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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

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Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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I profeti di sventure non mancano mai

Chi sono i profeti di sventure? Quelli che si lamentano di tutto, che dicono e ribadiscono che non va bene nulla e che finiremo tutti sul lastrico a chiedere l’elemosina, o qualcosa di simile. Sono le Cassandre del XXI secolo, una specie di individui che in Italia ha sempre prosperato e continua ancor oggi a prolificare. Basta accendere la tv e seguire un programma di attualità e ci rendiamo conto che questi gufi non mancano mai e non cessano di ripetere il loro lugubre ritornello: che tutti i politici sono ladri, mafiosi e delinquenti, che l’economia va malissimo, che le tasse ci soffocheranno, che moriremo di fame in breve tempo, e altre belle profezie di questo tipo. Questa abitudine al disfattismo e al pessimismo cosmico è un male tipicamente italiano, di un popolo cioè che non ha fiducia in niente ed in nessuno, e che sa solo lamentarsi e gettare sugli altri tutte le colpe possibili e immaginabili; non è così negli altri paesi, dove i cittadini si chiedono – caso mai – cosa possono fare loro per migliorare la situazione, non piangersi addosso e continuare a pronosticare guai e sciagure. Qualche anno fa questa abitudine era solita contraddistinguere la sinistra nostrana, che al tempo del governo di centro-destra seguitava a prevedere mali e disgrazie di ogni risma, tanto che Berlusconi ebbe a definire queste voci, provenienti dagli uomini e dagli organi di informazione di partito, le “Cassandre della sinistra”. La definizione è azzeccata, perché nella mitologia greca Cassandra era appunto una profetessa che aveva avuto dagli dèi un singolare destino: sapeva prevedere il futuro ma era condannata a non essere mai creduta. Così accade anche nell'”Agamennone” di Eschilo, dove Cassandra, ormai schiava del condottiero greco, prevede in una scena del forte pathos la morte sua e del suo padrone, ma come al solito non viene creduta e va incontro quindi alla propria triste sorte. Dev’essere dura, senza dubbio, prevedere eventi importanti e non ricevere credito da nessuno!
Le Cassandre di oggi, invece, fanno breccia nella mente dei cittadini italiani, ormai votati al disfattismo e all’idea della rovina totale, tanto da fidarsi – alle elezioni – di avventurieri senza scrupoli e senza idee come i sostenitori di Beppe Grillo, che ha fatto dello sfascismo la propria bandiera politica. I suoi servitori in Parlamento non trattano con nessuno, non si confrontano con nessuno, sono capaci solo di urlare, contestare e insultare gli altri al grido di “tutti a casa”, come se potesse esistere una democrazia senza politici e senza partiti. Si tratta di una deriva pericolosa ed eversiva alla quale i cittadini, se hanno un po’ di intelligenza e di coscienza, si dovrebbero ribellare sdegnosamente, anziché ascoltare i proclami deliranti dei paladini a 5 stelle, le Cassandre del nostro tempo. Nonostante sia palese l’inconsistenza totale di questo movimento, la tv continua a dare spazio a Grillo, al suo blog, ai suoi comizi da tribuno gracchiante, anziché rinfacciargli le menzogne di cui si riempie la bocca ad ogni pié sospinto. Ne ricordo una sola: nella primavera dell’anno scorso (2013) Grillo disse (anzi urlò) con la sua solita istrionica sicurezza che lo Stato non aveva fondi per pagare i suoi dipendenti e che quindi, da settembre in poi, non sarebbero più stati corrisposti i nostri stipendi. Invece, come ognuno può constatare, gli stipendi sono stati pagati regolarmente fino ad oggi, compreso il prossimo del corrente mese di aprile 2014. Perché nessuno rinfaccia a questo soggetto le sue fanfaronate degne del “Miles gloriosus” di Plauto, e tante persone continuano ad ascoltarlo come fosse un Messia, quando è soltanto un ciarlatano privo di ogni credibilità?
In questi mesi siamo dinanzi ai primi segnali di ripresa dell’economia, che non vanno sottovalutati; anzi, i dati positivi debbono essere seguiti dall’impegno e dalla collaborazione di tutti, facendola finita una buona volta con questo vittimismo e questo disfattismo che purtroppo – per colpa del movimento grillino ma non solo – continua a prosperare con tanta vigoria, proprio perché appartiene ai caratteri genetici dell’italiano medio, sempre pronto a lamentarsi, a piangersi addosso, a lasciarsi andare al più nero pessimismo. Io invece, dal canto mio, voglio sperare che la situazione generale del nostro Paese possa migliorare, soprattutto per i giovani, che hanno il sacrosanto diritto di trovare un lavoro e vivere serenamente la propria vita senza dover emigrare all’estero. Dobbiamo avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, altrimenti tutto precipita del baratro del nichilismo, da cui non ci risolleveremo mai. Il tentativo di Matteo Renzi, giovane e promettente leader politico, va seguito con attenzione e fiducia, perché certamente è diverso da quelli che l’hanno preceduto. Può darsi che fallisca anche lui, non c’è dubbio; ma almeno lasciamolo tentare, aspettiamo a giudicarlo almeno per qualche mese prima di emettere le solite sentenze di condanna definitiva che vengono pronunciate, aprioristicamente, su tutti i politici. I 5 stelle hanno già cominciato a dargli del venditore di pentole e del mentitore, prima ancora di vedere cosa realmente farà; ma certo loro possono farlo, il loro profeta Grillo ha la presunzione di giudicare tutti e tutti, di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri senza vedere la trave che è nel suo. Per me lui e il suo movimento non sono altro che delle Cassandre, non perché siano veramente profeti, ma perché non credo a nessuna delle loro parole, anzi dei loro guaiti e dei loro ululati da lupi in gabbia.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Merito e meritocrazia

Ho letto su uno dei blog che seguo, quello del “Gruppo di Firenze” (link qui a lato), una discussione in merito ad un articolo di Roger Abravanel apparso sul “Corriere della Sera” del 9 dicembre u.s., il quale consigliava a Pierluigi Bersani, probabile vincitore delle prossime elezioni, di non “rottamare” soltanto alcuni politici, ma anche alcune vecchie idee della sinistra. Una di queste è quella secondo cui la meritocrazia sarebbe un valore di destra, ciò che ha indotto la sinistra a privilegiare non il merito ma l’egualitarismo, in nome di certi principi come il “bisogno” di lavorare che tutti hanno e il “diritto acquisito” al posto di lavoro. Ciò che la nuova sinistra di Bersani (ma è davvero nuova?) dovrebbe fare è liberarsi da questi condizionamenti ideologici veteromarxisti e sostituirlo con quello della pari opportunità: non escludere cioè nessuno dalla competizione per l’affermazione sociale, ma operare comunque una selezione in base al merito, lasciando inevitabilmente fuori coloro che non hanno le capacità o le attitudini (o ancora l’impegno individuale) necessario per ricoprire certi posti di responsabilità. E tra questi ultimi, considerato l’insostituibile funzione che la scuola svolge in un moderno Stato di diritto, c’è anche quello dell’insegnante, in tutti i livelli dell’istruzione.

A mio giudizio i ruoli dell’insegnamento scolastico dovrebbero ottenersi soltanto mediante superamento di un regolare concorso a cattedre, che dovrebbe essere rigorosamente bandito ogni due anni: i posti liberi dovrebbero essere assegnati in base alla graduatoria di merito mentre gli altri, collocati in posizione utile ma non vincitori, potrebbero comunque ottenere l’abilitazione ed un punteggio per il successivo concorso. Ai miei tempi era così: io ho vinto il concorso ordinario nel 1983, quando ancora facevamo la traduzione dal greco al latino, e senza poter usare il vocabolario italiano-latino; ma quelli erano – appunto – altri tempi, adesso sembra di parlare della preistoria, e ben vengano altre forme di accertamento, ma sempre di accertamento si tratti per quanto riguarda le conoscenze e le competenze didattiche del candidato. Per questo non mi piace affatto la procedura adottata quest’anno dal ministro Profumo, quella cioè della preselezione mediante i quiz, che spesso non c’entravano nulla con ciò che gli aspiranti docenti dovranno insegnare. Per fare la selezione, si metta davanti agli aspiranti una serie di esercizi relativi alle loro discipline, e vediamo chi riesce a cavarsela con un bel po’ di analisi matematica o con un bel brano di Tucidide! Poi si vedrà.

Purtroppo però negli ultimi 30 anni i concorsi hanno fatto entrare nei ruoli una percentuale ridotta di docenti (si parla del 20 per cento), mentre gli altri vi hanno avuto accesso ope legis, cioè per semplici disposizione di legge, magari perché avevano svolto due anni di servizio come supplenti, senza mai dare prova delle loro conoscenze e capacità. Non è colpa loro, s’intende, perché quando un Governo non bandisce per oltre un decennio alcun concorso, occorre trovare altre forme di reclutamento. Tra questi colleghi ope legis ve ne sono di bravissimi, che avrebbero superato anche un concorso ordinario; ma ve ne sono anche altri che, diciamolo francamente, non meritano il posto che ricoprono, e vi sono arrivati dopo aver superato un esamino abilitante ridicolo: ricordo che anni fa, per avere l’abilitazione in latino e greco, bastava sostenere una discussioncina di letteratura antica, naturalmente in italiano, senza il minimo approccio ai testi classici. Con questi sistemi, favoriti dai sindacati da sempre garantisti e favorevoli a promozioni di massa, ci ritroviamo purtroppo con persone del tutto incompetenti e impreparate, cui si aggiungono i nullafacenti o comunque coloro che sono scarsamente motivati all’insegnamento e continuano a venire a scuola unicamente per lo stipendio. Sono pochi, intendiamoci, ma ci sono in tutte le scuole; e il danno che procurano alla società è gravissimo, perché la formazione dei giovani, futuri cittadini, non ha lo stesso rilievo sociale di un camion di patate da scaricare.

Se poi vogliamo tornare all’argomento iniziale, e fare un po’ di eziologia (ricerca delle cause), non possiamo fare a meno di rilevare come il sistema egualitaristico in cui viviamo impedisce di fatto qualsiasi soluzione del problema. Un docente di ruolo, che ha “bisogno” del posto di lavoro per mantenere la famiglia, ed ha altresì il “diritto acquisito” di mantenere quel posto, non lo si può licenziare, neanche se la sua incapacità didattica è palese. I dirigenti scolastici non hanno alcun potere, come non l’hanno neanche gli organi superiori dell’istruzione; per essere licenziato, occorrerebbe che uccidesse qualcuno, o giù di lì; anche se riceve un provvedimento disciplinare, ci sono poi sempre i sindacati a proteggerlo e i giudici a dare ragione al povero perseguitato. Di fatto, gli incapaci restano al loro posto. E allora dobbiamo avere il coraggio di dire la verità, che cioè il garantismo e il mito del “posto fisso” che c’è in Italia, la mentalità del “bisogno” e dei “diritti acquisiti” determinano un grave scadimento qualitativo della scuola, dalla quale andrebbero cacciati, e senza possibilità di appello, coloro che non sanno o non vogliono svolgere professionalmente il loro lavoro, e continuano a stare lì a rovinare classi intere di giovani, i quali sul momento (specie se hanno buoni voti) non comprendono il danno che ricevono, ma del quale si accorgono in seguito e con gran senso di delusione.

Ma chi è stato, in  tutti questi anni, a sostenere questo squallido egualitarismo per cui tutti dobbiamo essere sullo stesso piano, dobbiamo tutti avere lo stesso stipendio indipendentemente dalla quantità e dalla qualità del lavoro svolto? Chi ha sbandierato il mito del posto fisso, del divieto di licenziare, dei “diritti acquisiti”? E’ stata la sinistra, dai sindacati unitari ai partiti che si riconoscono in quell’area politica, i quali hanno sempre impedito che il merito fosse riconosciuto, a vantaggio di un appiattimento sociale che mortifica e conculca i migliori a tutto vantaggio dei peggiori e dei nullafacenti. Il PD ha fatto le primarie per decidere il leader, e in questo caso i meriti di Bersani hanno prevalso, da parte di chi ha partecipato alle votazioni, rispetto a quelli di Renzi; ma si tratta di una competizione ad alto livello, che non riguarda la base sociale dei lavoratori. Quel che la sinistra dovrebbe comprendere è che la meritocrazia deve vincere a tutti i livelli ed in tutte le attività lavorative, più che mai nella scuola e nell’università, dove le competenze sono molto differenziate da persona a persona. Occorre saper distinguere, premiare il merito anche economicamente e cacciare chi non lavora o lavora male. Questa è la mia opinione. Invece oggi, nel nostro ambiente, possiamo dire di trovarci sotto un regime comunista: cosa c’è infatti di più comunista del considerare tutti allo stesso livello e dare a tutti lo stesso stipendio, in un ambito lavorativo dove non c’è da scaricare patate ma da formare i futuri cittadini? Se un operaio scarica dieci casse ed un altro cinque non c’è molto danno sociale; ma se un docente è incompetente o fannullone ci va di mezzo qualcosa di ben più importante. Se il signor Bersani, probabile vincitore delle prossime elezioni, riflettesse su questo, avremmo già fatto un passo in avanti per liberarci dei residui maleodoranti delle vecchie ideologie.

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