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L’esame cambia spesso, ma sempre in peggio

Bisogna che lo ammetta: sono un inguaribile illuso. Qualche tempo fa, leggendo le modalità di svolgimento del nuovo esame di Stato conclusivo della scuola Superiore, mi era sembrato che vi fossero novità positive, come l’aumento del punteggio del credito e l’avvio del colloquio non più tramite la cosiddetta “tesina” (spesso copiata) ma mediante un argomento estratto a sorte dal candidato. Però è avvenuto, come spesso accade agli ottimisti, che all’illusione iniziale sia succeduta una cocente delusione, per la quale sono arrivato alla ferma convinzione che ogni volta che nella scuola cambia qualcosa si finisce per fare peggio di prima. Così questo esame, che anche negli anni precedenti era un “pro forma” dove tutti o quasi venivano promossi, adesso è diventato un’autentica farsa, tanto da farci concordare con coloro che da tempo ne sostengono l’abolizione, trattandosi ormai evidentemente di un rito costoso ed inutile.
Già avevo scritto su questo blog che l’aumento del punteggio del credito scolastico, di per sé opportuno, è stato male interpretato dalle scuole, le quali hanno fatto corse al rialzo ed hanno attribuito a tutti o quasi punteggi alti, in modo da garantirne la promozione ancor prima di sostenere l’esame. A questo malcostume, tipico della scuola-azienda dove conta l’involucro esteriore e non la qualità del prodotto e dove si deve mirare unicamente alla “customer satisfaction”, si è aggiunta la modalità ridicola con cui si sono svolti i colloqui orali. Poiché è stata abolita la terza prova scritta, che consentiva almeno di vagliare la preparazione del candidato in quattro o cinque materie, ci si sarebbe aspettati che il colloquio fosse più ampio e comprensivo, un’occasione in cui la commissione avesse avuto la possibilità di accertarsi sulle conoscenze e le competenze del candidato in tutte le materie studiate l’ultimo anno di corso. Invece che cosa è accaduto? E’ vero che lo studente non sa quale sarà l’argomento che dovrà estrarre a sorte, ma esso fa parte comunque dei contenuti studiati durante l’anno; perciò non sarà difficile per lui (o per lei), a meno che non sia proprio uno sciocco, fare collegamenti (più o meno forzati) tra l’argomento iniziale ed alcuni trattati nelle altre materie, in modo da coinvolgere tutti i docenti della commissione. E la commissione, in ottemperanza alle direttive ministeriali, si accontenta di ciò che il candidato espone, intervenendo e correggendolo solo se esce palesemente dal percorso tracciato o se dice gravi inesattezze. Ed in pratica, avendo il Ministero più volte ribadito che si tratta di un colloquio e non di un’interrogazione, e che non deve esserci rigida distinzione tra le discipline, lo studente può esibirsi in un monologo senza che nessuno possa rivolgergli domande di tipo o genere diverso da quelle afferenti all’argomento iniziale estratto a sorte. Così quella che sembrava una maggiore difficoltà per i candidati (l’estrazione casuale di un argomento anziché la tesina personale) si è rivelata una ancor maggiore facilitazione, perché in sostanza essi parlano di ciò che vogliono, operano i collegamenti che vogliono senza mai uscire da un percorso prefissato e senza che nessuno possa loro rivolgere altre domande diverse dal percorso stesso.
E’ accaduto così che, se uno studente estrae come argomento, ad esempio, la figura dell’eroe, per italiano parlerà soltanto di D’Annunzio e del “superuomo”, per filosofia accennerà solo a Nietzsche, senza che i due docenti possano chiedere altro, ad esempio Leopardi o Schopenauer. Mi chiedo quindi, sempre per fare un solo esempio, a cosa serve leggere durante l’anno il Paradiso di Dante quando all’esame di Dante non si fa neanche menzione, a meno che qualcuno – e solo se lo vuole – non vi faccia uno specifico riferimento. In sostanza il candidato conduce tutto il colloquio dicendo quel che vuole, evitando tutto quello che non sa, a causa di questa sciocca fissazione per l’interdisciplinarietà che caratterizza questo esame, e che oltretutto viene intesa in modo errato; fare un colloquio interdisciplinare, infatti, non dovrebbe significare che lo studente collega le materie che vuole e nel modo che vuole senza che la commissione abbia spazio, ma che invece dovrebbero essere i docenti a scegliere i collegamenti opportuni, saggiando la capacità dello studente di muoversi agevolmente tra discipline diverse e argomenti diversi, anche lontani da quello iniziale. Penso anzi che l’abolizione della terza prova scritta avrebbe dovuto di necessità suggerire un orale più “serio”, che prendesse pure inizio dall’argomento estratto ma che desse poi alla commissione la facoltà di saggiare la preparazione dei candidati anche su altri contenuti di tutte le discipline. Invece si è verificato il contrario: l’esame attuale è risultato più facile del precedente, una sorta di commedia ridicola dall’esito ormai scontato.
Tirando le somme di ciò che è avvenuto agli esami (un tempo “di maturità” e ora “di Stato) dobbiamo riconoscere che era molto più serio ed impegnativo quello che ho sostenuto io nel 1973 che quello di oggi. Allora c’erano due scritti ed un orale su due sole materie, di fatto entrambe scelte dal candidato; però quelle materie venivano veramente approfondite, con domande su tutto il programma, senza scelte da parte del candidato. Ad italiano si leggevano testi di Manzoni, Leopardi, i poeti del ‘900, che lo studente doveva dimostrare di aver compreso e di saperli commentare, e soprattutto si leggevano e interpretavano passi di Dante; in latino ed in greco, oltre alle domande di letteratura, si facevano leggere testi classici, con metrica, traduzione e commento sia grammaticale che storico-letterario; in matematica si facevano esercizi di trigonometria e si dovevano conoscere non solo le regole ma anche le dimostrazioni. Oggi di ciò non è rimasto nulla: in teoria si portano tutte le materie (il che farebbe pensare ad un maggiore impegno rispetto a quando se ne portavano solo due), ma di fatto tutto si limita ad una chiacchierata del candidato che va dove vuole e dice quel che vuole, senza contraddittorio o quasi, e senza alcuna reale verifica della sua preparazione.
Di fronte a un degrado di questo tipo viene da chiedersi quale sia il motivo per cui continuare con questa farsa, che costa soldi allo Stato e non serve assolutamente a nulla. Tanto vale lasciare il giudizio agli insegnanti interni e spedire a casa agli studenti il diploma, già pronto e compilato. Io non amo la dietrologia, ma dinanzi a questo disastro sono propenso a rivalutare l’opinione di chi ritiene che a chi detiene il potere fa comodo un popolo di ignoranti, un popolo bue che accetta qualunque imposizione senza neanche rendersi conto delle ingiustizie ed i soprusi che subisce. Già vediamo gli effetti della scuola facile come l’analfabetismo di ritorno, per cui persone diplomate e laureate non sanno comprendere un semplice periodo scritto in italiano, né tanto meno comporne uno senza svarioni ortografici o sintattici. Continuiamo così, accontentiamoci dello smartphone e del “Grande Fratello” , e presto scopriremo che i veri barbari siamo noi, non quelli che ci invasero agli inizi dell’epoca medievale.

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Osservazioni sul “nuovo” esame di Stato

Tanto per essere chiari, la denominazione “esame di Stato”, quello che si svolge al termine della scuola secondaria di secondo grado, ha sostituito da oltre 20 anni quella vecchia di “esame di maturità”; ma i giornalisti a quanto pare non l’hanno ancora capito, perché continuano, dopo tutto questo tempo, a chiamarlo “maturità”. Non c’è da stupirsene, perché costoro sanno poco o nulla di scuola, e quando ne parlano dicono spesso delle emerite sciocchezze. Comunque, a parte questo, l’esame di Stato di quest’anno ha diversi elementi di novità rispetto al precedente. Su di essi avevo già espresso, in precedenti articoli, un giudizio positivo; pur tuttavia, come sempre avviene, il buon esito di una prova di questo genere dipende dalla professionalità dei docenti e quindi anche le novità, buone di per sé, possono essere applicate in modo discutibile, come già sento che in molti luoghi è avvenuto.
Cominciamo dall’aumento del credito scolastico, cioè la parte di punteggio riservata al curriculum dello studente negli ultimi tre annni di corso, da 25 a 40 punti sul totale di 100. Di per sé la cosa è positiva, perché l’andamento didattico degli studenti durante il percorso di studi deve avere un peso sensibile, altrimenti si rischia che il voto finale dipenda quasi del tutto dall’esame, con le ben note varianti dovute alla fortuna, all’emotività dell’alunno, agli umori dei commissari ecc. Però sono già venuto a sapere che in certe scuole hanno utilizzato questo aumento del punteggio per favorire ancor più i loro alunni e garantirne la promozione: ci sono classi, infatti, in cui i punteggi del credito vanno tutti da 30 a 40, il che in pratica garantisce il superamento dell’esame, per il quale bastano 60 punti su 100. Ecco un altro esempio di malcostume, la lievitazione dei voti e dei crediti per far fare bella figura alla scuola; io sono infatti convinto, e lo sono sempre stato, che il blandire ed il favorire così smaccatamente gli studenti venga fatto non tanto per amor loro, quanto di se stessi e della propria scuola, dandosi per sottinteso che se una classe riporta alte valutazioni il merito vada attribuito ai docenti che li hanno avuti durante l’anno e che sono stati così bravi da tirar fuori una classe intera di geni. Le valutazioni delle quinte classi dei Licei sono sempre o quasi gonfiate dai consigli di classe; quest’anno poi, quando il credito conta più di prima, la cosa è ancor più efficace e atta a garantire – almeno nella facciata esteriore – il buon nome dell’istituto.
Altra novità è quella che riguarda il colloquio orale: abolita la cosiddetta “tesina”, ora gli studenti dovranno estrarre a sorte una busta dove sarà stato collocato un argomento da sviluppare con collegamenti interdisciplinari. Di per sé questo sembra un passo in direzione di una maggiore serietà dell’esame, ma anche qui ci sta l’inghippo, anzi ce ne sono più d’uno. A parte il fatto che i membri interni in molti casi avranno certamente modo di comunicare in anticipo agli studenti questi argomenti (in numero pari a quelli degli alunni +2), i quali se li possono studiare prima dell’esame, ma c’è anche, in aggiunta a questo, la prescrizione ministeriale ai docenti di non porre domande extra all’argomento centrale, perché si tratta di un “colloquio” e non di un’interrogazione. Qui però bisognerebbe intendersi: se i docenti non possono divagare al di là delle linee contenute nella famigerata busta estratta, allora uno studente con un minimo di conoscenze e di spigliatezza potrà compiere un unico soliloquio collegando a suo piacimento l’argomento base con altre discipline, così da condurre da solo tutto il colloquio. Se poi si aggiunge che in 50 minuti circa il candidato dovrà parlare anche della sua esperienza di alternanza scuola-lavoro ed anche di educazione civica (così pare), e che a ciò si aggiunge anche la revisione delle due prove scritte, quanto tempo rimarrà alla commissione per verificare la preparazione oggettiva dello studente? Praticamente poco o nulla. Si rischia così che l’esame, nonostante l’apparente maggiore serietà rispetto al precedente, si risolva in una farsa ridicola dove la promozione è scontata in partenza e dove le commissioni non avranno alcuna possibilità di esprimere un giudizio preciso e oggettivo.
Io personalmente, visto che sono in pensione e non ho più l’obbligo di partecipare agli esami, quest’anno me ne sono tenuto fuori proprio perché temevo incomprensioni e contenziosi legati alle novità non sempre chiare che il Ministero ha deciso di varare. A mio giudizio, tuttavia, si sarebbe potuto anche con queste novità migliorare la serietà e l’equità delle valutazioni. Al colloquio, ad esempio, va bene la scelta casuale degli argomenti, ma questa avrebbe dovuto costituire solo l’inizio del colloquio, diciamo i primi dieci minuti; poi i vari commissari avrebbero dovuto avere la facoltà di porre domande specifiche su tutte le materie di loro competenza, e sul programma dell’intero anno scolastico. Proprio perché è stata abolita la terza prova, che era multidisciplinare, sarebbe stato giusto sondare la preparazione dello studente con maggiore severità; al liceo classico, per esempio, sarebbe stato opportuno porre domande di storia letteraria, far tradurre un breve testo classico di latino e di greco, fare domande su tutte le altre materie, comprese quelle scientifiche. Con queste prescrizioni ministeriali, invece, si rischia che lo studente faccia l’esame tutto da solo e che i docenti stiano lì ad ascoltare soltanto senza poter neanche fare domande. A me pare assurdo ed in netto contrasto con l’intenzione con cui, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, erano state presentate le novità di quest’anno, che dovevano andare nella direzione di un accertamento più rigoroso delle conoscenze e delle competenze degli studenti.
Concludo dicendo che in Italia, a quanto io ricavo da molti segnali che giungono anno dopo anno, pare che non ci sia proprio la volontà di rifondare una scuola seria, una scuola che formi veramente e che sia selettiva, perché la selezione è necessaria per il giusto collocamento di ogni cittadino in società. Una scuola che promuove tutti, magari con voti alti e altissimi come ormai accade da noi, è una scuola che non vale nulla, perché non istruisce ma produce solo diplomi di carta straccia e analfabeti di ritorno. Gli studenti migliori, poi, restano delusi e mortificati da questo andazzo, perché un’ottima valutazione è veramente soddisfacente quando è unica o rara; se invece tutti o quasi hanno voti alti, questi voti finiscono per non valere più nulla. Sta già accadendo, e ancor più accadrà in futuro.

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Parliamo di scrutini…

Oggi qui in Toscana è l’ultimo giorno di attività didattica, e quindi fin da oggi pomeriggio (o da domani al massimo) inizieranno gli scrutini finali dell’anno scolastico, dando la precedenza quasi certamente alle classi quinte che debbono sostenere l’esame di Stato. Per la prima volta io non partecipo, essendo ormai in pensione, ma avverto comunque il bisogno di interessarmi e parlare dell’argomento perché mi sento ancora un docente e non posso abbandonare del tutto quella che è stata per quarant’anni la principale attività della mia vita. Si dice che chi è carabiniere o ha militato nel corpo degli alpini rimanga nel suo ruolo per tutta la vita, anche quando è pensionato; ed io credo che lo stesso si possa dire per qualsiasi professione.
Gli scrutini finali sono uno dei momenti più difficili della professione docente, perché non si tratta di un normale adempimento come fare una lezione o scrivere una relazione, ma di prendere decisioni che possono influire sulla vita degli studenti, anche oltre quello che è il semplice risultato dell’anno scolastico. Per questo molti colleghi si lasciano prendere da scrupoli di coscienza, l’insicurezza prende campo in loro, ne influenza il modo di pensare e di agire e molto spesso ciò si risolve in un “aiuto” dato allo studente, giacché è convinzione diffusa l’idea che il bene dell’alunno coincida sempre e comunque con la promozione, mentre la bocciatura è giudicata da tutti come un’autentica sciagura, un fallimento non tanto dello studente e della sua famiglia (che magari ha fatto la scelta sbagliata nel far intraprendere al figlio o alla figlia un percorso scolastico non adatto), quanto della scuola stessa. Molti colleghi continuano a colpevolizzarsi e a ritenere che l’insuccesso di certi studenti non dipenda dal loro scarso impegno, alla loro demotivazione o mancanza di attitudini, bensì dall’inadeguatezza dell’insegnante stesso, che non è riuscito a comprendere o a valorizzare certe qualità che, pur restate nascoste, da qualche parte dovevano pur essere. Perciò, se in una classe ci sono diversi alunni con insufficienze, si finisce con il pensare che la colpa sia dei docenti: lo pensano le famiglie (che non ammettono quasi mai le mancanze dei propri figli), lo pensano i dirigenti scolastici, i quali pretendono che i professori mettano in atto una serie di fantomatiche “strategie” per recuperare quello che non si può recuperare, e finiscono per pensarlo i docenti stessi che si vedono attaccati da ogni parte. E allora meglio promuovere tutti, così sono tutti contenti ed il senso di colpa può finalmente dissolversi. Si sa che con i sensi di colpa si vive male; quindi è meglio liberarsene facendo sanatorie generali, magari partendo da qualcuno i cui voti vengono sollevati per qualche ragione particolare (problemi personali, situazioni familiari, stati di salute ecc.) e poi, per un malinteso senso di equità, estendendo il beneficio a tutti gli altri.
Le motivazioni per le quali gli scrutini finali sono spesso delle farse pietose dove al posto di giudizi seri e motivati si assiste al mercato delle vacche sono molteplici: ci sono ancora, sebbene siano passati 50 anni, residuati ideologici di origine sessantottina, quando la promozione era un atto dovuto mentre bocciare era”fascista”; ci sono ragioni di tipo utilitaristico, tipo evitare che vengano accorpate o non concesse delle classi se il numero degli alunni, in seguito a non ammissioni all’anno successivo, diventa troppo esiguo; c’è anche, da parte di alcuni colleghi, un senso di protezione e di attaccamento materno (o paterno) verso i propri studenti, per cui bocciarne qualcuno crea un senso di disagio e di frustrazione al professore stesso; c’è infine questo senso di colpa, di inadeguatezza al proprio ruolo che si è diffuso in società e ha contagiato molti dirigenti e professori, in base al quale l’insuccesso scolastico di uno studente non dipende da lui ma da chi non ha saputo comprenderlo e valorizzarlo, o non ha adottato le necessarie “strategie” per fargli raggiungere, a forza di spinte, la sufficienza. Tutta la società, a partire dagli organi di informazione, dai pedagogisti, psicologi e sociologi, è portata a blandire gli studenti e giustificarli per ogni loro mancanza: se sono maleducati e indisciplinati, la colpa è del professore che non sa tenere la disciplina; se non studiano e vengono a scuola a scaldare il banco, la colpa è del professore che non sa interessarli e motivarli; se hanno un rendimento scarso, è perché il professore pretende troppo, è troppo severo e arcigno, offende l’autostima dei poveretti capitati sotto le sue grinfie. Si dice che una falsità, se ripetuta tante volte, finisce per diventare una verità: e così è accaduto nella scuola, dove i docenti stessi si sono abituati ad autoaccusarsi degli insuccessi altrui, e quindi, per tranquillizzarsi la coscienza, si fanno sanatorie indegne agli scrutini mandando avanti degli ignoranti che diventeranno analfabeti di ritorno, anzi lo sono già. Poi ci sono anche casi particolari, quando cioè si debbono scrutinare studenti che sono figli di colleghi insegnanti; e questa è la peggiore sciagura che possa capitare ad uno di noi, di avere in classe il figlio di un collega della nostra stessa scuola. Accade molto spesso che certi docenti, magari professionalmente seri e pure severi con i propri alunni, una volta diventati genitori si rivelano peggio degli altri e pretendono che per il proprio figlio si faccia eccezione alle regole e si dilatino le valutazioni come palloni che si gonfiano ad aria compressa. Ma questo argomento è troppo ampio per essere affrontato qui: magari sarà oggetto di un prossimo post di questo blog.
Per tutti i quarant’anni in cui ho prestato la mia opera di docente, io ho sempre pensato che la non ammissione di un alunno alla classe successiva (cioè la bocciatura) non sia affatto una sciagura o un giudizio fallimentare sulla persona, poiché sappiamo tutti che ci sono stati e ci saranno sempre tanti casi di studenti dal cattivo rendimento scolastico che però poi hanno avuto grandi successi nella vita. Einstein fu bocciato in quinta elementare, e Giuseppe Verdi non fu ammesso al conservatorio di Milano! Un alunno può anche avere grandi capacità che poi svilupperà negli anni futuri ma non essere tagliato per il corso di studi che ha scelto (o che i genitori hanno scelto per lui), può essere stato svogliato per problemi personali o per qualsiasi altro motivo, ma questo non limita certamente il suo valore umano. La non ammissione alla classe successiva non significa affatto che il ragazzo o la ragazza siano mentalmente inferiori agli altri o siano dei reietti della società, come li si vorrebbe far passare; significa soltanto che, per una serie di motivi non sempre chiari e palesi, non sono stati raggiunti neanche gli obiettivi minimi che erano preposti alla classe da loro frequentata. E perciò, come non si darebbe in mano un aereo ad un pilota che non ha dimostrato di saperlo guidare, come non si farebbe entrare in sala operatoria chi non ha la specializzazione in chirurgia, così non si può e non si deve promuovere chi non lo merita. Anche se vissuta come un dramma, la ripetizione di un anno scolastico non lo è affatto; anzi, rivedendo con calma quei contenuti che non si sono appresi, ricostruendo quelle basi tecniche che si è dimostrato di non possedere (penso alle conoscenze linguistiche del latino e del greco, ma anche alla matematica), lo studente vivrà più tranquillo e avrà modo di riprendersi l’anno successivo e di avere un profitto migliore. Mandandolo a frequentare una classe superiore per la quale non ha le basi e le conoscenze necessarie, lo si condanna invece a sentirsi sempre inferiore agli altri, a vivere nell’angoscia di non riuscire a seguire programmi e contenuti per i quali non è preparato. In questi casi promuovere equivale non ad aiutare, ma al contrario a danneggiare lo studente. Qualcuno di questi pedagogisti post sessantottini dice ancora che la bocciatura non serve, perché deprime e demotiva dallo studio; io invece sostengo il contrario, perché nella mia lunga carriera ho visto molte volte alunni che hanno ripetuto un anno ma hanno trovato in ciò una nuova motivazione che ne ha migliorato di molto non solo il rendimento scolastico ma anche l’autostima e la serenità personale. E poi sono convinto fermamente di una cosa: che se la bocciatura serve a poco, la promozione immeritata serve ancor meno.

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Il nuovo esame di Stato? Io non partecipo

Per quanto riguarda l’esame di Stato conclusivo degli Istituti di secondo grado (un tempo denominato “esame di maturità”) ci sono quest’anno diversi cambiamenti rispetto a come tale appuntamento si svolgeva fino all’anno scorso: due sole prove scritte invece di tre, un maggior peso conferito al credito scolastico (cioè alla media dei voti che l’alunno ha avuto negli scrutini finali degli ultimi tre anni) ed una nuova modalità di svolgimento del colloquio. Questa sembra la novità più eclatante, dal momento che non è più data alla commissione la possibilità di intavolare sul momento gli argomenti da proporre al candidato, ma occorre preparare prima della prova una serie di buste chiuse contenenti gli argomenti da trattare; tra di esse lo studente ne estrarrà una a sorte e su quella si svolgerà il colloquio. Apparentemente la cosa sembra avere una logica ben precisa, che è quella di impedire che i candidati sappiano in anticipo quali sono le domande alle quali dovranno rispondere; ed il principio non è sbagliato, perché (diciamoci la verità) molto spesso avveniva finora che i commissari interni, e qualche volta anche quelli esterni, comunicassero in anticipo i contenuti del colloquio, per favorire ingiustamente gli studenti. Una volta mi accadde, come presidente di commissione, di notare che una docente interna avesse già scritto su di un suo quaderno, che incautamente aprì di fronte a me, i nominativi dei ragazzi con scritti sotto a ciascuno gli argomenti che avrebbe chiesto in sede di colloquio. Alla mia richiesta di chiarimenti costei, piuttosto confusa e rossa in viso, disse che quello era un pro-memoria che aveva compilato per sé e per evitare di fare troppe volte le stesse domande a molti candidati; ma si vedeva bene che stava mentendo e che in realtà aveva già comunicato ai suoi studenti ciò che avrebbe loro sottoposto, in modo che potessero prepararsi su quello ignorando tutto il resto. E la prova del mio sospetto arrivò poco più tardi: durante il colloquio di una ragazza considerata brillante dalla scuola e presentata con un’altissima media avvenne che costei, che aveva risposto brillantemente ai quesiti posti dall’insegnante interna, cadde miseramente di fronte ad una semplice domanda sulla stessa materia che io, come presidente, ebbi l’ardire di sottoporle. Era chiaro quindi che aveva studiato solo ciò che sapeva da tempo che le sarebbe stato chiesto. Questo piccolo episodio è solo uno degli innumerevoli esempi di illegalità che vengono compiuti all’esame di Stato da chi ritiene, erroneamente, che i voti alti e molto spesso “gonfiati” diano lustro alla scuola e ai docenti di quella scuola, considerato che, purtroppo, nella nostra società la forma vale molto più della sostanza. Dispiace constatare che comportamenti del genere avvengono in tanti luoghi: gli studenti vengono coccolati e aiutati in tutti i modi, anche al di là dei limiti della legalità e della decenza.
Certo è questo il motivo per cui il Ministero ha inaugurato questa nuova formula per il colloquio, anch’essa aggirabile ma con maggiore difficoltà. Il problema che si presenta, però, è che sul nuovo colloquio ci sono molti interrogativi che non sono stati chiariti da chi di dovere. Anzitutto: queste buste vanno preparate dalla commissione in sede d’esame oppure già durante l’anno scolastico il Consiglio di classe deve offrire uno specimen o esempi di buste già compilate per facilitare (e anche “indirizzare”, diciamo così) l’operato dei commissari? Molte scuole sembra che l’abbiano intesa così, riunendo i Dipartimenti e affannandosi a compiere un lavoro che forse neanche spetterebbe a loro. Ma che vogliamo farci? Spesso noi docenti siamo più realisti del re, cioè veniamo affetti da un lodevole zelo e ci riteniamo in obbligo di fare qualcosa a cui non siamo obbligati affatto, e questo è uno dei difetti più diffusi nella nostra categoria. Inoltre ci sono altri interrogativi sul colloquio, ad esempio questo: nelle famose buste da chiudere e far aprire poi ai candidati vanno messi gli argomenti per sommi capi (ad es., per italiano, Leopardi) oppure vanno specificati anche gli aspetti specifici ed i testi (ad es. A Silvia, vv. 30-40) su cui si svolgerà la prova? Io propendo per la prima ipotesi, ma parlando con alcuni colleghi in servizio ho saputo che invece, a loro giudizio, va specificato tutto. Ma in questo modo la commissione d’esame, se pur avesse gli esempi addotti dai colleghi del Consiglio di classe, sarà sottoposta ad un lavoro immane, perché per compilare schede di questo genere, così particolareggiate e afferenti a tutte le materie d’esame (che oltretutto andrebbero collegate tra di loro per il principio dell’interdisciplinarietà) occorrono non minuti, ma diverse ore. Quindi gli sventurati commissari saranno costretti a rimanere in sede, tutti i giorni, fino alle nove di sera per espletare questo lavoro? Se veramente sarà così, dubito che si troveranno molti presidi e docenti disposti ad assumersi un impegno del genere, considerato anche che i loro colleghi non impegnati nell’esame se ne staranno già comodamente a casa in vacanza. E poi, se tutti gli argomenti sono già specificati nella busta, non c’è il rischio che il colloquio d’esame si trasformi in un monologo univoco, una performance dello studente mentre i commissari se ne restano ad ascoltare in silenzio?
A causa di tutte queste novità, allestite in fretta dal Ministero e comunicate in ritardo alle scuole, restano sul nuovo esame molti interrogativi e molte incertezze che poi, nella fattispecie, graveranno sulle commissioni ed in particolare sui presidenti che ne sono i diretti responsabili. C’è il rischio concreto di un aumento del contenzioso che già esiste in abbondanza e del quale spesso si abusa, perché in presenza di norme nebulose e non ben definite aumenta certamente la probabilità di compiere errori di forma che possono provocare ricorsi e prolungati fastidi. Essenzialmente per queste ragioni io ho deciso quest’anno di non presentare la domanda di partecipazione all’esame, visto che essendo in pensione non sono più obbligato a farlo. Dopo qualche anno di interruzione, di recente è stata ripristinata la possibilità per presidi e docenti a riposo di far parte delle commissioni d’esame, nel limite temporale di tre anni dalla decorrenza della pensione; perciò avevo pensato di approfittare di questa opportunità, ma di fronte ad un possibile salto nel buio ed in vista di possibili spiacevoli conseguenze ho deciso di rinunciare. Già più volte mi è successo di trovarmi in situazioni non certo simpatiche: l’ultimo episodio si è verificato quando alcune persone in malafede travisarono volutamente quel che avevo scritto su questo blog per accusarmi di aver diffamato la loro scuola, mentre invece le mie considerazioni sulle irregolarità che si verificano durante gli esami erano generiche e non si riferivano a nessun Istituto in particolare; anzi, ironia della sorte, fu proprio in quella scuola che la mia commissione lavorò in un clima sereno e collaborativo, senza che emergesse mai alcunché di sospetto. C’è molta malevolenza in giro, la volontà di danneggiare il prossimo per il puro gusto di farlo, e questa è una ragione in più, che si aggiunge a quelle in precedenza enunciate, per rifiutarsi di partecipare a questo stanco rito che assomiglia sempre più ad una formalità priva di sostanza. Una ragione in più per andarsene al mare, specie quando si è ormai raggiunta un’età nella quale il riposo è molto più attraente delle polemiche inutili e dannose.

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La nuova seconda prova d’esame del Liceo Classico

Finalmente, dopo una lunga battaglia condotta in primis dal prof. Bettini dell’Università di Siena a cui tanti altri si sono accodati compreso – modestamente – il sottoscritto, è stata cambiata la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che resisteva da quasi un secolo sempre nella stessa forma, quella della “versione” secca e decontestualizzata dal latino o dal greco. Nel mio piccolo, attraverso questo blog ma soprattutto avvalendomi dell’esperienza di quasi 40 anni di insegnamento di latino e greco nel triennio del Classico, ho a lungo cercato di dimostrare come questa seconda prova andava cambiata, ed il cambiamento era necessario per diversi motivi: i giovani di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, oggi le conoscenze linguistiche (a partire dalla scuola media, dove spesso la grammatica non si fa neanche più) sono molto ridotte rispetto al passato, i nuovi strumenti informatici e la presenza di internet hanno cambiato la vita di tutti noi e soprattutto dei giovani, i quali non stanno più ore ed ore sul vocabolario a “fare la versione”: nella maggior parte dei casi purtroppo (e sottolineo il mio disappunto) scaricano le traduzioni già pronte da siti internet che le mettono loro a disposizione, e comunque l’uso dello smartphone e di altri strumenti, eliminando o riducendo la necessità di indagare in proprio per arrivare a certe conoscenze e certi risultati, sviluppa alcune abilità, ma conculca ed inibisce proprio quelle che occorrono per il lavoro di traduzione dalle lingue classiche. Inutile e controproducente è perciò la resistenza dei conservatori che, nel nostro ambito degli studi classici, continuano ad insistere con la classica “versione” senza rendersi conto che nel mondo attuale la realtà è qualcosa di sfuggente, di transitorio, che muta ad una velocità cento volte superiore a quanto avveniva in passato: perciò, se fino ad alcuni anni fa la prova d’esame con la “versione secca” poteva avere un senso, oggi non ce l’ha più, perché gli studenti attuali – tranne qualche raro caso – non sono più in grado di tradurre da soli brani di media difficoltà dal latino e dal greco. La traduzione è ormai diventata un lavoro da esperti, da studiosi accademici, non da studenti di liceo; è meglio dunque prendere atto della verità, anziché continuare ipocritamente, come ha fatto il Ministero negli ultimi dieci anni, ad assegnare all’esame brani come quelli di Aristotele, impossibili per gli studenti, solo per poter fingere che ancora sia possibile ricavare dai liceali degli esperti conoscitori delle lingue antiche. La realtà effettuale era che in tutti i licei i professori aiutavano smaccatamente gli studenti, quando addirittura non facevano la versione al posto loro. Di fronte ad una farsa di questo genere, che salva solo le apparenze ed aggira l’ostacolo in questo modo indegno, non è meglio cambiare, visto anche che la traduzione non è l’unico modo di conoscere il mondo classico, né l’unica abilità che i giovani debbono esercitare nei loro studi? Vi sono altri ambiti di conoscenza di tipo letterario, storico, artistico, filosofico ecc. che hanno pari o superiore utilità nella formazione culturale di uno studente rispetto al mero aspetto linguistico delle discipline classiche, in cui pochissimi ormai riescono ad orientarsi. Lo scopo del Liceo Classico non è quello di sfornare traduttori ma di formare persone colte ed in grado di ragionare in modo autonomo e poter così, con l’ausilio di una vasta cultura, conoscere il proprio mondo ed operare autonomamente le proprie scelte di vita.
Dopo molto tempo e lunghi dibattiti, il Ministero ha finalmente riconosciuto la realtà dei fatti ed ha cambiato finalmente la prova. La nuova struttura è ben organizzata, favorisce il ragionamento e stimola il senso critico di ciascuno, senza eliminare del tutto la traduzione ma affiancandola con un raffronto tra due testi di contenuto analogo ma di lingua diversa (di cui solo il primo, contestualizzato, va tradotto dagli studenti mentre il secondo è accompagnato dalla traduzione) e con alcune domande di tipo interpretativo che si riferiscono ai testi proposti ma danno modo di spaziare anche su altri argomenti ad essi affini o comunque collegati. Va anche detto, ad onta dei conservatori ancora chiusi nella torre d’avorio della classicità da cui non vogliono scendere a nessun costo, che questa prova non è affatto una facilitazione o una banalizzazione della precedente, perché per operare confronti fra testi o rispondere a domande alquanto complesse non occorrono abilità o conoscenze inferiori a quelle necessarie per tradurre la versione; anzi, ne occorrono di più, benché diverse dalla semplice conoscenza della lingua.
Per il momento non possiamo giudicare in toto gli effetti del cambiamento, dato che questo è il primo anno scolastico in cui verrà proposta la nuova modalità; abbiamo però il modello di prova che è stato inviato alle scuole e svolto dagli alunni nelle settimane scorse. Ad un primo esame mi è sembrata una proposta accettabile: c’era da tradurre un brano di Tacito, non “secco” ma inserito in un contesto preciso e ben introdotto, a cui si affiancava un passo dello scrittore greco Cassio Dione che trattava un argomento analogo a quello dello storico latino; infine, la prova si concludeva con tre domande concernenti i testi proposti ma aperte anche ad ampliamenti tematici e confronti con altri testi similari. Non si può dire che questo tipo di lavoro sia facile o adatto a tutti, ma è comunque atto a verificare un più ampio spettro di conoscenze e di competenze rispetto alla versione “secca” dove in pochissimi riuscivano e mettevano in evidenza una sola abilità. Questa struttura, molto più adatta agli studenti di oggi, offre la possibilità anche a chi non sa tradurre (e parliamo della maggioranza degli studenti!) di ricavare da questa prova, che all’esame vale ben 20 punti su 100, qualcosa di positivo. Fino ad oggi, invece, la sola versione senza contesto portava a fallimenti totali, a cui poi dovevano rimediare i commissari in fase di correzione degli elaborati: in qualità di commissario d’esame, infatti, io mi sono trovato spesso di fronte a disastri totali nelle traduzioni, ai quali dovevamo rimediare noi con correzioni “benevole”, cioè chiudendo un occhio e anche due per poter consentire allo studente di arrivare all’orale e passare l’esame. Questa, a mio giudizio, è pura ipocrisia, un comportamento ai margini della legalità, se non oltre. E’ quindi molto preferibile prendere atto della realtà e modellare l’esame su quelle che sono le effettive potenzialità degli studenti di oggi, cambiando ciò che va cambiato. Rimanere ancorati al passato e a ideali irrealizzabili significa essere fuori dal mondo, significa costruire un fantoccio inconsistente che poi, al primo soffio di vento, si sgretolerà in mille frammenti.

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Se il prof. non dà il buon esempio…

Qualche giorno fa è apparso un post su Facebook, non ricordo chi l’abbia inviato, il quale proclamava con indignazione la notizia secondo cui in un Istituto di istruzione superiore (forse un liceo) il Dirigente scolastico ha diramato una circolare che invita tutti i docenti, al momento in cui arrivano a scuola, a lasciare in presidenza il cellulare e non usarlo quindi per tutta la mattinata. Alla notizia seguiva una serie di commenti di colleghi infuriati contro quel dirigente perché, a detta loro, trattava i docenti come bambini indisciplinati e soprattutto – e questo era il motivo principale dell’indignazione – li metteva alla pari con gli studenti. Quest’ultimo argomento è veramente ridicolo, secondo me: professori che si comportano da “amiconi” con i loro studenti, ci scherzano e fanno battute a volte di dubbio gusto, si fanno persino imitare e prendere sottilmente in giro dai ragazzi e poi, solo per quanto riguarda il cellulare, rivendicano orgogliosamente la superiorità del proprio ruolo rispetto a quello dei discenti. Inoltre, non avendo altra argomentazione, protestano dicendo che anche i medici, gli avvocati, i parlamentari ecc. usano il cellulare durante la loro attività lavorativa, senza tener conto che è una pessima linea difensiva quella di giustificare le proprie mancanze stigmatizzando quelle altrui; ed inoltre non tengono conto che il lavoro dell’insegnante è diverso dagli altri, presuppone anche una funzione educativa e formativa che altri professionisti non hanno. Come possiamo lamentarci della dipendenza dei giovani dallo smartphone quando ne siamo schiavi anche noi? Mi sembra di rivedere il comportamento di mio padre quando ero bambino e ragazzo: lui fumava come un turco ma proibiva con gran severità che io ed i miei fratelli prendessimo quel vizio; lui faceva largo uso di turpiloquio e di espressioni sconvenienti, ma se noi dicevamo qualche parolaccia succedeva il finimondo. Questa è pura incoerenza: se non vogliamo che gli altri si comportino male o prendano cattive abitudini, cominciamo a dimostrare di essere noi per primi esenti da quelle cattive abitudini. Il buon esempio, a mio parere, vale più di ogni invito ed ogni proibizione.
La triste realtà è che purtroppo – e sottolineo questo avverbio – tutta la società attuale e tutte le persone di qualunque età, escluse poche eccezioni, sono dipendenti dalla tecnologia e da questi aggeggi elettronici di cui non riusciamo più fare a meno. Oggi vediamo usare lo smartphone molto al di là di quella che sarebbe la sua funzione, quella cioè di essere un telefono: dovunque le persone lo usano, in treno, in sala d’aspetto del dentista, al supermercato, nelle corsie di ospedale, a scuola ecc. Non è più lui al servizio nostro, ma noi al servizio suo, e questa è la vera sciagura, poiché la tecnologia dovrebbe migliorare la vita all’uomo, non renderlo succube. E purtroppo questo processo di asservimento ha raggiunto anche i docenti, che non vediamo più in sala professori, magari durante un’ora libera, a leggere un libro o a documentarsi sulla lezione da svolgere, ma chattare e messaggiare sullo smartphone, proprio come i ragazzi adolescenti che sono nostri alunni. Assurda e ridicola è quindi la protesta dei docenti che rivendicano buffonescamente la superiorità del loro ruolo su quello degli studenti quando, nella fattispecie, si comportano esattamente allo stesso modo. Per questo trovo giustissimo che i cellulari siano banditi totalmente dalle scuole, sia da parte dei ragazzi che dei professori, anche perché non v’è alcuna necessità di tenerli addosso; se si verifica qualche problema in famiglia, infatti, c’è il telefono della scuola che può ricevere la notizia e comunicarla poi all’interessato. E un po’ patetica è anche la scusa di coloro che dicono che lo smartphone serve loro per la didattica e per compilare il registro; se una scuola ha il registro elettronico infatti, come avviene un po’ dappertutto ormai, c’è il computer di classe con cui compiere le operazioni di registro, oppure altri computers della scuola. Di questi apparecchi il Ministero ce ne ha dati anche troppi, non si sa più dove metterli. Caso mai sono i libri ed altri strumenti didattici che mancano, ma i computers non mancano mai.
Questo discorso del cellulare si inserisce però in un tema più vasto, quello del comportamento dei docenti dentro e fuori la scuola. Io ho sempre pensato che la prima nostra funzione di educatori fosse quella di dare il buon esempio agli alunni, in vario modo: rispettandoli come persone, se vogliamo ch’essi rispettino noi; trasmettendo loro il senso della giustizia, senza fare preferenze ed eccezioni per nessuno nella valutazione; dimostrando impegno ed entusiasmo per il nostro lavoro e le discipline che insegniamo, perché solo così possiamo chiedere a degli adolescenti di considerare lo studio un mezzo essenziale di formazione e non un obbligo fastidioso. E ritengo anche, come diceva Quintiliano, il più grande pedagogista della civiltà romana antica, che il maestro debba dare il buon esempio agli alunni anche nelle abitudini personali, non soggiacendo a quei vizi che non vuole vedere nei suoi allievi. Che senso ha proibire tassativamente agli studenti di fumare quando i docenti fumano a scuola – magari nel cortile, ma lo fanno – sotto gli occhi di tutti? Come può essere educatore un professore che si ubriaca o fa uso di droghe, anche se non lo fa nelle ore di scuola? E qui non mi vengano a dire che nella vita privata ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, perché non è vero: gli studenti sanno cosa fanno i loro insegnanti, come vivono, che abitudini hanno ecc. Se ci sono dei vizi e dei comportamenti vergognosi ciò si viene a risapere e non costituisce certo un modello di educazione! Per quanto mi riguarda, io di fronte ai miei alunni ho sempre evitato l’eccessiva familiarità perché è deleteria; una linea di demarcazione precisa deve esistere, altrimenti ci sarà sempre il maleducato o lo strafottente di turno che si approfitta del clima amichevole per mancare di rispetto al docente. Però, nonostante questa mia seriosità, ho sempre dato spazio alle richieste dei miei studenti, ho sempre tutelato la loro autostima e soprattutto non ho mai assunto davanti a loro atteggiamenti sconvenienti, non ho mai detto una parolaccia in loro presenza neanche nei momenti di irritazione che comunque esistono nel nostro lavoro. Questo perché le cattive abitudini, se sono deplorevoli in chiunque, sono addirittura criminose in un docente, che non occupa quel posto solo per insegnare “tecnicamente” le proprie materie, ma anche per modellare i caratteri e tentare di volgerli in direzione dei buoni principi.

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Recensione a “Per le nostre radici” di Andrea Del Ponte


Tra i molti libri ed articoli che affrontano oggi la dibattuta questione dell'”utilità” dello studio delle lingue classiche, particolare rilievo assume un volume molto recente (pubblicato nell’agosto 2018 dall’editrice “Aracne” di Roma) che già dal titolo, “Per le nostre radici”, lascia intendere quale ne sarà l’argomento. L’Autore è un attivissimo docente genovese, il prof. Andrea Del Ponte, che io ho conosciuto tramite Facebook e con il quale ho subito familiarizzato sia per l’entità dei nostri comuni interessi sia per un’impostazione critica e ideologica che non si scosta di molto dalla mia. In questo ed in altri casi, ad onta di tutto ciò che di negativo si dice e si scrive sui nuovi mezzi di comunicazione, dobbiamo riconoscere che la tecnologia che ha creato internet ed i “social” può essere utile per fare nuove conoscenze ed istituire un proficuo confronto di opinioni.
Il libro testimonia senza dubbio il grande amore che Del Ponte nutre per le sue come per le nostre radici, ossia per le lingue classiche, ed in particolare la lingua latina cui il libro è essenzialmente dedicato; e come il sottoscritto e tanti altri studiosi, egli sente la necessità di difendere e giustificare lo studio e la conoscenza di queste nostre radici culturali, senza ovviamente escludere altre discipline ed altre conoscenze, che s’innestano nel tronco principale – quello classico – della nostra formazione di moderni uomini e donne dell’Occidente, quell’Abendland che si è fondata culturalmente per secoli sugli studi umanistici. Ma oggi più che mai la liceità degli studi classici è messa in dubbio dalla mentalità economicista e utilitaristica delle società moderne, ed ecco quindi la necessità di ribadire concetti e convinzioni che in passato nessuno avrebbe mai messo in dubbio. A tutti noi, nella nostra normale attività di docenti di Liceo, è capitato di sentirsi chiedere da futuri studenti, genitori o persone comuni: “A cosa serve il latino?” “A cosa serve il greco?”. Domande di questo genere, che non debbono essere subito liquidate come frutto di ignoranza, hanno bisogno di una risposta, se vogliamo che la tradizione umanistica continui a vivere e che il Liceo Classico, principale fucina di questi studi, non debba chiudere i battenti.
Il libro di Andrea Del Ponte si divide in tre capitoli. Il primo, “Radici storiche e attualità della Latinitas”, ricorda come la lingua latina andò affermandosi nel corso dei secoli e non perse mai la sua identità pur trasformandosi nelle varie lingue romanze, per studiare e comprendere le quali è necessario il continuo richiamo alla lingua base, mentre vani sono stati i tentativi di sostituirla con l’utopia di una lingua universale, come il famoso “esperanto” che in realtà si è rivelato un fallimento; nonostante quindi la minore conoscenza effettiva del latino che caratterizza i nostri tempi rispetto al passato, la lingua di Roma ha continuato ad affermarsi presso la Chiesa cattolica, la scuola, l’alta cultura degli organismi statali e delle Università (che spesso utilizzano motti e frasi latine) e persino nella canzone. Per quanto riguarda in particolare la scuola, il nostro Paese ha il vanto del maggior numero di corsi dove il latino è obbligatorio, più il Liceo Classico (circa il 6,7% del totale degli studenti) dove si studia anche il greco. Qualcuno vorrebbe rendere opzionali queste materie, così come accade in alcuni paesi europei, e l’Autore del libro è contrario a questa ipotesi; e qui io non concordo pienamente con lui, convinto come sono che nel nostro ordinamento, specie dopo la cosiddetta “riforma Gelmini” vi siano degli indirizzo di studio (v. il liceo linguistico) dove il latino ha uno spazio talmente limitato che sarebbe preferibile abolirlo e sostituirlo con letture di autori latini (e perché no anche greci) in traduzione. Come già altri studiosi hanno detto in passato, anch’io sono convinto che i molti insuccessi scolastici in questa materia dipendono anche dal fatto che sono in troppi a studiarla, anche studenti che per essa non hanno alcun interesse o propensione.
Il secondo capitolo del volume, per me il più significativo ed interessante, ha per titolo “Il dibattito sull’utilità del latino” ed è inizialmente una rassegna cronologica di opinioni e pensieri sull’argomento, dai tempi del conte Monaldo Leopardi (padre di Giacomo) fino alla più recente attualità. Tutte le voci testimoniate in questa rassegna ribadiscono, da vari punti di vista e con diverse motivazioni, l’utilità e la necessità degli studi classici e quindi, senza richiamarle una per una, agiscono nell’unica direzione alla quale anche noi ci conformiamo. Ma poi, nella seconda parte del capitolo, Del Ponte presenta invece le voci dei detrattori degli studi classici, che possono suddividersi – per comodità espositiva – in esterni ed interni. Per quanto riguarda i primi non c’è bisogno di fare alcun nome particolare: sono tutti coloro che si sono lasciati trascinare dal potere assoluto della tecnocrazia, del neoliberismo e del neocapitalismo, cioè da una mentalità che mira soltanto al profitto e al consumismo, un “mostro” che travolge le stesse legitime istanze nazionali con l’arma micidiale dello spread e degli interessi sul debito, riducendo tutta la realtà ai valori materiali e rendendo quindi difficile per i giovani, minacciati dallo spettro sempre più concreto della disoccupazione, intraprendere gli studi umanistici. L’aziendalismo e l’economicismo di oggi hanno mortificato tutti quei valori umani e culturali in cui per secoli si è fondata la formazione dei giovani nel nostro Paese, e tale forma mentis è purtroppo entrata anche nella scuola stessa da quando si è cominciato a concepirla come un’azienda alla pari delle altre, da quando la forma conta più della sostanza, l’immagine esterna più della valenza formativa, da quando cioè il preside si chiama “Dirigente” e gli alunni “utenti”, come i consumatori di gas o di energia elettrica. Combattere questa aridità mentale che incensa solo i valori materiali, diametralmente opposti a quelli umanistici, è molto difficile; ma per chi sostiene gli studi classici c’è da fare i conti anche con la contestazione interna, cioè quei professori, pedagogisti o intellettuali che, pur sostenendo di fondo lo studio del latino e del greco, auspicano però innovazioni anche sensibili nelle metodologie di studio e di insegnamento; c’è infatti, sotto questo punto di vista, un dibattito che dura da tempo tra gli accesi conservatori che non vogliono cambiare nulla rispetto all’esistente (compresa la traduzione dal greco e dal latino) e coloro che invece, pur salvaguardando lo studio della lingua e l’analisi diretta dei testi, intendono comunque adeguare gli studi classici agli studenti di oggi, che sono molto meno abili – per una serie di ragioni di cui spesso ho parlato in questo blog – nell’esercizio di traduzione. La contesa si è accesa soprattutto intorno alla seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che in effetti quest’anno è cambiata e non prevede più soltanto la traduzione ma una conoscenza più ampia e variegata dei testi e della storia letteraria. Sotto questo aspetto il collega Del Ponte riconosce che il grammaticismo e l’eccessivo conservatorismo metodologico possano danneggiare gli studi, ma ribadisce la centralità della traduzione e adduce tutta una serie di valide ragioni; dal canto mio però io non concordo totalmente con lui ma mi avvicino alle posizioni del prof. Bettini che da anni conduce una battaglia contro l’analisi testuale fine a se stessa. Ritengo anch’io che lo studio linguistico non vada abbandonato, ma vada affrontato in modo più agevole e avveduto, eliminando la pedanteria di coloro che insistono per mesi su regole e regoline che magari gli studenti non incontreranno mai nel percorso successivo degli studi; sono poi anche convinto che le conoscenze di tipo letterario, storico, artistico ecc. non siano da porre su di un piano inferiore rispetto a quelle linguistiche, che oltretutto con il tempo finiranno per essere dimenticate. Non tolgo nulla al valore formativo e culturale della traduzione dal greco e dal latino, ma ribadisco che non bisogna conferirle un ruolo determinante ed esclusivo nella valutazione degli studenti, che certo tra vent’anni ricorderanno meglio il pensiero di Seneca o il metodo di Tacito rispetto all’ablativo assoluto o la consecutio temporum.
Il terzo capitolo del libro di Dal Ponte presenta, in ordine alfabetico, una rassegna di istituzioni, usi e costumi o situazioni contingenti di cui i vari scrittori latini, compresi quelli medievali e moderni, si sono occupati. Ciò dimostra quanto sia errato e assurdo definire il latino come “lingua morta”, quando invece è più viva che mai e continua a vivere insieme a noi nell’arte, nella scienza, nella liturgia ecc., benché molti dei moderni non se ne accorgano neppure. Il mantenimento degli studi classici è quindi non solo legittimo, ma addirittura indispensabile per farci comprendere il mondo in cui viviamo, le cui “radici” – per rifarci al titolo – affondano profondamente nel terreno dei secoli fino ad arrivare a quella Roma che dominò il mondo non solo militarmente ma anche culturalmente. L’essenziale è che si abbandoni una volta per tutte la categoria del “servire” inteso in senso praticistico, anche perché in questa specifica accezione nessuna disciplina servirebbe veramente, perché si può vivere anche senza conoscere non solo il latino, ma la letteratura italiana, la storia, la geografia, le scienze ecc. Come dice Nuccio Ordine, un altro studioso che ho recensito in questo blog e che si è occupato estesamente del problema dell'”utilità” del sapere, sarà proprio l'”inutile” a salvare l’umanità dalla nuova barbarie che, in nome del denaro e del consumismo, cerca di estendere ovunque i suoi artigli.

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Una nuova edizione di Catullo

Pochi giorni fa è stata presentata a Siena una recentissima edizione delle poesie di Catullo curata da Alessandro Fo, professore ordinario di Letteratura Latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di quella città. Il libro, molto voluminoso (oltre 1300 pagine) è stato pubblicato nella prestigiosa collana “NUE” dell’editore Einaudi di Torino; porta la data di fine stampa dell’ottobre 2018 e costa 58 euro, forse l’unico suo limite in quanto si tratta di un prezzo un po’ elevato; ma il volume può essere acquistato dagli insegnanti, cui lo consiglio vivamente, anche attraverso la “Carta del docente” e quindi con il denaro che il Ministero mette generosamente (!) a disposizione della categoria.
Su Catullo è stato scritto molto e di ogni argomento, ma il grande acume e l’indiscussa competenza del curatore Alessandro Fo fanno in modo che il volume presenti tanti aspetti di novità e tante informazioni inedite, espresse in relazione ad altri autori latini oppure anche in confronto con le letterature moderne, considerato che anche queste (ed in particolare la poesia del ‘900) sono di competenza dell’autore di questa edizione. L’elaborazione lunga e particolareggiata di questo lavoro, considerata la mole del volume e delle notizie in esso contenute, si rende nota da sé; ma a mo’ di conferma aggiungo qui che il curatore del volume, in sede di riferimenti bibliografici, ha citato circa 1600 contributi precedenti al suo usciti su Catullo e la sua poesia, il che rende l’idea di quanto impegno debba mettere in gioco chi si profonde in un’impresa di questo genere. E’ ben noto che Catullo è uno dei poeti latini che ha suscitato maggior interesse sia negli studi filologici che nelle letture private delle persone comuni; perciò la bibliografia su di lui è sterminata ed in continua crescita, tanto che è impensabile – come dice lo stesso prof. Fo – poterla tenere tutta sotto controllo.
La parte iniziale del volume comprende un’introduzione generale sulla personalità e l’opera di Catullo, cui fanno seguito tre note: alla traduzione, al testo ed alla metrica, particolarmente utili per illustrare i criteri dell’interpretazione dei testi e la particolare valenza della polimetria catulliana. Seguono poi i 116 componimenti del poeta veronese, in traduzione e con il testo originale a fronte. Nel rendere in italiano le poesie del Veronese, il prof. Fo ha agevolmente affrontato le grandi difficoltà che si sarebbero presentate a chiunque avesse voluto accingersi ad un tale compito, e l’ha fatto con un criterio generale che è quello di cercare di riprodurre, per quanto è possibile e lo consentano le strutture dell’italiano moderno, le caratteristiche fondamentali dell’originale. L’obiettivo è stato ottenuto anzitutto mediante la scelta della metrica “barbara”, quella cioè di riprodurre in italiano non solo il numero dei versi del testo catulliano, ma anche la cadenza e l’accentazione: per fare due soli esempi, l’endecasillabo falecio, cui Catullo fa spesso ricorso nella prima parte del libellus a carattere nugatorio, viene reso con versi endecasillabi italiani con accento tonico corrispondente, per quanto possibile, a quello latino, mentre il trimetro giambico ipponatteo (o coliambo), che presenta un’improvvisa inversione del ritmo all’ultimo piede, viene reso anche graficamente staccando l’ultima parola con una spezzatura orizzontale del rigo. Ma tradurre Catullo non presenta solo difficoltà metriche, bensì anche linguistiche, considerata la variopinta alternanza dei vari registri impiegati, con l’impiego di termini più aulici e ricercati da un lato (chi non ricorda il disertissime Romuli nepotum detto ironicamente a Cicerone nel c.49?) e di quelli più comuni e persino volgari dall’altro (è ben nota infatti la cosiddetta “oscenità” del poeta veronese); ma anche qui il curatore si è rivelato perfettamente all’altezza del modello, ricercando in italiano termini analoghi e rispondenti al massimo al tono espressivo dell’originale, da cui si distacca il meno possibile, correndo qualche volta anche il rischio di cadere nella pedanteria, salvo poi render conto nel commento delle scelte operate.
E veniamo alla parte più consistente del libro: le note di commento, appunto, che prendono da sole quasi novecento pagine, e questo già dice tutto sulla loro estrema accuratezza. Ogni carme catulliano viene prima introdotto in generale, poi commentato minuziosamente verso per verso con una serie di notizie letterarie, storiche, mitografiche di grande ampiezza e di altrettanto agevole interpretazione; una caratteristica generale di questo libro in effetti, che io come professore di liceo apprezzo in modo particolare, è che non è scritto con quell’astrusità criptica che spesso è appannaggio degli studiosi accademici, ma è invece comprensibile ad una larga fascia di lettori di media cultura, soprattutto perché riesce, con un registro linguistico accessibile, a rendere comprensibili anche problemi e questioni filologiche che in altri contesti risultano vietate ai “profani”. In questo percorso illustrativo ed esplicativo del grande valore artistico e letterario del poeta antico, il prof. Fo utilizza a piene mani i contributi precedenti al suo noti sui vari argomenti, ma li rielabora ed aggiunge ad essi la propria personale visione delle varie questioni, il che rende ricca ed esaustiva l’esegesi di ogni componimento. Per non estendere troppo questa mia recensione, prendo ad esempio soltanto il carme 85, il celeberrimo Odi et amo dove Catullo, facendo seguito al grande precedente di Saffo, scopre per la prima volta in ambito letterario romano il conflitto psichico che c’è tra ragione e sentimento, ossia tra la parte razionale e quella irrazionale dell’animo umano. A questo semplice distico il prof. Fo dedica una lunga introduzione, nella quale vengono ricordati sia i contributi specifici dei filologi classici che gli omaggi resi al Veronese da poeti moderni del calibro di Shakespeare e Baudelaire, nonché la riscrittura moderna del carme catulliano operata nel 2001 dalla poetessa canadese contemporanea Anne Carson (Toronto 1950)dal titolo I Hate and I love Perhaps Tou Ask Why. Difficile pensare a qualcosa di più completo ed esauriente di questo tipo di commento ad un testo classico, che in quanto tale non finisce mai di dire ciò che ha da dire, e trova quindi piena risonanza anche tanti secoli dopo la sua composizione.
Al termine di questa nota non posso far altro che raccomandare l’acquisto e la lettura di questo libro, che a mio avviso non è solo utile, ma addirittura indispensabile ad ogni docente, non solo come lettura ed arricchimento personale ma anche come strumento didattico. Gli innumerevoli spunti e confronti ch’esso contiene possono utilmente essere messi a disposizione degli studenti di oggi, i quali non sono insensibili come spesso si crede: se un docente trasuda entusiasmo per le discipline e gli argomenti che insegna, per i quali fa buon uso anche di strumenti eccellenti come questo libro, i suoi alunni non possono restare indifferenti di fronte all’enorme fascino che un poeta come Catullo suscita in chi gli si avvicina e cerca di conoscerlo meglio che può. Già questo poeta, con la sua vicenda personale fatta di amore e di amicizia, è vicino al mondo attuale, è un poeta “degli anni 2000”, come ho scritto in un post di qualche mese fa; adesso, con l’interpretazione che ce ne offre il prof. Fo, egli si è avvicinato ulteriormente al nostro mondo ed alla sensibilità dei nostri giovani. E’ compito dei docenti, se veramente tengono alla loro “missione”, farne un uso consapevole per arricchire la loro cultura e quella dei giovani a loro affidati.

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Il futuro esame di Stato

E’ mia abitudine, totalmente diversa da quella di tante altre persone, accogliere con benevolenza le leggi e le riforme che si presentano come un rinnovamento dell’esistente; magari poi mi debbo ricredere, ma sul momento non sono mai pregiudizialmente contrario a ciò che viene presentato come nuovo, specie in ambito scolastico. Così avvenne nel 2015 per la riforma scolastica del governo Renzi, detta “La buona scuola”, che all’inizio io accolsi quasi con entusiasmo, soprattutto perché introduceva finalmente il principio della rimunerazione dei professori in base al merito, ossia il famoso “bonus” concesso dal dirigente scolastico ad alcuni docenti di ogni scuola; poi però, quando ho constatato che il premio veniva concesso non ai docenti più bravi per preparazione o competenza didattica ma a coloro che organizzano attività extrascolastiche, gite o comunque eventi che nulla c’entrano con la didattica, ho cambiato completamente idea. Speriamo che questo non si verifichi per il nuovo esame di Stato della scuola secondaria di II° grado, che dovrebbe partire dal prossimo anno 2019.
Per dare un giudizio definitivo su questo cambiamento (io non lo definirei proprio una riforma) occorre ovviamente attendere la sua applicazione, almeno nel primo anno; per adesso, tuttavia, la nuova proposta mi sembra positiva per diversi aspetti, mi pare cioè che renda giustizia a studenti e professori più di quanto non sia avvenuto finora. Può darsi che mi sbagli e che il mio ottimismo venga smentito fin dal primo anno, com’è avvenuto con il “bonus docenti” della legge 107; per adesso, però, voglio sperare che sia un effettivo miglioramento, anche perché mi pare strano che ogni volta che si mette mano alla scuola si commettano sempre errori ed orrori, come il pessimismo nostrano tende a credere.
Nella struttura del nuovo esame ci sono, a mio giudizio, almeno tre elementi positivi: l’aumento del credito scolastico (da 25 punti a 40), cioè la percentuale che sul voto finale avrà l’andamento didattico dello studente negli ultimi tre anni, l’abolizione della terza prova scritta e quello della cosiddetta “tesina”, l’argomento cioè che i candidati dovevano scegliere di loro iniziativa ma che spesso era scadente, poco coerente con il corso di studi scelto e non di rado persino copiato di sana pianta da internet. Anche la terza prova è bene che sia stata abolita, perchè era un salto nel buio con domande piuttosto nozionistiche e afferenti a materie molto diverse tra loro (es. latino, storia, scienze, matematica), che finiva per accertare soltanto il possesso di nozioni e dati oggettivi senza che da ciò emergessero le qualità intuitive, argomentative e logiche dello studente. Quanto al credito, io ritengo che si dovrebbe arrivare addirittura ad attribuigli 50 punti su 100, cioè la metà del totale, perché non mi pare giusto ciò che spesso è accaduto finora, quando uno studente dal profitto sempre eccellente, magari per una prestazione non brillante in sede d’esame, si vedeva attribuire un voto molto più basso di quel che avrebbe meritato; e d’altra parte va detto che in diverse occasioni avveniva anche il contrario, cioè che studenti dallo scarso impegno e capacità, magari per un colpo di fortuna durante il colloquio d’esame, ottenevano voti molto più alti del dovuto. Il curriculum scolastico e l’esame dovrebbero avere lo stesso peso nel giudicare un alunno, in modo che la valutazione finale sia equa ed obiettiva.
Per quanto attiene specificamente al Liceo Classico, scuola dove ho insegnato latino e greco per 40 anni, io accolgo con grande soddisfazione la notizia del cambiamento cui sarà sottoposta la seconda prova scritta, quella che riguarda le materie caratterizzanti il corso di studio. Dal 1923 (riforma Gentile) al 2018 – quindi per quasi un secolo – questa prova è consistita nella traduzione in italiano di un brano di prosa latina o greca, senza contestualizzazione, senza alcuna nota e senza che gli studenti potessero scegliere alcunché; questa prova quindi, antiquata e sempre uguale a se stessa, non ha mai subito alcuna modifica, mentre negli altri licei ci sono stati cambiamenti significativi: allo scientifico, ad esempio, gli studenti potevano scegliere tra due problemi e dieci quesiti, e ovviamente sceglievano quelli che sapevano svolgere meglio. Al Classico tutto fermo, bloccato per quasi un secolo, con brani da tradurre che sono diventati sempre più difficili nel corso degli anni, in netto contrasto con quella che è la realtà dei giovani di oggi, che non hanno più neanche lontanamente le conoscenze e le capacità necessarie per tradurre brani astrusi e dottrinari come quello di Aristotele assegnato quest’anno, al cospetto del quale quello che tradussi io nel 1973, quando detti l’esame di maturità, era una sciocchezza. Ho sempre pensato che questo inasprimento dei brani da tradurre fosse dovuto ad un piano preordinato per penalizzare il Liceo Classico, al fine di distruggere una scuola che forma le coscienze e crea il pensiero autonomo spingendo gli studenti a non iscrivervisi in quanto “scuola difficile”. Altri miei colleghi mi hanno detto però che io sbagliavo a tracciare questa dietrologia, e che il motivo di scelte così assurde e inopportune da parte del Ministero fosse frutto di semplice incompetenza. Comunque sia, l’ingiustizia che subivano gli studenti del Classico nei confronti dei compagni di altri licei era evidente, tanto più che al giorno d’oggi le traduzioni autonome sono molto rare, i ragazzi molto spesso scaricano le versioni da internet e non si mettono più col vocabolario a passare ore a “fare la versione”, come facevamo noi studenti di 40 anni fa. Il diffondersi di internet e delle nuove tecnologie, che sviluppano determinate qualità mentali ed inibiscono proprio quelle che sono necessarie per l’analisi dei testi, ha fatto il resto, e la conclusione ovvia è che la traduzione dal latino e dal greco è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non più alla portata di studenti liceali. Di qui la necessità del cambiamento, dalla constatazione della situazione di fatto, che non si può nascondere facendo finta che i nostri ragazzi siano ancora in grado di tradurre un difficilissimo brano di Aristotele in poche ore, cosa che è del tutto falsa. Si tratta di pura ipocrisia, dimostrata non solo dai funzionari ministeriali, ma anche da quei colleghi conservatori, sostenitori dell’insegnamento pedante e minuzioso, che vede nella traduzione l’unica competenza degna di essere presa in considerazione per valutare un alunno. No, signori, la realtà è ben diversa: la traduzione è solo uno dei tanti metodi per avvicinarsi al mondo classico; esistono tanti altri approcci come quello artistico, letterario, filosofico, antropologico ecc. che resteranno certamente nella mente degli studenti più delle regole grammaticali e delle eccezioni fatte imparare a memoria.
Adesso la nuova seconda prova del Liceo Classico consisterà in un brano da tradurre lungo circa la metà dei precedenti; e si spera che chi lo sceglierà si orienti verso testi di tipo storico-narrativo, gli unici in cui gli studenti hanno una qualche probabilità di riuscire. Alla traduzione si affiancheranno domande di tipo formale (lingua, stile, retorica) ma anche storico-letterario, forse anche dell’altra materia rispetto a quella del brano da tradurre; la prova potrà infatti riguardare sia il greco che il latino, così come avverrà allo Scientifico con matematica e fisica. Ciò consentirà una valutazione più equa ed equilibrata dello studente, perché anche chi ha difficoltà nella traduzione (cioè la grande maggioranza dei ragazzi di oggi) avrà modo di rispondere alle domande e mettere in luce almeno una parte della sua preparazione. Il cambiamento era assolutamente necessario, e per questo io ho combattuto per anni anche da questo blog e scrivendo più volte al Ministero, da cui ho ottenuto risposte concilianti. Non si tratta di una resa, di una facilitazione dell’esame, come i barbogi conservatori chiusi nella Torre d’Avorio del classicismo continuano a sostenere; si tratta di un adeguamento della scuola alla società ed alla scuola attuali, che non possono più essere quelli del 1923, se si considerano gli enormi cambiamenti del costume avvenuti anche solo negli ultimi trent’anni. Con l’ipocrisia di chi voleva far sembrare che nulla fosse cambiato e che il Liceo Classico fosse ancora quello dei tempi di Gentile, cosa si è ottenuto? Che all’esame di Stato la versione veniva copiata da internet, oppure che i professori la svolgevano e poi la passavano agli alunni, del tutto incapaci di farla da soli. Non mi pare che questo comportamento sia in linea con i principi di trasparenza e di onestà che, in uno Stato civile, l’istituzione scolastica dovrebbe considerare come la sua prima e più importante funzione.

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La pesante eredità del ’68

In questo periodo si è tornati spesso a parlare del “mitico” ’68, ossia il movimento di protesta studentesco che in Europa ed in Italia diede avvio ad una serie di cambiamenti etici e sociali, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Coloro che parteciparono a quel movimento, che oggi sono tutti anziani, si erano illusi nella grande utopia di cambiare il mondo, di scardinare il “sistema” dalle basi, di sconvolgere l’ordine politico ed economico dell’epoca. Poi, passata la fase della grande illusione, c’è stato il cosiddetto “riflusso” ed i capi stessi delle lotte sessantottine, seguiti ben presto dagli altri, sono entrati a far parte di quel sistema che avevano esecrato per tanto tempo, alcuni militando persino in soggetti politici del tutto opposti a quella che era una volta la loro ideologia. E chi oggi, a distanza di 50 anni, vuol parlare obiettivamente di quel movimento, non può fare a meno di fare ammenda e riconoscere gli errori madornali che allora furono compiuti. Soltanto una parte di protagonisti e di seguaci continua a incensare il ’68 (quei “formidabili anni”, come li ha chiamati un importante leader di allora, Mario Capanna), ma lo fa più che altro per nostalgia, per rimpianto di quelli che furono gli anni della sua giovinezza ormai perduta. Vi sono pure gli illusi che continuano ancor oggi a vivere nel mondo dei sogni, a credere che “la fantasia al potere” sia ancora possibile, ma si tratta di una sparuta minoranza.
In realtà il ’68 fu un movimento di intellettuali che, nato in forma neutra, fu poi totalmente assorbito dall’ideologia marxista e comunista, che se ne appropriò e lo diffuse soprattutto nelle scuole e nelle università, dove negli anni ’70 in particolare quella ideologia dilagò a macchia d’olio: non c’era professore universitario, tranne poche eccezioni, che non si proclamasse comunista e non facesse ovunque una didattica politicizzata, specie nelle facoltà umanistiche. Ma questa infatuazione non fu controllata dal partito comunista “ortodosso” guidato da politici come Longo e Berlinguer, bensì dilagò alla sinistra di esso mediante la formazione di gruppi extraparlamentari che iniziarono una politica di violenza e di sopraffazione contro tutti coloro che non aderivano alle loro idee, definiti indistintamente “fascisti”, anche se avevano la tessera del PCI. L’aria nelle università diventò irrespirabile: le occupazioni e gli scontri con la polizia divennero pane quotidiano, ed anch’io fui testimone di questi fatti quando, alla Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino, fui cacciato dall’aula insieme ai miei colleghi mentre stavamo seguendo una lezione di letteratura greca perché la facoltà fu occupata con la forza, calpestando i diritti dei veri studenti, da sedicenti militanti di “Lotta continua”. Il fatto destò in me un moto di repulsione e di orrore e mi spinse ancor di più a odiare l’ideologia marxista distruttrice della libertà e dell’essere altrui, tant’è che quell’odio mi è rimasto per sempre. Dappertutto si ascoltavano proclami contro il “sistema” che andava abbattuto, lo Stato che andava distrutto, la società borghese che doveva essere sradicata. Si proclamava la rivolta armata, la distruzione di ogni autorità. La violenza era giustificata in nome del popolo, di un “proletariato” di cui quasi sempre gli studenti sessantottini “figli di papà”, rampolli di quella borghesia che volevano combattere, non sapevano nulla. Prova ne sia il fatto che i veri proletari (se tali si potevano definire), cioè la classe operaia e contadina, non si riconoscevano affatto in questi gruppi di scalmanati e di intellettuali che sostenevano di lottare per loro. Quando si recavano nelle fabbriche, i sessantottini venivano ignorati dagli operai, se non addirittura contestati e respinti.
E’ difficile oggi spiegare perché quella infatuazione “rivoluzionaria” (intenzionalmente tra virgolette) si diffuse così ampiamente non solo tra gli studenti ma ancor più tra i professori, alcuni dei quali, profeti della presunta rivoluzione, hanno dovuto poi fare ammenda e riconoscere i gravi errori di quel periodo. Un nome per tutti, il prof. Antonio La Penna, illustre latinista nato nel 1925 e, a quanto mi risulta, ancora vivente. All’inizio degli anni ’70 egli aderì convintamente al ’68 e fu anche esponente di un gruppo extraparlamentare di sinistra, diffondendo scritti contro il sistema ed a favore di una didattica nuova fondata sulla lotta al classismo nella scuola e sul “non uno di meno”; ma poi, a decenni di distanza, ha dovuto riconoscere che la banalizzazione degli esami e le lauree concesse in massa e con il massimo dei voti a chiunque fosse iscritto all’università sono state un errore madornale, perché la mancanza della selezione (che allora era considerata “fascista”) ha provocato la presenza di tanti incompetenti ed ignoranti che hanno occupato posti di potere ed anche tante cattedre, giusto per restare in ambito scolastico e accademico. Però allora la febbre rivoluzionaria infettò tante persone, imbevute di quella ideologia marxista-leninista della validità della quale però non tutti erano pienamente convinti; molti, infatti, vi aderirono per convenienza o per massificazione, perché l’essere di sinistra era diventata una specie di moda, così come lo erano i pantaloni a zampa d’elefante o le scarpe da ginnastica. E questa moda, purtroppo, è un’eredità sessantottina che in parte è rimasta anche oggi, quando tanti presunti “intellettuali” radical-chic, sempre con la puzza sotto il naso contro gli “inferiori” che non aderiscono al loro pensiero, continuano a criticare il sistema dall’interno di esso, in una patente e continua contraddizione. Sono i “comunisti con il Rolex”, con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, secondo una recente definizione, ironica ma che coglie abbastanza nel segno.
In realtà il movimento del ’68 è stato un colossale e totale fallimento, che ha prodotto nella società molto più male che bene. Dal punto di vista politico il disastro è stato completo, perché la lotta contro i “padroni” e il capitalismo si è risolta in una sconfitta su tutti i fronti, visto che con il neoliberismo e la globalizzazione attuali il sistema capitalistico non solo ha vinto la guerra, ma si è addirittura rafforzato ed è diventato totalizzante. Le classi “proletarie” si può dire che non esistano più, mentre si è diffusa una sorta di sottoproletariato, una classe di nuovi poveri che non trovano più il loro ’68 e che nessuno difende. I potentati economici e le leggi del mercato dominano il mondo ed hanno persino annullato, mediante il ricatto dello “spread” e degli interessi sul debito, la sovranità nazionale di molti paesi tra cui il nostro. La logica del profitto trionfa ovunque, la cultura è giudicata inutile e persino dannosa, l’ignoranza e la superficialità sono sempre più diffuse, i giovani non vanno più sulle barricate ma si accontentano dello smartphone e dei vestiti firmati. Dov’è finito il ’68? Difficile immaginare una sconfitta più bruciante, un fallimento più totale.
Dove il ’68 ha influito veramente e lasciato il segno fino ad oggi è nel pensiero e nella mentalità comuni, soprattutto a causa della sconsiderata (e per certi versi criminale) contestazione del principio di autorità, che è invece necessario in uno Stato ordinato e civile. I sessantottini combattevano non solo contro il sistema politico, ma anche contro ogni forma di autorità, da quella dei padri in famiglia a quella dei militari nelle caserme a quella dei professori nelle scuole. Questa contestazione non mirava ad un giusto compromesso tra ciò che esisteva prima e ciò che s’intendeva proporre, ma intendeva scardinare e distruggere tutto: così nella vita familiare e sociale si determinò un clima di vera e propria ribellione dei giovani contro i genitori che si espresse in vari modi come la sfrenata libertà sessuale, l’abbandono del tetto domestico da parte di tanti che fuggivano da casa, la distruzione di tutte le tradizioni precedenti. La società ne fu scossa e tale è rimasta perché non si è riusciti a trovare un giusto equilibrio tra opposte pulsioni, ma è invece accaduto che, per correggere gli errori del passato, si sia caduti negli errori opposti: così, ad esempio, al clima di repressione che inibiva la vita dei giovani in epoca precedente (che ovviamente era un errore) si passò all’esatto contrario, ad una libertà sfrenata e incontrollata che aprì la strada alla diffusione della droga, del sesso promiscuo, alla perdita di tutti i valori di cui ancor oggi ci lamentiamo. Ma l’ambiente che ebbe più danni dal ’68 fu quello della scuola e dell’università, dove il movimento era nato. All’abolizione del principio di autorità delle istituzioni seguì la rovina completa della serietà degli studi, annullata dal “sei politico” e dalle promozioni di massa; l’introduzione di leggi buoniste e sempre più favorevoli agli ultimi finì per mortificare i primi, le eccellenze tra gli studenti, che da allora in poi furono sempre penalizzate. La perdita di autorità dei professori portò ad aperte contestazioni del loro metodo didattico e valutativo, accelerate e favorite dagli scellerati “Decreti delegati” del ’74, che introdussero i genitori e gli studenti nella gestione della scuola. La classe docente, già penalizzata da un trattamento economico indegno, finì per perdere ogni credibilità, in un crescendo di svalutazione che è sfociato recentemente in episodi di vera e propria violenza fisica di genitori ed alunni contro i loro insegnanti. Questo processo di degradazione di una categoria di lavoratori che svolge ogni giorno un’attività delicata e difficile è dovuto a diversi fattori, ma la sua prima radice sta nel ’68, dalle farneticazioni come il “sei politico” e il “vietato vietare”.
Una società senza autorità, senza gradazioni gerarchiche, è una società fallita, dove tutti comandano e tutti obbediscono senza che si veda più dov’è il confine della libertà personale di ognuno. E’ il caos, l’anarchia nel senso peggiore della parola. E di questo caos, di questa perdita di valori che oggi molti deplorano senza vederne l’origine bisogna ringraziare il ’68, un movimento ideologico che ha distrutto molto più di quanto ha costruito, che è stato per l’occidente e per l’Italia in particolare una vera e propria catastrofe. L’ideologia di cui si nutriva è caduta, sepolta sotto le macerie del muro di Berlino dopo aver commesso i più grandi crimini della storia; il ’68 è fallito, proprio come quella ideologia, ma i disastri che ha provocato continuano ancor oggi ad ammorbare la nostra società perché non siamo riusciti a rimediare a quei danni. Il motivo è semplice: la massificazione culturale provocata dal ’68 ha fatto molto comodo anche al neoliberismo attuale, che vi si è innestato perpetuando a suo vantaggio la mancanza di valori e di ideali che oggi caratterizza i nostri tempi. Gli antichi nemici di un tempo sono ora alleati, gli estremi si toccano. Così va spesso il mondo.

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La scuola e la burocrazia

E’ naturale che chi è andato in pensione, come il sottoscritto, avverta una certa nostalgia del proprio lavoro e dell’ambiente in cui è vissuto per tanti anni: tutti provano questo sentimento, almeno nei primi tempi, anche se molti non lo vogliono ammettere. A me succede certamente e non nascondo affatto di rimpiangere il mio insegnamento che si è protratto per 40 anni e le relazioni umane che a scuola si erano create con gli studenti anzitutto, ma anche con i colleghi, il dirigente ed il personale scolastico in genere. E’ come una grande famiglia di cui ci accorgiamo, così di punto in bianco, di non fare più parte, ed è normale che ciò provochi una certa malinconia. Quello però di cui non sento affatto nostalgia è il pesante apparato burocratico che da tanti anni grava sulla nostra scuola e che si materializza in corsi di aggiornamento inutili o quasi, lunghe riunioni su progetti del tutto avulsi dalla didattica, commissioni istituite per elaborare documenti pletorici indicate con orrende sigle come POF, PTOF, RAV ecc., certo scaturite dalla mente accidiosa di qualche dirigente ministeriale che non ha nulla di meglio da fare per giustificare lo stipendio che riceve. A ciò si aggiungono documenti da firmare, moduli da riempire, domande da compilare e compiti specifici da eseguire per particolari categorie di alunni anch’esse indicate da brutte sigle come BES, DSA, CLIL ecc., che sembrano designare qualche associazione segreta o militare. Tutto ciò contribuisce a complicare la vita dei docenti e sopratutto a ridurre le loro energie da destinare a quello che dovrebbe essere il loro vero compito per il quale ricevono lo stipendio, cioè l’attività didattica.
Questa massiccia presenza della burocrazia e dei carichi di lavoro che comporta si è determinata nel corso degli ultimi decenni, diciamo dal 1990, quando fu varata la cosiddetta “autonomia scolastica”, in poi. Se facciamo un confronto tra quelli che erano gli impegni dei docenti negli anni ’60 e ’70, cioè quando io ero studente liceale, e quelli di oggi, troviamo una notevole sproporzione: allora i professori facevano in media due o tre collegi dei docenti all’anno, due ricevimenti delle famiglie, due riunioni di scrutinio e nient’altro; l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e quindi chi non partecipava agli esami di maturità era di fatto in vacanza da metà giugno a fine settembre, a parte la parentesi degli esami di riparazione. I docenti di oggi partecipano in un mese al numero di riunioni che allora si svolgevano in un anno, hanno tanti compiti e responsabilità in più e sono gravati da carichi burocratici pressanti che li costringono a restare a scuola molto più spesso di prima ed a portarsi anche il lavoro a casa. E va aggiunto, perché non è cosa di secondo piano, che a questo cospicuo aumento degli impegni non ha fatto seguito un trattamento economico adeguato: come gli insegnanti erano pagati poco negli anni ’60 e ’70, così anche oggi il loro stipendio è inadeguato, nonostante le ridicole promesse di tutti i governi di turno. Gli effetti di questa situazione, infatti, si cominciano a vedere: in alcune regioni ed in certe materie i docenti cominciano a mancare, perché giustamente si cercano altre vie più redditizie: un laureato in ingegneria, ad esempio, potrebbe insegnare matematica, fisica e informatica, ma preferisce di gran lunga impiegarsi in una qualsiasi azienda anziché venire nella scuola a rodersi l’anima ed a ricevere un misero stipendio. Sì, perché oltre a lavorare molto e guadagnare poco, c’è da mettere in conto anche lo scarso rispetto e la scarsissima considerazione sociale di cui oggi gode la categoria degli insegnanti.
Tra le molte novità inserite nei vari decenni trascorsi per aggravare la condizione dei docenti, ne potrei citare molte, ma quelle che mi vengono in mente riguardano in sostanza gli organi collegiali, le cui riunioni sono aumentate esponenzialmente nel tempo. Uno di questi organi è rappresentato dai cosiddetti dipartimenti, cioè gruppi di docenti che insegnano le stesse materie o materie affini. Data per scontata l’utilità di una consultazione reciproca che riguarda lo svolgimento dei programmi, la proposizione di progetti comuni o il metodo di correzione degli elaborati, resta però il fatto che ciascun docente ha la propria formazione e la propria metodologia; ragion per cui avviene spesso che, dopo lunghe riunioni e dibattiti, ciascuno poi nella sua classe e con i suoi alunni continui a fare come meglio ritiene, con buona pace dei colleghi. La correzione degli elaborati, tanto per dirne una, non sarà mai univoca, perché un tema di italiano può essere buono o discreto per un docente, sufficiente per un altro e insufficiente per un altro ancora; per questo io non ho mai creduto alle prove parallele ed alle griglie di valutazione, altro appesantimento burocratico di poco o nessun valore, anche perché quasi tutti i professori prima mettono il voto e poi sistemano la griglia. Questo avviene normalmente anche agli esami di Stato, come ho potuto vedere nella mia lunga esperienza.
Un’altra osservazione voglio fare intorno agli organi collegiali istituiti con i famigerati Decreti Delegati del 1974, come il Consiglio d’Istituto, i Consigli di classe allargati ai genitori e agli studenti e l’assemblea degli studenti medesimi. Questi organi furono istituiti appunto nel 1974, in pieno clima sessantottino, e forse a quei tempi avevano una loro validità: l’assemblea studentesca, ad esempio, era un’occasione in cui si dibattevano veramente questioni di rilievo e molti studenti (non dico tutti) vi partecipavano con passione sincera anche se a volte eccessiva, perché il clima di acceso scontro ideologico di allora sfociava a volte anche in atti di violenza. Quest’ultimo aspetto non è certo da rimpiangere, ma se guardiamo cosa sono diventate le assemblee di oggi, quando le ideologie sembrano ormai tramontate e siamo caduti in una società che considera solo i valori materiali, viene da chiedersi perché questi residuati del passato esistano ancora. Non si vede che senso abbiano le assemblee studentesche nel 2018, quando sono ormai diventate semplice occasione per perdere una giornata di lezione o introdurre argomenti futili e pretestuosi per poter tirare avanti per qualche ora. La stessa cosa potremo dire per i Consigli di classe, dove la partecipazione di studenti e genitori è divenuta in molti casi una pura formalità. In moltissime occasioni in cui ho partecipato a queste riunioni sono stati solo i docenti a porre argomenti di interesse, mentre gli studenti hanno ridotto il loro contributo all’unico argomento che premeva loro, cioè la gita scolastica, mentre i genitori se ne restavano in silenzio. L’importanza dei Consigli di classe non è più avvertita adeguatamente, come dimostra il fatto che spesso i genitori non partecipano più neanche alle elezioni e la classe resta senza rappresentanti. Questo avviene perché ai nostri tempi l’individualismo prevale largamente sul senso della collettività, e quindi ogni genitore si interessa unicamente ai propri figli.
Sarebbe il momento che sulla scuola fossero effettuati diversi interventi legislativi, diversi però da quelli degli ultimi anni che non hanno fatto altro che peggiorare le cose, specie per gli insegnanti. Una volta riconosciuto, perché è sotto gli occhi di tutti, il notevole aumento di impegni e responsabilità cui la burocratizzaizone ha costretto i docenti, occorrerebbe fare uno sforzo per adeguare i loro stipendi a quelli dei colleghi degli altri paesi d’Europa, che non lavorano certo di più degli italiani. Ferma restando questa necessità, sarebbe opportuno restituire ai docenti il loro vero ruolo, cioè quello di far lezione e trasmettere la cultura, perché questa dovrebbe essere l’unica e sola funzione del sistema scolastico; e per agevolare ciò occorrerebbe operare una drastica riduzione dei progetti e delle attività extrascolastiche come l’assurda alternanza scuola-lavoro, che assorbono tanto tempo producendo poco o nulla di utile. Ed infine, cosa altrettanto necessaria, si dovrebbe una buona volta liberare la scuola dai vecchiumi sessantottini come le assemblee studentesche e gli organi collegiali con studenti e genitori, che oggi hanno davvero poco senso. Se tutto cambia in società bisogna anche avere il coraggio di tagliare i rami secchi, per dare respiro ad una pianta che altrimenti rischia di perdere tutto il suo vigore.

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Recuperare il ruolo sociale della scuola

In ogni paese che voglia proclamarsi civile la scuola ha un ruolo di primo piano, perché è lì che si formano le nuove generazioni ed i cittadini del futuro; non soltanto la classe dirigente, come si poteva pensare un tempo, ma tutti i cittadini, perché in democrazia tutti hanno diritto di voto e debbono quindi avere una formazione che consenta loro di esprimere questo diritto in maniera consapevole. Tenuto conto di ciò, ogni governo dovrebbe mantenere il proprio sistema scolastico nelle migliori condizioni possibili, e questo in un largo spettro di situazioni, dall’edilizia scolastica ai finanziamenti per la ricerca, dallo stipendio degli insegnanti alla verifica della reale preparazione degli studenti ed altro ancora. Ciò che mi suscita sconforto e risentimento, almeno nel caso mio personale, è constatare che nessuno a parole nega la centralità e l’importanza della scuola, anzi: ogni partito in campagna elettorale e tutti i governi che stanno per insediarsi promettono mari e monti in questo settore; ma poi, una volta passate le elezioni e avviata l’attività dell’esecutivo, tutto viene dimenticato ed i problemi sopra elencati restano e si aggravano di anno in anno.
I risultati di questa trascuratezza, di questo abbandono della formazione che è ormai affidata soltanto al senso di responsabilità dei docenti, si cominciano a vedere con segni molto preoccupanti. Per non allargare troppo le dimensioni del post mi limiterò a due aspetti davvero significativi: la perdita del prestigio sociale degli insegnanti e la spaventosa diffusione dell’ignoranza nella nostra società, visibile anche in persone giovani che da poco hanno terminato gli studi e sono tutti diplomati e molti persino laureati. Del primo dei due problemi è chiara dimostrazione la crescente mancanza di rispetto di studenti e genitori verso la figura dell’insegnante, sempre più oggetto di attacchi verbali (compresi gli insulti e le denigrazioni sui social) e persino di aggressioni fisiche. Gli ultimi casi riferiti dalla cronaca sono davvero disgustosi e parlano di un’insegnante aggredita dagli studenti a colpi di sedie e di una madre che a Varese ha addirittura sputato in faccia alla maestra del figlio solo perché rimproverata per aver ritardato di mezz’ora il ritiro del bambino dalla scuola e aver costretto l’insegnante ad attendere il suo arrivo ben oltre l’orario di servizio. Come si spiega il fatto che un tempo il professore era visto dalle famiglie con grande rispetto e nessuno si sarebbe mai permesso di contestarlo, mentre adesso alcuni maestri e professori sono stati insultati e aggrediti dai loro alunni o dai genitori? Molti spiegano questa caduta verticale del ruolo sociale dell’insegnante con puri fattori economici: in un mondo dove il denaro ha così tanta importanza, chi è pagato poco non ha rilievo in società, e tale è appunto il caso della nostra categoria. Però, a giudizio mio, questa spiegazione è riduttiva, anche perché ci sono altre categorie di lavoratori pagate poco ma che non hanno subito una simile degradazione. In realtà il fenomeno va ricondotto al profondo mutamento del costume e della mentalità comune avvenuto negli ultimi 50 anni, mutamento che ha origine dal nefasto movimento ideologico che va sotto il nome di ’68, dall’anno in cui ebbe inizio. Il movimento sessantottino fu il primo a denigrare la figura del professore, ad abbattere l’autorità (chi non ricorda il famoso “vietato vietare”), a distruggere la disciplina, a pretendere la promozione generalizzata (l’altrettanto famoso “sei politico”) ed a sconvolgere in tal modo tutto il sistema scolastico, da loro definito “classista” e negatore della libertà individuale. Ed ecco che la libertà diventò libertarismo, l’autorevolezza dei docenti fu scambiata per autoritarismo, la giusta selezione che ogni scuola deve fare fu abbattuta in nome di un’uguaglianza che fu in realtà un’insensata massificazione delle coscienze, imbevute di un’ideologia, quella marxista, poi rivelatasi completamente fallimentare. Da questo clima la figura del docente fu gravemente danneggiata nel suo prestigio e nella sua autorevolezza, costretta ad intrattenere con gli alunni un rapporto paritario e talvolta persino di sottomissione, limitata nelle sue decisioni. Da allora in poi le cose sono andate sempre peggio: le leggi di ispirazione sessantottina dei decenni ’70 e ’80 non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, poi nel 2000 è intervenuto il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Luigi Berlinguer che ha ulteriormente fatto decadere la figura dell’insegnante togliendogli anche la possibilità di sanzionare gli alunni; e poi in seguito, ciliegina sulla torta, ci si è messa anche la presunta “autonomia” delle scuole e la necessità per le stesse ed i loro Dirigenti di far bella figura sul territorio ed attrarre il maggior numero possibile di iscrizioni, con le conseguenti blandizie nei confronti degli studenti e delle famiglie, a danno ovviamente degli insegnanti. Per questi motivi in pratica oggi non boccia più quasi nessuno, ed i genitori si permettono persino di fare pressione per evitare docenti sgraditi, che in genere non sono sgraditi perché impreparati ma perché pretendono un po’ d’impegno dagli studenti e non regalano i voti. Nessun governo, né di sinistra né di destra, ha mai fatto alcunché per rimediare a questo sfacelo; anzi, c’è da meravigliarsi in positivo se ancora esistono tanti insegnanti che continuano a svolgere meritoriamente il loro lavoro nonostante tutte le denigrazioni, gli insulti e le intimidazioni a cui sono sottoposti. E di soluzioni al problema non ne vedo alcuna, se non quella di inasprire le sanzioni per i comportamenti più violenti, come ad esempio l’esclusione dagli scrutini per gli studenti che si rendono responsabili di atti gravi, con la conseguente perdita dell’anno scolastico e senza possibilità di ricorso, e denuncia penale per i genitori con condanne effettivamente scontate fino in fondo. Ma anche per questo sarebbe necessario un intervento legislativo, che mi pare piuttosto improbabile perché i vari partiti hanno bisogno di voti alle elezioni, e provvedimenti del genere sarebbero giusti ma impopolari.
L’altro grave problema presente nella nostra società è l’ignoranza, che vedo diffondersi a macchia d’olio e che riguarda anche nozioni elementari di lingua italiana, di matematica, di storia e geografia che tutti dovrebbero conoscere, fin dalla scuola elementare. Mi capita spesso di seguire alle 7 di sera il quiz di Rai Uno intitolato “L’eredità”, dove vengono poste ai concorrenti varie domande di diverso genere e difficoltà. Se dobbiamo onestamente ammettere che ci si possa trovare impreparati di fronte a quesiti che riguardano film di vecchia data o usi e costumi particolari di certe popolazioni, non si può giustificare in alcun modo il fatto che persone giovani non sappiano distinguere i pronomi dagli avverbi, non conoscano le tabelline, attribuiscano al re Vittorio Emanuele III provvedimenti del 1975 o collochino l’Etna in Sardegna. Eppure questo avviene quotidianamente, per nozioni e concetti che noi ai nostri tempi conoscevamo a nove anni di età, avendoli appresi dalle nostre maestre e non più dimenticati. E pensare che oggi quasi tutti sono diplomati e molti hanno anche la laurea, ma hanno nella loro cultura lacune enormi. Che genere di scuole hanno frequentato costoro? Come hanno potuto concludere cicli di studio a livello superiore? E soprattutto, mi chiedo io, perché non sentono affatto la necessità di colmare le loro lacune? Capita anche a me di non ricordarmi qualche data o qualche nome che dovrei ricordare; ma appena me ne accorgo, senza far passare neanche un minuto, corro sui libri o sul computer per recuperare ciò che ho dimenticato, perché non posso vivere tranquillo sapendomi ignorante di qualcosa che invece debbo sapere. A tante persone invece della cultura non importa nulla, ed io stesso ho conosciuto illustri professionisti (medici, ingegneri, avvocati ecc.) che al di fuori delle strette competenze legate alla loro professione non sapevano null’altro e da anni non leggevano più un libro. Questo è il guaio peggiore, la causa del cosiddetto “analfabetismo funzionale”: non tanto l’essere ignoranti, quanto il non far nulla per non esserlo più. Molte persone hanno perduto completamente l’idea dell’importanza della cultura, forse perché nella società di oggi i messaggi che passano attraverso la tv e gli altri mezzi d’informazione esaltano modelli di vita basati sull’esteriorità, sull’apparire senza essere, sui puri valori economici; e così sfugge a molti che chi non conosce la propria lingua o il passato del suo paese non sa più esprimersi o comprendere il mondo in cui vive, diventando facilmente preda di chi sta al potere ed ha tutto l’interesse a che i cittadini non ragionino più con la propria testa, si lascino quindi influenzare e credano a menzogne e promesse elettorali irrealizzabili. Di questa situazione la scuola che non insegna più e promuove tutti senza la necessaria selezione ha una grande responsabilità, perché mandare avanti studenti ignoranti che sanno solo smanettare con il cellulare significa produrre cittadini inconsapevoli di tutto ciò che avviene intorno a loro. E qui di soluzioni non ne vedo, a meno di non rivoluzionare tutto il sistema scolastico e ritornare ad un insegnamento serio e rigoroso che già dalle elementari pretenda impegno e dedizione da parte degli alunni e promuova soltanto chi lo merita; ma questa è un’utopia più grossa dell’Eldorado e del Paese dei balocchi, che nessun governo si sentirebbe mai di attuare, sia perché ci sarebbe da affrontare la massiccia opposizione dei buonisti e dei radical-chic, sia perché andrebbe contro l’interesse del potere, cui l’ignoranza serve molto più della cultura.

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Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

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Graece est: non legitur

“E’ in greco; non si legge”. Con questa frase, durante il Medioevo, alcuni monaci dei vari monasteri occidentali classificavano i codici scritti in greco, lingua per loro sconosciuta e che cominciò ad essere studiata in Italia solo tra il XIV ed il XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo; però, nonostante questa formula, in molti conventi si continuò a trascrivere meccanicamente i testi greci, pur senza conoscerli, e così tante opere dell’antichità si sono salvate e sono giunte a noi. Forse è stata proprio questa provvidenziale ignoranza degli amanuensi cristiani medievali che ha permesso la conservazione di testi comici ed anche osceni – come le commedie di Aristofane – che altrimenti, se si fosse compreso del tutto il loro contenuto, sarebbero certamente stati censurati.
Questa frase medievale l’ho apposta così, come titolo del post, perché mi pare tornata di grande attualità: da noi in Italia il greco antico viene studiato più che in ogni altro paese europeo (compresa la Grecia stessa), ma ogni anno che passa diventa sempre più difficile per gli studenti impararlo, come si è visto anche all’ultimo esame di Stato. In molti casi i docenti, specie quelli del triennio liceale del Classico, sono costretti ad accontentarsi di interrogazioni di storia letteraria più o meno soddisfacenti, oppure di traduzioni di classici imparate a memoria, per compensare uno scritto che non soddisfa mai. Un brano di greco anche di autori considerati facili (Lisia, Senofonte, Plutarco ecc.), se gli alunni non riescono a copiare con il cellulare come purtroppo spesso succede, non ottiene in un’intera classe che quattro o cinque sufficienze. A me, almeno, capitava questo. Diciamo che l’apprendimento della lingua greca non era facile neanche mezzo secolo fa, quando io iniziai il Ginnasio, ed anche allora molti venivano rimandati a settembre in questa materia o promossi a stento e sempre grazie all’orale; ma da allora ad oggi le cose sono notevolmente peggiorate e pertanto non sbaglieremo di molto se diremo che, nella fattispecie attuale, tolti quei tre o quattro alunni per classe che sono particolarmente studiosi o hanno specifica inclinazione per le lingue classiche, il greco non si impara più. Un gran numero di studenti termina il liceo, e magari anche con un buon voto, senza saper tradurre neanche un rigo di un autore greco di media levatura.
Vediamo quali possano essere le cause di questa situazione, che non sono certo io il primo a denunciare: già circa trent’anni fa il prof. Luigi Moretti,illustre epigrafista dell’Università di Roma, diceva che, viste le condizioni in cui gli arrivavano gli studenti riguardo al greco, sarebbe stato molto meglio al liceo far leggere una tragedia intera in italiano piuttosto che costringerli ad imparare, imprecando e sbuffando, qualche centinaio di versi in lingua. Già allora si manifestava la prima delle due cause di cui parlerò, mentre la seconda era del tutto sconosciuta. Vediamo quindi qual è “la prima radice” della decadenza delle lingue classiche (e soprattutto del greco) nella nostra scuola. Io la identifico con la progressiva perdita delle conoscenze di lingua italiana, più che con l’abbandono del latino alla scuola media, come alcuni sostengono. Se fin dalle elementari si imparasse a leggere ed a scrivere correttamente, a identificare le varie parti del discorso, a riconoscere le funzioni logiche dei vari componenti della frase, sarebbe questa già una buona base per imparare le lingue classiche; a ciò si dovrebbe aggiungere poi, alla scuola media, lo studio specifico dell’analisi logica e di quella del periodo, in modo da padroneggiare quelle strutture linguistiche che sono alla base dello studio del latino e del greco. Banalmente dico: se uno studente che arriva al Ginnasio non sa la differenza tra verbo attivo e passivo, tra soggetto e complemento (oppure crede che ogni complemento introdotto da “di” sia di specificazione!), tra proposizioni principali e subordinate, come potrà apprendere la morfologia e la sintassi delle lingue classiche? Il discorso vale ovviamente anche per il latino, ma mentre in questa materia gli studenti si muovono meglio per la maggiore vicinanza con l’italiano, con il greco invece, magari non all’inizio ma nel prosieguo degli studi, le difficoltà sono maggiori perché questa lingua possiede un sistema verbale particolarmente complesso, una sintassi diversa da quella latina e soprattutto un lessico quasi del tutto ignoto agli studenti. A mio giudizio non è tanto la mancanza del latino alla scuola media che ha danneggiato le lingue classiche, quanto la mancanza dell’italiano: dagli anni ’70 in poi infatti, specie per il nefasto influsso delle idee sessantottine, in molte scuole si è quasi cessato di far studiare la grammatica, ritenuta un residuato della vecchia scuola classista, per lasciare spazio ad altre attività, a progetti spesso inutili e fuorvianti. Si sono aboliti dettati, riassunti e temi perché ormai “obsoleti” sostituendoli con esercizi e letture del tutto inutili per la conoscenza della propria lingua. Non meravigliamoci quindi non solo del fallimento nello studio delle lingue antiche, ma neanche dell’ignoranza linguistica oggi così diffusa nella nostra società, dove trovare uno scritto senza errori di ortografia e periodi sconclusionati è ormai diventata una rarità.
Ma c’è anche una seconda causa che ostacola gravemente l’apprendimento liceale delle lingue classiche e soprattutto del greco: la diffusione della rete internet e degli strumenti informatici. La tecnologia, si sa, non è di per sé né buona né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa. Se è indubbio che le novità telematiche abbiano rappresentato un grande progresso ed abbiano dato vita a tante opportunità prima sconosciute, è altrettanto certo che esiste anche il rovescio della medaglia, che nella scuola si manifesta con grande evidenza. Tutti gli studenti di oggi posseggono uno smartphone, quasi tutti anche un tablet e un computer, e tutti o quasi usano i cosiddetti “social” (facebook, instagram, twitter, ask ecc.); e questo è già un grave danno, perché tutto il tempo ch’essi passano su questi aggeggi (che non è poco!) è tempo tolto allo studio. Ma il problema non è soltanto questo, c’è ben di peggio. Va detto intanto che i mezzi informatici di oggi offrono i vari contenuti oggetto di ricerca in forma già compiuta, riducendo di molto la necessità di arrivare ad un certo risultato con le proprie facoltà intellettive; pensiamo ad esempio ai calcoli matematici, che nessuno svolge più da solo perché ci sono le calcolatrici; pensiamo che nessuno si sforza più di ricordare, ad esempio, dati storici, geografici e letterari, perché basta andare su Wikipedia e si trova tutto già pronto. Questa situazione ha fatto sì che proprio quelle qualità mentali come l’intuito, la deduzione, l’esercizio della memoria, che sono proprio le facoltà richieste per la traduzione di un brano di greco, si siano quasi del tutto perdute. E’ come se una persona si legasse un braccio al corpo per quarant’anni: una volta sciolto, non riuscirebbe più a muoverlo. E come si atrofizzano gli organi del corpo, così fanno anche le facoltà della mente. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere per quel che concerne lo studio delle lingue antiche: che gli studenti di fatto oggi non traducono più, perché se il docente assegna delle versioni da svolgersi a casa loro non le fanno più da soli, ma scaricano agevolmente le traduzioni da internet, dove siti compiacenti offrono questo servizio riportando già tradotti tutti i brani presenti sui versionari adottati nei licei italiani. Durante i compiti in classe, poi, si ingegnano a trovare la versione con il cellulare su internet e copiarla; e spesso la furberia riesce, perché i docenti non possono perquisire gli studenti né controllare contemporaneamente venticinque o più persone, e se chiedono ai ragazzi di consegnare i cellulari essi ne consegnano uno e ne tengono un altro nascosto. Questo giochetto viene effettuato spesso anche agli esami di Stato ed i vari ministri dell’istruzione, pur consapevoli di quanto accade, non hanno mai fatto nulla per impedire questa vergogna.
Enunciate le due cause principali, non resta che ammettere che ci troviamo in una situazione penosa per quanto riguarda l’apprendimento del latino ed ancor più quello del greco. Sinceramente io non mi sento di suggerire soluzioni miracolose perché non esistono, a meno che non si voglia risolvere radicalmente il problema allineandoci a quanto avviene negli altri paesi europei, dove le lingue classiche sono ridotte a zero, o quasi. Purtroppo, quel che una volta era un vanto della scuola italiana, oggi si è ridotto ad una mera esteriorità, che tanti classicisti difendono ad oltranza per non ammettere il fallimento che ci sta dietro. Però, oltre a constatare la situazione oggettiva, non si può dire molto di più: ciò che è difficile, in effetti, non è fare la diagnosi di questa malattia, ma trovarne una cura. Una cosa è certa: se le cose continuano come vanno adesso, questa cura non la si troverà mai.

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Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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E’ arrivata la pensione!

Dopo tanto parlarne, finalmente ci siamo arrivati: da oggi 1° settembre 2018 sono ufficialmente in pensione, dopo 40 anni di “onorato” servizio nel nostro sistema dell’istruzione, per la precisione in un Liceo Classico, in cui ho insegnato ininterrottamente le due materie più esaltate da un lato e più temute dall’altro, cioè il latino ed il greco. A parte il primo anno, quando ebbi una cattedra nel biennio ginnasiale, poi per il resto della carriera ho sempre avuto il triennio liceale, con una sola parentesi di tre anni in cui, alle due materie canoniche, si è affiancato anche l’insegnamento dell’italiano, il che si è rivelato, a dire il vero, un’ottima esperienza.
Cosa posso dire a questo punto? L’aspetto più curioso della pensione è la straordinaria invidia dei colleghi verso chi sta per lasciare il lavoro. Anch’io ho avuto modo di sentirmi dire molto spesso: “Beato te che te ne vai!”, come se l’andare in pensione fosse come entrare in una specie di Eden, di paradiso terrestre dove finalmente si può fare ciò che ci piace senza dover fare i conti con noiose riunioni, alunni svogliati, genitori petulanti e compiti da correggere. Il bello è che certe frasi piene d’invidia me le sono sentite rivolgere anche da colleghi di circa 40 anni, di cui prenderei volentieri il posto perché hanno venticinque anni meno di me! E’ proprio vero, come diceva Orazio, che nessuno è mai contento della propria condizione: il mercante invidia il soldato, il soldato invidia il mercante e così nell’insoddisfazione va sempre il mondo. E’ sconfortante però, a ben pensarci, che molte persone vedano il proprio lavoro come una condanna, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile; io invece non ho mai condiviso questa mentalità, ho sempre amato moltissimo la mia professione e sinceramente mi è dispiaciuto molto doverla lasciare, al punto che già adesso, al primo giorno di pensione, ne sento la mancanza.
Ma allora, si potrebbe dire, perché questa decisione? Il funzionario dell’INPS a cui mi rivolsi per conoscere la mia situazione previdenziale mi disse che avrei potuto scegliere tra l’andare in pensione quest’anno oppure il successivo, ma mi sconsigliò di fare quest’ultima scelta, perché non ci avrei guadagnato nulla; anzi, con l’incertezza politica che caratterizza il nostro Paese, non ci sarebbe da meravigliarsi se ad attendere ci si dovesse persino rimettere. E poi, se avessi scelto di restare ancora un anno, nel 2019 mi avrebbero pensionato d’ufficio; meglio quindi, a mio parere, fare volontariamente ciò che comunque si sarebbe costretti a subire per imposizione altrui. E così è avvenuto, ed eccomi qua.
A chi mi chiede, tanto per fare una domanda consueta, se sono contento di andare in pensione, rispondo che lo sono al cinquanta per cento, ed è la verità: in parte infatti mi sento sollevato dai carichi ed i fastidi di una professione di cui ultimamente non condividevo tanti aspetti, ed in parte, al contrario, cessare di punto in bianco un’attività in cui ho creduto profondamente e che ho svolto con entusiasmo fino all’ultimo giorno non può che provocare un forte dispiacere, soprattutto nel lasciare gli alunni ed i colleghi con i quali ho avuto da tanto tempo un rapporto di collaborazione e di amicizia. E’ una sensazione strana, ci si sente come divisi in due, e francamente io non riesco a gioire così tanto come fanno molte persone nel momento in cui raggiungono il sospirato riposo.
A dire il vero le ragioni per andare in pensione per me c’erano ed erano più che abbastanza; si possono tuttavia riassumere tutte in un’unica constatazione, cioè che io mi sento un vinto, uno sconfitto, perché ho della scuola e dell’insegnamento una concezione che non è più in linea con la politica scolastica attuale e con il clima in cui sono vissuto negli ultimi anni. Per me la scuola è essenzialmente un luogo dove si trasmette la cultura, dove i giovani debbono impegnarsi per acquisire una formazione che servirà loro per la vita; perciò l’attività principale, se non esclusiva, deve essere quella di far lezione e di verificare poi seriamente la preparazione degli studenti; e chi non si applica o non raggiunge comunque gli obiettivi previsti deve essere fermato senza se e senza ma, perché senza selezione una scuola non può essere ritenuta seria e formativa. Nella fattispecie attuale, invece, ciò che accade nei nostri Istituti è l’esatto contrario: ci vengono imposte dall’alto una serie di attività che riducono fortemente il tempo dedicato alla lezione, prima tra tutte la famigerata alternanza scuola-lavoro, che nei Licei si riduce ad un’inutile perdita di tempo perché gli indirizzi liceali non debbono preparare i giovani al lavoro materiale ma fornire loro una formazione culturale teorica che consenta poi di affrontare gli studi universitari, ai quali spetta di avviare alle professioni più qualificate. Ma purtroppo non c’è soltanto quella: nelle scuole le attività extra o parascolastiche sono talmente numerose che, in pratica, ci sono periodi in cui si interrompe l’attività curriculare anche per settimane, di modo che alla ripresa delle lezioni gli alunni sono smarriti ed hanno già dimenticato quel poco che avevano appreso prima. Tutto ciò si verifica soprattutto per la necessità, imposta dalla visione politica attuale, di curare la facciata esterna della scuola, fare bella figura sul territorio per indurre gli alunni ad iscriversi, secondo una logica moderna, aziendalistica, che a me ha sempre fatto orrore. E poi, una volta giunti agli scrutini o agli esami, si è praticamente costretti a promuovere tutti o quasi, sempre per evitare il calo delle iscrizioni o il taglio delle classi da parte delle autorità scolastiche. La quantità prevale sulla qualità, la forma sulla sostanza, la selezione praticamente non esiste più, gli alunni bravi e responsabili vengono quasi messi alla pari dei nullafacenti. Un docente come il sottoscritto, che ha una visione completamente opposta a quella oggi dominante, non può soggiacere a questo andazzo: è uno sconfitto, ed è bene che si ritiri per evitare problemi di ogni genere a se stesso ed agli altri.
Tutto ciò è per me indiscutibile; e tuttavia mi dispiace profondamente lasciare quelle classi in cui ho lavorato per uno o due anni con entusiasmo, un impegno che è stato corrisposto da molti alunni seri e volenterosi. Non temo la noia che spesso si accompagna ai pensionamenti: ho molti progetti per il futuro, dalle letture alle pubblicazioni che sto preparando, dalla partecipazione a convegni e conferenze ad altre occupazioni più “leggere”. E soprattutto non smetterò mai di parlare di scuola, qui sul blog e altrove. Quello che temo più di ogni altra cosa è invece la mancanza di contatti umani, quelli che fino ad oggi ho avuto ed ho apprezzato con gli studenti ed i colleghi, che mi hanno dato tante soddisfazioni nonostante la mia concezione della scuola così diversa da quella dominante. Occorre farsi una ragione di ciò e cercare di limitare i danni il più possibile; intanto, in virtù di questo, mi sono fatto dare l’indirizzo e-mail da tutti i ragazzi e le ragazze che ho avuto l’ultimo anno e li ho invitati a scrivermi e a informarmi su come andranno le cose d’ora in poi per loro, senza ovviamente mai interferire sui metodi ed i giudizi che riceveranno dai loro nuovi insegnanti. Credo che anche dopo l’uscita dal lavoro si possa essere utili alla società ed agli ambienti in cui siamo vissuti e che abbiamo amato per tanti anni, facendo in modo che la pensione non diventi l’anticamera della morte, come spesso, forse senza riflettere abbastanza, in passato l’ho definita.

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La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime

Chiunque legga la Divina Commedia, non dico a livello di ricercatore o di studioso, ma anche di semplice appassionato come sono io, si accorge che il linguaggio di Dante è costellato di espressioni figurate che instaurano un rapporto di analogia tra due concetti, il primo dei quali. quello proprio, è sostituito e interpretato dal secondo. Due sostanzialmente sono le figure retoriche che più frequentemente realizzano questo rapporto: l’allegoria e la metafora. La prima istituisce un confronto ideale continuato che investe un ambito semantico piuttosto largo, espresso in un singolo passo del poema o nella totalità di esso: così ad esempio Virgilio, che accompagna Dante per le due prime cantiche dell’Inferno e del Purgatorio, è un simbolo figurato della ragione umana, della quale rappresenta l’esito più eccelso e che potrà accompagnare il pellegrino oltremondano fin dove le capacità intellettive dell’uomo potranno giungere. La metafora invece, stretta parente dell’allegoria, è più limitata di essa, è racchiusa nell’ambito di un singolo termine o una singola espressione ed è ancora di uso comune ai nostri giorni: chi di noi non ha mai usato l’espressione “avere le mani bucate” per indicare chi spende troppo e senza controllo, oppure “metterci una pietra sopra” quando vogliamo qualificare il comportamento di chi decide di soprassedere a una lite o un torto subito e ritornare in buoni rapporti con chi gliel’ha fatto? Ma questa figura retorica, nei testi letterari, ha una storia lunghissima: già conosciuta e largamente impiegata nell’antica Grecia, fu studiata e classificata da Cicerone e Quintiliano nel mondo romano, e divenne poi nel Medioevo uno dei capisaldi della cosiddetta ars dictandi, cioè l’insieme delle regole retoriche e linguistiche impartite nelle scuole per insegnare agli alunni la giusta composizione dei testi letterari. Anche Dante ebbe vari maestri, tra cui il celebre Brunetto Latini, e divenne esperto quindi in quel “parlar figurato” che a quei tempi era molto frequente perché corrispondeva, in ultima analisi, alla concezione religiosa dell’epoca, che vedeva il mondo sensibile come un tutto unico creato da Dio, con cui non si poteva comunicare con il linguaggio proprio che si usa tra gli uomini, ma era necessario ricorrere ad un linguaggio “indiretto”, com’è appunto quello simbolico e metaforico.
Ciò spiega, almeno parzialmente, la massiccia presenza nei testi religiosi medievali, tra cui eccelso rilievo assume la Commedia dantesca, del linguaggio figurato allegorico e metaforico; e che ciò abbia a che fare con il rapporto uomo-Dio è confermato dalla presenza discontinua di tale linguaggio nel poema di Dante: mentre nell’Inferno le metafore non sono molto numerose perché in esso prevale la descrizione cruda e icastica dei peccati e dei peccatori, nel Paradiso il linguaggio figurato si fa molto più complesso e articolato proprio perché la dimensione mistica del mondo dei beati, che il Poeta definisce più volte incomprensibile al limitato intelletto umano, richiede di essere rappresentata con simboli e confronti che la rendano in qualche modo accessibile al lettore. Ma se questa particolare disposizione del pensiero medievale può chiarirci la presenza più o meno massiccia delle metafore nel poema dantesco, non ci rivela però una loro essenziale caratteristica, l’essere cioè veicolo di un’arte sublime nella misura in cui la loro presenza determina la creazione di immagini elevate e di rara bellezza che illuminano il concetto espresso penetrandone le più recondite sfumature. La fantasia, come comunemente si crede, è la precipua qualità dei poeti, ed è proprio questa la qualità che nel più grande poeta italiano fa sorgere e prosperare la grande arte delle sue espressioni figurate.
Fare esempi della grande bellezza delle metafore di Dante è facile e difficile al tempo stesso: casi del genere nel poema ce ne sono a iosa, ma non tutti sono adatti a confermare la tesi che io, da semplice cultore del poeta e della letteratura italiana, cerco di sostenere. Ne indicherò due per ogni cantica. Nel canto X dell’Inferno c’è il celebre episodio di Farinata degli Uberti, dannato come eretico all’interno dei sepolcri infuocati della città di Dite. Quando costui chiede a Dante il motivo per cui i fiorentini sono così avversi a lui e alla sua gente, il poeta risponde:
Ond’io a lui: “Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio. (vv. 85-87)
I termini “orazion” e “tempio” sono metaforici e tutta l’espressione è interamente figurata, ma sembra non avere nulla a che fare con la realtà della battaglia di Montaperti presso Siena; è noto però che nelle chiese (templi) si usava pregare per commemorare eventi funesti, e quindi ciò significa che le decisioni dei fiorentini nei confronti degli Uberti non potevano non tener conto di quell’episodio di cui Farinata aveva la responsabilità. Al lettore viene in mente l’immagine del popolo immerso nella preghiera e nel dolore, il che chiarisce il concetto espresso più di qualunque altra spiegazione non figurata. Sempre nella stessa cantica, nel canto XIII, c’è l’incontro con Pier delle Vigne, poeta e consigliere dell’imperatore Federico II, morto suicida per non aver saputo resistere alla malevola invidia dei cortigiani che, lanciatagli addosso una falsa accusa di tradimento, gli avevano alienato la fiducia del sovrano. Invitato da Virgilio, lo spirito racconta la sua storia, ed al momento di introdurre il motivo della colpevole malevolenza dei componenti della corte federiciana, la definisce con queste parole:
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio. (vv. 64-66)
L’immagine della prostituta (meretrice) che nella corte di Federico (Cesare) non cessò mai di rivolgere il suo sguardo malefico (gli occhi putti) sulle persone oneste che vi dimoravano, è un’efficacissima immagine dell’invidia, umanizzata e mirabilmente raffigurata al tempo stesso: il lettore, di fronte a questi versi, penetra a fondo nel concetto che il poeta vuole esprimere e lo fissa nel proprio animo grazie all’immagine viva e tangibile della meretrice, una presenza inquietante e perniciosa. Anche nel Purgatorio il linguaggio figurato offre numerosi esempi di esiti artistici di notevole spessore: si comincia già dall’incipit del canto I°, quando Dante afferma:
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele. (vv. 1-3)
La metafora marinara non è nuova, perché già di frequente impiegata dai poeti antichi (Alceo, Orazio e Properzio, per riferire i primi esempi che mi vengono alla mente), ma in Dante è finalizzata allo scopo di qualificare la difficoltà del viaggio oltremondano più di quanto non si otterrebbe usando termini propri in luogo di quelli figurati. Scomponendo l’immagine figurata, le “miglior acque” qualificano la differenza tra lo stato d’animo del poeta che passa dal buio dell’inferno al regno della purificazione e della speranza che è il Purgatorio; le “vele” rappresentano la volontà di Dante, aiutato dal volere divino, di compiere il suo viaggio; la “navicella” è l’insieme delle qualità poetiche e artistiche che rendono possibile la stesura del poema; il “mar sì crudele” è ovviamente l’Inferno, da cui lui e Virgilio sono appena usciti. Il lettore, figurandosi mentalmente la navigazione, si costituisce un’idea alquanto precisa della nuova dimensione spirituale che accompagnerà il percorso del pellegrino in questo nuovo mondo ancora da esplorare. Nel canto XXI, invece, c’è l’incontro con Stazio, l’antico poeta latino autore della Tebaide e vissuto nel I° secolo dopo Cristo, che una falsa leggenda medievale voleva che si fosse convertito al Cristianesimo e per questo non si trovasse nel Limbo ma nel Purgatorio. Egli si presenta a Dante ed a Virgilio con queste parole:
Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma. (vv. 91-93)
Particolarmente icastica ed efficace è la metafora della “soma”, che propriamente è il carico che si pone sulle spalle di persone o di animali, ma che qui rappresenta per traslato l’Achilleide, il secondo poema di Stazio rimasto incompiuto a causa della sua morte. L’immagine porta alla mente il lavoro del poeta come un impegno gravoso nei confronti del pubblico dei lettori, e ce lo rappresenta quasi come un viandante curvo sotto un peso che non riesce a portare fino in fondo. Il concetto espresso è ben delineato e procede al di là di quello che l’immaginario collettivo normalmente si figura per l’attività intellettuale, qui illustrata facendo leva sulle difficoltà e i doveri che comporta.
Tuttavia, come ho detto prima, è nel Paradiso che il linguaggio figurato si esprime con maggiore ampiezza. Il primo passo che voglio ricordare mi ha lasciato una grande impressione quando l’ho letto e commentato in classe con i miei alunni. Si tratta del canto VIII, quando Dante e Beatrice si trovano nel cielo di Venere, quello degli spiriti amanti, dove incontrano Carlo Martello, figlio primogenito del re Carlo II d’Angiò. Dante lo aveva conosciuto personalmente durante il suo soggiorno a Firenze, nel 1294, ed era nata tra loro un’amicizia che il giovane principe, troppo presto passato a miglior vita, così descrive:
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
ché s’io fossi giù stato, io ti mostrava
del mio amor più oltre che le fronde. (vv. 55-57)
E’ veramente stupenda la metafora delle “fronde”, che sono propriamente le foglie dell’albero, quello cioè che della pianta si vede di primo acchito, non ciò che costituisce la sua essenza, la sua linfa vitale; così Carlo Martello vuol dire che se fosse rimasto più a lungo sulla terra avrebbe approfondito la sua amicizia con Dante passando dalle parole (le fronde, appunto) ai frutti, cioè un rapporto di maggior affetto e confidenza. Il paragone implicito tra il sentimento umano e la natura della pianta rende l’immagine esaustiva ed esprime il pensiero del poeta meglio di qualunque altra affermazione. Tra gli innumerevoli altri esempi della cantica, ne cito solo un altro tratto dal canto XV, quello in cui Dante, nel cielo di Marte o degli spiriti combattenti, incontra il suo avo Cacciaguida. Il beato, vedendo il suo discendente, scende dalla croce luminosa in cui si trovava e gli si rivolge, inizialmente con parole che il pellegrino non intende perché non comprensibili all’intelletto umano; poi il suo eloquio si commisura alle capacità di Dante, e questo cambiamento è così descritto:
E quando l’arco dell’ardente affetto
fu sì sfogato, che ‘l parlar discese
invero lo segno del nostro intelletto. (vv. 43-45)
Quel che colpisce nella terzina è la metafora dell’arco, che rappresenta figurativamente l’ardore mistico del beato, che si sfoga nella sua dimensione incomprensibile per passare poi ad un’espressione adatta alle capacità umane. Questo ardore di carità è assimilato ad un arco che si tende, e la cui tensione aumenta sempre più sino a lanciare la freccia e poi rilassarsi, il che rende con estrema efficacia il passaggio di Cacciaguida dallo stato di beatitudine mistica in cui ordinariamente si trova ad una dimensione più umana, quella che gli renderà possibile il dialogo con Dante. Anche qui, come in tanti altri passi, il linguaggio figurato prelude ad esiti artistici di straordinario rilievo.
Questa mia panoramica sulle metafore di Dante, volutamente limitata, deriva dalla mia incontrollata passione per questo poeta ed il suo poema, senza dubbio la più grande opera che la letteratura italiana (e mondiale!) abbia mai prodotto. So bene che sull’argomento esistono tanti studi scientifici e accademici molto più approfonditi di quello che può essere un semplice articolo su di un blog; ma la mia intenzione non è certo quella di apportare alla questione un contributo innovativo, bensì solo quella di attrarre l’attenzione dei miei pochi lettori su di un aspetto importante dell’arte dantesca, usando parole semplici e adatte ad un docente di liceo. Spero che chi legge possa trarre profitto da questo mio scritto, e che magari qualcuno, nonostante la stagione di vacanze in cui ci troviamo, voglia rispondermi e mandarmi un commento, anche di poche parole. Non è difficile, basta cliccare sulla scritta “Lascia un commento” in fondo all’articolo. Con un piccolo sforzo possiamo avviare un confronto che potrebbe essere utile, sia a chi insegna l’italiano nel triennio dei Licei sia ai semplici appassionati della vera letteratura.

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Esami di Stato a tarallucci e vino

Più volte ho scritto su questo blog che gli esami di Stato dei licei e degli istituti di II° grado sono diventati molto spesso un’inutile farsa, che sarebbe meglio abolire definitivamente: ne guadagnerebbe l’erario pubblico, che risparmierebbe molti soldi, e gli studenti stessi, che avrebbero certamente con lo scrutinio finale una valutazione molto più obiettiva. E purtroppo si è costretti ad ammettere che se questi esami sono diventati quello che sono la responsabilità non è dei vari ministri che si sono succeduti al Governo, ma delle commissioni nominate per esaminare i candidati, cioè i presidenti ed i commissari, dirigenti o docenti dello stesso ordine di scuola.
Osservando da vicino il comportamento della maggior parte delle commissioni, notiamo subito che quasi tutte partono dal presupposto che non si deve bocciare nessuno, perché – a dire di molti – sarebbe inutile far ripetere ad uno studente l’ultimo anno. Certo, sarebbe stato meglio se gli asini fossero stati fermati prima di arrivare all’esame, ma si sa come vanno le cose: le scuole non bocciano praticamente più quasi nessuno, portano avanti cani e porci e poi, al momento di ammettere gli studenti all’esame, li ammettono tutti lasciando le patate bollenti nelle mani della commissione. E la commissione cosa deve fare a quel punto? I presidenti, anche di fronte a prove d’esame penose, quasi sempre insistono per far raggiungere all’asino di turno i 60 punti necessari per la promozione, sostanzialmente perché non vogliono fastidi ed hanno per lo più una maledetta paura di eventuali ricorsi, che li costringerebbero a tornare nella sede d’esame, riesaminare tutti gli incartamenti, dover ripetere alcune procedure ecc. ecc. Perciò è molto più conveniente promuovere tutti, così non si hanno fastidi e si può andare tranquillamente in vacanza.
Già questo presupposto, cioè che bisogna promuovere tutti, è sufficiente per trasformare l’esame in una ridicola commedia, ma non basta: la maggior parte dei commissari, interni ma anche esterni, fanno a gara per facilitare le prove fino all’inverosimile, non solo formulando quesiti semplici e domande altrettanto banali (quando non addirittura concordate in precedenza con gli alunni!), ma anche aiutandoli spudoratamente durante le prove scritte ed arrivando anche, in qualche caso, a svolgere il compito in loro vece. Questo comportamento ignobile è praticato anche dai membri esterni, ma più di frequente da quelli interni, perché si è ormai diffusa ovunque la falsa convinzione che la scuola giudicata migliore sul territorio sia quella che ha i voti più alti ed il maggior numero di successi scolastici, senza tener conto del fatto che dietro quei voti e quei successi può esserci il nulla assoluto. Avviene così che molti studenti, sorretti, facilitati ed aiutati in ogni modo, ottengano all’esame una valutazione finale largamente superiore a quello che sarebbe il loro merito reale. In tante situazioni si sprecano i 100/100 ed i voti altissimi senza che si sia mai veramente verificata la preparazione degli alunni, in modo da far fare bella figura alla scuola sul territorio; è noto infatti che attualmente, da quando esiste la cosiddetta “autonomia” scolastica e il concetto di scuola-azienda, ogni Istituto deve farsi pubblicità come la si fa alle automobili o ai detersivi, perché quel che conta non è la cultura e la validità didattica dell’insegnamento, ma solo la forma, l’immagine esterna. Perciò tanti docenti aiutano sfacciatamente gli studenti all’esame non tanto per spirito di altruismo, quanto per fare essi stessi bella figura, perché nell’immaginario comune se una scuola ha tanti voti alti significa che i professori che hanno preparato i ragazzi sono stati bravi… Quindi chi agisce così lo fa per prestigio personale, più che per il bene altrui. C’è poi da dire che quest’anno l’insipienza dei responsabili del Ministero che hanno scelto le prove d’esame ha dato una grossa mano all’illegalità diffusa: proponendo infatti esercizi impossibili per gli studenti di oggi, come la versione di greco di Aristotele assegnata al Liceo Classico, hanno di fatto autorizzato e invogliato i professori a fare la traduzione e poi passarla agli studenti, come è avvenuto in tanti luoghi. In questo modo l’esame si riduce ad una patetica farsa, che castiga le reali qualità e premia gli incapaci ed i fannulloni, che finiscono per ottenere gli stessi voti (o quasi) di coloro che si sono sempre impegnati seriamente. Questo è il risultato di una mentalità falsa e distorta che domina nella scuola italiana, dove la serietà degli studi e la giusta selezione sono ormai ricordi lontani e irrecuperabili. Ed è cosa meschina ed inutile accusare i politici, i ministri o chiunque altro di questa situazione: siamo noi docenti che ci comportiamo male, che agiamo in modo opportunista e spesso disonesto, convinti che tanto siamo nel paese del “se po’ fà” e che nessuno ci controlla.
Questi atteggiamenti così diffusi tra i docenti si traducono spesso anche in modi d’agire inopportuni e sconvenienti per quella che dovrebbe essere l’atmosfera di serietà in cui si dovrebbe svolgere l’esame. Ho visto più volte professori e presidenti di commissione che, durante i colloqui, se ne stanno tranquillamente a giocare con il cellulare e a mandare messaggini finché non tocca loro il turno di partecipare al colloquio, ed ancor più frequente è la continua presenza di scherzi, risate e battute di spirito all’indirizzo degli studenti, forse nell’intento di “sdrammatizzare” un evento che si ritiene drammatico per i ragazzi. Io credo che questi comportamenti da salotto, più che da esame, in realtà disorientino più di quanto aiutano, perché gli studenti, nonostante tutto, prendono l’esame come una cosa seria e non si trovano a loro agio in una commissione dove il clima sembra quello di una festa tra amici anziché quello di una prova che dovrebbe svolgersi in modo compassato e adatto alla circostanza. Non dico che i commissari dovrebbero mostrarsi arcigni o incutere timore, perché non sarebbe giusto; ma mi pare altrettanto sconveniente scherzare e far battute di spirito come se ci trovassimo ad uno spettacolo di cabaret. In ogni circostanza la scelta migliore è la via di mezzo, come già gli antichi ci hanno saggiamente insegnato; ma mi accorgo che seguire questo principio diventa sempre più difficile, in questa nostra società che ha ormai perduto i suoi valori più veri ed autentici.

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La versione di greco dell’esame di Stato 2018: insipienza o malafede?

In questo mio ultimo (speriamo) anno di insegnamento sono stato nominato Presidente di commissione in un Liceo delle Scienze Umane che è ubicato nello stesso edificio in cui si trova anche un Liceo Classico. Così stamane, durante una pausa dei lavori, ho avuto la curiosità di andare a vedere il testo di greco assegnato al Classico, e quando l’ho visto sono rimasto di sasso: si trattava di un brano di Aristotele, dall’Etica Nicomachea, non solo lungo, ma anche molto difficoltoso per la presenza di varie costruzioni e nessi sintattici inconsueti e del tutto diversi da quelli normalmente incontrati dagli studenti durante il lavoro curriculare del triennio liceale; c’erano verbi sottintesi, participi sostantivati senza articolo (proprio della lingua parlata o cancelleresca, non certo di quella letteraria), una citazione omerica di ardua comprensione con la presenza del duale (che gli studenti non incontrano mai nelle normali versioni), un genitivo assoluto facilmente confondibile con un altro di diversa funzione, una frase con quattro participi dello stesso verbo in diverse funzioni, e chi ne ha più ne metta.
Leggendo i commenti su Facebook ho visto che alcuni iscritti ai gruppi del settore hanno avuto il coraggio di affermare che questa prova era facile. Ma facile per chi? Forse per gli esperti della materia, i grecisti, i filologi, non certo per gli studenti, molti dei quali l’hanno trovata del tutto inaccessibile. E poi, detto tra noi, vorrei vedere quanti di questi professorini che si vantano tanto del loro sapere sarebbero in grado di tradurre così, all’impronta, un brano come questo! Per farcela occorre conoscere molto bene la lingua greca, i linguaggi particolari di essa ed anche gli stilemi propri di Aristotele, le cui opere spesso non erano destinate alla pubblicazione ma servivano come “manuali” all’interno della sua scuola filosofica; quindi, anche se l’argomentazione è rigorosa come sempre, la lingua non segue uno stile propriamente letterario ma è costellata di ellissi, significati specifici e non comuni, usi sintattici inconsueti, proprio come avverrebbe oggi se fossero pubblicati degli appunti personali che qualcuno ha preso in fretta senza avere il tempo di riguardarli e conferire loro una veste letteraria. E si pretende che gli studenti, che a fatica si orientano sulle solite versioni storico-narrative, abbiano gli strumenti per affrontare un brano come questo, pieno di particolarità ch’essi non hanno mai o quasi incontrato durante il loro percorso didattico?
E qui occorre cominciare a parlare dei funzionari del Ministero preposti alla scelta delle prove per l’esame di Stato. Costoro, a quanto pare, non sono mai entrati in una scuola dai tempi in cui erano studenti, non conoscono affatto la realtà attuale e agiscono senza alcun criterio logico. Chi non vede la contraddizione che c’è tra il pretendere, come fa il Ministero, che gli alunni facciano 200 ore di alternanza scuola-lavoro, che partecipino a progetti ed iniziative che portano via molto tempo scuola (si parla del 20% delle ore scolastiche in genere destinate ad altro che non è la normale lezione quotidiana), e l’assegnare all’esame di Stato una versione di greco di questa difficoltà? Allora, io credo, delle due l’una: o i Soloni del Ministero sono delle teste vuote che non capiscono niente di scuola e vivono in un mondo diverso da quello reale, oppure queste scelte vengono fatte a bella posta per danneggiare il Liceo Classico e distogliere le famiglie ed i futuri alunni dall’iscriversi a questa scuola. Sì, perché il Liceo Classico è capace di aprire la mente delle persone, farle ragionare con la propria testa, e questo dà fastidio a chi detiene una qualsiasi forma di potere: meglio quindi affossarlo assegnando prove inaccessibili in modo da dimostrarne la presunta inadeguatezza per la società attuale. Già la sola presenza del greco allontana molti dall’iscriversi per il timore che incute questa lingua misteriosa; se poi all’esame si provoca un fallimento totale proprio in questa materia, tale sentimento popolare non può che rinforzarsi.
La realtà nuda e cruda è che gli studenti di oggi, per una serie di ragioni che ho enunciato in altri post, non sono più predisposti a comprendere da soli i testi classici, a meno che non siano molto facili; la traduzione dal latino e ancor più dal greco, pertanto, è ormai diventata un esercizio per esperti filologi, non per ragazzi adolescenti che spesso arrivano al Liceo senza neanche conoscere le basi sintattiche della lingua italiana. Pretendere quindi che traducano come provetti grecisti brani come questo assegnato oggi è pura fantasia. E poi va anche detto che lo scopo dell’insegnamento delle lingue classiche ai licei non è quello di sfornare esperti latinisti o grecisti: per quello c’è l’università, i master, lo studio personale. Il valore delle lingue classiche per i liceali è quello di conoscere l’etimologia di tante parole italiane, di ragionare sui testi compiendo un lavoro di scelta e di analisi autonoma, di conoscere aspetti delle opere letterarie che senza la lettura in lingua originale non sarebbero accessibili (penso all’ordito retorico o agli altri elementi formali che per gli antichi avevano fondamentale importanza nella valutazione di ogni genere di scritti); ma questi obiettivi si possono ottenere anche leggendo i testi più complessi sotto la guida del docente e lasciando agli alunni il compito di tradurre brani più facili di tipo storico o narrativo, gli unici che possono affrontare con qualche speranza di successo. Va anche detto – e non è cosa secondaria – che lo sviluppo della tecnologia ha di fatto molto ridotto l’attività di approccio ai testi da parte degli studenti: ai nostri tempi, infatti, avevamo solo il vocabolario per tradurre e dovevamo farlo perché non potevamo presentarci a scuola senza aver svolto i compiti, adesso invece scaricano le traduzioni da internet, dai siti-canaglia che contengono già tradotti tutti i brani presenti nei versionari attualmente in commercio, e quindi non si esercitano quasi più. E’ triste dirlo in modo così crudo, ma questa è la realtà: perciò dico che è da incoscienti o da lestofanti in malafede, sapendo tutto ciò, proporre all’esame di Stato un brano come quello di oggi.
Aggiungo anche un’ultima considerazione su un argomento già discusso altre volte su questo blog. Io trovo del tutto fuori luogo continuare a fondare la seconda prova d’esame del Liceo Classico sulla sola traduzione, com’era ai tempi di Gentile nel 1923. E’ passato un secolo, la società è cambiata in modo straordinario e radicale ma al Ministero non se ne sono accorti, a quanto pare, perché pretendono dai ragazzi di oggi quello che si richiedeva ai loro bisnonni un secolo fa; anzi, alcune versioni assegnate quaranta o cinquant’anni fa erano più accessibili di quelle di adesso, ed è difficile quindi pensare che non ci sia dietro la malafede. Esistono tanti modi di approcciarsi al mondo classico: ci sono le conoscenze letterarie, artistiche, antropologiche, storiche ecc., ed è su tutte queste che dovrebbe fondarsi la seconda prova d’esame del Classico, non sulla sola capacità di traduzione. Come sostiene da tempo il prof. Bettini e molti altri me compreso, è l’ora di modificare questo residuato bellico della sola traduzione e inserire nella seconda prova anche esercizi su altre competenze, se non si vuole che il disastro totale che deriva dalle scelte ministeriali ricada sulla pelle degli studenti e di tutta la società. La scuola deve adeguarsi ai tempi, non continuare a pretendere in modo assurdo e antistorico ciò che i ragazzi di oggi non possono più dare. E poi chiediamoci questo: quando saranno passati quindici o vent’anni dall’esame di Stato, l’ex alunno del Liceo Classico ricorderà più facilmente il pensiero di Seneca, gli ideali espressi dalla tragedia greca, la stupenda bellezza della poesia virgiliana oppure le leggi degli accenti del greco e la consecutio temporum?

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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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Com’ero io da studente

Proprio adesso che sono giunto al termine della mia carriera di docente mi viene da pensare a quanto la scuola sia cambiata dai tempi in cui ero studente io ad oggi. Si parla di un periodo lontano nel tempo, e tanto più lontano se consideriamo che negli ultimi trent’anni il progresso tecnologico ha fatto più passi avanti di quanti non ne abbia fatti nei 100 anni precedenti: quando andavo a scuola io, negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non esistevano né computers, né internet né cellulari; la televisione trasmetteva la “Tv dei ragazzi” per un’ora o poco più al giorno, c’era un solo canale in bianco e nero e le trasmissioni finivano alle 11 di sera; non esistevano discoteche né altri luoghi di ritrovo tipici dei giovani di oggi. I nostri svaghi consistevano nell’uscire nel primo pomeriggio a fare una partita di pallone nella quale le porte erano costituite da due sassi sistemati a una certa distanza, oppure nel fare un giretto in bicicletta, perché pochi di noi si potevano permettete il motorino all’età di 14 anni in cui era consentito guidarlo. In casa non avevamo altra sorgente di cultura che non fossero i nostri libri di scuola oppure – solo nelle case delle persone socialmente più elevate – qualche altro libro o enciclopedia acquistata per noi dai genitori.
Anche nella pratica scolastica molto era diverso da oggi. Maestri e professori godevano di maggior rispetto in linea generale, ma non sempre: in qualche caso avveniva anche il contrario, perché se l’insegnante non possedeva una certa autorevolezza e non sapeva tenere adeguatamente la disciplina veniva snobbato ed anche sbeffeggiato come e più di adesso. I genitori non difendevano quasi mai i figli: se uno di noi aveva un diverbio con un docente la colpa era sempre nostra, a prescindere da come i fatti si erano veramente svolti. Ma di questo io non do un giudizio così positivo come fanno molte persone che rimpiangono i bei tempi passati: come docente, infatti, ho sempre sostenuto che il rispetto tra professori ed alunni deve essere reciproco, quindi anche il professore deve rispettare la dignità e l’autostima dei suoi studenti e non è detto che in caso di contenzioso la colpa sia sempre di questi ultimi. Certi colleghi, che magari si vantano di avere un rapporto aperto e amichevole con i loro alunni, spesso ne offendono la sensibilità senza rendersene conto, ed è meglio quindi tenere un atteggiamento distaccato ma comprensivo e deferente al tempo stesso, da entrambe le parti.
Un problema scolastico di cui oggi si parla tanto come se fosse una novità di questi ultimi anni e che invece esisteva (eccome!) anche ai miei tempi è il bullismo, che anzi era ancor più grave e odioso di quanto non avvenga adesso, tranne il fatto che allora non esistevano i “social” e quindi gli atti di violenza e di intimidazione restavano confinati all’interno dei gruppi giovanili. Però c’erano e talvolta incidevano profondamente nello sviluppo psichico delle persone. Quante volte ho assistito a vere e proprie risse tra compagni, frasi minacciose come “t’aspetto fuori!”, persecuzioni vere e proprie contro i più deboli e tutti coloro che avevano una qualche caratteristica giudicata diversa dalla norma! Bastava essere un po’ più grassi del normale e si diventava “ciccio bomba”, un po’ più magri e si diventava “stecchino”, avere gli occhiali e si era chiamati col simpatico soprannome di “quattrocchi”, e via dicendo. Di questo bullismo ho sofferto anch’io soprattutto alla scuola media inferiore (anni 1965-1968) ma non per l’aspetto fisico, benché qualche soprannome – come usava allora – me lo avessero appiccicato. Le intimidazioni che subivo io derivavano dal fatto che a scuola ero diligente ed avevo voti alti in tutte le materie; ciò comportava l’invidia maligna di alcuni e la volontà intimidatoria di altri, che mi ordinavano di passare loro i compiti durante le verifiche o di suggerire loro durante le interrogazioni minacciando ritorsioni in caso di rifiuto. Io non ho mai soggiaciuto a questi ricatti e ne ho subito le conseguenze, ma non ho mai fatto ciò che questi energumeni avrebbero voluto: anzi, persone come loro io le definivo “parassiti” perché senza volersi impegnare nello studio pretendevano di sfruttare il lavoro degli altri per avere la manna dal cielo, trovarsi cioè i compiti fatti senza voler compiere il minimo sforzo. A qualcuno questo potrà sembrare egoismo ma per me anche adesso le cose stanno così: ciascuno deve compiere i propri doveri, e non è giusto avvalersi della fatica altrui per coltivare la propria indolenza. Perciò come docente non ammetto in alcun modo le copiature durante i compiti e cerco di stare bene attento a che ciò non accada.
A parte questo problema, ho vissuto tutta la mia carriera scolastica con piena soddisfazione, promosso tutti gli anni con voti altissimi. Anche al liceo il successo fu continuo, a parte l’inizio del primo anno quando vennero alla luce certe lacune in latino dovute al fatto che l’insegnante che avevo alle medie di latino ne aveva fatto ben poco. I primi due anni (il ginnasio) continuai a studiare a pari livello tutte le discipline, mentre dal terzo anno cominciai a fare quella scelta per le materie umanistiche (specie italiano, latino e greco) che ha caratterizzato poi tutta la mia vita di studente e di docente. Il merito fu di un professore di greco che, benché svolgesse poco programma e con un metodo che oggi sarebbe del tutto inadeguato, aveva un grande amore per la sua disciplina che riuscì a trasmettere anche a me, tanto che da allora fui per il resto del percorso scolastico il “grecista” della classe: all’esame di Stato in particolare, che allora si chiamava di maturità, svolsi la versione di greco in meno di mezz’ora e la consegnai dopo 50 minuti dall’inizio della prova (allora si poteva fare, oggi invece non si può lasciare l’Istituto prima di tre ore), riportandone un esito lusinghiero (10/10). A ciò seguì la valutazione massima dell’intero esame (60/60), ottenuta soprattutto grazie all’eccellenza di entrambe le prove scritte. La passione per il greco ed il latino, da allora in poi, non mi ha più abbandonato ed anche adesso che sto per andare in pensione ho la ferma intenzione di continuare la ricerca e le pubblicazioni in questo settore.
Come studente, quindi, ero estremamente diligente e studioso, ma soltanto nelle materie che più mi coinvolgevano, mentre per quelle scientifiche non avevo propensione né simpatia, pur riportando anche lì esiti buoni. Il mio problema erano le relazioni umane, abituato com’ero e come sono ad esprimere apertamente il mio pensiero, un’abitudine questa che provoca molto spesso antipatie e risentimenti. Si tratta di un aspetto fondante del mio carattere che non posso eliminare perché è più forte di me e che durante tutta la mia carriera di docente mi ha provocato spesso problemi con i colleghi, alcuni dei quali non mi hanno salutato o rivolto la parola per lunghi periodi solo perché li avevo apertamente criticati per certi loro comportamenti che non mi erano piaciuti. Quand’ero studente, però, le conseguenze erano ancor più gravi perché io, pur rispettando doverosamente i professori, non esitavo a far valere le mie ragioni quando a mio parere avevano agito in modo non giusto nei miei confronti, incurante delle conseguenze che ne sarebbero derivate. L’evento più grave a questo riguardo avvenne in II° Liceo Classico (la quarta classe di oggi), quando un docente di storia e filosofia, degno di poca stima per la sua carenza di preparazione e per il metodo di lavoro sbagliato, volle imporre alla mia classe di svolgere all’improvviso un compito scritto senza prima averci avvertiti. Tutti ci rifiutammo di svolgerlo ma poi i miei compagni, minacciati dal docente di essere sanzionati con un brutto voto, cedettero vilmente uno ad uno al ricatto del professore e si misero a fare il compito; io invece dissi che la mia dignità mi imponeva di restare coerente con quanto avevo deciso all’inizio e mi rifiutai tassativamente, subendo così una nota sul registro, l’obbligo di tornare a scuola accompagnato dai genitori ed un abbassamento del voto di condotta. Ciò nonostante neppure adesso, a distanza di quasi cinquant’anni, mi pento di quel mio gesto, anzi ne sono fiero e ribadisco quel che ho detto sopra, cioè che i professori non hanno sempre ragione solo perché sono professori, e mi sento in dovere di dirlo proprio perché faccio anch’io quel mestiere. Come sbagliano i genitori di adesso a proteggere sempre i figli, così sbagliavano quelli di allora a gettare loro sempre la croce addosso, come fecero appunto i miei in quell’occasione perché “il professore va obbedito”. “Anche noi studenti abbiamo i nostri diritti” risposi allora io e lo sostengo ancora, perché il rispetto va meritato in base al proprio agire ed alla propria professionalità, non solo perché ci si trova in una certa posizione sociale. Giustamente oggi la scuola non è più una caserma, come talvolta sembrava essere ai tempi miei; l’importante è che non si esageri nel senso opposto, come è avvenuto in certi istituti dove i docenti sono stati persino aggrediti fisicamente da studenti e genitori. La teoria del giusto mezzo di aristotelica memoria, a mio parere, dovrebbe essere ancor oggi la norma morale principale da seguire da parte di tutti noi.

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L’ultimo mese di scuola

Siamo ormai arrivati all’ultimo mese di attività didattica, perché il 9 giugno, com’è noto, si chiude l’anno scolastico, almeno per quanto concerne le lezioni in classe. Quest’anno non posso fare a meno di conferire particolare importanza a questo argomento perché per me, a meno che non intervengano fatti nuovi dell’ultimo momento, si tratta dell’ultimo mese della mia carriera lavorativa, dato che dal 1° settembre prossimo sarò in pensione. Questa circostanza, a me invidiata da tanti colleghi, non mi provoca invece particolare allegria: la prospettiva di non avere più contatti con un mondo che, pur cambiato in peggio qual è, è stato il mio mondo per quarant’anni, non può non ingenerare ansia e incertezza per un futuro profondamente diverso dal presente e dal passato.
Comunque sia, quest’ultimo mese di scuola si caratterizza per la pluralità degli impegni che investono sia i docenti che gli studenti: per i primi aumenta il lavoro e la stringente necessità di concludere in modo dignitoso i programmi svolti durante l’anno e di procurarsi il “congruo numero” di verifiche richiesto dalla normativa per poter procedere alla valutazione nello scrutinio finale ; per i secondi gli impegni conclusivi dell’anno scolastico, tra compiti in classe, interrogazioni e verifiche varie, risultano così pressanti da metterne a dura prova l’equilibrio psichico e le forze intellettuali. Così ogni anno, a maggio, assistiamo alle solite lamentele degli studenti per il soverchio carico di studio e di impegni scolastici; e dobbiamo riconoscere che sotto questo aspetto non hanno tutti i torti, perché, nonostante i buoni propositi che i professori fanno durante i mesi precedenti di organizzare in modo razionale le verifiche delle varie discipline, immancabilmente accade che l’ultimo periodo di attività scolastica risulta sempre il più massacrante e denso di impegni di ogni genere.
Il problema è difficilmente risolvibile, soprattutto in quelle classi che hanno un docente per materia (o quasi) e quindi gli studenti rischiano di trovarsi magari due o tre interrogazioni, oppure una verifica scritta e un’interrogazione, nello stesso giorno, con conseguenze facilmente immaginabili, se consideriamo che i ragazzi di oggi hanno anche impegni extrascolastici e che, d’altro canto, sono fragili emotivamente e poco inclini a immagazzinare un gran numero di nozioni e concetti senza fare confusione e dimenticarsi di tutto in poco tempo. Come ovviare a queste difficoltà? L’unico modo possibile, che in verità io sto applicando da molti anni anche se ricevo per questo molte obiezioni, è quello di programmare le verifiche con almeno quindici giorni di anticipo, stilando un calendario preciso della successione delle stesse che può essere preparato dagli studenti oppure organizzato dal professore estraendo a sorte un numero dal registro e procedendo poi in ordine alfabetico. In questo modo gli alunni hanno tutto il tempo di preparare adeguatamente la verifica, durante la quale, beninteso, saranno sentiti su tutto il programma svolto fino a quel momento e non solo sugli ultimi argomenti. Un tale sistema è analogo a quanto accade usualmente all’Università, dove gli esami sono programmati con almeno un mese di anticipo, e ciò consente agli studenti di organizzarsi e poter affrontare l’impegno intellettuale (che non è meno gravoso di quello fisico!) con la necessaria serenità. E’ vero che anche questo metodo ha i suoi punti deboli, come ad esempio il fatto che molti alunni, nonostante le raccomandazioni dei docenti, tralasciano una materia per molto tempo e si decidono a studiarla solo pochi giorni prima dell’interrogazione ricavando una preparazione raffazzonata e spesso confusionaria; ma rifiutando questo metodo, escludendo cioè la programmazione delle verifiche, le conseguenze sono ancora peggiori perché i ragazzi, se chiamati all’improvviso a sostenere una prova per la quale non si sono preparati, reagiscono adducendo scuse varie (spesso spalleggiati dai genitori) o addirittura restando assenti a scuola ogni volta che c’è il “rischio” (come dicono loro) di essere interrogati a sorpresa. Occorre perciò scegliere il male minore, che non è affatto, come sostengono alcuni colleghi, un regalo fatto agli studenti, ma un modo razionale per consentire loro di organizzarsi al meglio, in un periodo in cui chiunque si troverebbe in difficoltà; e chi di noi, come il sottoscritto, ha avuto figli in età scolare sa che il problema esiste veramente, specie ai Licei e in particolare nel triennio conclusivo del percorso scolastico. Va anche sottolineato, perché è la verità, che l’efficacia del lavoro del docente e quindi anche delle verifiche effettuate sugli studenti non deriva tanto dalla presenza o no della loro programmazione, quanto dallo spessore culturale con la quale vengono condotte. Per fare l’esempio personale, è vero che io consento agli alunni di decidere il giorno in cui saranno interrogati, ma è anche vero che in base a questo mi sento autorizzato a chiedere in maniera approfondita tutti gli argomenti senza alcun sussidio: per i classici in lingua originale (greco e latino), infatti, non consento agli studenti l’uso del libro di testo dove compaiono note e aiuti alla traduzione, ma li faccio leggere, tradurre e commentare da fotocopie portate da me in cui si trova soltanto il testo originale. Certo, ognuno ha il proprio metodo e tutti possono avere una loro validità; l’importante è che venga sempre salvata la serietà degli studi e delle verifiche, tenendo conto però che, come diceva Quintiliano, gli studenti non sono pozzi senza fondo ma sono paragonabili a bottiglie dalla pancia larga ma dal collo stretto, in cui i vari impegni scolastici vanno inseriti con moderazione, perché soltanto così si ottengono i migliori risultati.

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Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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Il “burnout”, o depressione dell’insegnante

Ancor prima che il fenomeno di cui mi occupo oggi fosse definito con questa orribile parola inglese si sapeva che la categoria di lavoratori che, nel nostro Paese, ricorre di più alle cure degli psichiatri, è quella degli insegnanti. E’ un dato di fatto, non un’ipotesi, e dovrebbe essere sufficiente a controbilanciare l’idea, così pesantemente diffusa nell’immaginario popolare, secondo cui la nostra categoria lavorerebbe solo 18 ore a settimana, avrebbe quattro mesi di ferie, ruberebbe lo stipendio e così via. La realtà è tutto l’opposto: se c’è una professione logorante sul piano psicologico, che comporta però anche conseguenze fisiologiche e somatiche, è proprio quella di noi docenti. Sembra che finalmente il fenomeno sia stato riconosciuto, almeno in ambito medico e sociologico; non lo è invece ancora dal punto di vista politico-sociale, visto che anche gli insegnanti, come molte altre categorie, sono costretti dalla legge Fornero a rimanere in servizio fino a 66-67 anni di età, con la conseguenza che in Italia abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. Questo scarto demografico con gli alunni, che in molti casi potrebbero essere non i nostri figli ma i nostri nipoti, aumenta il disagio della categoria e la depressione che ne deriva, in quanto ci sentiamo talmente lontani, anagraficamente, dai nostri studenti che per molti di noi risulta difficile entrare in sintonia con loro e con i loro problemi adolescenziali.
Etimologicamente la parola “burnout” significa “bruciato, fuso”, e debbo dire che non è usata fuori luogo, perché in effetti questa forma di depressione si presenta in forma di un esaurimento delle energie psichiche con cui ogni giorno dobbiamo affrontare il nostro lavoro. Le cause del fenomeno sono molteplici e diverse per ciascuno di noi; per quanto mi riguarda, pertanto, esporrò quelle che mi sembrano più appropriate al mio caso, dato che anch’io mi sento affetto da questa sindrome, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui quest’anno ho fatto domanda di pensione, pur potendo restare in servizio un altro anno ancora. La differenza di età con gli alunni, già ricordata, ha senz’altro inciso, ma non più di tanto, poiché i miei motivi di insoddisfazione e di recriminazione nei confronti dell’ambiente lavorativo derivano solo in minima parte dai miei studenti, con i quali continuo a star bene anche se per età potrei essere il loro nonno; debbo dire anzi che quando sono in classe a far lezione, quando la porta è chiusa e nessuno mi disturba, quando mi è consentito di fare il mio lavoro come credo che debba essere fatto, mi sento come al momento in cui ho cominciato a insegnare, quasi quarant’anni fa, e mi sento ancora pervaso da quell’entusiasmo e quella passione per la mia professione che avevo allora. Del resto, cosa c’è di più nobile del trasmettere la cultura? Come diceva Cicerone, la cultura è bella e utile solo quando non resta chiusa in chi la possiede, ma viene messa al servizio degli altri. Questa, appunto, è la missione del docente.
In verità i motivi della delusione, della depressione da insegnamento (non voglio più usare la parola inglese, parliamo la nostra lingua!), nel mio caso sono altri e non dipendono dagli studenti, i quali comprendono subito chi hanno davanti e sono disposti anche a lavorare seriamente se il docente dimostra per primo di avere amore per le sue discipline. I problemi sono altri, e dipendono dalla burocrazia, dalla cattiva gestione della scuola da parte della politica, dalle frustrazioni quotidiane che derivano dal dover accettare una realtà profondamente diversa da quella in cui da sempre si è creduto. Tanto per cominciare, noi docenti da anni veniamo sottoposti ad una serie sempre crescente di impegni e attività alle quali non corrisponde alcun miglioramento economico, perché i nostri stipendi sono sempre rimasti inadeguati rispetto a quanto avviene in altri paesi d’Europa, dove i colleghi non lavorano certo più e meglio di noi; a ciò si aggiunge una pessima considerazione sociale, perché il nostro ruolo e l’importanza della nostra professione non sono riconosciuti dall’opinione pubblica, la quale continua a pensare che lo stipendio che ci viene dato sia anche troppo alto rispetto al lavoro che svolgiamo. Già questo mancato riconoscimento della nostra professionalità è deprimente, ma a ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità di avere qualunque progresso di carriera nel corso della vita lavorativa, tranne quello legata all’anzianità. A questo proposito debbo riconoscere che mi ero illuso nel 2015, quando il governo Renzi promulgò la legge 107 detta della “Buona Scuola”, perché in quella legge si parlava di un “bonus” premiale per gli insegnanti migliori e ciò sembrava in effetti un riconoscimento dell’impegno e della validità didattica e culturale dei docenti. Lo giudicai un provvedimento giusto e sacrosanto, non tanto dal punto di vista economico perché si sapeva che il beneficio sarebbe stato esiguo, quanto da quello morale e professionale, in quanto l’essere compreso in quel novero significava vedere riconosciuta ufficialmente la propria professionalità, il che per me vale più di qualunque cifra. La realtà dei fatti ha però smorzato il mio entusiasmo e ne ha fatto emergere tutta l’infondatezza, perché questo “beneficio” (chiamiamolo così) non è andato ai docenti migliori sul piano culturale e didattico, cioè a coloro che sanno insegnare meglio e conoscono meglio le proprie discipline, ma a chi collabora con la scuola organizzando conferenze, attività varie costruite appositamente per pubblicizzare l’istituto nel territorio di appartenenza, manifestazioni varie che possono anche avere una loro utilità di facciata ma che ben poco c’entrano con il valore professionale del docente. Oltretutto la maggior parte dei dirigenti scolastici non ha neanche pubblicato l’elenco dei beneficiari del “bonus” del proprio Istituto, vanificando così del tutto il riconoscimento stesso e rendendolo di fatto una misera mancia pecuniaria senza alcun altro valore e significato.
Molti altri fattori depressivi ci sono nella scuola attuale per chi, come il sottoscritto, ha una concezione dell’insegnamento ormai evidentemente superata, un residuato archeologico da dimenticare al più presto. Oggi, per effetto delle leggi distruttive che si sono succedute negli ultimi decenni e di cui la 107 è solo la ciliegina sulla torta, la scuola è completamente diversa da come io l’ho vissuta e concepita fin dal momento in cui decisi di dedicarmi a questa professione. Adesso la lezione del docente agli alunni, la trasmissione della cultura, la formazione umana e culturale dei giovani sono diventate il fanalino di coda: quello che conta è invece l’immagine esterna, le varie attività che servono ad attrarre gli studenti e aumentare le iscrizioni, quasi che il valore di una scuola si misurasse sul numero di coloro che la frequentano e non sulla qualità del lavoro che vi viene svolto. E’ questo l’effetto del concetto di scuola-azienda che purtroppo da molti anni ci grava addosso come un macigno e ci costringe a privilegiare l’apparenza rispetto alla realtà, l’immagine esterna rispetto alla sostanza, la quantità rispetto alla qualità. Non possiamo più fare la giusta selezione che ogni scuola seria dovrebbe fare, perché le leggi ci costringono a promuovere praticamente tutti, altrimenti gli alunni non si iscrivono più e quindi l’istituto ne perde di immagine e anche di finanziamenti ministeriali; siamo stati costretti, sempre in base all’idea della scuola-azienda, ad accettare quell’autentica buffonata che è l’alternanza scuola-lavoro, un’iniziativa forse utile per gli istituti tecnici e professionali ma del tutto oziosa per i licei, che vedono i loro studenti perdere tempo scuola prezioso per andare a fare i camerieri, o qualcos’altro di simile; siamo oberati da una serie di attività parascolastiche ed extrascolastiche che potranno anche avere una loro ragion d’essere, ma tolgono spazio e tempo all’insegnamento curriculare e limitano il regolare svolgimento dei programmi, oltretutto sempre più corposi ed impegnativi. I nostri politici pretendono dalla scuola che faccia sempre di più offrendo sempre di meno e mortificando di continuo la professionalità dei docenti. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana, e tutto ciò a danno nostro.
Queste, ed altre ancora che non dico per non allungare troppo questo post, sono le ragioni del mio disagio, quello che viene chiamato appunto “depressione da insegnamento”, sempre per non usare la parola inglese. Io mi sento un vinto, uno sconfitto, costretto a vivere in un mondo che non è più il mio, e non certo per colpa degli studenti, che sono invece per me l’unico motivo di consolazione. E così, come tutti i vinti, cedo il campo e mi ritiro, prima che da questo disagio scaturiscano conseguenze peggiori. In un articolo sull’argomento, tempo fa, lessi che lo stato depressivo in cui lavorano i docenti può provocare un malfunzionamento dell’apparato immunitario, con la conseguente maggiore esposizione ad alcune patologie comprese quelle oncologiche. Una ragione in più per uscire il prima possibile da questo sistema logorante e devastante anche per la salute fisica, oltre che per quella psicologica. Poi continuerò a seguire le vicende della scuola, perché è la mia vita e sempre lo sarà; ma si tratterà di uno sguardo dall’esterno, simile a quello di chi sta sulla riva e osserva la tempesta, sereno non perché si compiaccia del male altrui ma perché questa lotta immane non lo tocca più. Concludo con questa immagine non mia, ma di un poeta latino molto importante che senz’altro i miei lettori più avveduti sapranno riconoscere.

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Terenzio ed il suo modello di educazione

A me non piace molto l’abitudine, diffusa soprattutto nei decenni addietro, di attualizzare a tutti i costi i classici latini e greci, quasi trasformandoli in voci del nostro tempo. Ogni fenomeno culturale va collocato nel tempo in cui fu prodotto e sulla base del pubblico cui allora era destinato; perciò mi facevano sorridere e talvolta anche indignare certe rappresentazioni delle tragedie greche, tanto per fare un solo esempio, interpretate facendo riferimento a eventi e fenomeni moderni. Così il tiranno dell’Antigone di Sofocle, Creonte, diventava il presidente degli Stati Uniti; la guerra di Troia diventava la guerra del Vietnam; il Prometeo di Eschilo diventava il simbolo di quei popoli, come quello cileno, che la dittatura militare aveva privato della libertà ecc. Simili forzature, perché di questo si tratta, venivano allestite quasi sempre da autori o registi di fede marxista, i quali ricercavano nell’antichità classica, in modo tanto insistente quanto sciocco, fantomatiche radici della loro ideologia. Io credo che ogni fenomeno culturale, di qualsiasi genere, vada collocato nel contesto in cui vide la luce, e che le attualizzazioni pure e semplici siano assurde e inefficaci, perché creano prodotti ibridi che perdono in tal modo tutto il loro fascino. Lo stesso può dirsi, a mio parere, anche per l’opera lirica, che certi registi moderni attualizzano a sproposito: qualche anno fa, per citare un caso personale, assistetti ad un allestimento del Rigoletto di Verdi in cui il Duca di Mantova veniva fatto arrivare in scena a bordo di uno scooter (una Vespa 50). Ne rimasi inorridito.
Ferma restando la collocazione di ogni autore e di ogni opera nel tempo in cui fu prodotta, è lecito però a mio parere parlare di continuità culturale, nel senso che un medesimo argomento o contenuto ideale può trovare applicazione in senso diacronico in contesti distanti anche secoli ma uniti da un’affinità di pensiero. Esistono sentimenti, sensazioni e problemi individuali e sociali che, pur nel profondo cambiamento dei contesti storici, rimangono però inalterati nella loro essenza perché riguardano l’uomo e la sua esistenza quotidiana. Uno di questi è senz’altro il problema del rapporto generazionale e dell’educazione dei figli da parte dei genitori, un aspetto della vita umana che interessa le coscienze di oggi come quelle di duemila anni fa, benché ovviamente sia molto cambiata la cornice sociale in cui tale fenomeno viene a collocarsi. Tutte le generazioni, adesso come allora, hanno contestato i loro genitori e sono state poi a loro volta contestate dai loro figli, e sempre si è posto il quesito di come comportarsi nel rapporto educativo. E’ preferibile il metodo fondato sulla severità o quello fondato sull’indulgenza? Oggi prevale il secondo, ed è diventato sempre più difficile per un genitore dire di no al figlio; ma siamo sicuri che questa sia la via migliore?
Per rispondere a questa domanda faccio appello ad un autore che da sempre mi ha affascinato, il commediografo latino Publio Terenzio Afro, oppure, più semplicemente, Terenzio. La sua commedia più significativa per l’argomento che ci interessa è quella che fece rappresentare per ultima nel 160 a.C., gli Adelphoe, cioè “I due fratelli”, sulla quale io scrissi tempo fa un libro destinato alla scuola dal titolo Un modello di educazione, pubblicato nel 2003 dall’editore D’Anna di Firenze. La trama della commedia è un po’ complicata, ma si può riassumere in questi termini. Ci sono due fratelli chiamati Demea e Micione, il primo dei quali ha avuto due figli e ne ha tenuto uno con sé mentre ha affidato il primogenito, Eschino, al fratello, il quale lo tratta come figlio suo. I due ragazzi vengono educati in modo del tutto opposto: Ctesifone, quello rimasto con il padre Demea, viene abituato al lavoro, al senso del dovere, al rispetto assoluto del padre con la massima severità; Eschino invece, che vive con lo zio Micione, conduce una vita del tutto libera e gaudente, organizza banchetti, frequenta donne in quantità, spende e spande tutto ciò che vuole e non ha praticamente alcun dovere. Micione spiega nelle prime scene il motivo di questa sua totale liberalità: egli è convinto che sia meglio tenere a freno i figli contando sul loro senso della dignità e con l’indulgenza anziché con la forza e con le punizioni. “Chi compie il proprio dovere sotto la minaccia di un castigo – egli afferma con sicurezza – sta in guardia fintanto che ritiene che ciò che fa si possa risapere; ma se ha la speranza di restare impunito, torna a fare il proprio comodo.” Se dovessimo giudicare l’operato dei due padri secondo le categorie dell’educazione moderna saremmo propensi senz’altro a dar ragione a Micione; ma lo sviluppo della commedia mostra che non è affatto così, perché nessuno dei due metodi educativi ha funzionato. Fallisce e viene anche derisa l’eccessiva severità di Demea, che crede ingenuamente di aver educato perfettamente il figlio Ctesifone, il quale invece s’invaghisce di una prostituta detenuta in casa di un mercante di schiave e la fa rapire dal fratello per non avere il coraggio di agire personalmente. Allo stesso modo fallisce anche il metodo liberale di Micione, perché Eschino mostra di non avere alcun senso della misura né alcun senso del dovere civico nel momento in cui entra in casa del mercante di schiave (che nella commedia si chiama lenone), picchia il proprietario con i servi e rapisce la ragazza del fratello senza rendersi minimamente conto di aver compiuto un vero e proprio reato. Al termine della commedia, di fronte a questo doppio fallimento, Demea decide improvvisamente di cambiare stile di vita e di assumere la generosità e l’affabilità del fratello, facendo regali a destra e a manca a spese di quest’ultimo, liberando schiavi e costringendo persino Micione, che per tutta la vita si era mantenuto ostinatamente scapolo, a sposare un’anziana signora che altri non è che la madre di una brava ragazza di famiglia di cui è innamorato Eschino. A conti fatti, quindi, emerge che la grande liberalità di Micione altro non era che debolezza: egli, come tanti genitori di oggi, diceva sempre di sì al figlio perché non aveva la forza di imporsi e di dire di no, era un debole che faceva passare per liberalità la sua irresolutezza. Colui che si rivela un vero padre, negli ultimi versi della commedia, è invece proprio Demea, il quale dice al figlio Eschino che è disposto a lasciare a lui ed al fratello tutta la libertà di cui i giovani hanno bisogno; se però essi, per la loro inesperienza, avranno necessità di un consiglio, di un indicazione che serva loro a trovare la giusta strada della vita, ecco che il loro padre sarà sempre lì, pronto a consigliarli e ad assisterli con la sua esperienza e soprattutto con il suo amore.
Tenendo ben presenti le differenze tra la società romana del II° secolo avanti Cristo, quando visse Terenzio, e quella di oggi, credo però che il problema da lui affrontato sia quanto mai attuale, e forse la sua lezione meriterebbe di essere seguita da certi genitori, oltre che conosciuta un po’ meglio di quanto non sia. L’eccessiva severità non porta a nulla se non all’odio, ed è ancor oggi vero quello che dice Micione, cioè che occorre insegnare ai figli i buoni principi di vita con le buone maniere e non con la forza, perché chi è oppresso da divieti e punizioni, una volta che sarà libero farà cose peggiori di chi libero è sempre stato. D’altra parte però è anche vero che i figli non vanno lasciati a se stessi senza la guida morale dei genitori, perché questo li conduce facilmente a frequentare cattive compagnie e ad assumere cattive abitudini, oltre ad una sorta di anarchia mentale che non consente loro di individuare un progetto o uno scopo ben preciso da perseguire. Ancora oggi i giovani, a mio giudizio, hanno bisogno di trovare negli adulti (anche nei professori a scuola, ma prima di tutto nei genitori) dei modelli di riferimento, degli esempi di vita da seguire, senza però che questi esempi vengano imposti con la coercizione, perché il più grave errore che possa fare un genitore è quello di pretendere che i suoi figli facciano nella vita quello che ha fatto lui o che diventino caratterialmente uguali a lui. Il metodo migliore è una via di mezzo tra la severità e l’indulgenza eccessive, molto vicino a quello che Demea illustra alla fine della commedia terenziana. La funzione del genitore, in altre parole, è quella di costituire una guida morale per il figlio o la figlia, che vanno seguiti e indirizzati verso il bene ma non forzati a fare o a pensare alcunché. Forse, se siamo fortunati, potremo vantarci un giorno di non aver fallito del tutto in questo che è il mestiere più difficile che ci sia.

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La scuola e il disagio giovanile

Da parte delle persone di una certa età, com’è appunto il sottoscritto, può sembrare strano parlare di disagio giovanile, che pure è una realtà che constatiamo tutti i giorni. Noi, che siamo stati giovani vari decenni fa, facciamo fatica a comprendere come i ragazzi di oggi, che hanno tutto nella vita, che hanno i genitori che li seguono passo passo dalla culla all’Università, che non vengono mai abituati a prendersi delle responsabilità, possano trovarsi a disagio; ci verrebbe piuttosto da pensare che le difficoltà avremmo dovuto averle noi, che venivamo lasciati a noi stessi dai genitori, che dovevamo affrontare da soli i problemi scolastici e non solo, che non avevamo né internet né cellulari né tablet ecc. E invece quello che si verifica è l’esatto contrario: proprio perché i giovani di oggi hanno tutto senza faticare e non sono caricati di nessun problema da affrontare autonomamente, cadono nello sconforto e nella depressione non appena qualcosa va loro storto rispetto a quanto si attendevano.
Io che lavoro nella scuola e insegno materie come il latino ed il greco, che provocano inevitabilmente difficoltà a tutti o quasi (specie nel lavoro di interpretazione dei testi), mi rendo ben conto di quanto le cose siano mutate. Ai nostri tempi, se qualcuno di noi prendeva un brutto voto o una nota sul registro, doveva fronteggiare la riprovazione degli insegnanti ed in aggiunta quella dei genitori, che spesso, come si suol dire “ci davano il resto”. Nessuno però si abbatteva o cadeva in depressione, ma si dava da fare per rimediare all’insuccesso, talvolta riuscendoci e talaltra no, ma sempre contando sulle proprie uniche forze. Oggi i ragazzi, abituati ad una vita comoda e senza mai difficoltà di alcun genere, quando cominciano (generalmente alle superiori) ad incassare qualche insuccesso, subito si lasciano andare all’abbattimento e allo sconforto, prendendo talora affrettatamente la decisione di cambiare scuola, anche quando l’insuccesso è stato momentaneo e sarebbe facilmente rimediabile. Basta un voto basso, un’osservazione del docente che spesso non è neanche un rimprovero ma solo un invito a stare più attenti e ad impegnarsi di più, ed ecco che l’alunno si abbatte al punto di gettare subito la spugna ancor prima di aver provato a risollevare la situazione. Ed a questo fenomeno si accompagna l’altro, altrettanto assurdo, dell’intervento dei genitori volto a proteggere il figlio e a portare avanti una serie di giustificazioni e di pseudo-motivazioni atte ad assolvere il ragazzo e a gettare la colpa sui professori. E’ ben difficile che un genitore riconosca le scarse attitudini o lo scarso impegno del figlio o della figlia: è il docente che pretende troppo, che assegna compiti “difficili”, che non ha un rapporto abbastanza aperto con gli studenti e li terrorizza persino. Da quando poi esiste la normativa sui BES e i DSA la situazione, da questo punto di vista, è ulteriormente peggiorata: i ragazzi non vengono responsabilizzati né esortati a sforzarsi per ovviare alle loro mancanze, ma è la scuola che deve rendere tutto più facile, abbassare il livello dell’apprendimento, scendere più in basso possibile.
Per questi e per altri motivi il mestiere dell’insegnante diventa ogni giorno più difficile: mentre con noi, quando eravamo ragazzi, i nostri professori non si facevano scrupoli e ci davano anche dei cretini, oggi bisogna assolutamente stare attenti a quel che diciamo e a come lo diciamo, perché gli alunni possono perdere l’autostima e risentirsi anche per una semplice osservazione. Qualche anno fa mi successe che, per aver detto ad una ragazza che avrebbe dovuto stare più attenta alla precisione sintattica dei suoi elaborati scritti, mi vidi arrivare dopo pochi minuti i genitori agguerriti ad accusarmi di averla offesa, quando io intendevo invece aiutarla e metterla in guardia da una sua mancanza che avrebbe potuto danneggiarla nella valutazione del tema d’esame. E’ incredibile come questi genitori seguano passo passo i figli fino alla maggiore età e anche molto dopo, senza mai responsabilizzarli, senza mai lasciare che affrontino e risolvano da soli i loro problemi scolastici, che comunque sono sempre molto minori di quelli che porrà loro la vita reale dopo la fine degli studi e al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è un grave errore, perché chi non cammina mai con le proprie gambe rimarrà sempre zoppo, non potrà mai affrontare la vita quando papà e mamma non ci saranno più a risolvergli tutti i problemi. Ecco quindi da cosa dipende quel disagio che notiamo nei nostri ragazzi a scuola: è una fragilità psichica estrema che si manifesta non appena essi sono costretti a mettersi in gioco personalmente, davanti agli insegnanti ed ai compagni e senza i genitori che fanno i compiti al posto loro. Ciò spiega anche il terrore folle che prende molti studenti quando debbono svolgere i compiti in classe o le interrogazioni, durante le quali reagiscono mostrando grande emotività, alcuni perdendosi totalmente e persino balbettando.
Questo eccessivo e morboso protezionismo delle famiglie è il vero ostacolo alla crescita intellettiva e personale dei nostri ragazzi, il cui disagio nel rapporto con la scuola cresce ogni anno di più: se infatti metto a confronto le reazioni e gli stati d’animo dei miei alunni di adesso con quelli di trent’anni fa noto divergenze macroscopiche, in parte derivanti dal diverso stile di vita e dalla presenza di una realtà virtuale che prima non esisteva e che purtroppo condiziona molto la vita dei giovani di oggi, ma in parte dovute anche ad un rapporto generazionale che è molto diverso da quello diffuso ai tempi della mia giovinezza. Oggi la famiglia non è più quella di prima: molti ragazzi hanno i genitori separati o vivono in famiglie “allargate” dove i rapporti sono giocoforza cambiati, e non certo in meglio. Spesso, proprio per compensare i figli di una mancanza affettiva che la struttura sociale attuale comporta, i genitori li coccolano e li gratificano, anche materialmente, in modo troppo accentuato. Aumentano così sempre più i ragazzi “viziati” che hanno tutto e non apprezzano nulla, ma al tempo stesso aumenta in loro anche un senso di profonda insicurezza e di scarsa autostima, che fa sì che non siano in grado di mettersi in gioco, né a scuola né altrove. Se i sociologi, i pedagogisti, gli psicologi cominciassero a comprendere questa realtà e a rendersi conto che il protezionismo eccessivo fa del male e non del bene, forse cambierebbero i loro dogmi e caldeggerebbero un ritorno ad una scuola seria e selettiva e ad un diverso rapporto tra genitori e figli, che faccia crescere questi ultimi e li ponga in grado di affrontare responsabilmente la vita senza restare eternamente bambini come purtroppo avviene adesso.

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Il dilagare della violenza

Viviamo un periodo piuttosto preoccupante, a quanto sentiamo dalle cronache, un periodo in cui la violenza – materiale e verbale – ha raggiunto livelli intollerabili per una nazione civile. La simpatica vignetta qui apposta si riferisce al mondo della scuola, dove sono di recente aumentati di molto gli episodi di violenza nei confronti dei docenti: un alunno ha sfregiato il volto di una professoressa con una coltellata, un altro ha colpito con un pugno un’altra insegnante, un altro ancora ha riempito di insulti e bestemmie il suo professore perché gli aveva fatto cadere a terra il cellulare, senza poi contare le violenze dei genitori che hanno colpito sia docenti che dirigenti e vicari. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Le ragioni principali di questa barbarie emergente le ho enunciate nei post che precedono questo, e sono quelle in cui ho sempre creduto: perdita di autorevolezza della classe docente dovuta alle farneticazioni del “mitico” ’68 ed alle leggi che ne sono derivate, dal 1977 al 2000 con il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, perdita dei valori fondamentali della nostra società come quello della famiglia, profondamente mutata negli ultimi decenni e gravata da un disarmante buonismo che fa sì che i figli abbiano sempre ragione nei confronti dei loro insegnanti. Ma non è tutto: la civiltà di internet e dei social, che ha dato strada a tutti i peggiori istinti delle persone, ha fatto in modo che l’insulto, la violenza verbale, l’odio apertamente espresso siano diventati normali e consueti nella nostra vita di tutti i giorni, mentre la cortesia ed il rispetto sembrano diventate categorie vecchie e superate, retaggio di una civiltà al tramonto. Così la rozzezza, l’incultura, la volgarità sono entrate a pieno titolo nella nostra vita, tramite anche il bell’esempio che dà la TV dove litigi, insulti e parolacce sono all’ordine del giorno. Dalla violenza verbale poi, una volta perduti i freni della ragione e della civiltà, si passa facilmente a quella fisica, ed ecco quindi spiegati gli inaccettabili fenomeni criminali che sono avvenuti nelle scuole. E siccome siamo in una società buonista, una società che non vuol sentir parlare di provvedimenti e punizioni, la situazione è destinata a peggiorare; così tra breve, accettando il suggerimento del buon presidente americano Trump, dovremo andare a scuola armati per contrastare questi fenomeni. Ovviamente questa è una battuta, perché soltanto un idiota poteva avanzare quella proposta, e per me il soggetto è tale anche se è l’uomo più potente del mondo; però una soluzione va trovata, perché non si possono tollerare episodi simili. La mia proposta sarebbe semplice: bocciatura in tronco ed espulsione da tutte le scuole d’Italia, senza possibilità di appelli o ricorsi, per gli studenti che si rendono responsabili di tali comportamenti; denuncia penale obbligatoria per i genitori e condanna a tre-quattro anni di carcere senza condizionale né sconti di pena. Credo che agendo così il fenomeno finirebbe subito, perché contro chi usa la violenza come mezzo di interazione con altre persone porgere l’altra guancia non è certo un rimedio appropriato. E’ sconsolante dirlo, ma credo che soltanto le soluzioni di forza possano avere una qualche efficacia verso individui simili. Purtroppo, quando si sa per certo che si resterà impuniti, non si avrà alcun inmpulso o interesse ad astenersi dal fare il male.
Lo stesso ragionamento vale per la violenza politica, riesplosa pesantemente durante questa campagna elettorale. Lasciando stare le infamie e gli insulti scritti sui social e pronunciati da certi politici (ed in ciò i 5 stelle sono maestri!), voglio qui riferirmi alla violenza fisica, quella che si è manifestata durante gli ultimi cortei cosiddetti “antifascisti”. Il fatto curioso di questi eventi è che i suddetti cortei volevano protestare contro presunti rigurgiti di “fascismo”, mentre chi ha ferito gli agenti di polizia e devastato le città sono stati proprio gli antifascisti, i cosiddetti “antagonisti” (ma antagonisti di chi?), i giovani di estrema sinistra dei centri sociali. Del comportamento criminale di queste persone non mi stupisco, perché è dagli anni ’70, da quando frequentavo l’università, che sono abituato ad assistere alla violenza della sinistra extraparlamentare ed al terrorismo che è venuto da quella parte politica; ma adesso è imbarazzante, per gente come la Boldrini, Grasso, D’Alema e compagnia bella, parlare di “fascismo” (che non esiste più) e dover ammettere, perché non possono fare diversamente, che la violenza cieca e vigliacca che picchia i carabinieri a terra viene proprio dai figli di papà dei centri sociali e dalla loro parte politica, cioè la sinistra.
Da quanto di recente avvenuto mi pare evidente che il voler risuscitare ad ogni costo il fascismo, un movimento politico che appartiene ormai alla storia e che si è concluso nel 1945, sia un misero tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese che la sinistra non è riuscita né riuscirà mai a risolvere, oltre che la volontà di avere un “nemico” contro cui scagliarsi per poter nascondere le proprie contraddizioni. Se qualcuno fa violenza, sia di destra o di sinistra o di chicchessia, va punito pesantemente e basta, senza fare sconti a nessuno; ma fondare il dibattito politico, oggi nel 2018, sulla contrapposizione fascismo-antifascismo, è patetico e anacronistico. La storia non torna indietro, e negli ultimi 70 anni le società occidentali e le relazioni internazionali sono talmente cambiate da avere ben poco in comune con eventi e situazioni ormai vecchie quasi di un secolo. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania) hanno ormai fatto i conti con il loro passato, il dibattito politico si fonda sul presente e sul futuro; ma da noi, purtroppo, i fantasmi del passato non vengono mandati in pensione perché fanno comodo ancora oggi a chi non ha altri argomenti se non tirare fuori il solito vecchio ritornello del “fascismo”. La violenza va combattuta ed eliminata da qualunque parte provenga: a questo pensino i signori politici, e ad affrontare i veri problemi del presente, senza attribuire ad altri etichette e marchi infamanti che appartengono ad un passato remoto e non hanno più alcuna ragione di esistere.

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Insegnanti offesi e accoltellati

E’ difficile trovare un periodo della nostra storia recente (diciamo gli ultimi 50 anni) in cui il prestigio e la dignità della classe docente di ogni ordine e grado di scuole siano stati ad un livello così basso. Alla consueta condanna dell’opinione pubblica, secondo la quale noi saremmo dei fannulloni che ricevono lo stipendio lavorando solo 18 ore a settimana (e con tre o quattro mesi di vacanza), si sono aggiunti degli episodi a dir poco inquietanti, specie negli ultimi tempi: presidi e docenti insultati e persino malmenati da genitori ed alunni, lanci di oggetti in faccia al docente di turno, fino ad arrivare all’episodio più recente e più grave, quello di una collega che è stata sfregiata in volto da una coltellata di un suo alunno, per la sola colpa di averlo voluto interrogare.
Sarebbe difficile risalire con stretta precisione alle cause di questi fenomeni, che, più o meno gravi che siano, hanno tutti un comune denominatore: la perdita assoluta di autorevolezza che la nostra categoria un tempo aveva, un prestigio che è andato via via erodendosi negli ultimi decenni fino ad arrivare al punto in cui siamo oggi. Se in qualche modo tentiamo di spiegare l’origine del fenomeno, vengono a galla inevitabilmente le nostre opinioni riguardo alla politica che i vari governi ed i vari sindacati hanno fatto in questo lasso di tempo; ma io non ho mai avuto timore di esprimere le mie idee in proposito, pur sapendo che spesso ciò mi ha tirato addosso antipatie, risposte stizzose e persino insulti. Quindi dico qual è la mia opinione, che consiste nel ritenere che il declino della scuola e della classe docente sia iniziato con il “mitico” ’68, che oggi viene da alcuni, a cinquant’anni di distanza, celebrato come un evento felice, mentre è tutto il contrario. La rivoluzione ideologica di quel momento storico, con la sua critica spietata contro il “sistema”, con la sua ansia di liberazione da tutti i vincoli e tutte le regole (compresi i ruoli naturali e sociali dell’uomo e della donna, ma questo è un altro discorso), colpì soprattutto la scuola, con il rifiuto della disciplina, con la pretesa della promozione garantita (il famigerato 6 politico!), con l’abbandono dei programmi tradizionali, tutti fattori che fin da allora condussero ad un cambiamento radicale della concezione stessa della formazione e dell’insegnamento: il professore non doveva più avere autorità ma essere “amico” degli studenti; agli alunni era consentito tutto, anche occupare le scuole in modo illegale e contestare gli insegnanti; con i famigerati decreti delegati del 1974, infine, si istituzionalizzarono le assemblee ed i consigli di classe, facendo entrare per la prima volta – e malauguratamente – i genitori nella gestione della vita scolastica. In questa maniera l’autorità dei docenti fu di fatto esautorata, perché ormai studenti e genitori erano liberi di contestare e di imporre cambiamenti nello svolgimento dei programmi, spesso coadiuvati da presidi che, per tenersi buona l'”utenza”, come si suol dire, riversavano sui docenti tutte le colpe di ciò che non funzionava. Se un alunno non studiava, la colpa era del professore che non sapeva interessarlo; la promozione era, ed è ancor oggi, quasi garantita a tutti perché nella valutazione degli alunni cominciarono ad entrare fattori extrascolastici come la situazione di famiglia, le condizioni di salute, tutta una serie di motivi che portavano inevitabilmente a “dare una mano” a fine anno anche agli asini patentati; per i più politicizzati, inoltre, la promozione doveva essere garantita perché bocciare era “fascista”. Così la pensavano in tanti operatori scolastici influenzati dall’ideologia sessantottina, cui si aggiunse una pletora di sociologi, pedagogisti e psicologi che rincaravano la dose scagliandosi contro l'”autoritarismo” dei professori e accusando la scuola di essere classista e di insegnare “cose vecchie” senza essere al passo con i tempi nuovi, conculcando la “creatività” dei nostri poveri giovani.
Una volta distrutta la serietà degli studi dalle farneticazioni sessantottine, quella mentalità cominciò a diffondersi anche a livello istituzionale e ministeriale: ecco quindi sorgere leggi che hanno dagli anni ’70 ai nostri giorni peggiorato di molto la situazione. Ne ricordo alcune: i nuovi programmi della scuola media del 1977, che tolsero lo studio del latino e introdussero una serie di cambiamenti nei programmi che hanno finito per annacquare di molto la qualità e la quantità delle conoscenze che ogni cittadino dovrebbe avere (penso alla grammatica italiana, abbandonata del tutto in molte scuole medie); l’inserimento di progetti e attività parascolastiche che sottraevano molte ore alle lezioni tradizionali; l’autonomia scolastica del 1990 che, trasformando la scuola in un’azienda, ha assimilato la produzione culturale a quella commerciale e industriale, con la conseguente perdita del prestigio del docente di alto valore didattico a vantaggio dell’immagine esterna di ogni istituto. Anche i governi succedutisi dall’inizio del nuovo millennio in poi non hanno fatto nulla per restituire alla scuola quella validità formativa che aveva prima, e soprattutto per restituire dignità al corpo docente. Lo sciagurato “Statuto delle studentesse e degli studenti” (ma non bastava dire “degli studenti”?) del ministro Berlinguer ha di fatto aumentato la libertà degli alunni di trasgredire le norme e di agire come vogliono senza il timore di sanzioni, che sono diventate più difficili da erogare e più lievi di prima; e al tempo stesso è aumentata l’invadenza dei genitori, sempre più sindacalisti dei figli, perché in una scuola “azienda”, dove conta il numero e non la qualità, la minaccia di perdere iscrizioni ha fatto sì che i genitori stessi potessero addirittura influire sull’assegnazione dei docenti alle classi e sindacare sullo svolgimento dei programmi e sui criteri di valutazione dei docenti stessi. Vanno poi aggiunte altre “perle” a questo quadro esaltante complessivo, come la recente legge sui BES e i DSA, della quale molti si approfittano per nascondere l’inadeguata preparazione o scarso impegno di certi studenti dietro presunti “problemi” che non vengono neanche certificati ma che in molti casi garantiscono la promozione scavalcando l’autonomia valutativa del docente.
Così siamo arrivati alla situazione di oggi, quando certi genitori picchiano presidi e docenti e certi alunni arrivano a vere e proprie forme di violenza contro i loro professori. La nostra dignità personale ed il nostro peso sociale sono ridotti a nulla, come dimostra anche il fatto che il nostro contratto di lavoro è bloccato da quasi 10 anni e non viene ancora rinnovato. Si azzardino a farlo con i metalmeccanici o gli autoferrotranvieri, e poi vedranno cosa succede! Ma con noi è lecito tutto perché non contiamo nulla, anche retribuirci con stipendi inadeguati e permettersi di aumentarci di continuo i compiti da svolgere senza alcun corrispettivo economico. Anche questo è un segno tangibile della perdita di autorevolezza e di prestigio della nostra categoria, una situazione però – e mi pare doveroso ribadirlo – di cui non hanno colpa solo i vari governi di destra o di sinistra che siano, ma anche i sindacati di ogni colore, che hanno fatto poco o nulla in questi decenni per garantire un minimo di dignità e di considerazione sociale a tutti noi, soprattutto a coloro che hanno la tessera sindacale e si vedono trattenere una cifra ogni mese per pagarla. Ma io, almeno da questo punto di vista, sono tranquillo, perché non mi sono mai fidato dei sindacati e non mi sono mai iscritto a nessuno di essi. Vista la qualità del loro impegno, mi accorgo di aver fatto bene ad agire così. Almeno questa l’ho azzeccata.

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Strane “amicizie” tra docenti e studenti

Già più volte su questo blog ho avuto occasione di parlare dei rapporti tra docenti e studenti, esponendo un punto di vista che ai più sarà certamente sembrato antiquato e tipico di un modello di scuola che non esiste più: che cioè il rispetto dei ruoli deve essere sempre mantenuto, e che perciò il professore debba sempre tenere una certa distanza dai suoi allievi. Ciò non significa essere arcigno o eccessivamente severo, ché non gioverebbe a nulla; significa invece essere cordiale e affabile con gli studenti ma non dare mai loro troppa confidenza, perché da un atteggiamento troppo amichevole potrebbero derivare conseguenze funeste, come la mancanza di rispetto che prima o poi si verificherebbe da parte di alcuni studenti, oppure, peggio ancora, il sorgere di voci poco edificanti nei confronti del docente. E’ accaduto purtroppo che queste dicerie, più o meno fondate, siano sorte spesso, specie quando qualche professore ha incontrato i suoi alunni fuori di scuola, magari per andare in pizzeria insieme o per altro simile motivo. Per evitare tutto ciò io non ho mai concesso alcuna confidenza ed ho sempre avuto con i miei studenti un rapporto cordiale ma piuttosto distaccato e comunque limitato ad argomenti scolastici, senza indagare sulla loro vita privata e senza partecipare a cene o altre occasioni di incontro fuori dell’ambiente scolastico. Forse ho esagerato con questa rigida distinzione di ruoli, ma alcune notizie sentite in questi ultimi tempi sembrano invece confermare l’oculatezza delle scelte da me effettuate a questo riguardo.
Ho letto qualche giorno fa che, in sede di trattative sulla parte normativa del contratto di lavoro dei docenti che aspetta da tanto tempo di essere promulgato, è stato proposto il ricorso a sanzioni disciplinari per quei docenti che intrattengono con i loro studenti relazioni di amicizia su Facebook, che chattano con loro servendosi di Whatsapp o che comunque comunicano con loro mediante i social. Se la notizia è fondata, allora significa che a livello governativo ci si sta accorgendo che l’eccessiva familiarità tra professori e alunni è inopportuna e dannosa per la didattica e l’apprendimento, in quanto in tal modo il docente abbandona il suo ruolo di educatore e si abbassa a livello di “amico”, ricopre cioè un ruolo diverso da quello che dovrebbe avere ed al quale per legge è preposto. Ciò incide negativamente sul processo apprenditivo, perché lo studente concepirà come paritario e non gerarchico il suo rapporto con il professore, il quale perderà quell’autorevolezza che è necessaria affinché si formi nel giovane il senso del dovere e quindi dell’applicazione allo studio. Io personalmente sono da sempre stato convinto di ciò e per questo, pur essendo da tempo su Facebook, non mi sono mai sognato di proporre o accettare l’amicizia con qualcuno dei miei studenti; l’ho fatto, semmai, con gli ex studenti, quelli che da almeno tre anni hanno terminato gli studi liceali. Inoltre non uso whatsapp, né alcun programma di chat e non ritengo giusto neanche comunicare agli studenti il proprio numero di cellulare. Però anche qui non bisogna generalizzare, perché esistono anche eccezioni alla regola suesposta: ci sono professori, infatti, che in buona fede usano Facebook o altri social con gli studenti per motivi didattici, magari per inviare documenti, assegnare esercizi ecc. Perciò è difficile parlare di sanzioni per una pratica che è divenuta ormai così diffusa da non poter essere interpretata sempre in un unico senso, ed inoltre mi pare difficile anche sul piano legale prendere provvedimenti di questo tipo: se infatti l’uso dei social avviene fuori dell’orario scolastico, non so se un Dirigente o altra autorità abbia il potere di sanzionare dei liberi cittadini che compiono atti non vietati da nessuna legge. A mio parere anche qui, come in ogni circostanza, è il buon senso che dovrebbe prevalere: ogni docente, in altri termini, dovrebbe comprendere che non è opportuno dare troppa confidenza ai propri alunni, perché rischia di perdere la propria autorevolezza ed il rispetto altrui, e quindi di essere diseducativo. Se qualcuno non lo capisce e continua a fare l'”amicone” rischiando di rendersi ridicolo, peggio per lui: sarà l’esperienza a fargli capire il suo errore, molto più di sanzioni e punizioni che hanno poco senso.
Un’altra notizia ha scosso in questi giorni l’opinione pubblica, quella di due docenti uomini accusati di molestie sessuali nei confronti di alcune loro alunne. Si tratta di un fatto gravissimo, che distrugge per intero la reputazione del professore e della scuola in cui presta servizio. Nei casi ricordati la notizia era purtroppo vera, come gli stessi interessati hanno ammesso, e quindi saranno loro a subire le conseguenze delle loro azioni. In altri casi, però, l’accusa di molestie si è rivelata completamente infondata, ma la sola esistenza di dicerie al riguardo ha potuto danneggiare gravemente la buona fama di alcuni docenti, a volte persino puniti per accuse del tutto false e ridicole. Qualche anno fa ho saputo di un professore sospeso da un dirigente perché alcune ragazze lo avevano accusato di guardare loro il seno durante le interrogazioni. Ora io mi chiedo, intanto, se quelle ragazze si fossero vestite in modo conveniente o meno e poi, in secondo luogo, dove avrebbe dovuto volgere lo sguardo quel poveretto mentre le interrogava. Avrebbe forse dovuto mettersi una mano davanti agli occhi in modo da vedere solo il viso delle alunne senza che lo sguardo scendesse più in basso? Oppure avrebbe dovuto interrogarle guardando il muro o fuori della finestra? L’accusa, in quel caso, era grottesca e ridicola, eppure portò a una sanzione. Ma anche senza arrivare a tanto, ho spesso constatato che diversi docenti uomini si sono portati dietro dicerie e voci su un loro eventuale “interesse”, diciamo così, per delle studentesse, voci che si sono rivelate totalmente infondate ma che hanno comunque danneggiato l’immagine di una persona innocente ed in buona fede. E’ questa una situazione a cui noi insegnanti di sesso maschile dobbiamo stare molto attenti, per non dar adito a chiacchiere e maldicenze che prendono campo subito e si ingigantiscono in brevissimo tempo. Anche questa è stata una ragione per la quale, nella mia lunga carriera, ho sempre tenuto a debita distanza gli studenti e soprattutto le studentesse, perché io alla mia reputazione ci tengo quasi quanto ci tenevano gli eroi omerici, che preferivano perdere la vita anziché la loro buona fama. Le notizie di cronaca recente mi hanno dato ragione e confermano che la mia scelta è stata opportuna, perché il buon nome di una persona assomiglia a un edificio di grandi dimensioni: per costruirlo ci vogliono anni, per distruggerlo basta una scossa di terremoto di pochi secondi.

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