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I “social” veicolo di inciviltà

Nel post precedente ho parlato della maleducazione così diffusa oggi in ogni ambito della vita sociale. Adesso invece vorrei soffermarmi su un’abitudine che si è diffusa rapidamente con l’affermarsi dei “social network” come Facebook, e che è qualcosa di più della cafoneria e della maleducazione: è vera e propria inciviltà, diretta manifestazione di quella violenza che ciascuno di noi porta dentro di sé e che scatena senza freno allorché crede, stando dietro a una tastiera, di essere protetto dall’anonimato. Per rendersene conto basta essere iscritti a Facebook e osservare (anche senza parteciparvi direttamente) una discussione su qualunque argomento: qui il dissenso e la diversità di opinione non si esprimono, se non raramente, in modo pacato e tollerante, ma con rabbia, violenza, insulti gratuiti della peggiore specie, espressi fra l’altro senza conoscere affatto l’interlocutore ma giudicandolo sommariamente dalle poche parole scritte sul social, talvolta anche male interpretate. Basta esprimere una qualunque opinione per essere sommersi da insulti, volgarità, minacce e quant’altro, il che indica certamente che l’intolleranza, la violenza e l’inciviltà dei nostri connazionali è molto maggiore di quanto si potrebbe credere. E’ una situazione disgustosa, che provoca molta tristezza e fa venire voglia di togliere la propria iscrizione ai social, visto che ormai sono diventati un’arena da gladiatori senza esclusione di colpi e senza alcun controllo da parte delle Autorità. Questi vigliacchi che insultano gratuitamente gli altri sui social commettono veri e propri reati, quelli di ingiurie e di diffamazione, aggravate dall’uso del mezzo stampa (perché tale è appunto la rete internet). Molti di loro non si rendono nemmeno conto della gravità del loro comportamento; altri invece, pur sapendolo, continuano indisturbati perché credono di non poter essere scoperti. In realtà non è così, la Polizia Postale può benissimo identificare il computer o altro strumento elettronico da cui le frasi incriminate sono partire, ma in pratica non lo fa, sia perché di indagini di questo tipo dovrebbe svolgerne a migliaia, sia perché per perseguire questi reati occorre una denuncia della parte lesa, e quasi nessuno si prende la briga di mettersi nelle pastoie giudiziarie solo per rivalersi su qualche idiota che si diverte ad insultare gratuitamente gli altri.
Purtroppo questa è la situazione, la violenza verbale dei “leoni da tastiera” prosegue indisturbata e neanche i moderatori dei vari social fanno nulla per eliminarla. Ne restano colpiti anche personaggi politici di primo piano: di recente la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, ha annunciato di voler denunciare chi la insulta sui social, e a mio giudizio ha tutto il diritto di farlo, perché il dissenso che questa persona ha provocato con le sue esternazioni, pur essendo legittimo, si deve esprimere civilmente e non con insulti volgari e irripetibili che solo degli stupidi vigliacchi possono concepire. Lo dico con piena convinzione perché, pur essendo fermamente contrario alle posizioni assunte dalla Boldrini sulle donne, sugli immigrati ecc., non mi permetterei mai d’insultarla; e non solo perché è la terza carica dello Stato, ma anche perché è una persona e una donna, e come tale va rispettata come chiunque altro. L’insulto, la volgarità, la diffamazione dell’avversario dimostrano soltanto l’inciviltà e la stupidità di chi li usa, ricadono addosso a loro come un boomerang.
Quel che dispiace più di tutto è il dover constatare che nel nostro Paese vi è un gran numero di trogloditi e di incivili che, nella loro ignoranza, non sanno argomentare nulla e ricorrono all’insulto perché non hanno null’altro da dire per controbattere il pensiero altrui. E’ successo anche a me di essere insultato su Facebook per certe mie posizioni espresse in modo deciso ma pacato, senza offendere nessuno. Poiché mi sono azzardato a dire che questa invasione di immigrati deve essere arginata perché l’Italia ha già molti problemi e non può accollarsi il mantenimento di centinaia di migliaia di stranieri, sono stato attaccato in modo meschino e volgare da certi “buonisti” che, evidentemente, sono così generosi verso gli immigrati quanto egoisti e intolleranti verso i propri connazionali che non la pensano come loro. Tra gli insulti che mi sono stati rivolti ne spiccano in particolare due: “razzista” e “fascista”. Al proposito vorrei dimostrare come l’ignoranza e la pochezza mentale di queste persone le induce ad usare questi termini senza neanche conoscere il loro vero significato. La parola “razzista” designa propriamente colui che, pregiudizialmente, ritiene che la propria razza o ceppo etnico sia superiore alle altre, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler; ma chi si oppone a questa incontrollata invasione di immigrati non lo fa per questo motivo, cioè perché pensa che la propria razza sia superiore a quella degli africani o dei siriani che arrivano sui barconi, ma perché sa che il nostro Paese ha già molti problemi economici, che tanti italiani vivono sotto la soglia di povertà o con pensioni da fame, e pensa che sia giusto provvedere prima a loro che agli stranieri, come fanno tutti gli altri paesi civili; altrimenti dovremmo pensare che la Svizzera, l’Austria, la Francia ecc. siano in toto nazioni razziste, il che francamente non mi sembra sostenibile. Anche il secondo aggettivo, quello di “fascista”, gettato come un marchio infamante contro chi si oppone al pensiero comune, è impiegato in modo del tutto improprio. Se infatti con questo termine si vuole indicare un sostenitore del regime fondato da Benito Mussolini al potere in Italia dal 1922 al 1943, si commette una vera e propria idiozia, perché quel regime è finito più di 70 anni fa e appartiene ormai alla storia passata: quindi dare del “fascista” a qualcuno è assurdo, come sarebbe assurdo dire a qualcuno che è carbonaro, giacobino o lanzichenecco. Se invece si usa la parola “fascista” in senso lato, come sinonimo di “intollerante, violento, prevaricatore”, allora i veri fascisti sono proprio loro, quelli che insultano gli altri perché non condividono le loro idee. Non c’è nulla di più fascista dell’atteggiamento di colui che, sotto la maschera del buonista, dell’accogliente, dell’altruista, infama gli altri e vuol impedire loro di esprimere le proprie idee. Purtroppo questo atteggiamento prevaricatore non è diffuso solo nei social, dove ogni ignorante e troglodita qualsiasi può scrivere, ma ha esempi anche dall’alto, da quella politica che sostiene provvedimenti volti a conculcare la libertà di opinione. Se l’esempio è questo, non possiamo condannare più di tanto i “leoni da tastiera”, ma solo compatirli per la loro imbecillità.

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Fascismo di ieri e polemiche di oggi

In questi giorni l’on. Emanuele Fiano del PD è stato alla ribalta nelle cronache per due ragioni: perché ha subito un ignobile insulto da parte di un deputato di destra, che gli ha rinfacciato con disprezzo le sue origini ebraiche, e perché ha presentato una proposta di legge contro il reato di apologia del fascismo. Forse l’iniziativa è partita per reazione a quella pagliacciata della “spiaggia fascista” dell’Adriatico, dove un tale non meglio noto aveva tappezzato il suo stabilimento balneare con manifesti e scritte inneggianti al “ventennio”, ma a me personalmente ha fatto riflettere molto su quello che ho già scritto sul pensiero unico e la libertà di opinione.
La prima considerazione che vorrei fare riguarda appunto questo spinoso problema. L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce la libertà di opinione e di espressione, un principio di grande civiltà che tutti i paesi civili debbono avere. In base a ciò un cittadino ha diritto ad avere l’opinione che preferisce, può simpatizzare per qualsiasi periodo storico o regime politico, compreso il fascismo, purché non commetta veri e propri reati in base a queste sue idee. Se cioè una persona trova elementi positivi nel regime fascista, ammira la figura di Mussolini o addirittura si dichiara fascista (antistoricamente, perché siamo nel 2017) io credo che sia libero di farlo, perché il pensiero non si può castigare o impedire. Certo, se in base a questo va a manganellare gli avversari o compie comunque atti illegali, è da condannare severamente; ma ciò che si può condannare è l’azione delittuosa, non l’ideologia in sé. Quindi bisogna stare molto attenti quando si presentano norme che possono essere intese come liberticide, alle quali non finirò mai di oppormi: già ho fatto menzione in questo blog della mia contrarietà assoluta al disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, perché non si può impedire ad una persona di essere contrario ai matrimoni o alle adozioni gay, non lo si può costringere ad accettare l’omosessualità ed a considerarla “normale” se la pensa diversamente. Ognuno ha diritto di avere le sue idee, anche se sono diverse dal pensiero comune e non allineate con le opinioni della maggioranza. Imporre un sistema ideale, una forma mentis predefinita e cercare di inculcarla con i mezzi di informazione o addirittura con leggi restrittive, quello sì è un atto di vero fascismo, tanto per restare in argomento, non di democrazia.
Sarei comunque disposto ad accettare la proposta dell’on. Fiano se la condanna assoluta del fascismo portasse ad un preciso risultato che io auspico da tempo: cioè che la si finisse una buona volta di usare questo infamante titolo di “fascista” rivolto a chi non accoglie il pensiero comune, magari perché è contrario ai matrimoni gay o ritiene che si debba dare la precedenza agli italiani nei benefici sociali rispetto alla folla di immigrati che stanno invadendo il nostro Paese. Questo marchio d’infamia era usato negli anni ’70 dai gruppi di estrema sinistra per bollare chiunque non fosse dei loro: anche esponenti del PCI, perché magari non erano in sintonia con le scelte degli estremisti di sinistra, si sentivano dare dei “fascisti”. Purtroppo anche oggi, a distanza di 72 anni dalla fine del regime di cui si parla, si continua a usare questo aggettivo (o sostantivo) vergognoso contro chiunque non sia allineato col buonismo imperante di certa sinistra e delle gerarchie clericali. Ecco, se si smettesse di dare del “fascista” agli avversari politici, con ciò bollandoli come se avessero la peste bubbonica, io sarei contento della proposta del deputato PD, che tra l’altro considero persona onesta ed ineccepibile.
Vorrei poi fare un’ultima osservazione. Va bene che si eliminino dappertutto i segni del fascismo, che lo si cancelli dalla politica attuale e lo si consideri solo per quello che è veramente, cioè un periodo storico ormai passato da molti anni da non riesumare ogni volta che si parla di politica. Ma perché allora non fare lo stesso con il comunismo, la dittatura più spietata e spaventosa che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, che ha provocato un numero di vittime ben superiore a quello del fascismo e del nazismo messi insieme? Perché si permette che si usi ancora il simbolo della falce e martello, triste vessillo di morte, da parte di gruppi o addirittura partiti che si presentano alle elezioni? Perché in molte città esistono piazze e vie dedicate a Lenin, Che Guevara, Fidel Castro, autentici criminali che hanno sulla coscienza migliaia o milioni di vite umane? Perché nelle sedi di quei partiti faziosi e antistorici campeggia ancora il ritratto di Stalin, il più efferato criminale che la storia abbia mai conosciuto? E anche il nostro Togliatti, che ancora molti venerano come un padre, era in realtà un criminale, che quando si trovava in Unione Sovietica denunciò alla polizia staliniana centinaia di italiani che erano andati in esilio in quel “paradiso” e che in base a quelle denunce furono deportati nei gulag, torturati e uccisi. A chi non ci credesse consiglio di leggere il libro di G.Lehner, Carnefici e vittime. I crimini del PCI in Unione Sovietica, pubblicato da Mondadori nel 2006. Quindi io sono d’accordissimo nel risolvere una volta per tutte i conti in sospeso con il passato e parlare in termini di presente e di futuro, senza dare più del “fascista” o del “comunista” a chi non la pensa come noi. Ma per fare questo bisogna essere obiettivi, agire da entrambe le parti, non da una sola, e cercare di interpretare la storia in modo trasparente, non soltanto dalla parte dei vincitori, come fino ad ora è sempre avvenuto.

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Osservazioni sul Codice della strada

Questo è un post sui generis, diverso da tutti gli altri e apparentemente del tutto slegato dagli argomenti di solito presenti su questo blog; ma la cosa non deve stupire, perché anche chi si dedica ad una professione o ad una passione qualsiasi, ogni tanto sente il bisogno di parlare anche d’altro, magari di eventi che accadono quotidianamente e toccano la vita di tutti noi.
Notoriamente io sono un amante della velocità, sia quando guido un mezzo a quattro che a due ruote. Può sembrare strano ma è così: benchè abbia da tempo passato la sessantina, di solito in strada procedo in modo abbastanza… allegro, come si suol dire, senza tuttavia mettere in pericolo la sicurezza mia o quella altrui. Ricordo un precetto che ci dette l’istruttore di guida quando, a 18 anni, mi presentai per l’esame della patente di guida, quando disse: “Se non ci sono limiti di velocità ciò non vuol dire che si può andare forte quanto vogliamo, ma occorre procedere come la prudenza e il buon senso ci suggeriscono.” Ottimo precetto, che però andrebbe osservato anche dagli amministratori locali e dallo stesso Codice della strada. E’ giusto porre dei limiti di velocità quando c’è veramente pericolo, ma il problema è che spesso questi  sono assurdi ed eccessivi, e non sono motivati da esigenze di sicurezza: non raro è il caso, infatti, che su strade libere, larghe e magari senza neppure accessi laterali vengano apposti limiti di 40 o 50 Km l’ora, una vera assurdità! Quelle velocità possono essere rispettate da chi va in bicicletta, magari, ma non da chi è alla guida di un’auto o di una moto. In tali casi le amministrazioni dovrebbero spiegare con chiarezza le motivazioni di quei limiti, perché altrimenti i cittadini pensano che il vero motivo di queste assurdità è quello di fare cassa a carico dei malcapitati che, oggettivamente, non riescono a rispettare limiti così assurdi; non di rado infatti si incontrano autovelox o pattuglie di carabinieri o polizia all’uscita di curve o di tunnel, pronti ad affibbiare multe salate a destra e a manca, perché in quelle circostanze è difficile per l’automobilista accorgersi del pericolo e frenare in tempo. Così i comuni, le province, lo Stato s’impinguano in modo ingiusto e vessatorio ai danni di cittadini ignari che, come sempre, diventano capri espiatori. Si tratta di un sistema subdolo e disonesto per spillare denaro a chi paga già abbastanza tasse e che magari, soprappensiero, non si è accorto di aver superarato un limite assurdo. Più o meno in tutte le strade i limiti apposti sono esagerati, perché la velocità potrebbe essere più alta senza causare ulteriori pericoli: nelle autostrade a tre corsie, per esempio, perché mantenere il limite dei 130 orari che non è motivato da nulla? Lo stesso vale per le superstrade a quattro corsie e senza accessi laterali, dove il limite di 110 km all’ora è in effetti troppo basso. E’ molto più pericoloso procedere a 70 km orari in un centro abitato (dove il limite è 50) piuttosto che a 160 km l’ora su un’autostrada a tre corsie come la bretella di Roma, tanto per fare un esempio.
Sempre a proposito di velocità, il codice della strada prevede multe salate solo per chi va troppo forte o per chi sorpassa dove non è consentito (incroci, dossi, curve ecc.), e per queste infrazioni c’è anche la sospensione della patente. Posso ammettere che ciò sia giusto, ma ritengo che, per la stessa ragione per cui è sanzionato chi va troppo forte, dovrebbe essere ugualmente sanzionato anche chi procede troppo lentamente. Capita spesso di incontrare auto guidate da anziani o da turisti che, magari per ammirare il paesaggio, procedono a velocità dai 20 ai 40 km. orari. Chi viene a trovarsi dietro queste auto ed ha magari fretta di raggiungere la sua destinazione, non può sopportare a lungo di procedere a passo di lumaca, ma spesso la conformazione delle nostre strade, a due sole corsie e con molte curve, non permette il sorpasso. Allora succede di frequente che l’automobilista che sta dietro, esasperato dalla lentezza altrui, decide comunque di sorpassare anche in un luogo dove non dovrebbe farlo, e questo può anche causare incidenti, oltre alle sanzioni che toccano al malcapitato colpevole solo di voler tenere un passo normale. Ora io dico: è giusto che di questi eventuali incidenti prenda la colpa solo colui che ha sorpassato? A me sembra che la maggiore responsabilità l’abbia il conducente che procede a velocità troppo bassa, perché costituisce intralcio e pericolo per il traffico, e quindi sarebbe necessario stabilire, oltre ad una velocità massima per un certo tratto di strada, anche una minima, al di sotto della quale si viene multati e si arriva anche alla sospensione della patente.
Altre sanzioni andrebbero comminate agli automobilisti indisciplinati, che non sono soltanto quelli che procedono ad alta velocità. Sono molto pericolosi anche quelli che svoltano senza mettere la freccia, un fenomeno che si è fatto sempre più frequente, quelli che si immettono da strade laterali senza dare la precedenza, quelli che usano il cellulare durante la guida; ed a questo proposito è stato dimostrato che la distrazione in auto fa oggi più vittime della velocità. E altri problemi emergono anche da responsabilità delle amministrazioni: cartelli stradali malposti, incroci non segnalati, fondo stradale pessimo anche in arterie di grande comunicazione. Le condizioni delle nostre strade sono spesso pietose, si rischia di perdere il controllo del mezzo proprio per questo motivo. Al riguardo io avrei un’idea: siccome ci sono da noi tanti migranti che vengono mantenuti comodamente negli alberghi e non fanno nulla se non girellare tutto il giorno con smartphone e biciclette oppure stravaccarsi nei vari bar e locali, non si potrebbe impiegarli per la manutenzione della rete stradale? Visto che sono mantenuti a nostre spese, qualcosa dovranno pur fare per ricambiare. O no?

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La giustizia tardiva e inutile

Mi è capitato, sabato scorso, di ascoltare in televisione il programma “Amore criminale”, che viene trasmesso a ora tarda su Rai 3. Si ricostruiva la vicenda di una povera ragazza di Solofra uccisa a 22 anni, con sei colpi di pistola, dall’amante della madre. Poiché quest’ultima, dopo vari litigi in cui aveva subito anche violenza fisica, l’aveva allontanato da sé, l’assassino ha incolpato di ciò la figlia della sua compagna, che avrebbe indotto la madre a lasciarlo, e così ha esercitato su di lei la più atroce delle vendette. Il fatto è questo, e non è tanto diverso da altri tristi episodi di cronaca che purtroppo accadono nel nostro paese. Ma quello che più mi ha stupito e indignato è stato apprendere che la madre e la figlia erano state al comando dei Carabinieri pochi giorni prima, denunciando l’aggressore e avvertendo i militi di essere state minacciate di morte da costui, che possedeva una pistola regolarmente detenuta. I carabinieri, tanto osannati e ringraziati alla tv per il loro impegno a difesa delle nostre vite, non si sono degnati di fare nulla, ma hanno aspettato che ci fosse il morto per intervenire e arrestare l’assassino; e questa a mio giudizio è un’assurdità, perché se certe persone dicono di essere state minacciate da un individuo che va in giro armato, la prima cosa da fare è non dico arrestarlo, se non ha ancora compiuto alcun reato, ma almeno togliergli il porto d’armi e la pistola. Se i carabinieri, invece di stare in caserma davanti al computer, avessero fatto questo minimo loro dovere, probabilmente quella ragazza morta a 22 anni sarebbe ancora viva. I reati vanno prevenuti, non puniti dopo che sono stati compiuti: l’assassino è in carcere, ma nessuno restituisce la figlia a quei genitori. E la colpa di quanto avvenuto non è solo di chi ha compiuto il gesto, ma anche di chi non ha fatto nulla per impedirlo.
Anche a me personalmente, sia pure per un fatto molto meno grave, è successa una cosa simile, ed ho potuto verificare di persona l’efficienza delle cosiddette “forze dell’ordine”: anni fa subii un furto in casa, e una volta tornato e constatato il fatto, telefonai ai carabinieri per informarli e chiedere loro di effettuare un sopralluogo. La risposta fu che tanto era inutile e che mi presentassi in caserma il giorno dopo a fare la denuncia. Questo la dice lunga su come vanno le cose nel nostro Paese, se chi dovrebbe difenderci è assente proprio quando il cittadino avrebbe maggior bisogno di una tutela. Di recente è stato approvato per legge il reato di “stalking” (tra virgolette perché io non amo l’inglese, preferisco usare la mia lingua), ma di fatto chi perseguita continua impunemente a farlo, perché carabinieri e polizia intervengono poco e male; sono anzi inclini a sottovalutare i fatti e a contestare chi va a denunciare, tanto che molte persone – soprattutto donne perseguitate da ex mariti o amanti – sono restie a rivolgersi alle autorità perché non vengono ascoltate e nessun provvedimento viene preso contro i persecutori. Di questo passo continueremo a lungo a lamentarci del cosiddetto “femminicidio”, perché questo problema si risolve proteggendo effettivamente le persone minacciate e mettendo i violenti in condizione di non nuocere, non con le fiaccolate o le parole di cordoglio, che non risolvono nulla. E invece, anche quando vengono presi, questi individui vengono condannati a pene irrisorie e dopo poco escono dal carcere e continuano a delinquere e perseguitare le proprie vittime. Questa però è responsabilità dei magistrati, non delle forze dell’ordine, che avviene perché i giudici sanno di non dover pagare mai nulla; ma se un giudice che rimette in libertà un assassino che torna ad uccidere andasse a sua volta in galera come corresponsabile dell’omicidio, forse le cose cambierebbero. Invece il sistema giudiziario è capace soltanto di perseguitare i cittadini onesti se talvolta commettono qualche errore; i delinquenti riescono molto spesso a farla franca, e non meravigliamoci quindi se qualcuno, visto che nessuno lo difende dalla criminalità, decide di farsi giustizia da solo.
Per tornare a carabinieri e polizia, un’altra grave mancanza è la loro scarsa presenza sul territorio. Capita di trovarsi in grandi o piccole città in quartieri malfamati dove la delinquenza la fa da padrona, e non si vede nemmeno l’ombra di un carabiniere o di un agente. Dove stanno costoro? A giocare al computer o a fare cosa? La polizia stradale è quasi assente dalle strade, capita di fare mille chilometri senza incontrare neanche una pattuglia; nelle piazze e nelle vie affollate, dove passano tante persone e avvengono scippi e rapine, nessuno si degna di proteggere i cittadini; nei locali notturni e nelle discoteche dove si spaccia apertamente alcool e droga, nessun rappresentante dello Stato è presente a impedire i reati e arrestare i responsabili. E poi dicono che le forze dell’ordine sono pagate poco, e sicuramente è vero; ma quanti di loro vanno effettivamente sul territorio ad esercitare le funzioni per le quali sono stati assunti? Io ne vedo pochi, ma forse sono io che ho avuto erroneamente questa impressione, e ne faccio ammenda; mi auguro infatti di sbagliarmi, per il bene di tutti noi cittadini soggetti a subire reati, adesso più di prima a causa dell’immigrazione selvaggia e incontrollata, un altro problema che altri Paesi europei risolvono e che noi non vogliamo affrontare. Ricordiamoci che la sicurezza è un punto fondamentale della vita civile di una nazione, e garantirla è un dovere del Governo e di tutti coloro che sono entrati a far parte del sistema giudiziario e delle forze dell’ordine.

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Il blog di un professore ha dei limiti?

Oggi 12 febbraio questo mio blog compie quattro anni, essendo stato inaugurato nello stesso giorno del 2012. In questo periodo ho pubblicato oltre 190 articoli (o post come si dice oggi), che hanno riguardato massimamente il settore di mia competenza (cioè quello della scuola) e che più raramente hanno trattato altre tematiche di tipo politico, sociale o letterario. Ho intenzione a breve di compilare un elenco degli articoli e degli argomenti affrontati, in modo da rendere per i lettori più agevole il reperimento delle pagine più interessanti o più corrispondenti agli interessi di ciascuno. Per quanto mi riguarda, non nascondo che tenere un blog e aggiornarlo con cadenza più o meno settimanale mi costa fatica, perché di tempo ne ho poco; il lavoro scolastico, infatti, diventa ogni anno più pesante (non so perché ma è così) e anche l’età comincia ad avanzare. Pur tuttavia continuo a osservare questo mio impegno straordinario, anzitutto perché sento la necessità di far conoscere alle persone del mio settore, ma anche ad altri, quelle che sono le mie idee e le mie opinioni; in secondo luogo, tengo il blog perché sono convinto che l’esperienza di un docente che insegna da 36 anni può servire a chi comincia adesso questa professione ed a quanti, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con il mondo della scuola. Ricavo questa convinzione dal fatto che continuo a ricevere lettere, al mio indirizzo e-mail privato che ho indicato sul blog, di colleghi, genitori e studenti che mi chiedono pareri e consigli. Quello che invece mi rammarica, come vado ripetendo da quando ho iniziato questa attività, è il fatto che al numero piuttosto elevato di visite giornaliere che il blog riceve non corrisponda un adeguato numero di commenti, i quali, se pubblicati e corredati di risposta, potrebbero essere utili a più persone. Accade invece, purtroppo, che di fronte ad una media di circa 150 visite al giorno, il numero dei commenti sia molto esiguo, tanto che a volte passano settimane senza riceverne alcuno. Probabilmente molte persone preferiscono limitarsi a leggere senza scrivere nulla, perché non amano mettersi in gioco e sostenere le proprie idee.
Comunque, dopo quattro anni di blog, ho pensato quest’oggi ad esprimere anche un altro problema che da tempo mi affligge, cioè le limitazioni che un’attività di questo tipo deve necessariamente avere quando il titolare è un professore. Noi docenti, si sa, siamo anche e soprattutto educatori, e quindi dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo agli studenti, soprattutto in classe ma anche in un blog personale, dato che gli studenti stessi o i loro genitori possono benissimo leggerlo, anzi lo fanno molto spesso. Da ciò deriva che, se qualcuno di noi ha delle convinzioni diverse da quello che è il sentire ed il pensiero comune propinatoci dalla tv e dai giornali, se cioè le nostre idee vanno contro il cosiddetto “politicamente corretto” (traduco un’espressione anglosassone di larga diffusione), non lo possiamo esprimere senza venir meno alla nostra funzione di educatori e di formatori della gioventù. Ammettiamo, ad esempio, che qualcuno di noi sia favorevole alla pena di morte, o sia contrario all’accoglienza indiscriminata degli immigrati che vengono sistemati negli alberghi a 4 stelle mentre molti italiani dormono in macchina e negli scantinati, o sia contrario ai matrimoni e alle adozioni gay, visto che di quello si parla oggi più che di qualsiasi altra questione. Uno di noi che la pensasse così sarebbe in pratica costretto a tacere, a non esprimere pubblicamente queste sue idee, perché in caso contrario sarebbe tacciato di oscurantismo, fascismo, razzismo, bieco cinismo, bestiale malvagità e chi ne ha più ne metta, e il disprezzo nei suoi confronti sarebbe ancor maggiore di quello da riservare ad altri cittadini, perché noi siamo educatori e dobbiamo sempre e comunque rispettare le idee prevalenti che ci vengono imposte da quella che altrove ho chiamato “la nuova religione laica” dei diritti civili, siamo tenuti a trasmettere ai giovani ideali di buonismo, di accoglienza, di libertarismo e di libertinismo, anche se non ci crediamo. A me questa sembra una grave limitazione della libertà di opinione e della personalità di ciascuno di noi, in nome di un’etica preconcetta, voluta da certe lobbies e imposta a tutti dai mass media in modo coercitivo. Nei secoli passati chi si opponeva al pensiero comune veniva frustato in piazza, torturato o mandato al rogo dal tribunale dell’Inquisizione; adesso lo si punisce più sottilmente attraverso una condanna morale e un’emarginazione di fatto dal contesto sociale, ma il disprezzo che il dissidente riceve è lo stesso, e se si tratta di un docente è ancora maggiore. Di questo sono consapevole ed ho voluto qui esprimerlo… ma ho parlato in generale, per carità, non vorrei che si pensasse che il problema mi riguardi personalmente.

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Il Risorgimento a rovescio

Per avere anche frettolosamente studiato la storia, tutti noi sappiamo quanta fatica e quanto sangue costò, nel secolo XIX, il processo del Risorgimento, ossia di quel periodo storico che portò all’unificazione dell’Italia ed alla liberazione della nostra patria dal dominio straniero. Fu un processo storico che, non terminato durante il secolo XIX, proseguì anche nel XX con la prima guerra mondiale, che costò all’Italia qualcosa come 600.000 morti per il preciso fine di completare il processo di unificazione del Paese e l’acquisizione delle cosiddette “terre irredente”. Spesso mi sono chiesto, a proposito di quest’ultimo evento, se valesse la pena di pagare un contributo di sangue così alto per acquisire territori che ancor oggi dispregiano il tricolore e non si sentono neppure italiani, tanto che, se ci rechiamo in Alto Adige, ci sembra di stare all’estero e di far fatica a trovare qualcuno che parli la nostra lingua. Ma attualmente, visto ciò che sta accadendo a livello di Unione Europea, questa mia sensazione di perdita della nostra identità nazionale si è ingrandita a dismisura, e mi viene da pensare che se Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II potessero vedere dove sono andati a finire tutti i loro sforzi, si rivolterebbero nella tomba, tanto per riprendere un’espressione di uso comune.
Se ci mettiamo a considerare la situazione politica ed economica del nostro Paese in rapporto all’Unione Europea, vediamo come il dominio straniero sull’Italia è tornato ad esistere ancor oggi, nei primi decenni di questo sciagurato secolo XXI; la differenza è soltanto che nei secoli passati condottieri come Napoleone ci occupavano con gli eserciti e con i cannoni, adesso invece ci schiacciano con le norme repressive dovute al loro potere economico, che ha buon gioco a dominarci se teniamo conto del nostro debito pubblico, giunto ormai a dimensioni tali da impedirci non dico di fare la voce grossa in Europa, ma perfino di farci ascoltare e considerare. Il caso dell’Italia non è molto diverso da quello della Grecia, dove le sbruffonate di Tzipras non sono servite a nulla perché le condizioni economiche del suo paese l’hanno costretto, nonostante i proclami bellicosi ed un inutile referendum, a chinare la testa di fronte ai potentati economici tedeschi, francesi ecc. La stessa cosa, sia pur in tono leggermente minore, tocca anche noi: il nostro Governo, a livello europeo, conta poco o niente, ed anche Renzi, come il suo collega greco, ha dovuto accettare una serie di condizionamenti, di prescrizioni, di diktat inauditi per uno Stato che vuol definirsi sovrano e indipendente, e che non era costretto ad accettare finché non c’è stata questa Europa tiranna e dominatrice e finché non è stato compiuto  l’errore di entrare nell’euro, privando il nostro Paese della possibilità di battere moneta e quindi di poter gestire la propria economia. E che l’Italia non conti nulla in Europa, ma sia di fatto tornata sotto la dominazione straniera, lo vediamo da molti fattori che sarebbe troppo lungo qui elencare: basti dire, prendendo ad esempio la normativa bancaria, quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando il governo di Frau Merkel si è permesso di dare soldi pubblici, miliardi di euro, per sostenere la Deutsche Bank, mentre poi ha imposto a tutti gli altri governi dell’Unione di non salvare più le banche in fallimento, e così da noi è accaduto quel che sappiamo a proposito delle quattro banche di recente andate a gambe all’aria e delle centinaia di risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i loro soldi. Anche qui è valsa la legge del più forte, tanto che i signori teutonici si sono potuti permettere di dare ordini a tutti e imporre la loro dittatura economica, nonché di mettere la sordina alla loro disonestà, ben rivelata al mondo dalla vicenda della Volkswagen. E a proposito voglio citare una frase che fu detta, non ricordo da chi, alcuni mesi fa a proposito del crack della Grecia: che la signora Merkel è riuscita a fare ciò che non riuscì ad Hitler, tenere cioè tutta l’Europa sotto i suoi piedi.
Questa situazione di soggezione (per non dire di schiavitù) in cui ci troviamo per colpa dei nostri imbelli governanti si riflette in ogni ambito della vita economica e sociale: dall’Europa ci viene imposto il quantitativo di latte, di frutta, di altri generi che possiamo produrre, e guai a non rispettare gli ordini delle Loro Eccellenze, vengono fuori multe milionarie! Ci vogliono persino costringere a produrre formaggio con il latte in polvere, mandando in fumo la tradizione gastronomica italiana, la migliore del mondo senza dubbio alcuno. Ed anche nella scuola abbiamo visto, proprio quest’anno, il grado a cui è arrivata la nostra sottomissione agli stranieri: hanno costretto il nostro governo ad assumere gli insegnanti precari in base alla norma (fatta da loro, non da noi!) che se un dipendente pubblico supera i 36 mesi di servizio deve essere assunto a tempo indeterminato dallo Stato. La conseguenza di ciò è stata che, accanto all’immissione in ruolo dei molti docenti che hanno occupato i posti vacanti, ne sono stati assunti altri 50.000 circa del cosiddetto “organico potenziato”, i quali sono praticamente superflui per quanto riguarda la didattica, perché non hanno classi dove far lezione ma si limitano alle supplenze brevi, ai corsi di recupero ecc., tutte attività che venivano svolte anche prima senza che lo Stato dovesse pagare tutti questi stipendi in più soltanto perché “l’Europa ce lo impone”!
E’ veramente triste vedere come la nostra patria abbia perduto la sua identità nazionale e si sia fatta ancella dei potentati economici stranieri, senza più poter decidere il proprio destino. A ciò ha contribuito anche la sciagurata apertura delle frontiere, un provvedimento che ha fatto sì che chiunque possa entrare in Italia senza controllo: clandestini, criminali, spacciatori, gente di ogni genere che varca tranquillamente i confini senza che nessuno chieda loro neanche il passaporto o la carta d’identità. Così possono arrivare da noi, senza alcun controllo, droga, armi, esplosivi, qualsiasi cosa, perché la dogana ed i controlli di frontiera non esistono più.
Purtroppo nessuno dei combattenti di Caporetto e di Vittorio Veneto è più in vita, ma sarebbe interessante chiedere a costoro per che cosa hanno combattuto, per cosa sono stati mesi ed anni a marcire nelle trincee ed a rischiare la vita ad ogni momento. Quel che si diceva loro con la retorica del tempo, cioè che stavano lottando per una Patria libera e unita, si è rivelata un’inutile formula priva di senso; e non solo perché quelle terre da loro conquistate non si adattano neanche adesso ad essere italiane, ma perché l’Italia stessa non è più libera, non è più in grado di gestirsi e di decidere la propria politica e la propria economia. Se questa deve essere l’unione europea, dico allora che sarebbe stato molto meglio non farne parte e non accettare quella moneta unica che è stata per le nostre famiglie un vero flagello. Se è vero, come è vero, che l’Italia è la prima nazione al mondo per l’arte e la cultura, fa orrore soltanto il pensare di aver perduto la nostra indipendenza e la nostra coscienza nazionale. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, un nuovo Cavour o un nuovo Garibaldi; ma penso proprio che in questo periodo storico anche soltanto ipotizzare una simile eventualità altro non sia se non fantasia allo stato puro.

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Immigrazione e buonismo nostrano

In occasione della tragedia di Lampedusa, di cui sono rimasti vittime oltre 300 immigrati africani, ne abbiamo sentite di tutti i colori dai nostri politici, dai giornalisti e persino dal papa, sempre pronto a commentare a suo modo (e spesso a sproposito) i fatti che accadono nel mondo. In tale occasione il capo della chiesa cattolica, facendo eco a personalità delle istituzioni come la solerte presidente della Camera dei deputati, ha parlato di “vergogna” dell’Italia di fronte a quanto è accaduto.
Ora forse io sarò ignorante o disinformato, ma proprio non ho capito di cosa noi dobbiamo vergognarci. Siamo stati noi italiani forse ad ammazzare queste persone? Li abbiamo forse invitati a casa nostra e poi fatti naufragare? Non li abbiamo forse soccorsi, salvati e rifocillati, i superstiti, procedendo poi a spese nostre al recupero dei cadaveri? Cosa dovevamo fare di più, visto che gli altri Paesi europei, ai quali noi italiani spesso pensiamo come fossero paradisi terrestri, ci hanno da sempre abbandonato come se il problema dell’immigrazione fosse soltanto nostro? A me pare l’esatto contrario, cioè che l’Italia abbia fatto e faccia anche troppo per queste persone, che nessuno ha invitato a venire e che spesso, dopo aver avuto anche più di quanto si aspettassero, si permettono anche di ribellarsi ai centri di accoglienza, fare violenze e devastazioni, ritenendo un loro diritto ciò che è invece un aiuto umanitario, del quale dovrebbero semmai ringraziarci. Io ho sempre saputo che se qualcuno entra in casa mia, anzitutto deve esservi invitato; e di certo, se decido di ospitarlo, non può lamentarsi del trattamento che gli riserbo. Se quel che io faccio per lui non gli va bene, se ne resti a casa propria.
Le accuse rivolte dal papa, dai demagoghi di estrema sinistra e dai buonisti infiltrati nelle istituzioni non hanno alcuna ragion d’essere, se non la malafede di chi le formula. Sono anch’esse espressione di quella dittatura della religione laica di cui ho parlato in un altro post, una mentalità ormai dominante e diffusa attraverso i mezzi di informazione in base alla quale i “diversi” sono da preferire e da favorire in ogni modo rispetto agli altri. E così, dopo i portatori di handicap e i gay, sono adesso gli immigrati africani ad essere incensati sull’altare di questa religione laica, che bolla subito con il marchio del disprezzo e del razzismo chiunque si azzarda a non condividere questo buonismo dissennato.
Se la sono presa anche con la legge Bossi-Fini, l’unica norma giusta che tenta in qualche modo di regolare, se non di eliminare, il flusso degli arrivi, senza pensare che questa legge non c’entra assolutamente nulla con la tragedia di Lampedusa, che sarebbe avvenuta anche se la Bossi-Fini non ci fosse stata. Del resto, vogliamo chiederci perché i nuovi santoni della religione laica stile Boldrini o Rodotà, mentre attaccano la nostra legge, non dicono nulla di ciò che avviene in Spagna, dove gli arrivi dal Marocco sono regolati e spesso proibiti, o negli Stati Uniti, dove i soldati sparano addosso ai disperati che dal Messico cercano di raggiungere il loro Paese? Non viene da pensare che costoro siano un po’ in malafede e che utilizzino queste idee così libertarie e progressiste per fini di propaganda politica? Adesso vogliono abolire anche il reato di immigrazione clandestina (col beneplacito dei mentecatti del M5S), col risultato di vedere aumentato in progressione geometrica il numero degli stranieri senza lavoro e quindi anche della criminalità.
Ma la sicurezza dei cittadini italiani non interessa a nessuno? Nessuno si pone il problema del 40% di disoccupazione giovanile esistente in Italia, un dato che sconsiglierebbe qualunque persona di buon senso ad autorizzare l’arrivo in massa di stranieri che, non trovando occupazione, finiscono per ingrossare le file del crimine organizzato. E’ questo un dato di fatto che nessuno può smentire: proprio ieri, tanto per dire l’ultima, è stata sgominata a Milano una banda di dominicani che compivano furti, rapine e ogni sorta di reati, per non voler dire di più. Il problema esiste e come, e la sciagurata nuova religione laica non farà che accrescerlo, fermo restando il fatto che esistono anche tantissimi stranieri che lavorano onestamente e sono anzi un supporto insostituibile della nostra economia. Perciò dobbiamo regolare, non impedire del tutto l’accesso agli stranieri; ma essi debbono dimostrare di avere buone intenzioni, di lavorare onestamente e di rispettare le nostre leggi e la nostra cultura. Altrimenti vanno rispediti nei loro paesi di origine. Attualmente, con la crisi economica in atto, l’Italia non può affrontare da sola questa emergenza, non può permettersi di accogliere migliaia e migliaia di persone che arrivano qua senza nulla e senza prospettive. Forse sbaglierò, ma penso che ogni Paese debba provvedere prima ai propri cittadini, assicurando loro anzitutto un lavoro e una vita dignitosa; poi, se ve n’è la possibilità, possiamo aiutare anche gli altri. Ma accoglierli, mantenerli, dare loro casa e lavoro mentre ci sono italiani che dormono in macchina e vivono di stenti non mi pare degno di una nazione civile.

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La dittatura della nuova religione laica

Lunedì scorso è apparso sul “Giornale” di Sallusti un interessante articolo a firma di Marcello Veneziani, un coraggioso e acuto intellettuale che si è sempre distinto per le sue posizioni diverse ed opposte rispetto al conformismo culturale dei nostri tempi. Nel suo scritto Veneziani parla di una nuova religione civile che, specie qui in Italia, ha sostituito le ideologie superate dal cammino della storia ma ne ha mantenuto tutti i caratteri peggiori, comuni del resto anche alle altre religioni: la presunzione di avere la Verità assoluta, il disprezzo per gli “infedeli” (coloro cioè che non si allineano al nuovo credo), il razzismo fondato su di una presunta superiorità su tutti coloro che non condividono certe idee e certe posizioni.
Questa nuova religione laica, che potremmo chiamare dei diritti civili, ha il suo fondamento nella difesa ad oltranza dei gay, degli extracomunitari, del “diverso” in tutti i sensi possibili, nel libertarismo radicale e totale, nell’esaltazione dell’aborto, dell’eutanasia ed altro ancora. Questi dogmi della nuova religione sono sostenuti e teorizzati da un vero e proprio clero, che si serve dei mass-media, di blog e siti internet, ed ha al suo attivo anche cariche istituzionali come l’antipaticissima presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, la cui arroganza e faziosità si notano anche negli atteggiamenti che tiene nelle occasioni pubbliche, e soprattutto nella partigianeria sfrontata che la porta a condannare la violenza soltanto quando si rivolge contro la sua parte politica.
Gli alfieri della nuova religione non esitano ad agire con violenza psicologica contro chi non condivide i loro dogmi, fino a tentare persino di perseguire a norma di legge chiunque ardisca opporsi a questa dittatura mediatica. Proprio la Boldrini, qualche giorno fa, ha annunciato la presentazione di un disegno di legge contro l’omofobia, con l’intento di far tacere con la forza chiunque non consideri i gay alla stregua di vittime o di eroi, come da tempo il nuovo clero cerca di fare con la pressione mediatica. Eppure qualcuno dovrebbe spiegare alla Presidente della Camera ed agli altri “progressisti” che la libertà di opinione è garantita dalla Costituzione, e che se qualcuno non ama i gay, o pensa che la loro sia una perversione, ha il pieno diritto di pensarlo e di affermarlo, purché non commetta reati contro di loro. Ancora qualche tempo fa si cercò di inserire nel codice penale una norma che comportasse l’aggravante di omofobia nel caso che un reato fosse commesso nei confronti di una persona omosessuale, quasi che il dolore provocato da uno schiaffo dato ad un gay, ad esempio, fosse più forte e meno sopportabile di quello dato ad un’altra persona! Ma da tempo la televisione cerca di omologare tutti alla nuova religione laica, al punto da additare al pubblico disprezzo e da affibbiare l’infamante etichetta di “razzista” a chiunque osasse non allinearsi all’esaltazione incondizionata dei cosiddetti “diversi”. E invece io, come molti altri, rivendico la libertà costituzionalmente garantita di esprimere la mia opinione, contro la nuova Inquisizione che opprime, condanna e persino minaccia chiunque non si allinei al pensiero comune.
Quello che si è detto per i gay può estendersi anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli extracomunitari presenti in gran numero nel nostro Paese. Io non sono mai stato contrario alla presenza degli immigrati, purché rispettino le leggi italiane e lavorino onestamente, nel qual caso sono i benvenuti; ma se vengono per delinquere, approfittando del fatto che in Italia le maglie della giustizia sono molto larghe (purtroppo!), allora è meglio che se ne stiano a casa propria. Anche su questo argomento la televisione ci martella da anni con la difesa a oltranza degli extracomunitari, affibbiando l’infamante titolo di “razzista” a chiunque faccia presenti i problemi, specie di ordine pubblico, che l’eccessiva presenza di immigrati può arrecare, ed anche la necessità di provvedere prima, nell’assegnazione delle case o del lavoro, ai cittadini italiani, così come avviene in ogni altro paese civile del mondo occidentale.
Come dice Veneziani, anche questa nuova religione laica, intollerante, fondamentalista e violenta contro gli oppositori, trae origine dal ’68 e dal libertarismo dissennato che caratterizzò quel movimento, autentica rovina della società civile. Quel movimento, dopo aver distrutto ogni forma di moralismo, ne ha imposto un altro ugualmente odioso, che contempla sempre e soltanto i diritti, senza mai parlare di doveri, e attacca gli avversari bollandoli con il marchio d’infamia dell’omofobia, del razzismo, del bigottismo, del fascismo e via dicendo. Sono questi gli esiti di una visione della società che per lungo tempo si è appoggiata ad una determinata ideologia e che poi, dopo la sconfitta storica di questa, si è rigenerata sotto altra forma, conservando però la protervia, la presunzione ed il falso moralismo di quella ideologia e dei suoi “intellettuali”.
Cosa fare? Cercare di resistere e di mantenere la propria dignità e le proprie idee, evitando di cadere nelle maglie della nuova Inquisizione laica. La Costituzione italiana, per fortuna, garantisce la libertà di opinione e di parola, che va quindi esercitata in piena autonomia di pensiero, senza offendere o danneggiare nessuno. La nostra scuola ha il compito di formare i cittadini in modo che sappiano compiere le loro scelte e pensare con la propria testa, senza lasciarsi ammaliare dalla televisione spazzatura o dai politici faziosi. La libertà è anzitutto questa, ed è il bene più prezioso che un essere umano possa avere.

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