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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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Violenza a scuola: ricerca delle responsabilità

I recenti fatti di cronaca, corredati da disgustosi filmati come quello che abbiamo visto riferito ad un istituto di Lucca, ci inducono ad una serie di osservazioni circa i ripetuti episodi di violenza accaduti nella scuola a danno di alcuni insegnanti, insultati e persino picchiati da alunni delinquenti e da genitori irresponsabili. La pletora delle discussioni in televisione e sui giornali non aiuta molto a comprendere le radici del problema, anche perché tra le opinioni espresse continuano ancor oggi ad essere prevalenti quelle dei buonisti nostrani – dai pedagogisti, razza maledetta, ai preti – che addossano a tutti la colpa di quanto accade tranne che a coloro che sono i veri colpevoli, cioè questi teppisti che purtroppo continuano ancora ad esser presenti in gran numero e ad inquinare la scuola e la società. Il libertarismo eccessivo ha prodotto questi risultati, unito alla quasi certezza di rimanere impuniti: se infatti il Consiglio di Istituto di quella scuola ha confermato la bocciatura di tre di quei delinquenti (il Consiglio di Classe ne aveva chieste cinque), sicuramente poi i genitori faranno ricorso al TAR e otterranno la revoca del provvedimento. Non sarebbe certo né la prima né l’ultima volta che questo succede, a causa dell’esagerato garantismo che esiste in Italia, dove non è più lecito prendere alcun provvedimento disciplinare contro chicchessia senza la minaccia del ricorso e del conseguente ribaltamento della situazione.
Una volta accertate le precise responsabilità di quanto avvenuto, la soluzione sarebbe estremamente semplice: bocciatura ed espulsione da tutte le scuole d’Italia per gli studenti, denuncia penale e condanna ad alcuni anni di reclusione (senza condizionale né sconti di pena) per i genitori, senza alcuna facoltà di presentare appello né ricorso. In questo modo gli episodi di violenza finirebbero subito e definitivamente, ma nessuno da noi si assumerebbe l’incarico di procedere in questo senso, perché il buonismo, il “benaltrismo”, il garantismo ormai imperano in ogni campo della vita sociale, ed anch’io in altri post ho avuto occasione di ricordarlo. E’ inutile che qui mi ripeta: in questo post, infatti, non mi ripropongo di individuare la responsabilità di quanto avviene, che appartiene esclusivamente a chi mette in atto simili comportamenti, ma di ricercare le cause per le quali siamo arrivati alla situazione attuale, quella cioè per la quale i docenti non hanno più non dico il riconoscimento della loro professionalità (quello è finito da tempo) ma neanche la certezza della propria incolumità fisica.
So di ripetermi per l’ennesima volta, ma io sono certo che la “prima radice” di quanto avviene oggi in certe scuole sia da ricercare nel ’68 e nella distruzione del principio di autorità e di disciplina che c’era prima di quel movimento e delle sue farneticazioni: fu allora che nacque l’eccessiva familiarità tra professori e alunni (io ebbi al liceo un docente di matematica che ci obbligava a dargli del tu!), idiozie come il “sei politico” e le promozioni di massa, perché allora si usava dire che bocciare era “fascista”. Anche se sono passati 50 anni, il seme della rovina fu gettato allora e la mala pianta è cresciuta a dismisura nel corso dei decenni successivi, coadiuvata da leggi irresponsabili e provvedimenti ministeriali tutti a vantaggio degli studenti e a danno dei docenti. Si parte con i decreti delegati del ’74 che fecero entrare i genitori nella gestione della scuola, per proseguire con le leggi del ’77 che cambiarono i programmi ed inserirono progetti e attività diversi dalla normale attività curriculare, per arrivare al famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Luigi Berlinguer (non a caso proveniente dalla parte politica che aveva fatto il ’68), con il quale la disciplina nella scuola veniva praticamente abolita, perché punire uno studente indisciplinato diventava di fatto complicato a causa di lacci e lacciuoli legali, oltre alla facoltà dei genitori di mettere bocca in tutte le decisioni prese a scuola e di poter fare ricorso contro ogni provvedimento. Neanche i governi di centro-destra hanno mai modificato alcunché, perché al buonismo sessantottino e delle teorie pedagogiche da esso derivato si unì la mentalità aziendalistica di chi non dava alcun rilievo alla disciplina e ragionava solo in base agli interessi di mercato, per cui quel che contava era soltanto l’immagine esterna di una scuola sul territorio e quel che di sconveniente vi accadeva doveva di fatto esser nascosto, proprio per evitare danni all’immagine stessa e subire magari un calo di iscrizioni: una scuola che boccia o che sanziona chi sbaglia non è appetibile, si sa, e si preferisce iscriversi altrove. Per questo motivo molti Dirigenti scolastici (non dico tutti, ovviamente) si sono subito adeguati a questo andazzo, e si sono preoccupati solo di curare l’immagine del proprio Istituto sul territorio, svalutando il lavoro didattico che non si vede all’esterno e dando invece impulso a progetti e attività visibili sul territorio. A questi dirigenti, ovviamente, conviene insabbiare tutto ciò che di sconveniente o di compromettente avviene nella loro scuola, ed evitare quindi di prendere provvedimenti sanzionatori contro chiunque, che con il buonismo attuale ovunque diffuso non gioverebbero certamente al loro buon nome.
In molti casi, in conseguenza di quanto detto, i docenti a scuola sono indifesi, perché c’è il rischio fondato che le loro note o richieste di provvedimenti verso gli studenti restino lettera morta e lascino ovunque il tempo che trovano. Eppure, nonostante ciò, io penso che una delle cause di quanto oggi avviene risalga anche ai docenti stessi, per due ragioni fondamentali. La prima è che siamo noi stessi, molto spesso, a colpevolizzarci quando accade qualcosa di spiacevole: ho sentito molti colleghi, in questi anni, dare la colpa a se stessi degli insuccessi formativi di alcuni loro allievi, senza pensare che il masochismo non ha mai portato nulla di buono a nessuno e di fatto, se lo studente non si impegna o non ha le capacità per seguire un certo corso di studi, non è abbassando la guardia o dando a se stessi la colpa che quello studente maturerà o avrà risultati migliori. La seconda ragione è che molti colleghi sono deboli caratterialmente e non riescono a farsi rispettare dagli alunni; ed in conseguenza di ciò, procedendo per gradi, si arriva da parte di certuni al dileggio ed alla mancanza di rispetto verso l’insegnante, che in certi casi può assumere anche dimensioni macroscopiche come ciò che è avvenuto a Lucca ed in altre località. L’autorevolezza (non l’autoritarismo) è un carattere essenziale che ogni docente dovrebbe possedere, e ciascuno di noi dovrebbe evitare di dare confidenza agli alunni, pretendere il rispetto dei ruoli e reagire con decisione ad ogni violazione del codice comportamentale. C’è chi riesce a farlo e chi no, come dimostra il fatto che gli stessi studenti, delle medesime classi, si comportano in maniera diversa a seconda del docente che hanno di fronte, ne rispettano alcuni e ne sbeffeggiano altri. Quindi sta anche a noi, soprattutto a noi, mettere le carte in tavola fin dal primo giorno di scuola e stabilire limite e compiti reciproci; altrimenti non possiamo lamentarci se nella massa viene fuori qualcuno che approfitta vigliaccamente della libertà concessagli per superare i limiti e scadere in comportamenti vergognosi. Se la legge non ci difende occorre che ci difendiamo da soli, finché è possibile, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, anche quelli coercitivi e “repressivi”, poco curando ciò che potrebbero dire studenti e genitori. Chi pecora si fa lupo la mangia, dice il proverbio: e finché ci saranno professori “pecore” ci saranno sempre anche studenti “lupi”, da tenere a bada anche col bastone, se necessario, prima che siano loro a darcelo in testa, e non solo metaforicamente.

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Scrutini fuori dalla grazia di Dio

Ormai qui sul blog c’è un appuntamento fisso: alla metà di giugno (più o meno), dopo aver partecipato agli scrutini finali delle mie classi, sento l’impulso di scrivere un post sulle modalità in cui si svolge questo rito annuale tanto temuto da studenti e famiglie. E quando parlo di ciò che avviene in queste occasioni, non mi riferisco soltanto alla mia scuola, ma a tante altre, a quasi tutte direi; e per aver conferma di ciò basta ascoltare o leggere le testimonianze di colleghi provenienti da ogni parte d’Italia.

Cominciamo con il dire che la non ammissione alla classe successiva di uno studente (o bocciatura che dir si voglia) è diventata cosa rara quanto le mosche bianche, e per di più andrebbe conferita un’onorificenza a chi riesce a farsi bocciare, visto che è un’impresa veramente ardua, per la quale è necessario o che l’alunno abbia fatto una cinquantina o più di assenze, oppure che abbia tutte le materie insufficienti; perché altrimenti, pur in presenza di lacune gravissime, i consigli di classe riescono quasi sempre a “salvare” il malcapitato, abbonandogli una o più materie in cui non aveva la sufficienza e sospendendogli il giudizio per altre due o tre al massimo. Tra i docenti, da decenni a questa parte, si è affermata e radicata l’idea che far ripetere un anno ad un alunno significa rovinarlo, ucciderlo, distruggere lui e tutta la sua famiglia; non ci vogliamo render conto invece che ripetere un anno, per chi ha grosse lacune in molte discipline, è l’unico modo per rimettersi sulla retta via, per poter affrontare con serenità e consapevolezza un percorso di studi che, fino a quel momento, è stato irto di difficoltà. Se mancano conoscenze di base e competenze fondamentali in un alunno di una seconda classe, come si può pensare che con una promozione forzata e immeritata quello studente possa affrontare l’anno successivo la classe terza? E’ come se un musicista non sapesse neanche leggere il pentagramma e lo si costringesse a suonare nell’orchestra della Scala. Si finisce per fare del male a quello studente promuovendolo, non del bene; e oltretutto si creano grandi ingiustizie nei confronti di coloro che si sono impegnati nello studio ed hanno raggiunto la promozione con le loro forze, i quali spesso non vengono gratificati perché già promossi, e vengono messi sullo stesso piano degli asini e dei fannulloni. Queste verità a me sembrano elementari, ma i colleghi continuano a non sentire da quell’orecchio, e spesso agiscono così per egoismo, non certo per umanità, perché le bocciature possono provocare malumori delle famiglie, proteste e perfino ricorsi; perciò diventa molto più comodo ed agevole promuovere tutti, così non si hanno fastidi, alla faccia della serietà della didattica. A questi colleghi opportunisti si aggiungono poi i sentimentaloni, quelli che provano un autentico dolore a dare insufficienze agli alunni, come se questi fossero tutti figli loro; queste persone, affette da inguaribile buonismo, non si rendono conto che agendo così fanno passare un messaggio sbagliato, quello cioè secondo cui non serve impegnarsi e faticare per ottenere un risultato, perché tanto qualche Santo che aiuta lo si trova sempre. Peccato che nella vita non sarà così e i ragazzi promossi senza merito si troveranno ben presto di fronte ad amare sorprese, quando capiranno – tardi e a loro spese – che la società ed il mondo del lavoro non funzionano come la scuola, e che se vorranno ottenere un qualche risultato dovranno tirarsi su le maniche, perché nessuno regalerà loro nulla.

Comunque, a parte il problema della bocciatura o meno di qualche alunno, l’assurdità del modo in cui vengono condotti gli scrutini finali risulta anche da altro, come ad esempio l’assegnazione del credito scolastico, il punteggio cioè che ogni scuola conferisce ai propri alunni e che sarà parte integrante del voto finale perché andrà a sommarsi ai punteggi ottenuti nelle prove d’esame. Anche qui trionfa il buonismo ed il pressappochismo, fonte anch’esso di ingiustizie a non finire: poiché infatti il credito da assegnare è legato alla media dei voti ottenuti da ciascun studente (alla media del 6, ad esempio, corrisponde un punteggio, a quella del 7 un altro punteggio più alto e così via), molti docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti in sede di scrutinio per poter far raggiungere all’alunno una media più alta e quindi un credito più elevato. Ed ecco che comincia il mercato delle vacche, come lo chiamo io: lo studente Tizio, che è stato portato con la media del 7,6, ad esempio, si vede aumentare a casaccio cinque voti per poter raggiungere la media dell’8,1 che consente di passare alla fascia superiore ed avere un credito più alto, sempre con l’errata convinzione di aiutarlo e di presentarlo in una luce migliore alla commissione d’esame. Ma il bello è che ciò avviene non per effettivi meriti di Tizio, ma solo perché gli si vuole far raggiungere una media più alta, e così comincia il balletto dei docenti tendente a stabilire chi è disposto ad aumentare il proprio voto; ma chi lo fa molto spesso non tiene conto del fatto che magari, nella stessa classe, ci sono Caio e Sempronio che durante l’anno avevano avuto un rendimento scolastico migliore di quello di Tizio, e che invece si vedono assegnare un voto più basso perché, avendo una media poniamo del 7,1, non possono aspirare alla fascia più alta. In questa maniera i voti lievitano come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e persone che meriterebbero al massimo un 7 si trovano, senza neanche sperarlo, con degli 8, dei 9 e talvolta persino con il 10, salvo poi non confermare affatto, in sede di esame, queste valutazioni stratosferiche. Per non parlare poi del voto di condotta, o di comportamento come si chiama oggi: alunni poco presenti, indisciplinati e persino gravati da note di demerito si ritrovano nello scrutinio finale con voti che vanno dall’8 al 10, assolutamente immeritati e conferiti impropriamente, dal momento che oggi, dopo la riforma Gelmini, il 6 ed il 7 in condotta non sono più insufficienze e quindi potrebbero essere attribuiti normalmente come si fa con i voti delle altre discipline; ma poiché il voto di condotta adesso fa media, lo si utilizza quasi sempre per elevare la media stessa e far raggiungere all’alunno fasce superiori di credito, spesso immeritate. E chi si oppone a questo insensato buonismo, a questo spirito da crocerossine, si vede affibbiare i peggiori epiteti oppure, nel migliore dei casi, si vede guardare con sorrisetti di sufficienza e giudicare come un passatista, un giustizialista, un forcaiolo o qualcosa di simile. Nella mia lunga carriera quasi ogni anno mi sono trovato in questa situazione, sono stato il solo a sostenere che non è promuovendo chi non lo merita e facendo lievitare i voti che si aiuta la formazione degli alunni, sono anzi convinto che li si danneggia e non li si prepara ad affrontare gli impegni della vita. Ma si sa che in “democrazia” (con le virgolette) vince sempre la maggioranza, anche quando è formata da incoscienti e da opportunisti; perciò non resta altro che rassegnarsi ed attendere la pensione, che per me non è più molto lontana.

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Scrutini ed esami: ulteriori umiliazioni per i docenti

Se si ha la pazienza di leggere, sui siti specifici e sui forum dedicati alla scuola, i contributi dei docenti in questo periodo dell’anno che segue immediatamente gli scrutini, troviamo in essi una serie di lamentele e di proteste contro il modo in cui, in molti Istituti, questi adempimenti vengono condotti. Quasi sempre la protesta dei professori che scrivono è rivolta contro i colleghi o i Dirigenti che li hanno costretti a promuovere anche gli asini, trasformando in sufficienze valutazioni nettamente insufficienti per voto di consiglio, e mettendo quindi sullo stesso piano chi si è meritato con le sole proprie forze la promozione e chi l’ha ottenuta in modo truffaldino. Il problema si ripresenta puntualmente tutti gli anni, e anche a me è più volte successo di vedere promosse persone che a mio giudizio non lo meritavano affatto, sia perché dei cinque e dei quattro sono passati miracolosamente a sei poco prima dello scrutinio oppure, come sempre più spesso avviene, perché alcuni colleghi non ricorrono proprio ai voti bassi, assicurando a tutti la sufficienza e quindi la promozione.
Non voglio entrare nel merito di questo triste fenomeno, di cui ho già parlato in altri post indicando le ragioni del buonismo imperante nelle nostre scuole: residui di vecchie ideologie di matrice sessantottina, il falso senso di “umanità” che porta alcuni colleghi ad alzare i voti credendo erroneamente di aiutare gli studenti, considerazioni di tipo utilitaristico e opportunistico come la volontà di non avere fastidi dalle famiglie degli studenti, paura di eventuali ricorsi al TAR e altro ancora. Sta di fatto che la bocciatura, almeno nei Licei, sta diventando un fenomeno sempre più raro e scandaloso, perché concepita non come un riconoscimento della necessità di una maggior durata del corso di studi per il raggiungimento degli obiettivi formativi prestabiliti, bensì come una catastrofe, una rovina totale dello studente e della sua famiglia.
Ma lo scopo di questo post vorrebbe essere un altro, quello cioè di rilevare e di condannare la perenne perdita di prestigio e di credibilità degli insegnanti e delle loro decisioni. Mi riferisco all’inaccettabile invadenza dei tribunali amministrativi (i TAR) nelle deliberazioni dei consigli di classe e delle commissioni d’esame, che spesso ribaltano con le loro assurde sentenze. E’ di questi giorni la notizia che riguarda uno studente di un liceo classico di Roma Eur: bocciato agli scrutini con tre materie gravemente insufficienti (due tre e un quattro), ha presentato ricorso al TAR del Lazio, il quale ha annullato la decisione del consiglio di classe perché – così suona la motivazione della sentenza – non era stata valutata adeguatamente la personalità complessiva del ragazzo, visto che in pagella aveva un otto in italiano. Con ciò si è voluto dire implicitamente che quei docenti che hanno deciso la bocciatura sono degli incompetenti e degli incapaci, in quanto la loro deliberazione (del tutto legittima, perché con tre gravi insufficienze si può benissimo bocciare) è destituita di valore e di fondamento. Quale stima e considerazione sociale potranno avere d’ora in poi quei professori, visto che, oltre a tutte le altre frustrazioni che subiscono durante l’anno da parte di colleghi, alunni, genitori, organi di stampa e opinione pubblica, non hanno più nemmeno la libertà di svolgere liberamente il proprio lavoro, in cui rientra anche il decidere la promozione o meno di un alunno? In questo procedimento il TAR è andato al di là delle proprie competenze, perché l’annullamento di una deliberazione di un organo collegiale della scuola statale può avvenire solo per vizi di forma, mentre qui i giudici sono entrati pesantemente nel merito della decisione, violando altresì quanto scritto nell’art. 33 della nostra Costituzione, il quale recita che “l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”. Dove va a finire questa libertà se dei giudici qualsiasi, del tutto ignoranti delle problematiche scolastiche, si permettono di mortificare in questo modo la dignità di persone che hanno tutte le competenze per prendere liberamente le proprie decisioni, s’intende senza infrangere alcuna legge? Nella libertà di insegnamento rientra anche la formulazione di criteri per la promozione o non promozione degli alunni, e non esiste un numero minimo di materie insufficienti per arrivare alla bocciatura. Se il Consiglio di classe ritiene che un alunno abbia delle lacune incolmabili e determinanti per il suo percorso formativo, può bocciare anche per le insufficienze di una sola materia. Così s’intende leggendo le circolari ministeriali al riguardo.
Un’altra sentenza di un TAR della stessa risma è stata quella che ha riammesso all’esame di Stato una studentessa esclusa perché sorpresa ad usare il cellulare durante una prova, con la motivazione che la ragazza non avrebbe tratto dal cellulare alcun giovamento per la prova perché sequestratole subito dopo che aveva squillato. Ma i giudici si sono dimenticati che esiste una ben precisa e chiara norma contenuta nell’Ordinanza ministeriale sugli esami di Stato, che io conosco benissimo in quanto spesso Presidente di commissione, norma che prescrive la totale esclusione dagli esami dello studente sorpreso con il cellulare durante le prove, anche se questo ha solo squillato e persino se è spento. Quindi un organismo statale (il TAR) ha di fatto sbugiardato un altro organismo statale (il Ministero dell’Istruzione e della ricerca), cosa che in un Paese civile non dovrebbe mai avvenire. Ecco quindi che il famigerato buonismo nostrano non appartiene solo a certi docenti, ma anche a certi magistrati che farebbero meglio a cambiare mestiere.
Intervenire sulle decisioni di un organo collegiale sovrano e annullarle è un’ingerenza inconcepibile e gravissima: sarebbe come se il TAR intervenisse nelle decisioni di un Comune che ha stabilito una certa aliquota dell’IMU o della TASI abbassandola per le proteste dei cittadini costretti a pagare troppo. Ma questo non avviene, si può stare certi, e le tasse le dobbiamo pagare senza se e senza ma. Soltanto l’operato dei docenti è criticabile, censurabile, modificabile da qualsiasi incompetente di turno, perché evidentemente noi insegnanti siamo reputati incapaci di intendere e di volere.

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Scrutini e coerenza dei docenti

Ho visto che, in questi ultimi tempi, il post più visitato sul mio blog è quello che si intitola “Bocciare o non bocciare?”, evidentemente perché l’argomento è di attualità in questo periodo di scrutini; in tutte le scuole, infatti, è adesso il momento in cui si tirano le somme dell’anno scolastico per tutte le classi, con gli scrutini finali e i giudizi di ammissione per quelle che dovranno sostenere gli esami di Stato.
Quello che intendo riferire qui, tuttavia, non è il mio pensiero circa le promozioni e le bocciature, per cui rimando al post citato prima. Mi preme invece sottolineare lo strano comportamento di certi docenti (parlo in generale, non dei miei colleghi, beninteso!) i quali, dopo essersi lamentati per tutto l’anno scolastico di una classe o di alcuni studenti in particolare, affibbiando loro tutti i peggiori titoli e facendoli oggetto del proprio disprezzo, li presentano poi agli scrutini con voti sufficienti o persino discreti. E questo succede anche nei confronti di persone che, nelle loro materie, avevano valutazioni insufficienti fino a pochi giorni prima dello scrutinio ma che poi, non si sa per qualche magia o miracolo, hanno rimediato in un giorno alle lacune di un anno intero. E’ davvero sorprendente quanto riescono a fare certi solerti colleghi, che evidentemente hanno con sé l’acqua di Lourdes, se riescono a presentare con un sei o un sette persone a cui per tutto l’anno hanno affibbiato dei cinque, dei quattro e persino dei tre. C’è da congratularsi, sono abilità non comuni, che io confesso candidamente di non possedere, perché a me non basta un sei stiracchiato rimediato a giugno per cancellare un anno intero di disimpegno e di cialtroneria.
Le ragioni reali di questo comportamento sono varie, e sono quelle che ho esposto nel post citato prima e in altri dell’anno passato in cui parlo degli scrutini e delle promozioni immeritate di certi studenti. Aggiungo solo che la coerenza, una delle virtù da sempre apprezzate nell’essere umano, evidentemente non è più un valore, come dimostra del resto anche l’esempio che viene dall’alto: basti pensare al trasformismo dei politici e dei giornalisti, a coloro che salgono sempre sul carro del vincitore (dicasi Renzi) dopo aver servito per anni l’odiato Berlusconi. Ho sbagliato io a pensare che la coerenza sia ancora un valore, e che i docenti abbiano la decenza e la professionalità per giudicare oggettivamente i loro alunni; invece l’opportunismo, il terrore delle reazioni dei genitori sindacalisti dei figli, il timore di perdere classi con qualche bocciatura, la volontà di fare personalmente bella figura presentando i propri studenti alla commissione d’esame con voti stratosferici, tutto ciò determina questa situazione. Così vengono promossi anche gli asini e i vagabondi, e la nostra scuola si squalifica sempre più: perché non dobbiamo dimenticare che la scuola, per assolvere bene il proprio compito nella società, deve essere selettiva e non mettere sullo stesso piano chi ha studiato seriamente e chi non ha fatto nulla. Purtroppo, benché siano passati 45 anni, la logica sessantottina è sempre quella dominante: tutti promossi, non si può bocciare nessuno perché lo si distrugge, e chi si oppone è un retrivo oscurantista. A questa logica si aggiunge poi l’opportunismo di chi desidera non avere noie godersi in pace il meritato (?) riposo estivo. Promuovendo tutti si sta tranquilli e le famiglie non rompono le scatole. Meglio di così….

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