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Un altro effetto del pensiero unico

Prendo spunto per questo articolo da un recentissimo fatto di cronaca, che riguarda il tema generale della libertà di opinione ma che ha suscitato in particolare il mio interesse perché coinvolge il mondo della scuola. Ieri 14 gennaio si è saputo che un’insegnante di inglese del liceo “Marco Polo” di Venezia è stata addirittura licenziata dall’autorità scolastica per alcune frasi razziste, contro gli immigrati e i musulmani, che aveva scritto sul suo profilo facebook. Qui, a quanto si è saputo, ella avrebbe auspicato la morte di tutti i migranti sui barconi e la necessità di bruciare vivi loro ed i loro figli; e sembra anche, come se non bastasse, che abbia scritto anche frasi offensive contro l’ex capo del governo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ed altre perle di questo genere.
A scanso di equivoci di ogni sorta premetto e confermo che io non condivido affatto le affermazioni di questa collega, che non voglio giustificare in alcun modo e da cui mi dissocio totalmente. Il problema però, a mio avviso, è un altro, e cioè questo: è lecito licenziare una persona, cioè toglierle il lavoro ed in pratica emarginarla dalla società, soltanto perché ha espresso un’opinione? Io me lo chiedo e spero che qualcuno mandi commenti a questo mio scritto, perché il problema mi pare notevole e coinvolge non tanto il caso di una persona quanto il concetto stesso di democrazia che abbiamo nel nostro Paese. La nostra Costituzione, all’art. 21, sancisce la libertà di opinione, un principio sacrosanto che non si può circuire o vanificare come sta facendo oggi il pensiero unico che domina ormai, attraverso la televisione e gli altri organi di informazione. Ho detto altre volte cosa intendo quando parlo di pensiero unico: le idee dominanti nella nostra società, in base alle quali vengono diffusi principi di buonismo, di tolleranza, di uguaglianza sociale ecc., per cui è diventato praticamente obbligatorio essere d’accordo con l’accoglienza degli immigrati, con le nozze gay, con il prolificare nel nostro paese di religioni e culture diverse e spesso distanti dalle nostre. Chi si oppone a questo pensiero unico è immediatamente bollato con il marchio infamante di fascista, razzista, omofobo, egoista, cinico, un insieme di etichette dettate dal pregiudizio che tendono a mettere in cattiva luce, condannare moralmente ed isolare chiunque con si allinei con l’opinione che ci viene imposta dall’alto attraverso i media e i social oggi tanto in voga. E mentre fino a poco tempo fa questo processo di ghettizzazione avveniva solo a livello morale, attualmente si sta cercando di trasformarlo in una vera persecuzione sociale e persino giudiziaria: mi riferisco, ad esempio, alla legge che punisce penalmente il negazionismo sull’olocausto, o a quella contro l’omofobia che trasforma in un reato penale l’opinione di chi non gradisce i gay e le loro ostentazioni. L’esempio della professoressa licenziata perché contraria agli immigrati costituisce l’ultimo esempio di questo processo in atto.
A questo punto, per tornare all’argomento particolare dell’articolo, cerco di precisare un aspetto non irrilevante del problema. Nel provvedimento di licenziamento è detto che questa docente, con le sue frasi razziste, provocherebbe un danno al prestigio dell’istituzione scolastica. Non risulta però che questa persona abbia espresso idee di questo tipo durante le sue lezioni; le ha scritte sul suo profilo facebook, quindi al di fuori dell’ambiente di lavoro, e chi non vuole leggerle non è obbligato a farlo. Dov’è il danno all’istituzione scolastica? I suoi studenti hanno chiesto una conferenza stampa in cui, parlando un linguaggio che sa di vecchio sessantottismo (nominano il “collettivo” degli studenti ecc.) affermano che nella loro scuola il fascismo e il razzismo non debbono entrare; ma l’impressione che se ne ricava è che i ragazzi stessi siano stati condizionati da persone o messaggi della fazione opposta, o che comunque non abbiano neanche loro ben chiaro il concetto di democrazia. Sulla base dell’art. 21 della Costituzione il pensiero e le opinioni sono liberi e tali debbono restare: se cioè una persona si limita a esporre un suo pensiero – dovunque lo faccia – ma non commette alcun delitto, come può giustificarsi che, in base all’opinione prevalente, si ritorni al reato di opinione e si licenzi una persona per questi motivi? Questo è il vero atto fascista, proprio delle dittature come quelle di Hitler e di Stalin, allontanare ed emarginare una persona perché ha espresso una sua opinione non consona con quelle che la televisione ed i politici di quasi tutti gli schieramenti vogliono imporci. Diverso sarebbe se la docente in questione avesse metto in atto quelle sue idee, avesse cioè – paradossalmente – ucciso di persona quegli immigrati a cui augura la morte; allora sarebbe un’assassina e dovrebbe pagare il suo delitto per tutta la vita, ma se ha solo espresso un suo auspicio, per quanto assurdo e disumano esso sia, non può essere sottoposta ad un provvedimento così grave, a cui non si è mai ricorsi neanche per coloro che hanno commesso reati ben più gravi. Si può, anzi si deve dissociarsi da quelle idee, si può condannare moralmente la persona che le ha espresse, si può biasimarla, odiarla, detestarla; ma se nella nostra mente è ancora chiaro il concetto di democrazia e di pluralismo, di cui tanti si vantano senza neppure sapere cos’è, non è né lecito né giusto infliggere provvedimenti così pesanti solo per aver scritto quelle frasi e oltretutto in un contesto che è al di fuori dell’ambito scolastico. Non si è sempre detto, da parte di molti colleghi, che la vita privata di un insegnante deve essere separata da quella professionale? Mi ricordo il caso di una professoressa che, irreprensibile nel suo lavoro, alla sera frequentava locali equivoci e si esibiva in spettacoli osceni. In quel frangente ci fu un’alzata di scudi a favore di quella docente, sulla base del principio secondo cui, se uno fa bene il proprio lavoro, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa nella vita privata. Se si crede in questo principio, allora non va condannata neanche la collega che ha scritto frasi razziste, perché non risulta che l’abbia fatto durante le ore di lezione o all’interno della scuola.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di difendere il razzismo di questa collega, che non conosco ed al cui pensiero mi ritengo estraneo. Quel che mi preoccupa è che attualmente nella nostra Italia, con la scusa del progresso, dei diritti civili, dell’accoglienza ecc., si sia giunti non solo a denigrare chi la pensa diversamente ed è ancora fedele a certi valori attualmente in disuso, ma persino all’emarginazione ed alla persecuzione giudiziaria contro chi non si allinea con il pensiero unico. Su questa reintroduzione del reato di opinione occorre fare molta attenzione, perché proseguendo su questa strada il passo verso la dittatura e l’oppressione è breve, ed in parte è stato già compiuto. Ho detto altrove, e qui lo ripeto, che se Mussolini, Hitler e Stalin vivessero oggi non avrebbero bisogno di manganello, olio di ricino o gulag: basterebbe la televisione per distruggere ogni dissenso.

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Osservazioni sugli esami di Stato 1. Il perché degli insuccessi

Leggo in questi giorni, sui forum di alcuni siti specializzati ed in particolare quello di “Orizzonte Scuola”, le lamentele di molti docenti che sono stati impegnati nell’esame di Stato delle scuole superiori che si è concluso da pochi giorni. Alcuni di loro riaffermano l’assoluta necessità di cambiare la struttura dell’esame e la composizione delle commissioni, altri se la prendono con i colleghi ed i presidenti, altri addirittura invocano l’abolizione totale dell’esame stesso, considerato un’inutile fatica per docenti e studenti.
Potremmo dire anzitutto che l’esame finale dei vari corsi di studi non si può eliminare “tout court”, perché è previsto dalla nostra Costituzione; ma poi, oltre a questo dato oggettivo, la mia opinione è che esso vada mantenuto perché è l’unico momento in cui i giovani si mettono veramente in gioco, si confrontano con persone che non hanno mai conosciuto prima, imparano insomma a crescere e ad affrontare le difficoltà della vita, comprendendo finalmente (anche sulla loro pelle) che non tutto è dovuto e che occorre impegnarsi in prima persona per ottenere un qualche risultato. Sotto questo profilo l’esame ha una funzione educativa e formativa e credo quindi che vada mantenuto; resta però da stabilire se vada bene così com’è adesso o se invece andrebbe in qualche modo modificato. Lasciando da parte per il momento la questione, che non compete a noi ma agli organi legislativi, cerchiamo invece di parlare della realtà attuale restando, per così dire, con i piedi per terra, senza elucubrazioni che lasciano per lo più il tempo che trovano.
Sulla base della mia esperienza mi sembra di dover suggerire alle scuole e ai docenti di preparare meglio durante il percorso scolastico gli alunni a sostenere questo impegno. Mi spiego: ai miei tempi portavamo all’esame solo due materie scritte e due orali (che oltretutto sceglievamo noi, diciamo la verità) e pertanto, anche se la verifica su quelle materie era più approfondita di quanto avviene adesso, la struttura dell’esame consentiva però di prepararsi al meglio, perché potevamo tranquillamente trascurare tutte le discipline che non fossero quelle che avevamo scelto. Oggi non è più così. La terza prova scritta, tanto per cominciare, è per lo più organizzata nei Licei con domande a risposta aperta (con numero limitato di righe) su quattro o cinque materie e su argomenti spesso specifici che non sempre lo studente può ricordare perché magari svolti all’inizio dell’anno scolastico. Al colloquio orale, per giunta, il malcapitato deve passare, nello spazio di mezz’ora o 40 minuti, di fronte a tutti i commissari, che lo interrogano su 9-10 materie quasi contemporaneamente. Vengono ovviamente fatte poche domande per ogni materia, ma lo studente deve comunque essere preparato – e riferire in poco tempo – sui programmi dell’intero anno scolastico di tutte o quasi le discipline del suo corso di studi. Questo è molto gravoso, non possiamo negarlo, e conduce molto spesso a risultati deludenti e molto inferiori a quelli ottenuti dai ragazzi durante l’anno scolastico nelle singole materie; io stesso, da commissario interno, ho sempre verificato questa situazione, dovendo constatare che purtroppo all’esame gli studenti rendono molto meno di quanto avveniva in precedenza, tanto che spesso non sono preparati su argomenti che ben conoscevano soltanto un mese prima. A cosa dobbiamo attribuire questo fallimento? Talvolta ad uno scarso impegno degli allievi, che sottovalutano l’esame e pensano di potersela cavare con la sola “tesina”; ma il più delle volte la vera ragione dell’insuccesso è la massa pletorica degli argomenti da studiare e da coordinare tra di loro, cosa a cui non sono abituati durante l’anno scolastico, quando le verifiche scritte e orali vengono organizzate quasi a compartimenti stagni, nel senso che se una settimana c’è la verifica di storia non c’è quella di matematica, se c’è il compito di latino non si può interrogare nello stesso giorno ecc. In pratica, gli studenti non sono abituati ad orientarsi contemporaneamente su argomenti afferenti a diverse discipline, né a collegare i contenuti tra di loro: ecco perché all’esame, costretti a galleggiare in un fuoco di fila di domande diverse ed argomenti molto vasti, finiscono per annaspare e qualche volta, purtroppo, per annegare del tutto. Come si può affrontare concretamente il problema, cercando di ridurre almeno, se non di eliminare, il disastro dell’esame? Occorrerebbe cambiare la didattica dell’intero percorso quinquennale, ad esempio, dando spazio agli argomenti interdisciplinari ed abituando gli alunni a operare collegamenti e confronti, non a studiare a compartimenti stagni come se frequentassero tanti corsi diversi tra di loro. Si potrebbe anche (e qualche scuola lo fa, in verità) organizzare delle simulazioni non solo della terza prova scritta, ma anche del colloquio orale, magari al di fuori dell’orario curriculare: alcuni pomeriggi ad esempio potrebbero essere dedicati a colloqui interdisciplinari su tutte le discipline studiate, con la partecipazione di tutti i docenti del consiglio di classe. So bene che questo è un impegno aggiuntivo che non viene retribuito, ma la nostra funzione di insegnanti e di formatori ci impone di fare qualche sforzo in più per il bene dei nostri studenti e anche di noi stessi; se infatti la nostra classe – sia che abbiamo svolto o meno la funzione di membri interni – ha un insuccesso globale all’esame e voti molto più bassi di quelli che ci saremmo aspettati, è una delusione anche per noi, la constatazione di un fallimento, di una vanificazione dell’impegno che abbiamo profuso durante tutto il corso di studi. Meglio lavorare qualche ora in più, anche senza retribuzione aggiuntiva, che piangersi poi addosso per il deludente esito dei nostri studenti; meglio abituarli prima a sostenere l’esame, senza buonismo e senza ipocrisie, piuttosto che vedere poi durante le prove scritte lo sconcio spettacolo di alcuni membri interni che vanno girando per i banchi suggerendo le risposte agli alunni o che tentano di falsificare totalmente l’esito del colloquio orale proponendo valutazioni improponibili a chi non ha saputo rispondere nemmeno alle domande più elementari. La nostra dignità professionale, dico io, dovrebbe venire prima di tutto.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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