazzatura o dai politici faziosi. La libertà è anzitutto questa, ed è il bene più prezioso che un essere umano possa avere.

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