Archivi tag: ideologia

Assemblee e consigli di classe, residuati da rottamare

Nel lontano 1974 (oltre 40 anni fa!) entrarono in vigore i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di norme che avrebbero dovuto favorire il pluralismo nella scuola e la libera circolazione delle idee; in base a queste norme, pertanto, furono istituiti tra l’altro le assemblee studentesche (che dovevano svolgersi una volta al mese) ed i consigli di classe, riunioni collegiali cui erano ammessi a partecipare anche rappresentanti degli studenti e dei genitori. A quell’epoca il dibattito socio-politico era molto acceso nella scuola e nella società, i giovani erano più o meno schierati da una parte o dall’altra e si interessavano fortemente (anche se non sempre in modo corretto) alla politica, all’economia, a ciò che accadeva in Italia e nel mondo: così la dialettica ed il dibattito assembleare era concepito come uno strumento di democrazia e di pluralismo, naturale e persino necessario. Le assemblee studentesche avevano allora un significato preciso e quindi non veniva messa in dubbio la loro utilità, benché spesso esse fossero condizionate da una eccessiva ideologizzazione che non di rado poteva sfociare anche in atti di violenza. La stessa esigenza di confronto e di discussione si riscontrava nei consigli di classe, sentiti come un momento essenziale della vita scolastica.
Tuttavia, come ho avuto modo di dire anche a proposito della Costituzione e di altre istituzioni, ogni aspetto della vita sociale va adeguato ai tempi che si vivono, perché panta rei come direbbe qualcuno, tutto cambia con il passare del tempo e col mutamento dei costumi e della mentalità: così quello che andava bene 40 anni fa non va più bene oggi, e sarebbe il caso che chi di dovere ci riflettesse e prendesse in merito i dovuti provvedimenti. Oggi i giovani, benché dotati di più strumenti apprenditivi e culturali rispetto al passato, hanno una forma mentis notevolmente diversa da quella che avevamo ai tempi nostri: il dibattito politico-sociale si è molto affievolito, non ci sono più le contrapposizioni ideologiche degli anni ’70, i problemi da affrontare nella scuola e nella vita sono molto diversi da quelli di allora. Si abbia quindi il coraggio di abolire, o almeno di modificare, istituzioni ed usanze che non sono più in linea con i tempi. Una di queste è appunto l’assemblea studentesca, che oggi è diventata soprattutto un’occasione per perdere una giornata di lezione e per trattare argomenti per lo più futili come la festa studentesca, le gite (o viaggi di istruzione, come vengono chiamate per conferire loro un’aureola di serietà che non hanno affatto), l’accoglienza dei nuovi studenti e altre amenità del genere. Gli alunni se ne stanno generalmente seduti a parlottare tra loro, a ridacchiare, a giocare con lo smartphone, prestano poco orecchio a quel che viene detto dai compagni al microfono mentre il tempo passa senza che si giunga quasi mai a conclusioni concrete o si trattino argomenti veramente importanti. Così l’assemblea lascia il tempo che trova, tutti se ne tornano felici e contenti di aver perduto le lezioni o evitato il rischio di un’interrogazione. Tutto è banalizzato, l’impegno politico-sociale di un tempo non c’è più, adesso la maggior parte dei nostri ragazzi vive come in un limbo dorato fatto di oggetti materiali e di una mentalità basata sul presente e sul particolarismo individuale.
Del pari anche i consigli di classe sembrano ormai vecchi residuati bellici, uno stanco rito che viene ripetuto più per obbedire ad una stanca routine che per realizzare qualcosa di veramente proficuo per gli studenti o per le altre componenti scolastiche. I docenti esprimono le loro opinioni sulla classe in questione, quasi sempre discordanti; di progetti comuni non se ne parla, perché ognuno è legato alle proprie materie ed ai propri programmi, ed alla fine ciascuno resta delle proprie idee e continua ad utilizzare il proprio metodo didattico, senza farsi minimamente condizionare da quanto detto dai colleghi. Così tutto resta come prima. Ma l’aspetto più bizzarro di queste riunioni emerge quando si insediano i rappresentanti degli studenti e dei genitori. I primi ben raramente hanno qualcosa di concreto da dire o da proporre; anzi, i problemi didattici della classe, che dovrebbero avere la preminenza in quanto legati strettamente all’azione educativa dell’istituzione scolastica, vengono molto spesso ignorati, mentre vengono poste all’attenzione questioni di secondario rilievo, prima di tutte le gite e i viaggi di istruzione, che sembrano essere l’unico argomento che interessa veramente gli studenti. Così il consiglio di classe, anche quando sono presenti criticità che richiederebbero un’approfondita discussione, si trovano a discettare quasi soltanto delle gite, degli scambi con l’estero, della settimana bianca o altro che sia, quasi che la scuola fosse un’agenzia di viaggi o un’associazione ricreativa. I genitori rappresentanti, poi, intervengono molto poco nel dibattito con la scusa di non avere contatti con le altre componenti, e quando lo fanno insistono soprattutto sulla necessità di rendere più tollerabile la fatica dei loro poveri figli, costretti a studiare e spesso (a detta loro) a rinunciare ad attività più divertenti per colpa di professori sadici che assegnano loro troppi compiti o non accettano le interrogazioni programmate. Al di là di questa attività sindacale in difesa dei poveri ragazzi vessati dalla scuola, ben pochi sono gli argomenti che i genitori affrontano nei consigli di classe; uno tra questi, forse il più sentito, è ancora una volta quello delle gite e dei viaggi di istruzione, ch’essi esigono dalla scuola come un loro diritto; anzi, vorrebbero pure che i docenti fossero obbligati ad accompagnare i loro figli, rinunciando a dormire per varie nottate ed assumendosi una responsabilità che loro stessi non sono capaci di prendersi. Poi se durante la gita, che la maggior parte degli studenti vive come uno “sballo” e considera un’occasione di trasgressione e di rifiuto di qualunque regola, accade qualcosa di spiacevole, la colpa sarà sempre e comunque affibbiata ai professori.
Queste sono le modalità con cui si svolgono oggi queste riunioni collegiali, ossia l’assemblea studentesca ed i consigli di classe. Certo, non era questo lo spirito del legislatore nel lontano 1974 quando i Decreti delegati furono promulgati, ma è anche vero che la società di allora era molto diversa da oggi, perché la mentalità generale è cambiata, in molti aspetti, più in questi ultimi decenni che nei due o tre secoli precedenti. Ma allora, constatata la realtà di fatto che attualmente viviamo nella scuola, si abbia il coraggio di intervenire dall’alto e adeguarsi all’attualità, anche se ciò comporta il sacrificio di quelli che sembrano ad alcuni diritti acquisiti. Più che di diritti, occorrerebbe tornare a parlare di doveri, ma da questo orecchio molti sono sordi e, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Annunci

7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Bilancio di tre anni di blog

Oggi 12 febbraio il mio blog compie tre anni, essendo stato inaugurato alla medesima data del 2012. Da allora il numero delle visite è andato sempre crescendo fino a superare quasi sempre le 100 quotidiane, sia perché le tematiche relative alla scuola interessano molte persone, sia anche per il fatto che su internet le notizie rimbalzano e si trasmettono con sempre maggiore velocità, per cui, da un link all’altro, la notorietà di un certo sito tende ad espandersi. Quello che purtroppo ancora è limitato è il numero degli interventi attivi dei lettori, cioè i commenti: la grande maggioranza dei visitatori, infatti, preferisce limitarsi alla lettura, evitando di farmi sapere il suo parere sugli argomenti che tratto. Quei pochi commenti che mi arrivano, inoltre, sono quasi tutti di una ristretta cerchia di persone, con le quali ho ormai instaurato un dialogo telematico che dura da tempo. Eppure io accolgo e pubblico tutto ciò che mi arriva (tranne ovviamente i commenti insultanti o inutili), e scrivo sempre una risposta, ciò che non tutti i “bloggers” si degnano di fare. Eppure gli interventi dei lettori continuano ad essere molto sporadici, mentre vedo che in altri blog il numero dei commenti è molto maggiore. Mi sono spesso chiesto il motivo di ciò, e ne ho pensate tante. Forse il mio modo di esprimermi è troppo dogmatico, apodittico, per invogliare il lettore ad una precisazione? O forse le mie idee sono troppo bizzarre o provocatorie perché valga la pena di rispondere? O forse i lettori non hanno abbastanza fiducia nell’utilità del confronto dialettico? Può essere che le cause siano queste che ho indicato, o altre che non conosco; sta di fatto che i commenti sono meno dell’1% delle visite al blog, e ciò non è molto incoraggiante per chi, avvalendosi di queste nuove opportunità di discussione che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, sperava di suscitare in rete un utile scambio di idee.
Nonostante la delusione per la scarsa partecipazione dei lettori, io continuo per adesso ad alimentare il blog, inserendovi – più o meno – un post alla settimana, trattando in massima parte argomenti scolastici ma toccando talvolta altre tematiche che riguardano la politica, i mezzi di informazione, la vita sociale del nostro paese. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per cui un docente ormai anziano, con quasi 35 anni di insegnamento, sente la necessità di tenere un blog; ed in effetti questa domanda mi è stata fatta più volte da chi giudica inutile e persino dannoso mettersi in gioco sulla rete ed esternare così le proprie convinzioni, le proprie certezze ed anche i propri punti deboli. Io rispondo che i motivi per cui mi sono preso questo impegno (a volte gravoso) riguardano anzitutto la mia volontà di mettere a disposizione di altri la mia esperienza di docente, al fine di dare qualche consiglio che magari possa essere utile ai colleghi più giovani; ma non nascondo che da parte mia c’è anche il desiderio di suscitare una discussione dalla quale io stesso possa trarre giovamento, ed è proprio per questo che mi rammarico dello scarso numero dei commenti. Non vedo infatti cosa ci sia di male a tenere un blog ed a far conoscere le proprie idee, che io non ho mai nascosto, anzi ho sempre dichiarato apertamente alla presenza di alunni, colleghi ed altre persone che conosco. Fino a pochi anni fa il confronto e la discussione potevano svolgersi solo in forma reale, cioè alla presenza fisica di altre persone con le quali esercitare la propria dialettica; adesso il mondo del web ci offre la possibilità di relazionarci non soltanto con chi ci sta fisicamente vicino, ma anche con chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, in forma virtuale. A me questo appare come uno dei lati migliori delle nuove tecnologie, che purtroppo presentano anche tanti aspetti negativi; è giusto quindi, a mio parere, approfittare di queste nuove opportunità, senza offendere nessuno e senza pretendere di aver ragione ad ogni costo. Dico anzi che sono ben lieto di accogliere e discutere opinioni diverse dalle mie, perché dal confronto civile tutti si arricchiscono. Spero quindi che, se pure avrò la forza di proseguire in questa attività, i lettori diventino più attivi e mi facciano pervenire il loro punto di vista sugli argomenti che tratto. Anche questo è un piccolissimo ma utile passo verso la democrazia.

8 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

Come attribuire i voti agli studenti

In questo periodo dell’anno scolastico tutti i docenti e gli studenti sono impegnati, a ritmo battente, nelle ultime verifiche orali e compiti in classe, per arrivare poi allo scrutinio finale con un “congruo numero” di valutazioni, come prevede la norma ministeriale. E’ quindi lecito chiedersi, ora più che mai, quale sia il criterio giusto per attribuire i voti alle prove degli alunni. Da quando è stato istituito il nuovo esame di Stato (1999) e di conseguenza il credito scolastico (ossia il punteggio che la scuola attribuisce ad ogni studente in base alle medie dei voti riportati negli ultimi tre anni di corso, punteggio he concorre poi a determinare il voto finale dell’esame), anche l’uso della scala valutativa è cambiato, pur restando sempre in decimi. I voti assegnati, in altri termini, vanno sempre da 1 a 10, ma mentre in precedenza i docenti tendevano ad attribuire soprattutto i voti intermedi della scala (cioè, più o meno, da 4 a 8), adesso è necessario invece adoperare l’intera successione numerica: se vogliamo infatti porre un alunno/a particolarmente meritevole in condizioni di ottenere all’esame il massimo dei voti (cioè 100/100) è indispensabile ch’egli/ella consegua allo scrutinio finale una media superiore a 9/10, altrimenti non ha il credito necessario per raggiungere l’obiettivo finale. E’ vero che le commissioni dispongono di un “bonus” aggiuntivo che va fino a cinque punti, ma non sempre sono disposte ad utilizzarlo e comunque basta che lo studente abbia qualche imperfezione nelle prove d’esame per mancare il risultato.
Ciò nonostante, molti colleghi sembrano non aver compreso questa necessità di una revisione della scala valutativa, che va impiegata tutta, in entrambe le direzioni; se è vero infatti che nulla impedisce l’attribuzione dei voti massimi (9 e 10) quando le prove dell’alunno sono del tutto rispondenti alle richieste del docente, è altrettanto vero che a prove scadenti o addirittura nulla si debbono attribuire valutazioni basse (2 e 3), e non partire dal 4 che, almeno a mio parere, denota sì una prova negativa, ma nella quale vi sono comunque alcuni elementi apprezzabili. Voglio dire che se un alunno mi fa 10 errori in una versione di latino, ma ha comunque cercato di tradurla e ne ha compreso almeno il senso generale, io posso attribuire un 4; ma se ha lasciato il compito in bianco o ha tradotto (e male) solo due o tre righe io non posso trattarlo allo stesso modo, perché non sarebbe giusto nei confronti dell’altro, e quindi debbo attribuirgli un 3 o un 2. Per quanto mi riguarda, dunque, io mi conformo all’invito ministeriale e utilizzo l’intera scala dei voti, escludendo soltanto, quasi sempre, i due voti estremi, cioè l’1 e il 10, perché oggettivamente mi sembrano esagerati. A dire la verità non ho mai, nella mia lunghissima carriera, attribuito l’1, mentre il 10 qualche volta l’ho dato, sia pure in casi eccezionali.
L’uso dell’intera scala valutativa mi sembra giusto non solo perché ce lo richiede il Ministero, ma perché lo esige la norma morale della giusta differenziazione tra prestazioni molto diverse: chi appiattisce le valutazioni, in effetti, adoperando solo i voti dal 4 all’8 (e talvolta persino dal 5 al 7!), compie un’iniquità, perché non distingue abbastanza tra gli esiti didattici dei propri alunni. Poiché la natura umana è molto diversa da individuo a individuo, poiché non siamo tutti uguali ed in particolare gli studenti sono molto differenziati tra loro per capacità e impegno allo studio, non è opportuno omologare e massificare le valutazioni, dato che in tal modo si mortifica l’alunno capace e meritevole che si vede quasi parificato a chi è molto meno capace e diligente di lui. Invece purtroppo il fenomeno c’è ancora, e certi colleghi, forse per non esporsi a critiche o proteste delle famiglie, non scendono mai sotto il 4 o il 5; poi però, forse per non dare l’impressione di essere troppo permissivi, mortificano gli studenti bravi fermandosi al 7 o all’8, quando non c’è nessun motivo per negare, a chi veramente lo merita, la soddisfazione di vedere premiate le proprie fatiche con il massimo della valutazione. Anche questo atteggiamento, a mio parere, deriva da una certa visione idelogica della società che poco sopporta le differenze economico-sociali, e che in base a questo preconcetto tende a ridurle anche nella scuola, attribuendo più o meno a tutti gli stessi voti. Forse sembrerà loro di contribuire con ciò all’uguaglianza tanto invocata ai tempi della “lotta di classe”, ma in realtà ciò che essi ottengono è solo un’ingiusta omologazione tra personalità umane che sono tra loro diverse e come tali debbono essere valutate. Esistono poi ancora, a distanza di oltre 40 anni dal “mitico” ’68, professori che ricorrono al “sei politico”, che cioè non danno per principio insufficienze a nessuno, nemmeno ai vagabondi che non si sognano mai di aprire un libro; ciò si verifica più spesso in alcune materie (v. storia e filosofia) che non casualmente sono state le più contagiate da quell’atmosfera “rivoluzionaria” degli anni ’70 nella quale tanti docenti di oggi sono stati formati; ma il danno che questo modo di agire provoca agli studenti stessi è evidente, perché chi sa che comunque otterrà la sufficienza in una materia si guarda bene da studiarla, salvo poi pentirsene in anni più maturi, quando le sue lacune gli faranno apprezzare e rivalutare proprio quei professori che abbondavano di valutazioni basse, dato che un alunno di 16-17 anni ha bisogno di questo “timore” del voto per impegnarsi veramente.
Molti di noi continuano a rammentare il fatto (piuttosto ovvio del resto) che il voto dato alle prove scolastiche non è un giudizio irrevocabile sulla persona, ma solo il corrispettivo di una precisa e momentanea prestazione culturale; non ne dubito, ma non possiamo fare a meno di accorgerci che per gli studenti e le loro famiglie il voto è importante, ed occorre quindi attribuirlo con criteri improntati a giustizia ed onestà, altrimenti la nostra immagine sociale, già compromessa, ne viene ulteriormente svalutata.

Su questo ed altri spunti di riflessione presenti nel post gradirei di conoscere l’opinione dei lettori, che sono quindi invitati a lasciare un commento nello spazio sottostante.

27 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica