L’8 marzo e la disgregazione della famiglia

Oggi è l’8 marzo, la festa della donna; una festa, almeno così pare a me, priva di ogni significato, perché le donne non sono una categoria speciale di persone come i bersaglieri, i carabinieri o le crocerossine, ma fanno parte del genere umano tanto quanto gli uomini e perciò, se ha da esserci la giornata della donna, per la stessa ragione dovrebbe esistere anche quella dell’uomo. A me la cosa pare evidente, eppure tutti gli anni si rinnova questo triste spettacolo di coloro che godono a riesumare, in modo palesemente anacronistico, il vecchio femminismo degli anni ’70 ormai superato dalla storia e dal costume. In un servizio televisivo di questi giorni ho visto una manifestazione dove campeggiava un cartello con scritto “Io sono mia”, uno degli slogan più triti del vecchiume sessantottino, tanto da far credere che la geniale idea, a chi ha inalberato quel proclama, l’abbia suggerita sua nonna. Possibile che tanti anni siano passati invano, visto che questi reperti archeologici continuano a tornare di moda?
In questo ultimo cinquantennio i cambiamenti delle abitudini e del costume sono stati epocali, e di certo non tutti positivi. Le donne hanno raggiunto la parità con gli uomini sotto molti aspetti, e non tutti edificanti: si vestono tutte con i pantaloni e pochissime in modo femminile, praticano attività e sport un tempo solo maschili come il calcio ed il pugilato, si dedicano ormai anch’esse ad occupazioni illecite come il bullismo e la criminalità organizzata. In qualche caso hanno ottenuto anche più della parità: ne fa fede, se non altro, la prassi giudiziaria ormai usuale nei casi di separazione dei coniugi, quando i giudici, spesso in modo pregiudizievole, assegnano quasi sempre i figli alla madre ed in più concedono alla moglie l’utilizzo della casa coniugale (magari per viverci con il nuovo “compagno”) ed il mantenimento in denari sonanti; ed in conseguenza di ciò non sono rari i casi di uomini che, scacciati dalla propria abitazione e costretti ad esborsare cifre notevoli ogni mese per mantenere ex moglie e figli, si riducono a dormire in auto. Se magari le sedicenti nuove femministe volessero considerare anche queste situazioni, forse avrebbero un’immagine più chiara della società.
Per quanto riguarda le carriere sociali ed i ruoli dirigenziali, un tempo appannaggio dei maschi, anche qui la realtà è profondamente mutata: esistono oggi molte donne che ricoprono cariche pubbliche come quella di sindaco (e per loro si è diffuso l’orrendo neologismo “sindaca”), di prefetto (idem con “prefetta”), di ministro (idem con “ministra”, che ricorda la minestra) e persino di presidente della Camera dei deputati, sulla quale non voglio far commenti perché sarei passibile di denuncia. Ci sono poi settori della vita sociale, come la scuola, dove le donne sono in netta maggioranza e qualche volta siamo noi uomini a sentirci sopraffatti da questa preponderante (e talvolta anche prepotente) superiorità numerica dell’altro sesso, e dove nessuna differenza viene applicata per gli stipendi, uguali ed insufficienti per tutti, a prescindere dal genere di appartenenza. E’ vero che in alcuni ambiti del lavoro privato ci sono ancora discriminazioni, come ad esempio la reticenza di taluni ad assumere donne per timore che poi, con la maternità, si trasformino in un costo passivo per l’azienda; ma questi comportamenti, pur riprovevoli, non derivano da un’avversione preconcetta contro il sesso femminile o da un bieco maschilismo, ma soltanto dal mero interesse economico del datore di lavoro, il quale sa che in caso di gravidanza la dipendente si assenterà dal lavoro da un minimo di cinque mesi a un massimo di due anni. Con tutto il rispetto per la tutela della maternità, che è sacrosanta, va però riconosciuto che dal punto di vista economico un’eventualità del genere non è certo favorevole agli interessi dell’azienda e del proprietario. C’è poi il serio problema della violenza contro le donne, gravissima e degna delle pene più severe possibili; ma anche in questi casi non si può accusare tutta la società, in realtà tutti gli uomini, di avallare simili comportamenti: si tratta di casi individuali, riprovevoli quanto si vuole ma non certo da prendere ad esempio per generalizzazioni del tutto fuori luogo.
Proprio in questi giorni è uscita la statistica demografica relativa all’anno 2016, che è stato il più basso in Italia per il numero delle nascite, in costante diminuzione da decenni. Il dato è preoccupante, perché di questo passo la popolazione sarà sempre più vecchia e rischiamo di non avere più, in un prossimo futuro, la forza lavoro che possa sostenere il peso economico per le pensioni delle moltissime persone al di sopra dei 65 anni. Questo grave fenomeno è anche conseguenza dell’emancipazione della donna, che, attratta dalla carriera e dal guadagno, rinuncia in molti casi al proprio ruolo naturale di madre oppure, se pur lo accetta, lo limita molto spesso ad un solo figlio. Allo stesso modo l’indipendenza economica della donna ha contribuito a minare le basi della famiglia tradizionale, che è stata l’istituzione principale del nostro Paese per secoli e che è riconosciuta anche dalla Costituzione come “società naturale fondata sul matrimonio”. L’attività lavorativa delle donne, la pur giusta volontà di realizzazione personale nella “carriera” ha portato molte di loro ad evitare il matrimonio, considerato un legame soffocante, ed a vivere da “single” (come si dice oggi con un’altra bruttissima parola) per conservare una libertà che è tale fino ad un certo punto, perché molto spesso chi sceglie questo tipo di vita arriva poi, ad una certa età, a sentire la mancanza di certi valori fino ad allora trascurati: così si verificano casi di donne che vorrebbero diventare madri a 50 anni o più, in netto contrasto con l’orologio biologico che continua a girare in avanti e che non si ferma per aspettare gli interessi individuali.
La cosiddetta “emancipazione” femminile, termine polemico ed un po’ esagerato poiché, derivato dal latino, significa “liberazione dalla schiavitù”, ha quindi presentato il conto, dopo un cinquantennio, dei pro e dei contro. E’ certamente giusto e sacrosanto che tutte le persone, uomini o donne che siano, cerchino di realizzare le proprie aspirazioni e di raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati; ma i profondi mutamenti sociali che sono derivati da ciò hanno provocato anche i fenomeni descritti sopra, che per un conservatore come me restano indubbiamente di segno negativo. E’ vero che esistono molte donne che, con spirito di sacrificio e con grande ed ammirevole tenacia, cercano di conciliare le esigenze di lavoro con la famiglia e la maternità, assumendosi un carico di impegni che un uomo difficilmente riuscirebbe a sostenere; ma ce ne sono molte altre che scelgono la via più comoda (ed egoistica) di dedicarsi solo a se stesse, abdicando dal ruolo più bello che la natura ha assegnato al sesso femminile, quello di donare la vita, e rifiutando la vita familiare per accettare magari legami di tipo diverso come convivenze precarie, relazioni saltuarie di breve durata e comunque tali da non ostacolare il feticcio della “carriera”, salvo poi accorgersi troppo tardi di ciò che si è perduto. La natura, come vediamo in tante altre situazioni, può essere offesa, alterata e danneggiata, ma non mai distrutta, e prima o poi si riprende quello che le è stato tolto, con buona pace delle ideologie e di tutto ciò che la mente umana può escogitare.

Annunci

6 commenti

Archiviato in Attualità

6 risposte a “L’8 marzo e la disgregazione della famiglia

  1. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, ancora una volta ci proponi una riflessione controcorrente e, forse proprio per questo, stimolante. Condivido soprattutto la parte in cui poni l’accento sulla disgregazione della famiglia, conseguenza diretta o indiretta, comunque sia direttamente dipendente, della cosiddetta liberazione femminile (o, addirittura, emancipazione: come se la donna che custodiva il focolare domestico fosse una schiava!). Crediamo di aver conseguito un grande progresso: di fatto, però, non nascono più bambini, i rapporti tra i due sessi sono sempre più difficili e conflittuali (quasi una guerra tra i sessi …), gli individui si ripiegano sempre più in un drammatico isolamento affettivo (che spesso sfocia nel cercare un riparo con persone dello stesso sesso), i pochi bambini che nascono soffrono enormemente dei litigi e delle divisioni nelle famiglie, riportando ferite interne che non saranno mai rimarginate nel corso di tutta una vita … Allora, che dire? Vero è che ogni progresso ha i suoi costi, ma questa liberazione ci consegna una società in frantumi. Possibile che nessuno si fermi a rifletterci sopra? Tu lo hai fatto, Massimo, con pacatezza e buon senso (qualità oggi sempre più rare …). Te ne ringrazio, perché almeno ti poni il problema di iniziare una riflessione, quale che sia, su temi di interesse comune. Ci pensino molte persone che oggi credono di celebrare qualcosa, mentre il loro cervello è gettato all’ammasso della non-riflessione, fra cuochi televisivi e stelle plurimiliardarie del calciomercato internazionale. La mancanza di riflessione porta inevitabilmente a una società cerebralmente morta, quindi a una non-civiltà: appunto quella in cui oggi, per lo più, ci troviamo a vivere.
    Rodolfo

    • Caro Rodolfo, ti ringrazio ancora per la tua gentilezza. Quella che ho fatto io è un’analisi personale della società condotta secondo il mio punto di vista, che è quello di una persona di oltre 60 anni abituata a credere in certi valori che oggi non esistono più. Adesso il cosiddetto “politically correct” ha aperto la via al riconoscimento di una società disgregata, a tipologie di famiglie che tali non sono (come quelle gay ad esempio) ed a comportamenti un tempo ritenuti sconvenienti e biasimevoli. Le società si evolvono, lo sappiamo, ma tutti dovremmo vigilare affinché questa evoluzione non sia in realtà un’involuzione, giacché non sempre ciò che è nuovo è da considerare migliore del vecchio.

  2. Mariateresa Bora

    Sono una donna, ma non c’è una sola parola di quello che scrive che io non condivida

    • L’intelligenza ed il buon senso non sono influenzati dal sesso della persona che li possiede. Sono contento che lei sia d’accordo con me, ma non trovo in ciò nulla di strano.

  3. Antonio Rivolta

    Riflessione interessante da far leggere anche a chi non la condivide. Io comunque ritengo che oggi la parola “progresso” sia abusata, se può avere senso in campo scientifico o tecnologico (ovvero oggi conosciamo più cose di astronomia o sappiamo curare più malattie di secoli fa) trovo insensato applicarla a campi come la morale o la politica. Per me l’uomo ha la stessa capacità di distinguere il bene dal male oggi come cento o mille anni fa e non esiste alcun “progresso” in campo sociale ma al massimo cicli di ascesa, decadenza e restaurazione nella morale della società. Un grave errore è stato anche rendere assoluti i valori dei diritti individuali che hanno portato, nel caso delle donne, a dimenticare la loro natura incancellabile di madri. Meglio in certi casi una buona dittatura che fa il bene del popolo che una pessima democrazia che distrugge quel bene.

    • Condivido in parte. Il concetto di “progresso”, in effetti, sembra poco applicabile alla morale ed al costume, ma sta di fatto che negli ultimi 50 anni, a fronte di un miglioramento indubbio delle condizioni di vita delle persone e del diffondersi della tecnologia (v. la televisione) si è registrato anche un cambiamento di valori e di ideali quale mai si era verificato prima, al punto che la concezione della famiglia, appunto, è stata totalmente sovvertita. Riguardo a ciò che dice da ultimo, confesso che anch’io, più volte, mi sono chiesto se i sistemi democratici dei paesi occidentali di oggi siano o no la miglior forma di governo. Ma qui mi fermo, per non andare troppo oltre con questo argomento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...