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Il blog chiude

Questo blog fu inaugurato da me nel febbraio del 2012, ossia quasi otto anni fa. La mia decisione fu dettata da un grande entusiasmo, dalla volontà di esprimere il mio pensiero affidandolo, come una bottiglia con un messaggio dentro, al grande mare di internet. Quali erano le finalità che mi spinsero a prendere questa decisione? Anzitutto quella di informare i lettori sull’argomento del quale avevo più competenza, cioè la scuola ed i suoi problemi, perché in quell’ambiente sono vissuto per 40 anni come docente ed al quale sono molto affezionato ancora oggi che sono in pensione. Quello che mi premeva era suscitare riflessioni, osservazioni e dibattiti sulla situazione della scuola italiana ed in particolare del Liceo Classico, dove ho insegnato le materie più caratterizzanti quel corso di studi, cioè il latino ed il greco; perciò ritenevo che fosse utile occupare questo spazio web per parlare di metodologie dell’insegnamento delle materie umanistiche, dei rapporti tra docente e studenti, della necessità di rinnovare questo indirizzo di studi per evitarne l’inarrestabile decadenza; per questo ho sostenuto a lungo la necessità di cambiare la seconda prova scritta d’esame, superando la solita “versione” secca che non rendeva giustizia alla maggior parte degli studenti. Ma sul mio blog hanno trovato largo spazio anche altri argomenti, come recensioni e giudizi su opere di scrittori e poeti antichi e moderni di mio particolare gradimento, e l’analisi della società attuale e dei suoi problemi. Da questo angolo visuale è diventato inevitabile per me prendere posizioni piuttosto decise e antitradizionali, avverse soprattutto a quel “politically correct” ed a quel pensiero unico che, sostenuto dagli organi di informazione e dagli “intellettuali” radical-chic, tenta di chiudere la bocca a chiunque si oppone alle loro presunte verità. Per sostenere queste mie posizioni ho dovuto, soprattutto negli ultimi due anni successivi al mio pensionamento, esporre le mie idee politiche, che durante l’attività di insegnamento avevo tenuto sempre in ombra perché mai, in tutta la mia carriera di docente, ho dato l’impressione di voler indottrinare i miei studenti. Com’è noto, in classe io parlavo solo di latino e di greco. Tra le finalità del blog inoltre, aperto ai commenti ed alle discussioni che ne potevano derivare, ne va annoverata anche un’altra, che non ho mai cercato di nascondere: quella di farmi conoscere al di là dei confini del mio territorio, attrarre l’attenzione – magari! – di giornali o di case editrici a cui avrei volentieri fornito la mia collaborazione. A dire il vero ho già una certa notorietà, in virtù dei molti libri che ho già pubblicato; ma si tratta di una notorietà settoriale, perché le mie pubblicazioni riguardano il settore degli studi classici e sono quindi sconosciute ai più.
Illudendomi, credevo che il blog mi avrebbe aiutato nel realizzare questi obiettivi che mi ero proposto e che ho elencato qui sopra. E invece niente. Nei primi anni di attività arrivavano diversi commenti, alcuni concordi con il mio pensiero e addirittura elogiativi, altri invece in opposizione: li ho pubblicati quasi tutti, escludendo però quelli dei soliti imbecilli che pensano di farsi grandi con l’insulto e il turpiloquio, ma le discussioni che ne nascevano per lo più morivano sul nascere. Negli ultimi anni poi (intendo soprattutto dal 2016 in avanti) il numero dei commenti, e quindi della partecipazione attiva dei lettori, si è molto ridotto, tanto che i commenti stessi – sempre meno numerosi – provenivano sempre dalle solite quattro o cinque persone, mentre tutti gli altri leggevano a malapena gli articoli, quando li leggevano. Lo stesso andamento discendente si è registrato nel numero delle visite giornaliere al blog: c’è stato un aumento costante dal 2012 al 2017, anno in cui si sono raggiunte le 75.000 visite, cioè una media di oltre 200 giornaliere; ma i due anni successivi sono stati un disastro, con contrazioni continue e costanti, tanto che il 2018 ha registrato 70.000 visite circa, mentre per il 2019 siamo ad appena 56.000. Tutto ciò denota un progressivo disinteresse dei lettori per il mio blog, che mi induce inevitabilmente ad abbandonare questa impresa, che ormai non vale più la pena di continuare.
Qualcuno ha tentato di spiegare le cause di questo declino. Una mia brillante ex studentessa mi ha fatto notare che il titolo e la grafica del blog sono poco attraenti (ma lo erano fin dall’inizio, non è cambiato molto); un altro lettore mi ha fatto presente che la maggior parte degli internauti oggi utilizza per la lettura lo smartphone, ed in effetti è impegnativo leggere su uno schermo così piccolo articoli lunghi e piuttosto complessi come i miei; altri hanno fatto riferimento al grande boom che negli ultimi anni hanno avuto i “social” come Facebook, che ha indotto molti a seguire quelli anziché i blog tradizionali, già superati dall’enorme velocità del progresso e delle abitudini moderne. Può darsi che tutte queste motivazioni abbiano contribuito al declino inarrestabile del blog, o che ve ne siano altre ancora: sta di fatto che non mette più conto, attualmente, dover aggiornare un blog periodicamente, impegnarsi nel trattare argomenti di una certa difficoltà e di un certo peso culturale per avere un riscontro così deludente. Così ho deciso di trasmigrare anch’io su Facebook (dove del resto ho un profilo funzionante da anni) e di abbandonare questa esperienza di blogger. Ciò non significa che il blog chiuderà del tutto: resterà on-line finché il provider di WordPress che lo ospita lo riterrà utile, potrà essere ancora letto e commentato, ma non sarà più aggiornato regolarmente, a meno che qualche volta io abbia qualcosa da comunicare che non può trovare spazio sui social, anch’essi controllati dal potere censorio del pensiero unico comune. Con la fine del 2019 si chiude perciò anche questa esperienza; ma chi vuole comunicare con me potrà sempre farlo tramite Facebook o magari anche mandando commenti qui come faceva anche prima, salvo che la risposta, se arriverà, non arriverà più nei tempi stretti come accadeva finora.
Questa occasione mi è gradita per fare i migliori auguri a tutti i miei amici e conoscenti, che invito a ragionare con la propria testa e a non farsi condizionare dalle idee correnti. Occorre avere il coraggio di andare controcorrente, anche a rischio di essere dileggiati e insultati. Da questo, secondo me, si vede il vero valore della persona, di colui (o colei) che non salta sempre sul carro dei vincitori ma è disposto anche a rischiare qualcosa in nome delle proprie idee.

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L’ignoranza al potere

La società in cui viviamo oggi non è caratterizzata da nessun’altra cosa se non dall’ignoranza, dal disprezzo per la cultura e la competenza, un costume ed una mentalità che hanno assunto sempre più potere. Partiamo dal basso. Io ho l’abitudine di guardare in TV (non sempre, ma spesso) la trasmissione “L’eredità”, che va in onda su Rai1 alle 18,45 di ogni sera. Qui vengono poste ai concorrenti varie domande di cultura generale, che riguardano sia il cinema e lo spettacolo sia campi di sapere più ampi e necessari come la storia, la geografia, la letteratura, la storia dell’arte, le scienze ecc. Queste domande di solito sono semplici, persino elementari; eppure i concorrenti, spesso giovani e freschi di studi, rivelano lacune impressionanti su questioni talmente semplici che tutti dovrebbero conoscere, anche senza aver letto i libri di scuola ma soltanto ascoltando qualche programma televisivo: c’è chi ha messo Mussolini o Hitler nel 1970, chi non sa se il Perù è in America o in Africa, chi non conosce la dislocazione delle città nelle varie regioni d’Italia (Brindisi è stata messa in Veneto una volta!) e altre perle di questo tipo. Ed il bello è che nessuno si vergogna di questa abissale ignoranza, anzi, ne sarebbero persino felici se questi svarioni non facessero loro perdere i punti al gioco. Purtroppo oggi è così: l’ignoranza è giustificata, se non addirittura ammirata, mentre la cultura è considerata avvilente, noiosa, inutile. Lo si vede anche quando qualcuno, nei commenti ai vari post di Facebook, corregge i colossali errori ortografici e sintattici che tante persone compiono: l’ignorante che ha scritto quelle bestialità non ringrazia chi lo corregge (come dovrebbe fare) per averlo messo di fronte alla sua ignoranza, ma anzi lo attacca e gli dice sprezzantemente di “non fare il professorino”, perché tanto, errori o no, il pensiero si capisce lo stesso.
L’ignoranza, l’incompetenza, la volgarità hanno campo libero nella nostra società tanto da essere non solo giustificate, ma addirittura ammirate: pensiamo ad esempio ai cosiddetti “reality” come il celebre “Grande Fratello” e gli altri che ne sono seguiti. Chi vince che meriti ha? Cosa sa fare? Assolutamente nulla, ed è proprio questo nulla che affascina, che consente alle persone di fare successo. Il successo stesso si basa sul nulla, come vediamo negli elogi a scrittori che non sanno scrivere, a pittori che sono solo imbrattatele, a cantanti che non sanno cantare. Ma la cosa più triste è che l’incompetenza è oggi perfino al centro della politica, dove c’è un partito di maggioranza (il Movimento Cinque Stelle) che è al governo, e c’è con persone assolutamente ignoranti, incompetenti su tutto e che mai hanno avuto nella vita la minima esperienza tale da giustificare la posizione che ricoprono. Noi sappiamo che anche per fare il magazziniere o la segretaria d’azienda occorre aver frequentato una scuola o un corso di formazione; per la politica invece, che dovrebbe essere l’attività più difficile perché ne dipende il destino di milioni di persone, a quanto pare non serve nessuna competenza. Alcuni ministri di quel partito, come Toninelli o Bonafede, sono imbarazzanti per l’Italia e per il mondo, perché totalmente incompetenti e inesperti nelle loro funzioni; del resto come potrebbe essere altrimenti per un individuo come Bonafede, che faceva il disk-jockey (si scrive così?) in una discoteca e da lì è passato a fare il ministro? E Di Battista, che offende tutti da quel grande arrogante e maleducato che è, faceva l’animatore in un villaggio di vacanze e da lì è passato ad essere uno degli esponenti più in vista del suo partito. Bella carriera, vero? E il bello è che queste persone, incompetenti su tutto, si permettono di criticare e offendere gli altri e si fingono persino benefattori del popolo italiano, mentre in realtà lo stanno portando in rovina. Ma anche questo triste fenomeno che è il Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) è il frutto maturo dei nostri tempi, di uno sciagurato periodo storico che non ama né apprezza la cultura e la competenza, ma valorizza la rozzezza, l’ignoranza, il nulla ben incarnato da questi politici.
Sarebbe difficile, con gli strumenti in nostro possesso, voler indicare oggi le ragioni di questo scadimento morale e culturale della nostra società, di questo degrado che aumenta ogni giorno e ci rende ridicoli agli occhi del mondo, noi che eravamo la patria di Dante, Michelangelo e di Galilei e oggi siamo quella di Toninelli e di Di Battista. Certo, una parte del fenomeno si può spiegare con il benessere sociale e la tecnologia che sono andati crescendo moltissimo negli ultimi decenni: in altre parole, quando tutto è già pronto su internet, sulle calcolatrici e sugli altri mezzi d’informazione, diventa sempre più ostico impegnarsi in approfonditi studi personali. Lo studio è fatica, si sa; la cultura è roba difficile, che richiede impegno mentale, ed in un periodo dove la vita è diventata facile e tutto si ottiene senza sforzo, perché faticare? Inoltre, quando un giovane vede che sono proprio gli ignoranti e gli incompetenti che fanno carriera, è spinto a fare altrettanto. Perché impegnarsi, lavorare, consumare energie per sapere più cose? A cosa serve sapere tante cose quando si vive benissimo nell’ignoranza? Basta lo smartphone per divertirsi e comunicare con gli altri, non c’è più bisogno nemmeno dell’amicizia reale, basta quella virtuale, e quindi anche gli scambi di idee, i confronti, sono sempre di meno.
Forse però il grave declino culturale dei nostri tempi deriva anche da una forma di reazione contro un periodo storico (gli anni ’60 e ’70) in cui della cultura si faceva gran conto, soprattutto negli ambienti di sinistra e nei circoli studenteschi. Da quel tempo in poi la supremazia culturale della sinistra è stata sempre incontrastata, perché alla destra non è mai stato concesso di esprimere intellettuali di valore (tranne pochi casi) ed i democristiani erano troppo impegnati nel loro malgoverno per dare la dovuta importanza alla cultura. Questa ideologizzazione del sapere è, in certo qual modo, rimasta anche oggi nell’era post-ideologica, perché quasi tutte le persone che si definiscono “di cultura” appartengono all’area culturale della sinistra. Ma questo finto monopolio, questo presunto possesso del sapere ha dato luogo anche ad una forte reazione, certo provocata dagli atteggiamenti presuntuosi e snobistici dei cosiddetti “professoroni” di sinistra e dei radical-chic che ci sono ancor oggi. In conseguenza di questi atteggiamenti, la cultura ha finito per apparire un sovrappiù, una veste opprimente da cui era meglio liberarsi, un marchio di superiorità che molti disprezzavano. Sappiamo del resto che ogni movimento storico, artistico o letterario, dopo essere arrivato all’apice subiva un rallentamento, fino ad essere soppiantato dai suoi oppositori: al traboccante Barocco successe la scarna Arcadia, allo psicologismo romantico successe l’osservazione oggettiva del Naturalismo, e così via. Così oggi, al predominio della cultura degli intellettuali del ‘900 è succeduto il dominio dell’ignoranza del secolo XXI, l’unico secolo in cui potevano nascere il “Grande Fratello” e il Movimento Cinque Stelle. Se andiamo avanti così, dove arriveremo? Chissà, forse in futuro una nuova reazione all’esistente porterà ad un ritorno della civiltà; ma dubito che ciò avvenga, ed in ogni caso noi della nostra generazione non ci saremo più.

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Se il prof. non dà il buon esempio…

Qualche giorno fa è apparso un post su Facebook, non ricordo chi l’abbia inviato, il quale proclamava con indignazione la notizia secondo cui in un Istituto di istruzione superiore (forse un liceo) il Dirigente scolastico ha diramato una circolare che invita tutti i docenti, al momento in cui arrivano a scuola, a lasciare in presidenza il cellulare e non usarlo quindi per tutta la mattinata. Alla notizia seguiva una serie di commenti di colleghi infuriati contro quel dirigente perché, a detta loro, trattava i docenti come bambini indisciplinati e soprattutto – e questo era il motivo principale dell’indignazione – li metteva alla pari con gli studenti. Quest’ultimo argomento è veramente ridicolo, secondo me: professori che si comportano da “amiconi” con i loro studenti, ci scherzano e fanno battute a volte di dubbio gusto, si fanno persino imitare e prendere sottilmente in giro dai ragazzi e poi, solo per quanto riguarda il cellulare, rivendicano orgogliosamente la superiorità del proprio ruolo rispetto a quello dei discenti. Inoltre, non avendo altra argomentazione, protestano dicendo che anche i medici, gli avvocati, i parlamentari ecc. usano il cellulare durante la loro attività lavorativa, senza tener conto che è una pessima linea difensiva quella di giustificare le proprie mancanze stigmatizzando quelle altrui; ed inoltre non tengono conto che il lavoro dell’insegnante è diverso dagli altri, presuppone anche una funzione educativa e formativa che altri professionisti non hanno. Come possiamo lamentarci della dipendenza dei giovani dallo smartphone quando ne siamo schiavi anche noi? Mi sembra di rivedere il comportamento di mio padre quando ero bambino e ragazzo: lui fumava come un turco ma proibiva con gran severità che io ed i miei fratelli prendessimo quel vizio; lui faceva largo uso di turpiloquio e di espressioni sconvenienti, ma se noi dicevamo qualche parolaccia succedeva il finimondo. Questa è pura incoerenza: se non vogliamo che gli altri si comportino male o prendano cattive abitudini, cominciamo a dimostrare di essere noi per primi esenti da quelle cattive abitudini. Il buon esempio, a mio parere, vale più di ogni invito ed ogni proibizione.
La triste realtà è che purtroppo – e sottolineo questo avverbio – tutta la società attuale e tutte le persone di qualunque età, escluse poche eccezioni, sono dipendenti dalla tecnologia e da questi aggeggi elettronici di cui non riusciamo più fare a meno. Oggi vediamo usare lo smartphone molto al di là di quella che sarebbe la sua funzione, quella cioè di essere un telefono: dovunque le persone lo usano, in treno, in sala d’aspetto del dentista, al supermercato, nelle corsie di ospedale, a scuola ecc. Non è più lui al servizio nostro, ma noi al servizio suo, e questa è la vera sciagura, poiché la tecnologia dovrebbe migliorare la vita all’uomo, non renderlo succube. E purtroppo questo processo di asservimento ha raggiunto anche i docenti, che non vediamo più in sala professori, magari durante un’ora libera, a leggere un libro o a documentarsi sulla lezione da svolgere, ma chattare e messaggiare sullo smartphone, proprio come i ragazzi adolescenti che sono nostri alunni. Assurda e ridicola è quindi la protesta dei docenti che rivendicano buffonescamente la superiorità del loro ruolo su quello degli studenti quando, nella fattispecie, si comportano esattamente allo stesso modo. Per questo trovo giustissimo che i cellulari siano banditi totalmente dalle scuole, sia da parte dei ragazzi che dei professori, anche perché non v’è alcuna necessità di tenerli addosso; se si verifica qualche problema in famiglia, infatti, c’è il telefono della scuola che può ricevere la notizia e comunicarla poi all’interessato. E un po’ patetica è anche la scusa di coloro che dicono che lo smartphone serve loro per la didattica e per compilare il registro; se una scuola ha il registro elettronico infatti, come avviene un po’ dappertutto ormai, c’è il computer di classe con cui compiere le operazioni di registro, oppure altri computers della scuola. Di questi apparecchi il Ministero ce ne ha dati anche troppi, non si sa più dove metterli. Caso mai sono i libri ed altri strumenti didattici che mancano, ma i computers non mancano mai.
Questo discorso del cellulare si inserisce però in un tema più vasto, quello del comportamento dei docenti dentro e fuori la scuola. Io ho sempre pensato che la prima nostra funzione di educatori fosse quella di dare il buon esempio agli alunni, in vario modo: rispettandoli come persone, se vogliamo ch’essi rispettino noi; trasmettendo loro il senso della giustizia, senza fare preferenze ed eccezioni per nessuno nella valutazione; dimostrando impegno ed entusiasmo per il nostro lavoro e le discipline che insegniamo, perché solo così possiamo chiedere a degli adolescenti di considerare lo studio un mezzo essenziale di formazione e non un obbligo fastidioso. E ritengo anche, come diceva Quintiliano, il più grande pedagogista della civiltà romana antica, che il maestro debba dare il buon esempio agli alunni anche nelle abitudini personali, non soggiacendo a quei vizi che non vuole vedere nei suoi allievi. Che senso ha proibire tassativamente agli studenti di fumare quando i docenti fumano a scuola – magari nel cortile, ma lo fanno – sotto gli occhi di tutti? Come può essere educatore un professore che si ubriaca o fa uso di droghe, anche se non lo fa nelle ore di scuola? E qui non mi vengano a dire che nella vita privata ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, perché non è vero: gli studenti sanno cosa fanno i loro insegnanti, come vivono, che abitudini hanno ecc. Se ci sono dei vizi e dei comportamenti vergognosi ciò si viene a risapere e non costituisce certo un modello di educazione! Per quanto mi riguarda, io di fronte ai miei alunni ho sempre evitato l’eccessiva familiarità perché è deleteria; una linea di demarcazione precisa deve esistere, altrimenti ci sarà sempre il maleducato o lo strafottente di turno che si approfitta del clima amichevole per mancare di rispetto al docente. Però, nonostante questa mia seriosità, ho sempre dato spazio alle richieste dei miei studenti, ho sempre tutelato la loro autostima e soprattutto non ho mai assunto davanti a loro atteggiamenti sconvenienti, non ho mai detto una parolaccia in loro presenza neanche nei momenti di irritazione che comunque esistono nel nostro lavoro. Questo perché le cattive abitudini, se sono deplorevoli in chiunque, sono addirittura criminose in un docente, che non occupa quel posto solo per insegnare “tecnicamente” le proprie materie, ma anche per modellare i caratteri e tentare di volgerli in direzione dei buoni principi.

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Graece est: non legitur

“E’ in greco; non si legge”. Con questa frase, durante il Medioevo, alcuni monaci dei vari monasteri occidentali classificavano i codici scritti in greco, lingua per loro sconosciuta e che cominciò ad essere studiata in Italia solo tra il XIV ed il XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo; però, nonostante questa formula, in molti conventi si continuò a trascrivere meccanicamente i testi greci, pur senza conoscerli, e così tante opere dell’antichità si sono salvate e sono giunte a noi. Forse è stata proprio questa provvidenziale ignoranza degli amanuensi cristiani medievali che ha permesso la conservazione di testi comici ed anche osceni – come le commedie di Aristofane – che altrimenti, se si fosse compreso del tutto il loro contenuto, sarebbero certamente stati censurati.
Questa frase medievale l’ho apposta così, come titolo del post, perché mi pare tornata di grande attualità: da noi in Italia il greco antico viene studiato più che in ogni altro paese europeo (compresa la Grecia stessa), ma ogni anno che passa diventa sempre più difficile per gli studenti impararlo, come si è visto anche all’ultimo esame di Stato. In molti casi i docenti, specie quelli del triennio liceale del Classico, sono costretti ad accontentarsi di interrogazioni di storia letteraria più o meno soddisfacenti, oppure di traduzioni di classici imparate a memoria, per compensare uno scritto che non soddisfa mai. Un brano di greco anche di autori considerati facili (Lisia, Senofonte, Plutarco ecc.), se gli alunni non riescono a copiare con il cellulare come purtroppo spesso succede, non ottiene in un’intera classe che quattro o cinque sufficienze. A me, almeno, capitava questo. Diciamo che l’apprendimento della lingua greca non era facile neanche mezzo secolo fa, quando io iniziai il Ginnasio, ed anche allora molti venivano rimandati a settembre in questa materia o promossi a stento e sempre grazie all’orale; ma da allora ad oggi le cose sono notevolmente peggiorate e pertanto non sbaglieremo di molto se diremo che, nella fattispecie attuale, tolti quei tre o quattro alunni per classe che sono particolarmente studiosi o hanno specifica inclinazione per le lingue classiche, il greco non si impara più. Un gran numero di studenti termina il liceo, e magari anche con un buon voto, senza saper tradurre neanche un rigo di un autore greco di media levatura.
Vediamo quali possano essere le cause di questa situazione, che non sono certo io il primo a denunciare: già circa trent’anni fa il prof. Luigi Moretti,illustre epigrafista dell’Università di Roma, diceva che, viste le condizioni in cui gli arrivavano gli studenti riguardo al greco, sarebbe stato molto meglio al liceo far leggere una tragedia intera in italiano piuttosto che costringerli ad imparare, imprecando e sbuffando, qualche centinaio di versi in lingua. Già allora si manifestava la prima delle due cause di cui parlerò, mentre la seconda era del tutto sconosciuta. Vediamo quindi qual è “la prima radice” della decadenza delle lingue classiche (e soprattutto del greco) nella nostra scuola. Io la identifico con la progressiva perdita delle conoscenze di lingua italiana, più che con l’abbandono del latino alla scuola media, come alcuni sostengono. Se fin dalle elementari si imparasse a leggere ed a scrivere correttamente, a identificare le varie parti del discorso, a riconoscere le funzioni logiche dei vari componenti della frase, sarebbe questa già una buona base per imparare le lingue classiche; a ciò si dovrebbe aggiungere poi, alla scuola media, lo studio specifico dell’analisi logica e di quella del periodo, in modo da padroneggiare quelle strutture linguistiche che sono alla base dello studio del latino e del greco. Banalmente dico: se uno studente che arriva al Ginnasio non sa la differenza tra verbo attivo e passivo, tra soggetto e complemento (oppure crede che ogni complemento introdotto da “di” sia di specificazione!), tra proposizioni principali e subordinate, come potrà apprendere la morfologia e la sintassi delle lingue classiche? Il discorso vale ovviamente anche per il latino, ma mentre in questa materia gli studenti si muovono meglio per la maggiore vicinanza con l’italiano, con il greco invece, magari non all’inizio ma nel prosieguo degli studi, le difficoltà sono maggiori perché questa lingua possiede un sistema verbale particolarmente complesso, una sintassi diversa da quella latina e soprattutto un lessico quasi del tutto ignoto agli studenti. A mio giudizio non è tanto la mancanza del latino alla scuola media che ha danneggiato le lingue classiche, quanto la mancanza dell’italiano: dagli anni ’70 in poi infatti, specie per il nefasto influsso delle idee sessantottine, in molte scuole si è quasi cessato di far studiare la grammatica, ritenuta un residuato della vecchia scuola classista, per lasciare spazio ad altre attività, a progetti spesso inutili e fuorvianti. Si sono aboliti dettati, riassunti e temi perché ormai “obsoleti” sostituendoli con esercizi e letture del tutto inutili per la conoscenza della propria lingua. Non meravigliamoci quindi non solo del fallimento nello studio delle lingue antiche, ma neanche dell’ignoranza linguistica oggi così diffusa nella nostra società, dove trovare uno scritto senza errori di ortografia e periodi sconclusionati è ormai diventata una rarità.
Ma c’è anche una seconda causa che ostacola gravemente l’apprendimento liceale delle lingue classiche e soprattutto del greco: la diffusione della rete internet e degli strumenti informatici. La tecnologia, si sa, non è di per sé né buona né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa. Se è indubbio che le novità telematiche abbiano rappresentato un grande progresso ed abbiano dato vita a tante opportunità prima sconosciute, è altrettanto certo che esiste anche il rovescio della medaglia, che nella scuola si manifesta con grande evidenza. Tutti gli studenti di oggi posseggono uno smartphone, quasi tutti anche un tablet e un computer, e tutti o quasi usano i cosiddetti “social” (facebook, instagram, twitter, ask ecc.); e questo è già un grave danno, perché tutto il tempo ch’essi passano su questi aggeggi (che non è poco!) è tempo tolto allo studio. Ma il problema non è soltanto questo, c’è ben di peggio. Va detto intanto che i mezzi informatici di oggi offrono i vari contenuti oggetto di ricerca in forma già compiuta, riducendo di molto la necessità di arrivare ad un certo risultato con le proprie facoltà intellettive; pensiamo ad esempio ai calcoli matematici, che nessuno svolge più da solo perché ci sono le calcolatrici; pensiamo che nessuno si sforza più di ricordare, ad esempio, dati storici, geografici e letterari, perché basta andare su Wikipedia e si trova tutto già pronto. Questa situazione ha fatto sì che proprio quelle qualità mentali come l’intuito, la deduzione, l’esercizio della memoria, che sono proprio le facoltà richieste per la traduzione di un brano di greco, si siano quasi del tutto perdute. E’ come se una persona si legasse un braccio al corpo per quarant’anni: una volta sciolto, non riuscirebbe più a muoverlo. E come si atrofizzano gli organi del corpo, così fanno anche le facoltà della mente. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere per quel che concerne lo studio delle lingue antiche: che gli studenti di fatto oggi non traducono più, perché se il docente assegna delle versioni da svolgersi a casa loro non le fanno più da soli, ma scaricano agevolmente le traduzioni da internet, dove siti compiacenti offrono questo servizio riportando già tradotti tutti i brani presenti sui versionari adottati nei licei italiani. Durante i compiti in classe, poi, si ingegnano a trovare la versione con il cellulare su internet e copiarla; e spesso la furberia riesce, perché i docenti non possono perquisire gli studenti né controllare contemporaneamente venticinque o più persone, e se chiedono ai ragazzi di consegnare i cellulari essi ne consegnano uno e ne tengono un altro nascosto. Questo giochetto viene effettuato spesso anche agli esami di Stato ed i vari ministri dell’istruzione, pur consapevoli di quanto accade, non hanno mai fatto nulla per impedire questa vergogna.
Enunciate le due cause principali, non resta che ammettere che ci troviamo in una situazione penosa per quanto riguarda l’apprendimento del latino ed ancor più quello del greco. Sinceramente io non mi sento di suggerire soluzioni miracolose perché non esistono, a meno che non si voglia risolvere radicalmente il problema allineandoci a quanto avviene negli altri paesi europei, dove le lingue classiche sono ridotte a zero, o quasi. Purtroppo, quel che una volta era un vanto della scuola italiana, oggi si è ridotto ad una mera esteriorità, che tanti classicisti difendono ad oltranza per non ammettere il fallimento che ci sta dietro. Però, oltre a constatare la situazione oggettiva, non si può dire molto di più: ciò che è difficile, in effetti, non è fare la diagnosi di questa malattia, ma trovarne una cura. Una cosa è certa: se le cose continuano come vanno adesso, questa cura non la si troverà mai.

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Le tre “perle” del ministro Fedeli

Non mi è mai capitato, finora, di esprimere giudizi sull’attuale ministro dell’istruzione, la senatrice Valeria Fedeli. Ho letto su di lei commenti negativi soprattutto dal punto di vista personale, dato che in molti le hanno rinfacciato il fatto di non essere laureata: ed anche a me pare strano che un ministro dell’istruzione e dell’università manchi di questo titolo, ma lo ritengo comunque il male minore, considerato che le decisioni prese in ambito scuola dipendono anche da altri Ministeri (vedi quello dell’Economia soprattutto) ed anche perché, se ci fosse il buon senso e la volontà di far bene, forse lo si potrebbe fare anche senza laurea. Ultimamente però le esternazioni del ministro (io continuo ad usare il termine al maschile, l’unico corretto secondo la lingua italiana, anche perché “ministra” fa pensare alla minestra) sono state numerose ed anche inopportune: ne citerò una sola, quando cioè ha detto che gli insegnanti dovrebbero avere uno stipendio doppio di quello che hanno. A nulla servono le buone parole se non c’è la possibilità di realizzare quanto si dice; dire una cosa simile e poi non farne di nulla lascia a noi docenti la sottile sensazione di essere presi in giro, sensazione che del resto abbiamo provato tante altre volte in questi ultimi anni. Da noi si pretende sempre di più e ci si concede sempre di meno, almeno dal lato economico. Ma lasciamo perdere questo problema, perché non è questo l’argomento che mi prometto di trattare in questo post, dedicato invece a tre proposte sulla scuola superiore che mi sembrano allucinanti. Forse la loro paternità risale a funzionari o pedagogisti della peggiore specie che vogliono mettere le mani sull’istruzione senza intendersene né punto né poco; sta di fatto però che il ministro le ha approvate ed anche lanciate attraverso la stampa ed i social.
La prima è la famigerata idea di ridurre la scuola secondaria superiore a quattro anni in luogo degli attuali cinque. A me una proposta del genere pare un’idiozia vera e propria: se i docenti universitari si lamentano della preparazione dei nostri studenti in italiano, matematica, lingue straniere ecc., preparazione che deriva da un percorso di studi di cinque anni, come può una mente sana pensare che in quattro anni si potrebbe fare di meglio? Io me lo chiedo, perché trovo la cosa talmente assurda da non dover neanche essere presa in considerazione. Per fare un paragone, una decisione in tal senso sarebbe simile a quella di chi pretendesse di costringere un treno che accumula sempre ritardo non solo ad annullarlo, ma ad arrivare a destinazione un’ora prima; oppure quella di chedere all’autore di un libro scientifico, che a fatica riesce a trasmettere il suo contenuto in trecento pagine, di contenere le stesse cose in duecento. Chiaramente tutto peggiorerebbe vistosamente: se non bastano cinque anni per formare bene i nostri giovani, come si può pensare di ottenere risultati migliori togliendo un anno? Caso mai ne andrebbe aggiunto uno, non tolto. E poi un provvedimento del genere non avrebbe alcun vantaggio pratico. A cosa servirebbe uscire da scuola un anno prima? Sarebbe utile se non esistesse il problema della disoccupazione e tutti i giovani, dopo il diploma o la laurea, trovassero immediatamente lavoro; ma siccome così non è, l’unico risultato che si otterrebbe è quello di aumentare la disoccupazione già intollerabile oggi con il percorso quinquennale. Mi si viene a dire che in altri paesi d’Europa il diploma si prende a 18 anni; ma, a parte il fatto che sono molti e forse di più quelli dove si prende a 19, perché dobbiamo sempre scimmiottare gli stranieri? Consideriamo poi che il livello culturale dei diplomati francesi, inglesi, tedeschi o altri è molto inferiore a quello dei nostri studenti; all’estero si specializzano in due o tre materie e non sanno nulla delle altre, e si diplomano per lo più con i test a crocette, un metodo nozionistico che non evidenzia nessuna qualità apprenditiva ed espositiva degli studenti. Il ministro ed i suoi funzionari dicano piuttosto la verità: che cioè l’eliminazione di un anno di studi servirebbe allo Stato per risparmiare soldi (si perderebbero circa il 20% delle cattedre) e per fare dei giovani dei perfetti soldatini che non sanno ragionare con la propria testa e sono proni, come tanti piccoli computer, ad obbedire ai diktat dei grandi poteri economici e del “politically correct”.
La seconda proposta, legata alla prima, è quella di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, anche qui scimmiottando altri paesi europei. Se realizzata, questa sarebbe una rovina totale delle nostre scuole, sempre più infestate da persone che vengono a scaldare il banco e non hanno alcun interesse per lo studio né per altro che non sia giocare con il telefonino e disturbare le lezioni impedendo anche ai volenterosi di apprendere. Perché, dico io, costringere chi non è portato allo studio, chi non ha interesse per la cultura, a stare a scuola per forza? E’ una violenza vera e propria ed un inutile tormento per chi starebbe meglio in un’officina o nei campi, dove il suo apporto al bene pubblico sarebbe certamente maggiore. Dove è scritto che tutti debbono diplomarsi e laurearsi? Ci sono persone molto intelligenti e sensibili, magari capaci di svolgere bene un qualunque lavoro artigianale o commerciale, che però non hanno alcun desiderio di studiare né alcun interesse. Prché obbligarli? In vista di quale vantaggio? Io, per parte mia, limiterei l’obbligo alla terza media, com’era molti anni fa; ottenuta la licenza media, poi, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente se proseguire negli studi (ed in tal caso andrebbe incoraggiato ed aiutato, come prescrive la nostra Costituzione) oppure se entrare immediatemente nel mondo del lavoro. Ad un paese non servono solo medici, ingegneri e avvocati, ma anche operai, artigiani, idraulici ecc.
La terza proposta, la più sconvolgente e demenziale di sempre, è quella di permettere agli studenti l’uso degli smartphone in classe, un’idiozia che non si potrebbe trovare neanche nei film di Stanlio e Ollio, se i cellulari fossero esistiti ai loro tempi. A parte il fatto che la fiducia ministeriale negli strumenti digitali è assurda ed eccessiva in ogni caso, perché smartphone, tablet, lim ecc. sono solo mezzi accessori, non possono sostituire il cervello umano: se uno studente è incapace e svogliato, tale rimane anche con questi aggeggi elettronici, non diventa certo un genio grazie ad essi. La cosa più evidente, comunque, e che tutti sanno né alcuno può negare, è che permettere agli studenti di usare lo smartphone in classe significa perdere completamente la loro attenzione (già scarsa prima) e la loro partecipazione alle lezioni, perché, mentre farebbero finta di seguire la lezione con lo strumento elettronico, in realtà si trastullerebbero, come fanno purtroppo già adesso nelle ore libere dalla scuola, girovagando su whatsapp su facebook, su twitter, ask e altre amenità del genere. Veramente il ministro ed i suoi collaboratori credono che i nostri ragazzi, nativi digitali e capaci di perdere quasi tutto il loro tempo in questi trastulli, ad un tratto diventerebbero tutti seri e diligenti ed userebbero il telefonino per andare sui siti didattici? Chi pensa una cosa simile o è sciocco del tutto o è comunque ingenuo, e probabilmente non ha mai messo piede in una scuola. La realtà è ben diversa: l’uso degli smartphone da parte degli studenti è una vera e propria catastrofe anche quando non lo usano nelle ore scolastiche, perché perdono sui social molto tempo che viene sottratto allo studio ed anche perché copiano sistematicamente la traduzione delle versioni di latino e di greco (e questo è un punto dolente di cui dovrebbe occuuparsi chi di dovere). Permettere loro di usarlo anche durante le lezioni significa distruggere quel poco di autentico e non virtuale che ancora c’è rimasto nella vita dei giovani, annullare tutti i nostri sforzi per far ragionare i ragazzi autonomamente e per distrarli, almeno un po’, da questo mondo falso in cui spesso vivono. Perciò io dico fin da ora che, per quanto mi rimane da stare a scuola, non obbedirò mai ad una decisione del genere, e nelle mie ore lo smartphone continuerà ad essere assolutamente proibito. Se avrò problemi per questo, li affronterò come ho fatto sempre nella mia vita, perché ritengo che l’obbedienza non sia sempre una virtù, specie quando gli ordini sono idioti e pericolosi.

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Consigli ai prof: come evitare le copiature

Ritorno qui su un argomento di cui ho più volte parlato negli anni passati, ma che a quanto pare è attualissimo ancor oggi, ossia le copiature che gli studenti compiono durante i compiti in classe e gli esami. Il fenomeno, di cui il Ministero dell’istruzione è già stato messo al corrente da anni senza che abbia emanato in proposito alcun provvedimento, è tuttora di gran moda: dai colloqui che ho con colleghi di altre scuole e dalle testimonianze degli stessi studenti ho appreso che in molti Licei ormai far svolgere il compito in classe è diventato una pura e inutile formalità, perché gli alunni, avvalendosi della moderna tecnologia (che io proprio per questo non finirò mai di maledire) si collegano per copiare, di nascosto ai professori, con siti internet gestiti da lestofanti che mettono a disposizione versioni di latino e greco tradotte ed anche altri sussidi come riassunti di italiano, temi svolti, compendi di storia, filosofia e via dicendo. In tal modo l’attività didattica viene vanificata, il giudizio sugli studenti completamente falsato ed il messaggio morale che vien fuori da tal fenomeno risulta essere quello secondo cui nella vita non c’è bisogno di impegnarsi seriamente per far valere le proprie qualità, ma basta farsi furbi e ingannare il prossimo.
I metodi di copiatura tradizionali non sono stati del tutto abbandonati dai nostri bravi studenti. Essi sono svariati, ma volendo riassumere si possono ridurre sommariamente a tre: 1) parlare sottovoce tra uno studente e il compagno vicino, sperando che il professore non senta; 2) mettere il foglio del compito in bella vista, e scritto a grandi caratteri, in modo che il compagno che sta dietro possa sbirciare; 3) passarsi il classico foglietto che, a quanto ho sentito di recente, può essere anche sostituito dalle bottigliette di acqua minerale, in cui il testo della versione o dell’esercizio di matematica viene scritto sul retro dell’etichetta e passato tra più studenti.
Ma questi metodi, pur ancora in uso, sono considerati arcaici per i nativi digitali di oggi, che con i loro smartphone trovano subito, collegandosi a internet, ciò che cercano. Per i docenti è vietato ovviamente perquisire gli studenti, che quindi possono benissimo fare il giochetto di consegnare un cellulare, alla richiesta del professore, e tenerne addosso un altro ben nascosto. Durante la prova è molto difficile per il docente sorprendere l’alunno mentre copia, perché i cellulari moderni, piccoli e situati talvolta persino negli orologi, sono quasi impossibili da individuare, in quanto possono essere nascosti dovunque, anche tra le pagine stesse del vocabolario di latino. Esistono, è vero, apparecchiature che sono in grado di impedire agli smartphone di collegarsi ad internet, i cosiddetti “disturbatori di frequenze”, ma il loro uso è illegale, almeno per adesso, e potrebbero essere consentiti solo da una specifica autorizzazione ministeriale.
Cosa resta da fare quindi ai poveri docenti che nutrono ancora, all’interno del loro animo miserevolmente illuso, la speranza di far trionfare la legalità e la giustizia in una società dove non solo nella scuola, ma anche in altri ambienti ben più elevati regnano i principi opposti a quelli suddetti? E come può il docente difendere la propria dignità personale, visto che le copiature non sono soltanto un’irregolarità in sé ma anche una grave offesa al prestigio dell’insegnante, il quale finisce per fare la figura del babbeo che non si accorge di coloro che gliela fanno sotto il naso? Purtroppo non ci sono molte armi difensive contro questo malcostume, perché neanche una versione palesemente copiata può essere sanzionata con un voto negativo, in quanto lo studente può sostenere di averla fatta da solo, o di ricordarsela dal pomeriggio precedente, ed in caso di ricorso la sua vittoria sarebbe pressoché certa. Occorrerebbe sorprendere l’alunno mentre copia, ma un docente che per due o tre ore deve sorvegliare una classe magari di 30 alunni contemporaneamente, dovrebbe avere il dono dell’ubiquità oppure facoltà paranormali o divinatorie per riuscire nell’impresa. Ecco quindi quel che si può fare per limitare il fenomeno, e lo dico riferendomi esclusivamente alle mie discipline, cioè il latino e il greco.
1 – Non fotocopiare mai un brano da un libro di versioni comunemente in commercio. I furfanti che detengono questi siti-canaglia dove sono i testi tradotti elencano le versioni proprio sulla base del numero e del titolo che hanno nei libri di provenienza. Per lo studente basta citare uno di questi due dati e il gioco è fatto.
2 – I testi vanno presi da internet (per il latino c’è un sito che contiene quasi tutti gli autori, all’url: http://thelatinlibrary.com, per il greco c’è il progetto “Perseus” americano) e trasferiti in un file word con l’apposizione di un titolo completamente inventato dal docente e in ogni caso diverso da quello normalmente in uso nei versionari.
3 – Gli studenti trovano le traduzioni anche digitando le prime parole della versione in latino (e chi ci riesce, anche in greco). Occorre quindi che il docente cambi la costruzione delle frasi, magari aggiungendo costrutti e termini che non sono nell’originale, in modo da rendere non identificabile il testo e impedire il suo reperimento.
4 – In alternativa, si possono cercare brani di autori tardoantichi o medievali le cui opere non sono state ancora tradotte o comunque non sono reperibili nei siti-canaglia (tipo Anselmo d’Aosta, Gregorio Magno, Paolo Orosio, Cassiodoro e simili).
5 – Far comunque consegnare i cellulari, avvertendo gli studenti che alla vista di uno di essi il compito verrà annullato o classificato con il voto minimo, cioè 1/10. Ciò può avere un effetto deterrente, nel senso che l’alunno avrà comunque reticenza a compiere un atto che sa essere punito in maniera così pesante, perché non può essere sicuro al cento per cento di non essere “beccato”. Molti non amano rischiare, ed in tal caso l’avvertimento può essere efficace.
Ovviamente, poi, ognuno si regola come vuole, e questi miei sono solo consigli per cercare di arginare un fenomeno vergognoso che sta inquinando i risultati scolastici nelle prove scritte ordinarie e anche in quelle degli esami. Naturalmente, per ottenere un qualche risultato, è necessario che il professore voglia effettivamente impedire agli studenti di copiare; se invece, come avviene in certi casi, il docente lascia correre, o peggio aiuta egli stesso i ragazzi a copiare o passa loro la versione d’esame – come purtroppo succede alquanto di frequente – questi miei consigli sono aria fritta. Pazienza, io parlo per chi vuole ascoltare e per chi ha un po’ di coscienza e di professionalità. Degli altri non mi curo.

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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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