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La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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La riforma che “premia” i docenti

Ad anno scolastico iniziato si cominciano a vedere gli effetti, positivi e negativi, dell’ultima riforma della scuola, quella del governo Renzi e del ministro Giannini. In base ad essa ci erano stati prospettati grandi vantaggi, che avrebbero dovuto ricadere come un ombrello protettivo sulle scuole e sui docenti, vantaggi che si possono sintetizzare in tre punti: l’organico funzionale (in base al quale saranno assegnati alle scuole docenti in più rispetto all’organico normale per migliorare la didattica e coadiuvare i colleghi), il famoso bonus di 500 euro a ciascuno di noi per il cosiddetto “autoaggiornamento” ed infine un aumento stipendiale (che comunque sarà minimo) per il merito individuale, un premio cioè da assegnare ai docenti ritenuti più “bravi” e didatticamente più efficaci. Ad uno sguardo esterno tutto ciò sembra encomiabile, ma nella pratica dei fatti la realizzazione di questi progetti sembra molto diversa da come ci era stato prospettato.
Cominciamo dal primo punto, l’organico potenziato. A tutt’oggi non è dato sapere quanti docenti verranno assegnati ad ogni scuola, a quali classi di concorso apparterranno e soprattutto quali saranno le loro effettive mansioni. Poiché a livello nazionale e regionale ci sono alcune classi di concorso esaurite (prive cioè di docenti da assegnare) ed altre sovrabbondanti, sembra scontato che gli uffici regionali assegneranno alle scuole i docenti delle seconde, anche se gli istituti hanno richiesto quelli delle prime: in altre parole, se una scuola ha necessità di due docenti di informatica per approfondire le conoscenze degli studenti in questa disciplina (che oggi sembra importante più dell’aria che respiriamo), ma l’Ufficio Regionale non ne ha a disposizione perché la relativa graduatoria è esaurita, a quella scuola saranno assegnati magari due docenti di filosofia o di educazione fisica, e ciò stravolgerà del tutto il POF (cioè il piano dell’offerta formativa) e non potranno realizzarsi gli obiettivi proposti, bensì altri dei quali non v’era alcuna necessità. Non sappiamo poi quando questi nuovi colleghi entreranno in servizio, dato che, se hanno ricevuto in questo anno scolastico una supplenza annuale, hanno diritto di restare su quel posto fino al termine delle lezioni; ciò potrebbe significare che ce ne arrivino molti di meno di quelli che abbiamo richiesto, o che addirittura non ne arrivi nessuno. Non è stato precisato, infine, quali saranno i compiti reali che questi docenti dell’organico potenziato dovranno svolgere. Potranno fare le supplenze al posto dei colleghi assenti, ma ciò non eliminerà di sicuro il ricorso a nuovi contratti con supplenti temporanei, perché se in una scuola si ammalano due docenti della stessa disciplina e il collega dell’organico potenziato è soltanto uno si dovrà comunque chiamare un altro insegnante, e sarà così vanificata l’intenzione governativa di eliminare del tutto dalla scuola le supplenze temporanee. E se di docenti assenti non ve ne sono cosa accadrà? Probabilmente il collega dell’organico potenziato se ne starà senza far nulla, o forse si limiterà ai corsi di recupero o di potenziamento; ma non mi sembra giusto che il carico della didattica (non solo le ore di lezione frontali ma anche la correzione degli elaborati, la preparazione delle lezioni e quant’altro) ricada tutto sulle spalle dei docenti già di ruolo nella scuola mentre i nuovi colleghi siano pagati per fare poco o nulla. Meglio sarebbe, allora, distribuire il carico di lavoro su tutti i docenti presenti in organico, vecchi e nuovi, togliendo alcune ore o classi ai primi ed assegnandole ai secondi. Staremo a vedere cosa accadrà.
Secondo punto: il bonus di 500 euro generosamente elargito a ciascuno di noi. Di per sé la cosa è positiva, nessuno potrebbe negarlo; e va anche riconosciuto che nessun altro governo, prima di questo, aveva preso una simile iniziativa. Ci sarebbe però da dire, per amor del vero, che il nostro contratto è fermo dal 2009 e che da quella data gli stipendi sono bloccati, ragion per cui, se ciò non fosse avvenuto, in questo lungo lasso di tempo avremmo ricevuto ben più di 500 euro; ma lasciamo stare. Il problema è che non sappiamo esattamente come spendere questo denaro, soprattutto se, come sembra, andrà rendicontato a pena di restituzione. Pongo un problema: le iniziative di aggiornamento dovranno essere strettamente legate alle materie specifiche insegnate da ciascuno o no? Perché se così fosse i docenti di educazione fisica potrebbero usare questo denaro solo per acquistare oggetti da palestra o per assistere a spettacoli sportivi, tanto per fare un esempio. E potrò io, che insegno latino e greco, spendere di quei soldi per andare ad assistere ad uno spettacolo lirico, ad esempio alla Scala di Milano o al teatro dell’Opera a Roma? Francamente su questo punto non v’è molta chiarezza, e c’è il rischio concreto per molti docenti di dover restituire la somma ricevuta per averla impiegata in modo giudicato improprio.
Il terzo punto, il più controverso, riguarda la valutazione individuale dei docenti, un argomento di cui si è molto discusso senza trovare un accordo, giacché ciascuno la vede a modo suo. Le indicazioni ministeriali, inoltre, sono vaghe e interpretabili variamente; l’unico punto certo è che sarà il Dirigente scolastico a decidere quali insegnanti della sua scuola saranno più meritevoli degli altri e potranno così accedere all’aumento stipendiale. Premetto che io sono totalmente d’accordo sul concetto di meritocrazia e trovo giustissimo premiare il merito individuale; quello che non mi convince sono i criteri che ho sentito dire qua e là. Secondo l’opinione prevalente (almeno così mi è sembrato di capire) saranno premiati quei docenti che collaborano con il Dirigente nella gestione della scuola (i vicari? ma non hanno già un riconoscimento economico per questa loro funzione?) oppure anche coloro che presentano e realizzano progetti, attività cioè che sono utili agli alunni ed alla scuola (non voglio negarlo, per carità!) ma che spesso hanno poco o nulla a vedere con la didattica vera e propria. Ed è parimenti discutibile, a mio giudizio, annoverare fra i criteri di scelta il successo formativo degli studenti, perché se un docente ha la sfortuna di capitare in una classe di svogliati o poco capaci, i risultati finali di quegli studenti agli scrutini o agli esami non potranno di certo essere esaltanti, e di questo non si può dare la colpa ai professori che insegnavano in quella classe. Sarebbe come seminare sulla sabbia del mare: per quanto buono e vitale sia il seme, non germoglierà nulla. Quel che occorrerebbe fare per valutare obiettivamente i docenti sarebbe avere a disposizione un esercito di ispettori e supervisori veramente competenti nelle varie discipline, i quali venissero nelle aule ad ascoltare le lezioni e a controllare il rapporto didattico e umano tra il docente ed i suoi allievi, compresa la revisione degli elaborati ed il metodo valutativo di ciascuno. Ma un progetto del genere costerebbe moltissimo e richiederebbe tempi molto lunghi, tanto che, come si suol dire, il gioco non vale la candela. Ed allora non resta che una sola cosa da fare: affidarsi alla competenza ed all’onestà intellettuale dei Dirigenti scolastici, ai quali spetta in proposito l’ultima parola. Consultandosi con tutte le componenti scolastiche, i capi di Istituto sanno bene quali sono i docenti più preparati e rispettati della loro scuola; auguriamoci che di questo tengano conto in modo prevalente, senza lasciarsi condizionare da altri fattori che con il merito e la professionalità di ciascuno c’entrano poco o nulla.

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Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

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“Buona scuola” o povera scuola?

Lo scorso 3 settembre, dopo un’attesa messianica provocata da chi prometteva una vera “rivoluzione” che avrebbe dovuto strabiliare tutti, sono finalmente state rese note le linee direttive della politica scolastica del governo Renzi e del suo ministro Giannini. Ad esse è seguita la pubblicazione sul web di un opuscolo intitolato “La buona scuola”, il quale, giusta il titolo, farebbe credere che la didattica, fino a questo momento, sia stata cattiva, dato che quella prospettata si definisce “buona”. Non è mia intenzione entrare nel merito di un provvedimento che attualmente è ancora allo stato embrionale, visto che annuncia determinati progetti senza chiarire come effettivamente li si potrà vedere realizzati. Come tutte le linee guida e le cosiddette “leggi quadro”, questo documento è in realtà un contenitore ancora da riempire, un quadro cioè di cui è stata preparata soltanto la cornice. Tutto poi sarà precisato dai decreti attuativi, se e quando verranno emanati; e soltanto allora sapremo se questa presunta “riforma epocale” è veramente tale.
Per adesso, leggendo l’opuscolo diffuso in rete, non sembra che le novità siano così eclatanti, dato che di questi e simili argomenti avevano già parlato i governi ed i ministri precedenti, da almeno un ventennio. Il sospetto che mi è venuto, però, è che in certi casi si voglia prospettare come novità dirompenti concetti che non lo sono affatto, e soprattutto provvedimenti che in realtà sono soltanto specchietti per allodole, il cui vero scopo è quello di diminuire le risorse destinate alla scuola ed al suo personale.
Di tutte le novità annunciate che mi lasciano perplesso, ne ricordo soltanto due. La prima riguarda l’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, cioè quello che un tempo era denominato “esame di maturità”. Tenendo conto di quanto annunciato e ripetuto nei vari interventi del ministro Giannini, si ha la netta impressione che nemmeno al Ministero abbiano le idee chiare sui cambiamenti che sarebbe necessario apportarvi, come ad esempio l’opportunità di dare più importanza al curriculum dello studente (oggi cnta soltanto il 25%) o quella di cambiare finalmente la seconda prova scritta del Liceo Classico che oggi, nel 2014, non dovrebbe fondarsi solo ed esclusivamente sulla solita “versione” di latino o di greco come ai tempi di Gentile, un esercizio utile ma non più assumibile come unico strumento per valutare le competenze acquisite dai candidati. L’unica cosa che sembra certa, stando a quanto si è sentito dire ultimamente dal Ministro, è il ritorno alla commissione formata da soli insegnanti interni: un assurdo, perché così facendo si ottiene solo una stanca ripetizione delle valutazioni effettuate dai docenti solo pochi giorni prima dell’esame, facendo assomigliare del tutto questo esame a quello di terza media. La verità nuda e cruda è che questo provvedimento, mascherato con presunte valenze didattiche, è soltanto il modo più diretto per far risparmiare soldi allo Stato, eliminando le trasferte dei presidenti e dei docenti esterni.
Altra novità che lascia perplessi è l’espressa volontà di basare la carriera economica dei docenti non più sull’anzianità ma sul merito individuale. Di per sé la proposta è ottima, perché è palese che gli insegnanti non sono tutti uguali, e che accanto al docente bravo, preparato e volenteroso esiste anche il collega impreparato, fannullone e assenteista: io stesso ho sempre sostenuto, anche in questo blog, l’assoluta opportunità di abbandonare il grigiore dell’egualitarismo e istituire il concetto di meritocrazia. Ma, al di là delle buone intenzioni, il Governo non chiarisce come verrà effettivamente valutato questo merito, e soprattutto in cosa esso consista; sembra infatti che si vorranno premiare quei docenti che si assumeranno incarichi – più o meno burocratici – aggiuntivi all’insegnamento, perché nessuno sa indicare chi abbia l’autorità e la capacità di decidere quali siano gli insegnanti eccellenti, coloro cioè che operativamente siano i più preparati, i più comunicativi, i più impegnati nella didattica, quelli “mediamente bravi” (orrenda espressione usata nel documento governativo), e quelli invece mediocri o scadenti. Poiché tuttavia si prospetta il blocco degli scatti di anzianità, che sarebbero sostituiti da quelli per merito (oltretutto attribuibili solo ai due terzi del corpo docente), il mio sospetto è questo: che cioè si voglia in realtà risparmiare sugli stipendi già molto magri attraverso il blocco dell’anzianità, a cui non corrisponderà di certo un analogo sforzo economico per il merito, dato che quest’ultimo è un requisito molto difficile da accertare. In mancanza di tale accertamento, il rischio è che gli stipendi restino bloccati per tutti per almeno altri cinque anni, mentre gli scatti per merito rimangano più che altro sulla carta, a causa della mancanza di un oggettivo metodo di valutazione.
Così lo Stato continuerebbe a diminuire l’impegno economico e a fare tagli indiscriminati sulla scuola, come già per tanto tempo è avvenuto. Può darsi che io sia troppo pessimista, ma in questo caso mi pare che trovi probabile applicazione quell’antico proverbio che dice che a pensar male ci si azzecca sempre. E perciò io penso che finché non cambierà radicalmente la volontà politica di migliorare veramente il nostro sistema d’istruzione, invece della “buona scuola” avremo la “povera scuola”, anzi poverissima, perché povera lo è già, e non da adesso.

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E io difendo il Ministro!

Può sembrare strano il titolo di questo post, dato che oggi va di gran moda l’antipolitica, lo sparlare sempre e comunque di chi ci governa e ci amministra, tanto che un istrione come Grillo ci ha ricavato più di otto milioni di voti. Ed io invece voglio essere obiettivo ed apprezzare anche quanto di buono fanno e dicono, qualche volta, i nostri politici.
E’ questo il caso della polemica sorta in data odierna tra il nuovo ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, e i sindacati della scuola, specie la CGIL e la Gilda, sempre pronti a difendere lo squallido egalitarismo che opprime da decenni i docenti italiani, tutti pagati allo stesso modo a prescindere totalmente dalla loro preparazione e dalle loro capacità. In un’intervista radiofonica la Giannini ha detto che i soldi destinati agli stipendi del personale scolastico sono non soltanto pochi, ma anche spesi male, perché “gli insegnanti italiani, rispetto a quelli dei paesi europei avanzati, sono insegnanti che non hanno alcuna prospettiva di carriera, ma non solo nel senso di una progressione, di un avanzamento, ma nel senso di una differenziazione di funzioni.” Ed ha aggiunto anche che “se anche le forze sindacali spingono sempre e solo per salvaguardare il minimo garantito a tutti e non per valorizzare chi lavora meglio, quel poco che c’è non solo non serve a migliorare la qualità complessiva ma nemmeno a valorizzare le singole persone.”
So di essere in controtendenza rispetto al pensiero comune che si bea dell’antipolitica, ma io giudico sacrosante le parole del Ministro, che intendono denunciare la profonda ingiustizia che noi docenti viviamo, e non solo perché i nostri stipendi sono bassi, ma soprattutto perché non ci sono incentivi né riconoscimenti per il merito. Di fatto, se io anziché leggere e spiegare Omero, Virgilio e Seneca impiegassi le mie ore per fare amabili chiacchierate con i miei studenti, se commettessi errori madornali nella trattazione degli argomenti del mio programma, se anche mostrassi di conoscere le lingue greca o latina peggio dell’ultimo dei miei alunni, riceverei lo stesso stipendio di adesso, nessuno controllerebbe l’efficacia e la qualità del mio insegnamento. Prova ne è il fatto incontestabile che in ogni scuola, accanto ad una maggioranza di docenti preparati, bravi e coscienziosi, che lavorano molto più di quanto l’opinione pubblica crede e di quanto sarebbe il loro stretto obbligo, c’è molto spesso una minoranza di persone non all’altezza dei propri compiti, o perché assunte in ruolo senza alcun reale accertamento della loro preparazione (ope legis, ossia, in altre parole, con il “sei politico” sostenuto dai sindacati) o perché demotivati, assenteisti o incapaci di provare entusiasmo per il loro lavoro.
Quel che dice il ministro Giannini è giusto e condivisibile, ma sarebbe anche l’ora che alle parole seguissero i fatti. Come? Istituendo un serio criterio di valutazione delle scuole e dei singoli docenti, che preveda la valorizzazione anche (ma non solo) economica di chi s’impegna di più e di chi esprime un livello culturale e qualitativo eccellente rispetto ad altri colleghi; un sistema, peraltro, che preveda anche la retrocessione ad un grado inferiore di insegnamento o addirittura il licenziamento per chi occupa un posto e riceve uno stipendio che non merita. Un primo criterio da seguire, a mio giudizio, sarebbe quello di riconoscere una priorità a chi insegna le materie caratterizzanti un certo corso di studi, o che ha oggettivamente un carico di lavoro (come la correzione di elaborati scritti) maggiore rispetto a chi insegna discipline che non impegnano (o impegnano poco) il docente al di là delle ore frontali svolte in orario scolastico.
Pur tuttavia, benché il Ministro si sia espresso in tal senso, sono quasi certo che di tutto ciò non si farà di nulla, e che il sistema “sovietico” che presiede ai nostri stipendi e che ci paga tutti allo stesso modo senza riconoscere i meriti individuali continuerà per sempre: lo dimostra, se non altro, la reazione stizzita alle parole del Ministro da parte dei sindacati ed in particolare del segretario della Cgil-scuola Mimmo Pantaleo e di quello della Gilda, Rino Di Meglio (Di Peggio si dovrebbe chiamare!), i quali hanno ribadito generalizzando, come al solito, sui tagli effettuati alla scuola e sul mancato rinnovo dei contratti, che ovviamente ha penalizzato tutti. Ma il Ministro non ha detto che intende lasciare le cose come stanno, né che vuole penalizzare “i molti a vantaggio di pochi”, come afferma, con una malcelata nostalgia veterocomunista, il Commissario del Popolo della CGIL. E’ chiaro che lo stipendio deve essere dignitoso per tutti, su questo non c’è dubbio né la Giannini ha mai detto il contrario; è però necessario che i migliori vengano gratificati in qualche modo, anche per evitare che perdano entusiasmo e motivazione vedendosi parificati ai peggiori. E’ la stessa cosa che accade con gli alunni: promuovere chi non lo merita e dargli lo stesso voto di chi si è seriamente impegnato significa mortificare quest’ultimo e istigarlo al vagabondaggio. Sarebbe ora che i nostalgici delle vecchie ideologie sconfitte dalla storia si rendessero conto che le persone non sono tutte uguali, che i cittadini non sono solo sudditi dello Stato-Dio ma hanno anche la legittima aspirazione a realizzarsi indidualmente, e che la meritocrazia è l’unico strumento in grado di far funzionare al meglio ogni settore della società, a maggior ragione quello della scuola e della formazione.

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Merito e meritocrazia

Ho letto su uno dei blog che seguo, quello del “Gruppo di Firenze” (link qui a lato), una discussione in merito ad un articolo di Roger Abravanel apparso sul “Corriere della Sera” del 9 dicembre u.s., il quale consigliava a Pierluigi Bersani, probabile vincitore delle prossime elezioni, di non “rottamare” soltanto alcuni politici, ma anche alcune vecchie idee della sinistra. Una di queste è quella secondo cui la meritocrazia sarebbe un valore di destra, ciò che ha indotto la sinistra a privilegiare non il merito ma l’egualitarismo, in nome di certi principi come il “bisogno” di lavorare che tutti hanno e il “diritto acquisito” al posto di lavoro. Ciò che la nuova sinistra di Bersani (ma è davvero nuova?) dovrebbe fare è liberarsi da questi condizionamenti ideologici veteromarxisti e sostituirlo con quello della pari opportunità: non escludere cioè nessuno dalla competizione per l’affermazione sociale, ma operare comunque una selezione in base al merito, lasciando inevitabilmente fuori coloro che non hanno le capacità o le attitudini (o ancora l’impegno individuale) necessario per ricoprire certi posti di responsabilità. E tra questi ultimi, considerato l’insostituibile funzione che la scuola svolge in un moderno Stato di diritto, c’è anche quello dell’insegnante, in tutti i livelli dell’istruzione.

A mio giudizio i ruoli dell’insegnamento scolastico dovrebbero ottenersi soltanto mediante superamento di un regolare concorso a cattedre, che dovrebbe essere rigorosamente bandito ogni due anni: i posti liberi dovrebbero essere assegnati in base alla graduatoria di merito mentre gli altri, collocati in posizione utile ma non vincitori, potrebbero comunque ottenere l’abilitazione ed un punteggio per il successivo concorso. Ai miei tempi era così: io ho vinto il concorso ordinario nel 1983, quando ancora facevamo la traduzione dal greco al latino, e senza poter usare il vocabolario italiano-latino; ma quelli erano – appunto – altri tempi, adesso sembra di parlare della preistoria, e ben vengano altre forme di accertamento, ma sempre di accertamento si tratti per quanto riguarda le conoscenze e le competenze didattiche del candidato. Per questo non mi piace affatto la procedura adottata quest’anno dal ministro Profumo, quella cioè della preselezione mediante i quiz, che spesso non c’entravano nulla con ciò che gli aspiranti docenti dovranno insegnare. Per fare la selezione, si metta davanti agli aspiranti una serie di esercizi relativi alle loro discipline, e vediamo chi riesce a cavarsela con un bel po’ di analisi matematica o con un bel brano di Tucidide! Poi si vedrà.

Purtroppo però negli ultimi 30 anni i concorsi hanno fatto entrare nei ruoli una percentuale ridotta di docenti (si parla del 20 per cento), mentre gli altri vi hanno avuto accesso ope legis, cioè per semplici disposizione di legge, magari perché avevano svolto due anni di servizio come supplenti, senza mai dare prova delle loro conoscenze e capacità. Non è colpa loro, s’intende, perché quando un Governo non bandisce per oltre un decennio alcun concorso, occorre trovare altre forme di reclutamento. Tra questi colleghi ope legis ve ne sono di bravissimi, che avrebbero superato anche un concorso ordinario; ma ve ne sono anche altri che, diciamolo francamente, non meritano il posto che ricoprono, e vi sono arrivati dopo aver superato un esamino abilitante ridicolo: ricordo che anni fa, per avere l’abilitazione in latino e greco, bastava sostenere una discussioncina di letteratura antica, naturalmente in italiano, senza il minimo approccio ai testi classici. Con questi sistemi, favoriti dai sindacati da sempre garantisti e favorevoli a promozioni di massa, ci ritroviamo purtroppo con persone del tutto incompetenti e impreparate, cui si aggiungono i nullafacenti o comunque coloro che sono scarsamente motivati all’insegnamento e continuano a venire a scuola unicamente per lo stipendio. Sono pochi, intendiamoci, ma ci sono in tutte le scuole; e il danno che procurano alla società è gravissimo, perché la formazione dei giovani, futuri cittadini, non ha lo stesso rilievo sociale di un camion di patate da scaricare.

Se poi vogliamo tornare all’argomento iniziale, e fare un po’ di eziologia (ricerca delle cause), non possiamo fare a meno di rilevare come il sistema egualitaristico in cui viviamo impedisce di fatto qualsiasi soluzione del problema. Un docente di ruolo, che ha “bisogno” del posto di lavoro per mantenere la famiglia, ed ha altresì il “diritto acquisito” di mantenere quel posto, non lo si può licenziare, neanche se la sua incapacità didattica è palese. I dirigenti scolastici non hanno alcun potere, come non l’hanno neanche gli organi superiori dell’istruzione; per essere licenziato, occorrerebbe che uccidesse qualcuno, o giù di lì; anche se riceve un provvedimento disciplinare, ci sono poi sempre i sindacati a proteggerlo e i giudici a dare ragione al povero perseguitato. Di fatto, gli incapaci restano al loro posto. E allora dobbiamo avere il coraggio di dire la verità, che cioè il garantismo e il mito del “posto fisso” che c’è in Italia, la mentalità del “bisogno” e dei “diritti acquisiti” determinano un grave scadimento qualitativo della scuola, dalla quale andrebbero cacciati, e senza possibilità di appello, coloro che non sanno o non vogliono svolgere professionalmente il loro lavoro, e continuano a stare lì a rovinare classi intere di giovani, i quali sul momento (specie se hanno buoni voti) non comprendono il danno che ricevono, ma del quale si accorgono in seguito e con gran senso di delusione.

Ma chi è stato, in  tutti questi anni, a sostenere questo squallido egualitarismo per cui tutti dobbiamo essere sullo stesso piano, dobbiamo tutti avere lo stesso stipendio indipendentemente dalla quantità e dalla qualità del lavoro svolto? Chi ha sbandierato il mito del posto fisso, del divieto di licenziare, dei “diritti acquisiti”? E’ stata la sinistra, dai sindacati unitari ai partiti che si riconoscono in quell’area politica, i quali hanno sempre impedito che il merito fosse riconosciuto, a vantaggio di un appiattimento sociale che mortifica e conculca i migliori a tutto vantaggio dei peggiori e dei nullafacenti. Il PD ha fatto le primarie per decidere il leader, e in questo caso i meriti di Bersani hanno prevalso, da parte di chi ha partecipato alle votazioni, rispetto a quelli di Renzi; ma si tratta di una competizione ad alto livello, che non riguarda la base sociale dei lavoratori. Quel che la sinistra dovrebbe comprendere è che la meritocrazia deve vincere a tutti i livelli ed in tutte le attività lavorative, più che mai nella scuola e nell’università, dove le competenze sono molto differenziate da persona a persona. Occorre saper distinguere, premiare il merito anche economicamente e cacciare chi non lavora o lavora male. Questa è la mia opinione. Invece oggi, nel nostro ambiente, possiamo dire di trovarci sotto un regime comunista: cosa c’è infatti di più comunista del considerare tutti allo stesso livello e dare a tutti lo stesso stipendio, in un ambito lavorativo dove non c’è da scaricare patate ma da formare i futuri cittadini? Se un operaio scarica dieci casse ed un altro cinque non c’è molto danno sociale; ma se un docente è incompetente o fannullone ci va di mezzo qualcosa di ben più importante. Se il signor Bersani, probabile vincitore delle prossime elezioni, riflettesse su questo, avremmo già fatto un passo in avanti per liberarci dei residui maleodoranti delle vecchie ideologie.

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