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La legge e la paura

Nella sezione conclusiva delle Eumenidi, ultima delle tragedie della maestosa trilogia denominata Orestea, Eschilo fa dire alla dea Atena che nell’osservare la legge i cittadini debbono mantenere anche una certa dose di timore della legge stessa e delle sanzioni che ne derivano, perché “se si toglie il timore, quale cittadino sarà giusto?” Questo è il punto: la legge deve prevedere adeguate pene per chi non la rispetta, e queste pene debbono servire, oltre che a punire chi ha sbagliato, anche da deterrenti per coloro che potenzialmente potrebbero rendersi colpevoli degli stessi reati. Questo però, purtroppo, non succede più nei paesi democratici dell’Occidente e specialmente in Italia, dove vediamo che la sproporzione tra i reati commessi e le relative pene è allarmante, nel senso che le sanzioni sono spesso più gravi per chi si è reso responsabile di illegalità di minor conto rispetto a coloro che hanno compiuto gravi delitti. Se la legge non punisce adeguatamente, se il terrorista, l’assassino, il rapinatore ecc. escono di carcere dopo pochi mesi e c’è persino chi prende le loro difese, molti altri saranno indotti a comportarsi allo stesso modo, visto che il guadagno può esser molto ed il rischio è minimo; ed è questo il motivo per cui da molti paesi stranieri giungono da noi persone che si danno poi alla criminalità, poiché anche se scoperti hanno molte possibilità di cavarsela a buon mercato.
La mentalità del “se pò fà” (cioè “si può fare”, detto in romanesco) è oggi talmente diffusa che i nostri giovani e giovanissimi, quando commettono atti di bullismo e di violenza, molto spesso non si rendono nemmeno conto della gravità di ciò che hanno fatto, ma lo considerano naturale, quasi che fosse lecito picchiare le persone, rapinarle o addirittura provocarne la morte.
Quando accadono fatti di questo genere, cosa siamo capaci di fare per contrastarli o prevenirli? Chiediamocelo, perché una soluzione al problema va pur trovata. Di solito si organizzano dibattiti televisivi di alto livello, cui intervengono i soloni della sociologia, della psicologia, della politica, ma puntualmente finiscono per parlarsi addosso, per non saper suggerire nulla di concreto e per ripetere i soliti luoghi comuni in auge dal ’68 in poi: che questi giovani violenti sono tali perché abbandonati a se stessi, le famiglie sono assenti, la scuola non funziona (eh già! la colpa è sempre della scuola) e così, tutto sommato, coloro che si abbandonano a questi atti non sono criminali – come in realtà sono – ma povere vittime anch’essi della società maligna ed egoista. Così il delinquente finisce per essere compatito, compreso ed in qualche modo anche giustificato; si dice che ha bisogno di essere curato, aiutato, reinserito nella società ecc. ecc. Ed anche qui il buonismo di origine sessantottina si sposa perfettamente con l’ipocrisia clericale, dato che sono gli eredi ed i sostenitori di queste ideologie ad assumere queste posizioni. Ma alle vittime chi ci pensa? Chi si preoccupa di punire adeguatamente chi compie atti criminali, visto che per la legge la responsabilità civile e penale è individuale e non collettiva? Con quali mezzi lo Stato protegge i cittadini dalla violenza?
L’argomento è talmente vasto che non si può esaminare la casistica complessiva, perché altrimenti questo post diventerebbe un libro, non un articolo. Limitiamoci dunque a due aspetti del problema. Il primo è il cosiddetto “femminicidio”, sul quale, nonostante se ne parli a iosa, ben poco si è fatto da parte dello Stato. A mio parere le trasmissioni televisive sull’argomento, le fiaccolate notturne a ricordo delle vittime, gli appelli sui social network e altre iniziative simili non servono a nulla, come dimostra il fatto che anche quest’anno molte donne sono state uccise dai loro mariti o “compagni” che dir si voglia. Quel che occorre fare, a mio avviso, è proteggere maggiormente le persone a rischio, con mezzi più energici. Molte delle vittime, a quanto sappiamo, avevano già denunciato i loro assassini per maltrattamenti, “stalking” come si dice oggi, ed alcune di loro avevano già ricevuto minacce di morte da parte di persone che notoriamente possedevano armi atte ad uccidere. Perché questi potenziali assassini, poi divenutili effettivamente, sono stati lasciati in libertà? A mio giudizio i reati già commessi e prima nominati sono materia più che sufficiente per togliere loro la libertà e buttar via la chiave: chi minaccia di morte una persona non può restare libero, è come se avesse già ucciso. Ma carabinieri e polizia, anche quando ricevono denunce, preferiscono non muoversi e rimanere in ufficio a giocare al computer, mentre la criminalità continua ad agire indisturbata. Per arrestare il colpevole aspettano che l’omicidio sia compiuto, con quali risultati ciascuno può valutarlo da sé.
L’altro aspetto cui vorrei accennare è il bullismo dei giovani, che spesso non si limita all’innocente scherno verso il compagno più debole (cosa che è sempre avvenuta, anche un secolo fa) ma arriva ad atti di vera e gratuita violenza; recentemente si è avuta notizia di una “gang” di ragazzini a Vigevano e di un’altra nel napoletano che sono arrivati a compiere gesti di inaudita ferocia contro loro coetanei. E pare anche che costoro, una volta scoperti, non abbiano negato le loro azioni, ma abbiano semplicemente affermato che per loro era normale agire così. Ed ecco i soliti “progressisti” e buonisti a giustificarli addossando la colpa alla società, alle famiglie, alla scuola ecc. Con questi presupposti, a mio giudizio, non si risolve nulla, anzi si fa ancor peggio, perché chi commette atti criminali e poi paga poco o nulla sarà indotto a commetterne di nuovi, e sempre più gravi, nella convinzione di poter continuare a farla franca. Ma il danno sociale non si limita a questo, cioè alle persone coinvolte nei fatti, perché c’è anche il concreto rischio dell’emulazione: vedendo infatti che chi delinque se la cava con poco, anche altri saranno indotti a fare lo stesso, perché la tendenza alla violenza ed al male è insita purtroppo nella natura umana e per scatenarla basta poco, quando non c’è il “timore della legge” di cui saggiamente parlava Eschilo, più di duemilacinquecento anni fa.
Io ritengo che l’unica possibilità di limitare (non di eliminare) il problema della violenza in tutte le sue forme sia quello di impiegare il pugno di ferro contro chi delinque, anche perché serva da deterrente per chi non delinque ancora ma ha in animo di farlo. La minaccia di morte o il tentato omicidio dovrebbero essere puniti come l’omicidio effettivo, dato che chi ha l’intenzione di uccidere è comunque un potenziale assassino, anche se non è riuscito nel suo intento. E per questi baby-criminali che si danno al bullismo ed alla violenza non sarebbe male ripristinare le istituzioni che c’erano un tempo, come ad esempio i riformatori, dove queste persone dovrebbero esser tenute per qualche anno ad espiare il male che hanno compiuto ed a ricevere trattamenti severi, sia pure non paragonabili a quelli cui hanno sottoposto le loro vittime. Una volta terminato il periodo di detenzione, sono convinto che avrebbero compreso i loro errori ed eviterebbero di compierli nuovamente, perché in tal caso avrebbero il doppio della pena e senza possibilità di appello, né di agevolazioni di alcun tipo. So che queste mie idee appartengono ad una mentalità ormai non più in voga; però, visto che il buonismo contemporaneo non ha portato a nulla di buono – e questo è evidente, perché i femminicidi e la violenza giovanile continuano ed anzi aumentano – perché non proviamo a tornare al passato? Io non ho mai creduto che ciò che è moderno sia necessariamente migliore di ciò che è antico, né che ciò che è nuovo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima. In questo caso, vista la gravità del problema, mi parrebbe proprio il caso di fare un tentativo.

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La giustizia tardiva e inutile

Mi è capitato, sabato scorso, di ascoltare in televisione il programma “Amore criminale”, che viene trasmesso a ora tarda su Rai 3. Si ricostruiva la vicenda di una povera ragazza di Solofra uccisa a 22 anni, con sei colpi di pistola, dall’amante della madre. Poiché quest’ultima, dopo vari litigi in cui aveva subito anche violenza fisica, l’aveva allontanato da sé, l’assassino ha incolpato di ciò la figlia della sua compagna, che avrebbe indotto la madre a lasciarlo, e così ha esercitato su di lei la più atroce delle vendette. Il fatto è questo, e non è tanto diverso da altri tristi episodi di cronaca che purtroppo accadono nel nostro paese. Ma quello che più mi ha stupito e indignato è stato apprendere che la madre e la figlia erano state al comando dei Carabinieri pochi giorni prima, denunciando l’aggressore e avvertendo i militi di essere state minacciate di morte da costui, che possedeva una pistola regolarmente detenuta. I carabinieri, tanto osannati e ringraziati alla tv per il loro impegno a difesa delle nostre vite, non si sono degnati di fare nulla, ma hanno aspettato che ci fosse il morto per intervenire e arrestare l’assassino; e questa a mio giudizio è un’assurdità, perché se certe persone dicono di essere state minacciate da un individuo che va in giro armato, la prima cosa da fare è non dico arrestarlo, se non ha ancora compiuto alcun reato, ma almeno togliergli il porto d’armi e la pistola. Se i carabinieri, invece di stare in caserma davanti al computer, avessero fatto questo minimo loro dovere, probabilmente quella ragazza morta a 22 anni sarebbe ancora viva. I reati vanno prevenuti, non puniti dopo che sono stati compiuti: l’assassino è in carcere, ma nessuno restituisce la figlia a quei genitori. E la colpa di quanto avvenuto non è solo di chi ha compiuto il gesto, ma anche di chi non ha fatto nulla per impedirlo.
Anche a me personalmente, sia pure per un fatto molto meno grave, è successa una cosa simile, ed ho potuto verificare di persona l’efficienza delle cosiddette “forze dell’ordine”: anni fa subii un furto in casa, e una volta tornato e constatato il fatto, telefonai ai carabinieri per informarli e chiedere loro di effettuare un sopralluogo. La risposta fu che tanto era inutile e che mi presentassi in caserma il giorno dopo a fare la denuncia. Questo la dice lunga su come vanno le cose nel nostro Paese, se chi dovrebbe difenderci è assente proprio quando il cittadino avrebbe maggior bisogno di una tutela. Di recente è stato approvato per legge il reato di “stalking” (tra virgolette perché io non amo l’inglese, preferisco usare la mia lingua), ma di fatto chi perseguita continua impunemente a farlo, perché carabinieri e polizia intervengono poco e male; sono anzi inclini a sottovalutare i fatti e a contestare chi va a denunciare, tanto che molte persone – soprattutto donne perseguitate da ex mariti o amanti – sono restie a rivolgersi alle autorità perché non vengono ascoltate e nessun provvedimento viene preso contro i persecutori. Di questo passo continueremo a lungo a lamentarci del cosiddetto “femminicidio”, perché questo problema si risolve proteggendo effettivamente le persone minacciate e mettendo i violenti in condizione di non nuocere, non con le fiaccolate o le parole di cordoglio, che non risolvono nulla. E invece, anche quando vengono presi, questi individui vengono condannati a pene irrisorie e dopo poco escono dal carcere e continuano a delinquere e perseguitare le proprie vittime. Questa però è responsabilità dei magistrati, non delle forze dell’ordine, che avviene perché i giudici sanno di non dover pagare mai nulla; ma se un giudice che rimette in libertà un assassino che torna ad uccidere andasse a sua volta in galera come corresponsabile dell’omicidio, forse le cose cambierebbero. Invece il sistema giudiziario è capace soltanto di perseguitare i cittadini onesti se talvolta commettono qualche errore; i delinquenti riescono molto spesso a farla franca, e non meravigliamoci quindi se qualcuno, visto che nessuno lo difende dalla criminalità, decide di farsi giustizia da solo.
Per tornare a carabinieri e polizia, un’altra grave mancanza è la loro scarsa presenza sul territorio. Capita di trovarsi in grandi o piccole città in quartieri malfamati dove la delinquenza la fa da padrona, e non si vede nemmeno l’ombra di un carabiniere o di un agente. Dove stanno costoro? A giocare al computer o a fare cosa? La polizia stradale è quasi assente dalle strade, capita di fare mille chilometri senza incontrare neanche una pattuglia; nelle piazze e nelle vie affollate, dove passano tante persone e avvengono scippi e rapine, nessuno si degna di proteggere i cittadini; nei locali notturni e nelle discoteche dove si spaccia apertamente alcool e droga, nessun rappresentante dello Stato è presente a impedire i reati e arrestare i responsabili. E poi dicono che le forze dell’ordine sono pagate poco, e sicuramente è vero; ma quanti di loro vanno effettivamente sul territorio ad esercitare le funzioni per le quali sono stati assunti? Io ne vedo pochi, ma forse sono io che ho avuto erroneamente questa impressione, e ne faccio ammenda; mi auguro infatti di sbagliarmi, per il bene di tutti noi cittadini soggetti a subire reati, adesso più di prima a causa dell’immigrazione selvaggia e incontrollata, un altro problema che altri Paesi europei risolvono e che noi non vogliamo affrontare. Ricordiamoci che la sicurezza è un punto fondamentale della vita civile di una nazione, e garantirla è un dovere del Governo e di tutti coloro che sono entrati a far parte del sistema giudiziario e delle forze dell’ordine.

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Il Risorgimento a rovescio

Per avere anche frettolosamente studiato la storia, tutti noi sappiamo quanta fatica e quanto sangue costò, nel secolo XIX, il processo del Risorgimento, ossia di quel periodo storico che portò all’unificazione dell’Italia ed alla liberazione della nostra patria dal dominio straniero. Fu un processo storico che, non terminato durante il secolo XIX, proseguì anche nel XX con la prima guerra mondiale, che costò all’Italia qualcosa come 600.000 morti per il preciso fine di completare il processo di unificazione del Paese e l’acquisizione delle cosiddette “terre irredente”. Spesso mi sono chiesto, a proposito di quest’ultimo evento, se valesse la pena di pagare un contributo di sangue così alto per acquisire territori che ancor oggi dispregiano il tricolore e non si sentono neppure italiani, tanto che, se ci rechiamo in Alto Adige, ci sembra di stare all’estero e di far fatica a trovare qualcuno che parli la nostra lingua. Ma attualmente, visto ciò che sta accadendo a livello di Unione Europea, questa mia sensazione di perdita della nostra identità nazionale si è ingrandita a dismisura, e mi viene da pensare che se Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II potessero vedere dove sono andati a finire tutti i loro sforzi, si rivolterebbero nella tomba, tanto per riprendere un’espressione di uso comune.
Se ci mettiamo a considerare la situazione politica ed economica del nostro Paese in rapporto all’Unione Europea, vediamo come il dominio straniero sull’Italia è tornato ad esistere ancor oggi, nei primi decenni di questo sciagurato secolo XXI; la differenza è soltanto che nei secoli passati condottieri come Napoleone ci occupavano con gli eserciti e con i cannoni, adesso invece ci schiacciano con le norme repressive dovute al loro potere economico, che ha buon gioco a dominarci se teniamo conto del nostro debito pubblico, giunto ormai a dimensioni tali da impedirci non dico di fare la voce grossa in Europa, ma perfino di farci ascoltare e considerare. Il caso dell’Italia non è molto diverso da quello della Grecia, dove le sbruffonate di Tzipras non sono servite a nulla perché le condizioni economiche del suo paese l’hanno costretto, nonostante i proclami bellicosi ed un inutile referendum, a chinare la testa di fronte ai potentati economici tedeschi, francesi ecc. La stessa cosa, sia pur in tono leggermente minore, tocca anche noi: il nostro Governo, a livello europeo, conta poco o niente, ed anche Renzi, come il suo collega greco, ha dovuto accettare una serie di condizionamenti, di prescrizioni, di diktat inauditi per uno Stato che vuol definirsi sovrano e indipendente, e che non era costretto ad accettare finché non c’è stata questa Europa tiranna e dominatrice e finché non è stato compiuto  l’errore di entrare nell’euro, privando il nostro Paese della possibilità di battere moneta e quindi di poter gestire la propria economia. E che l’Italia non conti nulla in Europa, ma sia di fatto tornata sotto la dominazione straniera, lo vediamo da molti fattori che sarebbe troppo lungo qui elencare: basti dire, prendendo ad esempio la normativa bancaria, quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando il governo di Frau Merkel si è permesso di dare soldi pubblici, miliardi di euro, per sostenere la Deutsche Bank, mentre poi ha imposto a tutti gli altri governi dell’Unione di non salvare più le banche in fallimento, e così da noi è accaduto quel che sappiamo a proposito delle quattro banche di recente andate a gambe all’aria e delle centinaia di risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i loro soldi. Anche qui è valsa la legge del più forte, tanto che i signori teutonici si sono potuti permettere di dare ordini a tutti e imporre la loro dittatura economica, nonché di mettere la sordina alla loro disonestà, ben rivelata al mondo dalla vicenda della Volkswagen. E a proposito voglio citare una frase che fu detta, non ricordo da chi, alcuni mesi fa a proposito del crack della Grecia: che la signora Merkel è riuscita a fare ciò che non riuscì ad Hitler, tenere cioè tutta l’Europa sotto i suoi piedi.
Questa situazione di soggezione (per non dire di schiavitù) in cui ci troviamo per colpa dei nostri imbelli governanti si riflette in ogni ambito della vita economica e sociale: dall’Europa ci viene imposto il quantitativo di latte, di frutta, di altri generi che possiamo produrre, e guai a non rispettare gli ordini delle Loro Eccellenze, vengono fuori multe milionarie! Ci vogliono persino costringere a produrre formaggio con il latte in polvere, mandando in fumo la tradizione gastronomica italiana, la migliore del mondo senza dubbio alcuno. Ed anche nella scuola abbiamo visto, proprio quest’anno, il grado a cui è arrivata la nostra sottomissione agli stranieri: hanno costretto il nostro governo ad assumere gli insegnanti precari in base alla norma (fatta da loro, non da noi!) che se un dipendente pubblico supera i 36 mesi di servizio deve essere assunto a tempo indeterminato dallo Stato. La conseguenza di ciò è stata che, accanto all’immissione in ruolo dei molti docenti che hanno occupato i posti vacanti, ne sono stati assunti altri 50.000 circa del cosiddetto “organico potenziato”, i quali sono praticamente superflui per quanto riguarda la didattica, perché non hanno classi dove far lezione ma si limitano alle supplenze brevi, ai corsi di recupero ecc., tutte attività che venivano svolte anche prima senza che lo Stato dovesse pagare tutti questi stipendi in più soltanto perché “l’Europa ce lo impone”!
E’ veramente triste vedere come la nostra patria abbia perduto la sua identità nazionale e si sia fatta ancella dei potentati economici stranieri, senza più poter decidere il proprio destino. A ciò ha contribuito anche la sciagurata apertura delle frontiere, un provvedimento che ha fatto sì che chiunque possa entrare in Italia senza controllo: clandestini, criminali, spacciatori, gente di ogni genere che varca tranquillamente i confini senza che nessuno chieda loro neanche il passaporto o la carta d’identità. Così possono arrivare da noi, senza alcun controllo, droga, armi, esplosivi, qualsiasi cosa, perché la dogana ed i controlli di frontiera non esistono più.
Purtroppo nessuno dei combattenti di Caporetto e di Vittorio Veneto è più in vita, ma sarebbe interessante chiedere a costoro per che cosa hanno combattuto, per cosa sono stati mesi ed anni a marcire nelle trincee ed a rischiare la vita ad ogni momento. Quel che si diceva loro con la retorica del tempo, cioè che stavano lottando per una Patria libera e unita, si è rivelata un’inutile formula priva di senso; e non solo perché quelle terre da loro conquistate non si adattano neanche adesso ad essere italiane, ma perché l’Italia stessa non è più libera, non è più in grado di gestirsi e di decidere la propria politica e la propria economia. Se questa deve essere l’unione europea, dico allora che sarebbe stato molto meglio non farne parte e non accettare quella moneta unica che è stata per le nostre famiglie un vero flagello. Se è vero, come è vero, che l’Italia è la prima nazione al mondo per l’arte e la cultura, fa orrore soltanto il pensare di aver perduto la nostra indipendenza e la nostra coscienza nazionale. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, un nuovo Cavour o un nuovo Garibaldi; ma penso proprio che in questo periodo storico anche soltanto ipotizzare una simile eventualità altro non sia se non fantasia allo stato puro.

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Lo stupido buonismo nostrano

Lo spunto per questo post mi viene dato dalla tragedia accaduta a Milano, dove purtroppo uno studente di un liceo scientifico di Padova è morto cadendo dal quinto piano di un albergo durante una gita scolastica. Il gravissimo episodio mi induce a due considerazioni. La prima è quella di confermare il mio assoluto e totale rifiuto a partecipare a qualunque viaggio, anche di un solo giorno, organizzato dalla scuola, perché la responsabilità civile e penale degli insegnanti accompagnatori è talmente enorme che dovrebbe scoraggiare qualunque docente dal prendervi parte, ed in tal modo le scuole cesserebbero finalmente di prendere queste iniziative ormai anacronistiche e portatrici solo di rischi e di angosce per delle persone che sono già abbastanza stressate nel dover stare insieme ai ragazzi di oggi al mattino, durante le ore di lezione. La seconda considerazione che questo fatto di cronaca mi ispira è derivata dall’aver sentito alla televisione le sconcertanti parole della preside del liceo frequentato da quel povero ragazzo, la quale ha avuto la spudoratezza di affermare che, se la morte dello studente è stata provocata da uno “scherzo” dei compagni, anch’essi vanno compatiti e perdonati. Ora io dico: ma come è possibile sostenere un simile punto di vista, soprattutto in coincidenza con il dolore straziante di quei poveri genitori? Se i compagni sono in qualche modo responsabili dell’accaduto, se hanno messo in atto uno scherzo cretino che ha provocato questa tragedia, essi debbono pagare per il male fatto e non meritano nessun perdono. A 19 anni si è maggiorenni e si ha la capacità di intendere e di volere, non si è più bambini; quindi se da parte loro ci sono delle colpe (e io credo che ci siano senz’altro, visto l’atteggiamento di mafiosa omertà che hanno assunto dopo l’incidente) la verità deve venire fuori e questi assassini – perché così vanno chiamati, anche se non avevano la volontà di uccidere – debbono essere condannati al carcere per omicidio colposo. E’ chiaro che costoro si proteggono a vicenda e hanno concordato la versione da dare agli investigatori; si sa infatti che il codice mafioso che vige tra gli studenti prescrive di non fare mai “la spia”, a costo di rimetterci tutti. E così dovrebbe avvenire: in attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio, gli alunni di quella classe, almeno quelli che erano in quel momento insieme al ragazzo morto, non dovrebbero essere ammessi all’esame e ripetere un anno di scuola. Il provvedimento è molto leggero, ma almeno questo andrebbe fatto subito per punire l’omertà che impedisce di accertare la verità dei fatti. Ed a ciò io aggiungerei il licenziamento per quella preside incapace, che invece di adoperarsi per punire i responsabili va blaterando che vanno perdonati. Lo vada a dire ai genitori di quello studente, vedrà come la loderanno per la sua professionalità!
E’ pur vero però che le parole di quella preside non vengono a caso, ma si comprendono se pensiamo al clima di stupido ed eccessivo buonismo che esiste nel nostro Paese da più di quarant’anni, da quando cioè la “rivoluzione” del ’68 ha eliminato l’autorità ed il rispetto della legge nella scuola e nella società. Siamo stati abituati da decenni a sentire psicologi, sociologi e politici di sinistra, in questo alleati con un ipocrita e malinteso senso di carità cristiana, sostenere che se qualcuno commette un delitto la colpa va cercata nella società, nelle amicizie, nella famiglia… insomma, la colpa è di tutti tranne che dell’autore materiale del misfatto. Io sostengo invece che se una persona è capace di intendere e volere, se ha la piena consapevolezza di quel che fa, la colpa dei delitti commessi è soltanto e unicamente sua, e deve pagare per intero il male compiuto. Oggi invece, dietro a questo sciocco buonismo che ha investito la nostra società, assistiamo ad enormi ingiustizie ed ad una sostanziale impunità per chi commette reati gravi e gravissimi: assassini che lasciano il carcere dopo pochi mesi e tornano a uccidere, furti e rapine sostanzialmente impuniti, violenze compiute ripetutamente senza che le autorità intervengano ed altro ancora. Un esempio: si parla tanto oggi di violenza sulle donne, ed alcune di esse sono state perfino uccise da mariti, compagni e altro che sia. In molti casi queste donne, prima di essere uccise, avevano già subito gravi violenze e avevano più volte denunciato la persona che le aveva compiute; ma le cosiddette “forze dell’ordine” si erano ben guardate dall’intervenire, e per arrestare il violento hanno aspettato l’omicidio, quando ormai, qualunque cosa accada, la persona morta non può tornare in vita. Tutto questo è assurdo e frutto del medesimo buonismo che punisce solo le persone oneste e protegge i delinquenti, perché se un uomo compie violenze e minaccia di morte la compagna, andrebbe subito arrestato e condannato almeno a 20 anni, non certo aspettare che abbia compiuto il delitto. Ma la giustizia da noi funziona così: condanna pesantemente certe persone in base a soli indizi e assolve, o comunque tratta con blandizia, i veri criminali.
Il buonismo deleterio e diseducativo che affligge la nostra società si manifesta in ogni situazione, da quelle più gravi descritte sopra ad altre apparentemente meno importanti; su questo piano anche le promozioni facili presenti nelle nostre scuole derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze. E l’elenco potrebbe continuare citando il buonismo dei politici e delle istituzioni che permette a dei criminali di devastare una città durante una manifestazione e tollera che ai ROM ed agli stranieri sia concesso di delinquere apertamente nel nostro Paese senza cacciarli a casa loro, come meriterebbero, per non incorrere nell’accusa di razzismo. Ma lasciamo stare, è meglio fermarsi qui. Dico soltanto che il buonismo insensato ed ipocrita che il ’68 ed i suoi accoliti hanno provocato ci sta portando alla rovina ed ha reso insicura la nostra vita, con buona pace dei politici e di chi dà loro il proprio voto.

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Immigrazione e buonismo inopportuno

Ormai i talk-show televisivi (si dice così?) si stanno occupando in prevalenza del problema dell’immigrazione nel nostro Paese da parte di profughi e clandestini provenienti dall’Africa, che arrivano sulle nostre coste a migliaia rischiando molto spesso la vita; ma dietro questo fenomeno c’è anche, cosa che tutti sanno, uno squallido commercio di esseri umani che viene compiuto da delinquenti senza scrupoli, i quali sfruttano ignobilmente questi sventurati e li spingono ad attraversare il mare in cerca di fortuna, esponendoli però ad ogni rischio ed essendo in molti casi direttamente responsabili della loro morte.
Certamente nessuno può chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno che ormai ci riguarda tutti, perché anche il nostro Paese, come gli altri d’Europa (e non solo) è diventato multirazziale, ed a nessuno fa più meraviglia vedere per la strada persone di colore o di altre etnie. Però c’è un enorme problema che si è determinato e che si va allargando sempre più, e che riguarda il numero degli immigrati che arrivano da noi ed il modo con cui si debbano accogliere ed integrare. Finché gli stranieri sul nostro territorio erano pochi, e disponibili ad integrarsi ed a lavorare onestamente, il loro arrivo è stata per noi una risorsa, non un problema: quali italiani infatti, che rifiutano persino di lavorare all’Expo di Milano con buoni stipendi per non voler rinunciare alle vacanze, avrebbero accettato di andare a raccogliere pomodori sotto il sole della Puglia, di fare i manovali nei cantieri edili o (le donne) di fare da badanti alle persone non autosufficienti? Nessuno! Ecco dunque che l’opera degli stranieri è stata utile o addirittura indispensabile, e giustamente queste persone vanno integrate nel nostro Paese e considerati cittadini a tutti gli effetti, con tutti i diritti di cui godono gli italiani.

Ma adesso la situazione è cambiata, ed è molto più difficile: adesso arrivano a migliaia su questi barconi, bisognosi di tutto e privi di qualunque competenza, spesso profughi da paesi in guerra o spinti dalla povertà. Perciò l’accoglienza diventa un problema serio, perché non esistono le strutture dove ospitarli, perché rappresentano un costo sociale insostenibile, ed anche perché tra di loro si possono nascondere dei criminali che poi, fuggendo dai centri di accoglienza, andranno a commettere reati; questo d’altra parte già succede, perché nonostante quel che dicono i buonisti nostrani, di molti reati si rendono responsabili gli stranieri, da quelli dell’est Europa, dagli africani, gli asiatici ecc. E non è difficile spiegare il fenomeno, che non avviene certo soltanto per necessità; il fatto è che in Italia la giustizia ha maglie molto larghe, ed è sempre più difficile che i criminali paghino per intero i loro delitti, quindi venire a delinquere qui espone queste persone a rischi molto minori di quelli che correrebbero nei loro paesi.

E’ anche evidente che l’Italia da sola non può assumersi per intero il carico dell’immigrazione dall’Africa e da altri luoghi, visto l’egoismo e la vigliaccheria con cui gli altri paesi “civili” dell’Europa (in primo luogo Francia, Germania ed Inghilterra) ci hanno lasciati da soli, rifiutando di accogliere gli immigrati e addirittura rimandandoli in Italia quando superano il confine: siamo perciò diventati la pattumiera d’Europa, senza che il nostro governo riesca a farsi minimamente rispettare a anche solo considerare dai partners europei, che sono sì capaci di controllare la nostra economia ed imporci i loro diktat, ma non muovono un dito quando si tratta di aiutarci. Questo comportamento, secondo me, è vergognoso, e ciò mi spinge ad essere ancor più nazionalista e antieuropeo di quanto non lo stato fino ad ora. Al di là di questo, comunque, il problema dell’immigrazione va affrontato, e va fatto partendo dal presupposto che l’Italia non è in grado di accollarsi il peso ed il costo di tutti questi stranieri, anche perché sarebbe giusto ed equo, a mio avviso, che certi vantaggi e certi aiuti economici fossero dati prima agli italiani, così come viene fatto in ogni altra nazione del mondo. Nonostante la pietà che possono suscitare questi profughi che arrivano sui barconi, resta il fatto che il nostro non è un Paese ricco che possa mantenere gratis migliaia e migliaia di persone, magari in alberghi a 4 stelle, mentre ci sono tanti italiani che non hanno neppure una casa e vivono con pensioni da fame. Tutto ciò è ingiusto e immorale, così come lo è il buonismo di facciata di certi politici come l’impresentabile presidente della Camera dei deputati o di certi giornalisti come Concita De Gregorio, che in un programma televisivo ebbe a dire che noi non abbiamo alcun diritto sul nostro territorio e che tutti sono liberi di venirci ad essere mantenuti a spese dello Stato. Giudico queste posizioni assurde ed ipocrite, proprie di chi trova comodo adeguarsi al “politically correct” e prendere l’aureola del buon samaritano, ma in realtà vive nel lusso e non deve ogni giorno affrontare il problema di vedersi la casa occupata dagli immigrati o di dover vivere nell’insicurezza, nella criminalità e non poter nemmeno uscire la sera. Con ciò non intendo dire che questi poveretti vadano lasciati a morire sul mare, ma è comunque evidente che non possiamo accogliere tutti, e che è profondamente ingiusto ed immorale che lo stato mantenga queste persone in albergo facendo mancare il necessario ai cittadini italiani e magari tormentandoli con il fisco più alto del mondo.

La prima cosa da fare,a mio avviso, sarebbe di impedire le partenze di queste persone, utilizzando anche il blocco navale e l’azione militare in Libia ed altrove, il che permetterebbe anche di stroncare l’ignobile commercio di esseri umani di cui tutti sono al corrente. Occorrerebbe anche avviare politiche internazionali (ma qui dovrebbero collaborare l’ONU e le altre organizzazioni a livello mondiale) per creare un clima di pace e favorire lo sviluppo di quei paesi, di modo che quelle persone potessero restare a casa propria anziché affidarsi ad un destino incerto che per loro è spesso fatale, o che se non lo è porta comunque molti a condizioni di vita disumane o ad ingrossare le fila della criminalità. Questo non è egoismo, non è razzismo, è constatazione della situazione reale; è invece da ipocriti e da irresponsabili continuare con questo buonismo di chi va dicendo che dobbiamo accogliere tutti e che ciò è conforme alla carità cristiana. Se così fosse lo farebbero anche gli altri paesi, invece di chiudere le frontiere e respingere i profughi rimandandoli a casa nostra, dove non possiamo dire di no a nessuno per non essere tacciati di razzismo, di fascismo e altri bei titoli di questo tipo. Vuol dire che moriremo noi per consegnare ad altri il nostro Paese.

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