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Il virus fa politica

Il periodo terribile che stiamo vivendo ha dimostrato senza dubbio una cosa: che non tutto il male viene per nuocere, soprattutto per chi detiene il potere in questo nostro sciagurato Paese, dove i più elementari diritti umani sono stati spazzati via da un governo di incapaci che ha sbagliato tutto o quasi nella gestione del problema. Le libertà costituzionalmente garantite ai cittadini sono state annullate da una serie di provvedimenti illegali come quelli adottati attraverso i DPCM, che dovrebbero avere solo valore amministrativo; al contrario, in base a quelli, siamo stati rinchiusi in casa per due mesi senza che nessuno battesse ciglio e lo siamo a tutt’oggi, visto che per spostarsi da un luogo all’altro occorre ancora compilare una stupida e inutile autocertificazione. L’azione del governo – ed è bene sottolinearlo fino alla noia – non è stata ottenuta con la persuasione e l’appello alla responsabilità delle persone, come è stato fatto nei paesi civili, ma con lo stato di polizia, con la repressione violenta di poveri cittadini che magari, non riuscendo più a stare chiusi tra quattro mura, hanno osato fare una passeggiata da soli senza contagiare nessuno. Si sono viste scene da Germania nazista o da Unione Sovietica del peggior periodo staliniano, quando abbiamo dovuto assistere a uno spiegamento di polizia e di carabinieri che, se fosse stato messo in campo per arrestare i veri criminali e non per perseguitare cittadini onesti, la criminalità sarebbe scomparsa da tempo nel nostro Paese. Scene vergognose di persone multate di 400 euro per una passeggiata a 200 metri da casa, perpetua infamia per le cosiddette “forze dell’ordine” e per il governo che le ha utilizzate. E tutto ciò è stato ottenuto con l’utilizzo alla Goebbels della televisione di Stato, alla quale è stato imposto di trasmettere come un mantra, per migliaia di volte al giorno, lo stesso perentorio ritornello “state in casa, state in casa”, senza accorgersi che per le persone libere nell’animo quel ritornello invogliava piuttosto ad uscire e liberarsi dalle catene che ci hanno messo trattandoci tutti come schiavi. Una vergogna indicibile per un governo che, non avendo la minima esperienza della politica e formato da damerini che non hanno mai lavorato in vita loro, non riusciva ad affrontare il problema e commetteva ogni giorno errori su errori, idiozie su idiozie; ecco quindi che il ricorso alla forza bruta, alla dittatura dell’avvocatucolo pugliese e dei suoi compagni di merende è stato l’unico mezzo per sopravvivere. Diffondere il terrore è sempre un mezzo sicuro per esercitare il comando, perché quando la gente ha paura diventa manovrabile, diventa accondiscendente e persino collaborazionista del regime, come quei cittadini che sono diventati spie e hanno denunciato, come nella Germania Est della Stasi, il vicino che vedevano a passeggio sulla strada.
Quel che è successo è gravissimo. La Costituzione è stata stracciata, come illustri giuristi tipo Sabino Cassese hanno ribadito fin dall’inizio, e lo Stato si è imposto non con la persuasione e la fiducia, ma con la forza delle denunce e delle multe a carico di chi non faceva nulla di male e non aveva alcuna possibilità di infettare o di infettarsi, come quel poveraccio a passeggio sulla spiaggia inseguito dai carabinieri con droni, elicotteri e quant’altro. Gli altri paesi civili non si sono comportati così perché sanno che cos’è la democrazia; ma da noi il governo Conte non ne ha la minima idea e preferisce imporsi con la forza, quando avrebbe ottenuto lo stesso risultato invitando i cittadini ad usare mascherine e distanze di sicurezza ma senza rinchiuderli forzatamente in casa, che è un intollerabile sopruso. Io personalmente, che credo nella libertà e odio chi la limita arbitrariamente come questi individui hanno fatto, sarei stato a casa molto di più e molto più volentieri se fossi stato solo invitato a rimanerci, non forzato con le minacce e le sanzioni, metodi che vanno bene forse in Cina ma non dove ci si fa vanto di una democrazia che non esiste più.
Ma perché dico che il virus è il maggiore alleato di Conte e della sua banda? Perché devo constatare che, nonostante l’operato inqualificabile del governo, molte persone comuni e persino di cultura continuano a giustificarlo e lo sostengono ancora. A me pare impossibile che qualcuno possa approvare enormità come quelle che sono avvenute nel nostro Paese, eppure debbo purtroppo constatare, seguendo le trasmissioni televisive, che la nostra sinistra radical-chic prende ancora le difese di Conte e lo esalta come il salvatore della Patria. Ma non si vergognano questi intellettualoidi da quattro soldi, tranquilli e pacifici nelle loro ville con piscina e gratificati dallo stipendio che arriva loro ogni mese, a difendere uno Stato di polizia, una repressione violenta come quella che è avvenuta da noi, proprio loro che negli anni ’70 ed oltre urlavano contro i padroni ed il sistema borghese che volevano abbattere? Loro, la sinistra, gli alfieri della libertà e della democrazia, ora applaudono alle multe e ai droni che perseguitano quei cittadini onesti che pagano le tasse e che consentono a questi professoroni con falce e martello di avere ancora uno stipendio molto spesso immeritato! Bella coerenza la loro, bella applicazione di un’ideologia che, sconfitta in tutto il mondo, è raffiorata adesso nella cinesizzazione del nostro Paese ad opera dell’avvocatucolo. Bravi, complimenti! Vorrei vedere cosa avrebbero detto costoro se al governo ci fosse stato ancora Salvini e avesse preso provvedimenti del genere. Ah la rivoluzione, la rivoluzione dei comunisti con il Rolex!
Il Covid-19 è il maggiore alleato del governo perché ha coperto le sue malefatte ed i suoi grossolani errori nella gestione del problema, ha fatto passare in secondo piano le bugie e le vane promesse di Conte ed ha impedito che questa banda di incapaci fosse sottoposta al giudizio dei cittadini e cacciata da un potere che non merita e per il quale non è stata eletta da nessuno. Il Movimento Cinque Stelle, dopo lo sciagurato voto del marzo 2018 che gli ha dato la maggioranza, ha applicato su scala nazionale quella vocazione dittatoriale e antidemocratica che ha avuto fin dall’inizio al suo interno, quando chi non si allineava al pensiero unico di Grillo e Casaleggio veniva immediatamente cacciato. E il PD, dopo aver ricevuto insulti e contumelie dai grillini per dieci anni, ha fatto con loro un vergognoso inciucio, partorendo una creatura deforme, cioè un governo di incompetenti che fa disonore ad una nazione civile, come possiamo constatare anche adesso con il caso del disc-jockey Bonafede, di cui non voglio parlare perché meriterebbe un post a parte. Nonostante la manifesta inadeguatezza, la masnada rimane al suo posto perché, come ci dicono con fare paternalistico gli “intellettuali” di sinistra, in un momento così difficile per la salute pubblica bisogna stare tutti uniti e collaborare, non criticare. Così alle imposizioni sovietiche cui siamo stati e siamo sottoposti se ne aggiunge anche un’altra: il divieto di critica, perché chi critica Conte per loro è uno sfascista (con o senza la s?), uno che agisce per biechi interessi di propaganda elettorale. E allora andiamo avanti così, incensiamo ancora l’avvocatucolo, così il virus della povertà e del disordine sociale finirà per mandarci in rovina e farà più vittime del Covid. Ma nulla di buono si può sperare quando con la paura diffusa a bella posta, con le immagini di morte continuamente trasmesse per terrorizzare i cittadini, sono riusciti a togliere alle persone la facoltà di ragionare e hanno portato all’ammasso il loro cervello. Il governo ha così trovato nel virus il più sicuro alleato per poter restare sulle poltrone e continuare a distruggere quel poco di buono che ancora restava intatto nel nostro Paese.

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Il potere e la cultura

Fin da tempi molto antichi chi voleva conquistare e mantenere il potere in uno Stato doveva in qualche modo fare i conti con la classe intellettuale, il cui appoggio si rivelava non solo utile ma addirittura indispensabile. Tutti i regimi, di qualunque origine e con diverse modalità, si sono procurati il sostegno ideale di poeti, scrittori, filosofi, artisti, ecc., il cui operato diventava una cassa di risonanza formidabile per giustificare e rendere accettabile qualsiasi forma di potere. Gli esempi storici sono svariatissimi e non è possibile citarli tutti. Già Pericle, capo del regime democratico ateniese del V° secolo a.C., assoldò pittori, architetti e scultori per erigere monumenti che dessero al visitatore l’immagine di una città non solo bella, ma efficiente e ben governata; Ottaviano Augusto a Roma fece la stessa cosa, ed in più si procurò l’appoggio della classe intellettuale del tempo mediante l’amico Cilnio Mecenate, che proteggeva e sostentava anche economicamente poeti e scrittori purché fornissero al mondo l’immagine artefatta di un sistema politico perfetto e persino derivante dalla volontà divina, secondo il messaggio subliminare contenuto nella più grande opera letteraria dell’epoca, l’Eneide di Virgilio. Senza citare tutti gli artisti, gli scrittori ed i poeti “di corte” succedutisi in duemila anni, basti ricordare che nel XX secolo anche Mussolini, Hitler e Stalin hanno avuto i loro intellettuali di regime, giacché anch’essi comprendevano che il potere più stabile e forte è quello che si fonda sul consenso, non soltanto sulla forza; ed è la classe intellettuale di un paese, più che i proclami e le parate di regime, a favorire e procurare il consenso delle masse.
Senza bisogno di ulteriori prove, credo che sia evidente a tutti l’importanza fondamentale che la cultura possiede, in qualsiasi nazione e con qualsiasi forma di governo, per orientare il pensiero dei cittadini e sostenere i valori in cui essi ripongono la loro fiducia. Ma purtroppo in Italia, dagli anni ’60 del XX secolo in poi, questo concetto basilare è stato trascurato e colpevolmente dimenticato dalla classe dirigente democristiana dell’epoca: essa ha commesso il più grave errore che si potesse compiere, che non è il clientelismo e la corruzione che dilagavano durante i lunghi anni dei vari governi a base DC, ma l’aver lasciato insensatamente il monopolio della cultura alla sinistra, da quella moderata a quella più estrema dei gruppi extraparlamentari e terroristici. Dal ’68 in poi l’unica cultura presente in Italia è stata quella marxista, che ha occupato prepotentemente tutte le università, quasi tutte le scuole superiori, la maggioranza dei giornali e delle televisioni, tanto da riuscire a presentare all’opinione pubblica la sua Verità come fosse l’unica possibile e plausibile. Nessuno ha saputo opporsi a questa dittatura culturale: né i cattolici, che hanno avuto poco spazio ed hanno finito poi per accettare molte istanze culturali dell’ex nemico comunista (ed è venuto fuori il famoso “cattocomunismo” che dura anche oggi), né tanto meno la destra, rinchiusa dalla brutale violenza avversaria nel lazzaretto degli appestati, gravata dall’infamante bollatura di “fascista” e incapace di esprimere personalità culturali di rilievo, a parte pochissime eccezioni.
Questa situazione di sudditanza di tutto il Paese a un’unica cultura, ad un pensiero unico, dura ancor oggi, benché la sinistra abbia ormai abbandonato e tradito del tutto le proprie origini e non parli più da molti anni di rivoluzioni con falce e martello; anzi, gli ex sessantottini bombaroli di allora oggi sono distinti funzionari di banca o dirigenti d’azienda, vanno in giro con macchine di lusso, alcuni di loro hanno il portafogli gonfio ed il Rolex al braccio, del tutto dimentichi di quello che un tempo fu il proletariato. Operai e contadini, chi sono costoro? La sinistra di oggi non li conosce più, ed infatti sono quasi tutti migrati verso la Lega e i Cinque stelle. Eppure, nonostante questo clamoroso voltafaccia di partiti come il PD, che farebbe rivoltare Berlinguer nella tomba, il pensiero unico esiste ancora sotto mutate forme e continua a condizionare l’opinione pubblica in maniera pesante ed esclusiva. Ancora oggi i centri della diffusione culturale sono in gran parte in mano alla sinistra; e non mi riferisco solo alle università ed alle scuole, dove l’80 per cento dei docenti si riconosce in quella parte politica, ma anche alle emittenti televisive, alcune delle quali sono smaccatamente faziose e continuano a propagandare, come macchine da guerra, il pensiero unico buonista che sostiene l’immigrazione clandestina, le teorie gender, l’abbandono dei valori morali e religiosi propri della nostra tradizione, accusando tutti coloro che non si allineano a questa dittatura culturale di essere arretrati, sovranisti e soprattutto fascisti. A questo proposito ho denunciato più volte su questo blog l’assurda posizione di chi, dopo 75 anni dalla fine del fascismo, continua a tenerlo forzatamente in vita per poter avere un “nemico” contro cui scagliarsi e additarlo così al pubblico disprezzo. Nell’antica Roma chi aveva compiuto reati infamanti era proclamato sacer, cioè consacrato agli dèi infernali, ed era perciò considerato un reietto, un rifiuto della società, tanto che nessuno gli rivolgeva più la parola ed era lasciato molto spesso morire di fame. La stessa cosa si fa oggi con chi non si allinea ai “santi principi umanitari” della sinistra: è fascista, quindi sacer, escluso dal consorzio civile.
La colpevole inerzia dei governi democristiani, che hanno lasciato alla sinistra il monopolio della cultura in questo paese, continua ancora oggi a produrre danni incalcolabili. L’odio e la violenza verbale dilagano sui social e sulla stampa, sostenuti e amplificati da canali televisivi come Rai 3 o la 7, veri centri di diffusione di menzogne e di false accuse; ed il guaio è che l’uomo comune, a forza di sentir ripetere idiozie come il “pericolo fascista” o accuse infamanti contro il nemico di turno (ieri Berlusconi, ora Salvini) finisce per crederci, e da questo clima dei tensione artatamente creato nascono poi persino movimenti di piazza formati da beoti arrivisti e pecoroni che li seguono, come sono appunto le cosiddette “Sardine”. Quando una parte politica riesce ad affermare il proprio credo mediante strumenti culturali (ed anche la televisione lo è, nonostante il suo infimo livello) e nessuno la contrasta, diventa facile orientare l’opinione pubblica e far credere a tante persone ignoranti e superficiali che quella è l’unica possibile verità. C’è poi un’altra cosa importante da considerare: che il monopolio culturale della sinistra, durato molti decenni (dal ’68 ad oggi), ha fatto sì che appartenere a quell’area politica sia ancor oggi “trend”, tanto da far credere che abbracciando quella ideologia e quel pensiero si diventi automaticamente intellettuali, persone rispettate e rispettabili. Per questo tanti professorini che aspirano a diventare professoroni, tanti scribacchini che aspirano a diventare scrittori, tanti giornalai che aspirano a diventare direttori di grandi testate, tutti costoro si fregiano dell’onore e del prestigio che viene loro dall’essere di sinistra. Magari poco sanno e nulla condividono di quelli che furono gli ideali di Gramsci, di Nenni e di Berlinguer, ma si dichiarano di sinistra perché è alla moda, fa tendenza. E così nel nostro sventurato paese si continua a negare le verità storiche più evidenti, a paventare fantasmi del passato che non esistono e ad accettare diktat e ricatti ignominiosi dagli stranieri per non passare da sovranisti. E a questo punto c’è da esser certi che a rivoltarsi nella tomba non sono soltanto i fondatori del marxismo tradito dai comunisti con il Rolex, ma anche tutti coloro che hanno combattuto e dato la vita per la l’indipendenza e la sovranità di un Paese che oggi, proprio per la diffusione del pensiero unico, è diventato nuovamente terra di conquista e di immigrazione incontrollata.

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I 5 stelle, nuovi barbari della politica

Da quando è nato in Italia il cosiddetto “Movimento Cinque Stelle” fondato dal comico Beppe Grillo e dal faccendiere Casaleggio non ho mai nascosto il senso di indignazione e di repulsione che mi provocano queste persone, unito a un analogo senso di smarrimento e di incomprensione nei riguardi di chi li sostiene e li vota. Probabilmente è un problema di età, dato che ho vissuto altri periodi della politica italiana nei decenni passati ove non era mai successo nulla di simile, e quando era ben diverso il modo di fare politica; per quanto infatti di movimenti contro il sistema e di voti di protesta ce ne siano stati altri, nessuno si era caratterizzato come questo per il livello di incultura e di volgarità da esso raggiunto ed anche, purtroppo, per il largo consenso che ha avuto e che sta ancora avendo, visto che per le prossime elezioni i sondaggi lo danno al 27-28 per cento. Poiché non riesco a tacere la mia profonda e totale avversione per i cosiddetti “grillini”, dividerò questo post in due parti: nella prima elencherò in dodici punti i motivi di questo mio sentimento, nella seconda cercherò di spiegare le cause del loro non più effimero successo.
1. Un tempo i partiti politici nascevano da un ideale, o meglio da un’ideologia, un sistema di valori in cui credevano coerentemente tutti gli adepti. Benché io abbia avuto sempre una fiera avversione per il marxismo ed i partiti che lo interpretavano, riconosco però che la loro impostazione ideologica aveva basi culturali solide nella filosofia di Marx, Engels ed altri. Il Movimento Cinque stelle, al contrario, è nato dal nulla, non ha fondamenti ideologici né culturali, è frutto del più fatuo e ignorante qualunquismo.
2. La classe dirigente di questo movimento non è formata da persone con competenza politica ed una cultura adeguata ad un ruolo dirigenziale. I capi sono un comico buffonesco (Beppe Grillo) che non si vede quale autorità e credibilità possa avere per un ruolo così importante, ed il figlio di un affarista (Casaleggio) i cui traffici sono spesso rimasti nell’ombra. La loro attività non è disinteressata: il blog di Grillo guadagna moltissimo con la pubblicità e quindi il suo è un business come gli altri, nonostante la presunta “diversità” di cui lui e i suoi accoliti si vantano.
3. Pur non avendo alcuna base ideologica (i concetti di destra e di sinistra per loro sono categorie vecchie e superate) essi subiscono purtroppo spesso l’influsso delle peggiori ideologie: si veda, ad esempio, l’appoggio dato dai “grillini” al movimento No-Tav ed agli atti terroristici da costoro compiuti, oppure il libertarismo sfrenato dei cosiddetti “diritti civili” culminato nella cosiddetta “legge Cirinnà”. Benché rifiutino una collocazione precisa, essi di fatto hanno appoggiato intenzioni e rivendicazioni proprie dell’estrema sinistra.
4. Il loro urlare contro il “sistema”, appparentemente scevro da basi ideologiche, è abbastanza vicino, per metodi e linguaggio usato, a quello dei movimenti e gruppi extraparlamentari di sinistra degli anni ’70, con la differenza che quei gruppi erano culturalmente molto superiori ai loro emuli del secondo decennio degli anni 2000.
5. Nel loro ribellarsi contro il “sistema dei partiti” i grillini, interpretando e fomentando il sentimento più rozzo e volgare degli italiani più ignoranti, generalizzano in modo grottesco, presentando tutti gli esponenti degli altri partiti come criminali, corrotti, ladri e mafiosi. Da questo loro giustizialismo becero e volgare non si salva nessuno: tutti gli avversari sono demonizzati, non li sfiora neanche lontanamente l’idea che fare di ogni erba un fascio è comunque sbagliato e che il bene ed il male si trovano ovunque, nel loro e negli altri partiti. In questa visione distorta e catastrofica della realtà (che ricorda anch’essa atteggiamenti simili espressi in passato da certa sinistra) accusano i vari partiti che si sono succeduti al governo di aver “distrutto l’Italia” e di “averci ridotto alla fame”, con palese e assurda deformazione della realtà. L’Italia ha i suoi problemi, ma non sono certo più gravi di quelli di altri paesi europei, e l’economia è in ripresa. Lo dicono i numeri e le statistiche, ma purtroppo non c’è nessun sordo peggiore di chi non vuol sentire.
6. Il Movimento Cinque Stelle si è rivelato palesemente centralista e totalmente antidemocratico. Al suo interno non esiste dialogo: chi non concorda in tutto e per tutto con i capi (Grillo e Casaleggio) viene immediatamente espulso, con processo sommario e senza la facoltà di difendersi e dire le proprie ragioni. Questi metodi ricordano da vicino quelli di Hitler e di Stalin, anche se ovviamente le pene comminate ai dissidenti sono diverse.
7. I “grillini” non accettano il confronto democratico con chi la pensa diversamente. Si permettono di criticare e offendere chiunque ma non ammettono che qualcuno critichi loro ed il loro modo di essere e di agire. I loro rappresentanti evitano accuratamente in televisione il confronto con gli avversari e accettano solo di essere intervistati senza contraddittorio. Non sono disposti a fare alleanze con nessuno, il che paralizza di fatto la politica impedendo la formazione di coalizioni governative con larga maggioranza. Dimostrano così di non avere la minima idea di cosa sia la democrazia e di come si agisce in politica, dove il dialogo ed il compromesso con le altre forze sono indispensabili.
8. Nel rapportarsi agli avversari, oltre a rifiutare ogni dialogo, utilizzano un linguaggio becero, volgare e sessista. Il fatto che il movimento sia nato con il “Vaffa-day” già spiega bene questo atteggiamento rozzo e volgare. L’insulto contro chi è diverso da loro è il loro normale modo di esprimersi, e alcuni loro deputati si sono resi responsabili di violenze verbali e materiali inaccettabili.
9. La loro azione politica è fondata tutta sul distruggere, mai sul costruire. Nei cinque anni in cui sono stati in Parlamento non hanno fatto altro che dire pregiudizialmente sempre di no a tutto e a tutti, criticare, urlare e insultare gli avversari. Le loro proposte, quando ci sono state, o hanno avuto carattere demagogico e populista (vedi la polemica contro i vitalizi, come se abolendo quelli si risolvessero tutti i problemi del Paese) oppure sono state del tutto assurde e utopistiche: il cosiddetto “reddito di cittadinanza” da loro sostenuto costerebbe una cifra dai 40 ai 50 miliardi di euro all’anno, ch’essi non hanno mai detto con chiarezza dove si potrebbero trovare. Oltre che impossibile a realizzare, il progetto sarebbe anche civilmente diseducativo, perché darebbe soldi a tante persone per non fare nulla.
10. I “grillini” hanno fatto dell’onestà la loro bandiera, la linea portante della loro politica, gettando sugli avversari tutte le più infamanti accuse. Ma nel tempo si sono spesso contraddetti: si va dai vari sindaci a cinque stelle indagati per reati commessi durante il loro mandato, alla falsificazione delle firme per la presentazione delle liste in Sicilia fino al più recente scandalo di “rimborsopoli”, quando si è scoperto che molti deputati e amministratori grillini fingevano di restituire parte dello stipendio e che in realtà guadagnavano e guadagnano molto di più di quanto fanno credere. Questa circostanza mostra l’ipocrisia e la bassezza morale di questi individui: chi fa la morale agli altri, chi si presenta come onesto e irreprensibile, comportandosi così si rivela molto peggiore di chi non ha mai espresso vanterie di questo tipo.
11. Ovunque sono stati messi alla prova in incarichi amministrativi, i Cinque Stelle hanno mostrato con palese evidenza la loro incompetenza e la loro incapacità di affrontare e risolvere qualunque problema. Da quando Roma e Torino sono governate da sindaci grillini i problemi di quelle città sono enormemente aumentati, come constata chi vi si reca e vede in che condizioni sono le strade, i servizi, la raccolta di rifiuti. Questo dimostra quanto sia vero quel proverbio che recita: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. A urlare e criticare gli altri, a dire sempre di no si fa alla svelta; ma quando si tratta di agire, di costruire, di provvedere allora la musica è diversa. Anche l’onestà stessa, che pure è una qualità pregevole nella persona umana, diventa secondaria, perché a nulla in politica serve essere onesti quando si è incapaci e incompetenti. Per governare ci vuol altro, occorre una cultura, perché la politica è una professione come le altre che richiede competenza, non è accessibile a tutti. La mentalità dei grillini è analoga a quella di coloro che, durante un volo aereo, cacciassero il pilota perché disonesto e mettessero al suo posto un passeggero qualunque solo perché è onesto. Dove andrebbe a finire l’aereo?
12. A proposito di incompetenza, a quanto detto va aggiunto il modo assurdo e dissennato con cui il Movimento Cinque Stelle sceglie i suoi rappresentanti: attraverso la rete internet, praticamente estraendoli a sorte o quasi senza compiere alcun accertamento sulle loro effettive conoscenze e capacità. E’ avvenuto così che nel 2013 siano entrate in Parlamento persone del tutto ignoranti e rozze, che non hanno mancato di rivelare bellamente questi loro eccelsi pregi esprimendosi con volgarità e turpiloquio. Uno di loro, tale De Rosa, fece una volta una battuta rivolta alle deputate del PD che qui non voglio ripetere per pudore, ma che qualifica il grado di barbarie e rozzezza di queste persone. L’ignoranza crassa contraddistingue anche il loro candidato premier alle elezioni, Luigi Di Maio, che confonde il Cile con il Venezuela e non conosce la lingua italiana e l’uso del congiuntivo.
Detto tutto ciò che mi provoca orrore al solo sentir nominare i Cinque Stelle e che mi preoccupa moltissimo per il risultato delle prossime elezioni, riaffermo che una loro eventuale vittoria ci condurrebbe nel baratro più profondo, e non solo dal punto di vista dell’economia e della vita sociale, ma anche da quello della cultura. Nel ’68 si diceva che la fantasia doveva arrivare al potere; ora c’è il rischio che al potere ci arrivi l’ignoranza, ed è un rischio concreto.
Ma qual è allora il motivo per cui, nonostante quanto detto sopra, i Cinque Stelle hanno ancora tanto successo da essere dati nei sondaggi come il primo partito italiano? La prima risposta che mi verrebbe in mente non la dico, perché sarei offensivo verso tanti elettori magari in buona fede; accennerò invece ad altri due motivi che mi sembrano i più probabili e che derivano entrambi da una certa mentalità che molti italiani hanno nel sangue oppure, come si dice oggi, nel DNA. Forse perché per tanti secoli l’Italia è stata dominata dagli stranieri, che sfruttavano e opprimevano un insieme di persone da non definire un popolo, ma “un volgo disperso che nome non ha”, è insita nel profondo dell’animo di tanti italiani un’innata diffidenza per chiunque abbia il potere, visto come oppressivo e corrotto; ed è questa la ragione essenziale, a mio parere, per la quale chiunque governa viene attaccato senza tregua durante il mandato ed è destinato a perdere voti alle successive elezioni. L’ignobile campagna mediatica e giudiziaria contro Berlusconi lo dimostra, e lo dimostra anche la serie di insulti e di critiche contro Renzi, che ha fatto sì molte cose avventate o errate (vedi la legge sulle “Buona Scuola”), ma ha anche preso provvedimenti positivi per molte categorie e fasce di popolazione. Su questo sentimento di odio e di avversione innata contro chiunque detiene una forma di potere si è agevolmente innestato il Movimento Cinque Stelle, cavalcando la tigre del malcontento popolare e assecondando gli atteggiamenti giustizialisti e forcaioli di chi identifica il Governo con il male assoluto, senza mai riconoscergli nulla di positivo. Il voto dato ai 5 stelle è stato e sarà solo un voto di protesta, ma una protesta esagerata e inconcludente, dettata dal carattere piagnone e vittimista di tanti nostri concittadini, i quali non si accontentano mai, credono falsamente che i paesi stranieri siano un paradiso mentre qui tutto è rovina e pretendono da chi ci amministra che risolva tutti i problemi e ci faccia vivere nel lusso e nella bambagia. Va poi anche detta un’altra cosa: che nel DNA degli italiani, a differenza di quanto avviene altrove, c’è anche una forte ammirazione ed una tendenza a dare credito a tutto ciò che è nuovo rispetto all’esistente: ogni volta che è cambiato regime quasi tutti gli hanno fatto festa, e così fu anche per quanto riguarda il fascismo, oggi tanto esecrato ma un tempo tanto celebrato. Per molti tutto ciò che è novità, che rompe con il passato, possiede un fascino ed un’attrattiva irresistibili, mentre non si pensa mai che ciò che è nuovo non è necessariamente sempre positivo e che spesso, per non cadere dalla padella nella brace, è meglio tenersi il vecchio. E poiché il Movimento Cinque Stelle si presenta come nuovo e come diverso da tutti gli altri partiti, questo spiega agevolmente il motivo del suo successo, proprio perché le persone non sanno vedere oltre il proprio naso e non si rendono conto che in cambiamenti non sono sempre migliorativi, anzi… Mi costa fatica dirlo, ma paradossalmente sarei contento se Gigino Di Maio arrivasse veramente a dirigere il governo: in poco tempo perderebbe tutto il suo consenso e tutti si renderebbero conto che il re è nudo e che dietro le promesse ed i proclami c’è solo il più grande e profondo NULLA.

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Un altro effetto del pensiero unico

Prendo spunto per questo articolo da un recentissimo fatto di cronaca, che riguarda il tema generale della libertà di opinione ma che ha suscitato in particolare il mio interesse perché coinvolge il mondo della scuola. Ieri 14 gennaio si è saputo che un’insegnante di inglese del liceo “Marco Polo” di Venezia è stata addirittura licenziata dall’autorità scolastica per alcune frasi razziste, contro gli immigrati e i musulmani, che aveva scritto sul suo profilo facebook. Qui, a quanto si è saputo, ella avrebbe auspicato la morte di tutti i migranti sui barconi e la necessità di bruciare vivi loro ed i loro figli; e sembra anche, come se non bastasse, che abbia scritto anche frasi offensive contro l’ex capo del governo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ed altre perle di questo genere.
A scanso di equivoci di ogni sorta premetto e confermo che io non condivido affatto le affermazioni di questa collega, che non voglio giustificare in alcun modo e da cui mi dissocio totalmente. Il problema però, a mio avviso, è un altro, e cioè questo: è lecito licenziare una persona, cioè toglierle il lavoro ed in pratica emarginarla dalla società, soltanto perché ha espresso un’opinione? Io me lo chiedo e spero che qualcuno mandi commenti a questo mio scritto, perché il problema mi pare notevole e coinvolge non tanto il caso di una persona quanto il concetto stesso di democrazia che abbiamo nel nostro Paese. La nostra Costituzione, all’art. 21, sancisce la libertà di opinione, un principio sacrosanto che non si può circuire o vanificare come sta facendo oggi il pensiero unico che domina ormai, attraverso la televisione e gli altri organi di informazione. Ho detto altre volte cosa intendo quando parlo di pensiero unico: le idee dominanti nella nostra società, in base alle quali vengono diffusi principi di buonismo, di tolleranza, di uguaglianza sociale ecc., per cui è diventato praticamente obbligatorio essere d’accordo con l’accoglienza degli immigrati, con le nozze gay, con il prolificare nel nostro paese di religioni e culture diverse e spesso distanti dalle nostre. Chi si oppone a questo pensiero unico è immediatamente bollato con il marchio infamante di fascista, razzista, omofobo, egoista, cinico, un insieme di etichette dettate dal pregiudizio che tendono a mettere in cattiva luce, condannare moralmente ed isolare chiunque con si allinei con l’opinione che ci viene imposta dall’alto attraverso i media e i social oggi tanto in voga. E mentre fino a poco tempo fa questo processo di ghettizzazione avveniva solo a livello morale, attualmente si sta cercando di trasformarlo in una vera persecuzione sociale e persino giudiziaria: mi riferisco, ad esempio, alla legge che punisce penalmente il negazionismo sull’olocausto, o a quella contro l’omofobia che trasforma in un reato penale l’opinione di chi non gradisce i gay e le loro ostentazioni. L’esempio della professoressa licenziata perché contraria agli immigrati costituisce l’ultimo esempio di questo processo in atto.
A questo punto, per tornare all’argomento particolare dell’articolo, cerco di precisare un aspetto non irrilevante del problema. Nel provvedimento di licenziamento è detto che questa docente, con le sue frasi razziste, provocherebbe un danno al prestigio dell’istituzione scolastica. Non risulta però che questa persona abbia espresso idee di questo tipo durante le sue lezioni; le ha scritte sul suo profilo facebook, quindi al di fuori dell’ambiente di lavoro, e chi non vuole leggerle non è obbligato a farlo. Dov’è il danno all’istituzione scolastica? I suoi studenti hanno chiesto una conferenza stampa in cui, parlando un linguaggio che sa di vecchio sessantottismo (nominano il “collettivo” degli studenti ecc.) affermano che nella loro scuola il fascismo e il razzismo non debbono entrare; ma l’impressione che se ne ricava è che i ragazzi stessi siano stati condizionati da persone o messaggi della fazione opposta, o che comunque non abbiano neanche loro ben chiaro il concetto di democrazia. Sulla base dell’art. 21 della Costituzione il pensiero e le opinioni sono liberi e tali debbono restare: se cioè una persona si limita a esporre un suo pensiero – dovunque lo faccia – ma non commette alcun delitto, come può giustificarsi che, in base all’opinione prevalente, si ritorni al reato di opinione e si licenzi una persona per questi motivi? Questo è il vero atto fascista, proprio delle dittature come quelle di Hitler e di Stalin, allontanare ed emarginare una persona perché ha espresso una sua opinione non consona con quelle che la televisione ed i politici di quasi tutti gli schieramenti vogliono imporci. Diverso sarebbe se la docente in questione avesse metto in atto quelle sue idee, avesse cioè – paradossalmente – ucciso di persona quegli immigrati a cui augura la morte; allora sarebbe un’assassina e dovrebbe pagare il suo delitto per tutta la vita, ma se ha solo espresso un suo auspicio, per quanto assurdo e disumano esso sia, non può essere sottoposta ad un provvedimento così grave, a cui non si è mai ricorsi neanche per coloro che hanno commesso reati ben più gravi. Si può, anzi si deve dissociarsi da quelle idee, si può condannare moralmente la persona che le ha espresse, si può biasimarla, odiarla, detestarla; ma se nella nostra mente è ancora chiaro il concetto di democrazia e di pluralismo, di cui tanti si vantano senza neppure sapere cos’è, non è né lecito né giusto infliggere provvedimenti così pesanti solo per aver scritto quelle frasi e oltretutto in un contesto che è al di fuori dell’ambito scolastico. Non si è sempre detto, da parte di molti colleghi, che la vita privata di un insegnante deve essere separata da quella professionale? Mi ricordo il caso di una professoressa che, irreprensibile nel suo lavoro, alla sera frequentava locali equivoci e si esibiva in spettacoli osceni. In quel frangente ci fu un’alzata di scudi a favore di quella docente, sulla base del principio secondo cui, se uno fa bene il proprio lavoro, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa nella vita privata. Se si crede in questo principio, allora non va condannata neanche la collega che ha scritto frasi razziste, perché non risulta che l’abbia fatto durante le ore di lezione o all’interno della scuola.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di difendere il razzismo di questa collega, che non conosco ed al cui pensiero mi ritengo estraneo. Quel che mi preoccupa è che attualmente nella nostra Italia, con la scusa del progresso, dei diritti civili, dell’accoglienza ecc., si sia giunti non solo a denigrare chi la pensa diversamente ed è ancora fedele a certi valori attualmente in disuso, ma persino all’emarginazione ed alla persecuzione giudiziaria contro chi non si allinea con il pensiero unico. Su questa reintroduzione del reato di opinione occorre fare molta attenzione, perché proseguendo su questa strada il passo verso la dittatura e l’oppressione è breve, ed in parte è stato già compiuto. Ho detto altrove, e qui lo ripeto, che se Mussolini, Hitler e Stalin vivessero oggi non avrebbero bisogno di manganello, olio di ricino o gulag: basterebbe la televisione per distruggere ogni dissenso.

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Viaggio in Germania

Era da molto tempo che meditavo l’idea di recarmi in Germania, paese che non avevo mai visto; così, approfittando delle vacanze pasquali, ho deciso di effettuare un viaggio in Baviera, precisamente a Monaco, sulle Alpi bavaresi e sul lago di Costanza; ed in quest’ultima località l’interesse era costituito, oltre che dal magnifico specchio d’acqua diviso tra tre nazioni, anche dalla bellissima isola di Mainau, detta “Blumeninsel” perché ricca di splendide aiuole e prati fioriti.
Il viaggio in auto è stato tranquillo e tutti gli obiettivi sono stati raggiunti; così io e mia moglie abbiamo potuto constatare la veridicità di quanto ci aspettavamo sulla bellezza dei luoghi e su ciò che proverbialmente si dice della Germania e dei tedeschi. In effetti, sia durante la permanenza a Monaco che durante gli spostamenti, ci siamo resi conto di come ciò che comunemente si pensa su quel Paese sia sostanzialmente vero: le città sono pulite, le persone disciplinate e attente al rispetto delle regole molto di più di quanto faremmo (e in effetti facciamo) noi italiani. Le file in ingresso ai musei ed alle pinacoteche sono rapide e regolari (nel senso che nessuno fa il furbo tentando di passare avanti), le persone a passeggio per le vie sono silenziose e corrette, gli automobilisti sono talmente gentili che, alla vista di un passaggio pedonale, si fermano anche se hanno soltanto il sospetto che tu voglia attraversare la strada, cosa che magari non hai in quel momento intenzione di fare. I limiti di velocità, inoltre, vengono rispettati alla lettera, anche quando manifestamente malposti: anche in Germania, per intenderci, ci sono strade ampie e diritte con assurdi limiti di 50 ed anche 30 Km orari, che i tedeschi osservano scrupolosamente, mentre da noi le cose vanno in maniera molto diversa. Su questo piano dobbiamo riconoscere che siamo dalla parte del torto, c’è poco da dire.
Nonostante ciò, debbo dire che i miei sentimenti verso i tedeschi non sono cambiati dopo questo viaggio; continuo infatti a non nutrire simpatia per quel senso di superiorità ch’essi mostrano nei confronti degli stranieri e soprattutto di noi italiani, verso cui hanno certamente poca considerazione. Per prima cosa ho dovuto constatare con dispetto che nell’albergo dove abbiamo alloggiato nessuno del personale sapeva una parola di italiano, tanto che ho dovuto arrangiarmi con quel poco di inglese che so, e che anch’essi non parlavano affatto bene; e a tal riguardo dico senza remore che trovo inconcepibile che in un hotel internazionale, che raccoglie ospiti da tutti i paesi dell’Unione Europea, non si parlino tutte le principali lingue di questo continente. In giro per Monaco e nei luoghi visitati (musei, chiese ecc.) tutto era scritto in tedesco e solo qualcosa in inglese; mancavano tutte le altre lingue, a dimostrazione del fatto che i tedeschi considerano la loro come unica lingua di comunicazione, nonostante che sostengano a parole l’unità europea e l’abolizione delle frontiere. Parlando poi con un cameriere che sapeva l’italiano, ci è stato detto che la Germania è giustamente il primo paese d’Europa perché è migliore degli altri: di fronte alla crisi economica internazionale, infatti, i tedeschi avrebbero preso oculate misure preventive che hanno impedito il verificarsi di ciò che è successo in altri paesi come il nostro. La realtà è che l’euro è stato voluto dai tedeschi a tutto vantaggio loro e della loro economia, mentre tutti gli altri sono stati impoveriti da questa moneta, che per noi si è rivelata un autentico capestro. Ma questo non lo dicono e non lo ammetteranno mai: loro sono superiori a tutti, sono “über alles” per dirla nella loro lingua.
In questi ultimi giorni c’è stata una forte polemica contro Berlusconi per quella sua affermazione secondo cui per i tedeschi i campi di concentramento nazisti non sarebbero esistiti. Non si può negare che la frase sia infelice ed in senso letterale falsa, perché anche in Germania i libri di storia parlano della seconda guerra mondiale, del regime hitleriano, dell’olocausto ecc.; contiene però un fondo di verità, nel senso che fino agli anni ’70 tutto questo in Germania era tabù, era escluso dai libri di storia e i tedeschi evitavano l’argomento, cercavano di rimuovere questa macchia orribile che gravava su di loro. E anche oggi, quando ormai i fatti sono noti, non mi risulta che in Germania ci si occupi molto del problema, né che ci sia per esso un autentico pentimento: durante la mia permanenza a Monaco, in effetti, non ho visto rammentare l’olocausto da nessuna parte, neanche nel maestoso “Deutsche Museum” che raccoglie infinite testimonianze di scienza, tecnica, lavorazione di materiali, aerei, navi, macchine di tutti i generi del passato e del presente. Perché i signori del “Museum” non si sono sentiti in dovere di mostrare ai visitatori come funzionavano i camion dentro ai quali venivano asfissiati gli ebrei o di far vedere come si produceva il micidiale “Zyklon B”, il gas con cui sono stati sterminati milioni di persone? L’occasione ci sarebbe stata, ma tutto è caduto nel dimenticatoio, e questo mi sembra un atto di disgustosa ipocrisia, il voler allontanare da sé, dal proprio popolo, un orrore del genere rimuovendolo, fingendo che non sia mai esistito. E’ vero che i tedeschi di oggi non hanno alcuna colpa, ma potrebbero e dovrebbero ancora sentirsi responsabili, come popolo, di quanto è accaduto, parlarne e non tacere, e soprattutto educare i giovani, per mezzo della storia, alla tolleranza ed alla fratellanza con gli altri popoli, anziché ostentare questo senso di superiorità che non mi sembra affatto giustificato. Ritengo quindi che l’affermazione di Berlusconi, certamente fuori luogo, abbia però una sua motivazione in quello che io stesso ho potuto vedere, e che le solite polemiche insultanti contro di lui dimostrino ancora una volta che non esiste ancora in Italia un dibattito politico sereno e fondato sul rispetto verso chi manifesta idee ed opinioni diverse dalle proprie.

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La Germania non ha pagato abbastanza

Ricorre oggi 27 gennaio il giorno della memoria, il ricordo cioè dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, oggi diventati luoghi di turismo. Due anni fa visitai il più tristemente famoso di questi campi, quello di Auschwitz-Birkenau, e debbo dire che l’impressione che si ricava da una simile esperienza è grande e sconvolgente. Una tristezza infinita prende il visitatore mentre si trova sul posto e all’uscita, uno sgomento che si materializza in una domanda che sovrasta tutte le altre: come è stato possibile tutto ciò? Come può essere accaduto che un popolo civile e progredito come quello tedesco, che aveva dato al mondo tante menti illuminate in ogni campo della cultura e dell’arte, si sia reso colpevole di un orrore di questo tipo? Uccidere migliaia di donne e bambini indifesi, con la più totale indifferenza, andava di pari passo con un genere di vita che, per altri aspetti, si può definire normale: il comandante di Auschwitz ad esempio, Rudolf Hoss (di cui ho letto di recente le memorie), ordinava ogni giorno l’esecuzione nelle camere a gas di migliaia di persone, non solo ebrei ma anche zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, malati fisici e mentali ecc.; eppure, proprio nelle vicinanze del campo, aveva la sua casa dove i suoi bambini giocavano tranquilli in giardino e la sera lui, quando rincasava, li accarezzava e giocava con loro come qualunque altro padre fa coi propri figli. Sappiamo che le SS avevano dei cani che trattavano con grande cura e che lo stesso Hitler era vegetariano, perché sosteneva che non si dovessero uccidere gli animali.
Le enormi contraddizioni che sorgono da queste notizie restano inspiegabili, benché sia risaputo che la logica feroce della guerra può far compiere, anche a persone normali e non violente nella vita privata, le più orribili atrocità. Ci si può forse accontentare della giustificazione che i criminali nazisti e lo stesso Hoss davano a chi chiedeva loro il perché di tanto orrore, il fatto cioè ch’essi erano soldati e obbedivano a ordini superiori, come ogni militare è tenuto a fare? Hoss in persona dice di non aver approvato lo sterminio degli ebrei, ma di non essersi potuto ribellare a quegli ordini, perché sarebbe stato giustiziato ed un altro avrebbe comunque preso il posto suo. Ma tutto ciò non è sufficiente a spiegare ciò di cui ancora oggi ad Auschwitz resta il ricordo: dalle tonnellate di capelli tagliati alle prigioniere mandate alle camere a gas, conservati in un’enorme teca, ai forni crematori, alle baracche di legno di Birkenau, dove entrava l’acqua, il freddo, l’umidità e che per le spaventose condizioni igieniche potevano da sole provocare enormi sofferenze e morte alle persone, in unione ovviamente con il vitto pessimo e scarsissimo. Qui l’umanità è morta per sempre, e nulla si può cancellare: dopo la Shoah anche l’arte è morta, perché l’uomo ha perduto i suoi più autentici valori e si è dedicato unicamente o quasi alla ricerca del benessere materiale.
Ma ciò che più mi indigna di questa immane tragedia è che la Germania non ha pagato abbastanza per il male che ha arrecato all’umanità intera. A parte i pochi gerarchi catturati e impiccati a Norimberga, la maggior parte di loro se la sono cavata o fuggendo all’estero (specie in America Latina) oppure riprendendo la vita di prima in tutta tranquillità, senza che nessuno li andasse a cercare. E non mi riferisco solo ai capi delle SS o della Gestapo, ma a tutti i piccoli ufficiali, sottufficiali o semplici kapò (sia uomini che donne) che nessuno ha punito per le loro atrocità, spintesi molto spesso ben al di là degli ordini ricevuti. Si è permesso alla Germania di non rendere conto al mondo, come popolo e come nazione, di ciò che ha provocato, degli orrori di cui non sono responsabili sono Hitler, Himmler o Heydrich, ma tantissimi comuni cittadini, e anche coloro che, pur sapendo cosa stava avvenendo, hanno taciuto. Si è consentito ai tedeschi di riprendersi dalle rovine della guerra, di riunificarsi nel 1989, di diventare la prima potenza economica d’Europa che, con la gabbia dell’euro, sta stritolando le economie degli altri Paesi, compreso il nostro. E la Merkel non può cavarsela con qualche discorsetto commemorativo, rimuovendo dalla coscienza del suo popolo un passato di questo genere.
La Germania fu trattata anche troppo duramente col trattato di Versailles dopo la prima guerra mondiale, mentre tutto sommato se l’è cavata bene dopo la seconda, almeno dal punto di vista delle responsabilità individuali. E’ prevalsa la teoria, avallata dai vincitori stessi incapaci di gestire la loro vittoria, secondo cui la colpa di quanto accaduto non era di un popolo intero ma solo dei suoi capi, già condannati o morti suicidi o anche, in tanti casi, fuggiti all’estero. Ma così facendo le ferite sono rimaste e sono insanabili anche dopo 70 anni, mentre il mondo continua a porsi gli stessi interrogativi e la Germania, senza più fare i conti col suo tremendo passato, mette nuovamente il cappio al collo dell’Europa con la dittatura dell’euro e dei potentati finanziari, anche senza bisogno di carri armati e di campi di sterminio.

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