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La pesante eredità del ’68

In questo periodo si è tornati spesso a parlare del “mitico” ’68, ossia il movimento di protesta studentesco che in Europa ed in Italia diede avvio ad una serie di cambiamenti etici e sociali, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Coloro che parteciparono a quel movimento, che oggi sono tutti anziani, si erano illusi nella grande utopia di cambiare il mondo, di scardinare il “sistema” dalle basi, di sconvolgere l’ordine politico ed economico dell’epoca. Poi, passata la fase della grande illusione, c’è stato il cosiddetto “riflusso” ed i capi stessi delle lotte sessantottine, seguiti ben presto dagli altri, sono entrati a far parte di quel sistema che avevano esecrato per tanto tempo, alcuni militando persino in soggetti politici del tutto opposti a quella che era una volta la loro ideologia. E chi oggi, a distanza di 50 anni, vuol parlare obiettivamente di quel movimento, non può fare a meno di fare ammenda e riconoscere gli errori madornali che allora furono compiuti. Soltanto una parte di protagonisti e di seguaci continua a incensare il ’68 (quei “formidabili anni”, come li ha chiamati un importante leader di allora, Mario Capanna), ma lo fa più che altro per nostalgia, per rimpianto di quelli che furono gli anni della sua giovinezza ormai perduta. Vi sono pure gli illusi che continuano ancor oggi a vivere nel mondo dei sogni, a credere che “la fantasia al potere” sia ancora possibile, ma si tratta di una sparuta minoranza.
In realtà il ’68 fu un movimento di intellettuali che, nato in forma neutra, fu poi totalmente assorbito dall’ideologia marxista e comunista, che se ne appropriò e lo diffuse soprattutto nelle scuole e nelle università, dove negli anni ’70 in particolare quella ideologia dilagò a macchia d’olio: non c’era professore universitario, tranne poche eccezioni, che non si proclamasse comunista e non facesse ovunque una didattica politicizzata, specie nelle facoltà umanistiche. Ma questa infatuazione non fu controllata dal partito comunista “ortodosso” guidato da politici come Longo e Berlinguer, bensì dilagò alla sinistra di esso mediante la formazione di gruppi extraparlamentari che iniziarono una politica di violenza e di sopraffazione contro tutti coloro che non aderivano alle loro idee, definiti indistintamente “fascisti”, anche se avevano la tessera del PCI. L’aria nelle università diventò irrespirabile: le occupazioni e gli scontri con la polizia divennero pane quotidiano, ed anch’io fui testimone di questi fatti quando, alla Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino, fui cacciato dall’aula insieme ai miei colleghi mentre stavamo seguendo una lezione di letteratura greca perché la facoltà fu occupata con la forza, calpestando i diritti dei veri studenti, da sedicenti militanti di “Lotta continua”. Il fatto destò in me un moto di repulsione e di orrore e mi spinse ancor di più a odiare l’ideologia marxista distruttrice della libertà e dell’essere altrui, tant’è che quell’odio mi è rimasto per sempre. Dappertutto si ascoltavano proclami contro il “sistema” che andava abbattuto, lo Stato che andava distrutto, la società borghese che doveva essere sradicata. Si proclamava la rivolta armata, la distruzione di ogni autorità. La violenza era giustificata in nome del popolo, di un “proletariato” di cui quasi sempre gli studenti sessantottini “figli di papà”, rampolli di quella borghesia che volevano combattere, non sapevano nulla. Prova ne sia il fatto che i veri proletari (se tali si potevano definire), cioè la classe operaia e contadina, non si riconoscevano affatto in questi gruppi di scalmanati e di intellettuali che sostenevano di lottare per loro. Quando si recavano nelle fabbriche, i sessantottini venivano ignorati dagli operai, se non addirittura contestati e respinti.
E’ difficile oggi spiegare perché quella infatuazione “rivoluzionaria” (intenzionalmente tra virgolette) si diffuse così ampiamente non solo tra gli studenti ma ancor più tra i professori, alcuni dei quali, profeti della presunta rivoluzione, hanno dovuto poi fare ammenda e riconoscere i gravi errori di quel periodo. Un nome per tutti, il prof. Antonio La Penna, illustre latinista nato nel 1925 e, a quanto mi risulta, ancora vivente. All’inizio degli anni ’70 egli aderì convintamente al ’68 e fu anche esponente di un gruppo extraparlamentare di sinistra, diffondendo scritti contro il sistema ed a favore di una didattica nuova fondata sulla lotta al classismo nella scuola e sul “non uno di meno”; ma poi, a decenni di distanza, ha dovuto riconoscere che la banalizzazione degli esami e le lauree concesse in massa e con il massimo dei voti a chiunque fosse iscritto all’università sono state un errore madornale, perché la mancanza della selezione (che allora era considerata “fascista”) ha provocato la presenza di tanti incompetenti ed ignoranti che hanno occupato posti di potere ed anche tante cattedre, giusto per restare in ambito scolastico e accademico. Però allora la febbre rivoluzionaria infettò tante persone, imbevute di quella ideologia marxista-leninista della validità della quale però non tutti erano pienamente convinti; molti, infatti, vi aderirono per convenienza o per massificazione, perché l’essere di sinistra era diventata una specie di moda, così come lo erano i pantaloni a zampa d’elefante o le scarpe da ginnastica. E questa moda, purtroppo, è un’eredità sessantottina che in parte è rimasta anche oggi, quando tanti presunti “intellettuali” radical-chic, sempre con la puzza sotto il naso contro gli “inferiori” che non aderiscono al loro pensiero, continuano a criticare il sistema dall’interno di esso, in una patente e continua contraddizione. Sono i “comunisti con il Rolex”, con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, secondo una recente definizione, ironica ma che coglie abbastanza nel segno.
In realtà il movimento del ’68 è stato un colossale e totale fallimento, che ha prodotto nella società molto più male che bene. Dal punto di vista politico il disastro è stato completo, perché la lotta contro i “padroni” e il capitalismo si è risolta in una sconfitta su tutti i fronti, visto che con il neoliberismo e la globalizzazione attuali il sistema capitalistico non solo ha vinto la guerra, ma si è addirittura rafforzato ed è diventato totalizzante. Le classi “proletarie” si può dire che non esistano più, mentre si è diffusa una sorta di sottoproletariato, una classe di nuovi poveri che non trovano più il loro ’68 e che nessuno difende. I potentati economici e le leggi del mercato dominano il mondo ed hanno persino annullato, mediante il ricatto dello “spread” e degli interessi sul debito, la sovranità nazionale di molti paesi tra cui il nostro. La logica del profitto trionfa ovunque, la cultura è giudicata inutile e persino dannosa, l’ignoranza e la superficialità sono sempre più diffuse, i giovani non vanno più sulle barricate ma si accontentano dello smartphone e dei vestiti firmati. Dov’è finito il ’68? Difficile immaginare una sconfitta più bruciante, un fallimento più totale.
Dove il ’68 ha influito veramente e lasciato il segno fino ad oggi è nel pensiero e nella mentalità comuni, soprattutto a causa della sconsiderata (e per certi versi criminale) contestazione del principio di autorità, che è invece necessario in uno Stato ordinato e civile. I sessantottini combattevano non solo contro il sistema politico, ma anche contro ogni forma di autorità, da quella dei padri in famiglia a quella dei militari nelle caserme a quella dei professori nelle scuole. Questa contestazione non mirava ad un giusto compromesso tra ciò che esisteva prima e ciò che s’intendeva proporre, ma intendeva scardinare e distruggere tutto: così nella vita familiare e sociale si determinò un clima di vera e propria ribellione dei giovani contro i genitori che si espresse in vari modi come la sfrenata libertà sessuale, l’abbandono del tetto domestico da parte di tanti che fuggivano da casa, la distruzione di tutte le tradizioni precedenti. La società ne fu scossa e tale è rimasta perché non si è riusciti a trovare un giusto equilibrio tra opposte pulsioni, ma è invece accaduto che, per correggere gli errori del passato, si sia caduti negli errori opposti: così, ad esempio, al clima di repressione che inibiva la vita dei giovani in epoca precedente (che ovviamente era un errore) si passò all’esatto contrario, ad una libertà sfrenata e incontrollata che aprì la strada alla diffusione della droga, del sesso promiscuo, alla perdita di tutti i valori di cui ancor oggi ci lamentiamo. Ma l’ambiente che ebbe più danni dal ’68 fu quello della scuola e dell’università, dove il movimento era nato. All’abolizione del principio di autorità delle istituzioni seguì la rovina completa della serietà degli studi, annullata dal “sei politico” e dalle promozioni di massa; l’introduzione di leggi buoniste e sempre più favorevoli agli ultimi finì per mortificare i primi, le eccellenze tra gli studenti, che da allora in poi furono sempre penalizzate. La perdita di autorità dei professori portò ad aperte contestazioni del loro metodo didattico e valutativo, accelerate e favorite dagli scellerati “Decreti delegati” del ’74, che introdussero i genitori e gli studenti nella gestione della scuola. La classe docente, già penalizzata da un trattamento economico indegno, finì per perdere ogni credibilità, in un crescendo di svalutazione che è sfociato recentemente in episodi di vera e propria violenza fisica di genitori ed alunni contro i loro insegnanti. Questo processo di degradazione di una categoria di lavoratori che svolge ogni giorno un’attività delicata e difficile è dovuto a diversi fattori, ma la sua prima radice sta nel ’68, dalle farneticazioni come il “sei politico” e il “vietato vietare”.
Una società senza autorità, senza gradazioni gerarchiche, è una società fallita, dove tutti comandano e tutti obbediscono senza che si veda più dov’è il confine della libertà personale di ognuno. E’ il caos, l’anarchia nel senso peggiore della parola. E di questo caos, di questa perdita di valori che oggi molti deplorano senza vederne l’origine bisogna ringraziare il ’68, un movimento ideologico che ha distrutto molto più di quanto ha costruito, che è stato per l’occidente e per l’Italia in particolare una vera e propria catastrofe. L’ideologia di cui si nutriva è caduta, sepolta sotto le macerie del muro di Berlino dopo aver commesso i più grandi crimini della storia; il ’68 è fallito, proprio come quella ideologia, ma i disastri che ha provocato continuano ancor oggi ad ammorbare la nostra società perché non siamo riusciti a rimediare a quei danni. Il motivo è semplice: la massificazione culturale provocata dal ’68 ha fatto molto comodo anche al neoliberismo attuale, che vi si è innestato perpetuando a suo vantaggio la mancanza di valori e di ideali che oggi caratterizza i nostri tempi. Gli antichi nemici di un tempo sono ora alleati, gli estremi si toccano. Così va spesso il mondo.

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La scuola e la burocrazia

E’ naturale che chi è andato in pensione, come il sottoscritto, avverta una certa nostalgia del proprio lavoro e dell’ambiente in cui è vissuto per tanti anni: tutti provano questo sentimento, almeno nei primi tempi, anche se molti non lo vogliono ammettere. A me succede certamente e non nascondo affatto di rimpiangere il mio insegnamento che si è protratto per 40 anni e le relazioni umane che a scuola si erano create con gli studenti anzitutto, ma anche con i colleghi, il dirigente ed il personale scolastico in genere. E’ come una grande famiglia di cui ci accorgiamo, così di punto in bianco, di non fare più parte, ed è normale che ciò provochi una certa malinconia. Quello però di cui non sento affatto nostalgia è il pesante apparato burocratico che da tanti anni grava sulla nostra scuola e che si materializza in corsi di aggiornamento inutili o quasi, lunghe riunioni su progetti del tutto avulsi dalla didattica, commissioni istituite per elaborare documenti pletorici indicate con orrende sigle come POF, PTOF, RAV ecc., certo scaturite dalla mente accidiosa di qualche dirigente ministeriale che non ha nulla di meglio da fare per giustificare lo stipendio che riceve. A ciò si aggiungono documenti da firmare, moduli da riempire, domande da compilare e compiti specifici da eseguire per particolari categorie di alunni anch’esse indicate da brutte sigle come BES, DSA, CLIL ecc., che sembrano designare qualche associazione segreta o militare. Tutto ciò contribuisce a complicare la vita dei docenti e sopratutto a ridurre le loro energie da destinare a quello che dovrebbe essere il loro vero compito per il quale ricevono lo stipendio, cioè l’attività didattica.
Questa massiccia presenza della burocrazia e dei carichi di lavoro che comporta si è determinata nel corso degli ultimi decenni, diciamo dal 1990, quando fu varata la cosiddetta “autonomia scolastica”, in poi. Se facciamo un confronto tra quelli che erano gli impegni dei docenti negli anni ’60 e ’70, cioè quando io ero studente liceale, e quelli di oggi, troviamo una notevole sproporzione: allora i professori facevano in media due o tre collegi dei docenti all’anno, due ricevimenti delle famiglie, due riunioni di scrutinio e nient’altro; l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e quindi chi non partecipava agli esami di maturità era di fatto in vacanza da metà giugno a fine settembre, a parte la parentesi degli esami di riparazione. I docenti di oggi partecipano in un mese al numero di riunioni che allora si svolgevano in un anno, hanno tanti compiti e responsabilità in più e sono gravati da carichi burocratici pressanti che li costringono a restare a scuola molto più spesso di prima ed a portarsi anche il lavoro a casa. E va aggiunto, perché non è cosa di secondo piano, che a questo cospicuo aumento degli impegni non ha fatto seguito un trattamento economico adeguato: come gli insegnanti erano pagati poco negli anni ’60 e ’70, così anche oggi il loro stipendio è inadeguato, nonostante le ridicole promesse di tutti i governi di turno. Gli effetti di questa situazione, infatti, si cominciano a vedere: in alcune regioni ed in certe materie i docenti cominciano a mancare, perché giustamente si cercano altre vie più redditizie: un laureato in ingegneria, ad esempio, potrebbe insegnare matematica, fisica e informatica, ma preferisce di gran lunga impiegarsi in una qualsiasi azienda anziché venire nella scuola a rodersi l’anima ed a ricevere un misero stipendio. Sì, perché oltre a lavorare molto e guadagnare poco, c’è da mettere in conto anche lo scarso rispetto e la scarsissima considerazione sociale di cui oggi gode la categoria degli insegnanti.
Tra le molte novità inserite nei vari decenni trascorsi per aggravare la condizione dei docenti, ne potrei citare molte, ma quelle che mi vengono in mente riguardano in sostanza gli organi collegiali, le cui riunioni sono aumentate esponenzialmente nel tempo. Uno di questi organi è rappresentato dai cosiddetti dipartimenti, cioè gruppi di docenti che insegnano le stesse materie o materie affini. Data per scontata l’utilità di una consultazione reciproca che riguarda lo svolgimento dei programmi, la proposizione di progetti comuni o il metodo di correzione degli elaborati, resta però il fatto che ciascun docente ha la propria formazione e la propria metodologia; ragion per cui avviene spesso che, dopo lunghe riunioni e dibattiti, ciascuno poi nella sua classe e con i suoi alunni continui a fare come meglio ritiene, con buona pace dei colleghi. La correzione degli elaborati, tanto per dirne una, non sarà mai univoca, perché un tema di italiano può essere buono o discreto per un docente, sufficiente per un altro e insufficiente per un altro ancora; per questo io non ho mai creduto alle prove parallele ed alle griglie di valutazione, altro appesantimento burocratico di poco o nessun valore, anche perché quasi tutti i professori prima mettono il voto e poi sistemano la griglia. Questo avviene normalmente anche agli esami di Stato, come ho potuto vedere nella mia lunga esperienza.
Un’altra osservazione voglio fare intorno agli organi collegiali istituiti con i famigerati Decreti Delegati del 1974, come il Consiglio d’Istituto, i Consigli di classe allargati ai genitori e agli studenti e l’assemblea degli studenti medesimi. Questi organi furono istituiti appunto nel 1974, in pieno clima sessantottino, e forse a quei tempi avevano una loro validità: l’assemblea studentesca, ad esempio, era un’occasione in cui si dibattevano veramente questioni di rilievo e molti studenti (non dico tutti) vi partecipavano con passione sincera anche se a volte eccessiva, perché il clima di acceso scontro ideologico di allora sfociava a volte anche in atti di violenza. Quest’ultimo aspetto non è certo da rimpiangere, ma se guardiamo cosa sono diventate le assemblee di oggi, quando le ideologie sembrano ormai tramontate e siamo caduti in una società che considera solo i valori materiali, viene da chiedersi perché questi residuati del passato esistano ancora. Non si vede che senso abbiano le assemblee studentesche nel 2018, quando sono ormai diventate semplice occasione per perdere una giornata di lezione o introdurre argomenti futili e pretestuosi per poter tirare avanti per qualche ora. La stessa cosa potremo dire per i Consigli di classe, dove la partecipazione di studenti e genitori è divenuta in molti casi una pura formalità. In moltissime occasioni in cui ho partecipato a queste riunioni sono stati solo i docenti a porre argomenti di interesse, mentre gli studenti hanno ridotto il loro contributo all’unico argomento che premeva loro, cioè la gita scolastica, mentre i genitori se ne restavano in silenzio. L’importanza dei Consigli di classe non è più avvertita adeguatamente, come dimostra il fatto che spesso i genitori non partecipano più neanche alle elezioni e la classe resta senza rappresentanti. Questo avviene perché ai nostri tempi l’individualismo prevale largamente sul senso della collettività, e quindi ogni genitore si interessa unicamente ai propri figli.
Sarebbe il momento che sulla scuola fossero effettuati diversi interventi legislativi, diversi però da quelli degli ultimi anni che non hanno fatto altro che peggiorare le cose, specie per gli insegnanti. Una volta riconosciuto, perché è sotto gli occhi di tutti, il notevole aumento di impegni e responsabilità cui la burocratizzaizone ha costretto i docenti, occorrerebbe fare uno sforzo per adeguare i loro stipendi a quelli dei colleghi degli altri paesi d’Europa, che non lavorano certo di più degli italiani. Ferma restando questa necessità, sarebbe opportuno restituire ai docenti il loro vero ruolo, cioè quello di far lezione e trasmettere la cultura, perché questa dovrebbe essere l’unica e sola funzione del sistema scolastico; e per agevolare ciò occorrerebbe operare una drastica riduzione dei progetti e delle attività extrascolastiche come l’assurda alternanza scuola-lavoro, che assorbono tanto tempo producendo poco o nulla di utile. Ed infine, cosa altrettanto necessaria, si dovrebbe una buona volta liberare la scuola dai vecchiumi sessantottini come le assemblee studentesche e gli organi collegiali con studenti e genitori, che oggi hanno davvero poco senso. Se tutto cambia in società bisogna anche avere il coraggio di tagliare i rami secchi, per dare respiro ad una pianta che altrimenti rischia di perdere tutto il suo vigore.

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Recuperare il ruolo sociale della scuola

In ogni paese che voglia proclamarsi civile la scuola ha un ruolo di primo piano, perché è lì che si formano le nuove generazioni ed i cittadini del futuro; non soltanto la classe dirigente, come si poteva pensare un tempo, ma tutti i cittadini, perché in democrazia tutti hanno diritto di voto e debbono quindi avere una formazione che consenta loro di esprimere questo diritto in maniera consapevole. Tenuto conto di ciò, ogni governo dovrebbe mantenere il proprio sistema scolastico nelle migliori condizioni possibili, e questo in un largo spettro di situazioni, dall’edilizia scolastica ai finanziamenti per la ricerca, dallo stipendio degli insegnanti alla verifica della reale preparazione degli studenti ed altro ancora. Ciò che mi suscita sconforto e risentimento, almeno nel caso mio personale, è constatare che nessuno a parole nega la centralità e l’importanza della scuola, anzi: ogni partito in campagna elettorale e tutti i governi che stanno per insediarsi promettono mari e monti in questo settore; ma poi, una volta passate le elezioni e avviata l’attività dell’esecutivo, tutto viene dimenticato ed i problemi sopra elencati restano e si aggravano di anno in anno.
I risultati di questa trascuratezza, di questo abbandono della formazione che è ormai affidata soltanto al senso di responsabilità dei docenti, si cominciano a vedere con segni molto preoccupanti. Per non allargare troppo le dimensioni del post mi limiterò a due aspetti davvero significativi: la perdita del prestigio sociale degli insegnanti e la spaventosa diffusione dell’ignoranza nella nostra società, visibile anche in persone giovani che da poco hanno terminato gli studi e sono tutti diplomati e molti persino laureati. Del primo dei due problemi è chiara dimostrazione la crescente mancanza di rispetto di studenti e genitori verso la figura dell’insegnante, sempre più oggetto di attacchi verbali (compresi gli insulti e le denigrazioni sui social) e persino di aggressioni fisiche. Gli ultimi casi riferiti dalla cronaca sono davvero disgustosi e parlano di un’insegnante aggredita dagli studenti a colpi di sedie e di una madre che a Varese ha addirittura sputato in faccia alla maestra del figlio solo perché rimproverata per aver ritardato di mezz’ora il ritiro del bambino dalla scuola e aver costretto l’insegnante ad attendere il suo arrivo ben oltre l’orario di servizio. Come si spiega il fatto che un tempo il professore era visto dalle famiglie con grande rispetto e nessuno si sarebbe mai permesso di contestarlo, mentre adesso alcuni maestri e professori sono stati insultati e aggrediti dai loro alunni o dai genitori? Molti spiegano questa caduta verticale del ruolo sociale dell’insegnante con puri fattori economici: in un mondo dove il denaro ha così tanta importanza, chi è pagato poco non ha rilievo in società, e tale è appunto il caso della nostra categoria. Però, a giudizio mio, questa spiegazione è riduttiva, anche perché ci sono altre categorie di lavoratori pagate poco ma che non hanno subito una simile degradazione. In realtà il fenomeno va ricondotto al profondo mutamento del costume e della mentalità comune avvenuto negli ultimi 50 anni, mutamento che ha origine dal nefasto movimento ideologico che va sotto il nome di ’68, dall’anno in cui ebbe inizio. Il movimento sessantottino fu il primo a denigrare la figura del professore, ad abbattere l’autorità (chi non ricorda il famoso “vietato vietare”), a distruggere la disciplina, a pretendere la promozione generalizzata (l’altrettanto famoso “sei politico”) ed a sconvolgere in tal modo tutto il sistema scolastico, da loro definito “classista” e negatore della libertà individuale. Ed ecco che la libertà diventò libertarismo, l’autorevolezza dei docenti fu scambiata per autoritarismo, la giusta selezione che ogni scuola deve fare fu abbattuta in nome di un’uguaglianza che fu in realtà un’insensata massificazione delle coscienze, imbevute di un’ideologia, quella marxista, poi rivelatasi completamente fallimentare. Da questo clima la figura del docente fu gravemente danneggiata nel suo prestigio e nella sua autorevolezza, costretta ad intrattenere con gli alunni un rapporto paritario e talvolta persino di sottomissione, limitata nelle sue decisioni. Da allora in poi le cose sono andate sempre peggio: le leggi di ispirazione sessantottina dei decenni ’70 e ’80 non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, poi nel 2000 è intervenuto il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Luigi Berlinguer che ha ulteriormente fatto decadere la figura dell’insegnante togliendogli anche la possibilità di sanzionare gli alunni; e poi in seguito, ciliegina sulla torta, ci si è messa anche la presunta “autonomia” delle scuole e la necessità per le stesse ed i loro Dirigenti di far bella figura sul territorio ed attrarre il maggior numero possibile di iscrizioni, con le conseguenti blandizie nei confronti degli studenti e delle famiglie, a danno ovviamente degli insegnanti. Per questi motivi in pratica oggi non boccia più quasi nessuno, ed i genitori si permettono persino di fare pressione per evitare docenti sgraditi, che in genere non sono sgraditi perché impreparati ma perché pretendono un po’ d’impegno dagli studenti e non regalano i voti. Nessun governo, né di sinistra né di destra, ha mai fatto alcunché per rimediare a questo sfacelo; anzi, c’è da meravigliarsi in positivo se ancora esistono tanti insegnanti che continuano a svolgere meritoriamente il loro lavoro nonostante tutte le denigrazioni, gli insulti e le intimidazioni a cui sono sottoposti. E di soluzioni al problema non ne vedo alcuna, se non quella di inasprire le sanzioni per i comportamenti più violenti, come ad esempio l’esclusione dagli scrutini per gli studenti che si rendono responsabili di atti gravi, con la conseguente perdita dell’anno scolastico e senza possibilità di ricorso, e denuncia penale per i genitori con condanne effettivamente scontate fino in fondo. Ma anche per questo sarebbe necessario un intervento legislativo, che mi pare piuttosto improbabile perché i vari partiti hanno bisogno di voti alle elezioni, e provvedimenti del genere sarebbero giusti ma impopolari.
L’altro grave problema presente nella nostra società è l’ignoranza, che vedo diffondersi a macchia d’olio e che riguarda anche nozioni elementari di lingua italiana, di matematica, di storia e geografia che tutti dovrebbero conoscere, fin dalla scuola elementare. Mi capita spesso di seguire alle 7 di sera il quiz di Rai Uno intitolato “L’eredità”, dove vengono poste ai concorrenti varie domande di diverso genere e difficoltà. Se dobbiamo onestamente ammettere che ci si possa trovare impreparati di fronte a quesiti che riguardano film di vecchia data o usi e costumi particolari di certe popolazioni, non si può giustificare in alcun modo il fatto che persone giovani non sappiano distinguere i pronomi dagli avverbi, non conoscano le tabelline, attribuiscano al re Vittorio Emanuele III provvedimenti del 1975 o collochino l’Etna in Sardegna. Eppure questo avviene quotidianamente, per nozioni e concetti che noi ai nostri tempi conoscevamo a nove anni di età, avendoli appresi dalle nostre maestre e non più dimenticati. E pensare che oggi quasi tutti sono diplomati e molti hanno anche la laurea, ma hanno nella loro cultura lacune enormi. Che genere di scuole hanno frequentato costoro? Come hanno potuto concludere cicli di studio a livello superiore? E soprattutto, mi chiedo io, perché non sentono affatto la necessità di colmare le loro lacune? Capita anche a me di non ricordarmi qualche data o qualche nome che dovrei ricordare; ma appena me ne accorgo, senza far passare neanche un minuto, corro sui libri o sul computer per recuperare ciò che ho dimenticato, perché non posso vivere tranquillo sapendomi ignorante di qualcosa che invece debbo sapere. A tante persone invece della cultura non importa nulla, ed io stesso ho conosciuto illustri professionisti (medici, ingegneri, avvocati ecc.) che al di fuori delle strette competenze legate alla loro professione non sapevano null’altro e da anni non leggevano più un libro. Questo è il guaio peggiore, la causa del cosiddetto “analfabetismo funzionale”: non tanto l’essere ignoranti, quanto il non far nulla per non esserlo più. Molte persone hanno perduto completamente l’idea dell’importanza della cultura, forse perché nella società di oggi i messaggi che passano attraverso la tv e gli altri mezzi d’informazione esaltano modelli di vita basati sull’esteriorità, sull’apparire senza essere, sui puri valori economici; e così sfugge a molti che chi non conosce la propria lingua o il passato del suo paese non sa più esprimersi o comprendere il mondo in cui vive, diventando facilmente preda di chi sta al potere ed ha tutto l’interesse a che i cittadini non ragionino più con la propria testa, si lascino quindi influenzare e credano a menzogne e promesse elettorali irrealizzabili. Di questa situazione la scuola che non insegna più e promuove tutti senza la necessaria selezione ha una grande responsabilità, perché mandare avanti studenti ignoranti che sanno solo smanettare con il cellulare significa produrre cittadini inconsapevoli di tutto ciò che avviene intorno a loro. E qui di soluzioni non ne vedo, a meno di non rivoluzionare tutto il sistema scolastico e ritornare ad un insegnamento serio e rigoroso che già dalle elementari pretenda impegno e dedizione da parte degli alunni e promuova soltanto chi lo merita; ma questa è un’utopia più grossa dell’Eldorado e del Paese dei balocchi, che nessun governo si sentirebbe mai di attuare, sia perché ci sarebbe da affrontare la massiccia opposizione dei buonisti e dei radical-chic, sia perché andrebbe contro l’interesse del potere, cui l’ignoranza serve molto più della cultura.

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Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

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Graece est: non legitur

“E’ in greco; non si legge”. Con questa frase, durante il Medioevo, alcuni monaci dei vari monasteri occidentali classificavano i codici scritti in greco, lingua per loro sconosciuta e che cominciò ad essere studiata in Italia solo tra il XIV ed il XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo; però, nonostante questa formula, in molti conventi si continuò a trascrivere meccanicamente i testi greci, pur senza conoscerli, e così tante opere dell’antichità si sono salvate e sono giunte a noi. Forse è stata proprio questa provvidenziale ignoranza degli amanuensi cristiani medievali che ha permesso la conservazione di testi comici ed anche osceni – come le commedie di Aristofane – che altrimenti, se si fosse compreso del tutto il loro contenuto, sarebbero certamente stati censurati.
Questa frase medievale l’ho apposta così, come titolo del post, perché mi pare tornata di grande attualità: da noi in Italia il greco antico viene studiato più che in ogni altro paese europeo (compresa la Grecia stessa), ma ogni anno che passa diventa sempre più difficile per gli studenti impararlo, come si è visto anche all’ultimo esame di Stato. In molti casi i docenti, specie quelli del triennio liceale del Classico, sono costretti ad accontentarsi di interrogazioni di storia letteraria più o meno soddisfacenti, oppure di traduzioni di classici imparate a memoria, per compensare uno scritto che non soddisfa mai. Un brano di greco anche di autori considerati facili (Lisia, Senofonte, Plutarco ecc.), se gli alunni non riescono a copiare con il cellulare come purtroppo spesso succede, non ottiene in un’intera classe che quattro o cinque sufficienze. A me, almeno, capitava questo. Diciamo che l’apprendimento della lingua greca non era facile neanche mezzo secolo fa, quando io iniziai il Ginnasio, ed anche allora molti venivano rimandati a settembre in questa materia o promossi a stento e sempre grazie all’orale; ma da allora ad oggi le cose sono notevolmente peggiorate e pertanto non sbaglieremo di molto se diremo che, nella fattispecie attuale, tolti quei tre o quattro alunni per classe che sono particolarmente studiosi o hanno specifica inclinazione per le lingue classiche, il greco non si impara più. Un gran numero di studenti termina il liceo, e magari anche con un buon voto, senza saper tradurre neanche un rigo di un autore greco di media levatura.
Vediamo quali possano essere le cause di questa situazione, che non sono certo io il primo a denunciare: già circa trent’anni fa il prof. Luigi Moretti,illustre epigrafista dell’Università di Roma, diceva che, viste le condizioni in cui gli arrivavano gli studenti riguardo al greco, sarebbe stato molto meglio al liceo far leggere una tragedia intera in italiano piuttosto che costringerli ad imparare, imprecando e sbuffando, qualche centinaio di versi in lingua. Già allora si manifestava la prima delle due cause di cui parlerò, mentre la seconda era del tutto sconosciuta. Vediamo quindi qual è “la prima radice” della decadenza delle lingue classiche (e soprattutto del greco) nella nostra scuola. Io la identifico con la progressiva perdita delle conoscenze di lingua italiana, più che con l’abbandono del latino alla scuola media, come alcuni sostengono. Se fin dalle elementari si imparasse a leggere ed a scrivere correttamente, a identificare le varie parti del discorso, a riconoscere le funzioni logiche dei vari componenti della frase, sarebbe questa già una buona base per imparare le lingue classiche; a ciò si dovrebbe aggiungere poi, alla scuola media, lo studio specifico dell’analisi logica e di quella del periodo, in modo da padroneggiare quelle strutture linguistiche che sono alla base dello studio del latino e del greco. Banalmente dico: se uno studente che arriva al Ginnasio non sa la differenza tra verbo attivo e passivo, tra soggetto e complemento (oppure crede che ogni complemento introdotto da “di” sia di specificazione!), tra proposizioni principali e subordinate, come potrà apprendere la morfologia e la sintassi delle lingue classiche? Il discorso vale ovviamente anche per il latino, ma mentre in questa materia gli studenti si muovono meglio per la maggiore vicinanza con l’italiano, con il greco invece, magari non all’inizio ma nel prosieguo degli studi, le difficoltà sono maggiori perché questa lingua possiede un sistema verbale particolarmente complesso, una sintassi diversa da quella latina e soprattutto un lessico quasi del tutto ignoto agli studenti. A mio giudizio non è tanto la mancanza del latino alla scuola media che ha danneggiato le lingue classiche, quanto la mancanza dell’italiano: dagli anni ’70 in poi infatti, specie per il nefasto influsso delle idee sessantottine, in molte scuole si è quasi cessato di far studiare la grammatica, ritenuta un residuato della vecchia scuola classista, per lasciare spazio ad altre attività, a progetti spesso inutili e fuorvianti. Si sono aboliti dettati, riassunti e temi perché ormai “obsoleti” sostituendoli con esercizi e letture del tutto inutili per la conoscenza della propria lingua. Non meravigliamoci quindi non solo del fallimento nello studio delle lingue antiche, ma neanche dell’ignoranza linguistica oggi così diffusa nella nostra società, dove trovare uno scritto senza errori di ortografia e periodi sconclusionati è ormai diventata una rarità.
Ma c’è anche una seconda causa che ostacola gravemente l’apprendimento liceale delle lingue classiche e soprattutto del greco: la diffusione della rete internet e degli strumenti informatici. La tecnologia, si sa, non è di per sé né buona né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa. Se è indubbio che le novità telematiche abbiano rappresentato un grande progresso ed abbiano dato vita a tante opportunità prima sconosciute, è altrettanto certo che esiste anche il rovescio della medaglia, che nella scuola si manifesta con grande evidenza. Tutti gli studenti di oggi posseggono uno smartphone, quasi tutti anche un tablet e un computer, e tutti o quasi usano i cosiddetti “social” (facebook, instagram, twitter, ask ecc.); e questo è già un grave danno, perché tutto il tempo ch’essi passano su questi aggeggi (che non è poco!) è tempo tolto allo studio. Ma il problema non è soltanto questo, c’è ben di peggio. Va detto intanto che i mezzi informatici di oggi offrono i vari contenuti oggetto di ricerca in forma già compiuta, riducendo di molto la necessità di arrivare ad un certo risultato con le proprie facoltà intellettive; pensiamo ad esempio ai calcoli matematici, che nessuno svolge più da solo perché ci sono le calcolatrici; pensiamo che nessuno si sforza più di ricordare, ad esempio, dati storici, geografici e letterari, perché basta andare su Wikipedia e si trova tutto già pronto. Questa situazione ha fatto sì che proprio quelle qualità mentali come l’intuito, la deduzione, l’esercizio della memoria, che sono proprio le facoltà richieste per la traduzione di un brano di greco, si siano quasi del tutto perdute. E’ come se una persona si legasse un braccio al corpo per quarant’anni: una volta sciolto, non riuscirebbe più a muoverlo. E come si atrofizzano gli organi del corpo, così fanno anche le facoltà della mente. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere per quel che concerne lo studio delle lingue antiche: che gli studenti di fatto oggi non traducono più, perché se il docente assegna delle versioni da svolgersi a casa loro non le fanno più da soli, ma scaricano agevolmente le traduzioni da internet, dove siti compiacenti offrono questo servizio riportando già tradotti tutti i brani presenti sui versionari adottati nei licei italiani. Durante i compiti in classe, poi, si ingegnano a trovare la versione con il cellulare su internet e copiarla; e spesso la furberia riesce, perché i docenti non possono perquisire gli studenti né controllare contemporaneamente venticinque o più persone, e se chiedono ai ragazzi di consegnare i cellulari essi ne consegnano uno e ne tengono un altro nascosto. Questo giochetto viene effettuato spesso anche agli esami di Stato ed i vari ministri dell’istruzione, pur consapevoli di quanto accade, non hanno mai fatto nulla per impedire questa vergogna.
Enunciate le due cause principali, non resta che ammettere che ci troviamo in una situazione penosa per quanto riguarda l’apprendimento del latino ed ancor più quello del greco. Sinceramente io non mi sento di suggerire soluzioni miracolose perché non esistono, a meno che non si voglia risolvere radicalmente il problema allineandoci a quanto avviene negli altri paesi europei, dove le lingue classiche sono ridotte a zero, o quasi. Purtroppo, quel che una volta era un vanto della scuola italiana, oggi si è ridotto ad una mera esteriorità, che tanti classicisti difendono ad oltranza per non ammettere il fallimento che ci sta dietro. Però, oltre a constatare la situazione oggettiva, non si può dire molto di più: ciò che è difficile, in effetti, non è fare la diagnosi di questa malattia, ma trovarne una cura. Una cosa è certa: se le cose continuano come vanno adesso, questa cura non la si troverà mai.

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Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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E’ arrivata la pensione!

Dopo tanto parlarne, finalmente ci siamo arrivati: da oggi 1° settembre 2018 sono ufficialmente in pensione, dopo 40 anni di “onorato” servizio nel nostro sistema dell’istruzione, per la precisione in un Liceo Classico, in cui ho insegnato ininterrottamente le due materie più esaltate da un lato e più temute dall’altro, cioè il latino ed il greco. A parte il primo anno, quando ebbi una cattedra nel biennio ginnasiale, poi per il resto della carriera ho sempre avuto il triennio liceale, con una sola parentesi di tre anni in cui, alle due materie canoniche, si è affiancato anche l’insegnamento dell’italiano, il che si è rivelato, a dire il vero, un’ottima esperienza.
Cosa posso dire a questo punto? L’aspetto più curioso della pensione è la straordinaria invidia dei colleghi verso chi sta per lasciare il lavoro. Anch’io ho avuto modo di sentirmi dire molto spesso: “Beato te che te ne vai!”, come se l’andare in pensione fosse come entrare in una specie di Eden, di paradiso terrestre dove finalmente si può fare ciò che ci piace senza dover fare i conti con noiose riunioni, alunni svogliati, genitori petulanti e compiti da correggere. Il bello è che certe frasi piene d’invidia me le sono sentite rivolgere anche da colleghi di circa 40 anni, di cui prenderei volentieri il posto perché hanno venticinque anni meno di me! E’ proprio vero, come diceva Orazio, che nessuno è mai contento della propria condizione: il mercante invidia il soldato, il soldato invidia il mercante e così nell’insoddisfazione va sempre il mondo. E’ sconfortante però, a ben pensarci, che molte persone vedano il proprio lavoro come una condanna, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile; io invece non ho mai condiviso questa mentalità, ho sempre amato moltissimo la mia professione e sinceramente mi è dispiaciuto molto doverla lasciare, al punto che già adesso, al primo giorno di pensione, ne sento la mancanza.
Ma allora, si potrebbe dire, perché questa decisione? Il funzionario dell’INPS a cui mi rivolsi per conoscere la mia situazione previdenziale mi disse che avrei potuto scegliere tra l’andare in pensione quest’anno oppure il successivo, ma mi sconsigliò di fare quest’ultima scelta, perché non ci avrei guadagnato nulla; anzi, con l’incertezza politica che caratterizza il nostro Paese, non ci sarebbe da meravigliarsi se ad attendere ci si dovesse persino rimettere. E poi, se avessi scelto di restare ancora un anno, nel 2019 mi avrebbero pensionato d’ufficio; meglio quindi, a mio parere, fare volontariamente ciò che comunque si sarebbe costretti a subire per imposizione altrui. E così è avvenuto, ed eccomi qua.
A chi mi chiede, tanto per fare una domanda consueta, se sono contento di andare in pensione, rispondo che lo sono al cinquanta per cento, ed è la verità: in parte infatti mi sento sollevato dai carichi ed i fastidi di una professione di cui ultimamente non condividevo tanti aspetti, ed in parte, al contrario, cessare di punto in bianco un’attività in cui ho creduto profondamente e che ho svolto con entusiasmo fino all’ultimo giorno non può che provocare un forte dispiacere, soprattutto nel lasciare gli alunni ed i colleghi con i quali ho avuto da tanto tempo un rapporto di collaborazione e di amicizia. E’ una sensazione strana, ci si sente come divisi in due, e francamente io non riesco a gioire così tanto come fanno molte persone nel momento in cui raggiungono il sospirato riposo.
A dire il vero le ragioni per andare in pensione per me c’erano ed erano più che abbastanza; si possono tuttavia riassumere tutte in un’unica constatazione, cioè che io mi sento un vinto, uno sconfitto, perché ho della scuola e dell’insegnamento una concezione che non è più in linea con la politica scolastica attuale e con il clima in cui sono vissuto negli ultimi anni. Per me la scuola è essenzialmente un luogo dove si trasmette la cultura, dove i giovani debbono impegnarsi per acquisire una formazione che servirà loro per la vita; perciò l’attività principale, se non esclusiva, deve essere quella di far lezione e di verificare poi seriamente la preparazione degli studenti; e chi non si applica o non raggiunge comunque gli obiettivi previsti deve essere fermato senza se e senza ma, perché senza selezione una scuola non può essere ritenuta seria e formativa. Nella fattispecie attuale, invece, ciò che accade nei nostri Istituti è l’esatto contrario: ci vengono imposte dall’alto una serie di attività che riducono fortemente il tempo dedicato alla lezione, prima tra tutte la famigerata alternanza scuola-lavoro, che nei Licei si riduce ad un’inutile perdita di tempo perché gli indirizzi liceali non debbono preparare i giovani al lavoro materiale ma fornire loro una formazione culturale teorica che consenta poi di affrontare gli studi universitari, ai quali spetta di avviare alle professioni più qualificate. Ma purtroppo non c’è soltanto quella: nelle scuole le attività extra o parascolastiche sono talmente numerose che, in pratica, ci sono periodi in cui si interrompe l’attività curriculare anche per settimane, di modo che alla ripresa delle lezioni gli alunni sono smarriti ed hanno già dimenticato quel poco che avevano appreso prima. Tutto ciò si verifica soprattutto per la necessità, imposta dalla visione politica attuale, di curare la facciata esterna della scuola, fare bella figura sul territorio per indurre gli alunni ad iscriversi, secondo una logica moderna, aziendalistica, che a me ha sempre fatto orrore. E poi, una volta giunti agli scrutini o agli esami, si è praticamente costretti a promuovere tutti o quasi, sempre per evitare il calo delle iscrizioni o il taglio delle classi da parte delle autorità scolastiche. La quantità prevale sulla qualità, la forma sulla sostanza, la selezione praticamente non esiste più, gli alunni bravi e responsabili vengono quasi messi alla pari dei nullafacenti. Un docente come il sottoscritto, che ha una visione completamente opposta a quella oggi dominante, non può soggiacere a questo andazzo: è uno sconfitto, ed è bene che si ritiri per evitare problemi di ogni genere a se stesso ed agli altri.
Tutto ciò è per me indiscutibile; e tuttavia mi dispiace profondamente lasciare quelle classi in cui ho lavorato per uno o due anni con entusiasmo, un impegno che è stato corrisposto da molti alunni seri e volenterosi. Non temo la noia che spesso si accompagna ai pensionamenti: ho molti progetti per il futuro, dalle letture alle pubblicazioni che sto preparando, dalla partecipazione a convegni e conferenze ad altre occupazioni più “leggere”. E soprattutto non smetterò mai di parlare di scuola, qui sul blog e altrove. Quello che temo più di ogni altra cosa è invece la mancanza di contatti umani, quelli che fino ad oggi ho avuto ed ho apprezzato con gli studenti ed i colleghi, che mi hanno dato tante soddisfazioni nonostante la mia concezione della scuola così diversa da quella dominante. Occorre farsi una ragione di ciò e cercare di limitare i danni il più possibile; intanto, in virtù di questo, mi sono fatto dare l’indirizzo e-mail da tutti i ragazzi e le ragazze che ho avuto l’ultimo anno e li ho invitati a scrivermi e a informarmi su come andranno le cose d’ora in poi per loro, senza ovviamente mai interferire sui metodi ed i giudizi che riceveranno dai loro nuovi insegnanti. Credo che anche dopo l’uscita dal lavoro si possa essere utili alla società ed agli ambienti in cui siamo vissuti e che abbiamo amato per tanti anni, facendo in modo che la pensione non diventi l’anticamera della morte, come spesso, forse senza riflettere abbastanza, in passato l’ho definita.

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La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime

Chiunque legga la Divina Commedia, non dico a livello di ricercatore o di studioso, ma anche di semplice appassionato come sono io, si accorge che il linguaggio di Dante è costellato di espressioni figurate che instaurano un rapporto di analogia tra due concetti, il primo dei quali. quello proprio, è sostituito e interpretato dal secondo. Due sostanzialmente sono le figure retoriche che più frequentemente realizzano questo rapporto: l’allegoria e la metafora. La prima istituisce un confronto ideale continuato che investe un ambito semantico piuttosto largo, espresso in un singolo passo del poema o nella totalità di esso: così ad esempio Virgilio, che accompagna Dante per le due prime cantiche dell’Inferno e del Purgatorio, è un simbolo figurato della ragione umana, della quale rappresenta l’esito più eccelso e che potrà accompagnare il pellegrino oltremondano fin dove le capacità intellettive dell’uomo potranno giungere. La metafora invece, stretta parente dell’allegoria, è più limitata di essa, è racchiusa nell’ambito di un singolo termine o una singola espressione ed è ancora di uso comune ai nostri giorni: chi di noi non ha mai usato l’espressione “avere le mani bucate” per indicare chi spende troppo e senza controllo, oppure “metterci una pietra sopra” quando vogliamo qualificare il comportamento di chi decide di soprassedere a una lite o un torto subito e ritornare in buoni rapporti con chi gliel’ha fatto? Ma questa figura retorica, nei testi letterari, ha una storia lunghissima: già conosciuta e largamente impiegata nell’antica Grecia, fu studiata e classificata da Cicerone e Quintiliano nel mondo romano, e divenne poi nel Medioevo uno dei capisaldi della cosiddetta ars dictandi, cioè l’insieme delle regole retoriche e linguistiche impartite nelle scuole per insegnare agli alunni la giusta composizione dei testi letterari. Anche Dante ebbe vari maestri, tra cui il celebre Brunetto Latini, e divenne esperto quindi in quel “parlar figurato” che a quei tempi era molto frequente perché corrispondeva, in ultima analisi, alla concezione religiosa dell’epoca, che vedeva il mondo sensibile come un tutto unico creato da Dio, con cui non si poteva comunicare con il linguaggio proprio che si usa tra gli uomini, ma era necessario ricorrere ad un linguaggio “indiretto”, com’è appunto quello simbolico e metaforico.
Ciò spiega, almeno parzialmente, la massiccia presenza nei testi religiosi medievali, tra cui eccelso rilievo assume la Commedia dantesca, del linguaggio figurato allegorico e metaforico; e che ciò abbia a che fare con il rapporto uomo-Dio è confermato dalla presenza discontinua di tale linguaggio nel poema di Dante: mentre nell’Inferno le metafore non sono molto numerose perché in esso prevale la descrizione cruda e icastica dei peccati e dei peccatori, nel Paradiso il linguaggio figurato si fa molto più complesso e articolato proprio perché la dimensione mistica del mondo dei beati, che il Poeta definisce più volte incomprensibile al limitato intelletto umano, richiede di essere rappresentata con simboli e confronti che la rendano in qualche modo accessibile al lettore. Ma se questa particolare disposizione del pensiero medievale può chiarirci la presenza più o meno massiccia delle metafore nel poema dantesco, non ci rivela però una loro essenziale caratteristica, l’essere cioè veicolo di un’arte sublime nella misura in cui la loro presenza determina la creazione di immagini elevate e di rara bellezza che illuminano il concetto espresso penetrandone le più recondite sfumature. La fantasia, come comunemente si crede, è la precipua qualità dei poeti, ed è proprio questa la qualità che nel più grande poeta italiano fa sorgere e prosperare la grande arte delle sue espressioni figurate.
Fare esempi della grande bellezza delle metafore di Dante è facile e difficile al tempo stesso: casi del genere nel poema ce ne sono a iosa, ma non tutti sono adatti a confermare la tesi che io, da semplice cultore del poeta e della letteratura italiana, cerco di sostenere. Ne indicherò due per ogni cantica. Nel canto X dell’Inferno c’è il celebre episodio di Farinata degli Uberti, dannato come eretico all’interno dei sepolcri infuocati della città di Dite. Quando costui chiede a Dante il motivo per cui i fiorentini sono così avversi a lui e alla sua gente, il poeta risponde:
Ond’io a lui: “Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio. (vv. 85-87)
I termini “orazion” e “tempio” sono metaforici e tutta l’espressione è interamente figurata, ma sembra non avere nulla a che fare con la realtà della battaglia di Montaperti presso Siena; è noto però che nelle chiese (templi) si usava pregare per commemorare eventi funesti, e quindi ciò significa che le decisioni dei fiorentini nei confronti degli Uberti non potevano non tener conto di quell’episodio di cui Farinata aveva la responsabilità. Al lettore viene in mente l’immagine del popolo immerso nella preghiera e nel dolore, il che chiarisce il concetto espresso più di qualunque altra spiegazione non figurata. Sempre nella stessa cantica, nel canto XIII, c’è l’incontro con Pier delle Vigne, poeta e consigliere dell’imperatore Federico II, morto suicida per non aver saputo resistere alla malevola invidia dei cortigiani che, lanciatagli addosso una falsa accusa di tradimento, gli avevano alienato la fiducia del sovrano. Invitato da Virgilio, lo spirito racconta la sua storia, ed al momento di introdurre il motivo della colpevole malevolenza dei componenti della corte federiciana, la definisce con queste parole:
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio. (vv. 64-66)
L’immagine della prostituta (meretrice) che nella corte di Federico (Cesare) non cessò mai di rivolgere il suo sguardo malefico (gli occhi putti) sulle persone oneste che vi dimoravano, è un’efficacissima immagine dell’invidia, umanizzata e mirabilmente raffigurata al tempo stesso: il lettore, di fronte a questi versi, penetra a fondo nel concetto che il poeta vuole esprimere e lo fissa nel proprio animo grazie all’immagine viva e tangibile della meretrice, una presenza inquietante e perniciosa. Anche nel Purgatorio il linguaggio figurato offre numerosi esempi di esiti artistici di notevole spessore: si comincia già dall’incipit del canto I°, quando Dante afferma:
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele. (vv. 1-3)
La metafora marinara non è nuova, perché già di frequente impiegata dai poeti antichi (Alceo, Orazio e Properzio, per riferire i primi esempi che mi vengono alla mente), ma in Dante è finalizzata allo scopo di qualificare la difficoltà del viaggio oltremondano più di quanto non si otterrebbe usando termini propri in luogo di quelli figurati. Scomponendo l’immagine figurata, le “miglior acque” qualificano la differenza tra lo stato d’animo del poeta che passa dal buio dell’inferno al regno della purificazione e della speranza che è il Purgatorio; le “vele” rappresentano la volontà di Dante, aiutato dal volere divino, di compiere il suo viaggio; la “navicella” è l’insieme delle qualità poetiche e artistiche che rendono possibile la stesura del poema; il “mar sì crudele” è ovviamente l’Inferno, da cui lui e Virgilio sono appena usciti. Il lettore, figurandosi mentalmente la navigazione, si costituisce un’idea alquanto precisa della nuova dimensione spirituale che accompagnerà il percorso del pellegrino in questo nuovo mondo ancora da esplorare. Nel canto XXI, invece, c’è l’incontro con Stazio, l’antico poeta latino autore della Tebaide e vissuto nel I° secolo dopo Cristo, che una falsa leggenda medievale voleva che si fosse convertito al Cristianesimo e per questo non si trovasse nel Limbo ma nel Purgatorio. Egli si presenta a Dante ed a Virgilio con queste parole:
Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma. (vv. 91-93)
Particolarmente icastica ed efficace è la metafora della “soma”, che propriamente è il carico che si pone sulle spalle di persone o di animali, ma che qui rappresenta per traslato l’Achilleide, il secondo poema di Stazio rimasto incompiuto a causa della sua morte. L’immagine porta alla mente il lavoro del poeta come un impegno gravoso nei confronti del pubblico dei lettori, e ce lo rappresenta quasi come un viandante curvo sotto un peso che non riesce a portare fino in fondo. Il concetto espresso è ben delineato e procede al di là di quello che l’immaginario collettivo normalmente si figura per l’attività intellettuale, qui illustrata facendo leva sulle difficoltà e i doveri che comporta.
Tuttavia, come ho detto prima, è nel Paradiso che il linguaggio figurato si esprime con maggiore ampiezza. Il primo passo che voglio ricordare mi ha lasciato una grande impressione quando l’ho letto e commentato in classe con i miei alunni. Si tratta del canto VIII, quando Dante e Beatrice si trovano nel cielo di Venere, quello degli spiriti amanti, dove incontrano Carlo Martello, figlio primogenito del re Carlo II d’Angiò. Dante lo aveva conosciuto personalmente durante il suo soggiorno a Firenze, nel 1294, ed era nata tra loro un’amicizia che il giovane principe, troppo presto passato a miglior vita, così descrive:
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
ché s’io fossi giù stato, io ti mostrava
del mio amor più oltre che le fronde. (vv. 55-57)
E’ veramente stupenda la metafora delle “fronde”, che sono propriamente le foglie dell’albero, quello cioè che della pianta si vede di primo acchito, non ciò che costituisce la sua essenza, la sua linfa vitale; così Carlo Martello vuol dire che se fosse rimasto più a lungo sulla terra avrebbe approfondito la sua amicizia con Dante passando dalle parole (le fronde, appunto) ai frutti, cioè un rapporto di maggior affetto e confidenza. Il paragone implicito tra il sentimento umano e la natura della pianta rende l’immagine esaustiva ed esprime il pensiero del poeta meglio di qualunque altra affermazione. Tra gli innumerevoli altri esempi della cantica, ne cito solo un altro tratto dal canto XV, quello in cui Dante, nel cielo di Marte o degli spiriti combattenti, incontra il suo avo Cacciaguida. Il beato, vedendo il suo discendente, scende dalla croce luminosa in cui si trovava e gli si rivolge, inizialmente con parole che il pellegrino non intende perché non comprensibili all’intelletto umano; poi il suo eloquio si commisura alle capacità di Dante, e questo cambiamento è così descritto:
E quando l’arco dell’ardente affetto
fu sì sfogato, che ‘l parlar discese
invero lo segno del nostro intelletto. (vv. 43-45)
Quel che colpisce nella terzina è la metafora dell’arco, che rappresenta figurativamente l’ardore mistico del beato, che si sfoga nella sua dimensione incomprensibile per passare poi ad un’espressione adatta alle capacità umane. Questo ardore di carità è assimilato ad un arco che si tende, e la cui tensione aumenta sempre più sino a lanciare la freccia e poi rilassarsi, il che rende con estrema efficacia il passaggio di Cacciaguida dallo stato di beatitudine mistica in cui ordinariamente si trova ad una dimensione più umana, quella che gli renderà possibile il dialogo con Dante. Anche qui, come in tanti altri passi, il linguaggio figurato prelude ad esiti artistici di straordinario rilievo.
Questa mia panoramica sulle metafore di Dante, volutamente limitata, deriva dalla mia incontrollata passione per questo poeta ed il suo poema, senza dubbio la più grande opera che la letteratura italiana (e mondiale!) abbia mai prodotto. So bene che sull’argomento esistono tanti studi scientifici e accademici molto più approfonditi di quello che può essere un semplice articolo su di un blog; ma la mia intenzione non è certo quella di apportare alla questione un contributo innovativo, bensì solo quella di attrarre l’attenzione dei miei pochi lettori su di un aspetto importante dell’arte dantesca, usando parole semplici e adatte ad un docente di liceo. Spero che chi legge possa trarre profitto da questo mio scritto, e che magari qualcuno, nonostante la stagione di vacanze in cui ci troviamo, voglia rispondermi e mandarmi un commento, anche di poche parole. Non è difficile, basta cliccare sulla scritta “Lascia un commento” in fondo all’articolo. Con un piccolo sforzo possiamo avviare un confronto che potrebbe essere utile, sia a chi insegna l’italiano nel triennio dei Licei sia ai semplici appassionati della vera letteratura.

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Esami di Stato a tarallucci e vino

Più volte ho scritto su questo blog che gli esami di Stato dei licei e degli istituti di II° grado sono diventati molto spesso un’inutile farsa, che sarebbe meglio abolire definitivamente: ne guadagnerebbe l’erario pubblico, che risparmierebbe molti soldi, e gli studenti stessi, che avrebbero certamente con lo scrutinio finale una valutazione molto più obiettiva. E purtroppo si è costretti ad ammettere che se questi esami sono diventati quello che sono la responsabilità non è dei vari ministri che si sono succeduti al Governo, ma delle commissioni nominate per esaminare i candidati, cioè i presidenti ed i commissari, dirigenti o docenti dello stesso ordine di scuola.
Osservando da vicino il comportamento della maggior parte delle commissioni, notiamo subito che quasi tutte partono dal presupposto che non si deve bocciare nessuno, perché – a dire di molti – sarebbe inutile far ripetere ad uno studente l’ultimo anno. Certo, sarebbe stato meglio se gli asini fossero stati fermati prima di arrivare all’esame, ma si sa come vanno le cose: le scuole non bocciano praticamente più quasi nessuno, portano avanti cani e porci e poi, al momento di ammettere gli studenti all’esame, li ammettono tutti lasciando le patate bollenti nelle mani della commissione. E la commissione cosa deve fare a quel punto? I presidenti, anche di fronte a prove d’esame penose, quasi sempre insistono per far raggiungere all’asino di turno i 60 punti necessari per la promozione, sostanzialmente perché non vogliono fastidi ed hanno per lo più una maledetta paura di eventuali ricorsi, che li costringerebbero a tornare nella sede d’esame, riesaminare tutti gli incartamenti, dover ripetere alcune procedure ecc. ecc. Perciò è molto più conveniente promuovere tutti, così non si hanno fastidi e si può andare tranquillamente in vacanza.
Già questo presupposto, cioè che bisogna promuovere tutti, è sufficiente per trasformare l’esame in una ridicola commedia, ma non basta: la maggior parte dei commissari, interni ma anche esterni, fanno a gara per facilitare le prove fino all’inverosimile, non solo formulando quesiti semplici e domande altrettanto banali (quando non addirittura concordate in precedenza con gli alunni!), ma anche aiutandoli spudoratamente durante le prove scritte ed arrivando anche, in qualche caso, a svolgere il compito in loro vece. Questo comportamento ignobile è praticato anche dai membri esterni, ma più di frequente da quelli interni, perché si è ormai diffusa ovunque la falsa convinzione che la scuola giudicata migliore sul territorio sia quella che ha i voti più alti ed il maggior numero di successi scolastici, senza tener conto del fatto che dietro quei voti e quei successi può esserci il nulla assoluto. Avviene così che molti studenti, sorretti, facilitati ed aiutati in ogni modo, ottengano all’esame una valutazione finale largamente superiore a quello che sarebbe il loro merito reale. In tante situazioni si sprecano i 100/100 ed i voti altissimi senza che si sia mai veramente verificata la preparazione degli alunni, in modo da far fare bella figura alla scuola sul territorio; è noto infatti che attualmente, da quando esiste la cosiddetta “autonomia” scolastica e il concetto di scuola-azienda, ogni Istituto deve farsi pubblicità come la si fa alle automobili o ai detersivi, perché quel che conta non è la cultura e la validità didattica dell’insegnamento, ma solo la forma, l’immagine esterna. Perciò tanti docenti aiutano sfacciatamente gli studenti all’esame non tanto per spirito di altruismo, quanto per fare essi stessi bella figura, perché nell’immaginario comune se una scuola ha tanti voti alti significa che i professori che hanno preparato i ragazzi sono stati bravi… Quindi chi agisce così lo fa per prestigio personale, più che per il bene altrui. C’è poi da dire che quest’anno l’insipienza dei responsabili del Ministero che hanno scelto le prove d’esame ha dato una grossa mano all’illegalità diffusa: proponendo infatti esercizi impossibili per gli studenti di oggi, come la versione di greco di Aristotele assegnata al Liceo Classico, hanno di fatto autorizzato e invogliato i professori a fare la traduzione e poi passarla agli studenti, come è avvenuto in tanti luoghi. In questo modo l’esame si riduce ad una patetica farsa, che castiga le reali qualità e premia gli incapaci ed i fannulloni, che finiscono per ottenere gli stessi voti (o quasi) di coloro che si sono sempre impegnati seriamente. Questo è il risultato di una mentalità falsa e distorta che domina nella scuola italiana, dove la serietà degli studi e la giusta selezione sono ormai ricordi lontani e irrecuperabili. Ed è cosa meschina ed inutile accusare i politici, i ministri o chiunque altro di questa situazione: siamo noi docenti che ci comportiamo male, che agiamo in modo opportunista e spesso disonesto, convinti che tanto siamo nel paese del “se po’ fà” e che nessuno ci controlla.
Questi atteggiamenti così diffusi tra i docenti si traducono spesso anche in modi d’agire inopportuni e sconvenienti per quella che dovrebbe essere l’atmosfera di serietà in cui si dovrebbe svolgere l’esame. Ho visto più volte professori e presidenti di commissione che, durante i colloqui, se ne stanno tranquillamente a giocare con il cellulare e a mandare messaggini finché non tocca loro il turno di partecipare al colloquio, ed ancor più frequente è la continua presenza di scherzi, risate e battute di spirito all’indirizzo degli studenti, forse nell’intento di “sdrammatizzare” un evento che si ritiene drammatico per i ragazzi. Io credo che questi comportamenti da salotto, più che da esame, in realtà disorientino più di quanto aiutano, perché gli studenti, nonostante tutto, prendono l’esame come una cosa seria e non si trovano a loro agio in una commissione dove il clima sembra quello di una festa tra amici anziché quello di una prova che dovrebbe svolgersi in modo compassato e adatto alla circostanza. Non dico che i commissari dovrebbero mostrarsi arcigni o incutere timore, perché non sarebbe giusto; ma mi pare altrettanto sconveniente scherzare e far battute di spirito come se ci trovassimo ad uno spettacolo di cabaret. In ogni circostanza la scelta migliore è la via di mezzo, come già gli antichi ci hanno saggiamente insegnato; ma mi accorgo che seguire questo principio diventa sempre più difficile, in questa nostra società che ha ormai perduto i suoi valori più veri ed autentici.

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La versione di greco dell’esame di Stato 2018: insipienza o malafede?

In questo mio ultimo (speriamo) anno di insegnamento sono stato nominato Presidente di commissione in un Liceo delle Scienze Umane che è ubicato nello stesso edificio in cui si trova anche un Liceo Classico. Così stamane, durante una pausa dei lavori, ho avuto la curiosità di andare a vedere il testo di greco assegnato al Classico, e quando l’ho visto sono rimasto di sasso: si trattava di un brano di Aristotele, dall’Etica Nicomachea, non solo lungo, ma anche molto difficoltoso per la presenza di varie costruzioni e nessi sintattici inconsueti e del tutto diversi da quelli normalmente incontrati dagli studenti durante il lavoro curriculare del triennio liceale; c’erano verbi sottintesi, participi sostantivati senza articolo (proprio della lingua parlata o cancelleresca, non certo di quella letteraria), una citazione omerica di ardua comprensione con la presenza del duale (che gli studenti non incontrano mai nelle normali versioni), un genitivo assoluto facilmente confondibile con un altro di diversa funzione, una frase con quattro participi dello stesso verbo in diverse funzioni, e chi ne ha più ne metta.
Leggendo i commenti su Facebook ho visto che alcuni iscritti ai gruppi del settore hanno avuto il coraggio di affermare che questa prova era facile. Ma facile per chi? Forse per gli esperti della materia, i grecisti, i filologi, non certo per gli studenti, molti dei quali l’hanno trovata del tutto inaccessibile. E poi, detto tra noi, vorrei vedere quanti di questi professorini che si vantano tanto del loro sapere sarebbero in grado di tradurre così, all’impronta, un brano come questo! Per farcela occorre conoscere molto bene la lingua greca, i linguaggi particolari di essa ed anche gli stilemi propri di Aristotele, le cui opere spesso non erano destinate alla pubblicazione ma servivano come “manuali” all’interno della sua scuola filosofica; quindi, anche se l’argomentazione è rigorosa come sempre, la lingua non segue uno stile propriamente letterario ma è costellata di ellissi, significati specifici e non comuni, usi sintattici inconsueti, proprio come avverrebbe oggi se fossero pubblicati degli appunti personali che qualcuno ha preso in fretta senza avere il tempo di riguardarli e conferire loro una veste letteraria. E si pretende che gli studenti, che a fatica si orientano sulle solite versioni storico-narrative, abbiano gli strumenti per affrontare un brano come questo, pieno di particolarità ch’essi non hanno mai o quasi incontrato durante il loro percorso didattico?
E qui occorre cominciare a parlare dei funzionari del Ministero preposti alla scelta delle prove per l’esame di Stato. Costoro, a quanto pare, non sono mai entrati in una scuola dai tempi in cui erano studenti, non conoscono affatto la realtà attuale e agiscono senza alcun criterio logico. Chi non vede la contraddizione che c’è tra il pretendere, come fa il Ministero, che gli alunni facciano 200 ore di alternanza scuola-lavoro, che partecipino a progetti ed iniziative che portano via molto tempo scuola (si parla del 20% delle ore scolastiche in genere destinate ad altro che non è la normale lezione quotidiana), e l’assegnare all’esame di Stato una versione di greco di questa difficoltà? Allora, io credo, delle due l’una: o i Soloni del Ministero sono delle teste vuote che non capiscono niente di scuola e vivono in un mondo diverso da quello reale, oppure queste scelte vengono fatte a bella posta per danneggiare il Liceo Classico e distogliere le famiglie ed i futuri alunni dall’iscriversi a questa scuola. Sì, perché il Liceo Classico è capace di aprire la mente delle persone, farle ragionare con la propria testa, e questo dà fastidio a chi detiene una qualsiasi forma di potere: meglio quindi affossarlo assegnando prove inaccessibili in modo da dimostrarne la presunta inadeguatezza per la società attuale. Già la sola presenza del greco allontana molti dall’iscriversi per il timore che incute questa lingua misteriosa; se poi all’esame si provoca un fallimento totale proprio in questa materia, tale sentimento popolare non può che rinforzarsi.
La realtà nuda e cruda è che gli studenti di oggi, per una serie di ragioni che ho enunciato in altri post, non sono più predisposti a comprendere da soli i testi classici, a meno che non siano molto facili; la traduzione dal latino e ancor più dal greco, pertanto, è ormai diventata un esercizio per esperti filologi, non per ragazzi adolescenti che spesso arrivano al Liceo senza neanche conoscere le basi sintattiche della lingua italiana. Pretendere quindi che traducano come provetti grecisti brani come questo assegnato oggi è pura fantasia. E poi va anche detto che lo scopo dell’insegnamento delle lingue classiche ai licei non è quello di sfornare esperti latinisti o grecisti: per quello c’è l’università, i master, lo studio personale. Il valore delle lingue classiche per i liceali è quello di conoscere l’etimologia di tante parole italiane, di ragionare sui testi compiendo un lavoro di scelta e di analisi autonoma, di conoscere aspetti delle opere letterarie che senza la lettura in lingua originale non sarebbero accessibili (penso all’ordito retorico o agli altri elementi formali che per gli antichi avevano fondamentale importanza nella valutazione di ogni genere di scritti); ma questi obiettivi si possono ottenere anche leggendo i testi più complessi sotto la guida del docente e lasciando agli alunni il compito di tradurre brani più facili di tipo storico o narrativo, gli unici che possono affrontare con qualche speranza di successo. Va anche detto – e non è cosa secondaria – che lo sviluppo della tecnologia ha di fatto molto ridotto l’attività di approccio ai testi da parte degli studenti: ai nostri tempi, infatti, avevamo solo il vocabolario per tradurre e dovevamo farlo perché non potevamo presentarci a scuola senza aver svolto i compiti, adesso invece scaricano le traduzioni da internet, dai siti-canaglia che contengono già tradotti tutti i brani presenti nei versionari attualmente in commercio, e quindi non si esercitano quasi più. E’ triste dirlo in modo così crudo, ma questa è la realtà: perciò dico che è da incoscienti o da lestofanti in malafede, sapendo tutto ciò, proporre all’esame di Stato un brano come quello di oggi.
Aggiungo anche un’ultima considerazione su un argomento già discusso altre volte su questo blog. Io trovo del tutto fuori luogo continuare a fondare la seconda prova d’esame del Liceo Classico sulla sola traduzione, com’era ai tempi di Gentile nel 1923. E’ passato un secolo, la società è cambiata in modo straordinario e radicale ma al Ministero non se ne sono accorti, a quanto pare, perché pretendono dai ragazzi di oggi quello che si richiedeva ai loro bisnonni un secolo fa; anzi, alcune versioni assegnate quaranta o cinquant’anni fa erano più accessibili di quelle di adesso, ed è difficile quindi pensare che non ci sia dietro la malafede. Esistono tanti modi di approcciarsi al mondo classico: ci sono le conoscenze letterarie, artistiche, antropologiche, storiche ecc., ed è su tutte queste che dovrebbe fondarsi la seconda prova d’esame del Classico, non sulla sola capacità di traduzione. Come sostiene da tempo il prof. Bettini e molti altri me compreso, è l’ora di modificare questo residuato bellico della sola traduzione e inserire nella seconda prova anche esercizi su altre competenze, se non si vuole che il disastro totale che deriva dalle scelte ministeriali ricada sulla pelle degli studenti e di tutta la società. La scuola deve adeguarsi ai tempi, non continuare a pretendere in modo assurdo e antistorico ciò che i ragazzi di oggi non possono più dare. E poi chiediamoci questo: quando saranno passati quindici o vent’anni dall’esame di Stato, l’ex alunno del Liceo Classico ricorderà più facilmente il pensiero di Seneca, gli ideali espressi dalla tragedia greca, la stupenda bellezza della poesia virgiliana oppure le leggi degli accenti del greco e la consecutio temporum?

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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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Com’ero io da studente

Proprio adesso che sono giunto al termine della mia carriera di docente mi viene da pensare a quanto la scuola sia cambiata dai tempi in cui ero studente io ad oggi. Si parla di un periodo lontano nel tempo, e tanto più lontano se consideriamo che negli ultimi trent’anni il progresso tecnologico ha fatto più passi avanti di quanti non ne abbia fatti nei 100 anni precedenti: quando andavo a scuola io, negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non esistevano né computers, né internet né cellulari; la televisione trasmetteva la “Tv dei ragazzi” per un’ora o poco più al giorno, c’era un solo canale in bianco e nero e le trasmissioni finivano alle 11 di sera; non esistevano discoteche né altri luoghi di ritrovo tipici dei giovani di oggi. I nostri svaghi consistevano nell’uscire nel primo pomeriggio a fare una partita di pallone nella quale le porte erano costituite da due sassi sistemati a una certa distanza, oppure nel fare un giretto in bicicletta, perché pochi di noi si potevano permettete il motorino all’età di 14 anni in cui era consentito guidarlo. In casa non avevamo altra sorgente di cultura che non fossero i nostri libri di scuola oppure – solo nelle case delle persone socialmente più elevate – qualche altro libro o enciclopedia acquistata per noi dai genitori.
Anche nella pratica scolastica molto era diverso da oggi. Maestri e professori godevano di maggior rispetto in linea generale, ma non sempre: in qualche caso avveniva anche il contrario, perché se l’insegnante non possedeva una certa autorevolezza e non sapeva tenere adeguatamente la disciplina veniva snobbato ed anche sbeffeggiato come e più di adesso. I genitori non difendevano quasi mai i figli: se uno di noi aveva un diverbio con un docente la colpa era sempre nostra, a prescindere da come i fatti si erano veramente svolti. Ma di questo io non do un giudizio così positivo come fanno molte persone che rimpiangono i bei tempi passati: come docente, infatti, ho sempre sostenuto che il rispetto tra professori ed alunni deve essere reciproco, quindi anche il professore deve rispettare la dignità e l’autostima dei suoi studenti e non è detto che in caso di contenzioso la colpa sia sempre di questi ultimi. Certi colleghi, che magari si vantano di avere un rapporto aperto e amichevole con i loro alunni, spesso ne offendono la sensibilità senza rendersene conto, ed è meglio quindi tenere un atteggiamento distaccato ma comprensivo e deferente al tempo stesso, da entrambe le parti.
Un problema scolastico di cui oggi si parla tanto come se fosse una novità di questi ultimi anni e che invece esisteva (eccome!) anche ai miei tempi è il bullismo, che anzi era ancor più grave e odioso di quanto non avvenga adesso, tranne il fatto che allora non esistevano i “social” e quindi gli atti di violenza e di intimidazione restavano confinati all’interno dei gruppi giovanili. Però c’erano e talvolta incidevano profondamente nello sviluppo psichico delle persone. Quante volte ho assistito a vere e proprie risse tra compagni, frasi minacciose come “t’aspetto fuori!”, persecuzioni vere e proprie contro i più deboli e tutti coloro che avevano una qualche caratteristica giudicata diversa dalla norma! Bastava essere un po’ più grassi del normale e si diventava “ciccio bomba”, un po’ più magri e si diventava “stecchino”, avere gli occhiali e si era chiamati col simpatico soprannome di “quattrocchi”, e via dicendo. Di questo bullismo ho sofferto anch’io soprattutto alla scuola media inferiore (anni 1965-1968) ma non per l’aspetto fisico, benché qualche soprannome – come usava allora – me lo avessero appiccicato. Le intimidazioni che subivo io derivavano dal fatto che a scuola ero diligente ed avevo voti alti in tutte le materie; ciò comportava l’invidia maligna di alcuni e la volontà intimidatoria di altri, che mi ordinavano di passare loro i compiti durante le verifiche o di suggerire loro durante le interrogazioni minacciando ritorsioni in caso di rifiuto. Io non ho mai soggiaciuto a questi ricatti e ne ho subito le conseguenze, ma non ho mai fatto ciò che questi energumeni avrebbero voluto: anzi, persone come loro io le definivo “parassiti” perché senza volersi impegnare nello studio pretendevano di sfruttare il lavoro degli altri per avere la manna dal cielo, trovarsi cioè i compiti fatti senza voler compiere il minimo sforzo. A qualcuno questo potrà sembrare egoismo ma per me anche adesso le cose stanno così: ciascuno deve compiere i propri doveri, e non è giusto avvalersi della fatica altrui per coltivare la propria indolenza. Perciò come docente non ammetto in alcun modo le copiature durante i compiti e cerco di stare bene attento a che ciò non accada.
A parte questo problema, ho vissuto tutta la mia carriera scolastica con piena soddisfazione, promosso tutti gli anni con voti altissimi. Anche al liceo il successo fu continuo, a parte l’inizio del primo anno quando vennero alla luce certe lacune in latino dovute al fatto che l’insegnante che avevo alle medie di latino ne aveva fatto ben poco. I primi due anni (il ginnasio) continuai a studiare a pari livello tutte le discipline, mentre dal terzo anno cominciai a fare quella scelta per le materie umanistiche (specie italiano, latino e greco) che ha caratterizzato poi tutta la mia vita di studente e di docente. Il merito fu di un professore di greco che, benché svolgesse poco programma e con un metodo che oggi sarebbe del tutto inadeguato, aveva un grande amore per la sua disciplina che riuscì a trasmettere anche a me, tanto che da allora fui per il resto del percorso scolastico il “grecista” della classe: all’esame di Stato in particolare, che allora si chiamava di maturità, svolsi la versione di greco in meno di mezz’ora e la consegnai dopo 50 minuti dall’inizio della prova (allora si poteva fare, oggi invece non si può lasciare l’Istituto prima di tre ore), riportandone un esito lusinghiero (10/10). A ciò seguì la valutazione massima dell’intero esame (60/60), ottenuta soprattutto grazie all’eccellenza di entrambe le prove scritte. La passione per il greco ed il latino, da allora in poi, non mi ha più abbandonato ed anche adesso che sto per andare in pensione ho la ferma intenzione di continuare la ricerca e le pubblicazioni in questo settore.
Come studente, quindi, ero estremamente diligente e studioso, ma soltanto nelle materie che più mi coinvolgevano, mentre per quelle scientifiche non avevo propensione né simpatia, pur riportando anche lì esiti buoni. Il mio problema erano le relazioni umane, abituato com’ero e come sono ad esprimere apertamente il mio pensiero, un’abitudine questa che provoca molto spesso antipatie e risentimenti. Si tratta di un aspetto fondante del mio carattere che non posso eliminare perché è più forte di me e che durante tutta la mia carriera di docente mi ha provocato spesso problemi con i colleghi, alcuni dei quali non mi hanno salutato o rivolto la parola per lunghi periodi solo perché li avevo apertamente criticati per certi loro comportamenti che non mi erano piaciuti. Quand’ero studente, però, le conseguenze erano ancor più gravi perché io, pur rispettando doverosamente i professori, non esitavo a far valere le mie ragioni quando a mio parere avevano agito in modo non giusto nei miei confronti, incurante delle conseguenze che ne sarebbero derivate. L’evento più grave a questo riguardo avvenne in II° Liceo Classico (la quarta classe di oggi), quando un docente di storia e filosofia, degno di poca stima per la sua carenza di preparazione e per il metodo di lavoro sbagliato, volle imporre alla mia classe di svolgere all’improvviso un compito scritto senza prima averci avvertiti. Tutti ci rifiutammo di svolgerlo ma poi i miei compagni, minacciati dal docente di essere sanzionati con un brutto voto, cedettero vilmente uno ad uno al ricatto del professore e si misero a fare il compito; io invece dissi che la mia dignità mi imponeva di restare coerente con quanto avevo deciso all’inizio e mi rifiutai tassativamente, subendo così una nota sul registro, l’obbligo di tornare a scuola accompagnato dai genitori ed un abbassamento del voto di condotta. Ciò nonostante neppure adesso, a distanza di quasi cinquant’anni, mi pento di quel mio gesto, anzi ne sono fiero e ribadisco quel che ho detto sopra, cioè che i professori non hanno sempre ragione solo perché sono professori, e mi sento in dovere di dirlo proprio perché faccio anch’io quel mestiere. Come sbagliano i genitori di adesso a proteggere sempre i figli, così sbagliavano quelli di allora a gettare loro sempre la croce addosso, come fecero appunto i miei in quell’occasione perché “il professore va obbedito”. “Anche noi studenti abbiamo i nostri diritti” risposi allora io e lo sostengo ancora, perché il rispetto va meritato in base al proprio agire ed alla propria professionalità, non solo perché ci si trova in una certa posizione sociale. Giustamente oggi la scuola non è più una caserma, come talvolta sembrava essere ai tempi miei; l’importante è che non si esageri nel senso opposto, come è avvenuto in certi istituti dove i docenti sono stati persino aggrediti fisicamente da studenti e genitori. La teoria del giusto mezzo di aristotelica memoria, a mio parere, dovrebbe essere ancor oggi la norma morale principale da seguire da parte di tutti noi.

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L’ultimo mese di scuola

Siamo ormai arrivati all’ultimo mese di attività didattica, perché il 9 giugno, com’è noto, si chiude l’anno scolastico, almeno per quanto concerne le lezioni in classe. Quest’anno non posso fare a meno di conferire particolare importanza a questo argomento perché per me, a meno che non intervengano fatti nuovi dell’ultimo momento, si tratta dell’ultimo mese della mia carriera lavorativa, dato che dal 1° settembre prossimo sarò in pensione. Questa circostanza, a me invidiata da tanti colleghi, non mi provoca invece particolare allegria: la prospettiva di non avere più contatti con un mondo che, pur cambiato in peggio qual è, è stato il mio mondo per quarant’anni, non può non ingenerare ansia e incertezza per un futuro profondamente diverso dal presente e dal passato.
Comunque sia, quest’ultimo mese di scuola si caratterizza per la pluralità degli impegni che investono sia i docenti che gli studenti: per i primi aumenta il lavoro e la stringente necessità di concludere in modo dignitoso i programmi svolti durante l’anno e di procurarsi il “congruo numero” di verifiche richiesto dalla normativa per poter procedere alla valutazione nello scrutinio finale ; per i secondi gli impegni conclusivi dell’anno scolastico, tra compiti in classe, interrogazioni e verifiche varie, risultano così pressanti da metterne a dura prova l’equilibrio psichico e le forze intellettuali. Così ogni anno, a maggio, assistiamo alle solite lamentele degli studenti per il soverchio carico di studio e di impegni scolastici; e dobbiamo riconoscere che sotto questo aspetto non hanno tutti i torti, perché, nonostante i buoni propositi che i professori fanno durante i mesi precedenti di organizzare in modo razionale le verifiche delle varie discipline, immancabilmente accade che l’ultimo periodo di attività scolastica risulta sempre il più massacrante e denso di impegni di ogni genere.
Il problema è difficilmente risolvibile, soprattutto in quelle classi che hanno un docente per materia (o quasi) e quindi gli studenti rischiano di trovarsi magari due o tre interrogazioni, oppure una verifica scritta e un’interrogazione, nello stesso giorno, con conseguenze facilmente immaginabili, se consideriamo che i ragazzi di oggi hanno anche impegni extrascolastici e che, d’altro canto, sono fragili emotivamente e poco inclini a immagazzinare un gran numero di nozioni e concetti senza fare confusione e dimenticarsi di tutto in poco tempo. Come ovviare a queste difficoltà? L’unico modo possibile, che in verità io sto applicando da molti anni anche se ricevo per questo molte obiezioni, è quello di programmare le verifiche con almeno quindici giorni di anticipo, stilando un calendario preciso della successione delle stesse che può essere preparato dagli studenti oppure organizzato dal professore estraendo a sorte un numero dal registro e procedendo poi in ordine alfabetico. In questo modo gli alunni hanno tutto il tempo di preparare adeguatamente la verifica, durante la quale, beninteso, saranno sentiti su tutto il programma svolto fino a quel momento e non solo sugli ultimi argomenti. Un tale sistema è analogo a quanto accade usualmente all’Università, dove gli esami sono programmati con almeno un mese di anticipo, e ciò consente agli studenti di organizzarsi e poter affrontare l’impegno intellettuale (che non è meno gravoso di quello fisico!) con la necessaria serenità. E’ vero che anche questo metodo ha i suoi punti deboli, come ad esempio il fatto che molti alunni, nonostante le raccomandazioni dei docenti, tralasciano una materia per molto tempo e si decidono a studiarla solo pochi giorni prima dell’interrogazione ricavando una preparazione raffazzonata e spesso confusionaria; ma rifiutando questo metodo, escludendo cioè la programmazione delle verifiche, le conseguenze sono ancora peggiori perché i ragazzi, se chiamati all’improvviso a sostenere una prova per la quale non si sono preparati, reagiscono adducendo scuse varie (spesso spalleggiati dai genitori) o addirittura restando assenti a scuola ogni volta che c’è il “rischio” (come dicono loro) di essere interrogati a sorpresa. Occorre perciò scegliere il male minore, che non è affatto, come sostengono alcuni colleghi, un regalo fatto agli studenti, ma un modo razionale per consentire loro di organizzarsi al meglio, in un periodo in cui chiunque si troverebbe in difficoltà; e chi di noi, come il sottoscritto, ha avuto figli in età scolare sa che il problema esiste veramente, specie ai Licei e in particolare nel triennio conclusivo del percorso scolastico. Va anche sottolineato, perché è la verità, che l’efficacia del lavoro del docente e quindi anche delle verifiche effettuate sugli studenti non deriva tanto dalla presenza o no della loro programmazione, quanto dallo spessore culturale con la quale vengono condotte. Per fare l’esempio personale, è vero che io consento agli alunni di decidere il giorno in cui saranno interrogati, ma è anche vero che in base a questo mi sento autorizzato a chiedere in maniera approfondita tutti gli argomenti senza alcun sussidio: per i classici in lingua originale (greco e latino), infatti, non consento agli studenti l’uso del libro di testo dove compaiono note e aiuti alla traduzione, ma li faccio leggere, tradurre e commentare da fotocopie portate da me in cui si trova soltanto il testo originale. Certo, ognuno ha il proprio metodo e tutti possono avere una loro validità; l’importante è che venga sempre salvata la serietà degli studi e delle verifiche, tenendo conto però che, come diceva Quintiliano, gli studenti non sono pozzi senza fondo ma sono paragonabili a bottiglie dalla pancia larga ma dal collo stretto, in cui i vari impegni scolastici vanno inseriti con moderazione, perché soltanto così si ottengono i migliori risultati.

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Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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Il “burnout”, o depressione dell’insegnante

Ancor prima che il fenomeno di cui mi occupo oggi fosse definito con questa orribile parola inglese si sapeva che la categoria di lavoratori che, nel nostro Paese, ricorre di più alle cure degli psichiatri, è quella degli insegnanti. E’ un dato di fatto, non un’ipotesi, e dovrebbe essere sufficiente a controbilanciare l’idea, così pesantemente diffusa nell’immaginario popolare, secondo cui la nostra categoria lavorerebbe solo 18 ore a settimana, avrebbe quattro mesi di ferie, ruberebbe lo stipendio e così via. La realtà è tutto l’opposto: se c’è una professione logorante sul piano psicologico, che comporta però anche conseguenze fisiologiche e somatiche, è proprio quella di noi docenti. Sembra che finalmente il fenomeno sia stato riconosciuto, almeno in ambito medico e sociologico; non lo è invece ancora dal punto di vista politico-sociale, visto che anche gli insegnanti, come molte altre categorie, sono costretti dalla legge Fornero a rimanere in servizio fino a 66-67 anni di età, con la conseguenza che in Italia abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. Questo scarto demografico con gli alunni, che in molti casi potrebbero essere non i nostri figli ma i nostri nipoti, aumenta il disagio della categoria e la depressione che ne deriva, in quanto ci sentiamo talmente lontani, anagraficamente, dai nostri studenti che per molti di noi risulta difficile entrare in sintonia con loro e con i loro problemi adolescenziali.
Etimologicamente la parola “burnout” significa “bruciato, fuso”, e debbo dire che non è usata fuori luogo, perché in effetti questa forma di depressione si presenta in forma di un esaurimento delle energie psichiche con cui ogni giorno dobbiamo affrontare il nostro lavoro. Le cause del fenomeno sono molteplici e diverse per ciascuno di noi; per quanto mi riguarda, pertanto, esporrò quelle che mi sembrano più appropriate al mio caso, dato che anch’io mi sento affetto da questa sindrome, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui quest’anno ho fatto domanda di pensione, pur potendo restare in servizio un altro anno ancora. La differenza di età con gli alunni, già ricordata, ha senz’altro inciso, ma non più di tanto, poiché i miei motivi di insoddisfazione e di recriminazione nei confronti dell’ambiente lavorativo derivano solo in minima parte dai miei studenti, con i quali continuo a star bene anche se per età potrei essere il loro nonno; debbo dire anzi che quando sono in classe a far lezione, quando la porta è chiusa e nessuno mi disturba, quando mi è consentito di fare il mio lavoro come credo che debba essere fatto, mi sento come al momento in cui ho cominciato a insegnare, quasi quarant’anni fa, e mi sento ancora pervaso da quell’entusiasmo e quella passione per la mia professione che avevo allora. Del resto, cosa c’è di più nobile del trasmettere la cultura? Come diceva Cicerone, la cultura è bella e utile solo quando non resta chiusa in chi la possiede, ma viene messa al servizio degli altri. Questa, appunto, è la missione del docente.
In verità i motivi della delusione, della depressione da insegnamento (non voglio più usare la parola inglese, parliamo la nostra lingua!), nel mio caso sono altri e non dipendono dagli studenti, i quali comprendono subito chi hanno davanti e sono disposti anche a lavorare seriamente se il docente dimostra per primo di avere amore per le sue discipline. I problemi sono altri, e dipendono dalla burocrazia, dalla cattiva gestione della scuola da parte della politica, dalle frustrazioni quotidiane che derivano dal dover accettare una realtà profondamente diversa da quella in cui da sempre si è creduto. Tanto per cominciare, noi docenti da anni veniamo sottoposti ad una serie sempre crescente di impegni e attività alle quali non corrisponde alcun miglioramento economico, perché i nostri stipendi sono sempre rimasti inadeguati rispetto a quanto avviene in altri paesi d’Europa, dove i colleghi non lavorano certo più e meglio di noi; a ciò si aggiunge una pessima considerazione sociale, perché il nostro ruolo e l’importanza della nostra professione non sono riconosciuti dall’opinione pubblica, la quale continua a pensare che lo stipendio che ci viene dato sia anche troppo alto rispetto al lavoro che svolgiamo. Già questo mancato riconoscimento della nostra professionalità è deprimente, ma a ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità di avere qualunque progresso di carriera nel corso della vita lavorativa, tranne quello legata all’anzianità. A questo proposito debbo riconoscere che mi ero illuso nel 2015, quando il governo Renzi promulgò la legge 107 detta della “Buona Scuola”, perché in quella legge si parlava di un “bonus” premiale per gli insegnanti migliori e ciò sembrava in effetti un riconoscimento dell’impegno e della validità didattica e culturale dei docenti. Lo giudicai un provvedimento giusto e sacrosanto, non tanto dal punto di vista economico perché si sapeva che il beneficio sarebbe stato esiguo, quanto da quello morale e professionale, in quanto l’essere compreso in quel novero significava vedere riconosciuta ufficialmente la propria professionalità, il che per me vale più di qualunque cifra. La realtà dei fatti ha però smorzato il mio entusiasmo e ne ha fatto emergere tutta l’infondatezza, perché questo “beneficio” (chiamiamolo così) non è andato ai docenti migliori sul piano culturale e didattico, cioè a coloro che sanno insegnare meglio e conoscono meglio le proprie discipline, ma a chi collabora con la scuola organizzando conferenze, attività varie costruite appositamente per pubblicizzare l’istituto nel territorio di appartenenza, manifestazioni varie che possono anche avere una loro utilità di facciata ma che ben poco c’entrano con il valore professionale del docente. Oltretutto la maggior parte dei dirigenti scolastici non ha neanche pubblicato l’elenco dei beneficiari del “bonus” del proprio Istituto, vanificando così del tutto il riconoscimento stesso e rendendolo di fatto una misera mancia pecuniaria senza alcun altro valore e significato.
Molti altri fattori depressivi ci sono nella scuola attuale per chi, come il sottoscritto, ha una concezione dell’insegnamento ormai evidentemente superata, un residuato archeologico da dimenticare al più presto. Oggi, per effetto delle leggi distruttive che si sono succedute negli ultimi decenni e di cui la 107 è solo la ciliegina sulla torta, la scuola è completamente diversa da come io l’ho vissuta e concepita fin dal momento in cui decisi di dedicarmi a questa professione. Adesso la lezione del docente agli alunni, la trasmissione della cultura, la formazione umana e culturale dei giovani sono diventate il fanalino di coda: quello che conta è invece l’immagine esterna, le varie attività che servono ad attrarre gli studenti e aumentare le iscrizioni, quasi che il valore di una scuola si misurasse sul numero di coloro che la frequentano e non sulla qualità del lavoro che vi viene svolto. E’ questo l’effetto del concetto di scuola-azienda che purtroppo da molti anni ci grava addosso come un macigno e ci costringe a privilegiare l’apparenza rispetto alla realtà, l’immagine esterna rispetto alla sostanza, la quantità rispetto alla qualità. Non possiamo più fare la giusta selezione che ogni scuola seria dovrebbe fare, perché le leggi ci costringono a promuovere praticamente tutti, altrimenti gli alunni non si iscrivono più e quindi l’istituto ne perde di immagine e anche di finanziamenti ministeriali; siamo stati costretti, sempre in base all’idea della scuola-azienda, ad accettare quell’autentica buffonata che è l’alternanza scuola-lavoro, un’iniziativa forse utile per gli istituti tecnici e professionali ma del tutto oziosa per i licei, che vedono i loro studenti perdere tempo scuola prezioso per andare a fare i camerieri, o qualcos’altro di simile; siamo oberati da una serie di attività parascolastiche ed extrascolastiche che potranno anche avere una loro ragion d’essere, ma tolgono spazio e tempo all’insegnamento curriculare e limitano il regolare svolgimento dei programmi, oltretutto sempre più corposi ed impegnativi. I nostri politici pretendono dalla scuola che faccia sempre di più offrendo sempre di meno e mortificando di continuo la professionalità dei docenti. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana, e tutto ciò a danno nostro.
Queste, ed altre ancora che non dico per non allungare troppo questo post, sono le ragioni del mio disagio, quello che viene chiamato appunto “depressione da insegnamento”, sempre per non usare la parola inglese. Io mi sento un vinto, uno sconfitto, costretto a vivere in un mondo che non è più il mio, e non certo per colpa degli studenti, che sono invece per me l’unico motivo di consolazione. E così, come tutti i vinti, cedo il campo e mi ritiro, prima che da questo disagio scaturiscano conseguenze peggiori. In un articolo sull’argomento, tempo fa, lessi che lo stato depressivo in cui lavorano i docenti può provocare un malfunzionamento dell’apparato immunitario, con la conseguente maggiore esposizione ad alcune patologie comprese quelle oncologiche. Una ragione in più per uscire il prima possibile da questo sistema logorante e devastante anche per la salute fisica, oltre che per quella psicologica. Poi continuerò a seguire le vicende della scuola, perché è la mia vita e sempre lo sarà; ma si tratterà di uno sguardo dall’esterno, simile a quello di chi sta sulla riva e osserva la tempesta, sereno non perché si compiaccia del male altrui ma perché questa lotta immane non lo tocca più. Concludo con questa immagine non mia, ma di un poeta latino molto importante che senz’altro i miei lettori più avveduti sapranno riconoscere.

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Terenzio ed il suo modello di educazione

A me non piace molto l’abitudine, diffusa soprattutto nei decenni addietro, di attualizzare a tutti i costi i classici latini e greci, quasi trasformandoli in voci del nostro tempo. Ogni fenomeno culturale va collocato nel tempo in cui fu prodotto e sulla base del pubblico cui allora era destinato; perciò mi facevano sorridere e talvolta anche indignare certe rappresentazioni delle tragedie greche, tanto per fare un solo esempio, interpretate facendo riferimento a eventi e fenomeni moderni. Così il tiranno dell’Antigone di Sofocle, Creonte, diventava il presidente degli Stati Uniti; la guerra di Troia diventava la guerra del Vietnam; il Prometeo di Eschilo diventava il simbolo di quei popoli, come quello cileno, che la dittatura militare aveva privato della libertà ecc. Simili forzature, perché di questo si tratta, venivano allestite quasi sempre da autori o registi di fede marxista, i quali ricercavano nell’antichità classica, in modo tanto insistente quanto sciocco, fantomatiche radici della loro ideologia. Io credo che ogni fenomeno culturale, di qualsiasi genere, vada collocato nel contesto in cui vide la luce, e che le attualizzazioni pure e semplici siano assurde e inefficaci, perché creano prodotti ibridi che perdono in tal modo tutto il loro fascino. Lo stesso può dirsi, a mio parere, anche per l’opera lirica, che certi registi moderni attualizzano a sproposito: qualche anno fa, per citare un caso personale, assistetti ad un allestimento del Rigoletto di Verdi in cui il Duca di Mantova veniva fatto arrivare in scena a bordo di uno scooter (una Vespa 50). Ne rimasi inorridito.
Ferma restando la collocazione di ogni autore e di ogni opera nel tempo in cui fu prodotta, è lecito però a mio parere parlare di continuità culturale, nel senso che un medesimo argomento o contenuto ideale può trovare applicazione in senso diacronico in contesti distanti anche secoli ma uniti da un’affinità di pensiero. Esistono sentimenti, sensazioni e problemi individuali e sociali che, pur nel profondo cambiamento dei contesti storici, rimangono però inalterati nella loro essenza perché riguardano l’uomo e la sua esistenza quotidiana. Uno di questi è senz’altro il problema del rapporto generazionale e dell’educazione dei figli da parte dei genitori, un aspetto della vita umana che interessa le coscienze di oggi come quelle di duemila anni fa, benché ovviamente sia molto cambiata la cornice sociale in cui tale fenomeno viene a collocarsi. Tutte le generazioni, adesso come allora, hanno contestato i loro genitori e sono state poi a loro volta contestate dai loro figli, e sempre si è posto il quesito di come comportarsi nel rapporto educativo. E’ preferibile il metodo fondato sulla severità o quello fondato sull’indulgenza? Oggi prevale il secondo, ed è diventato sempre più difficile per un genitore dire di no al figlio; ma siamo sicuri che questa sia la via migliore?
Per rispondere a questa domanda faccio appello ad un autore che da sempre mi ha affascinato, il commediografo latino Publio Terenzio Afro, oppure, più semplicemente, Terenzio. La sua commedia più significativa per l’argomento che ci interessa è quella che fece rappresentare per ultima nel 160 a.C., gli Adelphoe, cioè “I due fratelli”, sulla quale io scrissi tempo fa un libro destinato alla scuola dal titolo Un modello di educazione, pubblicato nel 2003 dall’editore D’Anna di Firenze. La trama della commedia è un po’ complicata, ma si può riassumere in questi termini. Ci sono due fratelli chiamati Demea e Micione, il primo dei quali ha avuto due figli e ne ha tenuto uno con sé mentre ha affidato il primogenito, Eschino, al fratello, il quale lo tratta come figlio suo. I due ragazzi vengono educati in modo del tutto opposto: Ctesifone, quello rimasto con il padre Demea, viene abituato al lavoro, al senso del dovere, al rispetto assoluto del padre con la massima severità; Eschino invece, che vive con lo zio Micione, conduce una vita del tutto libera e gaudente, organizza banchetti, frequenta donne in quantità, spende e spande tutto ciò che vuole e non ha praticamente alcun dovere. Micione spiega nelle prime scene il motivo di questa sua totale liberalità: egli è convinto che sia meglio tenere a freno i figli contando sul loro senso della dignità e con l’indulgenza anziché con la forza e con le punizioni. “Chi compie il proprio dovere sotto la minaccia di un castigo – egli afferma con sicurezza – sta in guardia fintanto che ritiene che ciò che fa si possa risapere; ma se ha la speranza di restare impunito, torna a fare il proprio comodo.” Se dovessimo giudicare l’operato dei due padri secondo le categorie dell’educazione moderna saremmo propensi senz’altro a dar ragione a Micione; ma lo sviluppo della commedia mostra che non è affatto così, perché nessuno dei due metodi educativi ha funzionato. Fallisce e viene anche derisa l’eccessiva severità di Demea, che crede ingenuamente di aver educato perfettamente il figlio Ctesifone, il quale invece s’invaghisce di una prostituta detenuta in casa di un mercante di schiave e la fa rapire dal fratello per non avere il coraggio di agire personalmente. Allo stesso modo fallisce anche il metodo liberale di Micione, perché Eschino mostra di non avere alcun senso della misura né alcun senso del dovere civico nel momento in cui entra in casa del mercante di schiave (che nella commedia si chiama lenone), picchia il proprietario con i servi e rapisce la ragazza del fratello senza rendersi minimamente conto di aver compiuto un vero e proprio reato. Al termine della commedia, di fronte a questo doppio fallimento, Demea decide improvvisamente di cambiare stile di vita e di assumere la generosità e l’affabilità del fratello, facendo regali a destra e a manca a spese di quest’ultimo, liberando schiavi e costringendo persino Micione, che per tutta la vita si era mantenuto ostinatamente scapolo, a sposare un’anziana signora che altri non è che la madre di una brava ragazza di famiglia di cui è innamorato Eschino. A conti fatti, quindi, emerge che la grande liberalità di Micione altro non era che debolezza: egli, come tanti genitori di oggi, diceva sempre di sì al figlio perché non aveva la forza di imporsi e di dire di no, era un debole che faceva passare per liberalità la sua irresolutezza. Colui che si rivela un vero padre, negli ultimi versi della commedia, è invece proprio Demea, il quale dice al figlio Eschino che è disposto a lasciare a lui ed al fratello tutta la libertà di cui i giovani hanno bisogno; se però essi, per la loro inesperienza, avranno necessità di un consiglio, di un indicazione che serva loro a trovare la giusta strada della vita, ecco che il loro padre sarà sempre lì, pronto a consigliarli e ad assisterli con la sua esperienza e soprattutto con il suo amore.
Tenendo ben presenti le differenze tra la società romana del II° secolo avanti Cristo, quando visse Terenzio, e quella di oggi, credo però che il problema da lui affrontato sia quanto mai attuale, e forse la sua lezione meriterebbe di essere seguita da certi genitori, oltre che conosciuta un po’ meglio di quanto non sia. L’eccessiva severità non porta a nulla se non all’odio, ed è ancor oggi vero quello che dice Micione, cioè che occorre insegnare ai figli i buoni principi di vita con le buone maniere e non con la forza, perché chi è oppresso da divieti e punizioni, una volta che sarà libero farà cose peggiori di chi libero è sempre stato. D’altra parte però è anche vero che i figli non vanno lasciati a se stessi senza la guida morale dei genitori, perché questo li conduce facilmente a frequentare cattive compagnie e ad assumere cattive abitudini, oltre ad una sorta di anarchia mentale che non consente loro di individuare un progetto o uno scopo ben preciso da perseguire. Ancora oggi i giovani, a mio giudizio, hanno bisogno di trovare negli adulti (anche nei professori a scuola, ma prima di tutto nei genitori) dei modelli di riferimento, degli esempi di vita da seguire, senza però che questi esempi vengano imposti con la coercizione, perché il più grave errore che possa fare un genitore è quello di pretendere che i suoi figli facciano nella vita quello che ha fatto lui o che diventino caratterialmente uguali a lui. Il metodo migliore è una via di mezzo tra la severità e l’indulgenza eccessive, molto vicino a quello che Demea illustra alla fine della commedia terenziana. La funzione del genitore, in altre parole, è quella di costituire una guida morale per il figlio o la figlia, che vanno seguiti e indirizzati verso il bene ma non forzati a fare o a pensare alcunché. Forse, se siamo fortunati, potremo vantarci un giorno di non aver fallito del tutto in questo che è il mestiere più difficile che ci sia.

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La scuola e il disagio giovanile

Da parte delle persone di una certa età, com’è appunto il sottoscritto, può sembrare strano parlare di disagio giovanile, che pure è una realtà che constatiamo tutti i giorni. Noi, che siamo stati giovani vari decenni fa, facciamo fatica a comprendere come i ragazzi di oggi, che hanno tutto nella vita, che hanno i genitori che li seguono passo passo dalla culla all’Università, che non vengono mai abituati a prendersi delle responsabilità, possano trovarsi a disagio; ci verrebbe piuttosto da pensare che le difficoltà avremmo dovuto averle noi, che venivamo lasciati a noi stessi dai genitori, che dovevamo affrontare da soli i problemi scolastici e non solo, che non avevamo né internet né cellulari né tablet ecc. E invece quello che si verifica è l’esatto contrario: proprio perché i giovani di oggi hanno tutto senza faticare e non sono caricati di nessun problema da affrontare autonomamente, cadono nello sconforto e nella depressione non appena qualcosa va loro storto rispetto a quanto si attendevano.
Io che lavoro nella scuola e insegno materie come il latino ed il greco, che provocano inevitabilmente difficoltà a tutti o quasi (specie nel lavoro di interpretazione dei testi), mi rendo ben conto di quanto le cose siano mutate. Ai nostri tempi, se qualcuno di noi prendeva un brutto voto o una nota sul registro, doveva fronteggiare la riprovazione degli insegnanti ed in aggiunta quella dei genitori, che spesso, come si suol dire “ci davano il resto”. Nessuno però si abbatteva o cadeva in depressione, ma si dava da fare per rimediare all’insuccesso, talvolta riuscendoci e talaltra no, ma sempre contando sulle proprie uniche forze. Oggi i ragazzi, abituati ad una vita comoda e senza mai difficoltà di alcun genere, quando cominciano (generalmente alle superiori) ad incassare qualche insuccesso, subito si lasciano andare all’abbattimento e allo sconforto, prendendo talora affrettatamente la decisione di cambiare scuola, anche quando l’insuccesso è stato momentaneo e sarebbe facilmente rimediabile. Basta un voto basso, un’osservazione del docente che spesso non è neanche un rimprovero ma solo un invito a stare più attenti e ad impegnarsi di più, ed ecco che l’alunno si abbatte al punto di gettare subito la spugna ancor prima di aver provato a risollevare la situazione. Ed a questo fenomeno si accompagna l’altro, altrettanto assurdo, dell’intervento dei genitori volto a proteggere il figlio e a portare avanti una serie di giustificazioni e di pseudo-motivazioni atte ad assolvere il ragazzo e a gettare la colpa sui professori. E’ ben difficile che un genitore riconosca le scarse attitudini o lo scarso impegno del figlio o della figlia: è il docente che pretende troppo, che assegna compiti “difficili”, che non ha un rapporto abbastanza aperto con gli studenti e li terrorizza persino. Da quando poi esiste la normativa sui BES e i DSA la situazione, da questo punto di vista, è ulteriormente peggiorata: i ragazzi non vengono responsabilizzati né esortati a sforzarsi per ovviare alle loro mancanze, ma è la scuola che deve rendere tutto più facile, abbassare il livello dell’apprendimento, scendere più in basso possibile.
Per questi e per altri motivi il mestiere dell’insegnante diventa ogni giorno più difficile: mentre con noi, quando eravamo ragazzi, i nostri professori non si facevano scrupoli e ci davano anche dei cretini, oggi bisogna assolutamente stare attenti a quel che diciamo e a come lo diciamo, perché gli alunni possono perdere l’autostima e risentirsi anche per una semplice osservazione. Qualche anno fa mi successe che, per aver detto ad una ragazza che avrebbe dovuto stare più attenta alla precisione sintattica dei suoi elaborati scritti, mi vidi arrivare dopo pochi minuti i genitori agguerriti ad accusarmi di averla offesa, quando io intendevo invece aiutarla e metterla in guardia da una sua mancanza che avrebbe potuto danneggiarla nella valutazione del tema d’esame. E’ incredibile come questi genitori seguano passo passo i figli fino alla maggiore età e anche molto dopo, senza mai responsabilizzarli, senza mai lasciare che affrontino e risolvano da soli i loro problemi scolastici, che comunque sono sempre molto minori di quelli che porrà loro la vita reale dopo la fine degli studi e al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è un grave errore, perché chi non cammina mai con le proprie gambe rimarrà sempre zoppo, non potrà mai affrontare la vita quando papà e mamma non ci saranno più a risolvergli tutti i problemi. Ecco quindi da cosa dipende quel disagio che notiamo nei nostri ragazzi a scuola: è una fragilità psichica estrema che si manifesta non appena essi sono costretti a mettersi in gioco personalmente, davanti agli insegnanti ed ai compagni e senza i genitori che fanno i compiti al posto loro. Ciò spiega anche il terrore folle che prende molti studenti quando debbono svolgere i compiti in classe o le interrogazioni, durante le quali reagiscono mostrando grande emotività, alcuni perdendosi totalmente e persino balbettando.
Questo eccessivo e morboso protezionismo delle famiglie è il vero ostacolo alla crescita intellettiva e personale dei nostri ragazzi, il cui disagio nel rapporto con la scuola cresce ogni anno di più: se infatti metto a confronto le reazioni e gli stati d’animo dei miei alunni di adesso con quelli di trent’anni fa noto divergenze macroscopiche, in parte derivanti dal diverso stile di vita e dalla presenza di una realtà virtuale che prima non esisteva e che purtroppo condiziona molto la vita dei giovani di oggi, ma in parte dovute anche ad un rapporto generazionale che è molto diverso da quello diffuso ai tempi della mia giovinezza. Oggi la famiglia non è più quella di prima: molti ragazzi hanno i genitori separati o vivono in famiglie “allargate” dove i rapporti sono giocoforza cambiati, e non certo in meglio. Spesso, proprio per compensare i figli di una mancanza affettiva che la struttura sociale attuale comporta, i genitori li coccolano e li gratificano, anche materialmente, in modo troppo accentuato. Aumentano così sempre più i ragazzi “viziati” che hanno tutto e non apprezzano nulla, ma al tempo stesso aumenta in loro anche un senso di profonda insicurezza e di scarsa autostima, che fa sì che non siano in grado di mettersi in gioco, né a scuola né altrove. Se i sociologi, i pedagogisti, gli psicologi cominciassero a comprendere questa realtà e a rendersi conto che il protezionismo eccessivo fa del male e non del bene, forse cambierebbero i loro dogmi e caldeggerebbero un ritorno ad una scuola seria e selettiva e ad un diverso rapporto tra genitori e figli, che faccia crescere questi ultimi e li ponga in grado di affrontare responsabilmente la vita senza restare eternamente bambini come purtroppo avviene adesso.

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Il dilagare della violenza

Viviamo un periodo piuttosto preoccupante, a quanto sentiamo dalle cronache, un periodo in cui la violenza – materiale e verbale – ha raggiunto livelli intollerabili per una nazione civile. La simpatica vignetta qui apposta si riferisce al mondo della scuola, dove sono di recente aumentati di molto gli episodi di violenza nei confronti dei docenti: un alunno ha sfregiato il volto di una professoressa con una coltellata, un altro ha colpito con un pugno un’altra insegnante, un altro ancora ha riempito di insulti e bestemmie il suo professore perché gli aveva fatto cadere a terra il cellulare, senza poi contare le violenze dei genitori che hanno colpito sia docenti che dirigenti e vicari. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Le ragioni principali di questa barbarie emergente le ho enunciate nei post che precedono questo, e sono quelle in cui ho sempre creduto: perdita di autorevolezza della classe docente dovuta alle farneticazioni del “mitico” ’68 ed alle leggi che ne sono derivate, dal 1977 al 2000 con il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, perdita dei valori fondamentali della nostra società come quello della famiglia, profondamente mutata negli ultimi decenni e gravata da un disarmante buonismo che fa sì che i figli abbiano sempre ragione nei confronti dei loro insegnanti. Ma non è tutto: la civiltà di internet e dei social, che ha dato strada a tutti i peggiori istinti delle persone, ha fatto in modo che l’insulto, la violenza verbale, l’odio apertamente espresso siano diventati normali e consueti nella nostra vita di tutti i giorni, mentre la cortesia ed il rispetto sembrano diventate categorie vecchie e superate, retaggio di una civiltà al tramonto. Così la rozzezza, l’incultura, la volgarità sono entrate a pieno titolo nella nostra vita, tramite anche il bell’esempio che dà la TV dove litigi, insulti e parolacce sono all’ordine del giorno. Dalla violenza verbale poi, una volta perduti i freni della ragione e della civiltà, si passa facilmente a quella fisica, ed ecco quindi spiegati gli inaccettabili fenomeni criminali che sono avvenuti nelle scuole. E siccome siamo in una società buonista, una società che non vuol sentir parlare di provvedimenti e punizioni, la situazione è destinata a peggiorare; così tra breve, accettando il suggerimento del buon presidente americano Trump, dovremo andare a scuola armati per contrastare questi fenomeni. Ovviamente questa è una battuta, perché soltanto un idiota poteva avanzare quella proposta, e per me il soggetto è tale anche se è l’uomo più potente del mondo; però una soluzione va trovata, perché non si possono tollerare episodi simili. La mia proposta sarebbe semplice: bocciatura in tronco ed espulsione da tutte le scuole d’Italia, senza possibilità di appelli o ricorsi, per gli studenti che si rendono responsabili di tali comportamenti; denuncia penale obbligatoria per i genitori e condanna a tre-quattro anni di carcere senza condizionale né sconti di pena. Credo che agendo così il fenomeno finirebbe subito, perché contro chi usa la violenza come mezzo di interazione con altre persone porgere l’altra guancia non è certo un rimedio appropriato. E’ sconsolante dirlo, ma credo che soltanto le soluzioni di forza possano avere una qualche efficacia verso individui simili. Purtroppo, quando si sa per certo che si resterà impuniti, non si avrà alcun inmpulso o interesse ad astenersi dal fare il male.
Lo stesso ragionamento vale per la violenza politica, riesplosa pesantemente durante questa campagna elettorale. Lasciando stare le infamie e gli insulti scritti sui social e pronunciati da certi politici (ed in ciò i 5 stelle sono maestri!), voglio qui riferirmi alla violenza fisica, quella che si è manifestata durante gli ultimi cortei cosiddetti “antifascisti”. Il fatto curioso di questi eventi è che i suddetti cortei volevano protestare contro presunti rigurgiti di “fascismo”, mentre chi ha ferito gli agenti di polizia e devastato le città sono stati proprio gli antifascisti, i cosiddetti “antagonisti” (ma antagonisti di chi?), i giovani di estrema sinistra dei centri sociali. Del comportamento criminale di queste persone non mi stupisco, perché è dagli anni ’70, da quando frequentavo l’università, che sono abituato ad assistere alla violenza della sinistra extraparlamentare ed al terrorismo che è venuto da quella parte politica; ma adesso è imbarazzante, per gente come la Boldrini, Grasso, D’Alema e compagnia bella, parlare di “fascismo” (che non esiste più) e dover ammettere, perché non possono fare diversamente, che la violenza cieca e vigliacca che picchia i carabinieri a terra viene proprio dai figli di papà dei centri sociali e dalla loro parte politica, cioè la sinistra.
Da quanto di recente avvenuto mi pare evidente che il voler risuscitare ad ogni costo il fascismo, un movimento politico che appartiene ormai alla storia e che si è concluso nel 1945, sia un misero tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese che la sinistra non è riuscita né riuscirà mai a risolvere, oltre che la volontà di avere un “nemico” contro cui scagliarsi per poter nascondere le proprie contraddizioni. Se qualcuno fa violenza, sia di destra o di sinistra o di chicchessia, va punito pesantemente e basta, senza fare sconti a nessuno; ma fondare il dibattito politico, oggi nel 2018, sulla contrapposizione fascismo-antifascismo, è patetico e anacronistico. La storia non torna indietro, e negli ultimi 70 anni le società occidentali e le relazioni internazionali sono talmente cambiate da avere ben poco in comune con eventi e situazioni ormai vecchie quasi di un secolo. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania) hanno ormai fatto i conti con il loro passato, il dibattito politico si fonda sul presente e sul futuro; ma da noi, purtroppo, i fantasmi del passato non vengono mandati in pensione perché fanno comodo ancora oggi a chi non ha altri argomenti se non tirare fuori il solito vecchio ritornello del “fascismo”. La violenza va combattuta ed eliminata da qualunque parte provenga: a questo pensino i signori politici, e ad affrontare i veri problemi del presente, senza attribuire ad altri etichette e marchi infamanti che appartengono ad un passato remoto e non hanno più alcuna ragione di esistere.

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Insegnanti offesi e accoltellati

E’ difficile trovare un periodo della nostra storia recente (diciamo gli ultimi 50 anni) in cui il prestigio e la dignità della classe docente di ogni ordine e grado di scuole siano stati ad un livello così basso. Alla consueta condanna dell’opinione pubblica, secondo la quale noi saremmo dei fannulloni che ricevono lo stipendio lavorando solo 18 ore a settimana (e con tre o quattro mesi di vacanza), si sono aggiunti degli episodi a dir poco inquietanti, specie negli ultimi tempi: presidi e docenti insultati e persino malmenati da genitori ed alunni, lanci di oggetti in faccia al docente di turno, fino ad arrivare all’episodio più recente e più grave, quello di una collega che è stata sfregiata in volto da una coltellata di un suo alunno, per la sola colpa di averlo voluto interrogare.
Sarebbe difficile risalire con stretta precisione alle cause di questi fenomeni, che, più o meno gravi che siano, hanno tutti un comune denominatore: la perdita assoluta di autorevolezza che la nostra categoria un tempo aveva, un prestigio che è andato via via erodendosi negli ultimi decenni fino ad arrivare al punto in cui siamo oggi. Se in qualche modo tentiamo di spiegare l’origine del fenomeno, vengono a galla inevitabilmente le nostre opinioni riguardo alla politica che i vari governi ed i vari sindacati hanno fatto in questo lasso di tempo; ma io non ho mai avuto timore di esprimere le mie idee in proposito, pur sapendo che spesso ciò mi ha tirato addosso antipatie, risposte stizzose e persino insulti. Quindi dico qual è la mia opinione, che consiste nel ritenere che il declino della scuola e della classe docente sia iniziato con il “mitico” ’68, che oggi viene da alcuni, a cinquant’anni di distanza, celebrato come un evento felice, mentre è tutto il contrario. La rivoluzione ideologica di quel momento storico, con la sua critica spietata contro il “sistema”, con la sua ansia di liberazione da tutti i vincoli e tutte le regole (compresi i ruoli naturali e sociali dell’uomo e della donna, ma questo è un altro discorso), colpì soprattutto la scuola, con il rifiuto della disciplina, con la pretesa della promozione garantita (il famigerato 6 politico!), con l’abbandono dei programmi tradizionali, tutti fattori che fin da allora condussero ad un cambiamento radicale della concezione stessa della formazione e dell’insegnamento: il professore non doveva più avere autorità ma essere “amico” degli studenti; agli alunni era consentito tutto, anche occupare le scuole in modo illegale e contestare gli insegnanti; con i famigerati decreti delegati del 1974, infine, si istituzionalizzarono le assemblee ed i consigli di classe, facendo entrare per la prima volta – e malauguratamente – i genitori nella gestione della vita scolastica. In questa maniera l’autorità dei docenti fu di fatto esautorata, perché ormai studenti e genitori erano liberi di contestare e di imporre cambiamenti nello svolgimento dei programmi, spesso coadiuvati da presidi che, per tenersi buona l'”utenza”, come si suol dire, riversavano sui docenti tutte le colpe di ciò che non funzionava. Se un alunno non studiava, la colpa era del professore che non sapeva interessarlo; la promozione era, ed è ancor oggi, quasi garantita a tutti perché nella valutazione degli alunni cominciarono ad entrare fattori extrascolastici come la situazione di famiglia, le condizioni di salute, tutta una serie di motivi che portavano inevitabilmente a “dare una mano” a fine anno anche agli asini patentati; per i più politicizzati, inoltre, la promozione doveva essere garantita perché bocciare era “fascista”. Così la pensavano in tanti operatori scolastici influenzati dall’ideologia sessantottina, cui si aggiunse una pletora di sociologi, pedagogisti e psicologi che rincaravano la dose scagliandosi contro l'”autoritarismo” dei professori e accusando la scuola di essere classista e di insegnare “cose vecchie” senza essere al passo con i tempi nuovi, conculcando la “creatività” dei nostri poveri giovani.
Una volta distrutta la serietà degli studi dalle farneticazioni sessantottine, quella mentalità cominciò a diffondersi anche a livello istituzionale e ministeriale: ecco quindi sorgere leggi che hanno dagli anni ’70 ai nostri giorni peggiorato di molto la situazione. Ne ricordo alcune: i nuovi programmi della scuola media del 1977, che tolsero lo studio del latino e introdussero una serie di cambiamenti nei programmi che hanno finito per annacquare di molto la qualità e la quantità delle conoscenze che ogni cittadino dovrebbe avere (penso alla grammatica italiana, abbandonata del tutto in molte scuole medie); l’inserimento di progetti e attività parascolastiche che sottraevano molte ore alle lezioni tradizionali; l’autonomia scolastica del 1990 che, trasformando la scuola in un’azienda, ha assimilato la produzione culturale a quella commerciale e industriale, con la conseguente perdita del prestigio del docente di alto valore didattico a vantaggio dell’immagine esterna di ogni istituto. Anche i governi succedutisi dall’inizio del nuovo millennio in poi non hanno fatto nulla per restituire alla scuola quella validità formativa che aveva prima, e soprattutto per restituire dignità al corpo docente. Lo sciagurato “Statuto delle studentesse e degli studenti” (ma non bastava dire “degli studenti”?) del ministro Berlinguer ha di fatto aumentato la libertà degli alunni di trasgredire le norme e di agire come vogliono senza il timore di sanzioni, che sono diventate più difficili da erogare e più lievi di prima; e al tempo stesso è aumentata l’invadenza dei genitori, sempre più sindacalisti dei figli, perché in una scuola “azienda”, dove conta il numero e non la qualità, la minaccia di perdere iscrizioni ha fatto sì che i genitori stessi potessero addirittura influire sull’assegnazione dei docenti alle classi e sindacare sullo svolgimento dei programmi e sui criteri di valutazione dei docenti stessi. Vanno poi aggiunte altre “perle” a questo quadro esaltante complessivo, come la recente legge sui BES e i DSA, della quale molti si approfittano per nascondere l’inadeguata preparazione o scarso impegno di certi studenti dietro presunti “problemi” che non vengono neanche certificati ma che in molti casi garantiscono la promozione scavalcando l’autonomia valutativa del docente.
Così siamo arrivati alla situazione di oggi, quando certi genitori picchiano presidi e docenti e certi alunni arrivano a vere e proprie forme di violenza contro i loro professori. La nostra dignità personale ed il nostro peso sociale sono ridotti a nulla, come dimostra anche il fatto che il nostro contratto di lavoro è bloccato da quasi 10 anni e non viene ancora rinnovato. Si azzardino a farlo con i metalmeccanici o gli autoferrotranvieri, e poi vedranno cosa succede! Ma con noi è lecito tutto perché non contiamo nulla, anche retribuirci con stipendi inadeguati e permettersi di aumentarci di continuo i compiti da svolgere senza alcun corrispettivo economico. Anche questo è un segno tangibile della perdita di autorevolezza e di prestigio della nostra categoria, una situazione però – e mi pare doveroso ribadirlo – di cui non hanno colpa solo i vari governi di destra o di sinistra che siano, ma anche i sindacati di ogni colore, che hanno fatto poco o nulla in questi decenni per garantire un minimo di dignità e di considerazione sociale a tutti noi, soprattutto a coloro che hanno la tessera sindacale e si vedono trattenere una cifra ogni mese per pagarla. Ma io, almeno da questo punto di vista, sono tranquillo, perché non mi sono mai fidato dei sindacati e non mi sono mai iscritto a nessuno di essi. Vista la qualità del loro impegno, mi accorgo di aver fatto bene ad agire così. Almeno questa l’ho azzeccata.

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Strane “amicizie” tra docenti e studenti

Già più volte su questo blog ho avuto occasione di parlare dei rapporti tra docenti e studenti, esponendo un punto di vista che ai più sarà certamente sembrato antiquato e tipico di un modello di scuola che non esiste più: che cioè il rispetto dei ruoli deve essere sempre mantenuto, e che perciò il professore debba sempre tenere una certa distanza dai suoi allievi. Ciò non significa essere arcigno o eccessivamente severo, ché non gioverebbe a nulla; significa invece essere cordiale e affabile con gli studenti ma non dare mai loro troppa confidenza, perché da un atteggiamento troppo amichevole potrebbero derivare conseguenze funeste, come la mancanza di rispetto che prima o poi si verificherebbe da parte di alcuni studenti, oppure, peggio ancora, il sorgere di voci poco edificanti nei confronti del docente. E’ accaduto purtroppo che queste dicerie, più o meno fondate, siano sorte spesso, specie quando qualche professore ha incontrato i suoi alunni fuori di scuola, magari per andare in pizzeria insieme o per altro simile motivo. Per evitare tutto ciò io non ho mai concesso alcuna confidenza ed ho sempre avuto con i miei studenti un rapporto cordiale ma piuttosto distaccato e comunque limitato ad argomenti scolastici, senza indagare sulla loro vita privata e senza partecipare a cene o altre occasioni di incontro fuori dell’ambiente scolastico. Forse ho esagerato con questa rigida distinzione di ruoli, ma alcune notizie sentite in questi ultimi tempi sembrano invece confermare l’oculatezza delle scelte da me effettuate a questo riguardo.
Ho letto qualche giorno fa che, in sede di trattative sulla parte normativa del contratto di lavoro dei docenti che aspetta da tanto tempo di essere promulgato, è stato proposto il ricorso a sanzioni disciplinari per quei docenti che intrattengono con i loro studenti relazioni di amicizia su Facebook, che chattano con loro servendosi di Whatsapp o che comunque comunicano con loro mediante i social. Se la notizia è fondata, allora significa che a livello governativo ci si sta accorgendo che l’eccessiva familiarità tra professori e alunni è inopportuna e dannosa per la didattica e l’apprendimento, in quanto in tal modo il docente abbandona il suo ruolo di educatore e si abbassa a livello di “amico”, ricopre cioè un ruolo diverso da quello che dovrebbe avere ed al quale per legge è preposto. Ciò incide negativamente sul processo apprenditivo, perché lo studente concepirà come paritario e non gerarchico il suo rapporto con il professore, il quale perderà quell’autorevolezza che è necessaria affinché si formi nel giovane il senso del dovere e quindi dell’applicazione allo studio. Io personalmente sono da sempre stato convinto di ciò e per questo, pur essendo da tempo su Facebook, non mi sono mai sognato di proporre o accettare l’amicizia con qualcuno dei miei studenti; l’ho fatto, semmai, con gli ex studenti, quelli che da almeno tre anni hanno terminato gli studi liceali. Inoltre non uso whatsapp, né alcun programma di chat e non ritengo giusto neanche comunicare agli studenti il proprio numero di cellulare. Però anche qui non bisogna generalizzare, perché esistono anche eccezioni alla regola suesposta: ci sono professori, infatti, che in buona fede usano Facebook o altri social con gli studenti per motivi didattici, magari per inviare documenti, assegnare esercizi ecc. Perciò è difficile parlare di sanzioni per una pratica che è divenuta ormai così diffusa da non poter essere interpretata sempre in un unico senso, ed inoltre mi pare difficile anche sul piano legale prendere provvedimenti di questo tipo: se infatti l’uso dei social avviene fuori dell’orario scolastico, non so se un Dirigente o altra autorità abbia il potere di sanzionare dei liberi cittadini che compiono atti non vietati da nessuna legge. A mio parere anche qui, come in ogni circostanza, è il buon senso che dovrebbe prevalere: ogni docente, in altri termini, dovrebbe comprendere che non è opportuno dare troppa confidenza ai propri alunni, perché rischia di perdere la propria autorevolezza ed il rispetto altrui, e quindi di essere diseducativo. Se qualcuno non lo capisce e continua a fare l'”amicone” rischiando di rendersi ridicolo, peggio per lui: sarà l’esperienza a fargli capire il suo errore, molto più di sanzioni e punizioni che hanno poco senso.
Un’altra notizia ha scosso in questi giorni l’opinione pubblica, quella di due docenti uomini accusati di molestie sessuali nei confronti di alcune loro alunne. Si tratta di un fatto gravissimo, che distrugge per intero la reputazione del professore e della scuola in cui presta servizio. Nei casi ricordati la notizia era purtroppo vera, come gli stessi interessati hanno ammesso, e quindi saranno loro a subire le conseguenze delle loro azioni. In altri casi, però, l’accusa di molestie si è rivelata completamente infondata, ma la sola esistenza di dicerie al riguardo ha potuto danneggiare gravemente la buona fama di alcuni docenti, a volte persino puniti per accuse del tutto false e ridicole. Qualche anno fa ho saputo di un professore sospeso da un dirigente perché alcune ragazze lo avevano accusato di guardare loro il seno durante le interrogazioni. Ora io mi chiedo, intanto, se quelle ragazze si fossero vestite in modo conveniente o meno e poi, in secondo luogo, dove avrebbe dovuto volgere lo sguardo quel poveretto mentre le interrogava. Avrebbe forse dovuto mettersi una mano davanti agli occhi in modo da vedere solo il viso delle alunne senza che lo sguardo scendesse più in basso? Oppure avrebbe dovuto interrogarle guardando il muro o fuori della finestra? L’accusa, in quel caso, era grottesca e ridicola, eppure portò a una sanzione. Ma anche senza arrivare a tanto, ho spesso constatato che diversi docenti uomini si sono portati dietro dicerie e voci su un loro eventuale “interesse”, diciamo così, per delle studentesse, voci che si sono rivelate totalmente infondate ma che hanno comunque danneggiato l’immagine di una persona innocente ed in buona fede. E’ questa una situazione a cui noi insegnanti di sesso maschile dobbiamo stare molto attenti, per non dar adito a chiacchiere e maldicenze che prendono campo subito e si ingigantiscono in brevissimo tempo. Anche questa è stata una ragione per la quale, nella mia lunga carriera, ho sempre tenuto a debita distanza gli studenti e soprattutto le studentesse, perché io alla mia reputazione ci tengo quasi quanto ci tenevano gli eroi omerici, che preferivano perdere la vita anziché la loro buona fama. Le notizie di cronaca recente mi hanno dato ragione e confermano che la mia scelta è stata opportuna, perché il buon nome di una persona assomiglia a un edificio di grandi dimensioni: per costruirlo ci vogliono anni, per distruggerlo basta una scossa di terremoto di pochi secondi.

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La notte del Liceo Classico

Ha avuto origine dalla mente di un docente di Catania questa simpatica idea della “notte del Liceo Classico”, un evento celebrato in molti licei che consiste in una serie di iniziative atte a rilanciare gli studi umanistici ed a far conoscere la loro importanza nella società contemporanea: si tratta di conferenze, tavole rotonde, recitazione di brani di autori classici greci e latini, spettacoli teatrali e altre iniziative affini a queste. L’evento si è diffuso a macchia d’olio ed ha interessato più di 400 Licei Classici di tutta Italia, dove docenti, studenti e personale esterno alla scuola si sono impegnati per dimostrare che il latino, il greco, la filosofia, la lingua italiana ecc., cioè le discipline umanistiche, sono più che mai necessarie in un periodo storico in cui purtroppo si va sempre più diffondendo l’ignoranza, la volgarità, l’avidità di successo e di denaro, valori materiali che non possono giovare allo spirito ma solo al corpo, e costituiscono soltanto una fuggevole apparenza di felicità, un benessere momentaneo e inconsistente.
Sulla diffusione dell’incultura, dell’ignoranza e della volgarità nella società attuale non credo ci sia bisogno di molti testimoni. Basta guardare un po’ la televisione e ci si rende conto di come gli errori, gli strafalcioni, le bestialità che vengono dette siano ormai diventati pane di tutti i giorni, per non parlare dei social network e di internet in generale: ormai nessuno fa più caso agli errori ortografici che si leggono ad ogni piè sospinto, alla grossolana banalizzazione di cui è vittima la lingua italiana. E se ti azzardi, su Facebook o altrove, a far notare a qualcuno che ha commesso un errore pacchiano, si offende pure e ti risponde stizzito che non devi fare il “professorino”, e che quel che conta è il concetto espresso, non la forma… come se poi i concetti si sapessero veramente esprimere. Ma il segno più evidente della barbarie che avanza ce lo danno i nostri politici, ignoranti come le capre e incapaci di tenere un discorso in italiano che abbia una qualche eleganza e compiutezza sul piano della sintassi e della retorica. Si possono criticare quanto si vuole i politici della cosiddetta “prima repubblica”, ma io non posso fare a meno di rimpiangere, almeno dal punto di vista della cultura e dell’espressione, persone come Andreotti, Craxi, Spadolini, Berlinguer ed altri ancora. Oggi invece c’è da tapparsi le orecchie a sentirli parlare! Già il livello culturale dei politici lasciava a desiderare un decennio fa, ma ora la situazione si è fatta addirittura grottesca da quando sono comparsi sulla scena politica quelli del “Movimento Cinque Stelle”, i grillini, che sono la quintessenza dell’ignoranza e della volgarità, veri analfabeti che fanno vergogna al nostro Paese anche di fronte agli stranieri. Il loro capo, un certo Di Maio, illustre sconosciuto fino a quando non è stato eletto col sistema demenziale della candidatura sul web, non conosce il congiuntivo, crede che Pinochet sia stato il didattore del Venezuela (mi sembra abbia detto così) e non sa leggere la posta elettronica. E noi dovremmo affidarci ad una capra simile che, se fosse ancora a scuola (dove probabilmente non è mai stato), non meriterebbe altro che le orecchie d’asino?
Tornando alla notte del Liceo Classico, debbo dire che mi pare un’ottima iniziativa per richiamare l’attenzione sull’importanza culturale e formativa degli studi umanistici, per la necessità di far comprendere che la vita di un giovane di oggi non può basarsi soltanto sulla conoscenza dell’inglese e dell’informatica: anche adesso, come tanti secoli fa, è necessario sapersi esprimere, parlando e scrivendo, in modo corretto e convincente, in altre parole conoscere bene lo strumento linguistico che ancora adesso è in grado di aprire molte porte; anche oggi, anzi proprio oggi più che mai, è necessario saper compiere operazioni mentali di scelta, d’intuizione e di riflessione che proprio le discipline umanistiche possono scoprire e sviluppare nella mente umana; anche oggi, inoltre, è indispensabile conoscere il passato per comprendere il presente, per tener presenti quelle leggi storiche ed etiche che da sempre hanno guidato l’esistenza dell’uomo sulla terra, sia a livello indiviiduale che collettivo. E’ meritevole di tutto il mio rispetto chi cerca di portare avanti questi valori, considerato anche il notevole calo di iscrizioni che a livello nazionale si è manifestato negli ultimi anni per il Liceo Classico, segno anche questo dell’avanzare del tecnicismo e di una mentalità aziendalistica ed economicistica che lascia ben poco spazio allo spirito ed ai suoi valori. Aggiungo un’altra cosa, che mi ha fatto piacere e mi ha portato a rivalutare, sia pur parzialmente, la nostra televisione: che cioè dell’evento, la notte dei Licei Classici, ha finalmente parlato il TG1, primo telegiornale nazionale, sia nell’edizione delle 13 che in quella delle 20 di venerdì scorso 12 gennaio. Anche questo è un piccolo segno dell’auspicabile ripresa delle iscrizioni al Liceo Classico, che, se consistente, contribuirà senz’altro al recupero di quei valori umani e culturali che altrimenti rischiamo di perdere per sempre.
Vorrei però aggiungere, in conclusione di questo post, che iniziative come quella di cui ho parlato sono certamente lodevoli, ma da sole non possono bastare a cambiare una mentalità ormai diffusa, con la quale dobbiamo fare i conti e instaurare un dialogo aperto, evitando di chiuderci, soprattutto noi docenti di latino e greco, nella torre d’avorio della cultura che resta inaccessibile a chiunque non sia “addetto ai lavori”. Far conoscere il nostro pensiero mediante spettacoli, conferenze, tavole rotonde ecc. è senz’altro utile, ma più utile ancora è abbandonare, da parte di alcuni di noi, quella chiusura verso l’esterno e quel conservatorismo che induce molti colleghi a rifiutare qualunque cambiamento, qualunque innovazione nella didattica delle nostre materie. Se ci sono ancora docenti che insistono pervicacemente nel grammaticalismo, nello studio di tutte le piccole eccezioni linguistiche, nella rigidità della traduzione dal greco e dal latino fondando su di essa quasi totalmente la valutazione degli studenti, non andremo molto lontano. Il mondo e la società si evolvono, gli studenti di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, i metodi vanno quindi rinnovati ed i contenuti resi più appetibili ed interessanti, dando meno spazio alla pedanteria e più spazio alle conoscenze letterarie, storiche, dei tanti aspetti delle civiltà classiche che sono ancor oggi poco conosciute. Una cosa da fare subito, come ho detto altre volte, sarebbe cambiare radicalmente la seconda prova scritta d’esame del Classico, riducendo la traduzione e dando spazio ad altre forme di esercizio. Se non ci convinciamo del fatto che la scuola, come ogni altro settore della società, deve essere un organismo vivo e suscettibile di cambiamenti e di adeguamenti, temo che la notte del Liceo Classico non riesca a diradare l buio che da troppo tempo ci affligge.

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La guerra tra le scuole per le iscrizioni

In questo periodo dell’anno scolastico assistiamo ad un fenomeno che è ormai diventato endemico, coinvolge cioè tutte le scuole superiori del nostro Paese: la lotta tra i vari istituti per accaparrarsi il maggior numero possibile di iscritti, che si è accentuata da quando esiste l’autonomia scolastica e soprattutto in seguito alla concessione di fondi e finanziamenti ministeriali basati sul numero degli studenti frequentanti i vari corsi di studi. Dal mese di novembre, ed in qualche caso anche prima, comincia la “caccia all’iscritto”, per cui ogni scuola si dà un gran da fare a produrre libelli e depliants illustrativi, a far pressione sulle scuole medie per poter incontrare gli alunni di terza, ad organizzare i cosiddetti “open days”, ossia giornate festive in cui la scuola è aperta alle visite di ragazzi e genitori, ed altre iniziative collaterali.
Di per sé la cosa potrebbe sembrare ovvia e legittima, ma nella realtà questo fenomeno rivela ancor più come le istituzioni scolastiche siano oggi diventate di fatto delle aziende, perché di quelle hanno ripreso i caratteri fondamentali: il puntare sul numero anziché sulla qualità, l’insistenza su iniziative collaterali e avulse dalla didattica (si parla molto di settimane bianche, gare sportive, viaggi all’estero ecc., poco delle materie curriculari) e soprattutto il linguaggio essenzialmente pubblicitario, che assomiglia molto da vicino a quello che le varie aziende utilizzano alla tv o sui giornali per promuovere i loro prodotti. Prendiamo ad esempio la pubblicità delle automobili: una ditta produttrice esalta la potenza del motore della sua autovettura, un’altra mette in luce la capacità del bagagliaio, un’altra ancora i cerchi in lega, il navigatore satellitare o altro che sia. Lo stesso fanno le scuole, cercando di carpire la buona fede di genitori e di studenti ancora molto giovani e quindi disorientati: una ricorda le gite all’estero e gli scambi culturali, un’altra la spendibilità del diploma, un’altra la presenza di un modernissimo laboratorio informatico. Poche di queste scuole dicono la verità agli alunni, a cominciare dalle difficoltà che un certo corso di studi presenta e che lo rende non adatto a tutti; ancor meno, inoltre, ammettono che il semplice diploma, con l’andamento dell’economia attuale, serve a ben poco e che quindi saranno comunque necessari gli studi universitari. Si comportano, in pratica, come le ditte produttrici di automobili di cui parlavo prima: nessuno accena neanche lontanamente a qualche difetto che il prodotto possa avere, ma tutto è perfetto, meraviglioso, inimitabile. Questo modo di agire, a mio giudizio, si chiama pubblicità ingannevole e vale sia per gli spot commerciali in televisione che per la propaganda delle varie scuole atta a convincere i potenziali iscritti. Da ciò è evidente che ormai la cultura in sé, l’efficacia didattica e formativa di un certo corso di studi interessano poco o nulla; si tira a far numero, senza preoccuparsi di orientare veramente gli studenti a seconda di quelle che sono le attitudini, le aspettative e le basi culturali di ciascuno. E questa pressione sui potenziali iscritti, questa lotta senza quartiere tra le scuole superiori che non risparmia neanche i colpi bassi, si va accentuando ancor più in questi ultimi anni, considerato il calo demografico che investe il nostro Paese e che si sta preparando ad assumere toni drammatici con la continua diminuzione del numero annuale delle nascite.
L’errore di fondo, quello che provoca il fenomeno suddetto, è la concezione aziendalistica ed economicistica che della scuola si ha a livello governativo, una mentalità che purtroppo si è diffusa non solo al vertice ma anche alla base, come si vede appunto dal comportamento dei vari istituti, ciascuno dei quali nomina “referenti per l’orientamento”, docenti cioè che hanno la specifica funzione di organizzare tutto l’apparato pubblicitario che ogni anno viene proposto all'”utenza”. Va però detto che, vista la legislazione attuale, non possiamo dare torto a chi si adopera per avere più iscrizioni possibile: nel caso in cui gli studenti diminuiscano, infatti, vengono ridotti i finanziamenti alle scuole (che possono perdere anche l’autonomia se scendono sotto un certo numero), vengono accorpate le classi intermedie senza alcun riguardo alla differenziazione dei metodi e della didattica utilizzati negli anni precedenti, vengono addirittura chiusi corsi di studio se non raggiungono un determinato numero di iscritti. La causa profonda del fenomeno è quindi a monte, va attribuita ad una classe politica che considera la scuola solo come una spesa improduttiva da ridurre il più possibile, tagliando tutto ciò che si riesce a tagliare e costringendo quindi gli operatori scolastici ad arrabattarsi per mantenere un certo numero di classi e di studenti e non perdere posti di lavoro. Differente sarebbe la situazione se invece che al numero si mirasse alla qualità della didattica e si lasciasse prosperare una scuola di alto profilo qualitativo anche con un numero ridotto di studenti. Ma questo è inutile chiederlo ai nostri politici, non avverrà mai, specie in un paese che investe pochissimo nella cultura e nella ricerca, e costringe i nostri migliori giovani ad emigrare all’estero.
Poiché però la scuola è anzitutto formazione culturale ed umana, io ritengo che questo delirio pubblicitario dovrebbe avere un limite, anche perché – sempre ragionando in termini economici – i fallimenti formativi, cioè le bocciature e l’abbandono degli studi, hanno un costo per le famiglie e per la società intera. Occorre quindi rendersi conto che la scelta della scuola superiore non è come quella di un’automobile, benché vengano pubblicizzate più o meno allo stesso modo: la macchina ci porta a spasso ugualmente, anche se dopo averla comprata ci rendiamo conto che non è proprio quella che avremmo voluto, ma la scuola no: perdere uno o più anni, o addirittura abbandonare gli studi è cosa molto più grave, perché incide anche sull’autostima e sulla vita stessa dei nostri giovani. E’ quindi inutile e colpevole, a mio giudizio, illudere gli studenti di terza media promettendo il successo formativo (come alcune scuole fanno) quando ciò non corrisponde alla realtà, nascondere loro le difficoltà del percorso didattico pur di ottenerne l’iscrizione alla propria scuola, esaltare attività e strutture che in realtà incideranno ben poco sulla formazione culturale ed umana della persona. E’ un vero e proprio inganno a danno degli studenti non adatti a quel genere di studi, così come lo sono le promozioni immeritate regalate per non perdere le classi. Sarebbe invece auspicabile (ma se vi fosse una politica diversa a livello ministeriale) orientare gli alunni ciascuno secondo le proprie inclinazioni e potenzialità, evitando il disadattamento e la frustrazione di chi si accorge, dopo qualche mese o addirittura dopo anni di promozioni immeritate, di avere sbagliato scuola e di aver intrapreso un percorso del tutto inadatto alla sua personalità. Se non vi fosse la preoccupazione del numero e delle eventuali perdite o accorpamenti di classi sarebbe cosa utile istituire un post-orientamento in tutte le scuole: quando cioè i docenti si rendessero conto che uno o più alunni hanno fatto una scelta errata, dovrebbero riorientarli e invitarli a cambiare, scegliendo un corso di studi più adatto a loro. Qualche rara volta questo avviene, ma nella maggior parte dei casi si preferisce chiudere gli occhi e trscinare avanti per anni, spesso fino al diploma finale, studenti del tutto inadeguati agli studi che hanno scelto, e tutto ciò per non perdere posti di lavoro e non danneggiare quindi, nella visione comune di oggi che mira alla quantità e non alla qualità, il buon nome della scuola. Così continua all’infinito, e con toni sempre più accesi, questa lotta tra le scuole e questa corsa ad accaparrarsi iscritti senza tener conto delle loro attitudini e capacità. E’ una guerra non dichiarata, ma che come tutte le guerre ha i suoi vinti, i suoi vincitori e le sue vittime innocenti.

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E’ iniziato un nuovo anno!

Quando inizia un nuovo anno c’è sempre un clima di aspettativa, di rinnovamento delle umane sorti, quasi che da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa di straordinario. In realtà la vita proseguirà più o meno come nell’anno precedente, e quello che dobbiamo augurarci, se teniamo a questa nostra vita sulla terra, è di mantenere il più possibile un buono stato di salute fisica e mentale, augurio che si fa sempre più pressante man mano che l’età va inesorabilmente crescendo. Nel nuovo anno, ed abbastanza presto in verità, io compirò 64 anni, una cifra che mi pareva avvolta nella nebbia quando ero giovane, quando mi chiedevo: come sarò a 64 anni? Ma soprattutto: ci arriverò? Perché nessuno, come dice giustamente Seneca, ci garantisce il raggiungimento di un certo traguardo d’età, per cui è bene non rimandare al domani quello che possiamo fare oggi, quando ancora abbiamo tempo per raggiungere la bona mens, la serenità interiore del saggio.
A dire la verità io una grossa novità per il 2018 ce l’avrei, in quanto questo dovrebbe essere (fino al 31 agosto) l’ultimo mio anno di permanenza in servizio nella scuola, perché ho presentato domanda di pensionamento nello scorso mese di dicembre. Lo so, qui sono in contraddizione con me stesso, perché un paio di anni fa, o forse meno, ebbi a dichiarare solennemente su questo blog che non avrei mai chiesto la pensione e sarei rimasto in servizio fin quando non me ne avessero cacciato a forza di legge. Ho scoperto poi che questo allontanamento forzato sarebbe avvenuto nel 2019, e quindi, se non avessi fatto domanda, mi sarebbe restato al massimo un anno in più, dal quale nessun vantaggio pratico ne sarebbe derivato. Anche in base a ciò ho cambiato idea; ma ciò che soprattutto mi ha indotto a chiedere la pensione sono state alcune ragioni oggettive che derivano dallo stato in cui si trova attualmente il nostro sistema scolastico. Queste ragioni sono in parte generali, legate cioè alla politica scolastica degli ultimi governi ed in particolare al fallimento della legge 107 del governo Renzi che avrebbe dovuto migliorare la scuola e invece l’ha peggiorata, e di molto; in parte sono però legate anche alla situazione particolare dell’istituto in cui presto servizio da quasi quarant’anni, ma di queste non farò parola qui per ovvi motivi. La mia delusione di fronte alla politica governativa si muove su vari fronti: l’introduzione forzata della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che nei Licei non ha alcun motivo di esistere e si sta rivelando una buffonata e uno sfruttamento dei ragazzi spesso costretti a svolgere lavori che non c’entrano nulla con il loro corso di studi; la presenza di vari progetti e attività che sottraggono tempo alle lezioni e servono solo alla retorica del pensiero comune imposto con ogni mezzo al cittadino; la mancata valorizzazione delle eccellenze tra i docenti che la legge 107 prometteva con il cosiddetto “bonus del merito” ma che poi, anziché andare a coloro che svolgono una didattica efficace in classe e che hanno una maggiore preparazione, è andato quasi sempre a favore dei faccendieri che esistono in ogni istituto e che si danno da fare ad organizzare eventi, conferenze, attività varie che poco o nulla hanno a che vedere con la didattica. Sono state queste palesi ingiustizie e inadeguatezze della nostra scuola, che se lasciata prosperare come dovrebbe sarebbe la prima del mondo, a indurmi a interrogare me stesso ed a chiedermi: che ci sto a fare io, che delle scuola ho una visione del tutto opposta a quella attualmente diffusa, in un ambiente di questa fatta? Evidentemente sono vecchio, non solo di età ma soprattutto di mentalità, ed è bene quindi che me ne vada e lasci spazio a chi crede in queste novità e approva la scuola-azienda che da molti anni i nostri politici cercano di imporci, anche scimmiottando maldestramente i paesi esteri come quando propongono (e imporranno) la novità dei licei di quattro anni, che ci adeguerà all’ignoranza altrui. Confesso quindi che ho cambiato idea rispetto a quanto dicevo soltanto due anni fa; ma di ciò non mi vergogno affatto, anche perché sono stato sempre convinto della validità di quel detto secondo cui solo gli idioti non cambiano mai idea, mentre le persone assennate si adeguano alla realtà e si arrendono all’evidenza, pronte a sgombrare il campo quando la situazione oggettiva è mutata a tal punto da rendersi intollerabile.
Francamente in questo momento la mia situazione personale, i miei problemi lavorativi e familiari contano per me più della situazione generale del nostro Paese, che si avvia verso le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Su questo argomento scriverò certamente dei post su questo blog nei prossimi due mesi, perché ho delle idee personali che non voglio nascondere; ma credo comunque che per i cittadini cambi poco in base a chi vincerà la competizione elettorale, ammesso che un vincitore ci sia. I legami internazionali, la nostra dipendenza spesso servile verso l’Europa dei burocrati e dei banchieri, la situazione del debito pubblico e altre ragioni di questa fatta sono così cogenti che nessun governo potrà mai evitarle o contrastarle; dovrà invece adeguarvisi, e così i problemi che ancora ci aduggiano come la mancanza di lavoro per i giovani o la tassazione vessatoria delle famiglie e delle imprese continuerà come prima. Tutti farebbero bene, quindi, a non dare troppo ascolto alle promesse elettorali dei vari partiti e movimenti, promesse che poi non potranno mantenere neppure se lo volessero, dal momento che non siamo più padroni in casa nostra, non abbiamo una moneta nazionale, non abbiamo un’economia libera, siamo costretti ad obbedire ai diktat di Bruxelles e della signora Merkel ed a fare ciò che “ci chiede l’Europa”. Quando manca l’autonomia nazionale, quando siamo soggetti agli stranieri con buona pace di chi lottò e morì per valori oggi perduti, non si è più liberi di agire e di decidere. Perciò io non credo a chi promette di cambiare il Paese, perché non potrà farlo anzitutto, ma anche perché le novità – come ognuno può constatare guardando appunto alla scuola – non sono sempre migliorative.

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Metti via quel cellulare!

Il titolo del post riproduce quello di un fortunato libro di Aldo Cazzullo, noto giornalista del “Corriere della Sera”, che l’ha scelto per sottolineare una situazione che si verifica spesso in casa sua: avendo infatti due figli adolescenti, egli si trova ogni giorno a combattere con la presenza ossessiva del cellulare in mano ai due ragazzi, che non si liberano mai di questo aggeggio, neppure a tavola, e rinunciano a causa di questa sciagurata abitudine a qualunque dialogo con i genitori e gli altri membri della famiglia. Il problema di Cazzullo è il problema di tutti coloro che hanno figli in età scolare ed anche oltre: ormai il cellulare, soprattutto a causa del fatto che non è più usato come telefono ma come computer portatile per andare sui vari “social” e sulle chat, è diventato un’appendice del corpo umano per i nostri ragazzi, i quali non riescono più a farne a meno e lo usano di continuo, per tutto il giorno e per buona parte della notte. Si tratta di un flagello di portata mondiale, i cui effetti distruttivi per la mente umana già si cominciano a vedere ed ancor più si vedranno negli anni futuri, quando ci si renderà conto che le persone non sanno più ragionare con la propria testa, non hanno più la facoltà della memoria, non sanno più neppure le tabelline ed il corretto uso della lingua italiana. Già adesso i docenti universitari scrivono lettere drammatiche al Ministero dell’istruzione lamentando il fatto che i giovani diplomati che arrivano alle varie Facoltà non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo in italiano che sia ortograficamente e sintatticamente corretto.
Io non credo, né ho mai creduto, che i giovani di oggi siano meno intelligenti di quanto eravamo noi negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo; anzi, penso il contrario, perché le opportunità culturali e le fonti di informazione di oggi sono molto più numerose ed ampie di quelle che avevamo noi, le esperienze di vita sono inoltre più variegate e complesse, tanto che i ragazzi possono sviluppare con più agio la loro personalità e le loro attitudini. Ma questa molteplicità di strumenti culturali a disposizione si rivela un’arma a doppio taglio, perché finisce per limitare pesantemente proprio quelle facoltà mentali che in teoria potrebbe sviluppare: le calcolatrici elettroniche, la crescita esponenziale dell’offerta radiotelevisiva e soprattutto l’avvento di internet hanno fatto sì che certe qualità umane come l’esercizio della memoria e l’indagine di tipo induttivo e deduttivo siano state notevolmente danneggiate dalla grande quantità di dati e notizie disponibili senza alcuno sforzo, mentre in precedenza occorreva un processo mentale ben più ampio per ottenere i medesimi risultati. Se per effettuare un calcolo matematico ai nostri tempi era necessario mettersi a tavolino con carta e penna e ricercare nella nostra mente il procedimento logico atto a risolvere una divisione a due cifre, ad esempio, oggi basta una calcolatrice tascabile e la suddetta divisione si risolve in pochi secondi e senza sforzo. Certo, questo rende più semplice e più comoda la vita, ma le facoltà logiche e mnemoniche della persona ne vengono danneggiate, perché non essendo più attivate finiscono per arrugginirsi, per atrofizzarsi: è come se una persona si legasse un braccio al collo per trent’anni; poi non riuscirebbe più a muoverlo quando lo avesse liberato. Lo stesso avviene in campo umanistico e culturale in genere: tutte le domande trovano immediata risposta su internet, tutto ciò che prima si riusciva a realizzare facendo appello alle proprie doti logiche e intuitive, leggendo, confrontando e riflettendo, adesso è già pronto e la mente si adagia in questo riposo continuo perdendo col tempo la capacità di funzionare, come una persona che, essendo rimasta per anni stesa in un letto, tentasse poi di alzarsi senza potervi più riuscire.
Ecco dunque spiegato, entrando in ambito scolastico, il motivo per cui i nostri alunni non sanno più ricordare gli argomenti svolti a scuola anche solo un mese prima: non più abituati ad usare la memoria perché nessuno richiede loro l’uso di questa facoltà, imparano facilmente ma altrettanto facilmente dimenticano. Ecco anche spiegato, per quanto attiene specificamente ai Licei, il motivo per cui non sanno più tradurre quasi nulla dal latino e dal greco: queste lingue, infatti, hanno una sintassi diversa da quella italiana, e per leggere i testi d’autore occorre dimenticare il metodo di lettura tipico delle lingue moderne, quello cioè di procedere in senso lineare, parola per parola. I vari membri del discorso vanno ordinati non in sequenza lineare ma logica, poiché la proposizione principale o il verbo reggente possono trovarsi anche in fondo al periodo stesso, e per operare l’esatta costruzione delle frasi e dell’intero brano occorre ragionare in modo autonomo, perché né sul dizionario né altrove si può trovare già fatta questa operazione. Occorre poi anche ricordarsi i significati delle parole, altra qualità che oggi è quasi inesistente perché gli studenti non esercitano più la mamoria. Da qui i loro fallimenti in questo ambito, che, come ho detto anche altrove, non derivano da una scarsa intelligenza, bensì dall’abbandono di quelle qualità che noi ai nostri tempi avevamo proprio perché non disponevamo di tutti gli strumenti in voga oggi, primo tra tutti il cellulare, o smartphone come lo si vuol chiamare.
Ritornando proprio al cellulare e al disperato grido di Cazzullo rivolto ai suoi figli, occorre dire che l’uso smodato di questo dannato aggeggio produce anche un’altra grave conseguenza negativa: che cioè, presi come sono dai messaggini, dalle chat, dai social come sono oggi, i giovani perdono anche la concentrazione necessaria perché lo studio delle discipline scolastiche dia qualche buon risultato. Molti ragazzi passano sì i pomeriggi in camera loro con i libri scolastici aperti, ma tengono pure acceso il cellulare mentre studiano; in questo modo gettano al vento tanto tempo prezioso, perché è pacifico che per imparare certi dati o certi concetti occorre avere la mente sgombra e tanta concentrazione; e come può concentrarsi su un qualsiasi contenuto culturale una persona che ogni cinque minuti si distrae per rispondere a un messaggio o ad una chat, o per mettere un commento su facebook, twitter o altri social del genere? Se sta leggendo una pagina di un libro e s’interrompe a metà, dovrà poi rileggerla daccapo per tirar le fila del discorso, e forse neanche ci riuscirà. Per questo motivo io, quando incontro i genitori dei miei alunni, raccomando loro di togliere i cellulari ai loro figli quando decidono di mettersi a studiare, perché ritengo che risulti più proficua un’ora di studio in piena concentrazione e senza distrazioni che un intero pomeriggio passato con quell’oggetto diabolico accanto, la cui pericolosità e capacità distruttrice già è nota ed ancor più si rivelerà in tutta la sua drammatica grandezza negli anni futuri. Invito perciò tutti i genitori a fare propria la massima di Aldo Cazzullo e di usarla con i propri figli. Per veder migliorate le loro conoscenze ed i loro risultati scolastici non c’è bisogno di minacce o punizioni. Basta dire loro, un po’ più spesso di quanto avviene oggi, “Metti via quel cellulare!”, e non solo quando debbono studiare, ma anche quando debbono dialogare con i loro genitori ed i loro familiari.

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Catullo, poeta degli anni 2000

Di solito qui sul blog non amo molto inserire articoli sugli autori greci o romani, anche perché, essendo io un docente di quelle materie e autore di un intero corso di storia della letteratura latina, temo di assumere nel trattare la materia un piglio troppo professorale e di ripetere sostanzialmente quello che dico a scuola ai miei alunni, con il rischio di essere pedante e mal gradito da chi non è amante o esperto di queste discipline. Ma qualche volta, parlando con i ragazzi a scuola e affrontando con loro certi argomenti dei normali programmi, mi vengono in mente alcune considerazioni che possono interessare anche chi non conosce il mondo classico: idee semplici e persino banali, che non dicono nulla di nuovo dal punto di vista degli studi scientifici e filologici, ma che spuntano così, in modo estemporaneo, magari in un momento di relax.
Con la mia classe quarta Liceo Classico, dove tengo l’insegnamento del latino, abbiamo studiato in questo periodo i cosiddetti poetae novi e la loro concezione della poesia del tutto nuova nel mondo romano, una poesia che non doveva più avere carattere celebrativo, sociale o filosofico, ma che valeva di per sé, secondo il concetto dell'”arte per l’arte” di origine alessandrina. Di questi poeti, che componevano una poesia raffinata ed erudita ma si aprivano anche alle tematiche quotidiane, ne conosciamo bene soltanto uno, Valerio Catullo, di cui resta un liber di 116 componimenti. A differenza di tutti i precedenti poeti romani, Catullo fa entrare nella sua produzione poetica, com’è noto, le proprie esperienze personali: esperienze d’amore con la donna da lui amata e celebrata con il nome di Lesbia, ma anche relazioni di amicizia o di inimicizia, invettive contro gli avversari, giudizi di ordine letterario ed altro ancora.
Ciò che ha più colpito gli studenti e gli studiosi di tutti i tempi è stata la tematica amorosa che Catullo descrive sulla base di una vicenda personale che attraversò tre fasi: la prima, caratterizzata dall’entusiasmo e dalla gioia per un profondo sentimento ch’egli crede ricambiato dalla sua Lesbia, la seconda che è quella del dubbio sulla fedeltà dell’amata, e la terza che è la più triste, perché il poeta si sente tradito e vuole dare l’addio a questo amore ormai infelice. Della veridicità di questa storia qualche studioso ha dubitato, perché si sa che i poeti d’amore del periodo, sia i greci che i loro imitatori romani, usavano introdurre motivi e particolari stereotipi o comunque fittizi; ma la profondità dei sentimenti che Catullo esprime a questo riguardo induce a credere il contrario, cioè che vi siano sì elementi convenzionali, ma che la vicenda sia reale nella sua essenza. Ed è proprio su questa convinzione che si è fondato chi ha definito “moderno” il nostro poeta, poiché le sensazioni da lui espresse sono quelle che tutti noi ancor oggi, come al suo tempo, possiamo provare di fronte ad un’esperienza amorosa: gioia, entusiasmo, esaltazione, dubbio, angoscia, dolore, delusione, depressione profonda. Su questo punto, già sottolineato da molti studiosi, io sono totalmente d’accordo. In una società collettivistica come quella romana, che considerava l’uomo quasi solo come cittadino in funzione dello Stato, Catullo ha scoperto un tutto un mondo fino ad allora oscuro, l’universo dei sentimenti che fluttua all’interno di ciascuno di noi, e soprattutto ha messo in luce la profonda scissione che esiste nell’animo umano tra ragione e sentimento: il celeberrimo odi et amo (carme 85) enuncia tutto ciò in poche parole, la natura profondamente complessa della mente che rende possibile il poter amare e odiare una persona contemporaneamente, perché se razionalmente si può detestare chi ha ferito i nostri sentimenti, si può però essere soggetti a provare ancora per lei un sentimento irrazionale ed angosciante. E’ quel contrasto che Pascal definì con la famosa frase “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, un contrasto cui noi siamo abituati da secoli di letteratura romantica, veristica e decadente, ma che nella società romana del tempo rappresentava una totale novità.
Quello che ho detto finora è ben noto, non ho scoperto nulla; ma il mio scopo, come ho detto sopra, non è questo bensì quello di richiamare l’attenzione di chi non legge abitualmente Catullo sulla perenne dimensione artistica di questo poeta. Volendo aggiungere ancora un esempio tratto dalle poesie d’amore, vorrei citare il carme n. 8, in cui il poeta si sforza con grande impegno di dimenticare Lesbia che l’ha indegnamente tradito. Anche qui, con una disposizione spirituale attualissima, che molti di noi hanno provato, egli è tormentato dal contrasto tra la volontà di resistere contro il tormento di un amore impossibile, che ancora lo angoscia, e la tentazione di cedere ancora ad esso; e ch’egli sia ancora tenacemente preso da quel sentimento irrazionale da cui vorrebbe liberarsi si evince da un motivo che sale in evidenza negli ultimi versi, quando emerge la sua preoccupazione per la vita futura di Lesbia, per un destino che, una volta che sarà definitivamente conclusa la loro relazione, rischia di essere miserevole per entrambi. Ma se veramente odiasse quella donna che l’ha fatto soffrire tanto, Catullo non dovrebbe preoccuparsi del futuro di lei, di quando sarà vecchia e nessun amante la cercherà più; se lo fa vuol dire che inconsciamente l’ama ancora, ed è questa un’esperienza che può capitare adesso, nel 2017 dopo Cristo, come capitava nel 60 avanti Cristo, perché cambiano i costumi e le società, cambiano i regimi politici e le usanze dei popoli, ma l’animo umano non cambia mai nella sostanza dei suoi sentimenti e dei suoi intimi pensieri.
Anche al di fuori della tematica amorosa Catullo ci si rivela poeta spiritualmente a noi contemporaneo, pur se vissuto oltre 2000 anni fa, perché traboccano in lui passioni e interessi non diversi dai nostri. Per non allungare troppo questo lungo post farò soltanto pochi esempi. A chi di noi non è capitato di essere deluso da certe persone che credevamo amici sinceri e che si sono poi invece rivelati egoisti e indifferenti nei nostri confronti? E’ quel che succede a Catullo, quando nel carme 30 accusa Alfeno di aver tradito i vincoli di amicizia esistenti tra di loro. E chi di noi non ha avuto disprezzo per degli ignobili arrivisti che si adatterebbero a qualsiasi vergognoso compromesso pur di far carriera? E’ questo esattamente il sentimento che il nostro poeta esprime nel carme 52, dove si chiede cosa aspetti a morire per non veder più lo spettacolo di due ignobili individui che stanno immeritatamente dando la scalata alla carriera politica. A proposito di questo argomento dobbiamo dire che nel nostro Paese attualmente – purtroppo, dico io – si è diffuso un sentimento di repulsione, se non di odio, per la politica e le persone che vi si dedicano, come dimostra l’alta percentuale di astensioni in occasione dei vari turni elettorali. Anche Catullo, dati i suoi interessi prevalentemente culturali e la difficile situazione in cui versava allora la Repubblica romana, rivela dei sentimenti che potremmo definire di “antipolitica”: nel carme 93, ad esempio, mostra la più totale indifferenza verso l’uomo politico più importante del tempo, Giulio Cesare, dicendogli chiaramente in faccia che non voleva piacergli, né aveva voglia di sapere se il grande condottiero fosse “un uomo bianco o nero”, intendendo così dire che per lui la politica non aveva alcun interesse.
Come ultimo esempio vorrei citare le fortissime invettive che Catullo rivolge ai suoi avversari, dove usa anche termini volgari che ho ritegno a riferire in questa sede. Anche questo è straordinariamente attuale, se consideriamo il livello di aggressività e di volgarità raggiunto in alcuni dibattiti televisivi tra giornalisti e uomini politici di diverse tendenze, oppure anche, più semplicemente, tutti gli insulti che ogni giorno vengono lanciati sui social contro chi la pensa diversamente da chi scrive. Anche questo, pur nel male, è un parallelo che possiamo fare tra il mondo romano ed il nostro, rilevando però una differenza sostanziale: che le poesie di Catullo, anche quando contengono invettive con termini triviali, mantengono sempre un notevole livello artistico e denotano un’elaborazione formale di alto livello, mentre le volgarità che si dicono oggi sono purtroppo solo uno squallido esempio di come la nostra società sia caduta nel più profondo degrado culturale.

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Dovremo chiudere il Liceo Classico?

Com’è noto il Liceo Classico, una volta fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano e invidiato da tanti paesi esteri, è da alcuni anni in sofferenza a causa di un forte calo di iscritti che ha interessato sia le grandi città che i centri di provincia: nella mia regione, la Toscana, tanto per fare un esempio, abbiamo assistito in una provincia come Grosseto alla chiusura di due Classici su tre per mancanza di iscritti, e non molto meglio è andata nelle altre province. Il fenomeno, come tutti quelli analoghi, ha dato luogo ad una lunga serie di dibattiti volti a identificarne le cause ed anche, come succede, ad una caccia alle streghe: si sono accusati, per lo più, i professori delle materie umanistiche (soprattutto quelli di latino e greco) di utilizzare metodi antiquati, di costringere gli studenti a turni massacranti di studio per apprendere contenuti che per molte persone sono di dubbia utilità. Proprio oggi su Facebook, nel gruppo intitolato “Non chiudete il Liceo Classico!” è apparso un post scritto da una docente di latino e greco con molti anni di esperienza, la quale torna ad accusare “certi insegnanti” perché insistono troppo sulla grammatica, fanno tradurre ancora dall’italiano al latino, si fermano a lungo sulle leggi degli accenti in greco ed anche perché, come dice lei, obbligano gli studenti ad imparare lunghe liste di vocaboli a memoria. Metodi antiquati a suo giudizio, responsabili dell’avversione che i giovani manifestano nei confronti del Classico e che spiegherebbe il forte calo di iscritti. Anzi, c’è di peggio: l’autrice del post sostiene che a breve il Liceo Classico chiuderà i battenti del tutto, addirittura!
Sull’argomento mi corre l’obbligo, come diretto interessato in quanto docente di latino e greco da quasi quarant’anni, di fare qualche osservazione. A parere mio la collega autrice del post ha un po’ esagerato, ma nella sostanza ha ragione, nel senso che metodi d’insegnamento in voga quaranta o cinquant’anni fa non possono essere adatti ai giovani di oggi, che vivono in modo del tutto diverso dai loro genitori o nonni ed hanno una mentalità ed una formazione culturale molto diversa; ma non credo che la crisi del Liceo Classico dipenda soltanto dai metodi applicati da “certi docenti” arretrati e conservatori. Credo invece che la causa maggiore dell’abbandono sia la superficialità dei tempi moderni e lo scarso interesse per la cultura evidente a tutti i livelli, dai mass-media ai politici che dicono che “con la cultura non si mangia” fino ai semplici cittadini, la cui mentalità è fortemente condizionata dalle leggi economiche e di mercato. Secondo tale concezione della vita ciò che conta è solo il profitto e l’innovazione tecnologica, che rende possibile il benessere in cui viviamo e che non può più comprendere tra i suoi valori quelli che vigevano alcuni decenni fa; da ciò è derivata una abnorme valorizzazione di quel genere di cultura di cui si crede di vedere l’immediata utilità, vale a dire quella tecnica e scientifica, che molti continuano a considerare antitetica a quella umanistica. In questo clima economicistico e tecnocratico che ha ormai contaminato totalmente le società moderne non c’è più spazio per gli studi letterari ed umanistici in genere, considerati “chiacchiere” senza costrutto, roba da perdigiorno o da topi di biblioteca che non hanno nulla di meglio da fare; e le lingue classiche, a maggior ragione, vengono ritenute “inutili” e quindi da abbandonare totalmente. A questo si deve aggiungere anche la precisa volontà di certe persone, purtroppo spesso collocate nei posti di comando, di affossare gli studi umanistici proprio perché chi con questi si è formato è anche in grado di ragionare con la propria testa, di rendersi conto delle condizioni in cui vive e dell’intento buono o cattivo dell’agire altrui. In altre parole, la cultura è scomoda per chi sta al potere, molto più a suo agio in presenza di un popolo ignorante, dedito solo allo smartphone e alle scarpe all’ultima moda, un popolo di automi, di “yes-men” come si dice oggi, incapaci di reagire e proni di fronte alle contraddizioni ed alle ingiustizie. Questa, a mio giudizio, è la causa maggiore del declino del Liceo Classico, una scuola che apre la mente ed è perciò scomoda, da mortificare quanto più possibile.
Pur tuttavia le accuse contro “certi insegnanti” di latino e greco, troppo pedanti e ancorati a vecchi metodi di insegnamento, hanno un indubbio fondamento, perché è del tutto ovvio, a mio parere, che noi che viviamo in questa scuola e amiamo le discipline classiche non possiamo illuderci di poterle insegnare come 50 anni fa, visto che gli alunni attuali sono nativi digitali ed hanno avuto nella scuola primaria una formazione ben diversa da quella che hanno ricevuto quelli della mia generazione. Io sono convinto – e l’ho scritto molte volte in questo blog – che se vogliamo salvare il Liceo Classico dobbiamo essere disposti ad innovarci, a cambiare qualcosa di sostanziale, a rendere insomma questa scuola al passo con i tempi ed in sintonia con le capacità apprenditive dei ragazzi del 2017, non di quelli del 1967. Cosa intendo dire? Una volta premesso che nessuno di noi (e tanto meno io!) ha la bacchetta magica, e che è più facile criticare che costruire, posso però tentare di fare una proposta, che ho già avanzato in quel gruppo di Facebook e per la quale ho già ricevuto una bella dose di insulti dai colleghi ultraconservatori che nel nostro ambito culturale sono forse la maggioranza. Partendo da un dato di fatto, cioè che i ragazzi di oggi non hanno più (tranne poche eccezioni) la disposizione mentale e le conoscenze di base per poter tradurre brani anche semplici scritti nelle lingue classiche, e considerato anche che di fatto non traducono più, specie al triennio liceale, perché scaricano le versioni già tradotte da internet e nei compiti cercano di copiare con il cellulare (e spesso ci riescono), tenuto conto di tutto ciò io ritengo che sarebbe preferibile fondare l’insegnamento più sugli aspetti letterari, storici e antropologici del mondo classico che sulle abilità linguistiche, che di fatto ben pochi studenti oggi possiedono. Con ciò non intendo affatto sostenere l’abolizione dello studio delle due lingue antiche, che resta comunque indispensabile per la comprensione delle dinamiche formali durante la lettura dei testi originali in lingua sotto la guida del docente; ma trovo assurdo e controproducente costringere i ragazzi a faticare ore sul vocabolario per tirar fuori poi quasi sempre (se non copiano) traduzioni penose che infondono anche nel docente, e non solo negli studenti, un senso di frustrazione e di profondo disagio. La valutazione dovrebbe dipendere in gran parte dalle conoscenze storico-letterarie e dalle letture degli autori in lingua o in italiano, riservando al lavoro di traduzione autonoma uno spazio minore di quello che ricopre adesso, quando il 50 per cento circa del voto conclusivo dell’anno scolastico dipende dall’esito delle prove scritte, cioè dalle traduzioni. Lo studio linguistico quindi, collocato nei primi due anni con completamento nel terzo, dovrebbe essere più snello e meno pesante di quel che è adesso, con l’abolizione degli inutili grammaticismi e degli esercizi mnemonici sulle cosiddette “regole” che servono a ben poco, dato che gli studenti, quando arrivano al triennio liceale, conoscono a menadito queste “regole” ma non sanno ugualmente tradurre alcun testo. Certo, per realizzare questo obiettivo, che certamente renderebbe il Liceo Classico una scuola più competitiva ed attraente perché al passo coi tempi attuali, ci sarebbe bisogno di un immediato provvedimento da parte del Ministero: la modifica della seconda prova scritta d’esame, ancor oggi consistente in una pura e semplice traduzione, antiquata perché rimasta nella sostanza uguale a se stessa dal 1923 (dalla riforma Gentile del governo Mussolini!) e non più alla portata degli studenti attuali. Da lungo tempo io sostengo questa posizione, che condivido con illustri studiosi come il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena e che mi pare l’unica soluzione per uscire da questo limbo che non soddisfa nessuno, benché i colleghi conservatori difendano ancora la traduzione come tanti paladini medievali chiusi nel loro fortino. Se il Ministero si renderà finalmente conto di come stanno in realtà le cose e rinuncerà a fondare la valutazione dei maturandi su una competenza che ormai pochissimi hanno, allora forse potremo inaugurare una nuova stagione per gli studi umanistici, il cui compito è quello di formare persone culturalmente avanzate e dotate di spitito critico, non certo quello di creare esperti traduttori dal greco e dal latino. Chi vorrà diventarlo e specializzarsi nello studio linguistico, potrà farlo in seguito durante gli studi universitari. Nessuno potrà né vorrà impedirglielo.

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Scandali vecchi e nuovi

E’ veramente singolare constatare come periodicamente si accendano i riflettori dei mass media su eventi e situazioni presentati come nuovi e singolari, ma che invece hanno da sempre fatto parte del costume e dell’agire umano. Per fare un esempio,i vari telegiornali e carta stampata stanno parlando ininterrottamente da una settimana dello scandalo esploso intorno a quel produttore cinematografico di Hollywood che, secondo le accuse rivoltegli, avrebbe molestato sessualmente o addirittura violentato decine di donne aspiranti attrici con la promessa di far fare loro carriera nell’ambito del cinema. La questione in sé mi interessa poco, per non dir nulla; ma due brevi riflessioni mi sono venute in mente anche su questo argomento. La prima è che non si comprende perché queste accuse e queste denunce arrivino tutte adesso, quando i fatti risalgono a molti anni fa: perché quindi queste povere signorine e signore così offese non hanno denunciato prima l’accaduto? Forse perché al momento non conveniva? Già questo è un interrogativo di difficile soluzione. E poi c’è la seconda mia riflessione, che faccio pur essendo del tutto alieno dall’ambiente in cui i fatti sono avvenuti: siamo certi che queste donne siano solo vittime, oppure si sono volontariamente adattate a questa situazione per fare carriera, salvo poi lamentarsi e denunciare una volta ormai divenute intoccabili? Non credo che tutte coloro che, nell’ambito della moda, dello spettacolo, della politica ecc., hanno dovuto concedere simili favori per farsi strada siano state costrette con la pistola puntata alla testa; sono anzi convinto che alcune (non tutte, certo) l’abbiano fatto volontariamente, e qualche volta abbiano persino preso l’iniziativa… Ad ogni buon conto, meglio finire qui il discorso, altrimenti le nipotine delle femministe del ’68 mi scagliano chissà quali anatemi!
Tuttavia, tra gli scandali saliti alla pubblica attenzione negli ultimi tempi, ce n’è uno che mi coinvolge e mi interessa molto di più delle presunte molestie subite dalle aspiranti attrici, ed è quello dell’università, dato che vi sono state recenti inchieste sui nepotismi ed i favoritismi nelle assunzioni dei ricercatori e dei professori, concorsi truccati e compagnia bella. Mi fa specie che qualcuno si stupisca di questo procedere squallido e mafioso che esiste nelle nostre Università; e ciò non perché non sia un fenomeno grave e disgustoso – ed in effetti lo è – ma perché questo malcostume non è affatto una novità, c’è sempre stato. Anche quando mi sono laureato io, nel lontano 1978, i vari concorsi venivano tutti truccati dai “baroni” accademici, i quali sistemavano in cattedra prima di tutto i loro amici, parenti ed amanti varie, e poi i loro allievi preferiti, quelli cioè che avevano fatto loro ignobilmente i portaborse per anni o che avevano concesso loro favori di ogni genere, anche di ordine sessuale. L’università è sempre stata un vero porcile, come ha scritto in un suo libro un docente mio amico, anch’egli come il sottoscritto rimasto fuori dalla carriera universitaria proprio per non volersi sottomettere a quel sistema mafioso che ancor oggi è vivo e vegeto. Perciò non c’è da meravigliarsi: chi oggi si occupa dei concorsi universitari e ne denuncia le irregolarità credendo di fare uno scoop (come si suol dire) in realtà scopre l’acqua calda, perché le cose in quell’ambito sono sempre andate così.
A tal proposito ricordo ancora, perché non me lo posso dimenticare per la sua gravità, un episodio che mi riguarda personalmente accaduto qualche tempo dopo la mia laurea, nei primi anni ’80. Anch’io, come altri giovani studiosi, mi illudevo di poter accedere alla carriera universitaria e già da allora ne avevo tutti i titoli, comprese pubblicazioni scientifiche di filologia greca che avevo iniziato a comporre ancor prima della laurea. Venuto a sapere di un concorso per ricercatore che si teneva in un ateneo dell’Italia centrale, che non era però quello in cui mi ero laureato, decisi di partecipare e compilai accuratamente la domanda con il curriculum e tutte le mie referenze. Ma ecco che due giorni prima di recarmi in questa città per sostenere le prove concorsuali ricevetti una telefonata da un docente di cui avevo seguito i corsi e da cui avevo ricevuto grandi lodi. Questa persona, informata della mia intenzione, mi avvertì per telefono dicendomi che quel concorso aveva già un vincitore, e quindi l’unico risultato che avrei ottenuto recandomi in quella città sarebbe stato quello di ammirarne le bellezze achitettoniche. La mia reazione fu indignata e decisi di non partecipare più a quel concorso, né ad altri che furono indetti dopo quello; diressi invece il mio interesse verso l’insegnamento nei Licei, dove entrai poco tempo dopo vincendo brillantemente il concorso ordinario a cattedre del 1983/84. E dell’ambiente universitario, proprio per il marcio che vi regna, non ho sentito più alcuna nostalgia.
Mi pare difficile, se non impossibile, porre rimedio a questa situazione. Istituire commissioni a livello nazionale risolve ben poco, perché i commissari saranno comunque docenti universitari che continueranno a sistemare i portaborse dei loro colleghi per vedere a loro volta sistemati i propri. Con questo sistema entrano in ruolo dei veri e propri incompetenti, che non avrebbero meritato neppure una cattedra alla scuola media inferiore. E se anche ciò è vero solo in alcuni casi, mentre in altri i vincitori dei concorsi sono persone degne di quel ruolo, ciò non sposta più di tanto il problema: il fatto cioè che chi vince il concorso possa essere competente non esclude che in lizza per quel posto vi possano essere stati candidati ancor più competenti che invece restano fuori. Ma nel nostro Paese le cose vanno così da tempo immemorabile, se pure è vero che già presso gli antichi Romani esistevano i nepotismi e le raccomandazioni: abbiamo lettere di Cicerone e di Plinio, per citare due autori abbastanza famosi, che non si fanno scrupolo a raccomandare i loro pupilli ai potenti di turno. Questa mentalità, mutatis mutandis, si è purtroppo perpetuata fino ad oggi, ed è veramente da ingenui meravigliarsene. Temo quindi che non si possa trovare alcun rimedio ai mali della nostra università, un ambiente che mi ha disgustato quasi quarant’anni fa e che ancor oggi continua a disgustarmi, tanto che non vi ho più messo piede. Questo è il rimedio che io personalmente ho trovato e che applico come un principio di vita, quello cioè di restare del tutto estraneo a ciò che non è accettato dalla mia coscienza.

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Se i genitori di oggi seguissero gli esempi antichi…

Noi docenti, com’è noto, ci lamentiamo spesso delll’invadenza dei genitori e del fatto che sono in molti casi diventati gli avvocati difensori dei figli, pronti a scusarli per qualunque mancanza o a giustificare assenze “strategiche” fatte per evitare interrogazioni o altri impegni. Ma la critica nei confronti di come attualmente viene gestito il rapporto generazionale è diventata alquanto diffusa, la si sente in televisione e la si legge sui giornali e sui libri: in pratica, quindi, sono in molti a contestare i metodi educativi odierni, giudicati troppo permissivi ed anche irresponsabili a volte, in quanto i genitori lasciano i figli troppo soli davanti alla TV o in altre occupazioni. In effetti la società odierna è profondamente diversa da quella di mezzo secolo fa, quando erano bambini quelli della mia età: allora c’era molto meno benessere di oggi, non esistevano computer e cellulari, noi avevamo solo i libri per studiare ed il pallone (o poco altro) per giocare un po’. Ma la differnza maggiore era che allora i genitori erano molto rigidi ed autoritari e non rari erano i casi di violenza fisica verso i bambini ed i ragazzi, anche per piccole mancanze. E qui mi sovviene il principio aristotelico del giusto mezzo, che non si riesce quasi mai ad ottenere: prima c’era troppa severità ed i no prevalevano di gran lunga sui sì, alla minima infrazione si rischiavano le mazzate; oggi invece è tutto permesso, i ragazzi hanno “tutto e di più” come si suol dire, nessun genitore nega più le scarpe firmate o lo smartphone – quindi il superfluo, non il necessario – e parimenti nessuno si azzarda più a toccare il figlio con un dito, altrimenti scatta il “Telefono Azzurro” e si rischia perfino di finire in galera.
Allora io dico questo: se veramente il rapporto generazionale è così naufragato oggi perché troppo permissivo, così come era naufragato ai nostri tempi perché troppo severo, come si può individuare un punto di equilibrio che consenta di educare un figlio o una figlia nel migliore dei modi? Fermo restando che la perfezione non esiste e che a caratteri diversi dovrebbero corrispondere trattamenti diversi, si potrebbe però prendere esempio da ciò che ci dicono gli autori antichi, che erano molto più saggi dei pedagogisti e degli psicologi di oggi. Lasciando stare i filosofi, le cui dottrine sono troppo complesse per essere discusse qui, intendo riferirmi al genere letterario della commedia, che nella sua fase più avanzata detta Commedia Nuova in ambiente greco e fabula palliata in quello romano non si pose più soltanto l’obiettivo di divertire gli spettatori e suscitare la loro ilarità, ma anche quello di trasmettere un messaggio culturale che potesse migliorare la vita individuale e familiare di una società che in epoca ellenistica (III-I secolo a.C.) non si interessava più di politica ma rivolgeva la propria attenzione all’ambito della famiglia, vero nucleo formativo dell’intera comunità.
Il maggiore autore greco della Commedia Nuova, Menandro (342-292 a.C.), si occupò diffusamente del problema educativo e del rapporto generazionale in diverse commedie, ma soprattutto nella Samia (“La donna di Samo”). Qui il protagonista, un ricco signore ateniese di nome Demea, ha rinunciato al matrimonio ed ha instaurato una convivenza con una cortigiana, Criside, e per assicurarsi una discendenza ha adottato un trovatello, il giovane Moschione, ch’egli tratta però alla stessa stregua di un figlio naturale. Il rapporto tra padre e figlio è stato sempre improntato a reciproca fiducia ed affetto: il ragazzo rispetta il genitore e ne segue i consigli, ma costui non applica mai la forza e la costrizione nei riguardi del giovane. Anche quando quest’ultimo, offeso per un sospetto che suo padre ha concepito su di lui (che cioè l’abbia tradito con la propria concubina), minaccia di andarsene da casa per fare il soldato mercenario, Demea non lo prega servilmente di restare perché ciò avrebbe annullato la propria dignità, ma neanche lo lascia partire con cinica indifferenza: pronuncia invece un discorso conciliativo in cui ricorda al figlio come il loro rapporto sia sempre stato ottimale, e come non è il caso di rovinare tutto per un malinteso che può essere facilmente sanato. Evita quindi del pari sia la severità eccessiva che l’altrettanto eccessiva arrendevolezza.
Anche in ambito romano un grande poeta della commedia, Terenzio (195-159 a.C.), si è posto il problema educativo in quella che è forse la sua opera più riuscita, gli Adelphoe (“I due fratelli”). Nella trama vi sono appunto due fratelli: il primo, Demea, ha avuto due figli e ne ha dato in adozione uno, Eschino, al fratello Micione, mentre ha tenuto con sé l’altro, Ctesifone. I due ragazzi sono quindi cresciuti in base a due metodi educativi completamente opposti: Ctesifone è stato abituato al lavoro, al dovere e soprattutto è destinato, nel pensiero del padre Demea, a diventare esattamente come lui; Eschino invece, affidato allo zio Micione, ha avuto una vita comoda, gli è stato concesso tutto e passa la sua esistenza tra bagordi e divertimenti vari. Lo svolgersi della commedia, e soprattutto il contestato finale, mostra inequivocabilmente come entrambi questi metodi estremi siano sbagliati: chi è abituato all’eccessiva severità del padre finisce per ingannarlo e agire alle sue spalle, chi invece è abituato ad avere tutto è portato a credere che tutto gli sia permesso e che nessuna legge valga per lui, ed infatti Eschino entra in casa altrui, rapisce a forza una ragazza di cui si era invaghito il fratello e non si rende neanche conto di aver commesso un reato, e piuttosto grave anche. Ma dopo le schermaglie tra i due fratelli, dove ciascuno sostiene il proprio metodo, ciò che risulta alla fine è che entrambi hanno sbagliato, chi per eccesso e chi per difetto. Nell’ultima scena è infatti Demea, che ha capito sia i propri errori che quelli del fratello Micione, a mostrare il volto del vero padre, quando dice ai figli: “Fate pure ciò che volete, io non ve lo impedirò; ma se volete un consiglio, un aiuto in ciò che voi, per la vostra inesperienza, ancora non conoscete o non valutate bene, eccomi qui pronto a darvi il mio supporto.”
E’ evidente che nella società moderna i genitori sono diventati quasi tutti Micioni, anche se c’è ancora qualche Demea sempre più isolato. Ma la via del giusto mezzo è sempre la migliore, a mio giudizio, proprio quella che indica Menandro quando parla del dovere del figlio di ascoltare i consigli del padre ma senza che quest’ultimo imponga con la forza la sua volontà; ed è anche quella che indica Terenzio quando parla del genitore come attento consigliere dei figli, un padre o una madre che debbono diventare un punto di riferimento morale per i giovani ancora inesperti dei casi della vita. Possiamo quindi affermare che la saggezza degli antichi, espressa attraverso opere letterarie immortali, è ancora utile oggi ed in qualche caso addirittura essenziale. Una ragione in più per non dimenticare il nostro passato e per sostenere un principio a cui io ho sempre creduto, quello cioè secondo cui un popolo che non conosce il proprio passato non ha nemmeno un futuro, perché un albero che non prende nutrimento dalle sue radici non potrà mai elevarsi verso il cielo.

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I liceali e il “tormento” della traduzione

Qualche giorno fa, nella mia scuola, io ed i miei colleghi della classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) parlavamo dei risultati deludenti che i liceali di oggi – sia quelli del biennio che quelli del triennio – ottengono nelle traduzioni dal greco e dal latino. Abbiamo convenuto sul fatto che in ogni classe, tolti quei pochi elementi particolarmente inclini a questo tipo di esercizio o dotati di notevoli capacità intuitive, la gran maggioranza degli studenti fa una gran fatica di fronte ad un brano di prosa anche semplice scritto nelle lingue classiche, affannandosi per ore sul vocabolario per produrre poi traduzioni fortemente inesatte ed a volte addirittura disastrose, senza contare la pessima forma italiana in cui vengono redatte.
La situazione descritta sopra non è un’opinione o un caso particolare di qualche scuola, ma un dato di fatto ormai accertato ovunque. Che i giovani di oggi non siano più in grado di interpretare testi latini e greci, a meno che non siano di livello elementare, è cosa nota da anni: già alcuni decenni fa, in effetti, vari studiosi si erano occupati del fenomeno, ed al riguardo ricordo un articolo scritto dall’epigrafista Luigi Moretti dell’Università di Roma, il quale suggeriva ai docenti liceali di smettere di costringere gli studenti a leggere “sbuffando e imprecando” poche centinaia di versi di una tragedia greca; meglio sarebbe stato, a suo giudizio, leggerla per intero in traduzione. Se questa era un’autorevole opinione espressa trent’anni fa, tanto più il problema di pone oggi, quando la moderna tecnologia ha messo a disposizione degli studenti strumenti capaci di accerchiare facilmente gli ostacoli. Ciò cui intendo riferirmi è l’abitudine ormai invalsa di scaricare le traduzioni di latino e greco da internet, dove esistono alcuni siti che riportano, tradotti, tutti i brani di versioni presenti nei vari libri in adozione nei licei. Considerato quindi che i nostri studenti praticamente non si esercitano più nel tradurre, e tenuto conto anche del fatto che i social network (facebook, whatsapp, ask, twitter ecc.) assorbono molto del loro tempo e contribuiscono sensibilmente alla perdita di quelle qualità intuitive e deduttive indispensabili per svolgere un’attività di ragionamento autonomo qual è quella che si richiede per interpretare i testi classici, non rimane altro che pensare a una diversa soluzione del problema. Altrimenti durante i compiti in classe continueremo a vedere i nostri studenti sbuffare e imprecare, sudando freddo, per consegnare poi una traduzione quasi sempre insoddisfacente; oppure, quando ci riescono, tenteranno di copiare la versione con cellulari nascosti durante il compito collegandosi a quei famosi siti che già utilizzano per i compiti a casa. Durante l’esame di Stato poi gli studenti o riescono a copiare con lo smartphone (visto che i presidenti di commissione non esercitano una gran sorveglianza) oppure trovano un professore compiacente, interno ma qualche volta anche esterno, che traduce la versione al posto loro. Sono parole crude, queste, ma è la realtà.
E allora, sic stantibus rebus, come si puù uscire da questo labirinto? E’ inutile, secondo me, continuare a osannare la traduzione dal greco e latino ricordando a ogni piè sospinto il suo valore formativo e considerandola come fosse l’unico obiettivo che gli studenti debbano conseguire: esistono altre conoscenze e competenze, come quelle letterarie e storico-artistiche, che resteranno nella memoria dei giovani, per la loro vita, ben più delle regole grammaticali. Ma soprattutto è assurdo far finta che tutto vada bene e illudersi che gli alunni affrontino da soli brani di Platone o di Tacito quando sappiamo tutti che non è così. E’ giunto il momento in cui qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, e che la questione va affrontata alla radice.
E’ qui appunto che volevo arrivare. In quel dialogo con i colleghi abbiamo avanzato l’ipotesi, che non mi sembra affatto peregrina visto come vanno le cose oggi, di abolire di fatto la traduzione autonoma degli alunni, non assegnando più esercizi di questo genere. Lo studio della lingua, secondo la nostra proposta, dovrebbe continuare nel biennio e nel primo anno del triennio, affinché si conseguano quelle conoscenze che consentano agli studenti di comprendere le peculiarità formali e la dimensione artistica dei grandi testi greci e latini, ma senza che debbano tradurli da soli: l’analisi dei testi classici deve essere condotta dal docente, ed è lui che deve tradurre i passi di Omero, Virgilio, Platone, Tacito ecc. letti in classe, mentre gli studenti dovrebbero entrare nel testo e comprenderne le dinamiche in base agli elementi interpretativi loro forniti dal docente. A ciò dovrebbe aggiungersi uno studio puntuale e approfondito della storia letteraria e dei vari aspetti delle civiltà classiche.
A beneficio dei conservatori, che a leggere queste righe s’indigneranno come non mai nel vedere insidiato il fortino isolato degli studi classici circondato da un fossato di pregiudizi, dentro il quale essi si gongolano in un sogno romantico che è però sempre più lontano dalla vita reale e dalla mentalità dei giovani di oggi, confermo che la proposta prima avanzata non eliminerebbe affatto lo studio linguistico, ma lo riserverebbe ad un’analisi guidata dei testi classici, i cui elementi formali (lingua, stile, ordito retorico ecc.) e sostanziali verrebbero comunque compresi dagli studenti sulla base delle loro conoscenze e con un’opportuna guida del docente. Ciò che chiediamo di abolire è la traduzione autonoma delle cosiddette “versioni”, un esercizio che comunque, lo si voglia o no, non fa più quasi nessuno già adesso. Si tratterebbe quindi del riconoscimento di uno stato di fatto che non è possibile mutare, perché non si può impedire ai ragazzi di scaricare le versioni da internet, né si può pretendere che riescano lodevolmente in un’attività, quella della traduzione dalle lingue antiche, che è ormai diventato un lavoro da esperti filologi e non più realizzabile da ragazzi che non solo non studiano più latino alla scuola media, ma che spesso arrivano ai Licei senza conoscere neanche la sintassi ed il lessico della lingua italiana.
C’è un solo grosso ostacolo alla realizzazione di questo progetto: la seconda prova scritta dell’esame di Stato, che ancor oggi, a distanza di quasi un secolo dalla riforma Gentile, è rimasta tale e quale ad allora, costituita cioè da un brano da tradurre senza che gli studenti abbiano la possibilità di mutare o di scegliere alcunché. Questo è appunto il tasto che bisogna battere e che da anni il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena, tanti altri studiosi e modestamente anche il sottoscritto tentano di premere: la necessità cioè di cambiare questa prassi antiquata della versione unica, considerato anche che negli altri Licei questa prova è stata adattata ai tempi presenti, mentre al Classico siamo rimasti all’epoca di Gentile. So anch’io che la traduzione sarebbe un buon banco di prova per saggiare le capacità intuitive e deduttive dei nostri giovani; ma dato che di fatto essa è diventata un ostacolo insormontabile, è inutile voler insistere a battere la testa nel muro e a fingere ipocritamente di ignorare quella che è la realtà, cioè che gli studenti non traducono più, “si arrangiano” alll’esame copiando, e se non lo fanno vanno incontro ad un colossale fallimento. Quando finalmente il Ministero capirà che “il re è nudo” e si confronterà con la realtà di fatto delle nostre scuole, forse avremo la possibilità, con una prova diversa e non più fondata sulla sola traduzione, di ottenere risultati dignitosi e capaci anche di ridurre quel timore reverenziale che deriva proprio dalla difficoltà rappresentata dalle lingue classiche, un timore che allontana moltissimi giovani dal frequentare il Liceo Classico.

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