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La presenza del latino nei nostri Licei

Per parte mia ho sempre sostenuto che il latino, inteso come studio sia della lingua che della storia letteraria corredata dalla lettura diretta dei classici, è una materia altamente formativa, sia perché la nostra cultura italiana ha in gran parte origine da quella degli antichi Romani sia per il fatto che tale studio sviluppa le capacità intellettive e critiche dell’individuo; di questo sono stato e sono fermamente convinto, tanto che qualche volta, con buona pace di chi la pensa diversamente, mi sono anche spinto a dire – forse esagerando – che i corsi liceali dove manca il latino non sono da considerarsi veri licei ma piuttosto istituti tecnici camuffati sotto falso nome.
Senza rientrare qui nel secolare problema dell'”utilità” del latino (e del greco per quanto riguarda il Liceo Classico), un concetto per il quale rimando al bellissimo libro di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, ed. Bompiani, su cui ho scritto un post su questo blog un paio di anni fa, vorrei adesso posare lo sguardo sullo stato reale in cui si trova questa disciplina nei licei italiani, dove evidentemente qualcosa non va sotto questo profilo. Al Liceo Scientifico, dopo le proteste dei tecnocrati che lamentavano il fatto che in quella scuola il latino avesse addirittura più spazio della matematica (orrore!), è intervenuta la malfamata riforma Gelmini a tagliare drasticamente le ore settimanali dedicate alla materia: da 4/5 nel biennio e 4/3 nel triennio si è passati a 3 ore settimanali in tutto il quinquennio, lasciando però inalterati i programmi. Si è voluto così, come si dice in Toscana, “fare le nozze con i fichi secchi”, sottoponendo docenti ed alunni ad una maggior fatica per poi ottenere risultati inferiori, perché è evidente che ciò che si faceva in cinque ore non lo si può fare in tre; l’esito dell’operazione è stato un forte abbassamento del livello culturale raggiunto dagli studenti, benché in molti Licei Scientifici (tra cui quello della mia città) i docenti abbiano continuato a lavorare seriamente e con grande professionalità. La perdita comunque c’è stata, non lo si può negare; e questo, cari signori sostentori della scienza e della tecnica, non avvantaggia certamente i ragazzi di quel Liceo, che si vedono parzialmente privati di una fonte di cultura che era fondamentale nella loro formazione e che li aiutava a ragionare autonomamente e criticamente. Ancora peggiore è la situazione nei licei Linguistico e delle Scienze Umane, dove le ore dedicate al latino sono talmente esigue da non consentire uno studio serio della materia, a prescindere dal valore didattico e culturale dei docenti. Al Linguistico addirittura il latino è presente solo nei primi due anni di corso, con due ore settimanali: in queste condizioni credo che neanche Cicerone in persona sarebbe capace di insegnare in qualche modo la sua lingua e la sua letteratura.
Nella fattispecie quindi, ad eccezione del Classico, negli altri Licei lo studio del latino è diventato poco più di una pura formalità, che lascia poco o nulla nel bagaglio culturale degli studenti dopo i cinque anni di corso. Allora io lancio una proposta, che non è nuova ma che non tutti conoscono e che spesso anche chi conosce dimentica: piuttosto che tormentare i ragazzi con la grammatica e la sintassi, di cui poi non rimane nulla, non sarebbe meglio abolire del tutto lo studio linguistico del latino, riservandolo soltanto al Classico? Piuttosto che fare poco e male, con alunni che dopo anni di corso non conoscono ancora le declinazioni nominali e le coniugazioni verbali, non potremmo trasformare la materia da “Lingua e cultura latina” in “Cultura classica”? Mi spiego. Potrebbe essere introdotto in tutti i corsi liceali un insegnamento di letteratura e civilizzazione greca e latina che preveda la conoscenza degli autori principali (anche con opportuni confronti con i poeti e gli scrittori moderni), letti però non in lingua ma in traduzione. Oggi esistono in commercio ottime traduzioni di tutti i principali autori antichi, alle quali si potrebbe ricorrere per far conoscere direttamente le loro opere agli studenti, i quali li leggerebbero in italiano e potrebbero quindi comprenderli senza scervellarsi con il vocabolario per tradurre, in modo osceno ed imprecando, dei pezzettini isolati di prosa. I testi tradotti potrebbero essere contenuti in manuali di storia letteraria che introducano le varie epoche storico-letterarie ed illustrino il pensiero ed il valore letterario de singoli autori. Del resto, non è forse vero che tutti noi utilizziamo le traduzioni quando vogliamo leggere un’opera scritta in una lingua che non conosciamo? Io, ad esempio, sono un appassionato di letteratura russa, ho letto tutto Dostoevskij tanto per fare un esempio, eppure non conosco una parola di russo. Perché non si può fare lo stesso con gli autori antichi, estendendo la conoscenza di essi anche al mondo greco e dando così anche ai ragazzi che non scelgono il Liceo Classico la possibilità di conoscere i grandi testi del mondo antico che hanno fortemente influenzato e formato la nostra cultura moderna? A questo riguardo è inutile che mi si dica che gli autori classici (specie i poeti) vanno letti nella loro lingua per essere veramente compresi. E’ vero, ma se ragioniamo così noi limitiamo la conoscenza di quel mondo ai pochi, pochissimi filologi che sanno orientarsi bene nelle lingue antiche, cosa che attualmente non riesce bene neanche agli studenti del Classico. E’ da ipocriti far finta di non sapere che oggi gli studenti di tutti i Licei dove c’è il latino non traducono più da soli ma scaricano le versioni già tradotte da internet; diventa quindi una farsa inutile pretendere quello che non è più possibile. E se al Classico deve giustamente restare lo studio linguistico e debbono essere tenacemente ostacolate le copiature, esso potrebbe tranquillamente essere abolito negli altri corsi, dove ormai è diventato una formalità senza valore. E’ arrivato il momento, secondo me, di avvicinare gli studenti di quei Licei al mondo classico in altra maniera, utilizzando testi tradotti ed illustrati dai manuali e dai docenti. Sono certo che a quegli alunni resterebbe molto più latino di quanto non ne resti oggi, quando ormai è diventato una Cenerentola, una materia trascurata e spesso inutile.

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Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

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Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

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La questione dei compiti a casa

Poiché questo mio blog è stato istituito per ospitare riflessioni di ogni genere, io mi propongo molto spesso di non parlare soltanto di questioni inerenti al mio lavoro di docente, ma di argomenti diversi e forse anche più interessanti. E tuttavia, nonostante questo proposito, mi capita di leggere e di sentire così tante stupidaggini sulla scuola (anche da parte di chi meno dovrebbe dirle!) che non posso fare a meno di tornare quasi sempre sugli stessi problemi. Certe cose non si possono passare sotto silenzio, al punto che, anche a non aver voglia di scrivere, le parole escon fuori quasi da sole. Potrei dire, parafrasando un noto poeta latino, che si natura negat, facit indignatio versum, ossia che, se anche il mio carattere non volesse farlo, è lo sdegno per quel che sento dire che mi induce a sfogare qui sul blog il mio dissenso.
E’ questo il caso della polemica, di recente rinnovata sulla stampa e sostenuta anche dall’attuale Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, contro i compiti a casa assegnati dai professori agli studenti, che da tale attività sarebbero oppressi e tormentati, soprattutto da quando si è scoperto che i loro coetanei degli altri Paesi d’Europa (guarda caso!) dedicano meno tempo di loro allo studio; risulterebbe infatti da un indagine dell’OCSE (organismo internazionale di studi economici) che gli alunni italiani passano in media 9 ore alla settimana sui libri, contro le 4 o 5 della media europea.
Facciamo subito una breve osservazione. Se le 9 ore di impegno domestico dei nostri studenti riguardassero soltanto i compiti scritti (esercizi di italiano, matematica, latino, inglese ecc.) allora sembrerebbero anche a me un po’ eccessive; ma se invece si riferiscono, come pare, al totale delle ore dedicate all’insieme delle materie scritte ed orali, allora non mi pare affatto che siano troppe. Si tratta, in pratica, di una media di poco più di un’ora al giorno, che non può esser considerata eccessiva o pesante; di tempo per divertirsi, uscire, fare sport e ciondolare sui social network ce n’è più che in abbondanza, come ognuno può constatare. E poi il discorso è diverso a seconda dell’età degli studenti: per un bambino di 6-7 anni un impegno di questo genere può anche essere gravoso, ma non lo è certamente per uno studente di scuola superiore, per il quale appare persino troppo esiguo, perché con un’ora o un’ora e mezzo al giorno non si può esaurire l’impegno richiesto dal complesso delle materie di ciascun istituto, a meno che non si voglia restare nell’ignoranza.
E qui appunto arriviamo al nocciolo della questione. Se nel resto d’Europa gli studenti sono meno impegnati, non mi pare che di per sé questo sia un motivo di vanto, anzi, caso mai è il contrario. Va poi considerato che le ragioni di questo fenomeno possono essere più d’una: anzitutto in molti paesi europei il tempo-scuola si prolunga anche nel pomeriggio, ed è quindi ovvio che gli allievi, sopo aver passato nel proprio istituto dalle sei alle otto ore al giorno ed avervi svolto anche attività di esercizio e di ripasso, abbiano meno lavoro domestico da svolgere. In certi paesi poi (v. la Gran Bretagna) è stata fatta una scelta didattica a mio avviso molto discutibile, quella cioè di ridurre il curriculum ad un numero molto basso di materie, prefigurando una preparazione piuttosto settoriale e non omogenea; così l’impegno degli studenti è minore, ma la loro preparazione conclusiva è certamente più superficiale e meno globale di quella dei nostri alunni. Io non ho mai creduto alla favola secondo cui gli studenti italiani sarebbero tra gli ultimi in Europa e nel mondo, anzi sono convinto del contrario: lo sostengo in base al fatto che ho conosciuto molti studenti e docenti stranieri in occasione di scambi culturali che la mia scuola ha effettuato con istituti francesi, inglesi, irlandesi, americani e persino australiani. In queste occasioni ho più volte constatato un’ignoranza imbarazzante su argomenti che tutti dovrebbero conoscere (francesi che non sanno chi era Napoleone, per esempio, o altre perle simili); e quando i miei studenti, anche mediocri, hanno effettuato esperienze di studio all’estero con il progetto “Intercultura”, nei paesi dove si sono recati sono diventati subito i primi della classe e sono stati additati come esempio per i giovani del luogo. Certo, se le verifiche vengono effettuate con test a crocette squallidamente nozionistici, forse i nostri studenti risultano meno abili; ma se le prove si svolgessero tenendo conto della cultura generale e della capacità espressive ed argomentative individuali, i risultati sarebbero ben diversi.
Tornando al problema dei compiti a casa, ritengo la polemica nei loro confronti frutto o di crassa ignoranza o di malcelata negligenza dei genitori, i quali si irritano se i loro figli stanno troppo sui libri perché preferiscono far loro frequentare attività sportive o ludiche. Per queste persone la scuola ha la stessa importanza (se va bene) di un corso di danza o di una partita di calcio; non interessa loro la cultura, la formazione dei figli, ma soltanto il diploma o la laurea (possibilmente con buoni voti per potersene vantare con parenti e amici), da ottenere con poco sforzo e molta presunzione. Ma se invece vogliamo che la scuola, nonostante i ministri ed i giornalisti di infimo livello, svolga veramente il ruolo cui è destinata, lo studio individuale a casa diventa indispensabile e insostituibile. Come si possono apprendere discipline applicative o tecniche come la matematica, il latino, il greco ecc. senza svolgere esercizi individuali ove viene verificato e rinforzato ciò che è stato spiegato in linea teorica? Se un docente illustra ai suoi alunni il procedimento necessario a risolvere le equazioni di secondo grado, ad esempio, dovrà forse limitarsi alla formula teorica o dovrà anche far svolgere esercizi applicativi di quella formula? Ne svolgerà alcuni lui stesso, a mo’ di esempio, in classe, ma non avrà tempo, nelle ore a disposizione nell’orario scolastico, di mostrarne così tanti da far comprendere a tutti il concetto; e quand’anche ci riuscisse, è comunque necessario che lo studente si eserciti anche da solo, metta in campo le proprie personali qualità intuitive e deduttive e pervenga così alla sedimentazione, cioè alla conoscenza profonda e definitiva dell’argomento. Ma anche le materie soltanto orali hanno bisogno di un attento studio personale, per essere effettivamente assimilate; lo studente, in altri termini, può anche comprendere bene l’argomento di letteratura, di storia, di scienze ecc. illustrato dal docente durante le ore curriculari, ma se poi non lo rielabora personalmente, non studia cioè i contenuti operando una sintesi tra le parole del professore ed il libro di testo (e magari anche documentandosi da altre fonti) non giungerà mai ad un apprendimento soddisfacente. Si ricorderà grosso modo l’argomento, ma non ne conoscerà i caratteri fondanti né i dati oggettivi solo in apparenza secondari (v. le date storiche ad es.), la corretta terminologia ecc.
Su un punto della polemica, tuttavia, sono d’accordo anch’io: l’idea cioè secondo cui la parte più significativa del lavoro scolastico debba svolgersi in classe, in modo che i compiti a casa non debbano essere sostitutivi dell’operato del docente (v. la celebre frase “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, che tutti prima o poi ci siamo sentiti dire). Non vanno mai assegnati compiti o esercizi su argomenti non trattati prima dal professore, perché se gli studenti potessero apprendere da soli sarebbe loro sufficiente comprarsi dei libri o collegarsi ad internet, senza frequentare la scuola. Prima deve venire l’impegno del docente e poi quello dello studente, non viceversa. Inoltre – ed è cosa ovvia – non bisogna esagerare nella quantità dei compiti a casa e dei contenuti da studiare, perché qualche volta è vero che gli scolari, anche quelli più piccoli, sono troppo oberati di lavoro, come ad esempio i famosi compiti per le vacanze estive, che non di rado rovinano ai piccoli villeggianti le belle giornate al mare o ai monti. Come diceva Aristotele, la virtù è il punto di incontro di due vizi opposti, il che significa, in termini pratici, che non si deve mai esagerare, né in un senso né nell’altro. I compiti a casa sono essenziali, non si possono abolire; occorre però il senso della misura, specie nei periodi di più intensa attività didattica, altrimenti c’è il rischio concreto che gli studenti li copino o addirittura non li svolgano affatto; e questo è dannoso anzitutto per loro, ma anche per il sistema scolastico nel suo insieme.

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Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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Ancora su cellulari e copiature

Sto notando da un po’ di tempo che tra i termini più ricercati dagli utenti del mio blog ci sono “come copiare con il cellulare”, “copiare la versione”, “come non farsi sgamare dai prof mentre si copia”, e altre perle di questo tipo. Ciò significa che gli alunni continuano a cercare le scorciatorie e nell’ultima parte dell’anno scolastico, anziché studiare con più impegno, tentano come sempre di fare i furbi e di copiare, per raggiungere in modo disonesto e truffaldino una valutazione che non meritano. Parlando poi con colleghi di altre scuole (e anche della mia) mi accorgo che il fenomeno delle copiature con il cellulare durante gli esami ed i compiti in classe ha raggiunto dimensioni macroscopiche: ci sono classi dove, in barba al professore che non fa sufficiente attenzione (forse in buona fede, perché si fida dei suoi alunni), copiano praticamente tutti, falsando i risultati delle prove scritte e rendendo quindi queste ultime praticamente inutili. Il problema è già stato fatto presente ai vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti, ma nessuno ha mai preso in considerazione l’idea di prendere provvedimenti atti ad impedire questa sconcezza che disonora tutta la scuola italiana. Non ci sono norme che tutelino gli insegnanti: i dirigenti scolastici infatti, interrogati in proposito, sostengono che se un alunno non viene sorpreso nel momento in cui copia, nessun provvedimento può essere adottato, neanche se il docente trova su internet la traduzione del brano latino (o greco) uguale a quella fatta dall’alunno e gliela mette sotto gli occhi. Niente da fare. Dinanzi a questa situazione, molti docenti fanno finta di non accorgersi di nulla (tanto lo stipendio arriva lo stesso!) e si rendono così complici dei disonesti e sono quindi cialtroni pure loro; altri tentano di reagire in qualche modo, ma è veramente difficile. Far consegnare i cellulari prima del compito è indispensabile ma non risolve il problema, perché i furbetti ne consegnano uno e ne occultano un altro tra i vestiti, nell’astuccio, facendo un incavo nel vocabolario e in altro modo ancora; perquisire gli alunni non si può assolutamente; impiegare i disturbatori di frequenze, che sarebbero l’unico strumento in grado di risolvere il problema, è illegale. Cosa ci resta da fare? Io ho cercato di dare qualche suggerimento in un post dello scorso 18 gennaio intitolato “Vademecum anticopiature per docenti di latino (e greco)”, basato essenzialmente sulla modifica sostanziale del brano da tradurre proposto, in modo da rendere difficile il suo reperimento su internet; aggiungo ora che può essere utile anche ricorrere ad autori semisconosciuti, magari di epoca medievale e umanistica, i cui testi non sono stati ancora collocati nei siti canaglia che si rendono complici di questo reato, perché di questo si tratta, specie se compiuto agli esami di Stato. Ritengo però che le scuole dovrebbero anzitutto elaborare un proprio regolamento in proposito, autorizzando i docenti ad assegnare il voto minimo (1 su 10) quando riescano a trovare una traduzione uguale o simile a quella effettuata dall’alunno, oppure – quanto meno – costringere quest’ultimo a svolgere un compito supplementare dove sia da solo e sottoposto a stretta sorveglianza.
C’è pure qualche ebete che, di fronte a queste mie parole, mi manda commenti accusandomi di metodi polizieschi o peggio ancora. Sarebbe meglio non arrivare a tanto, ma a mali estremi estremi rimedi. E poi, concludo, del problema dovrebbe occuparsi chi di dovere, cioè il nostro Ministero, perché è del tutto inutile fare proclami sui problemi della scuola e sul valore dei titoli di studio quando si permette che questi titoli vengano conseguiti in modo truffaldino e del tutto illegale. Ho già scritto in proposito ai funzionari che dovrebbero occuparsi del caso, ma per adesso nessuna risposta.

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Nani sulle spalle dei giganti

Questa celebre frase, da molti ripetuta, sembra che sia stata pronunciata per la prima volta da Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo. Essa significa che le nostre conoscenze e le nostre acquisizioni in ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale, non sono frutto delle capacità della nostra generazione, ma sono il risultato di secoli e di millenni di progresso, di arte e di cultura; quindi noi non vediamo lontano perché dotati di una vista eccezionale, ma solo perché siamo sulle spalle di chi è vissuto prima di noi ed ha costruito, mattone su mattone, il grande edificio della civiltà.
Ma oggi, purtroppo, la nostra società tecnologica e materialista si dimentica troppo spesso del passato, vive in un presente edonistico e fatuo che si alimenta di se stesso e non ritiene più necessario né utile conoscere gli eventi, gli uomini ed i periodi storici che hanno plasmato la nostra civiltà; e così rischiamo di cadere rovinosamente dalle spalle dei giganti, tornando a una forma di barbarie che è molto peggiore e più abietta di quella dei barbari dell’Antichità, perché ha la colpa di essere caduta nell’inciviltà non per opera altrui, ma di mano propria. Chi non conosce il passato, chi non apprezza quella cultura umanistica che ci mette in contatto con le azioni e le opere di chi ha costruito nei secoli la civiltà nel mondo, vive nelle tenebre dell’ignoranza e lì rimane, chiudendosi in una visione ristretta della vita che gode e apprezza soltanto ciò che “serve” o che può divertire nell’immediato. La perdita dei veri valori dell’umanità è oggi ben più di un rischio, è una realtà: lo si nota osservando il comportamento di tante persone e soprattutto di molti giovani, che perdono tutto o quasi il loro tempo a scambiarsi insulsi messaggi sui “social network” o in passatempi futili o addirittura nocivi.  La responsabilità di tutto ciò, ovviamente, non è loro, ma di coloro che, in ossequio alle norme del mercato e della globalizzazione, hanno diffuso e affermato una visione della realtà sociale e politica fondata sui soli valori economici, senza tener conto delle conseguenze disastrose che una tale mentalità, al di là del benessere materiale, avrebbe provocato e senza intervenire, anche coercitivamente, contro il degrado morale dei nostri tempi. Anche chi ha gestito il sistema dell’istruzione negli ultimi anni ha delle gravi responsabilità: anziché recuperare il vero valore formativo della scuola, la serietà ed il rigore degli studi, si sono blanditi sconciamente gli studenti giustificandoli in ogni modo, e si è anche pensato che l’introduzione degli strumenti informatici come le LIM o i tablets potessero risolvere tutti i problemi, facendo così non l’interesse di chi studia, ma di chi produce e vende questi oggetti. Si ritorna sempre allo stesso punto: l’economia, il guadagno sopra ogni altra cosa.
Mi piace qui riportare una frase di Hannah Arendt, filosofa tedesca del ‘900 ormai morta da tanti anni ma vera profeta dei nostri tempi. Ella scrisse già negli anni ’60 questa frase: “Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre.” Non so a che proposito e in quale occasione la Arendt pronunciò questa massima, ma essa pare calzare a pennello per i tempi attuali. Chi rifiuta il passato come “inutile”, chi dice che che lingue classiche non servono perché non si parlano più, chi dice che la filosofia è quella scienza “con la quale o senza la quale il mondo va tale e quale”, chi afferma che conoscere la storia non serve perché tanto “i personaggi storici sono tutti morti”, non si rende conto che si condanna per sempre non solo all’ignoranza culturale, ma anche all’accettazione passiva di ciò che gli viene imposto dall’alto, si condanna a diventare una macchinetta che esegue gli ordini del mercato e dei potentati economici, senza esser capace di vedere al di là del proprio computer, del proprio cellulare e senza saper progettare altro che le vacanze alle Maldive. Senza passato non c’è presente e non c’è futuro: ed è questo un concetto del quale io sono stato convinto da sempre, ma che oggi mi pare sempre più valido e attuale.

Mi è venuto spontaneo fare queste riflessioni in questi giorni perché siamo nel periodo delle iscrizioni alle scuole superiori da parte dei ragazzi provenienti dalla scuola primaria. Un tempo, quando era a tutti palese che conoscere il passato significa capire il presente e programmare il futuro, molti erano coloro che frequentavano le scuole umanistiche, e soprattutto il Liceo Classico; negli ultimi anni, invece, l’ignoranza sempre più diffusa e la mentalità utitaristica e materialista che vede l’istruzione soltanto in funzione del posto di lavoro o comunque di ciò che “serve” nell’immediato hanno via via diminuito gli iscritti a questo Liceo, che rimane a tutt’oggi il fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano ma che è ormai apprezzato solo da pochi. E’ anche questo, insieme ad altri, un segno della decadenza morale e civile dei nostri tempi, di quel ritorno alla barbarie e all’analfabetismo che, pur con i più sofisticati strumenti informatici, avanza inesorabilmente e che nessuno finora è riuscito ad arginare.

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Una guerra tra poveri

In questo periodo autunnale noi che operiamo nella scuola ci troviamo impegnati, oltre che nel lavoro quotidiano ed in una serie di incombenze che ci piovono inaspettatamente tra capo e collo, anche in un’altra attività: il cosiddetto “orientamento in entrata”, che equivale poi alla presentazione del nostro Istituto agli alunni delle terze medie del territorio, allo scopo di attirare il più alto numero di iscrizioni possibile. Tutto questo si svolge in diverse maniere: ci sono scuole medie che restano aperte in certe date al pomeriggio per ricevere i rappresentanti delle superiori, quelle che ci consentono di visitare le loro classi al mattino durante le normali lezioni e quelle, infine, che non permettono affatto agli istituti superiori di incontrare i loro studenti, con il pretesto di provvedere in modo autonomo al loro orientamento.
Le modalità con cui le scuole superiori si presentano sono più o meno le stesse: ciascuna invia o consegna direttamente agli alunni delle terze medie ed ai loro genitori del materiale illustrativo (depliants, opuscoli ecc.) che esaltano e magnificano senza limiti i presunti pregi di ogni singolo istituto, spingendosi persino a prevedere per i futuri adepti un sicuro ingresso nel mondo del lavoro. E’ questa, come ognuno può constatare, una delle più grosse menzogne che oggi, con la situazione economica in cui ci troviamo, si possano dire ad un ragazzo di 14 anni, ed è un vezzo, se così si può chiamare, tipico degli istituti tecnici e professionali, i quali millantano spesso di saper dare una preparazione di cui ci sarà un gran bisogno nella società del futuro. Ma come, dico io, non si sa neppure cosa accadrà tra un mese in questa società fluida e instabile, e costoro pretendono di sapere quali professioni saranno richieste tra cinque o sei anni? I docenti che rappresentano questo tipo di scuole insistono sulla presunta “utilità” del loro percorso, e spesso ne danno un’immediata dimostrazione: qualche anno fa, in effetti, visitando una scuola media in occasione di un open day, vi trovai docenti e alunni dell’istituto alberghiero della mia zona che cercavano di attrarre iscrizioni… confezionando lì nell’atrio pasticcini e dolci vari e offrendo agli astanti l’aperitivo. Certo, ognuno usa le armi che possiede, ma non mi pare questo il modo migliore per evidenziare il livello culturale di un istituto scolastico.
Certamente però anche i licei partecipano a questa guerra tra poveri, rivaleggiando tra loro e con i tecnici e professionali per accaparrarsi iscrizioni, allo scopo di garantire la continuità del numero delle classi e quindi dei posti di lavoro. Ognuno magnifica le proprie dotazioni e le proprie caratteristiche: laboratori di informatica sempre attrezzati e moderni, aule speciali, attività di vario genere come gli scambi culturali ecc. In questa situazione di concorrenza spietata chi si trova in maggiore difficoltà è proprio il Liceo Classico, un tempo scuola d’élite culturale e prescelta per la qualità della formazione e per il metodo di studio e di analisi che fornisce, e oggi costretta invece a dibattersi tra ingiuste critiche e falsi pregiudizi, ed a giustificare lo studio delle discipline umanistiche, delle quali invece un tempo nessuno negava l’importanza ed il prestigio. Oggi ci sentiamo sempre più spesso accusare di proporre “roba vecchia” e “lingue morte”, di non fornire un’adeguata preparazione scientifica, di non essere insomma al passo con i tempi. E come possiamo difenderci da queste accuse? Possiamo ribattere, ma con poche probabilità di essere convincenti in un mondo in cui dominano la tecnologia e l’utilitarismo del “tutto e subito”, che il latino ed il greco concorrono in modo significativo alla formazione culturale di un giovane o una giovane, i quali, studiando le radici della nostra civiltà che vanno ricercate nel passato, saranno in grado di comprendere il presente e di programmare autonomamente il proprio futuro; che il metodo di analisi critica ottenuto con lo studio delle discipline umanistiche aiuta a diventare cittadini responsabili e capaci di interpretare la realtà senza farsi condizionare dalle mode e dai falsi miti; che i migliori ingegneri e matematici – guarda caso – hanno frequentato il Liceo Classico; che le statistiche elaborate anche di recente sul successo degli studi universitari dimostrano che chi viene dal Classico si laurea prima e con voti più alti degli studenti provenienti da altre scuole, e via dicendo. Purtroppo tutto questo non è sufficiente per chi non riesce ad andare al di là del puro tornaconto momentaneo (al Classico c’è troppo da studiare, non ci vado!) e della logica dell’utile immediato, dello studio che deve “servire subito”. E guai a dire, come qualche volta ha fatto il sottoscritto dinanzi a studenti e genitori delle terze medie, che la funzione degli studi non è solo quella di “servire”, ma soprattutto quella di “formare”, di creare coscienze e menti ragionanti, che sapranno sì mettere a frutto la cultura acquisita, ma non solo per trovare un posto di lavoro qualunque sia, bensì per essere veramente uomini e donne responsabili e padroni di sé.
Anche quest’anno ho partecipato a questo rito consueto dell’orientamento, visitando scuole medie e accogliendo studenti in occasione degli “open days” della mia scuola; e l’ho fatto non certo per interesse personale, visto che con l’anzianità anagrafica e di servizio che possiedo non rischio nulla per quanto riguarda il mio posto di lavoro, bensì per amore per la mia scuola e soprattutto per amore della verità, perché cioè ho una fede totale e immutabile nella validità culturale e formativa degli studi umanistici, e per questo cerco di spiegare a chi mi ascolta che il Liceo Classico non è una scuola inattuale né sorpassata, perché non c’è nulla di più moderno di una cultura che consenta di comprendere la società in cui viviamo in tutti i suoi aspetti, e che permetta al termine del percorso di operare qualunque scelta. Purtroppo ho avuto anche quest’anno non poche delusioni, soprattutto dovute al fatto che, essendo il nostro un istituto unico che comprende vari indirizzi liceali, siamo pressoché costretti a presentarci tutti assieme alle scuole medie: così, dovendo parlare in presenza dei colleghi dei licei scientifico, linguistico e delle scienze umane, ho dovuto sempre constatare che la loro offerta formativa suscitava negli astanti più interesse della mia, almeno sul piano numerico. Tutti gli anni succede, e tutti gli anni io continuo a testa bassa a sostenere le mie convinzioni, a parlare di latino e greco non come materie astruse che non vale la pena di studiare, ma come strumenti importanti (anche se, ovviamente, non unici!) per creare un pensiero consapevole e autonomo, che è forse la più alta espressione della libertà umana.

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Una nobile iniziativa

Il greco e il latino patrimonio dell’umanità.

Anche Studia Humanitatis – παιδεία intende proporre ai propri lettori e followers l’invito a firmare l’appello all’UNESCO, affinché il latino e il greco siano riconosciute come “Patrimonio dell’Umanità“.
L’iniziativa è promossa dall’Accademia Vivarium Novum e dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Qui (http://vivariumnovum.net/unesco/appello.pdf) è possibile leggere il testo dell’appello nelle varie lingue (inglese, italiano, greco, spagnolo, francese, tedesco e portoghese). Per firmare la petizione si può accedere direttamente attraverso il sito vivariumnovum.net, oppure a questo link (http://www.petitiononline.com/heritage/petition.html).

Aderisco senza riserve a questa nobile iniziativa dell’Accademia Vivarium Novum, perché sia riconosciuto alle lingue classiche il loro valore civilizzatore e formativo dei giovani e di tutte le persone di cultura. E auspico anche un’altra cosa: che la si faccia finita, una buona volta, di chiamarle “lingue morte”. Sono lingue vive invece, vivissime, che anche chi non conosce usa nel parlare quotidiano; lingue da cui deriva tutto il moderno linguaggio delle scienze; lingue nelle quali si è espresso il più profondo pensiero (artistico, letterario, filosofico ecc.) che l’umanità abbia mai prodotto, almeno fino al secolo XVIII. Il greco e il latino sono veramente patrimonio dell’umanità, e come tale vanno rivalutate, anche come argine al pressappochismo, all’ignoranza, alla superficialità oggi sempre più diffusi nel nostro Paese.

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A chi giova il declino del Liceo Classico?

Mi ha fatto sommamente piacere leggere ieri sera il blog del prof. Giorgio Israel, ordinario di storia della matematica all’Università “La Sapienza” di Roma, insignito di vari riconoscimenti internazionali e autore di molti libri di successo. Proprio lui, un insigne esponente della cultura scientifica, ha scritto un bellissimo post dove mette in guardia il nostro Paese dalle conseguenze disastrose che vengono e che verranno dall’abbandono della cultura umanistica, tangibile purtroppo con mano esaminando i dati delle iscrizioni alle scuole superiori per l’anno scolastico appena iniziato: da una percentuale di oltre il 10 per cento di alunni che sceglievano il Liceo Classico ancora negli anni 2008/2009, siamo passati ad una media nazionale del 6 per cento, ed in alcune regioni come l’Emilia-Romagna la percentuale si abbassa addirittura al 3,5. Anche nella mia regione, la Toscana, il calo è evidente e drammatico, ben pochi Licei Classici hanno mantenuto il numero abituale di iscritti.
Sull’argomento ho già scritto in questo blog, cercando di individuare – per quanto possibile – le cause del fenomeno: la crisi economica, che induce le famiglie a iscrivere i figli ai tecnici e professionali per avere prima possibile un diploma spendibile (ma quanto?) sul mercato del lavoro, ma soprattutto la superficialità della società attuale, ormai indirizzata alla sola categoria dell'”utile” e dell'”immediato”, per cui ciò che si chiede ad una scuola è una formazione che possa servire subito all’attività lavorativa, una scuola insomma dove non si facciano “inutili chiacchiere” come qualcuno definisce le materie umanistiche, e dove le competenze prevalgano sulle conoscenze. Un contributo notevole a questa sciagurata mentalità è stato dato anche dall’ex ministro Profumo, che ha fatto di tutto per favorire le scuole tecniche a scapito dei Licei (anche attraverso penosi spot televisivi) e ha proceduto sulla via dell’informatizzazione selvaggia delle scuole, come se bastasse saper usare un tablet o uno smartphon per diventare persone di cultura.
Il prof. Israel, proprio da matematico, afferma che “se muore il Liceo Classico muore il Paese”, perché la tecnologia di per sé, senza l’apporto delle conoscenze storiche, filosofiche, letterarie ecc., e soprattutto senza quella fluidità mentale atta a scegliere ed a ragionare autonomamente che la cultura umanistica contribuisce a formare nell’uomo, è destinata a fallire miseramente. Riportando la testimonianza di un illustre ingegnere, egli aggiunge che “nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il Liceo Classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione.” Un Paese come il nostro, che possiede gran parte del patrimonio artistico, letterario e bibliografico dell’intero pianeta, non può permettersi di perdere, o anche soltanto di limitare, la propria identità culturale. Ancora il prof. Israel afferma che la carta vincente della nostra scuola è stata, finora, quella di aver saputo sintetizzare “la visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti.” E conclude dicendo che chi si rallegra del calo del Liceo Classico “ride mentre stanno segando il ramo sul quale è seduto.”
Io non amo fare tante citazioni, ma questo post scritto da un accreditato esponente dell'”altra cultura”, quella che solitamente si chiama “scientifica” (e che spesso non lo è nel senso classico del termine), lo meritava veramente. Sul suo blog, inoltre, il prof. Israel riporta anche la testimonianza dell’ex ministro Corrado Passera, economista di livello internazionale benché criticabile nell’azione di governo, il quale ribadisce di non essersi affatto pentito di aver frequentato, a suo tempo, il Liceo Classico, e di non aver avuto alcuna difficoltà, in seguito, a intraprendere studi di matematica e di economia; dice anzi che considera una fortuna l’aver scelto quella scuola, perché “l’aver dedicato tempo a materie che creano curiosità, danno un metodo di studio, aprono l’orizzonte, mi è poi venuto molto utile nella vita”. Mi scuso per la nuova citazione, ma non potevo proprio farne a meno. Tutto ciò dimostra che gli spiriti più illuminati del nostro Paese, che spesso purtroppo non appartengono alla schiera dei politici, riconoscono una realtà che il pressappochismo e l’edonismo moderni, cui si aggiunge una bella dose di ignoranza, non sanno più vedere: che studiare il latino, il greco, la storia, la filosofia e quant’altro non significa riempirsi di chiacchiere, ma imparare a ragionare, a conoscere se stessi ed il mondo circostante, a comprendere cioè un sistema politico, sociale ed economico che spesso non viene interpretato, ma solo accettato passivamente, proprio da coloro che pensano di conoscerlo. L’uomo-macchina è la peggior invenzione dei tempi moderni, ed a questo conduce la tecnologia se resta sola, priva di quel supporto culturale e scientifico (nel senso etimologico del termine) che non senza motivo è stato sempre salvaguardato nei 2500 anni della nostra storia.

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Studenti di ieri e di oggi

Nel nostro lavoro ci troviamo spesso, parlando con i colleghi, a denigrare i nostri studenti, ripetendo il consueto ritornello secondo cui ogni anno che passa si assisterebbe ad un continuo e progressivo deterioramento delle capacità e dell’impegno dei ragazzi. Tuttavia, a voler ben guardare il problema, a me risulta che un confronto diretto tra gli studenti di 40 anni fa (cioè quelli della mia generazione) e quelli di oggi sia ben difficile da sostenere, anche perché la vita e la società, in questo lasso di tempo, sono cambiate forse più che nei 200 anni precedenti. Noi non avevamo altro strumento culturale che i libri di scuola, poiché non esistevano né internet né i computer né i cellulari, la televisione si limitava a poche ore da noi fruibili, le notizie arrivavano tardi e i cambiamenti sociali, prima di giungere in periferia, impiegavano mesi o anni. Adesso tutto è diverso: i nostri figli hanno a disposizione molti più strumenti culturali di quelli che avevamo noi, sono nati già digitalizzati e abituati all’uso della rete, possono scegliere tra centinaia di canali televisivi, hanno possibilità di spostarsi e andare dove vogliono, hanno avuto da noi genitori la più ampia e incondizionata libertà di movimento.

Per quanto attiene ai problemi specifici di apprendimento, e quindi di rendimento scolastico, le cose sono molto cambiate, in corrispondenza al radicale cambiamento della società. I ragazzi di oggi sono abituati a trovare immediatamente, senza bisogno di ingegnarsi a cercare troppo, ciò di cui hanno bisogno; basta un clic e si ritrovano tutte le notizie e le immagini possibili, basta una piccola calcolatrice (inserita anche nei cellulari) per effettuare le operazioni matematiche. Le occasioni e le fonti culturali sono molte di più, e quindi anche l’apprendimento risulta più facile e immediato; perciò gli studenti attuali sono più pronti ad imparare ed assimilare di quanto non lo fossimo noi, hanno una mente più aperta, più duttile, più ricca di dati e informazioni di ogni genere. Hanno anche un’abilità molto superiore alla nostra nell’uso del computer e dei videogiochi al punto che, se io intrattengo una partita di calcio sul pc con mio figlio, ne esco ignominiosamente sconfitto.

Però, purtroppo, c’è anche il rovescio della medaglia, anzi ce ne sono due, due conseguenze disastrose di questo nuovo ordine sociale e culturale di oggi. La prima è che gli alunni, molto più veloci di noi nell’imparare, sono altrettanto rapidi nel dimenticare quanto appreso: abituati come sono al messaggio immediato, all’immagine che scorre, all’informazione in tempo reale velocemente letta e subito passata nell’oblio, tendono a trattenere ben poco di quanto appreso a scuola, al punto che se noi interroghiamo un alunno che risulta preparato, saprebbe dirci poco o nulla di quei contenuti se lo risentissimo un mese o anche una settimana dopo. Questo è il problema maggiore che io riscontro nel mio insegnamento, e mi vedo costretto a richiamare continuamente gli argomenti trattati in passato, dei quali gli alunni, che pure al momento erano preparati su questi, dopo poco tempo ricordano poco o nulla.  La seconda conseguenza dell’informatizzazione attuale, a cui tutti o quasi i ragazzi di oggi sono abituati fin dalla nascita, è il mancato o insufficiente sviluppo di quelle qualità logiche e argomentative che noi in passato, pur con fonti culturali molto ridotte rispetto ad oggi, avevamo in maggior misura. La civiltà dei computer, di facebook, degli sms ed altre diavolerie del genere non induce il ragazzo a ragionare con la sua testa, se non limitatamente: tutto arriva già pronto e confezionato, tutto viene risolto dal computer, non c’è più necessità di aguzzare l’ingegno per arrivare ad un risultato che, il più delle volte, è già bell’e pronto in partenza. Due semplici esempi. I colleghi di matematica si lamentano del fatto che gli alunni del liceo scientifico arrivano dalla scuola media senza sapere le tabelline (dal 2 al 10!), che noi sapevamo a menadito fin dalla seconda elementare. Ma perché avviene questo? Non certo perché gli studenti di adesso siano meno intelligenti di quelli del passato; avviene perché usano la calcolatrice anche per fare 2 x 2, e di conseguenze di quelle capacità logiche che il cervello doveva elaborare autonomamente, oggi non c’è più bisogno. E la mente è come il corpo, se non si esercita si atrofizza, ed è come se uno si legasse un braccio al corpo per 40 anni, poi non saprebbe più muoverlo. E questa drammatica conseguenza riguarda anche le materie che io insegno, cioè il latino ed il greco, ed in particolare le traduzioni dei testi. Per tradurre un autore classico non è sufficiente conoscere le “regole” della grammatica, occorre operare un lavoro di scelta, un ragionamento autonomo che consenta di costruire il periodo e di collegare i vari membri della frase in un ordine logico che, in una lingua moderna, è sintatticamente e lessicalmente diverso da quella antica. Per tutto ciò occorre logica, intuizione, deduzione, tutte qualità che sono l’esatto contrario di quelle che i nostri giovani applicano nella loro vita quotidiana, dove tutto è già pronto, l’immagine passa e va, non c’è più possibilità di applicare la propria autonomia di ragionamento e di giudizio. E così, tranne tre o quattro casi felici per ogni classe, per il resto le traduzioni dal latino e (peggio!) dal greco sono un pressoché totale fallimento, anche quando si assegnano brani facili o facilissimi. Da tutto ciò io mi sento mortificato e deluso e dico anche che, se non ci fosse il tradizionale appuntamento con il secondo scritto dell’Esame di Stato, io abolirei quasi del tutto le traduzioni assegnate agli alunni, che sono diventate ormai un lavoro da esperti e non più da ragazzi liceali, i quali, nella gran maggioranza dei casi, scaricano le traduzioni da internet, non si esercitano e peggiorano quindi ancor più la loro situazione. Ma di questo ulteriore problema parlerò in un altro post di prossima pubblicazione.

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Le fatiche dello studioso

 

Da un po’ di tempo mi sto chiedendo quali vantaggi porti l’attività scientifica che uno studioso, sia docente universitario o di liceo, voglia compiere nella sua vita. Chi facesse attività di ricerca per ricavarne un guadagno economico sarebbe un illuso, per non dire uno sciocco: occorrerebbe pubblicare un best seller, e stamparne almeno centomila copie, per ricavarci qualche soldo che sia anche lontanamente paragonabile ai proventi di un professionista o di un dirigente di medio livello. Le case editrici, quando va bene, corrispondono un piccolo compenso forfettario che, per un libro destinato alla scuola, può variare dai mille ai tremila euro, una cifra che un cameriere guadagna in una settimana. Un libro di maggior respiro e tale da richiedere un impegno assiduo e snervante che può durare anni, viene retribuito con una percentuale che va dal sei al dieci per cento (al massimo!) del prezzo di copertina, il che significa che se il libro costa venti euro occorre venderne almeno mille copie (ed è difficile che si raggiunga questa cifra con l’editoria scolastica e universitaria, ma anche con la saggistica) per ricavarne duemila euro appena. Perciò uno sforzo mentale enorme, che è costato al sottoscritto anche in termini di stress e di esaurimento delle energie psichiche, che l’ha costretto agli arresti domiciliari per quattro anni perché questo è il tempo che gli è stato necessario per compilare la storia e antologia della letteratura latina a uso di licei e università, non ha coperto con il ricavato neppure le spese per l’acquisto di libri, fotocopie, viaggi presso l’editore ecc. L’opera, che l’editore Loffredo di Napoli ha intitolato Scientia Litterarum, è stata adottata in diversi licei classici e scientifici ed apprezzata da molti studiosi della materia, ma il sottoscritto dichiara che, se invece di perdere quattro anni della propria vita per questo lavoro, avesse imparito lezioni private agli alunni asini che ne hanno sempre bisogno, avrebbe guadagnato molto di più.

E allora cos’è che spinge uno sfortunato mortale a un’impresa del genere? Francamente non lo so. Che sia l’ambizione, il desiderio di gloria, il klèos di omerica memoria? Ma quante persone oggi, nel nostro Paese, vengono a conoscenza di un’opera del genere? E quanti la sanno apprezzare? I cultori della materia sono talmente pochi che non mette conto rovinarsi la salute per far bella figura soltanto con loro. E poi non sono mancate le critiche al mio lavoro, perché i colleghi che hanno il perfido gusto di trovare il pelo nell’uovo ci sono sempre. E quindi? Convinto come sono che la cultura oggi in Italia non paga, in nessun senso, chi la produce, non mi resta che pentirmi di essermi messo in un’impresa simile. Mi rimane solo una speranza: che questo lavoro, insieme agli altri miei libri che ho dedicato alla Scuola, abbia potuto aprire la mente almeno a pochi studenti e li abbia fatti riflettere sull’importanza della conoscenza, abbia in quanche modo contribuito alla loro formazione. Questa mi sembra un’opera meritoria, anche se fosse una goccia nel mare, ed è l’unico conforto che rimane a chi, con una buona dose di stupidità, crede ancora che la cultura serva a qualcosa in questa nostra società del XXI secolo, certo la più rozza ed ignorante che sia mai comparsa sulla faccia della terra.

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