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Il “politicamente corretto”, vera dittatura dei nostri tempi

Un tempo i regimi assolutistici, ossia le dittature, utilizzavano mezzi brutali per affermare il proprio potere: violenze fisiche di ogni genere contro i dissidenti, deportazioni, processi farsa con successive condanne a morte, chiusura di giornali e fonti di informazione contrarie al potere costituito, clima di terrore imposto con la forza delle armi. Oggi, con la diffusione dei mass-media e, più di recente, del web e dei social, di tutti questi orrori non c’è più bisogno: basta far passare determinate idee o concetti, ripeterli all’infinito per farli ben assimilare a tutti, mettere in ridicolo o colpevolizzare chiunque si oppone, e il gioco è fatto. Non c’è bisogno di usare la forza fisica, dacché si è capito che la persuasione lenta e costante, che opera un graduale e micidiale lavaggio dei cervelli, è un mezzo ben più efficace per comprimere le coscienze individuali ed ottenere la massificazione del pensiero. E se di questo si erano accorti Popper e Pasolini già alcuni decenni fa, oggi il fenomeno è ancor più evidente e drammatico nella sua potenza di coercizione psicologica. La manipolazione del pensiero individuale non si ottiene più con il manganello e l’olio di ricino come avveniva nel 1922, ma ripetendo ogni giorno, ossessivamente, per mezzo della tv e dei social, determinati concetti che lentamente ma inesorabilmente convincono tutti o quasi della loro validità: si sa che anche le bugie, se ripetute all’infinito e accolte dalla maggioranza delle persone, diventano verità. Tanto più quando tanti cittadini, incapaci di avere un pensiero autonomo, si affidano ai mass-media per regolare la loro vita: più volte ho dovuto sentire, in questo periodo di epidemia di Covid-19, persone terrorizzate dal virus ripetere frasi come “L’ha detto la televisione!”, quasi che in televisione ci fosse il Messia che predica il Vangelo e non ci fossero invece persone spesso incompetenti ed in cerca solo di guadagno e di visibilità personale, anche tra i cosiddetti “scienziati” e virologi profeti di sventura. Così l’obiettivo di piegare le masse al pensiero unico viene ottenuto molto meglio che con la coercizione e la violenza fisica. Ma non possiamo più dire di vivere in una democrazia, perché di fatto siamo sotto una dittatura: insinuante, strisciante, subdola, ma pur sempre una dittatura.
Quello che viene chiamato adesso “politicamente corretto” è in realtà un pensiero unico imposto dai mezzi di informazione non con la forza fisica, ma con quella mediatica. E’ sostenuto da sempre da una parte politica, la sinistra, che ha ormai perduto il consenso delle masse e si rifugia quindi, per abbattere gli avversari, nella presunta tutela delle minoranze e delle categorie sociali apparentemente più deboli. In linea di principio la difesa di queste categorie (i disabili, gli omosessuali, gli immigrati ecc.) sarebbe sacrosanta, ma non lo è il modo con cui questa azione è condotta dalla torbida alleanza tra l’ideologia di sinistra ed il fondamentalismo cattolico, un tempo nemici giurati e adesso alleati inseparabili. In pratica la difesa delle minoranze è diventata un mero pretesto per abbattere il dissenso e lo scopo è stato ottenuto sia con la manipolazione del linguaggio per cui certe parole come “negro”, da sempre usate anche da chi non aveva nessuna intenzione denigratoria o discriminatoria, sono state messe al bando, sia con una pervicace e martellante campagna mediatica che non è stata solo difensiva, ma anche e spesso offensiva contro tutti coloro che non si adeguavano al pensiero unico e avevano la pretesa di ragionare in modo autonomo. In pratica gli avversari del “politicamente corretto” sono stati presi di mira e confinati nel ghetto dei reietti della società mediante etichette terminologiche che venivano e vengono appiccicate a chiunque si azzardi ad esternare idee e motivazioni diverse da quelli del pensiero clerico-marxista: così chi fa presente che l’eccessivo numero di stranieri in Italia provoca problemi di ordine economico o di ordine pubblico è “razzista”; chiunque difenda la famiglia tradizionale formata da un uomo e una donna è “omofobo”; chiunque si permette di dubitare delle “verità” della televisione e ritiene che ci venga nascosto qualcosa per interesse di qualcuno è “complottista”, e via dicendo. Diffondendo in modo capillare questo pensiero unico e convincendo della sua validità la maggior parte delle persone, si ottiene l’effetto desiderato: quello cioè di emarginare il dissidente, di farlo ritenere quasi un appestato, un rifiuto della società, di isolarlo umanamente e socialmente. Ciò che ne deriva è analogo a quello che Hitler e Stalin volevano ottenere quando mandavano i dissidenti nei campi di concentramento e nei gulag; e se oggi i gulag materiali con le torture fisiche ed il filo spinato non esistono più, esistono però quelli virtuali in cui viene di fatto confinato chi non si adegua alla mentalità massificatrice della maggioranza. Anzi, c’è persino il rischio che chi ha un’idea personale si senta inadeguato, si colpevolizzi per questa sua condizione di dissidente e magari, come diceva Nietzsche, “vada al manicomio da solo”.
Ma i mezzi che le lobby del politicamente corretto impiegano per affermare il proprio potere non sono soltanto persuasivi e perseguiti mediante l’uso distorto della tv e dei social, sono anche coercitivi in alcuni casi, quando forse la loro volontà di dominio rischierebbe di non avere pieno successo. Così, quando c’è il sospetto che la resistenza sia ancora troppo forte, si ricorre al braccio violento della legge. E’ questo il caso del disegno di legge Zan-Scalfarotto contro la cosiddetta “omofobia”, che commina addirittura il carcere a chiunque si opponga alle unioni gay, alle adozioni di bambini da parte di queste persone, a chiunque cioè voglia avvalersi dell’art. 21 della Costituzione che garantisce la libertà di pensiero e di opinione. Se questa legge sarà approvata si rischierà di essere incriminati se diremo che l’unica vera famiglia è quella tradizionale o se ci mostreremo contrariati di fronte allo spettacolo di due persone dello stesso sesso che si fanno effusioni per la strada. Questa non è coercizione, non è dittatura? A me pare di sì, perché quando si impedisce con la forza e la minaccia del carcere a qualcuno di assumere determinate posizioni o esprimere le sue convinzioni non si può più parlare di libertà. Dicono di voler combattere la violenza contro i gay? Ma per quello esistono già delle leggi adeguate, basterebbe applicarle. Per il resto, non vedo perché dare un pugno ad un gay, azione riprovevole e condannabile, dovrebbe essere più grave e meritare una pena più pesante di quella dovuta per un pugno dato ad una persona non gay. Sempre di un pugno si tratta, a chiunque venga dato; ma ciò diventa un pretesto per reprimere il libero pensiero, per impedire a chi non si allinea all’ideologia di massa di esprimere il proprio dissenso. Da tutto ciò (ma non solo, anche dal modo in cui questo governo ha gestito l’emergenza sanitaria, dall’operato della Magistratura e da altro ancora) io ricavo l’assoluta certezza che la democrazia in Italia è ormai solo un lontano ricordo, perché in uno Stato in cui chi dissente dal pensiero comune viene ridicolizzato, emarginato e persino minacciato del carcere non è più lecito neanche pronunciare la parola “libertà”.

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Ritorno a scuola a settembre

Si fa un gran parlare in questi giorni di come dovrà essere gestito il ritorno a scuola a settembre per il prossimo anno scolastico, dopo l’emergenza Covid-19. Le proposte fin qui avanzate dal ministro e dagli “esperti” che lo coadiuvano mi sembrano tutte improponibili o addirittura assurde: lasciando stare quella di separare i banchi con il plexiglas, che è un’autentica sciocchezza, anche le altre però non brillano per originalità e soprattutto per efficacia. Occupare spazi esterni agli edifici scolastici è possibile solo in minima percentuale, perché molti istituti sono ubicati in strutture vecchie, a volte non hanno neanche la palestra e non ci sono nelle vicinanze altri edifici disponibili. Fare i turni non elimina il problema degli assembramenti, perché comunque molti studenti si troverebbero ad entrare a scuola e ad uscirne negli stessi orari, ed inoltre c’è un’altra difficoltà ancora maggiore: nelle scuole di provincia, dove la maggior parte degli alunni è pendolare, gli orari dei trasporti sono fissi e non ci sono i fondi per istituire corse aggiuntive che ovviamente avrebbero un costo non indifferente; peraltro tutti dovrebbero sapere che l’Italia non è solo Milano, Torino, Roma e Napoli, ma esistono tanti piccoli centri che debbono essere serviti con ferrovie e autolinee, i cui orari non si possono spostare a piacimento. Distanziare semplicemente i banchi di due metri è una soluzione altrettanto fasulla, sia perché gli assembramenti si formerebbero comunque (v. la ricreazione, l’entrata e l’uscita ecc.) sia perché ci sono scuole che non avevano spazi sufficienti nemmeno prima dell’epidemia, figuriamoci dopo.
Altra proposta, avanzata in riferimento soprattutto alle scuole superiori, è quella di perpetuare la didattica a distanza, per cui le classi verrebbero divise a metà e gli studenti si alternerebbero andando fisicamente a scuola tre giorni alla settimana e seguendo negli altri tre le lezioni da casa. Ma i tanto deprecati assembramenti si formerebbero anche con la presenza di metà degli studenti di ogni classe, ed inoltre – e questa è la maggiore difficoltà – il lavoro a distanza non è paragonabile per partecipazione ed efficacia a quello svolto in presenza, ma costituisce solo un palliativo da utilizzare limitatamente alle situazioni di vera emergenza. Come si è visto da quel che accaduto in questi mesi (dai primi di marzo, quando sono state chiuse le scuole in tutta Italia, fino ad oggi) i professori hanno dovuto organizzarsi e lavorare molto di più di quanto facevano prima, con buona pace dei soliti ignoranti che li accusano di essere fannulloni, per ottenere risultati molto inferiori: se è vero infatti che una lezione di storia, di letteratura o di scienze teoriche si può tenere anche on line, non è la stessa cosa per gli esercizi, gli esempi, le letture dei testi, la cui effettiva validità didattica è controllabile solo con la presenza fisica del docente. E tanto più ciò vale per le verifiche: interrogazioni, elaborati e test effettuati on line non danno nessuna garanzia di avere la benché minima attendibilità, perché gli studenti a casa possono copiare ciò che vogliono o farsi suggerire liberamente da altre persone della famiglia, senza che i professori si accorgano di nulla. La promozione generalizzata di tutti gli alunni, che da molti è stata criticata, era invece l’unica conclusione possibile dell’anno scolastico, un anno in cui non era minimamente verificabile la reale preparazione degli studenti. Forse si potevano bocciare coloro che non hanno seguito le lezioni on line e se ne sono andati per i fatti loro, ma come dimostrarlo? Le scuse avrebbero potuto essere tante: “Avevo il computer guasto”, “La connessione non funzionava”, “Non ho la webcam” e altre amenità del genere, che sono banali ma che senza dubbio avrebbero fatto vincere alle famiglie qualunque ricorso.
Ed allora, constatato che la didattica a distanza è efficace solo molto parzialmente e non può sostituire quella in presenza, e considerato pure che gli studenti dovranno recuperare la mancata preparazione che ha riguardato in questi mesi anche i più bravi (figuriamoci gli altri!), non è pensabile poter replicare un anno scolastico come quello passato, se non vogliamo che le lacune diventino talmente estese da non potersi più colmare. Va bene che di ignoranza ce n’è già tanta, ma proprio per questo è necessario porvi un argine, finché si è in tempo. E allora cosa fare? La cosa più semplice e naturale, secondo me: tornare a scuola normalmente, come prima dell’epidemia, e dedicare almeno un mese al recupero dei contenuti non assimilati o approfonditi quest’anno. E perché faccio questa proposta, che può sembrare azzardata? Perché di fatto l’epidemia è finita, come ci dicono i dati giornalieri che – loro malgrado – quelli della Protezione civile sono costretti ad emettere. Illustri scienziati e virologi ci dicono che da noi ormai il virus non dà più gli effetti gravi di prima, oggi si ammalano pochissime persone e con una carica virale trascurabile, tanto è vero che dovunque le misure di sicurezza di fatto si stanno allentando, quando non sono già state eliminate del tutto. Ogni epidemia segue una parabola, prima ascendente e poi discendente, ed oggi siamo arrivati al termine della discesa, almeno qui in Italia; la circolazione del virus è ormai limitatissima e pressoché innocua, e quindi sussistono le condizioni per riprendere una vita normale, sia nella scuola che altrove. Continuare a diffondere la paura, paventare una “seconda ondata” senza nessuna prova, insistere con cautele ormai inutili è vero e proprio terrorismo psicologico, che qualcuno continua ad esercitare – a mio giudizio – per interessi personali che non voglio qui ripetere perché ne ho già parlato negli articoli precedenti. Quando il pericolo è reale son giuste le cautele e le misure di sicurezza; ma quando questo pericolo non c’è più è sciocco continuare a vivere nel terrore e a bloccare attività essenziali come la scuola, che altri paesi con governi più intelligenti del nostro hanno già provveduto a riaprire.

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Il governo del nulla

In un periodo normale della nostra storia, che sia l’epoca dei governi liberali del XIX secolo o la cosiddetta “prima Repubblica” durata dal 1946 al 1993, chi stava all’opposizione poteva avere tutte le sue buone ragioni per lamentarsi delle decisioni del governo, poteva criticarlo, fare proposte alternative; ma da entrambe le parti, governo e opposizione, c’era il sostegno di un’ideologia, di una cultura, di una precisa visione della realtà. Persino durante la dittatura fascista chi governava aveva una logica, dei progetti; era una logica autoritaria, mancava la democrazia, ma non si poteva negare che i provvedimenti presi avessero una loro razionalità. Oggi invece siamo di fronte ad un governo formato da persone incapaci e totalmente incompetenti, che non agiscono secondo un progetto preciso ma secondo l’umore del momento, ondeggiando come tante banderuole e cambiando idea da un giorno all’altro, in modo irresponsabile, in pratica senza sapere neanche cosa stanno facendo. In questo caso è difficile anche fare opposizione, perché non si sa a cosa opporsi: dove manca la logica, l’intelligenza, la coerenza, dove si agisce a caso nella più totale ignoranza di quelli che sono i veri problemi del Paese, è difficile anche trovare formule alternative. Contro il nulla, purtroppo, non si può combattere. Se questi individui avessero un briciolo di dignità si dimetterebbero immediatamente e manderebbero il Paese alle elezioni, ma si guardano bene dal farlo, perché l’attaccamento al potere e alle poltrone è troppo forte anche per chi sa di essere un incapace e di occupare abusivamente il posto che occupa.
Il periodo in cui viviamo, purtroppo, non ha più ideologie; ma questo non sarebbe un male se al loro posto vi fosse comunque una cultura politica, o almeno una competenza tecnica ad affrontare certi problemi. Il guaio è che l’incultura, l’incompetenza, la superficialità del nostro tempo, che vediamo così ben rappresentata da una televisione obbrobriosa che diffonde ovunque falsi valori e falsi ideali (la bellezza esteriore, il facile successo, il denaro ecc.) è arrivata anche in politica e ci sta governando. E tutto ciò è iniziato da quando è arrivato al potere il Movimento Cinque Stelle, un partito nato contro il sistema e che poi è diventato sistema a sua volta, un partito che esaltava l’onestà (che è pur sempre un valore, intendiamoci) a danno della competenza e della cultura: in pratica, per i seguaci del buffone genovese, per amministrare lo Stato non serviva avere una preparazione specifica ed un’adeguata cultura, ma era sufficiente essere cittadini comuni, purché onesti. Questa aberrazione di fondo ha dato origine alla penosa situazione attuale: sono arrivati al governo personaggi imbarazzanti per la loro nullità e per la loro crassa ignoranza, che una volta messi di fronte ai problemi reali del Paese non hanno più saputo a che santo votarsi, e perciò si barcamenano invocando l’aiuto delle “task-forces” come ragazzini impauriti dall’interrogazione che cercano il suggerimento dei compagni. Uno spettacolo penoso, una vergogna per una nazione che ha dato al mondo Dante, Michelangelo e Galileo ed oggi si trova ad essere governata da Bonafede, Azzolina e Rocco Casalino, “er mutanda ” del Grande Fratello. Chi ha votato per queste persone nel 2018 lasciandosi attrarre dallo specchietto per le allodole del reddito di cittadinanza ha oggi la responsabilità del nulla in cui siamo caduti e che ci fa vergognare di essere italiani. Il quadro si è poi completato con l’indegno comportamento del PD, che per amore delle poltrone si è abbassato ad un penoso inciucio con chi l’aveva insultato e sbeffeggiato per dieci anni. Gente senza dignità, senza orgoglio e senza valori che non siano quelli del potere e del guadagno.
E poi, al centro di questo governo del nulla c’è lui, Giuseppi, colui che pur di stare sulla poltrona e pavoneggiarsi in TV si sarebbe messo anche con Belzebù. Questo personaggio, un avvocatucolo pugliese qualunque pescato da Di Maio e dai 5 stelle si è ritrovato di punto in bianco al centro dell’attenzione e si è montato la testa come nessun altro prima di lui aveva fatto, neanche Mussolini. Ha cominciato a fare le sue comparsate in TV, tutto bello azzimato, dando prova di essere perfettamente partecipe di quell’incompetenza e di quella fumosità tipica del partito che l’ha messo al potere. Trovandosi ad affrontare una situazione difficile, l’epidemia del Covid-19, ha compiuto un errore sopra l’altro, prima sottovalutando e poi sopravvalutando il problema, arrogandosi tutti i poteri e giocando con la vita dei cittadini come fossero suoi schiavi ( vogliamo ricordarci i vari “noi non permetteremo”, “noi non consentiremo”?). Poi adesso, passata la fase più critica dell’epidemia, quando avrebbe dovuto pensare a come rimediare ai danni che lui stesso aveva provocato bloccando per oltre due mesi tutta la produzione industriale (cosa che altri Paesi guidati da persone intelligenti non hanno fatto) ha continuato le sue comparsate narcisistiche in tv annunciando “una potenza di fuoco” e promettendo mari e monti quando ad oggi, a metà giugno, tanti lavoratori autonomi e dipendenti non hanno ancora ricevuto una lira. Con una vergogna di questo genere sulle spalle questo individuo non si è dimesso scusandosi per la propria totale incompetenza, come qualsiasi persona normale dotata di un minimo di dignità avrebbe fatto, ma ha convocato i cosiddetti “stati generali” dell’economia, una sfilata di moda costosa e inutile al solo scopo di farsi ancora una volta pubblicità personale. Una provocazione, un insulto a tutti i cittadini onesti che soffrono per gli errori di un governo indegno di chiamarsi con questo nome.
A questo punto io mi chiedo: fino a quando durerà la pazienza degli italiani, umiliati, depauperati e sbeffeggiati da questo Narciso e dalla sua banda di incompetenti? Se una situazione così fosse accaduta in un paese normale, già costoro sarebbero stati cacciati a furor di popolo. Ma noi, abituati da secoli a chinare il capo di fronte alla prepotenza e all’arroganza del potere, neanche questa volta siamo capaci di ribellarci. Non ci siamo ribellati quando c’erano i Franchi e i Longobardi, gli Angioini e gli Aragonesi, la Francia e la Spagna, gli austriaci e i Borboni, che nella loro protervia avevano pur tuttavia una razionalità ed una precisa organizzazione; perciò è inutile sperare che ci si ribelli adesso, quando il nulla è salito al potere e quando una dittatura strisciante, molto peggiore della dittatura proclamata, si è travestita da democrazia.

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Plexiglas e altre genialità

Ogni simile ama il suo simile: perciò un ministro dell’istruzione incapace, che fa parte di un governo di incapaci, tenta in ogni modo di trasformare gli alunni italiani in una massa di ignoranti, né altrimenti ci si potrebbe aspettare da persone che evidentemente non sono mai state a scuola oppure, se ci sono state, non se ne sono neanche accorte. Prima hanno chiuso di botto tutte le scuole per il Covid-19, e questo si può anche comprendere per ovvi motivi sanitari e perché è stato fatto anche negli altri paesi europei; ma poi, quando tutti hanno riaperto perché ritenevano l’istruzione essenziale per la formazione dei cittadini, i nostri governanti hanno continuato a tenere tutto chiuso con la scusa della cautela e con il solito sciocco ritornello che sentiamo ripetere tutti i giorni dalla TV di regime, “non dobbiamo abbassare la guardia…”, per guardarci da un virus che di fatto non c’è più. Gli altri Paesi hanno riaperto le scuole, soltanto noi abbiamo continuato a tenerle chiuse. Ora io, che sono un noto complottista maligno e sospettoso, mi chiedo: possibile che francesi, tedeschi, svedesi, svizzeri ecc. siano tutti pazzi e che solo Conte e l’Azzolina siano mostri di intelligenza? Io qualche dubbio ce l’ho, non solo sulla buona fede dell’avvocatucolo e della “ministra”, ma per la convinzione che non riaprire le scuole significa bloccare l’istruzione, la cultura… E si sa che la cultura è pericolosa, perché c’è il rischio che la gente cominci a ragionare con il proprio cervello e si renda conto che siamo in mano di una banda di irresponsabili. Meglio quindi tenere chiuse le scuole, così i ragazzi giocano alla playstation, guardano il “Grande Fratello” e altri simili programmi, vanno a fare l’aperitivo (a distanza, ovviamente, altrimenti sono criminali!) e non si impelagano con la cultura, con la quale, com’è noto, non si mangia.
Hanno deciso, contro tutto il mondo, di tenere chiuse le scuole anche adesso che il virus praticamente non c’è più, e hanno dato il contentino ai ragazzi promuovendoli tutti senza alcuna verifica, poiché quelle fatte a distanza, come ognuno comprende, non hanno alcuna attendibilità, dato che genitori o amici potevano benissimo suggerire durante le interrogazioni da casa, senza che il docente potesse accorgersene. Così supereranno l’anno scolastico anche coloro che, a cose normali, sarebbero stati bocciati o rimandati. Già questo è intollerabile perché autorizza gli studenti al disimpegno totale, contando nella promozione garantita che quel genio della Azzolina ha comunicato fin dal mese di marzo. Ma il bello viene quando si parla del nuovo anno scolastico, per il quale è stata trovata una soluzione geniale, da una “ministra” in confronto alla quale Einstein era un sempliciotto: il plexiglas. Che idea sopraffina, quella di dividere i banchi con barriere di materiale plastico, proprio degna di questo governo! Vi immaginate come potranno far lezione i docenti con gli alunni chiusi in gabbia, che non potranno comunicare né tra di loro né coi professori? E quando ci sarà da distribuire del materiale cartaceo, come faranno i docenti? Lo lanceranno in aria facendolo cadere su ogni gabbia? E le scuole che hanno le aule piccole dove gli studenti stanno già adesso ravvicinati? Come potranno entrarci le pareti di plexiglas? L’aula diventerà una specie di alveare con tante cellette, e questo non impedirà certo il contatto fisico, che si realizzerà ugualmente quando gli alunni entrano in classe, quando escono, durante la ricreazione ecc. E le ore di educazione fisica come le svolgeranno, con il plexiglas? A me sembra che si sia perduta da parte di questo sciagurato governo non solo la competenza ma anche la minima cognizione della realtà. Siamo alla follia pura, all’incompetenza più totale. Vero è che non c’era da aspettarsi nulla di diverso dal Movimento Cinque Stelle, che fin dai suoi inizi ha mostrato la propria totale inesperienza e la più crassa ignoranza nella gestione di qualunque istituzione, com’è naturale per un partito fondato da un buffone e che ha sempre avuto la convinzione secondo cui qualunque cittadino semplice fosse in grado di fare politica e di amministrare lo Stato. Anche per fare l’operaio ci vogliono corsi di formazione, per fare il ministro dell’istruzione invece no, basta l’Azzolina.
Demenziale è anche la proposta, sempre proveniente dalla stessa “ministra” del governo Conte, di alternare la didattica in presenza a quella a distanza. Anche questa è una totale idiozia, perché la didattica a distanza, che è stata necessaria in questo periodo, non può avere neanche minimamente l’efficacia di quella diretta: la presenza fisica dell’insegnante, il suo interagire con gli alunni comprendendo anche dallo sguardo e dai loro comportamenti ciò che in quel momento è necessario dire o fare, non è sostituibile con nient’altro. L’uso del mezzo telematico a distanza deve essere considerato uno strumento eccezionale e temporaneo, da impiegare soltanto nei periodi di vera emergenza, per il resto è da evitare assolutamente; invece si sta cercando di farlo diventare comune e usuale, e anche qui il complottista che sono io potrebbe sospettare qualcosa: che cioè si voglia far scadere ulteriormente il livello culturale dei cittadini evitando la presenza fisica e le verifiche serie da parte dei docenti, per massificarli e renderli così più condizionabili. Finora sono riusciti a tenerli in pugno imponendo un durissimo e persino criminale “lockdown” e utilizzando lo strumento della paura del virus, perché è evidente che chi è terrorizzato obbedisce sempre alle “regole” (quelle del signor Conte, imposte da lui persino sorvolando il Parlamento!) ed è così ben manovrabile. Anche adesso diffondono la paura spaventando i cittadini con un virus che non esiste più, ma l’operazione comincia a perdere terreno di fronte ai dati che ci dicono che l’epidemia sta scomparendo; perciò proseguono con un altro sistema, addormentando la scuola e la cultura con questa trovata della didattica a distanza, in modo da creare un popolo di burattini, di “yes-men” proni e sottomessi all’autorità costituita.
Il gioco di questo governo di incapaci, che per restare sulle poltrone non ha esitato a strumentalizzare l’epidemia, è ormai scoperto ed evidente a chi rifiuta di accettare per vere le notizie della TV di regime e cerca invece di ragionare con la propria testa. Perciò, dato che il virus sta scomparendo, è giunto ormai il momento di riprenderci le nostre libertà costituzionali, che il signor Conte ci ha arbitrariamente tolto, e di comprendere, per quando riguarda l’istruzione, che gli studenti hanno diritto alla cultura ed alla formazione, con una vera scuola e con docenti preparati e responsabili, fisicamente presenti e non intravisti da lontano davanti a un tablet o una schermo di un computer. Per questo studenti e cittadini debbono lottare per costringere questo governo a riaprire normalmente le scuole a settembre, in presenza, senza ulteriori manovre ed ulteriori tentativi di indottrinamento e di massificazione.

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Profeti di sventura

Nel I° libro dell’Iliade tra i Greci che stanno assediando la città di Troia scoppia un’epidemia, un po’ come quella di oggi. Allora Achille invita l’indovino Calcante a chiarirne le cause e costui, non senza paura perché sa che offenderà un potente, rivela che il dio Apollo è irato con Agamennone, capo supremo della spedizione, perché ha disonorato il suo sacerdote Crise rifiutando di restituirgli la figlia, che aveva fatto schiava. Allora il potente sovrano, pieno d’ira feroce ma incapace di rivalersi fisicamente sull’indovino perché costui è protetto dal grande Achille, si sfoga contro di lui a parole, urlandogli: “Profeta di sciagure, mai per me tu dici parole di buon augurio; sempre al tuo cuore è caro predire malanni, non dici mai una parola buona!” (vv. 106-108). Così è passato alla storia il povero Calcante, che conosceva il passato ed il futuro e poteva quindi ben rivelare l’ira del dio causa dell’epidemia.
Oggi nessuno ha più il potere di predire con certezza il futuro, eppure i Calcanti non mancano di certo: i profeti di sciagure, gli alfieri del catastrofismo, gli oscuri profeti del male abbondano come non mai. Pare che certe persone abbiano un gusto perverso, sadico, a delineare scenari apocalittici nel futuro per terrorizzare i cittadini e togliere loro quel minimo di tranquillità e di serenità che rende meno amara la vita di ciascuno di noi. E’ una triste abitudine da sempre presente nel nostro Paese, dove il pessimismo più nero trova sempre fertile terreno. Gli esempi sono innumerevoli e mi limiterò a citarne qualcuno. Nel lontano 1973, quando ci fu la crisi petrolifera e ci fu imposto di non usare auto e altri mezzi a motore la domenica e i giorni festivi, lessi un articolo su un giornale nazionale di grande tiratura nel quale un esimio giornalista dichiarava che il petrolio di lì a dieci anni si sarebbe esaurito, con la conseguenza di veder bloccare del tutto il progresso e dover tornare al Medioevo, con le carrozze a cavalli al posto delle automobili. Lo diceva con sicurezza assoluta, avrebbe convinto chiunque: eppure oggi, a distanza di ben 47 anni, non solo il petrolio c’è ancora, ma ne è perfino diminuito fortemente il prezzo perché la produzione supera di gran lunga la domanda, e se si cercano fonti energentiche alternative non è per timore dell’esaurimento, ma per evitare l’inquinamento e le conseguenze della combustione sull’ambiente.
Altro esempio di catastrofismo imperante nel nostro Paese sono le previsioni che gli “esperti” avanzano sull’economia, dove è facile predire sciagure di tutti i generi. Ricorderò solo un caso per non appesantire questo post, ma ve ne sarebbero a iosa. Nel 2014 Beppe Grillo, prima comico e poi illustre politico e fondatore del partito attualmente di maggioranza relativa, dichiarò che con il governo di allora entro pochi mesi (cioè da aprile, quando rilasciò quell’intervista, a settembre) lo Stato non avrebbe più avuto i fondi per pagare stipendi e pensioni. Lo diceva con estrema convinzione, affermava di averne le prove, tanto che anch’io – pur non avendo nessuna stima né per lui né per la sua banda di incompetenti – mi preoccupai; ma non successe nulla, e lo stipendio continuò ad arrivarmi sempre, come mi è arrivata sempre (almeno fino ad oggi) la pensione. Ma previsioni del genere ce ne sono state e ce ne sono molte altre, tutte senza alcun fondamento ed al solo scopo di terrorizzare e mettere in allarme le persone, con quel gusto sadico di cui dicevo prima. La stessa cosa, seppure in tono minore, la constatiamo nei periodi dell’anno in cui il tempo atmosferico è più inclemente e viviamo momenti eccezionali per il freddo o per il caldo: in questi casi i giornalisti televisivi non tranquillizzano mai le persone con l’annuncio di un cambiamento positivo, si divertono anzi a demoralizzarci prevedendo ulteriori peggioramenti: se fanno 40 gradi ci dicono sempre e comunque che la situazione non accenna minimamente a migliorare, ma si arriverà a 45 gradi, magari a 48, tanto per farci stare allegri. E’ un gioco che da noi trova tanti ed appassionati giocatori.
Ma arriviamo al presente, cioè l’epidemia di coronavirus. I dati che ci vengono forniti, e che i profeti di sciagure ignorano volutamente, ci dicono che il virus se ne sta andando e che la situazione è enormemente migliorata rispetto al picco di circa due mesi fa: il numero dei contagiati si è ridotto a meno di un terzo, i guariti sono ormai oltre l’80 per cento del totale, le persone ricoverate in terapia intensiva sono circa 400 contro gli oltre 4000 che erano. Non solo, ma illustri medici che ogni giorno osservano la situazione reale negli ospedali ci dicono che il virus si è indebolito e che chi si ammala adesso non ha più gli effetti drammatici che si manifestavano all’inizio dell’epidemia. Dunque, di fronte a queste buone notizie, tutti dovrebbero rallegrarsi e auspicare un allentamento definitivo delle misure coercitive che ci hanno tenuti chiusi in casa con la forza (denunce, multe, droni, un clima orwelliano) e che ancora adesso impongono regole e protocolli eccessivi che impediscono agli esercenti di poter lavorare e ai cittadini di tornare ad una vita normale. E invece no! I profeti di sciagure, siano essi virologi televisivi, politici o giornalisti vari, continuano imperterriti a delineare scenari apocalittici per impaurire le persone, per tenerle prigioniere di una cappa di terrore che impedisce alla gente di respirare: bisogna stare attenti, il virus c’è ancora, occorre cautela, non si possono vanificare gli sforzi fatti ecc. E’ un ritornello che ci sentiamo ripetere tutti i giorni, in tutte le regioni d’Italia, anche dove il virus non c’è e di fatto non c’è mai stato se non in singoli focolai che sono stati da tempo domati. E c’è anche chi, come l’esimio scienziato Brusaferro, già agita lo spauracchio di una seconda ondata, o forse di una terza o una quarta, non so. Ora io dico: ma se di questo virus si sa ancora poco, la malattia che produce è ancora in gran parte sconosciuta, come può questo nuovo Calcante essere così sicuro che ci sarà un’altra ondata? Gliel’ha forse rivelato un sogno premonitore? O non ci sarà piuttosto un accordo tra scienza ufficiale e politica per tenere in pugno i cittadini, sapendo che la paura è il miglior strumento per schiacciare le masse e tenerle prone e obbedienti agli ordini che vengono dall’alto? Ecco, l’ho detto: quello è ciò che sospetto io e che ho sospettato fin dall’inizio, che cioè il virus esista davvero ma che esista anche chi se ne serve per scopi non proprio umanitari. E c’è poi da aggiungere che dietro tutto ciò c’è anche il business del vaccino che, se verrà realizzato, farà guadagnare miliardi alle case farmaceutiche e ai funzionari che ne sono affiliati. Questo può spiegare il terrorismo psicologico di chi ci vuole ancora e per sempre preoccupati e disorientati? Non lo so, ma so che a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.

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Benpensanti e complottisti

L’emergenza coronavirus che stiamo vivendo in questi tempi ha messo in evidenza un’ulteriore distinzione tra le innumerevoli da sempre esistenti nella società (c’è chi preferisce il mare e chi la montagna, chi i cani e chi i gatti, chi la pasta lunga e chi quella corta ecc.), suddividendo i cittadini – e specialmente quelli che seguono i social come Facebook – tra benpensanti e complottisti. Non che questa distinzione non ci fosse anche prima, se è vero che tante persone hanno dubitato del fatto che veramente gli americani siano sbarcati sulla Luna nel 1969 e tante altre continuano a dubitare che il papa Luciani (Giovanni Paolo I) sia morto di morte naturale dopo soli 33 giorni di pontificato; ma adesso, con tutte le conseguenze nefaste dell’epidemia di Covid-19, e soprattutto in seguito ai provvedimenti tanto autoritari quanto vani e inefficaci promulgati da questo governo dell’inciucio, il problema si è ampliato a dismisura. La grande maggioranza degli italiani, condizionata dal clima di terrore che la televisione ha diffuso intorno alle conseguenze del virus, ha approvato senza batter ciglio lo stracciamento della Costituzione e delle più elementari libertà dei cittadini, ed è quindi ascrivibile alla categoria dei “benpensanti”, quella cioè che il vocabolario Zingarelli della lingua italiana definisce come “chi segue la mentalità e le opinioni politiche e sociali dominanti”. Costoro non soltanto hanno approvato l’azione del governo e non hanno mosso critiche persino quando sono state compiute azioni di violenza poliziesca da regime nazista, come le persone multate per essere usciti 100 metri da casa o genitori sanzionati per essere andati in macchina a sottoporre ad una visita medica la figlia, una bambina malata di leucemia; non soltanto questo, ma si sono fatti anche delatori denunciando altri cittadini (come nella Germania Est della Stasi) e hanno ricoperto di insulti chiunque cercava di ragionare in modo diverso. Anch’io, durante una fila al supermercato all’inizio del “lockdown”, mi dovette subire l’assalto di una megera solo perché avevo detto che le misure del governo mi sembravano eccessive. Costei mi urlò anche: “E pensare che lei è professore…”, come se l’aver studiato dovesse significare accettare tutto ciò che viene imposto dall’alto e non cercare di ragionare con la propria testa.
I benpensanti, sostenitori di questo governo di cui non vedono (o fingono di non vedere ) le nefandezze, definiscono “complottisti” coloro che, anziché accettare passivamente quanto viene ufficialmente comunicato, si pongono dei problemi e cercano di ragionare (visto che è dimostrato che talora i complotti ci sono veramente dietro le notizie ufficiali) e sono convinti che la verità vada ricercata e non accettata senza contestazione solo perché “l’ha detto la televisione”, come mi disse quella signora al supermercato. Spesso la verità è scomoda per chi detiene il potere, per cui è meglio nasconderla e sfruttare la crisi presente per corroborare la propria posizione e poter continuare a mantenerla. Gli studi servono appunto a questo, a ragionare in modo autonomo e non lasciarsi condizionare dalle “opinioni politiche e sociali dominanti”, come dice lo Zingarelli. Così io non ho remore a dichiararmi “complottista” e ad affermare che non ho condiviso fin dall’inizio l’azione di questo governo, giudicandola antidemocratica e persino illegale (visto che il Parlamento è stato bypassato), e che non condivido neanche adesso (nella cosiddetta “fase 2”) il clima che viene creato intorno al virus e le minacce rivolte ai cittadini come fossero bambini dell’asilo. Oggi il ministro Boccia, un figuro che farebbe meglio a tornarsene alle elementari, ha proclamato con l’arroganza del potere che se i cittadini non si comportano bene (cioè come vogliono loro!) sono pronti a non autorizzare gli spostamenti tra regioni e a tornare a restrizioni ancora più dure. Non sa, il poveretto, che così agendo distruggerebbe il turismo – che non può riprendersi fin quando è vietato spostarsi da una regione all’altra – e tante altre categorie produttive. Ma a lui che importa? Non ha mai lavorato in vita sua e riceve ugualmente, come tutti i damerini dell’avvocatucolo Giuseppi, uno stipendio tanto lauto quanto immeritato.
Per queste mie posizioni a favore delle libertà personali e opposte a questo inqualificabile governo ho ricevuto e ricevo molti insulti, ma non mi importa affatto: a tutti i costi io continuerò per sempre a dire quel che penso, almeno finché il regime cino-sovietico mi permetterà di farlo. Ora però, per tornare al tema centrale, mi pongo alcune domande, da quel pazzo complottista che sono. E’ innegabile, perché lo dicono le statistiche e i numeri che sono dati oggettivi, che per fortuna l’epidemia è in fase di forte declino: il numero dei contagiati si è più che dimezzato nell’ultimo mese, altrettanto vale per quello dei ricoverati in strutture ospedaliere, mentre il numero delle persone in terapia intensiva è sceso da 4100 di fine marzo a poco più di 500, con un calo che è circa dell’87 per cento! In molte regioni non ci sono più contagi da giorni, in altre ce ne sono sempre stati pochissimi e tutti sotto controllo. Risulta inoltre, da parte di illustri studiosi come il prof. Zangrillo di Milano, che il virus si è indebolito, tanto che chi lo contrae adesso ha effetti molto meno gravi e devastanti di quelli di due mesi fa, e ci sono anche terapie, come quella del plasma, che danno risultati incoraggianti e spesso risolutivi. Perché allora la televisione di regime continua ad alimentare un clima di terrore, prefigurando scenari apocalittici che non esistono e spaventando i cittadini con la paura della “seconda ondata” della pandemia che nessuno, proprio perché si tratta di una patologia nuova, può ritenere certa? Perché si continua con questo mantra della “cautela” del “non abbassare la guardia” quando i dati ci dicono che – almeno per il momento – possiamo tirare un sospiro di sollievo? Io non approvo, sia ben chiaro, i fanatici della “movida”, né sostengo di dover tornare subito alla vita di prima: va bene l’uso delle mascherine, va bene la distanza interpersonale, va bene l’igiene delle mani, ma una volta prese queste precauzioni i cittadini hanno il sacrosanto diritto di vivere e di non essere sovrastati da questa cappa di incertezza e di terrore che questo governo e i suoi collaborazionisti del “comitato tecnico-scientifico” continuano a tenerci addosso come una spada di Damocle. Altrimenti il complottismo da tanti insultato riprende vita e qualcuno potrebbe anche pensare che ci siano degli “impresari del terrore”, come li definisce Marcello Veneziani, che hanno interessi economici e politici (poter speculare sul vaccino e mantenere le poltrone governative) a prolungare l’emergenza all’infinito, a sguazzare nella quarantena perché in essa c’è chi si sente decisivo, determinante, ed esercita il potere allo stato puro con il beneplacito dei creduloni, cioè i “benpensanti” di cui parlavo prima.

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La destra e la sinistra

Un tempo l’espressione “essere di destra” o “essere di sinistra” aveva un valore preciso che nessuno poteva equivocare, perché la base ideologica che la sosteneva era ben nota a tutti. Le persone aderivano a determinate ideologie e vi restavano fedeli per tutta la vita, o quasi: basti osservare i risultati delle consultazioni elettorali avvenute durante la cosiddetta “prima repubblica”, dove gli scostamenti di ciascun partito dalle elezioni precedenti si limitavano a percentuali dell’1 o 2 per cento. Poi, a partire da quel famigerato periodo 1992-93, quando ad opera della magistratura fu distrutta un’intera classe politica, le cose cambiarono e al posto dell’ideale si cominciò ad alimentare il personalismo, il culto del “personaggio” prodigioso che avrebbe risolto tutti i problemi: ed in quella fase fu Silvio Berlusconi il primo che instaurò questa nuova concezione della politica, in base alla quale non era l’ideologia che guidava l’azione politica, ma il culto della persona; ed infatti Berlusconi non affermava più di essere “di destra”, ma si definiva un “liberale”, intendendo però con questo termine qualcosa di profondamente diverso da quello che significava quando esisteva – durante la prima Repubblica – il partito che portava quel nome. Ma anche dall’altra parte ci si adeguò a questo nuovo modo di approcciarsi alla politica: anche Romano Prodi, tanto per fare un solo esempio, non si definiva più “di sinistra”, ma semmai “progressista” o qualcosa di simile, tentando in tal modo di intercettare anche i voti di chi di sinistra non era ma non amava, per varie ragioni, il suo avversario.
In tempi più recenti, poi, i concetti di “destra” e di “sinistra” sono stati ancor più conculcati da una mentalità generalista e qualunquista che, non richiamandosi più ad alcuna ideologia né avendo alcuna esperienza nella gestione dello Stato, ha creduto e fatto credere che bastasse essere cittadini semplici e onesti, benché non forniti di alcuna cultura specifica, per poter ricoprire degnamente ruoli istituzionali. Questa visione semplicistica e rozza della politica è stata alla base della nascita del cosiddetto “Movimento Cinque Stelle” di Beppe Grillo, che ha alimentato per anni l’antipolitica, cioè la protesta generica e sterile contro il “sistema” e contro la “casta” fino a quando, spinto dal successo elettorale, è diventato a sua volta “sistema” e “casta”, ponendo a capo del governo un avvocato senza alcuna esperienza come Conte e occupando ruoli istituzionali di primo piano (come ad esempio i Ministeri degli Esteri e della giustizia) con persone del tutto incompetenti e prive di qualsiasi cultura specifica. Costoro fin dall’inizio hanno delegittimato le ideologie (salvo poi adattarsi agli aspetti peggiori di esse, come avviene oggi) ed i concetti stessi di “destra” e di “sinistra”, che uno dei loro esponenti più in vista, Alessandro Di Battista, definì “categorie ottocentesche”. Anzi, hanno giustificato il loro squallido trasformismo proprio su questa base: non avendo ideologie, infatti, i grillini si sono ritenuti in diritto di governare con chiunque, con la Lega di Salvini e il PD di Zingaretti, adattandosi come le prostitute a chiunque si accompagna a loro. Ma i risultati di questo camaleontismo sono sotto gli occhi di tutti: decisioni prese senza le necessarie conoscenze di base, approssimazione, errori ripetuti di un governo privo di capacità e di esperienza che, messo alle strette dalle proprie contraddizioni, reagisce con l’autoritarismo e lo stato di polizia come è stato fatto negli ultimi mesi di fronte alla pandemia del Covid-19. Ciò dimostra che non basta eliminare le ideologie e affermare solennemente di non essere né di destra né di sinistra per risolvere i problemi di un popolo, e dimostra anche che a poco serve l’onestà (ammesso che i 5 stelle ce l’abbiano) quando manca la competenza. La sciagurata condizione in cui ci troviamo adesso, con un governo di incapaci che ha creato un caos indicibile, ci fa rimpiangere la prima Repubblica e i politici di allora, cioè, appunto, la “destra” e la “sinistra”.
Tuttavia, per non appesantire troppo questo post, mi fermo qui con l’analisi della situazione politica attuale, che io considero la peggiore in assoluto dalla fine del secondo conflitto mondiale, e con il giudizio sul governo Conte, che ugualmente giudico il peggiore che ci sia mai stato nella storia del nostro Paese. Aggiungo però una mia impressione: quella cioè che i concetti di destra e di sinistra, per quanto molto attenuati e cambiati rispetto al passato, esistano ancora sotto qualche forma. Delle due parti la più stravolta rispetto al passato è senza dubbio la sinistra, che è passata dalle barricate libertarie all’autoritarismo, dalla difesa del proletariato a quella dell’alta finanza europea, dalla falce e martello al Rolex ed alle ville con la piscina; ma anche la destra non è quella di prima, se non altro perché non è più sostenuta dai ceti economicamente più elevati ma dalle classi medie, dai commercianti, dagli artigiani e persino dagli operai una volta rigorosamente dall’altra parte. Eppure, nonostante gli stravolgimenti, in qualcosa la distinzione esiste ancora, tanto che ancor oggi è lecito parlare di atteggiamenti di “sinistra” e di “destra”; solo ch’essi non sono più fissi in base alle vecchie ideologie, ma mutano con il mutare degli eventi. Tre esempi di fatti recenti. Il primo è ampio e generico: nella questione dei migranti tutta la sinistra sostiene la loro integrazione, anche in forma patetica come ci hanno mostrato le lacrime della ministra Bellanova, mentre la destra invita alla cautela prima di accogliere sul nostro territorio migliaia di persone che non si sa poi come integrare e far vivere. Gli altri due casi sono più specifici: nella questione del riscatto pagato per la liberazione di Silvia Romano tutta la sinistra, in blocco, si è schierata in difesa della ragazza e della trattativa con i terroristi, mentre la destra, pur compiacendosi per la felice conclusione della vicenda, ha giustamente ricordato che in Italia esiste una legge che proibisce di pagare il riscatto ai sequestratori, e che anche nel caso di Aldo Moro non si trattò con i terroristi delle Brigate Rosse, oltre a deplorare la “conversione” di quella persona all’islamismo che l’ha portata a presentarsi con quel ridicolo pastrano verde al momento della liberazione che è un’offesa a tutti gli italiani. Infine, ultimo esempio, è l’atteggiamento nei confronti delle cosiddette “riaperture” dopo la detenzione forzata che il governo ci ha imposto in occasione dell’epidemia del coronavirus: tutta la sinistra, in modo compatto, insiste per la “cautela” e continua a prospettare pericoli nuovi e scene apocalittiche di contagio per spaventare ancor di più i cittadini, perché sa che chi è oppresso dal terrore accetta tutto e non si ribella dinanzi ai soprusi, mentre la destra è a favore di un ritorno alla normalità che, pur graduale, deve avvenire necessariamente, se non vogliamo morire tutti di fame per poterci vantare di essere scampati al virus. Mi pare dunque che queste due categorie oggi così disprezzate, la “destra” e la “sinistra”, non siano scomparse del tutto, benché si sia tentato da più parti di ucciderle; al contrario, esse risollevano la testa ogni volta che un problema si presenta e richiede una soluzione. Forse le vecchie ideologie non erano poi così male, soprattutto se confrontate all’ignoranza, all’approssimazione, all’incompetenza, al nulla da cui è costituita la politica attuale.

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Vergognarsi di essere italiani

Nel giudicare l’operato di un governo come quello che abbiamo io mi vergogno di essere italiano di fronte a tutti gli altri paesi civili, e penso che la mia sensazione sia condivisa da tutti coloro che hanno mantenuto un barlume di ragionamento autonomo nonostante le intimidazioni ed il lavaggio del cervello mediatico che ci hanno fatto da tre mesi a questa parte. Non torno più sul problema del “lockdown” perché ne ho già scritto abbastanza, ma ci sono altri mille motivi per ritenere e affermare che siamo governati da una banda di incapaci e di irresponsabili che stanno portando alla rovina milioni di persone. Nonostante che la curva dei contagi sia in continuo calo, occorrono ancora quelle assurde autocertificazioni per potersi muovere in auto persino nell’ambito del comune di residenza, mentre di tutti i miliardi promessi alle imprese, ai cittadini rimasti senza lavoro, alle partite IVA ecc. è arrivato sì e no un quinto di quanto promesso. Le persone muoiono di fame più che per il virus, già cominciano i primi suicidi che il signor Conte avrà sulla coscienza (ammesso che ne abbia una) e tante imprese pronte a riaprire per non fallire vengono tenute ancora chiuse, con gravissimo danno economico ed umano, perché la salute non è minacciata solo dal Covid-19 ma anche dalla disperazione.
Ed intanto, mentre il Paese va a rotoli, cosa fa il tirannello e il suo ministro degli Esteri, il bibitaro Di Maio? Vanno in pompa magna all’aeroporto ad accogliere Silvia Romano, tornata in Italia dopo 18 mesi di “rapimento” e diventata orgogliosamente musulmana, presentatasi con quell’abbigliamento che i suoi carcerieri le hanno imposto ma che avrebbe potuto togliersi una volta giunta nella sua patria; pertanto, se ha continuato a tenere addosso quel ridicolo pastrano ed ha affermato di aver abbracciato la religione dei suoi sequestratori che – va ripetuto e mai dimenticato – sono dei terroristi che hanno ucciso migliaia di persone, vuol dire che anche lei è una fiancheggiatrice di quei terroristi. Ed il capo del governo italiano, che fa mancare l’aiuto ai cittadini oppressi dalle tasse e costretti a chiudere le loro attività, la va a ricevere come un’eroina, dopo che il nostro Paese ha dovuto pagare milioni di euro ai terroristi, una cifra con cui si sarebbero potute aiutare tante persone in difficoltà. E su questo punto ha pienamente ragione Sgarbi: se con i mafiosi e i terroristi lo Stato non deve trattare, come avvenne nel 1978 quando non si trattò con le Brigate Rosse e Aldo Moro fu ammazzato, perché adesso si tratta e si pagano dei terroristi con i soldi pubblici? In questo caso, poi, il pagamento è stato una beffa vera e propria per tutti noi, perché la signorina “sequestrata” ha abbracciato la fede e le idee dei suoi sequestratori ed ha avuto anche la spudoratezza di presentarsi con quel vestito. Sarebbe come se un reduce del campo di concentramento di Auschwitz fosse tornato con la divisa delle SS e sostenesse di essere stato bene in quel luogo di villeggiatura.
Ma ciò che più mi indigna non è tanto l’atteggiamento della Romano quanto Conte e Di Maio che si presentano all’aeroporto per accogliere questa signorina quando non hanno sentito il dovere di presenziare ai funerali dell’agente di polizia ucciso a Napoli o in altre circostanze simili. A me è venuto in mente il comunista Diliberto, che quando era ministro della giustizia molti anni fa andò anch’egli ad accogliere una terrorista rossa con tutti gli onori. I fatti sono analoghi e non possono che attrarre perpetua vergogna su chi se ne è reso protagonista. Il governo pensi a restituire la libertà ai cittadini ed alle migliaia di persone che vengono ancora private della loro fonte di guadagno e rischiano di non avere i soldi per dar da mangiare ai propri figli, altro che andare ad accogliere con tutti gli onori una persona che ha voluto fare l’eroina, si è fatta “rapire” da dei terroristi con i quali si è messa in combutta ed è costata a tutti noi milioni di euro che potevano essere impiegati altrimenti e con miglior esito! La signorina dice di essere stata trattata bene e di aver abbracciato la religione (e quindi anche le idee, aggiungo io) dei terroristi con cui è stata in questo tempo, tanto che è arrivata con il vestito che le hanno imposto e che avrebbe potuto togliersi? Allora avrebbe potuto rimanerci con i suoi cari amici, anziché costare milioni al nostro Paese; non avremmo di certo sentito la sua mancanza. Dico anzi che questo caso dovrebbe essere di esempio per il futuro, e se il governo fosse serio e responsabile (ipotesi irreale) dovrebbe proporre subito una legge che esentasse lo stato italiano da qualunque obbligo nel rimpatrio di quei cittadini che per fare gli eroi e per inseguire i loro sogni malsani se ne vanno in luoghi dove non c’è sicurezza e dove si può essere rapiti o uccisi. Chi si mette nei pericoli essendone pienamente consapevole non può pretendere l’aiuto di nessuno.

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Il virus fa politica

Il periodo terribile che stiamo vivendo ha dimostrato senza dubbio una cosa: che non tutto il male viene per nuocere, soprattutto per chi detiene il potere in questo nostro sciagurato Paese, dove i più elementari diritti umani sono stati spazzati via da un governo di incapaci che ha sbagliato tutto o quasi nella gestione del problema. Le libertà costituzionalmente garantite ai cittadini sono state annullate da una serie di provvedimenti illegali come quelli adottati attraverso i DPCM, che dovrebbero avere solo valore amministrativo; al contrario, in base a quelli, siamo stati rinchiusi in casa per due mesi senza che nessuno battesse ciglio e lo siamo a tutt’oggi, visto che per spostarsi da un luogo all’altro occorre ancora compilare una stupida e inutile autocertificazione. L’azione del governo – ed è bene sottolinearlo fino alla noia – non è stata ottenuta con la persuasione e l’appello alla responsabilità delle persone, come è stato fatto nei paesi civili, ma con lo stato di polizia, con la repressione violenta di poveri cittadini che magari, non riuscendo più a stare chiusi tra quattro mura, hanno osato fare una passeggiata da soli senza contagiare nessuno. Si sono viste scene da Germania nazista o da Unione Sovietica del peggior periodo staliniano, quando abbiamo dovuto assistere a uno spiegamento di polizia e di carabinieri che, se fosse stato messo in campo per arrestare i veri criminali e non per perseguitare cittadini onesti, la criminalità sarebbe scomparsa da tempo nel nostro Paese. Scene vergognose di persone multate di 400 euro per una passeggiata a 200 metri da casa, perpetua infamia per le cosiddette “forze dell’ordine” e per il governo che le ha utilizzate. E tutto ciò è stato ottenuto con l’utilizzo alla Goebbels della televisione di Stato, alla quale è stato imposto di trasmettere come un mantra, per migliaia di volte al giorno, lo stesso perentorio ritornello “state in casa, state in casa”, senza accorgersi che per le persone libere nell’animo quel ritornello invogliava piuttosto ad uscire e liberarsi dalle catene che ci hanno messo trattandoci tutti come schiavi. Una vergogna indicibile per un governo che, non avendo la minima esperienza della politica e formato da damerini che non hanno mai lavorato in vita loro, non riusciva ad affrontare il problema e commetteva ogni giorno errori su errori, idiozie su idiozie; ecco quindi che il ricorso alla forza bruta, alla dittatura dell’avvocatucolo pugliese e dei suoi compagni di merende è stato l’unico mezzo per sopravvivere. Diffondere il terrore è sempre un mezzo sicuro per esercitare il comando, perché quando la gente ha paura diventa manovrabile, diventa accondiscendente e persino collaborazionista del regime, come quei cittadini che sono diventati spie e hanno denunciato, come nella Germania Est della Stasi, il vicino che vedevano a passeggio sulla strada.
Quel che è successo è gravissimo. La Costituzione è stata stracciata, come illustri giuristi tipo Sabino Cassese hanno ribadito fin dall’inizio, e lo Stato si è imposto non con la persuasione e la fiducia, ma con la forza delle denunce e delle multe a carico di chi non faceva nulla di male e non aveva alcuna possibilità di infettare o di infettarsi, come quel poveraccio a passeggio sulla spiaggia inseguito dai carabinieri con droni, elicotteri e quant’altro. Gli altri paesi civili non si sono comportati così perché sanno che cos’è la democrazia; ma da noi il governo Conte non ne ha la minima idea e preferisce imporsi con la forza, quando avrebbe ottenuto lo stesso risultato invitando i cittadini ad usare mascherine e distanze di sicurezza ma senza rinchiuderli forzatamente in casa, che è un intollerabile sopruso. Io personalmente, che credo nella libertà e odio chi la limita arbitrariamente come questi individui hanno fatto, sarei stato a casa molto di più e molto più volentieri se fossi stato solo invitato a rimanerci, non forzato con le minacce e le sanzioni, metodi che vanno bene forse in Cina ma non dove ci si fa vanto di una democrazia che non esiste più.
Ma perché dico che il virus è il maggiore alleato di Conte e della sua banda? Perché devo constatare che, nonostante l’operato inqualificabile del governo, molte persone comuni e persino di cultura continuano a giustificarlo e lo sostengono ancora. A me pare impossibile che qualcuno possa approvare enormità come quelle che sono avvenute nel nostro Paese, eppure debbo purtroppo constatare, seguendo le trasmissioni televisive, che la nostra sinistra radical-chic prende ancora le difese di Conte e lo esalta come il salvatore della Patria. Ma non si vergognano questi intellettualoidi da quattro soldi, tranquilli e pacifici nelle loro ville con piscina e gratificati dallo stipendio che arriva loro ogni mese, a difendere uno Stato di polizia, una repressione violenta come quella che è avvenuta da noi, proprio loro che negli anni ’70 ed oltre urlavano contro i padroni ed il sistema borghese che volevano abbattere? Loro, la sinistra, gli alfieri della libertà e della democrazia, ora applaudono alle multe e ai droni che perseguitano quei cittadini onesti che pagano le tasse e che consentono a questi professoroni con falce e martello di avere ancora uno stipendio molto spesso immeritato! Bella coerenza la loro, bella applicazione di un’ideologia che, sconfitta in tutto il mondo, è raffiorata adesso nella cinesizzazione del nostro Paese ad opera dell’avvocatucolo. Bravi, complimenti! Vorrei vedere cosa avrebbero detto costoro se al governo ci fosse stato ancora Salvini e avesse preso provvedimenti del genere. Ah la rivoluzione, la rivoluzione dei comunisti con il Rolex!
Il Covid-19 è il maggiore alleato del governo perché ha coperto le sue malefatte ed i suoi grossolani errori nella gestione del problema, ha fatto passare in secondo piano le bugie e le vane promesse di Conte ed ha impedito che questa banda di incapaci fosse sottoposta al giudizio dei cittadini e cacciata da un potere che non merita e per il quale non è stata eletta da nessuno. Il Movimento Cinque Stelle, dopo lo sciagurato voto del marzo 2018 che gli ha dato la maggioranza, ha applicato su scala nazionale quella vocazione dittatoriale e antidemocratica che ha avuto fin dall’inizio al suo interno, quando chi non si allineava al pensiero unico di Grillo e Casaleggio veniva immediatamente cacciato. E il PD, dopo aver ricevuto insulti e contumelie dai grillini per dieci anni, ha fatto con loro un vergognoso inciucio, partorendo una creatura deforme, cioè un governo di incompetenti che fa disonore ad una nazione civile, come possiamo constatare anche adesso con il caso del disc-jockey Bonafede, di cui non voglio parlare perché meriterebbe un post a parte. Nonostante la manifesta inadeguatezza, la masnada rimane al suo posto perché, come ci dicono con fare paternalistico gli “intellettuali” di sinistra, in un momento così difficile per la salute pubblica bisogna stare tutti uniti e collaborare, non criticare. Così alle imposizioni sovietiche cui siamo stati e siamo sottoposti se ne aggiunge anche un’altra: il divieto di critica, perché chi critica Conte per loro è uno sfascista (con o senza la s?), uno che agisce per biechi interessi di propaganda elettorale. E allora andiamo avanti così, incensiamo ancora l’avvocatucolo, così il virus della povertà e del disordine sociale finirà per mandarci in rovina e farà più vittime del Covid. Ma nulla di buono si può sperare quando con la paura diffusa a bella posta, con le immagini di morte continuamente trasmesse per terrorizzare i cittadini, sono riusciti a togliere alle persone la facoltà di ragionare e hanno portato all’ammasso il loro cervello. Il governo ha così trovato nel virus il più sicuro alleato per poter restare sulle poltrone e continuare a distruggere quel poco di buono che ancora restava intatto nel nostro Paese.

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Pensiero del mattino

Se la conferenza di Conte di domenica sera non fosse tragica, sarebbe tutta da ridere: bisognerebbe ridere in faccia a questo avvocatucolo pugliese che, messo lì da un partito di incompetenti e di incapaci come i 5 stelle, con ridicola presunzione si atteggia a dittatore e continua a dire: “noi non permetteremo”, “noi consentiremo” ecc. Ma cosa devi consentire tu, pallone gonfiato non eletto da nessuno e privo di qualunque esperienza politica? Come ti permetti di fare carta straccia della Costituzione e togliere a milioni di cittadini i loro sacrosanti diritti? E vieni oltretutto a prenderci in giro, con provvedimenti demenziali e contraddittori?
Oltre alle idiozie che il governo ha fatto finora, adesso ha rincarato la dose, con decisioni che solo dei pazzi ubriachi potrebbero adottare. In pratica la cosiddetta “fase 2” è una “fase 1,2”, perché cambia pochissimo rispetto a prima: per spostarsi occorrerà ancora l’autocertificazione, il che significa che saremo ancora tutti bloccati, perché non possiamo prendere l’auto per fare un giro o andare al mare in montagna, a meno che non abbiamo dei “congiunti” che non si sa chi siano, da andare a trovare. Questo è semplicemente demenziale, come lo è riaprire il 4 maggio il commercio all’ingrosso e solo il 18 quello al minuto: in quelle due settimane per chi preparano i prodotti i grossisti, se poi i dettaglianti non li possono vendere? E che senso ha far aspettare fino a giugno parrucchieri, bar e ristoratori? Se ci sono i dispositivi di sicurezza potrebbero riaprire subito, come sta avvenendo in tutta Europa, dove a differenza nostra hanno governi dotati di materia grigia e di buon senso. Ogni settimana che passa con tutto chiuso sono 12 miliardi di ricchezza comune che vengono bruciati: lo sanno questi pagliacci? Oltre a ciò, è altrettanto idiota trattare tutta l’Italia allo stesso modo: se in Lombardia ci sono 40000 casi e in Basilicata 200 e tutti guariti o sotto controllo, che senso ha tenere in casa a marcire i cittadini di quella regione? E che senso ha multare una persona che fa una passeggiata da sola senza poter ricevere o trasmettere il virus a nessuno?
Un governo a trazione 5 stelle, con un presidente che è una macchietta vera e propria, non ci si poteva aspettare molto di più. Incapaci e incompetenti, che si sono fatti imbeccare dal cosiddetto “comitato tecnico scientifico” che è formato da virologi, cioè da medici, persone che vedono la realtà in modo ottuso, solo dal loro punto di vista, senza capire nulla del disastro economico che stanno provocando né dei danni psichici che stanno affiorando in milioni di persone. Conte non è capace di decidere nulla da solo, è una figura insulsa, e poi viene in televisione a fare il dittatore: “noi non permetteremo”, “noi non consentiremo”. Ed io invece so che presso gli avvocati e le procure si stanno già preparando querele contro questo governo, ed i cittadini – almeno quelli che non si fanno rimbecillire dalla propaganda Goebbels della televisione di regime – faranno bene a riprendersi i loro diritti, anche sfidando la repressione delle multe e del clima di terrore che questi incapaci si sono inventati per salvare le loro poltrone.

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Elogio dell’idiozia

Nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam scrisse un’opera famosa, l’Elogio della follia, ma se vivesse oggi e osservasse la politica del governo Conte dovrebbe scrivere piuttosto un “Elogio dell’idiozia” e dell’incompetenza. Il modo con cui questa emergenza del coronavirus viene gestita è privo di qualunque logica e di qualunque razionalità, mira al male e non al bene del Paese e condurrà tutti alla rovina. L’unica cosa che i nostri governanti hanno saputo fare bene, in questa circostanza, è stata quella di rimbecillire i cittadini attraverso la televisione, facendo trionfare il pensiero unico e impedendo a chiunque dissentiva di far valere la propria voce. Hanno fatto a tutti il lavaggio del cervello ripetendo ogni giorno, come un mantra, che dovevamo stare in casa, che lo facevano per il nostro bene, che saremmo tornati ad abbracciarci in futuro ecc. E intanto la dittatura del “tutto chiuso” andava e va ancora avanti, con i cittadini privati inutilmente di ogni loro sacrosanta libertà garantita dalla Costituzione. In questa situazione di terrorismo psicologico, di diffusione esagerata del terrore del virus, non solo il governo ha ottenuto il suo scopo di asservire le persone e distruggere la democrazia creando di fatto una dittatura di tipo cinese, ma è riuscito anche a farlo accettare alla maggioranza delle persone: hanno creato il consenso utilizzando la televisione come Goebbels conduceva l’informazione nella Germania nazista, ripetendo tante volte delle falsità e facendole infine sembrare vere. L’esperimento di dittatura è riuscito benissimo, perché quasi tutti si sono convinti che il governo aveva ragione e non si poteva fare diversamente; chi cercava di mantenere un barlume di libero pensiero veniva e viene insultato ed emarginato, mentre si sono verificati anche episodi di vera e propria delazione, cioè di cittadini che fanno la spia e vanno a denunciare alle “forze dell’ordine” (le virgolette sono d’obbligo) chiunque vedevano uscire di casa. Cose che succedevano soltanto nella Germania Est della Stasi e dei Vopos. E se qualcuno insisteva nel reclamare un barlume della libertà che è dovuta a tutti i cittadini di uno stato democratico, allora entrava in campo la repressione: denunce, multe e maltrattamenti per i poveracci che andavano a fare una passeggiata senza poter contagiare nessuno, cosa che continua anche oggi mentre il governo Conte fa uscire dal carcere i mafiosi pluriomicidi.
Il virus è stato quindi un’ottima occasione per Conte per poter rimanere ben saldo su una poltrona che non ha mai mostrato di meritare e per la quale non è stato eletto da nessuno. C’è stato collocato da un partito, il Movimento Cinque Stelle, che ha dimostrato fin dai suoi inizi la più totale incompetenza ed incapacità di gestire non uno Stato, ma un condominio. Ma finché sbraitavano le loro volgari assurdità, si poteva accettare; ma adesso, quando con la chiusura totale stanno portando il Paese alla bancarotta e alla rovina, non possiamo più accettarlo. Tenere chiusa tutta o quasi la nostra economia mentre quelle degli altri paesi sono ripartite da tempo, è un’idiozia; tenere chiuse le scuole quando tutti i paesi le stanno riaprendo, è un’idiozia; obbligare i cittadini a stare chiusi in casa quando basterebbe usare le mascherine e la distanza interpersonale, è un’idiozia, oltre che un’azione criminale. Questi provvedimenti di Conte e dei suoi compagni di merende, oltre ad essere liberticidi, sono anche assurdi e ridicoli. Faccio un solo esempio: hanno riaperto i negozi di abbigliamento ma solo per i bambini, gli adulti non possono acquistare nulla; così c’è gente costretta ad andare in giro con i calzini bucati perché non può comprarsene di nuovi, e donne costrette a mettere sempre i pantaloni perché non hanno calze nuove o non smagliate e non possono acquistarne. Siamo al ridicolo, all’idiozia più pura. E fa veramente orrore il fatto che il Partito Democratico di Zingaretti, pur di mantenere le poltrone, continui ad assecondare l’imbecillità dei suoi alleati. L’avversione per questo partito di ex comunisti che hanno abbracciato il più bieco capitalismo e hanno prostituito la loro dignità non può essere più grande da parte mia. Se ripenso a Enrico Berlinguer, il cui pensiero pure non ho mai condiviso, mi dispiace sinceramente che abbia avuto successori tanto indegni.
C’è anche da dire che la paura del virus, diffusa volontariamente dal governo mediante la TV di regime, azione ben degna di Goebbels e di Stalin, ha oscurato la mente delle persone facendole diventare perfino spie e distruggendone la libera volontà. Non intendo sottovalutare l’emergenza, ma neanche sopravvalutarla enormemente come tuttora viene fatto. Ogni epidemia ha una fase acuta ed una discendente, alla quale si sarebbe arrivati anche osservando semplici regole di igiene e senza rinchiudere i cittadini agli arresti domiciliari. Anche il dato sui decessi, sfruttato ignobilmente per terrorizzare i cittadini, è stato manipolato. Quante di queste morti si possono effettivamente attribuire al coronavirus? Le statistiche ci dicono che ogni anno la normale influenza fa migliaia di vittime e che il 90% dei deceduti di adesso aveva un’età molto tarda e patologie pregresse. Questo, con tutto il rispetto per chi non ce l’ha fatta, avrebbe suggerito un comportamento diverso da parte del governo, com’è avvenuto in altri paesi dove i cittadini, pur dovendo evitare gli assembramenti, sono liberi di uscire e di godere delle proprie libertà. E quanto ai medici che hanno pagato con la vita la dedizione al loro lavoro, chi dovrebbe rispondere di ciò non è chi fa una passeggiata al sole, ma la burocrazia che non ha fornito in tempo ai sanitari i presidi necessari per evitare il contagio. Ma per il governo Conte questo non conta, quel che va fatto senza meno è mandare degli sgherri a multare un prete che dice una messa davanti a 13 persone distanti metri l’una dall’altra ed in un ambiente di oltre 300 metri quadri.

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Richiesta ai lettori colti

Poiché vedo dalle statistiche del sito che gli articoli più letti del mio blog sono quelli di contenuto letterario e culturale dei mesi e degli anni passati (i miei brevi saggi su Euripide, Catullo, Virgilio, Orazio, Dante, Foscolo, Manzoni, Leopardi ecc.) voglio dire questo: mi fa piacere che li leggiate, ma almeno fatemi sapere cosa ne pensate, se siete d’accordo con quel che ho detto, se avete qualcosa da aggiungere, se volete scambiare delle opinioni… Ci vuole tanto? Basta andare a fine articolo, laddove dice “lascia un commento” e scrivere qualcosa. Possibile che ci siano tanti lettori d’accordo con ciò che scrivo ma senza mai la volontà di dire la loro? MANDATE COMMENTI, PLEASE!!!!
NON COSTA NULLA!

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Lo Stato e i cittadini

Il rapporto tra i cittadini e l’organizzazione statale ha fatto versare, fin dall’antica Grecia, i proverbiali fiumi d’inchiostro, perché tutti ne hanno discusso: filosofi, scrittori, sociologi, psicologi ecc., in ogni nazione e in ogni tempo. Nel periodo attuale il problema è sempre vivo e operante in tutto il mondo, a seconda della storia di ciascun Paese e del regime che vi detiene il potere; ma io ritengo che sotto questo profilo l’Italia sia un unicum, o quasi, all’interno dell’Europa, perché tra cittadini e potere politico esiste una distanza, una diffidenza, talvolta persino un’avversione che non si riscontra altrove. In Germania, in Francia, in Inghilterra esiste sì la critica, a volte anche aspra, contro il governo ed i suoi membri, ma c’è comunque un rapporto di reciproca legittimazione tra lo Stato ed il popolo: si può giudicare inadeguato questo o quel politico, ma non le istituzioni statali nella loro essenza, che vengono concepite come necessarie e indispensabili per la vita stessa dei cittadini.
Da noi no. Da noi spesso lo Stato è visto come un nemico dei cittadini: da combattere da parte della criminalità organizzata, alla quale certe popolazioni si affidano più volentieri che alle istituzioni statali; da ingannare da parte di coloro che evadono le tasse e antepongono il proprio vantaggio a quello comune; da criticare sempre e comunque, come vediamo dalla forte avversione che c’è ovunque verso i politici, sempre accusati di essere ladri, disonesti e incapaci qualunque sia il partito o la fazione a cui appartengono. L’antipolitica, così forte da noi come in nessun altro Paese, dimostra in modo lampante l’esistenza di un divario, di un abisso incolmabile tra le persone comuni e gli uomini (e le donne) delle istituzioni.
Quale può essere la ragione di questo insanabile conflitto? Alcuni sostengono che può dipendere in parte dalla nostra storia: essendo stati dominati per secoli da potenze straniere che venivano qua per sfruttarci e derubarci, ciò ha determinato negli italiani un senso di insofferenza per il potere, qualunque esso sia. Personalmente però credo poco a questa motivazione, visto che l’unità d’Italia data da 160 anni a questa parte, un tempo più che sufficiente per cambiare la mentalità delle persone; sarà quindi da vedere se la responsabilità di questo contrasto non dipenda da altro. Si fa presto a dire che gli italiani non hanno il senso dello Stato e pensano al proprio esclusivo piccolo e ignobile interesse personale; ma se questo è vero, non credo che la colpa sia tutta loro, bensì che vada ricercata anche in chi detiene il potere e non se ne mostra degno. Anche De Gasperi, Nenni, Andreotti, Berlinguer ecc., politici della cosiddetta “prima Repubblica”, venivano criticati, ma non credo si potesse dire che fossero incompetenti e incapaci. Si può dire lo stesso di quelli di oggi? Io non avrei mai creduto, fino a una ventina di anni fa, di dover rimpiangere i politici di allora, ma oggi sono costretto a ricredermi, se osservo la vacuità intellettuale di chi ci governa in questo momento.
Ritornando al problema centrale che ho affacciato all’inizio, intendo dire questo: sarà anche vero che gli italiani non hanno il senso dello Stato, ma siamo certi che sia tutta colpa loro? Se lo Stato non si fida dei suoi cittadini e li tratta in modo indegno, come si può pretendere che costoro a loro volta si fidino dello Stato? Gli esempi di ciò che dico sono molti, ma mi limiterò a due. Il primo riguarda lo strapotere della burocrazia, che in Italia è molto più forte e opprimente che in ogni altro paese europeo: in Inghilterra per aprire un negozio bastano pochi giorni, da noi occorrono mesi e anni; in Germania lo Stato finanzia le famiglie bisognose e i soldi arrivano subito nei conti correnti, da noi – quando lo Stato deve dare qualcosa – ci vogliono carte, permessi e concessioni che fanno passare tempi biblici; in altre nazioni, persino in Spagna ed in Grecia che ho potuto visitare personalmente, le opere pubbliche vengono realizzate in poco tempo, da noi vengono spesi miliardi per costruire edifici e opere che poi, per le pastoie burocratiche, restano abbandonate a se stesse per anni o addirittura per sempre. Ma da cosa dipende la burocrazia se non da una totale mancanza di fiducia dello Stato verso i cittadini? Se per darti un permesso ti chiedono decine di carte e di certificati, è perchè lo Stato presume a priori che tu sia un disonesto e che tu voglia avvantaggiarti procurandoti privilegi che altri non hanno e che danneggiano la comunità; e certamente qualche volta questo può essere vero, ma imporre a tutti lo stesso regime significa tagliare le gambe a tutti e ritardare gravemente lo sviluppo sociale ed economico del Paese.
Il secondo esempio riguarda la vicenda attuale del coronavirus, in seguito alla quale siamo stati messi tutti agli arresti domiciliari da un Presidente del Consiglio non eletto da nessuno, con multe e denunce a chiunque osa uscire di casa. A tal proposito si sono riscontrati anche eventi grotteschi di vera ignobile violenza dello Stato contro cittadini inermi, come quei due poveri genitori che ritornavano a Grosseto da Pisa dove avevano sottoposto ad una visita la figlia malata di leucemia e si sono visti multare di 500 euro dalla Polizia Stradale (lo sottolineo!), che non ha creduto alla loro autocertificazione. Quando succedono episodi del genere, quando le cosiddette “forze dell’ordine” tanto esaltate dalla televisione anziché proteggere i cittadini li perseguitano, e anziché arrestare i veri criminali se la prendono con chi fa una passeggiata da solo sulla spiaggia senza contagiare nessuno, non si può pretendere che il cittadino si fidi dello Stato o che lo consideri suo amico. Quando si è oppressi da imposizioni che arrivano dall’alto, da uno stato di polizia che non spende una parola a persuaderti del proprio operato ma te lo impone con la minaccia delle multe e della galera, non può esserci spazio per la fiducia e la simpatia. In altri paesi l’isolamento volto a ridurre il contagio è stato solo consigliato ai cittadini, o comunque non imposto in modo sovietico-cinese come da noi: in Germania e in Inghilterra, tanto per citare due paesi democratici e civili dell’Europa, le persone possono uscire, andare nei parchi e passeggiare, purché non si creino pericolosi assembramenti. Le forze dell’ordine, che sorvegliano, intervengono invitando i cittadini a un certo comportamento, non trattandoli come fossero criminali, che è proprio quello che accade da noi. Anche i carcerati hanno diritto all’ora d’aria, noi no. E allora non chiediamoci più perché da noi carabinieri e polizia ispirino terrore e avversione anziché fiducia, e perché lo Stato non ispiri benevolenza ma antipatia, quando non addirittura indifferenza, che è peggio ancora.

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Il pensiero dominante

No, questo titolo non è una citazione da Leopardi, ma una definizione della realtà attuale del nostro Paese, in piena emergenza da coronavirus. Il pensiero dominante è quello che ci viene imposto dalla televisione, dai giornali e da tutti gli altri organi di informazione, al quale tutti devono adeguarsi; ed è tanta la forza persuasiva del sistema che impone il suo pensiero ch’esso si diffonde dappertutto, capillarmente, fino a diventare l’unica Verità possibile. In questa situazione le voci dissenzienti, quelle di coloro che si oppongono al pensiero unico, vengono sbeffeggiate, disprezzate, emarginate, senza che le loro ragioni vengano minimamente ascoltate o prese in considerazione. E’ sempre successo, fin dall’Antichità, che il potere abbia diffuso determinate idee a cui tutti dovevano aderire; e chi non lo faceva, come Giordano Bruno o Galilei, finiva al rogo o alla tortura e veniva costretto con la forza a riconoscere il proprio “errore”, che tale non era affatto: l’errore era del bieco e violento potere ecclesiastico o politico al quale faceva comodo che tutti la pensassero allo stesso modo, che non vi fosse dissenso, ogni voce discordante andava messa a tacere. Nella Russia sovietica, come ci mostrano bene i racconti di Solgenitsin e di Salamov, i dissidenti non venivano mandati solo nei gulag ma anche, spesso, nei manicomi criminali, intendendo con ciò che chi si ribella al potere non è solo un pericoloso terrorista, ma anche un pazzo, uno squilibrato che non sa o non vuole riconoscere i grandi benefici che il regime offre al popolo.
Nelle democrazie moderne, ammesso che la nostra possa ormai chiamarsi tale, non si usano più ovviamente questi metodi, ma il principio è lo stesso: diffondere e far trionfare un pensiero unico che è quello gradito a chi detiene il potere e vuole tutti gli altri sordi e ciechi. Non si usa più la violenza fisica, si è preferito ripiegare su quella psicologica, per cui chi non è allineato alle idee comuni viene dileggiato, insultato, escluso dal dialogo e da ogni potere decisionale. I suoi suggerimenti, le sue idee, tutto viene gettato al macero perché proviene dalla parte “sbagliata”; e l’esempio lo abbiamo in questi giorni, quando il governo Conte che – ribadisco! – non è stato eletto da nessuno, rifiuta ogni proposta dell’opposizione per il semplice fatto che proviene dall’opposizione, senza neanche valutare se possa mai contenere qualcosa di sensato o di realizzabile.
La diffusione del coronavirus, emergenza reale e difficile da affrontare perché senza precedenti, ha dato la possibilità a chi ci governa di mettere in atto una serie di provvedimenti decisi in modo autonomo e totalitario dal presidente del Consiglio, senza neanche consultare il Parlamento e le forze sociali. La clausura forzata di 60 milioni di cittadini è stata imposta con la forza dello Stato di polizia, con la minaccia di multe e di denunce, senza che a nessuno sia venuto il minimo dubbio circa la legittimità di un comportamento, quello del sig. Conte, che non ha nulla di democratico e che vanifica in un minuto un diritto fondamentale dei cittadini, garantito dalla Costituzione, quello di spostarsi da un luogo all’altro. In altri Paesi il problema dei diritti dei liberi cittadini se lo sono posto, da noi no: qui è bastato che Conte scrivesse un decreto di mano sua per chiuderci tutti agli arresti domiciliari, senza che si stiano studiate altre possibili soluzioni e senza neanche verificare l’efficacia del provvedimento, che a mio giudizio è dubbia visto che ancor oggi, a più di un mese dalla reclusione forzata, i contagi continuano a crescere. Non solo: il danno economico che viene prodotto da questa chiusura forzata di tutte le attività produttive si calcola in oltre dieci miliardi di euro alla settimana, senza contare che molte imprese non riapriranno più e molte persone si troveranno in condizioni economiche precarie, al punto che c’è da temere anche rivolte sociali che in simili casi non mancano di verificarsi. Il bello è che negli altri Paesi, che pure hanno adottato l’isolamento dei cittadini, non sono state fermate le attività produttive, e quindi la nostra inerzia totale, a fronte dei progressi altrui, ci renderà ancora più poveri e vulnerabili di tutti gli altri. Si aggiunga il fatto che gli indennizzi ed i rimborsi promessi dal nostro dittatorello in doppio petto devono ancora arrivare, le persone non hanno ancora ricevuto nulla, e quindi al danno si è aggiunta irrimediabilmente la beffa.
Nonostante questo comportamento indegno di un Paese civile, il governo Conte continua ad avere dalla sua la maggior parte dei cittadini italiani. Come si spiega questo? Con la diffusione del pensiero dominante, la verità unica che ci trasmette la televisione di regime, che cioè queste scelte erano le uniche possibili e che bisogna stare tutti a casa. Questo precetto martellante, petulante, continuo ci viene propinato migliaia di volte al giorno assieme ad un clima di terrore artatamente creato, di modo che i cittadini vengono convinti che il governo ha ragione e che non si può fare nient’altro, quando invece si dovrebbe fare tutt’altro. Posto che con questo virus dovremo convivere per almeno due anni, è impensabile che i cittadini possano subire per tanto tempo questa violenza di Stato: occorre quindi ripartire e subito, non solo con le attività produttive ma anche con la libertà delle persone, che devono poter andare dove vogliono assumendo naturalmente tutte le precauzioni del caso: distanza interpersonale, uso delle mascherine e degli altri dispositivi di sicurezza ecc. Ma tenere in prigione – perché di questo si tratta – milioni di persone non serve a nulla; o meglio, serve a dare la facoltà al sig. Conte di usurpare tutti i poteri e formare di fatto uno Stato dittatoriale.
Questo riesce a fare il pensiero dominante, soggiogare i cittadini e spegnere il dissenso, anche attraverso la comunicazione di menzogne che vengono accettate per vere da persone cui il terrore del virus ha tolto la facoltà di ragionamento. Un esempio per tutti: ci fanno credere che se il virus continua a diffondersi, ciò non deriva dai ritardi con cui l’epidemia è stata riconosciuta (il virus circolava in Lombardia già da gennaio), dalle inefficienze della protezione civile che non ha fornito ai sanitari i necessari strumenti di protezione, o da coloro che hanno trasferito persone infette nelle RSA dove la maggior parte degli ospiti si è ammalata. No, la colpa non è del governo e della sua organizzazione manchevole e clientelare: la colpa infamante è di coloro che, magari da soli, vanno a fare una passeggiata perché non ce la fanno più a stare reclusi. Questi per la TV di Conte e dei 5 stelle sono i criminali, su di loro si scagli il più tremendo anatema!

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Osservazioni sulla didattica a distanza

Io ho insegnato per circa quarant’anni, e per fortuna non mi sono mai trovato nella situazione in cui si trovano i colleghi oggi, costretti alla cosiddetta “didattica a distanza”, che la Ministra intende far diventare obbligatoria per tutti. E’ vero che viviamo in un regime, costretti tutti agli arresti domiciliari da una serie di provvedimenti autoritari e contraddittori, ma la pretesa che tutti gli operatori scolastici applichino questo tipo di didattica è presuntuosa, perché presuppone che tutti, docenti e alunni, abbiano in casa un computer e un collegamento ad internet veloce, cosa che almeno finora non era obbligatoria, senza contare il fatto che in alcune zone d’Italia la rete è ancora lenta e instabile. Ma tant’è: oggi si fa tutto con la tecnologia e quindi il problema della chiusura delle scuole si è risolto così, con l’imposizione di una modalità di trasmissione del sapere su cui non tutti sono d’accordo e che comunque fa sorgere molte perplessità.
Personalmente io non sono contrario alla lezione on line, poiché anche dalle videoconferenze, così come dai filmati di youtube, si può imparare qualcosa; ma questa modalità necessita di almeno tre condizioni perché possa mantenere una certa efficacia. La prima è di disporre di piattaforme stabili ed efficienti, che non si disconnettano ogni momento e che permettano al docente ed agli alunni di vedersi di fronte, come se fossero nella medesima stanza. La seconda, purtroppo realizzabile solo in parte, è che gli alunni siano veramente interessati alla lezione e desiderosi di imparare, il che purtroppo è cosa rara anche con la normale didattica in classe; avviene infatti, a quel che mi dicono alcuni colleghi, che alcuni di loro non accendano la videocamera, per cui il docente non può sapere se stanno seguendo o se ne sono andati per i fatti loro. La terza condizione, la più importante, è che la didattica a distanza serva soltanto per trasmettere dei contenuti, ma non per fare le verifiche, che invece il governo ipocritamente pretende: che valore può avere un’interrogazione che lo studente svolge a casa propria, magari con i libri aperti davanti o i genitori dietro le spalle a suggerire tutte le risposte? E peggio ancora sono i compiti scritti: se i ragazzi cercano in ogni modo di copiare con il cellulare in presenza del docente, immaginiamoci cosa possono fare in casa propria! Le verifiche scritte e orali fatte a distanza, a mio giudizio, non hanno alcuna garanzia di un minimo di serietà, e quindi non posseggono alcun valore. Se il Ministero pretende che i docenti le facciano, evidentemente è per il solito malcostume italiano di guardare alle apparenze, alla pura forma, anche quando si sa che la sostanza non esiste affatto. Avverrà quindi che le nostre autorità scolastiche si presenteranno dinanzi all’opinione pubblica ostentando una serietà ed una regolarità che non esistono, ma che permetteranno loro di salvare la faccia; tanto la promozione sarà assicurata a tutti, comunque vadano le “verifiche” fatte a distanza.
Al termine dell’anno scolastico, poi, tutti promossi; e su questo c’è poco da obiettare, perché della chiusura delle scuole non hanno certo colpa gli studenti e le loro famiglie. Ciò che cambierà poco, nella sostanza, sarà l’esame di Stato: anch’esso sarà una pura formalità, ma c’è da dire che lo era anche prima, perché una prova d’esame dove la percentuale dei promossi arriva al 99,3% non può definirsi seria o attendibile. Meglio sarebbe, a questo punto, abolire del tutto questo inutile rito dell’esame di Stato: ne guadagnerebbe l’erario pubblico e la reputazione di tutta la nostra scuola. Per chi invece non ha l’esame e si vedrà promosso anche se non ha fatto nulla, i problemi ci saranno quando le scuole riapriranno, speriamo a settembre; allora sarà necessario un massiccio lavoro di recupero non solo per coloro che avevano svariate insufficienze ma per tutti, anche per gli studenti migliori, in quanto un periodo di rilassamento si sette o otto mesi conduce a dover ricominciare daccapo anche ciò che era stato fatto prima del mese di marzo di quest’anno. Praticamente un anno intero di scuola è andato perduto, e la ripresa sarà molto difficoltosa; allora, almeno in quelle poche scuole dove si studia veramente e si applica una forma di selezione, molti alunni – compresi quelli che se la cavavano con discreti voti prima della crisi – rischieranno di trovarsi in grosse difficoltà. Purtroppo i guai di questo periodo di forzata inattività, che però non dev’essere del tutto sgradito al gran numero degli svogliati che bivaccano nelle nostre scuole, sono difficilmente prevedibili adesso. O meglio, una cosa è prevedibile: che non torneremo più alla vita di prima e che aumenteranno i problemi per tutti, anche per gli studenti e i docenti. In un frangente come questo non posso fare a meno di constatare che l’essere in pensione è stato per me un grande vantaggio.

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Gli arresti domiciliari

Certo, nessuno di noi aveva previsto questa tempesta che ci è caduta addosso da un giorno all’altro; o meglio, qualcuno si aspettava qualcosa del genere, se è vero che Bill Gates, già alcuni anni fa, aveva deplorato le spese militari che i vari governi compiono e li aveva ammoniti a stare in guardia dal periodo di epidemie da parte di virus sconosciuti contro i quali non c’è difesa. Ma purtroppo nessuno l’ha ascoltato, né hanno ascoltato altri che dicevano più o meno le stesse cose; ed anche quando l’epidemia si è manifestata è stata ovunque sottovalutata. Non parlo solo dell’Italia, governata da persone e partiti che non mi piacciono, ma di tutti i paesi europei e non europei.
Cosa è successo dopo, però? Che dalla sottovalutazione del problema, senz’altro da deplorare, si è passati all’estremo opposto, cioè alla chiusura totale (o quasi) del Paese e dall’obbligo per tutti di restare chiusi in casa a tempo indeterminato. Già è quasi un mese che siamo in questo Limbo e temo che ci dovremo rimanere a lungo, visto che la TV ripete come un mantra ossessivo che non dobbiamo abbassare la guardia, che si può vanificare quanto fatto finora, che chi esce di casa mette in pericolo la salute pubblica ecc. In tanti anni, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, non si era mai vista così limitata la libertà personale dei cittadini in uno dei suoi aspetti più importanti, il potersi spostare da un luogo all’altro. Le conseguenze di questi provvedimenti sono gravi, quasi quanto il virus ed in qualche caso anche di più: chiudere i negozi, le imprese e costringere i cittadini in casa provoca anzitutto un gravissimo danno economico, che non si potrà ripagare con le mance che il governo si appresta a concedere. Tante persone, non lavorando, non hanno più reddito, non guadagnano nulla; come faranno a vivere? Se la nazione si ferma, se l’economia è bloccata, saranno guai per tutti perché il Paese andrà incontro non solo ad una recessione, ma alla bancarotta proprio, e c’è anche il rischio che i risparmi di ciascuno vengano travolti da un’ondata di inflazione. Il problema poi non è solo economico, ma anche umano: pensiamo alle persone che vivono da sole, che magari fino a poco fa potevano ricevere amici e parenti, andarli a trovare; pensiamo a chi ha i genitori anziani lontani e non può accertarsi delle loro condizioni; pensiamo ai bambini, costretti al chiuso per tanto tempo senza poter prendere una boccata d’aria e magari rinchiusi con genitori che non vanno d’accordo e che riversano sui figli le proprie frustrazioni. Pensiamo anche alle conseguenze della clausura sul sistema nervoso di ciascuno di noi: aumenteranno le patologie psichiatriche, aumenterà la violenza domestica ed i gesti inconsulti, la depressione e la malinconia che provoca la solitudine. Non ci hanno lasciato spazio di nulla: non si può usare l’auto se non per andare a fare la spesa, non si può fare sport all’aperto, in certi luoghi neanche passeggiare vicino a casa. Viviamo nel terrore di essere sorpresi, multati o denunciati. Siamo in una vera dittatura, in uno Stato di polizia. Ci sono persino cittadini che denunziano le persone che hanno visto fuori di casa, come avveniva nella Germania Est della Stasi e dei Vopos. Le cosiddette “forze dell’ordine” applicano le norme sempre nel modo più restrittivo, dimostrando che la moderazione ed il buon senso sono concetti che conoscono ben poco, ma possiamo ben dire che li conoscono poco tutti, in un paese dove siamo tutti rimbambiti dalla televisione e dal clima di terrore che sparge.
Per queste mie idee mi sono beccato una valanga di reprimende e di insulti su Facebook, di persone che hanno perduto del tutto l’umanità e il raziocinio, che arrivano a invocare la galera per chi esce di casa, come nella Cina comunista. Ma io, come ho detto fin dall’inizio, non sottovaluto affatto l’emergenza ed ho tutto il rispetto per chi combatte questa battaglia e per chi, purtroppo, vi ha perso la vita. Però non credo che chiudere tutti in casa senza eccezioni sia la soluzione migliore. Nessuno dei miei detrattori ha saputo rispondere a questa domanda che spesso rivolgo loro: se io vado a passeggiare DA SOLO per una stradina di campagna, o anche vado a fare un giro in macchina e non incontro nessuno, e se anche incontro qualcuno lo tengo a debita distanza, che virus posso ricevere o trasmettere? Questo io dico, che in tutte le cose ci vorrebbe la moderazione ed il buon senso, cosa che abbiamo del tutto perduto in questo sciagurato paese. Prendere misure di contenimento e di isolamento sociale va bene; tenere le distanze interpersonali va altrettanto bene; ma murare vivi tutti in casa non è giusto, costituisce una gravissima violazione della libertà individuale e può creare problemi altrettanto gravi di quelli che si cerca di evitare. Lo stesso vale per le aziende e i negozi: debbono riaprire e al più presto, ovviamente dotando i lavoratori dei dispositivi di sicurezza e mantenendo i clienti alla distanza prevista, perché non si può tenere fermo un paese intero, la cui rovina economica sarebbe più grave dell’epidemia e durerebbe, anche temporalmente, molto di più. C’è però da chiarire una cosa: se riaprono i negozi ma la gente continua ad essere tenuta agli arresti domiciliari, chi può andare in quei negozi?

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Letteratura ed arte in questo blog

Come ho scritto nel precedente articolo, il blog d’ora in poi non sarà più aggiornato regolarmente, per i motivi suesposti. Ciò non significa però che chiuda del tutto: resterà online e potrà ancora essere letto e commentato da chiunque voglia farlo. Pensando di fare cosa gradita, aggiungo qui un elenco di tutti gli articoli culturali – concernenti la letteratura antica e moderna, la musica e l’arte in genere – che ho scritto per il blog durante tutto il periodo della sua vita (dal febbraio 2012 al dicembre 2019). A chi è interessato, per motivi di studio, professionali o personali, a leggere qualcuno di questi brevi saggi, basterà andare sulla rubrica “Archivi” posta sulla colonna di destra (subito sotto il “Disclaimer”), e lì scegliere il mese e l’anno corrispondenti all’articolo che interessa.
Ho preso questa iniziativa perché ritengo utile mettere a disposizione degli altri quel poco sapere che sono riuscito a conseguire nella mia vita. Se poi qualcuno volesse leggere e commentare anche gli altri post, quelli sulla didattica o sull’attualità, tanto meglio! Cordiali auguri a tutti!!!

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell’”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime – Luglio 2018
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans) – Agosto 2018
– Nanà ed il vero realismo (su Zola e il naturalismo francese) – Ottobre 2018
– Recensione a “Per le nostre radici” di Andrea Del Ponte – Gennaio 2019
– Una nuova edizione di Catullo (di A.Fo per Einaudi) – Gennaio 2019
– Il mondo classico e l’attualità – Maggio 2019
– Torquato Tasso e la memoria poetica – Maggio 2019
– Elena umiliata e offesa (su di una rappresentazione dell'”Elena” di Euripide) – Settembre 2019
– Quintiliano, l’insegnante e gli alunni – Settembre 2019
– E’ uscito il mio nuovo libro! (l'”Hecyra di Terenzio) – Ottobre 2019
– L’amore nei poeti latini – Novembre 2019

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Il blog chiude

Questo blog fu inaugurato da me nel febbraio del 2012, ossia quasi otto anni fa. La mia decisione fu dettata da un grande entusiasmo, dalla volontà di esprimere il mio pensiero affidandolo, come una bottiglia con un messaggio dentro, al grande mare di internet. Quali erano le finalità che mi spinsero a prendere questa decisione? Anzitutto quella di informare i lettori sull’argomento del quale avevo più competenza, cioè la scuola ed i suoi problemi, perché in quell’ambiente sono vissuto per 40 anni come docente ed al quale sono molto affezionato ancora oggi che sono in pensione. Quello che mi premeva era suscitare riflessioni, osservazioni e dibattiti sulla situazione della scuola italiana ed in particolare del Liceo Classico, dove ho insegnato le materie più caratterizzanti quel corso di studi, cioè il latino ed il greco; perciò ritenevo che fosse utile occupare questo spazio web per parlare di metodologie dell’insegnamento delle materie umanistiche, dei rapporti tra docente e studenti, della necessità di rinnovare questo indirizzo di studi per evitarne l’inarrestabile decadenza; per questo ho sostenuto a lungo la necessità di cambiare la seconda prova scritta d’esame, superando la solita “versione” secca che non rendeva giustizia alla maggior parte degli studenti. Ma sul mio blog hanno trovato largo spazio anche altri argomenti, come recensioni e giudizi su opere di scrittori e poeti antichi e moderni di mio particolare gradimento, e l’analisi della società attuale e dei suoi problemi. Da questo angolo visuale è diventato inevitabile per me prendere posizioni piuttosto decise e antitradizionali, avverse soprattutto a quel “politically correct” ed a quel pensiero unico che, sostenuto dagli organi di informazione e dagli “intellettuali” radical-chic, tenta di chiudere la bocca a chiunque si oppone alle loro presunte verità. Per sostenere queste mie posizioni ho dovuto, soprattutto negli ultimi due anni successivi al mio pensionamento, esporre le mie idee politiche, che durante l’attività di insegnamento avevo tenuto sempre in ombra perché mai, in tutta la mia carriera di docente, ho dato l’impressione di voler indottrinare i miei studenti. Com’è noto, in classe io parlavo solo di latino e di greco. Tra le finalità del blog inoltre, aperto ai commenti ed alle discussioni che ne potevano derivare, ne va annoverata anche un’altra, che non ho mai cercato di nascondere: quella di farmi conoscere al di là dei confini del mio territorio, attrarre l’attenzione – magari! – di giornali o di case editrici a cui avrei volentieri fornito la mia collaborazione. A dire il vero ho già una certa notorietà, in virtù dei molti libri che ho già pubblicato; ma si tratta di una notorietà settoriale, perché le mie pubblicazioni riguardano il settore degli studi classici e sono quindi sconosciute ai più.
Illudendomi, credevo che il blog mi avrebbe aiutato nel realizzare questi obiettivi che mi ero proposto e che ho elencato qui sopra. E invece niente. Nei primi anni di attività arrivavano diversi commenti, alcuni concordi con il mio pensiero e addirittura elogiativi, altri invece in opposizione: li ho pubblicati quasi tutti, escludendo però quelli dei soliti imbecilli che pensano di farsi grandi con l’insulto e il turpiloquio, ma le discussioni che ne nascevano per lo più morivano sul nascere. Negli ultimi anni poi (intendo soprattutto dal 2016 in avanti) il numero dei commenti, e quindi della partecipazione attiva dei lettori, si è molto ridotto, tanto che i commenti stessi – sempre meno numerosi – provenivano sempre dalle solite quattro o cinque persone, mentre tutti gli altri leggevano a malapena gli articoli, quando li leggevano. Lo stesso andamento discendente si è registrato nel numero delle visite giornaliere al blog: c’è stato un aumento costante dal 2012 al 2017, anno in cui si sono raggiunte le 75.000 visite, cioè una media di oltre 200 giornaliere; ma i due anni successivi sono stati un disastro, con contrazioni continue e costanti, tanto che il 2018 ha registrato 70.000 visite circa, mentre per il 2019 siamo ad appena 56.000. Tutto ciò denota un progressivo disinteresse dei lettori per il mio blog, che mi induce inevitabilmente ad abbandonare questa impresa, che ormai non vale più la pena di continuare.
Qualcuno ha tentato di spiegare le cause di questo declino. Una mia brillante ex studentessa mi ha fatto notare che il titolo e la grafica del blog sono poco attraenti (ma lo erano fin dall’inizio, non è cambiato molto); un altro lettore mi ha fatto presente che la maggior parte degli internauti oggi utilizza per la lettura lo smartphone, ed in effetti è impegnativo leggere su uno schermo così piccolo articoli lunghi e piuttosto complessi come i miei; altri hanno fatto riferimento al grande boom che negli ultimi anni hanno avuto i “social” come Facebook, che ha indotto molti a seguire quelli anziché i blog tradizionali, già superati dall’enorme velocità del progresso e delle abitudini moderne. Può darsi che tutte queste motivazioni abbiano contribuito al declino inarrestabile del blog, o che ve ne siano altre ancora: sta di fatto che non mette più conto, attualmente, dover aggiornare un blog periodicamente, impegnarsi nel trattare argomenti di una certa difficoltà e di un certo peso culturale per avere un riscontro così deludente. Così ho deciso di trasmigrare anch’io su Facebook (dove del resto ho un profilo funzionante da anni) e di abbandonare questa esperienza di blogger. Ciò non significa che il blog chiuderà del tutto: resterà on-line finché il provider di WordPress che lo ospita lo riterrà utile, potrà essere ancora letto e commentato, ma non sarà più aggiornato regolarmente, a meno che qualche volta io abbia qualcosa da comunicare che non può trovare spazio sui social, anch’essi controllati dal potere censorio del pensiero unico comune. Con la fine del 2019 si chiude perciò anche questa esperienza; ma chi vuole comunicare con me potrà sempre farlo tramite Facebook o magari anche mandando commenti qui come faceva anche prima, salvo che la risposta, se arriverà, non arriverà più nei tempi stretti come accadeva finora.
Questa occasione mi è gradita per fare i migliori auguri a tutti i miei amici e conoscenti, che invito a ragionare con la propria testa e a non farsi condizionare dalle idee correnti. Occorre avere il coraggio di andare controcorrente, anche a rischio di essere dileggiati e insultati. Da questo, secondo me, si vede il vero valore della persona, di colui (o colei) che non salta sempre sul carro dei vincitori ma è disposto anche a rischiare qualcosa in nome delle proprie idee.

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Il potere e la cultura

Fin da tempi molto antichi chi voleva conquistare e mantenere il potere in uno Stato doveva in qualche modo fare i conti con la classe intellettuale, il cui appoggio si rivelava non solo utile ma addirittura indispensabile. Tutti i regimi, di qualunque origine e con diverse modalità, si sono procurati il sostegno ideale di poeti, scrittori, filosofi, artisti, ecc., il cui operato diventava una cassa di risonanza formidabile per giustificare e rendere accettabile qualsiasi forma di potere. Gli esempi storici sono svariatissimi e non è possibile citarli tutti. Già Pericle, capo del regime democratico ateniese del V° secolo a.C., assoldò pittori, architetti e scultori per erigere monumenti che dessero al visitatore l’immagine di una città non solo bella, ma efficiente e ben governata; Ottaviano Augusto a Roma fece la stessa cosa, ed in più si procurò l’appoggio della classe intellettuale del tempo mediante l’amico Cilnio Mecenate, che proteggeva e sostentava anche economicamente poeti e scrittori purché fornissero al mondo l’immagine artefatta di un sistema politico perfetto e persino derivante dalla volontà divina, secondo il messaggio subliminare contenuto nella più grande opera letteraria dell’epoca, l’Eneide di Virgilio. Senza citare tutti gli artisti, gli scrittori ed i poeti “di corte” succedutisi in duemila anni, basti ricordare che nel XX secolo anche Mussolini, Hitler e Stalin hanno avuto i loro intellettuali di regime, giacché anch’essi comprendevano che il potere più stabile e forte è quello che si fonda sul consenso, non soltanto sulla forza; ed è la classe intellettuale di un paese, più che i proclami e le parate di regime, a favorire e procurare il consenso delle masse.
Senza bisogno di ulteriori prove, credo che sia evidente a tutti l’importanza fondamentale che la cultura possiede, in qualsiasi nazione e con qualsiasi forma di governo, per orientare il pensiero dei cittadini e sostenere i valori in cui essi ripongono la loro fiducia. Ma purtroppo in Italia, dagli anni ’60 del XX secolo in poi, questo concetto basilare è stato trascurato e colpevolmente dimenticato dalla classe dirigente democristiana dell’epoca: essa ha commesso il più grave errore che si potesse compiere, che non è il clientelismo e la corruzione che dilagavano durante i lunghi anni dei vari governi a base DC, ma l’aver lasciato insensatamente il monopolio della cultura alla sinistra, da quella moderata a quella più estrema dei gruppi extraparlamentari e terroristici. Dal ’68 in poi l’unica cultura presente in Italia è stata quella marxista, che ha occupato prepotentemente tutte le università, quasi tutte le scuole superiori, la maggioranza dei giornali e delle televisioni, tanto da riuscire a presentare all’opinione pubblica la sua Verità come fosse l’unica possibile e plausibile. Nessuno ha saputo opporsi a questa dittatura culturale: né i cattolici, che hanno avuto poco spazio ed hanno finito poi per accettare molte istanze culturali dell’ex nemico comunista (ed è venuto fuori il famoso “cattocomunismo” che dura anche oggi), né tanto meno la destra, rinchiusa dalla brutale violenza avversaria nel lazzaretto degli appestati, gravata dall’infamante bollatura di “fascista” e incapace di esprimere personalità culturali di rilievo, a parte pochissime eccezioni.
Questa situazione di sudditanza di tutto il Paese a un’unica cultura, ad un pensiero unico, dura ancor oggi, benché la sinistra abbia ormai abbandonato e tradito del tutto le proprie origini e non parli più da molti anni di rivoluzioni con falce e martello; anzi, gli ex sessantottini bombaroli di allora oggi sono distinti funzionari di banca o dirigenti d’azienda, vanno in giro con macchine di lusso, alcuni di loro hanno il portafogli gonfio ed il Rolex al braccio, del tutto dimentichi di quello che un tempo fu il proletariato. Operai e contadini, chi sono costoro? La sinistra di oggi non li conosce più, ed infatti sono quasi tutti migrati verso la Lega e i Cinque stelle. Eppure, nonostante questo clamoroso voltafaccia di partiti come il PD, che farebbe rivoltare Berlinguer nella tomba, il pensiero unico esiste ancora sotto mutate forme e continua a condizionare l’opinione pubblica in maniera pesante ed esclusiva. Ancora oggi i centri della diffusione culturale sono in gran parte in mano alla sinistra; e non mi riferisco solo alle università ed alle scuole, dove l’80 per cento dei docenti si riconosce in quella parte politica, ma anche alle emittenti televisive, alcune delle quali sono smaccatamente faziose e continuano a propagandare, come macchine da guerra, il pensiero unico buonista che sostiene l’immigrazione clandestina, le teorie gender, l’abbandono dei valori morali e religiosi propri della nostra tradizione, accusando tutti coloro che non si allineano a questa dittatura culturale di essere arretrati, sovranisti e soprattutto fascisti. A questo proposito ho denunciato più volte su questo blog l’assurda posizione di chi, dopo 75 anni dalla fine del fascismo, continua a tenerlo forzatamente in vita per poter avere un “nemico” contro cui scagliarsi e additarlo così al pubblico disprezzo. Nell’antica Roma chi aveva compiuto reati infamanti era proclamato sacer, cioè consacrato agli dèi infernali, ed era perciò considerato un reietto, un rifiuto della società, tanto che nessuno gli rivolgeva più la parola ed era lasciato molto spesso morire di fame. La stessa cosa si fa oggi con chi non si allinea ai “santi principi umanitari” della sinistra: è fascista, quindi sacer, escluso dal consorzio civile.
La colpevole inerzia dei governi democristiani, che hanno lasciato alla sinistra il monopolio della cultura in questo paese, continua ancora oggi a produrre danni incalcolabili. L’odio e la violenza verbale dilagano sui social e sulla stampa, sostenuti e amplificati da canali televisivi come Rai 3 o la 7, veri centri di diffusione di menzogne e di false accuse; ed il guaio è che l’uomo comune, a forza di sentir ripetere idiozie come il “pericolo fascista” o accuse infamanti contro il nemico di turno (ieri Berlusconi, ora Salvini) finisce per crederci, e da questo clima dei tensione artatamente creato nascono poi persino movimenti di piazza formati da beoti arrivisti e pecoroni che li seguono, come sono appunto le cosiddette “Sardine”. Quando una parte politica riesce ad affermare il proprio credo mediante strumenti culturali (ed anche la televisione lo è, nonostante il suo infimo livello) e nessuno la contrasta, diventa facile orientare l’opinione pubblica e far credere a tante persone ignoranti e superficiali che quella è l’unica possibile verità. C’è poi un’altra cosa importante da considerare: che il monopolio culturale della sinistra, durato molti decenni (dal ’68 ad oggi), ha fatto sì che appartenere a quell’area politica sia ancor oggi “trend”, tanto da far credere che abbracciando quella ideologia e quel pensiero si diventi automaticamente intellettuali, persone rispettate e rispettabili. Per questo tanti professorini che aspirano a diventare professoroni, tanti scribacchini che aspirano a diventare scrittori, tanti giornalai che aspirano a diventare direttori di grandi testate, tutti costoro si fregiano dell’onore e del prestigio che viene loro dall’essere di sinistra. Magari poco sanno e nulla condividono di quelli che furono gli ideali di Gramsci, di Nenni e di Berlinguer, ma si dichiarano di sinistra perché è alla moda, fa tendenza. E così nel nostro sventurato paese si continua a negare le verità storiche più evidenti, a paventare fantasmi del passato che non esistono e ad accettare diktat e ricatti ignominiosi dagli stranieri per non passare da sovranisti. E a questo punto c’è da esser certi che a rivoltarsi nella tomba non sono soltanto i fondatori del marxismo tradito dai comunisti con il Rolex, ma anche tutti coloro che hanno combattuto e dato la vita per la l’indipendenza e la sovranità di un Paese che oggi, proprio per la diffusione del pensiero unico, è diventato nuovamente terra di conquista e di immigrazione incontrollata.

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Gli studenti italiani peggiori di tutti?

I risultati recentemente diffusi dall’OCSE sullo stato di salute del sistema scolastico italiano, a paragone con quello degli altri paesi europei, sono veramente deprimenti e dimostrano che le varie riforme e riformine succedutesi negli ultimi anni non sono state solo inutili, ma addirittura dannose. Da questa indagine risulta che gli studenti italiani, soprattutto quelli del sud ma anche di certe zone del centro e del nord, non sanno scrivere un periodo sintatticamente corretto in lingua italiana; inoltre leggono male e anche quando lo fanno non sono in grado di capire il significato di ciò che hanno letto. La situazione pare drammatica per quanto attiene alle conoscenze e competenze linguistiche, ma si estende anche ad altri ambiti culturali come quello delle scienze, dove risulta che i nostri ragazzi sono veramente a terra.
Forse un quadro così catastrofico è un po’ esagerato, perché di studenti bravi ed anche eccellenti ce ne sono ancora; di fatto però, durante tutta la mia lunghissima carriera di docente di liceo, anch’io ho dovuto constatare un progressivo abbassamento del livello qualitativo globale delle varie classi che si sono succedute nei vari periodi e soprattutto in questi ultimi dieci anni. Le cause sono molteplici e non mi sembra opportuno ritornare ancora una volta su un argomento di cui ho spesso parlato nei post precedenti: si può tirare in ballo lo scadimento culturale generale della nostra società, la diffusione della volgarità e dell’ignoranza anche a livello degli esponenti politici più importanti, l’uso massiccio degli strumenti digitali che atrofizza il cervello, le varie riforme succedutesi nella scuola dagli anni ’70 in poi, riforme che hanno tolto molto spazio agli insegnamenti fondamentali per fare posto a progetti, attività alternative, lezioni autogestite e chi ne ha più ne metta. Non si può negare che questa sia la realtà, ed è senz’altro vero che il livello medio dei nostri studenti si è abbassato in modo significativo nell’ultimo decennio; su un punto però io non concordo affatto con le conclusioni dell’indagine OCSE, cioè che i nostri studenti siano culturalmente inferiori a quelli francesi, inglesi, tedeschi, finlandesi e via dicendo. Forse saranno meno abili nel compilare i test a crocette che predominano nelle scuole straniere, ma quanto alle conoscenze teoriche dei contenuti culturali ed alle loro applicazioni non credo affatto che i nostri ragazzi ne sappiano meno dei loro colleghi stranieri. E a riprova di quanto affermo posso citare l’esperienza di alcuni miei studenti che, piuttosto scarsi nelle mie ed in altre materie, hanno voluto trascorrere un anno o sei mesi all’estero con il cosiddetto “progetto Intercultura”: una volta ammessi a frequentare le scuole dei paesi ospitanti (e non parlo della Costa d’avorio o della Mongolia ma della Francia, dell’Inghilterra e della Norvegia) i nostri ragazzi diventavano automaticamente i primi della classe, e i professori facevano far loro lezione di storia, geografia, filosofia ed altro ancora. Di converso, quando mi sono trovato ad incontrare studenti stranieri in visita alla mia scuola per scambi culturali, ho notato in loro un’ignoranza non da poco, di dati e concetti che i miei alunni meno bravi padroneggiavano a piene mani.
E’ noto che io sono nazionalista e sovranista, ma quanto qui affermato è dimostrabile, e ciò mi conferma che la scuola italiana, se ben gestita, è ancora tra le migliori, se non la migliore del mondo. Resta però il fatto che il declino c’è stato, per le ragioni sopraddette, e che sarebbe necessario individuare opportuni rimedi e metterli in pratica, anche a rischio di sollevare le proteste dei falsi progressisti che dal ’68 in poi inquinano il nostro Paese e hanno rovinato la nostra scuola con le loro disgraziate riforme, a cominciare dall’autonomia e dal funesto “Statuto” del compagno Berlinguer. Io ho in mente delle formule drastiche che non saranno mai applicate, ma che sarebbero le uniche in grado di risolvere definitivamente il problema. Le suddivido in base ai destinatari cui andrebbero dirette. Per quanto riguarda gli insegnanti, i provvedimenti da prendere sarebbero i seguenti:

1) abolire le immissioni in ruolo “ope legis” e bandire concorsi seri e complessi da cui emerga una vera e consistente preparazione culturale in tutte le discipline che si scelga di insegnare;
2) istituire un tirocinio retribuito della durata di almeno un anno presso le scuole di destinazione, dove i vincitori dei concorsi dovrebbero essere seguiti e monitorati dai colleghi più anziani, perché la preparazione teorica da sola non basta per essere buoni docenti, occorre imparare anche l’approccio didattico, le modalità di valutazione delle varie prove ecc. Chi non dimostra di aver appreso quanto necessario, dovrebbe poter ripetere il tirocinio una sola volta, poi dovrebbe scattare il licenziamento;
3) dare ai Dirigenti scolastici il potere di sospendere per lunghi periodi ed anche di licenziare i docenti impreparati o didatticamente inefficaci;

Per quanto riguarda gli studenti i provvedimenti da prendere sarebbero i seguenti:

1) operare una forte riduzione degli strumenti digitali nella scuola (LIM, tablets ecc.) che in molte discipline non servono a nulla, con un ritorno progressivo ai libri ed ai quaderni cartacei ed all’uso del foglio e della penna. Non dimentichiamo che oggi tante persone non riescono più neppure a scrivere un rigo a mano;
2) inserire il divieto totale di usare a scuola gli smartphone, i computers e ogni altro supporto digitale, se non per scopi unicamente didattici;
3) mettere in atto un forte aumento dell’esercizio di lettura e di interpretazione dei testi letterari;
4) operare, soprattutto nella scuola primaria, un ritorno ad esercizi di comprovata utilità come dettati ortografici, riassunti, temi, calcoli matematici senza uso della calcolatrice;
5) abolire tutti i progetti inutili che sottraggono tempo prezioso all’attività didattica e tornare, soprattutto nella scuola media, allo studio della grammatica italiana, della matematica e dell’inglese di base;
6) tornare alla possibilità di non promuovere chi non raggiunge gli obiettivi minimi della classe frequentata, anche alla scuola primaria e secondaria di primo grado. La promozione garantita è un incentivo al disimpegno e alla cialtroneria di chi viene a scuola “a scaldare il banco”, come dicevano ai tempi miei.

Un altro provvedimento da prendere sarebbe quello di limitare la presenza dei genitori nella scuola e la loro invadenza nel lavoro dei docenti, con il divieto di fare ricorso contro le decisioni dei Consigli di Classe dei docenti, organi sovrani. In tale ottica andrebbe anche abolita in modo totale la possibilità, offerta dalle scuole private dietro pagamento, di recuperare gli anni perduti in seguito alle bocciature. Chi non viene promosso dovrebbe obbligatoriamente ripetere l’anno, senza appello. Altri provvedimenti andrebbero presi poi sul piano disciplinare: esclusione dallo scrutinio e conseguente perdita dell’anno scolastico per gli studenti che si rendono responsabili di gravi mancanze disciplinari e di episodi di violenza o intimidazione nei confronti dei docenti. Per i genitori che aggrediscono presidi o professori, immediata denuncia e condanna penale da scontare in carcere. In tal modo gli animi si calmerebbero subito.
Mi rendo conto che, redatti in questa forma, i miei suggerimenti sembrano troppo drastici, conservatori e reazionari; si potrebbe perciò pensare ad un’applicazione graduale di queste misure, che però sono le uniche che potrebbero riportare gli studenti a saper comprendere ciò che leggono, a saper scrivere senza quegli errori ortografici, sintattici e lessicali di cui oggi c’è grande abbondanza (basta leggere i commenti sui social come Facebook), ed a conoscere le tabelline senza dover prendere in mano la calcolatrice per sapere quanto fa cinque per quattro. Le novità inserite nella scuola a seguito del delirio sessantottino, che fanno sentire le loro funeste conseguenze ancor oggi, debbono essere superate se vogliamo tornare ad una scuola che insegni veramente e che sviluppi veramente le qualità di ragionamento, di analisi e di sintesi. Altrimenti saremo sempre gli ultimi, ed a nulla serviranno le lamentele e le reazioni indignate di fronte alla situazione attuale, che spesso vengono proprio da coloro che hanno avuto una parte non piccola di responsabilità in questo inarrestabile declino.

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Fare i conti con il passato

L’Italia è l’unico Paese europeo che io conosca che non ha ancora fatto i conti con il suo passato, non ha cioè ancora consegnato alla storia epoche ed eventi ormai trascorsi da molte decine di anni, e che si richiama continuamente al passato fondando su di esso, anziché sul presente e sul futuro, il proprio dibattito politico. I richiami continui e quotidiani al fascismo, alla resistenza, al presunto risorgere dei fantasmi del passato dimostra che non siamo un paese veramente libero e democratico, ma ancora prigioniero della faziosità e della partigianeria di chi, incapace di confrontarsi con l’avversario sulla base della normale dialettica, ricorre all’insulto ed all’applicazione di etichette infamanti, quasi che così facendo potesse nascondere i propri errori e la propria inadeguatezza nel fare proposte concrete e nel risolvere veramente i problemi.
Se facciamo una breve panoramica su altri paesi europei non troviamo nulla di simile. In Germania, ad esempio, i gruppi neonazisti esistono e vengono giustamente monitorati e condannati; ma non credo che un esponente di un partito di centro-sinistra ricorra all’infamante etichetta di “nazista” nei confronti di un avversario politico del centro-destra, perché giustamente distingue tra il fanatismo di pochi esaltati e la massa di moderati che, pur richiamandosi a principi e valori di destra, nulla ha a che vedere con gli estremisti. In Grecia, dove io sono stato più volte e ho potuto parlare con molte persone e conoscere la mentalità generale, il funesto regime dei cosiddetti “Colonnelli” viene giustamente condannato, ma vi è piena consapevolezza ch’esso appartiene alla storia e quindi nessuno accusa gli avversari di essere partigiani dei colonnelli. In Russia, dove il nuovo partito comunista ha più del 20 per cento dei consensi e forse vorrebbe ricostruire l’URSS in qualche sua nuova forma, non viene in mente a nessuno di accusare costoro di essere “leninisti” o complici delle nefandezze di Stalin. Il passato è passato, appartiene alla storia; va quindi conosciuto e studiato, ma non risuscitato eternamente nel presente per fondarvi sopra il dibattito ideologico.
In Italia, purtroppo, non si sono ancora fatti i conti con la storia e si continua a tirare fuori il fascismo ogni volta che qualcuno esprime un pensiero diverso da quello radical-chic e “politicamente corretto” che, a causa della supremazia culturale lasciata alla sinistra da decenni, domina in televisione, sulla carta stampata e nei centri di cultura del Paese come le Università. Ancora oggi nel 2019 la sinistra riesuma dal cimitero della storia il fascismo per bollare coloro che non aderiscono alla sua impostazione ideologica. Sei contro l’immigrazione incontrollata e pericolosa? Sei fascista. Sei contro le teorie gender e l’utero in affitto? Sei fascista. Ti permetti di far notare la sudditanza italiana ai diktat della Merkel e dei banchieri di Bruxelles? Sei fascista. E così si va avanti, qualunque cosa tu dica o pensi in maniera diversa dal pensiero unico radical-chic, che domina incontrastato anche quando ci sono governi di centro-destra. La riesumazione del fascismo, movimento politico concluso nel 1945, cioè ben 74 anni fa, si avvale anche di un altro canale di diffamazione e di demonizzazione dell’avversario: quello di generalizzare ed applicare a tutta una parte politica ciò che rappresenta una parte infinitesimale di essa. Sappiamo che anche da noi, come in Germania, esistono gruppi di esaltati nostalgici che fanno il saluto romano o inneggiano al Duce. Sì, purtroppo queste persone esistono, ma si tratta di gruppuscoli isolati e numericamente limitati, che non possono rappresentare alcun pericolo per una democrazia solida e radicata in Italia da oltre 70 anni, perché non hanno né il numero né la forza per far paura ad alcuno; eppure la sinistra strumentalizza l’esistenza di questi piccoli gruppi per lanciare fango sui milioni di persone che votano per la Lega o per Fratelli d’Italia, partiti accusati di connivenza, se non di complicità, con costoro. Si finisce quindi per sostenere che i milioni di persone che non votano a sinistra sono tutti fascisti, o almeno tacitamente disposti a strizzare l’occhiolino ai violenti. Sarebbe come dire che tutti i sostenitori di una squadra di calcio sono ultras violenti e pericolosi solo perché esistono alcuni fanatici che vanno allo stadio per far violenza e non per seguire l’incontro di calcio, o che tutti gli uomini sono assassini solo perché qualcuno di essi (forse uno su centomila) ha ucciso la moglie.
E allora viene da chiedersi: perché solo in Italia esiste questo sciacallaggio mediatico che ogni giorno applica etichette infamanti agli avversari, riesumando eventi ed ideologie ormai sepolte da decenni? Perché il fascismo è sempre presente sulla bocca di certi esponenti politici? Non si rendono conto costoro che dare del “fascista” a qualcuno oggi nel 2019 è come dargli del “garibaldino” o del “carbonaro”? Il passato va consegnato alla storia, va conosciuto e interpretato ma non strumentalizzato per affrontare il dibattito politico attuale, che deve fondarsi sul presente e sul futuro. Ma poiché io non me la sento di dire che tutti gli “intellettuali” di sinistra che ancor oggi parlano di pericolo fascista siano degli idioti (come invece loro dicono senza pudore dei loro oppositori) la risposta deve essere un’altra: che cioè le ideologie ed i sistemi di pensiero, qualunque essi siano, hanno bisogno di un “nemico” per poter sopravvivere, per poter giustificare i propri errori e la propria inconsistenza. La sinistra in Italia ha commesso infiniti errori dal 1945 e soprattutto dal ’68 ad oggi, si è rivelata incapace di governare il Paese e di dare ai problemi risposte concrete; ha abbandonato le proprie fondamenta per trasformarsi in una “lobby” di pseudo-intellettuali ricchi e totalmente distanti dalla base proletaria da cui era partita; ha dovuto sopportare di essere stata abbandonata dalle masse lavoratrici che adesso votano Lega o Cinque stelle. Di fronte a questo totale fallimento l’ideologia marxista (o quel che rimane di essa) non trova di meglio che dissotterrare il fascismo e tenerlo ancora forzatamente in vita con iniezioni di menzogne e di forzature, per poter sopravvivere ed autogiustificarsi attraverso la millantata necessità di difendersi da un fantomatico pericolo che nella realtà non esiste più da oltre 70 anni, se non nella forma folcloristica di pochi esaltati che non possono far paura a nessuno. Le ideologie sono dure a morire e farebbero di tutto per sopravvivere anche quando la storia le ha sconfitte, come è avvenuto con il comunismo. Incapaci di soccombere alla realtà oggettiva, essi gridano ancora “al lupo, al lupo!” per nascondere il loro totale ed irreversibile fallimento.

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Sulle tecniche di traduzione dai classici

In questo post mi occuperò non delle traduzioni dei compiti in classe o in genere fatte dagli alunni, ma di quelle un po’ più precise (si spera!) che vengono pubblicate nelle edizioni scientifiche o divulgative dei classici antichi. Com’è noto, esistono in Italia varie collane di classici tradotti e con il testo a fronte: citando le più celebri, non possiamo certo tralasciare la BUR della Rizzoli, i “Classici greci e latini” degli Oscar Mondadori e i “Grandi Libri” della Garzanti, oltre a diverse altre collane come ad esempio, la “Saturnalia” dell’editore “La vita felice” di Milano, presso cui è uscita un mese fa la mia edizione dell’Hecyra (“La suocera”) di Terenzio. Con questo genere di edizioni ormai ho una certa familiarità, avendo pubblicato traduzioni dello stesso Terenzio e del suo modello greco Menandro, di Senofonte per il greco e di Plauto, di Cicerone, di Virgilio per il latino.
Dopo un’attività così intensa, corredata inoltre dalla lettura di numerose altre pubblicazioni simili alle mie, viene spontaneo interrogarsi sul concetto stesso di “traduzione,” giacché tutti sanno cos’è e a cosa serve, ma ben pochi si sono posti il problema delle modalità con cui eseguire questo difficile lavoro.
Cominciamo dicendo che la traduzione dai classici greci e latini è un’operazione molto ardua, poiché il traduttore sa che, comunque si regoli, non potrà mai rendere l’intrinseco valore del testo originario, per una serie di motivi: la sintassi delle lingue antiche, spesso disposta in una certa maniera per ottenere effetti particolari di significato e di pregnanza di alcuni concetti cari all’autore, è profondamente diversa da quella italiana e perciò non riproducibile; certe strutture delle lingue antiche, inoltre, non hanno corrispondenza con quelle moderne: basti pensare all'”aspetto” del verbo greco, in cui conta la tipologia dell’azione espressa più che la cronologia, ossia il “prima” e il “dopo”; nei testi poetici, inoltre, c’è una struttura metrica fondata sulla quantità delle sillabe lunghe o brevi, che è totalmente scomparsa dalla nostra sensibilità, tanto che non sappiamo neppure come effettivamente i greci ed i romani leggessero la loro poesia. Ci sono poi difficoltà lessicali, perché alcuni termini o locuzioni greche e latine non hanno esatta corrispondenza in italiano, e ciò costringe a ricorrere a circollocuzioni o a note esplicative. Le stesse figure retoriche nei testi classici non hanno soltanto un valore formale, ma condizionano il testo nel suo più profondo significato e nel suo stesso valore letterario; per questo si usa dire – ed è indubbiamente corretto – che i classici andrebbero sempre letti nella lingua originale. Ma non tutti i potenziali lettori sono esperti filologi conoscitori del greco e del latino, ed ecco quindi che la traduzione diventa uno strumento irrinunciabile di conoscenza.
In effetti il dibattito sulle modalità del tradurre esiste da secoli, e può riassumersi nel seguente dilemma: è meglio una “bella infedele”, cioè una traduzione che cerca di mantenere il tono e la dimensione artistica dell’originale scostandosi però dalla resa precisa e puntuale del testo, oppure una “brutta fedele”, ossia una versione che riproduce letteralmente il testo di partenza ma non ha pretese artistiche o letterarie ed è, per così dire, una traduzione “di lavoro”? Esempi della prima modalità sono, tra le altre, le traduzioni dai lirici greci di Salvatore Quasimodo: essendo a sua volta poeta, egli ha voluto trasporre la sua personale sensibilità nei testi che esaminava, fornendoci una serie di opere “nuove” certamente belle e suggestive, ma che non avevano più di tanto il senso letterale che i poeti antichi volevano dare alle loro composizioni, alle quali egli toglieva o aggiungeva parole ed espressioni sue. Un’operazione del genere è certamente meritoria per il lettore che voglia godere di un’arte elevata, ma non certo per chi vuole intendere il dettato letterale dell’autore a scopo, ad esempio, di operare una ricerca filologica. Sono perciò disponibili oggi, per quasi tutti gli scrittori e poeti classici, traduzioni del secondo tipo, fedeli all’originale ma non certo bellissime né particolarmente commoventi, com’è ad esempio quella dei due poemi omerici di Rosa Calzecchi Onesti, edita da Einaudi e da Mondadori.
Questo dibattito è affascinante ma di difficile soluzione, poiché ciascuno ha le sue preferenze e, come si suol dire, de gustibus non est disputandum. Qui aggiungo qualche breve considerazione su come io personalmente mi sono regolato nel compiere le numerose traduzioni che ho pubblicato. Ho cercato, anzitutto, di dare la preferenza alla fedeltà filologica rispetto agli originali, perché scopo essenziale della traduzione è far conoscere un’opera scritta in una certa lingua a coloro che non conoscono quella lingua, e si ha quindi il dovere primario di scrivere quello che l’autore ha detto, senza travisamenti; poiché però le traduzioni troppo letterali finiscono per essere rigide e persino sgradevoli a causa della diversa struttura sintattica dell’italiano, ho anche cercato di impiegare termini ed espressioni proprie della nostra lingua parlata, al fine di rendere più agevole e duttile il testo presentato. Ciò vale soprattutto per i testi teatrali (Menandro, Plauto, Terenzio), che ho voluto riprodurre in forma appunto “scenica”, tale cioè da poter essere utilizzati in caso di un’eventuale rappresentazione odierna delle commedie antiche, per la quale è necessario un linguaggio fedele agli originali ma anche pratico, fruibile con gli strumenti espressivi e conoscitivi dello spettatore moderno. Per questo motivo ho anche abbandonato la tradizione, che qualcuno conserva, di tradurre i testi poetici in versi italiani, specie endecasillabi sciolti: non avendo più noi il senso della quantità, infatti, si rischia di tradire il dettato dell’autore anche solo per il fatto di aver impiegato versi accentuativi, estranei alla sensibilità antica. Allora tanto vale tradurre in prosa i testi teatrali, più fruibili da parte del lettore moderno e più corrispondenti al linguaggio attuale del teatro, che è appunto quasi totalmente in prosa.
Molte altre questioni ci sarebbero da esporre, ma non voglio appesantire troppo questo post, con il quale ho voluto più che altro lanciare un sasso nello stagno, riflettere e far riflettere su questo annoso problema. Senza alcuna presunzione né falsa modestia, comunque, debbo dire che le mie traduzioni fino ad ora hanno trovato largo consenso da parte del pubblico che le ha lette o studiate per preparare interrogazioni o esami universitari. Particolare soddisfazione mi hanno dato quelle dei testi teatrali, che un regista un giorno mi disse di considerarle come le migliori in circolazione per la messa in scena delle commedie antiche; ed in effetti, in occasione di un famoso festival estivo, una parte dell’Aulularia di Plauto, rappresentata in “pendant” con l’Avaro di Molière, fu recitata con la mia traduzione, ripresa da un libro scolastico che avevo composto per i “Classici Signorelli”.

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L’amore nei poeti latini

Saffo, la grande poetessa greca vissuta tra il VII ed il VI secolo a.C. ha il grande merito di aver scoperto i sentimenti individuali dell’uomo, ed in particolare la passione amorosa; e dell’amore ella ha dato la più bella definizione che io ricordi definendolo con un aggettivo composto: dolceamaro, uno splendido ossimoro che riassume in una sola parola sia l’incontenibile gioia che l’inconsolabile dolore che questo sentimento provocava allora e provoca ancor oggi in ciascuno di noi. Nella letteratura latina, invece, l’analisi di questo umanissimo sentimento arriva molto tardi, in quanto occorrerà attendere il I° secolo a.C. e la scuola dei poetae novi perché la poesia scenda dal piano epico e civile a quello umano e individuale. La cosa non fa meraviglia, non solo per il fatto che lo sviluppo dell’attività letteraria in ambito romano avviene diversi secoli dopo quella del mondo greco, ma anche perché la visione romana dell’uomo tendeva ad esaltare quasi unicamente gli aspetti pubblici della vita del cittadino a danno della dimensione privata, dei sentimenti individuali. Nel secolo precedente, però, la commedia di Terenzio aveva già percorso molti passi in questa direzione; poi nel I° secolo, con l’influsso sempre più massiccio della cultura greca, anche la produzione poetica cambiò la sua tematica e si avvicinò notevolmente alla concezione onnicomprensiva dell’uomo che ancor oggi abbiamo nella nostra società.
Il primo poeta latino che affronta il tema amoroso è, come tutti sanno, Catullo, uno dei pochi autori che di solito piace ai ragazzi dei licei perché appare loro, per molti aspetti, “moderno”, come si suol dire. Tutti ricordano la sua celebre storia d’amore con Lesbia, una donna di dieci anni più vecchia di lui e già sposata, quindi un po’ al di fuori dei canoni tradizionali; eppure per suo tramite il poeta, sulla scia di Saffo ma primo nel mondo romano, scopre l’amore come portatore di gioia e dolore al tempo stesso, come un potente vortice di sensazioni che scuote l’essere umano fino a stravolgere totalmente la sua indole e le sue azioni. In analogia con la grande poetessa greca, ma anche più di lei per l’intensità con cui il motivo viene espresso, Catullo scopre quell’eterno conflitto tra ragione e sentimento che dilania ancor oggi – molto spesso – la nostra mente. Egli si rende conto razionalmente, al momento in cui scopre il tradimento dell’amata, che costei non merita il suo affetto e quindi la logica vuole che questo infausto legame venga al più presto troncato; ma quando più odia Lesbia per il suo comportamento, tanto più l’ama con il sentimento irrazionale e perciò non può fare a meno di lei. Che l’odio e l’amore possano convivere nella stessa persona e nel medesimo tempo è una grande scoperta, che spesso le storie della letteratura non mettono bene in evidenza; con ciò anche nel mondo romano ci si rende ormai conto che l’uomo non è fatto di pura razionalità, come avrebbe voluto il sistema etico-sociale in vigore da secoli, ma esistono pulsioni e comportamenti che non rispondono alla ragione. Il dibattito sull’argomento è poi durato per secoli e secoli (si pensi al contrasto tra l’Illuminismo del ‘700 ed il Romanticismo dell’800), ma le nostre conclusioni sono sempre, dopo oltre 2000 anni, quelle di Catullo.
La fresca spontaneità di Catullo, poeta giovane ed appassionato, si stempera poi nei poeti successivi dell’elegia latina, come Tibullo e Properzio. Anch’essi vivono storie d’amore, si dicono presi sentimentalmente dalle donne amate al punto da considerarle loro padrone, diventandone cioè servi e rinunciando così non solo alla carriera politica e militare ma anche all’onore ed alla dignità personale. Già in questi poeti, però, si è insinuato il virtuosismo letterario proveniente dall’ambito greco alessandrino (dal III al I° secolo a.C.), tanto che non siamo in grado di distinguere bene quanto in loro è dettato dalla spontaneità del vero sentimento d’amore e quanto invece è invenzione, gioco letterario ed acquisizione di motivi stereotipi provenienti da originali greci. Il problema è irrisolvibile, come ho dovuto anch’io ammettere nella storia letteraria latina che ho scritto (“Scientia Litterarum”), perché Tibullo e Properzio oscillano tra esternazioni sentimentali in apparenza spontanee ed episodi palesemente inventati di origine letteraria, tanto che è molto difficile ricostruire la loro esperienza biografica basandosi sulla poesia. La natura duplice dell’amore tuttavia, che da estrema gioia può trasformarsi in estrema angoscia, dopo la scoperta di Catullo è ormai un dato di fatto in quella che può chiamarsi poesia “soggettiva” dei poeti elegiaci. Tra di loro però, proprio per questo progressivo affermarsi della letterarietà, fa eccezione il terzo elegiaco, Ovidio: in lui, dopo la parentesi degli Amores, la trattazione del tema amoroso diventa oggettiva, cioè del tutto letteraria, e tratta non più le vicende del poeta ma quelle degli dei e degli eroi del mito greco. Ciò non toglie però che anche Ovidio sappia descrivere da profondo conoscitore tutti gli elementi caratteristici della passione amorosa così come aveva fatto, pochi anni prima di lui, Virgilio, soprattutto nella splendida raffigurazione di Didone, la sventurata regina di Cartagine perdutamente innamorata di Enea.
Il tema di cui trattiamo, che ha avuto in Catullo il suo pioniere in ambito romano, decade invece nell’età imperiale, quando l’attenzione alla sfera individuale viene nuovamente a diminuire a motivo dell’assolutismo instaurato dal nuovo regime e della prevalenza di altri nuclei tematici come quello storico, quello retorico, quello epico e via dicendo. In prossimità del tramonto della civiltà romana antica, tuttavia, assistiamo ad una effimera ripresa della spontaneità catulliana in poeti oggi pressoché sconosciuti come Massimiano, che è da collocare addirittura nella prima metà del VI secolo dopo Cristo e quindi dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nei componimenti di questo tardo epigono possiamo ritrovare un’ultima scintilla di quel che fu il gran fuoco dell’amore elegiaco, con la ripresa di temi e motivi da tempo abbandonati come le lacrime, i lamenti, i timidi sguardi d’intesa. Con lui si chiude la parabola della poesia amorosa latina antica e si apre quella del mondo medievale, che nei secoli futuri si esprimerà con le nuove scuole poetiche, con lo Stilnovo e con lo stesso Dante.

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Perché l’odio sui social

Si fa tanto parlare in questo periodo del problema dell’odio sui social network ed in particolare su Facebook, dove in effetti sono spesso presenti sarcasmi, insulti ed anche minacce di morte contro presunti avversari politici o di altro genere. Il fenomeno è diffuso e preoccupa chi sta al potere, tanto che si vogliono persino istituire commissioni per contrastarlo, sebbene, a rigor di logica, non ce ne sarebbe bisogno, dato che già esiste il Codice Penale che punisce l’insulto, la diffamazione, la minaccia ecc. Basterebbe identificare le fonti dell’odio (cosa che con i mezzi informatici moderni è possibile, nessuno è totalmente garantito dall’anonimato) ed operare le relative denunce, processi e condanne. Invece si preferisce istituire commissioni parlamentari con il rischio concreto che queste, con la scusa di combattere l’odio, esercitino in realtà una vera e propria censura contro chi dissente dal pensiero unico comune e dal “politicamente corretto” oggi in voga. Ma di questo non voglio parlare, perché ho già chiarito la mia posizione in altri post.
Due sono invece le osservazioni che intendo fare a proposito di questo fenomeno. La prima è che l’odio contro il “nemico”, che certe ideologie tengono in vita anche quando non esiste più proprio per scatenare il proprio livore contro chi la pensa in modo diverso, è sempre esistito ed anche in forma più virulenta di quello di oggi; la differenza è che adesso c’è internet, e quindi ciò che prima si diceva al bar, in casa o su una panchina dei giardini pubblici adesso si diffonde a macchia d’olio e moltissime persone ne vengono a conoscenza. Ma ciò non significa che oggi ci sia più odio politico di quanto non ce ne fosse prima: basti pensare agli anni ’70 dello scorso secolo, che io grazie alla mia età ho vissuto, dove si assisteva continuamente a scontri di piazza ed ad una violenza fisica che arrivava persino all’omicidio, molto peggio quindi di adesso quando ci si limita all’insulto telematico. Con ciò non voglio assolutamente giustificare l’inciviltà e la rozzezza di coloro che si servono dei social per insultare e minacciare, scambiando le convinzioni politiche personali con il tifo da stadio; è un fenomeno riprovevole, questo è certo, ma non paragonabile alla violenza degli “anni di piombo” ed al terrorismo che purtroppo abbiamo vissuto nel nostro Paese. La differenza è che oggi tutto si diffonde ampiamente e rapidamente, ma non credo che l’intensità del fenomeno sia maggiore di quella precedente. E’ un po’ come il bullismo nelle scuole: oggi sembra più grave perché la diffusione di internet e dei social costituisce una gogna mediatica per certi ragazzi perseguitati che, in alcuni casi estremi, ha provocato persino dei suicidi; ma la derisione del diverso, la minaccia e persino la scazzottata fuori dai cancelli della scuola sono cose sempre esistite, direi anzi che ai tempi miei erano più marcate e grossolane di quelle attuali.
La seconda considerazione che vorrei fare riguarda la causa, l’origine di tutto questo odio sui social. Lo scarso controllo che c’è di internet da parte degli organi giudiziari, l’incuria dei gestori dei social che lasciano passare di tutto (non sempre, ma qui il discorso darebbe lungo e quindi lascio perdere) e la falsa credenza di poter restare anonimi hanno provocato in molte persone una vera e propria liberazione da quei deterrenti sociali, come l’urbanità e la buona educazione, che tutti siamo costretti a mantenere nel dialogo “faccia a faccia” con i nostri simili. Se abbiamo di fronte materialmente un’altra persona, pur in forte disaccordo con noi, tendiamo a sostenere magari animosamente le nostre convinzioni, ma non arriviamo quasi mai all’insulto volgare o alla minaccia, a meno che gli interlocutori non siano dei veri e propri “burini”, come dicono a Roma; dietro lo schermo di un computer invece, proprio perché l’avversario non è fisicamente presente, molte persone lasciano cadere tutti i freni inibitori e si sentono autorizzati a scatenare tutti i propri più bassi istinti. Torna a proposito, in questa questione, quel che sosteneva Pirandello, che cioè ciascuno di noi non è se stesso quando vive in società, ma porta una maschera fatta di perbenismo, di ipocrisia, di succube accettazione delle cosiddette “buone norme” del vivere sociale. Ma ecco che oggi, con l’avvento di internet e dei social, è diventato possibile esprimersi come parlando da soli ad una folla di ascoltatori, cioè avere un pubblico che legge quel che scriviamo, cosa che un tempo era riservata agli scrittori o ai grandi oratori che parlavano in pubblico; diventa quindi possibile gettare la maschera e tirar fuori quell’acredine, quella dose di rabbia e di violenza che alberga in ciascuno di noi. Di qui l’entità di un fenomeno che va sempre crescendo, come io stesso constato in base agli insulti che ricevo quasi ogni giorno a motivo delle mie idee non allineate con il pensiero unico comune; ma a tutto si fa l’abitudine, anche alla maleducazione altrui, e quindi io mi limito a rispondere in molti casi, giacché non ho la virtù cristiana di chi porge l’altra guancia, oppure a cestinare certi commenti al blog che non meritano di essere conosciuti.
Io non credo che il fenomeno possa essere eliminato o ridotto, a meno che non si voglia chiudere definitivamente tutte le porte e impedire alle persone di far sentire la propria voce sui social, i forum e gli altri luoghi virtuali dove a ciascuno è permesso di esprimersi. Contrastare l’odio con le commissioni parlamentari è inutile, perché non si possono conculcare per legge i sentimenti umani. Si può far rispettare le leggi con lo strumento giudiziario, ma l’operazione è estremamente difficile perché si dovrebbero incriminare centinaia di migliaia, se non milioni di persone. Resta il buon senso e la cultura, gli unici strumenti che possono veramente circoscrivere questo stato di cose; ma è difficile fare appello a questi valori in una società dove la scuola è continuamente svalutata da riforme assurde e dove i cattivi esempi vengono dall’alto. Quando un miserevole buffone fonda un partito sulla base del “vaffa…” è difficile poter sperare in qualcosa che assomigli anche lontanamente all’umanità ed alla cultura.

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Antisemitismo e pensiero unico

Ho letto di recente un intervento del giovane (e ingombrante!) filosofo Diego Fusaro, il quale si è espresso sulla costituzione della cosiddetta “commissione Segre”, che dovrebbe combattere l’odio sui social ed in particolare l’antisemitismo di ultima generazione. La tesi di Fusaro è quella secondo cui questa commissione, ideata in seguito agli insulti antisemiti rivolti alla senatrice a vita Liliana Segre, sarebbe in realtà una copertura, una forma di censura applicata per chiudere la bocca a chi dissente dal pensiero unico oggi dominante che protegge anche verbalmente alcune “categorie” di persone prese di mira dall’odio mediatico, come gli immigrati, i gay e gli ebrei, appunto. Così il potere neocapitalistico e globalizzante, che si crede messo in pericolo dai conservatori, dai sovranisti e da chiunque esprime una forma di dissenso, proteggerebbe se stesso mediante l’uso della forza contro gli avversari, minacciati con lo strumento censorio ed anche giudiziario, visto lo spauracchio delle denunce e delle sanzioni di tipo penale.
Ovviamente qualunque persona civile e dotata di un minimo di cultura non può che condannare gli insulti rivolti alla senatrice Segre, reduce da Auschwitz e persona al di sopra di ogni sospetto, alla quale va tutta la mia solidarietà: sono azioni stupide e riprovevoli così come lo sono i cori razzisti negli stadi o le scritte antisemite che qualche esaltato dissemina qua e là; ma l’azione di pochi individui ignobili non può ripercuotersi su tutti coloro che dissentono dal potere costituito, perché altrimenti siamo di fronte ad una censura del libero pensiero ed al ritorno di una vera e propria dittatura. Un tempo si usava l’olio di ricino, il manganello e la deportazione nei campi di lavoro in Siberia per reprimere il dissenso; oggi invece, nell’epoca dei mass-media, ci si maschera dietro il pretesto di voler colpire il razzismo e l’antisemitismo per mettere a tacere, in realtà, tutti coloro che non accettano il pensiero unico “politicamente corretto” che i partiti di sinistra (compresi i 5 stelle ormai schierati da quella parte politica) ci impongono ogni giorno. Una censura violenta mascherata da protezione della libertà, un’inaccettabile coercizione che pretende di colpire il pensiero, il sentimento delle persone e soprattutto il loro diritto di esprimersi liberamente, un diritto garantito dall’art.21 di quella Costituzione che proprio la sinistra, quando le fa comodo, non manca di osannare e di esaltare come il Vangelo. L’attacco alla libertà di espressione, del resto, non è nato con la commissione Segre: già da tempo si minaccia persino la denuncia penale (v. disegno di legge Scalfarotto) contro chi non condivide le unioni gay e non approva l’adozione da parte di quelle persone di bambini che, secondo la più elementare legge naturale, hanno bisogno di crescere con un padre ed una madre; si insulta con l’infamante marchio del razzismo chiunque si oppone all’invasione degli immigrati, che non la pensa così per crudeltà ma perché sa che è difficile garantire un futuro a persone che vengono da fuori in un paese in cui non c’è lavoro nemmeno per gli italiani; si minaccia la radiazione dall’albo per i medici obiettori di coscienza che si rifiutano di praticare l’aborto. E l’elenco potrebbe continuare.
Anch’io, nel mio piccolo, ho fatto esperienza di questo tipo di censura del pensiero proprio su Facebook, il social network forse più importante dei nostri tempi, che, proprio perché frequentato da milioni di persone, è sotto il controllo del potere costituito: sono stato cacciato per tre volte, per 30 giorni ciascuna, soltanto per aver espresso pensieri contrastanti con il “politically correct” che ci domina e ci toglie la libertà di espressione. La prima volta, addirittura, fui bloccato perché avevo usato la parola “negro”, termine impiegato da secoli e presente nei vocabolari, nelle opere letterarie e persino nelle canzoni senza che nessuno ci avesse mai trovato nulla da ridire. Ma oggi non si può, bisogna dire “di colore”, come se questo schiarisse la pelle di quelle persone: è come dire “non vedente” invece di “cieco”, quasi che così facendo quella persona recuperasse la vista.
La denuncia di Diego Fusaro trova quindi tutta la mia approvazione: con il pretesto dell’antisemitismo in realtà il potere clerico-comunista vuole impedire a chi dissente di esprimere liberamente il proprio pensiero. Questa è censura, questa è dittatura ancor più ipocrita e viscida delle dittature espresse dai regimi totalitari del secolo XX: quelli, almeno, avevano il coraggio di uscire allo scoperto, di seminare il terrore senza nascondere i propri fini; quella di oggi invece è una dittatura nascosta, strisciante, che colpisce le persone nel loro sacrosanto diritto di espressione mascherandosi da libertà. E non a caso il fenomeno, presente in Italia da anni, si è accentuato con questo sciagurato governo, nato da un inciucio vergognoso, che si è rivelato più a sinistra di quelli di Prodi e di D’Alema, quando il ministro della giustizia Diliberto andò all’aeroporto ad accogliere con tutti gli onori una terrorista rossa. Anche questa è una forma di terrorismo: lanciare cioè contro i dissidenti marchi d’infamia come quello del fascismo, del razzismo, dell’antisemitismo, tutti ottimi pretesti per sparare nel mucchio, per far tacere chi non condivide le scelte politiche ed economiche di questo neoliberismo radical-chic, di questa insana alleanza tra marxismo e clericalismo, tra ex democristiani e postcomunisti. Cambiano i metodi, ma il fine è sempre lo stesso. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

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E’ uscito il mio nuovo libro!


Ieri 23 ottobre 2019 è uscita a Milano, presso la casa editrice “La vita felice”, la mia edizione dell’Hecyra (cioè “La suocera”) di Terenzio, poeta comico romano vissuto tra il 195 e il 159 avanti Cristo. L’opera consiste in un’introduzione all’Autore, con particolare riguardo al problema della sua originalità e dei suoi ideali, cui segue la traduzione (con il testo latino a fronte) ed infine una serie di note esplicative. Vi sono anche brevi accenni alla tradizione manoscritta, cioè i codici medievali ed umanistici che ci hanno tramandato la commedia, ed uno schema dei vari metri che il poeta ha impiegato nel suo lavoro. Si tratta del mio undicesimo libro, il primo composto dopo il pensionamento.
Al di là della soddisfazione personale che accompagna ogni pubblicazione, stavolta ho anche ricevuto una gratificazione in più: le congratulazioni ed i riconoscimenti pervenutimi da parte degli amici di Facebook, sia quelli del mio profilo che quelli del gruppo da me fondato, che si intitola “Docenti di materie classiche”. Inutile negare che tutto ciò fa piacere, è forse il miglior riconoscimento per chi, da modesto studioso ed ex professore di liceo, intende ancora – nonostante l’età – realizzare un principio mirabilmente espresso da Cicerone, secondo cui la cultura è utile e ammirevole soltanto quando chi ce l’ha la mette a disposizione degli altri. Ed io, che non ho mai smesso di studiare, approfondire e pubblicare anche durante gli anni in cui ero in servizio a scuola, tanto più intendo farlo adesso; e non soltanto perché quando si è in pensione occorre in qualche modo riempire le giornate, ma anche perché questo è un modo per sentirsi ancora vivo e utile alla comunità. Perciò intendo continuare il lavoro di ricerca finché le forze me lo consentiranno, non dedicandomi però a studi astrusi di tipo scientifico, ma a pubblicazioni di tipo divulgativo, con un linguaggio comprensibile a tutti e tale da avvicinare ai classici anche persone che finora ne sono tenute lontane.
Parliamo però brevemente di questa Suocera, la donna che dà il titolo alla commedia di Terenzio. Con lei l’Autore, vissuto a Roma in un periodo in cui la nuova cultura greca si stava affermando e si andava sovrapponendo agli antichi valori romani del cosiddetto mos maiorum, ha voluto sostanzialmente rivalutare la dignità femminile attraverso il ribaltamento di un luogo comune che esiste ancor oggi, quello cioè secondo cui tutte le suocere sarebbero invadenti e autoritarie, specie con le loro nuore. Quella di Terenzio è invece una bravissima donna che altro non pensa che al bene della famiglia; e quando, in assenza del figlio, la nuora fugge dalla casa di Sostrata (così si chiama infatti la protagonista) per tornare da sua madre e tutti la accusano di esserne la causa, lei rinuncia a difendersi ed arriva anche a manifestare l’intento di ritirarsi in campagna con il marito per lasciare la sua casa a disposizione degli sposi e non essere loro d’intralcio (cosa, a quei tempi, pressoché inconcepibile). In realtà lei è del tutto innocente, perché la fuga della ragazza è dovuta ad un’altra ragione, l’essere cioè incinta di un bambino concepito in seguito ad una violenza avvenuta prima del matrimonio. Poi alla fine tutto si sistemerà, perché si scoprirà che colui che compì quella violenza non è altri che il legittimo marito della ragazza; ma questo lieto fine, inevitabile perché rientra nelle convenzioni del genere letterario della commedia, interessa poco a Terenzio, giacché ciò ch’egli intende studiare è l’animo umano, così come si manifesta nei rapporti familiari e sociali. La diffusione di un preciso messaggio culturale interessa al poeta assai più della comicità e del divertimento del pubblico: infatti questa, a quanto ne sappiamo, è l’unica commedia romana che fece fiasco per ben due volte, quando il pubblico abbandonò il teatro per seguire altri spettacoli, e soltanto alla terza rappresentazione poté essere portata a termine. Per gli spettatori del tempo, abituati alla spumeggiante comicità di Plauto, questa commedia era troppo intellettuale e poco esilarante; ma Terenzio non si dette per vinto, finché non ebbe raggiunto il successo.
La commedia latina, com’è noto, ricalca quella greca per lo schema compositivo, i caratteri dei personaggi ecc.; ma Terenzio si premura soprattutto di adattare alla società romana i contenuti degli originali. Così, in questo caso, egli si preoccupa di un problema sociale finora quasi assente dal panorama ideologico romano, quello cioè della condizione della donna. Nella nostra commedia questo intento è evidente non solo nella figura di Sostrata ma anche in quello di Criside, una “cortigiana” (cioè una prostituta di lusso) che Panfilo, il protagonista maschile, frequentava prima di sposarsi. Nell’immaginario popolare le donne di questa categoria avevano una considerazione del tutto negativa, perché si attribuivano loro tratti stereotipi come la sfrontatezza, l’avidità di denaro, la povertà intellettuale; invece Terenzio ci presenta una cortigiana di segno del tutto opposto, perché è proprio lei, che pure avrebbe avuto interesse a che il matrimonio di Panfilo andasse a rotoli, che fa di tutto per riavvicinare gli sposi e ci riesce mediante un segno di riconoscimento. Sotto questo profilo l’opera terenziana è profondamente innovativa, non certo dal punto di vista politico (egli non pensò mai ad un mutamento dell’ordine costituito), bensì da quello socio-culturale, nel tentativo di ribaltare certe credenze e luoghi comuni non più in linea con la nuova etica ch’egli contribuì a creare con la cosiddetta’”humanitas”, la concezione cioè dell’uomo non solo come cittadino dedito alla comunità ma anche come individuo, depositario di sentimenti e di passioni che dovevano essere volte al bene. Perciò teorizzò e descrisse rapporti familiari e sociali (ad es. tra padre e figlio, tra padrone e servo ecc.) che non fossero più verticali, dove l’uno è sottoposto all’altro, ma orizzontali, dove le persone sono su un piano di sostanziale parità e di reciproca solidarietà. Per questi motivi io amo particolarmente questo poeta, ho tradotto tutte le sue sei commedie e ne ho già pubblicate tre. Spero che in futuro anche le altre tre possano aggiungersi all’elenco, se non altro perché, come dicevo prima, quando si è in pensione occorre in qualche modo riempire le giornate.

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Il “duello” in diretta Renzi-Salvini

Come tanti altri italiani, anche io ho assistito attentamente ieri sera al preannunciato confronto televisivo tra i due Matteo della politica italiana; e dovevamo essere proprio in tanti, se è vero che il programma ha richiamato oltre il 25% dei telespettatori, al punto che qualcuno ha detto che il vero vincitore dello scontro è stato Bruno Vespa. Ovviamente chiunque guarda un programma del genere parte prevenuto perché influenzato dalle proprie idee, ed è perciò difficile esprimere un giudizio oggettivo e dire chi dei due sia uscito vincitore. Io mi sono fatto una mia idea, che qui cercherò di illustrare, per quanto possa valere l’opinione di una singola persona.
E’ apparso subito chiaro, fin dalle prime battute, che Renzi era superiore dal punto di vista dialettico e argomentativo, perché si vedeva che si era accuratamente preparato per l’incontro, con un’acribia da filologo tale da permettergli di individuare tutte le debolezze dell’avversario; Salvini invece, più “ruspante” e meno preparato dell’avversario, si era presentato al confronto come se fosse andato al bar a parlare di politica con gli amici, tra una birra e l’altra. Da questo punto di vista è senza dubbio Renzi, più preciso e pressante nell’argomentare, il vincitore del duello, ed io che m’intendo un po’ di retorica e di espressione scritta e orale non posso fare a meno di esprimere questo giudizio. Quindi quelli che oggi hanno scritto con sicumera su facebook “Salvini asfalta Renzi” hanno detto una menzogna, certo dettata dalla loro personale simpatia per il leader della Lega; se vogliamo essere onesti e valutare in modo oggettivo la realtà, dobbiamo ammettere che è vero il contrario. A mio giudizio Salvini non è un grande comunicatore, nonostante che comunemente si creda il contrario, anche perché non è capace di rispondere all’avversario cogliendone i punti deboli e sfruttando a pieno i suoi meriti e le sue ragioni.
Pur tuttavia debbo aggiungere che Renzi, se pure ha vinto il confronto sul piano dialettico, l’ha perduto su quello della cordialità e della simpatia. Il suo atteggiamento verso l’avversario è stato sempre connotato da un’acredine petulante e rancorosa, spesso sconfinante nell’odio, e questo non produce certo simpatia da parte di chi ascolta. In pratica, le sue accuse pressanti hanno riportato alla mente il comportamento solito della nostra sinistra, per la quale non esiste l’avversario ma il nemico da abbattere, da sconfiggere e annientare: in queste condizioni il confronto non può essere pacato e paritario. Lo stesso Renzi ha tirato fuori le accuse più violente e disparate, alle quali Salvini non è stato in grado di rispondere adeguatamente. A parte i soliti riferimenti al “Papeete” e alle spiagge, squallidi e fuori luogo perché anche un ministro ha diritto come tutti di andare in spiaggia e portarvi i propri figli, il campione toscano ha rinfacciato all’avversario di aver cambiato idea su tutta la linea: gli ha ricordato di quando era “comunista padano” (ma che significa?), di quando odiava i napoletani nel 2006, dei suoi trascorsi con Berlusconi e altre presunte incoerenze di cui si sarebbe macchiato. Queste sono vere e proprie coltellate alle spalle, allo scopo di ridicolizzare il “nemico” e farlo passare da buffone; ed è proprio per questo che dico che Salvini non sa argomentare, perché un altro al posto suo avrebbe risposto per le rime, rinfacciando a sua volta all’avversario i suoi trascorsi. Avrebbe potuto cominciare dai problemi giudiziari dei genitori di Renzi (sarebbe stato un colpo basso, è vero, ma giustificato in questo caso dalla studiata malignità di Renzi), ricordare gli scandali del Monte dei Paschi e della Banca Etruria in cui era implicato tutto il PD ed anche la Boschi, renziana di primo pelo; e quanto alla coerenza politica, Salvini avrebbe potuto rinfacciare all’avversario le sue sonore sconfitte elettorali e soprattutto il suo clamoroso voltafaccia con i 5 stelle. Come può parlare di dignità umana e accusare l’avversario chi, dopo dieci anni di insulti e di denunce reciproche, è andato a braccetto con i grillini e ha favorito il vergognoso inciucio che ha dato vita a questo governo, truffaldino e non rispondente alla volontà del popolo italiano? Invece Salvini, con quell’aria di “uno di noi” che ha assunto da tempo, si è limitato a ribattere sugli stessi tasti come l’immigrazione, senza accorgersi che l’avversario lo stava travolgendo con una serie incalzante di argomentazioni e soprattutto di colpi bassi a cui lui non è stato in grado di reagire.
Io personalmente spero che questo governicchio duri il meno possibile e che sia data di nuovo la parola agli italiani, ai quali appartiene la sovranità. E’ vero che la Costituzione dice che si vota ogni cinque anni, ma di fronte ad una situazione confusa e agli inciuci vergognosi che vengono fatti, sarebbe stato meglio consultare di nuovo gli elettori. Le previsioni dicono che vinceranno Salvini ed il centro-destra, e c’è da crederlo soprattutto se teniamo conto della politica di accoglienza e di falsa umanità che questo governo vuol tenere con gli immigrati, ai quali Conte vuole trovare lavoro in Italia. Lo trovi piuttosto per i giovani italiani, costretti ad andare ad arricchire i paesi esteri perché qui non trovano mai adeguate sistemazioni! Pensi ai pensionati italiani che vivono con 500 euro al mese! Pensi alle periferie delle nostre città ridotte a immondezzai dagli immigrati! Se continua con questa politica Conte andrà presto a casa e sarà un bene per tutti. Salvini lo sa e aspetta il momento della rivincita; ma per adesso non si cura di ribattere adeguatamente gli argomenti degli avversari, si limita a reagire con il sorriso e resta sconfitto, almeno sul piano retorico e argomentativo. Ma Renzi, che pure ha vinto il duello televisivo, non ha fatto una bella figura: il suo rancore verso quello che ritiene il nemico, i suoi colpi bassi da sciacallo, il suo atteggiamento supponente da “professore” non ce l’hanno certo reso simpatico. Io stesso, che pure non vidi di malocchio Renzi quando era al governo, lo giudico ora un poveraccio, abile a parlare ma fallito sul piano politico ed umano.

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Il greco ed il latino, oggi

Da molto tempo mi sono reso conto di come il modo di approcciarsi alle civiltà classiche da parte della nostra società moderna sia in gran parte errato, viziato dall’ignoranza e spesso anche della cattiva volontà. Al di là di una generica ammirazione per il mondo greco e romano spesso non si va, neanche da parte di chi ha studiato le discipline classiche per molto tempo. Come primo esempio mi voglio riferire ai numerosi gruppi di Facebook che si occupano della materia, costituiti in genere da docenti o da ex studenti di liceo classico o comunque di materie umanistiche. In essi raramente capita di veder discutere di questioni concrete, e spesso anzi ci si ferma ad un puro compiacimento estetico: si postano passi o brani di autori classici e poi i vari membri del gruppo non fanno altro che osannarli e incensarli tributando loro un omaggio che pare dettato più da una generale e inveterata tendenza a idealizzare il mondo antico più che ad una vera ed autentica comprensione di quei testi. Altre volte vengono postate fotografie della copertina di libri moderni che riguardano l’antichità classica (storie della letteratura, edizioni dei classici ecc.) e anche qui segue una pioggia di commenti ammirati e nostalgici, soprattutto da parte di chi rivede in quelle copertine i libri ch’egli stesso aveva studiato al ginnasio o al liceo, magari molti decenni prima. Ma questa è un’ammirazione di facciata, non è così che si valorizza e si rende utile la propria esperienza di studio.
Un’altra interpretazione distorta e assurda del mondo classico è quella tipica di certi intellettuali e certi registi, che attribuiscono ad autori vissuti duemila o più anni fa categorie proprie del pensiero moderno, ch’essi non potevano neanche lontanamente immaginare. Mi riferisco prima di tutto agli storici marxisti, la cui concezione dell’Antichità ha spesso rasentato il ridicolo, come quando hanno voluto vedere in Lucrezio, ad esempio, i germi non tanto del materialismo (che ci potrebbe anche stare) quanto della difesa del proletariato e della “lotta di classe”, facendo affermazioni frutto di faziosità e di pura fantasia. Non meglio è andata con le rappresentazioni moderne di opere teatrali antiche come le tragedie greche del V° secolo a.C.: qui se ne sono viste di tutti i colori, da Oreste ed Elettra che recitavano in blue jeans, a Zeus che diventava il presidente degli Stati Uniti d’America, fino a quell’autentica buffonata che è stata la rappresentazione dell’Elena di Euripide al teatro di Siracusa, di cui ho parlato nel post che precede questo. In ogni caso è evidente la stortura di chi si è impadronito illegalmente degli scrittori classici per far dire loro quello che lui – cioè lo storico o il regista moderni – avrebbe voluto che dicessero. Si tratta di un’operazione illegittima e fuorviante, un vero e proprio tradimento che dovrebbe essere punito penalmente, perché distorce in malafede l’autentico messaggio che quegli autori volevano trasmettere.
Ma anche nel campo dell’università e della scuola l’approccio al mondo classico è spesso inadeguato e distorto. Ormai da molti anni i professori universitari non pensano affatto a quello che sarà il destino più probabile per i loro studenti di lettere classiche, cioè l’insegnamento nei licei; e così, anziché dedicarsi agli autori maggiori, quelli di cui effettivamente i loro allievi dovranno occuparsi in futuro, tengono corsi su poeti e scrittori semisconosciuti solo perché sono, in quel momento, oggetto dei loro studi. Avviene così che ci si occupi pochissimo di Omero, Euripide, Tucidide, Cicerone, Virgilio e Seneca, e si faccia invece un gran parlare di Erodiano, Aristeneto, Nonno di Panopoli, i poetae novelli, Macrobio ecc., nomi che chi non è specialista non ha mai neanche sentito pronunciare e che al liceo non si accennano neppure. Così il povero studente di lettere antiche, magari laureato a pieni voti, è costretto poi a rifarsi da solo tutta quella preparazione che occorre per insegnare, che l’Università non gli ha mai fornito se non in minima parte. Il filologismo, l’attenzione cioè alle minuzie testuali e linguistiche, avvelena però anche la scuola, dove ci sono docenti che danno più importanza alle regoline grammaticali che all’effettivo valore letterario ed umano delle grandi opere prodotte nel mondo classico. Da questo punto di vista io stesso ho condotto una lunga battaglia attraverso questo blog contro il conservatorismo di chi pretendeva di valutare gli studenti solo dalla loro capacità di tradurre i testi classici, una capacità che oggi – per varie ragioni – si è molto ridotta. Inutile insistere, anche all’esame di Stato, sulla traduzione di brani difficili come quelli assegnati dal Ministero fino a pochi anni fa; è noto infatti che la tecnologia, utile per tanti aspetti, è stata una rovina per questo specifico aspetto della vita scolastica, poiché adesso gli studenti non traducono quasi più autonomamente i brani assegnati dal docente, ma li scaricano da internet già tradotti, ed è quindi assurdo voler continuare con questa pedanteria delle regoline di grammatica quando di fatto non servono più. E’ molto meglio, a mio parere, un approccio più globale alle civiltà classiche, non limitandosi all’aspetto linguistico ma contemplando tutti i settori che sono stati fondamentali per lo sviluppo della civiltà moderna, da quello letterario a quello filosofico, da quello storico a quello artistico.
Io credo che il latino ed il greco abbiano ancora piena legittimità e che sia giusto studiare quel mondo perché da lì è sorta la nostra civiltà. Abbandonarne la cura sarebbe come pretendere di far crescere un albero rigoglioso, pieno di foglie e di frutti, togliendogli le radici. Le nostre origini stanno nel mondo antico, noi siamo gli eredi diretti dei Greci e dei Romani, e conoscere quel mondo significa comprendere veramente la storia della cultura moderna, in tutti i suoi campi d’azione: non si può capire cos’è la democrazia, tanto per fare solo un esempio di un termine di cui tutti si riempiono la bocca, senza sapere com’essa sia nata ad Atene nel V° secolo avanti Cristo. Ma per avvicinarsi correttamente a quel mondo occorre liberarsi da tutti gli errori che nella sua interpretazione sono stati fatti. Bisogna evitare di considerare la civiltà greca e romana troppo lontana da noi, perché è legata in modo indissolubile alla nostra essenza e alla nostra cultura di uomini del XXI secolo; ma occorre evitare anche l’errore opposto, quello cioè di interpretarla e di rappresentarla secondo categorie moderne e da essa del tutto aliene. Il mondo antico non deve essere, in altri termini, idealizzato come un paradigma di assoluta perfezione, perché anche allora c’erano errori e contraddizioni; deve invece essere considerato per quello che è, l’inizio cioè di un cammino di progresso spirituale che, proseguendo per tanti secoli, è giunto fino a noi e ci ha consegnato un grande patrimonio di civiltà.

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Elena umiliata e offesa

Sabato scorso ho avuto l’infelice idea di seguire su RAI 5 (canale 23) la ripresa televisiva dell’Elena di Euripide, registrata la scorsa estate al teatro greco di Siracusa nell’ambito delle rappresentazioni delle tragedie greche classiche che ogni anno si svolgono in quella splendida cornice artistica e naturale, che io conosco per avervi accompagnato qualche anno fa una mia classe. L’opera fu portata in scena per la prima volta nel 412 a.C. e narra la vicenda di Elena, la bellissima donna moglie di Menelao che fu rapita da Paride e fu, nel pensiero antico comune, la causa della leggendaria guerra di Troia. Al di là della versione comunemente nota del mito, che serve al progressista Euripide solo come paravento per trattare in realtà problemi quotidiani e contemporanei, la tragedia riprendeva una variante introdotta da Stesicoro, poeta lirico del VI secolo a.C., secondo la quale Elena non era mai veramente andata a Troia, ma al suo posto gli dèi avevano creato un fantasma che le rassomigliava in tutto, mentre la vera Elena era stata trasportata in Egitto dove viveva nel ricordo e nel desiderio del suo legittimo marito Menelao, e resisteva alle avances del re locale Teoclimeno che voleva obbligarla a sposarlo. Questa variante aveva un duplice scopo, che si traduceva poi nei due aspetti del messaggio culturale che Euripide intendeva proporre al suo pubblico: da un lato la lotta contro i luoghi comuni misogini diffusi in Grecia, in quanto si dimostrava che Elena non aveva affatto le colpe che il sentimento popolare le attribuiva, anzi era il modello di una donna fedele e saggia; dall’altro la tragedia era un aperto manifesto pacifista, perché ne risultava che la più grande guerra dell’immaginario greco, quella di Troia, si era in realtà combattuta per un fantasma, per qualcosa di inconsistente e di fatuo. L’ideologia antimilitarista di Euripide, portata avanti in tutte le tragedie del gruppo centrale della sua produzione, si manifestava appieno anche in questa tragedia, oltretutto diversa dalle altre perché dotata di un finale positivo, la fuga cioè che Elena e Menelao riescono a mettere in atto ai danni dell’ingenuo Teoclimeno.
Purtroppo nulla è rimasto di questo grande messaggio culturale nella scipita rappresentazione siracusana, che il regista David Livermore (che a quanto pare è famoso ma che io non ho l’onore di conoscere) ha stravolto e banalizzato totalmente. Con una trovata tipica delle bizzarre regie moderne, l’opera era recitata all’interno di una specie di piscina con l’acqua bassa, di modo che tutti gli attori stavano con i piedi a mollo e si inzuppavano il fondo dei vestiti; non solo, ma in mezzo a questo stagno è stata collocata la tomba del re Proteo, raffigurata come una zattera che vaga tra le onde. Qualcuno mi saprebbe dire il significato di questa genialata? Io sarò ottuso e ignorante, ma non ce l’ho saputo trovare. Il coro, che nell’originale era costituito da giovani donne greche vendute come schiave in Egitto, qui invece era una buffa mescolanza di uomini e donne conciati in modo bizzarro, del tutto diverso da come erano realmente vestiti gli antichi Greci; il racconto conclusivo della fuga di Elena e Menelao inoltre, che in Euripide secondo la prassi è affidato alla figura di un messaggero, nella versione siracusana è recitato da una delle donne del coro che oltretutto, in maniera inverosimile, parla al maschile. Alcuni personaggi dell’opera originale (ad es. Teucro) sono spariti del tutto, mentre alcuni di quelli presenti sono totalmente stravolti: il re Teoclimeno e sua sorella, la sacerdotessa Teonoe, vengono raffigurati con parrucche e calzettoni tipici dei damerini del ‘700, con una voce in falsetto che ricorda quella dei castrati dell’opera settecentesca, il tutto con sottofondo di musica barocca, che nulla c’entra con la tragedia euripidea. A questo totale stravolgimento dell’originale si aggiungono poi alcune attualizzazioni veramente penose: Menelao che fuma una sigaretta (ci mancava che rispondesse al cellulare!) e il dialogo tra lo stesso Menelao e la vecchia serva, che in effetti si trova nel secondo episodio dell’originale; nella versione del signor Livermore però, tanto per blandire il “politically correct” attuale e l’ideologia sinistroide tanto gradita a questi registi radical-chic, quando Menelao afferma di essere un naufrago e di avere diritto all’accoglienza, la vecchia ribatte: “Non si può. I porti sono chiusi”. L’allusione alla politica di contenimento degli sbarchi dei migranti voluta dal ministro Salvini non poteva essere più banale e più squallida, un patetico tentativo di attirarsi il favore del pubblico mediante la solita vuota polemica ideologica. Mi sembra di esser tornati agli anni ’70, quando i registi ideologizzati incarnavano nella figura di Zeus, dal comportamento tirannico nel Prometeo di Eschilo, il presidente degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.
Come ho detto anche altrove, io sono stato sempre contrario alle attualizzazioni delle opere classiche, che furono composte per la fruizione della mentalità e del pubblico dei loro tempi, non di oggi quando la società è totalmente cambiata da quella di allora. E’ vero che certi valori umani sono immutabili ed i classici possono essere ancora maestri di vita, anzi è questo uno dei motivi principali per cui li leggiamo e li studiamo; ma stravolgere un’opera scritta nel 412 a.C. per alludere a Salvini è squallido e persino criminoso, perché distoglie il lettore e lo spettatore dal vero significato dell’opera di Euripide, della quale il suddetto regista ed i suoi collaboratori non hanno capito nulla. Il vero messaggio culturale del grande tragediografo greco è stato ignorato per la massima parte e travisato per quel poco che di esso era rimasto. Per questo mi viene da dire che sarebbe meglio lasciar stare le opere classiche quando si è ignoranti del loro vero significato, piuttosto che usarle per propagandare concetti e ideologie che a quegli autori e quelle opere sono del tutto estranei. Per questo considero la rappresentazione dell’Elena al teatro di Siracusa un vero e totale fallimento, una boiata pazzesca come si suol dire con espressione comune benché poco elegante. E’ una vergogna che si permetta a persone tanto incompetenti di rovinare così opere d’arte che sono invece un immortale patrimonio di tutta l’umanità.

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Un ministro contro la legge e il buon senso

Sto pensando che in tutta la mia vita all’interno della scuola non ho mai sentito un Ministro dell’istruzione incoraggiare gli studenti a fare “sciopero” e perdere giornate di lezione, chiedendo addirittura che le assenze per queste manifestazioni vengano automaticamente giustificate.
Anche se la motivazione dell’iniziativa può sembrare importante, i problemi del clima e del riscaldamento globale della Terra non si risolvono certamente andando in piazza o a stravaccarsi sulle panchine dei giardini pubblici; è giusto parlarne a scuola, ci si può documentare mediante gli organi di informazione senza perdere giornate di lezione che non saranno recuperate. Il dovere dei giovani è quello di andare a scuola, imparare a ragionare e curare la propria formazione: solo così saranno cittadini responsabili in grado di esprimere con contezza le proprie opinioni sul clima e su altri problemi, senza bisogno di vagare per le strade a fare inutilmente confusione. Gli scioperi studenteschi, le occupazioni e le altre forme di insana protesta sono sempre state totalmente inutili, ed ora lo sono più che mai.
Ma quel che mi indigna più di ogni altra cosa è che un Ministro della Repubblica, che dovrebbe educare i giovani al senso civico ed alla legalità, li inciti invece a compiere atti illegali e dannosi per la loro istruzione e formazione. C’è stato a tal proposito un precedente, l’esaltazione delle “okkupazioni” da parte del sottosegretario Faraone, non a caso esponente della sinistra; ed ora un altro esponente di questo sciagurato governo dell’inciucio ripete questa idiozia. Però più di tanto non me ne meraviglio: da chi proviene dalla sinistra sessantottina e dai loro alleati a 5 stelle non c’è da aspettarsi nulla di positivo. Da un partito fondato da un buffone non ci si può attendere che buffonate.

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