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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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Riflessioni sul terrorismo internazionale

Dopo i fatti di Bruxelles, la televisione non fa altro che mostrarci immagini degli avvenimenti e mandare in onda pubblici dibattiti (o talk-show, come si usa dire oggi) sull’argomento, dove si sentono esprimere i pareri più disparati, le idee più bizzarre, i rimasugli ideologici di ogni genere senza che si arrivi mai ad un’analisi oggettiva del fenomeno. Personalmente il comportamento della tv e di coloro che ci parlano attraverso di essa mi suggerisce due osservazioni. La prima è che viene dato troppo rilievo all’argomento mediante la risonanza mediatica; forse è proprio questo, in effetti, uno degli obiettivi che i terroristi vogliono raggiungere, quello cioè che si parli di loro, che si dia risonanza mondiale alle loro imprese, in modo da diffondere ovunque la paura ed il senso di impotenza nei loro confronti. Se fosse possibile, a mio parere, degli attentati terroristici occorrerebbe parlare il meno possibile, in modo da limitare la rilevanza mediatica del fenomeno, il quale, se messo al centro dell’attenzione pubblica, potrebbe anche stimolare effetti di emulazione. In secondo luogo, i dibattiti televisivi mi sembrano dimostrare la mancanza di una vera conoscenza delle cause più profonde del manifestarsi del terrorismo islamico, le quali andrebbero studiate e comprese nella loro essenza prima di proporre soluzioni più o meno radicali. Cosa spinge questi gruppi a colpire i paesi occidentali? Con quali convinzioni, con quale stato d’animo delle persone giovani, che avrebbero davanti a sé una vita intera, vanno a portare la morte a persone innocenti ed a morire essi stessi? E le loro motivazioni, pur aberranti che siano, hanno soltanto una matrice religiosa o c’è dietro qualcos’altro? A me non pare che questi interrogativi vengano affrontati durante i dibattiti televisivi, o lo vengano solo in parte; ed è evidente, a mio parere, che se non si comprende fino in fondo la base culturale, la mentalità che induce quelle persone a compiere questi atti, sarà ben difficile trovare una soluzione al fenomeno, anche perché esso è del tutto alieno alla nostra mentalità di occidentali. A me, forse perché sono poco informato, sfugge lo scopo stesso delle azioni terroristiche, perché non vedo quale vantaggio ricavino questi gruppi dalla morte di qualche decina di persone innocenti, quale sia cioè il loro preciso obiettivo. Capire un fenomeno così drammatico e complesso è quindi indispensabile, altrimenti non vedo quale altro mezzo vi sia per neutralizzarlo: come si può prevedere ed impedire che una o due persone cariche di esplosivo si rechino in mezzo ad un mercato, in un autobus o in una stazione della metropolitana e si facciano esplodere? I terroristi non hanno scritto in faccia il loro status sociale; si mescolano alla folla e restano inconoscibili finché non azionano il detonatore. Contro di loro non c’è difesa, possono colpire ovunque ed in qualunque momento.
Intanto, mentre si piangono le vittime e la risonanza mediatica si allarga sempre più, siamo costretti a sentire in televisione i pareri più disparati e spesso assurdi. C’è chi sostiene che bisogna annientare l’ISIS e cancellarlo dalla faccia della terra con le armi. Questa sembra a molti la soluzione migliore, ma non si accorgono che è irrealizzabile nella pratica, perché i terroristi non sono localizzati in un solo luogo della terra che si possa bombardare o distruggere; possono essere ovunque, nelle nostre città e nei nostri paesi, nelle università occidentali e persino negli eserciti che dovrebbero combatterli, ed un’azione di forza rischierebbe di aggravare la situazione. C’è chi continua a parlare di rafforzamento dei controlli nei singoli paesi e ritiene che si debbano aumentare le indagini dei servizi segreti e dei corpi militari speciali; ma questa proposta, che pure può ottenere risultati concreti, non può risolvere del tutto il problema, perché non è possibile controllare casa per casa e cantina per cantina tutti i quartieri dove i terroristi possono annidarsi, né individuare tutti i loro movimenti. Bisogna ammettere, purtroppo, che se vogliono continuare a colpirci lo potranno fare indisturbati o quasi, anche perché chi non teme la morte, anzi la cerca e la desidera, non ha nulla da perdere, e quindi non esiste alcun deterrente che possa fermarlo. L’unica possibilità è un mutamento decisivo che intervenga nella cultura e nella mentalità di questi gruppi e dei loro affiliati, ma se non comprendiamo a fondo il fenomeno non riusciamo neanche ad immaginare quale sia l’evento miracoloso che possa sortire un tale effetto.
Comunque quel che mi indigna di più nei dibattiti nostrani sul terrorismo islamico è lo sciacallaggio di chi strumentalizza eventi così drammatici per fare polemica politica, per accusare gli avversari di questa o di quella colpa o mancanza che dir si voglia. In questi frangenti i Paesi dell’Occidente, ed il nostro in particolare, dovrebbero essere uniti per affrontare un problema comune, non dividersi ancora con assurdi sproloqui che non risolvono nulla. Il più retrivo tra questi, a mio giudizio, è la posizione di coloro che approfittano dell’occasione per rilanciare il vecchio e stantio antiamericanismo e sostenere che tutto quel che avviene è colpa della NATO e dei paesi occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti d’America) che avrebbero portato per primi la guerra all’Islam e che avrebbero quindi provocato queste reazioni. Per loro tutto il male sta da una sola parte, e così arrivano persino a giustificare dei terroristi assassini che uccidono persone innocenti e del tutto estranee alla politica ed alle eventuali responsabilità dei loro governi. E poi non mi sembra che il fondamentalismo islamico sia stato colpito più di quanto esso stesso abbia fatto spargendo nel mondo morte e terrore molto prima degli eventi che si ritengono oggi collegati al fenomeno terroristico: gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, si sono verificati molto prima che esistesse l’ISIS, ma anche allora qualche fanatico sostenitore di un’ideologia aberrante ebbe a dire che gli americani avevano organizzato essi stessi quella carneficina per poter dare la colpa all’Islam. Credo che ci dovremmo liberare al più presto di questi rottami ideologici che inquinano il dibattito politico e impediscono l’obiettività del giudizio, un elemento che sarebbe oggi più che mai utile, anzi indispensabile, per poter affrontare in modo efficace i momenti drammatici che stiamo vivendo.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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L’urlo dello sciacallo

Dopo la recente sentenza di condanna di Silvio Berlusconi da parte della Cassazione, sono tornati a farsi sentire gli sciacalli giustizialisti e forcaioli, primo di tutti il sig. Beppe Grillo ed i suoi servi seduti in Parlamento. Appena appresa la notizia, l’ineffabile “guru” del movimento ha subito chiesto che il Parlamento faccia decadere Berlusconi da senatore e lo dichiari ineleggibile. A parte il fatto che ciò sarebbe offensivo per quei 10 milioni di italiani che – votino o no per il PDL – non si riconoscono nell’area politica della sinistra, ma ciò che indigna di più è il fatto che proprio il sig. Grillo, che insulta e attacca tutti nel nome del nulla e della totale inconcludenza, è stato condannato egli stesso, addirittura per omicidio colposo di tre persone. Come può avere il coraggio un pregiudicato, perché di questo si tratta benché il reato sia solo colposo, di inveire contro gli altri e continuare a vomitare ingiurie a destra e a manca? Perché nel nostro Paese, nel nome di un malinteso concetto della libertà di espressione, si permette che un individuo di quella fatta, spregevole anche solo a vedersi, possa impunemente insultare tutti senza contraddittorio e senza che la magistratura prenda alcuna iniziativa? Forse perché il suo movimento ha avuto molti voti? Ma si tratta di voti qualunquisti, di pura protesta, senza alcuna precisa volontà politica; e anche i parlamentari dei 5 stelle, come ben si può notare già adesso, o sono incompetenti totali oppure si adeguano molto presto ai privilegi ed alle furberie della politica. E poi è inutile che si nascondano dietro il velame dell’antipolitica: il movimento di Grillo in realtà è di estrema sinistra, ha adottato il linguaggio becero di quella parte politica, ne condivide le idee (v. il sostegno al movimento No-Tav ed ai centri sociali, per esempio) e ne condivide anche l’odio feroce e distruttivo contro Berlusconi e il centro-destra in generale. Non credo però, quando torneremo a votare, che gli italiani si faranno imbrogliare ancora da questo guitto da baraccone.
Quindi anche Grillo, come tutta la sinistra, fa fronte comune contro il “diavolo”, il “Caimano”, come l’ha chiamato un loro regista, piuttosto insipido in verità. E la Magistratura, come vediamo da molti anni, si adegua, e colpisce da una parte sola. Io ricordo bene gli anni di Tangentopoli (1992/3): come si comportarono allora i magistrati? Provocarono un enorme terremoto politico, distrussero interi partiti (DC e PSI) ma non perseguirono mai i comunisti del PCI, che notoriamente ricevevano finanziamenti illegali dall’Unione Sovietica. Chissà perché, vogliamo chiedercelo? E’ la stessa domanda che mi pongo adesso, quando la persecuzione contro Berlusconi procede ininterrotta da vent’anni fino ad arrivare alla distruzione completa del personaggio, mentre gli scandali e le malefatte dell’altra parte (v. la vicenda del Monte dei Paschi di Siena) vengono trascurati, o comunque trattati con molta più mitezza. Ma la Magistratura, secondo la Costituzione, non dovrebbe essere al di sopra delle parti? Non dovrebbe stare fuori dalla politica? Fenomeni come Di Pietro e Ingroia, fedeli servitori della sinistra, non sono anomali in un Paese civile? Non è questo un conflitto di interessi altrettanto vistoso di quello di Berlusconi? A questo punto c’è da chiedersi se siamo ancora in un Paese democratico o nella Russia di Stalin, dove i processi-farsa servivano ad eliminare gli avversari e i dissidenti. Vi sono tanti modi di imporre un regime, e questo è uno dei più raffinati.

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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