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Esiste un solo tipo di violenza?

Sono costretto a ripetermi, con un post che è in sostanza un’appendice di quello precedente. Il motivo di ciò è l’insistenza maniacale della tv nostrana sul problema della violenza sulle donne, che pare diventata l’unica (o quasi) notizia degna di attenzione dei vari telegiornali e alla quale è stata dedicata appunto una giornata, quella del 25 novembre, cioè domani. Da sempre contrario al “politically correct” ed al pensiero unico che ammorba la nostra società e che tenta di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente dal sentimento comune, io mi trovo costretto ad esprimere nuovamente la mia opinione in merito. Questa maniacale, pervicace, allucinante insistenza sul tema della violenza sulle donne mi trova molto perplesso e talvolta mi irrita molto, non perché il problema non esista ma perché viene posto male e affrontato in maniera inefficace. Vorrei esprimere il mio pensiero con tre considerazioni:
1) Per ovviare almeno parzialmente alla violenza che alcuni uomini (pochissimi in percentuale, non tutti come certe idiote affermazioni giornalistiche indurrebbero a pensare) esercitano sulle loro mogli o fidanzate (più spesso ex) mediante stalking, maltrattamenti e qualche volta persino uccidendole, non servono le “giornate” dedicate all’argomento, né le fiaccolate e nemmeno la pubblica esecrazione. Certe manifestazioni possono al massimo rivelare la concordia di coloro che s’indignano per certi fatti, ma non servono a nulla per la prevenzione degli stessi, perché ai criminali non importa nulla della condanna morale altrui. Ciò che occorrerebbe fare sarebbe l’inasprimento delle pene e la certezza del loro svolgersi: in altre parole, se un assassino viene condannato a 30 anni di galera dovrebbe farseli tutti, senza neanche un giorno di permesso, e magari a pane ed acqua. Questo sarebbe l’unico deterrente, perché certe persone non si possono rieducare ma soltanto punire nel modo più duro possibile. Un’altra cosa da fare sarebbe quella di intervenire preventivamente contro i potenziali criminali: se una persona denuncia di essere stata minacciata di morte non bisogna attendere, come fanno le nostre “forze dell’ordine” (tra virgolette) che l’omicidio venga compiuto, ma intervenire subito, anziché stare in ufficio a giocare con il computer, e arrestare chi è stato denunciato per minacce e violenze, perché anche quelli sono reati, prima che si arrivi all’irreparabile.
2) Perché questa crociata a senso unico per la violenza sulle donne? Esiste forse quest’unica forma di violenza, mentre le altre non contano nulla? Forse che le maestre d’asilo (che guarda caso sono donne) che maltrattano i bambini non meriterebbero pari indignazione? E coloro che maltrattano gli anziani soli e indifesi nelle case di riposo? Non esiste un solo tipo di violenza, ne esistono molti, e tutti sono esecrabili e condannabili allo stesso modo. E poi esiste anche la violenza psicologica, che qualche volta fa più male di quella fisica, ed in quel tipo di violenza le donne sono certamente più esperte degli uomini. Ricordavo nell’altro post il problema dei padri separati, cui giudici miopi e faziosi tolgono i figli e la casa assegnandoli alle mogli, e li costringono a pagare alla ex moglie cifre esorbitanti, tanto da rovinarli completamente in certi casi. Perché non istituire una giornata per ricordare i mariti e padri separati costretti dall’egoismo delle donne a dormire in macchina? La giustizia, se veramente esistesse nel nostro paese e avesse sede nei telegiornali e nelle azioni dei politici, non dovrebbe considerare tutte le forme di violenza e non una soltanto?
3) Un’altra cosa che mi dà molto fastidio, in questa crociata contro la violenza sulle donne, è il vedere che dietro ad essa ci sta ancora il veterofemminismo degli anni ’70, che risolleva la testa e ridiventa vitale più che mai adesso, a distanza di 50 anni, benché sia ideologicamente superato e vecchio come il cucco. Basta leggere sui giornali e sui social le lamentele delle femministe che si sforzano con tutti i mezzi di vedere ancora una società maschilista che non esiste più; e ciò non solo perché le donne hanno ormai accesso dappertutto e svolgono, spesso male, qualunque mansione anche di alto livello (basti pensare alle “ministre” e alle “sindache” di certe grandi città), ma anche perché è stato proprio il cambiamento della mentalità femminile e la rinuncia al ruolo naturale della donna che ha portato ai vari problemi di cui soffre la nostra società, primo tra tutti la denatalità e lo sfaldamento della famiglia tradizionale. Di questi fenomeni sociali il movimento femminista ha la maggiore responsabilità, anche perché la sua battaglia non è stata soltanto in funzione di ottenere la parità di diritti (che è sacrosanta), ma è stata anche e soprattutto una lotta contro gli uomini ed i loro presunti privilegi, che si è cercato di combattere emulando tutto ciò che è maschile e allontanando la donna dal suo ruolo naturale per timore del perpetuarsi di una condizione di sottomissione che si sarebbe potuta evitare con il semplice progresso della civiltà e con leggi opportune. Il danno provocato alla società dal ’68 e dal femminismo si riscontra adesso, a distanza di tanti anni, anche se sembra strano. E’ ciò che più volte ho evidenziato per quanto riguarda la scuola, dove la mancanza di disciplina, il buonismo e la perdita di autorevolezza dei docenti traggono le proprie radici proprio da quel movimento che pure pare tanto lontano nel tempo. Ma la storia ci ha abituati a eventi che hanno avuto conseguenze tangibili anche a distanza di secoli: la rivoluzione francese, tanto per fare un esempio, è del 1789, eppure quegli ideali di allora vivono ancora in tutte le democrazie moderne.

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Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

Quando si parla del movimento femminista degli anni ’70 e delle sue propaggini che arrivano fino ad oggi, si è portati a pensare ad argomenti di tipo politico e sociale come l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità di lavoro, il rispetto della dignità della donna in famiglia e in società e così via. Questi grandi temi hanno riempito per decenni le aule parlamentari, i dibattiti televisivi e gli organi di stampa, tanto che sono state emanate molte leggi a riguardo, oltre al diffondersi di una mentalità generale, di un pensiero comune, che ha finito in certi casi per sconfinare nell’ingiustizia e nella discriminazione al contrario: mi riferisco, ad esempio, alle cause di tipo matrimoniale, dove i giudici tendono quasi sempre a dare ragione comunque alla moglie, alla quale vengono affidati non solo i figli ma anche la casa coniugale, il mantenimento ecc., mentre il marito si vede spesso privato di tutto, rovinato economicamente e costretto persino a dormire in macchina perché non ha più un alloggio. Questo lo dico tanto per ricordare che le ingiustizie e le violenze accadono nei confronti di entrambi i sessi, non di uno soltanto.
Ma lasciamo perdere questo argomento, perché nel presente post intendo riferirmi ad altro, ad un’abitudine cioè di recente introduzione che si allinea al cosiddetto “politically correct” tanto in voga oggi; un’abitudine che, pur di eliminare ciò che in certi ambienti si ritiene una discriminazione, va addirittura a finire nel ridicolo. Mi riferisco a quello che io chiamo “femminismo linguistico”, una moderna aberrazione che fa violenza alla nostra lingua in nome di un presunto rispetto del genere femminile, rispetto del quale non c’è affatto bisogno. Così, nell’illusione di dare alle donne la stessa importanza sociale degli uomini, si sono creati orrendi neologismi che fanno a pugni con la lingua italiana, la quale non li ha mai previsti finora: per ricordarne solo alcuni cito “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta”, “la questora” (pare di risentire la famosa battuta di Totò in un suo celebre film: “Che mi portate in questura dal questore a quest’ora?) e via dicendo. Questi nuovi sostantivi sono ridicoli perché non previsti dalla lingua in quanto queste funzioni, in passato, erano esercitate solo da uomini; adesso ben venga la novità, ma non c’era affatto bisogno di questi mostri linguistici, poiché chi li ha creati non ha tenuto conto del fatto che le differenze sessuali ce l’hanno le persone ma non le cariche e le istituzioni; perciò si potrebbe e si dovrebbe continuare benissimo a dire “il ministro”, “il sindaco”, “il prefetto” anche se queste funzioni sono ricoperte da donne, nessuno toglierebbe a queste persone la loro dignità. In altri casi la lingua prevedeva già il passaggio dal maschile al femminile, e quindi è lecito usare entrambi i termini: si è sempre detto, infatti, “avvocatessa”, “professoressa”, “deputata”, “senatrice” ecc., anche se si potrebbe pure in questi casi continuare ad usare il maschile, sempre perché la persona ha il sesso, ma non la funzione. Nella scuola, ad esempio, si usa dire “la preside” se il Dirigente è donna, ma non sarebbe affatto necessario, perché il termine “preside” o, più di recente, “dirigente” indica anch’esso una funzione, e come tale non ha sesso. Nella mia carriera di docente, tanto per fare un caso personale, ho avuto per lungo tempo una dirigente donna la quale si faceva chiamare normalmente “la preside”, ma che usava invece definirsi al maschile (“il preside”) quando voleva riaffermare la sua autorità. Anche il termine “presidente” può essere usato al maschile anche quando si tratta di una donna, e appare quindi grottesca ai miei occhi l’ostinazione della signora Boldrini a far ristampare tutte le carte intestate riguardanti la Camera dei deputati, con notevole spreco di denaro, perché voleva che in calce ci fosse scritto “la presidente” al femminile. Si tratta di un femminismo sciocco, di facciata, che non cambia nulla, è assolutamente inutile e linguisticamente errato.
Da alcuni anni questo assurdo femminismo linguistico ha lanciato anche un’altra pretesa altrettanto grottesca, quella cioè di inserire sempre il femminile accanto al maschile, o addirittura prima di esso: così si è cominciato a dire “le cittadine e i cittadini”, “le studentesse e gli studenti” (celebre il famigerato Statuto di Berlinguer che si intitola proprio così), “le spettatrici e gli spettatori” e così via. Questa usanza è ancora più stupida di quella ricordata prima, è un’altra aberrazione del cosiddetto “politically correct” che va per la maggiore ma che non denota altro se non l’ignoranza di chi propone e adotta cose simili, poiché si dovrebbe sapere che in tutte le lingue del mondo, antiche e moderne, il maschile riassume anche il femminile: perciò, se dico che alle prossime elezioni voteranno “tutti i cittadini”, io intendo uomini e donne, senza alcun bisogno di ulteriore specificazione; se dico “i miei studenti” intendo tutti, maschi e femmine, pur in una scuola come la mia dove le ragazze sono in netta maggioranza. Questa usanza è solo un inutile orpello atto a complicare le cose e rendere più faticosa l’espressione di chi parla o scrive, senza che ve ne sia alcuna necessità pratica. Non è così che si difendono realmente i diritti delle donne ad essere considerate pari agli uomini, un principio sacrosanto nella nostra società che non ha bisogno di continue riaffermazioni. Tanto più quando a farne le spese è la nostra povera lingua italiana, già umiliata e offesa dagli anglicismi e da tanti altri usi distorti che già in altri post ho ricordato.

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