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La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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Un esame da cambiare, anzi da abolire

Adesso che gli esami di Stato sono terminati e che tutte le scuole superiori hanno pubblicato i risultati, dove spiccano come tante perle rare voti alti ed altissimi, mi pare giunto il momento di fare una riflessione conclusiva su questo rito di fine anno scolastico che tiene impegnati molti di noi fino a circa il 10 di luglio, mentre gli altri colleghi più fortunati, non gravati da questo impegno, sono già in vacanza da quasi un mese.
Nella mia carriera ho partecipato agli esami di Stato (prima detti di maturità) in tutti i ruoli: membro esterno, membro interno e presidente. Con questa pluriennale esperienza mi sono fatto un’idea ben precisa, che consiste nel ritenere che l’esame, così com’è, sia diventato un’inutile farsa e che quindi vada profondamente cambiato, oppure abolito del tutto. Questa seconda soluzione sarebbe la migliore, se non altro perché parificherebbe la condizione dei docenti, alcuni dei quali lavorano adesso circa un mese più di altri, ed inoltre consentirebbe allo Stato di risparmiare un bel po’ di soldi (si parla di 150 milioni di euro all’anno) ottenendo in pratica lo stesso risultato: se infatti i Consigli di classe che effettuano gli scrutini stabilissero direttamente, senza esame, il voto conclusivo di ogni alunno, non credo ch’esso rispecchierebbe di meno il valore didattico dei singoli studenti, né sarebbe più generoso con loro di quanto non lo siano le commissioni d’esame attuali, che già sono generosissime. In pratica, non credo che avremmo voti più alti di adesso, quando già sono altissimi e molto al di là della reale preparazione dei ragazzi; e nemmeno ci sarebbero più bocciature, visto che già con l’esame di adesso non boccia più nessuno. I presidenti di commissione, forse intimoriti dallo spauracchio dei ricorsi al Tar, si presentano alle scuole esplicitando fin dalla riunione preliminare la volontà di promuovere tutti, indipendentemente dalla preparazione effettiva. Non dico che ciò accada sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Nella mia lunga esperienza scolastica, prima come studente e poi come professore, ho assistito a due riforme degli esami di maturità, ed in entrambi i casi l’attribuzione dei voti ha subito un’inflazione a due cifre, come quella dell’economia italiana degli anni ’80. Con la riforma del 1969 i voti andavano da 36 a 60; i primi anni, diciamo fino al 1974-75, il 48 era già un voto alto ed i 60 erano rarissimi, poi ci fu invece un allargamento tale che negli anni ’90 il medesimo 48 era diventato un votino mediocre ed i 60 si contavano a bizzeffe. La stessa cosa è avvenuta con la riforma del 1999 che ha introdotto l’esame di Stato com’è adesso con i voti da 60 a 100: se nei primi anni i 100 erano rarissimi e dati solo nei casi di effettiva eccellenza in tutte le materie – come in effetti dovrebbe essere – oggi al contrario in ogni classe c’è almeno un 100, ed in alcune ce ne sono anche quattro, cinque o più. Basta che un alunno sia considerato “bravo”, abbia una buona ammissione e faccia un buon esame per avere assicurato il voto massimo, senza pensare che ci sono anche altre valutazioni (da 90 a 98 ad es.) che sono già molto alte e rendono pienamente giustizia a chi ha avuto un buon rendimento scolastico, magari con qualche cedimento in una o due materie. Invece no: il 100 è diventata una necessità assoluta, una pretesa vera e propria di ogni scuola, che con quei voti deve farsi pubblicità all’esterno, come del resto è naturale in questo clima economicistico e aziendalistico in cui si è voluto collocare il sistema dell’istruzione.
Esame da modificare quindi? Certo, anzi addirittura da abolire se deve continuare come adesso. Dico anzi che, avendo fatto esperienza di entrambe le tipologie, io preferivo di gran lunga l’esame precedente, quello in vigore dal 1969 al 1998, per un motivo specifico, perché cioè c’era una sostanziale parità tra il giudizio di ammissione del Consiglio di classe e le prove d’esame. Allora, almeno formalmente, non c’erano voti ma giudizi, e la normativa stessa invitava le commissioni a prestare particolare attenzione nei casi in cui gli esiti dell’esame si discostassero molto dai giudizi della scuola; così le commissioni stesse (quasi tutte esterne con un solo membro interno) tendevano a uniformare le due componenti, favorite appunto dal fatto che i giudizi sostituivano il voto numerico, che era soltanto quello finale da 36 a 60. E’ vero che l’esame si svolgeva unicamente su due materie scritte e due orali, ma era molto più serio di adesso: le due materie del colloquio orale, ad esempio, avevano a disposizione quasi mezz’ora per ciascuna, e c’era modo quindi di rendersi conto di qual era la reale preparazione dello studente. Adesso, quando i candidati debbono portare quasi tutte le materie del loro corso, in virtù di ciò l’esame sembra più severo ma non lo è affatto, in quanto i singoli commissari pretendono di giudicarli con una sola domanda o con due al massimo per ogni disciplina, perché il colloquio generalmente non viene fatto durare più di un’ora. Molto spesso, quindi, il giudizio che danno i commissari esterni è del tutto arbitrario, perché basato su un’impressione ricavata in pochi minuti e condizionata anche dall’atteggiamento dello studente: chi si presenta al colloquio con fare spavaldo, ad esempio, o fa lo spiritoso, o si è vestito in modo non gradito, rischia di essere fortemente penalizzato, anche se preparato più di altri. Ciò comporta inevitabilmente l’emissione di voti errati, o per difetto o per eccesso, e non corrispondenti al reale valore didattico dello studente; la buona o cattiva sorte quindi gioca un ruolo fondamentale ed a volte avviene che, con questi giudizi sommari, alunni bravi o addirittura brillanti per cinque anni abbiano ricevuto nelle singole prove (e di conseguenza nel voto finale) valutazioni più basse di altri molto meno capaci ed impegnati. Si dirà che così è sempre stato e che tutti gli esami sono un terno al lotto. E’ vero, ma fino ad un certo punto, perché l’esame precedente dava maggior valore ai giudizi di presentazione della scuola, mentre adesso il cosiddetto “credito” dell’alunno arriva al massimo a 25 punti su 100, e quindi il 75% del voto finale, una percentuale altissima, è dovuta alle prove d’esame dove i giudizi e le valutazioni conseguenti sono frutto di impressioni momentanee ricavate da tre o quattro minuti di colloquio o sulla valutazione di prove scritte dove ognuno adotta criteri diversi: un tema di italiano, ad esempio, per il commissario interno che conosce lo studente da anni può valere 10; per quello esterno invece, che legge per la prima volta quell’unica prova, può valere 6 o 14. Difficile allora mettersi d’accordo: si cerca un compromesso, ma non sempre lo si trova, con conseguenti liti e malumori tra i commissari. Ed alla fine, pur in presenza di commissioni molto generose, ci sono sempre ragazzi che restano delusi, alunni che magari hanno avuto un voto come 85/100, una buona valutazione, ma che si confrontano con altri che magari, pur avendo avuto per cinque anni un rendimento inferiore al loro, all’esame hanno preso di più.
Cosa fare allora? La decisione migliore, come dicevo sopra, sarebbe di abolire del tutto questo esame-burletta e sostituirlo con un voto finale attribuito dal Consiglio di classe sulla base dell’andamento didattico di tutti e cinque gli anni del percorso scolastico. Se invece, come temo, si vuole continuare a spendere soldi ed energie in questa farsa, occorrerebbe subito fare una cosa per rendersi meno ridicoli: far derivare il voto finale al 50 per cento dalle prove d’esame e per il restante 50 per cento dal giudizio della scuola. Ogni Consiglio di Classe, in base alla media finale ma tenendo conto dei risultati dell’ultimo triennio (o quinquennio) di studi, dovrebbe attribuire allo studente un voto conclusivo in cinquantesimi (ad es. 40/50); a sua volta la commissione d’esame dovrebbe avere a disposizione gli altri 50 punti, e così formare il voto conclusivo. Credo che in tal modo si avrebbero esiti più conformi a principi di lealtà e di giustizia, e molti studenti, pur avendo ricevuto un voto che rispecchia o anche supera la loro preparazione reale, non si lamenterebbero nel vedere dei loro compagni che, grazie a due o tre domande più facili o ad un’impressione migliore data alla commissione, finiscono per fare una figura migliore della loro. Cicerone diceva che la giustizia, somma virtù, consiste nel “dare a ciascuno il suo”; se i nostri politici e poi i dirigenti e i docenti facessero proprio questo principio, forse nella nostra scuola le cose andrebbero un po’ meglio.

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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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Compiti copiati e siti canaglia

Benché io riceva solitamente pochi commenti al mio blog, ogni tanto me ne arriva qualcuno inviato da genitori preoccupati o anche da studenti in cui si sottolinea la gravità del fenomeno delle copiature a scuola con il cellulare, sia nei compiti in classe che in occasione degli esami; in certi licei, direi soprattutto Classici perché è qui che vengono copiate le versioni di latino e di greco, questa grave forma di illegalità e di malcostume è arrivata a un livello tale da rendere praticamente inutile lo svolgimento dei compiti in classe, i cui risultati vengono totalmente falsati. Certi studenti dotati di coscienza e buona volontà che, a detta loro, non hanno mai copiato, mi scrivono indignati perché vedono i loro compagni copiare e ottenere voti pari o superiori ai loro; una collega, invece, mi scrisse una volta chiedendomi come comportarsi in un caso che le era capitato, quello cioè di un alunno che fotografava il compito con il cellulare, lo spediva ad un’insegnante esterna che lo svolgeva e poi glielo rimandava con lo stesso sistema. Mi chiedeva se poteva denunciare quella persona, ma io le risposi, con il mio consueto scetticismo, che la cosa mi pareva poco fattibile, sia perché bisognerebbe dimostrare, in primis, che le cose sono andate veramente come lei diceva, ed in secundis che questo fatto costituisca un reato vero e proprio. Ed è proprio da qui che prendo le mosse per dire che non esiste una legislazione al riguardo che blocchi questo squallido fenomeno delle copiature, e le norme esistenti sono tutte contro i docenti che vogliano far rispettare l’onestà e la legalità: non solo non possiamo perquisire gli studenti per controllare se hanno un cellulare nascosto, ma non possiamo neppure classificare con un brutto voto una prova anche palesemente copiata, perché lo studente potrebbe sostenere di averla fatta da solo ed in caso di ricorso al TAR vincerebbe di sicuro. Occorre sorprenderlo sul fatto, ma questo è sempre più difficile perché non si possono sorvegliare contemporaneamente 25 ragazzi (specie quelli delle ultime file), i quali possono nascondere il cellulare in qualunque posto, persino dentro il vocabolario, in tasca, nell’astuccio o altrove.
Ma perché questa comportamento subdolo e squallido degli studenti è possibile? Perché riescono quasi sempre a trovare su internet la soluzione dei quesiti, in particolare la traduzione delle versioni di latino e di greco: basta digitare il titolo della versione o le prime parole del testo ed ecco che, in pochi secondi, compare la traduzione ed il gioco è fatto. Su questo stesso blog, più di due anni fa (gennaio 2014, v. l’Archivio nella colonna di destra), ho cercato di fornire ai colleghi possibili antidoti per arginare il fenomeno in un post intitolato “Vademecum anti copiature per prof. di latino e greco”; ma ogni accorgimento è insufficiente, soprattutto per coloro che si accordano con dei lestofanti fuori scuola ai quali inviare il testo della versione per tradurla. La soluzione, comunque, non spetterebbe a noi ma al Ministero dell’istruzione, il quale, pur informato del problema, non ha mai fatto nulla per risolverlo, se non generici divieti all’uso del cellulare che lasciano comunque il tempo che trovano. E allora cosa possiamo fare? Tirare avanti così significa togliere ogni validità ai compiti in classe ed alla seconda prova dell’esame di Stato; tanto varrebbe allora abolire completamente le traduzioni dalle lingue classiche ed effettuare compiti in classe ed esami su altre competenze. L’unica cosa che il Ministero dovrebbe fare è fornire a tutte le scuole delle apparecchiature in grado di schermare l’aula dove si svolge il compito ed impedire quindi ai cellulari di collegarsi a internet (i famosi jammer, mi pare si chiamino così); ma pare che l’uso di questi apparecchi sia proibito, e comunque il Ministero si guarda bene dall’autorizzarlo. Ho saputo di una professoressa del nord Italia che l’ha acquistato a spese sue e lo usa in classe, e bisogna dire che questa collega è molto meritoria e coraggiosa, perché rischia una denuncia solo per aver fatto rispettare la legalità. Paradossi italiani!
La colpa di questo malcostume, tuttavia, non è soltanto degli studenti; anzi, in parte almeno vanno compresi, perché tradurre dal latino e dal greco per i ragazzi di oggi è sempre più difficile e, si sa, in questi frangenti la tentazione di trovare scorciatoie è forte. Chi non è da scusare affatto sono invece i detentori dei siti-canaglia (così li chiamo io) che mettono a disposizione gli esercizi e le versioni tradotte. Il più frequentato di essi, http://www.skuolasprint.it, si vanta addirittura di aver messo a disposizione degli studenti liceali migliaia di versioni di latino e greco tradotte, ed altri siti non sono da meno. Ma c’è di più: in alcuni siti, come http://www.skuola.net, http://www.studenti.it, http://www.scuolazoo.it ed altri si trova persino un prontuario di consigli agli studenti per copiare durante i test, i compiti e le interrogazioni. In questi prontuari vengono elencati sia i metodi tradizionali da sempre in uso nella scuola (il passaggio di bigliettini, le minifotocopie, le sbirciate sul compito del compagno, formule scritte sul banco o sul muro, e via dicendo) sia quelli nuovi e tecnologici basati sullo smartphone o l’iphone o come si chiama.
Personalmente ritengo che questi siti andrebbero immediatamente oscurati ed i loro responsabili messi in galera per diversi anni, e ciò non per il danno materiale che provocano (che è ben limitato dal fatto che gli studenti già conoscono per lo più queste tecniche) ma per la gravità del loro comportamento sul piano morale e civico. Istigare uno studente a copiare o fornirgliene i mezzi significa incitarlo a compiere un atto disonesto e illegale, formare in lui la convinzione che per avere successo nella vita non sia necessario impegnarsi onestamente e far valere il frutto delle proprie capacità, ma sia invece opportuno farsi furbi e “fregare” il prossimo. Chi autorizza i ragazzi a ingannare i loro professori o i loro genitori li corrompe moralmente ed è paragonabile a chi fornisce loro armi o droghe; e questo perché la disonestà e l’illegalità, una volta apprese, non si dimenticano e restano impresse nella personalità del futuro cittadino. Chi copia a scuola, chi è contento perché ha “fregato” il professore, un domani vorrà “fregare” il suo prossimo e lo Stato, e diventerà un corrotto o un corruttore, un truffatore di anziani, o nel migliore dei casi un evasore fiscale. Noi docenti dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere onesti ed a vivere nel rispetto della legge e dei buoni costumi; ma come possiamo realizzare questo obiettivo quando c’è chi rema in senso contrario, abituando gli adolescenti ad essere disonesti ed a considerare il professore come un nemico da combattere anziché come una persona più grande e matura che cerca di condurti meglio possibile sulla buona strada? E credo che non poca responsabilità in questi fenomeni ce l’abbiano anche i politici, che lasciano soli noi docenti a combattere le nostre battaglie e parlano di scuola a vanvera, senza conoscere affatto i problemi che ogni giorno vi si affrontano. Comincino intanto col far oscurare questi siti canaglia che avvelenano il rapporto tra alunni e docenti e apertamente caldeggiano comportamenti squallidi e disonesti; otterrebbero molto di più, con un provvedimento simile, di quanto non ottengano con le loro insulse circolari sul rispetto della legalità, che pochi leggono e che nessuno osserva.

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La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

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Corsi di recupero e lezioni private

In questo periodo, dopo la distribuzione delle pagelle del primo quadrimestre (o trimestre), gli alunni in difficoltà con alcune materie debbono pensare a come recuperare le loro lacune, o almeno debbono pensarci le scuole che frequentano oppure i loro genitori. Esistono oggi due metodi per affrontare il problema: i corsi di recupero organizzati dagli Istituti di istruzione, di solito limitati a poche ore, e le lezioni private, a cui molte famiglie ancora ricorrono. Il primo metodo ha il vantaggio di non costare nulla alle famiglie, ma è anche molto meno efficace: cosa si può recuperare, nei casi di gravi insufficienze dovute a lacune pregresse da anni, in poche lezioni collettive tenute a scuola da insegnanti a cui spesso, per motivi organizzativi, vengono affidati allievi provenienti da classi di più corsi e con programmi e necessità del tutto differenti? Il più delle volte il corso di recupero organizzato dalla scuola è un palliativo, un’operazione pro forma che è richiesta dalle norme vigenti ma che oggettivamente risolve poco o nulla, ma mette l’Istituto al riparo da eventuali ricorsi delle famiglie in seguito alle bocciature. A partire da quest’anno scolastico, tuttavia, si è potuto almeno in parte limitare questa patente inefficienza del sistema dell’istruzione; poiché infatti sono stati nominati in ruolo i docenti del cosiddetto “organico potenziato” (la famosa fase C), i quali non hanno una cattedra loro e spesso passano il tempo a giocare con il cellulare nei corridoi, si è fatto talvolta ricorso a costoro per prolungare la durata dei corsi di recupero e dare quindi a questi ultimi una maggiore incidenza sul percorso formativo degli alunni. Nella mia scuola l’abbiamo fatto, e sono certo che abbiamo fatto bene; ciò non toglie però che, in molti casi, questi colleghi continuino le loro chiacchiere in sala professori mentre noi, docenti di vecchia nomina, siamo costretti a tenerci le 18 ore di lezione, correggere i compiti, partecipare alle riunioni collegiali ecc. ecc. Questa palese ingiustizia dovrà essere risolta in qualche maniera, e speriamo proprio che fin dal prossimo anno scolastico a questi giovani colleghi siano assegnate classi vere e proprie, magari togliendo qualche ora di lezione a noi “vecchi” e destinandoci ad altre mansioni. Non si lamentano forse tutti che in Italia abbiamo la classe docente più vecchia del mondo? Allora lasciamo spazio ai nuovi professori e dividiamo il lavoro fra tutti; così avremo una ventata d’aria fresca nella nostra scuola, che pare averne tanto bisogno.
Ma non allontaniamoci troppo dall’argomento. Il secondo metodo per superare le lacune degli studenti è il ricorso alle lezioni private, una pratica più costosa per le famiglie, ma a certe condizioni molto più efficace. Va detto anzitutto che nella lezione privata il rapporto è individuale, non collettivo, e quindi il professore può seguire passo passo il percorso dell’alunno, rendersi conto esattamente delle sue lacune (che sono certo diverse da quelle di altri) e individuare una strategia efficace per affrontare il problema. Ciò non significa ovviamente che le lezioni private diano sempre buoni risultati: nella mia lunga esperienza di docente di materie che molto spesso necessitano di questo tipo di aiuto (latino e greco), ho constatato che in alcuni casi il lavoro privato dello studente ha determinato un sensibile miglioramento nel suo rendimento scolastico, in altri invece tutto è rimasto come prima, con ovvio senso di delusione per la famiglia, che ha speso soldi inutilmente, e per il docente stesso che ha impartito le lezioni. Le ragioni dell’insuccesso delle lezioni private sono sostanzialmente due: l’inadeguatezza del docente o quella dello studente. La prima delle due è tutt’altro che rara, perché è molto difficile oggi reperire professori che sono veramente competenti nelle lingue classiche e che sappiano instaurare con l’allievo un vero rapporto di fiducia e di cordialità: alcuni non sono in grado di risollevare l’autostima del ragazzo, che è la chiave di volta per ottenere buoni risultati in questa attività, altri non seguono la strategia corretta e assegnano esercizi di dubbia utilità, altri ancora si trovano essi stessi in difficoltà davanti ai testi greci e latini. Ma l’inadeguatezza può essere anche nello studente, o per scarse capacità (ed allora qualunque rimedio è inefficace) o per mancanza di impegno e di fiducia in se stesso. Molti studenti vanno a lezione privata senza un vero proposito di superare le lacune, o soltanto perché i genitori ve li costringono, o privi della fiducia nelle proprie possibilità di recupero. E quest’ultimo caso è il peggiore, perché la mancanza di autostima nei giovani è devastante, e si sa che chi parte sconfitto ha già perduto in partenza. Compito degli adulti che sono a contatto dello studente (il docente curriculare, i genitori, il professore che impartisce le lezioni private) è quello di risollevarne il morale, far capire al ragazzo o alla ragazza che nulla è perduto se si è ricevuto un voto negativo, che c’è sempre la possibilità di migliorare, che non conta la media matematica degli esiti scolastici ma il progresso che l’alunno fa registrare nella disciplina, che il voto non è un giudizio sulla persona. I risultati scolastici dipendono sì dalle capacità e dall’impegno, ma anche dall’atteggiamento mentale con cui lo studente si pone dinanzi ai suoi compiti. La scuola deve essere vissuta con serenità, non come un fastidio o una condanna, altrimenti ben poco se ne ricava..
Le lezioni private possono essere molto efficaci se impartite con competenza e seguite con entusiasmo e serietà da parte degli alunni. Occorrerebbe però, tanto per dare una punta polemica a questo post, che giornalisti e tv la smettessero di demonizzarle e trattarle come una forma di ingiusto guadagno per i professori, che con questa attività si arricchirebbero a dismisura. Chi dice questo è un ignorante, perché non sa che il nostro lavoro ci lascia ben poco tempo per altre occupazioni, per cui la maggioranza dei docenti si limita a poche lezioni a settimana, con un guadagno che può appena appena arrotondare uno stipendio del tutto inadeguato all’importanza sociale dell’insegnamento. Quanto al fatto poi che sul ricavato delle lezioni private non si paghino le tasse, non credo che questo danneggi molto l’erario pubblico, visto che i veri evasori vengono lasciati indisturbati e continuano a lucrare a danno del Paese intero. E poi non ritengo che questa sia una colpa dei docenti: vengano pure i controlli, venga pure l’Agenzia delle Entrate a sindacare l’attività dei professori e faccia pagare le tasse. Noi saremmo ben contenti, a condizione però che questi controlli vengano effettuati anche sulle grandi aziende o sui professionisti come medici privati e avvocati, sui personaggi dello sport e dello spettacolo ecc., da cui lo Stato potrebbe ricavare molto di più, dato che i più poveri di loro guadagnano almeno dieci volte più di noi.

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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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Preoccupazioni di inizio anno scolastico

Ci siamo quasi: domani 1° settembre il Collegio dei docenti, che si terrà in molte scuole, aprirà ufficialmente il nuovo anno scolastico 2015/16. E’ un anno pieno di incertezze e di preoccupazioni legate all’applicazione della “riforma” scolastica targata Renzi-Giannini, che ha portato e porterà con sé tante proteste e critiche ma che dirà anche qualcosa di nuovo nell’ambito del sistema dell’istruzione. Pur potendosi prevedere in parte quel che accadrà, molti aspetti della “buona scuola” sono ancora alquanto nebulosi, per mancanza di chiarezza nelle norme in vigore ma anche per la sostanziale differenza tra la teoria e la pratica, cioè tra il dettato della legge e la sua effettiva applicazione. Intanto, già prima che inizi l’anno scolastico, la nostra scadente televisione ci ripropina, ancora una vota in modo banale e pedestre, la solita polemica sui libri di testo, il cui costo dissanguerebbe le famiglie dei poveri studenti. Sull’argomento ho già detto quel che penso in alcuni post di settembre degli scorsi anni e non voglio quindi ripetermi, tranne per quanto riguarda un concetto: che cioè la polemica sul costo dei libri è assurda e pretestuosa, soprattutto da parte di quelle famiglie (e sono l’assoluta maggioranza) che si sentono svenate quando debbono comprare i libri ai figli, ma che spendono senza battere ciglio migliaia di euro in zaini firmati, vestiti alla moda o smartphones di ultima generazione, di cui ormai quasi tutti gli studenti sono dotati. Per costoro la cultura vale meno di un telefonino o di un paio di orribili jeans sdruciti.
Ma torniamo ai problemi di inizio di anno scolastico. La nuova riforma ha messo e metterà in ruolo migliaia di insegnanti precari, ma non si sa bene quale sarà il loro impiego. Una parte andrà a ricoprire ovviamente i posti vacanti, ma un’altra dovrebbe essere impiegata per il cosiddetto “organico funzionale”, che prevede la presenza di alcuni docenti in più rispetto ai posti ordinari, che dovrebbero servire a potenziare la cosiddetta “offerta formativa” di ciascun Istituto scolastico. In pratica, però, non è chiaro come saranno utilizzati: per ore di materie aggiuntive che saranno deliberate dal Collegio dei docenti, per le supplenze o per altro ancora? Non mi pare che questo concetto sia stato ben illustrato dagli estensori della legge di riforma; in ogni caso ciò che si dovrebbe evitare (e che spero vivamente non avvenga) è che questi docenti in più siano lasciati liberi di far poco o nulla in attesa di occupazione, mentre i professori già in servizio nella scuola debbano continuare a svolgere l’intera attività didattica, non solo quella frontale in classe ma anche il lavoro domiciliare. Se ci sono nella scuola insegnanti in più rispetto all’organico, allora mi sembrerebbe giusto ripartire l’impegno didattico tra tutti, magari diminuendo di qualche ora settimanale l’orario dei professori già in servizio perché possano dedicarsi con più agio alla programmazione o alla gestione complessiva della scuola.
Altro punto imbarazzante della riforma è quello che concerne la valutazione dell’Istituto (di cui una bozza è stata già compilata) ma soprattutto dei singoli docenti. Ho detto più volte che molti di noi si considerano intoccabili e provocano un’alzata di scudi non appena un qualsivoglia governo introduce anche solo lo spettro di una valutazione individuale; io invece da tanti anni sostengo apertamente che vorrei essere valutato, e gradirei moltissimo la presenza in classe, durante le mie lezioni, di persone competenti che potessero giudicarne l’efficacia, la completezza ed il valore didattico. Ma dove si troveranno funzionari di questo tipo? Un tempo c’erano gli ispettori ministeriali che visitavano le scuole ed erano in grado di svolgere un compito simile; ma adesso gli ispettori sono pochi e utilizzati male, ed oltretutto sono spesso incompetenti per quanto riguarda la didattica, perché si è voluto fare di loro (come dei Dirigenti, del resto) soltanto degli organizzatori, dei burocrati. Quel che la “Buona Scuola” prevede in questo ambito mi lascia invece molto perplesso: a valutare i professori sarà infatti il Dirigente scolastico, dopo che i criteri per la valutazione stessa (ossia i fattori atti a stabilire quali siano gli insegnanti più meritevoli) saranno determinati da un comitato costituito da tre docenti, uno studente, un genitore e una persona esterna alla scuola di cui nulla si sa di preciso. Ora, pur dando per scontata la buona fede di tutti, non mi pare che in queste condizioni sia possibile cogliere pienamente l’obiettivo: i Dirigenti infatti, non essendo ovviamente al corrente dei metodi didattici di ciascun docente, né competenti in tutte le discipline, finiranno per premiare soprattutto coloro che li hanno coadiuvati nell’elaborare progetti o nella gestione della scuola (i vicari, ad esempio), mentre molto minor rilievo avranno la preparazione specifica dell’insegnante nelle sue discipline e l’efficacia della sua azione didattica.  Di fatto, tuttavia, prevedo che le domande per ottenere i vantaggi derivanti da una buona valutazione saranno pochissime, sia perché molti di noi non accettano di essere giudicati, sia perché l’aumento di stipendio previsto per i “bravi” (15-20 euro al mese al massimo) è talmente esiguo da far apparire tutto questo come un’operazione di facciata ed un’ulteriore presa in giro della categoria.
C’è infine un’altra cosa in questa riforma che mi preoccupa molto: la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, un’altra bella invenzione dell’utilitarismo e del materialismo attuali. In merito, trovo naturale che gli alunni degli istituti tecnici e professionali facciano un’esperienza lavorativa già durante il corso di studi, che conoscano il mondo della produzione, l’industria e l’artigianato, perché quella è la finalità principale di questo tipo di studi. Ma i licei, per i quali sono previste addirittura 200 ore annuali di esperienza scuola-lavoro, che ci azzeccano, come direbbe qualcuno a sud di Roma? I licei non hanno finalità utilitaristiche, o per lo meno non dovrebbero averne; si tratta infatti di scuole che debbono fornire una formazione completa della personalità mediante una cultura che non deve essere “pratica” nel senso consueto del termine, ossia vagante tra officine, laboratori e cantieri. La cultura liceale non deve “servire”, ma “formare” lo studente e prepararlo agli approfondimenti ed alle specializzazioni che compirà durante il percorso universitario. Come si possono conciliare materie come la filosofia, il latino, la matematica con il mondo dell’artigianato e dell’industria? Io temo che ci troveremo di fronte ad una colossale perdita di tempo che finirà per confondere i nostri studenti, sospesi tra gli studi teorici e attività pratiche per le quali hanno poco interesse e che sono del tutto avulse dalla loro mentalità. Questa, ovviamente, è solo la mia opinione, quella di un conservatore che guarda con sospetto alle novità che non lo convincono. Posso anche sbagliarmi, per carità, ed attendo di essere smentito; ma per adesso resto dell’idea che non sempre il nuovo è necessariamente positivo, e che se deve rovinare quel che di buono c’era prima, è meglio tenersi il vecchio, e tenerselo ben stretto.

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Osservazioni sugli esami di Stato 1. Il perché degli insuccessi

Leggo in questi giorni, sui forum di alcuni siti specializzati ed in particolare quello di “Orizzonte Scuola”, le lamentele di molti docenti che sono stati impegnati nell’esame di Stato delle scuole superiori che si è concluso da pochi giorni. Alcuni di loro riaffermano l’assoluta necessità di cambiare la struttura dell’esame e la composizione delle commissioni, altri se la prendono con i colleghi ed i presidenti, altri addirittura invocano l’abolizione totale dell’esame stesso, considerato un’inutile fatica per docenti e studenti.
Potremmo dire anzitutto che l’esame finale dei vari corsi di studi non si può eliminare “tout court”, perché è previsto dalla nostra Costituzione; ma poi, oltre a questo dato oggettivo, la mia opinione è che esso vada mantenuto perché è l’unico momento in cui i giovani si mettono veramente in gioco, si confrontano con persone che non hanno mai conosciuto prima, imparano insomma a crescere e ad affrontare le difficoltà della vita, comprendendo finalmente (anche sulla loro pelle) che non tutto è dovuto e che occorre impegnarsi in prima persona per ottenere un qualche risultato. Sotto questo profilo l’esame ha una funzione educativa e formativa e credo quindi che vada mantenuto; resta però da stabilire se vada bene così com’è adesso o se invece andrebbe in qualche modo modificato. Lasciando da parte per il momento la questione, che non compete a noi ma agli organi legislativi, cerchiamo invece di parlare della realtà attuale restando, per così dire, con i piedi per terra, senza elucubrazioni che lasciano per lo più il tempo che trovano.
Sulla base della mia esperienza mi sembra di dover suggerire alle scuole e ai docenti di preparare meglio durante il percorso scolastico gli alunni a sostenere questo impegno. Mi spiego: ai miei tempi portavamo all’esame solo due materie scritte e due orali (che oltretutto sceglievamo noi, diciamo la verità) e pertanto, anche se la verifica su quelle materie era più approfondita di quanto avviene adesso, la struttura dell’esame consentiva però di prepararsi al meglio, perché potevamo tranquillamente trascurare tutte le discipline che non fossero quelle che avevamo scelto. Oggi non è più così. La terza prova scritta, tanto per cominciare, è per lo più organizzata nei Licei con domande a risposta aperta (con numero limitato di righe) su quattro o cinque materie e su argomenti spesso specifici che non sempre lo studente può ricordare perché magari svolti all’inizio dell’anno scolastico. Al colloquio orale, per giunta, il malcapitato deve passare, nello spazio di mezz’ora o 40 minuti, di fronte a tutti i commissari, che lo interrogano su 9-10 materie quasi contemporaneamente. Vengono ovviamente fatte poche domande per ogni materia, ma lo studente deve comunque essere preparato – e riferire in poco tempo – sui programmi dell’intero anno scolastico di tutte o quasi le discipline del suo corso di studi. Questo è molto gravoso, non possiamo negarlo, e conduce molto spesso a risultati deludenti e molto inferiori a quelli ottenuti dai ragazzi durante l’anno scolastico nelle singole materie; io stesso, da commissario interno, ho sempre verificato questa situazione, dovendo constatare che purtroppo all’esame gli studenti rendono molto meno di quanto avveniva in precedenza, tanto che spesso non sono preparati su argomenti che ben conoscevano soltanto un mese prima. A cosa dobbiamo attribuire questo fallimento? Talvolta ad uno scarso impegno degli allievi, che sottovalutano l’esame e pensano di potersela cavare con la sola “tesina”; ma il più delle volte la vera ragione dell’insuccesso è la massa pletorica degli argomenti da studiare e da coordinare tra di loro, cosa a cui non sono abituati durante l’anno scolastico, quando le verifiche scritte e orali vengono organizzate quasi a compartimenti stagni, nel senso che se una settimana c’è la verifica di storia non c’è quella di matematica, se c’è il compito di latino non si può interrogare nello stesso giorno ecc. In pratica, gli studenti non sono abituati ad orientarsi contemporaneamente su argomenti afferenti a diverse discipline, né a collegare i contenuti tra di loro: ecco perché all’esame, costretti a galleggiare in un fuoco di fila di domande diverse ed argomenti molto vasti, finiscono per annaspare e qualche volta, purtroppo, per annegare del tutto. Come si può affrontare concretamente il problema, cercando di ridurre almeno, se non di eliminare, il disastro dell’esame? Occorrerebbe cambiare la didattica dell’intero percorso quinquennale, ad esempio, dando spazio agli argomenti interdisciplinari ed abituando gli alunni a operare collegamenti e confronti, non a studiare a compartimenti stagni come se frequentassero tanti corsi diversi tra di loro. Si potrebbe anche (e qualche scuola lo fa, in verità) organizzare delle simulazioni non solo della terza prova scritta, ma anche del colloquio orale, magari al di fuori dell’orario curriculare: alcuni pomeriggi ad esempio potrebbero essere dedicati a colloqui interdisciplinari su tutte le discipline studiate, con la partecipazione di tutti i docenti del consiglio di classe. So bene che questo è un impegno aggiuntivo che non viene retribuito, ma la nostra funzione di insegnanti e di formatori ci impone di fare qualche sforzo in più per il bene dei nostri studenti e anche di noi stessi; se infatti la nostra classe – sia che abbiamo svolto o meno la funzione di membri interni – ha un insuccesso globale all’esame e voti molto più bassi di quelli che ci saremmo aspettati, è una delusione anche per noi, la constatazione di un fallimento, di una vanificazione dell’impegno che abbiamo profuso durante tutto il corso di studi. Meglio lavorare qualche ora in più, anche senza retribuzione aggiuntiva, che piangersi poi addosso per il deludente esito dei nostri studenti; meglio abituarli prima a sostenere l’esame, senza buonismo e senza ipocrisie, piuttosto che vedere poi durante le prove scritte lo sconcio spettacolo di alcuni membri interni che vanno girando per i banchi suggerendo le risposte agli alunni o che tentano di falsificare totalmente l’esito del colloquio orale proponendo valutazioni improponibili a chi non ha saputo rispondere nemmeno alle domande più elementari. La nostra dignità professionale, dico io, dovrebbe venire prima di tutto.

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La difficile scelta dei libri di testo

In questi giorni noi docenti di tutte le scuole siamo impegnati nella scelta dei libri di testo per il prossimo anno scolastico, operazione che può sembrare semplice a chi non vive all’interno della scuola, ma che in realtà è piena di difficoltà e di problemi. Uno di questi, che esiste ormai da vari anni, è il famigerato “tetto” di spesa, in base al quale il costo totale dei libri adottati per una determinata classe non può superare una cifra prestabilita – non si sa con quale criterio – dal Ministero. A prima vista sembra una cosa giusta, visto che ogni anno i mass-media ci riempiono la testa di lamentele circa il grande disagio economico delle famiglie provocato dal prezzo dei libri, come se quelle stesse famiglie non si attivassero velocemente e con tanto zelo per procurare ai propri figli il cellulare di ultima generazione o i pantaloni firmati da 200 euro. Ma nella fattispecie questa limitazione crea notevoli problemi ai docenti, perché quando il “tetto” viene sforato (e succede spesso perché le materie sono molte ed i libri sono necessari) si creano diatribe e accuse reciproce tra i colleghi per il prezzo di determinati testi, ed alcuni sono costretti a togliere dalla lista libri che sarebbero necessari (v. i classici latini e greci) per rientrare nel limite stabilito. Già questa è una limitazione alla libertà di insegnamento, ancora difesa a parole dalle circolari ministeriali.
Sulla scelta dei testi, inoltre, è spesso necessario mettersi d’accordo tra colleghi, perché non sempre il docente che adotta un libro lo utilizzerà effettivamente nel successivo anno scolastico: al momento attuale, infatti, la maggioranza dei professori non sa come sarà costituita la sua cattedra futura, quali classi gli assegnerà il Dirigente scolastico, e quindi si trova a scegliere al buio strumenti didattici che forse utilizzerà un collega. Di qui la necessità di trovare libri che vadano bene a tutti, in modo da ridurre al minimo il rischio di vedersi imposto un testo non gradito; ma mettere d’accordo vari docenti delle stesse discipline su questo argomento è spesso difficile, perché ognuno ha il suo metodo e le sue preferenze, e quindi ciò che sembra ottimo ad uno può sembrare pessimo ad un altro.
Un altro problema è quello di doversi adeguare alla stupida prescrizione ministeriale di scegliere testi che abbiano anche una part on-line, o che siano addirittura del tutto digitali. Le case editrici hanno raccolto l’appello ma in modo disuguale: alcune hanno semplicemente trasformato in e-books i propri testi, altre hanno invece riproposto il libro di carta con una semplice aggiunta telematica; tra questi, per fare un esempio attinente al mio insegnamento, ci sono i versionari di latino e di greco, che se prima contenevano, a titolo esemplificativo, 500 brani da tradurre, adesso ne contengono 400 più 100 online, ma la sostanza è rimasta esattamente la stessa di prima. Si è trattato quindi di un colossale bluff che non serve a nulla, neanche a far diminuire il prezzo di copertina dei libri cartacei, né tanto meno ad agevolare gli studenti, perché una traduzione di greco, come un esercizio di matematica, non può farsi con un tablet, e se pur fosse possibile non cambierebbe nulla e sarebbe quindi del tutto inutile. Però noi docenti siamo costretti a scegliere libri con espansioni on-line, pur sapendo che i vantaggi apportati da questa innovazione sono pari a zero.
Io poi personalmente, nel mio insegnamento di Latino e Greco al triennio del Liceo Classico, ho anche un’altra difficoltà: cioè che non riesco a trovare testi di qualità e che siano veramente esaustivi. Le storie letterarie, ad esempio, sono sempre più banali e minimaliste e spesso trascurano concetti e contenuti importanti, anche quando sulla copertina c’è il nome di famosi professoroni universitari. Forse costoro partono dal presupposto che nei licei ormai si studi poco, o che i docenti dei licei siano degli ignoranti per i quali basta il minimo indispensabile; invece è spesso vero il contrario, nelle scuole si ha una visione più completa e approfondita di quella che viene data nelle aule universitarie, dove si insiste per lo più su minuzie filologiche senza dare agli studenti quella preparazione che veramente servirebbe per una futura didattica. La mia difficoltà è questa, che cioè molti libri non sono all’altezza del livello culturale che io intendo far raggiungere ai miei studenti, e sono pieni di banalità e di inutili disquisizioni. Il problema mi si è posto, ad esempio, per la storia della letteratura greca, dove nessuno dei testi in circolazione è per me soddisfacente. Pare però che nell’ultima circolare ministeriale sia contemplata la possibilità per le scuole di dotarsi di proprie dispense e di utilizzarle nei prossimi anni, dopo approvazione ministeriale, al posto dei libri di testo. In alcuni settori, come quelli citati, ciò diventerà indispensabile per ovviare alle profonde carenze dell’editoria scolastica attuale.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Bocciare o non bocciare?

Rileggevo in questi giorni una discussione nata sul forum di “Orizzonte Scuola”, un sito molto utile a tutti gli operatori scolastici. Il dibattito prendeva le mosse da una dichiarazione rilasciata mesi fa dalla responsabile dell’istruzione del PD, l’onorevole Francesca Puglisi, la quale affermava che le bocciature costano (anche economicamente) alle famiglie e allo Stato, e che sarebbe quindi opportuno individuare altre forme di selezione scolastica. A questo presupposto di chiara origine sessantottina si sono poi aggiunti i commenti di alcuni colleghi che hanno riesumato la solita vecchia storia della bocciatura intesa come forma di punizione, che scatenerebbe una crisi di autostima nello studente ed una specie di disagio sociale per tutta la famiglia, per la quale un figlio che ripete un anno di scuola costituirebbe un vero e proprio disonore.
Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto ch’essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano. Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano. La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.
Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc. Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi. Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.
Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro. Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”. E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola. Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi. Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di e dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

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I social network e la scuola

Personalmente non sono mai stato contrario, di principio, alle nuove tecnologie: posso dire anzi di essere stato affascinato, ormai da molti anni, dallo straordinario mondo di internet, che in effetti ha rivoluzionato il nostro modo di apprendere, di comunicare (vedi l’importanza della posta elettronica), di svolgere studi e ricerche. Basti pensare che, quando ho scritto la mia storia della letteratura latina (dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli nel 2009 da Loffredo), ho scaricato da internet centinaia di pagine di testi latini e di traduzioni da collocare nell’antologia, e tutto in pochi minuti. Quanto tempo sarebbe occorso, e soprattutto quanti errori di battitura avrei compiuto, se avessi dovuto scrivere tutto a mano?
Però gli antichi Romani, che sciocchi non erano, dicevano: “ubi commoda, ibi et incommoda”, il che significa che dove ci sono dei vantaggi, lì ci sono anche inconvenienti. Il detto può applicarsi benissimo alla moderna rivoluzione della rete: accanto a indubbi aspetti positivi ve ne sono tanti altri negativi, che tutti sanno e che non è il caso qui di elencare. Ne rammento solo uno perché connesso con il mondo della scuola e molto influente su di esso: l’uso indiscriminato che i giovani di oggi fanno dei cosiddetti social network, cioè Facebook, Twitter, Ask, WhatsApp e altri ancora. Questi programmi consentono di mandarsi messaggi, scambiarsi foto, video e quant’altro in forma più o meno privata, poiché chi si intende un po’ di internet può anche entrarvi e scoprirne i contenuti, come ho già detto in un altro post dove condannavo la sciocca abitudine di certi studenti di sparlare della scuola e dei docenti credendo di restare nell’anonimato. Comunque, oltre a questo aspetto già di per sé negativo perché potrebbe portare persino a cause penali, ve ne sono altri ancor più deleteri dovuti soprattutto al fatto che i nostri alunni non fanno soltanto uso di questi strumenti, ma ne fanno abuso, nel senso che vi passano ore ed ore trascurando così sia lo studio sia tutte le altre occupazioni più utili e proficue cui dovrebbero dedicarsi. Il danno che ne riceve la loro preparazione scolastica è pesante, perché è chiaro che chi passa il pomeriggio su Facebook o su Twitter non ha più tempo di studiare, con le conseguenze prevedibili dal punto di vista dell’andamento didattico.
Il guaio più grave connesso a questi nuovi passatempi, tuttavia, non è neanche questo, perché si potrebbe obiettare che anche ai nostri tempi, quando Facebook e compagnia non esistevano, c’erano pur sempre gli svogliati e i fannulloni che, invece di studiare, se ne andavano a giocare a pallone, a carte o a chissà cos’altro. L’aspetto più deleterio è che le comunicazioni che avvengono mediante i social network sono basate sul nulla, nel senso che gli studenti, anziché affrontare in rete qualche argomento di rilievo (non dico scolastico, per carità, ma anche di attualità, di politica, di sport o di altro), sprecano il loro tempo a scambiarsi complimenti o insulti di bassissima lega, a farsi domande stupide e ridicole su Ask (che in inglese significa appunto “domandare”) come ad esempio “cos’hai nel frigorifero?” o “con chi usciresti?”, “cosa hai mangiato oggi?” ed altre molto più volgari che qui per decenza non posso riferire. In questa maniera la mente umana, già gravemente danneggiata dalla televisione, dalla musica rocchettara, da internet stesso e dagli altri mezzi di informazione attuali che forniscono messaggi già confezionati e non richiedono il ragionamento intuitivo e deduttivo autonomo, si atrofizza del tutto, come un braccio legato al corpo che non si muova più per lunghi anni. Non solo: i messaggi scambiati sui social network, per la loro stessa natura momentanea e del tutto inconsistente, vengono immediatamente dimenticati, tanto che se si chiedesse ad uno studente cosa ha scritto il giorno prima su Facebook non si ricorderebbe più nulla. Questa comunicazione “usa e getta” tipica della società attuale, dove tutto appare in forma visiva, scorre via sullo schermo e non viene mai sedimentato nella mente, si trasferisce poi anche sui contenuti delle discipline scolastiche, tanto che un alunno che ha risposto decentemente in una interrogazione svolta un determinato giorno non ricorda più nulla o quasi di quei contenuti se gli vengono chiesti nuovamente appena una settimana dopo. E’ questo il problema più grave che mi trovo ad affrontare io nella mia esperienza quotidiana di docente di Liceo: gli alunni non sono affatto più sciocchi di quanto eravamo noi negli anni ’70, sono anzi più perspicaci e ricettivi; ma con la stessa rapidità con cui imparano tendono poi a dimenticare in poco tempo tutto ciò che hanno appreso. E non credo affatto, come sostiene qualcuno, che questo dipenda da una cattiva organizzazione dello studio o al disinteresse per le materie scolastiche, perché mi accorgo che anche gli alunni volenterosi e motivati dimenticano allo stesso modo. La responsabilità di questo disastro vero e proprio, a mio avviso, è dei nuovi strumenti comunicativi tipici della società moderna, che non richiedono alcun ragionamento né riflessione critica, ma solo ricezione passiva di informazioni che si succedono con straordinaria rapidità e che la mente, proprio per questo, non riesce a immagazzinare e sedimentare. Il messaggio televisivo o informatico arriva in un momento e velocemente passa, subito sostituito dal successivo; diverso è invece il caso del libro di carta, nella lettura del quale ci si può fermare a riflettere ed eventualmente rileggere ciò che non si è compreso fino a farlo restare immobile nella nostra mente. Ecco il motivo per cui noi adulti (per non dire quasi anziani) che abbiamo vissuto la nostra giovinezza quando questi strumenti ancora non esistevano, e che ci basavamo soltanto sui libri, imparavamo molte meno cose ma le ricordavamo per sempre: io stesso, per fare un esempio personale, rammento ancora ciò che ho studiato alle elementari, con la mia eccezionale maestra di allora, oltre mezzo secolo fa. Per lo stesso motivo non dobbiamo stupirci se gli alunni che arrivano ai licei non sanno più le tabelline: non è che non abbiano le capacità di impararle, è che sono abituati da sempre a fare 7 X 6 con la calcolatrice, invece che con la loro mente.
Questa situazione già pesante è oggi ulteriormente aggravata da quei formidabili strumenti imbonitori e produttori di ignoranza che sono i social network, i quali danneggiano irreparabilmente i nostri studenti, senza che i genitori si rendano conto del pericolo. E poi si verifica che quando vengono a parlare con i professori, essi affermino ingenuamente che i loro figli passano il pomeriggio nelle loro camere a studiare, e che non ne comprendano quindi gli esiti scolastici piuttosto deludenti. Provino a controllare più da vicino i ragazzi, a calcolare quanto tempo passano sui libri e quanto su facebook o su twitter! Quando avranno compiuto questa ricerca, forse potranno dirimere i loro dubbi.

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Cosa sperare per il nuovo anno?

E’ incominciato un nuovo anno, un evento per il quale non mancano mai gli auguri e i buoni propositi. Ma, ragionando obiettivamente e restando nel campo del verosimile, cosa possiamo sperare che possa avverarsi nei prossimi mesi? Ciascuno di noi ha ovviamente obiettivi ed aspirazioni diverse, personali e solo parzialmente condivisibili con altri. Per quanto mi riguarda, avrei molti desideri di cui vedrei volentieri la realizzazione, che preferisco però sintetizzare in tre punti:
1) dal punto di vista personale il 2014 rappresenta per me un anno importante ma anche preoccupante, perché in esso (e molto presto per giunta, a febbraio) raggiungo il traguardo dei 60 anni di vita: un traguardo non molto piacevole, se appena si considera che a questa età vediamo alle spalle ormai la maggior parte della nostra esistenza. Non è bello pensare a questo, ed è difficile spiegarlo ai nostri alunni, ragazzi dai 16 ai 18 anni che hanno invece davanti quasi tutta la loro vita. E se anche vogliamo guardare al futuro, la prospettiva abbastanza imminente è la pensione, un evento che io ritengo drammatico per me che ancora oggi, dopo 33 anni di insegnamento, conservo la stessa passione dei primi tempi e che sono infastidito persino dalla lunghezza delle vacanze natalizie. Credo che sarà un forte trauma per me dover lasciare il lavoro, quando le leggi mi costringeranno a farlo.
2) dal punto di vista dell’ambito in cui vivo, cioè la scuola, quello che posso augurarmi per il nuovo anno è che tutto proceda bene sia a livello personale che collettivo. In particolare, mi auguro che la nostra Ministra si renda conto dell’inopportunità delle sue esternazioni e che si adoperi per una scuola seria e formativa, evitando populismo e nostalgie sessantottine che altro non fanno che gettare malumori in chi lavora con impegno e volontà. Mi auguro che siano abbandonati i deliranti progetti di riduzione dei Licei a quattro anni e del famigerato biennio comune alle superiori. Mi auguro anche che il Liceo Classico si risollevi dalla crisi di iscrizioni attuale, e che i cittadini comprendano finalmente che la cultura umanistica è più che mai necessaria in questa società tecnocratica e globalizzata, perché consente di scoprire le nostre radici culturali e di comprendere, mediante il senso storico, la realtà circostante senza diventare macchine esecutrici di ordini e decisioni altrui.
3) dal punto di vista politico-sociale mi auguro che si allenti un po’ la morsa della crisi economica, e che per i giovani ci sia finalmente una prospettiva concreta di formazione e di lavoro. Mi auguro anche che chi è preposto alla guida dello Stato sappia fare onestamente e disinteressatamente il proprio dovere, pensando all’interesse dei cittadini e non al proprio, come Platone e Cicerone ci hanno insegnato; ma è anche auspicabile che finisca la stolta demagogia del “tutti a casa” e le proteste assurde di chi non sa neppure contro chi e che cosa protesta. Sarebbe necessario, al contrario, che tutti si dessero da fare all’interno delle proprie capacità e competenze, senza aspettare che la soluzione dei problemi arrivi dall’alto, come la manna dal cielo. Dobbiamo essere uniti in questo momento storico, non combatterci con i forconi e le parolacce in Parlamento. Atteggiamenti di questo tipo non hanno mai prodotto nulla di buono. Le rivoluzioni si potevano fare nel 1789, non oggi, quando il dialogo e lo spirito collaborativo, a mio parere, sono di gran lunga preferibili.

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Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

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La tv esalta, senza conoscerla, la tecnologia scolastica

In questi giorni ho sentito ad un telegiornale (mi pare il TG2) una notizia presentata come uno scoop: che cioè in un liceo del ricco e progredito Nord Italia è stato adottato il registro elettronico e che gli alunni, al momento di entrare a scuola il mattino, fanno passare un apposito tesserino elettronico (detto badge) che attesta la loro presenza; i genitori poi, mediante una password, possono controllare i voti e le assenze dei figli.
La notizia mi ha fatto sorridere e ha confermato in me l’idea secondo cui i giornalisti televisivi sono scarsamente informati di ciò che avviene nel mondo della scuola, di cui parlano senza alcuna competenza: se infatti, prima di dare questa notizia così sensazionale, avessero fatto una semplice indagine, avrebbero scoperto che il registro elettronico è ormai una realtà di fatto in moltissime scuole, non solo in quel liceo che ci hanno mostrato. Nella mia scuola ad esempio, grazie all’impegno propositivo del Dirigente e di noi docenti, lo impieghiamo ormai da tre anni, e dallo stesso arco di tempo è in uso il badge (ma perché non usiamo la lingua italiana?) ed il controllo genitoriale sul profitto ed il comportamento degli alunni. Pur essendo Licei di provincia, noi a Montepulciano siamo stati pionieri delle nuove tecnologie e ne siamo fieri, benché non manchino anche in questo ambito le controindicazioni; si sa bene, in effetti, che ubi commoda, ibi et incommoda, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo sistema non è prerogativa dei licei del nord, né di un particolare tipo di scuola rispetto ad altri.
Il servizio del tg2 proseguiva con l’immagine di una classe di quel liceo, in cui tutti gli alunni erano stati forniti del loro bravo tablet, che tenevano sul banco. Un alunno intervistato ha detto che quello strumento serve per andare su internet durante le lezioni, e magari per scambiarsi appunti e notizie tra studenti. Ecco, questo noi ancora non ce l’abbiamo, ma non ne sentiamo francamente la mancanza; io, personalmente, sono convinto che non sia il tablet o la LIM a dover sostituire gli strumenti tradizionali della didattica come i libri o i quaderni, né che tali strumenti possano far diventare bravo e studioso chi non lo è. Di questo l’ubriacatura informatica che oggi investe giornalisti, intellettuali e ministri dell’istruzione non si è ancora accorta: che cioè i tablet e altri aggeggi del genere sono soltanto strumenti, non necessariamente miracolosi né più efficaci di altri per la didattica. E poi ho l’impressione – anzi quasi la certezza – che dare dei tablet a tutti gli alunni durante le lezioni servirebbe più che altro a farli distrarre e a far sì che, nel bel mezzo della spiegazione del docente, essi si diletterebbero nei giochetti elettronici e nello scambiarsi messaggi più o meno frivoli e insulsi. Se impediamo loro di tenere acceso il cellulare durante le lezioni e poi diamo loro il tablet, ci ritroviamo, come si sul dire, punto e daccapo.

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Ma la nostra scuola è davvero l’ultima?

Come un lugubre rintocco di campane a morto, volutamente tristi e apportatrici di tristezza, continuiamo a sentire da TV e giornali che la nostra scuola è la peggiore, l’ultima d’Europa e del mondo, e che i nostri ragazzi sono addirittura più ignoranti degli indiani e degli etiopi. Ma è davvero così? Io credo proprio di no, e credo anche che queste nefaste affermazioni derivino da due mali insiti nel carattere degli italiani dal dopoguerra in poi, e quindi difficilmente estirpabili: il disfattismo e l’esterofilia. Il primo di essi fa sì che si continui a ripetere, ad ogni livello ed in ogni campo della vita sociale e civile, che tutto va male, che il nostro Paese fa schifo, che non funziona nulla, che moriremo tutti di fame e altri incoraggiamenti di simil fattura; la seconda ci presenta gli altri paesi europei come paradisi, mondi edenici dove tutto funziona perfettamente, la vita è meravigliosa, non ci sono tasse né delinquenza né disoccupazione né altro. Una specie di El Dorado, insomma.
Lasciando stare gli altri ambiti di cui in questa sede non voglio parlare, limitiamoci alla scuola e vediamo un po’ cosa posso dire sulla base della mia non vasta esperienza. Quando i miei figli frequentavano la scuola media, effettuarono uno scambio culturale con la Francia, e perciò ebbi modo di ospitare a casa mia due studenti francesi, un ragazzo e una ragazza. Riferisco cose che ho sentito io stesso, non mi sono state raccontate da altri: ebbene, questi due studenti non sapevano neppure che era esistita la Rivoluzione francese, né chi fosse Napoleone, né dove si trovassero gli altri paesi europei. Quanto alla storia dell’arte, per loro l’arte italiana si identificava con la Ferrari e le sue belle macchine da corsa. In seguito, durante i miei anni di insegnamento liceale, ho avuto vari casi di miei studenti che hanno soggiornato all’estero (Norvegia, Inghilterra, Francia) con il progetto “intercultura”. E cosa ne è risultato? Che studenti miei che avevano un andamento scolastico medio o anche mediocre, all’estero erano i primi della classe e superavano nettamente i loro compagni dei paesi ospitanti, tanto che gli insegnanti li additavano a modelli di cultura. E’ questo un prodotto della scuola peggiore del mondo, come dicono i disfattisti nostrani? O è vero piuttosto il contrario?
I risultati non esaltanti che talvolta i nostri studenti hanno ottenuto nel confronto con gli stranieri è dovuto unicamente al fatto che all’estero si usa praticamente una sola forma di accertamento delle conoscenze, la più sbagliata e mnemonica: i test a crocette, dove molto si basa sulla fortuna e dove non si mettono in gioco le capacità intuitive, riflessive e argomentative della persona, ma solo la conoscenza oggettiva di determinate nozioni. Provate a mettere uno studente inglese, francese o americano di fronte ad un tema scritto o ad una verifica orale dove occorre argomentare e sintetizzare, per vedere come se la cava! Certo, ad una società tecnologizzata dove l’uomo non deve più ragionare ma solo conformarsi a modelli prefissati e omologanti, fa più comodo uno studente che risolve test meccanici che una persona che sa ragionare con la sua testa e che, prima o poi, metterebbe in discussione quei modelli e quelle convinzioni spesso imposte con la dittatura mediatica di cui parlo nel post precedente a questo. La società tecnologica ha bisogno di uomini-macchina, di esecutori buoni e funzionali alle leggi del marketing, non di menti ragionanti e autonome nel proprio pensiero: per questo ricorrono ai test spersonalizzanti, osannano le nuove tecnologie come se fossero una manna dal cielo, e si dimenticano della ragione umana. Di fronte a queste imposizioni culturali che si avvalgono della tv e dell’esterofilia da essa diffusa (ce lo chiede l’Europa!) i nostri studenti mostrano forse più difficoltà degli altri; ma questa è una fortuna, secondo me, perché dimostra che i ragazzi italiani, specie quelli che escono dai veri Licei, hanno ancora quel metodo di studio e quell’elasticità mentale che consentirà loro di vivere da cittadini responsabili e non da macchinette nelle mani di chi detiene il potere, non più politico ma economico. La finanza mondiale ha ormai sostituito l’autonomia dei singoli Paesi, tra cui in primis il nostro; ed anche questi giudizi sulla nostra scuola ne sono un’evidente conferma.

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