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Il paese dei balocchi

Un tempo tutti avevano letto Pinocchio, il celebre capolavoro di Carlo Lorenzini detto Collodi, il quale, raccontando le avventure del suo burattino, ad un certo punto della storia lo fa arrivare, insieme all’amico Lucignolo, al “Paese dei balocchi”. Questo luogo è immaginato come un mondo fatato in cui domina unicamente la gioia e il divertimento, dove cioè esistono soltanto i diritti senza nessun dovere. I due amiconi però, dopo un periodo di sfrenate e spensierate gozzoviglie, si ritrovano con la coda e le orecchie d’asino, anzi diventano asini del tutto e non riescono più neanche a parlare ma solo a emettere ragli sgraziati, a simboleggiare il fatto che che la vita di tutti noi, anche quella dei bambini, non può prescindere dalla necessità di comportarsi in modo costruttivo e di compiere i propri doveri. A parte le matrici classiche del romanzo di Collodi (in particolare le Metamorfosi di Apuleio ed il romanzo breve Lucio o l’asino di Luciano, entrambi del II° secolo d.C.), è evidente la volontà dell’autore di trasmettere un ben preciso messaggio morale ai lettori, in conformità con gli intenti edificatori tipici della cultura del XIX° secolo.
Ma perché adesso mi è venuto in mente il Paese dei balocchi, proprio in questa fase della vita politica del nostro Paese? Perché mi pare che ad esso si avvicinino molto le promesse elettorali dei due soggetti politici (oggi si dice così, prima si chiamavano partiti) che si accingono a formare il nuovo governo. Il quadro sociale ch’essi hanno delineato durante la campagna elettorale, in particolare quello del Movimento Cinque Stelle, assomiglia molto a un vero e proprio paese del Bengodi, in cui i cittadini hanno tutto senza fare nulla, possono cioè starsene tranquillamente sul divano a casa a guardare la TV ricevendo un reddito che consente loro di vivere come Pinocchio e Lucignolo, nella più totale inerzia: il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, una delle più pacchiane idiozie che si sono dovute sentire in questi ultimi anni. Ma il mondo fatato promesso dai due partiti non si limita a questo: si parla anche di forte riduzione delle tasse, di sussidi per gli asili nido, di risoluzione totale del problema della disoccupazione, di rinascita economica delle regioni meridionali, di interventi benefici su sanità e scuola (come la riduzione del numero degli alunni per classe) e altro ancora. Ci manca soltanto che ci promettano anche una vacanza ai Caraibi o alle Maldive tutta pagata dal governo, magari in alberghi a 5 stelle (tanto per riprendere il nome dei geni che fanno queste promesse) e con un cameriere o una cameriera (a seconda dei gusti) che ci sventola la palma mentre prendiamo il sole.
Ovviamente di tutto ciò non si realizzerà nulla, perché i sogni sono una cosa e la realtà un’altra, tra il dire e il fare – come dice un saggio proverbio – c’è di mezzo il mare e poi, dato di fatto che taglia la testa al toro, i soldi non ci sono. Così gli incompetenti che hanno promesso la luna senza guardare in faccia la verità faranno una figura degna della loro leggerezza mentale (diciamo così, perché la parola che mi viene alla mente sarebbe molto più pesante). Già a cose normali, infatti, chiunque governi è destinato a perdere voti perché l’italiano non si accontenta mai di ciò che viene deciso a causa di una sua innata avversione per i politici in genere; figuriamoci cosa potrà accadere in questo caso, quando assisteremo a breve ad un fallimento totale di questo governo (ammesso e non concesso che possa nascere ed operare), che si fonda sui sogni e sulle nuvole.
Ciò che è drammatico però, in un paese come il nostro che dovrebbe essere civile e dove la maggior parte dei cittadini possiede almeno un diploma di scuola superiore, è che tante persone abbiano creduto a questi ciarlatani a 5 stelle e li abbiano votati il 4 marzo, senza rendersi conto che stavano votando il nulla assoluto, l’incompetenza e l’incapacità più totali, prestando fede a promesse tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, specie considerando l’entità del debito pubblico italiano e l’esiguità delle risorse in rapporto alle richieste di tutti noi, che da vari decenni stiamo già vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità. Il livello di vita in Italia è già molto alto rispetto ad altri paesi, e ciò dovrebbe accontentare la maggior parte di noi; ed invece, nell’illusione di poter stare ancora meglio trovando ipotetiche risorse non si sa dove, si dà fiducia a persone assolutamente irresponsabili che per anni non hanno fatto altro che insultare gli avversari e dire sempre di no pregiudizialmente a tutto senza mai avanzare una proposta sensata che sia una. E qui io torno alla mia idea espressa in un post di qualche settimana fa, cioè che il sistema democratico in cui viviamo è sbagliato nel considerare tutti i cittadini allo stesso livello di partecipazione, per cui il voto di un premio Nobel vale quanto quello di un analfabeta. Come ho sentito in televisione qualche giorno fa, questa idea non è soltanto mia: nella trasmissione di Corrado Augias Quante storie un professore dell’Università Luiss riferiva il contenuto di un libro di uno studioso inglese, il quale proponeva di sottoporre tutti gli elettori ad un esame di educazione civica, prima di ammetterli al voto. So che in pratica questo non è possibile e non sarà mai fatto, ma dal canto mio io vedrei un’iniziativa del genere come unica soluzione al disastro attuale, quando milioni di persone votano senza sapere nulla di politica, di storia e di cultura generale, lasciandosi influenzare dagli imbonitori alla Wanna Marchi che promettono mari e monti senza avere la minima idea di cosa sia la vera politica. Anche per fare la segretaria d’azienda occorre aver seguito studi e corsi specifici di formazione; la politica invece, secondo loro, possono farla tutti, anche chi come Di Maio non è riuscito nemmeno a laurearsi e non ha mai fatto null’altro di buono in vita sua.

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La questione delle pensioni

Nei dibattiti televisivi di questi giorni si fa un gran parlare del problema delle pensioni e di cosa fare per cambiare la situazione attuale. Diversi argomenti sono in discussione, dalla necessità di adeguare le pensioni minime ad una cifra che consenta ai beneficiari di vivere con più agio, ai futuri trattamenti di quiescenza per i giovani di oggi (destinati tra qualche decennio a ricevere un assegno misero), fino alla questione dell’età pensionabile, oggettivamente troppo alta in Italia con la riforma Fornero, dopo che il nostro Paese è stato per molto tempo quello di Bengodi, visto che qualche tempo fa si consentiva alle persone di ritirarsi dal lavoro a 40 anni o anche prima. Siamo passati, come spesso accade, da un estremo all’altro; evidentemente la medietas aristotelica ed oraziana è sconosciuta ai nostri politici.
Il problema, che fino a qualche anno fa nemmeno consideravo, adesso comincia ad interessarmi, perché sono molto vicino al momento in cui dovrò ritirarmi in pensione; perciò esprimero’ qualche osservazione a proposito di tre argomenti. Primo punto: ritengo che l’età del ritito dal lavoro non dovrebbe essere fissa ma flessibile, perché non siamo tutti uguali e non svolgiamo tutti la medesima attività: sarebbe opportuno stabilire un minimo ed un massimo (ad es. da 60 a 68 anni), in modo che ciascuno potesse scegliere ciò che più gli conviene, ovviamente con una consistenza diversa dell’assegno, senza tuttavia grosse disparita’. Perché costringere chi è stanco e provato a restare al lavoro fino a 67 anni come avviene oggi? E, d’altro canto, perché impedire a chi lavora volentieri e si sente ancora utile alla società di restare finché le forze glielo permettono?
La seconda riflessione riguarda i cosiddetti “lavori usuranti”, una definizione con la quale i personaggi televisivi mostrano di intendere attività fisicamente pesanti come quelle del carpentiere, del carrozziere, dell’operaio in catena di montaggio ecc. Nel pieno rispetto di queste ed altre professioni, io dico però che la fatica lavorativa non è soltanto fisica ma anche mentale, come dimostra il fatto che la nostra categoria, quella degli insegnanti, ricorre più di ogni altra alle cure di psicologi e psichiatri, ad onta dell’opinione pubblica che ci vuole nullafacenti, o poco più. In questa ottica mi pare che possano essere spiegati (non giustificati, per carità!) alcuni spiacevoli episodi di cronaca riguardanti le violenze sui bambini commesse da alcune maestre. Lo stress che si accumula per tanti anni, purtroppo, può causare fatti del genere, che ovviamente ci auguriamo che non accadano mai.
Il terzo punto riguarda il problema economico, poiché ogni intervento sulle pensioni comporta una maggiore spesa, una cifra che varia nelle previsioni da due a sei miliardi di euro. Dove trovarli? Io qualche idea ce l’avrei. In primo luogo si potrebbero operare significativi risparmi sulla spesa pubblica, ad esempio le amministrazioni: è forse logico che una cittadina come Perugia, tanto per fare un nome, abbia i consigli comunale, provinciale e regionale, con tutto ciò che comporta in termini di stipendi, manutenzione degli edifici, consulenze ecc.? Basterebbe la metà dei costi attuali. Un’altra cosa da fare è combattere seriamente l’evasione fiscale, che ogni anno sottrae alla comunità una cifra che si aggira sui 90 miliardi di euro. È mai possibile che paghino le tasse sempre i soliti noti, mentre i gioiellieri, così per fare un esempio, dichiarano in media al fisco 10 mila euro lordi all’anno, e molti imprenditori dichiarano di guadagnare meno dei loro operai? È una farsa sconcia, che un governo serio dovrebbe far finire prima possibile. In terzo luogo si potrebbero tassare i grandi patrimoni e quei liberi professionisti come ingegneri, avvocati e medici specialisti, che speculano sulla salute dei pazienti facendosi pagare cifre altissime spesso senza neanche emettere la ricevuta fiscale. Molti di loro sono anche professori universitari e cumulano il lauto stipendio statale coi guadagni privati. Il doppio lavoro non dovrebbe essere consentito, ma visto che lo è facciamo almeno in modo che queste persone paghino le tasse in modo adeguato. I soldi, se lo si vuole, si trovano; il problema è che quel che manca è proprio la volontà, mentre gli interessi privati e la paura di perdere il potere impediscono ogni miglioramento. Stiamo ancora aspettando un governo che abbia il coraggio di passare ai fatti senza limitarsi agli annunci e alle parole. Chissà se arriverà mai?

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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La pagella per i prof.

Augusto Cavadi, filosofo e docente di liceo con un’anzianità di 40 anni, ha pubblicato di recente (il 16 ottobre) un articolo su “Repubblica”, sezione di Palermo, in cui prende parte al dibattito, molto attuale, circa la tanto discussa valutazione delle scuole e dei docenti. La sua proposta, apparentemente provocatoria, mi pare invece attuabile più di altre e soprattutto molto concreta: poiché infatti egli ritiene che ogni docente debba fare carriera in base al merito e non all’anzianità, e che nessuno possa arrivare in cattedra se non per meriti accertati e non tramite sanatorie, avanza la proposta di compilare una “pagella” per ciascun docente in ogni scuola, allo scopo di distinguere i professori veramente preparati e impegnati nel loro lavoro da coloro che avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere. Consiglia pertanto di formare commissioni costituite da un docente del consiglio di classe, un rappresentante del personale ATA, un genitore e tre studenti, o meglio tre ex-studenti, che abbiano lasciato la scuola di appartenenza da non più di tre anni. A questi studenti andrebbero rivolte una serie di domande che porterebbero, in base alle risposte, ad assegnare dei voti ai professori e stilarne quindi la pagella. Le domande suddette potrebbero essere, ad esempio: “Il tuo prof. era puntuale a lezione?” “spiegava in modo appassionato o svogliato?”, “faceva monologhi eruditi o si faceva capire bene dagli alunni e li coinvolgeva nella spiegazione?”, “utilizzava bene l’ora a disposizione?”, “era veloce nella revisione dei compiti scritti?”, “sapeva instaurare un buon rapporto con la classe, in modo da evitare sia l’instaurazione di un clima di terrore sia il lassismo e l’indisciplina?”. Secondo Cavadi le risposte più attendibili le fornirebbero gli studenti usciti dalla scuola da non meno di un anno (perché in caso contrario potrebbero avere ancora simpatie o risentimenti verso alcuni docenti), e da non più di tre, perché un tempo troppo lungo potrebbe offuscarne la memoria.
Debbo dire che fino ad ora non conoscevo se non di nome il prof. Cavadi, ma il suo articolo mi trova sostanzialmente d’accordo, tranne che sulla composizione della commissione per la pagella ai professori: non vedo infatti cosa c’entri in essa la partecipazione del personale ATA, che, con tutto il rispetto, non ha certo la competenza per giudicare il lavoro dei docenti. Io vedrei volentieri in questa commissione, oltre al genitore ed agli ex studenti, anche il dirigente scolastico e un docente anziano della scuola che appartenga al medesimo ambito disciplinare del docente da valutare. Chi infatti meglio del Dirigente e dei colleghi anziani può giudicare l’effettivo valore di ogni docente della scuola, che essi conoscono certamente per esperienza? Sono invece d’accordissimo nell’affidare questo compito agli ex-studenti e non agli studenti in corso, perché questi ultimi hanno sì la capacità, ma non la maturità necessaria per giudicare oggettivamente i loro insegnanti. Mi spiego: i ragazzi sanno benissimo chi dei loro professori è più o meno efficace didatticamente, ma sono condizionati dalle valutazioni loro assegnate, alle quali tengono moltissimo: se quindi dovessero dare un parere sui loro insegnanti, non favorirebbero i migliori, ma quelli che danno loro i voti più alti e che li fanno studiare di meno. E non mi si dica che non è vero, perché tutti abbiamo avuto 15-17 anni, e tutti ci saremmo comportati così; una volta usciti dalla scuola, invece, le cose cambiano e lo studente, quando è ormai giunto all’università o nel mondo del lavoro, si rende conto che i docenti didatticamente più validi erano proprio quelli che assegnavano voti bassi e facevano studiare di più, perché solo così si crea la preparazione e la formazione culturale della persona umana. Basta parlare con un ex studente e ci accorgiamo subito che non ha alcuna stima per quei professori che assegnavano voti sufficienti per principio, perché di quelle materie, non essendo stato costretto a studiarle, non ricorda nulla; apprezza invece proprio quei professori che, con la minaccia del voto negativo, costringevano gli alunni a studiare, perché solo così si riesce ad imparare qualcosa.
E’ certo comunque, al di là della proposta di Cavadi, che la valutazione dei docenti andrebbe effettivamente realizzata, perché è profondamente ingiusto e nocivo per l’intera comunità nazionale il fatto che continuino a restare in cattedra persone incompetenti o peggio demotivate, giacché è palese che il primo che deve dimostrare entuasiasmo ed interesse per le proprie discipline è proprio il professore, altrimenti non si può pretendere che gli studenti, che sono in età adolescenziale e quindi estremamente fragili, studino con impegno e volontà. A parer mio, tanto per dirne una, non si dovrebbe permettere ai docenti di esercitare altre attività lavorative (studi legali, professionali ecc.), ma dovrebbero dedicarsi totalmente all’insegnamento, perché è una professione che, se fatta bene, assorbe talmente tante energie da non lasciare spazio ad altro. Ed è una vera e propria catastrofe, secondo me, anche l’intenzione del governo di assumere 150.000 precari senza sottoporli ad un concorso serio e selettivo che ne accerti la reale disposizione all’insegnamento e l’oggettiva preparazione nelle loro discipline. Le immissioni in ruolo “ope legis”, cioè le sanatorie, non esistono in altri ambiti: chi assumerebbe un chirurgo o un pilota di aerei senza un preventivo accertamento delle sue capacità? Alle sanatorie si è fatto invece ricorso – purtroppo – nella scuola italiana molto spesso, a partire dagli anni ’70, e ciò ha provocato disastri inenarrabili, mettendo in cattedra persone assolutamente inadatte a questa professione, che è sì stancante, usurante e difficile, ma anche fondamentale per ogni Paese che voglia definirsi moderno e civile, e non meno importante di quella del chirurgo o del pilota.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Quale governo?

Sono passati quasi due mesi dalle elezioni politiche, e ancora siamo in alto mare per quanto riguarda la formazione di un governo. La cosa è spiacevole e dannosa, specie se consideriamo la situazione economica del Paese che non può più attendere, ed inoltre ci mette in cattiva luce con l’Europa e con il mondo. Certo, un risultato elettorale come quello cui abbiamo assistito non era prevedibile, specie per quel 25 per cento di qualunquisti che, per pura protesta e senza alcun progetto concreto, hanno dato il loro voto ad un’armata Brancaleone, a dei dilettanti allo sbaraglio che non hanno alcuna conoscenza della politica, né intendono prendersi alcuna responsabilità di fronte ai loro elettori. Perciò, forse tardivamente, molti italiani si sono accorti di avere sbagliato, perché la rabbia, le urla e gli insulti non conducono a nulla di positivo.
Rimangono in campo le altre due forze, il centrodestra ed il centrosinistra, più o meno con uguale consenso da parte dell’elettorato, salvo il fatto che una balorda legge elettorale (da cambiare subito!) concede il 55 per cento dei seggi a chi ha avuto solo il 29 per cento dei voti. Ma tant’è, c’è poco da fare in proposito. Ora però, se vogliamo seguire un ragionamento logico e nell’interesse del Paese, chi ha avuto la maggioranza (sia pur relativa) avrebbe l’obbligo di accordarsi con le altre forze per costituire un governo stabile ed in grado di varare quei provvedimenti di cui c’è tanto bisogno. Non c’è scelta: tolto di mezzo quel 25 per cento di avventurieri che non collaborano con nessuno, l’unica possibilità concreta e ammessa dai numeri (visto che la matematica non è un’opinione) è quella di un accordo tra i due maggiori partiti, cioè il PD ed il PDL. Tutti hanno capito che non c’è altro da fare, anche i bambini della scuola materna; gli unici che non lo hanno ancora compreso sono i falchi della sinistra tradizionale e postcomunista, a cominciare dal segretario del PD Bersani ed i suoi accoliti, irriducibile gruppo di “duri e puri” che mai verrebbero a patti col “nemico”. Così, per l’ostinazione di questi signori della sinistra, a due mesi quasi dalle elezioni non abbiamo ancora un governo e l’economia del Paese rischia di andare a rotoli, con conseguenze disastrose per tutti, anche per coloro, come i lavoratori del pubblico impiego, che finora si sono considerati al sicuro. Se questo accadrà, non resterà che individuare i colpevoli in coloro che, per odio ideologico, per chiusura mentale propria di un mondo ormai tramontato e per puri interessi di partito, non hanno voluto esperire l’unica soluzione possibile all’empasse attuale che ci fa canzonare da tutto il mondo. Eppure anche nel PD si sono levate voci di buon senso come quella di Renzi e di altri, che hanno cercato di far comprendere al segretario che di questo passo e con questa ostinazione non si andrà mai ad una soluzione; e per ricambio hanno ricevuto insulti da chi si ritiene infallibile, da chi pensa di avere il possesso assoluto della Verità e della Giustizia.
Io credo, piuttosto semplicemente, che questa assurda posizione di Bersani e C. derivi anzitutto dal timore di perdere voti e consensi all’interno del partito, in cui molte persone continuano ad odiare l’avversario e quindi male digerirebbero un accordo con il PDL e soprattutto con il suo presidente. Così i meschini interessi di partito e di conservazione delle poltrone prevalgono sulla logica e sul bene del Paese, di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno vuole veramente. Eppure, mi viene da dire, un segretario di partito serio ed onesto avrebbe dovuto fare, come si dice oggi, “un passo indietro”, cioè dimettersi dopo la mancata vittoria alle elezioni; invece non solo Bersani non si muove, ma pretende addirittura di dominare e dirigere il partito come fosse un suo possesso, facendo dell’odio per il “nemico” di centrodestra il suo maggior argomento politico. Questo significa che, nonostante i vari nomi cambiati nel corso degli anni, quella parte del PD che fa capo a Bersani è ancora nostalgica di un’ideologia che la storia stessa ha dimostrato falsa e bugiarda.
E c’è anche un’altra cosa da dire, che riguarda una dichiarazione rilasciata ieri dallo stesso Bersani, il quale ha detto in sostanza di non poter governare con Brunetta o Gasparri, tanto per fare due nomi a caso. A parte il fatto che queste persone non sono né malfattori né affette da peste o malattie contagiose, ma poi, dico io, con quale autorità Bersani disprezza gli avversari quasi che lui fosse geneticamente superiore a loro? Io penso che anche questo sia un retaggio del passato, dei tempi dal ’68 in poi, quando i cosiddetti “intellettuali di sinistra” avevano (ed hanno ancora) la puzza sotto il naso, quella presunta superiorità umana e culturale che mai è stata dimostrata, ma che i radical-chic di oggi continuano impavidamente ad ostentare. A quanto pare Bersani ed i suoi considerano gli avversari come una razza inferiore con cui non avere contatti, così come i nobili di un tempo facevano con i contadini o i paesani, ai quali non rivolgevano nemmeno la parola. A me sembra che questo atteggiamento sia del tutto alieno dalla realtà attuale e si richiami a principi vecchi e ammuffiti come quello della lotta di classe, oggi improponibile perché non esistono più nemmeno le classi sociali di cui parlava il buon Marx. Ma non c’è da stupirsi: ormai siamo abituati alle contraddizioni ed alle buffonate dei politici, siamo – purtroppo – vaccinati contro tutte le fesserie di questo mondo.

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L’ignoranza, la follia e la dittatura

Non avevo intenzione di scrivere alcun post in questo periodo, ma la sciagurata proposta fatta da questo governo di “tecnici” inserita nella legge di stabilità, ossia la volontà di aumentare di un terzo (da 18 a 24 ore settimanali) l’orario dei docenti delle scuole superiori, mi costringe ad intervenire, se non altro per sfogare l’odio e la rabbia che nutro per questo governo non eletto da nessuno e per questo ministro, il sig. Profumo, per il quale ho un disprezzo e una disistima che mai ho provato per nessun altro dei suoi predecessori. Un ministro che, dopo la nomina, ha passato almeno sei mesi senza fare praticamente nulla per la scuola e che poi, quando si è deciso a mettersi in gioco, ha fatto una serie di dichiarazioni ed ha preso decisioni che rivelano senza ombra di dubbio la più totale incompetenza rispetto a quelli che sono i problemi della scuola.

L’aumento dell’orario di servizio dei docenti, a dirlo così senza conoscere la realtà, può apparire anche come una cosa giusta, visto che l’opinione pubblica (e anche alcuni politici come l’ex ministro Brunetta e gli attuali “tecnici”) ci considerano lavoratori a mezzo servizio, o per meglio dire, “part time”. Ma lor signori non sanno che 18 ore di lezione, con classi ed alunni sempre più difficili, con la necessità quotidiana di confrontarsi con delle persone e con i loro diversi caratteri, con il compito non solo di trasmettere conoscenze ma anche di interessare gli alunni, coinvolgerli, comprenderli ecc., tutto questo fa sì che le nostre 18 ore equivalgano almeno alle 30 o 36 degli impiegati pubblici, che stanno dinanzi ad un computer a scrivere e magari si rilassano chiaccherando e facendo la pausa caffé. Se non foss’altro, ciò che dimostra l’usura psicologica che il nostro lavoro determina è un dato oggettivo: gli insegnanti sono in assoluto la categoria che più soffre lo stress e che più di ogni altra deve ricorrere a cure psichiatriche. C’è poi da dire – dovrebbe essere ovvio ma c’è ancora qualcuno che non lo sa – che le 18 ore frontali sono soltanto una parte del nostro lavoro, e che almeno altrettante ore sono dedicate alla correzione degli elaborati degli alunni, alla preparazione delle lezioni, alle riunioni, all’aggiornamento e via dicendo. Io sottoscritto dichiaro, e sono pronto a dimostrarlo, di lavorare fra tutto almeno 40 ore settimanali per la scuola, se non addirittura di più.

Ciò che fa drizzare i capelli sulla testa è che queste cose non siano chiare non tanto al popolino, che per definizione è ignorante, ma ai signori del Governo, i quali sono tutti esimi professori, banchieri, economisti di livello mondiale, a partire dal sig. Monti. Costoro non sono mai andati a scuola? Non si rendono conto dell’impegno richiesto dal nostro lavoro? Possibile che siano così ignoranti e incompetenti? Sì, perché folle e sconsiderata è questa proposta, che nessun altro ministro aveva neppure pensato in precedenza.  Ma c’è di più: questi signori non sanno neppure lontanamente dove abita la democrazia. Quando si è mai vista una categoria alla quale, senza concertazione sindacale e senza alcuna consultazione, si aumenta di un terzo l’orario di servizio senza alcun aumento di stipendio? Provino a farlo con i metalmeccanici o con gli autoferrotranvieri! Sarebbe la rivoluzione, il blocco totale del Paese. Costoro sono cani da pagliaio, che tremano di fronte ai forti e infieriscono sui deboli, su una categoria che sanno essere divisa e incapace di prendere iniziative efficaci di protesta. Ma questa volta si sbagliano, perché i docenti non staranno a guardare, si ribelleranno contro una manovra degna delle peggiori dittature e che tradisce un contratto di lavoro firmato da ambo le parti. Che esiste a fare la Costituzione, da tutti invocata? Provvedimenti di questo tipo li adottavano Hitler o Stalin, e forse neppure loro, se ne sarebbero vergognati.

Mi dicano poi, questi signori del governo, come si potrebbe realizzare ciò che hanno in mente, cioè portare l’orario dei docenti da 18 a 24 ore settimanali. Innanzitutto, se tutti dovessero avere una cattedra di 24 ore, sarebbe impossibile stilare l’orario delle lezioni, perché le sovrapposizioni sarebbero inevitabili. Inoltre, con che criterio verrebbero distribuiti gli spezzoni orario? Nessuno ce l’ha detto. E ancora: se una supplenza, mettiamo per maternità, inizia nel mese di febbraio, com’è possibile affidare quelle ore a docenti che hanno già la loro cattedra e che quindi si sovrapporrebbero per molte ore alla cattedra della docente da sostituire? Dovremmo modificare l’orario tutti i mesi, anzi tutte le settimane, tanto che la didattica diventerebbe di fatto impraticabile. Hanno pensato, lor signori, all’organizzazione pratica di quanto vanno farneticando? E tutto ciò per risparmiare denaro? Ma della qualità dell’istruzione, della formazione delle generazioni future, non interessa nulla a nessuno? Possibile che persone laureate e investite di cariche importanti siano così miopi, non vedano neppure davanti al loro naso?

Se veramente c’è bisogno di risparmiare denaro pubblico – e non intendo contestare questo – si prendano altri provvedimenti, a cominciare dai costi della politica, delle amministrazioni locali (tutti hanno visto quel che accade oggi nelle regioni Lazio, Lombardia e altre), dei vari enti inutili che ancora ammorbano questo paese. Nel settore dell’istruzione ci sarebbe sì qualcosa da tagliare, ma non sulla pelle dei docenti delle scuole superiori, che già hanno dato e danno abbastanza. Se proprio vogliono aumentare l’orario di servizio di qualcuno, lo aumentino ai docenti universitari, che spesso insegnano per 3 ore alla settimana, con la scusa di dover svolgere un’attività di ricerca che spesso non svolgono affatto. e che comunque nessuno controlla. I privilegi dei baroni universitari sono sotto gli occhi di tutti; il problema è che i componenti di questo scellerato governo vengono proprio da quell’ambiente corrotto e clientelare che è l’Università italiana, e le decisioni che prendono ce lo dimostrano senza ombra di dubbio.

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