I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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11 commenti

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11 risposte a “I giovani e la lingua italiana

  1. Mariateresa Bora

    Non riesco a capire una cosa: anche mio marito (docente universitario) lamenta l’impreparazione degli studenti, ma se guardo i compito dei miei nipotini, mi sembra di vedere nelle loro maestre una buona e a volte ottima linea di insegnamento. E allora dove si spezza la catena? O queste maestre sono delle eccezioni? O forse è crescendo che i ragazzi si rovinano da soli (internet, smartphone, etc.)?

    • E’ chiaro che quando parliamo di scuola primaria, elementare e media, ci esprimiamo in generale, sapendo che la casistica è svariatissima: ci sono anche maestre ottime come quelle che ha trovato lei, come ci sono ottimi insegnanti di scuola media. Il problema, nella maggior parte dei casi, non sono i professori, ma le leggi ed i programmi che impediscono loro di lavorare nel modo giusto. Se un docente di italiano è costretto a sacrificare molte sue ore per progetti insulsi, se è pressato da genitori e dirigenti perché promuova tutti, se il suo impegno non è apprezzato né degnamente retribuito, sarà difficile che possa svolgere un’azione didattica valida ed efficace.

  2. Paol

    Innanzitutto auguri passati per il suo compleanno, professore.
    Sono sicuramente d’accordo per quanto riguarda la necessità di tornare ad uno studio più serio della grammatica italiana. Deve essere inoltre stimolato da subito l’interesse dei bambini per la lettura. Ho quasi 17 anni, e credo di sapermi esprimere con maggiore proprietà di linguaggio rispetto a molti miei coetanei: merito della maestra di scuola elementare, ma anche dei miei genitori che mi hanno avviato subito alla lettura (ovviamente di libri adatti ad un bambino in età scolare). Purtroppo è vero che smartphone e tablet spesso sono l’unico passatempo delle nuove generazioni. Difficilmente si potrà tornare indietro; auspichiamo però che sempre più genitori si rendano conto che è necessario limitare l’utilizzo, da parte dei loro pargoli, delle nuove ‘diavolerie’ elettroniche; e che genitori e maestre invoglino sempre i ragazzi al piacere della lettura, e magari anche della scrittura.

    • Grazie per gli auguri. Quanto a quel che dici, ripeto qua ciò che ho detto nella risposta al commento precedente: quando si analizza un fenomeno come quello descritto nell’articolo, si parla sempre in generale, salvaguardando le pur numerose eccezioni che ci sono. Da come scrivi e da quel che scrivi si comprende bene che il problema non ti riguarda, perché ti esprimi benissimo, così come si esprimono bene i miei alunni, che non fanno errori di ortografia ed hanno un lessico fluido e variegato. Anche i docenti universitari che hanno mandato quella lettera parlano di una percentuale alta di giovani ignoranti della lingua italiana, ma non intendono certamente generalizzare.

  3. jacopo94

    “Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.”

    Io devo ancora conoscere una persona che, pur avendo un italiano osceno, riesce comunque a parlare fluentemente più lingue straniere. Tendenzialmente, chi già ha gravi lacune nella propria lingua madre, con inglese/spagnolo/tedesco fa ancora più disastri.

  4. Solo un appunto: non sono i ministri a pretendere che non si bocci. O meglio, non lo dicono a chiare lettere come certi dirigenti scolastici: si limitano a scoraggiare la bocciatura, con sistemi di valutazione delle scuole per cui se bocci gira gira e finisce che la colpa è tua che non sai insegnare o della tua scuola che non è una buona scuola (e quindi per il tuo dirigente la colpa è comunque tua), con la mannaia che si abbatte su classi troppo esigue e quindi da accorpare, sezioni troppo esigue e quindi da estinguere, corsi troppo esigui e quindi scuole da chiudere.
    Magari dal ministero arrivasse un esplicito “non bocciate”, almeno ci risparmierebbero questa farsa.

  5. L’altro giorno sono stata intervistata dal Corriere fiorentino sul tema. Insegno in un Professionale alberghiero, da tre anni, dopo tredici anni di scuole medie, e ogni giorno combatto con gli errori, quasi inestirpabili, di morfosintassi e con la povertà lessicale che riduce i già stringati e spesso scorretti pensierini a un tristissimo tentativo di comunicazione, frustrante per chi la legge e, lo credo veramente, anche per chi la produce. Non di rado, infatti, mi trovo di fronte a persone in sé originali, capaci di pensieri nuovi e pieni di quella meravigliosa energia giovanile che mi convinse, ormai più di trent’anni fa, a svolgere questa meravigliosa professione. Però… quale povertà sintattica! quale piattezza lessicale! Una pena, per questi figliuoli: non mi pare proprio per nulla giusto che non sia stata data anche a loro, ai “reietti del Professionale” la possibilità di scrivere in modo decente, ossia veramente comunicativo. Vero che la responsabilità è anche dei ragazzi; verissimo che la responsabilità è anche delle famiglie (se non si vede un libro in casa è difficile che i ragazzi leggano e, si sa, se leggi, sai elaborare un discorso più ricco ed articolato); ma verissimo è che non c’è stato un adeguato esercizio a scuola: fare scrivere significa poi correggere! E non molti sono coloro che, alla fine dell’anno, possono dire di aver corretto novecento compiti, tra quelli svolti in classe e quelli “a casa”, o le esercitazioni, e così via. Nonostante abbia seguito per qualche anno le idee ed i metodi proposti da Di Mauro, credo ora, dopo un certo tempo passato a correggere e a riflettere, che sia venuto il tempo di chiedere alla scuola di base un rinnovato rigore. Meno, ma meglio. meno progetti, interventi di esterni, un diluvio di progetti che confondono le menti dei piccolini. E, invece, una scuola più semplice, in cui si insegnino le basi, anche attraverso il gioco. Perniciosissima la scuola dei moduli: non si può chiedere ai bambini di “fare italiano” alle 15 e alle 16, dopo una mattinata di lavoro in classe. Cambiamoli, questi moduli! Elasticità nelle materie da insegnare: teoriche al mattino, pratiche, creative e motorie al pomeriggio. C’è infatti una certa differenza tra gli insegnanti che devono correggere molti scritti e seguire con attenzione la comunicazione orale e gli insegnanti che, sul campo, seguono il costruirsi delle abilità e delle competenze che solo marginalmente hanno un aspetto teorico (e che può essere svolto in accordo con le Lettere, ad esempio, a tutto vantaggio della interdisciplinarietà, che è un metodo autenticamente culturale, a parer mio). Idem alle Medie: meno, ma meglio. Abbiamo da rifondare un Paese, anche col prezioso contributo dei nuovi Italiani che, spesso, sono in classe assai più corretti dei coetanei indigeni, figli e nipoti di Italiani strapazzati da un maremoto di riforme, splendide in teoria ma catastrofiche nella pratica, come ogni tempesta che si gode comodamente seduti al caldo, e lontano dai pericoli.

  6. La mia, umile, opinione: purtroppo nella scuola si è pian pianino sostituita la forma alla sostanza. I progetti servono a dare l’impressione che a scuola si facciano tante cose “divertenti”. Si è tirato fuori il mito delle cose “utili”, mito sciocco perché senza basi robuste le cose “utili” son solo facciata.
    Da ex docente di informatica sono il primo ad ammettere che l’informatica è stato uno dei sistemi più usati per prendere in giro i ragazzi. Si faceva credere loro che l’informatica fosse semplicemente imparare a fare un uso di base del computer, che se si era in grado di accendere un PC e scrivere due righe con un editor di testo si meritava 8.
    Invece la materia “informatica” intesa come scienza dell’informazione automatica è una materia che ha preso il rigore e la rigidità logica dalla matematica e che c’entra poco con il saper usare il computer.
    Non dico i traumi che ciò causava ai ragazzi quando, invece di trovarsi ad avere a che fare con programmi di videoscrittura, si trovavano davanti ad algoritmi e diagrammi di flusso.

    • Questi ultimi quattro commenti hanno espresso, ciascuno da punti di vista diversi, i reali problemi esistenti oggi nella scuola primaria. Il mio pensiero è in piena sintonia con ciascuno di essi, i cui autori io ringrazio di cuore per aver manifestato le loro idee in modo così lucido e documentato.

  7. Alessandra

    Caro professore, come insegnante di lingua catalana nella scuola secondaria posso dire che anche qui in Catalogna abbiamo seri problemi di ortografia, lessico e morfosintaxi.
    Vedo che la situazione non cambia da paese a paese.
    Affettuosi saluti
    Alessandra

    • C’è un famoso proverbio che dice “tutto il mondo è paese”. A me viene in mente questo detto ogni volta che sento magnificare i paesi stranieri, come fossero paradisi terrestri, da parte di nostri connazionali.

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