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Scandali vecchi e nuovi

E’ veramente singolare constatare come periodicamente si accendano i riflettori dei mass media su eventi e situazioni presentati come nuovi e singolari, ma che invece hanno da sempre fatto parte del costume e dell’agire umano. Per fare un esempio,i vari telegiornali e carta stampata stanno parlando ininterrottamente da una settimana dello scandalo esploso intorno a quel produttore cinematografico di Hollywood che, secondo le accuse rivoltegli, avrebbe molestato sessualmente o addirittura violentato decine di donne aspiranti attrici con la promessa di far fare loro carriera nell’ambito del cinema. La questione in sé mi interessa poco, per non dir nulla; ma due brevi riflessioni mi sono venute in mente anche su questo argomento. La prima è che non si comprende perché queste accuse e queste denunce arrivino tutte adesso, quando i fatti risalgono a molti anni fa: perché quindi queste povere signorine e signore così offese non hanno denunciato prima l’accaduto? Forse perché al momento non conveniva? Già questo è un interrogativo di difficile soluzione. E poi c’è la seconda mia riflessione, che faccio pur essendo del tutto alieno dall’ambiente in cui i fatti sono avvenuti: siamo certi che queste donne siano solo vittime, oppure si sono volontariamente adattate a questa situazione per fare carriera, salvo poi lamentarsi e denunciare una volta ormai divenute intoccabili? Non credo che tutte coloro che, nell’ambito della moda, dello spettacolo, della politica ecc., hanno dovuto concedere simili favori per farsi strada siano state costrette con la pistola puntata alla testa; sono anzi convinto che alcune (non tutte, certo) l’abbiano fatto volontariamente, e qualche volta abbiano persino preso l’iniziativa… Ad ogni buon conto, meglio finire qui il discorso, altrimenti le nipotine delle femministe del ’68 mi scagliano chissà quali anatemi!
Tuttavia, tra gli scandali saliti alla pubblica attenzione negli ultimi tempi, ce n’è uno che mi coinvolge e mi interessa molto di più delle presunte molestie subite dalle aspiranti attrici, ed è quello dell’università, dato che vi sono state recenti inchieste sui nepotismi ed i favoritismi nelle assunzioni dei ricercatori e dei professori, concorsi truccati e compagnia bella. Mi fa specie che qualcuno si stupisca di questo procedere squallido e mafioso che esiste nelle nostre Università; e ciò non perché non sia un fenomeno grave e disgustoso – ed in effetti lo è – ma perché questo malcostume non è affatto una novità, c’è sempre stato. Anche quando mi sono laureato io, nel lontano 1978, i vari concorsi venivano tutti truccati dai “baroni” accademici, i quali sistemavano in cattedra prima di tutto i loro amici, parenti ed amanti varie, e poi i loro allievi preferiti, quelli cioè che avevano fatto loro ignobilmente i portaborse per anni o che avevano concesso loro favori di ogni genere, anche di ordine sessuale. L’università è sempre stata un vero porcile, come ha scritto in un suo libro un docente mio amico, anch’egli come il sottoscritto rimasto fuori dalla carriera universitaria proprio per non volersi sottomettere a quel sistema mafioso che ancor oggi è vivo e vegeto. Perciò non c’è da meravigliarsi: chi oggi si occupa dei concorsi universitari e ne denuncia le irregolarità credendo di fare uno scoop (come si suol dire) in realtà scopre l’acqua calda, perché le cose in quell’ambito sono sempre andate così.
A tal proposito ricordo ancora, perché non me lo posso dimenticare per la sua gravità, un episodio che mi riguarda personalmente accaduto qualche tempo dopo la mia laurea, nei primi anni ’80. Anch’io, come altri giovani studiosi, mi illudevo di poter accedere alla carriera universitaria e già da allora ne avevo tutti i titoli, comprese pubblicazioni scientifiche di filologia greca che avevo iniziato a comporre ancor prima della laurea. Venuto a sapere di un concorso per ricercatore che si teneva in un ateneo dell’Italia centrale, che non era però quello in cui mi ero laureato, decisi di partecipare e compilai accuratamente la domanda con il curriculum e tutte le mie referenze. Ma ecco che due giorni prima di recarmi in questa città per sostenere le prove concorsuali ricevetti una telefonata da un docente di cui avevo seguito i corsi e da cui avevo ricevuto grandi lodi. Questa persona, informata della mia intenzione, mi avvertì per telefono dicendomi che quel concorso aveva già un vincitore, e quindi l’unico risultato che avrei ottenuto recandomi in quella città sarebbe stato quello di ammirarne le bellezze achitettoniche. La mia reazione fu indignata e decisi di non partecipare più a quel concorso, né ad altri che furono indetti dopo quello; diressi invece il mio interesse verso l’insegnamento nei Licei, dove entrai poco tempo dopo vincendo brillantemente il concorso ordinario a cattedre del 1983/84. E dell’ambiente universitario, proprio per il marcio che vi regna, non ho sentito più alcuna nostalgia.
Mi pare difficile, se non impossibile, porre rimedio a questa situazione. Istituire commissioni a livello nazionale risolve ben poco, perché i commissari saranno comunque docenti universitari che continueranno a sistemare i portaborse dei loro colleghi per vedere a loro volta sistemati i propri. Con questo sistema entrano in ruolo dei veri e propri incompetenti, che non avrebbero meritato neppure una cattedra alla scuola media inferiore. E se anche ciò è vero solo in alcuni casi, mentre in altri i vincitori dei concorsi sono persone degne di quel ruolo, ciò non sposta più di tanto il problema: il fatto cioè che chi vince il concorso possa essere competente non esclude che in lizza per quel posto vi possano essere stati candidati ancor più competenti che invece restano fuori. Ma nel nostro Paese le cose vanno così da tempo immemorabile, se pure è vero che già presso gli antichi Romani esistevano i nepotismi e le raccomandazioni: abbiamo lettere di Cicerone e di Plinio, per citare due autori abbastanza famosi, che non si fanno scrupolo a raccomandare i loro pupilli ai potenti di turno. Questa mentalità, mutatis mutandis, si è purtroppo perpetuata fino ad oggi, ed è veramente da ingenui meravigliarsene. Temo quindi che non si possa trovare alcun rimedio ai mali della nostra università, un ambiente che mi ha disgustato quasi quarant’anni fa e che ancor oggi continua a disgustarmi, tanto che non vi ho più messo piede. Questo è il rimedio che io personalmente ho trovato e che applico come un principio di vita, quello cioè di restare del tutto estraneo a ciò che non è accettato dalla mia coscienza.

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Se i genitori di oggi seguissero gli esempi antichi…

Noi docenti, com’è noto, ci lamentiamo spesso delll’invadenza dei genitori e del fatto che sono in molti casi diventati gli avvocati difensori dei figli, pronti a scusarli per qualunque mancanza o a giustificare assenze “strategiche” fatte per evitare interrogazioni o altri impegni. Ma la critica nei confronti di come attualmente viene gestito il rapporto generazionale è diventata alquanto diffusa, la si sente in televisione e la si legge sui giornali e sui libri: in pratica, quindi, sono in molti a contestare i metodi educativi odierni, giudicati troppo permissivi ed anche irresponsabili a volte, in quanto i genitori lasciano i figli troppo soli davanti alla TV o in altre occupazioni. In effetti la società odierna è profondamente diversa da quella di mezzo secolo fa, quando erano bambini quelli della mia età: allora c’era molto meno benessere di oggi, non esistevano computer e cellulari, noi avevamo solo i libri per studiare ed il pallone (o poco altro) per giocare un po’. Ma la differnza maggiore era che allora i genitori erano molto rigidi ed autoritari e non rari erano i casi di violenza fisica verso i bambini ed i ragazzi, anche per piccole mancanze. E qui mi sovviene il principio aristotelico del giusto mezzo, che non si riesce quasi mai ad ottenere: prima c’era troppa severità ed i no prevalevano di gran lunga sui sì, alla minima infrazione si rischiavano le mazzate; oggi invece è tutto permesso, i ragazzi hanno “tutto e di più” come si suol dire, nessun genitore nega più le scarpe firmate o lo smartphone – quindi il superfluo, non il necessario – e parimenti nessuno si azzarda più a toccare il figlio con un dito, altrimenti scatta il “Telefono Azzurro” e si rischia perfino di finire in galera.
Allora io dico questo: se veramente il rapporto generazionale è così naufragato oggi perché troppo permissivo, così come era naufragato ai nostri tempi perché troppo severo, come si può individuare un punto di equilibrio che consenta di educare un figlio o una figlia nel migliore dei modi? Fermo restando che la perfezione non esiste e che a caratteri diversi dovrebbero corrispondere trattamenti diversi, si potrebbe però prendere esempio da ciò che ci dicono gli autori antichi, che erano molto più saggi dei pedagogisti e degli psicologi di oggi. Lasciando stare i filosofi, le cui dottrine sono troppo complesse per essere discusse qui, intendo riferirmi al genere letterario della commedia, che nella sua fase più avanzata detta Commedia Nuova in ambiente greco e fabula palliata in quello romano non si pose più soltanto l’obiettivo di divertire gli spettatori e suscitare la loro ilarità, ma anche quello di trasmettere un messaggio culturale che potesse migliorare la vita individuale e familiare di una società che in epoca ellenistica (III-I secolo a.C.) non si interessava più di politica ma rivolgeva la propria attenzione all’ambito della famiglia, vero nucleo formativo dell’intera comunità.
Il maggiore autore greco della Commedia Nuova, Menandro (342-292 a.C.), si occupò diffusamente del problema educativo e del rapporto generazionale in diverse commedie, ma soprattutto nella Samia (“La donna di Samo”). Qui il protagonista, un ricco signore ateniese di nome Demea, ha rinunciato al matrimonio ed ha instaurato una convivenza con una cortigiana, Criside, e per assicurarsi una discendenza ha adottato un trovatello, il giovane Moschione, ch’egli tratta però alla stessa stregua di un figlio naturale. Il rapporto tra padre e figlio è stato sempre improntato a reciproca fiducia ed affetto: il ragazzo rispetta il genitore e ne segue i consigli, ma costui non applica mai la forza e la costrizione nei riguardi del giovane. Anche quando quest’ultimo, offeso per un sospetto che suo padre ha concepito su di lui (che cioè l’abbia tradito con la propria concubina), minaccia di andarsene da casa per fare il soldato mercenario, Demea non lo prega servilmente di restare perché ciò avrebbe annullato la propria dignità, ma neanche lo lascia partire con cinica indifferenza: pronuncia invece un discorso conciliativo in cui ricorda al figlio come il loro rapporto sia sempre stato ottimale, e come non è il caso di rovinare tutto per un malinteso che può essere facilmente sanato. Evita quindi del pari sia la severità eccessiva che l’altrettanto eccessiva arrendevolezza.
Anche in ambito romano un grande poeta della commedia, Terenzio (195-159 a.C.), si è posto il problema educativo in quella che è forse la sua opera più riuscita, gli Adelphoe (“I due fratelli”). Nella trama vi sono appunto due fratelli: il primo, Demea, ha avuto due figli e ne ha dato in adozione uno, Eschino, al fratello Micione, mentre ha tenuto con sé l’altro, Ctesifone. I due ragazzi sono quindi cresciuti in base a due metodi educativi completamente opposti: Ctesifone è stato abituato al lavoro, al dovere e soprattutto è destinato, nel pensiero del padre Demea, a diventare esattamente come lui; Eschino invece, affidato allo zio Micione, ha avuto una vita comoda, gli è stato concesso tutto e passa la sua esistenza tra bagordi e divertimenti vari. Lo svolgersi della commedia, e soprattutto il contestato finale, mostra inequivocabilmente come entrambi questi metodi estremi siano sbagliati: chi è abituato all’eccessiva severità del padre finisce per ingannarlo e agire alle sue spalle, chi invece è abituato ad avere tutto è portato a credere che tutto gli sia permesso e che nessuna legge valga per lui, ed infatti Eschino entra in casa altrui, rapisce a forza una ragazza di cui si era invaghito il fratello e non si rende neanche conto di aver commesso un reato, e piuttosto grave anche. Ma dopo le schermaglie tra i due fratelli, dove ciascuno sostiene il proprio metodo, ciò che risulta alla fine è che entrambi hanno sbagliato, chi per eccesso e chi per difetto. Nell’ultima scena è infatti Demea, che ha capito sia i propri errori che quelli del fratello Micione, a mostrare il volto del vero padre, quando dice ai figli: “Fate pure ciò che volete, io non ve lo impedirò; ma se volete un consiglio, un aiuto in ciò che voi, per la vostra inesperienza, ancora non conoscete o non valutate bene, eccomi qui pronto a darvi il mio supporto.”
E’ evidente che nella società moderna i genitori sono diventati quasi tutti Micioni, anche se c’è ancora qualche Demea sempre più isolato. Ma la via del giusto mezzo è sempre la migliore, a mio giudizio, proprio quella che indica Menandro quando parla del dovere del figlio di ascoltare i consigli del padre ma senza che quest’ultimo imponga con la forza la sua volontà; ed è anche quella che indica Terenzio quando parla del genitore come attento consigliere dei figli, un padre o una madre che debbono diventare un punto di riferimento morale per i giovani ancora inesperti dei casi della vita. Possiamo quindi affermare che la saggezza degli antichi, espressa attraverso opere letterarie immortali, è ancora utile oggi ed in qualche caso addirittura essenziale. Una ragione in più per non dimenticare il nostro passato e per sostenere un principio a cui io ho sempre creduto, quello cioè secondo cui un popolo che non conosce il proprio passato non ha nemmeno un futuro, perché un albero che non prende nutrimento dalle sue radici non potrà mai elevarsi verso il cielo.

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I liceali e il “tormento” della traduzione

Qualche giorno fa, nella mia scuola, io ed i miei colleghi della classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) parlavamo dei risultati deludenti che i liceali di oggi – sia quelli del biennio che quelli del triennio – ottengono nelle traduzioni dal greco e dal latino. Abbiamo convenuto sul fatto che in ogni classe, tolti quei pochi elementi particolarmente inclini a questo tipo di esercizio o dotati di notevoli capacità intuitive, la gran maggioranza degli studenti fa una gran fatica di fronte ad un brano di prosa anche semplice scritto nelle lingue classiche, affannandosi per ore sul vocabolario per produrre poi traduzioni fortemente inesatte ed a volte addirittura disastrose, senza contare la pessima forma italiana in cui vengono redatte.
La situazione descritta sopra non è un’opinione o un caso particolare di qualche scuola, ma un dato di fatto ormai accertato ovunque. Che i giovani di oggi non siano più in grado di interpretare testi latini e greci, a meno che non siano di livello elementare, è cosa nota da anni: già alcuni decenni fa, in effetti, vari studiosi si erano occupati del fenomeno, ed al riguardo ricordo un articolo scritto dall’epigrafista Luigi Moretti dell’Università di Roma, il quale suggeriva ai docenti liceali di smettere di costringere gli studenti a leggere “sbuffando e imprecando” poche centinaia di versi di una tragedia greca; meglio sarebbe stato, a suo giudizio, leggerla per intero in traduzione. Se questa era un’autorevole opinione espressa trent’anni fa, tanto più il problema di pone oggi, quando la moderna tecnologia ha messo a disposizione degli studenti strumenti capaci di accerchiare facilmente gli ostacoli. Ciò cui intendo riferirmi è l’abitudine ormai invalsa di scaricare le traduzioni di latino e greco da internet, dove esistono alcuni siti che riportano, tradotti, tutti i brani di versioni presenti nei vari libri in adozione nei licei. Considerato quindi che i nostri studenti praticamente non si esercitano più nel tradurre, e tenuto conto anche del fatto che i social network (facebook, whatsapp, ask, twitter ecc.) assorbono molto del loro tempo e contribuiscono sensibilmente alla perdita di quelle qualità intuitive e deduttive indispensabili per svolgere un’attività di ragionamento autonomo qual è quella che si richiede per interpretare i testi classici, non rimane altro che pensare a una diversa soluzione del problema. Altrimenti durante i compiti in classe continueremo a vedere i nostri studenti sbuffare e imprecare, sudando freddo, per consegnare poi una traduzione quasi sempre insoddisfacente; oppure, quando ci riescono, tenteranno di copiare la versione con cellulari nascosti durante il compito collegandosi a quei famosi siti che già utilizzano per i compiti a casa. Durante l’esame di Stato poi gli studenti o riescono a copiare con lo smartphone (visto che i presidenti di commissione non esercitano una gran sorveglianza) oppure trovano un professore compiacente, interno ma qualche volta anche esterno, che traduce la versione al posto loro. Sono parole crude, queste, ma è la realtà.
E allora, sic stantibus rebus, come si puù uscire da questo labirinto? E’ inutile, secondo me, continuare a osannare la traduzione dal greco e latino ricordando a ogni piè sospinto il suo valore formativo e considerandola come fosse l’unico obiettivo che gli studenti debbano conseguire: esistono altre conoscenze e competenze, come quelle letterarie e storico-artistiche, che resteranno nella memoria dei giovani, per la loro vita, ben più delle regole grammaticali. Ma soprattutto è assurdo far finta che tutto vada bene e illudersi che gli alunni affrontino da soli brani di Platone o di Tacito quando sappiamo tutti che non è così. E’ giunto il momento in cui qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, e che la questione va affrontata alla radice.
E’ qui appunto che volevo arrivare. In quel dialogo con i colleghi abbiamo avanzato l’ipotesi, che non mi sembra affatto peregrina visto come vanno le cose oggi, di abolire di fatto la traduzione autonoma degli alunni, non assegnando più esercizi di questo genere. Lo studio della lingua, secondo la nostra proposta, dovrebbe continuare nel biennio e nel primo anno del triennio, affinché si conseguano quelle conoscenze che consentano agli studenti di comprendere le peculiarità formali e la dimensione artistica dei grandi testi greci e latini, ma senza che debbano tradurli da soli: l’analisi dei testi classici deve essere condotta dal docente, ed è lui che deve tradurre i passi di Omero, Virgilio, Platone, Tacito ecc. letti in classe, mentre gli studenti dovrebbero entrare nel testo e comprenderne le dinamiche in base agli elementi interpretativi loro forniti dal docente. A ciò dovrebbe aggiungersi uno studio puntuale e approfondito della storia letteraria e dei vari aspetti delle civiltà classiche.
A beneficio dei conservatori, che a leggere queste righe s’indigneranno come non mai nel vedere insidiato il fortino isolato degli studi classici circondato da un fossato di pregiudizi, dentro il quale essi si gongolano in un sogno romantico che è però sempre più lontano dalla vita reale e dalla mentalità dei giovani di oggi, confermo che la proposta prima avanzata non eliminerebbe affatto lo studio linguistico, ma lo riserverebbe ad un’analisi guidata dei testi classici, i cui elementi formali (lingua, stile, ordito retorico ecc.) e sostanziali verrebbero comunque compresi dagli studenti sulla base delle loro conoscenze e con un’opportuna guida del docente. Ciò che chiediamo di abolire è la traduzione autonoma delle cosiddette “versioni”, un esercizio che comunque, lo si voglia o no, non fa più quasi nessuno già adesso. Si tratterebbe quindi del riconoscimento di uno stato di fatto che non è possibile mutare, perché non si può impedire ai ragazzi di scaricare le versioni da internet, né si può pretendere che riescano lodevolmente in un’attività, quella della traduzione dalle lingue antiche, che è ormai diventato un lavoro da esperti filologi e non più realizzabile da ragazzi che non solo non studiano più latino alla scuola media, ma che spesso arrivano ai Licei senza conoscere neanche la sintassi ed il lessico della lingua italiana.
C’è un solo grosso ostacolo alla realizzazione di questo progetto: la seconda prova scritta dell’esame di Stato, che ancor oggi, a distanza di quasi un secolo dalla riforma Gentile, è rimasta tale e quale ad allora, costituita cioè da un brano da tradurre senza che gli studenti abbiano la possibilità di mutare o di scegliere alcunché. Questo è appunto il tasto che bisogna battere e che da anni il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena, tanti altri studiosi e modestamente anche il sottoscritto tentano di premere: la necessità cioè di cambiare questa prassi antiquata della versione unica, considerato anche che negli altri Licei questa prova è stata adattata ai tempi presenti, mentre al Classico siamo rimasti all’epoca di Gentile. So anch’io che la traduzione sarebbe un buon banco di prova per saggiare le capacità intuitive e deduttive dei nostri giovani; ma dato che di fatto essa è diventata un ostacolo insormontabile, è inutile voler insistere a battere la testa nel muro e a fingere ipocritamente di ignorare quella che è la realtà, cioè che gli studenti non traducono più, “si arrangiano” alll’esame copiando, e se non lo fanno vanno incontro ad un colossale fallimento. Quando finalmente il Ministero capirà che “il re è nudo” e si confronterà con la realtà di fatto delle nostre scuole, forse avremo la possibilità, con una prova diversa e non più fondata sulla sola traduzione, di ottenere risultati dignitosi e capaci anche di ridurre quel timore reverenziale che deriva proprio dalla difficoltà rappresentata dalle lingue classiche, un timore che allontana moltissimi giovani dal frequentare il Liceo Classico.

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La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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La presenza del latino nei nostri Licei

Per parte mia ho sempre sostenuto che il latino, inteso come studio sia della lingua che della storia letteraria corredata dalla lettura diretta dei classici, è una materia altamente formativa, sia perché la nostra cultura italiana ha in gran parte origine da quella degli antichi Romani sia per il fatto che tale studio sviluppa le capacità intellettive e critiche dell’individuo; di questo sono stato e sono fermamente convinto, tanto che qualche volta, con buona pace di chi la pensa diversamente, mi sono anche spinto a dire – forse esagerando – che i corsi liceali dove manca il latino non sono da considerarsi veri licei ma piuttosto istituti tecnici camuffati sotto falso nome.
Senza rientrare qui nel secolare problema dell'”utilità” del latino (e del greco per quanto riguarda il Liceo Classico), un concetto per il quale rimando al bellissimo libro di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, ed. Bompiani, su cui ho scritto un post su questo blog un paio di anni fa, vorrei adesso posare lo sguardo sullo stato reale in cui si trova questa disciplina nei licei italiani, dove evidentemente qualcosa non va sotto questo profilo. Al Liceo Scientifico, dopo le proteste dei tecnocrati che lamentavano il fatto che in quella scuola il latino avesse addirittura più spazio della matematica (orrore!), è intervenuta la malfamata riforma Gelmini a tagliare drasticamente le ore settimanali dedicate alla materia: da 4/5 nel biennio e 4/3 nel triennio si è passati a 3 ore settimanali in tutto il quinquennio, lasciando però inalterati i programmi. Si è voluto così, come si dice in Toscana, “fare le nozze con i fichi secchi”, sottoponendo docenti ed alunni ad una maggior fatica per poi ottenere risultati inferiori, perché è evidente che ciò che si faceva in cinque ore non lo si può fare in tre; l’esito dell’operazione è stato un forte abbassamento del livello culturale raggiunto dagli studenti, benché in molti Licei Scientifici (tra cui quello della mia città) i docenti abbiano continuato a lavorare seriamente e con grande professionalità. La perdita comunque c’è stata, non lo si può negare; e questo, cari signori sostentori della scienza e della tecnica, non avvantaggia certamente i ragazzi di quel Liceo, che si vedono parzialmente privati di una fonte di cultura che era fondamentale nella loro formazione e che li aiutava a ragionare autonomamente e criticamente. Ancora peggiore è la situazione nei licei Linguistico e delle Scienze Umane, dove le ore dedicate al latino sono talmente esigue da non consentire uno studio serio della materia, a prescindere dal valore didattico e culturale dei docenti. Al Linguistico addirittura il latino è presente solo nei primi due anni di corso, con due ore settimanali: in queste condizioni credo che neanche Cicerone in persona sarebbe capace di insegnare in qualche modo la sua lingua e la sua letteratura.
Nella fattispecie quindi, ad eccezione del Classico, negli altri Licei lo studio del latino è diventato poco più di una pura formalità, che lascia poco o nulla nel bagaglio culturale degli studenti dopo i cinque anni di corso. Allora io lancio una proposta, che non è nuova ma che non tutti conoscono e che spesso anche chi conosce dimentica: piuttosto che tormentare i ragazzi con la grammatica e la sintassi, di cui poi non rimane nulla, non sarebbe meglio abolire del tutto lo studio linguistico del latino, riservandolo soltanto al Classico? Piuttosto che fare poco e male, con alunni che dopo anni di corso non conoscono ancora le declinazioni nominali e le coniugazioni verbali, non potremmo trasformare la materia da “Lingua e cultura latina” in “Cultura classica”? Mi spiego. Potrebbe essere introdotto in tutti i corsi liceali un insegnamento di letteratura e civilizzazione greca e latina che preveda la conoscenza degli autori principali (anche con opportuni confronti con i poeti e gli scrittori moderni), letti però non in lingua ma in traduzione. Oggi esistono in commercio ottime traduzioni di tutti i principali autori antichi, alle quali si potrebbe ricorrere per far conoscere direttamente le loro opere agli studenti, i quali li leggerebbero in italiano e potrebbero quindi comprenderli senza scervellarsi con il vocabolario per tradurre, in modo osceno ed imprecando, dei pezzettini isolati di prosa. I testi tradotti potrebbero essere contenuti in manuali di storia letteraria che introducano le varie epoche storico-letterarie ed illustrino il pensiero ed il valore letterario de singoli autori. Del resto, non è forse vero che tutti noi utilizziamo le traduzioni quando vogliamo leggere un’opera scritta in una lingua che non conosciamo? Io, ad esempio, sono un appassionato di letteratura russa, ho letto tutto Dostoevskij tanto per fare un esempio, eppure non conosco una parola di russo. Perché non si può fare lo stesso con gli autori antichi, estendendo la conoscenza di essi anche al mondo greco e dando così anche ai ragazzi che non scelgono il Liceo Classico la possibilità di conoscere i grandi testi del mondo antico che hanno fortemente influenzato e formato la nostra cultura moderna? A questo riguardo è inutile che mi si dica che gli autori classici (specie i poeti) vanno letti nella loro lingua per essere veramente compresi. E’ vero, ma se ragioniamo così noi limitiamo la conoscenza di quel mondo ai pochi, pochissimi filologi che sanno orientarsi bene nelle lingue antiche, cosa che attualmente non riesce bene neanche agli studenti del Classico. E’ da ipocriti far finta di non sapere che oggi gli studenti di tutti i Licei dove c’è il latino non traducono più da soli ma scaricano le versioni già tradotte da internet; diventa quindi una farsa inutile pretendere quello che non è più possibile. E se al Classico deve giustamente restare lo studio linguistico e debbono essere tenacemente ostacolate le copiature, esso potrebbe tranquillamente essere abolito negli altri corsi, dove ormai è diventato una formalità senza valore. E’ arrivato il momento, secondo me, di avvicinare gli studenti di quei Licei al mondo classico in altra maniera, utilizzando testi tradotti ed illustrati dai manuali e dai docenti. Sono certo che a quegli alunni resterebbe molto più latino di quanto non ne resti oggi, quando ormai è diventato una Cenerentola, una materia trascurata e spesso inutile.

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Le tre “perle” del ministro Fedeli

Non mi è mai capitato, finora, di esprimere giudizi sull’attuale ministro dell’istruzione, la senatrice Valeria Fedeli. Ho letto su di lei commenti negativi soprattutto dal punto di vista personale, dato che in molti le hanno rinfacciato il fatto di non essere laureata: ed anche a me pare strano che un ministro dell’istruzione e dell’università manchi di questo titolo, ma lo ritengo comunque il male minore, considerato che le decisioni prese in ambito scuola dipendono anche da altri Ministeri (vedi quello dell’Economia soprattutto) ed anche perché, se ci fosse il buon senso e la volontà di far bene, forse lo si potrebbe fare anche senza laurea. Ultimamente però le esternazioni del ministro (io continuo ad usare il termine al maschile, l’unico corretto secondo la lingua italiana, anche perché “ministra” fa pensare alla minestra) sono state numerose ed anche inopportune: ne citerò una sola, quando cioè ha detto che gli insegnanti dovrebbero avere uno stipendio doppio di quello che hanno. A nulla servono le buone parole se non c’è la possibilità di realizzare quanto si dice; dire una cosa simile e poi non farne di nulla lascia a noi docenti la sottile sensazione di essere presi in giro, sensazione che del resto abbiamo provato tante altre volte in questi ultimi anni. Da noi si pretende sempre di più e ci si concede sempre di meno, almeno dal lato economico. Ma lasciamo perdere questo problema, perché non è questo l’argomento che mi prometto di trattare in questo post, dedicato invece a tre proposte sulla scuola superiore che mi sembrano allucinanti. Forse la loro paternità risale a funzionari o pedagogisti della peggiore specie che vogliono mettere le mani sull’istruzione senza intendersene né punto né poco; sta di fatto però che il ministro le ha approvate ed anche lanciate attraverso la stampa ed i social.
La prima è la famigerata idea di ridurre la scuola secondaria superiore a quattro anni in luogo degli attuali cinque. A me una proposta del genere pare un’idiozia vera e propria: se i docenti universitari si lamentano della preparazione dei nostri studenti in italiano, matematica, lingue straniere ecc., preparazione che deriva da un percorso di studi di cinque anni, come può una mente sana pensare che in quattro anni si potrebbe fare di meglio? Io me lo chiedo, perché trovo la cosa talmente assurda da non dover neanche essere presa in considerazione. Per fare un paragone, una decisione in tal senso sarebbe simile a quella di chi pretendesse di costringere un treno che accumula sempre ritardo non solo ad annullarlo, ma ad arrivare a destinazione un’ora prima; oppure quella di chedere all’autore di un libro scientifico, che a fatica riesce a trasmettere il suo contenuto in trecento pagine, di contenere le stesse cose in duecento. Chiaramente tutto peggiorerebbe vistosamente: se non bastano cinque anni per formare bene i nostri giovani, come si può pensare di ottenere risultati migliori togliendo un anno? Caso mai ne andrebbe aggiunto uno, non tolto. E poi un provvedimento del genere non avrebbe alcun vantaggio pratico. A cosa servirebbe uscire da scuola un anno prima? Sarebbe utile se non esistesse il problema della disoccupazione e tutti i giovani, dopo il diploma o la laurea, trovassero immediatamente lavoro; ma siccome così non è, l’unico risultato che si otterrebbe è quello di aumentare la disoccupazione già intollerabile oggi con il percorso quinquennale. Mi si viene a dire che in altri paesi d’Europa il diploma si prende a 18 anni; ma, a parte il fatto che sono molti e forse di più quelli dove si prende a 19, perché dobbiamo sempre scimmiottare gli stranieri? Consideriamo poi che il livello culturale dei diplomati francesi, inglesi, tedeschi o altri è molto inferiore a quello dei nostri studenti; all’estero si specializzano in due o tre materie e non sanno nulla delle altre, e si diplomano per lo più con i test a crocette, un metodo nozionistico che non evidenzia nessuna qualità apprenditiva ed espositiva degli studenti. Il ministro ed i suoi funzionari dicano piuttosto la verità: che cioè l’eliminazione di un anno di studi servirebbe allo Stato per risparmiare soldi (si perderebbero circa il 20% delle cattedre) e per fare dei giovani dei perfetti soldatini che non sanno ragionare con la propria testa e sono proni, come tanti piccoli computer, ad obbedire ai diktat dei grandi poteri economici e del “politically correct”.
La seconda proposta, legata alla prima, è quella di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, anche qui scimmiottando altri paesi europei. Se realizzata, questa sarebbe una rovina totale delle nostre scuole, sempre più infestate da persone che vengono a scaldare il banco e non hanno alcun interesse per lo studio né per altro che non sia giocare con il telefonino e disturbare le lezioni impedendo anche ai volenterosi di apprendere. Perché, dico io, costringere chi non è portato allo studio, chi non ha interesse per la cultura, a stare a scuola per forza? E’ una violenza vera e propria ed un inutile tormento per chi starebbe meglio in un’officina o nei campi, dove il suo apporto al bene pubblico sarebbe certamente maggiore. Dove è scritto che tutti debbono diplomarsi e laurearsi? Ci sono persone molto intelligenti e sensibili, magari capaci di svolgere bene un qualunque lavoro artigianale o commerciale, che però non hanno alcun desiderio di studiare né alcun interesse. Prché obbligarli? In vista di quale vantaggio? Io, per parte mia, limiterei l’obbligo alla terza media, com’era molti anni fa; ottenuta la licenza media, poi, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente se proseguire negli studi (ed in tal caso andrebbe incoraggiato ed aiutato, come prescrive la nostra Costituzione) oppure se entrare immediatemente nel mondo del lavoro. Ad un paese non servono solo medici, ingegneri e avvocati, ma anche operai, artigiani, idraulici ecc.
La terza proposta, la più sconvolgente e demenziale di sempre, è quella di permettere agli studenti l’uso degli smartphone in classe, un’idiozia che non si potrebbe trovare neanche nei film di Stanlio e Ollio, se i cellulari fossero esistiti ai loro tempi. A parte il fatto che la fiducia ministeriale negli strumenti digitali è assurda ed eccessiva in ogni caso, perché smartphone, tablet, lim ecc. sono solo mezzi accessori, non possono sostituire il cervello umano: se uno studente è incapace e svogliato, tale rimane anche con questi aggeggi elettronici, non diventa certo un genio grazie ad essi. La cosa più evidente, comunque, e che tutti sanno né alcuno può negare, è che permettere agli studenti di usare lo smartphone in classe significa perdere completamente la loro attenzione (già scarsa prima) e la loro partecipazione alle lezioni, perché, mentre farebbero finta di seguire la lezione con lo strumento elettronico, in realtà si trastullerebbero, come fanno purtroppo già adesso nelle ore libere dalla scuola, girovagando su whatsapp su facebook, su twitter, ask e altre amenità del genere. Veramente il ministro ed i suoi collaboratori credono che i nostri ragazzi, nativi digitali e capaci di perdere quasi tutto il loro tempo in questi trastulli, ad un tratto diventerebbero tutti seri e diligenti ed userebbero il telefonino per andare sui siti didattici? Chi pensa una cosa simile o è sciocco del tutto o è comunque ingenuo, e probabilmente non ha mai messo piede in una scuola. La realtà è ben diversa: l’uso degli smartphone da parte degli studenti è una vera e propria catastrofe anche quando non lo usano nelle ore scolastiche, perché perdono sui social molto tempo che viene sottratto allo studio ed anche perché copiano sistematicamente la traduzione delle versioni di latino e di greco (e questo è un punto dolente di cui dovrebbe occuuparsi chi di dovere). Permettere loro di usarlo anche durante le lezioni significa distruggere quel poco di autentico e non virtuale che ancora c’è rimasto nella vita dei giovani, annullare tutti i nostri sforzi per far ragionare i ragazzi autonomamente e per distrarli, almeno un po’, da questo mondo falso in cui spesso vivono. Perciò io dico fin da ora che, per quanto mi rimane da stare a scuola, non obbedirò mai ad una decisione del genere, e nelle mie ore lo smartphone continuerà ad essere assolutamente proibito. Se avrò problemi per questo, li affronterò come ho fatto sempre nella mia vita, perché ritengo che l’obbedienza non sia sempre una virtù, specie quando gli ordini sono idioti e pericolosi.

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Un esame da cambiare, anzi da abolire

Adesso che gli esami di Stato sono terminati e che tutte le scuole superiori hanno pubblicato i risultati, dove spiccano come tante perle rare voti alti ed altissimi, mi pare giunto il momento di fare una riflessione conclusiva su questo rito di fine anno scolastico che tiene impegnati molti di noi fino a circa il 10 di luglio, mentre gli altri colleghi più fortunati, non gravati da questo impegno, sono già in vacanza da quasi un mese.
Nella mia carriera ho partecipato agli esami di Stato (prima detti di maturità) in tutti i ruoli: membro esterno, membro interno e presidente. Con questa pluriennale esperienza mi sono fatto un’idea ben precisa, che consiste nel ritenere che l’esame, così com’è, sia diventato un’inutile farsa e che quindi vada profondamente cambiato, oppure abolito del tutto. Questa seconda soluzione sarebbe la migliore, se non altro perché parificherebbe la condizione dei docenti, alcuni dei quali lavorano adesso circa un mese più di altri, ed inoltre consentirebbe allo Stato di risparmiare un bel po’ di soldi (si parla di 150 milioni di euro all’anno) ottenendo in pratica lo stesso risultato: se infatti i Consigli di classe che effettuano gli scrutini stabilissero direttamente, senza esame, il voto conclusivo di ogni alunno, non credo ch’esso rispecchierebbe di meno il valore didattico dei singoli studenti, né sarebbe più generoso con loro di quanto non lo siano le commissioni d’esame attuali, che già sono generosissime. In pratica, non credo che avremmo voti più alti di adesso, quando già sono altissimi e molto al di là della reale preparazione dei ragazzi; e nemmeno ci sarebbero più bocciature, visto che già con l’esame di adesso non boccia più nessuno. I presidenti di commissione, forse intimoriti dallo spauracchio dei ricorsi al Tar, si presentano alle scuole esplicitando fin dalla riunione preliminare la volontà di promuovere tutti, indipendentemente dalla preparazione effettiva. Non dico che ciò accada sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Nella mia lunga esperienza scolastica, prima come studente e poi come professore, ho assistito a due riforme degli esami di maturità, ed in entrambi i casi l’attribuzione dei voti ha subito un’inflazione a due cifre, come quella dell’economia italiana degli anni ’80. Con la riforma del 1969 i voti andavano da 36 a 60; i primi anni, diciamo fino al 1974-75, il 48 era già un voto alto ed i 60 erano rarissimi, poi ci fu invece un allargamento tale che negli anni ’90 il medesimo 48 era diventato un votino mediocre ed i 60 si contavano a bizzeffe. La stessa cosa è avvenuta con la riforma del 1999 che ha introdotto l’esame di Stato com’è adesso con i voti da 60 a 100: se nei primi anni i 100 erano rarissimi e dati solo nei casi di effettiva eccellenza in tutte le materie – come in effetti dovrebbe essere – oggi al contrario in ogni classe c’è almeno un 100, ed in alcune ce ne sono anche quattro, cinque o più. Basta che un alunno sia considerato “bravo”, abbia una buona ammissione e faccia un buon esame per avere assicurato il voto massimo, senza pensare che ci sono anche altre valutazioni (da 90 a 98 ad es.) che sono già molto alte e rendono pienamente giustizia a chi ha avuto un buon rendimento scolastico, magari con qualche cedimento in una o due materie. Invece no: il 100 è diventata una necessità assoluta, una pretesa vera e propria di ogni scuola, che con quei voti deve farsi pubblicità all’esterno, come del resto è naturale in questo clima economicistico e aziendalistico in cui si è voluto collocare il sistema dell’istruzione.
Esame da modificare quindi? Certo, anzi addirittura da abolire se deve continuare come adesso. Dico anzi che, avendo fatto esperienza di entrambe le tipologie, io preferivo di gran lunga l’esame precedente, quello in vigore dal 1969 al 1998, per un motivo specifico, perché cioè c’era una sostanziale parità tra il giudizio di ammissione del Consiglio di classe e le prove d’esame. Allora, almeno formalmente, non c’erano voti ma giudizi, e la normativa stessa invitava le commissioni a prestare particolare attenzione nei casi in cui gli esiti dell’esame si discostassero molto dai giudizi della scuola; così le commissioni stesse (quasi tutte esterne con un solo membro interno) tendevano a uniformare le due componenti, favorite appunto dal fatto che i giudizi sostituivano il voto numerico, che era soltanto quello finale da 36 a 60. E’ vero che l’esame si svolgeva unicamente su due materie scritte e due orali, ma era molto più serio di adesso: le due materie del colloquio orale, ad esempio, avevano a disposizione quasi mezz’ora per ciascuna, e c’era modo quindi di rendersi conto di qual era la reale preparazione dello studente. Adesso, quando i candidati debbono portare quasi tutte le materie del loro corso, in virtù di ciò l’esame sembra più severo ma non lo è affatto, in quanto i singoli commissari pretendono di giudicarli con una sola domanda o con due al massimo per ogni disciplina, perché il colloquio generalmente non viene fatto durare più di un’ora. Molto spesso, quindi, il giudizio che danno i commissari esterni è del tutto arbitrario, perché basato su un’impressione ricavata in pochi minuti e condizionata anche dall’atteggiamento dello studente: chi si presenta al colloquio con fare spavaldo, ad esempio, o fa lo spiritoso, o si è vestito in modo non gradito, rischia di essere fortemente penalizzato, anche se preparato più di altri. Ciò comporta inevitabilmente l’emissione di voti errati, o per difetto o per eccesso, e non corrispondenti al reale valore didattico dello studente; la buona o cattiva sorte quindi gioca un ruolo fondamentale ed a volte avviene che, con questi giudizi sommari, alunni bravi o addirittura brillanti per cinque anni abbiano ricevuto nelle singole prove (e di conseguenza nel voto finale) valutazioni più basse di altri molto meno capaci ed impegnati. Si dirà che così è sempre stato e che tutti gli esami sono un terno al lotto. E’ vero, ma fino ad un certo punto, perché l’esame precedente dava maggior valore ai giudizi di presentazione della scuola, mentre adesso il cosiddetto “credito” dell’alunno arriva al massimo a 25 punti su 100, e quindi il 75% del voto finale, una percentuale altissima, è dovuta alle prove d’esame dove i giudizi e le valutazioni conseguenti sono frutto di impressioni momentanee ricavate da tre o quattro minuti di colloquio o sulla valutazione di prove scritte dove ognuno adotta criteri diversi: un tema di italiano, ad esempio, per il commissario interno che conosce lo studente da anni può valere 10; per quello esterno invece, che legge per la prima volta quell’unica prova, può valere 6 o 14. Difficile allora mettersi d’accordo: si cerca un compromesso, ma non sempre lo si trova, con conseguenti liti e malumori tra i commissari. Ed alla fine, pur in presenza di commissioni molto generose, ci sono sempre ragazzi che restano delusi, alunni che magari hanno avuto un voto come 85/100, una buona valutazione, ma che si confrontano con altri che magari, pur avendo avuto per cinque anni un rendimento inferiore al loro, all’esame hanno preso di più.
Cosa fare allora? La decisione migliore, come dicevo sopra, sarebbe di abolire del tutto questo esame-burletta e sostituirlo con un voto finale attribuito dal Consiglio di classe sulla base dell’andamento didattico di tutti e cinque gli anni del percorso scolastico. Se invece, come temo, si vuole continuare a spendere soldi ed energie in questa farsa, occorrerebbe subito fare una cosa per rendersi meno ridicoli: far derivare il voto finale al 50 per cento dalle prove d’esame e per il restante 50 per cento dal giudizio della scuola. Ogni Consiglio di Classe, in base alla media finale ma tenendo conto dei risultati dell’ultimo triennio (o quinquennio) di studi, dovrebbe attribuire allo studente un voto conclusivo in cinquantesimi (ad es. 40/50); a sua volta la commissione d’esame dovrebbe avere a disposizione gli altri 50 punti, e così formare il voto conclusivo. Credo che in tal modo si avrebbero esiti più conformi a principi di lealtà e di giustizia, e molti studenti, pur avendo ricevuto un voto che rispecchia o anche supera la loro preparazione reale, non si lamenterebbero nel vedere dei loro compagni che, grazie a due o tre domande più facili o ad un’impressione migliore data alla commissione, finiscono per fare una figura migliore della loro. Cicerone diceva che la giustizia, somma virtù, consiste nel “dare a ciascuno il suo”; se i nostri politici e poi i dirigenti e i docenti facessero proprio questo principio, forse nella nostra scuola le cose andrebbero un po’ meglio.

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Sul comportamento di alcuni docenti

Il professore, si sa, è una figura che dovrebbe ispirare fiducia agli studenti, essere per loro un modello di virtù, come diceva l’antico retore latino Quintiliano (I° secolo d.C.); o almeno, se non si pretende tanto, sarebbe auspicabile che non mostrasse cattive abitudini e che si comportasse in modo consono al suo ruolo di educatore. Ma da alcuni decenni, dopo le novità del “mitico” ’68, la figura del docente è andata progressivamente cambiando e la peculiarità della sua funzione si è costantemente annacquata fino a sparire del tutto, almeno in certi casi. Un tempo il professore era una persona distinta, vestito in modo adeguato alla sua funzione, che manteneva ben visibile la distinzione dei ruoli senza dare troppa confidenza ai propri alunni; e se aveva abitudini non proprio edificanti, cercava almeno di nasconderle durante le ore che passava a scuola, proprio per non dare ai giovani un esempio da non imitare.
Oggi purtroppo non sono molti i professori che mantengono la dovuta distinzione dei ruoli e un decoro comportamentale consono al compito di educatori che dovrebbero avere. Molto spesso assistiamo ad una familiarità eccessiva tra docenti e studenti, che si spinge ad eccessi come battute spiritose sconvenienti, scherzi di cattivo gusto, comunicazione di notizie sulla vita privata degli uni e degli altri, e così via. Dal mio punto di vista di docente rimasto a prima del ’68, io giudico sconveniente che un professore si interessi di ciò che i suoi studenti fanno al di fuori della scuola, a meno che non si tratti di problemi che incidono sul rendimento scolastico; ma in tal caso deve essere lo studente o la sua famiglia a comunicarli, non l’insegnante a fare il confidente privato o a intromettersi nella vita altrui. Nei rapporti personali il professore non deve essere arcigno o troppo severo, ma nemmeno fare l’amico dei suoi studenti, perché il suo ruolo non è quello; una certa distanza deve sempre rimanere tra l’uno e gli altri, anche per evitare che qualche alunno maleducato o poco perspicace (e ce ne sono sempre), avendo a che fare con un professore “amicone”, superi il limite e si senta autorizzato a prendersi libertà ed a mancargli di rispetto, cosa che puntualmente avviene in queste circostanze. E poi fa sorridere il fatto che alcuni colleghi si lamentino dell’indisciplina degli studenti nei loro confronti quando sono loro stessi che, concedendo troppa confidenza, li hanno di fatto indotti a quel comportamento. E va anche detto che i ragazzi, se sul momento possono accogliere con piacere il professore “amicone”, in un secondo tempo, quando saranno divenuti più maturi e responsabili, non avranno di lui un buon ricordo, ma l’avranno invece di quei docenti che sono stati veri formatori, che hanno veramente trasmesso qualcosa dal punto di vista culturale ed umano e che sono stati per i giovani un modello di vita, anche se sul momento sembravano eccessivamente “seriosi” e distaccati.
Confesso di avere una forma mentis non in linea con l’uso comune attuale, quando dilagano le amicizie su facebook tra docenti e studenti, le comunicazioni via cellulare di notizie che dovrebbero restare segrete tipo le decisioni prese agli scrutini o agli esami, gli incontri fuori della scuola che qualche volta, purtroppo, danno adito anche a voci non proprio onorevoli per gli uni e per gli altri. Ma ci sono anche altri aspetti del comportamento di certi professori che, sia pure non illeciti dal punto di vista strettamente legale, sono comunque sconvenienti e persino ridicoli. Se vogliamo fare qualche esempio, il primo che mi viene in mente è l’abbigliamento, il modo di presentarsi a scuola. Ormai non c’è più nessuno (neanche io) tra i docenti uomini che metta giacca e cravatta, e questo è comunemente accettato; ma vi sono colleghi che si pongono in maniera trasandata, con magliette scritte, jeans strappati alla maniera dei ragazzi e persino qualcuno, in estate, che si presenta con sandali e bermuda alle riunioni. E la stessa eccentricità si riscontra anche in alcune colleghe che, avendo magari passato la sessantina, si vestono ancora come ragazzine, con jeans o minigonne che le rendono ridicole perché assomigliano alla vecchia signora del trattato Sull’umorismo di Pirandello, imbellettate per cercare disperatamente di nascondere l’età che avanza. Anche in questo aspetto del loro comportamento molti docenti non sanno seguire la giusta via di mezzo di aristotelica memoria, che in questo caso consisterebbe nell’evitare del pari l’eccessiva eleganza (ormai non più apprezzata) ma anche l’altrettanto eccessiva sciatteria.
Oltre a questi che ho descritto, ci sono purtroppo comportamenti ancora peggiori che certi colleghi mettono in atto: battute di spirito sconvenienti e persino oscene pronunciate in presenza degli studenti, turpiloquio ormai diffuso anche nella nostra categoria, esternazione senza ritegno di vizi dannosi come il fumo di sigaretta e l’uso del cellulare eccessivo e maleducato. Si tratta di episodi gravi, che ogni dirigente scolastico dovrebbe censurare e ricorrere, se necessario, e provvedimenti disciplinari, perché farsi vedere dagli alunni a fumare o a usare il cellulare in classe costituisce una violazione del codice comportamentale che esiste in tutti gli edifici pubblici. Ciò è ancor più grave se consideriamo il ruolo di educatori che, nostro malgrado, tutti noi abbiamo; e come possiamo pretendere che gli studenti si comportino in modo corretto, che non fumino e non usino il cellulare in classe, quando sono alcuni di noi che fanno queste cose apertamente e spudoratamente? Io stesso ho visto colleghi giocare con il cellulare, ricevere e mandare messaggini durante le riunioni o gli esami, quando tra gli astanti erano presenti anche molti studenti, ai quali si ha il coraggio di chiedere di non fare quello che noi stessi facciamo. A tal proposito io credo di essere ormai un caso isolato, perché non solo non ho mai fumato in vita mia, ma sono uno dei rarissimi italiani a non usare il cellulare, dato che non voglio rendermi schiavo di un oggetto come purtroppo quasi tutti sono oggi diventati; e quanto al linguaggio, una brutta parola può scappare a tutti, ma occorre stare ben attenti a non farsi sentire dagli studenti, perché sarebbe un esempio pessimo, del quale io mi vergognerei a vita.
In base a ciò che ho detto in questo post, che molti considereranno retrogrado e bacchettone, mi rallegro vivamente di aver abbandonato da tempo l’idea di fare il Dirigente scolastico, perché se lo fossi diventato avrei certamente condotto una vita grama; non sopportando infatti certi comportamenti degli studenti – e dei docenti in ancora maggior misura – avrei preso una serie di provvedimenti restrittivi e disciplinari che mi avrebbero provocato certamente vertenze e denunce di ogni genere, con sindacati e giudici propensi ormai da decenni a dar ragione sempre ai sottoposti nei confronti dei loro superiori o datori di lavoro. Sotto questo ed altri profili ritengo che la posizione del Dirigente scolastico sia molto difficile e che occorra un carattere “diplomatico” per svolgerla al meglio. Si tratta di una qualità che io proprio non possiedo, incline come sono a dire in faccia agli altri ciò che non mi piace ed a prendere decisioni drastiche; è molto meglio quindi relazionarsi con gli studenti in classe nel modo che ritengo più opportuno e consono alla mia funzione, pur essendo consapevole dell’arretratezza ideologica che i “modernisti” troveranno in ciò che dico.

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Un ottimo libro in difesa del latino

Prima di parlare dell’argomento di questo post vorrei fare una riflessione di tipo editoriale. Un tempo la recensione di un libro (ossia la sua presentazione, con indicazione dei pregi e dei difetti) veniva pubblicata su riviste specializzate, le quali impiegavano molto tempo per accoglierla e poi stamparla. In particolare, ai direttori delle riviste scientifiche dedicate alle letterature classiche occorrevano dai tre ai sei mesi, in media, per decidere se accettarla o no; poi c’era da aspettare i tempi editoriali che talvolta, specie se il numero in uscita e quello successivo erano già al completo, si prolungavano moltissimo. Per farla breve, da quando la recensione veniva scritta a quando compariva sulla rivista potevano passare anche due anni o più. E poi quante persone la leggevano? Poche, pochissime direi, solo gli specialisti interessati a quel tipo di pubblicazione. Oggi invece, con l’avvento di internet, chiunque abbia un blog può decidere autonomamente di pubblicare una recensione, la scrive e la mette a disposizione in poche ore e forse, anzi quasi certamente, ha più lettori di quelli che avrebbe se il suo scritto restasse sulla carta in una rivista specializzata. Ecco dunque uno dei lati positivi delle nuove tecnologie, che sotto questo profilo non posso fare a meno di apprezzare.
Fatta questa osservazione estemporanea, veniamo al dunque. Ho da poco finito di leggere un nuovo libro che, pur avendo carattere divulgativo, si occupa nello specifico di un argomento che sta molto a cuore a tutti noi classicisti e docenti di materie umanistiche. L’autore è Nicola Gardini, studioso italiano nato nel 1965 e attualmente docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, ed il libro si intitola Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, uscito presso l’editore Garzanti nel maggio 2016 e già più volte ristampato. Confesso che prima di leggerlo conoscevo l’autore soltanto di nome, mentre poi ho scoperto che ha al suo attivo molte altre pubblicazioni di grande spessore; ma ciò che più me lo rende congeniale è il fatto ch’egli ha smascherato senza mezzi termini il marcio che ammorba l’Università italiana, dove i “baroni” cinici e arroganti continuano a fare il bello ed il cattivo tempo ed a pretendere l’ignobile servilismo dei portaborse, a cui l’Autore non si è voluto sottomettere ed è emigrato in Inghilterra per vedere finalmente riconosciuto, senza nepotismi e favoritismi, il proprio valore di studioso. Facendo salve le dovute differenze, quello di cui si lamenta Gardini è successo anche al sottoscritto, molti anni fa, quando si è visto escluso dall’Università proprio per non volersi adattare al sistema mafioso che è purtroppo ancora vivo e operante. Io però non ebbi l’ardire o la forza di volontà di emigrare, perché ero troppo attaccato al mio Paese; preferii entrare nella scuola, dove sono sempre rimasto con grande soddisfazione e pieno appagamento, continuando in modo autonomo l’attività scientifica che avevo iniziato da giovanissimo.
Entriamo finalmente in medias res. Il libro di Gardini si inserisce in quel dibattito attuale sull'”utilità” delle lingue classiche, o per meglio dire sulla legittimità della loro presenza nella scuola e nella cultura italiana. Sotto questo profilo può assomigliare ad altri volumi usciti sul tema come quello, celebre e molto fortunato nelle vendite, della studiosa italiana Andrea Marcolongo, che si occupa del greco e sul quale a suo tempo composi un post su questo blog (il 9 novembre 2016, rintracciabile dagli Archivi sulla colonna di destra oppure da “Cerca”, scrivendo il nome dell’Autrice). Diciamo che l’argomento è di attualità, non solo perché sono usciti questi libri che rivalutano meritoriamente gli studi classici, ma perché il dibattito è vivo anche sui social come Facebook (dove vi sono vari gruppi di discussione), sui giornali e su molti siti web, in cui le sorti del latino e del greco sono giustamente analizzate in parallelo con l’andamento nazionale delle iscrizioni al Liceo Classico, che da quest’anno finalmente – forse anche per merito del dibattito di cui dicevo – sembrano finalmente in ripresa.
Il libro di Gardini, pur proponendosi lo stesso fine di quello della Marcolongo, ha un’impostazione diversa e secondo me più efficace: mentre infatti la studiosa insiste di più sugli aspetti formali della lingua greca (il valore del medio, ad esempio, o quello dell’ottativo, oppure l’aspetto del verbo), rivelandone le peculiarità e mettendo in evidenza gli aspetti psicologici e sociali che tali fenomeni rappresentano, Gardini effettua sul mondo latino un’indagine eminentemente letteraria, facendo comprendere come gli scrittori romani siano stati veramente i padri del nostro tempo e come la loro sensibilità di fronte alla realtà circostante sia stata di una straordinaria qualità e spessore. Analizzando gli scritti dei principali poeti e scrittori della classicità romana, l’Autore ne coglie l’essenza e soprattutto l’eredità formale e sostanziale che hanno lasciato nelle letterature ed in generale nella cultura del mondo moderno. Sotto questo profilo, per me che ho sempre studiato e approfondito più gli aspetti letterari che quelli linguistici delle civiltà classiche, l’analisi di Gardini appare particolarmente illuminante e capace di avvicinare al mondo antico anche coloro che finora non ne sono mai stati attratti. Sono queste persone, soprattutto, che dovrebbero leggere il libro, più di coloro che da sempre sono convinti dell'”utilità” degli studi classici. E’ però un termine, questo, da collocare tra virgolette, perché il concetto di “utile” è profondamente frainteso in questa nostra società. Su questo ci sarebbe da svolgere un discorso piuttosto lungo, e quindi in questa sede preferisco soprassedere.
Riporto qualche esempio, tratto da questo libro, che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Nel cap.8 l’Autore parla della prosa di Cesare, soffermandosi soprattutto su alcune sue pagine di ingegneria, quelle in cui descrive la costruzione, pezzo per pezzo, del ponte sul Reno, il grande fiume che separa la Gallia (l’attuale Francia) dalla Germania: qui egli rileva, con grande acume, che questa descrizione “mette in scena simbolicamente il lavoro stesso della lingua”, che è anch’essa assemblaggio di elementi diversi (ciò che chiamiamo sintassi) in vista di una certa funzione, e quindi la costruzione del ponte è in pratica una metafora della lingua stessa. Molto interessante è anche il cap. 11, dove i procedimenti compositivi adottati da Virgilio nell’Eneide ci rivelano appieno qual era il concetto romano dell’originalità, che non consisteva, secondo il pregiudizio romantico, nel non assomigliare a nessuno, ma nell’aggiungere o togliere qualcosa da ciò che era già stato scritto da altri (Ennio, Lucrezio, Catullo); ed è proprio questo “qualcosa” che ci dà la misura della grandezza artistica del poeta mantovano, in cui “la ripresa sistematica di espressioni, vocaboli o ritmi avviene perché certe espressioni, vocaboli e ritmi appaiono eccellenti, perfetti, perfino assoluti, e dunque possono significare, anche fuori dal contesto che li ha prodotti, qualunque nuovo significato possano assumere.”

Gardini ci regala ottime osservazioni anche nei confronti di altri autori (Seneca, Orazio, Sant’Agostino ecc.) che non posso però qui riprodurre per non allungare indefinitamente l’articolo, un semplice post di un blog. Dirò soltanto che il filo conduttore che informa di sé i 22 capitoli del libro è l’importante tema della memoria, cioè tutto quel che concerne le riprese dirette, le allusioni, le corrispondenze ideali tra un poeta o uno scrittore ed i suoi predecessori. E’ un argomento questo che, analizzato per la prima volta nel mondo classico dal grande filologo Giorgio Pasquali, ha ricevuto in seguito una messe di buoni studi ma che ancora, per la sua vastità, deve essere esplorato a fondo.
Dobbiamo essere grati, in questo sciagurato periodo storico in cui la cultura diviene sempre più la Cenerentola della società, a studiosi come la Marcolongo, Gardini ed altri che si sono prodigati nella difesa delle discipline umanistiche e del latino e del greco in particolare. Forse proprio per loro merito qualcosa nella coscienza civile comincia a risvegliarsi, qualcuno comincia a comprendere che l’inglese e l’informatica non debbono essere gli unici idoli da adorare, ma che occorre invece un pieno recupero di quella tradizione umanistica che ha fatto del nostro Paese, per molti secoli, il faro culturale del mondo intero.

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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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Esame di Stato 2017: errori e incoerenze del MIUR

Le contraddizioni e le incoerenze del Ministero dell’istruzione in materia di esami di Stato e di concorsi sono a tutti note, tanto che c’è appena la necessità di ricordarle, e del resto ne ho parlato in alcuni post degli anni precedenti. Quest’anno però, in particolare nei Licei Classico e Scientifico, si sono verificate ulteriori incoerenze che dimostrano l’assoluta incompetenza dei funzionari ministeriali per quanto attiene al funzionamento effettivo del nostro sistema scolastico. Al Liceo Classico si attende da anni la riforma della seconda prova scritta, perché è noto a tutti che la traduzione pura e semplice di un unico brano imposto dal Ministero e non ben calibrato dal punto di vista della difficoltà è ormai un esercizio pressoché inaccessibile alla maggior parte degli studenti; avvverrà così, come già è ampiamente attestato in tanti licei, che la “versione” sarà copiata da internet tramite cellulare oppure si troverà qualche professore compiacente che darà… un aiutino ai ragazzi (eufemismo per non dire che la farà al posto loro). Da anni molti di noi si sono attivati per ottenere una modifica di questa prova, ovviamente non sopprimendo del tutto il lavoro di traduzione, ma affiancandolo con domande di civiltà classica o storia letteraria, in modo da dare alla maggioranza degli studenti la possibilità di evitare il fallimento totale.
Oltre a questo problema irrisolto, quest’anno se n’è aggiunto un altro, mai verificatosi prima: l’italiano è materia affidata al commissario esterno per il secondo anno consecutivo, e ciò è insolito ma comunque prevedibile; la cosa più strana e controproducente, invece, è che per questa materia sono stati nominati commissari titolari nella classe A052 (materie letterarie, latino e greco). Ora, è cosa lampante e a tutti nota il fatto che i docenti della A052 insegnano normalmente nel triennio conclusivo del Liceo Classico soltanto latino e greco, mentre l’italiano è affidato di norma ai colleghi della classe A051. E’ vero che chi è di ruolo per la A052 è abilitato anche per l’insegnamento dell’italiano, ma quasi sempre lo insegna soltanto al biennio, e non ha quindi una preparazione e un’esperienza tali da consentirgli di ricoprire in modo dignitoso e autorevole la funzione di commissario esterno, perché il programma delle classi quinte (la letteratura dei secoli XIX e XX e il Paradiso di Dante) va conosciuto in modo appprofondito per poter sostenere la correzione degli elaborati d’esame ed il colloquio orale. Ciò provocherà (anzi ha già provocato) una marea di rinunce da parte dei docenti nominati come esterni per l’italiano, tranne quei pochi (come il sottoscritto) che hanno deliberatamente chiesto al proprio Dirigente di poter avere l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Classico. E da ciò nasce il caos delle sostituzioni e della ricerca dei sostituti da parte degli Uffici provinciali e delle scuole, con relativa perdita di tempo e di energie.
Un altro pasticcio il Ministero l’ha fatto al Liceo Scientifico, dove si attendeva da qualche anno la seconda prova scritta di fisica anziché la tradizionale di matematica. Dopo aver lasciato credere a tutti che tale sarebbe stata la prova, e dopo aver spedito alle scuole anche esempi di svolgimento di prove di fisica, il Ministero ha cambiato idea l’ultimo giorno utile (sembra per intervento dello stesso ministro Fedeli) e ha riproposto la prova di matematica, inserendo però la fisica tra le materie affidate al commissario esterno. Anche qui si è creato il caos, perché i docenti di matematica delle varie quinte sono impegnati come membri interni per le loro classi, e non possono quindi essere nominati come esterni per la fisica. Chi svolgerà quindi questo compito? Probabilmente i docenti del biennio, che insegnano solo matematica (o al massimo la fisica ma nel biennio), che quindi anch’essi – come i colleghi della classe A052 al Classico – non hanno in genere la necessaria conoscenza di un programma complesso e da poco rinnovato qual è quello della fisica nelle classi terminali dello Scientifico.
Queste che ho trattato sono le due cialtronerie fatte dal Ministero di cui io sono a conoscenza, ma certamente ci saranno anche altre incoerenze e contraddizioni, alle quali purtroppo siamo abituati. La sensazione che io ho di questa situazione è che al Ministero dell’istruzione s’intendano di tutto fuorché di didattica, e che la burocrazia irrazionale, oggi aiutata e peggiorata anche dall’informatica, la faccia da padrona. Ritengo quindi vero ciò che molti da tempo stanno pensando: che se il sistema scolastico italiano si regge ancora in piedi il merito di ciò sta nella buona volontà e nel grande impegno di molti docenti, i quali sono ormai avvezzi a “tappare i buchi” fatti da altri e continuare a tirare la carretta per non veder crollare tutto l’edificio. Speriamo che ci sia sempre chi ama questa professione al punto da farne una missione, sopportando così tutte le cialtronate e gli errori che vengono dall’alto. Ma la pazienza ha un limite, e questo limite per molti è sempre più vicino.

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La competizione tra gli studenti

Nonostante tutte le leggi e le norme egualitarie che si sono succedute negli ultimi quarant’anni, che tendono a proteggere i più deboli e ad evitare la competitività tra gli studenti, spiace constatare che anche oggi per molti di loro la scuola è una “gara” a chi ottiene i migliori risultati, o meglio i migliori voti, senza tener conto dell’effettivo livello di conoscenze e competenze che c’è dietro le valutazioni. L’attaccamento al voto, spesso ritenuto l’unico traguardo per cui valga la pena studiare, è fortissimo nella nostra scuola ed accomuna studenti e genitori. E francamente da questi ultimi, dato che sono in un’età più matura dei loro figli, ci si attenderebbe una disamina più obiettiva dell’attività didattica, che tenesse conto anche della qualità delle conoscenze trasmesse dai docenti ai loro figli e non solo dei numeri con cui vengono valutate le loro prestazioni. E’ significativo, a tal proposito, il colloquio scuola-famiglia, che normalmente viene tenuto una volta a quadrimestre: in teoria i genitori sembrano disposti ad apprezzare maggiormente i docenti che s’impegnano e che offrono un livello qualitativo elevato di insegnamento ma poi, dopo qualche divagazione o discorsetto generale, la lingua batte sempre sullo stesso punto: “Ma che voti ha mio figlio?”, “Potrà rimediare?” “Ce la farà a fine anno?”. “Sa, lui (o lei) sarebbe contento di vedersi gratificato con un buon voto, perché studia tanto…”, e altre amenità del genere. Questo è ciò che interessa veramente i genitori, non altro; e che ciò sia vero si evince con chiarezza dal fatto che le proteste dei familiari degli studenti contro i docenti non sono quasi mai rivolte contro quelli poco preparati nelle loro discipline o didatticamente inefficaci, ma contro coloro che giustamente assegnano anche voti bassi, perché non è garantendo a tutti la sufficienza che si crea una scuola efficiente; anzi, così facendo si danneggiano gravemente gli studenti stessi, perché li si illude di avere qualità e conoscenze che non hanno e li si predispone a gravi delusioni nel momento in cui il prosieguo degli studi o il mondo del lavoro li metteranno di fronte alla dura realtà.
Il mito del bel voto, d’altro canto, è comprensibile in una società materialista e superficiale come quella di oggi, dove le apparenze contano molto più della sostanza: poiché infatti ciò che appare all’esterno di un curriculum scolastico sono i voti, è chiaro che sono questi ad assumere l’importanza maggiore sia per gli studenti, che con i buoni voti si sentono gratificati ed in pace con la loro coscienza, sia per i genitori che possono così tenere alto il prestigio della famiglia e vantarsi con amici e parenti di avere un figlio o una figlia “bravi”. L’aspetto più negativo della cosa, in sé già abbastanza squallida, è però il fatto che molti studenti, imbeccati dall’ambizione dei genitori, non vogliono soltanto avere buoni voti, ma averli in ogni caso migliori di quelli dei compagni e delle compagne, percependo ancora la scuola non come un luogo dove ciascuno riceve una propria formazione da utilizzare nella vita, ma come un’arena dove si gareggia a chi arriva primo, a chi è più bravo, dove la soddisfazione personale per la propria prestazione è tanto maggiore quanto i propri risultati sono migliori di quelli altrui. Sotto questo profilo bisogna dire che ben poco è cambiato rispetto ai tempi miei, perché anche allora c’era competitività tra i ragazzi, fomentata purtroppo dagli insegnanti stessi che proponevano addirittura “gare” di grammatica, matematica, storia ecc., gare a cui ricordo di aver partecipato anch’io alla scuola elementare e media. Ma quegli insegnanti non avevano colpa, perché allora si pensava che fosse giusto così. Poi arrivò il Sessantotto e fece di tutto per eliminare questa competitività, anche se lo fece in modo errato, cioè con l’egualitarismo assurdo del “sei politico”. Ma il problema non fu mai superato, se è vero che ancor oggi, a distanza di tanti anni, riemerge questo meccanismo perverso che collega l’autostima personale dello studente ai voti ottenuti ed al confronto con i compagni. E anche qui la colpa è spesso dei genitori, i quali non si accontentano dei buoni voti, ma pretendono anche che i loro figli siano “i primi della classe”, senza sapere che spesso accade che i primi a scuola diventino poi gli ultimi (o quasi) nella vita.
La mentalità competitiva è fortemente deleteria, perché da chi è affetto da questa patologia la cultura stessa non viene più considerata un arricchimento personale, bensì uno dei vari strumenti per prevalere sugli altri, per riaffermare la propria personalità a danno altrui. Con questi presupposti non si arriva mai a valutare a fondo l’importanza delle conoscenze personali, le quali debbono concorrere a formare una personalità libera, un pensiero autonomo, non persone che vivranno sempre con la sindrome dei concorrenti dei quiz televisivi. Ognuno deve studiare per sé, per quello che la cultura rappresenta a livello personale, non per il voto alto o per il primo posto nella classe. A che servirà un’alta valutazione all’esame di Stato, dico per fare un esempio, se dietro quel voto ci sarà il nulla, come avviene in quelle scuole dove i voti alti ed altissimi vengono regalati a chi non li merita solo per far fare bella figura all’Istituto e ai docenti?
Il problema potrebbe essere superato se si affrontasse lo studio con una forma mentis analoga a quella con cui si affrontano certe gare sportive. Nelle discipline a carattere individuale (penso all’atletica leggera) ogni atleta scende in pista per migliorare se stesso, per raggiungere sempre obiettivi più alti, a prescindere dagli altri concorrenti. Così almeno dovrebbe essere; altrimenti un atleta che si sia qualificato per la gara olimpica dei 100 metri piani avendo raggiunto a malapena il limite stabilito, con quale spirito andrebbe a gareggiare sapendo che a quella gara partecipa il primatista mondiale Usain Bolt ed altri campioni? Se l’unico scopo della partecipazione alle Olimpiadi fosse quello di vincere la gara, allora il nostro atleta dovrebbe starsene a casa, perché non ha oggettivamente nessuna probabilità di battere Bolt e gli altri fuoriclasse. Eppure gareggia ugualmente, perché la sola partecipazione è per lui un grande onore, e soprattutto perché vuole migliorare se stesso, pur sapendo che difficilmente andrà oltre le batterie dei 100 metri piani. Lo stesso spirito dovrebbero avere gli studenti, e soprattutto le studentesse che sono più aggredite dei maschi da questo virus della competitività: frequentare una scuola è come fare una gara sì, ma con se stessi, non con i compagni. Ogni conoscenza acquisita in più, ogni miglioramento del proprio metodo di studio, ogni problema superato sono traguardi importanti, che dovrebbero gratificare e aumentare l’autostima, perché è con il sacrificio quotidiano che ciascuno costruisce il proprio bagaglio di conoscenze e competenze da utilizzare poi nella vita futura. L’invidia e la malevolenza contro la compagna che ha preso un mezzo voto in più all’interrogazione non portano alcun vantaggio; finiscono anzi per svalutare totalmente l’azione didattica e l’apprendimento stesso, perché chi studia solo per il voto, senza provare interesse ed amore per ciò che studia, è destinato a non apprezzare nulla, a dimenticarsi tutto o quasi e a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Qualche volta essere egoisti, pensare a se stessi e non guardare cosa fanno gli altri può essere di aiuto; e poiché la nostra società è fortemente competitiva, non lasciarsi prendere da questo meccanismo – almeno negli anni della scuola – può essere un valido sistema per rivendicare a se stessi la propria libertà morale.

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Insegnare italiano: croce e delizia

Se l’insegnamento, in tutti i gradi di istruzione e in tutte le discipline, comporta un impegno continuo e stressante da parte di chiunque intenda svolgere seriamente il proprio dovere, tanto più questa caratteristica si riscontra in chi insegna italiano, ed in particolare nell’ultima classe dei Licei e di tutti gli altri istituti superiori. Non so quanti saranno in sintonia con questa mia affermazione; da parte mia, però, posso dire in tutta sincerità che in tutti i miei anni di servizio precedenti, in cui insegnavo soltanto il latino ed il greco (appartengo alla classe 52), non ho mai fatto tanta fatica e non sono stato mai così stressato come in quello corrente, quando alle discipline classiche si è aggiunto l’italiano in una classe terminale, da portare all’esame di Stato. Ho compiuto il ciclo triennale completo dell’italiano con questa classe, che avevo anche nei due anni precedenti, e già mi ero accorto che la letteratura italiana, bellissima e affascinante senza dubbio, richiede però al docente un impegno comunque gravoso; ma mentre in terza ed in quarta il carico di lavoro è sopportabile, in quinta diventa un fardello pesantissimo, considerata l’enorme vastità del programma e del tempo a disposizione, assolutamente insufficiente, per svolgerlo in modo dignitoso.
Già la letteratura dell’800 è sterminata, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: autori come Foscolo, Leopardi, Manzoni e Verga già da soli sarebbero più che sufficienti per impegnare un intero anno scolastico, considerato anche che alla trattazione teorica del loro pensiero e delle loro opere deve sempre aggiungersi la lettura antologica, effettuata in classe, dei capitoli, dei passi e delle poesie più importanti. I movimenti letterari come il Romanticismo, il Verismo, il Decadentismo necessitano anche di un’adeguata introduzione storica, ché altrimenti non vengono adeguatamente compresi; e anche per questo ci vuole del tempo. Ci sono poi i cosiddetti “minori”, che poi tanto minori non sono e vanno comunque trattati o almeno accennati, con tanto di letture antologiche. E come se ciò non bastasse, va detto che il tempo disponibile non può essere dedicato tutto alla trattazione dei vari argomenti ed alle letture: ci sono anche le verifiche, che in una classe numerosa portano via molte ore, in qualunque modo si vogliano effettuare.
Ma il vero problema del programma di italiano si presenta con la letteratura del ‘900, quando il numero dei movimenti letterari e degli autori, pur se meno titanici di quelli dell’800, si moltiplica. Attualmente (e siamo praticamente già a maggio) sto parlando di Pirandello, un autore a me molto gradito e sul quale sarebbe necessario restare un po’ di tempo, diciamo due settimane; ma allora quando mai avrei la possibilità di trattare anche le opere di Svevo, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo ed altri ancora? Sarò costretto, come tanti altri colleghi, a correre per poter includere nel programma gli autori citati qui sopra, con i quali temo che il programma stesso dovrà chiudersi, quando ci sarebbero invece tante altre voci da trattare, da Tozzi a Moravia, da Tomasi di Lampedusa a Pasolini, tanto per citarne alcuni che credo abbiano lasciato un’impronta indelebile nella cultura del loro tempo. Ma tanti altri ce ne sarebbero, che non potremo nemmeno nominare, e di ciò mi dispiace alquanto, anche perché non vedo alcuna soluzione accettabile al problema. C’è chi parla di “tagli” da fare per agevolare il percorso ma io, che ho sempre fatto del senso storico uno dei cardini della mia impostazione didattica, non vedo come si possa parlare di Manzoni senza parlare prima di Foscolo, come si possa trattare Tasso se prima non si è trattato l’Ariosto, e così via. Sta di fatto che il problema mi grava sulla testa come un macigno; e dire che ho chiesto io l’insegnamento dell’italiano, sia per ampliare la mia cultura sia per fare qualcosa di diverso dai soliti programmi, pur bellissimi, di letteratura latina e greca, che ho svolto ininterrottamente per trentacinque anni.
L’insegnamento dell’italiano in un triennio superiore, come ho potuto constatare sulla mia pelle, è gravoso e impegnativo anche per quanto concerne la preparazione e la correzione degli elaborati scritti. Ai miei tempi il professore ci dava la scelta tra due temi, uno di letteratura e l’altro di attualità, le cui tracce si riassumevano in poche righe; adesso preparare un compito di italiano è invece complicatissimo, perché occorre anzitutto trovare un passo poetico o prosaico adatto per l’analisi del testo, corredato oltretutto da una griglia di richieste ben precise, ed inoltre, cosa ancor più gravosa, preordinare il cosiddetto “saggio breve” o articolo di giornale. Per realizzare un’opera del genere bisogna anzitutto pensare ad un argomento che non sia banale ma al tempo stesso adatto agli studenti di quella età, e poi corredare l’argomento stesso con una serie di testi di autori diversi e di diverse epoche, il cui pensiero sia però collegabile mediante un “filo rosso” che consenta allo studente di sviluppare un ragionamento organico e coerente. E qui affermo, senza esagerare, che un pomeriggio intero spesso non è sufficiente per preparare lo schema delle tracce da presentare per il compito; a ciò si aggiungono, com’è facilmente intuibile, altri due o tre pomeriggi per la correzione dei vari elaborati, alcuni dei quali sono oscuri nell’interpretazione di alcune parti oppure scritti con una grafia quasi illeggibile, il che consuma gli occhi del docente, oltre che logorarne la mente già notevolmente stressata.
Per un docente laureato in lettere classiche e da sempre dedito all’insegnamento delle lingue e letterature latina e greca, persona che solitamente conosce sì la letteratura italiana ma non è uno specialista in questo campo, questa disciplina rappresenta una fatica incommensurabile, che finisce per occupargli tutto o quasi il tempo libero. Resta però la soddisfazione di poter ampliare in tal modo i propri orizzonti culturali, prima un po’ troppo limitati al mondo antico, e di poter operare continui e affascinanti confronti tra la cultura classica e quella moderna. Tenendo conto di ciò, ed a parziale ritrattazione di quanto scritto prima, affermo qui di non essermi mai pentito di aver deviato un po’ dal mio insegnamento tradizionale per assumere anche quello dell’italiano, materia splendida e affascinante com’è la nostra letteratura, senz’altro la più bella del mondo. Nonostante i sacrifici, quindi, il gioco vale la candela.

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I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

Mi ricordo che molto tempo fa, i primi miei anni di insegnamento, il rapporto con i genitori degli alunni era diverso da oggi, soprattutto perché erano diversi loro: molto più obiettivi di adesso, non facevano se non raramente gli avvocati difensori dei figli, ma cercavano di collaborare con il docente affinché l’azione educativa andasse a buon fine, almeno nella maggior parte dei casi. Ma ciò che me li fa preferire rispetto a quelli di adesso è il fatto che a quei tempi (parlo di circa 30 anni fa, più o meno) i genitori erano in grado di valutare la professionalità e la validità didattica degli insegnanti dei propri figli, e ciò si manifestava tanto in una critica anche aspra verso i docenti mediocri quanto in una giusta gratificazione di coloro che sapevano ben svolgere la loro professione, con entusiasmo e competenza. E ciò avveniva non perché le famiglie di un tempo fossero più acculturate di quelle attuali, ma in virtù di una diversa concezione della scuola, che non doveva essere un parcheggio quinquennale per ragazzi svogliati e demotivati, ma una palestra di vita, in grado di fornire una formazione ed un metodo di studio e di autonomo ragionamento che servisse poi per la vita. Chi di noi continua a ricevere riconoscimenti, anche a distanza di tanti anni, da parte di ex alunni adesso diventati a loro volta genitori, comprende ciò che voglio dire.
Nel periodo attuale, come spesso ho constatato in questo blog, la scuola è profondamente cambiata, ha assunto i caratteri di un’azienda da collocarsi sul mercato come una qualunque ditta produttrice di automobili o di merendine; quindi è l’esteriorità, la facciata che è passata in primo piano, la forma al posto della sostanza. Oggi le scuole considerate più moderne e più in “vogue” sono quelle dove si svolgono molte attività parascolastiche come gite, settimane bianche, progetti vari ecc., e dove alla fine dell’anno scolastico si distribuiscono voti alti e si fanno registrare promozioni di massa, necessarie perché altrimenti si offusca l’immagine della scuola “efficiente” e moderna, con il rischio che le iscrizioni diminuiscano se si fanno le cose con la necessaria equità. Così l’attività didattica vera e propria, che dovrebbe essere il cardine ed il vanto di ogni istituzione scolastica, passa in secondo piano, ed anzi viene vista quasi come un ostacolo allo svolgimento di tante elette e avveniristiche attività. Ciò corrisponde, del resto, all’imbarbarimento sempre più visibile nella società di oggi, dove trionfano l’ignoranza, l’approssimazione, la volgarità: basta accendere la tv per rendersi conto che la cultura, attualmente, è considerata quasi un orpello inutile in un mondo dove vigono soltanto le leggi dell’economia e del mercato, un passatempo per i disadattati che non si sanno adeguare ai tempi che vivono.
Così, per tornare all’argomento iniziale, è profondamente mutata anche la mentalità dei genitori che vengono a conferire con i docenti dei loro figli. Anche in questo ambito l’esteriorità svolge ormai il ruolo principale: a poche persone interessa la professionalità, la competenza e la preparazione del docente, ciò che è fondamentale è che il figlio o la figlia abbiano buoni voti e che quindi sia possibile per i loro familiari mantenere alto all’esterno il “decoro” della famiglia; altrettanto importante è che gli studenti non vengano gravati da un soverchio carico di studi perché devono avere il tempo necessario per fare sport, uscire con gli amici e soprattutto per sprecare tante ore sui social network o sui videogiochi, altrimenti rischiano di essere esclusi dal gruppo e non essere più quindi “al passo coi tempi”. I docenti che subiscono critiche e contestazioni, quindi, non sono quelli che lavorano poco e male (non numerosi in realtà, ma qualcuno c’è sempre, in ogni scuola) ma quelli che non sono disposti a regalare voti alti a chi non li merita e coloro che richiedono agli alunni un impegno costante, necessario per abituarsi ad entrare veramente nella vita da adulti, quando il mondo dorato degli ozi giovanili finirà ed i ragazzi si troveranno di fronte una realtà diversa da quella attuale.
Io sono reduce da un intero pomeriggio (cinque ore) trascorso nei colloqui con i genitori dei miei alunni, quindi colgo l’occasione per notare ciò che vedo e puntualizzare le differenze con i primi lontani anni della mia esperienza professionale. Ciò che per loro conta in modo quasi esclusivo, come sopra detto, sono i voti ottenuti dai figli: se questi sono buoni, se ne compiacciono e si mostrano orgogliosi dei risultati raggiunti, ma ben di rado ne attribuiscono il merito anche al professore; se sono mediocri, si preoccupano generalmente non di trovare il modo di migliorarli, ma chiedono con trepidazione se il figlio “ce la farà” al termine dell’anno scolastico, una domanda cui oltretutto nessun professore può rispondere, perché la decisione circa l’esito dello scrutinio finale è collegiale, di tutto il Consiglio di classe, e non dei singoli docenti. Se poi l’andamento didattico è proprio negativo, allora viene addotta una serie di giustificazioni che escludono quasi sempre le cause vere dell’insuccesso scolastico, ossia la mancanza di impegno oppure di capacità o attitudini per quel particolare indirizzo di studi: la colpa è dell’emotività, del timore che il ragazzo ha dell’insegnante (così la colpa viene scaricata su quest’ultimo), di situazioni familiari, problemi di salute e chi e ha più ne metta. E’ rarissimo il caso che un genitore riconosca le responsabilità del figlio nei suoi insuccessi; la colpa è sempre della scuola e dei professori, che avrebbero preso in odio un ragazzo (chissà perché poi?), lo avrebbero disamorato e demotivato allo studio provocandone poi la bocciatura, vista ancora come una gravissima disgrazia, una vera e propria catastrofe. Una visione delle cose, questa, che si spiega con le dinamiche della società attuale, basata sull’esteriorità e sul falso ideale del successo a tutti i costi, per cui l’idea dell’insuccesso scolastico appare come qualcosa di insostenibile, di vergognoso, di disonorevole. Questo pregiudizio impedisce quindi la giusta disamina della situazione, che sarebbe invece il pensiero opposto: se un alunno riporta continui insuccessi significa che non è adatto per quel percorso di studi, quindi farebbe bene a cambiare e sceglierne un altro più consono alle sue attitudini; oppure, in caso di non ammissione alla classe successiva, ciò dovrebbe costituire un punto di partenza per ricostruire in forma più proficua il proprio curriculum di studi. Ma quasi mai questi principi vengono compresi ed attuati, e così il dialogo tra docenti e genitori si trasforma spesso in una lamentosa nenia dove si fa di tutto per giustificare lo svogliato e l’incapace e dove si perde completamente la giusta immagine della realtà scolastica e delle vere funzioni dell’istituzione educativa.

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Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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Le interrogazioni: come condurle?

Un altro post sulla scuola, uno dei tanti. Qui vorrei parlare di come a mio giudizio si dovrebbero condurre le verifiche sulla preparazione degli alunni nella scuola superiore. Premetto che a mio parere la classica interrogazione nostrana, con il prof. che fa le domande e lo studente che risponde, è infinitamente migliore, dal punto di vista dell’accertamento delle conoscenze e della formazione personale, rispetto agli sterili test a crocette che usano all’estero e che purtroppo trovano tanti estimatori anche da noi: anzitutto questi test si possono copiare facilmente o affidarsi alla fortuna crocettando a caso, ma poi in tal modo lo studente non impara mai a parlare, ad esprimersi, a costruire un ragionamento autonomo che gli sarà indispensabile nella sua vita futura. Detto questo, passiamo a trattare la parte operativa dell’argomento.
In un altro post di qualche anno fa (2013) discussi sull’opportunità di programmare o meno le verifiche in accordo con gli studenti ed espressi il mio parere favorevole, perché in certi periodi dell’anno scolastico (come ad es. a chiusura di quadrimestre), se i ragazzi non sapessero quando e da chi saranno interrogati, non riuscirebbero a organizzare il loro lavoro e rischierebbero di perdere il lume della ragione di fronte alla possibilità di essere interrogati in tre o quattro materie nello stesso giorno. Quindi io mi dichiarai allora, e mi dichiaro anche adesso, favorevole al cosiddetto “volontariato” ed alla pianificazione delle verifiche, restando inteso però che lo studente verrà interrogato su tutto il programma svolto fino a quel giorno e non solo sugli ultimi argomenti. Quando espressi questa convinzione ebbi dei commenti negativi, soprattutto da parte di persone che non vivono la realtà della scuola e hanno in mente la figura dello studente ideale, non quella reale che vediamo tutti i giorni. Lasciamo comunque perdere questo argomento e veniamo a parlare di come svolgere, nella pratica, un’interrogazione. Ovviamente anche adesso io esporrò il mio metodo e le mie convinzioni, senza pretendere di insegnare o di imporre nulla a nessuno; chi troverà utili questi consigli li potrà seguire, se vorrà, gli altri potranno controbattere e magari comunicarmi le loro ragioni inviando un commento a questo articolo, dato che me ne arrivano molti meno di quanti ne gradirei.
Vanno assolutamente evitate, secondo me, due abitudini ancora abbastanza diffuse, quella cioè di interrogare l’alunno facendolo restare seduto al suo banco e quella di verificare più alunni insieme (le cosiddette interrogazioni di gruppo, tanto di moda negli anni ’70 dello scorso secolo): nel primo caso, infatti, i suggerimenti da parte dei compagni vicini sono molto facili da comunicare e quindi le risposte possono non essere autentiche; nel secondo invece, quando si sentono più studenti contemporaneamente, è difficile stabilire poi, in sede di valutazione, chi ha risposto meglio e chi peggio, chi era più preparato e chi meno, perché si rischia di attribuire a Tizio ciò che ha detto Caio e viceversa.
La prova di verifica, a mio giudizio, deve essere sempre individuale. L’alunno va interrogato alla cattedra facendolo accomodare sulla sedia che si è portato dal suo banco, giacché lo stare in piedi è scomodo e non aiuta a creare un clima sereno. I compagni vanno tenuti a debita distanza e avvertiti che eventuali suggerimenti saranno interpretati come risposte non date e potranno comportare provvedimenti a loro carico. Le domande debbono essere espresse in modo chiaro, con volto sereno, senza che il docente mostri fastidio o addirittura disappunto di fronte ad esitazioni o a risposte non pertinenti. La prima cosa da fare è mettere lo studente a proprio agio e non farlo sentire come se fosse davanti ad un ufficiale dei carabinieri o di polizia; la verifica deve essere un colloquio, uno scambio di idee e non deve crearsi tensione o peggio terrore di fronte alla prova da sostenere. Se l’alunno si emoziona, cosa che succede spesso, il docente deve cercare di fargli animo e magari modulare il tono della voce e porre la domanda con altri termini, perché in caso contrario l’ansia può aumentare e provocare addirittura un blocco psicologico con conseguente “scena muta”. Se l’alunno non risponde alle domande e si mostra impacciato non sempre ciò dipende dalla mancanza di studio e di impegno; qualche volta è l’emotività che lo blocca, pur dovendosi ricordare che questo può essere anche un espediente che studenti e genitori usano per giustificare una prova andata male. Sta al buon docente accorgersi se veramente il ragazzo o la ragazza sono in difficoltà emotive oppure fingono di emozionarsi perché non hanno studiato.
Ho già detto che le domande vanno poste in modo chiaro e magari ripetute con termini diversi se non comprese alla prima, senza spazientirsi o formulare ingiuste accuse. Mentre lo studente parla occorre seguirlo e cercare di interpretare quel che vuol dire, anche se non si esprime nei termini più adatti. Non è opportuno interromperlo continuamente, perché ciò lo disorienta e gli fa perdere, come si dice, il bandolo della matassa; è invece opportuno lasciarlo parlare, fermandolo solo se si sta insabbiando da solo (cosa che succede spesso) o se sta dicendo fischi per fiaschi, correggendolo opportunamente e rimettendolo sulla giusta via. Cenni di assenso in caso di risposta positiva rinfrancano l’alunno e lo fanno sentire a suo agio; in caso invece di andamento non brillante, è opportuno certamente correggere gli errori, ma non nel modo in cui Quintiliano parla di certi maestri, i quali, a suo dire “rimproverano con astio, come se odiassero”. Anche in caso di esito negativo della verifica, dunque, è assolutamente necessario non usare rimproveri aspri, né commentare sfavorevolmente l’accaduto, perché questo danneggia l’autostima dei ragazzi e rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Basterà il voto non buono a responsabilizzare l’alunno e fargli comprendere che avrebbe dovuto studiare di più e meglio: inutile infierire o mostrarsi disgustati, perché ciò non aiuta nessuno a far progressi.
Il voto va attribuito con assoluto senso di giustizia, senza privilegiare né penalizzare nessuno, e soprattutto senza prevenzioni: non è detto che l’alunno Caio, abitualmente brillante, debba sempre prendere voti alti: se non va bene, un otto può benissimo scendere ad un quattro; ma per la stessa ragione non è detto che l’alunno Tizio, abitualmente mediocre, non possa migliorare e passare da un quattro ad un otto, ad esempio. La prevenzione che certi docenti hanno, buona o cattiva che sia per i propri allievi, è sempre sbagliata. In ogni caso un voto negativo non va mai, e dico mai, presentato all’alunno come un fallimento personale: quella è una mera valutazione di una singola prova, che può cambiare benissimo e migliorare, non è un giudizio sulla persona. Nulla è peggiore infatti dell’abbattimento e della perdita di autostima, che nell’età adolescenziale può essere deleteria e rovinare la vita anche sotto altri aspetti.
Io ho sempre cercato di regolarmi in base ai principi qui esposti e ho sempre messo nel mio lavoro tutta la buona volontà, nell’arco dei quasi 40 anni del mio insegnamento liceale. Ciò ovviamente non vuol dire che non abbia mai sbagliato o che non possa sbagliare ancora; ma  sono convinto che l’importante, nella docenza come in tutte le altre attività umane, sia cercare di fare del proprio meglio e lasciarsi guidare da criteri di onestà e di giustizia. Quando si è tranquilli con la propria coscienza la vita è certamente migliore; saranno poi gli altri a giudicarci, possibilmente con pari equanimità.

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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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Le materie dell’esame di Stato 2017

IL mio collega ed amico Paolo Mazzocchini, docente delle mie stesse discipline, mi ha mandato un commento all’ultimo articolo pubblicato qui sul mio blog, in cui mi chiede cosa pensi delle materie che il Ministero dell’istruzione ha scelto per l’esame di Stato del Liceo Classico del prossimo giugno. Anziché rispondergli nella sezione dei commenti preferisco dedicare all’argomento questo nuovo post, vista anche la discussione in proposito che si è scatenata su Facebook e forse anche su altri “social”.
Premetto che anch’io, come Paolo, sono rimasto perplesso di fronte alla mancata alternanza tra docenti interni ed esterni: l’italiano infatti è stato affidato anche quest’anno, come l’anno scorso, al docente esterno, mentre noi di latino e greco dobbiamo ricoprire di nuovo il ruolo di membri interni. La cosa è un po’ strana, non perché non sia legalmente ammissibile, ma perché dal 1999 ad oggi non era mai stata fatta (almeno a quanto io ricordo); la decisione del Ministero, pertanto, è stata quella di affidare agli esterni tre discipline considerate fondamentali, e cioè italiano, matematica e inglese, che saranno anche oggetto della prova Invalsi che gli studenti dovranno sostenere, prima dell’esame, a partire dal 2018.  Mazzocchini sospetta che dietro questa inattesa coincidenza delle tre materie affidate agli esterni con quelle della prova Invalsi si celi un occulto disegno di mettere in ombra le discipline caratterizzanti il liceo classico, cioè il latino ed il greco. Confesso che non ci avevo pensato, ma adesso questo suo commento attrae sull’argomento la mia attenzione, considerando anche che, come si dice, a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca. Del resto è evidente che da anni, da quando cioè esiste la funesta concezione aziendalistica della scuola, le discipline umanistiche sono viste da molte persone, anche con incarichi istituzionali, come inutili orpelli, o peggio come ostacoli alla formazione di quello che io chiamo il “pensiero unico”, ossia l’omologazione culturale che ci viene trasmessa attraverso la tv e gli altri organi d’informazione. Le materie umanistiche, come è noto, insegnano a riflettere, a pensare, a fare autonomamente le proprie scelte; in un mondo globalizzato quindi, dove è più utile chi obbedisce ai diktat anziché chi ragiona con la propria testa, queste discipline danno fastidio. Che ci si muova in questa direzione, del resto, lo dimostra il calo vistoso delle iscrizioni che, sia a livello nazionale che locale, si è verificato nei Licei Classici (nel mio, ad esempio, in dieci anni si è passati da tre ad una sola sezione); ed inoltre la volontà di procedere in questo senso si è manifestata anche nella continua pressione ministeriale a favore dell’inglese e dell’informatica, come se queste conoscenze fossero sufficienti a formare il perfetto cittadino, senza che debba perder tempo a tradurre delle lingue morte o a studiare le letterature del mondo classico. Che ci sia un accanimento contro il Liceo Classico è un’impressione che anch’io ho provato più volte, da quando l’ex ministro Berlinguer lanciò il progetto del “liceo umanistico” senza lo studio delle lingue antiche a quando, all’esame di Stato di alcuni anni fa, fu assegnata una versione di Aristotele praticamente intraducibile, che aveva tutto l’aspetto di un invito agli studenti a boicottare il Classico ed a scegliere altre scuole più “accessibili”.
Credo con ciò di aver risposto all’amico Paolo, dicendomi d’accordo con lui. Un altro aspetto però di queste materie scelte per l’esame mi preme sottolineare: che cioè l’italiano esterno del Liceo Classico sia stato affidato a docenti della classe 52 (Materie letterarie, latino e greco) anziché a quelli della 51 (Materie letterarie e latino), che quasi sempre insegnano italiano al triennio del Classico, mentre quelli della 52 lo insegnano quasi esclusivamente al biennio. Mi premerebbe sapere se si tratta di un mero errore materiale (e non sarebbe una novità, dato che in questi ultimi anni il Ministero ne ha fatti molti) oppure se veramente la letteratura italiana dell’800 e del ‘900 verrà richiesta da docenti che mai o quasi mai l’hanno insegnata. E poi c’è un altro dilemma: le domande di greco, nella terza prova ed all’orale, saranno formulate dal docente esterno di italiano o da quello interno di latino, visto che appartengono entrambi alla classe 52? Spero che in qualche modo il Ministero ci chiarisca il dilemma, perché se le cose restano così avremo all’esame due latinisti e grecisti, interno ed esterno, e nessun italianista, tranne il caso fortunato che uno dei due sia competente anche in letteratura italiana moderna e contemporanea; è vero infatti che per la classe 52 è previsto anche l’insegnamento dell’italiano ma questo, come ho detto, si esplica quasi totalmente al biennio, mentre all’esame di Stato il livello delle conoscenze letterarie richiesto è molto più elevato, senza contare la prima prova scritta dell’esame stesso. Staremo a vedere come finirà la cosa, ma per il momento dobbiamo dire che delle due l’una: o al Ministero sono incompetenti a tal punto da confondere le classi di concorso oppure c’è la volontà di imbrogliare gli affari semplici per danneggiare un indirizzo di studi, il Liceo Classico, che non è più nelle grazie di chi, a qualsiasi titolo, detiene una qualche forma di potere.

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Quid de novo examine censeam

Perdonatemi il titolo in latino, una deformazione professionale che deriva anche dalla necessità di variare un po’ l’intestazione di questi messaggi, che rischiano di assomigliarsi troppo tra di loro; in quanto all’esame di Stato poi, visti i numerosi progetti di cambiamento giunti dall’alto ed i vari articoli che vi ho dedicato, c’era davvero l’eventualità di ripetere un titolo già usato. Comunque niente paura: il senso della frase è “cosa io pensi del nuovo esame”, con sottinteso un verbo reggente come “mi chiedi”, “vuoi sapere” o qualcosa di simile.
Procedendo all’emanazione dei decreti attuativi della legge 107, il Governo ha inviato alle Commissioni parlamentari il regolamento circa le modifiche che saranno apportate, dal 2018, all’attuale esame di Stato della scuola secondaria superiore (un tempo detto “di maturità”). Tali norme si rendono opportune sia come verifica dei nuovi programmi introdotti con la riforma Gelmini, sia per la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che proprio l’anno prossimo giungerà a regime nel triennio dei vari licei e istituti tecnici e professionali. Su quest’ultimo aspetto della legge ho già detto tutto il male possibile, perché trovo assurdo che nei licei, scuole che tendono ad una formazione culturale teorica ed all’astrazione, si costringano i ragazzi a fare esperienze lavorative del tutto avulse dal loro corso di studi e che oltretutto, nella fattispecie quotidiana, creano grosse difficoltà ai docenti per lo svolgimento dei loro programmi: 200 ore in tre anni, in effetti, sono molte, e non è pensabile che possano essere effettuate tutte d’estate o fuori dall’orario scolastico. In ogni caso, a me hanno insegnato che quando una legge prescrive qualcosa è giocoforza obbedire, anche se si è contrari; quindi lascio perdere questo argomento ed entro nella sostanza del nuovo regolamento d’esame.
Come si svolgerà dunque la nuova “maturità”? Ci saranno due prove scritte anziché tre, con l’eliminazione della cosiddetta “terza prova”, ed un colloquio orale. A ciascuna di queste tre prove sarà assegnato un punteggio massimo di 20 punti, in modo da arrivare a 60; gli altri 40 punti che concorreranno al voto finale (espresso sempre in centesimi) saranno riservati al credito scolastico, cioè al punteggio che la scuola di provenienza attribuirà agli alunni sulla media dei voti degli ultimi tre anni di corso. Sembra che dal nuovo esame sparisca la cosiddetta “tesina”, cioè l’argomento personale, spesso coinvolgente più materie, che lo studente doveva preparare e con il quale si apriva il colloquio d’esame. Al suo posto i candidati dovranno svolgere, prima dell’esame, un test inviato dal Ministero (prova INVALSI) su tre discipline comuni a tutte le scuole (italiano, matematica e inglese), che dovrebbe concorrere alla determinazione del credito scolastico; durante il colloquio d’esame gli studenti, invece della tesina, dovranno presentare una relazione sulle esperienze lavorative svolte nel triennio, cioè sulla famigerata alternanza scuola-lavoro.
A parte quest’ultimo punto, sul quale resto fermamente contrario, per il resto i parametri valutativi del nuovo esame mi trovano abbastanza favorevole; ed è raro che ciò avvenga, dato che io sono facilmente portato alla critica destruens, come sa chi mi conosce. In particolare mi sembra positiva l’eliminazione di due componenti dell’attuale esame di dubbia utilità: la terza prova scritta, spesso consistente in un quiz scombinato su varie discipline in cui lo studente faceva fatica a raccapezzarsi e che sempre più assumeva i caratteri del nozionismo, e la cosiddetta “tesina”, che in molte occasioni risultava o scarsamente efficace e poco originale oppure, ancor peggio, copiata letteralmente o scaricata da internet. Togliendo questi due pesi il nuovo esame sarà più snello e razionale, sia per gli studenti che per i docenti. Altrettanto encomiabile, a mio giudizio, è l’elevazione dei punti destinati al credito scolastico, dagli attuale 25 a 40: questa operazione mi pare indispensabile, perché con la normativa attuale è molto frequente il caso in cui il candidato abbia all’esame risultati diversi da quelli che faceva registrare durante l’anno scolastico e ben noti ai suoi professori. Accadeva molto spesso, in altre parole, che lo studente bravo e diligente, presentato con un credito alto ma comunque limitato all’ambito del 25% del totale, si lasciasse prendere dall’emozione e rendesse all’esame meno del compagno svogliato e poco brillante che però, per un caso fortunato, si fosse sentito rivolgere domande proprio sui pochi argomenti di sua conoscenza. Con un peso così limitato del giudizio espresso dalla scuola, quindi, accadeva spesso che i risultati finali non fossero affatto corrispondenti alla scala dei valori effettivamente espressa dai Consigli di Classe, anche perché la commissione esaminatrice, formata in maggioranza da membri esterni, non conosceva gli alunni e si basava quindi quasi esclusivamente sul risultato delle prove d’esame. Certo, neppure così si avrà il rispetto dei valori effettivi, perché il punteggio del credito dovrebbe arrivare, a mio giudizio, almeno al 50% del totale; ma la situazione sarà certamente migliore di quella precedente e ci saranno meno malumori e proteste, da parte di studenti e genitori, di fronte ai tabelloni dei risultati conclusivi.
Giudizio positivo, quindi. Ma sull’esame di Stato ci sarebbe ancora molto da dire, soprattutto sul fatto che il suo svolgimento dovrebbe ritrovare quella regolarità e quella obiettività di giudizio che il senso civico di ciascuno di noi dovrebbe auspicare e cercare di realizzare. Finché ci saranno professori che, per mettersi in bella mostra e far fare bella figura a se stessi ed alla propria scuola, aiuteranno gli studenti in modo vergognoso, spesso comunicando loro in anticipo le domande che rivolgeranno o “passando” addirittura la traduzione di latino e gli esercizi di matematica della seconda prova, non andremo mai da nessuna parte. Inutile dare la colpa ai politici dello sfascio della scuola, inutile pretendere dagli altri correttezza ed onestà quando siamo noi (cioè alcuni di noi) a non rispettare quei principi fondamentali di convivenza democratica che pure dovremmo trasmettere ai nostri studenti. La legalità non è mai sbagliata, lo è invece la disonestà e la furberia di chi crede di poter impunemente calpestare leggi e istituzioni. Riflettiamoci con attenzione, e pensiamo anche al nostro ruolo di educatori; se siamo noi per primi a far passare ai ragazzi il messaggio per cui bisogna farsi furbi e trovare scorciatoie per realizzare i propri fini, non formeremo mai cittadini onesti e responsabili. Io credo che la cultura sia anche questo, anzi che sia soprattutto questa la funzione principale di ogni sistema educativo.

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Un altro effetto del pensiero unico

Prendo spunto per questo articolo da un recentissimo fatto di cronaca, che riguarda il tema generale della libertà di opinione ma che ha suscitato in particolare il mio interesse perché coinvolge il mondo della scuola. Ieri 14 gennaio si è saputo che un’insegnante di inglese del liceo “Marco Polo” di Venezia è stata addirittura licenziata dall’autorità scolastica per alcune frasi razziste, contro gli immigrati e i musulmani, che aveva scritto sul suo profilo facebook. Qui, a quanto si è saputo, ella avrebbe auspicato la morte di tutti i migranti sui barconi e la necessità di bruciare vivi loro ed i loro figli; e sembra anche, come se non bastasse, che abbia scritto anche frasi offensive contro l’ex capo del governo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ed altre perle di questo genere.
A scanso di equivoci di ogni sorta premetto e confermo che io non condivido affatto le affermazioni di questa collega, che non voglio giustificare in alcun modo e da cui mi dissocio totalmente. Il problema però, a mio avviso, è un altro, e cioè questo: è lecito licenziare una persona, cioè toglierle il lavoro ed in pratica emarginarla dalla società, soltanto perché ha espresso un’opinione? Io me lo chiedo e spero che qualcuno mandi commenti a questo mio scritto, perché il problema mi pare notevole e coinvolge non tanto il caso di una persona quanto il concetto stesso di democrazia che abbiamo nel nostro Paese. La nostra Costituzione, all’art. 21, sancisce la libertà di opinione, un principio sacrosanto che non si può circuire o vanificare come sta facendo oggi il pensiero unico che domina ormai, attraverso la televisione e gli altri organi di informazione. Ho detto altre volte cosa intendo quando parlo di pensiero unico: le idee dominanti nella nostra società, in base alle quali vengono diffusi principi di buonismo, di tolleranza, di uguaglianza sociale ecc., per cui è diventato praticamente obbligatorio essere d’accordo con l’accoglienza degli immigrati, con le nozze gay, con il prolificare nel nostro paese di religioni e culture diverse e spesso distanti dalle nostre. Chi si oppone a questo pensiero unico è immediatamente bollato con il marchio infamante di fascista, razzista, omofobo, egoista, cinico, un insieme di etichette dettate dal pregiudizio che tendono a mettere in cattiva luce, condannare moralmente ed isolare chiunque con si allinei con l’opinione che ci viene imposta dall’alto attraverso i media e i social oggi tanto in voga. E mentre fino a poco tempo fa questo processo di ghettizzazione avveniva solo a livello morale, attualmente si sta cercando di trasformarlo in una vera persecuzione sociale e persino giudiziaria: mi riferisco, ad esempio, alla legge che punisce penalmente il negazionismo sull’olocausto, o a quella contro l’omofobia che trasforma in un reato penale l’opinione di chi non gradisce i gay e le loro ostentazioni. L’esempio della professoressa licenziata perché contraria agli immigrati costituisce l’ultimo esempio di questo processo in atto.
A questo punto, per tornare all’argomento particolare dell’articolo, cerco di precisare un aspetto non irrilevante del problema. Nel provvedimento di licenziamento è detto che questa docente, con le sue frasi razziste, provocherebbe un danno al prestigio dell’istituzione scolastica. Non risulta però che questa persona abbia espresso idee di questo tipo durante le sue lezioni; le ha scritte sul suo profilo facebook, quindi al di fuori dell’ambiente di lavoro, e chi non vuole leggerle non è obbligato a farlo. Dov’è il danno all’istituzione scolastica? I suoi studenti hanno chiesto una conferenza stampa in cui, parlando un linguaggio che sa di vecchio sessantottismo (nominano il “collettivo” degli studenti ecc.) affermano che nella loro scuola il fascismo e il razzismo non debbono entrare; ma l’impressione che se ne ricava è che i ragazzi stessi siano stati condizionati da persone o messaggi della fazione opposta, o che comunque non abbiano neanche loro ben chiaro il concetto di democrazia. Sulla base dell’art. 21 della Costituzione il pensiero e le opinioni sono liberi e tali debbono restare: se cioè una persona si limita a esporre un suo pensiero – dovunque lo faccia – ma non commette alcun delitto, come può giustificarsi che, in base all’opinione prevalente, si ritorni al reato di opinione e si licenzi una persona per questi motivi? Questo è il vero atto fascista, proprio delle dittature come quelle di Hitler e di Stalin, allontanare ed emarginare una persona perché ha espresso una sua opinione non consona con quelle che la televisione ed i politici di quasi tutti gli schieramenti vogliono imporci. Diverso sarebbe se la docente in questione avesse metto in atto quelle sue idee, avesse cioè – paradossalmente – ucciso di persona quegli immigrati a cui augura la morte; allora sarebbe un’assassina e dovrebbe pagare il suo delitto per tutta la vita, ma se ha solo espresso un suo auspicio, per quanto assurdo e disumano esso sia, non può essere sottoposta ad un provvedimento così grave, a cui non si è mai ricorsi neanche per coloro che hanno commesso reati ben più gravi. Si può, anzi si deve dissociarsi da quelle idee, si può condannare moralmente la persona che le ha espresse, si può biasimarla, odiarla, detestarla; ma se nella nostra mente è ancora chiaro il concetto di democrazia e di pluralismo, di cui tanti si vantano senza neppure sapere cos’è, non è né lecito né giusto infliggere provvedimenti così pesanti solo per aver scritto quelle frasi e oltretutto in un contesto che è al di fuori dell’ambito scolastico. Non si è sempre detto, da parte di molti colleghi, che la vita privata di un insegnante deve essere separata da quella professionale? Mi ricordo il caso di una professoressa che, irreprensibile nel suo lavoro, alla sera frequentava locali equivoci e si esibiva in spettacoli osceni. In quel frangente ci fu un’alzata di scudi a favore di quella docente, sulla base del principio secondo cui, se uno fa bene il proprio lavoro, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa nella vita privata. Se si crede in questo principio, allora non va condannata neanche la collega che ha scritto frasi razziste, perché non risulta che l’abbia fatto durante le ore di lezione o all’interno della scuola.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di difendere il razzismo di questa collega, che non conosco ed al cui pensiero mi ritengo estraneo. Quel che mi preoccupa è che attualmente nella nostra Italia, con la scusa del progresso, dei diritti civili, dell’accoglienza ecc., si sia giunti non solo a denigrare chi la pensa diversamente ed è ancora fedele a certi valori attualmente in disuso, ma persino all’emarginazione ed alla persecuzione giudiziaria contro chi non si allinea con il pensiero unico. Su questa reintroduzione del reato di opinione occorre fare molta attenzione, perché proseguendo su questa strada il passo verso la dittatura e l’oppressione è breve, ed in parte è stato già compiuto. Ho detto altrove, e qui lo ripeto, che se Mussolini, Hitler e Stalin vivessero oggi non avrebbero bisogno di manganello, olio di ricino o gulag: basterebbe la televisione per distruggere ogni dissenso.

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Dante e le donne: l’arte della psicologia

In questi ultimi tre anni, nei quali ho tenuto l’insegnamento dell’italiano in una classe del triennio conclusivo del Liceo Classico, ho ovviamente dovuto leggere gran parte della Divina Commedia; e debbo dire che l’ho fatto con grande piacere ed entusiasmo, perché la mia ammirazione per Dante, fin dai miei anni giovanili, è sempre stata sconfinata. La sua poesia è veramente “divina” in ogni senso: per la grande suggestione che crea nel lettore, per l’assoluta bellezza delle immagini create, per l’uso sapientissimo della lingua in tutte le sue facoltà sintattiche, lessicali e retoriche. Ma ciò che più mi ha colpito è la profondità dell’analisi psicologica dei vari personaggi incontrati durante quel fantastico e strabiliante viaggio oltremondano, giacché di ciascuno è ricostruita perfettamente la personalità ed i tratti caratteriali, che restano invariati pur in una dimensione del tutto nuova rispetto a quella della vita terrena. In questo articolo vorrei richiamare l’attenzione su di un aspetto particolare della psicologia dantesca, quella che si esercita su alcune figure di donne incontrate nella Commedia, perché il poeta ha saputo cogliere certe peculiarità dell’animo femminile ed esprimerle con impareggiabile finezza. Premetto che non dirò nulla di nuovo né di scientificamente rilevante, e ciò per due motivi: il primo, e più importante, è che io non sono un critico letterario né specificamente un dantista, ma solo un fervente ammiratore del grande poeta; il secondo è che un blog non è certo la sede per affrontare questioni filologiche o dottrinarie, ma solo uno spazio per esprimere qualche riflessione personale, in forma banale ed in guisa di chiacchiere tra amici.
Vorrei prendere ad esempio una donna per ciascuna delle tre cantiche. Per quanto riguarda l’Inferno, la figura che a tutti viene in mente, per l’umana pietà che suscita e per la grandezza del suo animo, è certo quella di Francesca da Rimini, che domina il canto V° dedicato al secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi. Moltissimo si è detto e scritto su questa figura, simbolo della stessa forza dell’amore che tutto travolge e che riesce persino a vanificare, nella sua intensità, l’aspetto peccaminoso della vicenda per la quale lei e Paolo si trovano all’inferno. Dante ci presenta la sua tragedia come dovuta ad una forza superiore, contro cui la fragile volontà umana non può nulla: a ciò si riferiscono i celebri versi 103-105:
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi ancor non m’abbandona.
Queste parole avrebbe potuto pronunciarle anche un uomo; ma da parte di una donna il loro intenso significato si fa ancor più forte, esprime l’invincibile impeto naturale che annulla ogni volontà ed ogni barriera razionale. La profonda dignità di Francesca, ben viva nella rievocazione della vicenda ancor più del suo peccato, si rivela anche nella reticenza finale espressa dalle sue ultime parole, quando ella racconta della lettura del romanzo francese di Lancillotto e Ginevra: dopo aver riferito del bacio che Paolo stampò sulla sua bocca ad imitazione di quello tra i due amanti leggendari, ella chiude il racconto dicendo che quel giorno la lettura del libro finì in quel momento (quel giorno più non vi leggemmo avante, v. 138). Per quante interpretazioni, più o meno maliziose, che si possano dare di quel verso, è comunque evidente un tratto caratteriale tipicamente femminile: la reticenza, l’aver evitato di dire di più, di aggiungere particolari inutili e forse compromettenti ad una storia già abbastanza chiara e dalla conclusione alquanto perspicua. Una grande finezza del nostro poeta, che senza nulla togliere alla colpa ed alla conseguente pena della sua eroina, ne ha però mantenuta intatta la dignità ed una nobile forma di riserbo tipica del suo sesso.
Nel 5° canto del Purgatorio ci si presenta, sia pur in forma breve e quasi “en passant”, la figura di un’altra donna: è Pia de’ Tolomei, senese, uccisa brutalmente dal marito Nello dei Pannocchieschi forse per motivi di gelosia. Ella si rivolge a Dante con queste parole (vv. 130-134):
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via”
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me che son la Pia:
Siena mi fé; disfecemi Maremma…”
A parte la forte suggestione dell’immagine, ottenuta anche grazie all’incisivo chiasmo antitetico del v. 134, quel che mi colpisce è l’intonazione tipicamente femminile dell’apostrofe della donna: ella è infatti l’unico personaggio di tutto il poema che mostra di preoccuparsi per la fatica durata da Dante nel compiere il suo lungo viaggio, e soprattutto nello scalare la montagna del Purgatorio. Questo particolare riguardo, questa attenzione all’essere altrui, si avvicina a quello di una moglie preoccupata per le condizioni fisiche del marito dopo una giornata di lavoro o comunque dopo uno sforzo prolungato. E’ un pensiero propriamente femminile, che difficilmente sarebbe venuto in mente ad un uomo, e ciò rivela, da parte del poeta, un’impareggiabile abilità nel conoscere la psicologia dei suoi personaggi, e delle donne in particolare.
Un’altra indimenticabile figura di donna, stavolta gratificata dell’eterna beatitudine, la troviamo nel canto 3° del Paradiso: è Piccarda Donati, la sorella del celebre uomo politico Corso Donati, la quale si era fatta suora ma poi era stata strappata a forza dal convento e dalla sua pace e costretta a sposarsi, per assecondare i loschi intrighi del malvagio fratello. Ella racconta a Dante la sua vicenda, ma al momento di riferire la violenza subìta, svanisce in lei ogni risentimento nei confronti di chi la usò contro di lei, che designa con una formula generica (vv. 106-108):
Uomini poi, a mal più che a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E’ indimenticabile la finezza psicologica con cui Dante tratteggia il suo personaggio: anima santa qual è, non può provare rancore nei riguardi del fratello (che non nomina neppure) né di chiunque altro le fece violenza. Fin qui il suo atteggiamento potrebbe esser definito normale; ma il suo carattere riservato e verecondo si coglie soprattutto nell’ultimo verso, quand’ella stende un velo pietoso su quella vita matrimoniale che non voleva ed alla quale era stata costretta, affermando che Dio conosce bene la sua vicenda e che non v’è bisogno di esternarla ad altri. Anche qui il perdono cristiano, proprio delle anime beate, si fonde con una reticenza tipicamente femminile, un pudore che evita ogni riferimento, anche allusivo, che possa essere men che onesto.
Dante ha quindi dato prova, oltre che di una sterminata cultura letteraria, teologica, retorica ecc., anche di una perfetta conoscenza del cuore umano e dei suoi più intimi segreti; e questa sua grande abilità, pur mostratasi in tutti i suoi personaggi, ha raggiunto livelli di straordinario rilievo in quelli femminili. Questa almeno è stata la mia impressione, non da studioso ma da semplice lettore della Divina Commedia. Essa mi ha condotto ad una serie di riflessioni che ho condiviso con i miei alunni e che mi hanno reso sempre più convinto della grandezza e della perenne attualità di questo nostro eccelso poeta, forse il più grande di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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I guai dell’editoria italiana

Fin dalla mia prima giovinezza, prima che nascesse il nuovo orizzonte formato da internet e dalle meraviglie multimediali, ho sempre coltivato il sogno di farmi conoscere, di diventare una persona famosa e stimata oltre la cerchia ristretta dei suoi conoscenti; ed il mezzo principale che ritenevo potesse portarmi a raggiungere questo obiettivo lo vedevo soprattutto nell’editoria, nel pubblicare libri che avrebbero dovuto essere utili ai lettori e assolvere, oltre a questo compito, anche quello di dare lustro al suo autore. Questa si chiama ambizione, lo so, e so anche che da parte di molte persone non è giudicata positivamente; ma è certo che senza l’ambizione di coloro che si sono prodigati per lasciare un ricordo di sé l’uomo sarebbe ancora nelle caverne. Di questo sono stato e sono ancora profondamente convinto.
Del mio sogno ancestrale ho potuto realizzare, durante la mia vita, sì e no la centesima parte, rimasto come sono al livello di semplice professore di liceo e senza neanche aver avuto accesso all’insegnamento universitario, un’aspirazione che avevo da giovane ma che adesso, fortemente deluso dal clientelismo e dal nepotismo che regna in quell’ambiente, non ho più. Pur trovandomi quindi in questo ruolo certamente inferiore a quello che avrei desiderato, ho sempre cercato di svolgere con il massimo della passione e della professionalità il mio compito di docente liceale, in un’attività di quasi quarant’anni che mi ha dato, nonostante le difficoltà incontrate, molte soddisfazioni: continuo infatti a ricevere, anche a distanza di molti anni, messaggi di ex studenti che mi ringraziano per ciò che ho loro insegnato, non solo sul piano nozionistico ma anche su quello del metodo e della serietà degli studi. Comunque, nonostante gli impegni sempre crescenti che la scuola richiede agli insegnanti, ho proseguito in questi anni anche quell’attività di ricerca scientifica che avevo iniziato già nei lontani anni dell’università e sono riuscito a pubblicare, oltre a studi specifici sulle letterature classiche, anche volumi di tipo divulgativo e libri di testo dedicati alla scuola, com’era naturale che accadesse.
Il mio rapporto con gli editori, tuttavia, non è stato sempre positivo, e nella mia esperienza ho dovuto constatare come gli obiettivi di ordine economico fossero per loro molto più importanti di quelli di ordine culturale. Bella novità, mi si dirà! Forse non è cosa nota il fatto che le case editrici mirino solo al loro guadagno? Certo, è difficile dubitare di questo presupposto, quando vediamo che vengono pubblicati (e magari vendono migliaia e migliaia di copie) libri di nessun valore letterario e persino scritti male dal mero punto di vista della lingua italiana, solo perché i loro autori (reali o presunti) sono celebri per altre ragioni o in altri ambiti: possiamo fare l’esempio di giornalisti televisivi (v. Bruno Vespa), di personaggi dello spettacolo e persino di calciatori semianalfabeti (v. il romano Totti), che hanno potuto pubblicare presso editori famosi e speculare sulle vendite, come se non fossero già pagati abbastanza per le loro consuete attività. Una volta che un nome è conosciuto, anche se scrive come un bambino di seconda elementare, la pubblicazione è garantita. Per un sentimento di umana pietà non voglio fare nomi, ma ci sono in circolazione presunti “romanzi”, diretti per lo più al mondo giovanile, scritti da persone che non conoscono neanche il corretto uso del lessico italiano ma che, una volta fatta presa su quel pubblico, continuano ad avere successo.
Dall’altra parte ci sono invece coloro che, pur avendo un vero talento (per quel che si può avere oggi), non sono conosciuti, nessun personaggio famoso è disposto a presentarli e raccomandarli, e così restano nell’ombra, nell’oblìo, destinati ad essere dimenticati poco dopo la loro scomparsa da questo mondo. Ovviamente io non ho alcuna pretesa di collocarmi tra queste persone di talento dimenticate, dato che non credo e non ho mai creduto di possedere la stoffa dello scrittore; ma sono comunque profondamente deluso dall’editoria italiana nel momento in cui, avendo in cassetto alcuni scritti che potrebbero essere utili al lettore medio, non riesco in alcun modo a trovare un editore disposto alla pubblicazione. Uno di questi è un’intera storia della letteratura latina, con antologia degli autori, che ho scritto per la scuola e l’università. Questa opera è stata in effetti pubblicata a Napoli, nel 2009 e con il titolo di Scientia Litterarum, presso la casa editrice Loffredo, un tempo la prima in tutta l’Italia centro-meridionale per l’editoria scolastica ed in particolare per le discipline umanistiche. Adottata in varie scuole, questa opera è stata però bloccata, nel 2014, dal fallimento dell’editore, il quale si è reso irreperibile sottraendosi a tutti i suoi impegni, economici ma non solo, nei confronti degli autori; così la mia storia letteraria non è stata più ristampata e non viene più né adottata nelle scuole né letta da nessuno. Al proposito io sono solito dire che ciò che più mi addolora nella vicenda non è tanto l’ignobile comportamento dell’editore e il danno economico che mi ha provocato, quanto la sparizione di fatto della mia opera, scomparsa e praticamente dimenticata pochi anni dopo la sua nascita. E benché successivamente io abbia tentato di ricollocarla, dopo averla riveduta e corretta, presso altri editori, ho collezionato solo insuccessi: alcuni di loro non hanno nemmeno risposto alla mia richiesta, altri rifiutano di pubblicarla solo perché sulla copertina non c’è un nome famoso e celebrato di un docente universitario ma solo quello di un misero professore di liceo, che non vale la pena di prendere in considerazione. E tutto ciò a prescindere dal valore letterario dell’opera in sé, che questi editori non possono valutare perché non l’hanno mai voluta leggere.
La stessa sorte sopra descritta è toccata anche ad altri due miei lavori, la traduzione cioè delle sei commedie di Terenzio (195-159 a.C.) e delle cinque meglio conservate del suo modello greco Menandro (342-292 a.C.). Queste opere mi furono commissionate, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo XX, dall’editore Mursia di Milano, che a tempo debito pubblicò due volumi contenenti ciascuno la prima delle commedie dei due autori (lo Scudo di Menandro e l’Andria di Terenzio); poi, passata la proprietà della casa editrice al gruppo Mondadori, i programmi cambiarono e la pubblicazione delle mie traduzioni cessò del tutto, con la restituzione dei diritti. Da allora, cioè da quasi vent’anni, ho compiuto vari tentativi di pubblicare le commedie rimanenti presso altri editori, ma non ne ho mai trovato uno disponibile ad assumersi l’incarico. E non credo che ciò dipenda dallo scarso interesse suscitato dagli autori, perché altrimenti non si spiegherebbe perché l’editore Rizzoli di Milano (nella collana BUR), ad esempio, ha pubblicato opere di scrittori pressoché sconosciuti al grande pubblico come Dione Cassio o Nonno di Panopoli, interessanti solo per una cerchia ristretta di specialisti cultori della letteratura greca di epoca tarda. Forse, se il mio nome fosse stato più noto di quanto non sia, magari per aver avuto una docenza universitaria o per qualche incarico alla televisione o nel mondo dello sport, l’editore l’avrei trovato. Ma purtroppo da noi così vanno le cose: la qualità, il livello culturale contano poco o nulla per la nostra editoria, quel che conta davvero è che l’autore sia noto per un qualsiasi motivo e che susciti perciò interesse nel pubblico, così che le sue opere possano vendere molte copie e fare la fortuna dell’editore, senza tenere in alcun conto il valore oggettivo di ciò che si pubblica. Anche questo fa parte della superficialità odierna, una delle tante espressioni di una società che guarda molto alla forma e poco alla sostanza e di un pubblico attratto dalle amenità molto più che dalla cultura. Anche in questo campo, quindi, abbiamo ciò che ci meritiamo, nulla di meno e nulla di più.

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Rileggendo qualcosa del Manzoni…

a-manzoniIn questo periodo, stante la vicinanza del referendum costituzionale, ho deciso di non parlare di questioni politico-sociali sul blog; e ciò perché quel che scrive un docente può essere letto, sia pure per semplice curiosità, dai suoi alunni, che non dobbiamo condizionare in alcun modo. Per questo motivo io, fino al 5 dicembre, parlerò soltanto di questioni culturali e scolastiche, lasciando ad altri le disquisizioni sulla cosiddetta “attualità”.
In realtà, a mio avviso, nulla è più attuale della conoscenza del passato, perché solo attraverso il senso storico si può comprendere la realtà che ci circonda. Così, benché in questo articolo io parli, in maniera del tutto informale e senza la pretesa di dire nulla di nuovo, delle mie letture di questi giorni che riguardano un grande poeta e scrittore del XIX secolo, posso ben dire di affrontare un tema che è più “moderno” e contiguo al nostro pensiero di quanto si potrebbe immaginare. Mi riferisco ad Alessandro Manzoni, l’autore che proprio in questo periodo sto trattando con i miei alunni di quinta nello svolgimento del normale programma scolastico di letteratura italiana. Leggendolo e studiandolo confermo ancor di più la mia tesi secondo cui ai nostri giorni l’arte è morta e sepolta; per dimostrarlo basta confrontare l’arte manzoniana con i miseri prodotti degli imbrattacarte attuali, che solo forzando la lingua italiana si possono chiamare scrittori: tra i Promessi Sposi ed i romanzi di oggi c’è la stessa differenza di quella che può passare tra un elefante e una formica.
Scrittore celebrato ma anche denigrato al tempo stesso, esaltato per la sua grandezza artistica ma anche criticato per l’eccessiva presenza della fede cristiana nella sua opera (che qualcuno ha accusato di “odorare troppo di sagrestia”), Manzoni rappresenta comunque un autore fondamentale nella storia culturale del nostro Paese, colui che ha composto il romanzo più famoso della letteratura italiana e forse dell’intera letteratura europea. Ma quel che mi ha colpito, prima di arrivare ai Promessi Sposi, è stata la grande abilità descrittiva e psicologica ch’egli esprime nelle opere precedenti, dagli Inni sacri alle tragedie. Leggendo con i ragazzi il celebre coro del IV atto dell’Adelchi non ho potuto fare a meno di commuovermi e di sentire i brividi alla schiena nel riesaminare certi particolari che, pur letti altre volte in passato, non mi avevano mai dato le sensazioni che ho provato adesso, di fronte a studenti che hanno senz’altro percepito il mio stato d’animo. Ho potuto constatare la sublime perfezione di quei versi osservando con occhio diverso rispetto al passato la costante e misurata presenza degli aggettivi, i quali conferiscono al testo un’immediatezza, una bellezza, una suggestione indimenticabili: il personaggio di Ermengarda, vicina alla morte, viene descritto con pochi ma efficacissimi tocchi pittorici ravvivati proprio dall’aggettivazione. “Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto” dice il poeta; ed il quadro è già completo, ma particolare rilievo assume, a mio giudizio, proprio il fatto che quelle trecce siano “morbide”, il che significa “fresche, giovanili”, a indicare e compatire l’immatura morte della povera principessa; allo stesso modo le palme (cioè le mani) sono “lente”, ossia rilasciate, abbandonate, perché Ermengarda non controlla più neanche il suo stato fisico, corporale; analogamente, il suo volto è bianco per il pallore della morte e la sua fronte è “rorida” (lett. “rugiadosa”) perché imperlata del freddo sudore che precede la fine, ed il suo sguardo è “tremolo”, cioè vacillante alla ricerca della luce del cielo. A parte un probabile richiamo allusivo, in quest’ultimo particolare, al finale del libro IV dell’Eneide virgiliana, quando Didone morente ricerca in cielo la luce proprio come Ermengarda, ciò che colpisce di più il lettore e costituisce il principale veicolo della grandissima arte manzoniana è proprio il sapiente ed accurato uso degli aggettivi, in base ai quali si determinano i contorni di un’immagine indimenticabile.
La grandezza del Manzoni come poeta e scrittore non può essere messa in discussione da nessuno, neanche dai suoi detrattori: si può criticare in lui l’eccessivo affidarsi alla giustizia divina anziché a quella umana, come ha fatto – con la miopia e la faziosità che la contraddistingue – la critica marxista; si può accusarlo talvolta di scarsa verosimiglianza, specie in certi episodi dei Promessi Sposi come la repentina conversione dell’Innominato o la singolare coincidenza nella stessa notte del matrimonio “irregolare” tentato da Renzo e Lucia e del tentativo di don Rodrigo di rapire la ragazza; ma lo spessore artistico dell’opera è incontestabile, anche perché essa trascende di gran lunga il realismo e la razionalità, principi estetici importanti sì ma non irrinunciabili nello spirito romantico. Ad un’arte descrittiva della società secentesca e della psicologia umana di altissimo livello si accompagna inoltre un messaggio culturale di grande rilievo, che a me pare concentrato in tre ambiti, quello religioso, quello politico-sociale e quello culturale. Sul primo e sul secondo, molto discussi e presenti in tutti i libri di storia letteraria, non intendo aggiungere nulla se non la particolare concezione che il Manzoni, in ossequio alla sua formazione illuminista ed alla successiva conversione, ha della ragione umana: essa è uno strumento indispensabile per comprendere la realtà e soprattutto per condannare le superstizioni e le false credenze dei secoli passati, nella cui persistenza non poca parte ha avuto la Chiesa cattolica; ma proprio nel momento in cui la fede cristiana è criticata per i suoi errori, viene anche recuperata in una prospettiva nuova e la ragione umana trova il suo limite proprio nella necessità di affidarsi a Dio ed alla sua infinita clemenza. Un rilievo particolare acquista invece, a mio giudizio, il concetto che Manzoni mostra di avere dell’importanza della cultura nella società umana, nella quale essa può giocare un ruolo sia positivo che negativo. Essa è ignobile e dannosa quando diventa uno strumento di oppressione nei confronti degli umili (v. gli incontri di Renzo con don Abbondio, l’avvocato Azzeccagarbugli e quando resta coinvolto nei tumulti di Milano), ma è invece un possesso prezioso quando è impiegata a fin di bene. Per questo Renzo vuole che i suoi figli imparino a leggere e scrivere, per non essere imbrogliati dai potenti come è toccato a lui. Ed ancor oggi, mutatis mutandis, questo messaggio è valido e attuale: anche nella nostra società la conoscenza non è un semplice orpello per distinguersi o per farsene vanto, ma il tramite indispensabile per capire noi stessi ed il mondo che ci circonda, per affrontare la vita con spirito critico e autonomia di giudizio.

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La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

Ogni azione, dice un noto principio della fisica, provoca una reazione uguale e contraria. Questo assunto mi è venuto in mente adesso riflettendo su quel che sta succedendo al Liceo Classico ed in genere alla cultura umanistica in Italia: avversata da molti, vilipesa da alcuni per ignoranza, odiata persino da altri, ha invece avuto negli ultimi tempi una folta schiera di strenui difensori, che hanno idealizzato il valore formativo delle lingue classiche fino a farne una sorta di idolo, di tempio sacro e invalicabile. In questa ottica io giudico la mentalità prevalente in certi giornalisti o scrittori (v. Paola Mastrocola), che esaltano ancora la traduzione dal greco e dal latino come unico mezzo di conoscenza della civiltà classica, oppure i gruppi di classicisti attivi su Facebook, vero manipolo di conservatori accaniti che non vogliono cambiare nulla nella struttura del Liceo Classico, dove l’insegnamento delle lingue classiche – a loro parere – dovrebbe restare come è sempre stato, incentrato soprattutto sulla grammatica (spesso sul grammaticalismo) ed essere refrattario ad ogni novità. Ho già espresso in un recente post la mia netta contrarietà a queste posizioni conservatrici, che altro non fanno che allontanare la cultura umanistica dalla società moderna e si chiudono in una torre d’avorio che sempre di più diviene autoreferenziale e avulsa dal resto del mondo.
In questa ottica di rivalutazione del mondo antico va collocato anche un libro uscito di recente. L’ha scritto una giovane studiosa, Andrea Marcolongo (che è una donna, come spesso ribadisce, pur avendo un nome maschile), si intitola La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco ed è stato pubblicato dall’editore Laterza. Dalla lettura si evince senza dubbio il grande amore che l’autrice ha per questa lingua, della quale ha cercato di evidenziare alcune particolarità che, perdute nelle lingue moderne, fanno del greco un idioma “geniale” appunto, e portatore di certi valori, certe sfumature di significato delle parole che ne costituiscono l’indubbia originalità. E’ questo il caso del valore aspettuale del verbo, esistente solo in greco tra le lingue oggi comunemente studiate: il fatto cioè che in quella lingua non conta tanto quando l’azione si svolge (cioè se è presente, passata o futura) quanto il come essa avviene, in qual modo si sviluppa, cioè se è un’azione durativa (sistema del presente), momentanea (sistema dell’aoristo) o risultativa (sistema del perfetto). E’ questa una delle particolarità del greco più difficili per i docenti da spiegare agli alunni attuali, proprio perché oggi si è perduto del tutto questo particolare valore del verbo. Ma già qui emerge uno dei difetti del libro della Marcolongo: lei dice all’inizio ch’esso è soprattutto rivolto a coloro che non sanno il greco, per far loro comprendere il fascino segreto di questa lingua, ma il modo in cui tratta i vari argomenti (con molti termini greci non traslitterati e persino brani in lingua originale) presuppone che chi legge il libro abbia una conoscenza – e neanche tanto superficiale – della lingua.
Va poi detto che alcune delle particolarità su cui la Marcolongo si sofferma (ad esempio l’uso dei casi, il duale e l’ottativo) richiedono anch’esse una conoscenza della lingua e risultano meno interessanti ed originali rispetto alla prima di cui si è occupata, cioè l’aspetto del verbo. Si nota bene, in tutto il libro, che l’autrice ha fatto una sforzo sovrumano per rendere chiara ed accessibile la sua esposizione, ma essa, almeno come a me è sembrata, è sempre rivolta agli “addetti ai lavori” e difficilmente può coinvolgere ed interessare coloro che non hanno mai studiato il greco e non hanno frequentato il Liceo Classico. L’amore che lei prova per questa lingua è senz’altro sincero, ma si continua ad avere l’impressione che questo sia un problema suo, che cerca di diffondere ovunque ma che può contagiare solo chi, come lei, è già affetto da questa “malattia”. Il bello di questo libro, semmai, è che non è accademico e che non pretende di approfondire questioni linguistiche o tecniche, un compito per il quale, come dice l’autrice, esistono già tante altre pubblicazioni. Un cenno particolare, a questo riguardo, va fatto per gli ultimi due capitoli, che escono dall’analisi linguistica stretta e affrontano problemi pratici, le modalità di traduzione dal greco e la storia della lingua. Su quest’ultimo argomento nulla di originale viene detto, mentre interessante è l’altro argomento, i suggerimenti per una buona traduzione: qui troviamo alcuni consigli utili agli studenti, che anch’io vado ripetendo ai miei alunni da molto tempo, come ad esempio quello di riflettere sul significato generale del brano da esaminare o quello di non affidarsi in tutto e per tutto al vocabolario, che è certamente un aiuto indispensabile ma che va anche saputo leggere ed interpretare.
In generale debbo dire che il libro mi è piaciuto, perché frutto di una grande passione che io condivido da tutta la vita. Solo due appunti vorrei fare alla Marcolongo. Enunciando il primo, mi riallaccio a quanto scritto all’inizio di questo articolo: mi pare cioè che dalla lettura emerga una visione un po’ univoca dello studio del greco, ossia l’assoluta predilezione per l’approccio linguistico (lo studio delle forme, la traduzione) mentre vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti, ugualmente importanti, di conoscenza del mondo classico come la letteratura, la storia, l’arte, la civilizzazione ecc. Mi sembra cioè che l’autrice, come i conservatori dei gruppi Facebook, consideri lo studio linguistico assolutamente centrale e quasi unico senza considerare le altre facce della medaglia, un po’ come quegli innamorati che vedono nella persona amata solo i pregi e mai i difetti. La seconda critica invece (ed è questa una cosa che mi ha fatto un po’ arrabbiare durante la lettura del libro) è il giudizio quasi totalmente negativo che la Marcolongo dà sul metodo di insegnamento delle lingue classiche adottato nei licei, dei quali ha sottolineato la presunta inadeguatezza a fare amare e apprezzare le lingue classiche. A p. XII della Prefazione dice testualmente: “I metodi di apprendimento in uso, fatta eccezione per pochi e illuminati insegnanti, sono una perfetta garanzia di odio anziché di amore per chi osa avvicinarsi alla lingua greca.” Questa, a mio giudizio, è un’inaccettabile generalizzazione ed un’offesa alla professionalità di tanti docenti che quotidianamente si impegnano per fare apprendere la materia ai loro alunni in modo graduale e sereno, non certo per farla loro odiare. Forse l’esperienza dell’autrice negli anni di liceo è stata deludente, ma questo non l’autorizza ad esprimere un giudizio così negativo sulla scuola e sugli insegnanti. Tutti noi, sia che insegniamo al biennio o al triennio, facciamo di tutto per far amare le nostre discipline, mostrando amore per esse in prima persona; certo, è necessario anche verificare l’apprendimento e l’impegno degli alunni, e questo può provocare qualche tensione, ma da qui a parlare di odio per la materia ce ne corre. Dicendo questo la Marcolongo mostra di essere contagiata dalla solita mentalità disfattista così diffusa in Italia, che vede il male e la corruzione ovunque e quindi  anche nella scuola; ma per fortuna la realtà è diversa, e gli insegnanti che amano il proprio lavoro ed i loro studenti non sono “pochi e illuminati”, ma molti di più.

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