La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

6 risposte a “La scuola e l’attualità

  1. Caro Massimo, si può insegnare ad essere contemporanei anche insegnando greco, purché non ci si limiti a spiegare grammatica e sintassi. L’Antigone, per esempio, è una lettura attualissima con quel conflitto tra la ragione di stato (La legge, il potere …) da una parte e la morale dall’altra (il rapporto di fratellanza, il rispetto per i morti, il sentimento dell’amore …); benikntso non facendo mancare gli opportuni riferimenti alla cronaca. Anzi, si può leggere la cronaca commentandola con i versi dell’Antigone.
    L’indottrinamento da parte dei prof nei confronti degli alunni si può evitare se il prf proclama apertamente la sua ideologia ma non l’impone agli altri che anzi deve lasciae molto spazio al dibattito plurimo. Leggere un giornale in classe (anche se non partitico) è innanzitutto un mezzo reato oltre che una disonestà, imporre agli altri i segni della propria ideologia è solo una cretinata. Non puoi trarre conclusioni generali dalla tua esperienza di studente.
    Con stima, Mariano Fresta

    • Caro Mariano, sono molto contento che tu abbia letto il mio blog e mi abbia scritto; ciò mi fa ritornare alla mente gli anni in cui eravamo colleghi al liceo, quando, nonostante la distanza ideologica, c’era e c’è ancora tra di noi una reciproca stima. Venendo all’argomento, sono senz’altro d’accordo con la prima parte del tuo messaggio: quando leggo l'”Antigone” infatti (ma anche altri testi) non evito mai di coinvolgere gli alunni in un dibattito che riguarda anche l’attualità. Quando parliamo delle “Eumenidi” di Eschilo, ad esempio, discutiamo spesso sulla giustizia di stato e sul presunto valore deterrente della pena. Anche la seconda parte del tuo commento è condivisibile; ti dico però che io non volevo trarre conclusioni generali dalla mia esperienza di studente, intendevo soltanto fare uno dei tanti esempi che si potrebbero addurre per situazioni di questo genere. Ti ricambio la stima e i saluti.

  2. Francesco Di Giovanni

    Caro Massimo, come sempre comprendo bene quel che dici e come sempre ti ringrazio per aver sollevato questo argomento, che mi offre la possibilità di esprimere alcune brevi considerazioni.
    Sarà per il fatto che sono solo pochi anni che insegno (docente di sostegno alla scuola superiore dopo aver fatto per trent’anni il musicista, attività che continuo con ostinazione a fare appena esco da scuola) ma con i ragazzi non riesco a far mistero delle mie idee. Concordo nel fatto che i discorsi sull’attualità siano quasi tutti discorsi da bar dello sport, e chi li fa si atteggia spesso a guru della politica, sfoggiando giornali di parte sotto al braccio. Tuttavia di fronte alle azioni tanto funeste quanto eclatanti, compiute da questo cosiddetto terrorismo islamico, in realtà neanche più terrorismo, ma solo degenerazione pura e sconsiderata messa in opera di ogni possibile intento distruttivo ed autodistruttivo, è normale che i ragazzi cerchino nostre opinioni. Il bombardamento mediatico raramente soddisfa i criteri di una corretta informazione ed è per questo che mi sono risolto ad “approfittare” del mio ruolo di insegnante per fornire pochi essenziali elementi di controinformazione, quali il poco risalto che viene dato per esempio alle quotidiane stragi compiute da miliziani sedicenti islamici in Nigeria, scoprendo che gli alunni non ne sapevano nulla e sto parlando di gente che sosterrà quest’anno l’esame di maturità, E’ giusto che tali dibattiti si svolgano in orario extrascolastico, ma quando farlo se nella scuola odierna le lezioni si protraggono sempre fino alle 14 ed oltre? Ricordo ancora con commozione una lontana mattina in cui appena giunto a scuola (Liceo Giulio Cesare di Roma) un mio compagno mi avvisò che era successo qualcosa di terribile a Milano, a Piazza Fontana, era il Dicembre del 1969 e frequentavo il secondo Liceo Classico. Noi ragazzi, col permesso del Preside facemmo l’Assemblea nell’Aula Magna, dopo l’orario di uscita che era alle 13,30. Fu un momento bello, di coralità, di rifiuto collettivo della violenza. Alcuni insegnanti si affacciarono, ma senza boria, senza giornali da sfoggiare, con modestia, in tutti trapelava solo la condivisione della costernazione per quanto era successo. Forse erano altri tempi, forse sono solo un nostalgico e irriducibile anarchico, ma vorrei che si tornasse a vivere in un mondo dove, almeno quando accadono certe cose così orribili, sia normale condividere sentimenti ed emozioni.

    • Comprendo il tuo pensiero, ed in parte lo condivido: quando accadono eventi terribili come quelli di questi giorni, è normale volerne parlare in ambienti comunitari come la scuola; ed infatti io non escludo questa possibilità, ma la vedo più adatta alle assemblee studentesche o ad esser trattata in alcuni esercizi come il tema di italiano piuttosto che a sostituire ore di lezione per le quali il tempo disponibile è sempre più stretto. Quando tu parli della tua esperienza al liceo Giulio Cesare, esponi una situazione in cui studenti e docenti mostrarono un atteggiamento serio e intelligente, volto ad apprendere ed informarsi senza boria e presunzione; ma purtroppo non sempre è stato così e ti assicuro che nelle scuole e nelle università molti docenti hanno fatto opera di propaganda ideologica pura e semplice, cercando di plagiare la mente degli studenti e magari anche penalizzando e perseguitando chi non la pensava come loro. Questo, secondo me, è un atteggiamento protervo e incivile, che deve essere totalmente censurato.

  3. Comprendo quello che dice, e in parte lo approvo.
    Credo però che per un insegnante di Storia tenere una lezione apposita sul tema possa essere sensato e interessante. Non facendo propaganda ideologica (ahimè, il rischio c’è!) ma parlando delle cause e degli origini del terrorismo islamico. Anche perché, purtroppo, nei programmi ministeriali la storia contemporanea è quasi totalmente ignorata. Scelta a mio avviso senza ogni logica, visto che nella nostra (complicatissima) società sono successi moltissimi eventi giganteschi negli ultimi decenni, che rischiano di condizionare le nostre vite…

    • Se tutto ciò viene compreso in una vera e propria lezione di storia, allora si può anche ammettere; ma bisogna che il docente cerchi di essere quanto più obiettivo possibile. Non credo però che la storia contemporanea sia ignorata dai programmi ministeriali; in realtà c’è, ma molto spesso, per una serie di motivi (vacanze, gite, assemblee, conferenze ecc.) non si arriva a trattare le contemporaneità. Di questo, in molti casi, non si può darne colpa agli insegnanti.

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