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Importanti anniversari

Ricorrono quest’anno due importanti anniversari a cifra tonda: i 50 anni dal “mitico” ’68 ed i 40 anni dal sequestro ed assassinio dell’onorevole Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta. La televisione fa un gran parlare in questi giorni dei due eventi sopra citati, in particolare del secondo, per il quale sono previste apposite trasmissioni e persino una “fiction” su Moro visto soprattutto come docente, oltre che come uomo politico. Che eventi del genere, così importanti per la vita del nostro Paese, vengano ricordati è senz’altro giusto: e non solo perché restino nella memoria di chi c’era a quei tempi, come il sottoscritto, ma anche perché siano adeguatamente conosciuti da chi allora non c’era, quei giovani di oggi che molti accusano di essere qualunquisti e disinteressati alla storia ed alla cultura. In effetti c’è bisogno di una giusta informazione su quei tragici eventi, perché in un Paese civile la memoria storica non va mai trascurata, onde evitare che i ragazzi di oggi diventino tutti come quel tale che io sentii qualche anno fa (e giuro che il fatto è vero!) che, interrogato su chi mai fosse stato Aldo Moro, rispose che probabilmente si trattava di Lele Mora, quello che arruolava le aspiranti veline.
Che la tv si occupi di questi eventi è più che giusto, ripeto; ma lo dovrebbe fare in modo adeguato, cosa che non mi sembra stia facendo in questo momento: il sequestro ed il barbaro assassinio di Moro e della sua scorta viene presentato, almeno a quanto ho sentito finora, quasi come un normale fatto di cronaca, per quanto grave e singolare. Non si parla dell’inadeguata reazione dello Stato a quell’evento, né del fatto che i vigliacchi assassini delle Brigate Rosse, dopo pochi anni di carcere-villeggiatura, adesso siano liberi e si permettano persino di scrivere libri e partecipare a dibattiti televisivi. Per questo io, essendo stato testimone di quegli eventi e avendo respirato l’aria che allora si respirava, sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito.
Comincio anzitutto con il dire che il terrorismo rosso degli anni ’70, che provocò tante vittime innocenti, ha la sua prima radice nel movimento del ’68 e nelle farneticazioni dell’epoca, quando l’ondata di protesta contro “il sistema” favoleggiava di rivoluzioni proletarie e ne auspicava la realizzazione, benché gli studenti e gli intellettuali dell’epoca fossero in realtà lontanissimi dal vero proletariato, il quale li snobbava e li condannava alla stessa stregua di quelli dell’estrema destra. Il ’68 fu un movimento di figli di papà e di ideologi di professione che facevano dell’utopia il loro vangelo e della violenza il loro credo. Ovviamente non tutti i sessantottini esercitarono lo stesso tipo di violenza: molti si limitavano a lanciare bottiglie molotov contro la polizia alle manifestazioni (e Pasolini li condannava, pur essendo un intellettuale di sinistra), altri occupavano le facoltà universitarie impedendo il regolare svolgimento delle lezioni e calpestando così i diritti di chi voleva studiare, altri ancora si davano a pestaggi contro gli avversari politici, i famosi “fascisti” ch’essi vedevano dappertutto (bastava esprimere un’idea non perfettamente collimante con quella dei gruppi della sinistra extraparlamentare e si era definiti “fascisti”, anche se si era iscritti al PCI). Accadde però che dalle teorizzazioni della rivoluzione proletaria, della lotta di classe e di altre idiozie di questo genere qualcuno passò alla pratica, s’illuse cioè che la lotta armata fosse il metodo giusto per realizzare quelle idee e quelle teorie che venivano continuamente espresse ed esaltate sulla stampa e nelle aule universitarie. Nacque così il terrorismo, i terribili anni di piombo che insanguinarono il nostro Paese, e di ciò il ’68 ed i suoi teoreti sono i principali ed anzi unici responsabili. E’ chiaro infatti che se si continua per anni a teorizzare la violenza e l’eliminazione fisica dei “nemici”, poi c’è qualcuno che prende sul serio questi bei precetti e passa all’uso delle armi. Questa catastrofica conseguenza si aggiunge alle altre sciagure provocate dalla diffusione delle idee sessantottine, come la distruzione del principio dell’autorità, il “sei politico” nella scuola che ha fatto laureare tanti analfabeti, la perdita dei valori familiari e sociali che prima costituivano la base ideologica della vita sociale del Paese.
Tornando al rapimento ed all’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, confesso che all’epoca io rimasi sgomento, e l’evento smorzò per sempre la mia gioia per la laurea conseguita il giorno prima del fatto, cioè il 15 marzo del 1978. Sul momento la mia reazione fu di una tale rabbia e sdegno che ritenni necessaria una risposta dello Stato pari a quella dei brigatisti: se costoro avevano dichiarato guerra allo Stato e ne avevano ucciso uno dei principali rappresentanti, mi sembrava giusto che a ciò si rispondesse con la stessa moneta, facendo cioè giudicare i brigatisti da tribunali militari e applicando il codice di guerra, che prevedeva anche la pena di morte. Quella sarebbe stata l’unica risposta adeguata, non il buonismo che già cominciava a manifestarsi sotto il nome di un falso concetto di democrazia, o almeno così allora pensavo. Poi, con il tempo, i responsabili del delitto Moro caddero nelle mani della giustizia e furono processati, ma gli organismi statali si vantarono (e si vantano ancora adesso) di aver vinto con i propri meriti la lotta al terrorismo, mentre la realtà è ben diversa: il terrorismo politico in Italia, che ha avuto molte riprese negli anni successivi, si può dire che è finito perché è imploso da sé, perché i protagonisti di quegli anni di piombo si sono resi conto dell’assurdità della loro lotta e dell’impossibilità di condurla a termine, non certo per opera dello Stato, che ha fatto ben poco, non è stato capace neanche di infliggere una giusta pena a quegli assassini.
Oggi, a quarant’anni da quell’evento, anch’io ho parzialmente cambiato idea e non sostengo più la pena di morte per i brigatisti, che ne avrebbe fatto delle vittime e degli “eroi” che forse altri avrebbero cercato di imitare; ritengo però che chi ha commesso delitti così orrendi, ha ucciso barbaramente persone innocenti e ha tentato un’insurrezione armata contro lo Stato non avrebbe mai più dovuto recuperare la libertà. Quegli assassini sarebbero dovuti restare in carcere per tutta la vita, senza nessun conforto né alleviamento della pena, ridotti ad una condizione che avrebbe dovuto farli pentire non solo delle loro azioni, ma anche della loro sciagurata venuta al mondo. Trovo infatti intollerabile che chi si è macchiato di colpe come quelle dei brigatisti sia oggi libero, sia rientrato in società come se nulla fosse accaduto e si permetta persino di avere una vita sociale: una di costoro, Barbara Balzerani, ha un profilo facebook, tanti “amici” che la sostengono e la lodano per ciò che ha fatto, e talvolta se ne esce con battute come quella di qualche tempo fa, quando disse che oggi “va di moda fare le vittime”, riferendosi ai parenti degli agenti uccisi da lei e dai suoi compari. Queste persone, se tali si possono chiamare, avrebbero dovuto scomparire dalla vista degli altri e condannati ad una maledizione perpetua, ad essere esclusi dal mondo come lebbrosi. E quando finalmente la loro vita perversa fosse finita nel fondo di una cella, nessuno avrebbe dovuto saperlo e di loro non dovrebbe restare memoria alcuna.

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Fascismo di ieri e polemiche di oggi

In questi giorni l’on. Emanuele Fiano del PD è stato alla ribalta nelle cronache per due ragioni: perché ha subito un ignobile insulto da parte di un deputato di destra, che gli ha rinfacciato con disprezzo le sue origini ebraiche, e perché ha presentato una proposta di legge contro il reato di apologia del fascismo. Forse l’iniziativa è partita per reazione a quella pagliacciata della “spiaggia fascista” dell’Adriatico, dove un tale non meglio noto aveva tappezzato il suo stabilimento balneare con manifesti e scritte inneggianti al “ventennio”, ma a me personalmente ha fatto riflettere molto su quello che ho già scritto sul pensiero unico e la libertà di opinione.
La prima considerazione che vorrei fare riguarda appunto questo spinoso problema. L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce la libertà di opinione e di espressione, un principio di grande civiltà che tutti i paesi civili debbono avere. In base a ciò un cittadino ha diritto ad avere l’opinione che preferisce, può simpatizzare per qualsiasi periodo storico o regime politico, compreso il fascismo, purché non commetta veri e propri reati in base a queste sue idee. Se cioè una persona trova elementi positivi nel regime fascista, ammira la figura di Mussolini o addirittura si dichiara fascista (antistoricamente, perché siamo nel 2017) io credo che sia libero di farlo, perché il pensiero non si può castigare o impedire. Certo, se in base a questo va a manganellare gli avversari o compie comunque atti illegali, è da condannare severamente; ma ciò che si può condannare è l’azione delittuosa, non l’ideologia in sé. Quindi bisogna stare molto attenti quando si presentano norme che possono essere intese come liberticide, alle quali non finirò mai di oppormi: già ho fatto menzione in questo blog della mia contrarietà assoluta al disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, perché non si può impedire ad una persona di essere contrario ai matrimoni o alle adozioni gay, non lo si può costringere ad accettare l’omosessualità ed a considerarla “normale” se la pensa diversamente. Ognuno ha diritto di avere le sue idee, anche se sono diverse dal pensiero comune e non allineate con le opinioni della maggioranza. Imporre un sistema ideale, una forma mentis predefinita e cercare di inculcarla con i mezzi di informazione o addirittura con leggi restrittive, quello sì è un atto di vero fascismo, tanto per restare in argomento, non di democrazia.
Sarei comunque disposto ad accettare la proposta dell’on. Fiano se la condanna assoluta del fascismo portasse ad un preciso risultato che io auspico da tempo: cioè che la si finisse una buona volta di usare questo infamante titolo di “fascista” rivolto a chi non accoglie il pensiero comune, magari perché è contrario ai matrimoni gay o ritiene che si debba dare la precedenza agli italiani nei benefici sociali rispetto alla folla di immigrati che stanno invadendo il nostro Paese. Questo marchio d’infamia era usato negli anni ’70 dai gruppi di estrema sinistra per bollare chiunque non fosse dei loro: anche esponenti del PCI, perché magari non erano in sintonia con le scelte degli estremisti di sinistra, si sentivano dare dei “fascisti”. Purtroppo anche oggi, a distanza di 72 anni dalla fine del regime di cui si parla, si continua a usare questo aggettivo (o sostantivo) vergognoso contro chiunque non sia allineato col buonismo imperante di certa sinistra e delle gerarchie clericali. Ecco, se si smettesse di dare del “fascista” agli avversari politici, con ciò bollandoli come se avessero la peste bubbonica, io sarei contento della proposta del deputato PD, che tra l’altro considero persona onesta ed ineccepibile.
Vorrei poi fare un’ultima osservazione. Va bene che si eliminino dappertutto i segni del fascismo, che lo si cancelli dalla politica attuale e lo si consideri solo per quello che è veramente, cioè un periodo storico ormai passato da molti anni da non riesumare ogni volta che si parla di politica. Ma perché allora non fare lo stesso con il comunismo, la dittatura più spietata e spaventosa che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, che ha provocato un numero di vittime ben superiore a quello del fascismo e del nazismo messi insieme? Perché si permette che si usi ancora il simbolo della falce e martello, triste vessillo di morte, da parte di gruppi o addirittura partiti che si presentano alle elezioni? Perché in molte città esistono piazze e vie dedicate a Lenin, Che Guevara, Fidel Castro, autentici criminali che hanno sulla coscienza migliaia o milioni di vite umane? Perché nelle sedi di quei partiti faziosi e antistorici campeggia ancora il ritratto di Stalin, il più efferato criminale che la storia abbia mai conosciuto? E anche il nostro Togliatti, che ancora molti venerano come un padre, era in realtà un criminale, che quando si trovava in Unione Sovietica denunciò alla polizia staliniana centinaia di italiani che erano andati in esilio in quel “paradiso” e che in base a quelle denunce furono deportati nei gulag, torturati e uccisi. A chi non ci credesse consiglio di leggere il libro di G.Lehner, Carnefici e vittime. I crimini del PCI in Unione Sovietica, pubblicato da Mondadori nel 2006. Quindi io sono d’accordissimo nel risolvere una volta per tutte i conti in sospeso con il passato e parlare in termini di presente e di futuro, senza dare più del “fascista” o del “comunista” a chi non la pensa come noi. Ma per fare questo bisogna essere obiettivi, agire da entrambe le parti, non da una sola, e cercare di interpretare la storia in modo trasparente, non soltanto dalla parte dei vincitori, come fino ad ora è sempre avvenuto.

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