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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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La democrazia, da Euripide ai giorni nostri

In questo periodo estivo, quando il pensiero esula dai consueti problemi di lavoro, mi sono riproposto di non parlare di scuola, almeno fino a settembre, e di esprimere invece riflessioni su altri argomenti. In questo caso lo spunto per parlare di democrazia, l’unica forma di governo che oggi pare giusta ed attuabile, mi viene da una tragedia di Euripide, Le Supplici, che ho avuto il piacere di leggere quest’anno in classe con i miei alunni di quarta. In essa si parla del re Adrasto di Argo che, accompagnato dalle madri dei caduti nella celebre guerra dei “sette contro Tebe” (le supplici, appunto), viene ad Atene per chiedere al re Teseo di aiutarlo nel recuperare i corpi dei loro congiunti, che i tebani si rifiutano di restituire con la volontà di lasciarli insepolti. Nel secondo episodio della tragedia interviene un araldo di Tebe, il quale osa diffidare Teseo dall’impresa dl recupero dei cadaveri dei caduti, minacciandogli la guerra in caso di disobbedienza agli ordini del re tebano Creonte. In quell’occasione Euripide istituisce un interessante confronto tra il regime politico con cui è governata Tebe (la monarchia) e quello di Atene (la democrazia) compiendo con ciò anche un consapevole anacronismo, attribuendo cioè all’età mitica di Teseo l’esistenza del regime democratico che è in realtà molto più recente; a ciò si aggiunge anche un’incongruenza, perché Teseo è presentato come un re all’interno però di una costituzione dove il vero sovrano è il popolo. Comunque, al di là di queste incoerenze pur sempre perdonabili all’interno della finzione teatrale, il vero fulcro della discussione fra Teseo e l’araldo è la legittimità e l’efficacia del regime democratico, del quale il tebano elenca i più pesanti inconvenienti: in primo luogo, quando si è in troppi a decidere, si rischia che le decisioni vengano prese tardi e male, dopo lunghe discussioni spesso inutili o condizionate dall’interesse di qualcuno in particolare; in secondo luogo (ed è questo il vero nodo della critica) nella democrazia assembleare chi sa parlare meglio, chi riesce a convincere la maggioranza degli astanti delle proprie tesi induce il popolo a prendere decisioni avventate e addirittura catastrofiche per avvantaggiare in realtà se stesso, per brama di denaro o di gloria personale. Il demagogo finge di compiacere la massa, la lusinga con promesse e con dolci parole, ma in realtà mira soltanto al proprio vantaggio personale o quello della sua consorteria. E poi – continua l’araldo tebano – “il povero che lavora la terra non ha tempo da dedicare alle faccende pubbliche”, il che significa che, nonostante il populismo dei demagoghi, nella fattispecie chi decide sono sempre le classi dominanti: la democrazia, in tale prospettiva, altro non è che un’oligarchia camuffata e ingannevole. Da tutto ciò non deriva automaticamente, a mio parere, la conclusione che alcuni studiosi hanno tratto da questa parte della tragedia, che cioè Euripide fosse contrario alla democrazia; diciamo piuttosto che ne vedeva i limiti e i difetti, così come li vedeva il grande storico quasi suo coetaneo, Tucidide, che nel celebre discorso del II° libro delle sue Storie fece esporre a Pericle la democrazia così come avrebbe dovuto essere, non com’era in realtà, allo stesso modo di come Euripide fa parlare Teseo quando replica all’araldo tebano.
Lo spunto classico, che ovviamente è sempre presente alla mente di un professore di Liceo, mi induce a chiedermi se le parole che Euripide fa dire all’araldo tebano possano o meno applicarsi alla democrazia moderna, quella che oggi – almeno nel mondo occidentale – è ritenuta l’unica forma di governo ammissibile. E’ vero che il concetto moderno è ben diverso da quello antico, perché oggi possiamo al massimo parlare di democrazia rappresentativa (il popolo elegge i suoi rappresentanti in Parlamento ma non partecipa direttamente alla formulazione delle leggi), mentre nell’antica Atene la democrazia – almeno apparentemente, come il testo euripideo ci insegna – era diretta, nel senso che tutti i cittadini potevano partecipare all’assemblea popolare (ekklesìa) e avanzare proposte al parlamento (la boulè); diciamo piuttosto che le democrazie moderne derivano in gran parte dalla Rivoluzione francese del 1789, essendosi poi perfezionate nel corso della storia successiva. Ma il principio di fondo è lo stesso: il popolo vota, elegge i suoi rappresentanti che poi decidono a maggioranza sulle decisioni da assumere. Ma l’interrogativo che si pone Euripide, secondo me, è ancora attuale: esistono difetti di fondo nel regime democratico? siamo sicuri che sia la migliore o l’unica forma di governo?
A me pare che il problema enunciato nelle Supplici, l’esistenza cioè di demagoghi che condizionano con le loro promesse e le loro blandizie il voto degli elettori e la conseguente attribuzione del potere, sia quanto mai attuale: anche oggi chi sa essere più convincente utilizzando la TV ed i mezzi multimediali ottiene il maggior consenso, salvo poi dimenticarsi delle promesse fatte non appena ottenuta la maggioranza dei voti e assunto il potere. Direi anzi che il problema della demagogia e del populismo c’è molto più oggi che nell’antichità; lo si vede dal fatto che, oltre a coloro che sono al potere e fanno gli interessi propri anziché quelli di chi li ha votati, ci sono anche altri che cercano di conquistarsi il favore delle masse popolari rimestando nel torbido ed evidenziando in ogni modo i problemi irrisolti e le difficoltà della gente per ottenere voti a loro volta: il crescere dell’antipolitica ad esempio, provocato da Grillo e dai suoi per ottenere consensi, ha portato ad uno scontro dialettico che impedisce il reale progresso del Paese, perché dire sempre di no a tutto e criticare ogni iniziativa presa dal governo è atto demagogico ed eversivo almeno quanto quello di chi governa o ha governato a vantaggio proprio.
C’è poi un’ultima riflessione che vorrei fare. In democrazia, si sa, vince la maggioranza, nel senso che a prevalere è chi ha anche un solo voto più dell’avversario; e questo vale sia per le elezioni cui possono partecipare tutti i cittadini sia per ogni altro genere di assemblea. Ma siamo sicuri che la maggioranza abbia sempre ragione e decida per il meglio? O non è vero piuttosto quello che diceva il filosofo inglese Stuart Mill, che cioè la democrazia altro non è se non “la dittatura della maggioranza”? Da molto tempo mi pongo questo problema, potendo constatare che nella storia tante volte hanno avuto ragione le minoranze, anche singole persone contro intere comunità: Galileo Galilei era solo o quasi a pensare che la terra ruotasse attorno al sole e non viceversa, e subì anche persecuzioni dalla Chiesa per questa sua idea, eppure aveva visto giusto. Perciò mi chiedo se non sarebbe meglio che lo Stato, come voleva Platone, fosse governato dai filosofi, cioè da persone colte e competenti che avessero una specifica preparazione in quella grande scienza che è la politica, senza eleggere invece uomini e donne che spesso non solo hanno una dubbia moralità, ma sono anche incompetenti sui problemi specifici di cui si debbono occupare (e le riforme della scuola ce lo dimostrano senza dubbio). Oltre a ciò a me pare inconcludente (e qui so di esprimere un concetto che può sembrare eversivo) che a votare siano tutti i cittadini, e che il voto dell’ultimo ignorante conti quanto quello di un premio Nobel: se veramente si vuol far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati, dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una certa cultura e di una coscienza politica, perché in caso contrario ritorna d’attualità il pensiero di Euripide, cioè che il demagogo ed il populista hanno buon gioco a convincere le masse poco acculturate (per non dire ignoranti del tutto) ad appoggiare le loro mire ed a creare così un regime che della vera democrazia ha solo la parvenza. Pur sapendo che la realizzazione di quanto qui detto è improponibile, io continuo a ritenere che il regime democratico, almeno come lo si intende oggi nei paesi occidentali, non sia necessariamente il migliore, e che anzi non sia neanche l’unico possibile.

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Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

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Il ministro in Carrozza ci riporta al ’68

Quando l’attuale ministro dell’istruzione, università e ricerca, la sig. Maria Chiara Carrozza, entrò in carica al formarsi del governo Letta, non potevo dare alcun giudizio su di lei, perché non la conoscevo affatto; speravo però che dopo i disastri provocati da Profumo si cominciasse veramente a ricostruire la scuola, almeno nel senso della meritocrazia e dell’attenuazione di questa ubriacatura informatica che, a causa appunto del precedente ministro, ha trasformato in idoli strumenti in realtà poco utili come i tablet, le lim e i libri elettronici, una vera aberrazione dei nostri tempi. E invece purtroppo mi sono dovuto disilludere, perché la nuova responsabile del dicastero di Trastevere, dopo un iniziale e prolungato periodo di immobilismo e di affermazioni generiche, ha tirato fuori alcune esternazioni degne del più vieto sessantottismo che, a torto, speravamo ormai estinto nella nostra scuola.
Punto primo: all’inaugurazione dell’anno scolastico in un liceo romano, la Ministra ha arringato gli studenti invitandoli a ribellarsi, a non chinare la testa. Ma ribellarsi a chi? Ai genitori? Come se già non lo facessero dall’età di otto anni, o giù di lì. Ribellarsi alla scuola e ai docenti? E che motivo ne avrebbero? Esiste forse oggi un clima di lotta e di rivendicazioni come quello degli anni ’70? Evidentemente la sig.ra Carrozza è nostalgica di quei “formidabili” anni, come un loro leader ebbe a definirli, anni che furono invece connotati da violenza, prevaricazione, populismo e persino terrorismo. I giovani non debbono ribellarsi a niente e a nessuno, e qualcuno deve spiegare alla Ministra che il tempo della lotta di classe e delle “okkupazioni” è finito, travolto dalla sua stessa nullità e inconcludenza. Gli studenti sono al centro del nostro interesse di docenti, e debbono collaborare con noi per la loro formazione, non “ribellarsi” in modo generico e qualunquista.
Punto secondo: di recente la Ministra ha detto che con il greco antico non si comprende la realtà attuale. Grazie di cuore, sig.ra Carrozza: il Liceo Classico è già in calo in tutta Italia, in conseguenza della barbarie e dell’incultura che da ogni parte trionfano, e Lei viene a gettare ancora benzina sul fuoco? Complimenti! Mi spieghi allora, se con il greco non si comprende la realtà attuale, come si possa comprenderla con la matematica o con la fisica. Forse che le equazioni o le leggi di Ohm consentono di capire la democrazia o le dinamiche politiche del nostro tempo? Non voglio dire che le materie umanistiche siano le uniche meritevoli d’interesse, ma certo sono quelle che maggiormente costruiscono nel cittadino il pensiero autonomo e la capacità critica di indagare la realtà. Ma Lei viene da un ambiente chiuso e fatto di simboli matematici (che oltretutto derivano tutti dal greco, detto per inciso) e quindi non si rende conto di cosa dice.
Punto terzo: tempo fa, in un’intervista alla radio, la Carrozza ebbe a dire che i portatori di handicap e gli stranieri non sono un problema per la scuola, ma una risorsa. Lo vada a dire a quei docenti che si ritrovano in classe, così di punto in bianco, figli di emigranti che non sanno una parola di italiano e che debbono integrare senza l’aiuto di nessuno, oppure a quelli che hanno in classe alunni autistici o con gravi ritardi mentali, rumorosi e magari violenti, che di fatto impediscono il normale lavoro dei docenti e l’apprendimento di tutti gli altri alunni. Poniamoci un problema: è certamente giusto e umano aiutare chi è più sfortunato, ma è altrettanto giusto che un’intera classe non possa svolgere il proprio programma per la presenza di alunni “diversamente abili” (orrendo eufemismo!) o stranieri disadattati? E’ giusto che per aiutare due o tre persone se ne danneggino venti o trenta? A giudizio del sottoscritto sarebbe utile garantire la presenza di personale specializzato per i portatori di handicap che lavorassero principalmente con loro senza pregiudicare il percorso formativo di tutti gli altri. E per quanto riguarda gli stranieri, sarebbe opportuno e irrinunciabile che, prima di essere ammessi nelle classi ordinarie, dovessero seguire obbligatoriamente un corso di lingua italiana almeno annuale, in modo da poter essere poi inseriti a pieno titolo. Questa fu una proposta della Lega Nord, e come tale fu tacciata di “razzismo” e di “fascismo”; e invece sarebbe l’unica soluzione ragionevole. Ma la Carrozza non può approvare queste proposte razionali, perché viene da una parte politica che ha sempre fatto della lotta contro il “nemico” e del populismo subdolo la propria bandiera ed il proprio programma. E lei, ministro di un governo di larghe intese, non sembra aver ben compreso la realtà sociale italiana, ma resta abbarbicata a un’ideologia, quella del ’68, che è responsabile unica e totale dello sfascio della nostra scuola.

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La scuola nelle menzogne dei programmi elettorali

A dieci giorni dalle elezioni politiche viene spontaneo a noi operatori della scuola di andare a vedere, anche per semplice curiosità, cosa promettono i vari partiti in corsa riguardo al nostro settore. E allora c’è da sbizzarrirsi e da destreggiarsi tra le promesse mirabolanti contenute nei vari programmi, e c’è anche da chiedersi il motivo per cui la scuola sia sempre al centro dell’interesse dei politici quando si avvicinano le elezioni, mentre quando sono passate tutto finisce nel dimenticatoio.
Premetto quindi che non credo alle promesse di nessuno e sono certo che nessuno di questi zuccherini elettorali arriverà mai a compimento; tuttavia vale la pena di ricordarne qualcuno per misurare l’ipocrisia e la falsità dei nostri politici.
In testa a questa classifica, con ampio vantaggio sugli altri, è ancora una volta il senatore Monti, il quale, dopo aver contribuito massicciamente al programma di risparmi e di tagli già in atto, vi ha aggiunto anche del suo, e non poco: ricordate la proposta di portare a 24 ore l’orario frontale dei docenti senza alcun aumento retributivo? Chi ha inserito quella sconcezza nella legge di stabilità? Forse qualcun altro se non il governo del sig. Monti? E adesso cosa fa il nostro eroe? Viene a prometterci che ci restituirà gli 8 miliardi tagliati in precedenza, aggiungendo che i docenti debbono essere valorizzati per la delicatezza e la responsabilità del loro lavoro. Ora, io lascio a chi legge il compito di immaginare l’orrore e l’indignazione che ogni persona seria che lavora nella scuola deve provare a sentirsi schernire in questa maniera. Costui è “salito” in politica e ha imparato ben presto il mestiere, un mestiere fatto di falsità e di odiosa sfacciataggine.
Subito dopo Monti, che mi auguro non prenda neanche un voto dal mondo della scuola, ecco le proposte del Partito Democratico. Alcune di esse sono ineccepibili, come quella sull’edilizia scolastica, ma è da vedere se riusciranno a trovare i fondi per realizzarle. Globalmente però il programma di questo partito presenta alcuni residui ideologici molto pericolosi, come la riesumazione della vecchia idea sessantottina del biennio unico alle scuole superiori, oggi riproposta in un intervento sull'”Unità” di Vannino Chiti. Si tratta di una proposta demagogica che aumenterebbe ancora la massificazione e lo squallido egalitarismo che è una delle principali cause della deriva della nostra scuola e della demotivazione dei suoi operatori. Come è possibile far studiare le stesse materie e gli stessi argomenti ad alunni destinati agli istituti professionali e a quelli che andranno ai licei classico o scientifico, e diversificare gli studi solo negli ultimi tre anni? C’è da augurarsi che ci ripensino e ascoltino il parere di chi vive nella scuola e si rende conto che questo progetto è una vera sciocchezza, che finirebbe per distruggere quel poco di cultura che ancora rimane nella nostra scuola. E poi ne hanno detta anche un’altra, per bocca di Bersani in persona, quella di far svolgere il lavoro pomeridiano ai docenti negli stessi edifici scolastici. Ma io mi chiedo: pensano forse che noi attualmente non lavoriamo a casa, dato che ci vogliono far tornare a scuola oltre l’orario? Io sarei anche disposto ad adattarmici, ma mi dovrebbero dare uno studio personale, fornito di tutto il materiale, con cui potessi lavorare in modo efficace. E ai docenti che abitano lontano dalla sede scolastica ci hanno pensato?
Ma non è finita. Lasciamo perdere le bestialità dette dal clown Beppe Grillo sulla scuola, che evidentemente (e si sente anche dal linguaggio che usa) non ha mai frequentato. Dice di voler sostituire i libri di testo con contenuti messi sul web. Forse non sa che, sciaguratamente, c’è chi ci ha già pensato a una simile idiozia, perché di questo si tratta: come è possibile far leggere su uno schermo di un computer opere di mille pagine o svolgere esercizi di matematica, latino o altro? Siamo nel campo della fantasia, o meglio della dabbenaggine più totale.
Pura demagogia fantastica si trova poi nel programma di “Rivoluzione civile” (fa ridere anche il nome) di Ingroia, che si limita a riprendere le vecchie idee della sinistra radicale sbandierate nelle piazze ma prive di ogni possibilità di concretizzazione. Di per sé sarebbero allettanti: centralità della scuola pubblica, riduzione degli alunni per classe, ritorno delle cattedre inferiori a 18 ore, salario garantito ai disoccupati, “soluzione finale” del problema del precariato con l’immissione in ruolo di tutti gli aspiranti inclusi nelle graduatorie permanenti ecc. ecc. bla bla bla. Ma dove troverebbero i fondi per fare tutto questo, con buona pace degli altri settori della società? Ci manca solo che ci offrano anche una vacanza ad Acapulco, in hotel a 5 stelle, e siamo al completo. E poi accusano gli avversari di populismo! Mi pare che in campagna elettorale, dato il livello culturale e morale dei nostri politici, sia valido più che altrove il vecchio detto secondo cui il bue dà del cornuto all’asino!

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