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Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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Una guerra tra poveri

In questo periodo autunnale noi che operiamo nella scuola ci troviamo impegnati, oltre che nel lavoro quotidiano ed in una serie di incombenze che ci piovono inaspettatamente tra capo e collo, anche in un’altra attività: il cosiddetto “orientamento in entrata”, che equivale poi alla presentazione del nostro Istituto agli alunni delle terze medie del territorio, allo scopo di attirare il più alto numero di iscrizioni possibile. Tutto questo si svolge in diverse maniere: ci sono scuole medie che restano aperte in certe date al pomeriggio per ricevere i rappresentanti delle superiori, quelle che ci consentono di visitare le loro classi al mattino durante le normali lezioni e quelle, infine, che non permettono affatto agli istituti superiori di incontrare i loro studenti, con il pretesto di provvedere in modo autonomo al loro orientamento.
Le modalità con cui le scuole superiori si presentano sono più o meno le stesse: ciascuna invia o consegna direttamente agli alunni delle terze medie ed ai loro genitori del materiale illustrativo (depliants, opuscoli ecc.) che esaltano e magnificano senza limiti i presunti pregi di ogni singolo istituto, spingendosi persino a prevedere per i futuri adepti un sicuro ingresso nel mondo del lavoro. E’ questa, come ognuno può constatare, una delle più grosse menzogne che oggi, con la situazione economica in cui ci troviamo, si possano dire ad un ragazzo di 14 anni, ed è un vezzo, se così si può chiamare, tipico degli istituti tecnici e professionali, i quali millantano spesso di saper dare una preparazione di cui ci sarà un gran bisogno nella società del futuro. Ma come, dico io, non si sa neppure cosa accadrà tra un mese in questa società fluida e instabile, e costoro pretendono di sapere quali professioni saranno richieste tra cinque o sei anni? I docenti che rappresentano questo tipo di scuole insistono sulla presunta “utilità” del loro percorso, e spesso ne danno un’immediata dimostrazione: qualche anno fa, in effetti, visitando una scuola media in occasione di un open day, vi trovai docenti e alunni dell’istituto alberghiero della mia zona che cercavano di attrarre iscrizioni… confezionando lì nell’atrio pasticcini e dolci vari e offrendo agli astanti l’aperitivo. Certo, ognuno usa le armi che possiede, ma non mi pare questo il modo migliore per evidenziare il livello culturale di un istituto scolastico.
Certamente però anche i licei partecipano a questa guerra tra poveri, rivaleggiando tra loro e con i tecnici e professionali per accaparrarsi iscrizioni, allo scopo di garantire la continuità del numero delle classi e quindi dei posti di lavoro. Ognuno magnifica le proprie dotazioni e le proprie caratteristiche: laboratori di informatica sempre attrezzati e moderni, aule speciali, attività di vario genere come gli scambi culturali ecc. In questa situazione di concorrenza spietata chi si trova in maggiore difficoltà è proprio il Liceo Classico, un tempo scuola d’élite culturale e prescelta per la qualità della formazione e per il metodo di studio e di analisi che fornisce, e oggi costretta invece a dibattersi tra ingiuste critiche e falsi pregiudizi, ed a giustificare lo studio delle discipline umanistiche, delle quali invece un tempo nessuno negava l’importanza ed il prestigio. Oggi ci sentiamo sempre più spesso accusare di proporre “roba vecchia” e “lingue morte”, di non fornire un’adeguata preparazione scientifica, di non essere insomma al passo con i tempi. E come possiamo difenderci da queste accuse? Possiamo ribattere, ma con poche probabilità di essere convincenti in un mondo in cui dominano la tecnologia e l’utilitarismo del “tutto e subito”, che il latino ed il greco concorrono in modo significativo alla formazione culturale di un giovane o una giovane, i quali, studiando le radici della nostra civiltà che vanno ricercate nel passato, saranno in grado di comprendere il presente e di programmare autonomamente il proprio futuro; che il metodo di analisi critica ottenuto con lo studio delle discipline umanistiche aiuta a diventare cittadini responsabili e capaci di interpretare la realtà senza farsi condizionare dalle mode e dai falsi miti; che i migliori ingegneri e matematici – guarda caso – hanno frequentato il Liceo Classico; che le statistiche elaborate anche di recente sul successo degli studi universitari dimostrano che chi viene dal Classico si laurea prima e con voti più alti degli studenti provenienti da altre scuole, e via dicendo. Purtroppo tutto questo non è sufficiente per chi non riesce ad andare al di là del puro tornaconto momentaneo (al Classico c’è troppo da studiare, non ci vado!) e della logica dell’utile immediato, dello studio che deve “servire subito”. E guai a dire, come qualche volta ha fatto il sottoscritto dinanzi a studenti e genitori delle terze medie, che la funzione degli studi non è solo quella di “servire”, ma soprattutto quella di “formare”, di creare coscienze e menti ragionanti, che sapranno sì mettere a frutto la cultura acquisita, ma non solo per trovare un posto di lavoro qualunque sia, bensì per essere veramente uomini e donne responsabili e padroni di sé.
Anche quest’anno ho partecipato a questo rito consueto dell’orientamento, visitando scuole medie e accogliendo studenti in occasione degli “open days” della mia scuola; e l’ho fatto non certo per interesse personale, visto che con l’anzianità anagrafica e di servizio che possiedo non rischio nulla per quanto riguarda il mio posto di lavoro, bensì per amore per la mia scuola e soprattutto per amore della verità, perché cioè ho una fede totale e immutabile nella validità culturale e formativa degli studi umanistici, e per questo cerco di spiegare a chi mi ascolta che il Liceo Classico non è una scuola inattuale né sorpassata, perché non c’è nulla di più moderno di una cultura che consenta di comprendere la società in cui viviamo in tutti i suoi aspetti, e che permetta al termine del percorso di operare qualunque scelta. Purtroppo ho avuto anche quest’anno non poche delusioni, soprattutto dovute al fatto che, essendo il nostro un istituto unico che comprende vari indirizzi liceali, siamo pressoché costretti a presentarci tutti assieme alle scuole medie: così, dovendo parlare in presenza dei colleghi dei licei scientifico, linguistico e delle scienze umane, ho dovuto sempre constatare che la loro offerta formativa suscitava negli astanti più interesse della mia, almeno sul piano numerico. Tutti gli anni succede, e tutti gli anni io continuo a testa bassa a sostenere le mie convinzioni, a parlare di latino e greco non come materie astruse che non vale la pena di studiare, ma come strumenti importanti (anche se, ovviamente, non unici!) per creare un pensiero consapevole e autonomo, che è forse la più alta espressione della libertà umana.

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L’esame di Stato: c’è qualcosa da cambiare?

Dal 1999, anno in cui fu istituito il nuovo esame di Stato in sostituzione del vecchio esame di maturità nelle scuole superiori, sono stato sempre puntualmente chiamato a far parte delle commissioni; ad anni alterni ho rivestito la funzione di membro interno ed esterno, o più spesso di presidente di commissione. Posso quindi dire, senza peccare di presunzione, di avere ormai un’esperienza che mi consente di dare qualche giudizio in materia, anche riguardo a ciò che a mio parere andrebbe modificato.
Certo, a voler dire tutto, verrebbe da scrivere un libro, non un post su un blog qualsiasi come questo. Mi limiterò quindi a due aspetti, uno generale ed uno particolare concernente l’indirizzo di studi nel quale insegno da oltre un trentennio. Il primo riguarda le modalità di calcolo del punteggio finale, che, a causa della volontà dei nostri legislatori di scimmiottare ciò che avviene all’estero e soprattutto nei paesi anglosassoni, consiste in una semplice sommatoria dei punteggi delle varie prove. Già questo è discutibile, perché la valutazione di una persona dovrebbe basarsi sull’esame complessivo della sua personalità umana e culturale, non su un mero calcolo numerico. Ma lasciando da parte questo, l’aspetto più iniquo di questo esame è che il percorso scolastico dello studente, cioè i cinque anni della scuola superiore in cui è stato valutato dai suoi insegnanti incide sul voto finale solo per il 25% (il cosiddetto credito scolastico), mentre il 75%, cioè la percentuale di gran lunga maggiore, è determinata dalle prove d’esame, sulle quali incidono molto, anzi moltissimo, fattori contingenti come l’emotività della persona, le domande specifiche che vengono rivolte al colloquio orale, l’atteggiamento dei commissari ecc. Spesso, purtroppo, incidono sulle valutazioni anche fattori del tutto soggettivi come l’immagine esterna che dà lo studente di sé, il suo modo di parlare o di vestire, l’umore dei commissari ecc. Il vecchio esame invece, con tutti i difetti che poteva avere, metteva però su un piano di parità il percorso formativo dello studente e le prove d’esame, lasciando alla sorte ed ai fattori contingenti uno spazio certamente minore. Perciò, se volessimo arrivare ad una valutazione obiettiva, occorrerebbe portare al 50% il credito scolastico e lasciare l’altro 50% alle prove d’esame, in modo da bilanciare due elementi valutativi che dovrebbero possedere un’incidenza simile, se non proprio uguale, sul voto conclusivo.
L’altra osservazione che vorrei fare riguarda in modo specifico il Liceo Classico, oggi purtroppo in crisi di iscrizioni (v. i miei post precedenti) e osteggiato in ogni modo dalla classe politica attuale, compresi i ministri dell’istruzione. A proposito va rilevato un aspetto non trascurabile che riguarda la seconda prova scritta d’esame, quella diversificata a seconda del corso di studi. Ora, mentre nelle altre scuole (v. il liceo scientifico) si è provveduto a innovare la tipologia di questa prova, al classico è rimasta inalterata la vecchia “versione” di latino o di greco, che oltretutto, qualche volta, è risultata molto difficile per gli studenti e del tutto aliena da quelle che sono oggi le competenze oggettivamente raggiungibili nel percorso di studi: imporre (non proporre) un lunghissimo e difficile brano di Aristotele (esame 2012), oltretutto tratto da un’opera non destinata alla pubblicazione e quindi redatta in forma di “appunti” ad uso interno dei discepoli del grande filosofo, significa non aver capito nulla di ciò che si possa proporre oggi ai nostri studenti oppure, ancora peggio, voler di proposito affossare un certo indirizzo di studi a vantaggio di altri che hanno sostenuto all’esame prove ben più abbordabili. Per esperienza diretta posso dire che ormai la traduzione dal latino e dal greco, attività irrinunciabile e formativa perché richiede ed alimenta facoltà mentali molto spesso atrofizzate, è però diventata, ai suoi livelli più alti, un lavoro da esperti della materia, e non è più proponibile agli studenti “normali” come UNICO mezzo di accertamento delle loro capacità e competenze. Ricordiamo che spesso i ragazzi arrivano dalla scuola media senza neppure sapere, in italiano, cosa sono il soggetto ed i complementi, ed è quindi illusorio e segno di malafede il pretendere ch’essi divengano, alla fine del loro percorso, esperti traduttori o filologi classici di gran fama; e del resto non è questa la precipua finalità degli studi liceali, bensì quella di fornire agli alunni un valido metodo di lavoro e di forgiare quelle abilità mentali che servono per la comprensione della realtà attuale, abilità che si formano “anche” ma non “soltanto” traducendo gli scrittori antichi.
Per questo motivo, come ho già proposto a chi di dovere, sarebbe il momento di cambiare strutturalmente la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, magari lasciando un breve brano da tradurre ma integrandolo con riflessioni di tipo linguistico e storico-letterario, il che sarebbe certamente più utile per una valutazione complessiva della personalità dello studente. I commissari potrebbero inoltre contare su di una maggiore trasparenza ed originalità della prova stessa, poiché la classica “versione”, attualmente, viene spesso copiata dagli studenti, o mediante il cellulare, o con aiuti “esterni” o col semplice passaggio di informazioni durante le quattro ore della prova. In un quesito di storia letteraria, invece, la copiatura verrebbe immediatamente smascherata, poiché non esiste un’unica forma di svolgimento, ma ognuno dovrebbe trattarlo in modo personale.
Voglio illudermi di pensare che queste mie osservazioni, espresse in un semplice blog, possano essere lette da qualcuno dei funzionari ministeriali preposti all’organizzazione degli esami di Stato, il quale ci rifletta sopra. Forse, appunto, è un’illusione, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare per far sentire la nostra voce, la voce di chi ha vissuto tutta la vita nella scuola e che quindi, senza supponenza, una certe esperienza deve pur averla maturata.

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