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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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La civiltà dell’odio

Dispiace, purtroppo, constatare che nella nostra società la diffusione di internet e dei social ha portato un inasprimento dei rapporti sociali ed una larga diffusione della volgarità, dell’insulto e dell’odio, molto più facilmente esprimibile da chi sta dietro una tastiera rispetto a chi parla di fronte ad un avversario fisicamente presente di fronte a lui. L’istinto di violenza, di aggressività, di affermazione incondizionata della propria personalità e delle proprie idee ha trovato largo spazio con i “social” di oggi ed anche nel dibattito politico dei cosiddetti “talk show” televisivi, dove la litigiosità è molto aumentata negli ultimi anni. Di per sé la cosa potrebbe avere anche un lato positivo, nel senso che la sincerità, il dire cioè apertamente ciò che si pensa non è un male, ed è certo migliore dell’ipocrisia di chi adula gli altri o nasconde il proprio pensiero per fini personali, fingendo cortesia e benevolenza. Io ricordo con piacere una commedia di Molière, “Il misantropo”, dove il protagonista non è definito tale perché odia la compagnia degli altri, ma perché ha il coraggio di esprimere le proprie convinzioni e le proprie critiche nei confronti del prossimo, come quando dice apertamente ad un sedicente poeta che le sue poesia non gli piacevano affatto, suscitandone ovviamente il risentimento. Però la sincerità ed il coraggio delle proprie idee sono cosa diversa dalla maleducazione, dalla volgarità e dall’esternazione dell’odio a cui purtroppo assistiamo oggi, in un periodo in cui si sono perduti i giusti valori ed i giusti principi che dovrebbero regolare i rapporti umani.
Vediamo un po’ questo problema dell’odio sociale in politica e sui social. Per il primo ambito sarà sufficiente un solo esempio. Nei cinque anni precedenti le ultime elezioni (2013-2018) il Partito Democratico ha avuto la responsabilità del governo, e ha dovuto sopportare non solo le legittime critiche che l’opposizione per sua natura deve esprimere, ma anche i più volgari insulti da parte del Movimento Cinque Stelle, la cui volgarità e ignoranza è apparsa in ogni occasione: i partiti di governo (il PD soprattutto ma anche gli altri, per non parlare di Berlusconi) hanno ricevuto tutti i peggiori insulti, tra cui quello di essere tutti corrotti, ladri, mafiosi ecc., per dire solo alcuni dei titoli che i grillini hanno rivolto agli avversari. I partiti al governo sono stati accusati di aver rovinato l’Italia e aver condotto i cittadini alla fame, cosa che in verità era del tutto falsa, perché le condizioni di vita del nostro Paese erano e sono ancora buone e molto migliori di quelle di altre nazioni europee. Io, che non sono favorevole né al PD che ai Cinque Stelle, di fronte a quel volgare succedersi di insulti che la banda dei seguaci del buffone genovese lanciava contro il governo, dovetti prendere le parti del PD e soprattutto di Renzi, una persona che ha fatto sì molti errori (v. la legge 107 sulla scuola) ma che ha cercato anche con sincerità ed impegno di fare qualcosa di positivo per il nostro Paese. Però, adesso che le ultime elezioni hanno cambiato il quadro politico italiano e che al governo ci sono (malauguratamente!) i Cinque Stelle, il PD sta facendo lo stesso errore che prima facevano i suoi avversari, lasciandosi guidare dall’odio e ripetendo le stesse assurdità che qualche anno fa dicevano loro, cioè che il governo sta portando l’Italia alla rovina, che ci saranno pesantissime tasse aggiuntive, che moriremo tutti di fame ecc. Anche loro adoperano insulti gratuiti (oggi il PD ha definito “indegno” il ministro Salvini) e montano una campagna di odio che non fa certo onore a nessuno. Se il PD vuole con ciò vendicarsi degli insulti subiti quando era al governo, ha sbagliato strada: convinti come sono, a sinistra, della loro superiorità culturale sugli avversari, non dovrebbero usare i loro stessi metodi ed il loro stesso linguaggio, altrimenti si mettono essi stessi alla pari con i Cinque Stelle, che sono difficilmente superabili sul piano dell’insulto e della volgarità.
Sono tuttavia i cosiddetti “social” come Facebook il campo d’azione dove l’odio e l’insulto si diffondono con maggior vigoria grazie soprattutto al relativo anonimato che l’uso privato di un computer o uno smartphone sembrano consentire. In realtà chi offende o diffama altre persone può essere rintracciato e denunciato, tramite la Polizia Postale ed i mezzi di ricerca elettronici che esistono adesso, ma molte persone, pur offese, rinunciano a intraprendere un iter giudiziario lungo e fastidioso e con il rischio di non ottenere nulla; perciò, nella maggior parte dei casi, si limitano a rispondere agli insulti con altrettanti insulti ancor più sanguinosi, credendo in questo modo di vendicarsi adeguatamente e finendo invece per mostrare un comportamento infantile e indegno di persone civili. Avviene così che sui social vengono scatenate vere e proprie campagne di odio contro qualcuno solo perché esprime idee diverse dalle nostre, e queste campagne sono spesso organizzate scientemente da associazioni, partiti o organi di informazione allo scopo di screditare gli avversari e farli passare per quello che non sono. Le accuse di questo genere si incrociano vicendevolmente, e ciascuno accusa l’altro di essere un “hater”, cioè un odiatore del prossimo, affibbiandogli etichette infamanti. Così l’odio, anziché diminuire, aumenta sempre più, perché chi si sente offeso – e ritiene ingiuste le accuse che riceve – è portato a rispondere con lo stesso linguaggio, e così si forma una spirale di intolleranza e di incomprensione che non si ferma più. Ho usato consapevolmente il termine “incomprensione” perché va anche detto che è difficile giudicare il pensiero di una persona (o peggio, la persona stessa) da ciò che scrive in un commento di Facebook: spesso si viene fraintesi, ciò che viene scritto con un senso viene recepito in un altro totalmente diverso, e l’equivoco non fa altro che inasprire un clima già notevolmente alterato.
A questo punto non posso però evitare, prima di concludere, di esprimere un mio giudizio sul dibattito politico attuale. Di recente la sinistra, servendosi anche di trasmissioni televisive come “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha lanciato le solite accuse di “razzismo” e di “fascismo” contro tutti coloro che non approvano l’arrivo incontrollato dei migranti stranieri nel nostro Paese, servendosi anche di “intellettuali” come Saviano, Canfora, Cacciari ed altri, lasciati parlare senza contraddittorio e liberi di accusare e di insultare persino un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, indicato come il creatore ed il fomentatore della campagna di odio razziale che, a loro dire,ci sarebbe in Italia contro gli stranieri e i “diversi” di ogni genere. A me la cosa fa sorridere per due motivi: primo, perché viene spacciato per “razzismo” ciò che non lo è affatto, in quanto la preoccupazione per il diffondersi della criminalità slava, romena, albanese, nigeriana ecc. in Italia non può essere definita razzista se non dalla malafede di coloro che hanno qualche tornaconto personale nell’accoglienza di questi stranieri che vengono qua a delinquere perché le nostre leggi sono assai più miti e lassiste di quelle dei loro paesi di origine. Il razzismo è cosa ben diversa e s’identifica con il considerare la propria razza come geneticamente superiore alle altre come avveniva, ad esempio, nella Germania nazista; ma chi subisce o denuncia i furti in villa dei criminali slavi o i ROM che rubano sugli autobus e nelle strade non lo fa perché si sente geneticamente superiore a loro, ma perché si preoccupa della propria sicurezza. Chi non approva che gli immigrati di colore siano mantenuti a spese nostre negli alberghi e vadano tutto il giorno in giro con lo smartphone senza fare nulla mentre i nostri pensionati vivono a stento con 500 euro al mese di pensione non lo fa perché si sente superiore agli immigrati, ma perché questo stato di fatto è profondamente ingiusto, e grida vendetta il fatto che gli stranieri vengano preferiti agli italiani in tanti aspetti della vita sociale, compresa l’assegnazione delle case popolari. Chi dice “prima gli italiani” ha perfettamente ragione, perché così fanno tutti gli altri Stati europei e occidentali.
C’è però un secondo motivo che fa indignare. La nostra sinistra accusa Salvini e la destra di aver creato una campagna di odio quando sono proprio loro invece, i vari partiti e pensatori di sinistra, che hanno fondato sull’odio e sul disprezzo per il “nemico” la loro azione politica, dal ’68 fino ad oggi. Io, che purtroppo ho una certa età, ricordo benissimo la “caccia al fascista” degli anni ’70, quando diversi giovani di destra furono addirittura assassinati; in tempi più recenti sono sotto gli occhi di tutti le campagne di fango mediatiche e giudiziarie lanciate contro Berlusconi, portato in giudizio con accuse assurde nel tentativo di eliminarlo con quel mezzo dalla scena politica perché non si era in grado di batterlo alle elezioni; ed ancora più di recente, mi piace ricordare la pletora di infamie e insulti lanciata sui social e nel dibattito politico contro Salvini, che ha la sola colpa di voler difendere i confini del suo paese e di riconoscere agli italiani i loro diritti. A questo si aggiunge la continua ricerca del “nemico” che continua ancora oggi da parte della sinistra, che risuscita di continuo il fascismo finito storicamente 75 anni fa per avere qualcuno contro cui scagliare il proprio livore. Salvini, il cosiddetto “razzismo” e il cosiddetto “fascismo” sono quello che per i cristiani osservanti è il Maligno, il Diavolo, il “Nemico” del bene per antonomasia, che con la sua presenza giustifica e autorizza i crimini che la Chiesa Cattolica ha compiuto per secoli. Quindi, nel caso della campagna di odio che si va diffondendo purtroppo nel nostro tempo, non credo che esista nessuno che possa dare lezione ai suoi avversari, e mai come oggi trova piena applicazione quel detto popolare che dice “Il bue dà del cornuto all’asino”, oppure, come diceva mia nonna, “Il mugnaio accusa gli altri di essere sporchi di farina”.

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Qualche precisazione sul cosiddetto “razzismo”

Abbiamo sentito in questi giorni alla TV e sui giornali notizie di aggressioni nei confronti di immigrati di colore, compreso tra queste pure un lancio di un uovo sul viso di una campionessa di atletica leggera (non ricordo il nome) di origini nigeriane ma nata in Italia, che ha subito danni alla cornea ed è costretta a portare una benda sull’occhio. Chi compie queste azioni, secondo me, più che essere un razzista è un cretino che non risolve nulla se non rinfocolare – come se ce ne fosse bisogno – l’annosa polemica sull’immigrazione, sull’accoglienza, sul razzismo ecc., polemica sulla quale sarebbe bene far chiarezza. In un post precedente ho spiegato che, a mio giudizio, oggi non viene usata correttamente la parola “razzista”, che viene applicata come un marchio d’infamia contro tutti coloro che si oppongono a questi continui arrivi di clandestini sul nostro territorio. Ritengo invece che chi si preoccupa per questo fenomeno e pensa che, come fanno tutti gli altri Stati, così anche l’Italia dovrebbe pensare prima agli italiani e proteggere i propri confini, non sia affatto razzista, ma che stia invece dalla parte della giustizia, perché l’Italia ha già i suoi problemi e non può permettersi di accogliere e di sistemare centinaia di migliaia di stranieri. Ciò non vuol dire chiudere le porte del tutto o rifiutare l’asilo a chi ha veramente bisogno; vuol dire accogliere chi ne ha titolo e rimandare al proprio paese gli altri, oppure distribuirli in tutta Europa e anche altrove. Gli altri paesi europei, che spesso noi prendiamo a modello di perfezione (quando non lo sono affatto, anche in Germania Inghilterra e Francia ci sono tante cose che non funzionano!) e cerchiamo maldestramente di imitare, difendono i loro confini, limitano il numero di immigrati e, con un’indifferenza che rasenta il cinismo, lasciano sola l’Italia ad affrontare questo immane problema. Il fatto è che da noi il buonismo dei cattolici e della sinistra ha sempre bisogno di trovare un “nemico” da combattere, e questo nemico è il cosiddetto “razzista”, parola che usano come insulto contro chi non la pensa come loro, senza rendersi conto che anche linguisticamente il termine è improprio: infatti il razzismo, propriamente, è il pensiero di chi ritiene la propria razza aprioristicamente superiore alle altre, come avveniva nella Germania di Hitler; ma oggi chi si oppone a questi sbarchi continui non lo fa perché considera inferiori quelle persone, ma perché è preoccupato dei problemi che può arrecare la loro presenza incontrollata. Ciascuno può constatare che i fatti di cronaca nera avvengono sì ai danni degli immigrati, ma ve ne sono anche di più commessi in Italia dagli immigrati stessi: violenze, furti, stupri e altre azioni criminali hanno spesso matrice straniera, non solo africana ma sudamericana, esteuropea, slava ecc. Questi criminali vanno cacciati immediatamente. Altro che razzismo!
Tornando ai fatti di cronaca recente, tutti riconosciamo senza difficoltà che queste aggressioni ai danni degli immigrati sono azioni deprecabili. Però io mi chiedo: avrebbero avuto una simile risonanza se fossero stati commessi ai danni di italiani? Ormai la caccia al “razzista” è talmente perseguita dal pensiero comune impostoci dai mass-media che qualunque graffio che riceva un immigrato viene sbattuto in prima pagina con tutto il susseguente coro di esecrazione e di sdegno; se un italiano viene ferito, invece, non ne parla nessuno, a meno che, come si dice, non ci sia “scappato il morto”. Questa è un’evidente discriminazione ai danni degli italiani, cioè razzismo alla rovescia; e di questo fenomeno esistono tante attestazioni, la più vergognosa delle quali è quella di mantenere a spese nostre tanti giovani immigrati di colore negli alberghi e lasciar vivere nella miseria tanti italiani con 500 euro di pensione al mese. Finché durerà questa situazione, finché molti stranieri saranno trattati meglio degli italiani, nessuno dovrà stupirsi se la Lega Nord prenderà sempre più voti; e ciò non avverrà per simpatia per Salvini o per l’abilità di quel politico, bensì perché certe situazioni sono sotto gli occhi di tutti, ed in molte città è diventato proibitivo uscire la sera a causa della crescente presenza della criminalità; la quale, beninteso, esisteva anche prima dell’arrivo dei stranieri, ma ciò non è certo un buon motivo per rafforzarne le file permettendo l’arrivo di altri malviventi oltre ai nostri che già avevamo.
Per parte mia considero assurdo e ingiustificato questo buonismo imperante che finisce per favorire gli stranieri a danno dei nostri connazionali, minimizzando le azioni illecite compiute dai primi e ingigantendo quelle dei secondi. Anch’io trovo deprecabile insultare o picchiare un immigrato o tirargli un uovo in faccia; ma è deprecabile l’azione in sé, contro chiunque sia rivolta, perché sempre di persone si tratta. Perché un pugno dato a un immigrato dovrebbe far più male di uno dato a un italiano? Se c’è un’azione criminosa essa va punita a prescindere da chi sia colui o colei che l’ha subita. Per questo mi sono sempre sembrate assurde le aggravanti dell’odio razziale della violenza di genere ecc., anche perché se qualcuno picchia una donna o un immigrato di colore non è detto che l’abbia fatto perché erano tali, ma potrebbero esserci anche altri motivi, che comunque non giustificherebbero mai il suo operato. La violenza è un crimine e va condannata e punita, indipendentemente da chi la fa e chi la subisce; altrimenti si creano categorie di privilegiati che non si vede per quale motivo lo siano. Avere la pelle scura o essere un immigrato non debbono essere una discriminazione, ma non debbono neanche diventare titoli di preferenza rispetto alle altre categorie di cittadini.

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I termini impropri della politica

Seguendo il dibattito politico che è sempre più acceso nel nostro Paese, mi risulta interessante analizzarne il linguaggio, cioè le parole e le espressioni normalmente usate dai politici durante i talk-show televisivi, dai giornali e dai social nel web. A mio parere alcuni termini di impiego comune sono in realtà usati impropriamente, attribuendo cioè ad essi un valore denigratorio e offensivo nei confronti degli avversari ma senza rispettare il senso proprio e naturale che dovrebbero avere. Poiché le parole sono pietre, come si suol dire, vale la pena di fare qualche esempio, per dimostrare come in Italia non si sia mai riusciti a chiudere i conti con il passato e ad impostare la dialettica politica su di un piano di aperto e tollerante confronto con chi la pensa diversamente da noi. Tutto ciò contribuisce all’affermazione di quel “pensiero unico” e di quel “politically correct” di cui ho parlato in altri post, la tendenza cioè a mettere in cattiva luce l’avversario additandolo al pubblico disprezzo anche mediante l’impiego di certi termini. Facciamo qualche esempio di parole anche troppo comuni.
1. Fascismo, fascista. Questi appellativi vengono rivolti continuamente da esponenti della sinistra a chiunque non la pensa come loro, e costituiscono senza dubbio un marchio d’infamia perché richiamano l’esecrato regime che fu al potere in Italia dal 1922 al 1943. E’ evidente il grossolano anacronismo che c’è dietro questi termini, perché il regime cui fanno riferimento è terminato più di 70 anni fa ed è quindi ormai impossibile che vi sia qualcuno che possa o voglia restaurarlo. In altri Paesi, che molto meglio di noi hanno fatto i conti con il passato e dove non ci sono “nemici” ma solo avversari e dove l’odio non ammorba il dibattito politico, termini come questi sono fuori uso. Non credo che in Germania si usi di frequente la parola “nazista” per identificare chi ha idee nazionaliste o comunque è schierato a destra, né che in Russia si usi più il termine “bolscevico” per chi ritiene che il passato regime comunista portasse ai cittadini anche dei vantaggi, pur nel clima assolutistico che lo caratterizzava. I regimi dittatoriali, per fortuna, appartengono al passato (almeno in Europa), ed è quindi linguisticamente e socialmente errato continuare nel 2018 a bollare gli avversari politici con etichette infamanti che si rifanno a periodi storici ormai conclusi. Oggi non c’è più alcun pericolo che i fantasmi del passato possano ritornare, ed è quindi assurdo tenerli in vita solo perché fanno comodo, a chi non ha argomenti sufficienti a sostenere il proprio pensiero, per chiudere gli avversari nel ghetto dell’infamia.
2. Razzismo, razzista. Anche questi sono termini largamente impiegati dai buonisti nostrani, siano essi d’impostazione cattolica o di sinistra (o di entrambe le ideologie) per designare coloro che si oppongono all’invasione degli immigrati nel nostro Paese, cui stiamo ormai assistendo da alcuni anni. Propriamente il termine “razzista” designa chi ritiene il proprio ceppo etnico ontologicamente superiore agli altri, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler, dove la cosiddetta “razza ariana” era ritenuta arbitrariamente dotata di qualità naturali e culturali più elevate rispetto a quelle delle altre razze. Ma chi oggi si mostra preoccupato per la presenza eccessiva di stranieri in Italia non lo fa perché ritiene superiore la propria razza a quelle degli immigrati o dei ROM, ma perché pensa che questi ultimi, in mancanza di lavoro o di adeguata integrazione, creino problemi di criminalità e di ordine pubblico, come in effetti avviene in molte città, dove uscire la sera è diventato proibitivo proprio per la crescente presenza di immigrati che delinquono. Ritenere che l’Italia abbia già molti problemi per potersi accollare da sola milioni di individui che fuggono dall’Africa o dall’Asia, o pensare che sia vergognoso che gli immigrati vengano mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese non è razzismo, è senso di giustizia puro e semplice. Ogni nazione europea tutela prima i propri cittadini e poi gli stranieri. Perché noi dovremmo fare eccezione?
3. Omofobo, omofobia. Questi termini sono frequentemente impiegati dal pensiero unico dominante contro chiunque non approvi le unioni omosessuali e soprattutto l’adozione di figli da parte di coppie di questo tipo. Anzitutto va detto che c’è un errore etimologico in queste parole, perché “omofobia”, in base alle sue origini greche, significa “paura dell’uguale”, e quindi non avrebbe nulla a che fare con la sfera della sessualità. Comunque, a parte ciò, questi termini vengono lanciati come etichette infamanti per chi esprime un’opinione che ha tutto il diritto di esprimere. Io stesso ritengo che l’unica famiglia che possa definirsi tale sia quella formata da un uomo e una donna, e prendo a garante l’art. 21 della nostra Costituzione per ribadire che nessuno potrà convincermi a cambiare idea.
4. Populismo, populista. Anche questi termini vengono usati a sproposito, attribuendo loro un senso denigratorio che in origine non avevano affatto. Propriamente il populismo è stato un movimento attivo di tipo socialista affermatosi in Russia sul finire del secolo XIX, ed è passato poi ad indicare colui o coloro che mettevano il popolo al centro del loro interesse artistico o letterario; quindi il senso della parola era inizialmente positivo, mentre solo di recente viene usato come equivalente di “demagogia”, la tendenza cioè di molti politici a far promesse per attirarsi il favore degli elettori. Questo è il maggior limite della democrazia, come già nell’antica Grecia molti scrittori e filosofi avevano sottolineato, perché il cosiddetto “popolo” è un’entità variabile, volubile, multicolore, che tende a seguire chi si mostra più convincente, cedendogli di fatto il potere. Quindi una vera democrazia, nel senso di “potere del popolo” oggi non esiste, come non è esistita (se non in senso lato) neanche nell’Atene del V° secolo avanti Cristo.
Il post è già lungo ed è bene finire qui. Quel che volevo dimostrare con questo mio scritto è che le parole sono importanti, hanno un peso enorme nel dibattito ideologico ed anche nella mente del cittadino, che viene inevitabilmente influenzato da ciò che sente in TV o che legge sui social. Occorre perciò stare attenti a come si usa la terminologia, perché i significati (cioè i concetti) possono essere semplici o neutri, ma l’uso di determinati significanti (cioè le parole) possono rendere quei concetti complessi e faziosi, possono scatenare la rivalità e l’odio da cui il dibattito politico si dovrebbe liberare una volta per tutte, come avviene in altre parti del mondo. Dire a una persona “tu sei contrario all’immigrazione incontrollata” è ben diverso dal dirgli “tu sei un razzista”, perché la prima frase è aperta al confronto delle idee, la seconda è solo un insulto che non risolve nulla, anzi peggiora di molto le cose perché la violenza verbale ne richiama altra e instaura una contrapposizione frontale e una spirale di odio che rischia di non finire mai.

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Tanto rumore per…la stupidità

Prendo spunto da un fatto recentissimo per esprimere una mia convinzione che mi è maturata da molto tempo. In questi ultimi due o tre giorni si è fatto un gran boato mediatico intorno ad un fatto successo nella capitale, cioè la vignetta di Anna Frank con la maglia della Roma, un montaggio realizzato da alcuni tifosi della squadra rivale, la Lazio, già in parte identificati. Appena la notizia è stata diramata, si è scatenata una vera bagarre mediatica, con trasmissioni televisive che hanno condannato il gesto come se fosse un terremoto o una carneficina, esplosioni di sdegno sui giornali e sui social network ed infine anche intervento della Magistratura, che a quanto pare non ha nulla di meglio da fare che perseguire quattro balordi che si divertono con queste goliardate, anziché pensare ai fatti veramente gravi che accadono ogni giorno. E’ così ripartito il solito rito di solidarietà per la comunità ebraica, il triste ricordo della Shoah, le rievocazioni storiche ecc. ecc.
Al proposito ora io mi chiedo: ma questi quattro balordi che hanno avuto questa idea così stupida, meritavano davvero tutto questo interesse e tutto questo rumore mediatico che, sia pur per condannarli, li ha messi bellamente al centro dell’attenzione di un Paese che ha ben altri problemi da affrontare e da risolvere? Cioè, in altre parole, non sarebbe meglio dedicare le energie che abbiamo ad altre situazioni, lasciando perdere eventi come questo che, per quanto sciocchi e sconvenienti quali sono, in definitiva non cambiano nulla e non comportano conseguenze tangibili per nessuno?
Mi si dirà che questo è un ulteriore esempio di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo, di fascismo (soprattutto questa parola ci sta bene, viene usata sempre contro chi non è allineato al pensiero comune), sentimenti che non dovrebbero esistere nella nostra società. Riconosco che questo è vero, e che l’antisemitismo non dovrebbe esistere, come non dovrebbe esistere il negazionismo della Shoah, dato che ci sono innumerevoli testimonianze di quel che è avvenuto nei campi di sterminio nazisti, crimini per i quali – come ho scritto in un post di qualche anno fa – la Germania non ha pagato abbastanza. Ma simili manifestazioni, a mio parere, si contrastano molto meglio ignorandole che dando loro questo rilievo mediatico, e spiego perché. Fare tutta questa pubblicità (negativa, ma sempre pubblicità) agli idioti che hanno realizzato questa goliardata fa sì che costoro, nella loro stupidità, si sentano importanti e messi al centro dell’attenzione mediatica; e questo potrebbe indurre fenomeni di emulazione. Secondo me episodi del genere andrebbero completamente ignorati, perché è l’unico modo per far desistere questi idioti dalle loro imprese. Se nessuno parla di loro la finiranno presto, perché viene meno per loro il motivo principale delle loro azioni, cioè il maniacale narcisismo che li spinge a mettersi in mostra con queste gesta squallide. Ricordiamoci che per persone del genere, probabilmente frustrate nella vita e già gravate da un senso di fallimento e di inutilità dal quale cercano di liberarsi con gesti come quello in questione, l’oblio è via migliore per neutralizzarli ed annullare gli effetti delle loro azioni. Se invece se ne parla così tanto non si fa altro che aumentare la loro autostima e indurli a ripetere questi gesti sconsiderati, oltre al rischio che anche altri balordi simili a loro siano invogliati a fare altrettanto.
E’ questo un problema che chi dirige la televisione ed i giornali dovrebbe porsi, e non solo per eventi come questo, che sono veramente meschini e su cui si sarebbe potuto tacere, ma anche su altri. Attribuire ad un fatto di cronaca nera un’eccessiva risonanza mediatica significa non solo non rispettare la privacy ed il dolore delle vittime, ma comporta anche il rischio di inserire nella mente malata di qualcuno il desiderio di fare qualcosa di simile per ottenere una pari notorietà. Al giorno d’oggi la popolarità mediatica costituisce un richiamo irresistibile per molte persone che si sentono inutili e frustrate nella vita reale, e per ottenerla sono anche disposti a emulare gesti criminali o sconsiderati. L’informazione, a mio parere, andrebbe fornita col contagocce, con la consapevolezza cioè delle conseguenze negative che ne possono derivare. E tuttavia, se non si possono tacere eventi gravi come omicidi, stragi, azioni terroristiche ecc., si possono però ignorare fatti come quello da poco accaduto a Roma; un’azione stupida e sconsiderata, lo riconosco, ma non di tale gravità da meritare tutto questo rimbombo mediatico e persino giudiziario. Può anche darsi che i balordi che hanno avuto l’idea di mettere la maglietta della Roma ad Anna Frank non si siano neanche resi conto di chi sia stata veramente quella persona, che nella loro ignoranza e volgarità non sappiano nemmeno cosa sia stata la Shoah o l’antisemitismo; è anzi probabile che intendessero solo fare uno scherzo, una goliardata. Ed anche per questo sarebbe stato meglio ignorarli, non diffondere neanche la notizia; sarebbe stato un mezzo molto più efficace del risalto mediatico, secondo me, per evitare che simili gesti si ripetano. C’è un proverbio molto noto che dice “raglio d’asino in ciel non va”: è un detto di grande saggezza, ma spesso, purtroppo, viene dimenticato.

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La democrazia di Facebook

Come moltissime altre persone, anch’io circa un anno fa mi sono iscritto a Facebook, il più popolare e diffuso dei social network tanto di moda ai nostri tempi. Non l’ho fatto per particolari motivi, ma solo per corrispondere con alcune persone o gruppi che avessero interessi simili ai miei: la cultura classica, ad esempio, o la letteratura italiana e straniera. Mi sono anche iscritto alle pagine facebook di alcuni enti culturali o quotidiani come “Repubblica”, allo scopo di partecipare alle discussioni su determinati eventi o notizie del momento. In questo non trovo nulla di male, se non il fatto che il sottoscritto, essendo di carattere un po’ suscettibile o, come si dice in Toscana, “fumino”, rischiava e rischia di sollevare polemiche o di avere con qualcuno scambi di battute e commenti non proprio ispirati al massimo della cortesia. Il rischio di scontri verbali con altre persone (ad esempio i sostenitori del cosiddetto “Movimento cinque stelle”) c’era sicuramente; ma non mi aspettavo che vi fosse anche uno stretto controllo sulle opinioni altrui da parte dei supervisori del network stesso.
E invece mi è successo di essere sospeso per tre volte dal poter inviare commenti o contenuti di qualsiasi tipo sulla mia pagina perché, secondo i misteriosi censori di Facebook, avrei violato gli “standard della comunità”, che sono quelli da loro stabiliti e che non ammettono deroghe; in base a questo principio, piuttosto generico in verità, i moderatori possono sospendere o anche cacciare per sempre chi vogliono senza neanche dargli una spiegazione. In effetti è vero che ho espresso opinioni in contrasto con il “pensiero unico” o il “politically correct” come lo vogliamo chiamare; ma io pensavo, come ho sempre pensato, che nel nostro Paese ci fosse ancora la libertà di opinione (articolo 21 della Costituzione) e che tutte le opinioni siano esprimibili in democrazia, purché in base ad esse non si commettano reati. Questo è ciò che è successo: ho criticato in un commento la politica italiana dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, che un paese gravato da debiti e in difficoltà per dare lavoro ai suoi cittadini non può permettersi; un’altra volta ho criticato le buffonesche esternazioni dei cosiddetti “gay pride”, dove gli omosessuali si agghindano come pagliacci e in questo modo ridicolo e volgare cercano di attirare l’attenzione sui loro diritti, che a mio parere hanno già ottenuto in abbondanza. Per questi commenti ed altri simili, che riflettono la mia mentalità ed il mio modo di pensare, sono stato sospeso da Facebook, prima per tre e poi per sette giorni, senza ulteriori spiegazioni; in pratica sono stato accusato di razzismo e di omofobia, cosa che avviene a tutti coloro che non sono pedestremente allineati col pensiero comune oggi dominante.
La cosa in sé non ha una grande importanza, intendiamoci bene: se per sette giorni non posso inviare commenti a Facebook, pazienza, sopravviverò; del resto sono vissuto 60 anni e più senza essere iscritto a quel network; ma ciò che mi rende furioso e mi preoccupa veramente è constatare come la libertà e la democrazia nel nostro Paese siano oggi in grave pericolo, allorché il pensiero unico alla Boldrini – la “presidenta” della Camera che preferisce gli immigrati agli italiani – si serve di strumenti coercitivi per chiudere la bocca ai dissidenti. Questo è grave, gravissimo, è un metodo che ben si adatterebbe all’Unione Sovietica di Stalin, non ad un paese libero e democratico. Già su questo blog ho messo in guardia più volte sui pericoli del “pensiero unico” citando alcuni disegni di legge (ad esempio quello del deputato Scalfarotto contro l'”omofobia”) che limitano la libertà di opinione e pretendono di chiudere la bocca con la forza a chi si oppone alla loro mentalità. Anche la censura di facebook è un esempio di questo metodo sovietico, perché chi “sgarra” o non si allinea alle idee dominanti viene bannato, senza spiegazioni e senza dare al “reo” la possibilità di difendersi. E’ vero, come dice qualcuno, che Facebook non è una piazza pubblica ma un network privato, e come tale ha delle regole. Benissimo, ma queste regole sono di parte e non rispondono ad alcun criterio di libertà e di pluralismo; e questo è fortemente pericoloso, perché mettere a tacere con la forza gli avversari è un sistema in uso durante i regimi dittatoriali del XX secolo, come quello staliniano tanto caro alla signora Boldrini o quello fascista, tanto per usare questa parola che tanto volentieri i signori della sinistra e i “politically correct” lanciano come un fulmine contro gli avversari. Viene quindi spontaneo sospettare che anche Facebook, come tante altre fonti di informazione (tv, quotidiani, siti web ecc.), sia in realtà manovrato da poteri occulti che mirano a livellare i cervelli delle persone togliendo loro tutto ciò che fa scomodo al potere del “pensiero unico” e impedendo loro di ragionare in modo autonomo e critico. Ed io, da questo piccolo blog che poche persone leggono (specie adesso d’estate) lancio un grido di allarme perché nel nostro Paese ci sia veramente la libertà di opinione, secondo quanto stabilisce la nostra Costituzione, e che ciascuno possa aderire a qualsiasi pensiero o ideologia in contrasto con la mentalità dominante senza sentirsi bollare con appellativi come omofobo, razzista, fascista o peggio ancora. I veri fascisti sono loro, quelli cioè che utilizzano i più svariati metodi, dalle leggi coercitive al bando su Facebook, per tappare la bocca ai dissidenti ed a tutte le persone che, invece di bersi passivamente ciò che dice la tv, intendono continuare a ragionare con la propria testa.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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