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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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La pesante eredità del ’68

In questo periodo si è tornati spesso a parlare del “mitico” ’68, ossia il movimento di protesta studentesco che in Europa ed in Italia diede avvio ad una serie di cambiamenti etici e sociali, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Coloro che parteciparono a quel movimento, che oggi sono tutti anziani, si erano illusi nella grande utopia di cambiare il mondo, di scardinare il “sistema” dalle basi, di sconvolgere l’ordine politico ed economico dell’epoca. Poi, passata la fase della grande illusione, c’è stato il cosiddetto “riflusso” ed i capi stessi delle lotte sessantottine, seguiti ben presto dagli altri, sono entrati a far parte di quel sistema che avevano esecrato per tanto tempo, alcuni militando persino in soggetti politici del tutto opposti a quella che era una volta la loro ideologia. E chi oggi, a distanza di 50 anni, vuol parlare obiettivamente di quel movimento, non può fare a meno di fare ammenda e riconoscere gli errori madornali che allora furono compiuti. Soltanto una parte di protagonisti e di seguaci continua a incensare il ’68 (quei “formidabili anni”, come li ha chiamati un importante leader di allora, Mario Capanna), ma lo fa più che altro per nostalgia, per rimpianto di quelli che furono gli anni della sua giovinezza ormai perduta. Vi sono pure gli illusi che continuano ancor oggi a vivere nel mondo dei sogni, a credere che “la fantasia al potere” sia ancora possibile, ma si tratta di una sparuta minoranza.
In realtà il ’68 fu un movimento di intellettuali che, nato in forma neutra, fu poi totalmente assorbito dall’ideologia marxista e comunista, che se ne appropriò e lo diffuse soprattutto nelle scuole e nelle università, dove negli anni ’70 in particolare quella ideologia dilagò a macchia d’olio: non c’era professore universitario, tranne poche eccezioni, che non si proclamasse comunista e non facesse ovunque una didattica politicizzata, specie nelle facoltà umanistiche. Ma questa infatuazione non fu controllata dal partito comunista “ortodosso” guidato da politici come Longo e Berlinguer, bensì dilagò alla sinistra di esso mediante la formazione di gruppi extraparlamentari che iniziarono una politica di violenza e di sopraffazione contro tutti coloro che non aderivano alle loro idee, definiti indistintamente “fascisti”, anche se avevano la tessera del PCI. L’aria nelle università diventò irrespirabile: le occupazioni e gli scontri con la polizia divennero pane quotidiano, ed anch’io fui testimone di questi fatti quando, alla Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino, fui cacciato dall’aula insieme ai miei colleghi mentre stavamo seguendo una lezione di letteratura greca perché la facoltà fu occupata con la forza, calpestando i diritti dei veri studenti, da sedicenti militanti di “Lotta continua”. Il fatto destò in me un moto di repulsione e di orrore e mi spinse ancor di più a odiare l’ideologia marxista distruttrice della libertà e dell’essere altrui, tant’è che quell’odio mi è rimasto per sempre. Dappertutto si ascoltavano proclami contro il “sistema” che andava abbattuto, lo Stato che andava distrutto, la società borghese che doveva essere sradicata. Si proclamava la rivolta armata, la distruzione di ogni autorità. La violenza era giustificata in nome del popolo, di un “proletariato” di cui quasi sempre gli studenti sessantottini “figli di papà”, rampolli di quella borghesia che volevano combattere, non sapevano nulla. Prova ne sia il fatto che i veri proletari (se tali si potevano definire), cioè la classe operaia e contadina, non si riconoscevano affatto in questi gruppi di scalmanati e di intellettuali che sostenevano di lottare per loro. Quando si recavano nelle fabbriche, i sessantottini venivano ignorati dagli operai, se non addirittura contestati e respinti.
E’ difficile oggi spiegare perché quella infatuazione “rivoluzionaria” (intenzionalmente tra virgolette) si diffuse così ampiamente non solo tra gli studenti ma ancor più tra i professori, alcuni dei quali, profeti della presunta rivoluzione, hanno dovuto poi fare ammenda e riconoscere i gravi errori di quel periodo. Un nome per tutti, il prof. Antonio La Penna, illustre latinista nato nel 1925 e, a quanto mi risulta, ancora vivente. All’inizio degli anni ’70 egli aderì convintamente al ’68 e fu anche esponente di un gruppo extraparlamentare di sinistra, diffondendo scritti contro il sistema ed a favore di una didattica nuova fondata sulla lotta al classismo nella scuola e sul “non uno di meno”; ma poi, a decenni di distanza, ha dovuto riconoscere che la banalizzazione degli esami e le lauree concesse in massa e con il massimo dei voti a chiunque fosse iscritto all’università sono state un errore madornale, perché la mancanza della selezione (che allora era considerata “fascista”) ha provocato la presenza di tanti incompetenti ed ignoranti che hanno occupato posti di potere ed anche tante cattedre, giusto per restare in ambito scolastico e accademico. Però allora la febbre rivoluzionaria infettò tante persone, imbevute di quella ideologia marxista-leninista della validità della quale però non tutti erano pienamente convinti; molti, infatti, vi aderirono per convenienza o per massificazione, perché l’essere di sinistra era diventata una specie di moda, così come lo erano i pantaloni a zampa d’elefante o le scarpe da ginnastica. E questa moda, purtroppo, è un’eredità sessantottina che in parte è rimasta anche oggi, quando tanti presunti “intellettuali” radical-chic, sempre con la puzza sotto il naso contro gli “inferiori” che non aderiscono al loro pensiero, continuano a criticare il sistema dall’interno di esso, in una patente e continua contraddizione. Sono i “comunisti con il Rolex”, con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, secondo una recente definizione, ironica ma che coglie abbastanza nel segno.
In realtà il movimento del ’68 è stato un colossale e totale fallimento, che ha prodotto nella società molto più male che bene. Dal punto di vista politico il disastro è stato completo, perché la lotta contro i “padroni” e il capitalismo si è risolta in una sconfitta su tutti i fronti, visto che con il neoliberismo e la globalizzazione attuali il sistema capitalistico non solo ha vinto la guerra, ma si è addirittura rafforzato ed è diventato totalizzante. Le classi “proletarie” si può dire che non esistano più, mentre si è diffusa una sorta di sottoproletariato, una classe di nuovi poveri che non trovano più il loro ’68 e che nessuno difende. I potentati economici e le leggi del mercato dominano il mondo ed hanno persino annullato, mediante il ricatto dello “spread” e degli interessi sul debito, la sovranità nazionale di molti paesi tra cui il nostro. La logica del profitto trionfa ovunque, la cultura è giudicata inutile e persino dannosa, l’ignoranza e la superficialità sono sempre più diffuse, i giovani non vanno più sulle barricate ma si accontentano dello smartphone e dei vestiti firmati. Dov’è finito il ’68? Difficile immaginare una sconfitta più bruciante, un fallimento più totale.
Dove il ’68 ha influito veramente e lasciato il segno fino ad oggi è nel pensiero e nella mentalità comuni, soprattutto a causa della sconsiderata (e per certi versi criminale) contestazione del principio di autorità, che è invece necessario in uno Stato ordinato e civile. I sessantottini combattevano non solo contro il sistema politico, ma anche contro ogni forma di autorità, da quella dei padri in famiglia a quella dei militari nelle caserme a quella dei professori nelle scuole. Questa contestazione non mirava ad un giusto compromesso tra ciò che esisteva prima e ciò che s’intendeva proporre, ma intendeva scardinare e distruggere tutto: così nella vita familiare e sociale si determinò un clima di vera e propria ribellione dei giovani contro i genitori che si espresse in vari modi come la sfrenata libertà sessuale, l’abbandono del tetto domestico da parte di tanti che fuggivano da casa, la distruzione di tutte le tradizioni precedenti. La società ne fu scossa e tale è rimasta perché non si è riusciti a trovare un giusto equilibrio tra opposte pulsioni, ma è invece accaduto che, per correggere gli errori del passato, si sia caduti negli errori opposti: così, ad esempio, al clima di repressione che inibiva la vita dei giovani in epoca precedente (che ovviamente era un errore) si passò all’esatto contrario, ad una libertà sfrenata e incontrollata che aprì la strada alla diffusione della droga, del sesso promiscuo, alla perdita di tutti i valori di cui ancor oggi ci lamentiamo. Ma l’ambiente che ebbe più danni dal ’68 fu quello della scuola e dell’università, dove il movimento era nato. All’abolizione del principio di autorità delle istituzioni seguì la rovina completa della serietà degli studi, annullata dal “sei politico” e dalle promozioni di massa; l’introduzione di leggi buoniste e sempre più favorevoli agli ultimi finì per mortificare i primi, le eccellenze tra gli studenti, che da allora in poi furono sempre penalizzate. La perdita di autorità dei professori portò ad aperte contestazioni del loro metodo didattico e valutativo, accelerate e favorite dagli scellerati “Decreti delegati” del ’74, che introdussero i genitori e gli studenti nella gestione della scuola. La classe docente, già penalizzata da un trattamento economico indegno, finì per perdere ogni credibilità, in un crescendo di svalutazione che è sfociato recentemente in episodi di vera e propria violenza fisica di genitori ed alunni contro i loro insegnanti. Questo processo di degradazione di una categoria di lavoratori che svolge ogni giorno un’attività delicata e difficile è dovuto a diversi fattori, ma la sua prima radice sta nel ’68, dalle farneticazioni come il “sei politico” e il “vietato vietare”.
Una società senza autorità, senza gradazioni gerarchiche, è una società fallita, dove tutti comandano e tutti obbediscono senza che si veda più dov’è il confine della libertà personale di ognuno. E’ il caos, l’anarchia nel senso peggiore della parola. E di questo caos, di questa perdita di valori che oggi molti deplorano senza vederne l’origine bisogna ringraziare il ’68, un movimento ideologico che ha distrutto molto più di quanto ha costruito, che è stato per l’occidente e per l’Italia in particolare una vera e propria catastrofe. L’ideologia di cui si nutriva è caduta, sepolta sotto le macerie del muro di Berlino dopo aver commesso i più grandi crimini della storia; il ’68 è fallito, proprio come quella ideologia, ma i disastri che ha provocato continuano ancor oggi ad ammorbare la nostra società perché non siamo riusciti a rimediare a quei danni. Il motivo è semplice: la massificazione culturale provocata dal ’68 ha fatto molto comodo anche al neoliberismo attuale, che vi si è innestato perpetuando a suo vantaggio la mancanza di valori e di ideali che oggi caratterizza i nostri tempi. Gli antichi nemici di un tempo sono ora alleati, gli estremi si toccano. Così va spesso il mondo.

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I termini impropri della politica

Seguendo il dibattito politico che è sempre più acceso nel nostro Paese, mi risulta interessante analizzarne il linguaggio, cioè le parole e le espressioni normalmente usate dai politici durante i talk-show televisivi, dai giornali e dai social nel web. A mio parere alcuni termini di impiego comune sono in realtà usati impropriamente, attribuendo cioè ad essi un valore denigratorio e offensivo nei confronti degli avversari ma senza rispettare il senso proprio e naturale che dovrebbero avere. Poiché le parole sono pietre, come si suol dire, vale la pena di fare qualche esempio, per dimostrare come in Italia non si sia mai riusciti a chiudere i conti con il passato e ad impostare la dialettica politica su di un piano di aperto e tollerante confronto con chi la pensa diversamente da noi. Tutto ciò contribuisce all’affermazione di quel “pensiero unico” e di quel “politically correct” di cui ho parlato in altri post, la tendenza cioè a mettere in cattiva luce l’avversario additandolo al pubblico disprezzo anche mediante l’impiego di certi termini. Facciamo qualche esempio di parole anche troppo comuni.
1. Fascismo, fascista. Questi appellativi vengono rivolti continuamente da esponenti della sinistra a chiunque non la pensa come loro, e costituiscono senza dubbio un marchio d’infamia perché richiamano l’esecrato regime che fu al potere in Italia dal 1922 al 1943. E’ evidente il grossolano anacronismo che c’è dietro questi termini, perché il regime cui fanno riferimento è terminato più di 70 anni fa ed è quindi ormai impossibile che vi sia qualcuno che possa o voglia restaurarlo. In altri Paesi, che molto meglio di noi hanno fatto i conti con il passato e dove non ci sono “nemici” ma solo avversari e dove l’odio non ammorba il dibattito politico, termini come questi sono fuori uso. Non credo che in Germania si usi di frequente la parola “nazista” per identificare chi ha idee nazionaliste o comunque è schierato a destra, né che in Russia si usi più il termine “bolscevico” per chi ritiene che il passato regime comunista portasse ai cittadini anche dei vantaggi, pur nel clima assolutistico che lo caratterizzava. I regimi dittatoriali, per fortuna, appartengono al passato (almeno in Europa), ed è quindi linguisticamente e socialmente errato continuare nel 2018 a bollare gli avversari politici con etichette infamanti che si rifanno a periodi storici ormai conclusi. Oggi non c’è più alcun pericolo che i fantasmi del passato possano ritornare, ed è quindi assurdo tenerli in vita solo perché fanno comodo, a chi non ha argomenti sufficienti a sostenere il proprio pensiero, per chiudere gli avversari nel ghetto dell’infamia.
2. Razzismo, razzista. Anche questi sono termini largamente impiegati dai buonisti nostrani, siano essi d’impostazione cattolica o di sinistra (o di entrambe le ideologie) per designare coloro che si oppongono all’invasione degli immigrati nel nostro Paese, cui stiamo ormai assistendo da alcuni anni. Propriamente il termine “razzista” designa chi ritiene il proprio ceppo etnico ontologicamente superiore agli altri, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler, dove la cosiddetta “razza ariana” era ritenuta arbitrariamente dotata di qualità naturali e culturali più elevate rispetto a quelle delle altre razze. Ma chi oggi si mostra preoccupato per la presenza eccessiva di stranieri in Italia non lo fa perché ritiene superiore la propria razza a quelle degli immigrati o dei ROM, ma perché pensa che questi ultimi, in mancanza di lavoro o di adeguata integrazione, creino problemi di criminalità e di ordine pubblico, come in effetti avviene in molte città, dove uscire la sera è diventato proibitivo proprio per la crescente presenza di immigrati che delinquono. Ritenere che l’Italia abbia già molti problemi per potersi accollare da sola milioni di individui che fuggono dall’Africa o dall’Asia, o pensare che sia vergognoso che gli immigrati vengano mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese non è razzismo, è senso di giustizia puro e semplice. Ogni nazione europea tutela prima i propri cittadini e poi gli stranieri. Perché noi dovremmo fare eccezione?
3. Omofobo, omofobia. Questi termini sono frequentemente impiegati dal pensiero unico dominante contro chiunque non approvi le unioni omosessuali e soprattutto l’adozione di figli da parte di coppie di questo tipo. Anzitutto va detto che c’è un errore etimologico in queste parole, perché “omofobia”, in base alle sue origini greche, significa “paura dell’uguale”, e quindi non avrebbe nulla a che fare con la sfera della sessualità. Comunque, a parte ciò, questi termini vengono lanciati come etichette infamanti per chi esprime un’opinione che ha tutto il diritto di esprimere. Io stesso ritengo che l’unica famiglia che possa definirsi tale sia quella formata da un uomo e una donna, e prendo a garante l’art. 21 della nostra Costituzione per ribadire che nessuno potrà convincermi a cambiare idea.
4. Populismo, populista. Anche questi termini vengono usati a sproposito, attribuendo loro un senso denigratorio che in origine non avevano affatto. Propriamente il populismo è stato un movimento attivo di tipo socialista affermatosi in Russia sul finire del secolo XIX, ed è passato poi ad indicare colui o coloro che mettevano il popolo al centro del loro interesse artistico o letterario; quindi il senso della parola era inizialmente positivo, mentre solo di recente viene usato come equivalente di “demagogia”, la tendenza cioè di molti politici a far promesse per attirarsi il favore degli elettori. Questo è il maggior limite della democrazia, come già nell’antica Grecia molti scrittori e filosofi avevano sottolineato, perché il cosiddetto “popolo” è un’entità variabile, volubile, multicolore, che tende a seguire chi si mostra più convincente, cedendogli di fatto il potere. Quindi una vera democrazia, nel senso di “potere del popolo” oggi non esiste, come non è esistita (se non in senso lato) neanche nell’Atene del V° secolo avanti Cristo.
Il post è già lungo ed è bene finire qui. Quel che volevo dimostrare con questo mio scritto è che le parole sono importanti, hanno un peso enorme nel dibattito ideologico ed anche nella mente del cittadino, che viene inevitabilmente influenzato da ciò che sente in TV o che legge sui social. Occorre perciò stare attenti a come si usa la terminologia, perché i significati (cioè i concetti) possono essere semplici o neutri, ma l’uso di determinati significanti (cioè le parole) possono rendere quei concetti complessi e faziosi, possono scatenare la rivalità e l’odio da cui il dibattito politico si dovrebbe liberare una volta per tutte, come avviene in altre parti del mondo. Dire a una persona “tu sei contrario all’immigrazione incontrollata” è ben diverso dal dirgli “tu sei un razzista”, perché la prima frase è aperta al confronto delle idee, la seconda è solo un insulto che non risolve nulla, anzi peggiora di molto le cose perché la violenza verbale ne richiama altra e instaura una contrapposizione frontale e una spirale di odio che rischia di non finire mai.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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Riflessioni sul terrorismo internazionale

Dopo i fatti di Bruxelles, la televisione non fa altro che mostrarci immagini degli avvenimenti e mandare in onda pubblici dibattiti (o talk-show, come si usa dire oggi) sull’argomento, dove si sentono esprimere i pareri più disparati, le idee più bizzarre, i rimasugli ideologici di ogni genere senza che si arrivi mai ad un’analisi oggettiva del fenomeno. Personalmente il comportamento della tv e di coloro che ci parlano attraverso di essa mi suggerisce due osservazioni. La prima è che viene dato troppo rilievo all’argomento mediante la risonanza mediatica; forse è proprio questo, in effetti, uno degli obiettivi che i terroristi vogliono raggiungere, quello cioè che si parli di loro, che si dia risonanza mondiale alle loro imprese, in modo da diffondere ovunque la paura ed il senso di impotenza nei loro confronti. Se fosse possibile, a mio parere, degli attentati terroristici occorrerebbe parlare il meno possibile, in modo da limitare la rilevanza mediatica del fenomeno, il quale, se messo al centro dell’attenzione pubblica, potrebbe anche stimolare effetti di emulazione. In secondo luogo, i dibattiti televisivi mi sembrano dimostrare la mancanza di una vera conoscenza delle cause più profonde del manifestarsi del terrorismo islamico, le quali andrebbero studiate e comprese nella loro essenza prima di proporre soluzioni più o meno radicali. Cosa spinge questi gruppi a colpire i paesi occidentali? Con quali convinzioni, con quale stato d’animo delle persone giovani, che avrebbero davanti a sé una vita intera, vanno a portare la morte a persone innocenti ed a morire essi stessi? E le loro motivazioni, pur aberranti che siano, hanno soltanto una matrice religiosa o c’è dietro qualcos’altro? A me non pare che questi interrogativi vengano affrontati durante i dibattiti televisivi, o lo vengano solo in parte; ed è evidente, a mio parere, che se non si comprende fino in fondo la base culturale, la mentalità che induce quelle persone a compiere questi atti, sarà ben difficile trovare una soluzione al fenomeno, anche perché esso è del tutto alieno alla nostra mentalità di occidentali. A me, forse perché sono poco informato, sfugge lo scopo stesso delle azioni terroristiche, perché non vedo quale vantaggio ricavino questi gruppi dalla morte di qualche decina di persone innocenti, quale sia cioè il loro preciso obiettivo. Capire un fenomeno così drammatico e complesso è quindi indispensabile, altrimenti non vedo quale altro mezzo vi sia per neutralizzarlo: come si può prevedere ed impedire che una o due persone cariche di esplosivo si rechino in mezzo ad un mercato, in un autobus o in una stazione della metropolitana e si facciano esplodere? I terroristi non hanno scritto in faccia il loro status sociale; si mescolano alla folla e restano inconoscibili finché non azionano il detonatore. Contro di loro non c’è difesa, possono colpire ovunque ed in qualunque momento.
Intanto, mentre si piangono le vittime e la risonanza mediatica si allarga sempre più, siamo costretti a sentire in televisione i pareri più disparati e spesso assurdi. C’è chi sostiene che bisogna annientare l’ISIS e cancellarlo dalla faccia della terra con le armi. Questa sembra a molti la soluzione migliore, ma non si accorgono che è irrealizzabile nella pratica, perché i terroristi non sono localizzati in un solo luogo della terra che si possa bombardare o distruggere; possono essere ovunque, nelle nostre città e nei nostri paesi, nelle università occidentali e persino negli eserciti che dovrebbero combatterli, ed un’azione di forza rischierebbe di aggravare la situazione. C’è chi continua a parlare di rafforzamento dei controlli nei singoli paesi e ritiene che si debbano aumentare le indagini dei servizi segreti e dei corpi militari speciali; ma questa proposta, che pure può ottenere risultati concreti, non può risolvere del tutto il problema, perché non è possibile controllare casa per casa e cantina per cantina tutti i quartieri dove i terroristi possono annidarsi, né individuare tutti i loro movimenti. Bisogna ammettere, purtroppo, che se vogliono continuare a colpirci lo potranno fare indisturbati o quasi, anche perché chi non teme la morte, anzi la cerca e la desidera, non ha nulla da perdere, e quindi non esiste alcun deterrente che possa fermarlo. L’unica possibilità è un mutamento decisivo che intervenga nella cultura e nella mentalità di questi gruppi e dei loro affiliati, ma se non comprendiamo a fondo il fenomeno non riusciamo neanche ad immaginare quale sia l’evento miracoloso che possa sortire un tale effetto.
Comunque quel che mi indigna di più nei dibattiti nostrani sul terrorismo islamico è lo sciacallaggio di chi strumentalizza eventi così drammatici per fare polemica politica, per accusare gli avversari di questa o di quella colpa o mancanza che dir si voglia. In questi frangenti i Paesi dell’Occidente, ed il nostro in particolare, dovrebbero essere uniti per affrontare un problema comune, non dividersi ancora con assurdi sproloqui che non risolvono nulla. Il più retrivo tra questi, a mio giudizio, è la posizione di coloro che approfittano dell’occasione per rilanciare il vecchio e stantio antiamericanismo e sostenere che tutto quel che avviene è colpa della NATO e dei paesi occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti d’America) che avrebbero portato per primi la guerra all’Islam e che avrebbero quindi provocato queste reazioni. Per loro tutto il male sta da una sola parte, e così arrivano persino a giustificare dei terroristi assassini che uccidono persone innocenti e del tutto estranee alla politica ed alle eventuali responsabilità dei loro governi. E poi non mi sembra che il fondamentalismo islamico sia stato colpito più di quanto esso stesso abbia fatto spargendo nel mondo morte e terrore molto prima degli eventi che si ritengono oggi collegati al fenomeno terroristico: gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, si sono verificati molto prima che esistesse l’ISIS, ma anche allora qualche fanatico sostenitore di un’ideologia aberrante ebbe a dire che gli americani avevano organizzato essi stessi quella carneficina per poter dare la colpa all’Islam. Credo che ci dovremmo liberare al più presto di questi rottami ideologici che inquinano il dibattito politico e impediscono l’obiettività del giudizio, un elemento che sarebbe oggi più che mai utile, anzi indispensabile, per poter affrontare in modo efficace i momenti drammatici che stiamo vivendo.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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L’urlo dello sciacallo

Dopo la recente sentenza di condanna di Silvio Berlusconi da parte della Cassazione, sono tornati a farsi sentire gli sciacalli giustizialisti e forcaioli, primo di tutti il sig. Beppe Grillo ed i suoi servi seduti in Parlamento. Appena appresa la notizia, l’ineffabile “guru” del movimento ha subito chiesto che il Parlamento faccia decadere Berlusconi da senatore e lo dichiari ineleggibile. A parte il fatto che ciò sarebbe offensivo per quei 10 milioni di italiani che – votino o no per il PDL – non si riconoscono nell’area politica della sinistra, ma ciò che indigna di più è il fatto che proprio il sig. Grillo, che insulta e attacca tutti nel nome del nulla e della totale inconcludenza, è stato condannato egli stesso, addirittura per omicidio colposo di tre persone. Come può avere il coraggio un pregiudicato, perché di questo si tratta benché il reato sia solo colposo, di inveire contro gli altri e continuare a vomitare ingiurie a destra e a manca? Perché nel nostro Paese, nel nome di un malinteso concetto della libertà di espressione, si permette che un individuo di quella fatta, spregevole anche solo a vedersi, possa impunemente insultare tutti senza contraddittorio e senza che la magistratura prenda alcuna iniziativa? Forse perché il suo movimento ha avuto molti voti? Ma si tratta di voti qualunquisti, di pura protesta, senza alcuna precisa volontà politica; e anche i parlamentari dei 5 stelle, come ben si può notare già adesso, o sono incompetenti totali oppure si adeguano molto presto ai privilegi ed alle furberie della politica. E poi è inutile che si nascondano dietro il velame dell’antipolitica: il movimento di Grillo in realtà è di estrema sinistra, ha adottato il linguaggio becero di quella parte politica, ne condivide le idee (v. il sostegno al movimento No-Tav ed ai centri sociali, per esempio) e ne condivide anche l’odio feroce e distruttivo contro Berlusconi e il centro-destra in generale. Non credo però, quando torneremo a votare, che gli italiani si faranno imbrogliare ancora da questo guitto da baraccone.
Quindi anche Grillo, come tutta la sinistra, fa fronte comune contro il “diavolo”, il “Caimano”, come l’ha chiamato un loro regista, piuttosto insipido in verità. E la Magistratura, come vediamo da molti anni, si adegua, e colpisce da una parte sola. Io ricordo bene gli anni di Tangentopoli (1992/3): come si comportarono allora i magistrati? Provocarono un enorme terremoto politico, distrussero interi partiti (DC e PSI) ma non perseguirono mai i comunisti del PCI, che notoriamente ricevevano finanziamenti illegali dall’Unione Sovietica. Chissà perché, vogliamo chiedercelo? E’ la stessa domanda che mi pongo adesso, quando la persecuzione contro Berlusconi procede ininterrotta da vent’anni fino ad arrivare alla distruzione completa del personaggio, mentre gli scandali e le malefatte dell’altra parte (v. la vicenda del Monte dei Paschi di Siena) vengono trascurati, o comunque trattati con molta più mitezza. Ma la Magistratura, secondo la Costituzione, non dovrebbe essere al di sopra delle parti? Non dovrebbe stare fuori dalla politica? Fenomeni come Di Pietro e Ingroia, fedeli servitori della sinistra, non sono anomali in un Paese civile? Non è questo un conflitto di interessi altrettanto vistoso di quello di Berlusconi? A questo punto c’è da chiedersi se siamo ancora in un Paese democratico o nella Russia di Stalin, dove i processi-farsa servivano ad eliminare gli avversari e i dissidenti. Vi sono tanti modi di imporre un regime, e questo è uno dei più raffinati.

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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