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Preoccupazioni di inizio anno scolastico

Ci siamo quasi: domani 1° settembre il Collegio dei docenti, che si terrà in molte scuole, aprirà ufficialmente il nuovo anno scolastico 2015/16. E’ un anno pieno di incertezze e di preoccupazioni legate all’applicazione della “riforma” scolastica targata Renzi-Giannini, che ha portato e porterà con sé tante proteste e critiche ma che dirà anche qualcosa di nuovo nell’ambito del sistema dell’istruzione. Pur potendosi prevedere in parte quel che accadrà, molti aspetti della “buona scuola” sono ancora alquanto nebulosi, per mancanza di chiarezza nelle norme in vigore ma anche per la sostanziale differenza tra la teoria e la pratica, cioè tra il dettato della legge e la sua effettiva applicazione. Intanto, già prima che inizi l’anno scolastico, la nostra scadente televisione ci ripropina, ancora una vota in modo banale e pedestre, la solita polemica sui libri di testo, il cui costo dissanguerebbe le famiglie dei poveri studenti. Sull’argomento ho già detto quel che penso in alcuni post di settembre degli scorsi anni e non voglio quindi ripetermi, tranne per quanto riguarda un concetto: che cioè la polemica sul costo dei libri è assurda e pretestuosa, soprattutto da parte di quelle famiglie (e sono l’assoluta maggioranza) che si sentono svenate quando debbono comprare i libri ai figli, ma che spendono senza battere ciglio migliaia di euro in zaini firmati, vestiti alla moda o smartphones di ultima generazione, di cui ormai quasi tutti gli studenti sono dotati. Per costoro la cultura vale meno di un telefonino o di un paio di orribili jeans sdruciti.
Ma torniamo ai problemi di inizio di anno scolastico. La nuova riforma ha messo e metterà in ruolo migliaia di insegnanti precari, ma non si sa bene quale sarà il loro impiego. Una parte andrà a ricoprire ovviamente i posti vacanti, ma un’altra dovrebbe essere impiegata per il cosiddetto “organico funzionale”, che prevede la presenza di alcuni docenti in più rispetto ai posti ordinari, che dovrebbero servire a potenziare la cosiddetta “offerta formativa” di ciascun Istituto scolastico. In pratica, però, non è chiaro come saranno utilizzati: per ore di materie aggiuntive che saranno deliberate dal Collegio dei docenti, per le supplenze o per altro ancora? Non mi pare che questo concetto sia stato ben illustrato dagli estensori della legge di riforma; in ogni caso ciò che si dovrebbe evitare (e che spero vivamente non avvenga) è che questi docenti in più siano lasciati liberi di far poco o nulla in attesa di occupazione, mentre i professori già in servizio nella scuola debbano continuare a svolgere l’intera attività didattica, non solo quella frontale in classe ma anche il lavoro domiciliare. Se ci sono nella scuola insegnanti in più rispetto all’organico, allora mi sembrerebbe giusto ripartire l’impegno didattico tra tutti, magari diminuendo di qualche ora settimanale l’orario dei professori già in servizio perché possano dedicarsi con più agio alla programmazione o alla gestione complessiva della scuola.
Altro punto imbarazzante della riforma è quello che concerne la valutazione dell’Istituto (di cui una bozza è stata già compilata) ma soprattutto dei singoli docenti. Ho detto più volte che molti di noi si considerano intoccabili e provocano un’alzata di scudi non appena un qualsivoglia governo introduce anche solo lo spettro di una valutazione individuale; io invece da tanti anni sostengo apertamente che vorrei essere valutato, e gradirei moltissimo la presenza in classe, durante le mie lezioni, di persone competenti che potessero giudicarne l’efficacia, la completezza ed il valore didattico. Ma dove si troveranno funzionari di questo tipo? Un tempo c’erano gli ispettori ministeriali che visitavano le scuole ed erano in grado di svolgere un compito simile; ma adesso gli ispettori sono pochi e utilizzati male, ed oltretutto sono spesso incompetenti per quanto riguarda la didattica, perché si è voluto fare di loro (come dei Dirigenti, del resto) soltanto degli organizzatori, dei burocrati. Quel che la “Buona Scuola” prevede in questo ambito mi lascia invece molto perplesso: a valutare i professori sarà infatti il Dirigente scolastico, dopo che i criteri per la valutazione stessa (ossia i fattori atti a stabilire quali siano gli insegnanti più meritevoli) saranno determinati da un comitato costituito da tre docenti, uno studente, un genitore e una persona esterna alla scuola di cui nulla si sa di preciso. Ora, pur dando per scontata la buona fede di tutti, non mi pare che in queste condizioni sia possibile cogliere pienamente l’obiettivo: i Dirigenti infatti, non essendo ovviamente al corrente dei metodi didattici di ciascun docente, né competenti in tutte le discipline, finiranno per premiare soprattutto coloro che li hanno coadiuvati nell’elaborare progetti o nella gestione della scuola (i vicari, ad esempio), mentre molto minor rilievo avranno la preparazione specifica dell’insegnante nelle sue discipline e l’efficacia della sua azione didattica.  Di fatto, tuttavia, prevedo che le domande per ottenere i vantaggi derivanti da una buona valutazione saranno pochissime, sia perché molti di noi non accettano di essere giudicati, sia perché l’aumento di stipendio previsto per i “bravi” (15-20 euro al mese al massimo) è talmente esiguo da far apparire tutto questo come un’operazione di facciata ed un’ulteriore presa in giro della categoria.
C’è infine un’altra cosa in questa riforma che mi preoccupa molto: la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, un’altra bella invenzione dell’utilitarismo e del materialismo attuali. In merito, trovo naturale che gli alunni degli istituti tecnici e professionali facciano un’esperienza lavorativa già durante il corso di studi, che conoscano il mondo della produzione, l’industria e l’artigianato, perché quella è la finalità principale di questo tipo di studi. Ma i licei, per i quali sono previste addirittura 200 ore annuali di esperienza scuola-lavoro, che ci azzeccano, come direbbe qualcuno a sud di Roma? I licei non hanno finalità utilitaristiche, o per lo meno non dovrebbero averne; si tratta infatti di scuole che debbono fornire una formazione completa della personalità mediante una cultura che non deve essere “pratica” nel senso consueto del termine, ossia vagante tra officine, laboratori e cantieri. La cultura liceale non deve “servire”, ma “formare” lo studente e prepararlo agli approfondimenti ed alle specializzazioni che compirà durante il percorso universitario. Come si possono conciliare materie come la filosofia, il latino, la matematica con il mondo dell’artigianato e dell’industria? Io temo che ci troveremo di fronte ad una colossale perdita di tempo che finirà per confondere i nostri studenti, sospesi tra gli studi teorici e attività pratiche per le quali hanno poco interesse e che sono del tutto avulse dalla loro mentalità. Questa, ovviamente, è solo la mia opinione, quella di un conservatore che guarda con sospetto alle novità che non lo convincono. Posso anche sbagliarmi, per carità, ed attendo di essere smentito; ma per adesso resto dell’idea che non sempre il nuovo è necessariamente positivo, e che se deve rovinare quel che di buono c’era prima, è meglio tenersi il vecchio, e tenerselo ben stretto.

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Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

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