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Cronache di poveri esami

In questo periodo molti di noi (me compreso) sono impegnati nel lavoro delle commissioni per gli esami di Stato delle scuole superiori, e come tutti gli anni riemergono gli stessi problemi: alunni impreparati e spesso avventurieri, commissari interni che aiutano sfacciatamente i loro studenti, presidenti e commissari esterni che chiedono argomenti fuori del programma, ecc. ecc. E’ una lamentela continua, tipicamente italiana, su questi esami, che qualcuno vorrebbe abolire del tutto, qualcuno vorrebbe effettuati dai soli professori interni alla scuola o addirittura, al contrario, da tutti esterni. Se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori: a voce nei corridoi scolastici, sui forum di internet, sui giornali e altrove.
Personalmente penso che l’esame di Stato sia necessario, e non tanto per il valore legale del titolo di studio, quanto perché costituisce per un giovane la prima prova seria da affrontare nella vita, quella in cui si deve mettere in gioco con le proprie conoscenze e competenze. L’essenziale sarebbe che questo appuntamento fosse gestito bene, rispettando la legge scritta e quella morale della giustizia e dell’onestà; ed invece molto spesso entrambe queste categorie vengono palesemente trasgredite. Si comincia con la brutta abitudine dei commissari interni (non tutti, s’intende!) di aiutare smaccatamente gli studenti arrivando persino a passare loro il compito scritto o a suggerire le risposte dell’orale, se non addirittura ad informare in anticipo i ragazzi sulle domande che porranno loro al colloquio. Inutile dire che questo comportamento è ignobile, oltre che illegale, perché tradisce e infanga completamente la professionalità della nostra categoria, se non altro perché in tal modo gli studenti vagabondi e incapaci vengono messi alla pari dei migliori. E la ragione per cui alcuni si comportano così – come ho potuto constatare in diversi casi – non è tanto l’amore materno per i propri studenti, quanto l’aspirazione ad esaltare se stessi e la propria scuola: c’è infatti la presunzione, errata ma molto diffusa, secondo cui – nel giudizio degli estranei che prenderanno nota dei voti finali attribuiti – più le valutazioni saranno alte più la scuola ne guadagnerà in prestigio, poiché i lettori esterni presupporranno che a buoni voti corrisponda necessariamente un’elevata qualità dell’insegnamento.
Ma spesso a valutare con eccessiva larghezza gli alunni sono anche i commissari esterni, presidenti compresi, ed anche costoro hanno le loro buone ragioni per agire così: non scontentare i commissari interni (che l’anno seguente potrebbero essere esterni proprio nelle scuole di provenienza degli esterni attuali), per non avere noie e fastidi, e soprattutto per la paura folle dei ricorsi, che costringerebbero la commissione a riunirsi di nuovo, magari durante le agognate ferie estive.
Ciò che risulta da questo quadro è desolante: le valutazioni complessive sono, nella maggior parte dei casi, più alte di quanto gli alunni meriterebbero, ma ci sono anche (ironia della sorte!) casi contrari. Poiché si evita ovunque la bocciatura anche di un solo alunno (sempre per il terrore dei ricorsi), ci si riduce spesso a compiere gravi ingiustizie, perché coloro che dovrebbero bocciare vengono aiutati in tutti i modi, spesso sfacciatamente, per raggiungere il minimo necessario alla promozione, mentre ad altri alunni dai risultati migliori vengono assegnati voti minimi o poco più alti; giustizia vorrebbe invece che, se il potenziale bocciato viene comunque promosso, a chi raggiunge la promozione con le proprie forze fosse riconosciuto qualche punto in più. Ma spesso non è così, perché i ricorsi, si sa, li fa soprattutto chi viene bocciato.
Eppure la normativa sugli esami di Stato è chiara e trasparente, e basterebbe seguirla attribuendo a ciascuno il suo; se poi qualche studente risultasse bocciato e dovesse ripetere un anno, non sarebbe un dramma, ma rientrerebbe nella normale pratica scolastica. Ma purtroppo da noi le leggi sono sottoposte all’interpretazione personale, e ciascuno le stravolge a suo piacimento. Ricordo che anni fa partecipai ad un convegno sulla scuola organizzato a Sinalunga (Siena) dall’on. Rosy Bindi del PD, al quale partecipò anche l’ex Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer. In quell’occasione io, prendendo la parola, affermai che il nuovo esame di Stato non dava risultati migliori del precedente, anche a causa dei voti inflazionati e delle promozioni di massa che continuavano a verificarsi; al che Berlinguer mi rispose che la normativa era ben congegnata e che permetteva tutte le possibili soluzioni, e perciò, se le cose continuavano ad andare male, era colpa degli insegnanti e non del Ministro. E devo dire che, in quell’occasione, Berlinguer aveva perfettamente ragione.
Da quando è stato istituito il nuovo esame (1999) io mi ci sono trovato sempre coinvolto, alternativamente come membro interno e come presidente di commissione, e debbo dire che sono molto più tranquillo in questa seconda funzione. Per quel che posso, cerco di effettuare tutte le operazioni rispettando scrupolosamente la normativa; perciò non ho paura dei ricorsi come molti colleghi, perché sono convinto che chi fa il proprio dovere ed ha la coscienza serena non deve avere timore di nulla. Nelle valutazioni sono sempre io che, come presidente della commissione, avanzo la proposta di voto; ma non ho mai preteso di imporre nulla a nessuno, tutto viene deciso democraticamente all’unanimità o a maggioranza. Molto spesso mi sono dovuto adeguare a decisioni che non condividevo; ma questo fa parte delle regole della vita democratica e va accettato, purché non si violi la legge e tutto avvenga nella massima trasparenza.

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Ancora sul decalogo del docente

Lo scorso 9 agosto 2012, in mezzo alla calura estiva, ebbi l’idea di inserire qui sul blog un mio personale “decalogo” contenente le norme che, a mio giudizio, dovrebbe seguire un docente serio e responsabile della nostra scuola. Ho notato poi, osservando le statistiche relative al mio blog, che questo post ha ricevuto molte visite, seppure i commenti siano stati ancora pochi e di certo in numero minore di quanto io avrei auspicato. Riprendo perciò adesso l’argomento, nella speranza che interessi ai miei pochi lettori e ch’essi abbiano la volontà di intervenire con commenti e osservazioni, in modo da aprire una discussione costruttiva sull’argomento. Il mio scopo è quello di conoscere le opinioni dei colleghi sul tema da me proposto, senza pretendere di condizionare nessuno; su questa materia, infatti, ognuno ha le sue convinzioni ed il suo carattere personale, elementi questi che gli suggeriscono il comportamento da tenere.
Premetto il fatto che io sono un docente di una certa età, con una concezione della scuola che non corrisponde esattamente a quella prevalente dagli anni ’70 a questa parte, quando molti formalismi precedenti sono stati eliminati e dove sono cambiati anche vistosamente i rapporti tra le varie componenti dell’ambiente scolastico. Perciò, per quanto riconosca che alcuni cambiamenti siano stati opportuni, rimango ancora legato, anche per una certa riservatezza di carattere, a una visione dei ruoli e delle gerarchie piuttosto ben definita.
Passo a riassumere, con qualche modifica, i “comandamenti” che enunciai nel post del 9 agosto ispirandomi anche alla pedagogia di Quintiliano, che ancor oggi mi appare come una specchiata figura di maestro irreprensibile.

1 – Il docente sia sempre preparato nelle sue discipline. Se si accorge di avere lacune corra subito a colmarle, onde evitare di ricevere disistima e disprezzo dagli alunni e dalle loro famiglie.
2 – Il docente sia sempre chiaro e comprensibile nello spiegare agli studenti gli argomenti del programma. Organizzi le verifiche in modo trasparente, senza tranelli o interrogazioni impreviste. Pretenda ciò che gli alunni possono dare, senza infierire su chi ha capacità limitate. Sia invece inflessibile con chi non si impegna nello studio.
3 – Il docente non dia mai confidenza agli alunni, perché il rispetto dei ruoli è imprescindibile per un buon rapporto educativo. Si ricordi che non è l’amico dei ragazzi, ma un educatore. Non s’interessi della vita privata dei ragazzi, a meno che non siano loro ad esporgli un problema che può incidere sull’andamento scolastico. Non tolleri dagli studenti alcuna mancanza di rispetto, come battute o scherzi nei suoi confronti, imitazioni o simili.
4 – Il docente deve pretendere assolutamente il rispetto da parte degli studenti, ma anche lui è tenuto a rispettare i ragazzi. Non usi mai nei loro confronti termini offensivi o umilianti, né ironie o sarcasmi che ne danneggerebbero l’autostima. Non faccia alcuna osservazione sull’aspetto fisico o sul modo di vestire degli alunni, a meno che non si superino i limiti della decenza.
5 – L’operato del docente deve essere ispirato a imparzialità e giustizia, definita da Cicerone come la virtù di colui che “dà a ciascuno il suo”. Non faccia alcuna distinzione nelle valutazioni, indipendentemente dalle simpatie personali.
6 – Il docente sia un modello di vita per i suoi alunni anche nel comportamento personale. Vesta in modo sobrio, evitando le stravaganze, la sciatteria e l’eccessiva eleganza. Non fumi e non usi il cellulare a scuola. Anche nella vita privata fuori della scuola cerchi di evitare comportamenti riprovevoli, perché per gli alunni il professore deve costituire un esempio da seguire, non limitato al ristretto ambiente scolastico.
7 – In sede di scrutinio finale il docente valuti con estrema imparzialità tutti gli studenti, senza considerare altro se non l’oggettivo rendimento e la preparazione raggiunta da ciascuno. Eviti inutili buonismi fortemente dannosi, perché promuovere chi non lo merita costituisce una grave ingiustizia nei confronti della società e soprattutto verso gli studenti che, dopo essersi impegnati seriamente, si vedono messi alla pari con gli incapaci ed i vagabondi.
8 – Nei rapporti con i colleghi il docente si mostri cordiale e disponibile, senza dare l’impressione di essere presuntuoso o di sentirsi superiore agli altri. Mantenga le necessarie distanze con il personale non docente, dato che, pur rispettando il lavoro di ciascuno, i ruoli restano comunque diversi e separati.
9 – Nei colloqui con i genitori il docente sia chiaro ed esprima chiaramente la situazione scolastica del figlio, senza indorare la pillola e senza dare vane illusioni. Sappia distinguere i problemi reali che i genitori esprimono dalle scuse penose che spesso essi adducono per coprire le mancanze o la svogliatezza dei figli.
10 – Il docente si mostri rispettoso verso il proprio Dirigente scolastico e cerchi di collaborare con lui per il buon andamento dell’istituzione scolastica. Non mostri atteggiamenti adulatori ma non alzi neanche inutili steccati.

Vediamo se qualcuno leggerà questo post e vorrà replicare. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione degli studenti, soprattutto per quei “comandamenti” che riguardano loro ed i loro rapporti con il docente.

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La scuola e l’attualità

In questi giorni, girovagando su internet, ho letto una notizia che mi ha fatto riflettere su una questione annosa e mai risolta. Un alunno del liceo Classico della bella cittadina pugliese di Gioia del Colle (Bari) ha mandato una lettera ad un giornale locale, dove si sfoga lanciando accuse di ogni tipo alla sua scuola: dalla fatiscenza dell’edificio dove è ubicata alle forti critiche nei confronti dei docenti, accusati da lui di inculcare nei ragazzi una cultura vetusta e nozionistica fatta di nomi e di date, tanto da definire l’istituto come un “votificio”, dove si richiede agli studenti uno studio continuo ma sterile, privo di agganci con la realtà contemporanea e fisso in un’asettica contemplazione del passato. Si tratta, ancora una volta, della vecchia accusa di nozionismo di cui è sempre stata vittima la nostra scuola, la quale da un lato si fonderebbe su dati puramente oggettivi senza trasmettere il vero sapere, dall’altro si arroccherebbe in una torre d’avorio lontana anni luce dalla società contemporanea e dai suoi problemi. La lettera del ragazzo è grave, drammatica; e non mi pare affatto soddisfacente la risposta dei docenti inviata al medesimo organo di informazione appena il giorno seguente, perché in essa non si prende alcuna posizione sulle questioni sollevate dallo studente, ma ci si limita a rimpallare le responsabilità dei problemi logistici sull’amministrazione provinciale che non provvede a tenere l’edificio scolastico in condizioni decenti (e questo è vero senza dubbio), ma nulla o quasi si replica in merito alle accuse di nozionismo e di autoreferenzialità che emergono chiaramente dal messaggio dello studente.
Purtroppo queste accuse sono antiche, risalgono al ’68 ed agli anni immediatamente seguenti, quando tutta la scuola italiana (ma in particolare, come sempre, il Liceo Classico) era accusata di trasmettere non vera cultura ma solo nozioni, e di trattare argomenti troppo lontani dalla realtà contemporanea. Molti di noi, nel corso della carriera, si sono sentiti ripetere, da studenti e genitori politicizzati, queste lamentele, su cui i docenti di Gioia del Colle avrebbero dovuto prendere posizione, come ho sempre cercato di fare io in simili frangenti. Quanto al cosiddetto “nozionismo”, bisogna intendersi su come definire questo termine. Certo, se un docente pretende dagli studenti soltanto che ricordino nomi e date senza collegarle ai problemi più ampi di cui sono espressione, e senza impostare una riflessione critica sui concetti e sulle tematiche affrontate, l’accusa è fondata; ma se invece egli tratta in modo approfondito gli argomenti del suo programma, facendo partecipare al dialogo gli studenti e sollecitando il loro contributo critico ed autonomo, quei nomi e quelle date non saranno fini a se stessi, ma verranno inseriti in un contesto culturale in cui anch’essi risulteranno indispensabili, perché non è lo stesso dire che la Rivoluzione Francese si è svolta nel 1789 o collocarla magari due o tre secoli prima o dopo. Non è la data in sé che conta, né può essere sufficiente a conoscere un problema storico o letterario, ma è comunque necessaria per collocare il fenomeno nel suo giusto contesto temporale, altrimenti si perde del tutto la cognizione del problema.
Altro discorso merita l’accusa fatta alla scuola, ormai da un quarantennio, di essere lontana dall’attualità. A questo riguardo io dico liberamente ciò che penso, anche se so che molti non condivideranno il mio pensiero. Secondo me la scuola deve fornire gli strumenti critici e culturali per comprendere la realtà in cui viviamo, ma non deve parlarne direttamente, magari intavolando discussioni o sit-in simili ai talk-show televisivi o qualcos’altro del genere. Per l’informazione su ciò che avviene attualmente in Italia e nel mondo ci sono i canali televisivi, i giornali, i siti internet, i blog ecc. ecc., non v’è alcun bisogno di trasformare la scuola in un circolo ricreativo o un’assemblea di partito o di circolo. Studiando e approfondendo le discipline umanistiche come l’italiano, il latino, il greco, la storia, la filosofia ecc. lo studente acquisirà quella conoscenza dei fenomeni politici e sociali e quell’autonomia di giudizio che gli consentirà di diventare un cittadino consapevole e di operare serenamente le proprie scelte di vita, sia ideologiche che di diversa natura.
Ovviamente ciò non esclude che, ogni volta che studiando un fenomeno storico o letterario si possono operare paralleli con le istituzioni e la società contemporanee, il docente operi questi collegamenti ed inviti gli studenti ad una riflessione meditata su di essi. Faccio un esempio. Spiegando ai miei alunni di quarta le tragedie di Eschilo, mi sono a lungo soffermato sulle Eumenidi, un’opera grandiosa che possiamo definire il primo manifesto della democrazia, perché da essa emergono concetti importanti come l’organizzazione assembleare, la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, la funzione delle leggi nello Stato, l’amministrazione della giustizia e via dicendo. In tale occasione ho operato puntuali paralleli con la nostra società attuale e fatto riflettere i miei alunni su questi importanti principi che saranno alla base della loro vita futura di cittadini, in un confronto critico da cui sono emerse considerazioni e suggerimenti di grande rilievo. Questo si può e si deve fare, ma non mi si chieda di trasformare la scuola in un talk-show alla Bruno Vespa, perché mi rifiuterò sempre di prendere anche soltanto in considerazione una simile aberrazione.

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Il mito dell’età dell’oro ieri ed oggi

Esiodo, il secondo grande poeta greco che visse tra l’VIII ed il VII secolo avanti Cristo, descrive nel suo più noto poema, le Opere e giorni, la storia del genere umano come una progressiva decadenza, facendola passare attraverso cinque diverse età simboleggiate con nomi di metalli: alla prima e più perfetta, quella dell’oro, segue poi quella dell’argento, quella del bronzo e quella degli eroi, per giungere infine all’età del ferro che è quella appunto contemporanea al poeta e nella quale dominano in società la violenza e l’ingiustizia. Si tratta di una concezione mitologica e del tutto fantastica della storia dell’uomo, ma è interessante esaminare le caratteristiche della prima di queste cinque età: in essa, dice Esiodo, “gli uomini vivevano “come dèi, senza affanni nel cuore, lungi ed al riparo da pene e miseria, né triste vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro: il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante; e loro, contenti e in pace, si spartivano i frutti in mezzo a beni infiniti, ricchi d’armenti, cari agli dèi beati” (Opere e giorni, vv. 112-120, trad. G.Arrighetti). Si tratta di un quadro edenico di completa e assoluta felicità, una società in cui gli esseri umani vivono beati, in pace, senza affanni né malattie, godendosi i frutti che la terra produce spontaneamente, senza alcun bisogno di faticare. Sono soggetti alla morte, certo, perché sono uomini e non dèi; ma essa giunge come sonno beato, priva di ogni timore e di ogni sofferenza.
Questa società perfetta, pacifica e beata è il sogno che da sempre ha accompagnato l’esistenza umana, ma, appunto perché di sogno si tratta, non ha mai potuto neanche lontanamente realizzarsi, ed è rimasta allo stato di pura utopia: in ogni epoca ed in ogni organizzazione sociale, infatti, gli uomini hanno dovuto sempre faticare per sopravvivere, e non soltanto sono soggetti, per legge naturale, alle malattie, alla vecchiaia ed alla morte, ma debbono fare i conti ogni giorno con l’ingiustizia e la prevaricazione, dalle quali nessuna società umana è mai stata immune. Eppure, nonostante ciò, il mito dell’età dell’oro e l’utopia della società giusta e perfetta è stato più volte riproposto nella storia della cultura umana: basti pensare, per quanto riguarda l’ambito letterario, alla Repubblica di Platone, alla raffigurazione dei re perfetti dello storico greco Senofonte, alla IV Bucolica di Virgilio, a vari passi degli elegiaci latini; ed a ciò vanno aggiunte le idealizzazioni proprie degli scrittori ecclesiastici (vedi la Città di Dio di S.Agostino o anche, più genericamente, il mito dell’Eden o paradiso terrestre) e dei filosofi, come ad esempio la Città del Sole di Tommaso Campanella o l’Utopia di Tommaso Moro. Il mito dell’età dell’oro, quindi, è presente anche in epoche moderne, quando lo si vorrebbe considerare del tutto tramontato: nel ‘500, quando i conquistadores spagnoli colonizzarono l’America meridionale, si credette a lungo all’esistenza del cosiddetto “El Dorado” (cioè il paese dell’oro), che fu a lungo e vanamente ricercato in varie spedizioni protrattesi addirittura fino al XX secolo. Infine, l’ultima grande idealizzazione di una società dove l’agognato trionfo dell’uguaglianza e della giustizia sociale riproponeva in altra forma il mito dell’età dell’oro è quella di Marx, miseramente fallita poi nella sua realizzazione pratica del cosiddetto “socialismo reale”.
Tutte queste utopie corrispondono ad un innato desiderio dell’uomo di liberarsi dalle fatiche, dall’indigenza, dalle malattie e di poter avere a disposizione i mezzi materiali e morali per un’esistenza beata e priva di affanni. Purtroppo tutto ciò è pura illusione, ma continua ancor oggi ad esercitare un particolare fascino sulla persona umana, tanto da prestar fede a chi, per mero interesse personale e senza alcuna base razionale, promette ancora l’El Dorado ai suoi concittadini. E’ esattamente quello che, nello sventurato periodo in cui ci troviamo a vivere, sta facendo Beppe Grillo ed il suo movimento di iconoclasti e di sfasciatori: vogliono distruggere tutto, mandare “tutti a casa”, per far tornare nella nostra Italia l’età dell’oro, stando alle strampalate proposte che hanno fatto, proposte che non tengono in alcun conto la reale situazione economica del Paese e la scarsa consistenza delle risorse a disposizione. Parlano di “salario di cittadinanza” da dare a tutti senza distinzione, di abolizione delle tasse, di restituzione di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica “frodati” dai precedenti governi, ecc. ecc. Facendo un semplice conto, se veramente realizzassero quanto promettono, la spesa sarebbe di circa 100 miliardi di euro mentre, con il reperimento di fondi che hanno indicato, se ne recupererebbero soltanto 20. E gli altri 80 dove li trovano, nelle tasche di Beppe Grillo? Siamo al culmine della demagogia e del populismo, proprio quei difetti dei quali i grillini continuano ad accusare i partiti tradizionali. Ma non basta: siamo nel campo della pura fantasia, dell’incompetenza più totale di chi non sa nulla di politica ed economia e si lancia in promesse elettorali che mai e poi mai potrebbe mantenere. Ma gli elettori italiani, a quanto pare, credono ancora al mito dell’età dell’oro, se si fidano delle farneticazioni di un istrione che urla, insulta, e prefigura scenari del tutto fantastici che esistono solo nella sua mente esaltata. A tutti piacerebbe una società di completo benessere, giusta e priva di ogni difficoltà. C’è solo un piccolo particolare da tener conto, che una società così non è mai esistita e mai esisterà. Lo stesso Esiodo, se vivesse oggi, non avrebbe l’ardire di prefigurarla.

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Ancora sugli esami di Stato: incoerenze e contraddizioni

L’ex ministro Luigi Berlinguer ha recentemente affermato che l’attuale esame di Stato conclusivo degli studi superiori, così com’è, non va bene e che quindi andrebbe cambiato. Ci sarebbe da dire che avrebbe potuto pensarci prima, visto che è stato lui a progettare e applicare questo esame, ma bisogna riconoscere che nella sostanza ha ragione. Nella prassi attuale infatti, più o meno simile in tutto il Paese, questo esame di Stato presenta tante imperfezioni e contraddizioni da ridursi spesso ad una farsa, ad un rito squallido e ripetitivo che non lascia nulla a studenti e docenti se non un profondo senso di vuoto e di frustrazione.
Cominciamo con il dire che la legislazione sull’esame è di tipo puramente tecnico e burocratico e non garantisce in alcun modo l’equanimità dei giudizi, dato che non entra affatto nel merito della valutazione e del giusto rilievo da attribuire alla personalità dell’alunno, oltre che alla sua preparazione oggettiva. Non è previsto alcun giudizio di merito da parte delle commissioni, ma soltanto una serie di aride valutazioni numeriche che, alla fine, si traducono in una semplice somma di punteggi. Il vecchio esame che noi (purtroppo non più giovani) abbiamo sostenuto, quello cioè che entrò in vigore nel 1969, era sì limitato a poche materie, ma giudicava lo studente in modo più  equo e comprensivo, perché si fondava su giudizi articolati e non su semplici numeri, e teneva conto di ogni aspetto della personalità, non del semplice risultato delle singole prove, spesso valutate oggi in modo frettoloso e acritico. Consentiva inoltre, il vecchio e vituperato esame di maturità, di bilanciare adeguatamente i risultati delle prove d’esame con l’andamento didattico dello studente nel corso dei cinque anni precedenti; adesso invece, se uno studente fallisce una prova d’esame, è irrimediabilmente condannato a una valutazione bassa, perché i commissari esterni ripetono il trito e squallido ritornello secondo cui il profilo didattico dello studente è già stato considerato nel punteggio del credito, senza tener conto del fatto che tale punteggio rappresenta solo il 25% del voto finale, mentre il restante 75% è attribuito alle prove d’esame, sottoposte ai metri valutativi diversissimi e spesso bizzarri dei commissari esterni, che finiscono per condizionare totalmente la valutazione finale e spesso per stravolgere la scala dei valori che da sempre ha caratterizzato una determinata classe o gruppo di alunni.
La legislazione sull’esame non dà alcuna indicazione in merito; avviene così che in alcune commissioni certe prove scritte (specie il tema di italiano) vengono valutate in maniera anche troppo generosa (tutti voti da 10 a 15), mentre in altre viene adoperato un metro molto più restrittivo: quest’anno, nella commissione cui ho avuto la sventura di partecipare come commissario interno, ai temi di italiano sono state attribuite votazioni anche di 5 quindicesimi, senza la minima conoscenza della personalità degli studenti. Sotto questo profilo, nonostante l’apparente vacuità di un esame sostenuto di fronte ad una commissione di docenti tutti interni, dobbiamo ammettere che una tale eventualità, in un caso come questo, sarebbe molto migliore, perché chi conosce bene un alunno da più anni è certamente in grado di applicare un metodo valutativo più obiettivo rispetto a chi viene dall’esterno e non tiene in conto null’altro se non i caratteri specifici di quella singola prova, che spesso non coincidono con quelli rivelatisi nel corso dei cinque anni. Per lo meno occorrerebbero, da parte del legislatore, indicazioni più precise, in modo da evitare che in certe commissioni i voti vadano dal 10 al 15 ed in altre dal 5 al 10.
Un’altra grave carenza legislativa è la mancanza di criteri sulla conduzione della prova orale, il cosiddetto “colloquio”. Come va inteso questo termine? In molte commissioni lo si ignora totalmente, tanto che i commissari realizzano in pratica non un colloquio, ma una vera e propria interrogazione per materia; nelle discipline umanistiche, addirittura, viene richiesta anche una pedante lettura e traduzione di testi classici, con domande di grammatica, di sintassi ecc. A mio giudizio tale pratica è ingiusta e vessatoria, perché quando uno studente è stato interrogato tutto l’anno dal suo docente su questi aspetti tecnici dell’italiano o delle lingue classiche, non c’è affatto necessità di pretenderli nuovamente all’esame di Stato; qui la prova orale non deve essere un’interrogazione, ma, appunto, un colloquio, dove si pongono quesiti generali badando alla sostanza dei concetti, ai collegamenti interdisciplinari da cui emerge la capacità dello studente di esprimere il proprio spirito critico, e non alle pure e semplici nozioni come le cosiddette “regole” grammaticali, che verranno comunque dimenticate entro breve tempo . Io sono certo che ad uno studente, quando sarà uscito dal Liceo, sarà più utile ricordare il pensiero e l’importanza di un Leopardi o di un Lucrezio nella storia della cultura piuttosto che un enjambement o un ablativo assoluto.
Tutto ciò deriva dalla mancanza di una legislazione adeguata, per cui ogni commissione agisce come vuole, e talvolta i commissari esterni, arrivando all’ultimo momento e con un’impostazione didattica del tutto diversa dagli insegnanti che hanno seguito l’alunno durante l’anno scolastico, stravolgono completamente la valutazione di un’intera classe.

E spesso accade anche di peggio, perché i presidenti delle commissioni, nel loro folle terrore di ricevere dei ricorsi dalle famiglie degli studenti e quindi di essere costretti a tornare in agosto a scuola per riprendere in mano le carte dell’esame, sono generalmente intenzionati a non bocciare nessuno. Questo è un gravissimo errore, perché chi non ha una preparazione adeguata o almeno accettabile può e deve essere bocciato. Ma ammettiamo pure, a dispetto del vero, che queste promozioni forzate derivino da motivi di umanità, e cioè dall’idea che gli studenti, una volta ammessi all’esame, sarebbero umiliati se dovessero ripetere l’ultimo anno di corso. Ma quel che accade poi ha addirittura del grottesco: volendo promuovere tutti, le commissioni sono costrette a compiere veri e propri falsi, attribuendo (quasi sempre all’orale) votazioni alte e assolutamente immeritate solo per far raggiungere allo studente il fatidico 60 che gli consente la promozione. Ma agli altri chi ci pensa? Si aiuta sfacciatamente chi non lo merita e poi, con malcelato cinismo, si affossano gli altri, arrivando così a una squallida massificazione nelle valutazioni finali. Con un simile criterio i nullafacenti e gli incapaci sono promossi con 60/100, mentre chi per cinque anni ha sempre studiato ed ha raggiunto, magari senza brillare, risultati dignitosi si trova poi, per aver fallito nell’interrogatorio (pardon: nel colloquio) d’esame, a uscire dalla scuola con 61 o 62/100. Questa è giustizia? Io pongo la domanda, nella speranza che qualcuno che conta in alto veda quanto scrivo e ci rifletta. Sarà una speranza vana ma, come da sempre si suol dire, la speranza è l’ultima a morire.

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