La notte del Liceo Classico

Ha avuto origine dalla mente di un docente di Catania questa simpatica idea della “notte del Liceo Classico”, un evento celebrato in molti licei che consiste in una serie di iniziative atte a rilanciare gli studi umanistici ed a far conoscere la loro importanza nella società contemporanea: si tratta di conferenze, tavole rotonde, recitazione di brani di autori classici greci e latini, spettacoli teatrali e altre iniziative affini a queste. L’evento si è diffuso a macchia d’olio ed ha interessato più di 400 Licei Classici di tutta Italia, dove docenti, studenti e personale esterno alla scuola si sono impegnati per dimostrare che il latino, il greco, la filosofia, la lingua italiana ecc., cioè le discipline umanistiche, sono più che mai necessarie in un periodo storico in cui purtroppo si va sempre più diffondendo l’ignoranza, la volgarità, l’avidità di successo e di denaro, valori materiali che non possono giovare allo spirito ma solo al corpo, e costituiscono soltanto una fuggevole apparenza di felicità, un benessere momentaneo e inconsistente.
Sulla diffusione dell’incultura, dell’ignoranza e della volgarità nella società attuale non credo ci sia bisogno di molti testimoni. Basta guardare un po’ la televisione e ci si rende conto di come gli errori, gli strafalcioni, le bestialità che vengono dette siano ormai diventati pane di tutti i giorni, per non parlare dei social network e di internet in generale: ormai nessuno fa più caso agli errori ortografici che si leggono ad ogni piè sospinto, alla grossolana banalizzazione di cui è vittima la lingua italiana. E se ti azzardi, su Facebook o altrove, a far notare a qualcuno che ha commesso un errore pacchiano, si offende pure e ti risponde stizzito che non devi fare il “professorino”, e che quel che conta è il concetto espresso, non la forma… come se poi i concetti si sapessero veramente esprimere. Ma il segno più evidente della barbarie che avanza ce lo danno i nostri politici, ignoranti come le capre e incapaci di tenere un discorso in italiano che abbia una qualche eleganza e compiutezza sul piano della sintassi e della retorica. Si possono criticare quanto si vuole i politici della cosiddetta “prima repubblica”, ma io non posso fare a meno di rimpiangere, almeno dal punto di vista della cultura e dell’espressione, persone come Andreotti, Craxi, Spadolini, Berlinguer ed altri ancora. Oggi invece c’è da tapparsi le orecchie a sentirli parlare! Già il livello culturale dei politici lasciava a desiderare un decennio fa, ma ora la situazione si è fatta addirittura grottesca da quando sono comparsi sulla scena politica quelli del “Movimento Cinque Stelle”, i grillini, che sono la quintessenza dell’ignoranza e della volgarità, veri analfabeti che fanno vergogna al nostro Paese anche di fronte agli stranieri. Il loro capo, un certo Di Maio, illustre sconosciuto fino a quando non è stato eletto col sistema demenziale della candidatura sul web, non conosce il congiuntivo, crede che Pinochet sia stato il didattore del Venezuela (mi sembra abbia detto così) e non sa leggere la posta elettronica. E noi dovremmo affidarci ad una capra simile che, se fosse ancora a scuola (dove probabilmente non è mai stato), non meriterebbe altro che le orecchie d’asino?
Tornando alla notte del Liceo Classico, debbo dire che mi pare un’ottima iniziativa per richiamare l’attenzione sull’importanza culturale e formativa degli studi umanistici, per la necessità di far comprendere che la vita di un giovane di oggi non può basarsi soltanto sulla conoscenza dell’inglese e dell’informatica: anche adesso, come tanti secoli fa, è necessario sapersi esprimere, parlando e scrivendo, in modo corretto e convincente, in altre parole conoscere bene lo strumento linguistico che ancora adesso è in grado di aprire molte porte; anche oggi, anzi proprio oggi più che mai, è necessario saper compiere operazioni mentali di scelta, d’intuizione e di riflessione che proprio le discipline umanistiche possono scoprire e sviluppare nella mente umana; anche oggi, inoltre, è indispensabile conoscere il passato per comprendere il presente, per tener presenti quelle leggi storiche ed etiche che da sempre hanno guidato l’esistenza dell’uomo sulla terra, sia a livello indiviiduale che collettivo. E’ meritevole di tutto il mio rispetto chi cerca di portare avanti questi valori, considerato anche il notevole calo di iscrizioni che a livello nazionale si è manifestato negli ultimi anni per il Liceo Classico, segno anche questo dell’avanzare del tecnicismo e di una mentalità aziendalistica ed economicistica che lascia ben poco spazio allo spirito ed ai suoi valori. Aggiungo un’altra cosa, che mi ha fatto piacere e mi ha portato a rivalutare, sia pur parzialmente, la nostra televisione: che cioè dell’evento, la notte dei Licei Classici, ha finalmente parlato il TG1, primo telegiornale nazionale, sia nell’edizione delle 13 che in quella delle 20 di venerdì scorso 12 gennaio. Anche questo è un piccolo segno dell’auspicabile ripresa delle iscrizioni al Liceo Classico, che, se consistente, contribuirà senz’altro al recupero di quei valori umani e culturali che altrimenti rischiamo di perdere per sempre.
Vorrei però aggiungere, in conclusione di questo post, che iniziative come quella di cui ho parlato sono certamente lodevoli, ma da sole non possono bastare a cambiare una mentalità ormai diffusa, con la quale dobbiamo fare i conti e instaurare un dialogo aperto, evitando di chiuderci, soprattutto noi docenti di latino e greco, nella torre d’avorio della cultura che resta inaccessibile a chiunque non sia “addetto ai lavori”. Far conoscere il nostro pensiero mediante spettacoli, conferenze, tavole rotonde ecc. è senz’altro utile, ma più utile ancora è abbandonare, da parte di alcuni di noi, quella chiusura verso l’esterno e quel conservatorismo che induce molti colleghi a rifiutare qualunque cambiamento, qualunque innovazione nella didattica delle nostre materie. Se ci sono ancora docenti che insistono pervicacemente nel grammaticalismo, nello studio di tutte le piccole eccezioni linguistiche, nella rigidità della traduzione dal greco e dal latino fondando su di essa quasi totalmente la valutazione degli studenti, non andremo molto lontano. Il mondo e la società si evolvono, gli studenti di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, i metodi vanno quindi rinnovati ed i contenuti resi più appetibili ed interessanti, dando meno spazio alla pedanteria e più spazio alle conoscenze letterarie, storiche, dei tanti aspetti delle civiltà classiche che sono ancor oggi poco conosciute. Una cosa da fare subito, come ho detto altre volte, sarebbe cambiare radicalmente la seconda prova scritta d’esame del Classico, riducendo la traduzione e dando spazio ad altre forme di esercizio. Se non ci convinciamo del fatto che la scuola, come ogni altro settore della società, deve essere un organismo vivo e suscettibile di cambiamenti e di adeguamenti, temo che la notte del Liceo Classico non riesca a diradare l buio che da troppo tempo ci affligge.

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La guerra tra le scuole per le iscrizioni

In questo periodo dell’anno scolastico assistiamo ad un fenomeno che è ormai diventato endemico, coinvolge cioè tutte le scuole superiori del nostro Paese: la lotta tra i vari istituti per accaparrarsi il maggior numero possibile di iscritti, che si è accentuata da quando esiste l’autonomia scolastica e soprattutto in seguito alla concessione di fondi e finanziamenti ministeriali basati sul numero degli studenti frequentanti i vari corsi di studi. Dal mese di novembre, ed in qualche caso anche prima, comincia la “caccia all’iscritto”, per cui ogni scuola si dà un gran da fare a produrre libelli e depliants illustrativi, a far pressione sulle scuole medie per poter incontrare gli alunni di terza, ad organizzare i cosiddetti “open days”, ossia giornate festive in cui la scuola è aperta alle visite di ragazzi e genitori, ed altre iniziative collaterali.
Di per sé la cosa potrebbe sembrare ovvia e legittima, ma nella realtà questo fenomeno rivela ancor più come le istituzioni scolastiche siano oggi diventate di fatto delle aziende, perché di quelle hanno ripreso i caratteri fondamentali: il puntare sul numero anziché sulla qualità, l’insistenza su iniziative collaterali e avulse dalla didattica (si parla molto di settimane bianche, gare sportive, viaggi all’estero ecc., poco delle materie curriculari) e soprattutto il linguaggio essenzialmente pubblicitario, che assomiglia molto da vicino a quello che le varie aziende utilizzano alla tv o sui giornali per promuovere i loro prodotti. Prendiamo ad esempio la pubblicità delle automobili: una ditta produttrice esalta la potenza del motore della sua autovettura, un’altra mette in luce la capacità del bagagliaio, un’altra ancora i cerchi in lega, il navigatore satellitare o altro che sia. Lo stesso fanno le scuole, cercando di carpire la buona fede di genitori e di studenti ancora molto giovani e quindi disorientati: una ricorda le gite all’estero e gli scambi culturali, un’altra la spendibilità del diploma, un’altra la presenza di un modernissimo laboratorio informatico. Poche di queste scuole dicono la verità agli alunni, a cominciare dalle difficoltà che un certo corso di studi presenta e che lo rende non adatto a tutti; ancor meno, inoltre, ammettono che il semplice diploma, con l’andamento dell’economia attuale, serve a ben poco e che quindi saranno comunque necessari gli studi universitari. Si comportano, in pratica, come le ditte produttrici di automobili di cui parlavo prima: nessuno accena neanche lontanamente a qualche difetto che il prodotto possa avere, ma tutto è perfetto, meraviglioso, inimitabile. Questo modo di agire, a mio giudizio, si chiama pubblicità ingannevole e vale sia per gli spot commerciali in televisione che per la propaganda delle varie scuole atta a convincere i potenziali iscritti. Da ciò è evidente che ormai la cultura in sé, l’efficacia didattica e formativa di un certo corso di studi interessano poco o nulla; si tira a far numero, senza preoccuparsi di orientare veramente gli studenti a seconda di quelle che sono le attitudini, le aspettative e le basi culturali di ciascuno. E questa pressione sui potenziali iscritti, questa lotta senza quartiere tra le scuole superiori che non risparmia neanche i colpi bassi, si va accentuando ancor più in questi ultimi anni, considerato il calo demografico che investe il nostro Paese e che si sta preparando ad assumere toni drammatici con la continua diminuzione del numero annuale delle nascite.
L’errore di fondo, quello che provoca il fenomeno suddetto, è la concezione aziendalistica ed economicistica che della scuola si ha a livello governativo, una mentalità che purtroppo si è diffusa non solo al vertice ma anche alla base, come si vede appunto dal comportamento dei vari istituti, ciascuno dei quali nomina “referenti per l’orientamento”, docenti cioè che hanno la specifica funzione di organizzare tutto l’apparato pubblicitario che ogni anno viene proposto all'”utenza”. Va però detto che, vista la legislazione attuale, non possiamo dare torto a chi si adopera per avere più iscrizioni possibile: nel caso in cui gli studenti diminuiscano, infatti, vengono ridotti i finanziamenti alle scuole (che possono perdere anche l’autonomia se scendono sotto un certo numero), vengono accorpate le classi intermedie senza alcun riguardo alla differenziazione dei metodi e della didattica utilizzati negli anni precedenti, vengono addirittura chiusi corsi di studio se non raggiungono un determinato numero di iscritti. La causa profonda del fenomeno è quindi a monte, va attribuita ad una classe politica che considera la scuola solo come una spesa improduttiva da ridurre il più possibile, tagliando tutto ciò che si riesce a tagliare e costringendo quindi gli operatori scolastici ad arrabattarsi per mantenere un certo numero di classi e di studenti e non perdere posti di lavoro. Differente sarebbe la situazione se invece che al numero si mirasse alla qualità della didattica e si lasciasse prosperare una scuola di alto profilo qualitativo anche con un numero ridotto di studenti. Ma questo è inutile chiederlo ai nostri politici, non avverrà mai, specie in un paese che investe pochissimo nella cultura e nella ricerca, e costringe i nostri migliori giovani ad emigrare all’estero.
Poiché però la scuola è anzitutto formazione culturale ed umana, io ritengo che questo delirio pubblicitario dovrebbe avere un limite, anche perché – sempre ragionando in termini economici – i fallimenti formativi, cioè le bocciature e l’abbandono degli studi, hanno un costo per le famiglie e per la società intera. Occorre quindi rendersi conto che la scelta della scuola superiore non è come quella di un’automobile, benché vengano pubblicizzate più o meno allo stesso modo: la macchina ci porta a spasso ugualmente, anche se dopo averla comprata ci rendiamo conto che non è proprio quella che avremmo voluto, ma la scuola no: perdere uno o più anni, o addirittura abbandonare gli studi è cosa molto più grave, perché incide anche sull’autostima e sulla vita stessa dei nostri giovani. E’ quindi inutile e colpevole, a mio giudizio, illudere gli studenti di terza media promettendo il successo formativo (come alcune scuole fanno) quando ciò non corrisponde alla realtà, nascondere loro le difficoltà del percorso didattico pur di ottenerne l’iscrizione alla propria scuola, esaltare attività e strutture che in realtà incideranno ben poco sulla formazione culturale ed umana della persona. E’ un vero e proprio inganno a danno degli studenti non adatti a quel genere di studi, così come lo sono le promozioni immeritate regalate per non perdere le classi. Sarebbe invece auspicabile (ma se vi fosse una politica diversa a livello ministeriale) orientare gli alunni ciascuno secondo le proprie inclinazioni e potenzialità, evitando il disadattamento e la frustrazione di chi si accorge, dopo qualche mese o addirittura dopo anni di promozioni immeritate, di avere sbagliato scuola e di aver intrapreso un percorso del tutto inadatto alla sua personalità. Se non vi fosse la preoccupazione del numero e delle eventuali perdite o accorpamenti di classi sarebbe cosa utile istituire un post-orientamento in tutte le scuole: quando cioè i docenti si rendessero conto che uno o più alunni hanno fatto una scelta errata, dovrebbero riorientarli e invitarli a cambiare, scegliendo un corso di studi più adatto a loro. Qualche rara volta questo avviene, ma nella maggior parte dei casi si preferisce chiudere gli occhi e trscinare avanti per anni, spesso fino al diploma finale, studenti del tutto inadeguati agli studi che hanno scelto, e tutto ciò per non perdere posti di lavoro e non danneggiare quindi, nella visione comune di oggi che mira alla quantità e non alla qualità, il buon nome della scuola. Così continua all’infinito, e con toni sempre più accesi, questa lotta tra le scuole e questa corsa ad accaparrarsi iscritti senza tener conto delle loro attitudini e capacità. E’ una guerra non dichiarata, ma che come tutte le guerre ha i suoi vinti, i suoi vincitori e le sue vittime innocenti.

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E’ iniziato un nuovo anno!

Quando inizia un nuovo anno c’è sempre un clima di aspettativa, di rinnovamento delle umane sorti, quasi che da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa di straordinario. In realtà la vita proseguirà più o meno come nell’anno precedente, e quello che dobbiamo augurarci, se teniamo a questa nostra vita sulla terra, è di mantenere il più possibile un buono stato di salute fisica e mentale, augurio che si fa sempre più pressante man mano che l’età va inesorabilmente crescendo. Nel nuovo anno, ed abbastanza presto in verità, io compirò 64 anni, una cifra che mi pareva avvolta nella nebbia quando ero giovane, quando mi chiedevo: come sarò a 64 anni? Ma soprattutto: ci arriverò? Perché nessuno, come dice giustamente Seneca, ci garantisce il raggiungimento di un certo traguardo d’età, per cui è bene non rimandare al domani quello che possiamo fare oggi, quando ancora abbiamo tempo per raggiungere la bona mens, la serenità interiore del saggio.
A dire la verità io una grossa novità per il 2018 ce l’avrei, in quanto questo dovrebbe essere (fino al 31 agosto) l’ultimo mio anno di permanenza in servizio nella scuola, perché ho presentato domanda di pensionamento nello scorso mese di dicembre. Lo so, qui sono in contraddizione con me stesso, perché un paio di anni fa, o forse meno, ebbi a dichiarare solennemente su questo blog che non avrei mai chiesto la pensione e sarei rimasto in servizio fin quando non me ne avessero cacciato a forza di legge. Ho scoperto poi che questo allontanamento forzato sarebbe avvenuto nel 2019, e quindi, se non avessi fatto domanda, mi sarebbe restato al massimo un anno in più, dal quale nessun vantaggio pratico ne sarebbe derivato. Anche in base a ciò ho cambiato idea; ma ciò che soprattutto mi ha indotto a chiedere la pensione sono state alcune ragioni oggettive che derivano dallo stato in cui si trova attualmente il nostro sistema scolastico. Queste ragioni sono in parte generali, legate cioè alla politica scolastica degli ultimi governi ed in particolare al fallimento della legge 107 del governo Renzi che avrebbe dovuto migliorare la scuola e invece l’ha peggiorata, e di molto; in parte sono però legate anche alla situazione particolare dell’istituto in cui presto servizio da quasi quarant’anni, ma di queste non farò parola qui per ovvi motivi. La mia delusione di fronte alla politica governativa si muove su vari fronti: l’introduzione forzata della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che nei Licei non ha alcun motivo di esistere e si sta rivelando una buffonata e uno sfruttamento dei ragazzi spesso costretti a svolgere lavori che non c’entrano nulla con il loro corso di studi; la presenza di vari progetti e attività che sottraggono tempo alle lezioni e servono solo alla retorica del pensiero comune imposto con ogni mezzo al cittadino; la mancata valorizzazione delle eccellenze tra i docenti che la legge 107 prometteva con il cosiddetto “bonus del merito” ma che poi, anziché andare a coloro che svolgono una didattica efficace in classe e che hanno una maggiore preparazione, è andato quasi sempre a favore dei faccendieri che esistono in ogni istituto e che si danno da fare ad organizzare eventi, conferenze, attività varie che poco o nulla hanno a che vedere con la didattica. Sono state queste palesi ingiustizie e inadeguatezze della nostra scuola, che se lasciata prosperare come dovrebbe sarebbe la prima del mondo, a indurmi a interrogare me stesso ed a chiedermi: che ci sto a fare io, che delle scuola ho una visione del tutto opposta a quella attualmente diffusa, in un ambiente di questa fatta? Evidentemente sono vecchio, non solo di età ma soprattutto di mentalità, ed è bene quindi che me ne vada e lasci spazio a chi crede in queste novità e approva la scuola-azienda che da molti anni i nostri politici cercano di imporci, anche scimmiottando maldestramente i paesi esteri come quando propongono (e imporranno) la novità dei licei di quattro anni, che ci adeguerà all’ignoranza altrui. Confesso quindi che ho cambiato idea rispetto a quanto dicevo soltanto due anni fa; ma di ciò non mi vergogno affatto, anche perché sono stato sempre convinto della validità di quel detto secondo cui solo gli idioti non cambiano mai idea, mentre le persone assennate si adeguano alla realtà e si arrendono all’evidenza, pronte a sgombrare il campo quando la situazione oggettiva è mutata a tal punto da rendersi intollerabile.
Francamente in questo momento la mia situazione personale, i miei problemi lavorativi e familiari contano per me più della situazione generale del nostro Paese, che si avvia verso le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Su questo argomento scriverò certamente dei post su questo blog nei prossimi due mesi, perché ho delle idee personali che non voglio nascondere; ma credo comunque che per i cittadini cambi poco in base a chi vincerà la competizione elettorale, ammesso che un vincitore ci sia. I legami internazionali, la nostra dipendenza spesso servile verso l’Europa dei burocrati e dei banchieri, la situazione del debito pubblico e altre ragioni di questa fatta sono così cogenti che nessun governo potrà mai evitarle o contrastarle; dovrà invece adeguarvisi, e così i problemi che ancora ci aduggiano come la mancanza di lavoro per i giovani o la tassazione vessatoria delle famiglie e delle imprese continuerà come prima. Tutti farebbero bene, quindi, a non dare troppo ascolto alle promesse elettorali dei vari partiti e movimenti, promesse che poi non potranno mantenere neppure se lo volessero, dal momento che non siamo più padroni in casa nostra, non abbiamo una moneta nazionale, non abbiamo un’economia libera, siamo costretti ad obbedire ai diktat di Bruxelles e della signora Merkel ed a fare ciò che “ci chiede l’Europa”. Quando manca l’autonomia nazionale, quando siamo soggetti agli stranieri con buona pace di chi lottò e morì per valori oggi perduti, non si è più liberi di agire e di decidere. Perciò io non credo a chi promette di cambiare il Paese, perché non potrà farlo anzitutto, ma anche perché le novità – come ognuno può constatare guardando appunto alla scuola – non sono sempre migliorative.

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L’atmosfera delle feste

In questi giorni siamo proprio nel bel mezzo delle feste di fine anno: Natale è appena passato, adesso ci aspetta il Capodanno e poi l’Epifania. E’ un periodo di vacanza, ma non per tutti è così rasserenante come il clima generale vorrebbe farci credere; in qualche caso, al contrario, è fonte di ansia e persino di una certa malinconia, che ogni anno si ripresenta puntuale in questi giorni. Io personalmente accolgo volentieri l’idea delle vacanze natalizie, perché dopo tre mesi di intenso e stressante lavoro un’interruzione dei normali impegni è senz’altro desiderabile; ma non posso dire altrettanto per le festività comandate, che mi procurano più fastidi che gioie. Anzitutto mi provoca agitazione nervosa questo clima di allegria forzata che si respira ovunque, dalla televisione che trasmette solo musichette e telefilm per bambini ai negozi addobbati a festa. Chi abitualmente non è allegro perché ha i suoi problemi ed i propri motivi di turbamento non può diventarlo forzatamente perché è Natale; anzi, a me questa festa provoca l’effetto opposto, al ricordo delle persone care che non sono più con noi, al pensiero di chi ci vive lontano e che solo raramente rivediamo, all’idea delle tante ingiustizie e malvagità che la nostra società globalizzata continua a nutrire al proprio interno. E’ anche fonte di malessere pensare a come la società consumistica moderna ha ridotto il Natale, che dovrebbe essere anzitutto una festa religiosa; ed invece questo valore è l’ultimo nella coscienza delle persone, ammesso che ce l’abbiano: ormai tutto si è ridotto ad una gigantesca operazione commerciale e di marketing, dove le fredde leggi economiche dominano su ogni contenuto non solo religioso, ma anche morale ed affettivo. La corsa all’acquisto dei regali è per me qualcosa di squallido, proprio perché la gioia del donare non è più sentita intimamente da nessuno: si fanno i regali perché è una tradizione natalizia, non perché si vuol manifestare un sentimento di affetto per qualcuno; altrimenti, se così non fosse, non ci sarebbe necessità di aspettare il Natale per donare qualcosa che viene dal cuore, ma sarebbe indicato allo scopo qualunque giorno dell’anno.
Un’altra data di questo periodo che per alcuni è funesta è il capodanno, in particolare la notte del 31 dicembre, quella in cui arriva l’anno nuovo. Per questa ricorrenza molte persone vengono assalite da un dubbio amletico: andare in qualche locale, ristorante o discoteca, oppure restarsene semplicemente a casa e non fare nulla di particolare? Entrambe le soluzioni sono foriere di ansia e di incertezza: la prima presuppone la necessità di avere una cerchia di amici o parenti che non tutti hanno, ed è difficile procurarsi delle amicizie solo per queste circostanze; la seconda appare piuttosto deludente, perché è avvilente restarsene in casa e non fare nulla quando tutti (o molti) altri vanno a divertirsi. Per tanti anni io ho avuto questo dilemma che mi ha rovinato tante volte il Capodanno; ormai però posso dire di aver risolto il problema, perché alla mia età ed in mancanza di parenti ed amici “gaudenti” aspettare la mezzanotte restando in casa e subito dopo andare a dormire è ormai la soluzione migliore. Però anche il Capodanno, come il Natale, fa parte ormai di questo clima consumistico che proprio in questo periodo rivela il suo volto più virulento: non si bada a spese, si sprecano soldi a palate come i tanti generi alimentari che vengono gettati nei rifiuti, e questo comporta, oltre a grandi guadagni per ristoratori, albergatori e supermercati, anche un insulto bruciante ai tanti milioni di poveri e di sofferenti che esistono sulla terra ed anche, sia pure in misura contenuta, nel nostro Paese. C’è chi butta via decine di migliaia di euro per le vacanze natalizie nei centri sciistici e nelle città estere, e chi si trova a dover frequentare i mercati ortofrutticoli all’orario di chiusura per poter avere gli avanzi dei prodotti che la gente non ha comprato, per non parlare di chi è costretto a frugare tra i rifiuti per trovare qualcosa da mangiare. E queste persone non sono gli immigrati, come si potrebbe credere, ma italiani che magari avevano fino a poco tempo fa un lavoro e che poi, per vari motivi, sono scivolati nella più totale povertà. I giorni che stiamo vivendo mettono in luce questa enorme contraddizione della nostra società “civile”.
Per questi motivi e per altri miei personali, a me le feste natalizie non sono mai piaciute; le vivo tollerandole, accompagnato da una sottile malinconia che contrasta con il clima di gioia che le luci ed i canti in televisione vorrebbero inculcare nelle persone, elementi che a me fanno un effetto assolutamente contrario. Perciò, benché il riposo dal lavoro scolastico sia gradito e necessario per rimettersi in forze e prepararsi per i prossimi mesi di lavoro, non vedo l’ora che questo periodo sia passato e che tutto torni alla normalità. Le ingiustizie, le contraddizioni della società, i problemi personali ci saranno sempre, ma almeno non saranno mascherati da questa atmosfera di allegria forzata che in ogni caso non riesce a nascondere, a chi ben osserva, il suo carattere illusorio, finto ed anche ipocrita.

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Metti via quel cellulare!

Il titolo del post riproduce quello di un fortunato libro di Aldo Cazzullo, noto giornalista del “Corriere della Sera”, che l’ha scelto per sottolineare una situazione che si verifica spesso in casa sua: avendo infatti due figli adolescenti, egli si trova ogni giorno a combattere con la presenza ossessiva del cellulare in mano ai due ragazzi, che non si liberano mai di questo aggeggio, neppure a tavola, e rinunciano a causa di questa sciagurata abitudine a qualunque dialogo con i genitori e gli altri membri della famiglia. Il problema di Cazzullo è il problema di tutti coloro che hanno figli in età scolare ed anche oltre: ormai il cellulare, soprattutto a causa del fatto che non è più usato come telefono ma come computer portatile per andare sui vari “social” e sulle chat, è diventato un’appendice del corpo umano per i nostri ragazzi, i quali non riescono più a farne a meno e lo usano di continuo, per tutto il giorno e per buona parte della notte. Si tratta di un flagello di portata mondiale, i cui effetti distruttivi per la mente umana già si cominciano a vedere ed ancor più si vedranno negli anni futuri, quando ci si renderà conto che le persone non sanno più ragionare con la propria testa, non hanno più la facoltà della memoria, non sanno più neppure le tabelline ed il corretto uso della lingua italiana. Già adesso i docenti universitari scrivono lettere drammatiche al Ministero dell’istruzione lamentando il fatto che i giovani diplomati che arrivano alle varie Facoltà non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo in italiano che sia ortograficamente e sintatticamente corretto.
Io non credo, né ho mai creduto, che i giovani di oggi siano meno intelligenti di quanto eravamo noi negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo; anzi, penso il contrario, perché le opportunità culturali e le fonti di informazione di oggi sono molto più numerose ed ampie di quelle che avevamo noi, le esperienze di vita sono inoltre più variegate e complesse, tanto che i ragazzi possono sviluppare con più agio la loro personalità e le loro attitudini. Ma questa molteplicità di strumenti culturali a disposizione si rivela un’arma a doppio taglio, perché finisce per limitare pesantemente proprio quelle facoltà mentali che in teoria potrebbe sviluppare: le calcolatrici elettroniche, la crescita esponenziale dell’offerta radiotelevisiva e soprattutto l’avvento di internet hanno fatto sì che certe qualità umane come l’esercizio della memoria e l’indagine di tipo induttivo e deduttivo siano state notevolmente danneggiate dalla grande quantità di dati e notizie disponibili senza alcuno sforzo, mentre in precedenza occorreva un processo mentale ben più ampio per ottenere i medesimi risultati. Se per effettuare un calcolo matematico ai nostri tempi era necessario mettersi a tavolino con carta e penna e ricercare nella nostra mente il procedimento logico atto a risolvere una divisione a due cifre, ad esempio, oggi basta una calcolatrice tascabile e la suddetta divisione si risolve in pochi secondi e senza sforzo. Certo, questo rende più semplice e più comoda la vita, ma le facoltà logiche e mnemoniche della persona ne vengono danneggiate, perché non essendo più attivate finiscono per arrugginirsi, per atrofizzarsi: è come se una persona si legasse un braccio al collo per trent’anni; poi non riuscirebbe più a muoverlo quando lo avesse liberato. Lo stesso avviene in campo umanistico e culturale in genere: tutte le domande trovano immediata risposta su internet, tutto ciò che prima si riusciva a realizzare facendo appello alle proprie doti logiche e intuitive, leggendo, confrontando e riflettendo, adesso è già pronto e la mente si adagia in questo riposo continuo perdendo col tempo la capacità di funzionare, come una persona che, essendo rimasta per anni stesa in un letto, tentasse poi di alzarsi senza potervi più riuscire.
Ecco dunque spiegato, entrando in ambito scolastico, il motivo per cui i nostri alunni non sanno più ricordare gli argomenti svolti a scuola anche solo un mese prima: non più abituati ad usare la memoria perché nessuno richiede loro l’uso di questa facoltà, imparano facilmente ma altrettanto facilmente dimenticano. Ecco anche spiegato, per quanto attiene specificamente ai Licei, il motivo per cui non sanno più tradurre quasi nulla dal latino e dal greco: queste lingue, infatti, hanno una sintassi diversa da quella italiana, e per leggere i testi d’autore occorre dimenticare il metodo di lettura tipico delle lingue moderne, quello cioè di procedere in senso lineare, parola per parola. I vari membri del discorso vanno ordinati non in sequenza lineare ma logica, poiché la proposizione principale o il verbo reggente possono trovarsi anche in fondo al periodo stesso, e per operare l’esatta costruzione delle frasi e dell’intero brano occorre ragionare in modo autonomo, perché né sul dizionario né altrove si può trovare già fatta questa operazione. Occorre poi anche ricordarsi i significati delle parole, altra qualità che oggi è quasi inesistente perché gli studenti non esercitano più la mamoria. Da qui i loro fallimenti in questo ambito, che, come ho detto anche altrove, non derivano da una scarsa intelligenza, bensì dall’abbandono di quelle qualità che noi ai nostri tempi avevamo proprio perché non disponevamo di tutti gli strumenti in voga oggi, primo tra tutti il cellulare, o smartphone come lo si vuol chiamare.
Ritornando proprio al cellulare e al disperato grido di Cazzullo rivolto ai suoi figli, occorre dire che l’uso smodato di questo dannato aggeggio produce anche un’altra grave conseguenza negativa: che cioè, presi come sono dai messaggini, dalle chat, dai social come sono oggi, i giovani perdono anche la concentrazione necessaria perché lo studio delle discipline scolastiche dia qualche buon risultato. Molti ragazzi passano sì i pomeriggi in camera loro con i libri scolastici aperti, ma tengono pure acceso il cellulare mentre studiano; in questo modo gettano al vento tanto tempo prezioso, perché è pacifico che per imparare certi dati o certi concetti occorre avere la mente sgombra e tanta concentrazione; e come può concentrarsi su un qualsiasi contenuto culturale una persona che ogni cinque minuti si distrae per rispondere a un messaggio o ad una chat, o per mettere un commento su facebook, twitter o altri social del genere? Se sta leggendo una pagina di un libro e s’interrompe a metà, dovrà poi rileggerla daccapo per tirar le fila del discorso, e forse neanche ci riuscirà. Per questo motivo io, quando incontro i genitori dei miei alunni, raccomando loro di togliere i cellulari ai loro figli quando decidono di mettersi a studiare, perché ritengo che risulti più proficua un’ora di studio in piena concentrazione e senza distrazioni che un intero pomeriggio passato con quell’oggetto diabolico accanto, la cui pericolosità e capacità distruttrice già è nota ed ancor più si rivelerà in tutta la sua drammatica grandezza negli anni futuri. Invito perciò tutti i genitori a fare propria la massima di Aldo Cazzullo e di usarla con i propri figli. Per veder migliorate le loro conoscenze ed i loro risultati scolastici non c’è bisogno di minacce o punizioni. Basta dire loro, un po’ più spesso di quanto avviene oggi, “Metti via quel cellulare!”, e non solo quando debbono studiare, ma anche quando debbono dialogare con i loro genitori ed i loro familiari.

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La democrazia a due velocità

Da tempo si va dicendo che oggi, dopo la globalizzazione e gli eventi storici, sociali e politici cui abbiamo assistito negli ultimi anni, le idologie sono tramontate e che non ha più senso la classica contrapposizione tra destra e sinistra. Certo, se osserviamo le politiche di certi governi, questo sembra vero; ma se invece vogliamo analizzare i fatti di questi ultimi giorni, sembra che i pregiudizi ideologici siano quanto mai vivi e operanti nel nostro Paese. Mi riferisco all’ondata di sdegno contro certe manifestazioni definite “fasciste” come il blitz degli skin-heads a Como o la manifestazione davanti alla sede di “Repubblica”, che ha prodotto non solo un forte terremoto mediatico, ma anche un certo terrore sociale diffusosi ovunque, quasi che oggi, nel 2017, potessero ripetersi fenomeni come la marcia su Roma del 1922 o l’abolizione delle libertà democratiche ad opera dei gruppi cosiddetti “fascisti”.
A me il clima di provocato terrore diffuso dai media che si richiamano alla sinistra (primo tra tutti “Repubblica”) fa semplicemente sorridere, anche se va preso sul serio il dato diffuso dallo stesso quotidiano richiamato sopra secondo cui la metà degli italiani avrebbe veramente paura di un ritorno del fascismo. Ora io mi chiedo: ma com’è possibile credere a queste fandonie? Come si può anche lontanamente pensare che in uno Stato organizzato democraticamente, che ha una Costituzione nata dall’antifascismo, che possiede tutti i mezzi per difendersi da qualunque aggressione interna ed esterna, dei gruppuscoli di poche persone possano effettivamente organizzare un colpo di Stato o qualcosa di simile? Dove avrebbero la forza di compiere un’insurrezione e distruggere le libertà democratiche? Se non ce l’hanno fatta i gruppi organizzati del terrorismo degli anni ’70, possono farcela questi quattro ragazzotti di oggi? Questa paura è talmente assurda che viene da pensare che sia stata costruita apposta dagli avvversari politici per due motivi: primo, per distogliere l’attenzione degli italiani dai veri problemi come il lavoro, la disoccupazione, la criminalità, l’immigrazione incontrollata ecc.; secondo, perché la sinistra da 70 anni continua ad agitare lo spettro del fascismo (che come movimento storico è finito nel 1945) per legittimare se stessa, per avere un “nemico” contro cui combattere e poter affermare la propria presunta virtù e ragione storica, così come i cristiani hanno sempre agitato lo spettro del demonio per giustificare i propri dogmi ma anche, in certi periodi storici, i propri misfatti. Per vent’anni hanno fatto di Berlusconi il “demonio” insultandolo, ridicolizzandolo e ricorrendo alla magistratura quando non riuscivano a batterlo alle elezioni; adesso tornano fuori i “fascisti”, tipica valvola di sfogo della sinistra per trovare il capro espiatorio che tira su di sé tutto il male e lascia agli altri, ai “duri e puri” tutto il bene.
Analizzando i fatti come si sono svolti, oltretutto, non sembra affatto che i cosiddetti “fascisti” (che con il vero fascismo degli anni ’20 non c’entrano nulla, e probabilmente non sanno neppure cosa sia stato) siano più pericolosi dei gruppi di estrema sinistra, verso i quali assistiamo invece ad un clima di compiacenza, se non di simpatia. Quando la violenza viene da sinistra si ama definirla “errore di compagni che sbagliano”, oppure “una simpatica ragazzata”; ed ecco quindi che la democrazia nel nostro Paese va a due velocità, ha due pesi e due misure: se la violenza, l’intimidazione, la devastazione delle città durante le manifestazioni vengono da sinistra, sono da tollerare (si sa, sono ragazzi!); quando qualcosa di simile viene da destra si arriva all’esecrazione, alla condanna unanime, si grida al “fascismo” come se il 2017 assomigliasse in qualche modo al 1922; si diffonde il terrore tra l’opinione pubblica, quando ben altri sarebbero i pericoli da cui guardarsi, come la criminalità italiana e straniera che aumenta sempre più. Ma chi ci pensa a fermare un’invasione di clandestini che può portare delinquenza e terrorismo? Nessuno. Basta difendersi dai “fascisti” e tutti sono contenti, anche quando la violenza non c’è neppure stata. Cosa hanno fatto, in fondo, i giovani di Como? Hanno semplicemente letto un loro documento, che non era affatto delirante come la TV ci vuol far credere, senza sparare, senza violentare, senza fare del male a nessuno; e tuttavia questa azione, certo inopportuna ma non criminale, ha fatto un enorme clamore mediatico e giudiziario, tanto che quei giovani sono stati accusati di “violenza privata” che non si capisce dove stia: al massimo li si poteva accusare di violazione di domicilio. Ma poi, basta questo per temere una nuova marcia su Roma? E quando invece i giovani dei centri sociali di estrema sinistra incendiano i gazebo della Lega nord, lanciano bottiglie molotov o impediscono alle persone di esprimere democraticamente le proprie idee nelle piazze o nelle Università, quella non è violenza? Quando i terroristi no-tav fanno sabotaggi ai macchinari ed alle strutture con cui vengono realizzate opere pubbliche, quella non è violenza? E poi, anche se sono passati molti anni, a me viene in mente anche la straordinaria e ignobile indulgenza con cui lo Stato ha trattato i terroristi assassini delle Brigate Rosse ed altri gruppi di estrema sinistra degli anni ’70, nessuno dei quali è più in galera nonostante abbiano compiuto efferati omicidi. Anche gli esecutori del delitto Moro sono stati liberati e si permettono persino di comparire in televisione, fare conferenze ed avere delle pagine facebook. Questa è democrazia? Se ci fosse un minimo di giustizia, quegli assassini non avrebbero più dovuto vedere la luce, per tutta la loro sciagurata vita. Invece sono liberi. Certo, in Italia c’è solo il pericolo dei “fascisti”; tutti gli altri sono angioletti con le ali.

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Qualche osservazione su Pindaro e sulle Odi di Orazio

Nonostante la gran massa di studi che esiste su ciascuno degli autori classici più noti, come sono appunto i due maggiori poeti dell’età augustea, Virgilio e Orazio, qualche aspetto delle loro opere rimane sempre inesplorato o comunque suscettibile di ulteriori approfondimenti. In questi giorni, rileggendo le Odi di Orazio, cioè la sua opera più raffinata e culturalmente più elaborata, ho creduto di notare qualcosa che il testo oraziano ha in comune con uno dei suoi modelli greci, Pindaro, poeta tebano vissuto secondo la tradizione tra il 518 e il 438 avanti Cristo, al confine cioè tra l’epoca arcaica e quella classica della letteratura greca. Che tra i due poeti ci sia comunque un rapporto di corrispondenza spirituale è cosa ben accertata, non sono certo io a scoprirlo; ma c’è un particolare modo di procedere del poeta greco che in Orazio trova un’eco che si farebbe fatica a giudicare puramente casuale.
Anche l’uomo (o la donna) comuni, che magari non hanno sentore della cultura classica, hanno sentito qualche volta parlare dei cosiddetti “voli pindarici”, un’espressione usata per indicare improvvisi cambi di argomento o di stile in un determinato discorso orale o scritto. La locuzione risale appunto a Pindaro, perché questo poeta ha l’abitudine, nei suoi canti lirici che ci sono pervenuti, di cambiare repentinamente argomento e passare da un motivo all’altro senza alcun apparente legame logico. Ed al proposito è possibile indicare due ragioni che giustificano questa sua caratteristica: la prima è che il concetto di unità strutturale di un componimento poetico era nell’antichità ben diversa da quella di oggi, per cui l’autore poteva procedere mettendo l’una accanto all’altra tematiche diverse che suscitavano diverse sensazioni, senza collegamenti sintattici né tematici, e senza con ciò inficiare lo scopo o i caratteri generali per i quali quell’opera veniva composta; la seconda è che nei canti lirici dell’antica Grecia era presente la musica (oggi perduta), e quindi l’ordinata composizione della melodia musicale poteva ricostituire quell’unità compositiva che non si lasciava cogliere con la semplice lettura del testo.
Non sarebbe però esatto dire che con questa struttura frazionata non vi fosse alcun legame tra i vari motivi presenti nel componimento: i legami ci sono, ma non sono di ordine logico, bensì analogico, avvengono cioè nella mente del poeta, secondo un ordine associativo di idee non facilmente ricostruibile dal lettore. Può destare meraviglia il fatto che questo procedimento esista nel mondo antico, dato che di esso si è parlato soprattutto in rapporto con la poesia simbolista e decadente del ‘900: in Ungaretti, ad esempio, si trovano molti esempi di rapporti tra immagini o parole basati su libere associazioni di pensiero, tra cui mi piace ricordare pochi versi della lirica I fiumi, laddove il poeta afferma: “Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato”. Qui il ricordo del bagno mattutino nell’Isonzo si esprime mediante l’immagine dell’urna, che potrebbe alludere alla morte, così presente a chi allora combatteva in trincea, oppure ad una teca in cui si raccoglievano le reliquie dei santi, il che può certamente richiamare il valore purificatore del bagno, quasi una catartica liberazione dal peccato. Ma la comparazione tra l’acqua del fiume e l’urna non risponde a criteri logici né viene annunciata come un vero paragone, scaturisce invece da un’associazione ideale presente in quel momento nella mente del poeta ed elimina i nessi logici e sintattici di cui la poesia per secoli si era servita. Ma questo procedimento analogico, così evidente nella poesia moderna, non è sconosciuto neanche a quella antica. Per molto tempo, ad esempio, mi sono chiesto quale sia la ratio che informa il celebre inizio dell’ode “Olimpica prima” di Pindaro, che suona in tal maniera: “Ottima è l’acqua, e l’oro come fuoco ardente / brilla nella notte sulla superba ricchezza.” Quale nesso può esserci tra l’acqua, l’oro, il fuoco e la ricchezza? E che senso ha dire che l’oro, splendido come il fuoco, brilla sulla ricchezza? Apparentemente questi accostamenti sembrano privi di un senso preciso, ma si possono comprendere se pensiamo che nella mente del poeta vi sia stata un’associazione d’idee basata sul concetto di preziosità: così l’acqua, l’oro ed il fuoco, elementi diversi, possono però essere accomunati, non in modo logico ma analogico e senza la congiunzione “come”, perché concepiti come elementi fondativi della vita umana e corrispondenti agli ideali dell’aristocrazia greca che Pindaro stesso intendeva celebrare cantando Ierone di Siracusa, vincitore ad Olimpia nelle corse dei cavalli. A me pare questa l’unica chiave interpretativa di un passo tanto celebre quanto oscuro, che secoli di indagine filologica non hanno mai spiegato in maniera convincente.
Questi passaggi improvvisi o “voli pindarici” che accostano espressioni o parti del componimento diverse e apparentemente distanti tra loro si possono spesso ritrovare anche nelle Odi di Orazio, che spesso riprende toni pindarici allorché (come nelle cosiddette “Odi romane” del terzo libro) intende ricreare un’atmosfera di solenne grandiosità molto frequente nel poeta greco. Nell’ode I,4 dedicata all’amico Sestio, ad esempio, il tema inaugurale è quello del ritorno della primavera, un clima festoso di rinascita che coinvolge uomini e dèi; ma dopo l’invito all’amico a gioire ed ornarsi di fiori e corone, all’improvviso il poeta esclama (v.13): “La pallida morte con passo uguale batte alle capanne dei poveri ed all torri dei re”. Qual è il legame tra le due tematiche dell’ode? Sul piano logico pare non esservene alcuno, né il poeta anticipa o lascia presagire il passaggio al secondo tema durante l’esposizione del primo; ma nella sua mente, con ogni probabilità, il ritorno della bella stagione ha comportato il pensiero dell’inesorabile scorrere del tempo (altro tema caro ad Orazio) e di conseguenza quello della morte come naturale conclusione dell’esperienza umana. Un “volo pindarico” in piena regola, non motivato da alcun nesso logico né sintattico. I casi di questo genere sono molti nel poeta latino, e non è possibile qui ricordarli; mi limiterò a citarne solo un altro, che mi pare significativo, cioè l’inizio della prima ode del terzo libro, che così recita: “Odio il volgo profano e lo tengo distante. Fate silenzio! Io, sacerdote delle Muse, canto per le vergini ed i fanciulli poesia che mai prima fu udita.” La strofa è intellegibile nelle sue diverse parti, ma più difficile è individuare i nessi logici che uniscono il concetto di sdegnoso rifiuto delle opinioni e del modo di agire delle masse a quello del comporre poesia per i giovani una poesia nuova, che è poi quella civile e celebrativa di Roma e di Augusto. Dobbiamo quindi pensare che nell’animo del poeta vi sia un’analogia tra queste diverse immagini, che forse potremmo scoprire più facilmente di quella pindarica richiamata sopra; ma dal punto di vista dell’immediata comprensione del testo non è altrettanto facile il collegamento se non lo concepiamo come “estraneo” al testo stesso, che si presenta privo dei necessari nessi logici e sintattici. Tutto questo, al di là della più o meno plausibile mia tendenza a voler individuare nell’antico ciò che spesso si ritiene essenzialmente moderno, dimostra comunque che esiste una forte “memoria” tra i poeti, e che l’arte di chi viene dopo, pur restando valida e originale com’è la poesia di Orazio, si avvale largamente dell’arte precedente. Il filo rosso che unisce la poesia di tutti i tempi, dal V° secolo avanti Cristo ad oggi, non è sempre facilmente visibile, ma si può star certi che esiste e che su di esso è fondato il perpetuarsi dell’ineffabile processo della creazione artistica.

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Esiste un solo tipo di violenza?

Sono costretto a ripetermi, con un post che è in sostanza un’appendice di quello precedente. Il motivo di ciò è l’insistenza maniacale della tv nostrana sul problema della violenza sulle donne, che pare diventata l’unica (o quasi) notizia degna di attenzione dei vari telegiornali e alla quale è stata dedicata appunto una giornata, quella del 25 novembre, cioè domani. Da sempre contrario al “politically correct” ed al pensiero unico che ammorba la nostra società e che tenta di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente dal sentimento comune, io mi trovo costretto ad esprimere nuovamente la mia opinione in merito. Questa maniacale, pervicace, allucinante insistenza sul tema della violenza sulle donne mi trova molto perplesso e talvolta mi irrita molto, non perché il problema non esista ma perché viene posto male e affrontato in maniera inefficace. Vorrei esprimere il mio pensiero con tre considerazioni:
1) Per ovviare almeno parzialmente alla violenza che alcuni uomini (pochissimi in percentuale, non tutti come certe idiote affermazioni giornalistiche indurrebbero a pensare) esercitano sulle loro mogli o fidanzate (più spesso ex) mediante stalking, maltrattamenti e qualche volta persino uccidendole, non servono le “giornate” dedicate all’argomento, né le fiaccolate e nemmeno la pubblica esecrazione. Certe manifestazioni possono al massimo rivelare la concordia di coloro che s’indignano per certi fatti, ma non servono a nulla per la prevenzione degli stessi, perché ai criminali non importa nulla della condanna morale altrui. Ciò che occorrerebbe fare sarebbe l’inasprimento delle pene e la certezza del loro svolgersi: in altre parole, se un assassino viene condannato a 30 anni di galera dovrebbe farseli tutti, senza neanche un giorno di permesso, e magari a pane ed acqua. Questo sarebbe l’unico deterrente, perché certe persone non si possono rieducare ma soltanto punire nel modo più duro possibile. Un’altra cosa da fare sarebbe quella di intervenire preventivamente contro i potenziali criminali: se una persona denuncia di essere stata minacciata di morte non bisogna attendere, come fanno le nostre “forze dell’ordine” (tra virgolette) che l’omicidio venga compiuto, ma intervenire subito, anziché stare in ufficio a giocare con il computer, e arrestare chi è stato denunciato per minacce e violenze, perché anche quelli sono reati, prima che si arrivi all’irreparabile.
2) Perché questa crociata a senso unico per la violenza sulle donne? Esiste forse quest’unica forma di violenza, mentre le altre non contano nulla? Forse che le maestre d’asilo (che guarda caso sono donne) che maltrattano i bambini non meriterebbero pari indignazione? E coloro che maltrattano gli anziani soli e indifesi nelle case di riposo? Non esiste un solo tipo di violenza, ne esistono molti, e tutti sono esecrabili e condannabili allo stesso modo. E poi esiste anche la violenza psicologica, che qualche volta fa più male di quella fisica, ed in quel tipo di violenza le donne sono certamente più esperte degli uomini. Ricordavo nell’altro post il problema dei padri separati, cui giudici miopi e faziosi tolgono i figli e la casa assegnandoli alle mogli, e li costringono a pagare alla ex moglie cifre esorbitanti, tanto da rovinarli completamente in certi casi. Perché non istituire una giornata per ricordare i mariti e padri separati costretti dall’egoismo delle donne a dormire in macchina? La giustizia, se veramente esistesse nel nostro paese e avesse sede nei telegiornali e nelle azioni dei politici, non dovrebbe considerare tutte le forme di violenza e non una soltanto?
3) Un’altra cosa che mi dà molto fastidio, in questa crociata contro la violenza sulle donne, è il vedere che dietro ad essa ci sta ancora il veterofemminismo degli anni ’70, che risolleva la testa e ridiventa vitale più che mai adesso, a distanza di 50 anni, benché sia ideologicamente superato e vecchio come il cucco. Basta leggere sui giornali e sui social le lamentele delle femministe che si sforzano con tutti i mezzi di vedere ancora una società maschilista che non esiste più; e ciò non solo perché le donne hanno ormai accesso dappertutto e svolgono, spesso male, qualunque mansione anche di alto livello (basti pensare alle “ministre” e alle “sindache” di certe grandi città), ma anche perché è stato proprio il cambiamento della mentalità femminile e la rinuncia al ruolo naturale della donna che ha portato ai vari problemi di cui soffre la nostra società, primo tra tutti la denatalità e lo sfaldamento della famiglia tradizionale. Di questi fenomeni sociali il movimento femminista ha la maggiore responsabilità, anche perché la sua battaglia non è stata soltanto in funzione di ottenere la parità di diritti (che è sacrosanta), ma è stata anche e soprattutto una lotta contro gli uomini ed i loro presunti privilegi, che si è cercato di combattere emulando tutto ciò che è maschile e allontanando la donna dal suo ruolo naturale per timore del perpetuarsi di una condizione di sottomissione che si sarebbe potuta evitare con il semplice progresso della civiltà e con leggi opportune. Il danno provocato alla società dal ’68 e dal femminismo si riscontra adesso, a distanza di tanti anni, anche se sembra strano. E’ ciò che più volte ho evidenziato per quanto riguarda la scuola, dove la mancanza di disciplina, il buonismo e la perdita di autorevolezza dei docenti traggono le proprie radici proprio da quel movimento che pure pare tanto lontano nel tempo. Ma la storia ci ha abituati a eventi che hanno avuto conseguenze tangibili anche a distanza di secoli: la rivoluzione francese, tanto per fare un esempio, è del 1789, eppure quegli ideali di allora vivono ancora in tutte le democrazie moderne.

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La caccia agli stregoni

Ho detto altre volte in questo blog che non amo la nostra televisione ed in generale i nostri organi di informazione, perché il loro modo di esprimersi, che entra nelle case di tutti o quasi gli italiani, produce forti condizionamenti nell’opinione pubblica e di conseguenza nel pensiero e nell’azione delle persone comuni. In questo periodo il disgusto che provo nei confronti delle fonti di informazione si è accentuato, perché è in atto una campagna mediatica martellante per gettare quanto più discredito possibile sul sesso maschile: non si parla d’altro che di violenza contro le donne, molestie sessuali sempre contro le donne, reati oltremodo vergognosi come la pedofilia di cui sono sempre e comunque accusati gli uomini, ed altro ancora. Si sbatte sempre il mostro in prima pagina senza neanche dargli la possibilità di difendersi, perché se ci si trova a dover giudicare da che parte sta la verità l’opinione che vince e che viene diffusa è che la ragione stia sempre dalla parte delle donne, anche se la situazione è quella della parola dell’uno contro quella dell’altra. Alla base di tutto ciò vi è senza dubbio un ritorno prepotente del femminismo tipo anni ’70, che avanza come un bulldozer e travolge tutto ciò che incontra, riproponendo le solite lamentele sulle presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime, senza tener conto che da allora ad oggi tante cose sono cambiate e che nella società attuale molte di queste disparità sono state eliminate; anzi, in qualche caso la situazione si è proprio rovesciata e sono gli uomini a trovarsi svantaggiati e a subire ingiustizie. Se qualcuno non crede a ciò, basta che osservi la situazione di molti mariti e padri separati costretti a dormire in macchina e privati di tutto dalle mogli cui il giudice, in modo pregiudizievole quanto meno, ha dato ragione togliendo la casa al marito e obbligandolo a pagare alla ex consorte cifre spropositate. Ciò nonostante dobbiamo subirci in televisione individui come la presidente della camera dei deputati, la signora Boldrini, che nel 2017 fa la patetica femminista come fossimo ancora nel ’68 e continua a urlare contro le presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime. Dai suoi atteggiamenti si comprende il motivo per cui è la personalità politica più insultata sui social come facebook; e se pure io non mi sono mai permesso di fare una cosa simile, dico però che comprendo chi l’ha fatto, perché provo per quella persona un’antipatia e un senso di ribrezzo che poche volte ho avuto per altri nella mia vita.
Purtroppo quel che dice la televisione, sia che intervengano politici come la Boldrini o che parlino semplici giornalisti, entra nella mente di tutti e ne condiziona i comportamenti quotidiani. Perciò questa pervicace campagna mediatica attuale, questa caccia agli stregoni che ogni giorno vediamo in tv e che non parla d’altro che di violenza e di molestie sessuali a carico delle donne finisce per assumere un carattere di generalità e diventa un pesante atto d’accusa contro tutto il genere maschile. Che vi siano questi episodi è senz’altro vero, ma riguardano una piccolissima percentuale di persone malvage o mentalmente disturbate, non si può parlare come spesso fanno di “violenza maschile” come se tutti gli uomini maltrattasero o uccidessero le loro compagne. Il vittimismo che ne risulta fa sì che una persona, per il solo fatto di essere maschio, è additato al pubblico disprezzo e visto come potenzialmente violento o criminale, e questa generalizzazione colpisce tutti nell’immaginario comune. In base a questo pregiudizio si arriva a criminalizzare l’uomo anche quando magari si rivolge ad una collega facendole un semplice complimento, un atto cioè di gentilezza che però, sulla base di questo assurdo clima di ostilità, viene scambiato per molestia. Lo stesso colpevole fraintendimento avviene quando un uomo guarda con dolcezza un bambino o una bambina e magari fa loro una carezza. Se questo gesto lo fa una donna, non accade nulla di particolare; se lo fa un uomo, molto spesso si scopre circondato da sguardi ostili e vede gravare su di sé l’orribile sospetto di pedofilia, quando magari è semplicemente un padre che vede in quel bambino un’immagine di suo figlio e ne prova la stessa tenerezza che può provare una donna. Ma l’opinione pubblica è ormai indirizzata in questo senso da un’informazione distorta e faziosa, che determina nella società l’insorgere di idee preconcette: così per i giudici il contenzioso tra marito e moglie si risolve quasi sempre in favore di quest’ultima, alla quale vengono assegnati i figli e la casa di proprietà del marito, magari per andarci a convivere con il nuovo “compagno”. Se questa è giustizia…
Per restare agli argomenti trattati in televisione in questo periodo, il tema centrale e ripetuto fino alla noia con intere trasmissioni ad esso dedicate è quello delle molestie sessuali che certi produttori cinematografici, politici o datori di lavoro in genere avrebbero inflitto alle povere ragazze innocenti che si sono trovate sotto i loro artigli. Al proposito c’è da chiedersi perché queste “vittime” hanno deciso soltanto ora a denunciare il loro “orco” (questa è la parola spesso usata in tv senza che se ne conosca neanche il significato) e non l’abbiano fatto al momento della presunta violenza subita. Inoltre eventi del genere, così privati, di solito non hanno testimoni, e non si vede quindi come si possa accusare delle persone senza poter portare prove concrete. Se l’accusato, in base a ciò, nega i fatti e l’accusatrice non ha alcuna prova concreta, per quale ragione io dovrei pregiudizialmente credere a lei e non a lui? La violenza o la molestia potrebbero esserci state veramente, ma potrebbe anche darsi che l’accusatrice metta in atto una vendetta privata e cerchi, magari perché esclusa da un certo incarico per incapacità, di gettare fango su chi non l’ha assunta inventando contro di lui accuse infamanti. Fatti del genere sono accaduti, di donne cioè che hanno accusato di violenza carnale uomini totalmente innocenti solo per rivalsa personale, e questi uomini hanno perduto la loro reputazione e si sono visti rovinare la vita da queste accuse assurde e criminali. Qualche anno fa un padre di due ragazze scontò più di un anno di carcere perché le figlie lo avevano accusato di averle stuprate; poi si scoprì che le accuse erano false e dovute ad una vendetta messa in atto dalle due contro il padre perché aveva rifiutato loro una somma di denaro. E adesso chi restituisce a quel povero diavolo un anno di vita passato dietro le sbarre? Chissà cosa penserebbe la signora Boldrini di eventi come questi? Probabilmente nemmeno ne è al corrente, perché a lei interessa solo difendere le donne maltrattate; non l’ho mai sentita parlare dei casi in cui sono state le mogli ad uccidere o far uccidere i mariti, casi rari ma che pure sono accaduti più di una volta.
Sarebbe necessario che chi fa televisione si rendesse conto delle conseguenze del proprio mestiere sull’opinione pubblica e sulla mentalità generale che si va formando in seguito a quello che viene trasmesso. Questa caccia alle streghe (anzi agli stregoni) attualmente in atto, che generalizzando in modo indiscriminato getta fango su tutto il sesso maschile, è molto pericolosa, perché aumenta il senso di insicurezza e introduce antipatie e sospetti su persone innocenti che può creare un allarme sociale incontrollabile. Un evidente effetto di ciò è il prepotente ritorno del femminismo sui social come facebook, dove viene disprezzato e insultato chiunque cerca di portare avanti anche le ragioni della logica e del buon senso. Un esempio. Quando si parla di violenza carnale ai danni delle donne la condanna è unanime da parte di tutti, e anch’io non ho difficoltà a dire che si tratta di un crimine odioso da punire con la massima severità. Se però qualcuno, saggiamente, si azzarda a dire che le ragazze non dovrebbero ubriacarsi, vestirsi in modo provocante e recarsi in luoghi conosciuti come insicuri, le solite femministe dalle idee vecchie come il cucco gli lanciano una pioggia di insulti affermando che una donna è libera di vestirsi come vuole e andare dove vuole, e che chi sostiene il contrario giustifica gli stupratori. Ora io dico: come si fa ad essere così faziose da non riconoscere la saggezza di chi vuol mettere in guardia da quei potenziali pericoli? Chi dice che certe ragazze (non tutte ovviamente) dovrebbero comportarsi in modo diverso non lo fa per colpevolizzarle ma per metterle di fronte alla realtà. Se vai in un luogo che sai essere pieno di zanzare e poi te ne torni con molte punture non puoi lamentarti; il buon senso così consiglierebbe, ma purtroppo questa qualità non è tra quelle più diffuse ai nostri tempi.

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Catullo, poeta degli anni 2000

Di solito qui sul blog non amo molto inserire articoli sugli autori greci o romani, anche perché, essendo io un docente di quelle materie e autore di un intero corso di storia della letteratura latina, temo di assumere nel trattare la materia un piglio troppo professorale e di ripetere sostanzialmente quello che dico a scuola ai miei alunni, con il rischio di essere pedante e mal gradito da chi non è amante o esperto di queste discipline. Ma qualche volta, parlando con i ragazzi a scuola e affrontando con loro certi argomenti dei normali programmi, mi vengono in mente alcune considerazioni che possono interessare anche chi non conosce il mondo classico: idee semplici e persino banali, che non dicono nulla di nuovo dal punto di vista degli studi scientifici e filologici, ma che spuntano così, in modo estemporaneo, magari in un momento di relax.
Con la mia classe quarta Liceo Classico, dove tengo l’insegnamento del latino, abbiamo studiato in questo periodo i cosiddetti poetae novi e la loro concezione della poesia del tutto nuova nel mondo romano, una poesia che non doveva più avere carattere celebrativo, sociale o filosofico, ma che valeva di per sé, secondo il concetto dell'”arte per l’arte” di origine alessandrina. Di questi poeti, che componevano una poesia raffinata ed erudita ma si aprivano anche alle tematiche quotidiane, ne conosciamo bene soltanto uno, Valerio Catullo, di cui resta un liber di 116 componimenti. A differenza di tutti i precedenti poeti romani, Catullo fa entrare nella sua produzione poetica, com’è noto, le proprie esperienze personali: esperienze d’amore con la donna da lui amata e celebrata con il nome di Lesbia, ma anche relazioni di amicizia o di inimicizia, invettive contro gli avversari, giudizi di ordine letterario ed altro ancora.
Ciò che ha più colpito gli studenti e gli studiosi di tutti i tempi è stata la tematica amorosa che Catullo descrive sulla base di una vicenda personale che attraversò tre fasi: la prima, caratterizzata dall’entusiasmo e dalla gioia per un profondo sentimento ch’egli crede ricambiato dalla sua Lesbia, la seconda che è quella del dubbio sulla fedeltà dell’amata, e la terza che è la più triste, perché il poeta si sente tradito e vuole dare l’addio a questo amore ormai infelice. Della veridicità di questa storia qualche studioso ha dubitato, perché si sa che i poeti d’amore del periodo, sia i greci che i loro imitatori romani, usavano introdurre motivi e particolari stereotipi o comunque fittizi; ma la profondità dei sentimenti che Catullo esprime a questo riguardo induce a credere il contrario, cioè che vi siano sì elementi convenzionali, ma che la vicenda sia reale nella sua essenza. Ed è proprio su questa convinzione che si è fondato chi ha definito “moderno” il nostro poeta, poiché le sensazioni da lui espresse sono quelle che tutti noi ancor oggi, come al suo tempo, possiamo provare di fronte ad un’esperienza amorosa: gioia, entusiasmo, esaltazione, dubbio, angoscia, dolore, delusione, depressione profonda. Su questo punto, già sottolineato da molti studiosi, io sono totalmente d’accordo. In una società collettivistica come quella romana, che considerava l’uomo quasi solo come cittadino in funzione dello Stato, Catullo ha scoperto un tutto un mondo fino ad allora oscuro, l’universo dei sentimenti che fluttua all’interno di ciascuno di noi, e soprattutto ha messo in luce la profonda scissione che esiste nell’animo umano tra ragione e sentimento: il celeberrimo odi et amo (carme 85) enuncia tutto ciò in poche parole, la natura profondamente complessa della mente che rende possibile il poter amare e odiare una persona contemporaneamente, perché se razionalmente si può detestare chi ha ferito i nostri sentimenti, si può però essere soggetti a provare ancora per lei un sentimento irrazionale ed angosciante. E’ quel contrasto che Pascal definì con la famosa frase “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, un contrasto cui noi siamo abituati da secoli di letteratura romantica, veristica e decadente, ma che nella società romana del tempo rappresentava una totale novità.
Quello che ho detto finora è ben noto, non ho scoperto nulla; ma il mio scopo, come ho detto sopra, non è questo bensì quello di richiamare l’attenzione di chi non legge abitualmente Catullo sulla perenne dimensione artistica di questo poeta. Volendo aggiungere ancora un esempio tratto dalle poesie d’amore, vorrei citare il carme n. 8, in cui il poeta si sforza con grande impegno di dimenticare Lesbia che l’ha indegnamente tradito. Anche qui, con una disposizione spirituale attualissima, che molti di noi hanno provato, egli è tormentato dal contrasto tra la volontà di resistere contro il tormento di un amore impossibile, che ancora lo angoscia, e la tentazione di cedere ancora ad esso; e ch’egli sia ancora tenacemente preso da quel sentimento irrazionale da cui vorrebbe liberarsi si evince da un motivo che sale in evidenza negli ultimi versi, quando emerge la sua preoccupazione per la vita futura di Lesbia, per un destino che, una volta che sarà definitivamente conclusa la loro relazione, rischia di essere miserevole per entrambi. Ma se veramente odiasse quella donna che l’ha fatto soffrire tanto, Catullo non dovrebbe preoccuparsi del futuro di lei, di quando sarà vecchia e nessun amante la cercherà più; se lo fa vuol dire che inconsciamente l’ama ancora, ed è questa un’esperienza che può capitare adesso, nel 2017 dopo Cristo, come capitava nel 60 avanti Cristo, perché cambiano i costumi e le società, cambiano i regimi politici e le usanze dei popoli, ma l’animo umano non cambia mai nella sostanza dei suoi sentimenti e dei suoi intimi pensieri.
Anche al di fuori della tematica amorosa Catullo ci si rivela poeta spiritualmente a noi contemporaneo, pur se vissuto oltre 2000 anni fa, perché traboccano in lui passioni e interessi non diversi dai nostri. Per non allungare troppo questo lungo post farò soltanto pochi esempi. A chi di noi non è capitato di essere deluso da certe persone che credevamo amici sinceri e che si sono poi invece rivelati egoisti e indifferenti nei nostri confronti? E’ quel che succede a Catullo, quando nel carme 30 accusa Alfeno di aver tradito i vincoli di amicizia esistenti tra di loro. E chi di noi non ha avuto disprezzo per degli ignobili arrivisti che si adatterebbero a qualsiasi vergognoso compromesso pur di far carriera? E’ questo esattamente il sentimento che il nostro poeta esprime nel carme 52, dove si chiede cosa aspetti a morire per non veder più lo spettacolo di due ignobili individui che stanno immeritatamente dando la scalata alla carriera politica. A proposito di questo argomento dobbiamo dire che nel nostro Paese attualmente – purtroppo, dico io – si è diffuso un sentimento di repulsione, se non di odio, per la politica e le persone che vi si dedicano, come dimostra l’alta percentuale di astensioni in occasione dei vari turni elettorali. Anche Catullo, dati i suoi interessi prevalentemente culturali e la difficile situazione in cui versava allora la Repubblica romana, rivela dei sentimenti che potremmo definire di “antipolitica”: nel carme 93, ad esempio, mostra la più totale indifferenza verso l’uomo politico più importante del tempo, Giulio Cesare, dicendogli chiaramente in faccia che non voleva piacergli, né aveva voglia di sapere se il grande condottiero fosse “un uomo bianco o nero”, intendendo così dire che per lui la politica non aveva alcun interesse.
Come ultimo esempio vorrei citare le fortissime invettive che Catullo rivolge ai suoi avversari, dove usa anche termini volgari che ho ritegno a riferire in questa sede. Anche questo è straordinariamente attuale, se consideriamo il livello di aggressività e di volgarità raggiunto in alcuni dibattiti televisivi tra giornalisti e uomini politici di diverse tendenze, oppure anche, più semplicemente, tutti gli insulti che ogni giorno vengono lanciati sui social contro chi la pensa diversamente da chi scrive. Anche questo, pur nel male, è un parallelo che possiamo fare tra il mondo romano ed il nostro, rilevando però una differenza sostanziale: che le poesie di Catullo, anche quando contengono invettive con termini triviali, mantengono sempre un notevole livello artistico e denotano un’elaborazione formale di alto livello, mentre le volgarità che si dicono oggi sono purtroppo solo uno squallido esempio di come la nostra società sia caduta nel più profondo degrado culturale.

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Dovremo chiudere il Liceo Classico?

Com’è noto il Liceo Classico, una volta fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano e invidiato da tanti paesi esteri, è da alcuni anni in sofferenza a causa di un forte calo di iscritti che ha interessato sia le grandi città che i centri di provincia: nella mia regione, la Toscana, tanto per fare un esempio, abbiamo assistito in una provincia come Grosseto alla chiusura di due Classici su tre per mancanza di iscritti, e non molto meglio è andata nelle altre province. Il fenomeno, come tutti quelli analoghi, ha dato luogo ad una lunga serie di dibattiti volti a identificarne le cause ed anche, come succede, ad una caccia alle streghe: si sono accusati, per lo più, i professori delle materie umanistiche (soprattutto quelli di latino e greco) di utilizzare metodi antiquati, di costringere gli studenti a turni massacranti di studio per apprendere contenuti che per molte persone sono di dubbia utilità. Proprio oggi su Facebook, nel gruppo intitolato “Non chiudete il Liceo Classico!” è apparso un post scritto da una docente di latino e greco con molti anni di esperienza, la quale torna ad accusare “certi insegnanti” perché insistono troppo sulla grammatica, fanno tradurre ancora dall’italiano al latino, si fermano a lungo sulle leggi degli accenti in greco ed anche perché, come dice lei, obbligano gli studenti ad imparare lunghe liste di vocaboli a memoria. Metodi antiquati a suo giudizio, responsabili dell’avversione che i giovani manifestano nei confronti del Classico e che spiegherebbe il forte calo di iscritti. Anzi, c’è di peggio: l’autrice del post sostiene che a breve il Liceo Classico chiuderà i battenti del tutto, addirittura!
Sull’argomento mi corre l’obbligo, come diretto interessato in quanto docente di latino e greco da quasi quarant’anni, di fare qualche osservazione. A parere mio la collega autrice del post ha un po’ esagerato, ma nella sostanza ha ragione, nel senso che metodi d’insegnamento in voga quaranta o cinquant’anni fa non possono essere adatti ai giovani di oggi, che vivono in modo del tutto diverso dai loro genitori o nonni ed hanno una mentalità ed una formazione culturale molto diversa; ma non credo che la crisi del Liceo Classico dipenda soltanto dai metodi applicati da “certi docenti” arretrati e conservatori. Credo invece che la causa maggiore dell’abbandono sia la superficialità dei tempi moderni e lo scarso interesse per la cultura evidente a tutti i livelli, dai mass-media ai politici che dicono che “con la cultura non si mangia” fino ai semplici cittadini, la cui mentalità è fortemente condizionata dalle leggi economiche e di mercato. Secondo tale concezione della vita ciò che conta è solo il profitto e l’innovazione tecnologica, che rende possibile il benessere in cui viviamo e che non può più comprendere tra i suoi valori quelli che vigevano alcuni decenni fa; da ciò è derivata una abnorme valorizzazione di quel genere di cultura di cui si crede di vedere l’immediata utilità, vale a dire quella tecnica e scientifica, che molti continuano a considerare antitetica a quella umanistica. In questo clima economicistico e tecnocratico che ha ormai contaminato totalmente le società moderne non c’è più spazio per gli studi letterari ed umanistici in genere, considerati “chiacchiere” senza costrutto, roba da perdigiorno o da topi di biblioteca che non hanno nulla di meglio da fare; e le lingue classiche, a maggior ragione, vengono ritenute “inutili” e quindi da abbandonare totalmente. A questo si deve aggiungere anche la precisa volontà di certe persone, purtroppo spesso collocate nei posti di comando, di affossare gli studi umanistici proprio perché chi con questi si è formato è anche in grado di ragionare con la propria testa, di rendersi conto delle condizioni in cui vive e dell’intento buono o cattivo dell’agire altrui. In altre parole, la cultura è scomoda per chi sta al potere, molto più a suo agio in presenza di un popolo ignorante, dedito solo allo smartphone e alle scarpe all’ultima moda, un popolo di automi, di “yes-men” come si dice oggi, incapaci di reagire e proni di fronte alle contraddizioni ed alle ingiustizie. Questa, a mio giudizio, è la causa maggiore del declino del Liceo Classico, una scuola che apre la mente ed è perciò scomoda, da mortificare quanto più possibile.
Pur tuttavia le accuse contro “certi insegnanti” di latino e greco, troppo pedanti e ancorati a vecchi metodi di insegnamento, hanno un indubbio fondamento, perché è del tutto ovvio, a mio parere, che noi che viviamo in questa scuola e amiamo le discipline classiche non possiamo illuderci di poterle insegnare come 50 anni fa, visto che gli alunni attuali sono nativi digitali ed hanno avuto nella scuola primaria una formazione ben diversa da quella che hanno ricevuto quelli della mia generazione. Io sono convinto – e l’ho scritto molte volte in questo blog – che se vogliamo salvare il Liceo Classico dobbiamo essere disposti ad innovarci, a cambiare qualcosa di sostanziale, a rendere insomma questa scuola al passo con i tempi ed in sintonia con le capacità apprenditive dei ragazzi del 2017, non di quelli del 1967. Cosa intendo dire? Una volta premesso che nessuno di noi (e tanto meno io!) ha la bacchetta magica, e che è più facile criticare che costruire, posso però tentare di fare una proposta, che ho già avanzato in quel gruppo di Facebook e per la quale ho già ricevuto una bella dose di insulti dai colleghi ultraconservatori che nel nostro ambito culturale sono forse la maggioranza. Partendo da un dato di fatto, cioè che i ragazzi di oggi non hanno più (tranne poche eccezioni) la disposizione mentale e le conoscenze di base per poter tradurre brani anche semplici scritti nelle lingue classiche, e considerato anche che di fatto non traducono più, specie al triennio liceale, perché scaricano le versioni già tradotte da internet e nei compiti cercano di copiare con il cellulare (e spesso ci riescono), tenuto conto di tutto ciò io ritengo che sarebbe preferibile fondare l’insegnamento più sugli aspetti letterari, storici e antropologici del mondo classico che sulle abilità linguistiche, che di fatto ben pochi studenti oggi possiedono. Con ciò non intendo affatto sostenere l’abolizione dello studio delle due lingue antiche, che resta comunque indispensabile per la comprensione delle dinamiche formali durante la lettura dei testi originali in lingua sotto la guida del docente; ma trovo assurdo e controproducente costringere i ragazzi a faticare ore sul vocabolario per tirar fuori poi quasi sempre (se non copiano) traduzioni penose che infondono anche nel docente, e non solo negli studenti, un senso di frustrazione e di profondo disagio. La valutazione dovrebbe dipendere in gran parte dalle conoscenze storico-letterarie e dalle letture degli autori in lingua o in italiano, riservando al lavoro di traduzione autonoma uno spazio minore di quello che ricopre adesso, quando il 50 per cento circa del voto conclusivo dell’anno scolastico dipende dall’esito delle prove scritte, cioè dalle traduzioni. Lo studio linguistico quindi, collocato nei primi due anni con completamento nel terzo, dovrebbe essere più snello e meno pesante di quel che è adesso, con l’abolizione degli inutili grammaticismi e degli esercizi mnemonici sulle cosiddette “regole” che servono a ben poco, dato che gli studenti, quando arrivano al triennio liceale, conoscono a menadito queste “regole” ma non sanno ugualmente tradurre alcun testo. Certo, per realizzare questo obiettivo, che certamente renderebbe il Liceo Classico una scuola più competitiva ed attraente perché al passo coi tempi attuali, ci sarebbe bisogno di un immediato provvedimento da parte del Ministero: la modifica della seconda prova scritta d’esame, ancor oggi consistente in una pura e semplice traduzione, antiquata perché rimasta nella sostanza uguale a se stessa dal 1923 (dalla riforma Gentile del governo Mussolini!) e non più alla portata degli studenti attuali. Da lungo tempo io sostengo questa posizione, che condivido con illustri studiosi come il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena e che mi pare l’unica soluzione per uscire da questo limbo che non soddisfa nessuno, benché i colleghi conservatori difendano ancora la traduzione come tanti paladini medievali chiusi nel loro fortino. Se il Ministero si renderà finalmente conto di come stanno in realtà le cose e rinuncerà a fondare la valutazione dei maturandi su una competenza che ormai pochissimi hanno, allora forse potremo inaugurare una nuova stagione per gli studi umanistici, il cui compito è quello di formare persone culturalmente avanzate e dotate di spitito critico, non certo quello di creare esperti traduttori dal greco e dal latino. Chi vorrà diventarlo e specializzarsi nello studio linguistico, potrà farlo in seguito durante gli studi universitari. Nessuno potrà né vorrà impedirglielo.

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Tanto rumore per…la stupidità

Prendo spunto da un fatto recentissimo per esprimere una mia convinzione che mi è maturata da molto tempo. In questi ultimi due o tre giorni si è fatto un gran boato mediatico intorno ad un fatto successo nella capitale, cioè la vignetta di Anna Frank con la maglia della Roma, un montaggio realizzato da alcuni tifosi della squadra rivale, la Lazio, già in parte identificati. Appena la notizia è stata diramata, si è scatenata una vera bagarre mediatica, con trasmissioni televisive che hanno condannato il gesto come se fosse un terremoto o una carneficina, esplosioni di sdegno sui giornali e sui social network ed infine anche intervento della Magistratura, che a quanto pare non ha nulla di meglio da fare che perseguire quattro balordi che si divertono con queste goliardate, anziché pensare ai fatti veramente gravi che accadono ogni giorno. E’ così ripartito il solito rito di solidarietà per la comunità ebraica, il triste ricordo della Shoah, le rievocazioni storiche ecc. ecc.
Al proposito ora io mi chiedo: ma questi quattro balordi che hanno avuto questa idea così stupida, meritavano davvero tutto questo interesse e tutto questo rumore mediatico che, sia pur per condannarli, li ha messi bellamente al centro dell’attenzione di un Paese che ha ben altri problemi da affrontare e da risolvere? Cioè, in altre parole, non sarebbe meglio dedicare le energie che abbiamo ad altre situazioni, lasciando perdere eventi come questo che, per quanto sciocchi e sconvenienti quali sono, in definitiva non cambiano nulla e non comportano conseguenze tangibili per nessuno?
Mi si dirà che questo è un ulteriore esempio di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo, di fascismo (soprattutto questa parola ci sta bene, viene usata sempre contro chi non è allineato al pensiero comune), sentimenti che non dovrebbero esistere nella nostra società. Riconosco che questo è vero, e che l’antisemitismo non dovrebbe esistere, come non dovrebbe esistere il negazionismo della Shoah, dato che ci sono innumerevoli testimonianze di quel che è avvenuto nei campi di sterminio nazisti, crimini per i quali – come ho scritto in un post di qualche anno fa – la Germania non ha pagato abbastanza. Ma simili manifestazioni, a mio parere, si contrastano molto meglio ignorandole che dando loro questo rilievo mediatico, e spiego perché. Fare tutta questa pubblicità (negativa, ma sempre pubblicità) agli idioti che hanno realizzato questa goliardata fa sì che costoro, nella loro stupidità, si sentano importanti e messi al centro dell’attenzione mediatica; e questo potrebbe indurre fenomeni di emulazione. Secondo me episodi del genere andrebbero completamente ignorati, perché è l’unico modo per far desistere questi idioti dalle loro imprese. Se nessuno parla di loro la finiranno presto, perché viene meno per loro il motivo principale delle loro azioni, cioè il maniacale narcisismo che li spinge a mettersi in mostra con queste gesta squallide. Ricordiamoci che per persone del genere, probabilmente frustrate nella vita e già gravate da un senso di fallimento e di inutilità dal quale cercano di liberarsi con gesti come quello in questione, l’oblio è via migliore per neutralizzarli ed annullare gli effetti delle loro azioni. Se invece se ne parla così tanto non si fa altro che aumentare la loro autostima e indurli a ripetere questi gesti sconsiderati, oltre al rischio che anche altri balordi simili a loro siano invogliati a fare altrettanto.
E’ questo un problema che chi dirige la televisione ed i giornali dovrebbe porsi, e non solo per eventi come questo, che sono veramente meschini e su cui si sarebbe potuto tacere, ma anche su altri. Attribuire ad un fatto di cronaca nera un’eccessiva risonanza mediatica significa non solo non rispettare la privacy ed il dolore delle vittime, ma comporta anche il rischio di inserire nella mente malata di qualcuno il desiderio di fare qualcosa di simile per ottenere una pari notorietà. Al giorno d’oggi la popolarità mediatica costituisce un richiamo irresistibile per molte persone che si sentono inutili e frustrate nella vita reale, e per ottenerla sono anche disposti a emulare gesti criminali o sconsiderati. L’informazione, a mio parere, andrebbe fornita col contagocce, con la consapevolezza cioè delle conseguenze negative che ne possono derivare. E tuttavia, se non si possono tacere eventi gravi come omicidi, stragi, azioni terroristiche ecc., si possono però ignorare fatti come quello da poco accaduto a Roma; un’azione stupida e sconsiderata, lo riconosco, ma non di tale gravità da meritare tutto questo rimbombo mediatico e persino giudiziario. Può anche darsi che i balordi che hanno avuto l’idea di mettere la maglietta della Roma ad Anna Frank non si siano neanche resi conto di chi sia stata veramente quella persona, che nella loro ignoranza e volgarità non sappiano nemmeno cosa sia stata la Shoah o l’antisemitismo; è anzi probabile che intendessero solo fare uno scherzo, una goliardata. Ed anche per questo sarebbe stato meglio ignorarli, non diffondere neanche la notizia; sarebbe stato un mezzo molto più efficace del risalto mediatico, secondo me, per evitare che simili gesti si ripetano. C’è un proverbio molto noto che dice “raglio d’asino in ciel non va”: è un detto di grande saggezza, ma spesso, purtroppo, viene dimenticato.

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Scandali vecchi e nuovi

E’ veramente singolare constatare come periodicamente si accendano i riflettori dei mass media su eventi e situazioni presentati come nuovi e singolari, ma che invece hanno da sempre fatto parte del costume e dell’agire umano. Per fare un esempio,i vari telegiornali e carta stampata stanno parlando ininterrottamente da una settimana dello scandalo esploso intorno a quel produttore cinematografico di Hollywood che, secondo le accuse rivoltegli, avrebbe molestato sessualmente o addirittura violentato decine di donne aspiranti attrici con la promessa di far fare loro carriera nell’ambito del cinema. La questione in sé mi interessa poco, per non dir nulla; ma due brevi riflessioni mi sono venute in mente anche su questo argomento. La prima è che non si comprende perché queste accuse e queste denunce arrivino tutte adesso, quando i fatti risalgono a molti anni fa: perché quindi queste povere signorine e signore così offese non hanno denunciato prima l’accaduto? Forse perché al momento non conveniva? Già questo è un interrogativo di difficile soluzione. E poi c’è la seconda mia riflessione, che faccio pur essendo del tutto alieno dall’ambiente in cui i fatti sono avvenuti: siamo certi che queste donne siano solo vittime, oppure si sono volontariamente adattate a questa situazione per fare carriera, salvo poi lamentarsi e denunciare una volta ormai divenute intoccabili? Non credo che tutte coloro che, nell’ambito della moda, dello spettacolo, della politica ecc., hanno dovuto concedere simili favori per farsi strada siano state costrette con la pistola puntata alla testa; sono anzi convinto che alcune (non tutte, certo) l’abbiano fatto volontariamente, e qualche volta abbiano persino preso l’iniziativa… Ad ogni buon conto, meglio finire qui il discorso, altrimenti le nipotine delle femministe del ’68 mi scagliano chissà quali anatemi!
Tuttavia, tra gli scandali saliti alla pubblica attenzione negli ultimi tempi, ce n’è uno che mi coinvolge e mi interessa molto di più delle presunte molestie subite dalle aspiranti attrici, ed è quello dell’università, dato che vi sono state recenti inchieste sui nepotismi ed i favoritismi nelle assunzioni dei ricercatori e dei professori, concorsi truccati e compagnia bella. Mi fa specie che qualcuno si stupisca di questo procedere squallido e mafioso che esiste nelle nostre Università; e ciò non perché non sia un fenomeno grave e disgustoso – ed in effetti lo è – ma perché questo malcostume non è affatto una novità, c’è sempre stato. Anche quando mi sono laureato io, nel lontano 1978, i vari concorsi venivano tutti truccati dai “baroni” accademici, i quali sistemavano in cattedra prima di tutto i loro amici, parenti ed amanti varie, e poi i loro allievi preferiti, quelli cioè che avevano fatto loro ignobilmente i portaborse per anni o che avevano concesso loro favori di ogni genere, anche di ordine sessuale. L’università è sempre stata un vero porcile, come ha scritto in un suo libro un docente mio amico, anch’egli come il sottoscritto rimasto fuori dalla carriera universitaria proprio per non volersi sottomettere a quel sistema mafioso che ancor oggi è vivo e vegeto. Perciò non c’è da meravigliarsi: chi oggi si occupa dei concorsi universitari e ne denuncia le irregolarità credendo di fare uno scoop (come si suol dire) in realtà scopre l’acqua calda, perché le cose in quell’ambito sono sempre andate così.
A tal proposito ricordo ancora, perché non me lo posso dimenticare per la sua gravità, un episodio che mi riguarda personalmente accaduto qualche tempo dopo la mia laurea, nei primi anni ’80. Anch’io, come altri giovani studiosi, mi illudevo di poter accedere alla carriera universitaria e già da allora ne avevo tutti i titoli, comprese pubblicazioni scientifiche di filologia greca che avevo iniziato a comporre ancor prima della laurea. Venuto a sapere di un concorso per ricercatore che si teneva in un ateneo dell’Italia centrale, che non era però quello in cui mi ero laureato, decisi di partecipare e compilai accuratamente la domanda con il curriculum e tutte le mie referenze. Ma ecco che due giorni prima di recarmi in questa città per sostenere le prove concorsuali ricevetti una telefonata da un docente di cui avevo seguito i corsi e da cui avevo ricevuto grandi lodi. Questa persona, informata della mia intenzione, mi avvertì per telefono dicendomi che quel concorso aveva già un vincitore, e quindi l’unico risultato che avrei ottenuto recandomi in quella città sarebbe stato quello di ammirarne le bellezze achitettoniche. La mia reazione fu indignata e decisi di non partecipare più a quel concorso, né ad altri che furono indetti dopo quello; diressi invece il mio interesse verso l’insegnamento nei Licei, dove entrai poco tempo dopo vincendo brillantemente il concorso ordinario a cattedre del 1983/84. E dell’ambiente universitario, proprio per il marcio che vi regna, non ho sentito più alcuna nostalgia.
Mi pare difficile, se non impossibile, porre rimedio a questa situazione. Istituire commissioni a livello nazionale risolve ben poco, perché i commissari saranno comunque docenti universitari che continueranno a sistemare i portaborse dei loro colleghi per vedere a loro volta sistemati i propri. Con questo sistema entrano in ruolo dei veri e propri incompetenti, che non avrebbero meritato neppure una cattedra alla scuola media inferiore. E se anche ciò è vero solo in alcuni casi, mentre in altri i vincitori dei concorsi sono persone degne di quel ruolo, ciò non sposta più di tanto il problema: il fatto cioè che chi vince il concorso possa essere competente non esclude che in lizza per quel posto vi possano essere stati candidati ancor più competenti che invece restano fuori. Ma nel nostro Paese le cose vanno così da tempo immemorabile, se pure è vero che già presso gli antichi Romani esistevano i nepotismi e le raccomandazioni: abbiamo lettere di Cicerone e di Plinio, per citare due autori abbastanza famosi, che non si fanno scrupolo a raccomandare i loro pupilli ai potenti di turno. Questa mentalità, mutatis mutandis, si è purtroppo perpetuata fino ad oggi, ed è veramente da ingenui meravigliarsene. Temo quindi che non si possa trovare alcun rimedio ai mali della nostra università, un ambiente che mi ha disgustato quasi quarant’anni fa e che ancor oggi continua a disgustarmi, tanto che non vi ho più messo piede. Questo è il rimedio che io personalmente ho trovato e che applico come un principio di vita, quello cioè di restare del tutto estraneo a ciò che non è accettato dalla mia coscienza.

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Se i genitori di oggi seguissero gli esempi antichi…

Noi docenti, com’è noto, ci lamentiamo spesso delll’invadenza dei genitori e del fatto che sono in molti casi diventati gli avvocati difensori dei figli, pronti a scusarli per qualunque mancanza o a giustificare assenze “strategiche” fatte per evitare interrogazioni o altri impegni. Ma la critica nei confronti di come attualmente viene gestito il rapporto generazionale è diventata alquanto diffusa, la si sente in televisione e la si legge sui giornali e sui libri: in pratica, quindi, sono in molti a contestare i metodi educativi odierni, giudicati troppo permissivi ed anche irresponsabili a volte, in quanto i genitori lasciano i figli troppo soli davanti alla TV o in altre occupazioni. In effetti la società odierna è profondamente diversa da quella di mezzo secolo fa, quando erano bambini quelli della mia età: allora c’era molto meno benessere di oggi, non esistevano computer e cellulari, noi avevamo solo i libri per studiare ed il pallone (o poco altro) per giocare un po’. Ma la differnza maggiore era che allora i genitori erano molto rigidi ed autoritari e non rari erano i casi di violenza fisica verso i bambini ed i ragazzi, anche per piccole mancanze. E qui mi sovviene il principio aristotelico del giusto mezzo, che non si riesce quasi mai ad ottenere: prima c’era troppa severità ed i no prevalevano di gran lunga sui sì, alla minima infrazione si rischiavano le mazzate; oggi invece è tutto permesso, i ragazzi hanno “tutto e di più” come si suol dire, nessun genitore nega più le scarpe firmate o lo smartphone – quindi il superfluo, non il necessario – e parimenti nessuno si azzarda più a toccare il figlio con un dito, altrimenti scatta il “Telefono Azzurro” e si rischia perfino di finire in galera.
Allora io dico questo: se veramente il rapporto generazionale è così naufragato oggi perché troppo permissivo, così come era naufragato ai nostri tempi perché troppo severo, come si può individuare un punto di equilibrio che consenta di educare un figlio o una figlia nel migliore dei modi? Fermo restando che la perfezione non esiste e che a caratteri diversi dovrebbero corrispondere trattamenti diversi, si potrebbe però prendere esempio da ciò che ci dicono gli autori antichi, che erano molto più saggi dei pedagogisti e degli psicologi di oggi. Lasciando stare i filosofi, le cui dottrine sono troppo complesse per essere discusse qui, intendo riferirmi al genere letterario della commedia, che nella sua fase più avanzata detta Commedia Nuova in ambiente greco e fabula palliata in quello romano non si pose più soltanto l’obiettivo di divertire gli spettatori e suscitare la loro ilarità, ma anche quello di trasmettere un messaggio culturale che potesse migliorare la vita individuale e familiare di una società che in epoca ellenistica (III-I secolo a.C.) non si interessava più di politica ma rivolgeva la propria attenzione all’ambito della famiglia, vero nucleo formativo dell’intera comunità.
Il maggiore autore greco della Commedia Nuova, Menandro (342-292 a.C.), si occupò diffusamente del problema educativo e del rapporto generazionale in diverse commedie, ma soprattutto nella Samia (“La donna di Samo”). Qui il protagonista, un ricco signore ateniese di nome Demea, ha rinunciato al matrimonio ed ha instaurato una convivenza con una cortigiana, Criside, e per assicurarsi una discendenza ha adottato un trovatello, il giovane Moschione, ch’egli tratta però alla stessa stregua di un figlio naturale. Il rapporto tra padre e figlio è stato sempre improntato a reciproca fiducia ed affetto: il ragazzo rispetta il genitore e ne segue i consigli, ma costui non applica mai la forza e la costrizione nei riguardi del giovane. Anche quando quest’ultimo, offeso per un sospetto che suo padre ha concepito su di lui (che cioè l’abbia tradito con la propria concubina), minaccia di andarsene da casa per fare il soldato mercenario, Demea non lo prega servilmente di restare perché ciò avrebbe annullato la propria dignità, ma neanche lo lascia partire con cinica indifferenza: pronuncia invece un discorso conciliativo in cui ricorda al figlio come il loro rapporto sia sempre stato ottimale, e come non è il caso di rovinare tutto per un malinteso che può essere facilmente sanato. Evita quindi del pari sia la severità eccessiva che l’altrettanto eccessiva arrendevolezza.
Anche in ambito romano un grande poeta della commedia, Terenzio (195-159 a.C.), si è posto il problema educativo in quella che è forse la sua opera più riuscita, gli Adelphoe (“I due fratelli”). Nella trama vi sono appunto due fratelli: il primo, Demea, ha avuto due figli e ne ha dato in adozione uno, Eschino, al fratello Micione, mentre ha tenuto con sé l’altro, Ctesifone. I due ragazzi sono quindi cresciuti in base a due metodi educativi completamente opposti: Ctesifone è stato abituato al lavoro, al dovere e soprattutto è destinato, nel pensiero del padre Demea, a diventare esattamente come lui; Eschino invece, affidato allo zio Micione, ha avuto una vita comoda, gli è stato concesso tutto e passa la sua esistenza tra bagordi e divertimenti vari. Lo svolgersi della commedia, e soprattutto il contestato finale, mostra inequivocabilmente come entrambi questi metodi estremi siano sbagliati: chi è abituato all’eccessiva severità del padre finisce per ingannarlo e agire alle sue spalle, chi invece è abituato ad avere tutto è portato a credere che tutto gli sia permesso e che nessuna legge valga per lui, ed infatti Eschino entra in casa altrui, rapisce a forza una ragazza di cui si era invaghito il fratello e non si rende neanche conto di aver commesso un reato, e piuttosto grave anche. Ma dopo le schermaglie tra i due fratelli, dove ciascuno sostiene il proprio metodo, ciò che risulta alla fine è che entrambi hanno sbagliato, chi per eccesso e chi per difetto. Nell’ultima scena è infatti Demea, che ha capito sia i propri errori che quelli del fratello Micione, a mostrare il volto del vero padre, quando dice ai figli: “Fate pure ciò che volete, io non ve lo impedirò; ma se volete un consiglio, un aiuto in ciò che voi, per la vostra inesperienza, ancora non conoscete o non valutate bene, eccomi qui pronto a darvi il mio supporto.”
E’ evidente che nella società moderna i genitori sono diventati quasi tutti Micioni, anche se c’è ancora qualche Demea sempre più isolato. Ma la via del giusto mezzo è sempre la migliore, a mio giudizio, proprio quella che indica Menandro quando parla del dovere del figlio di ascoltare i consigli del padre ma senza che quest’ultimo imponga con la forza la sua volontà; ed è anche quella che indica Terenzio quando parla del genitore come attento consigliere dei figli, un padre o una madre che debbono diventare un punto di riferimento morale per i giovani ancora inesperti dei casi della vita. Possiamo quindi affermare che la saggezza degli antichi, espressa attraverso opere letterarie immortali, è ancora utile oggi ed in qualche caso addirittura essenziale. Una ragione in più per non dimenticare il nostro passato e per sostenere un principio a cui io ho sempre creduto, quello cioè secondo cui un popolo che non conosce il proprio passato non ha nemmeno un futuro, perché un albero che non prende nutrimento dalle sue radici non potrà mai elevarsi verso il cielo.

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I liceali e il “tormento” della traduzione

Qualche giorno fa, nella mia scuola, io ed i miei colleghi della classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) parlavamo dei risultati deludenti che i liceali di oggi – sia quelli del biennio che quelli del triennio – ottengono nelle traduzioni dal greco e dal latino. Abbiamo convenuto sul fatto che in ogni classe, tolti quei pochi elementi particolarmente inclini a questo tipo di esercizio o dotati di notevoli capacità intuitive, la gran maggioranza degli studenti fa una gran fatica di fronte ad un brano di prosa anche semplice scritto nelle lingue classiche, affannandosi per ore sul vocabolario per produrre poi traduzioni fortemente inesatte ed a volte addirittura disastrose, senza contare la pessima forma italiana in cui vengono redatte.
La situazione descritta sopra non è un’opinione o un caso particolare di qualche scuola, ma un dato di fatto ormai accertato ovunque. Che i giovani di oggi non siano più in grado di interpretare testi latini e greci, a meno che non siano di livello elementare, è cosa nota da anni: già alcuni decenni fa, in effetti, vari studiosi si erano occupati del fenomeno, ed al riguardo ricordo un articolo scritto dall’epigrafista Luigi Moretti dell’Università di Roma, il quale suggeriva ai docenti liceali di smettere di costringere gli studenti a leggere “sbuffando e imprecando” poche centinaia di versi di una tragedia greca; meglio sarebbe stato, a suo giudizio, leggerla per intero in traduzione. Se questa era un’autorevole opinione espressa trent’anni fa, tanto più il problema di pone oggi, quando la moderna tecnologia ha messo a disposizione degli studenti strumenti capaci di accerchiare facilmente gli ostacoli. Ciò cui intendo riferirmi è l’abitudine ormai invalsa di scaricare le traduzioni di latino e greco da internet, dove esistono alcuni siti che riportano, tradotti, tutti i brani di versioni presenti nei vari libri in adozione nei licei. Considerato quindi che i nostri studenti praticamente non si esercitano più nel tradurre, e tenuto conto anche del fatto che i social network (facebook, whatsapp, ask, twitter ecc.) assorbono molto del loro tempo e contribuiscono sensibilmente alla perdita di quelle qualità intuitive e deduttive indispensabili per svolgere un’attività di ragionamento autonomo qual è quella che si richiede per interpretare i testi classici, non rimane altro che pensare a una diversa soluzione del problema. Altrimenti durante i compiti in classe continueremo a vedere i nostri studenti sbuffare e imprecare, sudando freddo, per consegnare poi una traduzione quasi sempre insoddisfacente; oppure, quando ci riescono, tenteranno di copiare la versione con cellulari nascosti durante il compito collegandosi a quei famosi siti che già utilizzano per i compiti a casa. Durante l’esame di Stato poi gli studenti o riescono a copiare con lo smartphone (visto che i presidenti di commissione non esercitano una gran sorveglianza) oppure trovano un professore compiacente, interno ma qualche volta anche esterno, che traduce la versione al posto loro. Sono parole crude, queste, ma è la realtà.
E allora, sic stantibus rebus, come si puù uscire da questo labirinto? E’ inutile, secondo me, continuare a osannare la traduzione dal greco e latino ricordando a ogni piè sospinto il suo valore formativo e considerandola come fosse l’unico obiettivo che gli studenti debbano conseguire: esistono altre conoscenze e competenze, come quelle letterarie e storico-artistiche, che resteranno nella memoria dei giovani, per la loro vita, ben più delle regole grammaticali. Ma soprattutto è assurdo far finta che tutto vada bene e illudersi che gli alunni affrontino da soli brani di Platone o di Tacito quando sappiamo tutti che non è così. E’ giunto il momento in cui qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, e che la questione va affrontata alla radice.
E’ qui appunto che volevo arrivare. In quel dialogo con i colleghi abbiamo avanzato l’ipotesi, che non mi sembra affatto peregrina visto come vanno le cose oggi, di abolire di fatto la traduzione autonoma degli alunni, non assegnando più esercizi di questo genere. Lo studio della lingua, secondo la nostra proposta, dovrebbe continuare nel biennio e nel primo anno del triennio, affinché si conseguano quelle conoscenze che consentano agli studenti di comprendere le peculiarità formali e la dimensione artistica dei grandi testi greci e latini, ma senza che debbano tradurli da soli: l’analisi dei testi classici deve essere condotta dal docente, ed è lui che deve tradurre i passi di Omero, Virgilio, Platone, Tacito ecc. letti in classe, mentre gli studenti dovrebbero entrare nel testo e comprenderne le dinamiche in base agli elementi interpretativi loro forniti dal docente. A ciò dovrebbe aggiungersi uno studio puntuale e approfondito della storia letteraria e dei vari aspetti delle civiltà classiche.
A beneficio dei conservatori, che a leggere queste righe s’indigneranno come non mai nel vedere insidiato il fortino isolato degli studi classici circondato da un fossato di pregiudizi, dentro il quale essi si gongolano in un sogno romantico che è però sempre più lontano dalla vita reale e dalla mentalità dei giovani di oggi, confermo che la proposta prima avanzata non eliminerebbe affatto lo studio linguistico, ma lo riserverebbe ad un’analisi guidata dei testi classici, i cui elementi formali (lingua, stile, ordito retorico ecc.) e sostanziali verrebbero comunque compresi dagli studenti sulla base delle loro conoscenze e con un’opportuna guida del docente. Ciò che chiediamo di abolire è la traduzione autonoma delle cosiddette “versioni”, un esercizio che comunque, lo si voglia o no, non fa più quasi nessuno già adesso. Si tratterebbe quindi del riconoscimento di uno stato di fatto che non è possibile mutare, perché non si può impedire ai ragazzi di scaricare le versioni da internet, né si può pretendere che riescano lodevolmente in un’attività, quella della traduzione dalle lingue antiche, che è ormai diventato un lavoro da esperti filologi e non più realizzabile da ragazzi che non solo non studiano più latino alla scuola media, ma che spesso arrivano ai Licei senza conoscere neanche la sintassi ed il lessico della lingua italiana.
C’è un solo grosso ostacolo alla realizzazione di questo progetto: la seconda prova scritta dell’esame di Stato, che ancor oggi, a distanza di quasi un secolo dalla riforma Gentile, è rimasta tale e quale ad allora, costituita cioè da un brano da tradurre senza che gli studenti abbiano la possibilità di mutare o di scegliere alcunché. Questo è appunto il tasto che bisogna battere e che da anni il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena, tanti altri studiosi e modestamente anche il sottoscritto tentano di premere: la necessità cioè di cambiare questa prassi antiquata della versione unica, considerato anche che negli altri Licei questa prova è stata adattata ai tempi presenti, mentre al Classico siamo rimasti all’epoca di Gentile. So anch’io che la traduzione sarebbe un buon banco di prova per saggiare le capacità intuitive e deduttive dei nostri giovani; ma dato che di fatto essa è diventata un ostacolo insormontabile, è inutile voler insistere a battere la testa nel muro e a fingere ipocritamente di ignorare quella che è la realtà, cioè che gli studenti non traducono più, “si arrangiano” alll’esame copiando, e se non lo fanno vanno incontro ad un colossale fallimento. Quando finalmente il Ministero capirà che “il re è nudo” e si confronterà con la realtà di fatto delle nostre scuole, forse avremo la possibilità, con una prova diversa e non più fondata sulla sola traduzione, di ottenere risultati dignitosi e capaci anche di ridurre quel timore reverenziale che deriva proprio dalla difficoltà rappresentata dalle lingue classiche, un timore che allontana moltissimi giovani dal frequentare il Liceo Classico.

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La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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L’analfabetismo funzionale in Italia

Una recente indagine del settimanale “Espresso” ha messo in luce come in Italia il 28% circa della popolazione, soprattutto le fasce oltre i 55 anni e quelle dai 18 ai 30, sia formata da analfabeti funzionali, persone cioè che sanno leggere, scrivere e compiere elementari operazioni matematiche, ma non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo sintatticamente armonico in italiano corretto, né andare al di là delle tabelline o delle più semplici tra le quattro operazioni matematiche di base. Le diverse fasce di età dei cosiddetti “low skilled” (cioè con scarse abilità) hanno diverse motivazioni. Per i più anziani gioca un ruolo importante la lunga permanenza nel mondo del lavoro, che ha fatto sì che le cognizioni apprese a scuola a suo tempo si siano negli anni ridotte sino a diventare molto scarse; ed in effetti questo fenomeno, che sarebbe preferibile definire “analfabetismo di ritorno”, si può constatare ogni giorno nella vita quotidiana, quando vediamo persone diplomate e laureate, che svolgono con successo professioni di rilievo sociale (medici specialisti, avvocati, ingegneri ecc.) ma che non sanno più quasi nulla di storia, di geografia, di scienze ecc., proprio perché si sono specializzate nel loro ristretto ambito di competenza trascurando tutto il resto. Per la fascia dei giovani, invece, influiscono certamente gli strumenti informatici e l’uso indiscriminato di internet (per risolvere qualsiasi dubbio) e delle calcolatrici automatiche, che hanno atrofizzato la memoria e le capacità logico-intuitive degli individui, ormai abituati a trovare facilmente tutto ciò che cercano senza dover ragionare, intuire o dedurre alcunché. Ovviamente sul fenomeno influisce anche il grado d’istruzione della famiglia di origine e l’abitudine alla lettura, che nel nostro Paese risulta molto bassa rispetto ad altre realtà: molte persone, una volta terminati gli studi, si astengono religiosamente dall’aprire un libro di storia o di scienze (che ricordano loro i sudati anni della scuola), ed in oltre il 50% delle abitazioni si calcola che non vi siano affatto libri, o comunque, nel migliore dei casi, non ve ne siano più di 25.
Il fenomeno è molto preoccupante e scoraggiante soprattutto per noi che siamo docenti e che tentiamo con ogni mezzo di trasmettere cognizioni e abilità che dovrebbero restare immoti per il resto della vita dello studente; ma è un’impresa sempre più difficile, soprattutto perché i nostri giovani, come ho scritto in altri post, apprendono velocemente ma altrettanto rapidamente dimenticano quanto appreso, tanto che spesso, se rivolgiamo alle classi una domanda su argomenti svolti qualche mese prima, otteniamo in cambio un silenzio glaciale. Di questa situazione incresciosa, che è l’antesignana dell’analfabetismo funzionale e di quello di ritorno, io individuo due cause. La prima, come dicevo sopra, è il diffondersi incontrollato della tecnologia e dei mezzi multimediali, che producono sulla mente umana lo stesso effetto che produrrebbe sul corpo un laccio che tenesse legato un braccio per trent’anni: una volta liberato, il braccio non saprebbe più muoversi, e questo appunto accade alla memoria dei nostri giovani, facoltà ormai risecchita e svalutata in tutta la sua rilevanza. La seconda causa è il progressivo deterioramento degli studi nella scuola primaria, dovuto soprattutto alla pedagogia di origine sessantottina che ha eliminato proprio quei contenuti e quegli esercizi che consentivano un apprendimento permanente delle strutture di base dell’italiano e della matematica (temi, riassunti, poesie a memoria, studio della grammatica, calcoli matematici senza calcolatrice ecc.). Si è trattato di un vero e proprio cataclisma, perché se a scuola non si studiano più l’analisi logica e del periodo non si possono apprendere le strutture della lingua che consentiranno poi al’adulto non solo di leggere ma di capire ciò che legge, e non solo di scrivere ma di comporre con proprietà ed eleganza; se non si fanno più temi e riassunti, ma progetti fatui e di scarsa ricaduta sulla cultura degli studenti, non si impara mai a padroneggiare la propria lingua. E a questo riguardo mi riservo di spezzare una lancia anche a favore dello studio delle poesie a memoria, oggi aborrito dai “moderni” pedagogisti, perché l’esercizio mnemonico è utile per tenere in allenamento quella facoltà, oltre al fatto che ricordare, ad esempio, cento versi di Dante può essere anche culturalmente un vantaggio ed un metodo per conoscere il ritmo compositivo, la struttura linguistica ed il significato di quel testo.
L’unico parziale rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare ad una scuola pre-68, come dico io, riproponendo gli esercizi e gli studi che facevamo noi mezzo secolo fa e che ci hanno consentito, sia pur con tutti i limiti, di non diventare analfabeti funzionali. Occorrerebbe poi che tutti coloro che, cessati gli studi, entrano nel mondo del lavoro, conservassero interesse ed amore per la cultura, anziché dedicarsi solo al loro ristretto ambito professionale. Che ci sarebbe di male se medici, avvocati o ingegneri riprendessero in mano, ogni tanto, i libri di latino, di storia, di scienze ecc. e cercassero di non perdere totalmente quel patrimonio di conoscenze che si sono formati negli anni della giovinezza? Se facessimo loro questa domanda risponderebbero che in effetti non ci sarebbe nulla di male; ma ben pochi lo fanno, anche perché il peso della cultura, nel nostro paese, si sta riducendo sempre più. Però gli effetti di questo analfabetismo funzionale e di ritorno si sentono e si vedono: giornalisti della tv che sbagliano ad usare i congiuntivi o anche a pronunciare correttamente le parole, politici che confondono l’Argentina con il Venezuela o che dicono “Romolo e Remolo” o altre perle simili, e via dicendo. Per non parlare delle persone comuni che scrivono sui social come Facebook: c’è da inorridire a constatare non solo come non vi sia alcuna cura dell’ortografia e della punteggiatura, ma come manchi del tutto la capacità di comprendere quanto letto e di conseguenza di argomentare. Mancando questa capacità, molte persone si sfogano attaccando violentemente chi la pensa diversamente da loro ricoprendolo di insulti; ma questi insulti e queste parolacce non derivano soltanto dall’istinto di violenza residente in ciascuno di noi e malamente represso, ma anche dall’ignoranza di chi non sa capire ciò che legge e non sa parlare e scrivere in modo corretto e persuasivo. Così, non avendo altro metodo di esprimersi a motivo del proprio analfabetismo funzionale, si serve dell’insulto e del turpiloquio credendo di esprimere più efficacemente ciò che crede di dover dire.
Una conseguenza lacerante di questa ignoranza così diffusa, di questo analfabetismo, è la facilità con cui le persone credono a determinate idee propagate via internet o tv e vi aderiscono senza ragionarvi sopra, proprio perché non hanno la capacità di ragionare. Così, quando si avvicinano le elezioni politiche, partiti e uomini politici fanno a gara a trovare gli slogan più rozzi e più beceri, perché sono quelli che più fanno presa sulla massa di ignoranti che s’ingrossa ogni anno di più. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se sia legittimo concedere a tutti il diritto di voto e se sia giusto che i voti contino tutti ugualmente, senza riguardo alla cultura e all’effettiva coscienza politica dei votanti. Ma questo è un altro argomento, che mi porterebbe lontano; perciò preferisco fermarmi qui.

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Perché i nostri giovani emigrano

Nell’ultimo fine settimana ho compiuto un breve viaggio a Londra per andare a visitare mia figlia che lavora là, ed ho avuto occasione di constatare come la visione del mondo inglese sia molto diversa dalla nostra ed abbia rispetto ad essa aspetti positivi e aspetti negativi. Mi riferirò in questo post al solo ambito lavorativo, proprio perché i nostri giovani – purtroppo, dico io – dopo essersi formati nelle scuole ed università italiane, non riescono qui da noi a trovare una stabile collocazione e sono costretti ad emigrare all’estero. Si forma così la più singolare contraddizione dei nostri tempi: cioè che l’Italia accoglie immigrati, rifugiati e profughi che non hanno cultura né professione e permette invece che i suoi giovani diplomati e laureati vadano ad arricchire le economie straniere. Quindi noi produciamo conoscenze e competenze che poi ci lasciamo sfuggire, mentre importiamo ignoranza e purtroppo anche criminalità.
Parlando con mia figlia e con una sua amica che lavora anch’essa a Londra da qualche anno, sono venuto a conoscenza di quelli che sono i vantaggi che inducono i nostri ragazzi a recarsi nella grande metropoli britannica. Anzitutto (e questo non lo possiamo negare) essa offre molte più opportunità di lavoro di quanto non faccia l’Italia, e con stipendi migliori: basta che un giovane arrivi a Londra e sia disposto ad iniziare facendo il lavapiatti in un ristorante e già guadagna uno stipendio almeno doppio di quello che riceverebbe in Italia per lo stesso lavoro. Inoltre vi è la possibilità di far carriera e migliorare la propria condizione molto più che da noi: se una persona è abile e volonterosa e dimostra di saper fare bene il proprio lavoro, avere idee innovative ecc., già dopo pochi mesi va a svolgere mansioni più qualificate e meglio pagate, senza dover aspettare che chi è sopra di lui si licenzi o vada in pensione. A detta dei nostri giovani che lavorano a Londra, quello che è più vantaggioso non è tanto la facilità con cui si riesce a trovare lavoro, quanto il fatto che lì conta davvero la meritocrazia: chi dimostra di avere delle qualità viene gratificato con promozioni veloci e altrettanto veloci aumenti di stipendio. La carriera dipende quindi dalle capacità individuali, non dalla pura e semplice anzianità di servizio, o peggio da conoscenze e raccomandazioni; anzi, a detta dei nostri ragazzi, lì questi mali italiani sono del tutto sconosciuti, così come è inconcepibile la volontà del dipendente di ingannare il datore di lavoro fingendosi malato o usando qualsiasi altro espediente. Se un dipendente invia un certificato medico, nessuno sospetta che sia falso, perché questo concetto è del tutto alieno alla mentalità inglese. Su questo punto, tuttavia, io ho le mie perplessità, perché sono convinto che la società perfetta non esista da nessuna parte, e che il presentare certificati fasulli o timbrare il cartellino e poi andare al mare non siano mali soltanto italiani, perché la persona umana ha i medesimi difetti e le medesime debolezze in ogni parte del mondo.
Va poi precisato che la condizione dei lavoratori stranieri in Inghilterra non è così rosea come sembra, per diversi motivi. E’ vero che il lavoro si trova più facilmente e si guadagna di più, ma bisogna tener conto anche del rovescio della medaglia, che non è di poco conto. Anzitutto il costo della vita in Gran Bretagna è molto più alto che da noi, per cui uno stipendio di 1400 sterline (circa 1500 euro) lì equivale a poco più di mille euro in Italia, visto il costo proibitivo degli affitti, dei trasporti e dei generi stessi di prima necessità. Inoltre c’è da dire che le condizioni di lavoro sono molto più dure che da noi: il lavoratore firma un contratto che lo obbliga a prestazioni spesso pesanti e al di là di ogni ragionevole resistenza umana, visto che ci sono turni, negli alberghi e nei ristoranti, che si prolungano fino a 14 ed anche 16 ore giornaliere, grazie ai quali i malcapitati che vi si ritrovano arrivano a fine turno stremati, e questo significa non avere alcun rispetto della dignità umana. Il lavoratore soggetto ad un “manager”, oltretutto, deve stare ben attento a quel che fa o che dice, perché non esiste alcuna garanzia a suo favore ed il datore di lavoro può licenziarlo a suo piacimento e senza neanche dover spiegare il provvedimento, con un solo preavviso di quindici giorni. Con la stessa facilità con cui si trova lavoro si può anche perderlo dopo mesi ed anche anni, magari soltanto per una frase non gradita al “capo” o per un ritardo di qualche minuto. Queste a me sembrano condizioni lavorative inaccettabili, una nuova forma di schiavismo, che giustamente in Italia non abbiamo più: il lavoratore deve sì impegnarsi per la sua azienda e svolgere i propri doveri, ma mantiene anche diritti inalienabili che invece, in Gran Bretagna, non vengono riconosciuti. Adesso poi, con l’uscita del paese dalla comunità europea, le cose andranno ancor peggio per chi dall’Italia e da altre nazioni vorrà andare a lavorare in Inghilterra, che accentuerà lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e ne limiterà il numero a suo piacimento.
Tutto sommato debbo dire che, al di là dell’entusiasmo che i nostri giovani mostrano nel voler viaggiare, fare esperienze lavorative e di altro tipo in tutta Europa ed anche al di fuori di essa, e nonostante la globalizzazione e questo neo-stoicismo che fa sì che i nostri ragazzi si sentano ormai cittadini del mondo, a me dispiace che questo accada, e per due ragioni. La prima è squisitamente personale e riguarda mia figlia, che dopo una laurea brillantemente ottenuta in Italia ha deciso contro la mia volontà di andare a vivere e lavorare a Londra: l’affetto di un padre – e chi lo è lo comprenderà certamente – avrebbe voluto averla vicina e soffre per questo distacco che trova ingiustificato. La seconda ragione, che in certo senso è ancor più pressante, è un argomento a carattere generale, e cioè che trovo assurdo e deleterio il fatto che il nostro Paese, come Stato e come famiglia, abbia speso tanto (in termini economici ma non solo) per allevare ed istruire i suoi giovani e poi non sia capace di dare loro un lavoro ed in pratica li costringa ad emigrare all’estero. E mi dispiace sia per il cameriere che per il ricercatore universitario, in quanto la loro opera sarebbe necessaria all’Italia ed invece viene prestata per il godimento altrui, per paesi che li pagano bene sì ma li sfruttano e utilizzano le loro competenze per il proprio vantaggio. Siccome io sono sempre stato nazionalista e non credo nella globalizzazione e neanche in questa Europa che è utile solo ai paesi ricchi e non al nostro, vedo tutto ciò come un male, non come un bene. So di avere idee arretrate e di rimpiangere un mondo che non esiste più, ma il cambiamento del costume e della mentalità generale è stato così rapido che non sono riuscito ad adeguarmici, né credo ormai di poterlo più fare. Negli ultimi 30 anni è cambiato tutto, dalla concezione della famiglia a quella del lavoro e della stessa appartenenza ad un determinato paese o gruppo sociale, più di quanto non sia accaduto nei tre secoli precedenti. Per molti giovani (non per tutti) è facile adattarsi a questa nuova visione del mondo, ma per chi appartiene alle precedenti generazioni tutto ciò è un enigma senza soluzione.

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La presenza del latino nei nostri Licei

Per parte mia ho sempre sostenuto che il latino, inteso come studio sia della lingua che della storia letteraria corredata dalla lettura diretta dei classici, è una materia altamente formativa, sia perché la nostra cultura italiana ha in gran parte origine da quella degli antichi Romani sia per il fatto che tale studio sviluppa le capacità intellettive e critiche dell’individuo; di questo sono stato e sono fermamente convinto, tanto che qualche volta, con buona pace di chi la pensa diversamente, mi sono anche spinto a dire – forse esagerando – che i corsi liceali dove manca il latino non sono da considerarsi veri licei ma piuttosto istituti tecnici camuffati sotto falso nome.
Senza rientrare qui nel secolare problema dell'”utilità” del latino (e del greco per quanto riguarda il Liceo Classico), un concetto per il quale rimando al bellissimo libro di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, ed. Bompiani, su cui ho scritto un post su questo blog un paio di anni fa, vorrei adesso posare lo sguardo sullo stato reale in cui si trova questa disciplina nei licei italiani, dove evidentemente qualcosa non va sotto questo profilo. Al Liceo Scientifico, dopo le proteste dei tecnocrati che lamentavano il fatto che in quella scuola il latino avesse addirittura più spazio della matematica (orrore!), è intervenuta la malfamata riforma Gelmini a tagliare drasticamente le ore settimanali dedicate alla materia: da 4/5 nel biennio e 4/3 nel triennio si è passati a 3 ore settimanali in tutto il quinquennio, lasciando però inalterati i programmi. Si è voluto così, come si dice in Toscana, “fare le nozze con i fichi secchi”, sottoponendo docenti ed alunni ad una maggior fatica per poi ottenere risultati inferiori, perché è evidente che ciò che si faceva in cinque ore non lo si può fare in tre; l’esito dell’operazione è stato un forte abbassamento del livello culturale raggiunto dagli studenti, benché in molti Licei Scientifici (tra cui quello della mia città) i docenti abbiano continuato a lavorare seriamente e con grande professionalità. La perdita comunque c’è stata, non lo si può negare; e questo, cari signori sostentori della scienza e della tecnica, non avvantaggia certamente i ragazzi di quel Liceo, che si vedono parzialmente privati di una fonte di cultura che era fondamentale nella loro formazione e che li aiutava a ragionare autonomamente e criticamente. Ancora peggiore è la situazione nei licei Linguistico e delle Scienze Umane, dove le ore dedicate al latino sono talmente esigue da non consentire uno studio serio della materia, a prescindere dal valore didattico e culturale dei docenti. Al Linguistico addirittura il latino è presente solo nei primi due anni di corso, con due ore settimanali: in queste condizioni credo che neanche Cicerone in persona sarebbe capace di insegnare in qualche modo la sua lingua e la sua letteratura.
Nella fattispecie quindi, ad eccezione del Classico, negli altri Licei lo studio del latino è diventato poco più di una pura formalità, che lascia poco o nulla nel bagaglio culturale degli studenti dopo i cinque anni di corso. Allora io lancio una proposta, che non è nuova ma che non tutti conoscono e che spesso anche chi conosce dimentica: piuttosto che tormentare i ragazzi con la grammatica e la sintassi, di cui poi non rimane nulla, non sarebbe meglio abolire del tutto lo studio linguistico del latino, riservandolo soltanto al Classico? Piuttosto che fare poco e male, con alunni che dopo anni di corso non conoscono ancora le declinazioni nominali e le coniugazioni verbali, non potremmo trasformare la materia da “Lingua e cultura latina” in “Cultura classica”? Mi spiego. Potrebbe essere introdotto in tutti i corsi liceali un insegnamento di letteratura e civilizzazione greca e latina che preveda la conoscenza degli autori principali (anche con opportuni confronti con i poeti e gli scrittori moderni), letti però non in lingua ma in traduzione. Oggi esistono in commercio ottime traduzioni di tutti i principali autori antichi, alle quali si potrebbe ricorrere per far conoscere direttamente le loro opere agli studenti, i quali li leggerebbero in italiano e potrebbero quindi comprenderli senza scervellarsi con il vocabolario per tradurre, in modo osceno ed imprecando, dei pezzettini isolati di prosa. I testi tradotti potrebbero essere contenuti in manuali di storia letteraria che introducano le varie epoche storico-letterarie ed illustrino il pensiero ed il valore letterario de singoli autori. Del resto, non è forse vero che tutti noi utilizziamo le traduzioni quando vogliamo leggere un’opera scritta in una lingua che non conosciamo? Io, ad esempio, sono un appassionato di letteratura russa, ho letto tutto Dostoevskij tanto per fare un esempio, eppure non conosco una parola di russo. Perché non si può fare lo stesso con gli autori antichi, estendendo la conoscenza di essi anche al mondo greco e dando così anche ai ragazzi che non scelgono il Liceo Classico la possibilità di conoscere i grandi testi del mondo antico che hanno fortemente influenzato e formato la nostra cultura moderna? A questo riguardo è inutile che mi si dica che gli autori classici (specie i poeti) vanno letti nella loro lingua per essere veramente compresi. E’ vero, ma se ragioniamo così noi limitiamo la conoscenza di quel mondo ai pochi, pochissimi filologi che sanno orientarsi bene nelle lingue antiche, cosa che attualmente non riesce bene neanche agli studenti del Classico. E’ da ipocriti far finta di non sapere che oggi gli studenti di tutti i Licei dove c’è il latino non traducono più da soli ma scaricano le versioni già tradotte da internet; diventa quindi una farsa inutile pretendere quello che non è più possibile. E se al Classico deve giustamente restare lo studio linguistico e debbono essere tenacemente ostacolate le copiature, esso potrebbe tranquillamente essere abolito negli altri corsi, dove ormai è diventato una formalità senza valore. E’ arrivato il momento, secondo me, di avvicinare gli studenti di quei Licei al mondo classico in altra maniera, utilizzando testi tradotti ed illustrati dai manuali e dai docenti. Sono certo che a quegli alunni resterebbe molto più latino di quanto non ne resti oggi, quando ormai è diventato una Cenerentola, una materia trascurata e spesso inutile.

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Le tre “perle” del ministro Fedeli

Non mi è mai capitato, finora, di esprimere giudizi sull’attuale ministro dell’istruzione, la senatrice Valeria Fedeli. Ho letto su di lei commenti negativi soprattutto dal punto di vista personale, dato che in molti le hanno rinfacciato il fatto di non essere laureata: ed anche a me pare strano che un ministro dell’istruzione e dell’università manchi di questo titolo, ma lo ritengo comunque il male minore, considerato che le decisioni prese in ambito scuola dipendono anche da altri Ministeri (vedi quello dell’Economia soprattutto) ed anche perché, se ci fosse il buon senso e la volontà di far bene, forse lo si potrebbe fare anche senza laurea. Ultimamente però le esternazioni del ministro (io continuo ad usare il termine al maschile, l’unico corretto secondo la lingua italiana, anche perché “ministra” fa pensare alla minestra) sono state numerose ed anche inopportune: ne citerò una sola, quando cioè ha detto che gli insegnanti dovrebbero avere uno stipendio doppio di quello che hanno. A nulla servono le buone parole se non c’è la possibilità di realizzare quanto si dice; dire una cosa simile e poi non farne di nulla lascia a noi docenti la sottile sensazione di essere presi in giro, sensazione che del resto abbiamo provato tante altre volte in questi ultimi anni. Da noi si pretende sempre di più e ci si concede sempre di meno, almeno dal lato economico. Ma lasciamo perdere questo problema, perché non è questo l’argomento che mi prometto di trattare in questo post, dedicato invece a tre proposte sulla scuola superiore che mi sembrano allucinanti. Forse la loro paternità risale a funzionari o pedagogisti della peggiore specie che vogliono mettere le mani sull’istruzione senza intendersene né punto né poco; sta di fatto però che il ministro le ha approvate ed anche lanciate attraverso la stampa ed i social.
La prima è la famigerata idea di ridurre la scuola secondaria superiore a quattro anni in luogo degli attuali cinque. A me una proposta del genere pare un’idiozia vera e propria: se i docenti universitari si lamentano della preparazione dei nostri studenti in italiano, matematica, lingue straniere ecc., preparazione che deriva da un percorso di studi di cinque anni, come può una mente sana pensare che in quattro anni si potrebbe fare di meglio? Io me lo chiedo, perché trovo la cosa talmente assurda da non dover neanche essere presa in considerazione. Per fare un paragone, una decisione in tal senso sarebbe simile a quella di chi pretendesse di costringere un treno che accumula sempre ritardo non solo ad annullarlo, ma ad arrivare a destinazione un’ora prima; oppure quella di chedere all’autore di un libro scientifico, che a fatica riesce a trasmettere il suo contenuto in trecento pagine, di contenere le stesse cose in duecento. Chiaramente tutto peggiorerebbe vistosamente: se non bastano cinque anni per formare bene i nostri giovani, come si può pensare di ottenere risultati migliori togliendo un anno? Caso mai ne andrebbe aggiunto uno, non tolto. E poi un provvedimento del genere non avrebbe alcun vantaggio pratico. A cosa servirebbe uscire da scuola un anno prima? Sarebbe utile se non esistesse il problema della disoccupazione e tutti i giovani, dopo il diploma o la laurea, trovassero immediatamente lavoro; ma siccome così non è, l’unico risultato che si otterrebbe è quello di aumentare la disoccupazione già intollerabile oggi con il percorso quinquennale. Mi si viene a dire che in altri paesi d’Europa il diploma si prende a 18 anni; ma, a parte il fatto che sono molti e forse di più quelli dove si prende a 19, perché dobbiamo sempre scimmiottare gli stranieri? Consideriamo poi che il livello culturale dei diplomati francesi, inglesi, tedeschi o altri è molto inferiore a quello dei nostri studenti; all’estero si specializzano in due o tre materie e non sanno nulla delle altre, e si diplomano per lo più con i test a crocette, un metodo nozionistico che non evidenzia nessuna qualità apprenditiva ed espositiva degli studenti. Il ministro ed i suoi funzionari dicano piuttosto la verità: che cioè l’eliminazione di un anno di studi servirebbe allo Stato per risparmiare soldi (si perderebbero circa il 20% delle cattedre) e per fare dei giovani dei perfetti soldatini che non sanno ragionare con la propria testa e sono proni, come tanti piccoli computer, ad obbedire ai diktat dei grandi poteri economici e del “politically correct”.
La seconda proposta, legata alla prima, è quella di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, anche qui scimmiottando altri paesi europei. Se realizzata, questa sarebbe una rovina totale delle nostre scuole, sempre più infestate da persone che vengono a scaldare il banco e non hanno alcun interesse per lo studio né per altro che non sia giocare con il telefonino e disturbare le lezioni impedendo anche ai volenterosi di apprendere. Perché, dico io, costringere chi non è portato allo studio, chi non ha interesse per la cultura, a stare a scuola per forza? E’ una violenza vera e propria ed un inutile tormento per chi starebbe meglio in un’officina o nei campi, dove il suo apporto al bene pubblico sarebbe certamente maggiore. Dove è scritto che tutti debbono diplomarsi e laurearsi? Ci sono persone molto intelligenti e sensibili, magari capaci di svolgere bene un qualunque lavoro artigianale o commerciale, che però non hanno alcun desiderio di studiare né alcun interesse. Prché obbligarli? In vista di quale vantaggio? Io, per parte mia, limiterei l’obbligo alla terza media, com’era molti anni fa; ottenuta la licenza media, poi, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente se proseguire negli studi (ed in tal caso andrebbe incoraggiato ed aiutato, come prescrive la nostra Costituzione) oppure se entrare immediatemente nel mondo del lavoro. Ad un paese non servono solo medici, ingegneri e avvocati, ma anche operai, artigiani, idraulici ecc.
La terza proposta, la più sconvolgente e demenziale di sempre, è quella di permettere agli studenti l’uso degli smartphone in classe, un’idiozia che non si potrebbe trovare neanche nei film di Stanlio e Ollio, se i cellulari fossero esistiti ai loro tempi. A parte il fatto che la fiducia ministeriale negli strumenti digitali è assurda ed eccessiva in ogni caso, perché smartphone, tablet, lim ecc. sono solo mezzi accessori, non possono sostituire il cervello umano: se uno studente è incapace e svogliato, tale rimane anche con questi aggeggi elettronici, non diventa certo un genio grazie ad essi. La cosa più evidente, comunque, e che tutti sanno né alcuno può negare, è che permettere agli studenti di usare lo smartphone in classe significa perdere completamente la loro attenzione (già scarsa prima) e la loro partecipazione alle lezioni, perché, mentre farebbero finta di seguire la lezione con lo strumento elettronico, in realtà si trastullerebbero, come fanno purtroppo già adesso nelle ore libere dalla scuola, girovagando su whatsapp su facebook, su twitter, ask e altre amenità del genere. Veramente il ministro ed i suoi collaboratori credono che i nostri ragazzi, nativi digitali e capaci di perdere quasi tutto il loro tempo in questi trastulli, ad un tratto diventerebbero tutti seri e diligenti ed userebbero il telefonino per andare sui siti didattici? Chi pensa una cosa simile o è sciocco del tutto o è comunque ingenuo, e probabilmente non ha mai messo piede in una scuola. La realtà è ben diversa: l’uso degli smartphone da parte degli studenti è una vera e propria catastrofe anche quando non lo usano nelle ore scolastiche, perché perdono sui social molto tempo che viene sottratto allo studio ed anche perché copiano sistematicamente la traduzione delle versioni di latino e di greco (e questo è un punto dolente di cui dovrebbe occuuparsi chi di dovere). Permettere loro di usarlo anche durante le lezioni significa distruggere quel poco di autentico e non virtuale che ancora c’è rimasto nella vita dei giovani, annullare tutti i nostri sforzi per far ragionare i ragazzi autonomamente e per distrarli, almeno un po’, da questo mondo falso in cui spesso vivono. Perciò io dico fin da ora che, per quanto mi rimane da stare a scuola, non obbedirò mai ad una decisione del genere, e nelle mie ore lo smartphone continuerà ad essere assolutamente proibito. Se avrò problemi per questo, li affronterò come ho fatto sempre nella mia vita, perché ritengo che l’obbedienza non sia sempre una virtù, specie quando gli ordini sono idioti e pericolosi.

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I “social” veicolo di inciviltà

Nel post precedente ho parlato della maleducazione così diffusa oggi in ogni ambito della vita sociale. Adesso invece vorrei soffermarmi su un’abitudine che si è diffusa rapidamente con l’affermarsi dei “social network” come Facebook, e che è qualcosa di più della cafoneria e della maleducazione: è vera e propria inciviltà, diretta manifestazione di quella violenza che ciascuno di noi porta dentro di sé e che scatena senza freno allorché crede, stando dietro a una tastiera, di essere protetto dall’anonimato. Per rendersene conto basta essere iscritti a Facebook e osservare (anche senza parteciparvi direttamente) una discussione su qualunque argomento: qui il dissenso e la diversità di opinione non si esprimono, se non raramente, in modo pacato e tollerante, ma con rabbia, violenza, insulti gratuiti della peggiore specie, espressi fra l’altro senza conoscere affatto l’interlocutore ma giudicandolo sommariamente dalle poche parole scritte sul social, talvolta anche male interpretate. Basta esprimere una qualunque opinione per essere sommersi da insulti, volgarità, minacce e quant’altro, il che indica certamente che l’intolleranza, la violenza e l’inciviltà dei nostri connazionali è molto maggiore di quanto si potrebbe credere. E’ una situazione disgustosa, che provoca molta tristezza e fa venire voglia di togliere la propria iscrizione ai social, visto che ormai sono diventati un’arena da gladiatori senza esclusione di colpi e senza alcun controllo da parte delle Autorità. Questi vigliacchi che insultano gratuitamente gli altri sui social commettono veri e propri reati, quelli di ingiurie e di diffamazione, aggravate dall’uso del mezzo stampa (perché tale è appunto la rete internet). Molti di loro non si rendono nemmeno conto della gravità del loro comportamento; altri invece, pur sapendolo, continuano indisturbati perché credono di non poter essere scoperti. In realtà non è così, la Polizia Postale può benissimo identificare il computer o altro strumento elettronico da cui le frasi incriminate sono partire, ma in pratica non lo fa, sia perché di indagini di questo tipo dovrebbe svolgerne a migliaia, sia perché per perseguire questi reati occorre una denuncia della parte lesa, e quasi nessuno si prende la briga di mettersi nelle pastoie giudiziarie solo per rivalersi su qualche idiota che si diverte ad insultare gratuitamente gli altri.
Purtroppo questa è la situazione, la violenza verbale dei “leoni da tastiera” prosegue indisturbata e neanche i moderatori dei vari social fanno nulla per eliminarla. Ne restano colpiti anche personaggi politici di primo piano: di recente la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, ha annunciato di voler denunciare chi la insulta sui social, e a mio giudizio ha tutto il diritto di farlo, perché il dissenso che questa persona ha provocato con le sue esternazioni, pur essendo legittimo, si deve esprimere civilmente e non con insulti volgari e irripetibili che solo degli stupidi vigliacchi possono concepire. Lo dico con piena convinzione perché, pur essendo fermamente contrario alle posizioni assunte dalla Boldrini sulle donne, sugli immigrati ecc., non mi permetterei mai d’insultarla; e non solo perché è la terza carica dello Stato, ma anche perché è una persona e una donna, e come tale va rispettata come chiunque altro. L’insulto, la volgarità, la diffamazione dell’avversario dimostrano soltanto l’inciviltà e la stupidità di chi li usa, ricadono addosso a loro come un boomerang.
Quel che dispiace più di tutto è il dover constatare che nel nostro Paese vi è un gran numero di trogloditi e di incivili che, nella loro ignoranza, non sanno argomentare nulla e ricorrono all’insulto perché non hanno null’altro da dire per controbattere il pensiero altrui. E’ successo anche a me di essere insultato su Facebook per certe mie posizioni espresse in modo deciso ma pacato, senza offendere nessuno. Poiché mi sono azzardato a dire che questa invasione di immigrati deve essere arginata perché l’Italia ha già molti problemi e non può accollarsi il mantenimento di centinaia di migliaia di stranieri, sono stato attaccato in modo meschino e volgare da certi “buonisti” che, evidentemente, sono così generosi verso gli immigrati quanto egoisti e intolleranti verso i propri connazionali che non la pensano come loro. Tra gli insulti che mi sono stati rivolti ne spiccano in particolare due: “razzista” e “fascista”. Al proposito vorrei dimostrare come l’ignoranza e la pochezza mentale di queste persone le induce ad usare questi termini senza neanche conoscere il loro vero significato. La parola “razzista” designa propriamente colui che, pregiudizialmente, ritiene che la propria razza o ceppo etnico sia superiore alle altre, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler; ma chi si oppone a questa incontrollata invasione di immigrati non lo fa per questo motivo, cioè perché pensa che la propria razza sia superiore a quella degli africani o dei siriani che arrivano sui barconi, ma perché sa che il nostro Paese ha già molti problemi economici, che tanti italiani vivono sotto la soglia di povertà o con pensioni da fame, e pensa che sia giusto provvedere prima a loro che agli stranieri, come fanno tutti gli altri paesi civili; altrimenti dovremmo pensare che la Svizzera, l’Austria, la Francia ecc. siano in toto nazioni razziste, il che francamente non mi sembra sostenibile. Anche il secondo aggettivo, quello di “fascista”, gettato come un marchio infamante contro chi si oppone al pensiero comune, è impiegato in modo del tutto improprio. Se infatti con questo termine si vuole indicare un sostenitore del regime fondato da Benito Mussolini al potere in Italia dal 1922 al 1943, si commette una vera e propria idiozia, perché quel regime è finito più di 70 anni fa e appartiene ormai alla storia passata: quindi dare del “fascista” a qualcuno è assurdo, come sarebbe assurdo dire a qualcuno che è carbonaro, giacobino o lanzichenecco. Se invece si usa la parola “fascista” in senso lato, come sinonimo di “intollerante, violento, prevaricatore”, allora i veri fascisti sono proprio loro, quelli che insultano gli altri perché non condividono le loro idee. Non c’è nulla di più fascista dell’atteggiamento di colui che, sotto la maschera del buonista, dell’accogliente, dell’altruista, infama gli altri e vuol impedire loro di esprimere le proprie idee. Purtroppo questo atteggiamento prevaricatore non è diffuso solo nei social, dove ogni ignorante e troglodita qualsiasi può scrivere, ma ha esempi anche dall’alto, da quella politica che sostiene provvedimenti volti a conculcare la libertà di opinione. Se l’esempio è questo, non possiamo condannare più di tanto i “leoni da tastiera”, ma solo compatirli per la loro imbecillità.

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Il trionfo della maleducazione

Un servizio televisivo di qualche giorno fa si intitolava, in modo opportuno secondo me, “Estate cafona”, proprio perché il periodo estivo, quello cioè che vede accentuarsi più di altri i contatti umani, è anche quello in cui si può meglio valutare il grado di maleducazione dei nostri simili. Vi è però anche chi esercita degnamente la propria cafoneria per tutto l’anno, e perciò suddividero’ questo post in due parti: la prima riguarda i comportamenti molesti tipicamente estivi, la seconda quelli perpetui e continuati, da cui non si riesce mai a liberarsi.
Poiché d’estate si va spesso al mare, non si può prescindere dai comportamenti maleducati in spiaggia: ci sono quelli che accendono la radio a tutto volume accanto agli ombrelloni altrui, provocando molto fastidio; ci sono gli scioccherelli che giocano ai racchettoni (gioco senza senso, ripetitivo e assurdo) o a calcio gettando la palla addosso ai vicini; quelli che ti schizzano senza riguardo magari mentre giocano tra loro, quando tenti di entrare lentamente nell’acqua fredda; quelli che ti salgono con i piedi sabbiosi sull’asciugamano; quelli che portano il cane in spiaggia (e sarebbe proibito) e la bestiola, dopo aver fatto il bagno, viene a scuotersi proprio sulla tua schiena, e via dicendo. Ed inoltre, fatto che può accadere sempre ma che in estate è molto più frequente, ci sono i giovani (boys and girls) che ti passano sotto le finestre della camera da letto alle due di notte in macchina con lo stereo “a palla” come dicono loro, quando oltretutto, a causa del caldo soffocante, sei costretto a tenere le finestre aperte.
Gli esempi non finirebbero qui, ma per far breve la storia passiamo alla maleducazione a tempo pieno, quella che dobbiamo sopportare tutto l’anno. Gli esempi sono svariatissimi, pertanto mi limiterò a ricordarne alcuni, quelli che danno più fastidio al sottoscritto. Per mia fortuna io non abito in condominio, ma vi ho abitato a lungo e so che l’incivilta’ di certe persone raggiunge livelli inimmaginabili: c’è chi fa sgocciolare l’acqua dei vasi da fiori sui panni stesi dell’inquilino sottostante, chi tiene radio e televisione ad altissimo volume infischiandosene dei vicini, chi tiene cani che abbaiano tutta la notte e disturbano il sonno degli altri condomini ecc. Quando abitavo in condominio stavo per diventare pazzo, e credo che le liti che sorgono tra vicini, che sono molte, sono però ancora poche perché c’è chi sopporta pazientemente la maleducazione altrui, altrimenti sarebbero molte di più.
Non parliamo della cafoneria di certi automobilisti o altri utenti della strada, che si spinge fino al rischio di provocare incidenti: idioti (perché tali sono) che usano il cellulare mentre guidano, magari andando a 20 all’ora e formando dietro sé una lunga fila; altri cafoni che svoltano senza mettere la freccia, rischiando di scontrarsi con il mezzo che li sta sorpassando; altri che entrano improvvisamente da stradine laterali senza dare la precedenza ecc. Ci sarebbe da scrivere per ore.
Concludo questo pamphlet sulla maleducazione con due abitudini di molte persone che a me personalmente danno un emorme fastidio, anche perché segno di grave mancanza di rispetto per il prossimo. La prima è quella di coloro che parlano a voce alta al cellulare costringendo gli astanti, ai quali non importa nulla, a venire a sapere tutti i loro fatti personali; e ciò avviene ovunque, al supermercato, in treno, per strada, nell’ambulatorio del medico ecc. Per me che odio i cellulari in generale questa pratica è veramente insopportabile, tanto che spesso, se mi trovo in presenza di questi villanzoni, mi alzo e me ne vado. La seconda abitudine cafona che molti hanno, e che ho accennato anche altrove, è quella di dare del tu a tutti, anche alle persone molto più anziane: si sentono dappertutto giovani per strada, commessi e commesse nei negozi, impiegati pubblici ecc. che si permettono di usare questa forma confidenziale a sproposito, quando l’educazione e la cortesia vogliono che si usi sempre il lei quando non si conosce una persona; io lo faccio anche con chi è molto piu giovane di me, ma purtroppo molti non lo fanno, ed a ciò ha contribuito anche la diffusione di internet che, si sa, è anarchico e “democratico”, ma nella vita reale dare del tu a chi non conosciamo o a persone più anziane è da veri buzzurri, come direbbero a Roma e dintorni. A me, figuriamoci, stona anche il “tu” tra colleghi a scuola, quando ad usarlo è magari un supplente giovane, che fino a pochi anni prima era studente, nei confronti dei colleghi più anziani.
La maleducazione, la cafoneria, il meneghismo nei confronti delle leggi e delle norme di civile convivenza impera nel nostro Paese, e gli stranieri lo sanno benissimo, visto che a casa loro rispettano tutte le regole scrupolosamente e poi, quando vengono in Italia come turisti, si comportano come gli Unni di Attila. Ormai questi atteggiamenti sono nel dna di molti italiani, a cui è stato fatto credere, dal libertarismo diffuso da una certa politica e da una certa televisione, che ognuno possa fare quel che vuole senza rispettare nessuno tranne il proprio egoismo. L’unico rimedio, a mio giudizio, sarebbe quello di aumentare i controlli ed inasprire le pene, specie quelle pecuniarie, poiche’ si sa che certa gente si redime solo con le cattive maniere, e specialmente quando viene toccata nel portafogli. Ma purtroppo a questo andazzo si è fatto il callo e chi dovrebbe far rispettare la legge è spesso il primo a trasgredirla o comunque, nel migliore dei casi, ritiene che non ci sia nulla da fare e che il problema sia irrisolvibile. Temo perciò che dobbiamo rassegnarci a subire la maleducazione altrui, magari reagendo quando non ne possiamo più. Io l’ho fatto spesso, anche perché porgere l’altra guancia non fa proprio parte del mio carattere.

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Narrativa attuale al femminile: sempre peggio!

In questi giorni di un’estate afosa come mai si era verificato prima (abbiamo raggiunto e superato i 40 gradi!) la mente non riesce a concentrarsi abbastanza e ad affrontare problemi impegnativi; per parte mia, ho deciso come tutti gli anni di non parlare di scuola in questo periodo ma dedicarmi ad altri argomenti, in quei pochi articoli che pubblicherò sul blog in questo mese di agosto. Di spunti ce ne sarebbero diversi: la politica e le sue contraddizioni degli ultimi tempi, le vacanze ed il modo di gestirle, il comportamento delle persone, che d’estate diventa più disinvolto e maleducato che mai. Un argomento particolare, che da sempre mi interessa e su cui ho scritto molto, sono le recensioni ad opere letterarie che ho letto di recente; ma con questo caldo diventa difficile, per me che leggo solo classici, concentrarsi su tutti gli aspetti importanti di un romanzo o una raccolta poetica. Attualmente, comunque, sto rileggendo la grande raccolta delle novelle di Pirandello, un autore che amo particolarmente perché a mio giudizio ha messo a nudo la vera natura dell’uomo; ma di questo parlerò in seguito, magari in un periodo più tranquillo e meno rovente di quello attuale. In questo post intendo invece ritornare brevemente sul problema della narrativa contemporanea, un vero concentrato di orrori che dimostra inequivocabilmente come l’arte, la vera arte letteraria, sia finita per sempre. I cosiddetti “scrittori” di oggi, secondo me, non meritano di essere ricordati neanche un giorno dopo la loro scomparsa, né di essere antologizzati o compresi in nessun manuale di storia letteraria, anzi nemmeno in un giornaletto parrocchiale.
Che la narrativa attuale fosse disastrosa e priva di ogni valore artistico l’avevo già detto su questo blog, dove da tempo sostengo la morte definitiva di tutte le arti in questa nostra sciagurata civiltà ipertecnologica; ma adesso voglio aggiungere un’osservazione particolare sui romanzi ed i racconti scritti da donne, che oggi vanno per la maggiore tanto che alcune case editrici, evidentemente animate dalla volontà di sprecare carta e denaro, hanno costituito collane di libri dedicate esclusivamente alle “scrittrici” (sempre tra virgolette). Girovagando per i supermercati, dove adesso si sta bene perché c’è l’aria condizionata, mi è capitato di sfogliare alcuni di questi libri scritti da donne italiane o straniere, ne ho letto qualche pagina e subito li ho rimessi a posto, perché di sprecare 12 o 15 euro per acquistarli non se ne parla, tanto poi finirebbero tra i rifiuti. L’impressione che ne ho ricavato è totalmente negativa, ma ciò non è una novità perché anche dei libri scritti dagli uomini ho dato lo stesso giudizio; solo che la scrittura femminile è ancora peggiore sotto certi aspetti, tra i quali ne illustro due in particolare. Il primo di essi è la mancanza totale di una struttura narrativa che possa dirsi tale: mancano completamente analisi caratteriali e approfondimenti psicologici, tutto il racconto si svolge sulla base di dialoghi serrati (battute di poche parole ciascuna, senza commenti di alcun genere) e di brevissime descrizioni di poche righe, che lasciano nel lettore il disgusto di un’aridità e di una banalità senza fine. I periodi sono brevi e sintatticamente disorganizzati, del tutto disarmonici, scritti con una faciloneria cronachistica tale da far pensare che qualunque bambino di terza elementare, se ben istruito da una brava maestra, saprebbe fare molto meglio. Un vero abominio, che non so proprio come si possa definire letteratura: mi pare di sporcare questo nobile sostantivo riferendolo agli scribacchini ed alle scribacchine di oggi.
Ma c’è un altro elemento della narrativa femminile che risalta da questi obbrobri che purtroppo vengono venduti, anche in migliaia di copie: una tendenza alle descrizioni crude che non è realismo (perché il realismo è caratteristica della vera letteratura), ma una squallida fiera dell’oscenità. Le “scrittrici” di oggi, forse per vendere di più questi loro capolavori, si abbassano sempre più al turpiloquio, a tutto ciò che è sporco e sconveniente, alle descrizioni minute e disgustose di atti sessuali, talvolta riferite in prima persona, tanto da far pensare che l’autrice abbia esperienza molto diretta di quelle cose, il che certo non le fa onore. Io non ho mai amato l’oscenità nella letteratura, se non quando è vera arte come in Aristofane o in Catullo; ma trovarla oggi negli scritti femminili mi fa ancora di più orrore, soprattutto perché mantengo un’immagine della donna certo più pura e rispettosa di quanto non sia la realtà. Da parte mia ho sempre pensato che l’emancipazione femminile consistesse nella giusta rivendicazione dei pari diritti tra i due sessi, che giudico sacrosanta; ma purtroppo ciò che dispiace constatare è che molte donne credono che, per raggiungere la parità con l’uomo, sia necessario imitarlo anche nelle sue abitudini più disonorevoli e disgustose. La donna non ha nulla da guadagnare nell’utilizzare il turpiloquio, la bestemmia o l’oscenità che prima era tipica solo dei maschi per essere al loro pari, poiché in tal modo non ottiene un’elevazione sociale né tanto meno morale, ma peggiora soltanto la propria immagine e prostituisce la propria dignità. Queste “scrittrici” che si beano nel descrivere atti osceni lo fanno certamente per solleticare i peggiori istinti dei maschi, che magari si eccitano di più a leggere quelle cose quando sanno che sono state scritte da donne; ma da ciò non si avvantaggia né il valore letterario di quei libri (che è pari a zero, come del resto anche di quelli scritti da uomini) né l’immagine stessa della donna, che perde ogni parvenza di dignità e diventa del tutto spregevole. Forse questo andazzo servirà a vendere più copie di questi obbrobri, e si sa che le case editrici mirano solo a quello, non interessa loro nulla del livello culturale di quanto pubblicano; ma costituiscono un’ulteriore caduta nella barbarie dell’incultura e della volgarità, di cui la nostra società ci ha dato e continua a darci tanti esempi.

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La democrazia di Facebook

Come moltissime altre persone, anch’io circa un anno fa mi sono iscritto a Facebook, il più popolare e diffuso dei social network tanto di moda ai nostri tempi. Non l’ho fatto per particolari motivi, ma solo per corrispondere con alcune persone o gruppi che avessero interessi simili ai miei: la cultura classica, ad esempio, o la letteratura italiana e straniera. Mi sono anche iscritto alle pagine facebook di alcuni enti culturali o quotidiani come “Repubblica”, allo scopo di partecipare alle discussioni su determinati eventi o notizie del momento. In questo non trovo nulla di male, se non il fatto che il sottoscritto, essendo di carattere un po’ suscettibile o, come si dice in Toscana, “fumino”, rischiava e rischia di sollevare polemiche o di avere con qualcuno scambi di battute e commenti non proprio ispirati al massimo della cortesia. Il rischio di scontri verbali con altre persone (ad esempio i sostenitori del cosiddetto “Movimento cinque stelle”) c’era sicuramente; ma non mi aspettavo che vi fosse anche uno stretto controllo sulle opinioni altrui da parte dei supervisori del network stesso.
E invece mi è successo di essere sospeso per tre volte dal poter inviare commenti o contenuti di qualsiasi tipo sulla mia pagina perché, secondo i misteriosi censori di Facebook, avrei violato gli “standard della comunità”, che sono quelli da loro stabiliti e che non ammettono deroghe; in base a questo principio, piuttosto generico in verità, i moderatori possono sospendere o anche cacciare per sempre chi vogliono senza neanche dargli una spiegazione. In effetti è vero che ho espresso opinioni in contrasto con il “pensiero unico” o il “politically correct” come lo vogliamo chiamare; ma io pensavo, come ho sempre pensato, che nel nostro Paese ci fosse ancora la libertà di opinione (articolo 21 della Costituzione) e che tutte le opinioni siano esprimibili in democrazia, purché in base ad esse non si commettano reati. Questo è ciò che è successo: ho criticato in un commento la politica italiana dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, che un paese gravato da debiti e in difficoltà per dare lavoro ai suoi cittadini non può permettersi; un’altra volta ho criticato le buffonesche esternazioni dei cosiddetti “gay pride”, dove gli omosessuali si agghindano come pagliacci e in questo modo ridicolo e volgare cercano di attirare l’attenzione sui loro diritti, che a mio parere hanno già ottenuto in abbondanza. Per questi commenti ed altri simili, che riflettono la mia mentalità ed il mio modo di pensare, sono stato sospeso da Facebook, prima per tre e poi per sette giorni, senza ulteriori spiegazioni; in pratica sono stato accusato di razzismo e di omofobia, cosa che avviene a tutti coloro che non sono pedestremente allineati col pensiero comune oggi dominante.
La cosa in sé non ha una grande importanza, intendiamoci bene: se per sette giorni non posso inviare commenti a Facebook, pazienza, sopravviverò; del resto sono vissuto 60 anni e più senza essere iscritto a quel network; ma ciò che mi rende furioso e mi preoccupa veramente è constatare come la libertà e la democrazia nel nostro Paese siano oggi in grave pericolo, allorché il pensiero unico alla Boldrini – la “presidenta” della Camera che preferisce gli immigrati agli italiani – si serve di strumenti coercitivi per chiudere la bocca ai dissidenti. Questo è grave, gravissimo, è un metodo che ben si adatterebbe all’Unione Sovietica di Stalin, non ad un paese libero e democratico. Già su questo blog ho messo in guardia più volte sui pericoli del “pensiero unico” citando alcuni disegni di legge (ad esempio quello del deputato Scalfarotto contro l'”omofobia”) che limitano la libertà di opinione e pretendono di chiudere la bocca con la forza a chi si oppone alla loro mentalità. Anche la censura di facebook è un esempio di questo metodo sovietico, perché chi “sgarra” o non si allinea alle idee dominanti viene bannato, senza spiegazioni e senza dare al “reo” la possibilità di difendersi. E’ vero, come dice qualcuno, che Facebook non è una piazza pubblica ma un network privato, e come tale ha delle regole. Benissimo, ma queste regole sono di parte e non rispondono ad alcun criterio di libertà e di pluralismo; e questo è fortemente pericoloso, perché mettere a tacere con la forza gli avversari è un sistema in uso durante i regimi dittatoriali del XX secolo, come quello staliniano tanto caro alla signora Boldrini o quello fascista, tanto per usare questa parola che tanto volentieri i signori della sinistra e i “politically correct” lanciano come un fulmine contro gli avversari. Viene quindi spontaneo sospettare che anche Facebook, come tante altre fonti di informazione (tv, quotidiani, siti web ecc.), sia in realtà manovrato da poteri occulti che mirano a livellare i cervelli delle persone togliendo loro tutto ciò che fa scomodo al potere del “pensiero unico” e impedendo loro di ragionare in modo autonomo e critico. Ed io, da questo piccolo blog che poche persone leggono (specie adesso d’estate) lancio un grido di allarme perché nel nostro Paese ci sia veramente la libertà di opinione, secondo quanto stabilisce la nostra Costituzione, e che ciascuno possa aderire a qualsiasi pensiero o ideologia in contrasto con la mentalità dominante senza sentirsi bollare con appellativi come omofobo, razzista, fascista o peggio ancora. I veri fascisti sono loro, quelli cioè che utilizzano i più svariati metodi, dalle leggi coercitive al bando su Facebook, per tappare la bocca ai dissidenti ed a tutte le persone che, invece di bersi passivamente ciò che dice la tv, intendono continuare a ragionare con la propria testa.

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Un esame da cambiare, anzi da abolire

Adesso che gli esami di Stato sono terminati e che tutte le scuole superiori hanno pubblicato i risultati, dove spiccano come tante perle rare voti alti ed altissimi, mi pare giunto il momento di fare una riflessione conclusiva su questo rito di fine anno scolastico che tiene impegnati molti di noi fino a circa il 10 di luglio, mentre gli altri colleghi più fortunati, non gravati da questo impegno, sono già in vacanza da quasi un mese.
Nella mia carriera ho partecipato agli esami di Stato (prima detti di maturità) in tutti i ruoli: membro esterno, membro interno e presidente. Con questa pluriennale esperienza mi sono fatto un’idea ben precisa, che consiste nel ritenere che l’esame, così com’è, sia diventato un’inutile farsa e che quindi vada profondamente cambiato, oppure abolito del tutto. Questa seconda soluzione sarebbe la migliore, se non altro perché parificherebbe la condizione dei docenti, alcuni dei quali lavorano adesso circa un mese più di altri, ed inoltre consentirebbe allo Stato di risparmiare un bel po’ di soldi (si parla di 150 milioni di euro all’anno) ottenendo in pratica lo stesso risultato: se infatti i Consigli di classe che effettuano gli scrutini stabilissero direttamente, senza esame, il voto conclusivo di ogni alunno, non credo ch’esso rispecchierebbe di meno il valore didattico dei singoli studenti, né sarebbe più generoso con loro di quanto non lo siano le commissioni d’esame attuali, che già sono generosissime. In pratica, non credo che avremmo voti più alti di adesso, quando già sono altissimi e molto al di là della reale preparazione dei ragazzi; e nemmeno ci sarebbero più bocciature, visto che già con l’esame di adesso non boccia più nessuno. I presidenti di commissione, forse intimoriti dallo spauracchio dei ricorsi al Tar, si presentano alle scuole esplicitando fin dalla riunione preliminare la volontà di promuovere tutti, indipendentemente dalla preparazione effettiva. Non dico che ciò accada sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Nella mia lunga esperienza scolastica, prima come studente e poi come professore, ho assistito a due riforme degli esami di maturità, ed in entrambi i casi l’attribuzione dei voti ha subito un’inflazione a due cifre, come quella dell’economia italiana degli anni ’80. Con la riforma del 1969 i voti andavano da 36 a 60; i primi anni, diciamo fino al 1974-75, il 48 era già un voto alto ed i 60 erano rarissimi, poi ci fu invece un allargamento tale che negli anni ’90 il medesimo 48 era diventato un votino mediocre ed i 60 si contavano a bizzeffe. La stessa cosa è avvenuta con la riforma del 1999 che ha introdotto l’esame di Stato com’è adesso con i voti da 60 a 100: se nei primi anni i 100 erano rarissimi e dati solo nei casi di effettiva eccellenza in tutte le materie – come in effetti dovrebbe essere – oggi al contrario in ogni classe c’è almeno un 100, ed in alcune ce ne sono anche quattro, cinque o più. Basta che un alunno sia considerato “bravo”, abbia una buona ammissione e faccia un buon esame per avere assicurato il voto massimo, senza pensare che ci sono anche altre valutazioni (da 90 a 98 ad es.) che sono già molto alte e rendono pienamente giustizia a chi ha avuto un buon rendimento scolastico, magari con qualche cedimento in una o due materie. Invece no: il 100 è diventata una necessità assoluta, una pretesa vera e propria di ogni scuola, che con quei voti deve farsi pubblicità all’esterno, come del resto è naturale in questo clima economicistico e aziendalistico in cui si è voluto collocare il sistema dell’istruzione.
Esame da modificare quindi? Certo, anzi addirittura da abolire se deve continuare come adesso. Dico anzi che, avendo fatto esperienza di entrambe le tipologie, io preferivo di gran lunga l’esame precedente, quello in vigore dal 1969 al 1998, per un motivo specifico, perché cioè c’era una sostanziale parità tra il giudizio di ammissione del Consiglio di classe e le prove d’esame. Allora, almeno formalmente, non c’erano voti ma giudizi, e la normativa stessa invitava le commissioni a prestare particolare attenzione nei casi in cui gli esiti dell’esame si discostassero molto dai giudizi della scuola; così le commissioni stesse (quasi tutte esterne con un solo membro interno) tendevano a uniformare le due componenti, favorite appunto dal fatto che i giudizi sostituivano il voto numerico, che era soltanto quello finale da 36 a 60. E’ vero che l’esame si svolgeva unicamente su due materie scritte e due orali, ma era molto più serio di adesso: le due materie del colloquio orale, ad esempio, avevano a disposizione quasi mezz’ora per ciascuna, e c’era modo quindi di rendersi conto di qual era la reale preparazione dello studente. Adesso, quando i candidati debbono portare quasi tutte le materie del loro corso, in virtù di ciò l’esame sembra più severo ma non lo è affatto, in quanto i singoli commissari pretendono di giudicarli con una sola domanda o con due al massimo per ogni disciplina, perché il colloquio generalmente non viene fatto durare più di un’ora. Molto spesso, quindi, il giudizio che danno i commissari esterni è del tutto arbitrario, perché basato su un’impressione ricavata in pochi minuti e condizionata anche dall’atteggiamento dello studente: chi si presenta al colloquio con fare spavaldo, ad esempio, o fa lo spiritoso, o si è vestito in modo non gradito, rischia di essere fortemente penalizzato, anche se preparato più di altri. Ciò comporta inevitabilmente l’emissione di voti errati, o per difetto o per eccesso, e non corrispondenti al reale valore didattico dello studente; la buona o cattiva sorte quindi gioca un ruolo fondamentale ed a volte avviene che, con questi giudizi sommari, alunni bravi o addirittura brillanti per cinque anni abbiano ricevuto nelle singole prove (e di conseguenza nel voto finale) valutazioni più basse di altri molto meno capaci ed impegnati. Si dirà che così è sempre stato e che tutti gli esami sono un terno al lotto. E’ vero, ma fino ad un certo punto, perché l’esame precedente dava maggior valore ai giudizi di presentazione della scuola, mentre adesso il cosiddetto “credito” dell’alunno arriva al massimo a 25 punti su 100, e quindi il 75% del voto finale, una percentuale altissima, è dovuta alle prove d’esame dove i giudizi e le valutazioni conseguenti sono frutto di impressioni momentanee ricavate da tre o quattro minuti di colloquio o sulla valutazione di prove scritte dove ognuno adotta criteri diversi: un tema di italiano, ad esempio, per il commissario interno che conosce lo studente da anni può valere 10; per quello esterno invece, che legge per la prima volta quell’unica prova, può valere 6 o 14. Difficile allora mettersi d’accordo: si cerca un compromesso, ma non sempre lo si trova, con conseguenti liti e malumori tra i commissari. Ed alla fine, pur in presenza di commissioni molto generose, ci sono sempre ragazzi che restano delusi, alunni che magari hanno avuto un voto come 85/100, una buona valutazione, ma che si confrontano con altri che magari, pur avendo avuto per cinque anni un rendimento inferiore al loro, all’esame hanno preso di più.
Cosa fare allora? La decisione migliore, come dicevo sopra, sarebbe di abolire del tutto questo esame-burletta e sostituirlo con un voto finale attribuito dal Consiglio di classe sulla base dell’andamento didattico di tutti e cinque gli anni del percorso scolastico. Se invece, come temo, si vuole continuare a spendere soldi ed energie in questa farsa, occorrerebbe subito fare una cosa per rendersi meno ridicoli: far derivare il voto finale al 50 per cento dalle prove d’esame e per il restante 50 per cento dal giudizio della scuola. Ogni Consiglio di Classe, in base alla media finale ma tenendo conto dei risultati dell’ultimo triennio (o quinquennio) di studi, dovrebbe attribuire allo studente un voto conclusivo in cinquantesimi (ad es. 40/50); a sua volta la commissione d’esame dovrebbe avere a disposizione gli altri 50 punti, e così formare il voto conclusivo. Credo che in tal modo si avrebbero esiti più conformi a principi di lealtà e di giustizia, e molti studenti, pur avendo ricevuto un voto che rispecchia o anche supera la loro preparazione reale, non si lamenterebbero nel vedere dei loro compagni che, grazie a due o tre domande più facili o ad un’impressione migliore data alla commissione, finiscono per fare una figura migliore della loro. Cicerone diceva che la giustizia, somma virtù, consiste nel “dare a ciascuno il suo”; se i nostri politici e poi i dirigenti e i docenti facessero proprio questo principio, forse nella nostra scuola le cose andrebbero un po’ meglio.

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