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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

Questa splendida e ben nota citazione da Dante (Paradiso, V, 41-42) significa, interpretandola letteralmente, che comprendere o imparare qualcosa non forma la vera cultura se non si tiene poi a mente ciò che si è imparato. Mi è sembrato giusto apporla qui, all’inizio di un nuovo post che intende trattare appunto il problema della memoria, riferito in particolare ai nostri studenti. Già da tempo vado ripetendo che il maggior inconveniente che io trovo nel mio insegnamento non consiste tanto nell’apprendimento degli argomenti dei programmi che ogni giorno vado illustrando ai miei studenti quanto nella loro “sedimentazione” nella memoria degli studenti stessi. In altri termini, mi capita quasi sempre di interrogare gli alunni e trovarli preparati sulla lezione del giorno e anche sulle precedenti; ma dopo la verifica entra in gioco, nella mente dei ragazzi, quasi un processo di cancellazione dei concetti, per cui, se quegli stessi argomenti su cui hanno ottenuto buoni voti vengono loro richiesti ad un mese di distanza dall’interrogazione, non ricordano più quasi nulla. Il fenomeno è ben riscontrabile all’inizio di ogni nuovo anno scolastico: proviamo a far domande alla classe, anche in maniera generica e senza alcuna valutazione, sul programma dell’anno precedente e troveremo dei vuoti di memoria abissali tanto che viene da chiedersi quale sia l’utilità dell’insegnamento se su tutti quegli argomenti che sono stati preparati con cura, ripetuti e riferiti al docente in maniera anche soddisfacente, si stende poi il velo dell’oblio e di essi non rimane più traccia.
Questo, ripeto, è per me il problema maggiore che riscontro nel mio lavoro. Non è affatto vero, a mio giudizio, che i giovani di oggi siano meno ricettivi di quelli di un tempo; anzi, imparano più in fretta di quanto facevamo noi, anche perché attualmente i messaggi culturali provenienti dalle fonti più disparate (compresi ovviamente internet, la tv e gli altri mezzi di informazione) arrivano più numerosi e con maggior velocità. Il guaio è che in questa civiltà dell’immagine, della comunicazione “usa e getta”, della notizia istantanea e subito superata da un’altra ancor più fulminea, la mente umana si è abituata ad accogliere dati facilmente ma ad espellerli altrettanto facilmente, a fare in modo cioè – come afferma un noto detto popolare – che ciò che entra da un orecchio esca subito dall’altro.
Certamente il bombardamento mediatico e multimediale, la possibilità di reperire subito su internet qualunque informazione senza dover meditarla e memorizzarla, la presenza delle calcolatrici elettroniche che hanno sostituito il calcolo mnemonico, tutto ciò ha finito per paralizzare le facoltà della memoria, molto più sviluppate in altri periodi della storia. Nell’antica Grecia, prima di Omero, i cantori dell’epoca ricordavano a memoria migliaia di versi ed interi poemi, perché la scrittura (che pure già esisteva) era impiegata soltanto per fini pratici e non era usata a supporto della poesia; e se vogliamo parlare di tempi molto più recenti, quando io ero bambino esisteva ancora una larga percentuale di persone analfabete le quali, non potendo avvalersi della scrittura, ricordavano a memoria centinaia di numeri telefonici o altre informazioni. Oggi tutto questo è preistoria e l’uso quotidiano degli strumenti informatici e dei calcolatori ha fatto sì che la parte del cervello umano destinata al ricordo si sia per così dire atrofizzata, così come qualsiasi altro organo che cadesse in disuso fin dalla nascita dell’uomo.
E’ quindi la tecnologia moderna, ormai diventata pane quotidiano per i nostri studenti, ad aver provocato questo devastante fenomeno dell’oblio di gran parte di ciò che viene loro trasmesso dai docenti e dai libri di scuola? Io rispondo di sì, ma dico anche che questa non è l’unica causa del male, in quanto ve n’è un’altra di almeno pari importanza. Esiste nella mente umana un meccanismo di rimozione, ben descritto da Freud nel suo celebre saggio Psicopatologia della vita quotidiana, che provvede ad allontanare dal ricordo ciò che troviamo sgradevole e antipatico, mentre tendiamo a ricordare con molta più facilità ciò che ci piace e ci alletta: avviene così che ci capiti di saltare l’assunzione di un farmaco proprio perché non vorremmo assumerlo, oppure di dimenticare di fare una telefonata se questa è sgradita e deve essere fatta per necessità (ad esempio per prendere un appuntamento per un esame medico). Lo stesso accade per quanto riguarda la cultura: tanto per fare un esempio personale, io ricordo a memoria interi canti di Dante non perché li abbia letti cento volte, ma perché è tale la mia passione per questo poeta che la sua opera mi entra profondamente nella mente e non ne esce più; al contrario, se leggo una pagina di uno scribacchino di quelli che attualmente vorrebbero chiamarsi (a torto) scrittori, dopo cinque minuti non ricordo neppure una parola. Credo quindi, per tornare alla scuola, che sia questo il meccanismo di rimozione che agisce nella mente degli studenti, determinando l’oblio di ciò che hanno studiato anche un mese prima, proprio perché nella quasi totalità dei casi essi non studiano per passione o per volontà di apprendere, ma soltanto perché debbono sostenere un’interrogazione o una verifica della quale unico scopo è quello di ottenere un buon voto. Una volta raggiunto l’obiettivo immediato, tutto viene rimosso. Se invece i nostri alunni studiassero con entusiasmo, per curiosità intellettuale e non per il mero risultato numerico della verifica, sicuramente si ricorderebbero molto di più di ciò che apprendono, anche a distanza di anni, perché la memoria, a quell’età, dovrebbe essere solida come una roccia.
Cosa fare allora? Si sarebbe tentare di dare la più semplice e banale delle risposte, cioè che il docente deve saper interessare i propri studenti e far loro gradire ciò che insegna, in modo che le conoscenze vengano accolte con entusiasmo e quindi restino per sempre impresse nella mente. Facile a dirsi, ma difficilissimo a realizzarsi, perché nella società moderna la scuola è per i ragazzi soltanto una delle loro molteplici attività e soltanto una tra le varie fonti di informazione. Gli studenti trascorrono tra le mura scolastiche solo cinque ore al giorno, mentre nelle altre 19 tutto combatte contro di noi: la tv, il cellulare, il computer, la società con i suoi falsi miti ed anche – direi – un atteggiamento sbagliato di genitori e parenti vari, i quali si aspettano dallo studente non che impari l’italiano, la matematica o le scienze, ma soltanto che riporti buoni voti e che non faccia troppa fatica nello studio. Questa concezione superficiale e distorta dell’apprendimento scolastico fa sì che la cultura in sé venga svalutata, snobbata e a volte perfino schernita, e che questa sorte tocchi anche a chi questa cultura vorrebbe veramente accoglierla in sé. Se questa è l’idea che si ha dell’apprendimento, è evidente che ricordarsi dei contenuti studiati a scuola diventa del tutto secondario, quasi una roba da “sfigati” che nella vita non si faranno mai strada e non avranno mai successo.

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Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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