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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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Consigli ai prof: come evitare le copiature

Ritorno qui su un argomento di cui ho più volte parlato negli anni passati, ma che a quanto pare è attualissimo ancor oggi, ossia le copiature che gli studenti compiono durante i compiti in classe e gli esami. Il fenomeno, di cui il Ministero dell’istruzione è già stato messo al corrente da anni senza che abbia emanato in proposito alcun provvedimento, è tuttora di gran moda: dai colloqui che ho con colleghi di altre scuole e dalle testimonianze degli stessi studenti ho appreso che in molti Licei ormai far svolgere il compito in classe è diventato una pura e inutile formalità, perché gli alunni, avvalendosi della moderna tecnologia (che io proprio per questo non finirò mai di maledire) si collegano per copiare, di nascosto ai professori, con siti internet gestiti da lestofanti che mettono a disposizione versioni di latino e greco tradotte ed anche altri sussidi come riassunti di italiano, temi svolti, compendi di storia, filosofia e via dicendo. In tal modo l’attività didattica viene vanificata, il giudizio sugli studenti completamente falsato ed il messaggio morale che vien fuori da tal fenomeno risulta essere quello secondo cui nella vita non c’è bisogno di impegnarsi seriamente per far valere le proprie qualità, ma basta farsi furbi e ingannare il prossimo.
I metodi di copiatura tradizionali non sono stati del tutto abbandonati dai nostri bravi studenti. Essi sono svariati, ma volendo riassumere si possono ridurre sommariamente a tre: 1) parlare sottovoce tra uno studente e il compagno vicino, sperando che il professore non senta; 2) mettere il foglio del compito in bella vista, e scritto a grandi caratteri, in modo che il compagno che sta dietro possa sbirciare; 3) passarsi il classico foglietto che, a quanto ho sentito di recente, può essere anche sostituito dalle bottigliette di acqua minerale, in cui il testo della versione o dell’esercizio di matematica viene scritto sul retro dell’etichetta e passato tra più studenti.
Ma questi metodi, pur ancora in uso, sono considerati arcaici per i nativi digitali di oggi, che con i loro smartphone trovano subito, collegandosi a internet, ciò che cercano. Per i docenti è vietato ovviamente perquisire gli studenti, che quindi possono benissimo fare il giochetto di consegnare un cellulare, alla richiesta del professore, e tenerne addosso un altro ben nascosto. Durante la prova è molto difficile per il docente sorprendere l’alunno mentre copia, perché i cellulari moderni, piccoli e situati talvolta persino negli orologi, sono quasi impossibili da individuare, in quanto possono essere nascosti dovunque, anche tra le pagine stesse del vocabolario di latino. Esistono, è vero, apparecchiature che sono in grado di impedire agli smartphone di collegarsi ad internet, i cosiddetti “disturbatori di frequenze”, ma il loro uso è illegale, almeno per adesso, e potrebbero essere consentiti solo da una specifica autorizzazione ministeriale.
Cosa resta da fare quindi ai poveri docenti che nutrono ancora, all’interno del loro animo miserevolmente illuso, la speranza di far trionfare la legalità e la giustizia in una società dove non solo nella scuola, ma anche in altri ambienti ben più elevati regnano i principi opposti a quelli suddetti? E come può il docente difendere la propria dignità personale, visto che le copiature non sono soltanto un’irregolarità in sé ma anche una grave offesa al prestigio dell’insegnante, il quale finisce per fare la figura del babbeo che non si accorge di coloro che gliela fanno sotto il naso? Purtroppo non ci sono molte armi difensive contro questo malcostume, perché neanche una versione palesemente copiata può essere sanzionata con un voto negativo, in quanto lo studente può sostenere di averla fatta da solo, o di ricordarsela dal pomeriggio precedente, ed in caso di ricorso la sua vittoria sarebbe pressoché certa. Occorrerebbe sorprendere l’alunno mentre copia, ma un docente che per due o tre ore deve sorvegliare una classe magari di 30 alunni contemporaneamente, dovrebbe avere il dono dell’ubiquità oppure facoltà paranormali o divinatorie per riuscire nell’impresa. Ecco quindi quel che si può fare per limitare il fenomeno, e lo dico riferendomi esclusivamente alle mie discipline, cioè il latino e il greco.
1 – Non fotocopiare mai un brano da un libro di versioni comunemente in commercio. I furfanti che detengono questi siti-canaglia dove sono i testi tradotti elencano le versioni proprio sulla base del numero e del titolo che hanno nei libri di provenienza. Per lo studente basta citare uno di questi due dati e il gioco è fatto.
2 – I testi vanno presi da internet (per il latino c’è un sito che contiene quasi tutti gli autori, all’url: http://thelatinlibrary.com, per il greco c’è il progetto “Perseus” americano) e trasferiti in un file word con l’apposizione di un titolo completamente inventato dal docente e in ogni caso diverso da quello normalmente in uso nei versionari.
3 – Gli studenti trovano le traduzioni anche digitando le prime parole della versione in latino (e chi ci riesce, anche in greco). Occorre quindi che il docente cambi la costruzione delle frasi, magari aggiungendo costrutti e termini che non sono nell’originale, in modo da rendere non identificabile il testo e impedire il suo reperimento.
4 – In alternativa, si possono cercare brani di autori tardoantichi o medievali le cui opere non sono state ancora tradotte o comunque non sono reperibili nei siti-canaglia (tipo Anselmo d’Aosta, Gregorio Magno, Paolo Orosio, Cassiodoro e simili).
5 – Far comunque consegnare i cellulari, avvertendo gli studenti che alla vista di uno di essi il compito verrà annullato o classificato con il voto minimo, cioè 1/10. Ciò può avere un effetto deterrente, nel senso che l’alunno avrà comunque reticenza a compiere un atto che sa essere punito in maniera così pesante, perché non può essere sicuro al cento per cento di non essere “beccato”. Molti non amano rischiare, ed in tal caso l’avvertimento può essere efficace.
Ovviamente, poi, ognuno si regola come vuole, e questi miei sono solo consigli per cercare di arginare un fenomeno vergognoso che sta inquinando i risultati scolastici nelle prove scritte ordinarie e anche in quelle degli esami. Naturalmente, per ottenere un qualche risultato, è necessario che il professore voglia effettivamente impedire agli studenti di copiare; se invece, come avviene in certi casi, il docente lascia correre, o peggio aiuta egli stesso i ragazzi a copiare o passa loro la versione d’esame – come purtroppo succede alquanto di frequente – questi miei consigli sono aria fritta. Pazienza, io parlo per chi vuole ascoltare e per chi ha un po’ di coscienza e di professionalità. Degli altri non mi curo.

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Le materie dell’esame di Stato 2017

IL mio collega ed amico Paolo Mazzocchini, docente delle mie stesse discipline, mi ha mandato un commento all’ultimo articolo pubblicato qui sul mio blog, in cui mi chiede cosa pensi delle materie che il Ministero dell’istruzione ha scelto per l’esame di Stato del Liceo Classico del prossimo giugno. Anziché rispondergli nella sezione dei commenti preferisco dedicare all’argomento questo nuovo post, vista anche la discussione in proposito che si è scatenata su Facebook e forse anche su altri “social”.
Premetto che anch’io, come Paolo, sono rimasto perplesso di fronte alla mancata alternanza tra docenti interni ed esterni: l’italiano infatti è stato affidato anche quest’anno, come l’anno scorso, al docente esterno, mentre noi di latino e greco dobbiamo ricoprire di nuovo il ruolo di membri interni. La cosa è un po’ strana, non perché non sia legalmente ammissibile, ma perché dal 1999 ad oggi non era mai stata fatta (almeno a quanto io ricordo); la decisione del Ministero, pertanto, è stata quella di affidare agli esterni tre discipline considerate fondamentali, e cioè italiano, matematica e inglese, che saranno anche oggetto della prova Invalsi che gli studenti dovranno sostenere, prima dell’esame, a partire dal 2018.  Mazzocchini sospetta che dietro questa inattesa coincidenza delle tre materie affidate agli esterni con quelle della prova Invalsi si celi un occulto disegno di mettere in ombra le discipline caratterizzanti il liceo classico, cioè il latino ed il greco. Confesso che non ci avevo pensato, ma adesso questo suo commento attrae sull’argomento la mia attenzione, considerando anche che, come si dice, a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca. Del resto è evidente che da anni, da quando cioè esiste la funesta concezione aziendalistica della scuola, le discipline umanistiche sono viste da molte persone, anche con incarichi istituzionali, come inutili orpelli, o peggio come ostacoli alla formazione di quello che io chiamo il “pensiero unico”, ossia l’omologazione culturale che ci viene trasmessa attraverso la tv e gli altri organi d’informazione. Le materie umanistiche, come è noto, insegnano a riflettere, a pensare, a fare autonomamente le proprie scelte; in un mondo globalizzato quindi, dove è più utile chi obbedisce ai diktat anziché chi ragiona con la propria testa, queste discipline danno fastidio. Che ci si muova in questa direzione, del resto, lo dimostra il calo vistoso delle iscrizioni che, sia a livello nazionale che locale, si è verificato nei Licei Classici (nel mio, ad esempio, in dieci anni si è passati da tre ad una sola sezione); ed inoltre la volontà di procedere in questo senso si è manifestata anche nella continua pressione ministeriale a favore dell’inglese e dell’informatica, come se queste conoscenze fossero sufficienti a formare il perfetto cittadino, senza che debba perder tempo a tradurre delle lingue morte o a studiare le letterature del mondo classico. Che ci sia un accanimento contro il Liceo Classico è un’impressione che anch’io ho provato più volte, da quando l’ex ministro Berlinguer lanciò il progetto del “liceo umanistico” senza lo studio delle lingue antiche a quando, all’esame di Stato di alcuni anni fa, fu assegnata una versione di Aristotele praticamente intraducibile, che aveva tutto l’aspetto di un invito agli studenti a boicottare il Classico ed a scegliere altre scuole più “accessibili”.
Credo con ciò di aver risposto all’amico Paolo, dicendomi d’accordo con lui. Un altro aspetto però di queste materie scelte per l’esame mi preme sottolineare: che cioè l’italiano esterno del Liceo Classico sia stato affidato a docenti della classe 52 (Materie letterarie, latino e greco) anziché a quelli della 51 (Materie letterarie e latino), che quasi sempre insegnano italiano al triennio del Classico, mentre quelli della 52 lo insegnano quasi esclusivamente al biennio. Mi premerebbe sapere se si tratta di un mero errore materiale (e non sarebbe una novità, dato che in questi ultimi anni il Ministero ne ha fatti molti) oppure se veramente la letteratura italiana dell’800 e del ‘900 verrà richiesta da docenti che mai o quasi mai l’hanno insegnata. E poi c’è un altro dilemma: le domande di greco, nella terza prova ed all’orale, saranno formulate dal docente esterno di italiano o da quello interno di latino, visto che appartengono entrambi alla classe 52? Spero che in qualche modo il Ministero ci chiarisca il dilemma, perché se le cose restano così avremo all’esame due latinisti e grecisti, interno ed esterno, e nessun italianista, tranne il caso fortunato che uno dei due sia competente anche in letteratura italiana moderna e contemporanea; è vero infatti che per la classe 52 è previsto anche l’insegnamento dell’italiano ma questo, come ho detto, si esplica quasi totalmente al biennio, mentre all’esame di Stato il livello delle conoscenze letterarie richiesto è molto più elevato, senza contare la prima prova scritta dell’esame stesso. Staremo a vedere come finirà la cosa, ma per il momento dobbiamo dire che delle due l’una: o al Ministero sono incompetenti a tal punto da confondere le classi di concorso oppure c’è la volontà di imbrogliare gli affari semplici per danneggiare un indirizzo di studi, il Liceo Classico, che non è più nelle grazie di chi, a qualsiasi titolo, detiene una qualche forma di potere.

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Quid de novo examine censeam

Perdonatemi il titolo in latino, una deformazione professionale che deriva anche dalla necessità di variare un po’ l’intestazione di questi messaggi, che rischiano di assomigliarsi troppo tra di loro; in quanto all’esame di Stato poi, visti i numerosi progetti di cambiamento giunti dall’alto ed i vari articoli che vi ho dedicato, c’era davvero l’eventualità di ripetere un titolo già usato. Comunque niente paura: il senso della frase è “cosa io pensi del nuovo esame”, con sottinteso un verbo reggente come “mi chiedi”, “vuoi sapere” o qualcosa di simile.
Procedendo all’emanazione dei decreti attuativi della legge 107, il Governo ha inviato alle Commissioni parlamentari il regolamento circa le modifiche che saranno apportate, dal 2018, all’attuale esame di Stato della scuola secondaria superiore (un tempo detto “di maturità”). Tali norme si rendono opportune sia come verifica dei nuovi programmi introdotti con la riforma Gelmini, sia per la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che proprio l’anno prossimo giungerà a regime nel triennio dei vari licei e istituti tecnici e professionali. Su quest’ultimo aspetto della legge ho già detto tutto il male possibile, perché trovo assurdo che nei licei, scuole che tendono ad una formazione culturale teorica ed all’astrazione, si costringano i ragazzi a fare esperienze lavorative del tutto avulse dal loro corso di studi e che oltretutto, nella fattispecie quotidiana, creano grosse difficoltà ai docenti per lo svolgimento dei loro programmi: 200 ore in tre anni, in effetti, sono molte, e non è pensabile che possano essere effettuate tutte d’estate o fuori dall’orario scolastico. In ogni caso, a me hanno insegnato che quando una legge prescrive qualcosa è giocoforza obbedire, anche se si è contrari; quindi lascio perdere questo argomento ed entro nella sostanza del nuovo regolamento d’esame.
Come si svolgerà dunque la nuova “maturità”? Ci saranno due prove scritte anziché tre, con l’eliminazione della cosiddetta “terza prova”, ed un colloquio orale. A ciascuna di queste tre prove sarà assegnato un punteggio massimo di 20 punti, in modo da arrivare a 60; gli altri 40 punti che concorreranno al voto finale (espresso sempre in centesimi) saranno riservati al credito scolastico, cioè al punteggio che la scuola di provenienza attribuirà agli alunni sulla media dei voti degli ultimi tre anni di corso. Sembra che dal nuovo esame sparisca la cosiddetta “tesina”, cioè l’argomento personale, spesso coinvolgente più materie, che lo studente doveva preparare e con il quale si apriva il colloquio d’esame. Al suo posto i candidati dovranno svolgere, prima dell’esame, un test inviato dal Ministero (prova INVALSI) su tre discipline comuni a tutte le scuole (italiano, matematica e inglese), che dovrebbe concorrere alla determinazione del credito scolastico; durante il colloquio d’esame gli studenti, invece della tesina, dovranno presentare una relazione sulle esperienze lavorative svolte nel triennio, cioè sulla famigerata alternanza scuola-lavoro.
A parte quest’ultimo punto, sul quale resto fermamente contrario, per il resto i parametri valutativi del nuovo esame mi trovano abbastanza favorevole; ed è raro che ciò avvenga, dato che io sono facilmente portato alla critica destruens, come sa chi mi conosce. In particolare mi sembra positiva l’eliminazione di due componenti dell’attuale esame di dubbia utilità: la terza prova scritta, spesso consistente in un quiz scombinato su varie discipline in cui lo studente faceva fatica a raccapezzarsi e che sempre più assumeva i caratteri del nozionismo, e la cosiddetta “tesina”, che in molte occasioni risultava o scarsamente efficace e poco originale oppure, ancor peggio, copiata letteralmente o scaricata da internet. Togliendo questi due pesi il nuovo esame sarà più snello e razionale, sia per gli studenti che per i docenti. Altrettanto encomiabile, a mio giudizio, è l’elevazione dei punti destinati al credito scolastico, dagli attuale 25 a 40: questa operazione mi pare indispensabile, perché con la normativa attuale è molto frequente il caso in cui il candidato abbia all’esame risultati diversi da quelli che faceva registrare durante l’anno scolastico e ben noti ai suoi professori. Accadeva molto spesso, in altre parole, che lo studente bravo e diligente, presentato con un credito alto ma comunque limitato all’ambito del 25% del totale, si lasciasse prendere dall’emozione e rendesse all’esame meno del compagno svogliato e poco brillante che però, per un caso fortunato, si fosse sentito rivolgere domande proprio sui pochi argomenti di sua conoscenza. Con un peso così limitato del giudizio espresso dalla scuola, quindi, accadeva spesso che i risultati finali non fossero affatto corrispondenti alla scala dei valori effettivamente espressa dai Consigli di Classe, anche perché la commissione esaminatrice, formata in maggioranza da membri esterni, non conosceva gli alunni e si basava quindi quasi esclusivamente sul risultato delle prove d’esame. Certo, neppure così si avrà il rispetto dei valori effettivi, perché il punteggio del credito dovrebbe arrivare, a mio giudizio, almeno al 50% del totale; ma la situazione sarà certamente migliore di quella precedente e ci saranno meno malumori e proteste, da parte di studenti e genitori, di fronte ai tabelloni dei risultati conclusivi.
Giudizio positivo, quindi. Ma sull’esame di Stato ci sarebbe ancora molto da dire, soprattutto sul fatto che il suo svolgimento dovrebbe ritrovare quella regolarità e quella obiettività di giudizio che il senso civico di ciascuno di noi dovrebbe auspicare e cercare di realizzare. Finché ci saranno professori che, per mettersi in bella mostra e far fare bella figura a se stessi ed alla propria scuola, aiuteranno gli studenti in modo vergognoso, spesso comunicando loro in anticipo le domande che rivolgeranno o “passando” addirittura la traduzione di latino e gli esercizi di matematica della seconda prova, non andremo mai da nessuna parte. Inutile dare la colpa ai politici dello sfascio della scuola, inutile pretendere dagli altri correttezza ed onestà quando siamo noi (cioè alcuni di noi) a non rispettare quei principi fondamentali di convivenza democratica che pure dovremmo trasmettere ai nostri studenti. La legalità non è mai sbagliata, lo è invece la disonestà e la furberia di chi crede di poter impunemente calpestare leggi e istituzioni. Riflettiamoci con attenzione, e pensiamo anche al nostro ruolo di educatori; se siamo noi per primi a far passare ai ragazzi il messaggio per cui bisogna farsi furbi e trovare scorciatoie per realizzare i propri fini, non formeremo mai cittadini onesti e responsabili. Io credo che la cultura sia anche questo, anzi che sia soprattutto questa la funzione principale di ogni sistema educativo.

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Le prime due prove dell’esame di Stato 2016

Chiariamo anzitutto che l’esame sostenuto in questi giorni dai nostri studenti non si chiama più “di maturità”, ma che dalla nascita della nuova formula nel 1999 la denominazione esatta è “esame di Stato”. Questo dovrebbero imparare quegli ignoranti dei giornalisti della TV e della carta stampata, che continuano erroneamente ad usare il termine “maturità”; ed è questo un esempio ulteriore di come chi cerca di discutere di questioni scolastiche si rivela poi al di fuori della realtà effettiva. E magari ciò riguardasse solo i giornalisti, i quali, com’è noto, hanno per contratto la presunzione di parlare di ciò che non conoscono! Questo male contagia anche, purtroppo, i funzionari ministeriali.
Parliamo delle prove d’esame assegnate ieri (italiano) e oggi (greco al Liceo Classico, al quale mi limiterò perché questa è la mia scuola e di questa mi intendo). Le tracce della prova d’italiano erano tutte fattibili e ben congegnate, occorre riconoscerlo; del resto non è mio costume parlare male di tutto e di tutti e dire sempre di no, e quindi posso ben ammettere che gli argomenti proposti erano tutti interessanti, dall’analisi del testo di un suggestivo brano di Umberto Eco relativo alla letteratura, al tema sul paesaggio, a quello sul voto alle donne di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario. Se però, facendo un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni, avessi dovuto scegliere io la traccia da seguire, avrei preferito il saggio breve sul rapporto padre-figlio, che era tra l’altro corredato da un bellissimo passo della “Lettera al padre” di Franz Kafka, un testo che tutti i figli e tutti i genitori dovrebbero leggere. In conclusione, senza eccedere in alcun senso, posso dire di essere soddisfatto delle tracce proposte per la prima prova, che mi sono sembrate dettate da buon senso e competenza.
Ma un giudizio di tal lusinghiero tono nei confronti dei funzionari ministeriali che scelgono le prove d’esame non si conferma per la versione di greco di oggi, costituita da un lungo passo dell’orazione Sulla pace dell’oratore Isocrate (436-338 a.C.). A parte i soliti strafalcioni dei giornalisti (su “Repubblica” è stata confusa l’orazione Sulla pace del 355 a.C. con il Panegirico dello stesso Isocrate che è invece del 380 a.C.!), quello che mi è rimasto più indigesto è il giudizio di alcuni professori intervistati qua e là, i quali hanno definito “facile” e “accessibile” il brano proposto (anzi imposto!) ai ragazzi, dicendo addirittura che agli studenti di quest’anno “è andata di lusso”. Ma questa espressione, oltre ad essere brutta, non è veritiera, perché non è andata affatto “di lusso”: a parte il fatto che il brano era lungo quasi il doppio di una normale versione assegnata nei compiti in classe effettuati durante l’anno scolastico, c’è da osservare che non era affatto semplice, almeno per gli studenti di oggi, i quali, com’è noto, incontrano molte difficoltà nell’esercizio di traduzione dai testi antichi, per le svariate ragioni che ho già espresso in altri post di questo mio blog. Se questo brano fosse stato assegnato ai tempi miei, considerato che noi studiavamo latino già alle medie e giungevamo al ginnasio con una ferrea preparazione di analisi logica e del periodo, sarebbe forse andata bene, e tuttavia qualche mio compagno di allora l’avrebbe sbagliata in gran parte, ne sono sicuro; ma al giorno d’oggi, quando nella scuola di primo grado si fa ormai pochissima grammatica, lo spazio per le discipline umanistiche è stato ridotto e non c’è più il latino alle medie, quando i giovani non debbono più sforzare le loro capacità logiche perché ogni loro dubbio è subito risolto da un clic su un sito internet, questo brano di Isocrate non era per niente facile, a meno che non si parli di quell’esigua minoranza di studenti che, avendo un particolare interesse per le discipline classiche, si sono esercitati in modo particolarmente assiduo ed hanno supplito con le loro forze alle carenze della scuola nostrana. Non voglio tediare i lettori, che non sono tutti grecisti, con l’indicazione delle problematiche tecniche che erano contenute in questo brano, né ripetere un’altra volta che trovo ormai irrinunciabile e irrimandabile un profondo cambiamento della seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico. Farò questo in un prossimo articolo, in cui replicherò allle argomentazioni di certi studiosi, come la scrittrice Paola Mastrocola, che ancora considerano la traduzione come l’unico mezzo per valutare la “maturità” dei nostri studenti. Io la penso in modo diametralmente opposto, e non mancherò di evidenziarlo e di farlo sapere a chi di dovere, come ho già tentato di fare scrivendo più volte al Ministero. Ma per adesso basta così.

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Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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Consigli agli studenti per l’Esame di Stato

Si avvicina l’Esame di Stato (un tempo chiamato di maturità) per tanti giovani che hanno frequentato l’ultimo anno delle scuola secondarie superiori. Ciascuno di loro lo affronta a suo modo: c’è chi è ansioso e preoccupato, chi invece assume un atteggiamento spavaldo e apparentemente disinteressato, chi si attende una valutazione alta e chi invece si accontenterebbe del punteggio minimo. L’attesa è molto diversificata, ma nella sostanza tutti aspirano ad ottenere un risultato positivo; ed in effetti la promozione arriverà per quasi tutti, visto che le bocciature all’esame si limitano a percentuali bassissime; ciò non significa però che gli studenti rimangano soddisfatti degli esiti finali, perché anche chi riconosce di aver ottenuto il punteggio che prevedeva (e forse anche più) avrà comunque da ridire sul risultato del compagno o della compagna che, pur con un iter scolastico meno brillante, avranno avuto più di lui (o di lei). Comunque, a parte queste che sono vicissitudini inevitabili in ogni esame, mi sento di dare ai maturandi qualche consiglio per sostenerlo nel migliore dei modi, visto che da trent’anni e più mi trovo sempre in commissione, dove ho svolto tutte le funzioni: membro interno, membro esterno e presidente.
Riallacciandomi a quanto detto sopra, il primo consiglio che mi sento di dare agli studenti è quello di affrontare le prove con serenità, senza porsi preventivamente obiettivi che potrebbero non essere raggiunti e quindi provocare irritazione e risentimenti. Occorre tener conto che una parte non indifferente del risultato finale non dipende da voi, cari studenti, ma dalla buona o cattiva sorte che vi può toccare: bisogna vedere quali sono i parametri valutativi della vostra commissione, giacché non tutte giudicano con lo stesso metro, e una determinata prova può valere 10 per un commissario e 5 per un altro; potreste trovarvi di fronte a domande o quesiti che non vi aspettavate, ed in questo caso occorre comunque cercare di rispondere, perché lasciare il foglio bianco o restare muti è la soluzione peggiore in quanto denota, a volte falsamente, una totale ignoranza sull’argomento proposto; c’è da considerare anche l’effettiva difficoltà delle prove ministeriali, che variano da un anno all’altro. Insomma, c’è tutta una serie di fattori che può influenzare sensibilmente il vostro esame ed i vostri risultati, ragion per cui la migliore scelta è quella di stare sereni e sostenere con calma le prove facendo propria la massima oraziana del carpe diem, anche perché l’ansia e l’emotività non fanno altro che peggiorare la vostra immagine dinanzi alla commissione. Dovete poi tener conto che il voto finale scaturisce al 75% dalle prove d’esame e che solo il 25% è costituito dal credito che la vostra scuola vi ha assegnato; è perciò possibile – anzi è quasi certo – che i risultati finali non rispecchieranno la reale scala dei valori emersi durante il quinquennio di studi, perché basta che uno studente fallisca una prova per perdere più punti di quanti ne contiene l’intera scala dei crediti scolastici. Sarebbe giusto, a mio giudizio, che il curriculum scolastico contasse nel voto finale almeno il cinquanta per cento; ma così non è, gran parte della valutazione conclusiva dipende dalle prove d’esame, e quindi la fortuna, come si suol dire, ci mette lo zampino, anzi ci si butta con tutte le zampe e anche col resto del corpo. Tanto vale, quindi, stare tranquilli: sempre per citare il buon Orazio, ut melius quicquid erit pati!
Quanto all’atteggiamento “pratico” da tenere all’esame, il primo consiglio che mi sento di darvi, cari studenti, è quello di essere onesti e contare soltanto sulle proprie forze senza cercare “scorciatoie” come le copiature o altri simili atti di disonestà. Starete più tranquilli con la vostra coscienza e sarete fieri del vostro risultato, il quale, pur modesto che possa essere, sarà tutto vostro e potrete quindi andarne fieri. Niente cellulari alle prove scritte, anche perché c’è una norma ben precisa che commina l’esclusione da tutte le prove d’esame, e quindi la bocciatura, per chiunque sia trovato in possesso di questi o altri aggeggi elettronici; e chissà, potrebbe anche esistere qualche presidente di commissione che venga preso dalla volontà di applicare letteralmente la norma. Ricordate che l’onestà paga sempre alla fine, la truffa e l’illegalità non pagano mai. Nel presentarvi agli esaminatori siate cortesi e gentili, ma non passivi; se avete una vostra idea, una vostra posizione, sostenetela anche se il commissario ne esprime una diversa dalla vostra, ma sempre con garbo e gentilezza. Non mostrate atteggiamenti protervi o spavaldi, che risultano sempre indisponenti per i commissari. Tenete presente che quattro componenti su sette della commissione non vi conoscono, sono membri esterni, e quindi il vostro comportamento, le vostre parole, il modo stesso con cui vi presentate possono avere un rilievo non indifferente nel loro giudizio su di voi, che si tradurrà inevitabilmente in un voto. Queste persone vi vedono per la prima volta, non conoscono il vostro reale carattere, quello che è emerso nei cinque anni di permanenza nella vostra scuola; perciò basta poco per influenzare, in senso buono o cattivo, l’impressione che farete loro. E a tal proposito, a conclusione di questa nota, mi sento anche di darvi un suggerimento pratico, che a molti potrà apparire fuori luogo perché rientra nelle scelte personali di ciascuno, ma che finisce anch’esso per avere la sua importanza. Mi riferisco al modo di abbigliarsi e di vestirsi durante i giorni delle prove d’esame. In tali occasioni, a quanto mi è capitato di constatare nei tanti esami cui ho partecipato, sono da evitare da parte degli studenti abbigliamenti eccentrici o da spiaggia come bermuda, sandali, magliette con scritte ecc., perché per molti docenti (specie quelli di una certa età, me compreso) la scuola è un luogo diverso dalla spiaggia o dalla discoteca, e richiede un certo decoro anche nel modo di vestirsi e di presentarsi all’esame. Sono da evitare anche i pantaloni a vita bassa, che lasciano intravedere parti che dovrebbero restare coperte, ed i famosi jeans strappati, che fanno una pessima impressione. Un abbigliamento sobrio e adatto all’ambiente, come ad esempio la giacca o la camicia per i ragazzi, un vestito o tailleur al posto dei jeans per le ragazze, sarebbero le scelte migliori. E’ vero che quel che conta è la preparazione individuale nelle materie d’esame, questo è chiaro; ma anche il vostro aspetto, il vostro modo di presentarvi e di interagire ha un certo rilievo. Ricordate che chi non ci conosce prima ci vede e poi ci ascolta. E dico questo a ragion veduta, in base alle circostanze in cui mi sono trovato personalmente; poi è evidente che ciascuno può fare come vuole, questi sono soltanto consigli, parole che volano al vento come tante altre, scritte in un momento in cui, dopo tutto lo stress che mi ha provocato l’anno scolastico, non avevo nulla di meglio da fare.

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Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

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Perché l’esame di Stato, così com’è, non funziona

Sono appena reduce dall’esperienza di Presidente di una commissione d’esame di Stato in un Liceo Scientifico,e da ciò ho tratto alcune riflessioni circa le modalità con cui questo evento si svolge. In realtà non è la prima volta che svolgo questa funzione, perché ormai regolarmente, ogni due anni, vengo nominato Presidente di commissione, senza peraltro averne maggior diritto rispetto ad altri colleghi. Questa volta però, benché non sia accaduto nulla di particolarmente rilevante durante queste tre settimane di durata dell’esame, e sebbene i candidati siano stati tutti promossi, ho potuto constatare con più accuratezza del solito che così com’è questo appuntamento fisso di ogni anno presenta difetti e incoerenze piuttosto vistose e che quindi il Ministero dovrebbe pensare seriamente a introdurre alcune modifiche.
Non tutto dipende dal Ministero, però, molte mancanze derivano invece dal comportamento scorretto non solo degli studenti ma anche – sia pure in casi limitati – dei professori. Già il fatto che i membri interni, tranne lodevoli eccezioni, facciano di tutto per aumentare i voti a dismisura, è profondamente sbagliato: nella struttura attuale dell’esame, infatti, i commissari interni hanno gli stessi compiti di quelli esterni e dovrebbero esaminare i propri alunni in modo oggettivo ed equilibrato, come si presume che abbiano fatto durante l’anno scolastico. Invece molti non agiscono così, ma cercano di favorire i propri alunni in ogni modo, aiutandoli durante gli scritti (qualche volta anche svolgendo gli esercizi al posto loro) e comunicando in anticipo i quesiti della terza prova e persino le domande che rivolgeranno loro durante il colloquio orale. A me Presidente, anni fa, è successo di trovare una collega membro interno che aveva su un suo quaderno già scritte tutte le domande che avrebbe fatto. Si trattava solo di un promemoria personale, come disse lei giustificandosi? Io ebbi i miei dubbi, o meglio le mie certezze, ma senza prove non potevo accusarla di una tale mancanza di professionalità; avrebbe potuto denunciarmi per calunnia. Così restai muto, ma mi accorsi che al colloquio i ragazzi rispondevano subito e senza indugio ai quesiti che venivano posti da lei, e non credo proprio che tutti fossero così pronti e preparati. Ed il bello è che questi colleghi scorretti e poco professionali non agiscono così per amore degli studenti, ma per fare bella figura loro, nell’errata convinzione che agli occhi degli osservatori esterni una scuola che licenzia i suoi studenti con voti alti sia una scuola di alta qualità. Spesso è vero il contrario, ma purtroppo la credenza comune è quella.
Oltre agli errori dei professori ci sono poi quelli del Ministero, che riguardano soprattutto il cosiddetto “colloquio” orale, una parola che contiene una certa dose di ipocrisia perché molto spesso non di colloquio si tratta, bensì di una vera e propria interrogazione analoga a quelle svolte durante l’anno scolastico, ma su tutte le materie studiate (o quasi), il che mette facilmente in difficoltà gli studenti, non abituati a questo genere di prova. Nella legislazione attuale generica e nell’ordinanza ministeriale che ogni anno disciplina lo svolgimento dell’esame di Stato non c’è nulla che dica con chiarezza come questo colloquio debba essere condotto, né di come attribuire la valutazione. Molti interrogativi rimangono, tra cui ad esempio cito i seguenti. Se in una commissione ci sono due docenti competenti della stessa materia (tipo, al liceo Classico, il docente interno di italiano e latino e quello esterno di latino e greco), a chi spetta far domande sul latino, materia comune a entrambi? Oppure: per le materie che prevedono la lettura di testi (italiano, latino, greco), al colloquio vanno fatti leggere, interpretare e commentare brani di Dante, di Leopardi, Lucrezio, di Platone oppure è opportuno limitarsi a domande generali di storia letteraria, visto il carattere “colloquiale” e “multidisciplinare” della prova ed il poco tempo disponibile? E inoltre: le varie materie debbono avere tutte lo stesso peso oppure a quelle caratterizzanti il corso di studi (per es., allo Scientifico, matematica e fisica) va attribuito un rilievo maggiore? E chi deve proporre la valutazione del colloquio? Il Presidente? Ma costui non è competente in tutte le materie, ma solo in alcune, e questo vale anche per i singoli commissari. Sembra una questione semplice, ma posso assicurare che è molto difficile valutare, tanto che la commissione può talvolta essere influenzata dalle parole di un singolo commissario che giudica tenendo presente solo la sua materia; e per un Presidente è un’impresa ardua e improba mettere d’accordo tutti su una proposta comune.
Su questi problemi il Ministero, interpellato con le cosiddette FAQ, non ha mai dato risposte precise. E poi c’è un altro aspetto dell’esame che andrebbe cambiato, nel senso che dovrebbe esser dato maggior rilievo al curriculum dello studente, che oggi concorre solo per il 25% al voto finale, il punteggio cioè derivante dal credito scolastico. In genere i commissari esterni, quando gli interni si lamentano perché non viene rispettata dalle valutazioni d’esame la scala dei valori ch’essi hanno in mente perché conoscono gli studenti, rispondono dicendo che l’andamento scolastico di ciascuno è già stato considerato nei punti del credito, e che l’esame deve avere una vita autonoma. Dicendo così però si dimenticano che la percentuale del 75% assegnata all’esame è troppo alta e quindi può facilmente accadere che un ragazzo dai risultati sempre ottimi per cinque anni, solo perché in una prova d’esame rende meno del solito, si trovi alla fine un voto più basso di un compagno più fortunato, al quale magari sono state chiesti i soli argomenti che conosceva. In effetti il colloquio dura al massimo un’ora per ogni candidato, le domande delle singole materie sono poche e su tematiche molto ristrette, per cui accade di frequente che l’andamento del colloquio stesso non corrisponda affatto alla preparazione reale degli studenti. E’ vero che nella vita la fortuna è un elemento che esiste e può influenzare molte cose, ma nella scuola dovremmo cercare di essere giusti ed obiettivi, per quanto possibile. Perciò io da Presidente, quando abbiamo svolto i colloqui orali nelle classi a me assegnate, ho cercato di proporre valutazioni che tenessero conto in primo luogo dell’andamento reale della prova, ma anche in parte del curriculum precedente; e non credo di aver sbagliato di molto ad agire così.
Concludo dicendo che la mia pluriennale esperienza di esaminatore e di Presidente di commissione mi ha posto dinanzi agli occhi infinite e diverse situazioni, dalle quali ho tratto le impressioni esposte sopra. Non voglio dire che questo tipo di esame sia del tutto inefficace, perché sarebbe eccessivo; ma senza dubbio vi sono molte cose da cambiare e da rivedere. E ci auguriamo che ciò avvenga per il bene dei nostri giovani, ammesso che chi ci governa abbia a cuore le sorti delle nuove generazioni almeno quanto li abbiamo a cuore noi che con loro lavoriamo da tanti anni.

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Le strane nomine dei commissari per l’esame di Stato

Dopo una lunga attesa, finalmente lo scorso 3 giugno il Ministero ha reso nota la composizione delle commissioni per i prossimi esami di Stato della scuola media superiore. Il ritardo rispetto alle date consuete avrebbe dovuto farci presagire qualcosa di strano che sarebbe accaduto ma che purtroppo io, nella mia ingenuità, non avevo previsto. Quando poi si sono potuti leggere i nomi dei commissari ci siamo accorti che il Ministero stesso ha clamorosamente trasgredito una norma scritta sempre rispettata negli anni precedenti, quella cioè di non nominare docenti all’interno dello stesso distretto scolastico di appartenenza. Quest’anno invece, con mia grande meraviglia e un po’ di sgomento, ho notato che le nomine dei commissari esterni sono state fatte quasi tutte “sotto casa”, in scuole cioè vicine o vicinissime a quella di titolarità, spesso persino ubicate nello stesso edificio! Una decisione assurda e ridicola che renderà ancor meno trasparente e meno serio l’esame di Stato, che già con la situazione precedente mostrava chiaramente i suoi limiti. Adesso il prof. Tizio, nominato nella scuola adiacente alla propria, sicuramente conoscerà i colleghi Caio e Sempronio di quella scuola, e probabilmente conoscerà anche alcuni alunni, cui non di rado avrà impartito anche lezioni private; in questo caso, pur di non perdere la nomina, molti colleghi dichiareranno tranquillamente il falso, cioè di non conoscere i candidati e di non averli preparati individualmente, e così l’esame si trasformerà in una ridicola farsa dove si fingerà di correggere seriamente gli elaborati scritti, di far domande serie ed impegnativi ai ragazzi, i quali in realtà – in molti casi – conosceranno in anticipo i quesiti e le richieste che saranno loro rivolte. Tra scuole limitrofe, dello stesso distretto, la logica del quieto vivere dominerà su tutta la linea, perché nessuno vorrà mettersi in urto con dei colleghi che conosce, di cui magari ha avuto i figli come alunni e con i quali ha lavorato a stretto contatto fino all’anno precedente.
Se finora si è a lungo discusso sulla serietà e sull’effettivo valore di questi esami, oggi il problema si pone con ancor maggiore evidenza, poiché è chiaro che i nostri politici, pur di tagliare sulla scuola e risparmiare denaro pubblico, non si curano affatto dell’efficienza didattica e formativa del nostro sistema scolastico. L’unico e reale motivo di questa buffonata delle nomine “sotto casa”, infatti, è il risparmio economico, perché logicamente i commissari provenienti da scuole molto distanti dalla sede assegnata, pur appartenenti alla stessa provincia, vanno pagati di più; invece chi viene nominato a distanza di pochi metri riceverà un misero compenso di poche centinaia di euro e così lo Stato spenderà di meno, alla faccia della qualità della didattica ed in barba a tutti coloro che vorrebbero un esame serio ed un rigoroso accertamento delle reali conoscenze e competenze degli studenti. Bisogna riconoscere una cosa però, che il nostro ministro ed il governo di cui fa parte sono stati furbi, machiavellici direi: per spendere meno, infatti, avevano a disposizione anche un altro metodo, quello di diminuire i compensi per i docenti; ma un provvedimento del genere avrebbe scatenato proteste, scioperi e rinunce di tanti colleghi di fronte all’impegno di partecipare all’esame, e così hanno optato per una soluzione più “soft” ma altrettanto efficace, quella di nominare i commissari a pochi metri di distanza da casa, in modo da retribuirli con una miseria e cavarsela così a buon mercato.
A questo punto, però, ci coglie l’obbligo di chiederci – noi che ci illudiamo ancora e crediamo in una scuola veramente formativa – che senso abbia celebrare ogni anno questo stanco ed ipocrita rito dell’esame di Stato, che continua a costare denaro pubblico (anche se meno che in precedenza) e non offre più alcuna garanzia non dico di rigore, ma persino di regolarità. Se prima avveniva di frequente che i membri interni aiutassero sfacciatamente gli studenti suggerendo loro le soluzioni dei quesiti scritti e passando loro in anticipo le domande dell’orale, ora avverrà ancor più di frequente, perché a questa forma di prostituzione intellettuale parteciperanno anche i commissari esterni, che in realtà esterni non sono perché conoscono i colleghi (e spesso anche gli alunni) della scuola dove fanno l’esame. E per quanto io sia fermamente contrario alle commissioni formate tutte da professori interni (come era stato deciso all’inizio nella legge di stabilità) debbo dire che in fondo questa soluzione sarebbe preferibile rispetto a questa ridicola pantomima dei professori esterni che sono anch’essi interni, o quasi. Anzi, affiancandomi all’opinione di tanti altri colleghi, ritengo che la decisione migliore, visto il ridicolo nel quale siamo piombati, sarebbe quella di abolire del tutto questi esami e far decidere il voto finale al consiglio di Classe, che conosce gli studenti da almeno un anno e sa valutarli sulla base del loro rendimento scolastico ma anche del loro comportamento durante l’intero percorso scolastico. In tal modo il Governo otterrebbe un doppio risultato: avrebbe valutazioni più attendibili di quelle attuali e al tempo stesso risparmierebbe ancora altro denaro, da impiegare in qualche opera pubblica, magari una di quelle che costano miliardi, arricchiscono i corrotti e non arrivano mai alla completa realizzazione.

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La farsa del blocco degli scrutini

Sarà un mio difetto, sarà che non ho mai avuto fiducia nei sindacati della scuola e mi sono ben guardato dall’aderire in qualsiasi modo ad alcuno di essi, ma l’impressione che provo in questi giorni di fronte alla conclamata volontà di attuare il blocco degli scrutini finali è quella di restare sgomento, di trovarmi di fronte ad un esempio di follia collettiva. Dopo che per anni i sindacati non hanno fatto nulla di concreto per la categoria docente, dopo che dei diritti acquisiti da decenni sono stati svenduti o ceduti gratuitamente, adesso questi signori hanno un rigurgito di orgoglio, di combattività, e vengono addirittura a proporci di bloccare gli scrutini contro la riforma detta della “Buona scuola”, attualmente in discussione al Senato. In pratica i boss dei sindacati ci chiedono sacrifici e rinunce a giornate di stipendio in cambio di nulla, visto che il diritto al blocco degli scrutini e degli esami è stato annullato già molti anni fa proprio con la loro complicità, e quello che si può fare adesso è solo un rinvio temporaneo, di due giorni, degli scrutini stessi, salvo restando il divieto assoluto di ritardare le operazioni di ammissione all’esame di Stato per le classi terminali. Ora io mi chiedo: con quale faccia le sigle sindacali, e principalmente la CGIL e lo Snals (cioè le organizzazioni che hanno più iscritti), vengono a proporci uno sciopero di questo tipo sapendo già che non otterrà nulla, sarà soltanto una pietosa farsa che non danneggerà niente e nessuno, dato che il rinvio potrà durare solo due giorni, dopo i quali i docenti saranno costretti a rientrare in servizio o scatterà la precettazione? Io, se fossi un dirigente di questi sindacati, proverei solo vergogna e mi dimetterei subito. Il blocco degli scrutini poteva avere un senso e ottenere un qualche risultato quando veniva attuato senza limiti temporali, quando cioè, almeno teoricamente, poteva far saltare gli esami di Stato ed impedire l’iscrizione degli studenti all’Università, con tutte le conseguenze legali, sociali ed economiche che ne derivavano. Una protesta di questo spessore non è mai stata attuata, ma era almeno possibile in linea di principio, fino a quando i sindacati non hanno svenduto il diritto allo sciopero dei lavoratori della scuola; da quel momento lo sciopero stesso, ed in particolare il blocco degli scrutini, è diventato una pietosa farsa che altro non otterrà se non farci ridere dietro dall’opinione pubblica e mostrare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che la forza contrattuale ed il peso sociale della nostra categoria sono pari a zero. Poiché questi sono dati di fatto, io resto sbigottito e francamente non riesco a comprendere quei colleghi che, con tanto spirito rivoluzionario ed inalterata fede nei sindacati (e ci vuole stomaco per averne ancora!) aderiscono a questa allucinante iniziativa del blocco degli scrutini, pur sapendo che non otterranno nulla se non una perdita in denaro e fastidi ulteriori rispetto a quelli che già abbiamo: dovendosi rinviare gli scrutini di due giorni, infatti, potremo essere chiamati a svolgerli il sabato e la domenica, oppure nei giorni in cui è già iniziato l’esame di Stato, quando molti di noi, impegnati fuori sede, dovranno ritornare precipitosamente il tardo pomeriggio o la sera per compiere quegli atti dovuti che sono saltati per opera di pochi illusi. Mi spiace di dover definire così quei colleghi che si sentono eroi e paladini e credono in questo modo di riscattare la dignità della classe docente; ma io la penso così e sento il bisogno di dirlo pubblicamente su questo blog, anche se so che molti mi disprezzeranno. Un’iniziativa come questa mi appare come una pura e semplice follia, una perdita di tempo che si ritorce solo ed unicamente contro di noi; e questa convinzione è in me così salda che faccio molta fatica a capire il punto di vista di questi colleghi scioperanti per due giorni e ad intravedere i risultati che credono di raggiungere con questa pagliacciata. Ma si sa, in una democrazia – vera o finta che sia – ciascuno ha diritto di pensarla come vuole e di agire di conseguenza: di azioni illogiche se ne vedono e sentono tante, una più o una in meno non farà gran differenza.

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Ancora sulle traduzioni e la seconda prova del Classico

Fino a poco tempo fa credevo di essere il solo a pormi il problema dell’impellente necessità di modificare radicalmente la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, una scuola che continua a perdere iscritti anche perché non c’è mai stata, da parte del Ministero dell’istruzione, la volontà di adeguarla alla realtà attuale e soprattutto alle reali capacità ed attitudini degli studenti di oggi; è infatti assurdo, controproducente e persino crudele, a mio avviso, non volersi rendere conto del fatto che l’esercizio di traduzione dal greco e dal latino, raffinatissima prova d’ingegno, non è più alla portata dei nostri studenti del 2015 (tranne poche e lodevoli eccezioni), e continuare pervicacemente a pretendere che questi sventurati, all’esame di Stato, traducano in italiano corretto e magari elegante lunghi brani di Aristotele, Platone, Seneca, Tacito ecc., che creano problemi anche a esperti filologi, è pura follia, per non dire stupidità. Anzi, io ho pensato più volte che i signori ispettori ministeriali che scelgono questi brani siano in malafede, vogliano cioè a tutti i costi danneggiare il Liceo Classico e spingere i giovani a fare altre scelte scolastiche, perché non è credibile che persone esperte e con ruoli dirigenziali non si rendano conto che stanno pretendendo l’impossibile. Perché gli altri Licei, in particolare lo Scientifico, hanno visto cambiare più volte la tipologia della loro seconda prova d’esame, mentre al Classico siamo rimasti al 1923, alla riforma Gentile, senza cambiare una virgola? Eppure la società, in questo periodo, mi sembra che un po’ sia cambiata, specie dal punto di vista dell’istruzione, della formazione dei giovani, delle fonti di cultura ecc. ecc. Che non se ne siano accorti mi pare poco credibile, per cui alla fine il sospetto ti viene, cioè che la cosa sia fatta apposta per affossare il Liceo Classico e favorire altri ordini di scuole.
Quando ho scritto il precedente post sull’argomento non ero a conoscenza dell’articolo dell’illustre latinista Maurizio Bettini (direttore del Centro “Antropologia del mondo antico” dell’Università di Siena) apparso su “Repubblica” il 5 marzo scorso. Non è neanche lontanamente ipotizzabile che uno studioso di questo livello non conosca il mondo classico o non si renda conto dell’importanza delle lingue antiche; ed infatti egli non nega questo, ma aggiunge che vi sono altri aspetti nello studio dell’Antichità che hanno un’importanza almeno pari: c’è la storia della letteratura, la filosofia, la civilizzazione, l’antropologia e via dicendo, conoscenze che oltretutto resteranno nella memoria dei ragazzi molto più di verbi, aggettivi ed ablativi assoluti, che col tempo sono destinati ad essere comunque dimenticati. Perché allora non richiedere agli studenti, in occasione dell’esame, QUESTE conoscenze, anziché limitarsi al solo aspetto linguistico? Ci sono alunni bravissimi in storia letteraria, storia dell’arte, filosofia ecc., ma che non riescono a tradurre in modo accettabile. Perché dunque penalizzarli e costringerli ad un esercizio unico e insindacabile qual è la traduzione imposta dal Ministero? Perché non sostituire la seconda prova scritta con un’analisi del testo ad esempio, o con un questionario di tipo letterario e storico-artistico, o altro che dir si voglia? E se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, la si potrebbe proporre in alternativa ad altri esercizi, in modo che possa essere scelta da quei pochi o pochissimi che ancora intendono votarsi a questo tipo di sacerdozio. Questo propone Bettini, ed io sono totalmente in sintonia con lui, anche se ho cominciato molto prima di lui a sostenere questo punto di vista, ed ho cercato anche, al proposito, di trovare contatti con i funzionari ministeriali preposti all’organizzazione delle prove d’esame.
Perché trovo assurdo e disumano costringere migliaia di giovani a questo esercizio, che si fonda solo ed unicamente sulle conoscenze linguistiche? Perché, insegnando da oltre trent’anni latino e greco in un triennio di un Liceo Classico, ho potuto seguire per tutto questo tempo l’evoluzione degli studenti e del loro rendimento. Quando andavamo a scuola noi si studiava latino alle medie, si imparavano alla scuola primaria tutte le strutture dell’italiano: analisi grammaticale, logica e del periodo erano un “trio” che tutti ben conoscevamo. Oggi, per vari motivi che sono ormai noti, questo non avviene più. Allora l’unico strumento di cultura erano i libri, mentre adesso i giovani apprendono da internet, con i tablets, gli smartphones ecc., strumenti che non richiedono più capacità di ragionamento autonomo, ma forniscono le informazioni già bell’e pronte, così come le calcolatrici risolvono ogni tipo di operazione matematica, senza che ai ragazzi venga più richiesto di usare il cervello. Cosi, come non sanno più le tabelline, non sanno più neanche le strutture dell’italiano e sono quindi lontani anni luce dal saper tradurre decentemente dal latino e dal greco; e ciò avviene non perché i ragazzi di oggi siano meno intelligenti di come eravamo noi, ma perché esercitano e sviluppano altre qualità mentali, non più quelle su cui si fondava la nostra formazione di persone di mezzo secolo fa. E’ quindi necessario che la scuola cambi e che si dica finalmente che il re è nudo, anziché continuare all’infinito con i compromessi e le ipocrisie: la realtà, checché se ne voglia dire, è che la traduzione dal latino e dal greco è oggi divenuta un lavoro da esperti filologi, non più da semplici studenti. Sarebbe ora che tutti – docenti e Ministero dell’istruzione – riconoscessimo questa realtà, e ciò permetterebbe di evitare fenomeni sconcertanti e vergognosi come quelli che si verificano agli esami, dove certi professori fanno la versione al posto degli studenti, gliela passano e così risolvono il problema. Io mi sono sempre rifiutato di prostituire in questo modo la mia dignità professionale, ho dato solo indicazioni generali sul testo ed ho corretto gli elaborati con gli stessi criteri con cui correggo quelli svolti durante l’anno. Il risultato, però, è stato che i miei alunni hanno avuto all’esame i voti più bassi di tutta la provincia; il che mi dispiace, ma non sono disposto a scendere a squallidi compromessi come quello sopramenzionato. Purtroppo certi colleghi non la pensano così, e non solo fanno la versione all’esame al posto degli alunni, ma accettano anche che durante i normali compiti in classe essi scarichino la versione da internet con il cellulare, un fatto gravissimo e intollerabile che ormai si verifica dappertutto. Ora io dico: anziché scendere a questi sconci compromessi, non è meglio smettere di sottoporre gli alunni all’esercizio di traduzione, ormai del tutto estraneo alle loro capacità? Esistono altre competenze e conoscenze, altrettanto importanti, che è possibile verificare in modo altrettanto oggettivo ed eliminando anche il triste fenomeno delle copiature, giacché su internet non può trovarsi la risposta ad ogni quesito che un docente esperto può richiedere ai propri studenti.
Anticipando la più scontata obiezione al mio ragionamento voglio chiarire che, proponendo la modifica della seconda prova d’esame, io non intendo affatto auspicare la fine dello studio delle lingue greca e latina, che deve proseguire, specie nei primi due anni di corso (il Ginnasio), perché è indispensabile per l’analisi dei testi d’autore normalmente presenti nei programmi didattici del triennio liceale. Questa analisi deve comunque avvenire sotto la guida del docente, che affronterà la lettura dei classici (Catullo, Lucrezio, Virgilio, Omero, Platone ecc.) anche, ma non esclusivamente, basandosi sugli elementi formali (lingua, stile, metrica, retorica ecc.), che per gli antichi non erano certo ornamenti, ma elementi costitutivi e fondanti dell’opera letteraria e della sua valutazione estetica; ma non è un’attività, questa, che i ragazzi possano affrontare da soli, come dimostra il fatto che ormai nessuno o quasi traduce più autonomamente brani di greco o latino assegnati dal docente, perché tutti (o quasi) vanno su internet e scaricano la traduzione. Perché dunque volersi coprire ancora gli occhi alla realtà? Vorrei che qualcuno me lo spiegasse con argomenti decisivi, non come fanno certi romantici sostenitori della torre d’avorio degli studi linguistici come la scrittrice Paola Mastrocola, che su “Il Sole 24 ore” ha replicato a Bettini sostenendo la necessità di mantenere l’esercizio di traduzione a tutti i costi. La signora sarà anche una brava scrittrice (preferisco, al proposito, non esprimere il mio parere) ma nella scuola deve avere poca esperienza, benché si definisca “un’insegnante”; perché se fosse ancora a contatto con i ragazzi di oggi, tutti persi su Facebook, Twitter, Ask e capaci non più di tradurre ma solo di scaricare le versione già fatte e copiare i compiti con il cellulare, forse cambierebbe idea. Il Liceo che la Mastrocola ha in mente è ormai un sogno, una pura illusione; la realtà è ben diversa e ad essa, volenti o nolenti, ci dobbiamo adeguare.

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Il difficile equilibrio tra l’essere e l’apparire

Siamo ormai a novembre, il periodo in cui tutte le scuole superiori organizzano i cosiddetti “open days”, i giorni in cui gli istituti restano aperti per farsi visitare dagli alunni delle terze medie e dai loro genitori e comunicare loro la cosiddetta “offerta formativa”, ossia le caratteristiche di ogni corso di studi e le attività che la scuola promuove. Questa azione di propaganda viene esercitata anche mediante visite alle scuole medie, allo scopo di convincere quanti più ragazzi possibile ad iscriversi alla propria scuola o al proprio indirizzo, in una sorta di gara fra istituti spesso portata avanti anche con artifici di dubbia onestà pur di accaparrarsi gli iscritti sottraendoli alla “concorrenza”. Una situazione, questa, che c’è sempre stata, ma che attualmente si è accentuata da quando si è affermato il concetto di “scuola-azienda”, che risponde a criteri puramente quantitativi: il prestigio di un Istituto, in altre parole, è direttamente proporzionale non all’effettiva preparazione che riesce a dare ai suoi studenti, ma semplicemente al numero di essi e soprattutto a quello dei promossi e dei diplomati. Ad un numero maggiore di iscritti corrisponde anche, in base a questo concetto, un aumento dei finanziamenti pubblici per progetti, attività varie ecc., ed anche indennità per i dirigenti scolastici ed i loro collaboratori. Così anche il sistema dell’istruzione viene sottoposto all’ormai dominante legge del mercato, dove tutto è subordinato all’idea della “produttività” materiale e dove il ruolo fondamentale della scuola, quello cioè di trasmettere e formare la conoscenza, viene messo inevitabilmente in secondo piano.
Perciò ogni anno si apre questa competizione tra gli istituti che a volte rasenta il ridicolo, in una specie di vendita all’asta dove ognuno si sforza di offrire più del vicino. Ma per ottenere un maggior numero di iscritti non basta che una scuola dichiari di svolgere attività extracurriculari che possano attrarre gli studenti (scambi culturali, viaggi esotici, teatro, tornei sportivi, settimane bianche e chi ne ha più ne metta), occorre anche ch’essa non appaia troppo difficile ed impegnativa ai ragazzini ed alle loro famiglie, le quali aspirano per lo più ad ottenere il diploma senza troppa fatica e possibilmente con voti alti, e senza perdere troppo tempo a studiare. Lo studio è fatica, si sa, ed oggi la fatica non piace a nessuno, soprattutto quando si vede che hanno successo in società ed in televisione persone ignoranti come capre, che solo hanno avuto la fortuna di avere un bell’aspetto o conoscere qualcuno “ammanicato” che li ha potuti favorire. La cultura è ormai concepita da tante persone come un inutile orpello tipico di quegli “sfigati” che non hanno saputo farsi strada in altro modo in questa società utilitaristica e superficiale. Accortesi di ciò, molte scuole si sono adeguate all’aria che tira e riescono a far proseliti ed avere molti iscritti semplicemente riducendo i programmi di studio, impegnando gli alunni sempre di meno e garantendo a tutti, o quasi, la promozione e le alte valutazioni. Così alunni e genitori sono felici, ottengono il loro bravo diploma faticando poco e possono dedicarsi senza problemi a ciò che più piace loro di fare.
Certamente in questa situazione le scuole da sempre ritenute più impegnative, cioè i licei Classico e Scientifico, hanno tutto da perdere, a meno che non si adeguino anche loro all’andazzo comune, perché quando si sparge la voce, più o meno fondata, che una determinata scuola richiede impegno e non attribuisce con tanta larghezza le valutazioni, rischia di essere abbandonata e di vedere ridotta di molto la propria presenza sul territorio. E’ quello che è successo in questi ultimi anni al Liceo Classico, che ha visto ridursi i propri iscritti dal 10 al 6 per cento (dato nazionale) proprio perché è un corso di studi altamente formativo, che conduce veramente al pensiero critico e fa conoscere tutto ciò che di più bello è stato creato dall’uomo nei secoli, ma ha l’imperdonabile difetto di essere impegnativo, di richiedere riflessione e concentrazione, qualità che i giovani di oggi, nell’epoca di facebook, di twitter, di ask e delle pagliacciate televisive, non sono più disposti ad esercitare.
Cosa fare allora? Continuare stoicamente a mantenere alto il livello dei propri contenuti culturali ed i propri parametri valutativi con il rischio di ridursi sempre di più fino a scomparire, oppure adeguarsi alla superficialità dilagante richiedendo sempre meno agli studenti e aumentando i voti a tutti? E’ un equilibrio difficile. Molti istituti tecnici e licei -anche della mia provincia – hanno scelto, purtroppo, la seconda alternativa, come si può constatare osservando non solo i dati sulle iscrizioni, ma anche i risultati degli esami di Stato, dove abbondano le votazioni massime (100/100 con o senza lode) e tutti sono promossi con valutazioni per lo più superiori alla reale preparazione; e ciò anche perchè molte persone della nostra categoria ritengono che tale comportamento non solo aumenti il numero degli iscritti, ma che ne guadagni pure il prestigio della loro scuola, ch’essi immaginano tanto più elevato quanto più alto è il cosiddetto “successo formativo”. Secondo tale mentalità poco importa il fatto che tale successo sia solo formale e non sostanziale, come di frequente emerge dagli esiti degli studi successivi. A chi non vuole conformarsi alla faciloneria ed al buonismo accade però di sentirsi dire – e con buona ragione, del resto – che i suoi studenti, valutati secondo il loro reale rendimento, sono svantaggiati rispetto a quelli delle altre scuole che attribuiscono voti più alti, perché se debbono sottoporsi a test d’ingresso o iscriversi a facoltà o scuole universitarie dove è richiesto un certo voto di diploma, appaiono certamente meno brillanti degli altri. Cosa si può fare allora? Cedere le armi e adeguarsi alla superficialità altrui o restar fedeli ai propri principi morali ed alla propria professionalità? Confesso di non saper dare una risposta definitiva a questa domanda, perché io stesso, in questo dilemma, mi trovo assalito da molti dubbi. Certo, se esistesse una vera comunicazione e collaborazione tra scuole dello stesso tipo e grado si potrebbe arrivare, almeno nelle singole province, ad un’azione valutativa più omogenea rispetto al sistema attuale dove ognuno fa quel che vuole; e lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto mediante una valutazione esterna veramente efficace dei vari Istituti d’istruzione, che identificasse il successo formativo non con il numero dei diplomati o con la media dei voti riportati, ma con il reale livello qualitativo della preparazione raggiunta dagli studenti. Il problema è che queste che ho enunciato adesso sono mere ipotesi di difficile se non impossibile realizzazione, anche perché manca la reale volontà di affrontare e risolvere la questione; quindi le cose continueranno ad andare come sono sempre andate, con buona pace di tutti.

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“Buona scuola” o povera scuola?

Lo scorso 3 settembre, dopo un’attesa messianica provocata da chi prometteva una vera “rivoluzione” che avrebbe dovuto strabiliare tutti, sono finalmente state rese note le linee direttive della politica scolastica del governo Renzi e del suo ministro Giannini. Ad esse è seguita la pubblicazione sul web di un opuscolo intitolato “La buona scuola”, il quale, giusta il titolo, farebbe credere che la didattica, fino a questo momento, sia stata cattiva, dato che quella prospettata si definisce “buona”. Non è mia intenzione entrare nel merito di un provvedimento che attualmente è ancora allo stato embrionale, visto che annuncia determinati progetti senza chiarire come effettivamente li si potrà vedere realizzati. Come tutte le linee guida e le cosiddette “leggi quadro”, questo documento è in realtà un contenitore ancora da riempire, un quadro cioè di cui è stata preparata soltanto la cornice. Tutto poi sarà precisato dai decreti attuativi, se e quando verranno emanati; e soltanto allora sapremo se questa presunta “riforma epocale” è veramente tale.
Per adesso, leggendo l’opuscolo diffuso in rete, non sembra che le novità siano così eclatanti, dato che di questi e simili argomenti avevano già parlato i governi ed i ministri precedenti, da almeno un ventennio. Il sospetto che mi è venuto, però, è che in certi casi si voglia prospettare come novità dirompenti concetti che non lo sono affatto, e soprattutto provvedimenti che in realtà sono soltanto specchietti per allodole, il cui vero scopo è quello di diminuire le risorse destinate alla scuola ed al suo personale.
Di tutte le novità annunciate che mi lasciano perplesso, ne ricordo soltanto due. La prima riguarda l’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, cioè quello che un tempo era denominato “esame di maturità”. Tenendo conto di quanto annunciato e ripetuto nei vari interventi del ministro Giannini, si ha la netta impressione che nemmeno al Ministero abbiano le idee chiare sui cambiamenti che sarebbe necessario apportarvi, come ad esempio l’opportunità di dare più importanza al curriculum dello studente (oggi cnta soltanto il 25%) o quella di cambiare finalmente la seconda prova scritta del Liceo Classico che oggi, nel 2014, non dovrebbe fondarsi solo ed esclusivamente sulla solita “versione” di latino o di greco come ai tempi di Gentile, un esercizio utile ma non più assumibile come unico strumento per valutare le competenze acquisite dai candidati. L’unica cosa che sembra certa, stando a quanto si è sentito dire ultimamente dal Ministro, è il ritorno alla commissione formata da soli insegnanti interni: un assurdo, perché così facendo si ottiene solo una stanca ripetizione delle valutazioni effettuate dai docenti solo pochi giorni prima dell’esame, facendo assomigliare del tutto questo esame a quello di terza media. La verità nuda e cruda è che questo provvedimento, mascherato con presunte valenze didattiche, è soltanto il modo più diretto per far risparmiare soldi allo Stato, eliminando le trasferte dei presidenti e dei docenti esterni.
Altra novità che lascia perplessi è l’espressa volontà di basare la carriera economica dei docenti non più sull’anzianità ma sul merito individuale. Di per sé la proposta è ottima, perché è palese che gli insegnanti non sono tutti uguali, e che accanto al docente bravo, preparato e volenteroso esiste anche il collega impreparato, fannullone e assenteista: io stesso ho sempre sostenuto, anche in questo blog, l’assoluta opportunità di abbandonare il grigiore dell’egualitarismo e istituire il concetto di meritocrazia. Ma, al di là delle buone intenzioni, il Governo non chiarisce come verrà effettivamente valutato questo merito, e soprattutto in cosa esso consista; sembra infatti che si vorranno premiare quei docenti che si assumeranno incarichi – più o meno burocratici – aggiuntivi all’insegnamento, perché nessuno sa indicare chi abbia l’autorità e la capacità di decidere quali siano gli insegnanti eccellenti, coloro cioè che operativamente siano i più preparati, i più comunicativi, i più impegnati nella didattica, quelli “mediamente bravi” (orrenda espressione usata nel documento governativo), e quelli invece mediocri o scadenti. Poiché tuttavia si prospetta il blocco degli scatti di anzianità, che sarebbero sostituiti da quelli per merito (oltretutto attribuibili solo ai due terzi del corpo docente), il mio sospetto è questo: che cioè si voglia in realtà risparmiare sugli stipendi già molto magri attraverso il blocco dell’anzianità, a cui non corrisponderà di certo un analogo sforzo economico per il merito, dato che quest’ultimo è un requisito molto difficile da accertare. In mancanza di tale accertamento, il rischio è che gli stipendi restino bloccati per tutti per almeno altri cinque anni, mentre gli scatti per merito rimangano più che altro sulla carta, a causa della mancanza di un oggettivo metodo di valutazione.
Così lo Stato continuerebbe a diminuire l’impegno economico e a fare tagli indiscriminati sulla scuola, come già per tanto tempo è avvenuto. Può darsi che io sia troppo pessimista, ma in questo caso mi pare che trovi probabile applicazione quell’antico proverbio che dice che a pensar male ci si azzecca sempre. E perciò io penso che finché non cambierà radicalmente la volontà politica di migliorare veramente il nostro sistema d’istruzione, invece della “buona scuola” avremo la “povera scuola”, anzi poverissima, perché povera lo è già, e non da adesso.

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Osservazioni sugli esami di Stato 3. Dalla parte degli studenti

Ho già dimostrato, nel primo post di questa “trilogia” sugli esami di Stato della scuola superiore, che l’impegno degli studenti è gravoso, dovendo essi essere preparati sui programmi dell’intero anno scolastico conclusivo in quasi tutte le materie del loro corso. Questa formula d’esame, inaugurata nel 1999 dall’allora ministro Berlinguer, non è affatto semplice, ed i risultati spesso positivi non debbono ingannare chi non è addentro alla questione. Qui però desidero affrontare un altro argomento, collegato ai primi due, e cioè: come vivono gli studenti questa prova che debbono affrontare? Vi si avvicinano nel modo corretto oppure compiono degli errori di prospettiva piuttosto gravi?
Ovviamente la risposta a quest’ultimo interrogativo è sì, e vediamo perché. Il primo e più diffuso errore degli studenti, a ciò abituati da un andazzo facilone che esiste nel nostro Paese dai tempi del ’68, è quello di pensare che la promozione sia cosa certa e scontata. Non è così: la commissione d’esame, per promuovere un alunno, deve avere comunque degli appigli, dati dalle prove scritte o da quelle orali; se questi punti di forza non ci sono, se cioè vengono fallite sia le prove scritte che il colloquio, la bocciatura è nella logica delle cose, è probabile e del tutto corrispondente alle leggi vigenti. Anzi, è più facile adesso che con il vecchio esame, perché allora veniva fatto un bilancio al 50 per cento (o quasi) tra i risultati ottenuti nel corso degli studi e quelli delle prove d’esame, per cui uno studente, se pur aveva avuto qualche esito positivo in precedenza, poteva salvarsi; ma oggi il voto finale è dato da una pura somma di voti, in cui il credito scolastico (che rappresenta appunto l’andamento dei tre anni precedenti) conta solo per il 25 per cento; se quindi tale punteggio, sommato a quello delle prove scritte ed orali d’esame, non raggiunge i 60 centesimi, lo studente è bocciato e non c’è nulla da aggiungere o da rimarcare.
Un altro diffusissimo errore degli studenti è quello di sottovalutare l’esame e non prepararlo nel modo dovuto. Alcuni di loro pensano che sia sufficiente conoscere il proprio argomento iniziale (la cosiddetta “tesina”), che è invece sempre meno valutata dalle commissioni attuali. La tesina non ha alcuna influenza sulle prove scritte, mentre al colloquio le sono riservati, di norma, i primi dieci minuti, dopo di che si passa alle domande specifiche su tutte le materie. Molti studenti, appunto, non prendono in considerazione questo dato di fatto e si presentano all’esame con una preparazione raffazzonata e spesso superficiale, senza tener presente che debbono portare il programma di un intero anno scolastico di quasi tutte le materie del loro corso. Che questo sia un atteggiamento molto comune si nota anche dal fatto che mentre noi, che pure (lo ripeto) avevamo un esame molto più semplice e basato su due sole materie scritte e due orali, passavamo pomeriggi e notti a studiare e spesso non frequentavamo più la scuola nel mese di giugno proprio per prepararci, gli studenti attuali vengono a scuola fino all’ultimo giorno (anche per organizzare festicciole e perdere tempo) e si fanno vedere di pomeriggio in giro per i luoghi di divertimento, come se l’esame non ci fosse o non toccasse proprio a loro.
Il terzo e gravissimo errore di studenti e genitori è quello di non avere un’esatta consapevolezza della propria preparazione. Molti si illudono di essere preparati, di sapere tutto, di fare bella figura, e invece poi subiscono all’esame un’amara delusione. Certe persone, anche durante l’anno scolastico, sono convinte di essere brillanti e di avere capacità che in realtà non hanno; ed in questo campo specifico i genitori sono peggiori degli studenti, perché molti di loro credono erroneamente che il loro figlio sia un genio, un Einstein in miniatura, salvo poi scoprire a loro spese che non è così. Questo accade anche perché i genitori proiettano sui figli le loro frustrazioni, pretendono di veder raggiunti da loro i traguardi ch’essi non sono stati capaci di raggiungere nella vita, e finiscono per sopravvalutarli; perciò, se poi i risultati non sono quelli sperati, ne consegue una forte delusione e una colpevolizzazione dei professori, che diventano così il capro espiatorio. La colpa è sempre dei professori, specie dei membri interni che non hanno sostenuto abbastanza il povero studente. E non si rendono conto, invece, che spesso non c’era nulla da sostenere, che di fronte a prove miserevoli non c’è nessuno che possa falsare la realtà di fatto.
In conclusione, alla fine dell’esame non c’è nessuno che sia contento del voto ricevuto, perché tutti erano convinti, nella loro presunzione, di meritare di più. Questo riguarda purtroppo anche i più bravi, quelli che se ne escono con valutazioni alte, perché poi fanno i confronti con i compagni e ciascuno presume di essere più bravo degli altri, per cui il voto gli sta sempre stretto. Oltretutto c’è una falsa convinzione che gira per le scuole: che cioè lo studente bravo, che ha avuto sempre buoni risultati, debba prendere per forza il massimo dei voti, 100 centesimi. Ed invece non è così: i 100 centesimi, cioè il massimo, vanno attribuiti soltanto alle eccellenze vere e proprie, ai casi di bravura eccezionale, e non genericamente a tutti quelli che hanno avuto un buon rendimento; anche voti come 98, 96, 94, 90 e persino 85 sono alti e denotano un merito individuale di indubbio rispetto, per cui chi li ottiene dovrebbe comunque essere soddisfatto. Ed invece non è così: tutti avrebbero voluto di più, tutti (genitori e studenti, ugualmente presuntuosi) pensavano di meritare di più. E la colpa del mancato risultato di chi è? Non dello studente, che ha fallito delle prove scritte o ha detto sciocchezze varie all’orale. No. La colpa è sempre dei professori, brutti e cattivi, che non vogliono aiutare i poveri ragazzi e pretendono perfino che lo studente sappia commentare un testo o sapere quando è iniziata la prima guerra mondiale. Cosa importa conoscere queste bazzecole? Tanto c’è internet, dove si trova tutto; la scuola può andare a farsi benedire.

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Osservazioni sugli esami di Stato 2. L’infelice condizione del membro interno

Nella mia lunga esperienza di esami di Stato mi sono trovato più volte a svolgere sia la funzione di membro interno, per me obbligatoria ogni due anni perché al liceo Classico si alternano in questo ruolo il docente di italiano e quello di latino e greco, che quella di commissario esterno o di presidente di commissione; e debbo dire, in tutta sincerità, che preferisco di gran lunga questa seconda situazione, sebbene vi sia da fare un viaggio piuttosto disagiato, specie nelle giornate più calde, per raggiungere sedi situate all’altro capo della provincia.
Perché dico questo? Il presidente o commissario esterno, che va ad esaminare alunni non suoi, è molto più tranquillo dato che, non conoscendo nessuno degli studenti che esaminerà, non è al corrente del loro reale livello culturale, delle capacità, dell’impegno profuso negli studi ecc., e quindi può giudicare oggettivamente, senza troppo coinvolgimento emotivo. Dovrà solo ricordarsi che ha lasciato nella sua scuola i propri alunni, che non necessariamente sono più bravi o preparati di quelli che andrà a giudicare in un’altra sede; dovrà evitare quindi (ma non tutti lo fanno, purtroppo) di assumere atteggiamenti censori o troppo esigenti, di mettere in difficoltà i ragazzi dei colleghi ed ostentare una severità che certamente non ha mostrato l’anno o gli anni precedenti, quando ha svolto la funzione di membro interno.
E quest’ultimo invece, il malcapitato che porta all’esame i propri studenti, come si sente? Male, molto male, specie quando sa che tra i suoi alunni ci sono alcuni che mantengono le lacune accumulate in tutto il quinquennio e mai superate, alunni che il Consiglio di classe ha deciso di ammettere all’esame ma che lo affrontano tra mille paure e difficoltà. E a tal proposito aggiungo che la mia convinzione è quella secondo cui sarebbe di gran lunga preferibile evitare il buonismo deleterio che molto spesso è diffuso nelle nostre scuole, e bocciare prima (o comunque non ammettere all’esame) persone che non sono in grado di superarlo se non per buona sorte o per estremo lassismo delle commissioni. E invece si preferisce quasi sempre lasciare alla commissione d’esame le patate bollenti, sperando nella fortuna e nella clemenza della corte.
Ciò detto, torniamo a parlare dello stato d’animo del membro interno. Egli ha dentro di sé una scala di valori dei propri alunni, e logicamente vorrebbe che fosse rispettata; ma molto spesso non è così, perché succede frequentemente che chi ha sempre avuto un buon rendimento si emozioni e si perda nelle prove d’esame, così come può accadere, all’inverso, che il lavativo di turno incontri una giornata felice, abbia fortuna nelle domande rivoltegli o comunque faccia buona impressione ai commissari e ottenga così valutazioni più alte di chi si è sempre impegnato ed ha avuto per cinque anni un andamento scolastico migliore. Questo è nella logica delle cose, ma dispiace a chi ha in sé il senso di giustizia che vorrebbe fosse rispettato; e del resto non si può nemmeno insistere con i colleghi esterni facendo presente la disarmonia uscita fuori dalle varie prove, perché essi generalmente ti rispondono che dei risultati di profitto precedenti si è già tenuto conto nel punteggio del credito scolastico, e che l’esame ha una vita propria. Ma proprio qui sta l’iniquità, secondo me: con il vecchio esame, quello delle due materie scritte e due orali, si verificava un sostanziale equilibrio, nell’attribuire il voto finale, tra i giudizi che la scuola elaborava circa l’andamento dello studente negli anni precedenti e le prove d’esame; adesso invece il voto conclusivo è ottenuto mediante una pura e semplice sommatoria di punteggi, nella quale il credito scolastico (cioè il punteggio dato sulla base delle medie ottenute dallo studente nei tre anni conclusivi del ciclo di studi) conta soltanto per il 25 per cento, mentre il 75 per cento deriva dalle prove d’esame. Di qui le frequenti incoerenze che si riscontrano nelle valutazioni finali, delle quali ben pochi sono contenti, ben pochi si riconoscono nel voto ricevuto.
Aggiungo un’ultima considerazione. Il membro interno, nell’immaginario collettivo, è sempre stato concepito come il paladino degli studenti, quello che li difende a spada tratta in tutte le situazioni e cerca quindi di far lievitare tutte le valutazioni; e ci sono in effetti molti membri interni che continuano a comportarsi così, suggerendo persino le risposte ai ragazzi durante le prove scritte, comunicando in anticipo le domande della terza prova o spingendo al colloquio per ottenere voti assolutamente non meritati. E su questo blog ho detto più volte perché costoro agiscono così: non tanto per il bene degli studenti, ma per se stessi, nel senso che se una classe ha buoni voti all’esame ciò è una gratificazione per i docenti che li hanno preparati durante l’anno scolastico, che così risultano più bravi. Ma io, che in molti casi la penso diversamente dalla maggioranza dei miei colleghi, non credo affatto che questo sia il compito del membro interno, ma che egli debba piuttosto cercare di far rispettare, per quanto possibile, la scala dei valori dei suoi studenti, cercando di premiare i migliori e non i peggiori. Ciò significa, in molti casi, fare il contrario di quel che si è detto sopra, cioè impegnarsi non per aumentare ma per diminuire certe valutazioni eccessive, che la commissione esterna a volte attribuisce per mancata conoscenza degli studenti, per cui – come dicevo sopra – chi si presenta bene o ha un colpo di fortuna riesce ingiustamente a passare avanti a chi si è sempre impegnato. Io credo molto nel merito individuale e odio ogni forma di ingiustizia e di massificazione, per cui chi ha sempre mostrato capacità ed impegno costante dovrebbe, a mio giudizio, ottenere i voti migliori. E non bisogna dimenticarsi che con la forma attuale dell’esame di Stato, diversamente dal precedente, il membro interno è parificato agli esterni nella commissione, deve correggere gli scritti e porre le domande al colloquio orale; è necessario perciò che sia obiettivo, che evidenzi gli errori quando ci sono e non mistifichi la realtà facendo passare per bravi e meritevoli studenti che non lo sono affatto. Ricordiamoci che la Verità paga sempre, la menzogna e l’ingiustizia sono invece prerogative delle persone meschine, non di uomini e donne che debbono essere, oltre che docenti delle loro materie, anche maestri di vita.

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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Come attribuire i voti agli studenti

In questo periodo dell’anno scolastico tutti i docenti e gli studenti sono impegnati, a ritmo battente, nelle ultime verifiche orali e compiti in classe, per arrivare poi allo scrutinio finale con un “congruo numero” di valutazioni, come prevede la norma ministeriale. E’ quindi lecito chiedersi, ora più che mai, quale sia il criterio giusto per attribuire i voti alle prove degli alunni. Da quando è stato istituito il nuovo esame di Stato (1999) e di conseguenza il credito scolastico (ossia il punteggio che la scuola attribuisce ad ogni studente in base alle medie dei voti riportati negli ultimi tre anni di corso, punteggio he concorre poi a determinare il voto finale dell’esame), anche l’uso della scala valutativa è cambiato, pur restando sempre in decimi. I voti assegnati, in altri termini, vanno sempre da 1 a 10, ma mentre in precedenza i docenti tendevano ad attribuire soprattutto i voti intermedi della scala (cioè, più o meno, da 4 a 8), adesso è necessario invece adoperare l’intera successione numerica: se vogliamo infatti porre un alunno/a particolarmente meritevole in condizioni di ottenere all’esame il massimo dei voti (cioè 100/100) è indispensabile ch’egli/ella consegua allo scrutinio finale una media superiore a 9/10, altrimenti non ha il credito necessario per raggiungere l’obiettivo finale. E’ vero che le commissioni dispongono di un “bonus” aggiuntivo che va fino a cinque punti, ma non sempre sono disposte ad utilizzarlo e comunque basta che lo studente abbia qualche imperfezione nelle prove d’esame per mancare il risultato.
Ciò nonostante, molti colleghi sembrano non aver compreso questa necessità di una revisione della scala valutativa, che va impiegata tutta, in entrambe le direzioni; se è vero infatti che nulla impedisce l’attribuzione dei voti massimi (9 e 10) quando le prove dell’alunno sono del tutto rispondenti alle richieste del docente, è altrettanto vero che a prove scadenti o addirittura nulla si debbono attribuire valutazioni basse (2 e 3), e non partire dal 4 che, almeno a mio parere, denota sì una prova negativa, ma nella quale vi sono comunque alcuni elementi apprezzabili. Voglio dire che se un alunno mi fa 10 errori in una versione di latino, ma ha comunque cercato di tradurla e ne ha compreso almeno il senso generale, io posso attribuire un 4; ma se ha lasciato il compito in bianco o ha tradotto (e male) solo due o tre righe io non posso trattarlo allo stesso modo, perché non sarebbe giusto nei confronti dell’altro, e quindi debbo attribuirgli un 3 o un 2. Per quanto mi riguarda, dunque, io mi conformo all’invito ministeriale e utilizzo l’intera scala dei voti, escludendo soltanto, quasi sempre, i due voti estremi, cioè l’1 e il 10, perché oggettivamente mi sembrano esagerati. A dire la verità non ho mai, nella mia lunghissima carriera, attribuito l’1, mentre il 10 qualche volta l’ho dato, sia pure in casi eccezionali.
L’uso dell’intera scala valutativa mi sembra giusto non solo perché ce lo richiede il Ministero, ma perché lo esige la norma morale della giusta differenziazione tra prestazioni molto diverse: chi appiattisce le valutazioni, in effetti, adoperando solo i voti dal 4 all’8 (e talvolta persino dal 5 al 7!), compie un’iniquità, perché non distingue abbastanza tra gli esiti didattici dei propri alunni. Poiché la natura umana è molto diversa da individuo a individuo, poiché non siamo tutti uguali ed in particolare gli studenti sono molto differenziati tra loro per capacità e impegno allo studio, non è opportuno omologare e massificare le valutazioni, dato che in tal modo si mortifica l’alunno capace e meritevole che si vede quasi parificato a chi è molto meno capace e diligente di lui. Invece purtroppo il fenomeno c’è ancora, e certi colleghi, forse per non esporsi a critiche o proteste delle famiglie, non scendono mai sotto il 4 o il 5; poi però, forse per non dare l’impressione di essere troppo permissivi, mortificano gli studenti bravi fermandosi al 7 o all’8, quando non c’è nessun motivo per negare, a chi veramente lo merita, la soddisfazione di vedere premiate le proprie fatiche con il massimo della valutazione. Anche questo atteggiamento, a mio parere, deriva da una certa visione idelogica della società che poco sopporta le differenze economico-sociali, e che in base a questo preconcetto tende a ridurle anche nella scuola, attribuendo più o meno a tutti gli stessi voti. Forse sembrerà loro di contribuire con ciò all’uguaglianza tanto invocata ai tempi della “lotta di classe”, ma in realtà ciò che essi ottengono è solo un’ingiusta omologazione tra personalità umane che sono tra loro diverse e come tali debbono essere valutate. Esistono poi ancora, a distanza di oltre 40 anni dal “mitico” ’68, professori che ricorrono al “sei politico”, che cioè non danno per principio insufficienze a nessuno, nemmeno ai vagabondi che non si sognano mai di aprire un libro; ciò si verifica più spesso in alcune materie (v. storia e filosofia) che non casualmente sono state le più contagiate da quell’atmosfera “rivoluzionaria” degli anni ’70 nella quale tanti docenti di oggi sono stati formati; ma il danno che questo modo di agire provoca agli studenti stessi è evidente, perché chi sa che comunque otterrà la sufficienza in una materia si guarda bene da studiarla, salvo poi pentirsene in anni più maturi, quando le sue lacune gli faranno apprezzare e rivalutare proprio quei professori che abbondavano di valutazioni basse, dato che un alunno di 16-17 anni ha bisogno di questo “timore” del voto per impegnarsi veramente.
Molti di noi continuano a rammentare il fatto (piuttosto ovvio del resto) che il voto dato alle prove scolastiche non è un giudizio irrevocabile sulla persona, ma solo il corrispettivo di una precisa e momentanea prestazione culturale; non ne dubito, ma non possiamo fare a meno di accorgerci che per gli studenti e le loro famiglie il voto è importante, ed occorre quindi attribuirlo con criteri improntati a giustizia ed onestà, altrimenti la nostra immagine sociale, già compromessa, ne viene ulteriormente svalutata.

Su questo ed altri spunti di riflessione presenti nel post gradirei di conoscere l’opinione dei lettori, che sono quindi invitati a lasciare un commento nello spazio sottostante.

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Vademecum anti-copiature per prof. di latino (e greco)

E’ cosa ben nota che in tutte le scuole gli alunni, quando hanno potuto, hanno sempre cercato scorciatoie per arrivare ad avere buoni voti, e una di queste – la più comune – è quella di tentare di copiare durante i compiti in classe e gli esami. Fino ad alcuni anni fa le tecniche copiatorie, benché svariatissime, erano quasi tutte conosciute dai docenti e combattute con un certo successo: tra di esse ricordo lo scambio di foglietti durante il compito, le minifotocopie da portare a scuola e tirare fuori al momento opportuno, le sbirciate sul compito del vicino di banco, i sussurri a mezza voce quando il docente è distratto e altri ancora. Questi metodi arcaici non sono stati abbandonati del tutto, ma presentano (purtroppo per gli studenti) degli inconvenienti, nel senso che un professore accorto, che ovviamente è stato a scuola molto prima dei suoi allievi, riesce spesso a scoprirli e neutralizzarli; perciò, con l’avvento della tecnologia, si è diffuso oggi un metodo di copiatura molto più efficace: quello di connettersi ad internet col cellulare durante il compito, entrare in un sito dove alcuni furfanti hanno collocato la traduzione di tutti (o quasi) gli autori latini e greci e trovare il brano proposto. Il sistema è facile e di quasi sicuro effetto, perché basta digitare qualche parola del testo per averlo subito tradotto, e a volte anche a costo zero. Un cellulare di quelli moderni, piccolo e di bassissimo spessore, può essere nascosto ovunque, anche dentro un vocabolario, per cui molto spesso l’ignaro docente, pur sorvegliando la classe, non si accorge di nulla. Va da sé che noi non siamo autorizzati a perquisire gli studenti, e la legge non ci dà nessun aiuto: i ministri dell’istruzione (v. l’ing. Profumo, in carica con il governo Monti) non si interessano del problema e lasciano la patata bollente ai docenti, ai dirigenti ed ai presidenti di commissione d’esame, i quali devono decidere sul momento senza alcuna protezione legale. L’unico provvedimento adottato in tal senso è quello, esagerato e fuori della realtà, che commina l’esclusione da tutte le prove, e quindi la perdita dell’anno scolastico, per lo studente sorpreso ad usare il cellulare durante l’esame di Stato; però, data la gravità della norma, in pratica nessun presidente di commissione se la sente di applicarla alla lettera, anche perché in caso di ricorso al TAR la famiglia dell’alunno ha molte probabilità di vittoria, e così si preferisce sorvolare, fare finta di non avere visto, con la solita logica del “tiramo a campà” tipicamente italiana. Ma anche nei normali compiti in classe noi docenti siamo esposti a ricorsi e quindi a doverci ritirare con la coda tra le gambe, perché per prendere un provvedimento nei confronti di un alunno disonesto non basta avere le prove che quel compito è copiato, cosa di cui un bravo professore si accorge subito appena ne legge le prime parole: occorre sorprendere sul fatto l’alunno mentre copia (cosa quasi impossibile), altrimenti egli può sostenere di averlo svolto da solo (magari perché va a lezione privata) e averla vinta in caso di contenzioso.
E allora cosa ci resta da fare per evitare il malcostume delle copiature? A tal proposito io dico che mi sono sempre impegnato, con tutti i mezzi, per impedire il verificarsi del fenomeno, e non perché mi interessi in particolare il voto che quello studente avrà nel compito, ma perché la scuola è ormai l’unica istituzione dove si insegnano ai futuri cittadini i veri valori della vita civile, dove il messaggio che deve passare non è quello di farsi furbi e trovare le scorciatoie aggirando gli ostacoli, perché così non si educa e non si fa crescere nessuno; dobbiamo invece inculcare nei nostri alunni il senso dell’onestà, della correttezza, della fiducia nelle proprie capacità, valori che saranno fondamentali nella loro vita futura e dei quali ci ringrazieranno. Se poi la società procede in senso opposto, ragione di più per combattere con tutte le forze la disonestà e la corruzione dilaganti. Solo così si può ricostruire una società che abbia qualche speranza di un futuro migliore.
Visto che non abbiamo altri mezzi e la legge non ci soccorre, cerchiamo almeno di contrastare quanto più possibile questo vero flagello della nostra scuola, a cui nessuno o quasi ha rivolto finora la dovuta attenzione. Nella mia esperienza di pluridecennale docenza di materie soggette alle copiature, mi sento di dare ai colleghi qualche consiglio, senza alcuna pretesa, così tanto per fare quattro chiacchiere. Mi riferisco ai compiti ed esami di latino e greco, dove gli alunni debbono tradurre in italiano un testo in lingua classica; di altre discipline, purtroppo, non mi intendo abbastanza.
Punto primo. Non prendere mai il brano da tradurre da un testo di versioni in uso nella scuola. I lestofanti che gestiscono questi siti maledetti offrono la traduzione in serie di tutte le versioni presenti in ciascun testo, nell’ordine numerico del libro originario e con gli stessi titoli: quindi, se un docente prende un brano da un libro X che alla pag. 151 porta la versione “Tradimento di Alcibiade”, ad esempio, al ragazzo basterà digitare il titolo e la pagina e troverà subito la traduzione. Occorre invece prendere il testo da internet, sui siti specifici (ad es. per il latino, http://www.thelatinlibrary.com), fare il copia-incolla su un file word e apporre al brano un titolo di nostra invenzione.
Punto secondo. Non lasciare il testo nella forma esatta con cui l’avete trovato, ma cambiare alcune costruzioni, l’ordine delle parole, togliere e aggiungere qualcosa di vostra iniziativa, al testo stesso; ciò per evitare che gli studenti, digitando le prime due o tre parole dell’inizio del brano o di un periodo trovino immediatamente la traduzione (ad es. invece di “Cognita militum voluntate Caesar Ariminum cum ea legione proficiscitur” si può scrivere “Ariminum cum ea legione proficiscitur Caesar de voluntate militum certior factus” o simili). Ciò disorienta il copiatore, rendendo la sua ricerca molto più difficile.
Punto terzo. Fare sempre consegnare i cellulari agli studenti prima del compito, ponendoli sulla cattedra. E’ vero che possono fare il giochetto di consegnarne uno e tenerne un altro addosso, ma la richiesta del docente di depositare TUTTI i cellulari ha comunque un effetto deterrente, perché l’alunno sa che, se scoperto, avrà in più l’aggravante di aver compiuto un doppio inganno e di essere quindi passibile di un provvedimento più pesante. A volte anche l’aspetto psicologico ha il suo peso. Attenzione anche alla qualità dei cellulari consegnati: se sono vecchi, solo telefoni e non smartphones (che adesso hanno quasi tutti), c’è il fondato sospetto che il furbetto di turno abbia un altro apparecchio nascosto.
Punto quarto. Le scuole dovrebbero munirsi di apposite apparecchiature in grado di rilevare la presenza di cellulari accesi in un determinato ambiente. Prodotti del genere esistono, ma costano una certa cifra, ed è quindi il consiglio di Istituto che deve assumersi l’onere dell’acquisto, non può farlo il singolo docente. Tuttavia, dato che il fenomeno ha ormai raggiunto proporzioni allarmanti e in certe scuole intollerabili, sarebbe il caso che gli organi collegiali deliberassero in tal senso, magari rinunciando a comprare ulteriori computer o mezzi multimediali costosi e pressoché inutili come le famose LIM, che servono solo ad arricchire le aziende produttrici. Esistono anche i cosiddetti disturbatori di frequenze, che impediscono proprio ai cellulari di connettersi a internet, ma il loro uso è vietato, e francamente non ne vedo il motivo; ma qui dovrebbe intervenire direttamente il legislatore, cioè il Ministero ed il Parlamento, cosa che – visto il disinteresse finora mostrato al problema – dubito fortemente che accada.

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L’esame di Stato: c’è qualcosa da cambiare?

Dal 1999, anno in cui fu istituito il nuovo esame di Stato in sostituzione del vecchio esame di maturità nelle scuole superiori, sono stato sempre puntualmente chiamato a far parte delle commissioni; ad anni alterni ho rivestito la funzione di membro interno ed esterno, o più spesso di presidente di commissione. Posso quindi dire, senza peccare di presunzione, di avere ormai un’esperienza che mi consente di dare qualche giudizio in materia, anche riguardo a ciò che a mio parere andrebbe modificato.
Certo, a voler dire tutto, verrebbe da scrivere un libro, non un post su un blog qualsiasi come questo. Mi limiterò quindi a due aspetti, uno generale ed uno particolare concernente l’indirizzo di studi nel quale insegno da oltre un trentennio. Il primo riguarda le modalità di calcolo del punteggio finale, che, a causa della volontà dei nostri legislatori di scimmiottare ciò che avviene all’estero e soprattutto nei paesi anglosassoni, consiste in una semplice sommatoria dei punteggi delle varie prove. Già questo è discutibile, perché la valutazione di una persona dovrebbe basarsi sull’esame complessivo della sua personalità umana e culturale, non su un mero calcolo numerico. Ma lasciando da parte questo, l’aspetto più iniquo di questo esame è che il percorso scolastico dello studente, cioè i cinque anni della scuola superiore in cui è stato valutato dai suoi insegnanti incide sul voto finale solo per il 25% (il cosiddetto credito scolastico), mentre il 75%, cioè la percentuale di gran lunga maggiore, è determinata dalle prove d’esame, sulle quali incidono molto, anzi moltissimo, fattori contingenti come l’emotività della persona, le domande specifiche che vengono rivolte al colloquio orale, l’atteggiamento dei commissari ecc. Spesso, purtroppo, incidono sulle valutazioni anche fattori del tutto soggettivi come l’immagine esterna che dà lo studente di sé, il suo modo di parlare o di vestire, l’umore dei commissari ecc. Il vecchio esame invece, con tutti i difetti che poteva avere, metteva però su un piano di parità il percorso formativo dello studente e le prove d’esame, lasciando alla sorte ed ai fattori contingenti uno spazio certamente minore. Perciò, se volessimo arrivare ad una valutazione obiettiva, occorrerebbe portare al 50% il credito scolastico e lasciare l’altro 50% alle prove d’esame, in modo da bilanciare due elementi valutativi che dovrebbero possedere un’incidenza simile, se non proprio uguale, sul voto conclusivo.
L’altra osservazione che vorrei fare riguarda in modo specifico il Liceo Classico, oggi purtroppo in crisi di iscrizioni (v. i miei post precedenti) e osteggiato in ogni modo dalla classe politica attuale, compresi i ministri dell’istruzione. A proposito va rilevato un aspetto non trascurabile che riguarda la seconda prova scritta d’esame, quella diversificata a seconda del corso di studi. Ora, mentre nelle altre scuole (v. il liceo scientifico) si è provveduto a innovare la tipologia di questa prova, al classico è rimasta inalterata la vecchia “versione” di latino o di greco, che oltretutto, qualche volta, è risultata molto difficile per gli studenti e del tutto aliena da quelle che sono oggi le competenze oggettivamente raggiungibili nel percorso di studi: imporre (non proporre) un lunghissimo e difficile brano di Aristotele (esame 2012), oltretutto tratto da un’opera non destinata alla pubblicazione e quindi redatta in forma di “appunti” ad uso interno dei discepoli del grande filosofo, significa non aver capito nulla di ciò che si possa proporre oggi ai nostri studenti oppure, ancora peggio, voler di proposito affossare un certo indirizzo di studi a vantaggio di altri che hanno sostenuto all’esame prove ben più abbordabili. Per esperienza diretta posso dire che ormai la traduzione dal latino e dal greco, attività irrinunciabile e formativa perché richiede ed alimenta facoltà mentali molto spesso atrofizzate, è però diventata, ai suoi livelli più alti, un lavoro da esperti della materia, e non è più proponibile agli studenti “normali” come UNICO mezzo di accertamento delle loro capacità e competenze. Ricordiamo che spesso i ragazzi arrivano dalla scuola media senza neppure sapere, in italiano, cosa sono il soggetto ed i complementi, ed è quindi illusorio e segno di malafede il pretendere ch’essi divengano, alla fine del loro percorso, esperti traduttori o filologi classici di gran fama; e del resto non è questa la precipua finalità degli studi liceali, bensì quella di fornire agli alunni un valido metodo di lavoro e di forgiare quelle abilità mentali che servono per la comprensione della realtà attuale, abilità che si formano “anche” ma non “soltanto” traducendo gli scrittori antichi.
Per questo motivo, come ho già proposto a chi di dovere, sarebbe il momento di cambiare strutturalmente la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, magari lasciando un breve brano da tradurre ma integrandolo con riflessioni di tipo linguistico e storico-letterario, il che sarebbe certamente più utile per una valutazione complessiva della personalità dello studente. I commissari potrebbero inoltre contare su di una maggiore trasparenza ed originalità della prova stessa, poiché la classica “versione”, attualmente, viene spesso copiata dagli studenti, o mediante il cellulare, o con aiuti “esterni” o col semplice passaggio di informazioni durante le quattro ore della prova. In un quesito di storia letteraria, invece, la copiatura verrebbe immediatamente smascherata, poiché non esiste un’unica forma di svolgimento, ma ognuno dovrebbe trattarlo in modo personale.
Voglio illudermi di pensare che queste mie osservazioni, espresse in un semplice blog, possano essere lette da qualcuno dei funzionari ministeriali preposti all’organizzazione degli esami di Stato, il quale ci rifletta sopra. Forse, appunto, è un’illusione, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare per far sentire la nostra voce, la voce di chi ha vissuto tutta la vita nella scuola e che quindi, senza supponenza, una certe esperienza deve pur averla maturata.

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Cronache di poveri esami

In questo periodo molti di noi (me compreso) sono impegnati nel lavoro delle commissioni per gli esami di Stato delle scuole superiori, e come tutti gli anni riemergono gli stessi problemi: alunni impreparati e spesso avventurieri, commissari interni che aiutano sfacciatamente i loro studenti, presidenti e commissari esterni che chiedono argomenti fuori del programma, ecc. ecc. E’ una lamentela continua, tipicamente italiana, su questi esami, che qualcuno vorrebbe abolire del tutto, qualcuno vorrebbe effettuati dai soli professori interni alla scuola o addirittura, al contrario, da tutti esterni. Se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori: a voce nei corridoi scolastici, sui forum di internet, sui giornali e altrove.
Personalmente penso che l’esame di Stato sia necessario, e non tanto per il valore legale del titolo di studio, quanto perché costituisce per un giovane la prima prova seria da affrontare nella vita, quella in cui si deve mettere in gioco con le proprie conoscenze e competenze. L’essenziale sarebbe che questo appuntamento fosse gestito bene, rispettando la legge scritta e quella morale della giustizia e dell’onestà; ed invece molto spesso entrambe queste categorie vengono palesemente trasgredite. Si comincia con la brutta abitudine dei commissari interni (non tutti, s’intende!) di aiutare smaccatamente gli studenti arrivando persino a passare loro il compito scritto o a suggerire le risposte dell’orale, se non addirittura ad informare in anticipo i ragazzi sulle domande che porranno loro al colloquio. Inutile dire che questo comportamento è ignobile, oltre che illegale, perché tradisce e infanga completamente la professionalità della nostra categoria, se non altro perché in tal modo gli studenti vagabondi e incapaci vengono messi alla pari dei migliori. E la ragione per cui alcuni si comportano così – come ho potuto constatare in diversi casi – non è tanto l’amore materno per i propri studenti, quanto l’aspirazione ad esaltare se stessi e la propria scuola: c’è infatti la presunzione, errata ma molto diffusa, secondo cui – nel giudizio degli estranei che prenderanno nota dei voti finali attribuiti – più le valutazioni saranno alte più la scuola ne guadagnerà in prestigio, poiché i lettori esterni presupporranno che a buoni voti corrisponda necessariamente un’elevata qualità dell’insegnamento.
Ma spesso a valutare con eccessiva larghezza gli alunni sono anche i commissari esterni, presidenti compresi, ed anche costoro hanno le loro buone ragioni per agire così: non scontentare i commissari interni (che l’anno seguente potrebbero essere esterni proprio nelle scuole di provenienza degli esterni attuali), per non avere noie e fastidi, e soprattutto per la paura folle dei ricorsi, che costringerebbero la commissione a riunirsi di nuovo, magari durante le agognate ferie estive.
Ciò che risulta da questo quadro è desolante: le valutazioni complessive sono, nella maggior parte dei casi, più alte di quanto gli alunni meriterebbero, ma ci sono anche (ironia della sorte!) casi contrari. Poiché si evita ovunque la bocciatura anche di un solo alunno (sempre per il terrore dei ricorsi), ci si riduce spesso a compiere gravi ingiustizie, perché coloro che dovrebbero bocciare vengono aiutati in tutti i modi, spesso sfacciatamente, per raggiungere il minimo necessario alla promozione, mentre ad altri alunni dai risultati migliori vengono assegnati voti minimi o poco più alti; giustizia vorrebbe invece che, se il potenziale bocciato viene comunque promosso, a chi raggiunge la promozione con le proprie forze fosse riconosciuto qualche punto in più. Ma spesso non è così, perché i ricorsi, si sa, li fa soprattutto chi viene bocciato.
Eppure la normativa sugli esami di Stato è chiara e trasparente, e basterebbe seguirla attribuendo a ciascuno il suo; se poi qualche studente risultasse bocciato e dovesse ripetere un anno, non sarebbe un dramma, ma rientrerebbe nella normale pratica scolastica. Ma purtroppo da noi le leggi sono sottoposte all’interpretazione personale, e ciascuno le stravolge a suo piacimento. Ricordo che anni fa partecipai ad un convegno sulla scuola organizzato a Sinalunga (Siena) dall’on. Rosy Bindi del PD, al quale partecipò anche l’ex Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer. In quell’occasione io, prendendo la parola, affermai che il nuovo esame di Stato non dava risultati migliori del precedente, anche a causa dei voti inflazionati e delle promozioni di massa che continuavano a verificarsi; al che Berlinguer mi rispose che la normativa era ben congegnata e che permetteva tutte le possibili soluzioni, e perciò, se le cose continuavano ad andare male, era colpa degli insegnanti e non del Ministro. E devo dire che, in quell’occasione, Berlinguer aveva perfettamente ragione.
Da quando è stato istituito il nuovo esame (1999) io mi ci sono trovato sempre coinvolto, alternativamente come membro interno e come presidente di commissione, e debbo dire che sono molto più tranquillo in questa seconda funzione. Per quel che posso, cerco di effettuare tutte le operazioni rispettando scrupolosamente la normativa; perciò non ho paura dei ricorsi come molti colleghi, perché sono convinto che chi fa il proprio dovere ed ha la coscienza serena non deve avere timore di nulla. Nelle valutazioni sono sempre io che, come presidente della commissione, avanzo la proposta di voto; ma non ho mai preteso di imporre nulla a nessuno, tutto viene deciso democraticamente all’unanimità o a maggioranza. Molto spesso mi sono dovuto adeguare a decisioni che non condividevo; ma questo fa parte delle regole della vita democratica e va accettato, purché non si violi la legge e tutto avvenga nella massima trasparenza.

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Cosa c’è di nuovo nella scuola?

La nomina del nuovo ministro, la prof.ssa Maria Chiara Carrozza, mi ha lasciato quasi del tutto indifferente, anche perché finora non ho mai avuto l’onore di conoscerla; sono venuto a sapere che era la direttrice della prestigiosa Scuola S.Anna di Pisa e che appartiene al Partito Democratico, ma non mi è noto alcun suo contributo per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria. Può anche darsi che ne abbia piena conoscenza, ma la cosa, almeno fin qui, non mi risulta; ed il fatto che provenga dal mondo universitario non è una garanzia che sia un buon Ministro dell’istruzione, come dimostra chiaramente l’operato del suo predecessore. I signori del Governo dovrebbero sapere, d’altro canto, che Scuola e Università non sono la stessa cosa, ma hanno invece esigenze e problematiche del tutto diverse, e che l’esser vissuti in un ambiente non vuol dire automaticamente adattarsi anche all’altro, anzi spesso è il contrario. Tuttavia, nonostante i legittimi dubbi, non voglio e non posso esprimere giudizi prima di aver visto all’opera il nuovo Ministro.

Alcune avvisaglie ci sono però, e non mi sembrano positive. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, la prof. Carrozza ha riesumato una vecchia idea della sinistra italiana dimostratasi del tutto fallace, quella del biennio unitario alle superiori. Si tratta di un grossolano errore, un “revival” dell’egalitarismo sessantottino, perché è assurdo far fare lo stesso percorso a ragazzi che frequenteranno un liceo Classico o Scientifico ed a quelli destinati agli istituti professionali. Il mio pensiero è del tutto opposto, nel senso che a me parrebbe opportuno differenziare anche la scuola primaria (com’era ai miei tempi!), introducendo fin dalle medie materie opzionali a seconda del percorso futuro che compirà ogni studente. Ma so che questo non è proponibile, e quindi mi taccio.

Un’altra cosa che mi lascia deluso è la circolare del ministro sugli esami di Stato, in cui si raccomanda di nuovo a presidenti e commissari di sorvegliare affinché gli studenti non copino con il cellulare, escludendoli da tutte le prove se sorpresi ad utilizzare tali apparecchiature. Queste disposizioni c’erano già prima, ed hanno ormai compiutamente dimostrato la loro totale inefficacia, perché gli studenti non sono sciocchi e sanno bene come fare: consegnano un cellulare, magari vecchio e inservibile, e tengono addosso quello nuovo, supertecnologico, con cui si collegano a internet e copiano quanto vogliono. Non possiamo perquisire i ragazzi, né sorvegliarli ininterrottamente per sei ore, questo lo sanno tutti. Tanto eccessiva quanto inefficace, inoltre, è la prescrizione di escludere l’alunno trovato col cellulare da tutte le prove, facendolo quindi bocciare e ripetere l’anno: un provvedimento del genere, proprio perché troppo severo, non viene adottato da nessun presidente di commissione, il quale, anche nel caso di studente colto sul fatto, preferisce far finta di non vedere e lasciar correre, perché non se la sente di rovinare la carriera di una persona per così poco, ed anche perché l’immancabile ricorso al TAR finirebbe per dar ragione al ragazzo e quindi costringere la commissione a riunirsi nuovamente e rifare l’esame. Una minaccia del genere è troppo grave per indurre un presidente ad una misura simile; sarebbe stato molto più assennato, a mio giudizio, prevedere l’esclusione dello studente soltanto dalla prova in cui ha copiato (assegnandogli la valutazione minima, cioè un quindicesimo), ma lasciandogli ugualmente la possibilità di superare l’esame, ovviamente con un voto basso. Ma la vera soluzione del problema, come ho detto altrove, sarebbe quella di dotare le scuole di apparecchiature elettroniche (i cosiddetti disturbatori di frequenze) che impediscono ai cellulari, in un certo raggio, di collegarsi a internet e di comunicare con l’esterno in qualsiasi modo. La cattiva tecnologia si combatte con altrettanta tecnologia, c’è poco da fare. E quanto ai provvedimenti sanzionatori, mi pare chiaro che, come dimostrano le gride manzoniane, val più una norma moderata ma rispettata rispetto ad una severissima ma di fatto mai applicata. Possibile che la storia non abbia insegnato niente ai nostri politici?

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Ancora sugli esami di Stato: incoerenze e contraddizioni

L’ex ministro Luigi Berlinguer ha recentemente affermato che l’attuale esame di Stato conclusivo degli studi superiori, così com’è, non va bene e che quindi andrebbe cambiato. Ci sarebbe da dire che avrebbe potuto pensarci prima, visto che è stato lui a progettare e applicare questo esame, ma bisogna riconoscere che nella sostanza ha ragione. Nella prassi attuale infatti, più o meno simile in tutto il Paese, questo esame di Stato presenta tante imperfezioni e contraddizioni da ridursi spesso ad una farsa, ad un rito squallido e ripetitivo che non lascia nulla a studenti e docenti se non un profondo senso di vuoto e di frustrazione.
Cominciamo con il dire che la legislazione sull’esame è di tipo puramente tecnico e burocratico e non garantisce in alcun modo l’equanimità dei giudizi, dato che non entra affatto nel merito della valutazione e del giusto rilievo da attribuire alla personalità dell’alunno, oltre che alla sua preparazione oggettiva. Non è previsto alcun giudizio di merito da parte delle commissioni, ma soltanto una serie di aride valutazioni numeriche che, alla fine, si traducono in una semplice somma di punteggi. Il vecchio esame che noi (purtroppo non più giovani) abbiamo sostenuto, quello cioè che entrò in vigore nel 1969, era sì limitato a poche materie, ma giudicava lo studente in modo più  equo e comprensivo, perché si fondava su giudizi articolati e non su semplici numeri, e teneva conto di ogni aspetto della personalità, non del semplice risultato delle singole prove, spesso valutate oggi in modo frettoloso e acritico. Consentiva inoltre, il vecchio e vituperato esame di maturità, di bilanciare adeguatamente i risultati delle prove d’esame con l’andamento didattico dello studente nel corso dei cinque anni precedenti; adesso invece, se uno studente fallisce una prova d’esame, è irrimediabilmente condannato a una valutazione bassa, perché i commissari esterni ripetono il trito e squallido ritornello secondo cui il profilo didattico dello studente è già stato considerato nel punteggio del credito, senza tener conto del fatto che tale punteggio rappresenta solo il 25% del voto finale, mentre il restante 75% è attribuito alle prove d’esame, sottoposte ai metri valutativi diversissimi e spesso bizzarri dei commissari esterni, che finiscono per condizionare totalmente la valutazione finale e spesso per stravolgere la scala dei valori che da sempre ha caratterizzato una determinata classe o gruppo di alunni.
La legislazione sull’esame non dà alcuna indicazione in merito; avviene così che in alcune commissioni certe prove scritte (specie il tema di italiano) vengono valutate in maniera anche troppo generosa (tutti voti da 10 a 15), mentre in altre viene adoperato un metro molto più restrittivo: quest’anno, nella commissione cui ho avuto la sventura di partecipare come commissario interno, ai temi di italiano sono state attribuite votazioni anche di 5 quindicesimi, senza la minima conoscenza della personalità degli studenti. Sotto questo profilo, nonostante l’apparente vacuità di un esame sostenuto di fronte ad una commissione di docenti tutti interni, dobbiamo ammettere che una tale eventualità, in un caso come questo, sarebbe molto migliore, perché chi conosce bene un alunno da più anni è certamente in grado di applicare un metodo valutativo più obiettivo rispetto a chi viene dall’esterno e non tiene in conto null’altro se non i caratteri specifici di quella singola prova, che spesso non coincidono con quelli rivelatisi nel corso dei cinque anni. Per lo meno occorrerebbero, da parte del legislatore, indicazioni più precise, in modo da evitare che in certe commissioni i voti vadano dal 10 al 15 ed in altre dal 5 al 10.
Un’altra grave carenza legislativa è la mancanza di criteri sulla conduzione della prova orale, il cosiddetto “colloquio”. Come va inteso questo termine? In molte commissioni lo si ignora totalmente, tanto che i commissari realizzano in pratica non un colloquio, ma una vera e propria interrogazione per materia; nelle discipline umanistiche, addirittura, viene richiesta anche una pedante lettura e traduzione di testi classici, con domande di grammatica, di sintassi ecc. A mio giudizio tale pratica è ingiusta e vessatoria, perché quando uno studente è stato interrogato tutto l’anno dal suo docente su questi aspetti tecnici dell’italiano o delle lingue classiche, non c’è affatto necessità di pretenderli nuovamente all’esame di Stato; qui la prova orale non deve essere un’interrogazione, ma, appunto, un colloquio, dove si pongono quesiti generali badando alla sostanza dei concetti, ai collegamenti interdisciplinari da cui emerge la capacità dello studente di esprimere il proprio spirito critico, e non alle pure e semplici nozioni come le cosiddette “regole” grammaticali, che verranno comunque dimenticate entro breve tempo . Io sono certo che ad uno studente, quando sarà uscito dal Liceo, sarà più utile ricordare il pensiero e l’importanza di un Leopardi o di un Lucrezio nella storia della cultura piuttosto che un enjambement o un ablativo assoluto.
Tutto ciò deriva dalla mancanza di una legislazione adeguata, per cui ogni commissione agisce come vuole, e talvolta i commissari esterni, arrivando all’ultimo momento e con un’impostazione didattica del tutto diversa dagli insegnanti che hanno seguito l’alunno durante l’anno scolastico, stravolgono completamente la valutazione di un’intera classe.

E spesso accade anche di peggio, perché i presidenti delle commissioni, nel loro folle terrore di ricevere dei ricorsi dalle famiglie degli studenti e quindi di essere costretti a tornare in agosto a scuola per riprendere in mano le carte dell’esame, sono generalmente intenzionati a non bocciare nessuno. Questo è un gravissimo errore, perché chi non ha una preparazione adeguata o almeno accettabile può e deve essere bocciato. Ma ammettiamo pure, a dispetto del vero, che queste promozioni forzate derivino da motivi di umanità, e cioè dall’idea che gli studenti, una volta ammessi all’esame, sarebbero umiliati se dovessero ripetere l’ultimo anno di corso. Ma quel che accade poi ha addirittura del grottesco: volendo promuovere tutti, le commissioni sono costrette a compiere veri e propri falsi, attribuendo (quasi sempre all’orale) votazioni alte e assolutamente immeritate solo per far raggiungere allo studente il fatidico 60 che gli consente la promozione. Ma agli altri chi ci pensa? Si aiuta sfacciatamente chi non lo merita e poi, con malcelato cinismo, si affossano gli altri, arrivando così a una squallida massificazione nelle valutazioni finali. Con un simile criterio i nullafacenti e gli incapaci sono promossi con 60/100, mentre chi per cinque anni ha sempre studiato ed ha raggiunto, magari senza brillare, risultati dignitosi si trova poi, per aver fallito nell’interrogatorio (pardon: nel colloquio) d’esame, a uscire dalla scuola con 61 o 62/100. Questa è giustizia? Io pongo la domanda, nella speranza che qualcuno che conta in alto veda quanto scrivo e ci rifletta. Sarà una speranza vana ma, come da sempre si suol dire, la speranza è l’ultima a morire.

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