Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

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2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

2 risposte a “Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

  1. Mario

    Evidentemente lei è stato fortunato con i presidi delle scuole in cui ha lavorato. Pensi meglio alle conseguenze della chiamata da parte dei dirigenti, e rifletta sulla risposta che le ha dato Giorgio Israel: “è una questione elementare di democrazia”. Un collega seriamente preoccupato.

  2. Se ho ben capito il testo della legge, la chiamata avverrà in base ad albi territoriali di docenti di ruolo; quindi non c’è il rischio che chi è escluso da una scuola resti senza stipendio. Io stimo moltissimo il prof. Israel, ma in qualche caso posso avere opinioni diverse dalle sue. In ogni caso, prima di trarre conclusioni catastrofiche su qualcosa, bisognerebbe almeno provarla per qualche tempo; altrimenti si fanno i processi alle intenzioni.

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