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L’amore nei poeti latini

Saffo, la grande poetessa greca vissuta tra il VII ed il VI secolo a.C. ha il grande merito di aver scoperto i sentimenti individuali dell’uomo, ed in particolare la passione amorosa; e dell’amore ella ha dato la più bella definizione che io ricordi definendolo con un aggettivo composto: dolceamaro, uno splendido ossimoro che riassume in una sola parola sia l’incontenibile gioia che l’inconsolabile dolore che questo sentimento provocava allora e provoca ancor oggi in ciascuno di noi. Nella letteratura latina, invece, l’analisi di questo umanissimo sentimento arriva molto tardi, in quanto occorrerà attendere il I° secolo a.C. e la scuola dei poetae novi perché la poesia scenda dal piano epico e civile a quello umano e individuale. La cosa non fa meraviglia, non solo per il fatto che lo sviluppo dell’attività letteraria in ambito romano avviene diversi secoli dopo quella del mondo greco, ma anche perché la visione romana dell’uomo tendeva ad esaltare quasi unicamente gli aspetti pubblici della vita del cittadino a danno della dimensione privata, dei sentimenti individuali. Nel secolo precedente, però, la commedia di Terenzio aveva già percorso molti passi in questa direzione; poi nel I° secolo, con l’influsso sempre più massiccio della cultura greca, anche la produzione poetica cambiò la sua tematica e si avvicinò notevolmente alla concezione onnicomprensiva dell’uomo che ancor oggi abbiamo nella nostra società.
Il primo poeta latino che affronta il tema amoroso è, come tutti sanno, Catullo, uno dei pochi autori che di solito piace ai ragazzi dei licei perché appare loro, per molti aspetti, “moderno”, come si suol dire. Tutti ricordano la sua celebre storia d’amore con Lesbia, una donna di dieci anni più vecchia di lui e già sposata, quindi un po’ al di fuori dei canoni tradizionali; eppure per suo tramite il poeta, sulla scia di Saffo ma primo nel mondo romano, scopre l’amore come portatore di gioia e dolore al tempo stesso, come un potente vortice di sensazioni che scuote l’essere umano fino a stravolgere totalmente la sua indole e le sue azioni. In analogia con la grande poetessa greca, ma anche più di lei per l’intensità con cui il motivo viene espresso, Catullo scopre quell’eterno conflitto tra ragione e sentimento che dilania ancor oggi – molto spesso – la nostra mente. Egli si rende conto razionalmente, al momento in cui scopre il tradimento dell’amata, che costei non merita il suo affetto e quindi la logica vuole che questo infausto legame venga al più presto troncato; ma quando più odia Lesbia per il suo comportamento, tanto più l’ama con il sentimento irrazionale e perciò non può fare a meno di lei. Che l’odio e l’amore possano convivere nella stessa persona e nel medesimo tempo è una grande scoperta, che spesso le storie della letteratura non mettono bene in evidenza; con ciò anche nel mondo romano ci si rende ormai conto che l’uomo non è fatto di pura razionalità, come avrebbe voluto il sistema etico-sociale in vigore da secoli, ma esistono pulsioni e comportamenti che non rispondono alla ragione. Il dibattito sull’argomento è poi durato per secoli e secoli (si pensi al contrasto tra l’Illuminismo del ‘700 ed il Romanticismo dell’800), ma le nostre conclusioni sono sempre, dopo oltre 2000 anni, quelle di Catullo.
La fresca spontaneità di Catullo, poeta giovane ed appassionato, si stempera poi nei poeti successivi dell’elegia latina, come Tibullo e Properzio. Anch’essi vivono storie d’amore, si dicono presi sentimentalmente dalle donne amate al punto da considerarle loro padrone, diventandone cioè servi e rinunciando così non solo alla carriera politica e militare ma anche all’onore ed alla dignità personale. Già in questi poeti, però, si è insinuato il virtuosismo letterario proveniente dall’ambito greco alessandrino (dal III al I° secolo a.C.), tanto che non siamo in grado di distinguere bene quanto in loro è dettato dalla spontaneità del vero sentimento d’amore e quanto invece è invenzione, gioco letterario ed acquisizione di motivi stereotipi provenienti da originali greci. Il problema è irrisolvibile, come ho dovuto anch’io ammettere nella storia letteraria latina che ho scritto (“Scientia Litterarum”), perché Tibullo e Properzio oscillano tra esternazioni sentimentali in apparenza spontanee ed episodi palesemente inventati di origine letteraria, tanto che è molto difficile ricostruire la loro esperienza biografica basandosi sulla poesia. La natura duplice dell’amore tuttavia, che da estrema gioia può trasformarsi in estrema angoscia, dopo la scoperta di Catullo è ormai un dato di fatto in quella che può chiamarsi poesia “soggettiva” dei poeti elegiaci. Tra di loro però, proprio per questo progressivo affermarsi della letterarietà, fa eccezione il terzo elegiaco, Ovidio: in lui, dopo la parentesi degli Amores, la trattazione del tema amoroso diventa oggettiva, cioè del tutto letteraria, e tratta non più le vicende del poeta ma quelle degli dei e degli eroi del mito greco. Ciò non toglie però che anche Ovidio sappia descrivere da profondo conoscitore tutti gli elementi caratteristici della passione amorosa così come aveva fatto, pochi anni prima di lui, Virgilio, soprattutto nella splendida raffigurazione di Didone, la sventurata regina di Cartagine perdutamente innamorata di Enea.
Il tema di cui trattiamo, che ha avuto in Catullo il suo pioniere in ambito romano, decade invece nell’età imperiale, quando l’attenzione alla sfera individuale viene nuovamente a diminuire a motivo dell’assolutismo instaurato dal nuovo regime e della prevalenza di altri nuclei tematici come quello storico, quello retorico, quello epico e via dicendo. In prossimità del tramonto della civiltà romana antica, tuttavia, assistiamo ad una effimera ripresa della spontaneità catulliana in poeti oggi pressoché sconosciuti come Massimiano, che è da collocare addirittura nella prima metà del VI secolo dopo Cristo e quindi dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nei componimenti di questo tardo epigono possiamo ritrovare un’ultima scintilla di quel che fu il gran fuoco dell’amore elegiaco, con la ripresa di temi e motivi da tempo abbandonati come le lacrime, i lamenti, i timidi sguardi d’intesa. Con lui si chiude la parabola della poesia amorosa latina antica e si apre quella del mondo medievale, che nei secoli futuri si esprimerà con le nuove scuole poetiche, con lo Stilnovo e con lo stesso Dante.

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Perché l’odio sui social

Si fa tanto parlare in questo periodo del problema dell’odio sui social network ed in particolare su Facebook, dove in effetti sono spesso presenti sarcasmi, insulti ed anche minacce di morte contro presunti avversari politici o di altro genere. Il fenomeno è diffuso e preoccupa chi sta al potere, tanto che si vogliono persino istituire commissioni per contrastarlo, sebbene, a rigor di logica, non ce ne sarebbe bisogno, dato che già esiste il Codice Penale che punisce l’insulto, la diffamazione, la minaccia ecc. Basterebbe identificare le fonti dell’odio (cosa che con i mezzi informatici moderni è possibile, nessuno è totalmente garantito dall’anonimato) ed operare le relative denunce, processi e condanne. Invece si preferisce istituire commissioni parlamentari con il rischio concreto che queste, con la scusa di combattere l’odio, esercitino in realtà una vera e propria censura contro chi dissente dal pensiero unico comune e dal “politicamente corretto” oggi in voga. Ma di questo non voglio parlare, perché ho già chiarito la mia posizione in altri post.
Due sono invece le osservazioni che intendo fare a proposito di questo fenomeno. La prima è che l’odio contro il “nemico”, che certe ideologie tengono in vita anche quando non esiste più proprio per scatenare il proprio livore contro chi la pensa in modo diverso, è sempre esistito ed anche in forma più virulenta di quello di oggi; la differenza è che adesso c’è internet, e quindi ciò che prima si diceva al bar, in casa o su una panchina dei giardini pubblici adesso si diffonde a macchia d’olio e moltissime persone ne vengono a conoscenza. Ma ciò non significa che oggi ci sia più odio politico di quanto non ce ne fosse prima: basti pensare agli anni ’70 dello scorso secolo, che io grazie alla mia età ho vissuto, dove si assisteva continuamente a scontri di piazza ed ad una violenza fisica che arrivava persino all’omicidio, molto peggio quindi di adesso quando ci si limita all’insulto telematico. Con ciò non voglio assolutamente giustificare l’inciviltà e la rozzezza di coloro che si servono dei social per insultare e minacciare, scambiando le convinzioni politiche personali con il tifo da stadio; è un fenomeno riprovevole, questo è certo, ma non paragonabile alla violenza degli “anni di piombo” ed al terrorismo che purtroppo abbiamo vissuto nel nostro Paese. La differenza è che oggi tutto si diffonde ampiamente e rapidamente, ma non credo che l’intensità del fenomeno sia maggiore di quella precedente. E’ un po’ come il bullismo nelle scuole: oggi sembra più grave perché la diffusione di internet e dei social costituisce una gogna mediatica per certi ragazzi perseguitati che, in alcuni casi estremi, ha provocato persino dei suicidi; ma la derisione del diverso, la minaccia e persino la scazzottata fuori dai cancelli della scuola sono cose sempre esistite, direi anzi che ai tempi miei erano più marcate e grossolane di quelle attuali.
La seconda considerazione che vorrei fare riguarda la causa, l’origine di tutto questo odio sui social. Lo scarso controllo che c’è di internet da parte degli organi giudiziari, l’incuria dei gestori dei social che lasciano passare di tutto (non sempre, ma qui il discorso darebbe lungo e quindi lascio perdere) e la falsa credenza di poter restare anonimi hanno provocato in molte persone una vera e propria liberazione da quei deterrenti sociali, come l’urbanità e la buona educazione, che tutti siamo costretti a mantenere nel dialogo “faccia a faccia” con i nostri simili. Se abbiamo di fronte materialmente un’altra persona, pur in forte disaccordo con noi, tendiamo a sostenere magari animosamente le nostre convinzioni, ma non arriviamo quasi mai all’insulto volgare o alla minaccia, a meno che gli interlocutori non siano dei veri e propri “burini”, come dicono a Roma; dietro lo schermo di un computer invece, proprio perché l’avversario non è fisicamente presente, molte persone lasciano cadere tutti i freni inibitori e si sentono autorizzati a scatenare tutti i propri più bassi istinti. Torna a proposito, in questa questione, quel che sosteneva Pirandello, che cioè ciascuno di noi non è se stesso quando vive in società, ma porta una maschera fatta di perbenismo, di ipocrisia, di succube accettazione delle cosiddette “buone norme” del vivere sociale. Ma ecco che oggi, con l’avvento di internet e dei social, è diventato possibile esprimersi come parlando da soli ad una folla di ascoltatori, cioè avere un pubblico che legge quel che scriviamo, cosa che un tempo era riservata agli scrittori o ai grandi oratori che parlavano in pubblico; diventa quindi possibile gettare la maschera e tirar fuori quell’acredine, quella dose di rabbia e di violenza che alberga in ciascuno di noi. Di qui l’entità di un fenomeno che va sempre crescendo, come io stesso constato in base agli insulti che ricevo quasi ogni giorno a motivo delle mie idee non allineate con il pensiero unico comune; ma a tutto si fa l’abitudine, anche alla maleducazione altrui, e quindi io mi limito a rispondere in molti casi, giacché non ho la virtù cristiana di chi porge l’altra guancia, oppure a cestinare certi commenti al blog che non meritano di essere conosciuti.
Io non credo che il fenomeno possa essere eliminato o ridotto, a meno che non si voglia chiudere definitivamente tutte le porte e impedire alle persone di far sentire la propria voce sui social, i forum e gli altri luoghi virtuali dove a ciascuno è permesso di esprimersi. Contrastare l’odio con le commissioni parlamentari è inutile, perché non si possono conculcare per legge i sentimenti umani. Si può far rispettare le leggi con lo strumento giudiziario, ma l’operazione è estremamente difficile perché si dovrebbero incriminare centinaia di migliaia, se non milioni di persone. Resta il buon senso e la cultura, gli unici strumenti che possono veramente circoscrivere questo stato di cose; ma è difficile fare appello a questi valori in una società dove la scuola è continuamente svalutata da riforme assurde e dove i cattivi esempi vengono dall’alto. Quando un miserevole buffone fonda un partito sulla base del “vaffa…” è difficile poter sperare in qualcosa che assomigli anche lontanamente all’umanità ed alla cultura.

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Antisemitismo e pensiero unico

Ho letto di recente un intervento del giovane (e ingombrante!) filosofo Diego Fusaro, il quale si è espresso sulla costituzione della cosiddetta “commissione Segre”, che dovrebbe combattere l’odio sui social ed in particolare l’antisemitismo di ultima generazione. La tesi di Fusaro è quella secondo cui questa commissione, ideata in seguito agli insulti antisemiti rivolti alla senatrice a vita Liliana Segre, sarebbe in realtà una copertura, una forma di censura applicata per chiudere la bocca a chi dissente dal pensiero unico oggi dominante che protegge anche verbalmente alcune “categorie” di persone prese di mira dall’odio mediatico, come gli immigrati, i gay e gli ebrei, appunto. Così il potere neocapitalistico e globalizzante, che si crede messo in pericolo dai conservatori, dai sovranisti e da chiunque esprime una forma di dissenso, proteggerebbe se stesso mediante l’uso della forza contro gli avversari, minacciati con lo strumento censorio ed anche giudiziario, visto lo spauracchio delle denunce e delle sanzioni di tipo penale.
Ovviamente qualunque persona civile e dotata di un minimo di cultura non può che condannare gli insulti rivolti alla senatrice Segre, reduce da Auschwitz e persona al di sopra di ogni sospetto, alla quale va tutta la mia solidarietà: sono azioni stupide e riprovevoli così come lo sono i cori razzisti negli stadi o le scritte antisemite che qualche esaltato dissemina qua e là; ma l’azione di pochi individui ignobili non può ripercuotersi su tutti coloro che dissentono dal potere costituito, perché altrimenti siamo di fronte ad una censura del libero pensiero ed al ritorno di una vera e propria dittatura. Un tempo si usava l’olio di ricino, il manganello e la deportazione nei campi di lavoro in Siberia per reprimere il dissenso; oggi invece, nell’epoca dei mass-media, ci si maschera dietro il pretesto di voler colpire il razzismo e l’antisemitismo per mettere a tacere, in realtà, tutti coloro che non accettano il pensiero unico “politicamente corretto” che i partiti di sinistra (compresi i 5 stelle ormai schierati da quella parte politica) ci impongono ogni giorno. Una censura violenta mascherata da protezione della libertà, un’inaccettabile coercizione che pretende di colpire il pensiero, il sentimento delle persone e soprattutto il loro diritto di esprimersi liberamente, un diritto garantito dall’art.21 di quella Costituzione che proprio la sinistra, quando le fa comodo, non manca di osannare e di esaltare come il Vangelo. L’attacco alla libertà di espressione, del resto, non è nato con la commissione Segre: già da tempo si minaccia persino la denuncia penale (v. disegno di legge Scalfarotto) contro chi non condivide le unioni gay e non approva l’adozione da parte di quelle persone di bambini che, secondo la più elementare legge naturale, hanno bisogno di crescere con un padre ed una madre; si insulta con l’infamante marchio del razzismo chiunque si oppone all’invasione degli immigrati, che non la pensa così per crudeltà ma perché sa che è difficile garantire un futuro a persone che vengono da fuori in un paese in cui non c’è lavoro nemmeno per gli italiani; si minaccia la radiazione dall’albo per i medici obiettori di coscienza che si rifiutano di praticare l’aborto. E l’elenco potrebbe continuare.
Anch’io, nel mio piccolo, ho fatto esperienza di questo tipo di censura del pensiero proprio su Facebook, il social network forse più importante dei nostri tempi, che, proprio perché frequentato da milioni di persone, è sotto il controllo del potere costituito: sono stato cacciato per tre volte, per 30 giorni ciascuna, soltanto per aver espresso pensieri contrastanti con il “politically correct” che ci domina e ci toglie la libertà di espressione. La prima volta, addirittura, fui bloccato perché avevo usato la parola “negro”, termine impiegato da secoli e presente nei vocabolari, nelle opere letterarie e persino nelle canzoni senza che nessuno ci avesse mai trovato nulla da ridire. Ma oggi non si può, bisogna dire “di colore”, come se questo schiarisse la pelle di quelle persone: è come dire “non vedente” invece di “cieco”, quasi che così facendo quella persona recuperasse la vista.
La denuncia di Diego Fusaro trova quindi tutta la mia approvazione: con il pretesto dell’antisemitismo in realtà il potere clerico-comunista vuole impedire a chi dissente di esprimere liberamente il proprio pensiero. Questa è censura, questa è dittatura ancor più ipocrita e viscida delle dittature espresse dai regimi totalitari del secolo XX: quelli, almeno, avevano il coraggio di uscire allo scoperto, di seminare il terrore senza nascondere i propri fini; quella di oggi invece è una dittatura nascosta, strisciante, che colpisce le persone nel loro sacrosanto diritto di espressione mascherandosi da libertà. E non a caso il fenomeno, presente in Italia da anni, si è accentuato con questo sciagurato governo, nato da un inciucio vergognoso, che si è rivelato più a sinistra di quelli di Prodi e di D’Alema, quando il ministro della giustizia Diliberto andò all’aeroporto ad accogliere con tutti gli onori una terrorista rossa. Anche questa è una forma di terrorismo: lanciare cioè contro i dissidenti marchi d’infamia come quello del fascismo, del razzismo, dell’antisemitismo, tutti ottimi pretesti per sparare nel mucchio, per far tacere chi non condivide le scelte politiche ed economiche di questo neoliberismo radical-chic, di questa insana alleanza tra marxismo e clericalismo, tra ex democristiani e postcomunisti. Cambiano i metodi, ma il fine è sempre lo stesso. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

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E’ uscito il mio nuovo libro!


Ieri 23 ottobre 2019 è uscita a Milano, presso la casa editrice “La vita felice”, la mia edizione dell’Hecyra (cioè “La suocera”) di Terenzio, poeta comico romano vissuto tra il 195 e il 159 avanti Cristo. L’opera consiste in un’introduzione all’Autore, con particolare riguardo al problema della sua originalità e dei suoi ideali, cui segue la traduzione (con il testo latino a fronte) ed infine una serie di note esplicative. Vi sono anche brevi accenni alla tradizione manoscritta, cioè i codici medievali ed umanistici che ci hanno tramandato la commedia, ed uno schema dei vari metri che il poeta ha impiegato nel suo lavoro. Si tratta del mio undicesimo libro, il primo composto dopo il pensionamento.
Al di là della soddisfazione personale che accompagna ogni pubblicazione, stavolta ho anche ricevuto una gratificazione in più: le congratulazioni ed i riconoscimenti pervenutimi da parte degli amici di Facebook, sia quelli del mio profilo che quelli del gruppo da me fondato, che si intitola “Docenti di materie classiche”. Inutile negare che tutto ciò fa piacere, è forse il miglior riconoscimento per chi, da modesto studioso ed ex professore di liceo, intende ancora – nonostante l’età – realizzare un principio mirabilmente espresso da Cicerone, secondo cui la cultura è utile e ammirevole soltanto quando chi ce l’ha la mette a disposizione degli altri. Ed io, che non ho mai smesso di studiare, approfondire e pubblicare anche durante gli anni in cui ero in servizio a scuola, tanto più intendo farlo adesso; e non soltanto perché quando si è in pensione occorre in qualche modo riempire le giornate, ma anche perché questo è un modo per sentirsi ancora vivo e utile alla comunità. Perciò intendo continuare il lavoro di ricerca finché le forze me lo consentiranno, non dedicandomi però a studi astrusi di tipo scientifico, ma a pubblicazioni di tipo divulgativo, con un linguaggio comprensibile a tutti e tale da avvicinare ai classici anche persone che finora ne sono tenute lontane.
Parliamo però brevemente di questa Suocera, la donna che dà il titolo alla commedia di Terenzio. Con lei l’Autore, vissuto a Roma in un periodo in cui la nuova cultura greca si stava affermando e si andava sovrapponendo agli antichi valori romani del cosiddetto mos maiorum, ha voluto sostanzialmente rivalutare la dignità femminile attraverso il ribaltamento di un luogo comune che esiste ancor oggi, quello cioè secondo cui tutte le suocere sarebbero invadenti e autoritarie, specie con le loro nuore. Quella di Terenzio è invece una bravissima donna che altro non pensa che al bene della famiglia; e quando, in assenza del figlio, la nuora fugge dalla casa di Sostrata (così si chiama infatti la protagonista) per tornare da sua madre e tutti la accusano di esserne la causa, lei rinuncia a difendersi ed arriva anche a manifestare l’intento di ritirarsi in campagna con il marito per lasciare la sua casa a disposizione degli sposi e non essere loro d’intralcio (cosa, a quei tempi, pressoché inconcepibile). In realtà lei è del tutto innocente, perché la fuga della ragazza è dovuta ad un’altra ragione, l’essere cioè incinta di un bambino concepito in seguito ad una violenza avvenuta prima del matrimonio. Poi alla fine tutto si sistemerà, perché si scoprirà che colui che compì quella violenza non è altri che il legittimo marito della ragazza; ma questo lieto fine, inevitabile perché rientra nelle convenzioni del genere letterario della commedia, interessa poco a Terenzio, giacché ciò ch’egli intende studiare è l’animo umano, così come si manifesta nei rapporti familiari e sociali. La diffusione di un preciso messaggio culturale interessa al poeta assai più della comicità e del divertimento del pubblico: infatti questa, a quanto ne sappiamo, è l’unica commedia romana che fece fiasco per ben due volte, quando il pubblico abbandonò il teatro per seguire altri spettacoli, e soltanto alla terza rappresentazione poté essere portata a termine. Per gli spettatori del tempo, abituati alla spumeggiante comicità di Plauto, questa commedia era troppo intellettuale e poco esilarante; ma Terenzio non si dette per vinto, finché non ebbe raggiunto il successo.
La commedia latina, com’è noto, ricalca quella greca per lo schema compositivo, i caratteri dei personaggi ecc.; ma Terenzio si premura soprattutto di adattare alla società romana i contenuti degli originali. Così, in questo caso, egli si preoccupa di un problema sociale finora quasi assente dal panorama ideologico romano, quello cioè della condizione della donna. Nella nostra commedia questo intento è evidente non solo nella figura di Sostrata ma anche in quello di Criside, una “cortigiana” (cioè una prostituta di lusso) che Panfilo, il protagonista maschile, frequentava prima di sposarsi. Nell’immaginario popolare le donne di questa categoria avevano una considerazione del tutto negativa, perché si attribuivano loro tratti stereotipi come la sfrontatezza, l’avidità di denaro, la povertà intellettuale; invece Terenzio ci presenta una cortigiana di segno del tutto opposto, perché è proprio lei, che pure avrebbe avuto interesse a che il matrimonio di Panfilo andasse a rotoli, che fa di tutto per riavvicinare gli sposi e ci riesce mediante un segno di riconoscimento. Sotto questo profilo l’opera terenziana è profondamente innovativa, non certo dal punto di vista politico (egli non pensò mai ad un mutamento dell’ordine costituito), bensì da quello socio-culturale, nel tentativo di ribaltare certe credenze e luoghi comuni non più in linea con la nuova etica ch’egli contribuì a creare con la cosiddetta’”humanitas”, la concezione cioè dell’uomo non solo come cittadino dedito alla comunità ma anche come individuo, depositario di sentimenti e di passioni che dovevano essere volte al bene. Perciò teorizzò e descrisse rapporti familiari e sociali (ad es. tra padre e figlio, tra padrone e servo ecc.) che non fossero più verticali, dove l’uno è sottoposto all’altro, ma orizzontali, dove le persone sono su un piano di sostanziale parità e di reciproca solidarietà. Per questi motivi io amo particolarmente questo poeta, ho tradotto tutte le sue sei commedie e ne ho già pubblicate tre. Spero che in futuro anche le altre tre possano aggiungersi all’elenco, se non altro perché, come dicevo prima, quando si è in pensione occorre in qualche modo riempire le giornate.

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Il “duello” in diretta Renzi-Salvini

Come tanti altri italiani, anche io ho assistito attentamente ieri sera al preannunciato confronto televisivo tra i due Matteo della politica italiana; e dovevamo essere proprio in tanti, se è vero che il programma ha richiamato oltre il 25% dei telespettatori, al punto che qualcuno ha detto che il vero vincitore dello scontro è stato Bruno Vespa. Ovviamente chiunque guarda un programma del genere parte prevenuto perché influenzato dalle proprie idee, ed è perciò difficile esprimere un giudizio oggettivo e dire chi dei due sia uscito vincitore. Io mi sono fatto una mia idea, che qui cercherò di illustrare, per quanto possa valere l’opinione di una singola persona.
E’ apparso subito chiaro, fin dalle prime battute, che Renzi era superiore dal punto di vista dialettico e argomentativo, perché si vedeva che si era accuratamente preparato per l’incontro, con un’acribia da filologo tale da permettergli di individuare tutte le debolezze dell’avversario; Salvini invece, più “ruspante” e meno preparato dell’avversario, si era presentato al confronto come se fosse andato al bar a parlare di politica con gli amici, tra una birra e l’altra. Da questo punto di vista è senza dubbio Renzi, più preciso e pressante nell’argomentare, il vincitore del duello, ed io che m’intendo un po’ di retorica e di espressione scritta e orale non posso fare a meno di esprimere questo giudizio. Quindi quelli che oggi hanno scritto con sicumera su facebook “Salvini asfalta Renzi” hanno detto una menzogna, certo dettata dalla loro personale simpatia per il leader della Lega; se vogliamo essere onesti e valutare in modo oggettivo la realtà, dobbiamo ammettere che è vero il contrario. A mio giudizio Salvini non è un grande comunicatore, nonostante che comunemente si creda il contrario, anche perché non è capace di rispondere all’avversario cogliendone i punti deboli e sfruttando a pieno i suoi meriti e le sue ragioni.
Pur tuttavia debbo aggiungere che Renzi, se pure ha vinto il confronto sul piano dialettico, l’ha perduto su quello della cordialità e della simpatia. Il suo atteggiamento verso l’avversario è stato sempre connotato da un’acredine petulante e rancorosa, spesso sconfinante nell’odio, e questo non produce certo simpatia da parte di chi ascolta. In pratica, le sue accuse pressanti hanno riportato alla mente il comportamento solito della nostra sinistra, per la quale non esiste l’avversario ma il nemico da abbattere, da sconfiggere e annientare: in queste condizioni il confronto non può essere pacato e paritario. Lo stesso Renzi ha tirato fuori le accuse più violente e disparate, alle quali Salvini non è stato in grado di rispondere adeguatamente. A parte i soliti riferimenti al “Papeete” e alle spiagge, squallidi e fuori luogo perché anche un ministro ha diritto come tutti di andare in spiaggia e portarvi i propri figli, il campione toscano ha rinfacciato all’avversario di aver cambiato idea su tutta la linea: gli ha ricordato di quando era “comunista padano” (ma che significa?), di quando odiava i napoletani nel 2006, dei suoi trascorsi con Berlusconi e altre presunte incoerenze di cui si sarebbe macchiato. Queste sono vere e proprie coltellate alle spalle, allo scopo di ridicolizzare il “nemico” e farlo passare da buffone; ed è proprio per questo che dico che Salvini non sa argomentare, perché un altro al posto suo avrebbe risposto per le rime, rinfacciando a sua volta all’avversario i suoi trascorsi. Avrebbe potuto cominciare dai problemi giudiziari dei genitori di Renzi (sarebbe stato un colpo basso, è vero, ma giustificato in questo caso dalla studiata malignità di Renzi), ricordare gli scandali del Monte dei Paschi e della Banca Etruria in cui era implicato tutto il PD ed anche la Boschi, renziana di primo pelo; e quanto alla coerenza politica, Salvini avrebbe potuto rinfacciare all’avversario le sue sonore sconfitte elettorali e soprattutto il suo clamoroso voltafaccia con i 5 stelle. Come può parlare di dignità umana e accusare l’avversario chi, dopo dieci anni di insulti e di denunce reciproche, è andato a braccetto con i grillini e ha favorito il vergognoso inciucio che ha dato vita a questo governo, truffaldino e non rispondente alla volontà del popolo italiano? Invece Salvini, con quell’aria di “uno di noi” che ha assunto da tempo, si è limitato a ribattere sugli stessi tasti come l’immigrazione, senza accorgersi che l’avversario lo stava travolgendo con una serie incalzante di argomentazioni e soprattutto di colpi bassi a cui lui non è stato in grado di reagire.
Io personalmente spero che questo governicchio duri il meno possibile e che sia data di nuovo la parola agli italiani, ai quali appartiene la sovranità. E’ vero che la Costituzione dice che si vota ogni cinque anni, ma di fronte ad una situazione confusa e agli inciuci vergognosi che vengono fatti, sarebbe stato meglio consultare di nuovo gli elettori. Le previsioni dicono che vinceranno Salvini ed il centro-destra, e c’è da crederlo soprattutto se teniamo conto della politica di accoglienza e di falsa umanità che questo governo vuol tenere con gli immigrati, ai quali Conte vuole trovare lavoro in Italia. Lo trovi piuttosto per i giovani italiani, costretti ad andare ad arricchire i paesi esteri perché qui non trovano mai adeguate sistemazioni! Pensi ai pensionati italiani che vivono con 500 euro al mese! Pensi alle periferie delle nostre città ridotte a immondezzai dagli immigrati! Se continua con questa politica Conte andrà presto a casa e sarà un bene per tutti. Salvini lo sa e aspetta il momento della rivincita; ma per adesso non si cura di ribattere adeguatamente gli argomenti degli avversari, si limita a reagire con il sorriso e resta sconfitto, almeno sul piano retorico e argomentativo. Ma Renzi, che pure ha vinto il duello televisivo, non ha fatto una bella figura: il suo rancore verso quello che ritiene il nemico, i suoi colpi bassi da sciacallo, il suo atteggiamento supponente da “professore” non ce l’hanno certo reso simpatico. Io stesso, che pure non vidi di malocchio Renzi quando era al governo, lo giudico ora un poveraccio, abile a parlare ma fallito sul piano politico ed umano.

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Il greco ed il latino, oggi

Da molto tempo mi sono reso conto di come il modo di approcciarsi alle civiltà classiche da parte della nostra società moderna sia in gran parte errato, viziato dall’ignoranza e spesso anche della cattiva volontà. Al di là di una generica ammirazione per il mondo greco e romano spesso non si va, neanche da parte di chi ha studiato le discipline classiche per molto tempo. Come primo esempio mi voglio riferire ai numerosi gruppi di Facebook che si occupano della materia, costituiti in genere da docenti o da ex studenti di liceo classico o comunque di materie umanistiche. In essi raramente capita di veder discutere di questioni concrete, e spesso anzi ci si ferma ad un puro compiacimento estetico: si postano passi o brani di autori classici e poi i vari membri del gruppo non fanno altro che osannarli e incensarli tributando loro un omaggio che pare dettato più da una generale e inveterata tendenza a idealizzare il mondo antico più che ad una vera ed autentica comprensione di quei testi. Altre volte vengono postate fotografie della copertina di libri moderni che riguardano l’antichità classica (storie della letteratura, edizioni dei classici ecc.) e anche qui segue una pioggia di commenti ammirati e nostalgici, soprattutto da parte di chi rivede in quelle copertine i libri ch’egli stesso aveva studiato al ginnasio o al liceo, magari molti decenni prima. Ma questa è un’ammirazione di facciata, non è così che si valorizza e si rende utile la propria esperienza di studio.
Un’altra interpretazione distorta e assurda del mondo classico è quella tipica di certi intellettuali e certi registi, che attribuiscono ad autori vissuti duemila o più anni fa categorie proprie del pensiero moderno, ch’essi non potevano neanche lontanamente immaginare. Mi riferisco prima di tutto agli storici marxisti, la cui concezione dell’Antichità ha spesso rasentato il ridicolo, come quando hanno voluto vedere in Lucrezio, ad esempio, i germi non tanto del materialismo (che ci potrebbe anche stare) quanto della difesa del proletariato e della “lotta di classe”, facendo affermazioni frutto di faziosità e di pura fantasia. Non meglio è andata con le rappresentazioni moderne di opere teatrali antiche come le tragedie greche del V° secolo a.C.: qui se ne sono viste di tutti i colori, da Oreste ed Elettra che recitavano in blue jeans, a Zeus che diventava il presidente degli Stati Uniti d’America, fino a quell’autentica buffonata che è stata la rappresentazione dell’Elena di Euripide al teatro di Siracusa, di cui ho parlato nel post che precede questo. In ogni caso è evidente la stortura di chi si è impadronito illegalmente degli scrittori classici per far dire loro quello che lui – cioè lo storico o il regista moderni – avrebbe voluto che dicessero. Si tratta di un’operazione illegittima e fuorviante, un vero e proprio tradimento che dovrebbe essere punito penalmente, perché distorce in malafede l’autentico messaggio che quegli autori volevano trasmettere.
Ma anche nel campo dell’università e della scuola l’approccio al mondo classico è spesso inadeguato e distorto. Ormai da molti anni i professori universitari non pensano affatto a quello che sarà il destino più probabile per i loro studenti di lettere classiche, cioè l’insegnamento nei licei; e così, anziché dedicarsi agli autori maggiori, quelli di cui effettivamente i loro allievi dovranno occuparsi in futuro, tengono corsi su poeti e scrittori semisconosciuti solo perché sono, in quel momento, oggetto dei loro studi. Avviene così che ci si occupi pochissimo di Omero, Euripide, Tucidide, Cicerone, Virgilio e Seneca, e si faccia invece un gran parlare di Erodiano, Aristeneto, Nonno di Panopoli, i poetae novelli, Macrobio ecc., nomi che chi non è specialista non ha mai neanche sentito pronunciare e che al liceo non si accennano neppure. Così il povero studente di lettere antiche, magari laureato a pieni voti, è costretto poi a rifarsi da solo tutta quella preparazione che occorre per insegnare, che l’Università non gli ha mai fornito se non in minima parte. Il filologismo, l’attenzione cioè alle minuzie testuali e linguistiche, avvelena però anche la scuola, dove ci sono docenti che danno più importanza alle regoline grammaticali che all’effettivo valore letterario ed umano delle grandi opere prodotte nel mondo classico. Da questo punto di vista io stesso ho condotto una lunga battaglia attraverso questo blog contro il conservatorismo di chi pretendeva di valutare gli studenti solo dalla loro capacità di tradurre i testi classici, una capacità che oggi – per varie ragioni – si è molto ridotta. Inutile insistere, anche all’esame di Stato, sulla traduzione di brani difficili come quelli assegnati dal Ministero fino a pochi anni fa; è noto infatti che la tecnologia, utile per tanti aspetti, è stata una rovina per questo specifico aspetto della vita scolastica, poiché adesso gli studenti non traducono quasi più autonomamente i brani assegnati dal docente, ma li scaricano da internet già tradotti, ed è quindi assurdo voler continuare con questa pedanteria delle regoline di grammatica quando di fatto non servono più. E’ molto meglio, a mio parere, un approccio più globale alle civiltà classiche, non limitandosi all’aspetto linguistico ma contemplando tutti i settori che sono stati fondamentali per lo sviluppo della civiltà moderna, da quello letterario a quello filosofico, da quello storico a quello artistico.
Io credo che il latino ed il greco abbiano ancora piena legittimità e che sia giusto studiare quel mondo perché da lì è sorta la nostra civiltà. Abbandonarne la cura sarebbe come pretendere di far crescere un albero rigoglioso, pieno di foglie e di frutti, togliendogli le radici. Le nostre origini stanno nel mondo antico, noi siamo gli eredi diretti dei Greci e dei Romani, e conoscere quel mondo significa comprendere veramente la storia della cultura moderna, in tutti i suoi campi d’azione: non si può capire cos’è la democrazia, tanto per fare solo un esempio di un termine di cui tutti si riempiono la bocca, senza sapere com’essa sia nata ad Atene nel V° secolo avanti Cristo. Ma per avvicinarsi correttamente a quel mondo occorre liberarsi da tutti gli errori che nella sua interpretazione sono stati fatti. Bisogna evitare di considerare la civiltà greca e romana troppo lontana da noi, perché è legata in modo indissolubile alla nostra essenza e alla nostra cultura di uomini del XXI secolo; ma occorre evitare anche l’errore opposto, quello cioè di interpretarla e di rappresentarla secondo categorie moderne e da essa del tutto aliene. Il mondo antico non deve essere, in altri termini, idealizzato come un paradigma di assoluta perfezione, perché anche allora c’erano errori e contraddizioni; deve invece essere considerato per quello che è, l’inizio cioè di un cammino di progresso spirituale che, proseguendo per tanti secoli, è giunto fino a noi e ci ha consegnato un grande patrimonio di civiltà.

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Elena umiliata e offesa

Sabato scorso ho avuto l’infelice idea di seguire su RAI 5 (canale 23) la ripresa televisiva dell’Elena di Euripide, registrata la scorsa estate al teatro greco di Siracusa nell’ambito delle rappresentazioni delle tragedie greche classiche che ogni anno si svolgono in quella splendida cornice artistica e naturale, che io conosco per avervi accompagnato qualche anno fa una mia classe. L’opera fu portata in scena per la prima volta nel 412 a.C. e narra la vicenda di Elena, la bellissima donna moglie di Menelao che fu rapita da Paride e fu, nel pensiero antico comune, la causa della leggendaria guerra di Troia. Al di là della versione comunemente nota del mito, che serve al progressista Euripide solo come paravento per trattare in realtà problemi quotidiani e contemporanei, la tragedia riprendeva una variante introdotta da Stesicoro, poeta lirico del VI secolo a.C., secondo la quale Elena non era mai veramente andata a Troia, ma al suo posto gli dèi avevano creato un fantasma che le rassomigliava in tutto, mentre la vera Elena era stata trasportata in Egitto dove viveva nel ricordo e nel desiderio del suo legittimo marito Menelao, e resisteva alle avances del re locale Teoclimeno che voleva obbligarla a sposarlo. Questa variante aveva un duplice scopo, che si traduceva poi nei due aspetti del messaggio culturale che Euripide intendeva proporre al suo pubblico: da un lato la lotta contro i luoghi comuni misogini diffusi in Grecia, in quanto si dimostrava che Elena non aveva affatto le colpe che il sentimento popolare le attribuiva, anzi era il modello di una donna fedele e saggia; dall’altro la tragedia era un aperto manifesto pacifista, perché ne risultava che la più grande guerra dell’immaginario greco, quella di Troia, si era in realtà combattuta per un fantasma, per qualcosa di inconsistente e di fatuo. L’ideologia antimilitarista di Euripide, portata avanti in tutte le tragedie del gruppo centrale della sua produzione, si manifestava appieno anche in questa tragedia, oltretutto diversa dalle altre perché dotata di un finale positivo, la fuga cioè che Elena e Menelao riescono a mettere in atto ai danni dell’ingenuo Teoclimeno.
Purtroppo nulla è rimasto di questo grande messaggio culturale nella scipita rappresentazione siracusana, che il regista David Livermore (che a quanto pare è famoso ma che io non ho l’onore di conoscere) ha stravolto e banalizzato totalmente. Con una trovata tipica delle bizzarre regie moderne, l’opera era recitata all’interno di una specie di piscina con l’acqua bassa, di modo che tutti gli attori stavano con i piedi a mollo e si inzuppavano il fondo dei vestiti; non solo, ma in mezzo a questo stagno è stata collocata la tomba del re Proteo, raffigurata come una zattera che vaga tra le onde. Qualcuno mi saprebbe dire il significato di questa genialata? Io sarò ottuso e ignorante, ma non ce l’ho saputo trovare. Il coro, che nell’originale era costituito da giovani donne greche vendute come schiave in Egitto, qui invece era una buffa mescolanza di uomini e donne conciati in modo bizzarro, del tutto diverso da come erano realmente vestiti gli antichi Greci; il racconto conclusivo della fuga di Elena e Menelao inoltre, che in Euripide secondo la prassi è affidato alla figura di un messaggero, nella versione siracusana è recitato da una delle donne del coro che oltretutto, in maniera inverosimile, parla al maschile. Alcuni personaggi dell’opera originale (ad es. Teucro) sono spariti del tutto, mentre alcuni di quelli presenti sono totalmente stravolti: il re Teoclimeno e sua sorella, la sacerdotessa Teonoe, vengono raffigurati con parrucche e calzettoni tipici dei damerini del ‘700, con una voce in falsetto che ricorda quella dei castrati dell’opera settecentesca, il tutto con sottofondo di musica barocca, che nulla c’entra con la tragedia euripidea. A questo totale stravolgimento dell’originale si aggiungono poi alcune attualizzazioni veramente penose: Menelao che fuma una sigaretta (ci mancava che rispondesse al cellulare!) e il dialogo tra lo stesso Menelao e la vecchia serva, che in effetti si trova nel secondo episodio dell’originale; nella versione del signor Livermore però, tanto per blandire il “politically correct” attuale e l’ideologia sinistroide tanto gradita a questi registi radical-chic, quando Menelao afferma di essere un naufrago e di avere diritto all’accoglienza, la vecchia ribatte: “Non si può. I porti sono chiusi”. L’allusione alla politica di contenimento degli sbarchi dei migranti voluta dal ministro Salvini non poteva essere più banale e più squallida, un patetico tentativo di attirarsi il favore del pubblico mediante la solita vuota polemica ideologica. Mi sembra di esser tornati agli anni ’70, quando i registi ideologizzati incarnavano nella figura di Zeus, dal comportamento tirannico nel Prometeo di Eschilo, il presidente degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.
Come ho detto anche altrove, io sono stato sempre contrario alle attualizzazioni delle opere classiche, che furono composte per la fruizione della mentalità e del pubblico dei loro tempi, non di oggi quando la società è totalmente cambiata da quella di allora. E’ vero che certi valori umani sono immutabili ed i classici possono essere ancora maestri di vita, anzi è questo uno dei motivi principali per cui li leggiamo e li studiamo; ma stravolgere un’opera scritta nel 412 a.C. per alludere a Salvini è squallido e persino criminoso, perché distoglie il lettore e lo spettatore dal vero significato dell’opera di Euripide, della quale il suddetto regista ed i suoi collaboratori non hanno capito nulla. Il vero messaggio culturale del grande tragediografo greco è stato ignorato per la massima parte e travisato per quel poco che di esso era rimasto. Per questo mi viene da dire che sarebbe meglio lasciar stare le opere classiche quando si è ignoranti del loro vero significato, piuttosto che usarle per propagandare concetti e ideologie che a quegli autori e quelle opere sono del tutto estranei. Per questo considero la rappresentazione dell’Elena al teatro di Siracusa un vero e totale fallimento, una boiata pazzesca come si suol dire con espressione comune benché poco elegante. E’ una vergogna che si permetta a persone tanto incompetenti di rovinare così opere d’arte che sono invece un immortale patrimonio di tutta l’umanità.

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Un ministro contro la legge e il buon senso

Sto pensando che in tutta la mia vita all’interno della scuola non ho mai sentito un Ministro dell’istruzione incoraggiare gli studenti a fare “sciopero” e perdere giornate di lezione, chiedendo addirittura che le assenze per queste manifestazioni vengano automaticamente giustificate.
Anche se la motivazione dell’iniziativa può sembrare importante, i problemi del clima e del riscaldamento globale della Terra non si risolvono certamente andando in piazza o a stravaccarsi sulle panchine dei giardini pubblici; è giusto parlarne a scuola, ci si può documentare mediante gli organi di informazione senza perdere giornate di lezione che non saranno recuperate. Il dovere dei giovani è quello di andare a scuola, imparare a ragionare e curare la propria formazione: solo così saranno cittadini responsabili in grado di esprimere con contezza le proprie opinioni sul clima e su altri problemi, senza bisogno di vagare per le strade a fare inutilmente confusione. Gli scioperi studenteschi, le occupazioni e le altre forme di insana protesta sono sempre state totalmente inutili, ed ora lo sono più che mai.
Ma quel che mi indigna più di ogni altra cosa è che un Ministro della Repubblica, che dovrebbe educare i giovani al senso civico ed alla legalità, li inciti invece a compiere atti illegali e dannosi per la loro istruzione e formazione. C’è stato a tal proposito un precedente, l’esaltazione delle “okkupazioni” da parte del sottosegretario Faraone, non a caso esponente della sinistra; ed ora un altro esponente di questo sciagurato governo dell’inciucio ripete questa idiozia. Però più di tanto non me ne meraviglio: da chi proviene dalla sinistra sessantottina e dai loro alleati a 5 stelle non c’è da aspettarsi nulla di positivo. Da un partito fondato da un buffone non ci si può attendere che buffonate.

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Quintiliano, l’insegnante e gli alunni

Si fa oggi un gran parlare, tra i sociologi gli psicologi e soprattutto i pedagogisti, di quale debba essere il giusto e ottimale rapporto tra docente ed alunni, come cioè si debba regolare chi si accinge a percorrere la nobile professione dell’insegnamento; e non a caso uso l’aggettivo “nobile”, perché formare la personalità altrui, oltre che la cultura intesa come insieme di conoscenze, è uno dei compiti più importanti e costruttivi che un cittadino possa svolgere. Anch’io, nella mia quarantennale esperienza di docente di liceo, mi sono ben presto reso conto che la preparazione teorica, pur se accertata mediante la vincita di un concorso ordinario a cattedre come è accaduto nel mio caso, non è sufficiente per essere un buon insegnante: occorre saper instaurare un rapporto educativo ed umano positivo con i propri alunni, i quali debbono sentirsi stimolati dal docente ad imparare condividendo il suo entusiasmo per ciò che insegna. Occorre una buona dose di psicologia per rapportarsi ai giovani di oggi, i “millennials” nati digitali, occorre molta pazienza e disponibilità ad ascoltare oltre che a parlare, occorre l’impiego di un linguaggio che sia sempre comprensibile, ma soprattutto occorre essere onesti ed imparziali ed offrire ai propri alunni un modello di vita, oltre che di competenza e di serietà.
In questo blog ho più volte parlato di questi argomenti, con poco riscontro in verità da parte dei lettori. Forse ne ho parlato male oppure, al contrario, con troppa convinzione per poter ammettere repliche o contestazioni. Però confesso qui che i miei suggerimenti per il mestiere del docente non sono miei, ma derivano in gran parte da Quinto Fabio Quintiliano (ca. 35-96 d.C.), un grande oratore e maestro che visse nell’epoca degli imperatori romani della casata Flavia e fu uno dei primi (se non il primo in assoluto) a ricevere dall’imperatore Vespasiano uno stipendio statale per l’attività di insegnamento, fino a diventare precettore personale dei nipoti del successivo imperatore Domiziano. Nei primi due libri della sua opera, giunta a noi con il titolo di Institutio Oratoria, egli parla con dovizia di particolari della scuola, dal momento in cui il bambino è affidato al maestro fino agli anni della maturità, sottolineandone molti aspetti: quali siano i compiti della famiglia e quali del docente, che metodo utilizzare in considerazione dell’età dei discenti, se sia migliore l’insegnamento individualizzato o quello collettivo e tant’altro ancora. Molti dei problemi da lui affrontati hanno il forte sapore della modernità perché ancor oggi, a distanza di duemila anni, quegli argomenti sono al centro degli studi di tutti coloro che si occupano di pedagogia. Ma tra i suoi consigli sono di strabiliante attualità quelli ch’egli dedica al rapporto tra insegnante e alunni, che trova spazio in più luoghi ma soprattutto in un passo del secondo libro (II,2, 5-8), che riporto nella traduzione di O.Frilli pubblicata da Zanichelli (collana “Prosatori di Roma”, 1974):

“(L’insegnante) assuma dunque innanzitutto sentimenti paterni nei confronti dei suoi scolari e ritenga di sottentrare al posto di coloro che affidano a lui i loro figli. Egli non abbia vizi, né li tolleri. Sia egli austero ma non rigido, sia benevolo ma non privo di energia, perché non si faccia odiare per la rigidezza e disprezzare per la mancanza di energia. Il suo discorso verta spessissimo su ciò che è buono e onesto, perché quanto più spesso avrà dato ammonimenti tanto più raramente dovrà castigare. Non sia affatto collerico, e tuttavia non passi sopra a ciò che meriterà di essere biasimato; sia semplice nella sua maniera di insegnare, tollerante la fatica, assiduo piuttosto che eccessivo. Risponda volentieri a coloro che lo interrogano e spontaneamente prevenga ed interroghi quelli che non fanno domande. Nel lodare le prestazioni dei discepoli non sia né scarso né prodigo, perché il primo atteggiamento genera avversione al lavoro, il secondo una fiducia dannosa. Nel correggere gli errori non sia aspro e per niente offensivo, perché ciò che allontana molti dal proposito di studiare è che certi maestri sgridano come se odiassero. Egli dica ogni giorno qualcosa, anzi molte che gli ascoltatori ripetano tra sé; sebbene infatti la lettura fornisca molti esempi da imitare, tuttavia la voce, come si suol dire, viva dà maggior nutrimento,e specialmente quella di un maestro che i discepoli, purché siano stati rettamente formati, amano e rispettano.”

In queste parole c’è tutto, o quasi, quello che il docente deve sapere ed applicare per svolgere egregiamente il proprio lavoro. Si noti che Quintiliano non accenna alla preparazione specifica e “tecnica” del precettore nelle discipline che insegna, perché quella è data per scontata ma non è sufficiente; parla invece del comportamento pratico, di come ci si debba rapportare con una classe di alunni che, benché siano passati duemila anni, è sempre formata da giovani che hanno bisogno di essere trattati con comprensione e senso di giustizia ma che debbono essere anche stimolati a lavorare ed imparare il più possibile. Dal passo emerge, a mio giudizio, un forte senso di equilibrio che deve caratterizzare il comportamento dell’insegnante, invitato a scegliere il giusto mezzo tra due atteggiamenti opposti ed errati: egli deve infatti essere paterno e benevolo ma al tempo stesso severo e autorevole; non deve lasciarsi andare alla collera (errore frequente, purtroppo!) ma nemmeno passare sopra a ciò che deve essere sanzionato; deve coinvolgere nel dialogo didattico tutti gli alunni, anche quelli che per timidezza o riservatezza non intervengono mai (e ce ne sono molti di questi, ancor oggi!); essere moderato nelle lodi verso gli studenti più bravi, per non demotivare loro né i compagni meno brillanti, ed al tempo stesso non essere troppo aspro nei confronti degli alunni svogliati, perché i rimproveri eccessivi non li indurranno a studiare di più, anzi ne provocheranno ulteriore disimpegno. L’essere offensivi poi, come sono certi colleghi che magari non pensano di esserlo ma credono così di fare il bene degli alunni, produce invece un danno irreparabile all’autostima dei ragazzi nella delicata età adolescenziale: si può benissimo assegnare voti bassi, se necessario, ma spiegandone il motivo e soprattutto senza offendere né mortificare la sensibilità altrui. Il precetto più importante dell’antico pedagogo tuttavia, a mio giudizio, è quello in cui dice che l’insegnante non deve avere vizi né tollerarli. Su questo punto io sono totalmente d’accordo e così ho cercato di comportarmi durante tutti gli anni del mio servizio al Liceo, convinto come sono che anche nella vita privata il docente debba mostrarsi onesto e irreprensibile, perché gli alunni ci osservano, sanno quel che facciamo e ci giudicano, per loro l’insegnante è un modello di vita oltre che un trasmettitore di nozioni e di contenuti. Molti colleghi non sono d’accordo con questo principio e pensano che, una volta terminate le ore di lezione, sia loro lecito comportarsi in maniera sregolata e magari anche libertina: ci sono stati casi estremi di questo tipo, come quella insegnante veneta di qualche anno fa che la sera andava ad esibirsi in locali equivoci e faceva la spogliarellista. Tuttavia, concedendosi pure che nella vita privata ciascuno possa dire e fare ciò che desidera, almeno nel tempo in cui si sta a scuola il comportamento del docente dovrebbe essere serio e decoroso, cosa che spesso non è: mi riferisco ai colleghi che hanno la pessima abitudine di usare il cellulare durante le ore di lezione (e magari lo proibiscono severamente agli studenti), a quelli che fumano nei corridoi durante l’intervallo pur essendo vietato (altro pessimo esempio per gli alunni), a quelli che si vestono in modo indecoroso e vengono ai collegi docenti in sandali e bermuda, a quelli che usano il turpiloquio in presenza dei ragazzi ed altri ancora. Io ho sempre pensato, in quarant’anni di permanenza nella scuola, che non si possa pretendere dagli altri, ed in particolare da ragazzi giovani che abbisognano di modelli comportamentali e debbono essere educati alla legalità ed al senso civico, ciò che noi stessi non possiamo o non vogliamo fare.
Mi perdonino i pedagogisti moderni, ma io credo che le semplici parole di Quintiliano espresse duemila anni fa siano più incisive e pertinenti di tutte le loro complesse teorie sulla scuola e l’insegnamento. Nei tempi moderni si è oscillato tra il classismo e l’eccessiva severità della scuola prima del ’68 e l’eccessivo libertarismo e permissivismo che sono seguiti a quel nefasto movimento che ha distrutto la disciplina e la serietà degli studi. La via migliore, come già Aristotele diceva molti secoli fa, è quella mediana; ma essa è sempre più difficile da raggiungere, ed anche oggi si oscilla spesso tra due estremi opposti che non danno mai frutti apprezzabili. Le parole dell’antico oratore sono ancora valide e straordinariamente attuali: basterebbe seguirle, uniformarsi ad esse anche nell’era del digitale per far sapere al docente come regolarsi con i suoi alunni e con le altre componenti della vita scolastica. Non c’è neanche bisogno di sapere il latino: i precetti di Quintiliano si possono leggere anche in traduzione, perché saranno forse meno suggestivi ma certamente ugualmente efficaci.

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Il fascino del potere

Ho aspettato a lungo prima di scrivere questo post, perché quanto accaduto nella politica italiana mi ha lasciato talmente sbalordito da impedirmi, per un po’, di esprimere il mio parere in modo lucido e circostanziato. Prima dell’8 agosto, data in cui è venuto meno l’accordo che teneva in piedi il governo precedente, non avrei mai ritenuto possibile il verificarsi di quello che è accaduto in queste ultime settimane, cioè lo sciagurato inciucio tra due forze che per dieci anni (non per dieci giorni!) si sono insultate e infamate a vicenda, al punto di affermare solennemente che mai e poi mai si sarebbero messe insieme. E invece poi, per paura di perdere le elezioni e le poltrone, l’hanno fatto, in barba non tanto alla legge (perché su questo piano il nuovo governo è pienamente legittimo) quanto della coerenza e della dignità, due elementi che io credevo ancora appartenessero alle persone che il popolo ha eletto e che ci dovrebbero degnamente rappresentare. Uno spettacolo indegno che solo tra burattini senza onore può trovar luogo, non certo tra uomini degni di questo nome.
La mia meraviglia, poi sostituita da un’invincibile indignazione, non riguarda tanto il cosiddetto “Movimento cinque stelle”, quanto il PD, il partito cioè erede di Togliatti e di De Gasperi, di Berlinguer e di Moro, oltre che di tanti altri onorati uomini di stato, che mai avrebbero compiuto un simile vergognoso inciucio operato al solo scopo di salvare le poltrone ed il potere. Che i Cinque Stelle (che io ho sempre detestato e che amo definire “Cinque Stalle”) fossero delle banderuole prive di ogni competenza ed intelligenza politica, l’avevamo già constatato in abbondanza: un giorno dicono una cosa ed il giorno dopo il suo contrario, si accaniscono contro la “casta” senza accorgersi che anche loro ne fanno parte come e più degli altri, mettono paletti assurdi alla realizzazione di opere pubbliche che sarebbero utili a tutto il Paese e mostrano tutta una serie di incoerenze e di contraddizioni che sarebbe superfluo ripetere qui. Quindi non mi stupisco del loro voltafaccia, della loro vergognosa incoerenza tipica di chi non sa neanche da lontano cosa sia la politica. Sono un partito nato per iniziativa di un buffone e dalla volgare messinscena dei “vaffa…” con cui hanno iniziato la loro attività; quindi da individui del genere, lucida dimostrazione della superficialità e dell’ignoranza che caratterizza la società digitalizzata dei “social”, non ci si poteva aspettare di meglio. Ma quel che stupisce e addolora è il comportamento del PD, i cui dirigenti fino a pochi giorni prima dell’inciucio proclamavano solennemente che mai si sarebbero accordati con chi li aveva insultati e accusati per tanti anni, gli esecrati “grillini”. E invece poi hanno rovesciato la giacca in modo molto più indegno e vergognoso della peggiore tradizione democristiana.
Quale è stato il motivo di questa vergogna? Ovviamente il terrore delle elezioni, la paura di perdere quelle poltrone e quel potere a cui sono attaccati con la colla più potente che si possa immaginare. Il discorso di Renzi che ha dato vita all’inciucio è illuminante: ha cercato di mascherare ipocritamente con “il bene dell’Italia” quello che è un interesse totalmente personale, perché egli sa perfettamente che se si fosse andati alle elezioni non solo il suo partito avrebbe perso consensi, ma soprattutto li avrebbe persi lui; il compito di compilare le liste elettorali, infatti, sarebbe spettato al segretario Zingaretti (il Montalbano junior) e alla sua cerchia, i quali avrebbero eliminato già in partenza tanti uomini di fiducia del machiavellico ras fiorentino. Quindi, facendo finta di dolersi di tanto sforzo, egli ha per primo proposto l’inciucio con quella banda di incapaci che sono i 5 Stelle, convinto che così avrebbe potuto mantenere il proprio potere. Altri adoratori delle poltrone si sono subito allineati ed hanno fatto a gara a prostituire la propria dignità: persone come Franceschini, che del resto non è nuovo a questi giochetti, hanno visto la possibilità di occupare posti di comando e hanno aderito convintamente all’iniziativa. E’ molto difficile a questo punto, per il sottoscritto, descrivere il senso di schifo – e uso convintamente questa parola – che mi ha preso quando ho visto realizzarsi questo scellerato progetto; un senso di profondo disgusto mitigato solo dalla speranza che questo governo non abbia futuro e che prima o poi dovrà sottoporsi al giudizio degli italiani, i quali sapranno premiare nel modo dovuto chi ha fatto della sete di potere l’unico scopo della propria attività politica, mostrando di non avere più traccia del proprio onore e della propria dignità.
In tutto questo processo un’attenzione particolare merita il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, persona sconosciuta fino a un anno e mezzo fa e portato alla ribalta dalla banda di Di Maio e dei suoi padroni. E’ stato detto che costui è riuscito a farsi ammirare perché è l’unica persona di cultura in mezzo a tanti ignoranti, e questo è sicuramente vero; ma la cultura, se nobilita la persona, non nobilita certo le sue azioni quando queste sono dettate da puro egoismo e interesse personale. Egli ha diretto un governo con la Lega e poi, nello spazio di meno di un mese, ne sta dirigendo un altro con il PD; quindi dire che è un opportunista e una banderuola è naturale per chi guardi la politica con un po’ di oculatezza. Si dice che si è fatto apprezzare in Europa: ci mancherebbe che non lo avesse fatto, visto che fa l’umile servitore della Merkel e di Macron. Qualcuno forse spera che con questa politica di asservimento e di frustrazione della nostra identità nazionale i paesi europei apprezzino di più l’Italia e le diano sostegno? Io credo invece che chi si sottomette è un vile e non fa altro che aggravare la condizione di subordinazione in cui ci troviamo da sempre, da quando avevamo gli stranieri in casa ad occuparci e sfruttarci. Siamo tornati ad essere colonizzati da tedeschi e francesi, non abbiamo più dignità in ambito internazionale, siamo un protettorato di altri. Garibaldi e Vittorio Emanuele, se fossero ancor vivi, morirebbero di crepacuore.
Di fronte a questa prostituzione politica, a questo vergognoso inciucio, non resta che sperare che questo orribile governo cada il più possibile e che si restituisca la parola ai cittadini italiani, i quali giudicheranno l’operato dei compagni di merende che, dopo aver fatto i nemici per dieci anni, si sono messi insieme per godere della mangiatoia pubblica. Prima o poi la verità verrà a galla e allora vedremo che fine faranno questi figuri che non hanno alcuna dignità: i Cinque Stalle spariranno presto dalla scena politica appena gli elettori si renderanno conto della loro incompetenza e dell’incoerenza profonda che caratterizza ogni loro iniziativa; il PD poi, il partito che fu di Moro e di Berlinguer, dovrà rendere conto ai propri stessi sostenitori di questo comportamento indegno che certamente resterà nella storia. Benché la memoria delle persone oggi sia molto corta, un tradimento come questo dei propri ideali e delle proprie radici non potrà essere facilmente dimenticato.

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Il nuovo anno scolastico

Se io fossi tra coloro che, una volta andati in pensione, dimenticano totalmente l’ambiente di lavoro in cui hanno passato tanto tempo della loro vita, potrei anche disinteressarmi di quel che è accaduto nella scuola dal 1° settembre 2018 e di quel che vi accadrà d’ora in poi; ma poiché sono come i carabinieri e gli alpini, che si sentono ancora nel loro ruolo fino a quando restano su questa terra, avverto ancora l’esigenza di occuparmi di politica scolastica e di interessarmi a come viene gestito il sistema dell’istruzione, sia a livello nazionale che a quello più ristretto dell’Istituto dove ho prestato il mio servizio per circa quarant’anni. Tutto ciò nella speranza, sempre più esile, che le cose migliorino prima o poi e che si comprenda finalmente, da parte di chi ci governa, che la scuola non è importante solo nel periodo delle elezioni, per racimolare consensi.
Di grandi cambiamenti non se ne vedono quest’anno. Diciamo semmai che ad una novità positiva, cioè la riduzione dell’assurda alternanza scuola-lavoro nei Licei, ne corrisponde una alquanto problematica, cioè l’introduzione dell’ora settimanale obbligatoria di “cittadinanza e Costituzione”, ossia di educazione civica. C’è da dire che questo insegnamento di per sé non è nuovo, perché nei programmi c’è sempre stato e doveva essere svolto dal docente di storia, tanto al biennio che al triennio; di fatto però, come tutti sappiamo, di argomenti afferenti a questa disciplina se ne svolgevano ben pochi, quando addirittura non erano trascurati del tutto. La novità di quest’anno è costituita dall’obbligatorietà dell’ora settimanale e dalla presenza di una valutazione in pagella per gli studenti; si è precisato però, da parte del Ministero, che questa ora non sarà aggiuntiva (perché altrimenti comporterebbe un onere per lo Stato) ma dovrà essere ricavata nel monte orario già previsto per ciascuna classe. E qui parte una serie di interrogativi: quale docente dovrà incaricarsi di svolgere la materia, rinunciando a un’ora settimanale delle sue discipline? Sarà un solo docente per classe a prendersi l’incarico oppure sarà distribuito su tutti i docenti, magari per un mese ciascuno nel corso dell’anno scolastico? Ed in quest’ultimo caso, chi attribuirà la valutazione agli studenti? E’ un gran pasticcio quello fatto dal Ministero, che si affianca ad altri di ugual consistenza compiuti in passato. E’ un’altra chiara conferma di come i politici in genere, di tutte le tendenze, non sappiano praticamente nulla dell’organizzazione interna e della gestione delle scuole; impongono dall’alto determinati obblighi senza chiarire come essi vanno applicati nella pratica, a chi spettano determinati doveri e incombenze. Con la scusa dell’autonomia scolastica la patata bollente viene lasciata in mano ai singoli Istituti, che spesso non sanno come realizzare di fatto quanto prescritto in via teorica. L’unica cosa certa è che sulla scuola si fa sempre economia e si pretende di introdurre grandi e roboanti innovazioni a costo zero, il che mi pare un po’ difficile. Fanno le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana.
Altro nodo che le scuole dovranno affrontare è la programmazione dell’ultimo anno di corso delle superiori, in considerazione delle novità introdotte quest’anno nell’esame di Stato. Visto a cosa si è ridotto il colloquio orale dell’esame stesso, dove i candidati hanno potuto di fatto dire ciò che hanno voluto e fare in proprio i vari collegamenti interdisciplinari senza che i docenti potessero porre domande diverse dall’argomento sorteggiato, diventa necessario a almeno auspicabile cambiare i programmi dell’ultimo anno di corso, se non addirittura di tutto il triennio conclusivo. Assistendo ad alcuni colloqui e ricevendo il resoconto di colleghi che sono stati in commissione, ho potuto constatare che agli esami attuali non si legge più un testo che sia uno in italiano, latino e greco, non si fa più svolgere sulla carta alcun esercizio di matematica e fisica, ma tutto si riduce a un monologo dello studente che dice soltanto quel che vuole e quel poco che sa. In queste condizioni che senso ha far leggere i brani di classici latini o greci durante l’anno? Che senso ha leggere e interpretare Dante, che all’esame non viene neanche nominato in quasi tutti i casi? Che senso ha leggere i testi di Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Montale ecc. se poi all’esame nessuno di questi autori viene espressamente letto? Essi vengono toccati solo da un punto di vista letterario generale e solo se rientrano nel percorso autonomo che lo studente si è preparato in precedenza. Mi si lasci dire che un esame di Stato fatto così, dove i docenti si limitano ad ascoltare e intervengono raramente e solo per rimettere in carreggiata un ragazzo che si è andato a insabbiare, è una vera e propria farsa. Tanto varrebbe allora abolirlo (e lo Stato eviterebbe una spesa di diverse centinaia di milioni di euro l’anno), oppure riformarlo radicalmente ritornando ad una forma più seria e professionale con cui si possa distinguere chi è veramente preparato e chi non lo è. Ai miei tempi portavamo al colloquio orale solo due materie, e di fatto scelte entrambe da noi studenti; però quelle due venivano approfondite, si leggeva e interpretava Dante, i classici, si facevano esercizi di trigonometria ecc., tanto che non esito a dichiarare che quel tipo di esame, pur se fondato su due sole materie, era molto più serio e formativo di quella ridicola commedia che è diventato quello attuale.
In ogni caso, se l’esame rimane come è, sarà necessario modificare la programmazione curriculare, e questo sarà un altro impegno per i docenti, già gravati da tante incombenze che crescono sempre più ogni anno, mentre lo stipendio è sempre lo stesso e molto lontano dagli standard europei. Sono quasi certo che anche il prossimo ministro, a patto che il nuovo governo dell’inciucio arrivi in porto, lusingherà i docenti lodando il loro lavoro e promettendo aumenti economici che in realtà non arriveranno mai. Ormai siamo abituati a questa solfa che si ripete ad ogni cambio di governo e che suona sempre più come una presa in giro della categoria. Sta di fatto che la vita dei professori, soffocati dalla burocrazia e sottoposti a giudizi sommari sul loro operato da parte di dirigenti, genitori e studenti sempre più arroganti e maleducati, sta diventando sempre più difficile e stressante. Per questa ragione, e solo per questa, io sono ben felice di essere in pensione, pur trovandomi ancora condizionato da una certa nostalgia per i miei studenti, ai quali ho cercato sempre di dare il meglio di me, e per alcuni colleghi con i quali mi trovavo in particolare sintonia. Sono due sensazioni contrastanti che credo provino molte delle persone che vanno in pensione: si sta meglio per un verso e peggio per un altro. Ad ogni modo quello che vorrei veder realizzato è un clima di serenità e di collaborazione tra le varie componenti del sistema scolastico, che dovrebbe esser gestito al meglio da politici competenti e da ministri che sanno veramente cos’è la scuola e soprattutto qual è la sua importanza. Ma purtroppo, come dice il Guicciardini nei suoi Ricordi, “ancorché io abbia a viver molto, temo di non veder compiuto nessuno di questi miei desideri.”

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Il triste spettacolo della politica

Ieri 20 agosto ho avuto la malaugurata idea di seguire in diretta TV le dichiarazioni sull’esperienza di governo del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il dibattito parlamentare in Senato che ne è seguito. Come studioso del mondo classico, la prima impressione che ho avuto riguarda l’assoluta incapacità dei politici di oggi – tutti, di qualsiasi schieramento – di essere dei veri oratori, di parlare cioè in modo coerente, convincente ed emozionante. Cicerone diceva che tre erano i compiti del vero oratore: probare (cioè esporre con chiarezza e precisione i propri argomenti, in modo da persuadere il pubblico della veridicità di quanto affermato), delectare (tenere viva l’attenzione degli ascoltatori), e flectere (ossia piegare l’animo degli astanti suscitandone i sentimenti e la partecipazione emotiva alla causa del parlante). Io dico che a mio giudizio nessuna di queste tre caratteristiche è ravvisabile negli oratori dei nostri giorni, perché i loro discorsi non convincono, non tengono legato l’ascoltatore al discorso (tanto è vero che l’aula del Senato, piena all’inizio, si è poi miseramente svuotata), né tanto meno coinvolgono emotivamente, anzi non lasciano nulla in chi ascolta se non un senso di noia e di fastidio.
Una volta convinto, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che i politici attuali sono enormemente inferiori, sul piano umano e culturale, non solo agli antichi ma anche a quelli della prima Repubblica di cui ho parlato nel post precedente, mi sono messo a riflettere sui contenuti puri e semplici dei loro discorsi, visto che la loro abilità dialettica e retorica è pari a zero. Assurdo e ridicolo mi è sembrato il discorso del presidente Conte il quale, anziché fare un bilancio della sua esperienza di governo – dove si è trovato all’improvviso, senza avere alcuna esperienza politica precedente – si è prolungato in una lagnosa e sciocca requisitoria contro il ministro Salvini (che aveva accanto, oltretutto), accusandolo di tutti i peggiori misfatti: di avere interessi personali, di voler monopolizzare il governo, di essere un traditore, di aver usato a sproposito simboli religiosi ecc. Insomma, l’ha presentato come un delinquente; ma allora, dico io, perché glielo rinfaccia solo adesso? Se veramente questa era la sua opinione sul ministro, avrebbe dovuto insorgere subito, un anno fa o poco meno, facendo egli stesso cadere il governo, visto che per condurlo era costretto a lavorare insieme ad una persona di cui non aveva alcuna stima. Perché aspettare tanto tempo? Evidentemente per mantenere quella poltrona, quella di capo del Governo, ch’egli non ha mai meritato e non ha mai onorato, dato che è venuto fuori come un fungo, senza precedenti esperienze né cultura politica, per volontà di Di Maio e degli altri burattinai a 5 stelle. Dal suo discorso si è rivelato per quello che è: un fantoccio, un burattino nelle mani di Grillo e degli altri capobanda di quel partito di incompetenti e di banderuole che si fregiano delle 5 stelle quando non meriterebbero neppure le stalle, tanto per riprendere un antico proverbio. I seguaci del buffone genovese hanno mostrato in questi anni il loro vero volto fatto di incompetenza, ignoranza, volubilità nell’accettare oggi quello che rifiutavano sdegnosamente fino a ieri, un coacervo di incoerenze e di contraddizioni. Sono l’emblema, il più evidente esempio dell’incultura e della superficialità che caratterizza la nostra epoca sciagurata. E Conte è stato un loro degno rappresentante.
A dire la verità neanche i discorsi dei vari esponenti dei partiti succedutisi dopo Conte mi sono piaciuti per i contenuti, oltre che per la forma pessima di cui ho già parlato. Salvini ha fatto una specie di comizio senza spiegare le vere ragioni che l’hanno indotto a far saltare il governo; eppure gli argomenti, se avesse voluto, non gli sarebbero mancati, perché bastava ricordare l’incoerenza dei 5 stelle, il loro atteggiamento negativo su qualunque opera pubblica e su altre iniziative, gli insulti che lo stesso Salvini ha ricevuto costantemente dagli alleati di governo, cosa che mai era successa prima. E’ evidente che i 5 stelle sono la vera causa della caduta del governo, perché hanno costruito per mesi, attraverso gli insulti, le provocazioni e i bastoni tra le ruote messe alla Lega, quel clima di disagio, di tensione, di assoluto disaccordo che ha portato alla rottura. Hatto gettato tanti sassi nello stagno e poi, vigliaccamente, hanno sempre tirato indietro la mano. Questo avrebbe dovuto dire Salvini, che ha perso inspiegabilmente questa occasione.
Tra gli altri interventi, gli unici apprezzabili per pacatezza e per una certa coerenza argomentativa sono stati quelli dei rappresentanti del centro-destra, della senatrice Bernini di Forza Italia e del senatore La Russa di Fratelli d’Italia. Quest’ultimo discorso è stato il migliore secondo me, tipico di un vero politico di grande esperienza, perché ha ricordato a Conte la sua incoerenza nello scagliarsi adesso contro Salvini dopo averlo sopportato per tanto tempo, ed ha smontato la critica, alquanto stupida in verità, di aver usato simboli religiosi, ricordando che per decenni c’è stato un partito (la DC) che aveva la croce addirittura nel proprio stemma. Penosi e deprimenti sono stati invece i discorsi dei 5 stelle (né mi sarei aspettato diversamente, visto il giudizio che ho sempre dato su di loro) e dei rappresentanti della sinistra. Vile e offensivo è stato l’intervento del grillino Morra, tutto incentrato sulle solite assurde critiche contro Salvini, accusato persino di collusione con la mafia. Anche di questo individuo, degno rappresentante del suo partito, si potrebbe dire quel che si è detto su Conte: che cioè, se odiava Salvini così tanto, perché ha aspettato fino ad ora per vomitargli addosso quelle infamie? Non poteva dirgliele prima, assumendosi la responsabilità della caduta di un governo che loro stessi, i 5 stelle, hanno di fatto invalidato, come chiunque sia dotato di un po’ di senso della politica dovrebbe riconoscere?
Altrettanto penosi i discorsi della sinistra, tranne forse quello di Renzi, che però dovrebbe spiegare il clamoroso voltafaccia che sta facendo adesso, quando ritiene possibile un accordo con i 5 stelle dopo essere stato insultato da costoro per tanti anni e dopo aver proclamato solennemente che mai avrebbe trattato con loro. Alcune parti del suo intervento potevano avere una loro coerenza, mentre non l’avevano quelli degli altri senatori di sinistra, che ormai non sanno dire altro se non le solite trite e ritrite accuse contro Salvini, inventate per nascondere il vuoto che c’è in loro e nel loro schieramento. Una cosa poi mi fa veramente indignare, per il modo incivile e superficiale che la caratterizza: il richiamo continuo alle vacanze di Salvini, alla sua permanenza al “Papeete” (sarà un locale della riviera, penso), alle sue abitudini personali. Questa è vigliaccheria che rivela l’odio profondo e inconcludente che la sinistra, erede del vecchio comunismo che ha perduto il pelo ma non il vizio, nutre da sempre contro il “nemico”, prima Berlusconi e ora Salvini; ma non si accorgono, questi illuminati e intellettuali radical-chic, che gli insulti ed il sarcasmo non portano da nessuna parte, e che se si vuole sconfiggere l’avversario (non il nemico, come ritengono loro) lo si fa sul piano dialettico e propositivo, presentando un programma credibile e non con attacchi sterili e fondati su mezzi illeciti come il richiamo alla vita privata (che ciascuno è libero di condurre come vuole) ed il ricorso alla magistratura politicizzata.
In conclusione, se dico di essere amareggiato e deluso dalla situazione politica attuale, dico molto meno di quel che penso veramente di certa gente che ci vorrebbe governare, persone che non hanno un briciolo di coerenza e di dignità. E così dicendo mi riferisco all’ignobile inciucio che si sta preparando tra il PD e i Cinque stelle, nemici fino a ieri e oggi uniti in una vergognosa accozzaglia che non farà alcun bene al paese, ci riempirà di tasse e di immigrati di colore, mentre i nostri giovani saranno sempre più costretti ad emigrare all’estero. E questi intellettuali con la puzza sotto il naso, che si ritengono superiori agli altri solo perché sono di sinistra, si accorgeranno presto, quando arriveranno le prossime elezioni, che l’inciucio non paga, come non pagano gli insulti e le calunnie contro gli avversari. Ma allora, per loro, sarà troppo tardi, e dovranno rinchiudersi per sempre nelle università, ancora dominate dalla loro ideologia, e nelle redazioni di “Repubblica” e del “Fatto quotidiano”, perché altrove non saranno graditi.

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Come vedo la politica attuale

Il magistrato Francesco Saverio Borrelli, di recente scomparso, disse una volta che l’inchiesta “Mani pulite” del 1992/93 in realtà era stata un errore, perché aveva distrutto un’intera classe politica per farne sorgere un’altra peggiore di quella. E se lo diceva lui, si può star certi che è vero. Io non ne ho mai dubitato; anzi, vedendo lo scenario della politica attuale, non posso fare a meno di rimpiangere i tempi della prima Repubblica, che io – purtroppo per la mia età – ho largamente vissuto. I politici di allora facevano parte di un sistema irregolare, corrotto, e loro stessi lo sapevano, tanto che Craxi lo testimoniò anche davanti ai magistrati; ma almeno sapevano fare il loro mestiere, sapevano confrontarsi civilmente, dare del nostro Paese un’immagine all’esterno cento volte migliore di quella di adesso. Non ho alcuna remora a dire che rimpiango i politici di quei tempi, a prescindere dalla loro ideologia: a persone come Andreotti, Moro, Craxi, Forlani, Berlinguer, Spadolini, Almirante ecc. oggi bisognerebbe elevare monumenti, perché erano veri signori della politica, che i cittadini seguivano con interesse e partecipazione. Se allora andava a votare il 95 per cento dei cittadini e oggi ci va poco più del 50, una ragione ci sarà di sicuro.
Oggi la politica è diventata un’arena di lotta dove tutti si azzuffano e si insultano in maniera vergognosa, arrivando anche alla maleducazione ed al turpiloquio, alimentato ulteriormente dai social come Facebook; non ci sono più non solo le ideologie, ma neanche le idee stabili, nel senso che i partiti e i loro dirigenti cambiano idea da un giorno all’altro e si alleano magari con altri di cui magari, fino al giorno prima, dicevano peste e corna. Non posso fare a meno, a questo punto, di alludere alla proposta di Renzi, che pure mi è piaciuto in alcuni aspetti della sua politica quando era al governo: oggi, pur di impedire a Salvini una vittoria quasi certa, ma soprattutto per mantenere le poltrone, propone addirittura un governo di coalizione tra il PD e i Cinque Stelle, due formazioni che da sempre si sono insultate e infamate a vicenda e che non sono mai andati d’accordo su nulla. In particolare i 5 stelle, a cominciare dal comico loro fondatore, hanno criticato, deriso, insultato Renzi trattandolo come corrotto, incapace, addirittura un irresponsabile, e l’hanno fatto con tutta la cialtroneria e la maleducazione di cui sono capaci degli incompetenti che sono arrivati in Parlamento senza alcuna cultura né alcuna ideologia che ne giustificasse la nascita e l’affermazione. Il PD ha subito per anni questa pressione infamante dei grillini e ora, passando sopra a tutto ciò, vorrebbe farci un governo insieme? A me tutto ciò sembra demenziale, proprio di persone senza dignità e senza orgoglio, degni rappresentanti di un Paese che va sempre più in rovina, non solo dal lato economico ma anche da quello morale e culturale.
Anche il centro-destra, però, dà segni di instabilità. Un accordo tra la Lega e Forza Italia non mi pare affatto semplice, perché su molte questioni hanno idee molto diverse e persino contrastanti: basti pensare che votano in modo contrastante al parlamento europeo, perché gli uni sono sovranisti, gli altri europeisti. Si fa prima a dire che nessuno va d’accordo con nessuno, e che la politica attuale è un guazzabuglio nel quale i cittadini fanno molta difficoltà ad orientarsi. Lo dimostrano due cose: il fatto che molti elettori cambiano bandiera ad ogni consultazione (o quasi) e il gran numero delle persone disamorate e disgustate che non vanno più a votare. Il primo fenomeno è la conseguenza della caduta delle ideologie: ai tempi della prima Repubblica la fedeltà ad un’idea e ad un partito durava per sempre, adesso invece la gente vota per chi si rende più convincente in televisione o nei social, una volta per un partito e l’anno seguente per un altro; ed è questo, secondo me, un grave segno di decadenza del pensiero e dell’autonomia decisionale di ciascuno. Anche il secondo fenomeno è in relazione con la fine dei partiti tradizionali di un tempo, ma denota soprattutto la sfiducia dei cittadini in chi ci governa, qualunque sia la sua area di appartenenza. E aggiungo che, vista la rozzezza, l’incapacità e l’incoerenza dei politicanti attuali, non mi stupisco affatto che questo accada, e confesso che anch’io ho pensato più volte di non andare a votare, anche se poi, per adempiere ad un dovere civico, non mi sono mai astenuto. Anch’io però, come molti altri, sono disgustato dagli insulti, dagli odi, dalla volgarità della politica attuale e rimpiango sinceramente quegli statisti del passato che ho citato prima, che forse allora erano avversati perché non si sapeva chi sarebbe venuto dopo. Come dice il proverbio, al peggio non c’è mai limite, ed il nostro Paese lo sta sperimentando sulla sua pelle, lo sfascio attuale cade sulle spalle di tutti noi.

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Di cosa avrebbe bisogno la nostra scuola?

Proprio oggi nel culmine dell’estate, il 31 luglio, quando si ricorda la figura di Ignazio di Loyola fondatore della Compagnia di Gesù (per me di funesta memoria), mi viene da pensare ai problemi della nostra scuola come emergono dalle valutazioni effettuate a livello nazionale; e benché io ne sia di fatto fuori da circa un anno, da quando cioè sono andato in pensione, l’argomento mi interessa moltissimo, perché sono convinto che in un Paese civile e moderno il buon funzionamento del sistema dell’istruzione sia fondamentale. A parole sembrano accorgersi di ciò anche i politici, che però poi nei fatti smentiscono le loro stesse dichiarazioni, non preoccupandosi più di tanto dei problemi della scuola né, tanto meno, cercando di risolverli. Eppure non tutte le situazioni difficili che ci sono necessitano di aumenti di spesa pubblica; molto si potrebbe fare anche a costo zero per migliorarne la qualità.
Partiamo dai dati di fatto. I risultati delle prove Invalsi e le testimonianze di tanti operatori scolastici ci trasmettono un quadro sconfortante della preparazione dei nostri studenti: giunti al termine della scuola secondaria di primo grado (cioè la terza media) la maggior parte di loro non sa comporre un periodo sintatticamente corretto in lingua italiana, moltissimi sono coloro che compiono frequenti e ripetuti errori di ortografia (basta leggere i commenti su Facebook!), alcuni non riescono neppure a leggere agevolmente ed a comprendere un qualsiasi testo, quasi nessuno riesce più a fare semplici calcoli a memoria (persino le tabelline per tanti sono un tabù!), la memoria non viene più esercitata ed allenata, e ciò che si impara oggi domani è già dimenticato. A me sembra una situazione grave, anzi gravissima; ed altrettanto grave è prenderla alla leggera e sottovalutare il problema, perché in tal modo saremo sempre più un popolo di ignoranti e di incapaci, persone non in grado di ragionare e di sostenere le proprie iniziative, che saranno ben presto alla mercé di chi li vuole proni e sottomessi, degli “yes-men” pronti ad accettare tutto ciò che viene loro imposto, purché sia loro consentito di godere dei beni materiali. Questo già succede e succederà sempre di più, perché dove non c’è la cultura non c’è neanche la libertà spirituale e l’autonomia di giudizio. In particolare, conoscere la propria lingua e sapersi esprimere in essa in modo corretto ed autonomo è ancora essenziale nella società di oggi dove pur esistono altri linguaggi come quello informatico; ma il codice linguistico, checché se ne dica, è ancora il veicolo principale di affermazione e di successo.
E’ chiaro che una scuola ridotta così, a prescindere da quali ne siano le cause, non assolve più il suo compito. Possiamo dare la colpa alla diffusione di smartphone e di calcolatrici, che irretiscono la memoria e conculcano la curiosità intellettuale, ma non possiamo pensare di abolire questi strumenti ormai diffusissimi tra i giovani ed i meno giovani; possiamo dire che i genitori non fanno più la loro funzione educativa perché sono diventati avvocati difensori dei figli e pretendono la promozione senza dover faticare, ma anche questo deriva da un’evoluzione del costume sociale che ormai è impossibile ribaltare. Dove invece si potrebbe e dovrebbe intervenire è la legislazione scolastica, che negli ultimi decenni è stata caratterizzata da una sempre maggior tendenza ad alienare la scuola da quella che dovrebbe essere la sua funzione precipua, cioè l’istruzione dei futuri cittadini: sono stati inseriti progetti fumosi al posto delle regolari lezioni, eliminati certi esercizi che un tempo si facevano e che sarebbero ancora importanti per la formazione primaria, promossi tutti gli alunni senza distinzione, con le intuibili conseguenze che ne sono derivate. Il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi, e non credo che esistano formule magiche del tutto risolutive; tuttavia, con un po’ di sano conservatorismo (che di questi tempi è necessario, secondo me), qualche risultato si potrebbe ottenere ripristinando in parte la didattica che era in uso nelle scuole elementari e medie al tempo in cui le hanno frequentate le persone della mia età, cioè più o meno mezzo secolo fa. Quando il nuovo non funziona non si deve aver timore di ripristinare il vecchio, se da esso c’è da sperare in esiti migliori; io ho sempre pensato, infatti, che non sempre le novità sono positive ed ho sempre guardato con diffidenza le smanie di rinnovamento che purtroppo, dal “mitico” ’68 in poi, hanno stravolto la nostra scuola. Formulo dunque delle semplici proposte, che espongo dopo aver consultato anche i colleghi che fanno parte con me del gruppo di Facebook “Docenti di materie classiche” da me stesso fondato un anno fa.
1. A partire dalla scuola primaria (cioè le elementari), ritornare a svolgere dettati ortografici, riassunti e composizioni autonome in lingua italiana (temi);
2. Sempre dalle elementari, ritornare allo studio mnemonico delle tabelline e svolgere calcoli ed operazioni in modo autonomo, proibendo del tutto l’uso della calcolatrice;
3. Ritornare all’esercizio della memoria anche in italiano, con poesie ed altri testi;
4. Proibire assolutamente e totalmente l’uso degli smartphone, dei tablet e di ogni altro strumento elettronico durante le lezioni;
5. Incentivare la lettura di testi di vario genere, soprattutto narrativa e articoli giornalistici, fin dalla scuola elementare;
6. Tornare ad un maggior senso della disciplina e di rispetto per l’insegnante. Questo vale anche per i genitori, anzi soprattutto per loro;
7. Applicare sanzioni disciplinari anche gravi, arrivando alla perdita dell’anno scolastico e con decisione inappellabile, per gli studenti che si rendono responsabili di gravi atti di indisciplina. Rendere automatica la denuncia penale per i genitori che insultano o aggrediscono gli insegnanti;
8. Abolire la possibilità di fare ricorso al Tar contro le decisioni dei Consigli di Classe, organi competenti e sovrani;
9. Ripristinare le bocciature anche alla scuola primaria e secondaria di primo grado per gli alunni che non raggiungono gli obiettivi minimi previsti per la classe frequentata. Ripetere un anno non ha mai ucciso nessuno, ed in certi casi è l’unica soluzione valida per rimediare a gravi lacune. Va detto inoltre che, se la promozione è di fatto garantita come avviene oggi, ben pochi alunni saranno stimolati ad impegnarsi in modo adeguato. La scuola deve essere una cosa seria, ed una scuola che a priori non boccia nessuno non vale nulla.
Se si applicassero, almeno in parte, queste misure che – sia detto con buona pace dei “progressisti” – non sono certo soltanto io a sostenere, la qualità dell’apprendimento ne trarrebbe un indubbio beneficio, perché non è affatto vero che i ragazzi di oggi siano meno intelligenti o meno ricettivi di quanto eravamo noi; anzi, è vero il contrario, perché attualmente le fonti del sapere e gli stimoli culturali sono molti di più di quelli che avevamo noi mezzo secolo fa. Il problema è che il sistema dell’istruzione è gestito male, con uno sciocco buonismo ed un fallace progressismo che, pur essendo motivato – quando il processo di rinnovamento è iniziato negli anni ’60 e ’70 – dalla necessità di superare una concezione classista della scuola, è sconfinato poi nel lassismo più indecente e ci ha portati al tracollo ed allo sfascio dell’intero sistema scolastico. Certo, chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati è un rimedio tardivo; però, come si dice, è sempre meglio tardi che mai.

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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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L’esame cambia spesso, ma sempre in peggio

Bisogna che lo ammetta: sono un inguaribile illuso. Qualche tempo fa, leggendo le modalità di svolgimento del nuovo esame di Stato conclusivo della scuola Superiore, mi era sembrato che vi fossero novità positive, come l’aumento del punteggio del credito e l’avvio del colloquio non più tramite la cosiddetta “tesina” (spesso copiata) ma mediante un argomento estratto a sorte dal candidato. Però è avvenuto, come spesso accade agli ottimisti, che all’illusione iniziale sia succeduta una cocente delusione, per la quale sono arrivato alla ferma convinzione che ogni volta che nella scuola cambia qualcosa si finisce per fare peggio di prima. Così questo esame, che anche negli anni precedenti era un “pro forma” dove tutti o quasi venivano promossi, adesso è diventato un’autentica farsa, tanto da farci concordare con coloro che da tempo ne sostengono l’abolizione, trattandosi ormai evidentemente di un rito costoso ed inutile.
Già avevo scritto su questo blog che l’aumento del punteggio del credito scolastico, di per sé opportuno, è stato male interpretato dalle scuole, le quali hanno fatto corse al rialzo ed hanno attribuito a tutti o quasi punteggi alti, in modo da garantirne la promozione ancor prima di sostenere l’esame. A questo malcostume, tipico della scuola-azienda dove conta l’involucro esteriore e non la qualità del prodotto e dove si deve mirare unicamente alla “customer satisfaction”, si è aggiunta la modalità ridicola con cui si sono svolti i colloqui orali. Poiché è stata abolita la terza prova scritta, che consentiva almeno di vagliare la preparazione del candidato in quattro o cinque materie, ci si sarebbe aspettati che il colloquio fosse più ampio e comprensivo, un’occasione in cui la commissione avesse avuto la possibilità di accertarsi sulle conoscenze e le competenze del candidato in tutte le materie studiate l’ultimo anno di corso. Invece che cosa è accaduto? E’ vero che lo studente non sa quale sarà l’argomento che dovrà estrarre a sorte, ma esso fa parte comunque dei contenuti studiati durante l’anno; perciò non sarà difficile per lui (o per lei), a meno che non sia proprio uno sciocco, fare collegamenti (più o meno forzati) tra l’argomento iniziale ed alcuni trattati nelle altre materie, in modo da coinvolgere tutti i docenti della commissione. E la commissione, in ottemperanza alle direttive ministeriali, si accontenta di ciò che il candidato espone, intervenendo e correggendolo solo se esce palesemente dal percorso tracciato o se dice gravi inesattezze. Ed in pratica, avendo il Ministero più volte ribadito che si tratta di un colloquio e non di un’interrogazione, e che non deve esserci rigida distinzione tra le discipline, lo studente può esibirsi in un monologo senza che nessuno possa rivolgergli domande di tipo o genere diverso da quelle afferenti all’argomento iniziale estratto a sorte. Così quella che sembrava una maggiore difficoltà per i candidati (l’estrazione casuale di un argomento anziché la tesina personale) si è rivelata una ancor maggiore facilitazione, perché in sostanza essi parlano di ciò che vogliono, operano i collegamenti che vogliono senza mai uscire da un percorso prefissato e senza che nessuno possa loro rivolgere altre domande diverse dal percorso stesso.
E’ accaduto così che, se uno studente estrae come argomento, ad esempio, la figura dell’eroe, per italiano parlerà soltanto di D’Annunzio e del “superuomo”, per filosofia accennerà solo a Nietzsche, senza che i due docenti possano chiedere altro, ad esempio Leopardi o Schopenauer. Mi chiedo quindi, sempre per fare un solo esempio, a cosa serve leggere durante l’anno il Paradiso di Dante quando all’esame di Dante non si fa neanche menzione, a meno che qualcuno – e solo se lo vuole – non vi faccia uno specifico riferimento. In sostanza il candidato conduce tutto il colloquio dicendo quel che vuole, evitando tutto quello che non sa, a causa di questa sciocca fissazione per l’interdisciplinarietà che caratterizza questo esame, e che oltretutto viene intesa in modo errato; fare un colloquio interdisciplinare, infatti, non dovrebbe significare che lo studente collega le materie che vuole e nel modo che vuole senza che la commissione abbia spazio, ma che invece dovrebbero essere i docenti a scegliere i collegamenti opportuni, saggiando la capacità dello studente di muoversi agevolmente tra discipline diverse e argomenti diversi, anche lontani da quello iniziale. Penso anzi che l’abolizione della terza prova scritta avrebbe dovuto di necessità suggerire un orale più “serio”, che prendesse pure inizio dall’argomento estratto ma che desse poi alla commissione la facoltà di saggiare la preparazione dei candidati anche su altri contenuti di tutte le discipline. Invece si è verificato il contrario: l’esame attuale è risultato più facile del precedente, una sorta di commedia ridicola dall’esito ormai scontato.
Tirando le somme di ciò che è avvenuto agli esami (un tempo “di maturità” e ora “di Stato) dobbiamo riconoscere che era molto più serio ed impegnativo quello che ho sostenuto io nel 1973 che quello di oggi. Allora c’erano due scritti ed un orale su due sole materie, di fatto entrambe scelte dal candidato; però quelle materie venivano veramente approfondite, con domande su tutto il programma, senza scelte da parte del candidato. Ad italiano si leggevano testi di Manzoni, Leopardi, i poeti del ‘900, che lo studente doveva dimostrare di aver compreso e di saperli commentare, e soprattutto si leggevano e interpretavano passi di Dante; in latino ed in greco, oltre alle domande di letteratura, si facevano leggere testi classici, con metrica, traduzione e commento sia grammaticale che storico-letterario; in matematica si facevano esercizi di trigonometria e si dovevano conoscere non solo le regole ma anche le dimostrazioni. Oggi di ciò non è rimasto nulla: in teoria si portano tutte le materie (il che farebbe pensare ad un maggiore impegno rispetto a quando se ne portavano solo due), ma di fatto tutto si limita ad una chiacchierata del candidato che va dove vuole e dice quel che vuole, senza contraddittorio o quasi, e senza alcuna reale verifica della sua preparazione.
Di fronte a un degrado di questo tipo viene da chiedersi quale sia il motivo per cui continuare con questa farsa, che costa soldi allo Stato e non serve assolutamente a nulla. Tanto vale lasciare il giudizio agli insegnanti interni e spedire a casa agli studenti il diploma, già pronto e compilato. Io non amo la dietrologia, ma dinanzi a questo disastro sono propenso a rivalutare l’opinione di chi ritiene che a chi detiene il potere fa comodo un popolo di ignoranti, un popolo bue che accetta qualunque imposizione senza neanche rendersi conto delle ingiustizie ed i soprusi che subisce. Già vediamo gli effetti della scuola facile come l’analfabetismo di ritorno, per cui persone diplomate e laureate non sanno comprendere un semplice periodo scritto in italiano, né tanto meno comporne uno senza svarioni ortografici o sintattici. Continuiamo così, accontentiamoci dello smartphone e del “Grande Fratello” , e presto scopriremo che i veri barbari siamo noi, non quelli che ci invasero agli inizi dell’epoca medievale.

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Antigone e la Sea Watch

Ho sempre sostenuto, e non è certo questa la prima volta, che io sono contrario all’attualizzazione forzata dei classici, l’abitudine cioè di registi, giornalisti, politici e intellettuali vari di interpretare in chiave moderna dei testi antichi che erano stati scritti o allestiti per il pubblico di allora, con il pensiero e la mentalità di quei tempi. Ho polemizzato spesso, proprio per questo motivo, con i registi delle opere liriche che rappresentano il Duca di Mantova del “Rigoletto” verdiano che arriva in scena a bordo di uno scooter, con quelli che negli anni ’70 rappresentavano il Prometeo di Eschilo adombrando nella figura tirannica di Zeus il presidente degli Stati Uniti, con i filologi classici che hanno fatto dire ad autori antichi ciò che ai loro tempi non esisteva e non se ne aveva il minimo sentore: una somma sciocchezza, a questo proposito, è stato l’atteggiamento di alcuni storici marxisti che hanno voluto trovare forzatamente in poeti come Lucrezio i germi della “lotta di classe” ed altre idiozie di questo tipo che ora non voglio ripetere. Chi fosse interessato può leggere i post dei mesi precedenti.
Quello che mi preme puntualizzare adesso è una vicenda di stretta attualità, quella della nave “Sea Watch” e dell'”eroina” sua capitana, che ha infranto volutamente in modo gravissimo le leggi del nostro Paese per portare da noi dei migranti che non abbiamo assolutamente il dovere di accogliere. L’ONG che ha salvato i migranti è tedesca, la nave è olandese, la capitana è tedesca, sono partiti dalla Libia… e cosa c’entra l’Italia in tutto ciò? La logica sarebbe stata quella di portare le persone a Tunisi, porto sicuro e più vicino, oppure in Germania o in Olanda, non in Italia. Dal comportamento della capitana, che ha forzato il blocco mostrando il più rivoltante disprezzo per l’Italia e le sue leggi, si ricava che dietro tutto ciò c’è un business, uno squallido commercio fondato sulla pelle dei migranti, e che in questo commercio sono implicate sia le ONG che alcuni trafficanti del nostro Paese; altrimenti non si spiegherebbe perché tutti o quasi coloro che fuggono dall’Africa vengono portati in Italia, quando ci sono in Europa altri 27 paesi che hanno lo stesso nostro dovere di accoglierli, ammesso che questo dovere esista. Quindi l’umanità e la volontà di salvare vite umane è solo un pretesto, una copertura facilmente individuabile che nasconde qualcosa di peggio ed in particolare, da parte della signorina capitana della nave, la scarsa considerazione per l’Italia che da sempre hanno avuto i tedeschi, che l’hanno considerata una terra di conquista popolata da una razza inferiore alla loro. Su questo piano la signorina ha in comune qualcosa con Hitler, benché le manchino i baffetti.
Eppure, nonostante i fatti gravissimi a cui abbiamo assistito, la sinistra italiana non ha perso occasione per attaccare il governo ed in particolare Salvini, arrivando addirittura a giustificare e sostenere l’illegalità ed il comportamento criminale della capitana. Ma lasciando stare il tema generale, quello che mi interessa in questa sede è che molte persone di quell’area politica, compresi docenti universitari di chiara fama (che ovviamente, per potersi dare arie da intellettuali, sono tutti di sinistra), hanno tirato in ballo testi classici per avvalorare il loro buonismo, ed in particolare l’Antigone di Sofocle, rappresentata ad Atene verso il 440 a.C. Penso che la vicenda sia nota, quindi non sto a ripeterla nei particolari: riassumo solo il dato centrale, il fatto cioè che Antigone, figlia di Edipo re di Tebe, disobbedisce al divieto proclamato dal nuovo re Creonte di seppellire Polinice, fratello di Antigone caduto in guerra; e aggiungo che il divieto era grave perché per la coscienza dei Greci lasciare insepolto un cadavere era uno spregio irreparabile a lui ed alla sua famiglia. I nostri bravi intellettuali hanno preso spunto dalla vicenda di Antigone per dichiarare che alle leggi ingiuste non bisogna obbedire e quindi – rivolta la vicenda al caso presente – avrebbe fatto bene la capitana a sbeffeggiare in tal modo il governo italiano e tutto il Paese. Io ribadisco che un uso tale dei classici è demenziale, e denota anche una scarsa conoscenza della tragedia greca: se è vero infatti che noi moderni, in base al nostro substrato etico-sociale, siamo portati a dare ragione ad Antigone che vuol seppellire il fratello e dice di essere nata per amare e non per odiare, è altrettanto vero che i Greci antichi, ai quali era destinata l’opera di Sofocle, non la pensavano esattamente così. Io, quando in tante classi ho parlato a lungo di questa tragedia ed ho sollecitato in proposito il dibattito con gli studenti, ho fatto loro presente che per gli antichi Greci le leggi dello Stato rappresentate da Creonte non erano affatto meno importanti di quelle familiari o umanitarie sostenute da Antigone; e non credo proprio che Pericle, che con ogni probabilità assistette alla rappresentazione, avrebbe tollerato che una nave spartana o comunque straniera entrasse senza permesso al Pireo e cercasse di uccidere militari ateniesi come ha fatto la signorina comandante. Se costoro mettono avanti l’Antigone, che è un’opera scritta per “quel” tempo e per “quel” pubblico, e non può essere attualizzata in questo senso perverso adattandola al buonismo attuale, io potrei contrapporre loro il Critone di Platone, dove Socrate dice che le Leggi dello Stato vanno comunque obbedite, anche a costo della vita; se non vanno bene si possono cambiare, ma finché ci sono vanno rispettate. Questo è uno dei capisaldi della democrazia come sistema politico, che evidentemente Zingaretti, Del Rio, Fratoianni, la Boldrini e la loro ghenga non hanno ancora compreso.
C’è poi da aggiungere un’altra cosa, che vale anche per chi ha tirato fuori in questa vicenda, come al solito, le leggi razziali del 1938, i campi di concentramento, la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti ecc. Costoro dicono che tutto ciò a quei tempi era legale, ma che è stato giusto e sacrosanto opporvisi e rovesciare quei regimi, ai quali io aggiungo volentieri anche quello di Stalin e le atrocità degli altri regimi comunisti, di cui la nostra sinistra si dimentica spesso. Certo che fu giusto disobbedire a quelle leggi e rovesciare quei regimi; ma si trattava di provvedimenti razzisti e ispirati ad una violenza omicida, emanati da regimi totalitari; ma oggi viviamo in democrazia, le leggi attuali sono state approvate da un Parlamento regolarmente eletto e non da un dittatore pazzo criminale come Hitler, così come quelle contro la sepoltura di Polinice rifiutate da Antigone erano state emanate da un tiranno sanguinario. Quindi non ha senso paragonare la disobbedienza civile di Antigone o di chi combatté il nazismo con l’azione sprezzante e sbruffona di una capitana che non ha mostrato altro che la propria inciviltà e la propria sottomissione a interessi economici che speculano sui migranti mascherandosi da salvatori di vite. Una persona spregevole che ha compiuto un atto spregevole che offende tutti gli italiani, perché dimostra come gli stranieri si facciano imnpunemente beffe di noi e abbiano di noi una considerazione pari a zero. Se un fatto del genere fosse accaduto in un porto tedesco, il capitano che avesse osato trasgredire le loro leggi sarebbe stato in galera (non ai domiciliari!) per un bel pezzo. Cerchiamo quindi di essere grati a chi, pur con tutti i suoi errori, sta cercando di restituire all’Italia il ruolo che le spetta all’interno della comunità internazionale.

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La sinistra e la cultura

Fin dagli anni ’60 dello scorso secolo, ed in particolare dopo il “mitico” ’68, la sinistra ha avuto in Italia il monopolio della cultura, per cui è ben presto venuta in auge l’equazione uomo di sinistra = intellettuale, della quale i residui si vedono ancor oggi. La diffusione capillare dell’ideologia marxista nelle scuole, nelle università, nei centri culturali e nei giornali fece sì che la parola “cultura” si identificasse sempre e comunque con quella stessa ideologia; ed a ciò contribuirono sia l’impegno personale dei giovani sessantottini e di chi li sostenne e cavalcò allora l’onda della pretesa “rivoluzione”, sia la colpevole inerzia delle altre parti politiche, le quali non s’impegnarono abbastanza per creare una cultura alternativa: se si eccettuano i cattolici, la cui presenza però nelle università fu sempre marginale (v. “Comunione e liberazione”), nessuno si oppose mai al predominio culturale marxista. I governi democristiani non fecero nulla in tal senso, troppo occupati a gestire il potere con il più smaccato clientelismo, mentre la destra italiana – allora rappresentata soprattutto dal MSI – non fu mai in grado di produrre intellettuali di un certo peso, con pochissime eccezioni certo importanti ma non in grado di contrastare l’assoluto predominio della parte avversa. Questa situazione fece sì che molte persone, attratte dal mito della superiorità culturale, aderissero a partiti e movimenti di sinistra solo per avere una considerazione sociale che altrimenti non avrebbero avuto, quasi per moda, così come si compravano i pantaloni a zampa di elefante o portavano barba e capelli lunghi. Chiunque avesse letto o scritto qualcosa, chiunque volesse entrare nel mondo magico degli “intellettuali” doveva necessariamente essere di sinistra, altrimenti quel mondo gli sarebbe stato per sempre precluso.
In questi 50 anni la società è profondamente cambiata: oggi non esiste più la sinistra “rivoluzionaria” e violenta degli anni ’70 e ’80 se non in poche sparute fasce di esagitati, mentre i rappresentanti ufficiali di quella che doveva essere l’ideologia marxista sono profondamente cambiati, hanno assunto atteggiamenti e modi di vita che un tempo erano quelli dei “padroni”, dei loro nemici di sempre. Attualmente i radical-chic ed i “comunisti con il Rolex” si sono talmente allontanati dalle loro basi ideologiche da essere passati sul fronte opposto: hanno perduto il consenso delle classi medio-basse (non si parla più di “proletari”, che di fatto non esistono più) e lasciano all’esecrato governo gialloverde Lega-Cinque stelle quei provvedimenti che un tempo erano considerati “di sinistra” (si pensi al reddito di cittadinanza, a “quota 100”, al salario minimo garantito ecc.). Eppure, nonostante questa epocale trasformazione per la quale la sinistra fa oggi una politica di destra ed è stata abbandonata da chi prima le apparteneva di diritto (gli operai, che adesso votano Lega e Cinque stelle), qualcosa le è rimasto dei suoi caratteri originari: la pretesa di possedere il monopolio della cultura, una presunta superiorità ostentata ed espressa in televisione, sui giornali, nei social in forma di insulto per chiunque appartenga al fronte opposto, etichettato non solo come “fascista” e “razzista”, ma soprattutto come ignorante, come escluso cioè dall’Olimpo della conoscenza illuminata. Di recente alcuni esponenti di spicco dell’élite radical-chic italiana (mi viene in mente Gad Lerner, ma ce ne sono stati molti altri) hanno definito “ignoranti e sottosviluppati” coloro che alle ultime elezioni hanno votato la Lega di Salvini, senza neanche cercare di scoprire i motivi per cui questo fenomeno si è manifestato in modo tanto evidente. Eppure, dovrebbero sapere – se sono veramente persone di cultura – che con l’avversario si deve dialogare, non fermarsi all’aspetto becero dell’insulto e della demonizzazione; e chi subisce una sconfitta deve anzitutto cercare di insividuarne le ragioni e trovare il modo di ovviare al problema, magari cambiando politica e cercando di riavvicinarsi a quelle classi sociali di cui la sinistra, per sua colpa esclusiva, ha perduto l’appoggio e la fiducia. Invece, con quella loro odiosa supponenza, i radical-chic nostrani altro non fanno se non svalutare gli avversari trattandoli da selvaggi e ostentando ancora una volta, in modo ancor più odioso di quanto avveniva negli anni ’70 e ’80, una superiorità umana e culturale che non si vede dove abbia fondamento. Ciò è avvenuto anche dal 1994 in poi con Berlusconi, attaccato anche sul piano giudiziario con accuse assurde come quelle del processo “Ruby” e continua adesso con Salvini e la Lega: chi non è con loro è contro di loro, con il “nemico” non si dialoga, si insulta e basta, e tutti quelli che lo sostengono sono trattati alla stregua di imbecilli oppure, nel migliore dei casi, di disinformati.
Io nel mio piccolo mi sono sempre considerato una persona di cultura. Certo, non sono un “tuttologo”, ho dei limiti precisi; ma nel mio campo di interessi (che è l’antichità classica) mi pare di aver dimostrato le mie qualità, anche mediante le mie pubblicazioni tra cui va annoverata anche un’intera storia e antologia della letteratura latina. Eppure per i radical-chic altro non sono che un povero ignorante, perché non sono di sinistra e non appertengo alla loro casta di privilegiati. Questi atteggiamenti di supponenza, di “puzza sotto il naso” di quella parte politica mi hanno sempre fatto orrore, così come mi fa orrore il marxismo in sé ed il modo in cui in tutto il mondo è stato applicato dai regimi che vi si sono richiamati; però debbo riconoscere che la colpa di questa situazione è anche dei cattolici e della destra stessa, che non è mai riuscita a formare una cultura alternativa che potesse contrastare il monopolio della sinistra. E sbagliano, secondo me, oggi anche coloro che, visti gli atteggiamenti supponenti degli avversari, svalutano la cultura e parlano di “professoroni” verbosi ed inconcludenti, che scrivono con errori di ortografia pensando che la correttezza linguistica non sia importante, che sostengono in sostanza il principio deleterio secondo cui “la cultura non si mangia”. E’ questo un gravissimo errore, perché oggi più che mai il sapere è importante, se non altro per poter argomentare e sostenere le proprie posizioni ribaltando e confutando quelle degli avversari. Chi non conosce la storia, per fare un solo esempio, non potrà mai comprendere il presente, ed un popolo che non ha passato non ha neanche un futuro; per questo la conoscenza è fondamentale per tutti i cittadini di un paese civile, perché solo attraverso di essa si può arrivare alla verità e sconfessare chi ci ha consegnato una realtà distorta, come è avvenuto con i libri scritti dagli storici marxisti. Ci lamentiamo del fatto che nessuno ci ha parlato, quando andavamo a scuola, delle foibe o delle atrocità compiute dai partigiani comunisti in Italia e altrove: ecco, questa è una nostra mancanza, perché se ci fosse stata nei decenni passati una cultura alternativa a quella dominante di sinistra tutto ciò sarebbe venuto alla luce. Quindi non è svalutando la cultura, ma sostenendola e alimentandola che si potrà finalmente rompere questo annoso pregiudizio per cui, se vuoi essere considerato un intellettuale, devi per forza essere di sinistra. E’ tempo di cambiare rotta e di correggere gli errori del passato; e questo debbono farlo tutti, soprattutto coloro che non appartengono alla beata casta dei radical-chic.

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Parliamo di scrutini…

Oggi qui in Toscana è l’ultimo giorno di attività didattica, e quindi fin da oggi pomeriggio (o da domani al massimo) inizieranno gli scrutini finali dell’anno scolastico, dando la precedenza quasi certamente alle classi quinte che debbono sostenere l’esame di Stato. Per la prima volta io non partecipo, essendo ormai in pensione, ma avverto comunque il bisogno di interessarmi e parlare dell’argomento perché mi sento ancora un docente e non posso abbandonare del tutto quella che è stata per quarant’anni la principale attività della mia vita. Si dice che chi è carabiniere o ha militato nel corpo degli alpini rimanga nel suo ruolo per tutta la vita, anche quando è pensionato; ed io credo che lo stesso si possa dire per qualsiasi professione.
Gli scrutini finali sono uno dei momenti più difficili della professione docente, perché non si tratta di un normale adempimento come fare una lezione o scrivere una relazione, ma di prendere decisioni che possono influire sulla vita degli studenti, anche oltre quello che è il semplice risultato dell’anno scolastico. Per questo molti colleghi si lasciano prendere da scrupoli di coscienza, l’insicurezza prende campo in loro, ne influenza il modo di pensare e di agire e molto spesso ciò si risolve in un “aiuto” dato allo studente, giacché è convinzione diffusa l’idea che il bene dell’alunno coincida sempre e comunque con la promozione, mentre la bocciatura è giudicata da tutti come un’autentica sciagura, un fallimento non tanto dello studente e della sua famiglia (che magari ha fatto la scelta sbagliata nel far intraprendere al figlio o alla figlia un percorso scolastico non adatto), quanto della scuola stessa. Molti colleghi continuano a colpevolizzarsi e a ritenere che l’insuccesso di certi studenti non dipenda dal loro scarso impegno, alla loro demotivazione o mancanza di attitudini, bensì dall’inadeguatezza dell’insegnante stesso, che non è riuscito a comprendere o a valorizzare certe qualità che, pur restate nascoste, da qualche parte dovevano pur essere. Perciò, se in una classe ci sono diversi alunni con insufficienze, si finisce con il pensare che la colpa sia dei docenti: lo pensano le famiglie (che non ammettono quasi mai le mancanze dei propri figli), lo pensano i dirigenti scolastici, i quali pretendono che i professori mettano in atto una serie di fantomatiche “strategie” per recuperare quello che non si può recuperare, e finiscono per pensarlo i docenti stessi che si vedono attaccati da ogni parte. E allora meglio promuovere tutti, così sono tutti contenti ed il senso di colpa può finalmente dissolversi. Si sa che con i sensi di colpa si vive male; quindi è meglio liberarsene facendo sanatorie generali, magari partendo da qualcuno i cui voti vengono sollevati per qualche ragione particolare (problemi personali, situazioni familiari, stati di salute ecc.) e poi, per un malinteso senso di equità, estendendo il beneficio a tutti gli altri.
Le motivazioni per le quali gli scrutini finali sono spesso delle farse pietose dove al posto di giudizi seri e motivati si assiste al mercato delle vacche sono molteplici: ci sono ancora, sebbene siano passati 50 anni, residuati ideologici di origine sessantottina, quando la promozione era un atto dovuto mentre bocciare era”fascista”; ci sono ragioni di tipo utilitaristico, tipo evitare che vengano accorpate o non concesse delle classi se il numero degli alunni, in seguito a non ammissioni all’anno successivo, diventa troppo esiguo; c’è anche, da parte di alcuni colleghi, un senso di protezione e di attaccamento materno (o paterno) verso i propri studenti, per cui bocciarne qualcuno crea un senso di disagio e di frustrazione al professore stesso; c’è infine questo senso di colpa, di inadeguatezza al proprio ruolo che si è diffuso in società e ha contagiato molti dirigenti e professori, in base al quale l’insuccesso scolastico di uno studente non dipende da lui ma da chi non ha saputo comprenderlo e valorizzarlo, o non ha adottato le necessarie “strategie” per fargli raggiungere, a forza di spinte, la sufficienza. Tutta la società, a partire dagli organi di informazione, dai pedagogisti, psicologi e sociologi, è portata a blandire gli studenti e giustificarli per ogni loro mancanza: se sono maleducati e indisciplinati, la colpa è del professore che non sa tenere la disciplina; se non studiano e vengono a scuola a scaldare il banco, la colpa è del professore che non sa interessarli e motivarli; se hanno un rendimento scarso, è perché il professore pretende troppo, è troppo severo e arcigno, offende l’autostima dei poveretti capitati sotto le sue grinfie. Si dice che una falsità, se ripetuta tante volte, finisce per diventare una verità: e così è accaduto nella scuola, dove i docenti stessi si sono abituati ad autoaccusarsi degli insuccessi altrui, e quindi, per tranquillizzarsi la coscienza, si fanno sanatorie indegne agli scrutini mandando avanti degli ignoranti che diventeranno analfabeti di ritorno, anzi lo sono già. Poi ci sono anche casi particolari, quando cioè si debbono scrutinare studenti che sono figli di colleghi insegnanti; e questa è la peggiore sciagura che possa capitare ad uno di noi, di avere in classe il figlio di un collega della nostra stessa scuola. Accade molto spesso che certi docenti, magari professionalmente seri e pure severi con i propri alunni, una volta diventati genitori si rivelano peggio degli altri e pretendono che per il proprio figlio si faccia eccezione alle regole e si dilatino le valutazioni come palloni che si gonfiano ad aria compressa. Ma questo argomento è troppo ampio per essere affrontato qui: magari sarà oggetto di un prossimo post di questo blog.
Per tutti i quarant’anni in cui ho prestato la mia opera di docente, io ho sempre pensato che la non ammissione di un alunno alla classe successiva (cioè la bocciatura) non sia affatto una sciagura o un giudizio fallimentare sulla persona, poiché sappiamo tutti che ci sono stati e ci saranno sempre tanti casi di studenti dal cattivo rendimento scolastico che però poi hanno avuto grandi successi nella vita. Einstein fu bocciato in quinta elementare, e Giuseppe Verdi non fu ammesso al conservatorio di Milano! Un alunno può anche avere grandi capacità che poi svilupperà negli anni futuri ma non essere tagliato per il corso di studi che ha scelto (o che i genitori hanno scelto per lui), può essere stato svogliato per problemi personali o per qualsiasi altro motivo, ma questo non limita certamente il suo valore umano. La non ammissione alla classe successiva non significa affatto che il ragazzo o la ragazza siano mentalmente inferiori agli altri o siano dei reietti della società, come li si vorrebbe far passare; significa soltanto che, per una serie di motivi non sempre chiari e palesi, non sono stati raggiunti neanche gli obiettivi minimi che erano preposti alla classe da loro frequentata. E perciò, come non si darebbe in mano un aereo ad un pilota che non ha dimostrato di saperlo guidare, come non si farebbe entrare in sala operatoria chi non ha la specializzazione in chirurgia, così non si può e non si deve promuovere chi non lo merita. Anche se vissuta come un dramma, la ripetizione di un anno scolastico non lo è affatto; anzi, rivedendo con calma quei contenuti che non si sono appresi, ricostruendo quelle basi tecniche che si è dimostrato di non possedere (penso alle conoscenze linguistiche del latino e del greco, ma anche alla matematica), lo studente vivrà più tranquillo e avrà modo di riprendersi l’anno successivo e di avere un profitto migliore. Mandandolo a frequentare una classe superiore per la quale non ha le basi e le conoscenze necessarie, lo si condanna invece a sentirsi sempre inferiore agli altri, a vivere nell’angoscia di non riuscire a seguire programmi e contenuti per i quali non è preparato. In questi casi promuovere equivale non ad aiutare, ma al contrario a danneggiare lo studente. Qualcuno di questi pedagogisti post sessantottini dice ancora che la bocciatura non serve, perché deprime e demotiva dallo studio; io invece sostengo il contrario, perché nella mia lunga carriera ho visto molte volte alunni che hanno ripetuto un anno ma hanno trovato in ciò una nuova motivazione che ne ha migliorato di molto non solo il rendimento scolastico ma anche l’autostima e la serenità personale. E poi sono convinto fermamente di una cosa: che se la bocciatura serve a poco, la promozione immeritata serve ancor meno.

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Il mondo classico e l’attualità

Dico subito, come premessa irrinunciabile, che io sono sempre stato contro le attualizzazioni dei periodi storici passati, che non posso concepire se non come forzature della realtà e come mancato rispetto per gli autori che hanno composto determinate opere e per il pubblico cui erano destinate. Già ho avuto modo di condannare, in post precedenti, certi allestimenti di opere liriche composte nei secoli XVIII o XIX e riambientate ai giorni nostri, un vezzo che ha contagiato molti dei registi attuali: in una rappresentazione del Rigoletto di Verdi, tanto per fare un esempio cui ho assistito personalmente a Firenze, il Duca di Mantova entrava in scena su uno scooter, una Vespa 50, ed io ancora sto a chiedermi quale fosse l’illuminata idea di quel regista nel presentare in tal modo un’opera del 1851. Anche in altri luoghi ciò è avvenuto: personaggi di opere settecentesche vestiti con jeans e minigonne, se non in costume da bagno, scene ambientate in locali alla moda o addirittura su spiagge affollate e altre “perle” di questo tipo. Non riesco a capire il motivo di queste grossolane forzature. Forse si crede di attrarre così gli spettatori, magari i piuù giovani, forzando la storia e confondendo il passato con il presente? A mio parere, invece, ogni prodotto artistico va collocato nel periodo e nell’ambiente culturale in cui fu prodotto, cercando di interpretare le aspettative del pubblico di allora e di comprendere il messaggio culturale che l’autore voleva esprimere. Che poi questo messaggio, “mutatis mutandis”, possa avere una sua validità anche ai giorni nostri, è un altro discorso; ma falsare la realtà, a mio parere, è sempre sbagliato.
Ad ogni buon conto, essendo io un docente di latino e greco, debbo dire che le attualizzazioni che mi hanno dato più fastidio sono quelle che riguardano il mondo greco e romano, che non sono mancate, purtroppo. Già negli anni ’70, a causa del malefico influsso delle idee sessantottine, si erano viste rappresentazioni di tragedie greche riambientate ai nostri giorni, con allusioni e riferimenti scoperti all’attualità: il Prometeo incatenato di Eschilo ad esempio, che mostra la sofferenza del Titano gravemente punito dall’autoritarismo di Zeus, veniva assimilato alle lotte del popolo cileno contro la dittatura di Pinochet o quella dei greci contro il regime dei colonnelli, quando addirittura Zeus non diventava il presidente degli Stati Uniti fortemente avversato per la guerra del Vietnam. Ora io mi chiedo: è lecito sfruttare in modo così volgare e meschino dei capolavori della letteratura antica e stravolgerli forzatamente per volerli ad ogni costo piegare a problemi attuali che nulla c’entrano con Eschilo e la sua opera? Già allora queste mistificazioni mi sembravano assurde e faziose, così come certi libri – composti quasi sempre dalla critica marxista – dove alcuni autori antichi venivano interpretati a torto con categorie ideologiche moderne. Il povero Lucrezio ad esempio, autore del meraviglioso poema De rerum natura dove si interpreta con squisita poesia il mondo e la vita umana secondo la filosofia epicurea, veniva presentato come un marxista ante litteram: uno studioso inglese, il Farrington, arrivò a dire che in Lucrezio si trovavano i germi della lotta di classe e della rivendicazione dei diritti del proletariato. Un assurdo senza pari, per cui c’è da chiedersi come sia possibile che la faziosità moderna cerchi impossibili alleati anche negli antichi, dove non c’è nulla di tutto ciò che questi critici hanno presunto e descritto mediante una costruzione ideale totalmente falsa.
Debbo dire tuttavia che lo spunto per questo post mi è venuto da un recente intervento di Maurizio Bettini, illustre filologo classico che ho conosciuto personalmente e che stimo, ma che stavolta non posso condividere. In un articolo sul Manifesto di pochi giorni fa, egli fa riferimento al I° libro dell’Eneide virgiliana, in particolare all’episodio in cui Didone raccoglie Enea ed i profughi troiani scampati a un naufragio, paragonandolo al problema dei migranti di oggi; e dice che il senso di umanità che animò la regina di Cartagine nell’accogliere quelle persone dovrebbe essere lo stesso da applicare adesso nell’accogliere coloro che arrivano sulle nostre coste sui barconi o sui gommoni. Anche questa è un’attualizzazione di un’opera classica, ma a mio giudizio fuori luogo: non si possono mettere sullo stesso piano, infatti, società totalmente diverse e mentalità altrettanto diverse, oltretutto mediate attraverso il filtro dell’arte. Nell’opera di Virgilio l’accoglienza dei compagni di Enea ha una finalità puramente letteraria, quella di preludere alla tragica storia d’amore tra Didone e l’eroe troiano, e non tiene conto affatto delle difficoltà di tipo sociale ed economico che una migrazione di massa come quella attuale può provocare in una nazione come la nostra, già gravata dalla disoccupazione e da molti altri problemi. L’Eneide è letteratura e risponde a pure finalità artistiche e letterarie, non può essere piegata a situazioni del tutto diverse e lontanissime nel tempo. E poi c’è anche un’altra cosa da dire, così in generale, che cioè questi studiosi che prendono dal mondo classico ciò che fa loro comodo per sostenere la loro ideologia non tengono conto di altri aspetti delle società antiche che pure sono incontestabili. Nell’antichità, tanto per dirne una, si riteneva normale il dominio assoluto dell’uomo sulla donna nel matrimonio, così come l’esistenza della schiavitù, di persone cioè che erano di esclusiva proprietà di altre; era legale la tortura degli schiavi per ottenere confessioni da usare contro i loro padroni; nessuno metteva in dubbio la legittimità della pena di morte, che nella civilissima Atene del V° secolo a.C. veniva applicata anche per reati per i quali oggi non si va più nemmeno in carcere. Perché questi solerti interpreti non tengono conto anche di queste realtà delle società antiche che oggi appaiono del tutto antistoriche e che nessuno vorrebbe più veder tornare in auge nel nostro tempo? Se si prende ad esempio il mondo antico per ciò che ci fa comodo e che sembra collimare con certe idee oggi di moda, lo si dovrebbe fare anche per ciò che non ci piace o non ci convince. Meglio dunque lasciare gli antichi al loro tempo ed al loro posto, senza paragoni assurdi e improponibili: la lezione del mondo greco-romano è importante per noi, è la nostra base culturale ed umana, ma va assimilata con saggezza e sempre tenendo conto delle distanze, non solo cronologiche ma anche ideali.

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Un’opinione sulla prof. di Palermo

Con tutto il clamore che si è fatto in questi giorni sul caso della sospensione di 15 giorni inflitta alla prof. Dell’Aria di Palermo, viene spontaneo a chi ha un blog come il mio di esprimere il proprio parere; non perché conti molto, ma perché ne sento l’esigenza, un po’ come l’antico poeta Giovenale diceva di scrivere satire non per ispirazione ma perché il vizio era talmente diffuso nella società romana da non poter fare a meno di commentarlo. In effetti è stato detto in TV e sui social tutto il possibile su questa professoressa di italiano di un istituto tecnico di Palermo, la quale ha subito un provvedimento di sospensione dal servizio, con lo stipendio ridotto a metà, per non aver sorvegliato adeguatamente i suoi alunni e non aver impedito loro di fare un video in cui il decreto sicurezza del ministro Salvini viene accostato alle famigerate leggi razziali del 1938 emanate dal governo fascista.
A mio parere il provvedimento preso contro l’insegnante è fuori luogo, per due motivi: primo, perché siamo in campagna elettorale e vicinissimi alle elezioni, per cui chi ha avuto l’idea avrebbe dovuto prevedere il vespaio che ne sarebbe derivato, con tanto di appelli agli art. 21 e 33 della Costituzione, con le solite lamentele sulla “censura” che vi sarebbe contro gli insegnanti ecc.; secondo, perché non ci sono prove certe che sia stata la professoressa a istigare negli alunni le assurdità che hanno messo in quel video. L’insegnante, interrogata dai giornalisti, si è detta dispiaciuta per il provvedimento a suo carico e per il clamore suscitato dalla vicenda, affermando la sua totale disponibilità ad accettare tutte le idee e la sua volontà di contribuire alla formazione negli alunni di un pensiero critico, senza ulteriori condizionamenti. Da parte mia non ho difficoltà a credere alle parole della collega e ad accettare la sua buona fede; pertanto, se i suoi studenti hanno allestito quel video con quei contenuti, può darsi che la causa di ciò vada ricercata altrove. Del resto un docente non può controllare o inibire tutto ciò che fanno o pensano i suoi alunni, e non è detto che sia personalmente d’accordo con loro. Non vedo motivi cogenti per mettere in dubbio le parole dell’insegnante, la quale può aver pensato che i suoi alunni, pur essendo minorenni, fossero già in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Il problema secondo me è un altro: i ragazzi che vanno a scuola, come e più degli adulti, restano condizionati da ciò che vedono in televisione o che leggono sui social, che sono diventati oggi per molte persone la principale fonte di informazione. E poiché esiste da mesi, e sempre più con l’avvicinarsi delle elezioni, una violenta campagna di denigrazione e di odio nei confronti del ministro Salvini, che oltretutto comprende numerosi accostamenti e paragoni della sua politica con quella di Mussolini o di Hitler, non c’è da stupirsi se dei ragazzi di un istituto tecnico, con la base culturale non certo eccelsa che hanno, siano rimasti condizionati e plagiati da questo clima. Quando si sentono trasmissioni come quelle della Gruber o di Fazio, tanto per comprendere sia la TV di Stato che la privata, che sono dall’inizio alla fine una serie di accuse senza contraddittorio contro un ministro regolarmente nominato, il quale viene bollato con tutti i peggiori titoli di fascista, razzista, sovranista, populista ecc., è normale che tante persone credano a quel che viene loro propinato a senso unico. Quando si leggono sui social i peggiori insulti contro chi sta cercando di difendere i confini nazionali e di ridare all’Italia quella dignità e quella sovranità che questa Europa dei burocrati ci ha tolto, è facile cadere nel tranello di chi spaccia per umanità e carità cristiana quello che è solo un interesse di parte. Ormai l’odio feroce degli avversari ha trovato in Salvini il nemico da abbattere con tutti i mezzi, anche con quello giudiziario. Con lui non dialogano, lo condannano e basta, senza appello, senza neanche cercare di comprendere ciò che, nel bene e nel male, sta cercando di fare. Questa è la strategia della sinistra radical-chic: niente dialogo, solo insulti e disprezzo. L’hanno fatto con Berlusconi per vent’anni e adesso lo fanno con Salvini, senza che a nessuno venga il sospetto che questa tattica sia sbagliata e che possa anche trasformarsi in un boomerang che ritorna contro chi l’ha lanciato. In questo clima vergognoso di caccia alle streghe è naturale che degli studenti si siano lasciati condizionare e abbiano paragonato un decreto di oggi alle leggi razziali del 1938, visto che hanno quei maestri di cui dicevo prima. Non c’è da meravigliarsi di quanto accaduto, visto che ad ogni livello la sinistra – compresi i suoi celebri “intellettuali” come Canfora, Luperini ed altri – continua ancor oggi nel 2019 a parlare di “fascismo” dopo 74 anni dalla fine di quel regime solo perché le fa comodo inventarsi un nemico che non esiste più per tenere in vita e giustificare un’ideologia ed una politica fatta di odio. Se celebri intellettuali credono alla fandonia del fascismo, che meraviglia c’è se a crederlo sono ragazzi di quindici o sedici anni?
Per questi motivi io ritengo che la professoressa non abbia colpa direttamente di quanto accaduto, che è invece del clima avvelenato diffuso in questi tempi. Il problema della politica nella scuola però esiste e non è certo limitato a quell’istituto di Palermo: sono cinquant’anni, dal ’68 in poi, che nelle scuole molti docenti hanno cercato e cercano di indottrinare i loro alunni e uniformarli alle loro idee, con un comportamento che io giudico distorto e delittuoso, chiunque lo metta in pratica, sia di destra o di sinistra. La scuola dovrebbe essere un luogo di formazione del pensiero critico ed il docente una guida ed un tramite essenziale per raggiungere questo obiettivo, senza però che cerchi di plagiare gli studenti e senza che metta in pratica (come più volte è successo) comportamenti addirittura penalizzanti per chi ha una visione della realtà diversa dalla sua. Io ho sempre avuto le mie idee, che traspaiono abbastanza da ciò che scrivo adesso, quando sono in pensione e non più a contatto diretto con gli studenti; ma finché sono stato in servizio ho sempre accettato tutti gli orientamenti dei miei alunni e non ho mai cercato di indottrinare nessuno. Del resto, insegnando latino e greco con poche ore settimanali, non avrei avuto neanche il tempo di divagare dagli argomenti che dovevo svolgere ed ai quali mi attenevo. Questo merito almeno me lo posso attribuire, ed i miei ex studenti che ancora mi contattano me lo hanno sempre riconosciuto.

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Il cardinale Robin Hood

Sono rimasto sconvolto e indignato dalla notizia ascoltata in questi giorni in TV secondo cui un cardinale, l’elemosiniere del papa, è entrato personalmente in un palazzo ed ha arbitrariamente rotto i sigilli e riattaccato la corrente che era stata staccata per morosità. Di questo suo gesto si è poi vantato pubblicamente e ha persino detto, con un’ipocrisia difficilmente eguagliabile, di essere pronto ad affrontare le conseguenze giudiziarie di quanto ha fatto, sapendo benissimo che queste conseguenze non ci saranno, sia perché ciò che è avvenuto viene qualificato come un atto di carità cristiana, sia soprattutto perché è un cardinale, quindi di fatto intoccabile da parte della giustizia ordinaria.
Quel palazzo è uno stabile occupato da molto tempo, dove si svolgono varie attività alcune delle quali poco chiare, a scopo di lucro e quasi certamente al nero, cioè senza pagare le tasse che per quelle attività sarebbero dovute; però vi abitano anche famiglie con bambini e questo, a detta dei buonisti, giustificherebbe il gesto del prelato, perché non si possono lasciare dei bambini al freddo e al buio. Il ragionamento pare funzionare, ma ci sono vari interrogativi da porsi, il primo dei quali è il seguente: è lecito violare le leggi e compiere illegalità per scopi umanitari? Secondo me no, altrimenti si dovrebbero autorizzare tutti i poveri, di qualunque razza e provenienza siano, a rubare il cibo nei negozi e nei supermercati, a tornare alle famigerate “spese proletarie” degli anni ’70. Se fosse lecita una cosa del genere, allora il cardinale dovrebbe girare tutta Italia e andare a riattaccare la corrente a tutti coloro che, per morosità e per difficoltà nel pagare le bollette, se la sono vista staccare. Il secondo interrogativo è: un cardinale, cioè un alto prelato, ha il diritto di porsi al di sopra della legge solo per il grado che ricopre? A me pare di no, perché non credo che gli ecclesiastici abbiano diritti particolari rispetto agli altri cittadini. Come si è permesso questo signore di farsi arbitro della situazione e arrogarsi un potere che non possedeva? L’unica risposta che mi viene in mente deriva dall’inveterata arroganza della Chiesa, a cominciare dal papa attuale che si intromette pesantemente in questioni politiche che non lo riguardano, una supponenza degna dell’epoca dello stato Pontificio, che con la scusa della carità cristiana compie atti illegali ed a carico di tutta la comunità, perché adesso l’arretrato di quel palazzo sarà pagato da tutti i cittadini onesti che già sono tartassati dalle tasse e che si dovranno assumere anche l’onere di pagare la corrente a chi non la paga.
L’arrogante violenza del cardinale, una vera e propria dimostrazione di potere e di impunità mascherata da carità cristiana, è pericolosa e offensiva verso tutta la comunità. Se l’intenzione di questo signore fosse stata veramente munifica e dettata dal senso di umanità, allora avrebbe dovuto pagare lui di tasca sua (o con il denaro del Vaticano, lo Stato più ricco del mondo) l’arretrato di 300.000 euro che quel condominio doveva alla società che fornisce la corrente, anziché violare la legge. Quella sarebbe stata vera carità cristiana, non andare a fare il Robin Hood con i soldi degli altri! E’ facile predicare il buonismo quando poi ci si rifiuta di rimetterci di tasca propria; e qui bisogna dire che in Italia ci sono tante persone che la pensano come il cardinale e che predicano l’accoglienza, la bontà ecc., ma a condizione che non siano loro a dover partecipare in proprio. La Chiesa ha ricchezze inestimabili, ha l’8 per mille che tanti cittadini le danno con le proprie tasse; allora, invece di compiere atti illegali approfittando della propria intoccabilità, provveda in prima persona, mettendosi le mani in tasca, ad aiutare veramente chi ha bisogno. L’esempio che questo signore ha dato è pessimo e vergognoso, e dimostra ancora una volta come il nostro Paese sia ancora soggetto ad un’autorità parallela, quella ecclesiastica, alla quale tutto è permesso e che si ritiene al di sopra di tutto e di tutti. Sarebbe giusto, invece, che questo individuo fosse chiamato a rispondere di quel che ha fatto e magari costretto a pagare una bella multa (visto che è ricchissimo, come tutti gli alti prelati), il cui ricavato dovrebbe essere destinato ad aiutare i bisognosi. Così, suo malgrado, la beneficienza l’avrebbe fatta davvero.

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Torquato Tasso e la memoria poetica

E’ noto che ogni grande opera d’arte non sorge mai solo da se stessa, ma è come una summa di tante esperienze precedenti che l’artista conosce, ricorda e mette in campo nel suo lavoro. Superando l’antico pregiudizio romantico della “pura creazione dello spirito”, non si può oggi ragionevolmente sostenere che possa esistere un’arte senza l’arte precedente, come vediamo in ogni settore: se ascoltiamo la musica di Haydn non possiamo fare a meno di sentirci l’eco di Bach e di Haendel, se ascoltiamo Mozart non possiamo fare a meno di sentirvi Haydn, se ascoltiamo Rossini ci sentiamo Mozart e così via. Ogni grande artista fa tesoro di chi c’è stato prima, dei suoi recenti o antichi maestri; ma non per questo smette di essere originale, perché originalità non significa non assomigliare a nessuno ma aggiungere a ciò che esiste l’impronta indelebile della propria personalità artistica.
Questo principio è operante anche in campo letterario, anzi lì più che altrove. In questi giorni sto rileggendo con particolare attenzione la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1544-1595), uno dei più grandi poeti della nostra meravigliosa letteratura italiana, e ogni giorno posso constatare la profondità della sua memoria poetica: all’interno del poema, infatti, sono presenti riferimenti, per lo più scoperti ma a volte anche criptici, ad una serie impressionante di precedenti che vanno da Omero a Virgilio ed altri poeti latini, passando per i cicli romanzeschi medievali, per Dante e Petrarca, fino ad arrivare ai poemi cavallereschi di poco precedenti l’autore, quelli cioè del Boiardo, del Pulci e dell’Ariosto. Sotto questo profilo l’opera tassiana è veramente un punto di arrivo, una summa di tante esperienze precedenti che tuttavia, rielaborate e ricontestualizzate, nulla tolgono al grande estro poetico dell’Autore. Possiamo dire che la Liberata, in pieno Cinquecento e nell’età buia della Controriforma, costituisce un esperimento di sintesi ideale molto analogo a quello che fu, ai suoi tempi, l’Eneide di Virgilio, anch’essa grandioso poema che riuscì ad amalgamare tutte le precedenti esperienze poetiche della letteratura latina, dal poema celebrativo tradizionale di Ennio alle novità formali e sostanziali di Catullo e degli altri poeti della sua cerchia.
Poiché io sono di professione uno studioso del mondo classico, è proprio questo continuo rifarsi del Tasso ai modelli antichi che più mi piace e mi affascina. Lasciando stare il fatto che nella Liberata vengono ripresi anche diversi motivi omerici (ad es. il ritiro di Rinaldo dalla guerra dopo l’uccisione di Gernando e la lite con Goffredo ricorda da vicino l’analogo ritiro di Achille irato con Agamennone), è proprio la presenza virgiliana che condiziona fortemente il poema cinquecentesco, testimonianza questa di un atteggiamento ideologico diverso da quello tenuto dagli umanisti del secolo precedente, il Quattrocento: allora gli autori antichi erano soprattutto studiati ed imitati, mentre adesso vengono riutilizzati e rivissuti quasi come fossero contemporanei, entrano nella letteratura come vivi protagonisti. Lungo ed inutile sarebbe voler esporre qui tutti i passi del poema tassiano in cui la presenza di Virgilio è evidente e da tutti osservata, perché se ne dovrebbero riportare a centinaia: basti pensare che già il primo verso della Liberata (“Canto l’armi pietose e il capitano…”) riprende da vicino l’Arma virumque cano con cui inizia l’Eneide, ma vi sono interi episodi che risentono ampiamente di ben noti passi ed episodi virgiliani. Il punto dove i due poeti sono più vicini è certamente il canto XVI della Liberata, dove viene descritto il giardino incantato di Armida (che riprende il topos classico del locus amoenus) e soprattutto l’abbandono di costei da parte di Rinaldo, episodio che è tutto ricalcato sul IV libro dell’Eneide, ed in particolare sulla partenza di Enea e la furiosa reazione di Didone quando si vede abbandonata dall’uomo amato. Interi versi virgiliani vengono ripresi e riadattati alla nuova situazione, né si può pensare, neanche per un istante, che il Tasso abbia temuto di essere accusato di plagio; la ripresa di autori precedenti, infatti, era ritenuta del tutto lecita per chi si dedicava alla composizione letteraria, a condizione che ai modelli si sovrapponesse comunque qualcosa di proprio, di originale. Questo carattere certamente non manca nell’opera tassiana, vero poema eroico-celebrativo e non più cavalleresco, più vicino quindi alla sensibilità dei suoi tempi di quanto non fosse, ad esempio, l’Orlando furioso di Ariosto: nell’esaltazione dello spirito cristiano ed in particolare della casata degli Estensi, signori di Ferrara dove Tasso viveva ed operava, in effetti, non può mancare l’originalità, perché nulla di ciò si può ovviamente trovare nei modelli antichi.
La presenza di Virgilio nel Tasso, come dicevo sopra, è profonda e sostanziale, fatta di riprese chiare e comprese da tutti come quella dell’amore tra Rinaldo e Armida, ma anche di semplici ricordi, richiami allusivi che magari sfuggono al lettore comune ma che rivelano appieno l’enorme cultura del poeta moderno, il quale non ha solo letto e studiato il suo modello antico ma l’ha talmente assimilato da farne un tutt’uno con se stesso. Quel che vorrei qui sottolineare è però un altro aspetto del poema tassiano, cioè la sua vicinanza ideologica all’Eneide per quanto riguarda una dicotomia, un’apparente contraddizione che ha fatto tanto discutere gli interpreti moderni. Il poema di Virgilio fu composto – e qui tutti sono d’accordo – per celebrare la grandezza di Roma e di Augusto, ottenuta mediante secoli di guerre e di conquiste; sulla base di questa impostazione ideologica, quindi, il poeta avrebbe dovuto stare dalla parte dei vincitori, perché senza la guerra e la violenza non sarebbe stata possibile la grande gloria di Roma. Ed invece non è così: Virgilio è stato giustamente definito “il poeta dei vinti”, perché ovunque nel suo poema mostra pietà ed umana comprensione per gli sconfitti, soprattutto per i giovani che muoiono ante diem, cioè prima del tempo per loro stabilito dal destino, come Didone, Pallante e tanti altri. Questa identificazione ideale del poeta con i vinti, questa implicita condanna della crudeltà umana e gli orrori della guerra sembrano in contraddizione con l’esigenza di celebrare l’impero romano e la grandezza di Augusto, che portò sì la pace ma a prezzo di tanto sangue versato. La stessa dicotomia ideologica si riscontra nella Gerusalemme liberata ed in particolare nel canto XIX quando i crociati conquistano finalmente la città-simbolo dopo tante fatiche: allora i guerrieri cristiani si abbandonano a saccheggi, stupri, stragi di cittadini inermi, orrori che non sono affatto lodati dal Tasso che invece, come il grande predecessore antico, mostra verso i vinti un senso di umana pietà che si richiama direttamente al vero spirito evangelico. Riprendendo la disposizione spirituale di un modello antico il Tasso sembra voler comunicare un messaggio di pace universale che passa attraverso la ferma condanna delle violenze e degli orrori che vengono commessi in nome di Dio, tanto dai pagani quanto dai cristiani stessi. Si tratta di un messaggio nuovo e moderno, pur se riprende un modello antico, ed è questo un elemento di innegabile originalità.
V’è un ultimo punto della Liberata che vorrei ricordare perché mi pare attuale e proponibile anche ai nostri giorni. Nel canto IV del poema c’è un’assemblea di creature infernali (diavoli ed altri mostri) presieduta da Lucifero, il “gran nemico” in persona. Qui egli tiene un abile discorso al suo popolo, nel quale ordina a tutte le forze del male di sostenere i pagani contro i cristiani; e fin qui tutto normale anche perché, come dicevo in un altro post, le religioni e le ideologie non potrebbero sopravvivere se non si formassero a loro piacimento un “nemico” da combattere. Quello che emerge però nel discorso di Lucifero è anche il ricordo della ribellione sua e dei suoi contro Dio, con la sua sconfitta e la conseguente cacciata negli abissi dell’inferno. Qui egli sostiene che la propria infelice condizione di reietto e di emarginato non dipende dalla sua iniquità o dall’avere egli torto nella contesa con le forze celesti, ma semplicemente dall’esito della contesa stessa: il fatto ch’egli sia considerato il Maligno e da tutti odiato, in altri termini, deriva solo dalla sua sconfitta, perché i vincitori falsano la realtà storica ed oscurano la memoria dei vinti. Nel leggere questo canto non ho potuto fare a meno di sentirvi un parallelo con quanto sovente accaduto nelle epoche moderne, quando sono stati quasi sempre i vincitori a scrivere la storia ed a porsi dalla parte del bene e della ragione, mentre i vinti hanno ricevuto le più infamanti accuse e si sono visti attribuire misfatti ed orrori che invece sono stati commessi da entrambe le parti. Non intendo riferirmi a nessun fatto in particolare, ma chi vorrà prendersi la briga di leggere il post immediatamente precedente a questo, dal titolo “I falsi miti della storia,” troverà un’ampia esemplificazione di quanto qui ricordato. Anche da questo punto di vista dunque, come si evince dai richiami che ho fatto alla Gerusalemme liberata, constatiamo che la grande letteratura ha sempre qualcosa da insegnarci, è sempre attuale; ed è proprio in questa immortalità ideale che si concretizza l’essenza di ciò che propriamente si definisce “classico”.

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I falsi miti della Storia

La storia, come si sa, la scrivono i vincitori a loro uso e consumo. E’ una frase banale ma vera che tutti abbiamo potuto constatare, almeno quelli di noi che non sono più molto giovani e che sono andati a scuola negli anni ’70-’80 del secolo scorso. I libri di storia di allora – e anche quelli di adesso, ma un po’ meno – tendevano a presentare i fatti accaduti nel nostro Paese secondo un’ottica trionfalistica, esaltando alcuni periodi come “eroici” e condannandone altri come “oscuri”; ed in questo loro entusiasmo celebrativo, portato avanti coerentemente con una visione ideologica unica, ci fornivano un’immagine del nostro passato notevolmente distorta, se non addirittura falsificata. Si formavano così dei “miti”, degli episodi da osannare come glorie nazionali, e di questi “valori indiscutibili” riempivano la testa dei giovani studenti, senza accennare minimamente agli aspetti negativi ed anche vergognosi che c’erano dietro questi miti e che i nostri zelanti storici riuscivano abilmente a nascondere. Per semplificare e non estendere troppo il post, riferisco queste volute mistificazioni della realtà a tre momenti principali della nostra storia: il Risorgimento, la prima guerra mondiale e la cosiddetta “Resistenza” durante la seconda guerra mondiale. Su questi argomenti sono state dette le più grandi falsità, la verità storica è stata negata, nascosta ed anche palesemente tradita.
Il primo periodo, quello del Risorgimento nazionale, va dai moti del 1821 circa al 1860, anno dell’unificazione dell’Italia. A noi a scuola questo processo storico veniva presentato come un succedersi di atti eroici tendenti ad un fine giusto e indiscutibile, l’unità del nostro Paese che da tanti secoli giaceva sotto la dominazione straniera. I feticci da adorare di quella fase storica erano sopratutto Vittorio Emanuele II e Garibaldi, i quali nella realtà furono molto diversi da come venivano descritti e non meritavano certo l’alone eroico che veniva loro applicato: il primo era persona di scarsa iniziativa e non fece mai nulla di importante se non sfruttare la sorte di avere un primo ministro geniale come Cavour, il secondo era un avventuriero fanatico e spietato che non esitò a ordinare rappresaglie e massacri di cittadini inermi in Sicilia e altrove, rivelandosi per quel criminale di guerra che era. Ma la storia ce l’ha presentato come un novello Agamennone, un eroe senza macchia e senza paura, così come ci ha presentato come una prova di grande eroismo la celebre spedizione dei Mille, che fu invece un atto di puro terrorismo politico: la conquista del regno delle due Sicilie, infatti, non fu l’impresa gloriosa che i libri falsi e bugiardi hanno celebrato, ma una vera e propria invasione di uno Stato libero e indipendente, che aveva rappresentanze diplomatiche e relazioni sociali e commerciali con tutta l’Europa, una ingiusta occupazione non preceduta neanche da una regolare dichiarazione di guerra. Gli storici meridionali hanno da tempo dimostrato questa realtà, così come i brogli elettorali con cui i Savoia annetterono al loro stato, con plebisciti truccati, non solo la Sicilia e il resto del meridione ma anche la Toscana, l’Umbria, le Marche ecc. L’avidità di potere e di denaro dello stato piemontese e del suo re furono le vere ragioni del processo storico chiamato Risorgimento e celebrato come un’epopea patriottica, non certo il nobile ideale dell’unità d’Italia. E anche dopo l’unità il governo piemontese nel sud Italia fu una vera e propria dittatura sanguinaria, che fece rimpiangere di gran lunga il potere dei Borboni; ma questo i libri di storia lo dicono solo adesso, ai tempi miei non se ne aveva traccia.
Anche la prima guerra mondiale ci veniva descritta nei libri di storia come un’epopea eroica, provocata dall’assoluta necessità di liberare le terre “irredente”, dalle quali – a quanto si diceva allora – si levava il grido di dolore contro l’occupazione straniera. Anche questo è falso, se non del tutto, almeno in gran parte: gli abitanti dell’Alto Adige ad esempio, che loro non a caso chiamano Sud-Tirolo, non si sono mai sentiti italiani, neanche adesso, visto che si rifiutano di esporre la nostra bandiera, parlano e scrivono in tedesco e fanno sentire stranieri noi quando andiamo nei loro territori. Anche in questo caso l’attacco all’impero austro-ungarico fu proditorio da parte dell’Italia, come l’imperatore Francesco Giuseppe fece subito notare, perché da alleato il nostro Paese divenne improvvisamente nemico, senza una valida motivazione. E va detto anche che un’abile politica diplomatica avrebbe consentito ugualmente l’acquisizione da parte italiana di quelle terre che ci costarono invece più di 600.000 morti, giovani mandati in trincea allo sbaraglio, con armi inadeguate e ordini contraddittori. Non si comprende quindi come quel gravissimo errore storico, quella “inutile strage” come giustamente la definì il papa Benedetto XV, possa essere stato trasfigurato e mistificato tanto dagli storici da poter passare come un’impresa eroica. Ma si sa che i vincitori e gli storici asserviti al potere sono capaci di questo ed altro.
La terza e più grande falsificazione della realtà riguarda la seconda guerra mondiale ed in particolare il periodo della cosiddetta “Resistenza”, la guerra civile verificatasi dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Di questa fase storica si sono impadroniti gli storici comunisti o comunque di formazione marxista ed hanno avuto campo libero nello scrivere libri che poi, adottati nelle scuole, hanno indottrinato tante persone piegandole ad una verità profondamente distorta. Va detto anzitutto che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dalle forze alleate anglo americane; senza di loro nulla avrebbero potuto gruppi sparuti di fuggitivi male armati di fronte alla potenza dell’esercito tedesco che, pur avendo perduto molto della forza originaria, era ancora in grado di occupare stabilmente il nostro paese. Su quel periodo, inoltre, sono state compiute da questi storici disonesti tante omissioni e distorsioni: nessuno ha parlato delle foibe, ad esempio, nessuno ha messo adeguatamente in luce le atrocità commesse dai partigiani contro persone inermi e popolazioni civili mai compromesse con il fascismo, tante persone torturate e uccise dagli aguzzini con falce e martello anche dopo la fine della guerra, addirittura fino al 1947. Si sono giustamente evidenziate e additate al pubblico disprezzo le stragi nazifasciste, ma non si è detto una parola sulle responsabilità dei partigiani in quelle stragi, di cui la più atroce fu quella delle fosse Ardeatine, dove furono uccisi dai nazisti 335 civili italiani. Gli storici hanno descritto a lungo l’evento ma hanno taciuto il fatto che fu l’attentato di via Rasella, dove i partigiani uccisero 33 soldati tedeschi, a provocare quel massacro. Tutti sapevano, perché era scritto su tutti i muri, che per ogni tedesco ucciso sarebbero stati giustiziati dieci italiani, anche i partigiani lo sapevano; quindi i responsabili dell’attentato di via Rasella avrebbero dovuto presentarsi e prendersi le loro responsabilità, non nascondersi vigliaccamente provocando di fatto la morte di tanti civili innocenti. Oggi per fortuna la verità è venuta fuori, ma con difficoltà e per lodevole impegno di poche persone coraggiose, perché ancora adesso a mettere in dubbio il presunto eroismo dei partigiani e di chi li comandava si rischia il linciaggio morale, si rischia di ricevere la solita bollatura di “fascisti”, quando tutti sanno che il fascismo è finito da 74 anni e che è ormai giunto il momento di fare i conti con la storia. Ma per fare adeguatamente questi conti occorre obiettività, tolleranza e onestà morale, tutte qualità che i cattocomunisti e i radical-chic nostrani, pur ammantanti di buonismo e di carità cristiana, non possiedono affatto. Ma io non mi vergogno di dire quel che penso e lo dico proprio oggi alla vigilia del 25 aprile, una festa falsa ed ipocrita perché nel ricordo di una guerra civile, un periodo tanto tragico per la nostra patria quanto colpevolmente falsato dalla malafede degli storici marxisti, non c’è proprio nulla da festeggiare.

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Il nuovo esame di Stato? Io non partecipo

Per quanto riguarda l’esame di Stato conclusivo degli Istituti di secondo grado (un tempo denominato “esame di maturità”) ci sono quest’anno diversi cambiamenti rispetto a come tale appuntamento si svolgeva fino all’anno scorso: due sole prove scritte invece di tre, un maggior peso conferito al credito scolastico (cioè alla media dei voti che l’alunno ha avuto negli scrutini finali degli ultimi tre anni) ed una nuova modalità di svolgimento del colloquio. Questa sembra la novità più eclatante, dal momento che non è più data alla commissione la possibilità di intavolare sul momento gli argomenti da proporre al candidato, ma occorre preparare prima della prova una serie di buste chiuse contenenti gli argomenti da trattare; tra di esse lo studente ne estrarrà una a sorte e su quella si svolgerà il colloquio. Apparentemente la cosa sembra avere una logica ben precisa, che è quella di impedire che i candidati sappiano in anticipo quali sono le domande alle quali dovranno rispondere; ed il principio non è sbagliato, perché (diciamoci la verità) molto spesso avveniva finora che i commissari interni, e qualche volta anche quelli esterni, comunicassero in anticipo i contenuti del colloquio, per favorire ingiustamente gli studenti. Una volta mi accadde, come presidente di commissione, di notare che una docente interna avesse già scritto su di un suo quaderno, che incautamente aprì di fronte a me, i nominativi dei ragazzi con scritti sotto a ciascuno gli argomenti che avrebbe chiesto in sede di colloquio. Alla mia richiesta di chiarimenti costei, piuttosto confusa e rossa in viso, disse che quello era un pro-memoria che aveva compilato per sé e per evitare di fare troppe volte le stesse domande a molti candidati; ma si vedeva bene che stava mentendo e che in realtà aveva già comunicato ai suoi studenti ciò che avrebbe loro sottoposto, in modo che potessero prepararsi su quello ignorando tutto il resto. E la prova del mio sospetto arrivò poco più tardi: durante il colloquio di una ragazza considerata brillante dalla scuola e presentata con un’altissima media avvenne che costei, che aveva risposto brillantemente ai quesiti posti dall’insegnante interna, cadde miseramente di fronte ad una semplice domanda sulla stessa materia che io, come presidente, ebbi l’ardire di sottoporle. Era chiaro quindi che aveva studiato solo ciò che sapeva da tempo che le sarebbe stato chiesto. Questo piccolo episodio è solo uno degli innumerevoli esempi di illegalità che vengono compiuti all’esame di Stato da chi ritiene, erroneamente, che i voti alti e molto spesso “gonfiati” diano lustro alla scuola e ai docenti di quella scuola, considerato che, purtroppo, nella nostra società la forma vale molto più della sostanza. Dispiace constatare che comportamenti del genere avvengono in tanti luoghi: gli studenti vengono coccolati e aiutati in tutti i modi, anche al di là dei limiti della legalità e della decenza.
Certo è questo il motivo per cui il Ministero ha inaugurato questa nuova formula per il colloquio, anch’essa aggirabile ma con maggiore difficoltà. Il problema che si presenta, però, è che sul nuovo colloquio ci sono molti interrogativi che non sono stati chiariti da chi di dovere. Anzitutto: queste buste vanno preparate dalla commissione in sede d’esame oppure già durante l’anno scolastico il Consiglio di classe deve offrire uno specimen o esempi di buste già compilate per facilitare (e anche “indirizzare”, diciamo così) l’operato dei commissari? Molte scuole sembra che l’abbiano intesa così, riunendo i Dipartimenti e affannandosi a compiere un lavoro che forse neanche spetterebbe a loro. Ma che vogliamo farci? Spesso noi docenti siamo più realisti del re, cioè veniamo affetti da un lodevole zelo e ci riteniamo in obbligo di fare qualcosa a cui non siamo obbligati affatto, e questo è uno dei difetti più diffusi nella nostra categoria. Inoltre ci sono altri interrogativi sul colloquio, ad esempio questo: nelle famose buste da chiudere e far aprire poi ai candidati vanno messi gli argomenti per sommi capi (ad es., per italiano, Leopardi) oppure vanno specificati anche gli aspetti specifici ed i testi (ad es. A Silvia, vv. 30-40) su cui si svolgerà la prova? Io propendo per la prima ipotesi, ma parlando con alcuni colleghi in servizio ho saputo che invece, a loro giudizio, va specificato tutto. Ma in questo modo la commissione d’esame, se pur avesse gli esempi addotti dai colleghi del Consiglio di classe, sarà sottoposta ad un lavoro immane, perché per compilare schede di questo genere, così particolareggiate e afferenti a tutte le materie d’esame (che oltretutto andrebbero collegate tra di loro per il principio dell’interdisciplinarietà) occorrono non minuti, ma diverse ore. Quindi gli sventurati commissari saranno costretti a rimanere in sede, tutti i giorni, fino alle nove di sera per espletare questo lavoro? Se veramente sarà così, dubito che si troveranno molti presidi e docenti disposti ad assumersi un impegno del genere, considerato anche che i loro colleghi non impegnati nell’esame se ne staranno già comodamente a casa in vacanza. E poi, se tutti gli argomenti sono già specificati nella busta, non c’è il rischio che il colloquio d’esame si trasformi in un monologo univoco, una performance dello studente mentre i commissari se ne restano ad ascoltare in silenzio?
A causa di tutte queste novità, allestite in fretta dal Ministero e comunicate in ritardo alle scuole, restano sul nuovo esame molti interrogativi e molte incertezze che poi, nella fattispecie, graveranno sulle commissioni ed in particolare sui presidenti che ne sono i diretti responsabili. C’è il rischio concreto di un aumento del contenzioso che già esiste in abbondanza e del quale spesso si abusa, perché in presenza di norme nebulose e non ben definite aumenta certamente la probabilità di compiere errori di forma che possono provocare ricorsi e prolungati fastidi. Essenzialmente per queste ragioni io ho deciso quest’anno di non presentare la domanda di partecipazione all’esame, visto che essendo in pensione non sono più obbligato a farlo. Dopo qualche anno di interruzione, di recente è stata ripristinata la possibilità per presidi e docenti a riposo di far parte delle commissioni d’esame, nel limite temporale di tre anni dalla decorrenza della pensione; perciò avevo pensato di approfittare di questa opportunità, ma di fronte ad un possibile salto nel buio ed in vista di possibili spiacevoli conseguenze ho deciso di rinunciare. Già più volte mi è successo di trovarmi in situazioni non certo simpatiche: l’ultimo episodio si è verificato quando alcune persone in malafede travisarono volutamente quel che avevo scritto su questo blog per accusarmi di aver diffamato la loro scuola, mentre invece le mie considerazioni sulle irregolarità che si verificano durante gli esami erano generiche e non si riferivano a nessun Istituto in particolare; anzi, ironia della sorte, fu proprio in quella scuola che la mia commissione lavorò in un clima sereno e collaborativo, senza che emergesse mai alcunché di sospetto. C’è molta malevolenza in giro, la volontà di danneggiare il prossimo per il puro gusto di farlo, e questa è una ragione in più, che si aggiunge a quelle in precedenza enunciate, per rifiutarsi di partecipare a questo stanco rito che assomiglia sempre più ad una formalità priva di sostanza. Una ragione in più per andarsene al mare, specie quando si è ormai raggiunta un’età nella quale il riposo è molto più attraente delle polemiche inutili e dannose.

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Osservazioni sul fascismo

Come tutti (o quasi) sanno, il fascismo è stato un regime totalitario che è durato in Italia per un ventennio o poco più, dal 1922 al 1945. Questo ci dice la storia, alla quale questo periodo della vita italiana avrebbe dovuto essere riconsegnato; ed invece per tutti questi anni, dalla fine della guerra ad oggi, c’è stato chi ha voluto tenerlo in vita, come uno zombie, per più di settant’anni, paventando un “pericolo fascista” anche oggi, nel 2019, mentre in altri paesi il passato è passato e come tale viene considerato. Forse in Grecia si accusano ancora gli avversari politici di essere fautori del regime dei colonnelli? In Francia si accusano forse i dissidenti di Macron di essere “collaborazionisti di Vichy”? In Germania si accusa forse qualcuno di far parte della “Stasi”, la terribile polizia comunista del passato regime filosovietico? A me non sembra. E allora perché solo da noi in Italia si continua a bollare con il marchio d’infamia di “fascista” chiunque non appartenga alla lobby dei radical-chic o si opponga agli sbarchi incontrollati degli immigrati di colore o sia comunque contrario al “politically correct” che ci costringe ad accettare un linguaggio falso ed ipocrita?
Tentiamo di dare una risposta, che secondo me è una sola: le ideologie, così come le religioni, hanno assoluto bisogno del “nemico” per poter sopravvivere e prosperare, per potersi alimentare di continuo attraverso l’odio verso chi impedisce od ostacola la loro realizzazione ed il loro dominio in società. La Chiesa Cattolica non avrebbe potuto durare 2000 anni ed acquisire tutto il potere che ha se non si fosse inventata il “Maligno” e gli “infedeli” da combattere nelle crociate, e ciò vale anche per le altre religioni; allo stesso modo, l’ideologia marxista, che non a caso usava il termine “lotta di classe”, non avrebbe potuto sopravvivere né instaurare regimi liberticidi in tutto il mondo se non ci fossero stati i “padroni” da combattere, i “kulaki” o ricchi possidenti terrieri russi che i bolscevichi annientarono, i “fascisti”, appunto, da sconfiggere per affermarsi. Per un certo periodo la contrapposizione con il presunto “nemico”, ciò che tiene in vita religioni ed ideologie, poteva avere un fondamento nella realtà; ma poi, con il cambiamento delle condizioni storiche e la fine del terribile “demone” da distruggere, le costruzioni ideologiche rischiavano di implodere su se stesse perché la loro lotta, il loro livore diventavano inutili contro un avversario che non esisteva più. Ed allora, cosa si è escogitato? Un espediente geniale: quello di tenere in vita artificialmente il “nemico” anche dopo la sua morte, in modo da poter continuare a far finta di sentirsi aggrediti, di subire pericolose minacce, e tutto ciò per poter sopravvivere, poter continuare a sostenere ideologie criminali e assurde come quella marxista, fallita in tutto il mondo ma da noi ancora attiva ed operante.
Certo, la sinistra in Italia ha cambiato aspetto in questi decenni, anche sensibilmente. C’è stata una sinistra violenta negli anni ’60 e ’70 che si opponeva al “sistema” con l’uso delle spranghe, delle bottiglie molotov ed anche con l’assassinio degli avversari, una vera e propria eversione che alimentò anche il terrorismo omicida delle Brigate Rosse a cui lo Stato non seppe opporsi con l’energia che sarebbe stata necessaria. Già quella sinistra, che oggi per fortuna non esiste più se non in gruppuscoli isolati di fanatici, definiva “fascista” chiunque non appartenesse a quella ideologia, tanto che furono bollati con quel termine anche esponenti del PCI che non condividevano certi metodi. Oggi parlare di sinistra estrema o di “comunisti” in senso proprio sarebbe fuori luogo, perché di certe posizioni filosovietiche ed eversive non se ne vedono quasi più; la sinistra non solo si è imborghesita, ma addirittura ha assunto modi e comportamenti tipici di coloro che un tempo erano i suoi avversari, i “padroni”. Oggi essere di sinistra non vuol dire più stare dalla parte degli operai e dei contadini, classi sociali che non esistono neanche più nel senso che questi termini avevano decenni fa; anzi, attualmente ci sono i “comunisti con il Rolex”, cioè i cosiddetti “radical-chic”, persone che continuano a professare idee di sinistra, a volte persino radicali, ma vivono nel benessere e persino nel lusso. Loro caratteri precipui sono: l’ostentazione di una presunta cultura che apparterrebbe solo a loro mentre tutti gli altri sarebbero ignoranti e disinformati, una visione buonista della realtà per cui si dovrebbero aprire le frontiere a milioni di immigrati senza controllo e la contrapposizione frontale verso chiunque esprima un’idea contraria alle loro. Si tratta per lo più di una violenza verbale, ma che spesso si misura anche in pratica mediante il tentativo di chiudere la bocca agli oppositori con leggi liberticide come quelle di Fiano e di Scalfarotto sulla presunta “omofobia”, norme che reintroducono in Italia il reato di opinione, finora tipico soltanto delle dittature. Particolarmente aspra e subdola è stata, inoltre, la loro campagna diffamatoria contro gli esponenti politici del centro-destra, prima Berlusconi (perseguitato sul piano giudiziario con accuse ridicole come quelle del “processo Ruby”) e poi Salvini, fatto bersaglio dell’odio più disumano e dei più grossolani insulti. Questa sinistra di oggi è per certi versi l’opposto di quella del PCI di Berlinguer, che veramente difendeva le fasce deboli della società, ed anche di quella bombarola degli anni ’70, ma una cosa ha in comune con esse: l’uso ossessivo del marchio infamante di “fascista” contro chiunque si opponga alla loro mentalità ed alla loro visione della realtà.
Ed ecco che ritorna la necessità imprescindibile per l’ideologia marxista, sia pur cambiata rispetto al passato, di avere un “nemico” per poter sopravvivere, per poter reagire nelle discussioni quando non si hanno validi argomenti. E’ successo a chiunque non appartenga alla cerchia dorata dei radical-chic: appena si intavola una discussione e si riesce a dimostrare che le loro idee sull’immigrazione o sulla famiglia sono inaccettabili costoro, anziché ribattere con solidi argomenti, ti danno del “fascista” e con quella parolina magica chiudono il dibattito. E’ un modo per non cedere, per non dover ammettere l’inconsistenza e le contraddizioni della loro ideologia.
Questa è l’unica spiegazione per cui il fascismo è ancora oggi vivo e operante sulla bocca, nella penna e nella tastiera di tante persone. Il regime cui dovrebbe legittimamente riferirsi questa terminologia è finito nel 1945, per cui gridare oggi al “pericolo fascista”, al ritorno di quel regime, è assurdo; anzi, diciamolo pure, è da idioti in malafede, perché attualmente la democrazia italiana è solida e nessuno potrebbe abbatterla. Chi potrebbe avere oggi i mezzi culturali e materiali per restaurare un regime come quello del 1922? Soltanto affermare una cosa del genere dovrebbe far auspicare la riapertura dei manicomi. Se la sinistra nostrana teme davvero che quei pochi ragazzotti di “Casapound” o di “Forza Nuova” che alle elezioni raggiungeranno sì e no lo 0,5% siano un pericolo reale, allora ci fa veramente dubitare di quella intelligenza e di quella cultura che tanto ostentano i radical-chic. Io sono convinto che neanche loro pensano questo; il tenere in vita artificialmente il fascismo, quindi, altro non è che un espediente per perpetuare nel tempo un’ideologia sconfitta dalla storia, che ha cambiato forma e nome tante volte ma che nel profondo resta intollerante e faziosa, e che non ammette altra Verità se non la propria. Questa è, nel nostro Paese, l’unica cosa veramente pericolosa.

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La nuova seconda prova d’esame del Liceo Classico

Finalmente, dopo una lunga battaglia condotta in primis dal prof. Bettini dell’Università di Siena a cui tanti altri si sono accodati compreso – modestamente – il sottoscritto, è stata cambiata la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che resisteva da quasi un secolo sempre nella stessa forma, quella della “versione” secca e decontestualizzata dal latino o dal greco. Nel mio piccolo, attraverso questo blog ma soprattutto avvalendomi dell’esperienza di quasi 40 anni di insegnamento di latino e greco nel triennio del Classico, ho a lungo cercato di dimostrare come questa seconda prova andava cambiata, ed il cambiamento era necessario per diversi motivi: i giovani di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, oggi le conoscenze linguistiche (a partire dalla scuola media, dove spesso la grammatica non si fa neanche più) sono molto ridotte rispetto al passato, i nuovi strumenti informatici e la presenza di internet hanno cambiato la vita di tutti noi e soprattutto dei giovani, i quali non stanno più ore ed ore sul vocabolario a “fare la versione”: nella maggior parte dei casi purtroppo (e sottolineo il mio disappunto) scaricano le traduzioni già pronte da siti internet che le mettono loro a disposizione, e comunque l’uso dello smartphone e di altri strumenti, eliminando o riducendo la necessità di indagare in proprio per arrivare a certe conoscenze e certi risultati, sviluppa alcune abilità, ma conculca ed inibisce proprio quelle che occorrono per il lavoro di traduzione dalle lingue classiche. Inutile e controproducente è perciò la resistenza dei conservatori che, nel nostro ambito degli studi classici, continuano ad insistere con la classica “versione” senza rendersi conto che nel mondo attuale la realtà è qualcosa di sfuggente, di transitorio, che muta ad una velocità cento volte superiore a quanto avveniva in passato: perciò, se fino ad alcuni anni fa la prova d’esame con la “versione secca” poteva avere un senso, oggi non ce l’ha più, perché gli studenti attuali – tranne qualche raro caso – non sono più in grado di tradurre da soli brani di media difficoltà dal latino e dal greco. La traduzione è ormai diventata un lavoro da esperti, da studiosi accademici, non da studenti di liceo; è meglio dunque prendere atto della verità, anziché continuare ipocritamente, come ha fatto il Ministero negli ultimi dieci anni, ad assegnare all’esame brani come quelli di Aristotele, impossibili per gli studenti, solo per poter fingere che ancora sia possibile ricavare dai liceali degli esperti conoscitori delle lingue antiche. La realtà effettuale era che in tutti i licei i professori aiutavano smaccatamente gli studenti, quando addirittura non facevano la versione al posto loro. Di fronte ad una farsa di questo genere, che salva solo le apparenze ed aggira l’ostacolo in questo modo indegno, non è meglio cambiare, visto anche che la traduzione non è l’unico modo di conoscere il mondo classico, né l’unica abilità che i giovani debbono esercitare nei loro studi? Vi sono altri ambiti di conoscenza di tipo letterario, storico, artistico, filosofico ecc. che hanno pari o superiore utilità nella formazione culturale di uno studente rispetto al mero aspetto linguistico delle discipline classiche, in cui pochissimi ormai riescono ad orientarsi. Lo scopo del Liceo Classico non è quello di sfornare traduttori ma di formare persone colte ed in grado di ragionare in modo autonomo e poter così, con l’ausilio di una vasta cultura, conoscere il proprio mondo ed operare autonomamente le proprie scelte di vita.
Dopo molto tempo e lunghi dibattiti, il Ministero ha finalmente riconosciuto la realtà dei fatti ed ha cambiato finalmente la prova. La nuova struttura è ben organizzata, favorisce il ragionamento e stimola il senso critico di ciascuno, senza eliminare del tutto la traduzione ma affiancandola con un raffronto tra due testi di contenuto analogo ma di lingua diversa (di cui solo il primo, contestualizzato, va tradotto dagli studenti mentre il secondo è accompagnato dalla traduzione) e con alcune domande di tipo interpretativo che si riferiscono ai testi proposti ma danno modo di spaziare anche su altri argomenti ad essi affini o comunque collegati. Va anche detto, ad onta dei conservatori ancora chiusi nella torre d’avorio della classicità da cui non vogliono scendere a nessun costo, che questa prova non è affatto una facilitazione o una banalizzazione della precedente, perché per operare confronti fra testi o rispondere a domande alquanto complesse non occorrono abilità o conoscenze inferiori a quelle necessarie per tradurre la versione; anzi, ne occorrono di più, benché diverse dalla semplice conoscenza della lingua.
Per il momento non possiamo giudicare in toto gli effetti del cambiamento, dato che questo è il primo anno scolastico in cui verrà proposta la nuova modalità; abbiamo però il modello di prova che è stato inviato alle scuole e svolto dagli alunni nelle settimane scorse. Ad un primo esame mi è sembrata una proposta accettabile: c’era da tradurre un brano di Tacito, non “secco” ma inserito in un contesto preciso e ben introdotto, a cui si affiancava un passo dello scrittore greco Cassio Dione che trattava un argomento analogo a quello dello storico latino; infine, la prova si concludeva con tre domande concernenti i testi proposti ma aperte anche ad ampliamenti tematici e confronti con altri testi similari. Non si può dire che questo tipo di lavoro sia facile o adatto a tutti, ma è comunque atto a verificare un più ampio spettro di conoscenze e di competenze rispetto alla versione “secca” dove in pochissimi riuscivano e mettevano in evidenza una sola abilità. Questa struttura, molto più adatta agli studenti di oggi, offre la possibilità anche a chi non sa tradurre (e parliamo della maggioranza degli studenti!) di ricavare da questa prova, che all’esame vale ben 20 punti su 100, qualcosa di positivo. Fino ad oggi, invece, la sola versione senza contesto portava a fallimenti totali, a cui poi dovevano rimediare i commissari in fase di correzione degli elaborati: in qualità di commissario d’esame, infatti, io mi sono trovato spesso di fronte a disastri totali nelle traduzioni, ai quali dovevamo rimediare noi con correzioni “benevole”, cioè chiudendo un occhio e anche due per poter consentire allo studente di arrivare all’orale e passare l’esame. Questa, a mio giudizio, è pura ipocrisia, un comportamento ai margini della legalità, se non oltre. E’ quindi molto preferibile prendere atto della realtà e modellare l’esame su quelle che sono le effettive potenzialità degli studenti di oggi, cambiando ciò che va cambiato. Rimanere ancorati al passato e a ideali irrealizzabili significa essere fuori dal mondo, significa costruire un fantoccio inconsistente che poi, al primo soffio di vento, si sgretolerà in mille frammenti.

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Come si deve scrivere un libro

Ho spesso ripetuto in questo blog che oggi l’arte in generale è morta, ed unico sollievo per chi l’ama è ricercarla nei grandi autori del passato. Se questo vale per tutte le arti (musica, pittura, scultura ecc.) è però particolarmente evidente nella letteratura, dove le produzioni odierne di romanzi, racconti poesie e simili non hanno più quasi alcun valore; direi anzi che in certi casi vengono pubblicati e letti autentici obbrobri, nefandezze di ogni genere spacciate per letteratura. Oggi tutti si permettono di scrivere libri, anche gli ignoranti, purché siano personaggi noti; e quel che è peggio è che gli editori, che mirano solo alle vendite ed al guadagno, sono disposti a pubblicare queste sconcezze mentre, se si presentassero oggi un nuovo Leopardi o un nuovo Manzoni, li caccerebbero via perché, magari, non hanno giocato a calcio o non hanno preso parte al “Grande Fratello”. Purtroppo, in una società dove dominano l’ignoranza e la volgarità, non potrebbe essere altrimenti: chiunque si sente autorizzato a scrivere ciò che vuole senza tener conto che anche per fare l’operatore ecologico (ex spazzino) occorre un minimo di competenza. Per scrivere un libro no, basta mettersi sulla tastiera di un computer e andare innanzi senza regole, così come le parole vengono alla mente l’una dopo l’altra, senza alcuna tecnica e spesso anche senza la minima conoscenza della lingua italiana. Robaccia come i romanzi di oggi un tempo non sarebbero neanche stati sfogliati da un editore che voglia dirsi tale, che senza indugio li avrebbe gettati dalla finestra; e ciò perché gli editori un tempo erano intellettuali anch’essi, che sapevano valutare il valore di ciò che veniva loro sottoposto, mentre ora badano solo al guadagno e mandano in giro di tutto, basta che se ne vendano molte copie. Ed il guaio è che tanta gente li acquista questi libri, buttando via così il proprio denaro.
Se fino a qualche decennio fa nelle Università esistevano le cattedre di retorica (ed in qualche paese mi risulta che esistano ancora) una ragione ci sarà: scrivere un libro, infatti, non è cosa che possa farsi a caso, ma occorre tener presenti tutta una serie di norme di tipo morfologico, sintattico, stilistico, retorico, norme che oggi non conosce più nessuno.
Qualunque opera narrativa dovrebbe essere costituita da queste componenti, da impiegare e dosare con criterio e sapienza:
1) Il racconto vero e proprio, cioè l’illustrazione e la descrizione del succedersi degli avvenimenti narrati;
2) Le sezioni dialogiche;
3) La descrizione esterna oggettiva (ad es. di un ambiente, un luogo, una persona, un oggetto ecc.)
4) La descrizione interna o soggettiva (la psicologia dei personaggi, i sentimenti, gli impulsi dell’animo ecc.)
Le prime tre componenti, sia pure in misura diversamente calibrata a seconda delle epoche e dei gusti letterari, sono presenti in tutti gli scrittori classici antichi e moderni. La quarta, invece, ha subito alterne vicende: particolarmente sviluppata negli scrittori romantici come Manzoni, che nei Promessi Sposi “ne sa più” dei personaggi e ne esplora talora arbitrariamente l’animo, è stata invece parzialmente rifiutata dagli autori naturalisti e veristi, dove l’autore doveva “saperne meno” dei personaggi e quindi doveva persino sembrare, come dice Verga, che “l’opera si sia fatta da sé”. Ci sarebbe da dire che nemmeno il movimento naturalista rispetta del tutto questo principio, dal momento che in opere come Nanà di Emile Zola i sentimenti dei personaggi vengono indagati e non emergono solo dalle azioni. Ma questo è un altro argomento, che ci porterebbe molto lontano, per cui è meglio fermarci qui.
Ecco ciò che volevo dire: nei romanzi e racconti di oggi (e ce ne vuole per definirli tali) questi elementi sono affastellati alla rinfusa, senza consapevolezza da parte degli autori, i quali scrivono a ruota libera senza tener conto dei canoni della narrativa classica. In alcuni di essi sono quasi assenti una o addirittura due componenti, in altri viene sviluppata quasi solo la n.2 (il dialogo), dando vita a paginate intere di scambi di battute in cui si perdono di vista le vices loquendi, cioè quali battute vadano attribuite ad un interlocutore e quali all’altro. Ne vengono fuori grossolani pasticci che assomigliano più alla lista della spesa che ad un ordinato succedersi di pensieri logici.
Per non allungare troppo il post accenno soltanto agli aspetti formali, importantissimi e non secondari per definire il valore di un’opera narrativa. Sul piano linguistico va curata e non operata a caso la scelta delle parole, perché i significanti sono basilari, nelle loro diverse accezioni, per assimilarne i significati: l’aggettivazione, ad esempio, è curatissima negli scrittori classici ed è utilizzata per definire sia fisicamente che psicologicamente i personaggi, mentre oggi è messa a caso, buttando là le prime parole che vengono alla mente. Lo stesso dicasi per lo stile: il periodo deve essere armonico e complesso, con uso corretto della punteggiatura, mentre molti scritti di oggi sono squallide sequele di gruppi di due o tre parole seguite da un punto, evidentemente perché di meglio non si sa fare. E’ importante, inoltre, l’ordo verborum , ossia la studiata disposizione degli elementi della frase, poiché la posizione dei singoli termini deve essere indicativa delle sensazioni che si vogliono trasmettere al lettore. Ad esempio, quando Dante in quel suo celebre sonetto dice “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia” pone in posizione incipitaria gli aggettivi proprio perché il lettore sia impressionato dalle virtù di Beatrice più che dalla sua figura; se avesse detto “La donna mia pare tanto gentile ecc.” non avrebbe ottenuto lo stesso effetto, perché sarebbe venuta in primo piano la corporeità della donna, come se la si contemplasse in un dipinto, e non la gentilezza e l’onestà del suo animo. Un cenno, infine, voglio fare sull’uso delle figure retoriche, di cui gli “scrittori” moderni (tranne alcune eccezioni) ignorano perfino l’esistenza: la metafora, la metonimia, l’anafora, l’epifora, l’assonanza, il poliptoto, il chiasmo ecc. non sono giochi virtuosistici ma mezzi espressivi essenziali per collocare il lettore in una determinata disposizione d’animo. Non posso fare esempi perché questo scritto, che molti leggono sullo striminzito schermo dello smartphone, diverrebbe troppo pesante. Per comprendere il reale valore di questi elementi stilistici fondamentali rinvio al mio post del luglio 2018 intitolato “La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime”, che invito tutti a cercare nella sezione “Archivi” ed a leggere, per avere un’idea di cosa si possa a buon diritto definire arte letteraria.

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Chi distrugge i valori distrugge la società

In occasione della festa della donna lo scorso 8 marzo, la (poco) onorevole Monica Cirinnà del PD si è fatta fotografare tutta sorridente non solo vestita come una zingara, ma con un eloquente cartello in mano dove era scritto: “Dio, la patria e la famiglia. Che vita de m…”, che esibiva come un trofeo. Una tale esibizione di volgarità e di ignoranza da parte di una rappresentante del popolo italiano eletta in Parlamento dovrebbe far indignare tutti coloro che hanno a cuore non dico l’eleganza, ma anche soltanto il decoro che ogni persona dovrebbe mostrare in pubblico. Il nuovo segretario del PD, se non fosse anche lui un polpettone privo di qualunque buona norma del vivere civile, dovrebbe espellere questa persona indegna, che non fa certo onore al suo partito ed alla sua parte politica.
Siamo da tanto tempo, purtroppo, abituati alla volgarità e all’ignoranza dei parlamentari, soprattutto quelli dei 5 stelle e quelli di sinistra, ma questo livello di bassezza morale, che sfiora la bestemmia, non mi pare che si fosse mai raggiunto. La Cirinnà, che già ha legato il suo nome ad una discutibile legge che equipara delle unioni contro natura alla famiglia tradizionale, si permette ora di irridere a tutti quei valori in cui le società civili hanno sempre creduto. La triade “Dio, patria e famiglia” viene attribuita al fascismo da questa gentaglia ignorante che manifesta in piazza la propria nullità, ma non è così: tutte le società hanno sempre creduto in questi valori universali, pur se in forme e maniere diverse. Per mio conto io credo soprattutto a due di essi, cioè la patria, un valore che dovremmo tutti recuperare in questo sciagurato periodo di globalizzazione e di mancato controllo dei confini, e la famiglia, dalla quale tutti noi siamo nati e che giustamente consideriamo la cellula della società, purché si tratti di una unione naturale che possa portare alla nascita dei figli; quanto a Dio, personalmente non sono credente, ma ciò non significa che questo per me non sia un valore, anche soltanto perché rispetto profondamente chi crede, il quale ha una dignità che dovrebbe essere da tutti mantenuta. E adesso viene la Cirinnà, persona repellente anche solo a guardarla, con quel cartello blasfemo che esibisce con quel brutto sorriso che ha. Dobbiamo ammettere, quando vediamo certe esibizioni, che la nostra società attuale, benché abbia tanto progredito sul piano materiale, è la più barbara e incivile che mai si sia vista sulla faccia della terra.
A livello morale ed anche estetico il gesto della Cirinnà è vergognoso e vomitevole, soprattutto perché si tratta di una parlamentare che dovrebbe dare agli altri, e specialmente ai suoi elettori, esempio di quella civiltà e di quella educazione che evidentemente non possiede. Ma il gesto della senatrice è solo la punta dell’iceberg: se siamo arrivati a questo punto la responsabilità va cercata nella storia dei decenni addietro, a partire dal “mitico” ’68, che fece della distruzione dei valori tradizionali e della lotta al principio dell’autorità la propria
bandiera di combattimento. Da allora in poi la politica della sinistra, mascherandosi dietro la rivendicazione di “diritti” fatti passare per giusti e inalienabili, ha demolito pezzo a pezzo tutto ciò che restava di un sistema morale che poteva sì avere dei difetti e degli angoli da smussare, ma che non andava distrutto completamente e sostituito da un libertarismo sfrenato che non ha fatto altro che minare le basi stesse del vivere civile. Si spaccia per “libertà” la diffusione del vizio, della pornografia, della prostituzione femminile e maschile ed altro ancora, tutti mali che esistevano anche prima ma che erano conculcati dal senso morale e civile dei cittadini; adesso invece sono esplosi e vengono anche imposti a chi non li condivide, persino con minacce di denuncia penale contro chi non accetta le unioni o le adozioni gay. Ma la cosa più grave è che a questo degrado politico e morale pochissimi si oppongono, pochi si sentono turbati e offesi da gesti vergognosi come quello della Cirinnà. Sotto questo profilo siamo tutti colpevoli, perché l’indifferenza a volte è peggiore del male.

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La vita curiosa di un blog

Questo mio blog è stato aperto nel febbraio del 2012, e sono quindi sette anni che sopravvive, malgrado tutto, mentre altri consimili hanno chiuso da tempo. Ciò si deve soprattutto alla mia pervicacia di comunicatore via internet, perché in situazioni simili altre persone si sarebbero arrese da tempo. In questi sette anni questo mio spazio web, che ha la pretesa di essere un blog culturale, ha avuto esiti diversi da quelli che mi aspettavo e che speravo: non ha contribuito, se non pochissimo, a farmi conoscere come studioso del mondo classico e della letteratura italiana, né tanto meno come opinionista; non mi ha procurato agganci con organi di informazioni e case editrici, a cui ho offerto spesso la mia collaborazione senza esito, pur rivelandomi capace – come molti hanno notato – di scrivere in modo alquanto corretto ed incisivo; ed infine, cosa ancor più deludente sotto un altro punto di vista, non mi ha dato neanche la possibilità di instaurate scambi di opinioni e confronti di idee, in quanto i commenti – che pure ho lasciato liberi e aperti a chiunque volesse intervenire – sono stati sempre pochi, anzi pochissimi. Ho avuto modo di notare che altri blog tenuti da persone di media e scarsa cultura, spazi web che parlano di hobbies, di moda, di storielle amorose ed erotiche più o meno frutto di fantasia hanno un numero di interventi e di commenti largamente superiore a quello che può avere un blog che possa chiamarsi culturale. La cosa di per sé è triste, ma non tanto per me perché mi riguarda direttamente, quanto perché conduce ad una poco felice conclusione: che cioè nel nostro Paese la cultura è considerata ormai come un noioso passatempo da “sfigati” (per usare il linguaggio corrente), si vive bene (anzi meglio) anche senza di essa e che l’ignoranza e quello che è ancor peggiore, ossia la mancanza di curiosità culturale, la fanno da padrone in una società che definire “barbara” è un’offesa verso coloro che erano considerati i veri barbari che occuparono l’Europa occidentale nei secoli IV-VI dell’era cristiana.
Nessuna meraviglia, quindi, se le visite al mio blog sono andate progressivamente diminuendo negli ultimi anni: dopo un progresso nei contatti giornalieri verificatosi dal 2012 al 2017 (forse l’anno migliore) l’interesse dei lettori è poi sensibilmente diminuito e si è passati dalle 250 visite al giorno di media alle attuali 140-150 al massimo. Anche questo si inserisce nel clima culturale di cui parlavo prima, senonché, in questi ultimi mesi, si è verificato un fenomeno singolare, che mi preme di riferire perché pare in parziale contraddizione con quanto affermato sopra. A fronte della netta diminuzione della popolarità del blog, sono però aumentate le letture riguardanti alcuni articoli di argomento letterario, che qui cito indicando il mese di pubblicazione affinché il lettore, se vuole,possa ritrovarli e rileggerli andando sulla finestra di ricerca o su quella “Archivi” poste in alto sulla colonna a destra della pagine:

– Le donne al Parlamento (gennaio 2013)
– Il mito dell’età dell’oro (marzo 2013)
– Le notti bianche (agosto 2013)
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (novembre 2013)
– Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera” (gennaio 2015)
– La democrazia da Euripide ai giorni nostri (luglio 2015)
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (agosto 2015)
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Anton Cechov, novembre 2015)
– La depressione di Jacopo Ortis (luglio 2016)
– Rileggendo qualcosa del Manzoni (novembre 2016)
– Dante e le donne: l’arte della psicologia (dicembre 2016)
– Visita a casa Leopardi (gennaio 2017)
– Gabriele d’Annunzio, l’intellettuale indefinibile (aprile 2017)
– Catullo, poeta degli anni 2000 (novembre 2017)
– Qualche osservazione su Pindaro e le odi di Orazio (dicembre 2017)
– Terenzio e il suo modello di educazione (marzo 2018)
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime (luglio 2018)
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans, agosto 2018)
– Una nuova edizione di Catullo (gennaio 2019)
Questi post letterari, ed altri di argomento culturale, sono stati visitati negli ultimi tempi con una certa continuità, come se qualcuno avesse uno specifico interesse per questi argomenti; in particolare hanno avuto molte visite quelli su Dante e quello su Terenzio ed il suo modello di educazione, che tratta il tema sempre attuale del rapporto generazionale e contiene anche dei raffronti tra il modo di affrontare il problema nell’antica Roma e quello della società attuale. L’aspetto insolito e un po’ sconcertante del fenomeno, a mio avviso, non è tanto la “fortuna” (chiamiamola così) di questi post culturali, quanto che i visitatori non abbiano sentito mai – e dico mai – la necessità di apporre un commento a quanto letto, di chiedere una spiegazione o un approfondimento, di esprimere la loro opinione. I visitatori si limitano a leggere, senza intervenire; preferiscono rimanere nell’ombra, non avviare alcuna discussione né analizzare ulteriormente l’argomento con l’autore del post che, se ha parlato di quegli scrittori, vuol dire che ne ha fatto esperienza e che in certo qual modo li conosce e desidera perciò confrontarsi con i suoi lettori. Questo non avviene, e perciò i misteri legati a questo mio blog sono diversi, sono domande che non hanno risposta. Perché le visite in generale sono così diminuite negli ultimi due anni? Perché, in controtendenza con la perdita di prestigio della cultura di questi nostri tempi, sono proprio i post culturali che, pur nella generale decadenza, ricevono più visite? E se chi legge questi post letterari ha interesse per queste tematiche, perché non commenta e non contribuisce allo sviluppo di uno scambio di idee? Io non so dare risposte precise a questi interrogativi, ma solo fare congetture; tuttavia sta di fatto che tenere un blog in queste condizioni non è molto gratificante e credo quindi che questo mio tentativo di comunicazione sul web, non avendo raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, sia sul punto di terminare, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. Però una cosa da questa esperienza l’ho imparata di sicuro: la cultura, tranne pochissime eccezioni, non è un buon mezzo per uscire dall’anonimato.

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