Un riesame del passato

All’inizio del IX libro delle sue Storie, Tito Livio racconta l’episodio culminante delle guerre sannitiche, quando nel 321 a.C. i due eserciti romani furono attratti nell’imboscata delle Forche Caudine e fatti prigionieri. Allora i capi sanniti decisero di chiedere consiglio a Ponzio Erennio, padre del loro comandante, su come comportarsi con i prigionieri, ed il vecchio consigliò loro di lasciarli andare tutti liberi, senza torcere loro un capello; ma poiché questa soluzione non fu gradita perché sembrava troppo clemente, lo stesso messaggero fu mandato di nuovo da Erennio perché indicasse un’altra soluzione, e questa volta l’anziano saggio suggerì di uccidere tutti i Romani. Davanti a due risposte così discordanti, il figlio pensò che suo padre fosse rimbambito per la vecchiaia; ma Erennio, portato in assemblea, spiegò chiaramente le sue soluzioni: con la prima i Romani sarebbero stati riconoscenti e si sarebbero gettate le basi per un trattato di pace ed amicizia, con la seconda sarebbero stati indeboliti a tal punto che per molti anni non sarebbero stati in grado di riaversi dalla disfatta e di rinnovare la guerra. Ma le proposte del vecchio furono entrambe rifiutate, ed i Romani furono costretti a passare sotto il giogo: un’umiliazione questa che accese gli animi di odio e fece sì che la guerra continuasse fino alla completa sconfitta e sottomissione dei Sanniti.

L’episodio di storia romana mi è tornato in mente in questi giorni, quando ho seguito in TV la miniserie “Esterno notte”, dedicata al più buio episodio della storia della Repubblica italiana, il rapimento di Aldo Moro ed il massacro dei cinque uomini della sua scorta, il 16 marzo del 1978. All’episodio seguì un periodo di 55 giorni in cui Moro fu tenuto rinchiuso in un covo delle Brigate Rosse detto “prigione del popolo”, fino ad essere ucciso il 9 maggio dello stesso anno. I terroristi avevano chiesto di trattare con lo Stato barattando la liberazione dello statista con quella di alcuni brigatisti incarcerati, ma gli uomini allora al potere, ed in particolare i capi della Democrazia Cristiana, non vollero trattare perché ciò avrebbe significato un implicito riconoscimento del gruppo terroristico ed una irreparabile sconfitta dello Stato. Così Moro andò incontro alla morte, della quale, come insinua il programma televisivo suddetto, non tutti sembravano essere scontenti; anzi, essendo stato Moro un fautore del cosiddetto “compromesso storico” tra la DC ed il PCI (che aveva superato nelle elezioni del 1976 il 34 per cento dei voti) qualcuno, al di qua e al di là dell’Atlantico, pareva auspicare la scomparsa di colui che avrebbe voluto far partecipare i comunisti alla gestione dello Stato. Le insinuazioni su un’eventuale responsabilità degli Stati Uniti nel rapimento Moro furono poi smentite e non se ne trovò mai alcuna prova; ma è comunque vero che la DC non fece tutto ciò che era in suo potere perché l’ostaggio fosse liberato, come dimostra l’indignazione della famiglia dello statista (e della moglie Eleonora in particolare), che rifiutò persino i funerali di Stato in segno di protesta.

Io ebbi modo di seguire direttamente la vicenda, perché nel 1978 avevo 24 anni, ero appena laureato e seguivo con continuità quel che accadeva in quei terribili “anni di piombo”, dove gli attentati e gli omicidi a scopo politico avvenivano molto di frequente. Era il periodo in cui il terrorismo, rosso e nero, si era sviluppato a tal punto da rendere possibile un delitto come quello di Moro e degli uomini della sua scorta. Da tempo, leggendo i giornali e guardando la TV, io avevo l’impressione che lo Stato fosse troppo debole con gli estremisti ed i terroristi, in sostanza lasciati liberi di agire: nelle università spadroneggiava la sinistra extraparlamentare che occupava le Facoltà, impediva le lezioni e commetteva ogni sorta di violenze (compresi efferati omicidi) contro gli avversari politici, i quali a loro volta reagivano colpendo e persino uccidendo alcuni dell’altra fazione. Vivevamo un clima di guerra civile che oggi sembra lontano, ma che invece a noi che c’eravamo è rimasto ben impresso: e le autorità pubbliche lasciavano che tutto ciò avvenisse senza mai adottare delle leggi speciali che la situazione avrebbe richiesto, tanto che i violenti e i terroristi, anche quando venivano arrestati, trovavano la comprensione, se non la connivenza, di parte della stampa, della politica e della magistratura, e se la cavavano con pene irrisorie. Era tollerata soprattutto la violenza di sinistra, in virtù di una presenza massiccia di professori universitari e di magistrati indottrinati alle teorie marxiste allora tanto di moda.

Questa debolezza dello Stato rese possibile il delitto Moro, con il quale le coscienze si risvegliarono, ma era ormai troppo tardi. Di tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale” soltanto uno, il PRI (partito repubblicano) fece una proposta discordante con la maggioranza, ovviamente subito scartata: quella di rimettere in vigore il codice militare di guerra, che prevedeva anche il ripristino della pena di morte. La proposta era pienamente motivata, perché se i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato, lo Stato aveva il pieno diritto di rispondere con la stessa moneta; e mi ricordo che io non solo approvai quella proposta, ma pensai che l’avrei applicata in un modo particolare, ossia rispondendo al ricatto delle Brigate Rosse con un altro ricatto, quello di giustiziare ogni giorno un brigatista prigioniero fino a quando Aldo Moro non fosse stato liberato. Ho sempre pensato infatti (e lo penso ancora) che alla violenza terroristica non si possa rispondere con gli appelli e l’indulgenza, perché chi comprende solo il linguaggio delle armi e del terrore si ferma solo se con lui viene applicato lo stesso linguaggio. Se qualcuno vuole spararti ti puoi salvare solo sparandogli per primo: questo dimostra la storia, e ciascun regime politico fino alla seconda guerra mondiale non avrebbe esitato ad applicare queste misure, anche nelle nazioni cosiddette “democratiche” (vedi gli Stati Uniti d’America).

Questa sarebbe stata la seconda proposta fatta da Erennio ai Sanniti, quella cioè di annientare il nemico, cosa che a mio parere sarebbe stata del tutto legittima da parte dello stato italiano attaccato dalle Brigate Rosse. Se tuttavia ci fosse stata la volontà sincera di liberare Aldo Moro, la DC avrebbe potuto seguire – in quella specifica fattispecie – la prima proposta del vecchio sannita, trattando con i terroristi e liberando i brigatisti prigionieri. Questa soluzione, che ripugna a chi ha il senso dello Stato, avrebbe però consentito di risolvere il problema momentaneo della prigionia dello statista, o almeno sarebbe stato un tentativo ammirevole in tal senso; invece la soluzione che fu adottata, quella di non trattare e di non tentare ogni mezzo a disposizione per trovare il covo dei terroristi, fu la peggiore in assoluto, perché portò alla morte di Moro ed alla completa sconfitta di una classe politica vigliacca e indolente, che non ebbe il coraggio di combattere e si chiuse nei palazzi lasciando l’ostaggio al suo destino.

Cosa accadde dopo? I democristiani ed i loro successori si vantarono ridicolmente di avere sconfitto il terrorismo; invece io sono convinto che la stagione terroristica finì perché implose dall’interno, nel senso che quelle persone e quei gruppi si resero conto dell’inutilità della loro lotta e dell’impossibilità di attuare una rivoluzione in poche decine (o al massimo centinaia) quali erano. Il regime democratico non ha mai combattuto veramente il terrorismo, quindi non si può vantare di averlo vinto: e questo risulta evidente anche da quello che è accaduto dopo, quando gli assassini sono stati finalmente arrestati. Cosa avrebbe dovuto fare di loro uno Stato forte, che voglia chiamarsi tale? Come anche Platone c’insegna, i delitti contro lo Stato sono i più gravi che qualcuno possa commettere, perché lo Stato siamo tutti noi: quindi, quando i brigatisti trucidarono i cinque agenti della scorta e poi lo stesso Moro, è come se avessero ucciso tutti noi. In nessun modo avrebbero dovuto ottenere clemenza, perché i loro delitti erano atroci e imperdonabili: se non si voleva ripristinare la pena di morte, che sarebbe stata sacrosanta per assassini di quella specie, si sarebbe almeno dovuto condannarli al carcere duro a vita, farli marcire per sempre in una cella di due metri per tre a pane e acqua, in modo che pagassero veramente le loro colpe e terminassero così loro vita sciagurata. Invece cosa fu fatto? Furono condannati a pene molto più leggere di quelle che avrebbero meritato e dopo pochi anni, in virtù di leggi assurde come quella sui cosiddetti “collaboratori di giustizia” costoro, fingendo un pentimento o una dissociazione, sono di fatto usciti di galera molto prima di altre persone molto meno efferate e colpevoli di loro. Oggi sono tutti in libertà, la società li ha riaccolti come se belve simili potessero redimersi, lavorano, hanno anche profili social e vivono tranquillamente in barba alle famiglie di coloro che hanno ammazzato, e alcuni sono stati persino chiamati a fare lezioni all’università e sono stati intervistati dai giornali come fossero eroi.

Di fronte a scempi come questo viene da chiedersi se la democrazia sia veramente il miglior regime possibile, visto che la nostra si è vilmente arresa ai terroristi e non è stata capace di compiere l’unico gesto degno di uno stato forte, quello di eliminare fisicamente i propri nemici, o almeno farli sparire per sempre dalla vista delle persone oneste. Se democrazia significa debolezza, viltà, meschinità di chi si lascia colpire così gravemente senza avere l’animo di reagire, allora non ho timore di affermare che forse sarebbe preferibile qualcosa di diverso.

3 commenti

Archiviato in Uncategorized

A elezioni concluse

Durante la campagna elettorale mi sono trattenuto abbastanza dallo scrivere post che parlassero di politica, anche se non mi sono risparmiato nei commenti ad altri post di Facebook. Oggi che le elezioni sono avvenute e la vittoria è stata del centro-destra, mi sento di fare alcune osservazioni.

1) Personalmente sono contento che il popolo abbia potuto finalmente scegliere e votare in maggioranza per coloro che sono stati sempre chiari e coerenti. Ciò dimostra che il cumulo di menzogne e di meschinità che la sinistra e i giornalisti servi del potere, con una campagna elettorale vergognosa, hanno detto in tutto questo tempo non ha avuto l’effetto sperato. E’ la prova, questa, che la maldicenza e l’odio non portano da nessuna parte.

2) La ridicola accusa di “fascismo” formulata dalla sinistra per spaventare gli elettori si è rivelata un boomerang che ha finito per colpire le loro zucche vuote. Il fascismo e il comunismo sono ideologie del XX secolo che hanno dato origine a regimi totalitari, ma sono ormai finite da decenni. Spaventare gli elettori riferendosi a fatti e pensieri di 80 anni fa è semplicemente ridicolo, e l’esito delle elezioni l’ha dimostrato.

3) Se c’è qualcuno che costituisce un pericolo per la democrazia, questi è proprio la sinistra, che l’ha dimostrato in questi ultimi anni in diversi modi: ricorrendo a una magistratura corrotta e compiacente per eliminare avversari politici che non si riusciva a battere alle elezioni (e lo dico senza nessuna simpatia personale per Berlusconi), affrontando la pandemia con una serie di obblighi e divieti che hanno tolto ai cittadini le più elementari libertà (e non mi si venga a dire che il lockdown è stato adottato in tutto il mondo perché non è vero, e in ogni caso non è stato “cinese” come il nostro), imponendo assurdità come il greenpass e la criminalizzazione di chi non voleva vaccinarsi (e non lo dico certo per me, che ho tutte le vaccinazioni, ma per chi legittimamente rifiutava un trattamento sanitario obbligatorio), imponendo ideologie perverse come le teorie gender e la criminalizzazione di chi legittimamente pensa che l’unica vera famiglia sia quella formata da un uomo e una donna (leggi d.d.l. Zan)

4) Quello che mi rammarica è che neanche la Meloni cambierà molto nel nostro paese, per due ragioni principali: perché non siamo un paese sovrano ma di fatto una colonia americana e franco-tedesca, ed il ricatto del debito pubblico e dello spread impedirà qualunque iniziativa autonoma; ed anche perché le assurde accuse di “inaffidabilità” avanzate contro il centro-destra spingerà quest’ultimo, per non prestare il fianco ai colpi avversari, a comportarsi come gli altri governi.

5) Ma quel che più di tutto mi rammarica, e che non credo arriverà a soluzione, è la radicata supremazia della sinistra in ambito culturale. In pratica tutti i centri di cultura (università, scuola, teatro, cinema, televisione, giornali ecc.) sono in massima parte dominati dalla sinistra, tanto che molte persone abbracciano quell’ideologia solo per far carriera (si pensi alle galline cantanti che in questi mesi hanno attaccato la Meloni), perché sanno che se non si è di sinistra non si lavora. La supponenza, l’alterigia dei radical-chic che si considerano gli unici depositari della Cultura e della Verità è stata resa possibile da questo stato di cose, che non si vede come potrà cambiare: bisognerebbe licenziare tre quarti dei docenti universitari (alcuni dei quali si proclamano ancora orgogliosamente comunisti), una buona metà di docenti di scuola superiore e la quasi totalità dei registi, degli attori e dei giornalisti. Tutto ciò è impossibile, potrebbe farlo solo una dittatura, ma quel che ci si prepara è un governo che, per quanto poco efficace, sarà sicuramente più aperto e democratico di quelli che l’hanno preceduto dal colpo di Stato di Napolitano del 2011 fino ad oggi. Se non altro il prossimo è l’unico governo che, dopo tanti anni, è legittimato dall’art. 1 della Costituzione, che la sinistra a parole adora ma che di fatto mortifica e tradisce.

4 commenti

Archiviato in Attualità

Esiste ancora la par condicio?

Siamo in piena campagna elettorale, a poco più di una settimana dal voto. Il momento è delicato soprattutto sul piano dell’informazione, che dovrebbe essere quanto più possibile veritiera ed obiettiva, anche considerata la presenza della legge del 1998 (quando Presidente della Repubblica era ancora Scalfaro) detta della “par condicio”. In base ad essa l’informazione televisiva dovrebbe essere equidistante dalle formazioni politiche e concedere a tutti i partiti lo stesso spazio mediatico.

Questo in teoria, ma non in pratica, perché alcune emittenti televisive come la 7 (di proprietà del finanziere Cairo) stanno facendo, a pochi giorni dalle elezioni, una propaganda faziosa e meschina non in favore di qualche partito, ma contro altri, ed in particolare contro il centro-destra e soprattutto contro Giorgia Meloni, che i sondaggi indicano come possibile vincitrice della consultazione del 25 settembre.

Io mi chiedo come sia possibile che venga permesso ad una televisione privata sì, ma che trasmette su tutto il territorio nazionale e quindi può influenzare i cittadini, una tale opera di sciacallaggio contro una persona o un partito politico, al punto che le trasmissioni elettorali della 7 non si preoccupano più di fare informazione, né tanto meno di parlare dei veri problemi del paese, ma sono in pratica diventate dei tribunali mediatici che, dall’inizio alla fine, non fanno altro che mettere in campo una serie continua di accuse e di menzogne contro la Meloni e il centro-destra, e spesso senza contraddittorio. Giornalisti come Floris, Formigli, la Gruber ecc. non sono nemmeno degni di questo nome perché non fanno giornalismo ma solo sciacallaggio al servizio dei loro padroni, che a quanto pare li pagano bene.

Sulle accuse e le fandonie rivolte contro il centro-destra e il partito di Fratelli d’Italia non metterebbe conto neanche di soffermarsi, tanto sono assurde, ridicole e idiote. Tra di esse spicca ancora una volta, per mancanza di altri argomenti, la solita vecchia stupida accusa di “fascismo”, di non aver preso abbastanza le distanze dal regime di Mussolini che ci fu in Italia dal 1922 al 1945. Dalla fine di quel regime sono passati quasi 80 anni e ancora c’è chi lo tira fuori ad ogni elezione per denigrare l’avversario; ma il bello è che stavolta non sono tanto i leaders della sinistra ad usare questo argomento, poiché perfino loro si sono accorti di quanto sia assurdo e strumentale, ma i giornalisti di un’emittente televisiva che, in base alla legge vigente, dovrebbe mantenere un’informazione obiettiva ed equidistante.

A me personalmente pare talmente da idioti parlare di fascismo e comunismo oggi nel 2022 che non comprendo come vi siano persone tanto cieche mentalmente da servirsene ancora. Il fascismo e il comunismo, ideologie che nel secolo XX hanno dato origine a regimi dittatoriali, appartengono ormai al passato, alla storia, e non possono ritornare, se non altro perché il mondo globalizzato di oggi è totalmente diverso da quel che era agli inizi del secolo scorso. Il fatto poi che esistano ancora dei rimbambiti che fanno il saluto romano o salutano con il pugno chiuso non rappresenta alcun pericolo per una democrazia ormai consolidata. Pur se si mettessero tutti quanti insieme, questi nostalgici non arriverebbero alle elezioni nemmeno all’1%. Perché dunque parlare ancora di fascismo nel 2022? Perché non paventare allora anche il ritorno di Napoleone, dei guelfi e ghibellini, delle guerre puniche?

Giorgia Meloni e Matteo Salvini non c’entrano più nulla con il fascismo, proprio come Letta e Conte non c’entrano nulla con il comunismo, perché non potrebbero appartenere, nemmeno se lo volessero, a ideologie tramontate da decenni. Questa situazione è talmente chiara che anche un bambino la capirebbe. Possibile dunque che i giornalisti della 7 (e anche qualcuno di Rai3) non la comprendano? Io non credo che siano tutti idioti, cosa che verrebbe subito da affermare; in realtà sono in malafede, sono pagati per spargere odio e discredito, ed è anche colpa loro se sui muri compaiono le scritte tipo “Meloni come Moro”. Il clima di guerra, di odio contro il nemico, da sempre appannaggio della sinistra, si è ora trasferito su meschini giornalai prezzolati, privi di qualunque professionalità, che hanno del tutto prostituito la loro dignità umana.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Le più stupide sanzioni mai esistite

Io (purtroppo per me) ho il vizio di dire sempre apertamente quel che penso, a costo di farmi dei nemici. Così è accaduto nella mia attività professionale con certi colleghi, così avviene ora sui social.

Siamo in campagna elettorale e ci vuole un po’ di prudenza nel parlare; ma non riesco più a tacere sul problema della guerra in atto, delle sanzioni alla Russia e alla grave crisi energetica che ci farà soffrire non poco nei prossimi mesi e anni.

A me sembra giusto, nonostante la posizione comune di quasi tutti i partiti, esprimere queste opinioni, pur sapendo di suscitare reazioni negative e passare da egoista e da cinico.

1- Le sanzioni economiche contro vari Paesi non sono mai servite a nulla, anzi hanno rafforzato i regimi contro cui sono state emesse perché questi, facendo leva sulla presunta “crudeltà” degli avversari, hanno ricevuto sempre più consenso. Anche quelle contro l’Italia del 1936 non fecero altro che consolidare il consenso al regime fascista, che se fu debole in guerra lo fu per altre ragioni.

2 – Le sanzioni sono profondamente ingiuste perché non colpiscono i detentori del potere (in questo caso Putin), ma il popolo che non ha alcuna colpa. Ciò è successo, ad esempio, in quelle contro l’Iran, dove morivano i bambini per mancanza di medicinali, non certo gli ayatollah al potere.

3 – Quelle contro la Russia sono ancora più stupide delle altre, sia perché la Russia è un grande paese con molte risorse e quindi può andare avanti ugualmente, sia perché il popolo russo non è come noi occidentali che ci lamentiamo e scendiamo in piazza se ci manca anche la minima delle nostre comodità; loro sono abituati ai sacrifici, stringono la cinta e vanno avanti.

4 – L’enorme stupidità della decisione europea e italiana è accresciuta dal fatto che noi siamo dipendenti dal gas e dal petrolio russo, e questo lo si sapeva anche prima. I geni come Draghi e company dovevano aspettarsi la crisi energetica e l’enorme aumento dei prezzi e delle bollette, nonché il ricatto della chiusura dei gasdotti, che chiunque altro avrebbe fatto al posto di Putin. Ora io dico: che senso ha applicare misure che fanno molto più danno a chi le applica che a chi le subisce? Io sarò miope, ma questa decisione mi pare rassomigliare del tutto, per fare un esempio spicciolo, alla storiella di quello che si evirò per far dispetto alla moglie.

5 – E’ giustificata da parte dell’Europa e dell’Italia una posizione così netta a favore dell’Ucraina, al punto da essere coinvolti in una guerra che non è nostra? Siamo sicuri che il regime di Zelensky, che perseguita da anni i cittadini russofoni e commette crimini di stampo neonazista, abbia tutte le ragioni? Oppure dietro a queste decisioni idiote dell’Europa ci sta dietro l’annosa sudditanza agli Stati Uniti d’America, che stanno facendo la guerra per procura sulle spalle degli alleati Nato, magari per venderci il loro gas a prezzo molto superiore a quello russo?

6 – Se le sanzioni sono giustificate dall’aggressione russa ad un paese libero, perché nessuno ha pensato di applicarle agli USA quando hanno aggredito l’Iraq alla ricerca di armi micidiali che non esistevano, l’Afghanistan, il Vietnam ecc. ecc.?

Tutto ciò dimostra che la nostra sovranità nazionale non esiste più, non siamo altro che una colonia americana ed europea, e non possiamo più decidere nulla da soli. In questa ottica anche le elezioni politiche diventano una farsa, e viene voglia di non andare a votare. Che senso ha eleggere un parlamento e poi un governo che sarà comunque e totalmente assoggettato a potenze straniere e dovrà partecipare per forza a decisioni stupide e assurde come le sanzioni contro la Russia e l’invio di armi all’Ucraina?

Io, ripeto, sarò egoista e cinico, ma ritengo che l’Europa di fronte a questa guerra avrebbe dovuto fare due sole cose: assistere umanamente i profughi ucraini e cercare in ogni modo di avviare trattative di pace, quelle vere. Così facendo ci siamo schierati dalla parte che ha tutto da perdere e nulla da guadagnare.

3 commenti

Archiviato in Attualità

Se fossi ministro…

Il collega docente e scrittore Marco Lodoli ha chiesto qualche tempo fa ad un eventuale nuovo governo di essere nominato ministro dell’istruzione. Si tratta ovviamente di una provocazione, ma fondata perché finalmente in quel ruolo ci sarebbe qualcuno che viene dal mondo della scuola.

Ma poiché anch’io vengo dal mondo della scuola, dove ho insegnato per oltre 40 anni, voglio provare a dire cosa farei se diventassi ministro dell’istruzione. E’ un’utopia ovviamente, ma basata su esperienze concrete. Per ora ho preparato 13 punti, ma ce ne sarebbero molti di più, che forse aggiungerò. Eccoli:

1. Reintrodurre alla scuola elementare e media lo studio serio della lingua italiana e della matematica, tornando agli esercizi che erano in vigore ai miei tempi (dettati ortografici, riassunti, temi, operazioni matematiche senza calcolatrici ecc.)

2. Eliminare progetti inutili e attività parascolastiche prive di ogni valore didattico, in ogni ordine di scuole.

3. Abolire totalmente nei Licei la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che non ha nulla a che fare con l’astrazione tipica degli studi umanistici e scientifici;

4. Ridurre moltissimo l’uso degli strumenti elettronici, vietando agli studenti e ai prof. l’uso di cellulari, tablet ecc. Tornare ai libri ed ai quaderni come mezzi essenziali dell’apprendimento.

5. Reintrodurre la possibilità di bocciatura anche nella scuola elementare e media. Ripetere un anno non è un dramma né una sconfitta personale, ma solo il modo migliore per adeguarsi al proprio ritmo di apprendimento.

6. Ripristinare gli esami di quinta elementare e di terza media. Rendere serio l’esame di Stato delle scuole superiori reintroducendo la commissione esterna e abolendo le fasce del credito scolastico, che determinano il “mercato delle vacche” dell’aumento dei voti singoli per far raggiungere allo studente la fascia superiore a quella della sua media dei voti;

7. Riportare l’obbligo scolastico ai 14 anni o al conseguimento della licenza Media. Poiché non tutti gli alunni hanno la propensione e l’interesse allo studio, è inutile tormentarli con la frequenza obbligatoria di una scuola che a loro non interessa; sarebbe molto più logico avviarli a quei mestieri “manuali” che consentono di guadagnare bene ma che nessuno vuol più praticare (calzolaio, idraulico, falegname, meccanico, sarta ecc.).

8. Curare la disciplina degli studenti, prevedendo sanzioni che, in caso di episodi gravi, arrivino alla perdita dell’anno scolastico, senza possibilità di appello né di ricorso al TAR. Ovviamente i provvedimenti disciplinari andrebbero tutti dimostrati e motivati.

9. Limitare l’ingerenza dei genitori nella didattica. Il giudizio dei docenti e del Consiglio di Classe in caso di scrutinio dovrebbe essere insindacabile e inappellabile. Il TAR non ha alcuna competenza in materia scolastica, non si vede il motivo per cui possa interferire su decisioni prese dai docenti umiliandone la già compromessa professionalità.

10. Rivedere la normativa sui BES e DSA, accettando solo i casi di vero e comprovato disagio, non come avviene adesso quando molte di queste certificazioni sono false e costituiscono solo una scorciatoia per ottenere la promozione.

11. Chiudere immediatamente i diplomifici e le scuole private che, dietro pagamento, garantiscono la promozione e fanno recuperare gli anni perduti. Se bocciato nella scuola statale, lo studente deve ripetere necessariamente l’anno scolastico. Ciò non significa chiudere tutte le scuole non statali, ma solo quelle che regalano anni di studio ad autentici asini.

12. Provvedere ad un serio reclutamento dei docenti, da parte di concorsi ordinari che verifichino la conoscenza adeguata delle materie di insegnamento. Nessuna possibilità di essere immessi in ruolo “ope legis” senza il superamento di prove impegnative.

13. Fine del garantismo e possibilità di licenziamento per docenti e dirigenti che si rivelino indegni del posto che occupano. A ciò dovrebbero provvedere commissioni apposite in grado di verificare la preparazione e l’efficacia didattica dei docenti.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

A proposito di omofobia

Oggi, subito dopo il TG1 delle 13,30 e quindi in fascia protetta, è andato in onda uno spot pubblicitario dove una modernissima nonna, nello scoprire che il nipote è gay, mostra una gioia straripante e chiede a lui e al suo “fidanzato” quando si sposeranno. A parte l’evidente forzatura della realtà, poiché vorrei sapere quanti sarebbero nella fattispecie i nonni ed i genitori così contenti nello scoprire l’omosessualità del figlio o del nipote, quel che è assolutamente fuori luogo è l’orario in cui questi spot vanno in onda: a quell’ora sono davanti alla tv i bambini, che hanno tutto il diritto di non essere indottrinati dall’ideologia gay e gender, che si sta cercando di imporre con la forza a tutti, e per giunta senza contraddittorio. E’ veramente disgustoso che la TV di Stato, pagata da tutti i cittadini, faccia una sfacciata propaganda a favore di minoranze che non si accontentano di rivendicare i loro diritti ma pretendono di imporre a tutti il loro pensiero, come avviene nelle dittature, non nelle democrazie. Ormai il pensiero unico si è impadronito di tutti i centri di cultura e di informazione, per cui chi non si adegua è immediatamente bollato con epiteti infamanti e rischia addirittura l’incriminazione (se dovesse passare il ddl Zan) solo per aver espresso la propria opinione.

A me risulta che l’art. 21 della nostra Costituzione non preveda affatto il pensiero unico, né la censura (perché di questo si tratta) contro chi vi si oppone; proclama invece la libertà di opinione e di espressione, ed è quindi limpido e chiaro che nessuno può essere condannato per il proprio pensiero. Oggi invece, se pur non siamo ancora alla persecuzione giudiziaria, chi crede nella famiglia tradizionale e non ama le unioni gay e tanto meno l’adozione di bambini da parte di queste persone, è bollato con il marchio infamante dell’omofobia ed escluso idealmente dal consorzio sociale. Ad esprimere idee contrarie al “politicamente corretto” si ha paura, come si vede dal fatto che anche gli esponenti di gruppi o partiti di orientamento tradizionale fanno fatica a parlare ed in parte si sono dovuti adeguare al pensiero dominante per timore della lettera scarlatta che non è più la A di adulterio, ma la O di “omofobia”.

Io invece, su questo mio blog, ho la libertà (per adesso) di dire ciò che voglio; non lo posso fare invece sui social, dove la dittatura delle lobby gay ha già occupato posizioni di comando, tanto che a chi dice qualcosa contro di loro viene sospeso o cancellato l’account. E quindi esprimo qui la mia opinione. Sono sulla strada dei 70 anni, quindi chi legge capirà perché non riesco ad adeguarmi a questa così brillante modernità, a questo esaltante “progresso” che tratta da residuati medievali coloro che pensano ancora che la vera famiglia sia quella formata da un uomo e una donna. Intendiamoci bene: sono contrario ad ogni emarginazione e ad ogni violenza contro chicchessia, quindi anche quella contro i gay. Chi offende, denigra o emargina una persona è comunque dalla parte del torto, e la violenza è sempre sbagliata, chi la compie deve essere condannato senza esitare; questo però vale per tutti, non si vede perché un pugno dato a una persona gay debba fare più male di quello dato ad un’altra persona. E’ giusto rispettare la dignità di tutti, ed io l’ho sempre fatto: nella mia lunga carriera di docente ho avuto molti studenti “diversi”, diciamo così, ma mai e poi mai mi sono permesso di fare battute a loro carico, di schernirli o di discriminarli in qualunque maniera.

Detto questo, cioè ferma condanna di qualsiasi violenza o discriminazione, resta il fatto che ciascuno è fatto a suo modo, in base all’educazione ed ai principi morali che ha ricevuto, e non si può imporre a nessuno di cambiare completamente mentalità solo perché oggi i gay sono diventati dei privilegiati o perché hanno occupato con la loro ideologia la TV ed i mezzi di informazione. Io non offendo nessuno, rispetto tutti a livello umano e personale, ma non posso evitare un moto di ribrezzo quando vedo due uomini o due donne che si baciano o quando un uomo dice “mio marito”; allo stesso modo non posso accettare l’idea delle adozioni gay o dell’utero in affitto; per lo stesso motivo non posso approvare le stupide carnevalate dei cosiddetti “gay pride”, dove si insultano i simboli cristiani o si denigra la famiglia tradizionale. Io, sempre nel rispetto personale di tutti, continuo a considerare l’omosessualità come un atto contro natura, al punto che mi sale un moto di ribrezzo al solo immaginare un rapporto sessuale tra due persone dello stesso sesso. Ed ho il coraggio di dirlo, qualunque sia la reazione di chi leggerà.

E’ qui che sorge il problema: le lobby gay e trans infatti non si accontentano di aver ottenuto i loro diritti, ma pretendono addirittura di cambiare la mente delle persone, di ipnotizzare tutti per condurli alla loro ideologia, e non tollerano alcun dissenso. E’ vero che in passato sono stati discriminati, ma ora stanno agendo come i Cristiani sotto l’impero romano, che da perseguitati divennero poi a loro volta persecutori dei pagani. Per raggiungere il loro scopo ricorrono addirittura alla minaccia della denuncia penale, e prima o poi ci arriveranno perché l’opposizione è troppo debole e soprattutto insicura e incapace di sostenere le proprie posizioni fino in fondo. Forse arriverà il momento in cui quelli che la pensano come me saranno denunciati perché credono nella famiglia tradizionale, o forse faranno come Stalin, ci manderanno nei manicomi criminali perché non siamo in grado di comprendere la sacralità di questo progresso che porta in piazza gente seminuda che insulta la Madonna e crede con ciò di aver conquistato un diritto. Per adesso mi dovete scusare, proprio non riesco, neanche volendo e ragionando, a considerare libertà e progresso ciò che è solo la squallida ostentazione di comportamenti che proprio non riesco a ritenere “normali”.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Guerra e pensiero unico

E’ incredibile la rapidità e l’efficacia con cui il pensiero unico riesce ad affermarsi nel nostro Paese: da quando è scoppiata (purtroppo!) questa guerra in Ucraina tutti i principali canali televisivi e le maggiori testate giornalistiche si sono adeguate supinamente alla posizione del governo Draghi, imponendo una visione manichea dei fatti per cui Putin sarebbe l’aggressore violento e spietato mentre gli ucraini sarebbero le povere vittime, cui mandare denaro e armi per difendersi dall’invasione. Il bello della situazione è che chiunque non si adegua a questa visione unilaterale e cerca se non altro di comprendere con la propria mente le cause di questo conflitto viene immediatamente bollato come “putiniano” o anche come “pacifista”, dando a questo termine una connotazione negativa che non aveva prima di questi avvenimenti.

Quel che non posso accettare non è tanto la presa di posizione filogovernativa di tutti gli organi di informazione (avranno i loro motivi, sono stati sempre proni alle decisioni di tutti gli esecutivi, persino sulla gestione sciagurata della pandemia da parte del governo Conte 2), o il fatto che i giornalisti, che per loro natura dovrebbero indagare sui fatti e cercare di interpretarli, da qualche anno si adeguano supinamente al potere politico (e qui destra e sinistra fa poca differenza), quanto la repressione censoria nei confronti di chi la pensa diversamente: gli ospiti ucraini ai vari talk-show televisivi vengono lasciati parlare e incensati, a quelli russi si chiude la bocca e li si insulta, i pochi contrari alla pappardella governativa vengono zittiti o sbeffeggiati pubblicamente e devono portarsi addosso, come un marchio infamante, le etichette di cui parlavo prima.

Io credo che il cervello umano sia fatto per indagare, informarsi, ragionare e formarsi un’opinione propria sugli eventi che si verificano intorno a lui, non per dire sempre di sì come burattini manovrati con i fili. A proposito del conflitto cui stiamo assistendo da oltre due mesi, e che tutti speriamo finisca al più presto, quel che i giornalisti al servizio del potere dimenticano di dire in televisione sono molte cose. Ad esempio:

  1. L’Ucraina non sta affatto difendendo i valori democratici dell’Occidente, perché non è una democrazia ma un regime paragonabile a quello russo (del resto, l’origine etnica dei due paesi è la stessa). Il loro presidente non tollera le opposizioni e chiude sistematicamente qualunque voce di dissenso;
  2. Negli anni dal 2014 ad oggi c’è stata una sistematica persecuzione, da parte del governo ucraino, contro le popolazioni filorusse del Donbass e della Crimea; per mezzo del famigerato battaglione Azov sono state compiute distruzioni e omicidi di massa nei confronti dei dissidenti. A Odessa ci fu una strage dentro un edificio in cui vennero fatte morire bruciate decine di persone contrarie al regime.
  3. Il comportamento degli USA è tutt’altro che lodevole e accettabile. Gli americani hanno compiuto negli ultimi decenni varie invasioni di Stati indipendenti, stragi e bombardamenti, e nessuno ha avuto da ridire. Solo adesso ci si accorge che la guerra è un infame e inutile spargimento di sangue?
  4. La NATO, essendosi formata negli anni della guerra fredda per contrastare il blocco sovietico, una volta che questo è caduto si sarebbe dovuta sciogliere; e invece si è espansa sempre più verso Est, costituendo così per la Russia un’evidente provocazione. Se negli anni ’60 i sovietici furono costretti a togliere i missili nucleari da Cuba, non si vede perché oggi dovrebbe essere permesso alla NATO di collocarli a poche centinaia di chilometri da Mosca.

Nonostante tutto ciò il nostro Paese si è supinamente allineato alle posizioni preconcette di europei e americani, che ci aiutarono sì nel 1945 a liberarci dal nazismo, ma non possono pretendere dopo quasi 80 anni di continuare a toglierci la sovranità e considerarsi i nostri padroni. Tutto ciò dimostra che il nostro non è un paese libero, ma vive nell’orbita dei potentati economici e politici d’oltre Oceano, cui il nostro Primo Ministro si adegua scodinzolando di fronte a quel vecchio rimbambito di Biden. Io mi chiedo, ad esempio: quale diritto hanno gli USA di ergersi a paladini del diritto internazionale dopo tutti i pessimi esempi che hanno dato? e quale dovere abbiamo noi di farci coinvolgere in una guerra che non è nostra, inviando armi all’Ucraina, solo per compiacere l’industria bellica americana? Che diritto e che convenienza abbiamo noi di applicare sanzioni alla Russia, che nulla ha fatto contro di noi, con il rischio di subire danni economici molto più pesanti di quelli che dovremmo provocare? Io sarò miope o disinformato, ma non riesco a vedere la ragione per cui dobbiamo partecipare ad un conflitto che non abbiamo voluto e che non è contro di noi. Qualcuno dice: “ma se non fermiamo Putin poi attaccherà anche noi”, paragonando assurdamente la situazione internazionale attuale a quella dell’Europa del 1939. Ebbene, se lo farà interverremo; ma finché non veniamo attaccati direttamente non abbiamo il diritto di partecipare a un conflitto che non ci riguarda. Perché dovremmo farlo? Per umanità, per soccorrere chi è stato aggredito? E allora, quando gli USA hanno invaso l’Iraq con la falsa scusa di armi micidiali che non esistevano, perché abbiamo aiutato l’aggressore?

Questa mia posizione è condivisa da molti, forse dalla maggioranza degli italiani; ma pochi si azzardano a parlare ed esprimere le proprie idee per paura del pensiero unico, della ghettizzazione cui va incontro chi non si adegua alla versione ufficiale governativa ripetuta come un mantra dalle televisioni e da giornalisti che hanno perduto la loro dignità e professionalità. L’etichetta di “putiniano” appiccicata a chi esprime idee come la mia, in effetti, è una vergognosa mistificazione: cercare di scoprire le cause di questa guerra, ragionare sulle situazioni pregresse e le loro origini, considerare il quadro mondiale individuando altre responsabilità oltre quelle della Russia non significa affatto giustificare Putin o sostenere l’invasione dell’Ucraina. Putin si è messo senza dubbio dalla parte del torto, ma dobbiamo riflettere sul fatto che spesso, anche nella vita quotidiana, chi reagisce con troppa veemenza contro qualcuno è perché da questi è stato provocato ed ha quindi le sue ragioni, sebbene molti non le vedano o facciano finta di non vederle.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Osservazioni da sessantenne

Il grande erudito romano Terenzio Varrone (ca. 116-27 a.C.) tra le sue numerose opere compose una volta anche una satira menippea (opera mista di prosa e di versi) intitolata “Il sessantenne”. Vi si narrava di un uomo che si era addormentato in una grotta all’età di dieci anni e si era risvegliato all’età di sessanta, dopo un letargo durato un cinquantennio; ed al suo risveglio aveva trovato la società completamente cambiata dal tempo in cui era bambino, naturalmente in peggio, perché erano drasticamente decadute le virtù ed altrettanto rapidamente aumentati la corruzione e i vizi. Si tratta, com’è ovvio, di una finzione tipica della satira, dove la realtà viene stravolta e trasformata allo scopo di mettere in evidenza, magari in tono burlesco, le contraddizioni e le storture degli individui e delle comunità. Questo carattere della satira romana, come vediamo, si è mantenuto anche oggi.

Ora, a me sembra di essere nella condizione del sessantenne di Varrone, benché io di anni ne abbia purtroppo più di 60 e stia irrimedialmente avvicinandomi alla settantina. Mi pare di aver vissuto un letargo pluridecennale, perché da quando ero giovane e credevo in determinati valori che mi erano stati trasmessi dalla famiglia, dalla scuola, dalle mie letture, tutto è cambiato in modo radicale, con uno stravolgimento a 360 gradi oppure, come di dice dalle mie parti, “dal giorno alla notte”. Causa di questo stravolgimento è stata soprattutto la “rivoluzione” del ’68 e le sue nefaste conseguenze in ambito sociale e specialmente scolastico; ma a ciò si è aggiunto l’altrettanto nefasta diffusione del cosiddetto “politicamente corretto” di origine americana, che in nome di un falso progressismo ha imposto un pensiero unico che propugna determinate idee antitradizionali e opera una sistematica ghettizzazione di chiunque vi si opponga, ottenuta con l’isolamento sociale dei dissidenti, la loro esclusione dal dibattito pubblico, l’applicazione ad essi di etichette infamanti che sono veri e propri deterrenti per chi tenta di ragionare con la propria testa. Moltissime persone infatti, per paura di finire nel ghetto dei reietti, rinunciano ad esprimere le proprie opinioni, o al massimo lo fanno nei commenti dei social.

Facciamo qualche esempio. A me da giovane era stato insegnato che la Patria era un valore importante e che nel nostro Risorgimento tante persone si erano sacrificate per l’unità e l’indipendenza del nostro Paese; ed anche le guerre mondiali del ‘900 ci venivano presentate in questa luce, quella della volontà del nostro popolo di difendere la propria terra e la propria libertà (anche la Resistenza, celebrata oggi 25 aprile, andava in questo senso). Oggi invece chiunque si azzarda a dire che l’Italia dovrebbe rivendicare la propria identità e la propria indipendenza dagli USA, dalla NATO e dai banchieri di Bruxelles viene bollato come “populista” o peggio “sovranista”, come se chi sostiene la sovranità del proprio Paese fosse un pericoloso revanscista o peggio un bieco reazionario. Io da parte mia, che da sempre sono affezionato al mio Paese e sono orgoglioso di essere italiano, non riesco a vedere nulla di offensivo in queste parole, che anzi dovrebbero essere patrimonio di tutti i cittadini. Nei pochi viaggi che ho fatto ho potuto constatare che molti stranieri (francesi, tedeschi, inglesi, austriaci ecc.) sono molto più legati alle loro nazioni che non all’Europa di cui pur fanno parte. Soltanto noi italiani siamo i primi a disprezzare la nostra patria ed a sottometterci, come stiamo facendo, ai diktat d’oltralpe e d’oltre oceano.

In questo periodo, proprio riguardo alla guerra che purtroppo si sta combattendo in Europa, si è messo in evidenza lo squallido servilismo con cui il nostro governo si adegua alla versione americana ed europea degli avvenimenti, senza neanche cercare di individuare le ragioni dei contendenti e le cause del conflitto. Gli storici seri, dai tempi di Tucidide, hanno sempre cercato le cause degli avvenimenti, ma oggi chiunque si azzarda a vedere in questa guerra altre motivazioni che non siano la bestiale malvagità di Putin, viene etichettato rozzamente come “putiniano”, senza comprendere che chi ritiene ingiustificato l’espansionismo della NATO o pensa che l’Ucraina abbia le sue responsabilità non intende affatto giustificare l’invasione russa, ma sta solo cercando di vederci chiaro in una situazione internazionale di conflitto in cui le colpe, come in qualunque dissidio anche minimo, ben raramente stanno da una sola parte. La televisione di regime ci trasmette invece una visione manichea dei fatti in cui la Russia è il male assoluto e l’Ucraina l’incolpevole vittima. A ciò si aggiunge l’azione pratica di un governo non eletto da nessuno che, senza neanche consultare il Parlamento e tanto meno i cittadini, si permette di prendere iniziative sconsiderate come l’invio di armi ad una delle parti belligeranti, inimicandosi l’altra e rendendosi quindi parte attiva in un conflitto che non dovrebbe riguardarci. A ciò si aggiungono delle sanzioni economiche assurde, che recheranno molti più danni a noi che alla Russia e che potrebbero far saltare la nostra economia già traballante. Chi fa notare tutto questo è automaticamente “putiniano” e viene pubblicamente sbeffeggiato e insultato.

Potrei continuare a lungo con la rassegna dei cambiamenti sociali epocali che hanno interessato il cinquantennio in cui io sono stato in letargo nella grotta, ma scriverei un libro e non un post su un blog. Un accenno faccio solo ai cosiddetti “diritti civili”, il nuovo cavallo di battaglia del “politicamente corretto”. Quando eravamo giovani tutti noi della nostra generazione eravamo stati abituati al concetto di famiglia formato da un uomo e una donna, cui si aggiungevano poi i figli nati dal matrimonio; e questi principi erano per noi scontati, nessuno pensava che potesse esistere qualcosa di diverso. Oggi non è più così, ci sono le cosiddette “famiglie arcobaleno”, c’è l’utero in affitto, tutto è cambiato; ma ciò che non si può accettare di queste novità non è tanto la loro esistenza (alla quale nostro malgrado dobbiamo piegarci) quanto la pubblica gogna e la condanna infamante rivolta a tutti coloro che credono nella famiglia tradizionale, bollati inesorabilmente come “omofobi” ed emarginati dal dialogo televisivo, dalla stampa e dai social. Anzi, la prepotenza dei sostenitori dell’ideologia LGTB è arrivata persino alla repressione violenta degli oppositori, mediante il cosiddetto “disegno di legge Zan” che prescrive persino la denuncia penale per chi dissente da queste nuove ideologie ed esprime opinioni diverse. Quindi non c’è più soltanto una censura morale, si arriva anche alla minaccia giudiziaria per i dissidenti, conculcando la libertà di opinione, costituzionalmente garantita, in modo analogo a quanto avviene nelle più bieche dittature. E poi hanno il coraggio di parlare di democrazia e di libertà! Quale libertà può esserci in un Paese dove si è obbligati a pensarla tutti allo stesso modo?

Un’altra etichetta infamante, sempre imposta dal pensiero unico dominante del “politicamente corretto” è quella che bolla come “razzista” chiunque metta in guardia dai pericoli derivati dell’immigrazione incontrollata, che ha già provocato un grave degrado in molte delle nostre città, dove i cittadini hanno paura ad uscire per la presenza di bande di extracomunitari violenti e della diffusione dello spaccio di droga e della prostituzione. Chi vorrebbe limitare questi fenomeni non c’entra nulla con il razzismo, che è una cosa ben diversa, è cioè la presunzione della superiorità intrinseca di una razza su un’altra, come avveniva – ad esempio – nella Germania nazista; ma chi fa giustamente notare i problemi ed i pericoli provocati dall’immigrazione clandestina non lo fa perché si sente ontologicamente superiore, ma semplicemente perché la presenza eccessiva di queste persone, a cui non siamo in grado di offrire un lavoro e una sistemazione perché mancano anche a molti di noi, provoca effettivamente un grave incremento della criminalità e del degrado sociale.

Ma purtroppo è inutile denunciare tutto questo, perché la nostra società è ormai posseduta integralmente o quasi da queste nuove ideologie che hanno sostituito quelle precedenti (la sinistra ad esempio, che prendeva le parti del proletariato, ora è diventata la paladina di gay e immigrati) e si sono imposte mediante la sistematica occupazione di tutti i principali canali televisivi e delle maggiori testate giornalistiche. Quel che le persone come me, che hanno dormito per cinquant’anni, dovrebbero fare è tornare nella grotta e dormire ancora, in attesa che un nuovo Varrone ci riscopra e ci mostri un mondo finalmente libero e giusto.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica

Propaganda e pensiero unico

Noi diamo per scontato, ogni volta che leggiamo o ascoltiamo qualcosa che riguarda la politica, che la nostra sia una democrazia matura, che da noi ci sia veramente il pluralismo ed il rispetto per tutte le opinioni, e marchiamo sdegnosamente la differenza che distinguerebbe il nostro Paese, membro della NATO e dell’Europa di Bruxelles, dai paesi cosiddetti “totalitari” come la Russia, la Cina o altri. Eppure, se focalizziamo l’attenzione sull’informazione televisiva che abbiamo, o anche su quella della carta stampata, ci accorgiamo che la propaganda in atto in Italia non è molto diversa da quella di Putin o di altri dittatori del suo calibro. Non ci vuol molto ad accorgersi che da noi l’informazione è pilotata dal potere politico e che si svolge a senso unico: esiste cioè, in pratica, una sola linea interpretativa dei fatti che tutti siamo indotti (con le buone o con le cattive) a seguire. E’ un pensiero unico che viene dall’alto e che s’impone attraverso tutti i canali televisivi (pubblici o privati) e tutte le principali testate giornalistiche, un pensiero che viene ripetutamente gettato sulle nostre teste, con un martellamento continuo a cui non è possibile sottrarsi, a meno che qualcuno non decida di spegnere per sempre la TV, non leggere mai i giornali e non entrare mai nei social come Facebook. Ma rispettare queste regole è difficile, specie in una società moderna dove a tutti piacerebbe essere informati imparzialmente.

L’ultimo caso di pensiero unico riguarda la guerra Russia-Ucraina, sulla quale siamo bombardati tutti i giorni con un lavaggio del cervello che occupa almeno due terzi di ogni telegiornale. Sull’evento c’è ormai, da parte di tutte le fonti d’informazione, una visione unica che è quello di Biden, dell’Europa dei burocrati di Bruxelles e del nostro Draghi, cagnolino fedele e sottomesso ai diktat degli USA e dei signori citati prima. Secondo questa versione Putin è un criminale, un assassino che ha invaso un paese libero e per questo va condannato senza se e senza ma, anche adottando provvedimenti assurdi e stupidi come le sanzioni internazionali, che faranno molti più danni a noi che alla Russia. E nonostante che questa sia una verità evidente a tutti (abbiamo bisogno del gas russo e delle materie prime, altrimenti la nostra economia si blocca), Draghi e gli altri fedeli servitori dei Biden e compagnia continuano con questa follia delle sanzioni, al fine soprattutto di favorire l’alleato americano che guadagnerà alle nostre spalle vendendoci il suo gas ed il suo petrolio a prezzi superiori a quelli pagati a Putin. Altrettanto folle è la logica della armi date all’Ucraina, che serviranno solo a prolungare il conflitto e a far compiere altre stragi e altre atrocità. Se l’Europa avesse avuto veramente la volontà di far cessare il conflitto avrebbe dovuto restare neutrale, assistere i profughi e muoversi soprattutto sul piano diplomatico, senza prendere una posizione così netta solo per compiacere l’alleato americano, che in tutto ciò coltiva soprattutto i propri interessi politici ed economici.

Eppure, una posizione così netta assunta dall’Europa, alla quale Draghi si è allineato passivamente, non ammette repliche, non ammette contraddittorio. Chiunque si azzardi a dissentire da questa follia viene immediatamente etichettato come “putiniano” e pubblicamente sbeffeggiato ed emarginato. E’ successo a tutti coloro che hanno cercato in TV di indagare sulle cause del conflitto senza accettare come tanti burattini la versione ufficiale trasmessa dalla propaganda di regime; lo stesso è accaduto a chi ha messo in luce l’ambiguo comportamento degli USA e della NATO, che dopo la fine dell’Unione Sovietica avrebbe addirittura dovuto sciogliersi o almeno ritirarsi, non continuare ad avanzare verso est minacciando di porre missili atomici a poche centinaia di chilometri da Mosca. C’è stato chi ha ricordato la crisi di Cuba del 1963, quando i sovietici posero i missili a poca distanza da New York e furono poi costretti a rimuoverli; perché invece alla NATO dovrebbe essere consentito ciò che fu negato allora ai russi?

Gli argomenti per opporsi al pensiero unico ufficiale, senza tuttavia giustificare l’aggressione russa all’Ucraina, sarebbero molti, ma pochi si azzardano a parlare in un Paese dove si accetta una sola versione dei fatti: chi vi si oppone, qui da noi, fa poca strada, ma viene immediatamente tacitato e poi cacciato e messo nel ghetto dei “putiniani”, quando invece chi trova anche altre responsabilità nel conflitto non vuole affatto giustificare Putin ma semplicemente cercare di vedere al di là del muro ideologico che i nostri mass-media pilotati dal regime vogliono metterci di fronte agli occhi.

Certo, è vero che in Italia gli oppositori non subiscono conseguenze fisiche, non vengono avvelenati né messi in prigione per aver contestato il regime; ma subiscono ugualmente una censura strisciante e corrosiva che finisce per metterli a tacere. Il sistema usa contro di loro l’arma dello scherno e dell’emarginazione ideologica, una sorta di “confino” da cui non escono più. Così è avvenuto per qualsiasi circostanza in cui vi sia stata un’opposizione al pensiero unico del “politicamente corretto”, altra infelice imposizione di origine americana. Gli esempi non sono difficili da indicare: coloro che si opponevano al modo in cui lo sciagurato governo Conte 2 ha affrontato l’epidemia di Covid sono stati bollati come “negazionisti”, quando a nessuno veniva in mente di negare l’esistenza del virus; coloro che non si sono vaccinati hanno subito un’infamante gogna mediatica che è durata mesi e che ha ottenuto l’effetto contrario di quel che si proponeva; coloro che auspicano una maggiore libertà decisionale dell’Italia ed una riduzione della nostra sottomissione agli stranieri viene subito etichettato come “sovranista”. L’emarginazione del dissidente investe poi tutti coloro che mostrano perplessità di fronte alle tesi dei paladini dei cosiddetti “diritti civili”: così chiunque si azzarda a difendere la famiglia tradizionale formata da un uomo e una donna è immediatamente bollato come “omofobo”; chiunque trova il coraggio di dire che occorrerebbe porre un limite all’immigrazione clandestina, i cui effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti, è subito definito “razzista”; senza poi contare l’etichetta di “fascista” sempre affibbiata a chi non accetta certi falsi miti ancora in vigore oggi a 80 anni dalla fine della guerra civile italiana.

E’ vero quindi che gli oppositori in Italia non vanno in galera, ma questo non è sufficiente per poter definire la nostra una vera democrazia; non può essere tale un regime in cui viene propagandata, con un martellamento continuo, un’unica versione dei fatti, e dove chi non accetta questa versione viene bollato con i peggiori epiteti, sbeffeggiato ed escluso dal dibattito pubblico. Sì, perché da noi esiste anche la censura, per chi non lo sapesse: le TV non invitano i dissidenti o li invitano solo per ridicolizzarli, i social come Facebook sospendono il profilo o cacciano addirittura per sempre chiunque esprime un’opinione contraria al “politicamente corretto”, e non mi si venga a dire che questo è conforme alle regole del vivere civile.

Nella fattispecie la propaganda di regime che abbiamo in Italia, con tutte le TV e i giornali schierati come tanti soldatini al servizio del governo, a sua volta schiavo dei diktat americani ed europei, non differisce molto da quella della Russia o di altri paesi totalitari. Il senso di frustrazione che prova chi subisce questa emarginazione è forte, si ha la sensazione di essere soli in un deserto dove la nostra voce non è ascoltata oppure, se viene ascoltata, riceve per risposta lo scherno e l’insulto. Quindi la nostra non è una democrazia ma una dittatura; una dittatura che non ricorre ai carri armati o alla galera per i dissidenti solo perché non ne ha più bisogno. Come già diceva Pasolini molti decenni fa, oggi della repressione violenta non v’è più alcuna necessità: basta riuscire ad asservire la TV e tutti gli altri mezzi di informazione, ed il gioco è fatto.

7 commenti

Archiviato in Attualità

Guerra fuori e dentro di noi

E’ dal febbraio 2020, da oltre due anni, che il nostro equilibrio psichico è messo duramente alla prova: prima la pandemia con il lockdown e tutto il resto fino alle polemiche su vaccini e green-pass e poi, quando la situazione sanitaria non si è ancora normalizzata, ecco che scoppia una guerra in Europa che potrebbe avere anche per noi esiti disastrosi. In queste condizioni il senso di insicurezza, di preoccupazione, di smarrimento di fronte alla realtà circostante aumenta a dismisura e provoca in molti turbamenti e patologie psichiche dalle conseguenze imprevedibili. Una cosa comunque è certa: che in questi due anni abbiamo imparato che lo stato di benessere economico e di tranquillità sociale in cui l’Europa viveva da oltre 70 anni non è eterno, né un diritto acquisito, ma uno stato di cose che può finire da un momento all’altro riportandoci indietro di decenni o di secoli, ai tempi di cui ci parlavano i nostri genitori e i nostri nonni, quando la vita era molto più difficile rispetto a quella che abbiamo vissuto noi ed i nostri figli.

Sul Covid ho già detto abbastanza, soprattutto sul lockdown disumano imposto dal governo Conte, che non sono mai riuscito ad accettare ed a giustificare e da cui ho avuto danni psichici di non poco conto. Vorrei invece esprimere qui, in base a quel poco che sono riuscito a comprendere, un’opinione sulla nefasta guerra che si sta combattendo tra Russia e Ucraina. Non è agevole farlo in modo oggettivo, poiché sono convinto che l’informazione che riceviamo da TV, giornali e social non sia obiettiva né esauriente; e ciò non solo perché in guerra ciascuna delle parti riferisce i fatti a modo proprio e abbondano le accuse reciproche per cui l’osservatore esterno fa molta fatica a capire quale sia la verità, ma anche perché il nostro Paese, per bocca del capo del governo e di tutti i partiti che sostengono il governo stesso, ha preso una posizione netta e inappellabile e si è allineato supinamente a quella degli USA e della NATO, condizionando in tal senso tutti o quasi gli organi di informazione. Non si tratta, da parte mia, di complottismo, ma di voler cercare di capire la realtà senza accettare passivamente la versione ufficiale che ci viene propinata dall’alto: del resto, a causa del mio carattere problematico e diffidente, io non ho mai assimilato pensieri altrui, di qualunque tipo, senza metterli in discussione e tentare di formare un pensiero mio personale, anche molto prima della guerra e della pandemia.

Entrando in argomento, non ho difficoltà ad ammettere che Putin sia un dittatore e che la guerra avrebbe potuto e dovuto essere evitata, perché nel XXI secolo la ragione e la volontà di pace dovrebbero prevalere sulla brutale logica delle armi; quindi, a parer mio, l’invasione di uno Stato sovrano non è in alcun caso giustificabile, neanche se il governo ucraino fosse veramente formato da neonazisti, né per alcun altro motivo. Una volta detto questo, però, io resto convinto del fatto che quando c’è uno scontro – che sia tra due persone, due gruppi o due nazioni – la ragione e il diritto non stanno mai da una parte sola; pur nella condanna dell’invasione, dunque, io credo che anche gli ucraini abbiano le loro colpe, e che il loro presidente Zelensky non sia affatto un eroe ma un guerrafondaio alla pari del suo omonimo russo. La pretesa di quest’uomo che tutto il mondo si schieri dalla sua parte e intervenga direttamente nel conflitto a rischio di una catastrofe atomica da cui nessuno si salverebbe è semplicemente assurda: non può chiedere a noi occidentali di morire per l’Ucraina, anche perché ciò non è mai avvenuto quando gli USA hanno invaso l’Iraq o l’Afghanistan. Pensi piuttosto agli errori che ha commesso lui e a quelli che commette ancora con questo atteggiamento vittimistico, di fronte a una situazione che anche lui ha contribuito a determinare; cerchi piuttosto un accordo con l’avversario russo, si faccia da parte se necessario, ma senza coinvolgere noi in una guerra che non è nostra. La smetta di chiedere che il suo Paese entri nella NATO, perché Putin non può tollerare di avere i missili a testata atomica a poche centinaia di chilometri da Mosca. L’Ucraina deve diventare un paese neutrale e non mettersi al servizio degli americani, perché ciò potrebbe comportare per tutto il mondo il rischio di essere trascinati in una catastrofe senza uscita.

Quanto all’atteggiamento dell’Italia, sono veramente indignato per le idiozie come il tentativo di abolizione del corso universitario su Dostoevskij o il licenziamento del direttore d’orchestra russo. Colpire singole persone, prendersela addirittura con uno scrittore morto da oltre un secolo solo perché russo, è cosa che solo degli imbecilli possono concepire. Ma assurda è anche l’applicazione di sanzioni contro persone che non c’entrano direttamente con la guerra: quale fondamento giuridico può avere mai la confisca dei beni di una persona solo perché appartenente ad una data nazionalità? A me sembra un’azione del tutto ingiustificata. Ma anche le sanzioni generali contro la Russia sono un’idiozia, perché faranno molto più male a noi, con la dipendenza energetica che abbiamo dall’estero e il debito pubblico alle stelle, che non al paese cui sono destinate. Già le sanzioni in generale non hanno mai ottenuto risultati nella storia, ma queste di adesso sono ancora più stupide e inutili, perché si ritorceranno pesantemente contro di noi quando ci mancheranno il gas, il petrolio e le materie prime cui non possiamo rinunciare e la nostra economia, già traballante, andrà a rotoli. Sbagliatissimo io ritengo anche l’invio di armi e materiali militari all’esercito ucraino, che servirà solo a fomentare la guerra ed a prolungare le inutili sofferenze di quel popolo, oltre a collocarci tra i paesi ostili alla Russia, cosa di cui non credo possa provenirci alcun vantaggio, anzi… Tutto ciò mi sembra una forma di masochismo del tutto privo di logica, atto a dimostrare che noi italiani siamo i primi a farci del male, ad agire nell’interesse altrui e non nel nostro. E invece io penso – anche se ciò può sembrare cinico – che dovremmo pensare prima a noi stessi e poi agli altri, perché così fanno tutti gli altri Paesi europei, compresi la Francia e la Germania che non hanno applicato integralmente le sanzioni come abbiamo fatto noi.

Il dovere dell’Italia e dell’Europa in questa circostanza si dovrebbe ridurre a due punti essenziali: l’assistenza umanitaria ai profughi e le iniziative diplomatiche per costruire negoziati di pace e far cessare questa guerra. Ma al di là di questo non si può chiedere di più a chi con questa situazione non c’entra nulla e nulla ha fatto per provocarla, a meno che non si voglia dire che le responsabilità della NATO siano anche nostre, visto che ne facciamo parte. Forse lo sono, ma in parte minima e infinitesimale, perché in confronto a quello degli USA e di altre nazioni il nostro peso decisionale è forse dello 0,01%.

Questa è la mia opinione, e ci tengo ad esprimerla anche se so che molti non la condividono. Mi conforta solo il fatto che il mio blog è casa mia e nessuno può cacciarmi o sospendermi l’account, come fa Facebook quando qualcuno osa esprimere un’opinione non perfettamente coincidente con il pensiero unico del “politicamente corretto”

4 commenti

Archiviato in Attualità

Docenti umiliati e offesi

Come ognuno può constatare, il prestigio della classe docente è andato sempre diminuendo in questi ultimi decenni. Tutto è cominciato con il ’68 e il rifiuto della disciplina, per proseguire poi con la politica fallimentare verso la scuola adottata da tutti i governi, di sinistra o di destra che fossero. La china, già molto pendente, è addirittura precipitata negli ultimi anni, e da questo punto di vista sono ben contento di essere in pensione, per non dovermi confrontare con una realtà sempre più difficile e logorante, sia fisicamente che soprattutto psicologicamente.

Anche quando insegnavo ciò che mi infastidiva di più non era tanto il problema economico (gli stipendi sono bassi, si sa, ma ciò era noto fin da prima di intraprendere la professione) quanto la scarsa considerazione sociale alla quale eravamo soggetti: quando parlavo con qualche amico d’infanzia, che aveva scelto altre strade, mi accorgevo da certi discorsi e certi risolini beffardi che non considerava l’insegnamento una “cosa seria”, ma quasi un gioco, un passatempo, se non delle chiacchiere a vuoto. Questa, secondo me, è una delle ragioni dell’immane decadenza della figura del docente; e benché in televisione molti politici lodino a parole la categoria per l’impegno e i sacrifici compiuti, di fatto l’opinione pubblica continua a non riconoscere, per ignoranza o malvolenza, l’importanza di questa professione, oltre a ripetere i soliti stupidi luoghi comuni come le 18 ore settimanali, i tre mesi di vacanza ecc.

Un’altra causa dell’inarrestabile perdita di prestigio dei docenti è la legislazione scolastica esistente. Gli alunni vengono blanditi da tutti, hanno tutti i diritti e nessun dovere; tutto è loro dovuto, la promozione è concepita come un diritto inalienabile, non come la giusta conseguenza di una preparazione ottenuta; coloro che non ce la farebbero per ignoranza, disimpegno o incapacità trovano comunque scorciatoie per superare l’ostacolo, magari facendosi dichiarare BES o DSA (cioè alunni con problemi o difficoltà specifiche) e ottenendo così programmi ridotti e facilitati. E la norma sarebbe parzialmente giustificata se effettivamente questi alunni presentassero gravi problemi, ma nella fattispecie non è così, o almeno non lo è sempre: basta avere i genitori separati ad esempio, o un parente malato o una depressione dovuta all’essere stati lasciati dalla ragazza o dal ragazzo per essere dichiarati BES e ottenere le facilitazioni. Ai tempi miei non esisteva nulla di tutto ciò: o studiavi e ottenevi risultati o venivi bocciato, senza se e senza ma. Poi, se qualcuno nonostante tutto riesce a farsi bocciare, c’è sempre il TAR (tribunale amministrativo regionale) che, senza intendersi affatto di scuola e senza conoscere l’alunno, si attacca a cavilli formali e promuove così autentici asini calzati e vestiti. E i prof. ovviamente ci fanno la figura degli sciocchi e degli incapaci. In queste condizioni, come possono ricevere considerazione sociale persone che hanno sempre torto e sono costrette a piegare la testa di fronte alle prepotenze di alunni, genitori e legulei?

Gli ultimi eventi verificatisi dimostrano la veridicità delle mie affermazioni. A Napoli un docente è stato picchiato selvaggiamente solo per aver richiamato all’ordine una classe indisciplinata; e quel che è più grave, secondo me, non è il fatto in sé ma ciò che ci sta dietro, l’idea cioè secondo cui un professore è un rifiuto sociale a cui chiunque può fare impunemente violenza verbale e anche fisica, senza che ci siano norme adeguate a difenderlo. Gli stessi organi di informazione mostrano sotto traccia (ma neanche tanto) un’avversione preconcetta contro la classe docente, una sorta di rabbia che sfogano non appena qualcosa gliene offre il pretesto: oltre a giustificare sempre e comunque gli studenti anche quando compiono veri e propri reati (l’occupazione di una scuola è interruzione di pubblico servizio), non perdono occasione per accanirsi contro gli insegnanti: è questo il caso della collega di Roma che ha giustamente ripreso un’alunna vestita in modo del tutto inadeguato ad un ambiente come quello scolastico, che dovrebbe avere un certo decoro. Anziché biasimare la ragazzina e la madre che la manda a scuola vestita a quel modo, tutti si sono scagliati contro la docente solo perché avrebbe usato un linguaggio improprio, auspicandone addirittura una punizione esemplare. E’ il mondo che va alla rovescia: il professore, da cui si pretende che sia anche un educatore, non ha più il diritto di riprendere gli alunni, altrimenti rischia di esser messo alla gogna, mentre gli studenti (poverini!) vengono consolati contro il cattivone che li ha offesi. Guarda a che punto siamo arrivati! Per questo io non consiglierei più ad un giovane di intraprendere questa professione, che sarebbe la più bella del mondo se i docenti ricevessero il rispetto che meritano, il riconoscimento per il difficile lavoro che svolgono (specie in questi due anni di pandemia) e si pretendesse da loro soltanto un’adeguata preparazione nelle discipline e un corretto metodo di insegnamento, non la promozione degli asini e la sopportazione silenziosa di alunni e genitori maleducati e spesso persino violenti.

Temo che ormai questa situazione sia irreversibile, perché la demagogia imperante nel nostro Paese, dove la democrazia viene identificata con la più sfacciata libertà di fare ciò che si vuole senza rispettare alcuna regola, non vuole alcun cambiamento; anzi, ogni governo che si succede peggiora ancora la condizione dei docenti, con leggi sempre più permissive e facilitanti per gli alunni e con impegni burocratici crescenti e quasi sempre inutili. Se ci fosse la volontà, i rimedi ci sarebbero, basterebbe usare il pugno duro che il certi casi è l’unico che funziona: abolire il garantismo dei ricorsi al TAR ad esempio, perché il giudizio di un consiglio di classe dovrebbe essere inappellabile, eliminare le false certificazioni di difficoltà individuali inesistenti, imbastire procedimenti penali contro i genitori violenti che portino alla galera e provvedimenti disciplinari nei confronti degli alunni, che arrivino fino alla perdita dell’anno scolastico senza appello. Blandire gli studenti – cosa che fanno tutti, dai politici ai giornalisti – non serve a farli crescere umanamente e socialmente; anzi, togliere loro tutti gli ostacoli e le difficoltà con l’assurdo buonismo che vediamo ogni giorno finisce per danneggiarli, per trasformarli in bamboccioni inerti che non sapranno mai difendersi dai problemi che prima o poi incontreranno nel corso della loro vita. E poi c’è un’altra conseguenza di questo andazzo, ancor più grave: la diffusione dell’ignoranza e dell’analfabetismo funzionale, direttamente proporzionale alla banalità degli studi ed al sempre crescente numero delle valutazioni e delle promozioni immeritate.

1 Commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

I ricatti dell’editoria italiana

Le case editrici, si sa, sono aziende che debbono fare profitto, e quindi pubblicano soltanto ciò da cui ritengono di poter ricavare un adeguato introito economico. Questo è pienamente legittimo, secondo me, così come lo è il loro rifiuto di investire su opere che non giudicano degne della pubblicazione, quelle cioè che prevedono di non vendere abbastanza; e ciò prescinde molto spesso dalla qualità dei manoscritti, nel senso che hanno molte più probabilità di successo delle autentiche schifezze, purché rechino la firma di personaggi noti per mezzo della TV o i social, rispetto ad opere di valore ma proposte da autori sconosciuti. Qualcuno ha detto che se oggi, per una speciale concessione della Grazia divina, dovessero sorgere un nuovo Manzoni o un nuovo Leopardi, i loro scritti resterebbero in fondo ad un cassetto e nessuno potrebbe venire a conoscenza delle loro opere.

Questa situazione non è una novità, è sempre stato così almeno nell’ultimo secolo a questa parte e per ciò io non mi sento di accusare gli editori, i quali debbono pur trarre dalla loro professione di che vivere; diciamo piuttosto che la responsabilità appartiene in gran parte al grande pubblico, il quale è disposto a spendere per procurarsi le barzellette di Totti o l’ultimo ricettario culinario ma non è altrettanto pronto ad acquistare un romanzo o un saggio di cui non conosce l’autore. Ecco dunque che gli aspiranti scrittori, che in Italia (chissà perché) sono numerosissimi, sgomitano invano per riuscire a pubblicare, tranne chi riesce a trovare gli “agganci” giusti per raggiungere l’obiettivo, mediante il clientelismo tanto diffuso nel nostro Paese, di uscire almeno per un po’ dall’anonimato. Poi, come dice una nota canzone “uno su mille ce la fa”, e non è detto che sia il migliore. Anzi.

Gli editori, ovviamente, sono ben consapevoli di questa smania di notorietà che affligge tanti amanti della scrittura, e alcuni di loro cercano di sfruttarla in maniera non certo corretta né moralmente accettabile. In uno di essi sono incappato anch’io in questi giorni, quando ho sottoposto a diversi editori un mio saggio sull’Eneide di Virgilio. Uno di essi, di cui per il momento non faccio il nome, ha mostrato un apparente entusiasmo per la mia opera e si è detto pronto a pubblicarla anche subito; ma nel contratto ha posto una strana condizione, cioè che io avrei dovuto acquistare (a mie spese ed al prezzo intero di copertina) 200 copie della mia opera, per un totale di diverse migliaia di euro. Poi, dopo un certo numero di copie vendute dall’editore, la Casa editrice mi avrebbe restituito la somma pagata; ma come potrei io sapere con certezza quante copie si sarebbero vendute? L’editore avrebbe potuto benissimo dire che il numero previsto non si era raggiunto e quindi i miei denari sarebbero stati perduti per sempre. La verità è che questa altro non è che una trappola per far pagare all’autore tutte le spese relative alla pubblicazione della sua opera. Purtroppo molti principianti cadono nel tranello, alcuni sono disposti a spendere anche grosse cifre pur di essere pubblicati; ma con me il trucco non funziona, sia perché non sono un esordiente ed ho al mio attivo già una dozzina di libri pubblicati, sia perché considero queste condizioni un’autentica vessazione ed un insulto alla cultura ed all’impegno di chi ha scritto un libro ed ha la legittima aspirazione di uscire dal mortificante anonimato in cui quasi tutti noi viviamo. Perciò riporto qui un passo della lettera con cui ho risposto alla proposta indecente dell’editore:

Gent. Sig.ra,

desidero anzitutto ringraziarla per il suo interessamento e per il giudizio positivo che ha dato sulla mia opera, che dimostra di aver letto ed apprezzato. Mi congratulo per questo ed ha fatto piacere anche a me parlare e confrontarmi con Lei. Al di là dei giudizi personali, tuttavia, debbo con rammarico comunicarLe che la Vs. proposta di pubblicazione del mio lavoro “Enea, l’eroe malinconico”, stanti così le condizioni contrattuali, per me è inaccettabile. L’obbligo di acquisto di 200 copie da parte mia, per un totale di XXXX euro (cifra non indifferente), è in realtà un sistema surrettizio per far gravare sull’autore le spese di stampa e produzione del libro, che diventa così una pubblicazione a pagamento. Da parte mia, tengo a ribadirlo, non ho mai accettato da nessun editore l’iniqua condizione di dover pagare per le mie pubblicazioni, e questo non perché non sia in grado di farlo ma perché trovo la cosa gravemente lesiva della mia dignità e della mia cultura: i prodotti dell’ingegno, come qualunque altro “bene” accessibile e messo sul mercato, hanno un prezzo, e questo prezzo deve essere sostenuto dall’editore e dagli utenti finali del libro, non certo da chi l’ha scritto. Sarebbe come se un panificatore dovesse pagare coloro che consumeranno il pane ch’egli ha sfornato, anziché il contrario. […]

Considero degradante e mortificante per un Autore dover pagare per pubblicare la propria opera, per questo non accetterò mai queste condizioni; so che purtroppo molti le accettano, e squalificano così l’intera categoria. Per questo invito tutti coloro che leggeranno questo post a non soggiacere mai a ricatti di questo tipo, diffidando di coloro che promettono fama e notorietà quando il loro vero obiettivo è far soldi ai danni altrui. E’ una speculazione vergognosa che finirebbe se tutti reagissero come me. La cultura è importante e non ha un prezzo; ma se proprio vogliamo trasformarla in un prodotto di mercato come gli altri, è per me cosa certa che questo prezzo debbano pagarlo tutti tranne gli Autori.

2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

Osservazioni sul libro “Il danno scolastico” di L.Ricolfi e P.Mastrocola, La Nave di Teseo 2021

Ho avuto modo di leggere in questi giorni, con grande piacere per la chiarezza espositiva ed il contenuto del tutto condivisibile, il libro dei coniugi Luca Ricolfi e Paola Mastrocola “Il danno scolastico”, che osserva con lucida precisione la decadenza dell’istruzione in Italia negli ultimi trent’anni e cerca di individuarne le cause. Non posso che rallegrarmi del fatto che persone come il prof. Ricolfi, storicamente appartenenti all’area politica della sinistra, facciano finalmente ammenda su quelli che sono stati i marchiani errori del ’68, del movimento studentesco e della successiva politica dei governi e dei ministri della loro parte, a cominciare da Luigi Berlinguer; del resto anche prima di Ricolfi altri “intellettuali” di sinistra, come ad esempio il grande latinista Antonio La Penna o filosofi come Massimo Cacciari, si sono resi conto di quelle che erano le farneticazioni sessantottine come il “vietato vietare”, il “sei politico” e simili, che sotto un’apparenza di democrazia hanno in realtà inaugurato la distruzione della scuola italiana.

In realtà i due autori hanno un approccio diverso al problema della decadenza degli studi, sebbene giungano alle stesse conclusioni: Ricolfi è un docente di statistica ed è quindi propenso ad argomentare con formule e schemi, mentre la Mastrocola ha insegnato per decenni in un Liceo Scientifico ed è quindi in grado di giudicare la situazione dal basso, dal campo di battaglia potremmo dire; perciò, con tutto il rispetto per il professore, io sono propenso ad ascoltare con più attenzione le parole di una collega che ha vissuto, come il sottoscritto, l’intero periodo di cui tratta nel suddetto libro.

Paola Mastrocola analizza con impietoso realismo le condizioni attuali della scuola italiana, dove gli studenti arrivano ai Licei senza saper comprendere neanche gli autori letterari più semplici, senza sostenere un discorso autonomo per più di un minuto (impiegando, tra l’altro, un lessico limitatissimo), senza scrivere un pensiero di tre righe senza compiere numerosi errori ortografici; ed al proposito mi ha particolarmente colpito la sua affermazione secondo cui è stata costretta (in prima e seconda liceo scientifico) a far fare dettati d’italiano per la correzione dell’ortografia e della punteggiatura, un esercizio che ai suoi (e miei) tempi facevamo in terza elementare! Ed il bello è che questi alunni non provengono da classi sociali svantaggiate, ma sono persino figli di professionisti e di persone laureate; e non tutti trascurano lo studio, anzi molti di loro s’impegnano adeguatamente, ma con risultati pessimi o comunque mediocri.

Questa la situazione effettiva. La tesi centrale del libro però è un’altra, confermata anche da Ricolfi mediante i suoi studi statistici e matematici: quella cioè secondo cui la scuola facile, la decadenza continua dell’insegnamento e delle richieste degli insegnanti agli alunni, le promozioni facili e generalizzate, tutto ciò in pratica favorisce le classi sociali elevate: regalando infatti diplomi e lauree a tutti, con voti alti spesso immeritati, si finisce per agevolare chi possiede potere economico e adeguate conoscenze per sistemare i figli in posizioni di prestigio, mentre chi non ha questi privilegi non può salire sul cosiddetto “ascensore sociale”, e così si perpetua la tradizione antica (di prima del ’68) per cui il figlio del notaio farà il notaio e il figlio dell’operaio farà l’operaio. E ciò avviene non perché nella scuola ci sia classismo o favoritismi per i rampolli dell’alta società, ma proprio per la continua banalizzazione degli studi e la rimozione di tutti gli ostacoli che gli alunni incontravano nella vecchia scuola (esame di quinta elementare, di terza media, di quinta ginnasio, ma anche programmi più vasti e valutazioni basse quando necessarie). A questo regime, oggi del tutto vincente, si sono piegati sia i Presidi (cui sta a cuore l’immagine esterna della scuola, che non può bocciare altrimenti “non si iscrivono più”) sia i docenti, lasciati alla mercé di genitori prepotenti e sotto la minaccia dei ricorsi, ciò che rende forte la tentazione di lasciar perdere e promuovere tutti per non avere fastidi.

A questo punto debbo fare un atto di presunzione, nel dire che io da anni sono giunto alle stesse conclusioni della Mastrocola e di Ricolfi, anche senza statistiche e calcoli complessi: ho scritto infatti più volte su questo blog che i fautori ed i sostenitori della pedagogia sessantottina hanno totalmente fallito il loro obiettivo, che era quello di rendere democratica la scuola e garantire a tutti il successo formativo. Un tale obiettivo si poteva ottenere solo abbassando notevolmente l’asticella del sapere, e così è stato fatto, ma ciò che si è ottenuto è l’esatto contrario di ciò che si sarebbe voluto: rendendo la scuola facile e banale e promuovendo tutti non si è fatto altro che favorire l’alta borghesia, per i motivi detti prima. Se invece la scuola fosse stata sì aperta a tutti ma rimasta comunque selettiva, il figlio dell’operaio meritevole che esce con un buon voto avrebbe avuto più opportunità del figlio del notaio che esce con il minimo o che addirittura viene bocciato (se lo merita, ovviamente!). E’ vero che la nostra Costituzione dice che la scuola è aperta a tutti, ma l’art.34 parla di “capaci e meritevoli” che, anche se privi di mezzi, devono essere aiutati dallo Stato a raggiungere i gradi più alti degli studi. Quindi il dettato costituzionale non prevedeva affatto una scuola banale dove tutti vengono promossi, ma una scuola dove si fa selezione in base al merito individuale. La vera cultura è lo strumento essenziale di affermazione nella società, non l’aver semplicemente sostato per anni dentro le mura scolastiche per imparare poco o nulla.

L’argomento è troppo vasto per essere sviscerato in un articolo come il presente, e quindi mi fermo dopo aver fatto un’ultima osservazione. I due predetti autori del libro, meritevole per aver scoperchiato una pentola che bolle da anni ma a cui pochi avevano fatto caso, compiono una lucida analisi delle responsabilità, attribuendo soprattutto alla politica scolastica dei vari governi lo spaventoso declino del nostro sistema formativo. Su questo sono d’accordo anch’io, perché se è vero che Berlinguer e gli altri ministri della sinistra hanno contribuito molto alla rovina della scuola, è altrettanto vero che neanche i governi di centro-destra hanno mai fatto nulla per risolvere la situazione; anzi, hanno fatto peggio, a cominciare dall’idiozia delle “tre i” di Berlusconi fino alla pseudoriforma Gelmini che altro non è che un taglio profondo agli investimenti sull’istruzione e sulla scuola, che la mentalità aziendalistica tanto diffusa nel nostro Paese giudica improduttiva (e non è un caso che vari ministri dell’istruzione, a cominciare da Lombardi fino all’attuale Bianchi, siano vicini alla Confindustria). Però resto convinto che l’inizio di tutti i guai sia stato il ’68 e le assurdità sostenute allora e dopo, fino ad oggi, da una serie di pedagogisti incompetenti che non conoscono per nulla la realtà scolastica pratica e continuano a blandire gli studenti e ad ad avanzare proposte demagogiche e di fatto irrealizzabili.

Quello che manca a questo libro, come a tanti altri interventi del medesimo tenore, è l’indicazione dei rimedi. Come può risolversi la deriva attuale che continua anno dopo anno e che sforna studenti sempre più ignoranti e impreparati? Ricolfi e Mastrocola non danno suggerimenti in merito, limitandosi ad affermare che non si può tornare indietro, perché riproporre oggi una scuola come quella degli anni ’60 sarebbe assurdo a loro giudizio. Ma allora cosa possiamo fare? Verrà finalmente un governo ed un ministro che abbiano il coraggio di andare controcorrente e di dare finalmente al Paese un sistema formativo efficace, che tenga alto il livello qualitativo del sapere, privilegi il merito e sia capace di tagliare i rami secchi? Io ho pochissima fiducia nella realizzazione di questo obiettivo, come pochissima ne hanno certamente anche gli autori del libro di cui qui si parla. Se così non fosse, ci avrebbero certamente dato in tal senso indicazioni precise, non si sarebbero limitati ad una critica che essi stessi mostrano di giudicare fine a se stessa.

4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Il mondo alla rovescia

Ultimamente scrivo poco sul blog, ma in certi momenti e dopo certi fatti non posso fare a meno di esprimere la mia opinione. E’ vero che esistono i social, ma su Facebook mi censurano e mi sospendono l’account se dico qualcosa contro il “politicamente corretto”, quindi mi vedo costretto a tornare a scrivere qui, dove per fortuna sono proprietario del blog e nessuno può applicare censure sovietiche.

Dico questo perché sono indignato ed esterrefatto per un avvenimento di cui si parla tanto in questi giorni: quello della giornalista Greta non so come, che ha denunciato penalmente una persona che, dopo la partita Empoli-Fiorentina ed all’uscita dallo stadio, le ha dato una pacca sul sedere passando. Il tipo è stato subito identificato dopo una ricerca tipo Digos (come se quel sedere fosse un affare di Stato!) e fatto oggetto di una gogna mediatica indicibile su tv, giornali e social, tanto che il disgraziato, dopo aver subito un Daspo di 3 anni e la suddetta denuncia penale per “violenza sessuale” (sic!), è stato addirittura costretto a rifugiarsi in un luogo segreto e rischia persino di perdere il lavoro, perché il suo ristorante è stato fatto oggetto di una serie di attacchi e di boicottaggi.

Ora, io mi chiedo se in Italia il virus del Covid ha inciso sul cervello delle persone togliendo loro l’intelligenza e il buon senso, perché altra spiegazione non trovo. Se una pacca sul sedere di un decimo di secondo, che non comporta nessun dolore e nessuna conseguenza se non il naturale disappunto di chi si sente toccata senza consenso, debba essere considerato una “violenza” tale da condurre a tutte queste conseguenze, allora cosa si dovrebbe fare a chi commette la vera violenza? In un paese dove i più efferati delitti restano spesso impuniti o poco puniti, in un paese dove chi ruba il denaro pubblico continua ad occupare il proprio posto, in un paese dove i terroristi assassini delle Brigate Rosse sono usciti dopo pochi anni di villeggiatura in carcere e si permettono persino di tenere conferenze all’università ed essere pagati per questo, in un paese così una pacca sul sedere, certamente inopportuna ma non paragonabile neanche lontanamente a ciò che sopra ricordavo, deve portare alla rovina totale della vita di una persona, che oltretutto ha anche una figlia piccola che subirà anch’essa le conseguenze di questa macelleria mediatica? Io non voglio difendere l’autore del gesto, che è certamente importuno e maleducato; ma sappiamo ancora distinguere tra le varie situazioni o facciamo di tutta l’erba un fascio? Una pacca sul sedere può essere parificata allo stupro e al femminicidio?

Sentire le donne che starnazzano in TV contro il “colpevole” augurandogli la galera e la forca per una pacca sul sedere è veramente allucinante e c’è da chiedersi se la ragione umana si sia del tutto annullata lasciando il posto ad un odio stupido e cieco contro il genere maschile, di cui il manolesta di Ancona è diventato capro espiatorio; sì, perché gli attacchi furibondi delle signore in questione non si limitano al gesto infelice del poveraccio, ma si allargano in accuse infamanti contro tutti i maschi, che sarebbero violenti per natura, non rispetterebbero le donne e le considererebbero una loro proprietà privata. A queste genialità da rotocalco non passa per la testa che il 99 per cento degli uomini non si sognerebbe mai di fare violenza ad una donna né di molestarla in alcun modo; no, per loro siamo tutti colpevoli per il solo fatto di appartenere, per nostra somma sfortuna, al sesso sbagliato.

Il femminismo degli anni ’70, per quanto eccessivo e sguaiato, aveva però delle ragioni inconfutabili, visto che in quegli anni esistevano effettive discriminazioni contro le donne e situazioni familiari che in diversi casi erano oggettivamente intollerabili; ma quello di oggi è semplicemente ridicolo, si perde in idiozie come la richiesta di declinare al femminile tutti i sostantivi, sfonda di continuo delle porte aperte ed esprime avversione e odio di genere che non può certo aiutare la civile convivenza familiare e sociale. Esistono certo uomini violenti, ma prima di tutto occorre valutare di che tipo è la violenza, perché quella vera si riduce a pochissimi casi in rapporto al totale delle persone e delle famiglie; e poi la violenza non è solo fisica ma anche psicologica, ed in questa le donne sono molto più abili degli uomini.

L’assurda ed esagerata reazione mediatica determinatasi in seguito alla pacca sul sedere della giornalista, che con ciò ha conquistato una notorietà ed un seguito che altrimenti non avrebbe mai raggiunto, è però parte, secondo me, di una totale perdita dei veri valori e del giusto equilibrio mentale che dovrebbe guidare una società civile. Sono tante le situazioni in cui oggi non si è più capaci di giudicare con moderazione, né di trovare un punto di vista mediano tra difetti opposti: per correggere le storture del passato, in altre parole, siamo passati all’eccesso contrario. Gli esempi di questo stravolgimento mentale che rovina la nostra società sarebbero infiniti, né qui ho tempo e voglia di parlarne e caso mai lo farò in prossimi articoli. Uno di questi è certamente il fatto di cui ho parlato in questo post, che dimostra in modo eclatante come si sia del tutto perduto il senso della misura: in epoche passate un uomo poteva molestare tranquillamente una donna con parole ed atti e nessuno se ne faceva caso, mentre ora si viene denunciati per aver fatto un complimento ad una collega di lavoro. Sono due comportamenti estremi e sbagliati, quello di allora e quello di oggi: evidentemente non siamo più capaci di individuare il giusto mezzo tra due opposti errori, quello che illustri scrittori dell’antichità, da Aristotele ad Orazio, avevano indicato come la vera manifestazione della virtù.

5 commenti

Archiviato in Attualità

L’incerto futuro della nostra scuola

Sto pensando che sono seriamente preoccupato per il futuro della scuola. Il periodo della pandemia e della Dad ha limitato gravemente il livello di preparazione degli studenti e ritardato lo svolgimento dei programmi; ma di questo pochi sembrano accorgersi, perché le promozioni generalizzate e i voti sempre più alti sono l’unica cosa che interessa ai ragazzi e alle famiglie. I genitori non protestano quasi mai quando la scuola non prepara i loro figli, ma lo fanno spesso quando qualche insegnante serio e competente chiede un po’ di impegno e magari non è disposto a gratificare con valutazioni alte chi non le merita.

Il periodo della Dad è stato inteso da molte scuole come un lasciapassare per promuovere tutti o quasi e per distribuire valutazioni alte o altissime senza che dietro ad esse vi fosse un vero merito e un’adeguata preparazione: e di questa faciloneria valutativa chi ne riceve danno sono proprio gli studenti più bravi e motivati, che si vedono messi alla pari con coloro che non si sono mai veramente applicati allo studio e magari hanno approfittato della Dad per non seguire e per farsi i comodi loro.

Purtroppo questo è un andazzo nazionale difficile da estirpare perché a tutte o quasi le componenti scolastiche va bene così: ai dirigenti perché credono che così facendo si migliori l’immagine esterna della scuola e si incentivino le iscrizioni, ai genitori e alunni per le ragioni suddette, a molti docenti perché con i voti alti e le promozioni di massa sono sicuri che nessuno protesterà e non avranno fastidi di sorta. Così viene meno la più importante funzione della scuola, quella di formare i giovani ed operare una selezione tra chi merita e chi no, e prendono così consistenza due rischi concreti: che aumenti l’ignoranza e l’analfabetismo funzionale in società (ed è un fenomeno che ben si nota già oggi) e che senza selezione siano poi i più “furbi” e i privilegiati socialmente a farsi strada nel mondo del lavoro, dove il merito – almeno da noi in Italia – conta molto meno delle conoscenze e dei favoritismi.

Tutto ciò mi preoccupa molto, come mi preoccupa il fatto che non si faccia abbastanza per recuperare il terreno perduto con i mesi di lockdown e con la Dad: se infatti il Ministero deciderà, come mi auguro, di ripristinare le prove scritte all’esame di Stato, quasi tutti gli studenti si troveranno di fronte a ostacoli insormontabili per aver passato due anni sugli allori. E non vorrei che dopo l’esame, constatato il disastro, si ricorresse come al solito a gettare la colpa sulle commissioni per avere magari richiesto il minimo indispensabile a chi non garantisce neppure quello.

Un’altra considerazione: per ridare alla scuola la sua dignità occorrerebbe un indirizzo didattico ben preciso stabilito dal Collegio dei docenti, ma sarebbe necessario anche un controllo sull’azione didattica dei professori, alcuni dei quali procedono per conto proprio senza tenere in conto i programmi e le indicazioni ministeriali, mentre altri risultano poco preparati e didatticamente inefficaci. Questo danneggia l’Istituto di appartenenza molto rapidamente, perché le voci si diffondono – specie nei piccoli centri – e si fa presto a veder screditare una scuola per colpa di qualcuno che non svolge come dovrebbe il proprio dovere. Sarebbe quindi necessario un controllo, ma chi potrebbe farlo? I Presidi sono ormai diventati Dirigenti, sono organizzatori e manager, ma si occupano poco della didattica; e poi non si può pretendere da loro che siano competenti in tutte le discipline che si insegnano nei loro Istituti. Sarebbe invece auspicabile, secondo me, l’istituzione di un comitato di valutazione permanente in ogni scuola, formato dai docenti più anziani di ogni ambito didattico, i quali si riunissero almeno una volta al mese per valutare l’operato dei colleghi più giovani e potessero segnalare al Dirigente o agli uffici competenti coloro che per varie ragioni possono essere carenti o inadeguati. Nel privato esiste il controllo sull’efficienza produttiva dei dipendenti, perché non può esistere anche nel pubblico? Non mi pare che l’importanza sociale del sistema educativo sia minore rispetto a quella di un’azienda privata che produce beni di consumo, perché ne va del futuro dei giovani, quindi dell’intero Paese. Ma chi è veramente interessato a questi problemi? Vorrei saperlo dai commenti che chiunque può apporre a questo articolo.

2 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

Considerazioni sul “fascismo”

E’ un po’ di tempo che non scrivo sul blog, ma gli eventi di questi ultimi giorni mi impongono di ritornare a dire qualcosa riguardo al cosiddetto “fascismo” che starebbe risorgendo in Italia ed in cui molti vedono o fanno finta di vedere un pericolo per la democrazia.

Ora, posto che è indiscutibile la condanna unanime dei fatti di sabato, dell’assalto alla sede della CIGL e delle altre violenze, io mi pongo diverse domande non su quella fattispecie ma sul problema generale. Si può parlare di fascismo oggi nel 2021? E’ logico pensare che un ventennio sia così importante da dover essere rimesso in campo dopo 80 anni o quasi dalla fine di quel regime? E chi sarebbero i “fascisti” oggi, quali caratteristiche dovrebbero avere?

Sono dei nostalgici del ventennio? Ma nessuno di loro ha vissuto quell’esperienza, perché è nato dopo. Quindi come si può credere che “Forza Nuova” di oggi sia uguale al fascismo di Mussolini e degli altri capi di quel periodo? Non mi pare che i due fenomeni si assomiglino in alcun modo, anche perché con 80 anni di distanza non sarebbe possibile un’identità del genere. Al massimo può esserci una somiglianza esteriore espressa attraverso immagini del Duce, slogan e saluto romano; ma questa è forma, non sostanza. E’ passato troppo tempo perché il fenomeno si possa ripetere, anche perché Forza Nuova e le altre organizzazioni del genere non arrivano alle elezioni nemmeno all’1%. Quindi che paura si può avere di questi “fascisti”? A me la definizione pare impropria, perché le differenze sono più delle analogie. Al massimo si può definirli “estremisti di destra”, ma non “fascisti”.

Altra considerazione. Questi gruppi fanno violenza: tirano oggetti alla polizia, fomentano la guerriglia urbana, assaltano sedi di sindacati e partiti. Ma questa, purtroppo, non è una prerogativa dei cosiddetti “fascisti”: anche gli estremisti di sinistra hanno fatto cose analoghe e ben peggiori, visto che il terrorismo assassino degli anni ’70 è stato in preponderanza di matrice marxista. C’è da chiedersi quindi perché le autorità chiedano a gran voce lo scioglimento di “Forza Nuova” e non lo chiedano dei gruppi estremisti dei centri sociali, dei terroristi No-Tav, degli anarco-insurrezionalisti.

Cosa c’è allora allora dietro questo antifascismo da strapazzo che rievoca un nemico finito quasi 80 anni fa, visto che quelli di oggi sono un fenomeno del tutto diverso? C’è la volontà precisa della sinistra di usare questo mezzuccio per infangare e danneggiare i partiti di centro destra come la Lega e Fratelli d’Italia, che fanno loro paura perché maggioritari nel Paese; il loro sciacallaggio è evidente in inchieste come quelle di “Fanpage” e nelle trasmissioni televisive faziose come quelle di Formigli, della Gruber ed altre della 7 ma anche della Rai. Oggi, tanto per fare un esempio, il TG1 ha insistito per molto tempo sui “fascisti” di sabato scorso e non ha detto nulla dei disordini di Milano provocati dagli anarchici e dagli estremisti di sinistra. Questo è fare giornalismo e informare i cittadini? La volontà precisa, e neanche tanto nascosta, della sinistra è quella di accreditare a tutti i costi la volgare insinuazione di una connivenza tra i partiti di centro-destra e i cosiddetti “fascisti”. A questo proposito due considerazioni: 1) la destra italiana per mano dell’allora leader Gianfranco Fini ha sconfessato il fascismo fin dalla svolta di Fiuggi nel 1995; 2) stiamo ancora aspettando che i partiti di sinistra facciano lo stesso con gli orrori del comunismo, che nel mondo ha provocato molti milioni di vittime in più del fascismo e nazismo messi insieme. Mi fa sorridere il loro argomento, quando dicono che una dittatura comunista in Italia non c’è stata; non è questa una buona ragione per non prendere definitivamente le distanze dal comunismo e dal marxismo, visto che le connivenze e le alleanze ci sono state eccome tra il PCI e il PCUS. Sappiamo tutti che i comunisti italiani ricevevano finanziamenti illeciti dall’Unione Sovietica, ma nessuno li ha mai condannati per questo.

Che conclusione ricavo da tutto ciò? Che l’Italia non è una democrazia, perché un paese dove l’estremismo viene perseguito da una parte sola e dove l’informazione è vergognosamente di parte, dove si utilizzano le “fake news” per danneggiare gli avversari e si ricorre alla magistratura corrotta per eliminare coloro che non si riesce a vincere alle elezioni, non può essere definita una una democrazia. Si chiede lo scioglimento di Forza Nuova? Bene, io non ho nulla in contrario, ma come cittadino moderato di centro-destra ho il diritto di chiedere che tale provvedimento sia adottato anche nei confronti delle organizzazioni di estrema sinistra, che invece sono state sempre tollerate anche quando sparavano agli agenti di polizia e proclamavano l’attacco al cuore dello Stato e l’instaurazione della “dittatura proletaria”. Per molti motivi, che ho detto anche in altri post nei mesi scorsi, io sono convinto che la parola “democrazia” sia in Italia un involucro vuoto e che in realtà domini un pensiero unico che costringe al silenzio tutti i dissidenti: non ci mandano nei gulag come facevano i loro beniamini ma ci isolano dal contesto sociale, ci bollano con epiteti infamanti tra cui “fascista” è quello più diffuso. Se i cittadini non si renderanno conto di questo colossale inganno, di quest’azione criminale, non potremo mai liberarci da questa dittatura strisciante.

5 commenti

Archiviato in Uncategorized

Il reato di opinione, vergogna della democrazia

Nell’articolo precedente parlavo della legge Zan che, se approvata, introdurrà una forma di reato di opinione: non sarà consentito, pena denunce e possibili condanne all’arbitrio di un giudice, sostenere la famiglia tradizionale o dire che l’omosessualità è una pratica contro natura. Ma in realtà il reato di opinione esiste già in Italia, purtroppo, ed è quello introdotto dalla cosiddetta “legge Mancino” del 1993, che espone a procedimento penale chi (a giudizio di chi, poi?) esprime convinzioni che potrebbero portare a discriminazioni di tipo razziale, etnico, religioso o nazionale. La stessa legge all’art.4 punisce con multe elevate e la reclusione da sei mesi a due anni “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.”

Ora io vorrei soffermarmi su questi punti. In base a questa legge, quindi, è vietato esprimere opinioni pubblicamente, anche se nessuno viene insultato, leso o danneggiato in alcun modo. Se c’è un modo di agire e di pensare fascista, è proprio questo, perché il vero fascista è chi impedisce con la forza della legge ad altre persone di esprimere i loro convincimenti, anche quando sono innocui. Io mi chiedo se questa legge possa definirsi consona ad uno stato democratico, che esalta ad ogni piè sospinto la libertà di tutti, e dico questo: se l’art.21 della Costituzione, che io rispetto nella sua interezza, sancisce la libertà di parola e di espressione, perché una persona deve essere sanzionata, addirittura carcerata, per le proprie idee? Io ritengo che se le convinzioni di ciascuno non fanno compiere alla persona nessun reato, egli deve essere libero di pensarla come vuole ed esprimere questa sua idea: si può essere fascisti, comunisti, liberali, nichilisti, pro e contro i gay, pro e contro l’immigrazione clandestina, pro e contro i rom e le persone di etnia diversa, basta che non si commettano reati. Certo, se qualcuno in base alle sue convinzioni va ad insultare o aggredire chi la pensa diversamente, questo non può essere accettato perché è un reato; ma in caso contrario non vedo perché si debba perseguitare un cittadino solo perché il suo pensiero non è allineato a quello della maggioranza.

Un discorso particolare, secondo me, va fatto per la cosiddetta “propaganda” o “apologia” del fascismo. Non si vede perché debba essere proibito riconoscere che il regime fascista fece anche cose buone, che il regime successivo non ha affatto rinnegato. E poi mi chiedo: se è vietata la propaganda del fascismo, perché non lo è anche quella del comunismo, causa di terrificanti dittature che hanno provocato nel mondo decine di milioni di vittime? Se è proibito il simbolo della svastica e quello del fascio littorio, perché non lo è anche quello, altrettanto funesto, della falce e martello? E perché esistono e non vengono messi fuori legge partiti che ancora oggi si chiamano “comunisti”? Mi si dirà che una dittatura comunista in Italia non c’è stata, ma l’Italia è oggi inserita in un contesto europeo e mondiale, con la globalizzazione; quindi, anche se un regime del genere da noi non c’è stato, il nome stesso del comunismo andrebbe condannato senza remore. Il povero sottosegretario Durigon, che del resto ha svolto bene il suo lavoro, è stato fatto dimettere con un’assurda accusa di “apologia del fascismo” solo perché ha espresso un’opinione, la possibilità cioè di intitolare un parco al fratello di Mussolini. E perché ancora si tollera che in Italia vi siano numerose vie e piazze intitolate ad autentici criminali comunisti come Lenin, Togliatti e Che Guevara?

La legge Mancino andrebbe immediatamente abrogata, e la Zan non dovrebbe mai essere approvata. Sono leggi anticostituzionali, perché in contrasto con il princicipio di libertà di espressione sancito dall’art. 21. E mi fa molto piacere che anche uomini di sinistra come il bravo giornalista Piero Sansonetti siano della mia opinione: questo significa che il principio della libertà di espressione non si può adattare ad una sola parte, ma va esteso a tutti. Altrimenti non siamo in democrazia, ma in una dittatura mascherata, che tra tutte le dittature è la più perversa e la più odiosa.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Una legge necessaria?

E’ molto tempo che non tratto argomenti di politica sul blog perché preso da altri impegni, ma ora, a forza di sentir parlare del DDL Zan contro l’omo/trans/fobia (ma che parola è?), mi è venuto il desiderio di fare alcune considerazioni. Sono opinioni mie e come tali opinabili e forse fallaci; ma nondimento sarei contento se fossero rispettate come sono da rispettare quelle di tutti gli altri, concordino o meno con le nostre.

Punto 1. Perché la sinistra italiana, cui si sono aggiunti gli scappati di casa a 5 stelle ormai diventati lacché di quella sinistra, sostiene con tanta pervicacia e acredine la necessità di approvare subito questa legge? E’ davvero così prioritaria in una fase storica in cui tanti problemi più gravi, di ordine sanitario ed economico, sono ancora ben presenti e ben lontani da una soluzione?

Punto 2. Siamo certi che sia opportuna una legge che crea delle “categorie” di cittadini privilegiati o comunque diversificati da tutti gli altri? Le norme che puniscono la violenza e l’istigazione alla violenza ci sono già, basta applicarle. Io personalmente non vedo il motivo per cui un pugno dato ad una persona gay o “trans” dovrebbe far più male o esser giudicato più grave di quello dato ad un’altra persona. La violenza va condannata e punita TUTTA con le stesse leggi, senza categorie speciali o protette, come fossero animali in estinzione.

Punto 3. Sono sicuri gli estensori e i paladini di questa legge che, una volta approvata, finisca con essa l’omofobia e l’avversione che taluni nutrono nei confronti delle “categorie” protette? Poiché la natura umana è reattiva di fronte alle imposizioni e alle minacce, c’è da attendersi che chi nutre odio o avversione per i gay o i “trans” si inasprisca ancor più e continui, magari in modo più subdolo, ad operare discriminazioni. La mentalità delle persone non si cambia a forza di legge e di denunce penali. Quel che dobbiamo diffondere è la cultura della tolleranza e del rispetto verso CHIUNQUE, non solo verso i gay, i trans o altri del genere; ma ciò può realizzarsi con l’educazione e la persuasione, non con le denunce penali, che non risolvono nulla.

Punto 4. Perché coinvolgere i bambini delle scuole, indottrinandoli con argomenti più grandi di loro? Io credo che l’innocenza infantile vada protetta, non mortificata. Non si vede cosa possano comprendere bambini di 6-10 anni (a anche quelli di 11-14) di un problema del genere. Diffondiamo piuttosto nelle scuole la cultura della tolleranza, cerchiamo di eliminare il bullismo, che come è noto non si rivolge solo contro i gay, ma contro chiunque si allontani un po’ dalla cosiddetta “normalità”: i grassi, i magri, quelli con gli occhiali, quelli con i brufoli, chi cammina saltellando, chi è troppo alto o troppo basso. Quanto agli orientamenti sessuali, quando questi bambini avranno la necessaria maturità, faranno da soli le proprie scelte.

Da parte mia io ritengo che questa legge sia inutile e pericolosa, per il fatto gravissimo che reintroduce il reato di opinione, cosa che avviene soltanto nelle più bieche dittature. Se una persona, ovviamente senza commettere alcun reato e senza discriminare nessuno, ritiene che l’omosessualità sia una pratica innaturale, che l’unica famiglia che possa chiamarsi tale è quella formata da un uomo e una donna e che i bambini debbono avere un padre e una madre, deve avere il diritto di continuare a pensarlo e ad esprimerlo. Invece l’art.4 del DDL Zan, con la scusa di un fantomatico “incitamento alla violenza”, di fatto minaccia di denuncia chiunque non è allineato al pensiero comune imposto per via normativa; e lasciare ad un giudice l’arbitrio di decidere quali sono le opinioni lecite e quali non lo sono è un abuso di potere intollerabile in ogni democrazia.

Per questo io penso che la difesa delle “categorie” suddette, da parte della nostra sinistra, non sia altro che un mero pretesto per imporre il pensiero unico del “politicamente corretto” anche a chi ha una diversa mentalità e una diversa ma altrettanto legittima opinione. E’ un atto dittatoriale, così come lo sono stati i famosi DPCM di Conte (sempre sostenuto da PD, estrema sinistra e 5 stelle) che ci hanno chiusi agli arresti domiciliari per mesi senza risolvere il problema della pandemia, in modo totalitario e senza neanche passare per il Parlamento. Tutte le dittature sono iniziate con azioni di forza, ma io sono da sempre convinto che le peggiori, le più odiose tra tutte, sono quelle mascherate da democrazie, che magari non ti chiudono la bocca con il manganello o i gulag, ma ti ridicolizzano e ti chiudono in un ghetto ideologico con le infamanti etichette di “razzista, fascista, omofobo” ecc., che sono ancor peggior della costrizione fisica, perché più subdole ed ipocrite.

4 commenti

Archiviato in Attualità

Un Paese di ignoranti

Un tempo la cultura era un valore positivo in ogni società; oggi invece, almeno nella nostra, è diventata per molti uno svantaggio, un inutile fronzolo, un peso da togliersi di dosso il prima possibile. E di converso l’ignoranza, un tempo condannata anche in modo eccessivo perché molte persone ne erano afflitte senza averne colpa, è diventata adesso quasi un titolo di vanto. I modelli proposti dalla TV e dai social esaltano altre qualità individuali come la bellezza fisica, il successo, la ricchezza materiale; di conseguenza il non sapere, l’essere privo di ogni competenza e di ogni conoscenza non è sentita come una mancanza, ma come un merito. La persona di cultura è spesso svalutata, ritenuta noiosa e pedante, quando addirittura non è apertamente guardata con sospetto e avversione.

Di questa attuale svalutazione della cultura nella nostra società contemporanea fornisco alcuni esempi. Nonostante che la maggioranza dei cittadini sia stata a scuola ed abbia terminato almeno un istituto di istruzione superiore, ciò non ha impedito la diffusione dell’analfabetismo funzionale: moltissime persone, infatti, sanno leggere e scrivere, ma non riescono a comprendere il senso di ciò che leggono, e se debbono scrivere non sono in grado di costruire un periodo in lingua italiana che sia sintatticamente corretto. Questo fenomeno a me sembra gravissimo: a che è servito a costoro andare a scuola per almeno tredici anni senza aver raggiunto le più elementari conoscenze di lingua? Ma il bello è che di tale condizione nessuno si preoccupa, pare anzi che questo genere di ignoranza – perché di ciò si tratta – venga comunemente accettata come facente parte della più ordinaria normalità.

A me risulta però che esista e sia molto diffuso anche un altro genere di analfabetismo, che io chiamo “di ritorno”. Mi riferisco alla limitatezza culturale di tante persone che non soltanto hanno frequentato le scuole superiori, ma si sono anche laureate diventando brillanti medici, avvocati, architetti o altro che dir si voglia. La maggior parte di costoro non legge più un libro dai tempi dell’università e presenta una spaventosa ignoranza in tutto ciò che non fa parte delle proprie specifiche competenze professionali: la storia, la geografia, la letteratura, le scienze, tutto lo scibile che hanno incontrato nel loro percorso è andato irrimediabilmente perduto. Tutto dimenticato, tutto sparito. Illustri e celebri professionisti, ricchi e famosi, non sanno chi erano Giulio Cesare o Napoleone, né quando sono vissuti né che cosa abbiano fatto, né dove si trovino l’Armenia o il Paraguay, né che cosa abbiano scritto Manzoni e Leopardi. Anche a costoro si potrebbe chiedere: cosa siete andati a fare a scuola? Cosa vi è rimasto della vostra istruzione?

Ma l’ignoranza più crassa e diffusa si vede dai social come Facebook, dove per mettere un post o scrivere un commento occorrerebbe quanto meno avere una minima conoscenza della lingua italiana; invece gli sfondoni e gli orrori ortografici e sintattici abbondano senza limiti, per non parlare della limitatezza lessicale di gente che magari, pur avendo un diploma, conosce appena 500 parole ed impiega sempre quelle. E se qualcuno che ne sa un po’ di più si azzarda a correggerli anziché ringraziarlo lo insultano, intimandogli di “non fare il professorino” e asserendo che ciò che conta è il concetto, poi se “a dormire” è scritto “ha dormire” non importa nulla, basta intendersi.

A questo punto c’è da chiedersi a cosa serva la scuola se tante persone, pur diplomate e laureate, non posseggono più neppure le competenze di base e si dimenticano in poco tempo tutto ciò che hanno studiato. Ma il problema non sta negli insegnanti, che nella gran maggioranza dei casi sono preparati e professionali, bensì nella mentalità corrente, che non conferisce alla serietà degli studi l’importanza che dovrebbe avere. La tendenza generale dei personaggi pubblici, dai divi dello spettacolo ai pedadogisti ed ai sociologi, è quella di blandire gli studenti, giustificarli sempre e comunque e soprattutto non biasimarli quando si comportano in modo scorretto, ad esempio copiando o cercando ogni scusa per non impegnarsi e ingannare i docenti; anzi, dalla TV arrivano messaggi compiacenti con tali comportamenti, come se non studiare, copiare o andar male a scuola fosse un merito e non un atteggiamento censurabile. Ho sentito celebrità televisive vantarsi di essere stati degli asini a scuola o di aver copiato i compiti, ed il tutto è accompagnato da risolini compiacenti, come se l’ignoranza che è la inevitabile conseguenza di questi atteggiamenti fosse cosa di cui andare fieri. A ciò si aggiunge la tendenza, ormai invalsa da molti anni, alle promozioni generalizzate, anche degli studenti per i quali sarebbe estremamente giovevole ripetere un anno del loro percorso. Tutte queste situazioni messe insieme non possono che dare un unico risultato: l’ignoranza, che a me pare una sciagura ma che invece, per l’opinione comune, è cosa di poco conto, anzi è auspicabile per poter controllare meglio il popolo ed imporgli una sorta di regime come quello in cui già ci troviamo, almeno da quando è iniziata la pandemia. E allora, se siamo contenti, continuiamo così: tanto, come disse qualcuno, con la cultura non si mangia.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

I due volti della sinistra

E’ inutile che i cosiddetti “postideologici” dicano che oggi la destra e la sinistra non esistono più. Esistono eccome invece, anche se sono diverse da come erano nei due secoli e nei vari decenni passati: corrispondono a due diverse concezioni del mondo, l’una liberale e democratica (tranne Casapound e qualche altro estremista) e l’altra statalista, accentratrice e generalmente poco tollerante delle idee e del pensiero altrui. L’abbiamo ben visto in questi due ultimi anni, quando i governi in gran parte sostenuti dalla sinistra (PD, Leu e i grillini che, come le banderuole, vanno con tutti quelli che assicurano loro le poltrone) con la scusa di combattere il Covid ci hanno chiusi in casa togliendoci tutte le più elementari libertà costituzionali, senza peraltro risolvere il problema del contagio e senza nemmeno tentare soluzioni alternative. Un tempo la sinistra sosteneva in ogni sua forma la libertà, adesso ce la toglie con la dittatura sanitaria.

Ma non è di questo che voglio parlare, quanto piuttosto dell’atteggiamento che i signori della sinistra italiana hanno nei confronti della società e specificamente degli avversari politici, coloro cioè che legittimamente non accettano il pensiero marxista e credono in una società liberale dove l’individuo viene prima dello Stato e ha tutto il diritto di realizzare la sua personalità e di non essere massificato. Quello che vedo adesso nella nostra politica è che la sinistra di un tempo si è divisa in due settori alquanto diversi tra loro, benché abbiano in comune l’odio per gli avversari e la presunzione di essere sempre dalla parte del giusto. Il primo settore è quello dei nostalgici del comunismo, delle barricate, del ’68, della cosiddetta “lotta di classe”, quelli cioè che io chiamo “i nipotini di Stalin”. Costoro, nonostante che i sistemi comunisti abbiano fallito in tutto il mondo e si siano rivelati nient’altro che bieche dittature con sulla coscienza milioni di vittime, continuano a rimpiangere quei sistemi e a inneggiare ai loro miti come la Resistenza e i partigiani (che hanno anch’essi sulla coscienza orrori non inferiori a quelli degli altri) e soprattutto a vedere chi la pensa diversamente da loro non come un avversario con cui dialogare civilmente, ma come un nemico da abbattere, con qualunque mezzo possibile. Per questo, nonostante che il fascismo sia finito da quasi 80 anni, costoro continuano a vedere i “fascisti” da tutte le parti, usano ancora questo titolo infamante per bollare gli avversari; con loro non puoi discutere sui social o altrove, perché appena esprimi un pensiero non collimante con il loro ti applicano subito la famosa etichetta di “fascista”, senza pensare a quanto sono ridicoli. E’ come se in Francia si bollassero gli avversari politici col termine di “giacobino” o “sanculotto”, o come se in America si usassero ancora i termini “nordista” e “sudista”. Il fascismo appartiene alla storia, è un’epoca passata che non può ritornare, ma i nipotini di Stalin continuano ad additare questo pericolo, a tenere in vita un nemico inesistente per far sopravvivere la loro ideologia sconfitta dalla storia. In realtà il marxismo è una religione, laica ma sempre religione, ed ha i suoi templi, il suo Dio sulla terra, i suoi adepti fondamentalisti; e come tutte le religioni è esclusivista, intollerante, carico d’odio verso gli “infedeli”. O la pensi come me o sei maledetto: così si esprimono, tra le righe, i comunisti doc come l’ex presidente della regione Toscana, che definisce Salvini “canaglia politica”. Dalle sue parole traboccanti di odio si nota bene che, se potesse, non esiterebbe ad eliminare fisicamente l’avversario, così come facevano i suoi idoli Stalin, Mao e Pol Pot. Non può, e allora si sfoga con gli insulti.

A questa sinistra miope e becera se ne affianca però un’altra, più raffinata ma altrettanto subdola e carica di odio: quella dei radical-chic, gli pseudo intellettuali che ancora purtroppo occupano quasi tutti i centri di cultura e diffusione delle idee, come la TV, i social, la carta stampata, le scuole e le Università. Costoro si ritengono gli unici depositari della Cultura e della Verità, tanto da considerare idioti, buzzurri, rozzi e (nel migliore dei casi) disinformati tutti coloro che si distaccano dal loro pensiero; e a dir la verità sono riusciti in questo intento, tanto che dal ’68 in poi in Italia non si può essere considerati persone colte se non si è di sinistra, questo ci vuole per ricevere la patente di intellettuale, altrimenti sei solo uno scribacchino o un impostore. Nelle Università si è proceduto per decenni all’indottrinamento marxista, e tanti studenti si fingevano e si fingono di sinistra per poter superare gli esami! La casta radical-chic ha ormai perso del tutto il contatto con i lavoratori ed il cosiddetto “proletariato”, perché i ceti meno abbienti della società, un tempo serbatoio di voti per il PCI, adesso votano Lega o Cinque Stelle; adesso gli intellettuali sinistroidi con la puzza sotto il naso sono ricchi, dalle loro ville di Capalbio e della Sardegna disprezzano le persone di rango inferiore, e si sono dedicati non alla difesa dei lavoratori ma delle cosiddette “categorie svantaggiate” o minoritarie come i gay, gli immigrati, i “diversi” in genere, ed hanno imposto anche da noi il ridicolo “politicamente corretto” che ingabbia il pensiero e costringe ipocritamente anche a nascondere la verità, perché se chiami un cieco “non vedente”, egli con ciò non riacquista la vista. Su questo piano si aggiunge alla battaglia contro i mulini a vento anche l’orda delle nuove femministe, che pretende di declinare al femminile tutti i nomi, come se questo migliorasse la condizione della donna o aumentasse lo stipendio delle lavoratrici. E’ di moda oggi sfondare le porte aperte!

Anche questo secondo settore della sinistra, quello dei radical-chic, è ugualmente implacabile e carico d’odio contro gli avversari, ma lo manifesta in modo diverso dai nipotini di Stalin: anziché l’insulto rozzo e becero utilizza l’arma dell’ironia, del sorrisino beffardo dietro il quale si nasconde un’infinita presunzione di superiorità, il presupposto ideologico secondo cui l’avversario, poiché non la pensa come me, è necessariamente inferiore, misero, disinformato. Quando partecipano a qualche dibattito con persone di centro-destra, tale è l’atteggiamento di questi “intellettuali” o presunti tali: docenti universitari come Asor Rosa o Canfora, “scrittori” (tra virgolette) come Saviano, Carofiglio, la Murgia ecc., giornalisti sussiegosi come la Gruber o la De Gregorio raramente offendono gli avversari, molto più spesso li sbeffeggiano, li ridicolizzano, li guardano dall’alto in basso con un sorrisino di commiserazione, senza neanche tentare – molto spesso – di argomentare e di capire le ragioni altrui. Ma nell’applicare la logica del marxismo sono anch’essi implacabili con quelli che considerano loro nemici: basti vedere come hanno agito con Berlusconi per vent’anni e quello che stanno facendo adesso con Salvini, approfittando cioè di una magistratura corrotta e compiacente per eliminare quegli avversari che non riescono a battere con i mezzi della democrazia. Con questo ignobile metodo non fanno altro che confermare la natura profondamente antidemocratica e intollerante della sinistra italiana, che ha più volte cambiato nomi e persone ma che nella sostanza resta sempre la stessa. Non ci sono più le purghe staliniane, non ci sono più le spranghe e le bottiglie molotov che usavano negli anni ’70 quando io, mio malgrado, mi sono trovato in faccia a loro all’Università, ma il presupposto ideologico di fondo è sempre lo stesso: noi siamo i “migliori”, noi abbiamo la Verità, noi siamo la Giustizia, chi la pensa diversamente è un fascista, un troglodita e se ha una qualche visibilità sociale è un nemico da eliminare, con ogni mezzo. Con i nemici non si discute, li si toglie di mezzo e basta; se non si possono usare le armi vere e proprie, si usano quelle dell’insulto, del dileggio, della diffamazione, dell’emarginazione sociale di chi non accetta il “politically correct”.

Con queste premesse si comprende facilmente che l’Italia è rimasta molto indietro rispetto agli altri Paesi dell’Occidente, dove il dialogo tra avversari politici si svolge con pacatezza e rispetto delle opinioni altrui. Qui siamo rimasti al 1945, alle retorica del 25 aprile, alla fede in un’ideologia che fin dalla sua nascita nel 1848 con il “Manifesto” di Marx ed Engels non prevedeva altro che la conquista violenta del potere e l’eliminazione fisica degli avversari. Negli altri paesi si sono fatti i conti con il passato, da noi la democrazia non è una realtà consolidata, ma solo una parola priva di significato.

2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

Osservazioni sull’8 marzo e sul femminismo

Ieri, 8 marzo, era la “giornata internazionale” della donna, e pertanto la televisione ed i social non hanno mancato di subissarci con la solita tiritera della violenza sulle donne e sulla necessità di rispettarle. Ora io dico questo anzitutto: che se fossi una donna mi indignerei per queste celebrazioni di facciata, non solo perché una giornata di per sé non rappresenta nulla e passa subito, ma anche perché le donne sono più della metà della popolazione mondiale, e quindi non possono essere ridotte a “categoria” o gruppo particolare da celebrare, come si fa con i carabinieri o gli operatori sanitari. In secondo luogo trovo del tutto fuori luogo questa insistenza su aspetti della vita sociale che riguardano tutti i cittadini, non solo le donne: la violenza è da condannare sempre, contro chiunque si rivolga, e quella contro bambini, uomini ed anziani non è certo meno deplorabile di quella sulle donne; e altrettanto vale per il rispetto, che si deve a tutti indistintamente e non solo ad un genere.

Detto questo, vorrei estendere un po’ il discorso al femminismo ed agli errori che ha fatto e che continua a fare. La richiesta della parità di diritti e delle opportunità è sacrosanta e non ci dovrebbe esser bisogno, oggi nel 2021, di combattere per questo; è vero infatti che nei secoli e nei decenni precedenti c’era discriminazione, ma oggi la situazione è molto cambiata: le donne rivestono tutte le funzioni riservate un tempo ai maschi, arrivano ad occupare le più alte cariche dello Stato, alcune di loro sono ministri ed una addirittura presidente del Senato. Io francamente non vedo oggi tutte queste discriminazioni, e se ve ne sono non dovrebbe essere difficile rimediare: la differenza di salario tra i dipendenti uomini e donne, che c’è solo in alcuni ambienti privati e non certo nel pubblico, può essere sanata con un semplice intervento legislativo. Gli altri casi dipendono da iniziative private del tutto illegali, come licenziare una donna perché è in maternità, ma qui la responsabilità è del singolo e non avviene per maschilismo o odio verso le donne, ma solo per mero interesse economico: e anche qui lo Stato dovrebbe intervenire con leggi adeguate. Ma questi problemi, che pur ci sono, non debbono far dimenticare che anche gli uomini possono essere oggetto di discriminazioni e ingiustizie: nelle cause di separazione e divorzio, specie quando ci sono figli, i giudici tendono pregiudizialmente a dar ragione sempre o quasi alla moglie, assegnandole i figli e la casa coniugale di proprietà del marito, che spesso viene sfruttato e depredato dagli alimenti che deve corrispondere e talvolta costretto persino a dormire in macchina. Uno scempio intollerabile in un Paese civile, di cui si parla poco, mentre si parla sempre dei presunti diritti delle donne violati. In questo caso è l’uomo che dovrebbe chiedere la parità di diritti e di opportunità.

Forse perché non ci sono fatti più gravi da richiamare, le femministe di oggi starnazzano su aspetti del tutto assurdi, come la necessità (secondo loro) di declinare al femminile tutti i sostantivi indicanti mestieri o cariche pubbliche: così hanno inventato orrori linguistici come “ministra”, “prefetta”, “sindaca” e peggio ancora (chissà che tra poco non pretendano che si dica “fabbra” o “falegnama”!) e si sono scagliate con violenza da Arpie contro la povera musicista Beatrice Venezi che, in occasione del festival di Sanremo, ha detto di volersi chiamare “direttore” invece che “direttrice”, perché nel linguaggio musicale la parola al femminile non esiste. Io stesso ho subito su Facebook una serie di insulti da ragazzine maleducate che vivono ancora nell’odio contro il genere maschile e ritengono che cambiare le parole possa risolvere i loro problemi. Un’altra stupida manifestazione del “politicamente corretto”, pensiero unico della sinistra che già tanti guai ha combinato nel nostro Paese.

Ma gli errori del femminismo “storico”, quello che si è manifestato dagli anni ’70 ad oggi, sono altri ed hanno provocato in società danni irreparabili. Ci si lamenta giustamente dello scarso numero delle nascite in Italia. Ma da cosa deriva questo triste fenomeno della denatalità se non dal cambiamento ideologico del genere femminile, che antepone la carriera e il divertimento personale alla necessità della famiglia e della maternità, che è il ruolo specifico che la natura ha attribuito alla donna? Oggi moltissime donne non sentono più il desiderio di maternità che dovrebbe essere insito in loro, perché dare la vita è la missione più bella che una donna possa compiere. No, oggi pensano alla cosiddetta “realizzazione” di se stesse, senza considerare che la maternità dovrebbe essere la loro più completa realizzazione. Certo, lo Stato dovrebbe aiutare la maternità in modo molto più ampio di quando non faccia adesso, ad esempio garantendo alle madri la possibilità di lavorare e assicurando a tutti i bambini il posto negli asili nido, cosa che oggi purtroppo non avviene; ma le inefficienze dello Stato ed i problemi economici non sono gli unici motivi del fenomeno; alla base di esso c’è un cambiamento del costume portato dal femminismo. Il lavoro per le donne, la loro indipendenza economica sono intoccabili, nessuno oggi sostiene ch’esse dovrebbero stare a casa e fare le casalinghe, ci mancherebbe altro; ma ciò non dovrebbe significare il rifiuto della vita di coppia e della maternità, triste risultato di una campagna di odio e di falsità durata per decenni.

L’evoluzione del costume femminile dovuta al femminismo ha portato anche altre conseguenze negative: una, che io ritengo grave anche se da molti non è considerata tale, è che molte donne hanno male inteso questo desiderio di parità con gli uomini, cioè lo hanno interpretato come la necessità di diventare uguali a loro, imitarli cioè nel bene ma soprattutto nel male. Così ci sono state molte donne che hanno assunto ruoli maschili anche nei peggiori ambienti della vita sociale, come ad esempio la criminalità; ma lasciando stare i casi estremi, quel che emerge chiaramente da questa tendenza è la rinuncia di tante donne alla femminilità, come se fosse una tara o un peso da togliersi di dosso. Così molte di loro si sono dedicate a sport un tempo solo maschili (il calcio ad esempio, o peggio il pugilato!) sacrificando e mortificando la loro natura, che dovrebbe essere incline all’amore e alla dolcezza, non certo a dare calci al pallone o a prendere a pugni l’avversaria. La femminilità, che è la qualità più attraente in una donna ancor più della bellezza, è stata da molte rifiutata perché ritenevano che per vincere sull’odiato maschio fosse necessario diventare uguale a lui: di qui il dilagare della volgarità, del turpiloquio, della sciatteria, tutte cose che, se sono sconvenienti in un uomo, tanto più lo sono in una donna. E anche l’aspetto esteriore, il modo di presentarsi e di vestire, ha risentito di questa mentalità assurda: oggi moltissime donne portano pantaloni tutti i santi giorni, non indossano mai una gonna o un vestito che sono segni tipici della femminilità, non si curano fisicamente e talvolta trascurano persino l’igiene personale. C’è da fare loro i complimenti, certo, per questi esiti del femminismo! Se è questa la parità con l’uomo che volevano raggiungere, c’è da rallegrarsi: in questa società volgare e ignorante l’obiettivo è stato raggiunto in pieno.

5 commenti

Archiviato in Attualità

A proposito di chiusure

Ascoltavo oggi un programma di Rai2 dove, come al solito, si condannava e si vituperava il comportamento di certi giovani che a Milano, zona Navigli, hanno organizzato pericolosi assembramenti sabato sera, con tanto di discoteca all’aperto e rissa finale, con buona pace del coprifuoco e delle regole anti Covid.Premetto che anch’io condanno senz’altro questi comportamenti, che sono certamente inopportuni, irresponsabili e illegali (notare la climax!), e lo sarebbero anche se non ci fosse l’epidemia; però al proposito mi sento di fare qualche riflessione.

1. Prima di tutto l’autorità statale deve decidere come far rispettare le regole che emana. In Cina avrebbero sparato addosso a questi giovani: lì lo possono fare perché c’è una dittatura, ma in Italia evidentemente occorre fare in modo diverso. Ma le autorità hanno dato indicazioni precise alle forze dell’ordine? E siamo sicuri che le forze dell’ordine siano in grado di far rispettare le norme? A me pare di no, perché a Milano hanno lasciato i manifestanti agire indisturbati per sei ore, e sono intervenuti praticamente a festa finita. Una signora, che ha chiamato il 113, si è sentita rispondere: “Ma è sicura? Sia più precisa!” La signora in questione aveva detto chiaramente che i giovani si stavano massacrando a bottigliate in faccia. Più precisa di così! E a me allora viene il sospetto che le nostre forze dell’ordine siano tanto solerti quando c’è da multare un poveretto che cammina da solo sulla spiaggia, ma quando c’è da rischiare qualcosa non siano altrettanto zelanti. Quindi il governo, le Regioni o chi altro decidano una buona volta come far rispettare le regole, e tengano lo stesso comportamento con tutti, non ci sia chi viene perseguitato per una passeggiata da solo e chi provoca assembramenti e risse senza ricevere alcuna sanzione.

2. E’ circa un anno che siamo sottoposti a questa logica perversa delle chiusure: siamo costretti a stare in casa, non possiamo uscire dal comune, adesso chiudono anche i parrucchieri ecc. Non ne possiamo più di questa dittatura politico-sanitaria, che oltretutto non risolve nulla: ottiene un abbassamento della curva dei contagi solo nello stretto periodo del lockdown e poi, appena si riapre qualcosa, i contagi riprendono, senza contare gli enormi danni economici e la rovina di intere categorie di lavoratori. Non viene il sospetto ai nostri “scienziati” del CTS e del Governo (prima di tutti al kompagno Speranza) che questo sistema non funzioni? Oltretutto la reclusione forzata provoca non solo danni psicologici ma anche un grande desiderio di libertà e di trasgressione, che è insito nella natura dell’uomo, checché se ne dica; e così c’è il rischio che chi è stato segregato a lungo, una volta che gli viene concessa un po’ di libertà si comporti peggio che se gli fosse stato permesso di vivere. La persona umana non è fatta per subire imposizioni e privazioni, specie quando non le ritiene giuste e compatibili con il proprio status di cittadino libero; perciò le trasgressioni aumenteranno se si continua con il sistema delle chiusure, ci saranno sempre più feste clandestine, i ristoranti apriranno a dispetto della norma demenziale che li fa aprire a pranzo e chiudere a cena e le persone si sposteranno anche a costo di ricevere una multa, specie quando sanno di aver rispettato i protocolli di non fare nulla di riprovevole. Chi si muove anche a 200 km da casa, ma va da solo e non fa assembramenti, non trasmette né riceve nessun virus.

3. Quello che si dovrebbe fare, a mio giudizio, è l’esatto contrario del sistema delle chiusure, inutile e dannoso: bisogna riaprire gradualmente tutto, lasciar lavorare e vivere le persone, anche perché con questo virus dovremo convivere ancora a lungo, e non è pensabile rinchiudere in casa a tempo indeterminato milioni di persone. Naturalmente il buon senso deve prevalere e debbono essere rispettati tutti i protocolli di sicurezza, intervenendo con le sanzioni quando i comportamenti sono inaccettabili come quelli dei giovani milanesi. Chi si sente libero è più propenso a rispettare le regole; chi invece si sente controllato e imprigionato cova dentro di sé un risentimento e un odio che lo spingono a disobbedire, al piacere della trasgressione, che da sempre fa parte della natura umana.

1 Commento

Archiviato in Attualità

Superiori e inferiori

Il recente caso degli insulti volgari rivolti contro Giorgia Meloni da parte di individui che non voglio qualificare per non situarmi al loro livello, mi ha riportato alla mente quella che è la situazione generale della cultura e della politica italiana. Il quadro complessivo, che comprende le sedi della politica, gli organi di informazione ed i luoghi ove si produce cultura, cioè soprattutto le Università, è desolante: nel nostro Paese infatti, a differenza di quanto avviene altrove, abbiamo una sinistra che si ritiene unica depositaria del Sapere e della Verità, mentre tutti gli altri, quelli che non aderiscono al loro Verbo, sono stupidi, rozzi, peracottari e pescivendoli o anche, nel migliore dei casi, disinformati. Da qui nasce l’insulto, la delegittimazione dell’avversario, da un presunto senso di superiorità che gli esponenti della sinistra, siano essi politici, giornalisti o professori universitari, vantano nei riguardi di tutti coloro che non condividono la loro ideologia.

Il fatto è grave, gravissimo, perché una società dove l’altro da sé non è un avversario da contrastare con i mezzi della democrazia, ma un nemico da abbattere, da disprezzare, da mettere all’angolo come indegno di esprimere le proprie idee, è una società fallita. Un ambito politico-culturale dove, ancora a distanza di 76 anni dalla fine del regime mussoliniano, si continua ad usare la parola “fascista” contro chiunque non sia di sinistra, non è un ambito che possa dirsi aperto al dialogo, perché chi riceve quell’appellativo insultante è immediatamente, per questa sua caratteristica, escluso dal dialogo e dal confronto. La responsabilità della grave arretratezza dell’Italia in campo ideologico, dove non si sono ancora fatti i conti con un passato di 80 e più anni fa e si continua ad accusare una parte politica di far parte di quel passato che non esiste più da tanti decenni, è tutta della sinistra, alla quale conviene mantenere in vita un nemico inesistente per legittimare le proprie convinzioni, scosse dagli avvenimenti storici che hanno dimostrato il completo fallimento dei criminali regimi comunisti.

Quello che a me fa più orrore, per riprendere l’argomento di prima, è la presunta superiorità della sinistra dal punto di vista umano e culturale. E sotto questo profilo quel che mi fa saltare i nervi non sono tanto gli insulti beceri come quelli rivolti a Giorgia Meloni, bensì l’atteggiamento derisorio, irridente che i radical-chic di sinistra stile Augias, Canfora, Asor Rosa e tanti altri hanno nei confronti degli avversari, i cui argomenti vengono accolti da questi “luminari” con sorrisini di compatimento, che stanno a indicare una presunta superiorità naturale, che vede l’altro da sé non come una persona che argomenta e ragiona, ma come un fenomeno da baraccone, qualcuno di cui bisogna sorridere beffardamente. Questo atteggiamento per me è peggiore degli insulti, perché io, anche nell’ambiente di lavoro dove sono vissuto ed in tutti i rapporti sociali, preferisco essere offeso piuttosto che deriso, diventare cioè zimbello di chi, non si sa con che diritto, si ritiene ontologicamente superiore.

Già al tempo della mia frequentazione delle Università toscane di Firenze e di Siena mi dovetti confrontare con questo clima di assolutismo comunista, che spesso sconfinava nella violenza contro chi non si allineava e permeava a tal punto l’ambiente dal presumere come ovvietà riconosciuta il fatto che tutti, docenti e studenti, dovessero necessariamente essere di sinistra; e se non lo eri dovevi tacere e non rivelare il tuo pensiero, altrimenti rischiavi il pestaggio e l’emarginazione. Questo clima di dittatura culturale, che io trovavo ingiusto e soffocante, è proprio quello che mi ha indotto a odiare la sinistra e l’ideologia marxista, per un desiderio legittimo di libertà di pensiero che allora mi veniva negata. Mi ricordo che negli anni ’70 a Siena c’era un docente che durante le lezioni apostrofava gli studenti con il titolo di “compagni”, e questo la dice lunga sul clima asfissiante che vi si respirava.

La presunta superiorità della sinistra, che ha occupato ed occupa ancora tutti i maggiori centri di cultura (le Facoltà universitarie a indirizzo umanistico, televisioni, giornali ecc.) è dovuta anche al fatto che, dagli anni ’60 in poi, nessuno ha saputo contrastarla: non il pensiero cattolico, che è rimasto sempre ai margini del panorama culturale ed è stato per lo più autoreferenziale, né la destra moderata, che non ha saputo esprimersi con intellettuali coraggiosi che osassero sfidare l’odioso predominio della parte avversa, e quando ha tentato di farlo era ormai troppo tardi.Oggi non c’è più il terrorismo brigatista e la sinistra bombarola degli anni ’70, ma esiste ancora una presunzione di eccellenza, una supponenza che va avanti da decenni e che ha influenzato profondamente la cultura italiana, indottrinando milioni di persone con una visione partigiana della storia ed anche della letteratura: i libri di testo ancora in uso nelle scuole sono quasi tutti orientati a sinistra, fatti storici importanti vengono ancora taciuti o sottovalutati, ed è stata creata artatamente una mitologia della resistenza e di certi valori e certe persone la cui applicazione ed il cui comportamento sono stati nella realtà molto meno “eroici” di quanto ci hanno lasciato credere. E chi osa mettere in dubbio qualcuno di quei miti viene subito etichettato come “fascista” ed escluso dal dialogo e dal consorzio sociale, allo stesso modo in cui il pensiero unico “politicamente corretto” sostenuto dalla sinistra mette al bando come “indegni” coloro che giudicano in modo diverso dal loro i problemi dell’immigrazione, delle minoranze ecc.

Da molti anni io sono profondamente disgustato dall’odioso atteggiamento di chi insulta, deride o delegittima l’avversario sentendosi ontologicamente superiore, non solo perché non vedo le ragioni di questa presunta superiorità, ma anche perché sono consapevole che con questa sinistra non è possibile un dialogo aperto e rispettoso delle idee altrui. Non si può parlare con chi ti insulta o ti sbeffeggia perché non condividi le sue idee, e questo è un gravissimo danno non per le persone singole, ma per il futuro democratico del nostro Paese.

Nel mio piccolo, per quel che posso, ho cercato di dimostrare che per essere persone di cultura non è necessario obbligatoriamente appartenere alla sinistra: nel mio ambito di competenza, che sono le letterature classiche, ho pubblicato libri, articoli e recensioni per un totale di 27 pubblicazioni, ed altre ne sto preparando, per non dire dei numerosi articoli a contenuto letterario inseriti nel mio blog personale. Non credo siano molti gli insultatori del web ancora fedeli alla falce e al martello in grado di esibire titoli di questo livello.

4 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

La falsa attualità dell’antico

In ogni tempo, e verso qualunque autore letterario, la critica ha esercitato la sua volontà interpretativa, spesso andando anche al di là di quello che l’autore stesso aveva detto o voleva esprimere: mi ricordo che Eugenio Montale, quando leggeva certi commenti alle sue poesie, protestava perché i suoi interpreti gli avevano fatto dire anche ciò ch’egli non si era mai sognato di dire. Ed eccessi critici di questo genere ce ne sono stati a iosa per molti poeti e scrittori, da Dante a Machiavelli, da Manzoni a Leopardi fino agli autori più recenti, nelle cui opere si è voluto trovare ciò che non c’era affatto. Ma tant’è: si sa che la critica è fatta anche per questo, per infiorettare tutto e spesso anche per rendere complicate le cose semplici.

Purtroppo questo accanimento esegetico, che tende a far dire ad un poeta o uno scrittore ciò che non ha mai detto solo perché ciò fa comodo all’interprete, si è esercitato anche sul mondo classico greco e romano, spesso attualizzato maldestramente e strumentalizzato per giustificare e valorizzare idee e ideologie che sono un esclusivo portato dei tempi moderni, e quindi con quel mondo non hanno nulla a che fare. E debbo dire, senza timore di smentita, che tali mistificazioni sono state operate quasi sempre dalla critica marxista, in cerca di conferme e di testimonianze atte ad avvalorare una determinata ideologia; ma a ben vedere si può notare chiaramente che si tratta di palesi e spesso pacchiane falsificazioni.

Farò tre esempi al proposito. Il primo riguarda alcuni autori classici che, a loro danno e senza alcun riguardo, sono stati immaginati come portatori di principi e di contenuti a loro assolutamente estranei. Così il povero poeta comico Terenzio è stato definito “rivoluzionario” e visto come un detrattore e potenziale sovvertitore della società romana aristocratica del tempo, mentre è vero l’esatto contrario, perché per lui – che viveva sotto l’ala protettiva della ricca e nobile famiglia degli Scipioni – l’eventuale critica alla mentalità romana tradizionale restava sempre sul piano strettamente etico, senza mai avanzare il minimo dubbio nei confronti del potere costituito. Ancor peggio è andata a Lucrezio, nella cui opera un critico marxista inglese ha visto addirittura i germi della lotta di classe; idea, questa, che merita soltanto una sonora risata, perché al tempo del poeta mancavano circa diciannove secoli prima che questa teoria fosse esplicitata da Marx ed Engels. Come terzo esempio potrei portare quello del favolista Fedro, che per alcuni critici esprimerebbe la voce dei diseredati e conterrebbe addirittura i germi di una rivoluzione proletaria; ma in realtà la rassegnata presa di posizione del favolista tende a rappresentare una realtà sociale che giudica immutabile, mentre nulla di nulla può essere trovato in lui che metta anche lontanamente in discussione l’assetto sociale della prima età imperiale romana. Anzi, quando parla dell’imperatore Tiberio, lo fa con tutta la deferenza ed il rispetto tipici di un suddito fedele.

Un’altra mistificazione del mondo antico andava molto di moda negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, quando opere prodotte migliaia di anni fa venivano rappresentate e interpretate in chiave moderna, travisando completamente il messaggio culturale che quelle opere avevano voluto dare al mondo. Il genere più strumentalizzato in quel periodo fu la tragedia greca, le cui rappresentazioni moderne adombravano non soltanto allusioni, ma addirittura scoperti riferimenti all’attualità: così nel Prometeo di Eschilo Zeus, che approfitta del proprio potere tirannico per opprimere il Titano che gli si oppone, diventava il Presidente degli Stati Uniti d’America, mentre Prometeo, l’oppresso, diventava la controfigura dei vietcong che combattevano – durante la guerra del Vietnam – contro l’oppressore americano. Ciascuna persona dotata di un minimo di intelligenza critica può valutare la colossale stupidità di queste mistificazioni, che del tutto non sono cessate neppure oggi: nel 2019 infatti, in occasione del festival della tragedia classica del teatro greco di Siracusa, è stata rappresentata l’Elena di Euripide dove, di fronte alla richiesta di Menelao di essere accolto in terra d’Egitto, la serva rispondeva “Non si può: i porti sono chiusi”. Si era nel periodo del primo governo Conte, con Salvini ministro degli Interni. Si può ben capire quindi a chi si riferiva questa spiritosa allusione.

Purtroppo il mondo antico, con la bellezza e l’eterna validità dei suoi messaggi umani e culturali, è spesso preda di queste assurde forzature interpretative. L’ultima in ordine di tempo è quella che cerca di trovare in autori classici la giustificazione del buonismo moderno circa l’accoglienza dei migranti che arrivano sulle nostre coste, certo non sempre con buone intenzioni né per sfuggire a guerre inesistenti. Così un latinista autorevole come Maurizio Bettini, seguito da altri della sua scuola, ha preso a pretesto il I° libro dell’Eneide di Virgilio, dove la regina Didone ospita Enea ed il suo popolo vittime di un naufragio, per affermare che anche oggi dovremmo fare la stessa cosa, cioè accogliere tutti coloro che giungono sulle nostre coste. E l’anno scorso qualcuno ha fatto anche peggio di lui: ha cioè nobilitato Carola Rackete, la scafista tedesca che ha violato le leggi del nostro Paese ed ha anche tentato di speronare una motovedetta italiana, paragonandola nientemento all’Antigone di Sofocle, la giovane donna che disobbedisce al divieto di Creonte di seppellire Polinice per senso di umanità, in quanto “nata per l’amore e non per l’odio”. Io mi chiedo come sia possibile e razionale accomunare realtà così diverse, lontane non solo dal punto di vista cronologico ma anche da quello etico-sociale, per giustificare il buonismo moderno, scomodando addirittura Sofocle per avallare l’operato illegale di chi disobbedisce e sbeffeggia le leggi di uno Stato diverso dal proprio.

In conclusione debbo dire che, da studioso del mondo classico, mi rammarico di fronte a queste assurde mistificazioni, che strumentalizzano il pensiero degli antichi per far dire loro ciò che non hanno mai detto solo perché fa comodo ad una certa ideologia. Con questo non intendo dire che gli autori classici non siano attuali: dal punto di vista dei sentimenti umani c’è sicuramente una profonda continuità, perché le gioie e i dolori provocati dall’amore, tanto per fare un esempio, sono stati scoperti da Saffo e da Catullo ma sono gli stessi anche oggi, e questo conferisce un’eterna validità alla loro poesia; lo stesso può valere per l’etica e la socialità, per cui i consigli di Seneca o di Quintiliano possono essere applicati – mutatis mutandis – anche nel nostro tempo. Ma per quanto riguarda l’amministrazione delle comunità, la politica e l’economia non possiamo semplicemente, così tout court, prendere esempio dall’antichità per fare altrettanto nel nostro tempo, altrimenti dovremmo considerare anche ciò che è profondamente contrario alla mentalità di oggi. Nell’antica e democratica Atene, ad esempio, venivano puniti con la pena di morte anche reati per i quali adesso non si va più neanche in prigione; se dunque gli interpreti moderni fossero coerenti con la presunta attualità del mondo antico, dovrebbero auspicare anche la validità di questa usanza, dalla quale invece tutti ci teniamo lontano, nel comune rifiuto della pena di morte. Non si può riprendere da una civiltà solo ciò che ci fa comodo, falsando oltretutto un pensiero che, per tanti motivi, è lontanissimo dal nostro. Ma purtroppo certe ideologie moderne, protagoniste nella storia recente di un totale fallimento, si aggrappano dappertutto, anche sugli specchi, per poter sopravvivere.

6 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità, Uncategorized

Il governo della vergogna

Lo spettacolo che abbiamo visto l’altro ieri al Senato è veramente penoso. A parte la povertà lessicale e la scarsissima efficacia oratoria dei relatori (Cicerone si sarebbe tappato le orecchie), quello che fa veramente orrore è un governo che, pur di restare sulle poltrone, mette in atto uno squallido mercato delle vacche per raccattare voti: così è partita la caccia ai trasfughi, ai voltagabbana, ai traditori degli ideali di un tempo e degli stessi elettori che li hanno votati. Il tutto in barba alla democrazia e per un solo scopo: mantenere la poltrona e l’immeritato stipendio, nella consapevolezza che in caso di elezioni, anche a causa della stupido e demagogico taglio dei parlamentari, molti di loro non sarebbero rieletti. Ecco quindi che, con la maschera ed il pretesto della pandemia, si tiene in vita un governo di zombies, di incompetenti, di rinnegati, che si tengono a galla artificiosamente e a danno del Paese. Per questo motivo io non trovo affatto giustificate le critiche a Renzi per aver aperto la crisi in questo momento: nella sua requisitoria contro Conte ha detto cose sacrosante, denunciando ritardi, autoritarismi ed inefficienze spaventose. Lo si è criticato e insultato perché in tempi di pandemia, secondo alcuni in malafede, non si può aprire una crisi né votare; ma ciò dimostra solo che il Covid-19 è il miglior alleato di Conte, che continua a cavalcare il virus per arrogarsi un potere assoluto per il quale non è stato eletto da nessuno e che è totalmente fuori della Costituzione.

A questo riguardo debbo però dire che neanche l’opposizione in Italia è efficace, perché non svolge bene il suo compito e non colpisce come e dove dovrebbe. Si continua a rinfacciare al governo scelte scellerate come i banchi a rotelle o i bonus per i monopattini; queste sono in effetti segni di incapacità e di incompetenza, ma non sono certo le motivazioni più gravi per cui Conte e compagnia dovrebbero dimettersi immediatamente. Le azioni più gravi e deprecabili di questo governo riguardano la gestione della pandemia, per affrontare la quale hanno saputo solo chiudere, togliere ai cittadini le libertà fondamentali e provocare il fallimento di intere categorie. Con questa politica il disastro economico di cui tra breve vedremo le conseguenze produrrà disastri molto più gravi di quelli del virus.Vediamo da ogni parte le giuste proteste dei ristoratori, dei gestori di bar, di strutture turistiche messe a terra, di gestori di palestre, cinema e teatri. Tutti costoro sono stati costretti a chiudere, senza adeguati risarcimenti, in modo violento e autoritario, con la minaccia delle multe e addirittura di revoca delle licenze; è questa la prova di un governo arrogante e incapace, che ricorre alla violenza perché non sa gestire nulla e procede al buio, in una ininterrotta serie di contraddizioni e di incertezze. Vogliono riaprire le scuole, ed io su questo sono d’accordo, perché la Dad non è scuola, gli studenti se ne approfittano per non fare nulla, convinti come sono di essere promossi ugualmente. Ma siamo certi che le scuole o i mezzi di trasporto, dal punto di vista del contagio, siano più sicuri dei ristoranti, dei bar, dei cinema e dei teatri? Una volta prese le misure necessarie, perché non riaprire tutto e lasciar vivere e lavorare le persone? La soluzione del problema economico non sta nei cosiddetti “ristori”, che sono del tutto insufficienti e che comunque non possono durare in eterno; la soluzione sta invece nel lasciar vivere, muoversi e lavorare le persone, ovviamente seguendo tutti i protocolli di sicurezza previsti.

Perché il governo non si fida dei cittadini, al punto di dover ricorrere sempre alla violenza bruta delle multe, dello stato di polizia, dei carabinieri che inseguono con i droni un poveraccio che fa una passeggiata da solo sulla spiaggia? Perché non dare fiducia ai cittadini, i quali sanno che non è nel loro interesse fare assembramenti e favorire la circolazione del virus? Ciascuno tiene alla propria salute e non ha alcuna voglia di metterla a rischio; quindi, visto che con questo virus dovremo ancora convivere per molto tempo, perché non dare fiducia alle persone e lasciarle andare al ristorante, al bar, al cinema e al teatro con tutte le precauzioni del caso? Le persone che vivono in quei settori non chiedono l’elemosina dei “ristori”, chiedono di poter lavorare.Questo avrebbe dovuto dire l’opposizione al Senato, e avrebbe dovuto anche rinfacciare a Conte l’illegittimità dei DPCM con cui ci ha chiuso forzatamente agli arresti domiciliari, compiendo un atto gravissimo e incostituzionale e senza neanche passare per il Parlamento. Questa non è democrazia, è un regime; un regime nel quale il presidente del Consiglio assurge a rango di dittatore e si crede arbitro e padrone delle nostre vite. Questo avrebbero dovuto urlare i rappresentanti dell’opposizione, che cioè non si può prendere la scusa del virus per instaurare una dittatura e per mantenere all’infinito un potere assoluto che non solo è contrario ad ogni principio democratico, ma è esercitato oltretutto da un esecutivo formatosi con un ignobile inciucio tra partiti che si odiavano fino al giorno prima e tenuto in piedi con la stampella dei transfughi e dei voltagabbana.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Importanza storica e letteraria delle “Confessioni” di S.Agostino

L’opera a carattere autobiografico più importante di Agostino sono certamente le Confessioni, in 13 libri, composte durante il primo periodo dell’episcopato di Ippona, forse tra il 397 e il 400. Il titolo allude alla pratica, frequente nelle comunità cristiane primitive, di confessare pubblicamente i propri peccati per farne piena ammenda; tale è il significato precipuo dell’opera agostiniana, che ripercorre le vicende personali dell’Autore non a scopo informativo ma come riferimento ad un percorso spirituale che, prendendo avvio dall’errore giovanile, lo ha portato a liberarsi dal male e ad avvicinarsi finalmente a quel Dio che per tanto tempo ha ricercato. Le Confessioni quindi, pur recando memoria delle analoghe opere del mondo classico, non vanno intese come un’autobiografia nel senso invalso di racconto di vicende private, ma come un viaggio iniziatico dall’oscurità alla luce, dal male al bene, del quale gli eventi personali sono soltanto il riflesso esteriore.  L’opera può sommariamente dividersi in due sezioni, apparentemente in contrasto tra loro: la prima, che comprende i libri I-IX, ripercorre le tappe della vita del Nostro dalla prima infanzia alla morte della madre Monica, mentre la seconda (libri X-XIII) affronta argomenti diversi come le facoltà umane, soprattutto la memoria, nella ricerca di Dio (libro X) e il problema della creazione attraverso il commento alla Genesi (libro XI), che continua anche nei libri XII e XIII toccando anche altre tematiche quali la limitatezza della ragione umana e il dogma della Trinità.  

Il lettore moderno trova difficoltà a intravedere l’unità dell’opera e ad collegare razionalmente i primi nove libri con gli altri quattro; ma tale unità va ricercata non nello sviluppo cronologico delle vicende narrate, bensì nell’itinerario mistico dell’anima: essa intraprende un viaggio di purificazione che dal peccato giunge alla conversione, ma che anche dopo di essa sente l’esigenza intima di continuare il dialogo con Dio, per arrivare alla comprensione del misteri religiosi mediante l’esegesi delle Sacre Scritture. Siamo di fronte ad un superamento della prospettiva letteraria classica, che prendeva le mosse dalla contemplazione della realtà esteriore per risalire per suo tramite dal particolare all’universale; richiamandosi invece alle Sacre Scritture ma tenendo conto anche di Platone e del neoplatonismo, Agostino pone in primo piano il mondo divino, l’iperuranio cristiano, di cui le cose sensibili non sono che un mero riflesso ed a cui l’uomo mortale non è legato mediante la scienza o la filosofia, ma per mezzo delle fede e della Grazia divina. Il percorso iniziatico compiuto in mezzo alle miserie del mondo altro non è che un cammino catartico (cioè purificatore) che, per quanto più attraversa il degrado e l’abiezione, tanto più si rende degno di ascendere alla beatitudine eterna. Una simile concezione dell’opera letteraria non era compresa nella mentalità greca e romana, ed in questa diversità ideologica consiste appunto la più grande originalità dell’opera agostiniana; dal punto di vista del contenuto e dei motivi letterari che vi compaiono, invece, le Confessioni non sono aliene dalle reminiscenze classiche di opere introspettive ed autobiografiche quali erano, ad esempio, i Ricordi di Marco Aurelio (scritti in greco) e le Metamorfosi di Apuleio. La conclusione che ricaviamo da quanto esposto è che l’opera di cui trattiamo non può rientrare nei canoni della biografia classica, perché l’angolo visuale da cui la realtà è osservata risulta completamente diverso: anche nel racconto degli eventi personali dello scrittore, in effetti, non contano i fatti in sé ma le reazioni emotive e psicologiche che da essi scaturiscono. Un esempio per tutti può essere l’episodio del furto delle pere narrato nel libro II, sul quale Agostino insiste a lungo e mostra un sentimento di contrizione e di pentimento che, francamente, appare eccessivo al lettore moderno in rapporto all’entità del fatto in sé; ma la lunga riflessione dedicata all’episodio non ha di mira l’evento contingente, bensì il principio universale del delitto gratuito, quello cioè che è compiuto con l’unico scopo di piegarsi al fascino del male.  

Ma le perplessità del lettore moderno nella lettura delle Confessioni non finiscono qui: ci si trova infatti di fronte ad un tono narrativo totalmente nuovo, che mescola continuamente le reminiscenze classiche con l’esegesi biblica (soprattutto i Salmi), il racconto con la preghiera. Anche nella dimensione stilistica dell’opera notiamo quest’amalgama di matrici culturali diverse: le parti mistiche e dedicate alla preghiera adottano un’espressione elevata, magniloquente e non di rado soffusa di un afflato lirico degno dei più grandi poeti; le parti narrative, al contrario, si caratterizzano per l’adesione ad un linguaggio moderato e spesso colloquiale. Il ricordo della retorica classica è comunque tutt’altro che sbiadito, giacché a periodi brevi e paratattici si affiancano anche, nei punti di maggior elevatezza dottrinaria, lunghi periodi ipotattici di ascendenza ciceroniana. Va poi osservato che l’introspezione psicologica tipica di questo capolavoro agostiniano si manifesta anche a livello formale, mediante il frequente ricorso alle esclamazioni, alle interrogazioni retoriche, alle figure foniche efficaci soprattutto nella lettura ad alta voce prevalente nell’Antichità. Anche per questi motivi, oltre che per il contenuto, le Confessioni sono da considerare una delle più grandi opere della letteratura latina; al suo fascino si sono ispirati i grandi poeti e pensatori che hanno percorso dopo Agostino un iter esistenziale alla ricerca della verità e della purezza, da Dante a Petrarca, da Manzoni a Kierkegaard.

1 Commento

Archiviato in Arte e letteratura, Scuola e didattica

Psicologia ed arte nell’opera di Tacito

All’ideologia ed alla concezione della storia sono legati, in Tacito, tutti quei procedimenti narrativi e quei caratteri formali e stilistici che fanno della sua opera un autentico prodotto artistico. Notiamo anzitutto che la centralità delle figure umane nell’interpretazione degli eventi e delle cause comporta una forte dilatazione dell’elemento psicologico, che è attuata mediante una tecnica di costruzione dei caratteri ben più minuziosa e curata rispetto ad altri ambiti culturali e letterari. Fermo restando il pessimismo di fondo che lo induce a individuare nella natura umana più i difetti che le virtù, lo storico delinea il ritratto fisico e morale dei suoi personaggi con grande abilità descrittiva; e se le figure di minor rilievo vengono costruite in uno spazio limitato, molto più complessa è la psicologia dei veri protagonisti dell’opera come Agricola, Otone, Vitellio, Tiberio, Nerone e così via. Per questi grandi personaggi la delineazione del carattere non avviene in un momento determinato, ma viene a determinarsi nel corso della narrazione come somma di atteggiamenti, di azioni e di parole dalle quali emerge a poco a poco una struttura mentale che resta poi definitiva ma che non è mai monolitica. A tal riguardo può giovare un breve confronto con altri storici come Livio: in quest’ultimo i personaggi di rilievo (specie quelli dei primi libri) hanno tratti psicologici comuni, quali ad esempio l’antica virtus romana che li induce a battersi per il comune interesse della collettività, ed in ciò si assomigliano tutti; in Tacito invece ogni carattere, se pure può avere tratti comuni con altri, percorre una propria via interiore costellata di eventi personali, problemi intimi e familiari, così che vengono a formarsi individualità che vivono ciascuna nel suo mondo ed emergono sugli altri come i grandi personaggi della tragedia greca.  

Se vogliamo portare un esempio di quanto stiamo affermando, nessuno è più adatto di quello che riguarda due imperatori protagonisti degli Annales, Tiberio e Nerone. Il primo dei due, pur naturalmente portato alla crudeltà, ha come assopito in sé questo suo tratto, al punto da rivelarsi all’inizio del suo regno un buon sovrano, capace di gestire in modo equilibrato gli affari di Stato; in seguito però, sia per il malefico influsso di Seiano che per il peso stesso del potere, emerge in lui una forte diffidenza nei confronti del prossimo che lo porta ad isolarsi, a tormentarsi ed infine a reagire con violenza contro chiunque potesse apparirgli – nella sua mente malata – come un pericolo o un rivale: ecco quindi che l’iniziale crudeltà del personaggio riemerge nel corso dei suoi ultimi anni, ma la sua ricomparsa non è casuale, bensì provocata sia da una disposizione naturale che da un insieme di fattori esterni accuratamente vagliati e approfonditi dallo storico con mirabile sapienza e capacità di analisi. Una caratterizzazione indiretta, cioè operata mediante la descrizione delle sue azioni e dei suoi comportamenti, è anche quella di Nerone, il cui celebre ritratto tracciato da Tacito è poi rimasto indelebile per quasi due millenni. I suoi tratti distintivi sono la crudeltà, la stravaganza, l’istrionica tendenza ad esibirsi; ma essi non vengono in luce all’inizio, quando nel giovane imperatore prevalgono piuttosto l’indecisione e l’insicurezza che lo portano ad affidarsi (con risultati positivi, ma del tutto indipendenti dalla sua volontà) a buoni consiglieri come Seneca e Trasea Peto; soltanto più tardi, quando la malefica influenza di Tigellino e l’oppressione della madre dispotica lo inducono a liberarsi di lei, Nerone imbocca la via del delitto e da quella non esce più, per il semplice fatto che la malvagità era già in nuce dentro di lui, se pure non si palesava con chiarezza. Anche qui i passaggi psicologici sono molto rilevanti: Tacito non si limita infatti a registrare i vari cambiamenti di Nerone che da sovrano illuminato lo porteranno a divenire il mostro sanguinario che tutti conosciamo, ma ne indaga le motivazioni profonde scrutando i pensieri, i timori, i sospetti, le gioie maligne del personaggio in modo da analizzare con precisione scientifica il succedersi delle varie fasi e comprendere a fondo i mutamenti psicologici che danno vita all’immagine conclusiva. Il pessimismo tacitiano, portato a vedere ovunque il male ed il vizio, agisce in questo processo come propulsore ma non altera l’acutezza dell’indagine: la crudeltà e l’esibizionismo di Nerone, in effetti, non sono dati preconcetti ma emergono dalle sue azioni e reazioni di fronte agli eventi esterni, all’operato altrui, ai consigli che riceve ecc.  

L’arte narrativa di Tacito, che non rinuncia alla ricerca della verità storica ma che abbellisce questa verità con squarci descrittivi di grande valore artistico, risente di due forme di storiografia già attive nella letteratura ellenistica: quella cosiddetta “pragmatica”, che mirava alla ricostruzione oggettiva degli eventi, e quella chiamata “tragica”, che accentuava la drammaticità dei fatti narrati ed intendeva così coinvolgere emotivamente i lettori. In questa ripresa della tradizione greca Tacito evita però ogni elemento romanzesco ed ogni inutile sentimentalismo, preferendo concentrarsi, sulla scia di Sallustio, sulla psicologia dei personaggi e sull’arte del ritratto. La variegata galleria di tipi umani che riscontriamo nelle pagine delle Historiae e degli Annales, in effetti, è ben lungi dall’essere statica e univoca: in molti personaggi, anche di minor rilievo rispetto agli imperatori, emergono tratti insoliti e persino contraddittori, che contrastano evidentemente con la fissità caratteriale propria dell’analisi operata da altri autori, quali ad esempio il contemporaneo Svetonio. Per limitarci agli esempi più noti, prendiamo due figure anche altrimenti celebri, quelle di Seneca e di Petronio. Il primo è presentato come un uomo di grande capacità ed autorevolezza, come il saggio consigliere che tenta di indurre al bene lo scapestrato Nerone, riuscendovi per un certo periodo; nei suoi confronti lo storico mostra ammirazione e rispetto, pur non facendo parola della sua attività letteraria, ma ne mette in luce anche le contraddizioni, soprattutto quelle che emergono allorché il filosofo è costretto, pur di continuare la propria missione, ad accettare imbarazzanti compromessi. Addirittura contraddittorio ci appare invece, in alcuni suoi aspetti, il carattere di Petronio, l’arbiter elegantiae la cui morte è descritta in pagine di grande efficacia artistica e letteraria del XVI libro degli Annales (capp. 18-19). Quest’uomo ci affascina proprio per l’estrema variabilità della sua indole, nella quale compaiono sia elementi negativi (l’indolenza, la lascivia, la vita molle e dedita ai piaceri) sia d’altro canto un senso della dignità morale che non ci aspetteremmo da un personaggio del genere. Di fronte al dispotismo neroniano che vuole ingiustamente la sua rovina, Petronio reagisce esaltando quelle qualità di fermezza e di autocontrollo che lo storico, pur all’interno di un quadro come quello sopradescritto, aveva già sottolineato: egli infatti non si uccide in modo plateale e drammatico, ma trasforma quasi la morte in un gioco, conversando amabilmente con gli amici e discutendo sull’immortalità dell’anima.  

Il quadro complessivo delineato da Tacito resta comunque sempre fosco e cupo, in armonia con il pessimismo che caratterizza il pensiero dell’Autore. In questa particolare visione della realtà trovano spazio anche precise reminiscenze letterarie, come quelle della storiografia tragica ellenistica di cui si è detto, ai quali vanno aggiunti ricordi specifici di altri generi come la tragedia stessa, sia quella degli originali greci che quella dei poeti romani come Pacuvio, Accio e lo stesso Seneca. A ciò ci richiamano le vicende dei singoli personaggi, che passano spesso dal delitto al castigo (v. Otone, Vitellio, Tiberio, Seiano e lo stesso Nerone), ed anche la visione di intere dinastie come quella dei Giulio-Claudi, che per le sue vicende ricorda la stirpe maledetta degli Atridi magistralmente trattata nell’Orestea di Eschilo. In entrambe le vicende, in effetti, pare incombere sui protagonisti una maledizione predestinata alla quale non riescono a sfuggire, indotti come sono in una spirale di violenza che, attraverso molteplici delitti ed altrettanto inevitabili punizioni, ha come esito conclusivo l’annientamento della stirpe stessa. L’alta qualità della narrativa tacitiana, pertanto, è ottenuta anche “sconfinando” nel campo di altri generi letterari, un procedimento che, pur non essendo una novità, costituisce una delle componenti essenziali della personalità artistica dello scrittore.

1 Commento

Archiviato in Arte e letteratura, Scuola e didattica

La fine della democrazia

Tutti si sono indignati per quanto avvenuto negli Stati Uniti e hanno detto che è stato violato il tempio della democrazia. Già qui c’è un errore, secondo me, perché l’origine dei regimi democratici non sta certo in America, ma caso mai nell’antica Atene del V° secolo a.C. e, per l’epoca moderna, nei principi della Rivoluzione Francese. Ma tant’è. Quello che vorrei dire è che Trump o chi per lui non è stato certo il primo a provocare il vulnus alla democrazia cui assistiamo da tempo, ma in realtà questa forma di governo, che oggi appare l’unica possibile e accettabile a giudizio generale, è imperfetta dappertutto, non è mai giusta e completa, e spesso dove ci si riempie la bocca con nobili concetti come “democrazia”, “giustizia”, “uguaglianza” ecc. è proprio il luogo dove questi principi sono trascurati e calpestati.

La democrazia ha dei difetti di suo, inutile negarlo. Alexis de Tocqueville disse ch’essa altro non è che la dittatura della maggioranza, e aveva perfettamente ragione; Churchill disse che i sistemi democratici avevano grandi difetti, ma che gli altri erano peggiori. Comunque, lasciando stare i difetti altrui, credo anch’io che la democrazia di per sé sia un sistema fortemente imperfetto, per diverse ragioni: 1) decide la maggioranza, ma questo è un fatto puramente quantitativo, non qualitativo, dato che nella storia è stato tante volte dimostrato come la ragione stesse dalla parte delle minoranze, o addirittura di chi era solo a proclamare certe verità (vedi i casi di Giordano Bruno e di Galilei); 2) il principio di uguaglianza tra i cittadini non dovrebbe esercitarsi in campo politico, perché per amministrare uno Stato non basta essere cittadini onesti, occorrono competenze e capacità che spesso i politici non hanno. E’ anche ingiusto, a mio parere, che il voto di un analfabeta valga quanto quello di un premio Nobel: per partecipare alla gestione dello Stato, anche semplicemente come elettori, occorrerebbe dimostrare di avere un minimo di cultura civica e politica; 3) in democrazia le masse sono facilmente manovrabili da parte di demagoghi senza scrupoli, che ai nostri tempi si servono abilmente dei mezzi di informazione (TV, social, Web ecc.) per addormentare le coscienze con promesse fasulle da imbonitori, come ad esempio il reddito di cittadinanza e lo Stato assistenziale che, invece di rilanciare il lavoro e l’impresa, distribuisce soldi a chi non fa nulla in cambio di voti.

Così, con la manipolazione delle masse mediante i mezzi di informazione ed il pensiero unico imposto a tutti, la millantata democrazia si trasforma in una dittatura strisciante, come quella che abbiamo oggi nel nostro Paese ad opera di un governo di persone del tutto inesperte e sprovvedute che, occupando di forza i principali canali TV (tutta la Rai è filogovernativa, basta ascoltare telegiornali faziosi come il TG1 con giornalisti servi del potere, per non parlare della “Sette”) diffonde il proprio pensiero facendolo passare per l’unica possibile verità e fa il proprio interesse spacciandolo per quello dei cittadini. Così continuano a terrorizzare le persone con la paura del virus, mostrano continuamente scene di morte e ospedali dove le persone soffrono, oppure presunti assembramenti di giovani che vengono criminalizzati e fatti passare da untori, quando è il governo ad essere del tutto inefficiente, essendosi limitato a toglierci la libertà e a distruggere l’economia anziché provvedere a migliorare i settori critici (v. i trasporti) ed a lasciar vivere le categorie produttive. Con questo virus bisogna conviverci, c’è poco da fare, e ciò che si dovrebbe fare non è chiudere tutto, ma consentire alle persone di vivere e di lavorare pur rispettando i protocolli di sicurezza. In molti paesi hanno fatto questo e non stanno certo peggio di noi, visto che l’Italia, nonostante il lockdown cinese a cui ci hanno costretto, ha ancora il primato delle morti per Covid. E’ chiaro quindi che il sistema delle chiusure non funziona e danneggia gravemente la libertà individuale garantita dalla Costituzione.

Ecco così che la democrazia in Italia resta un involucro vuoto, una parola priva di significato. Nella realtà dei fatti questo governo nato da un inciucio vergognoso e non eletto da nessuno ha instaurato una dittatura, approfittando della maggioranza che ha ma soprattutto mistificando la realtà e terrorizzando i cittadini con l’appropriazione dei mezzi di informazione. Certo, la pandemia non l’ha inventata il governo Conte 2, ma ha saputo cavalcarla bene per restare ben attaccato alle poltrone. Quando si procede per DPCM bypassando il Parlamento, quando l’opposizione non viene ascoltata, quando chi non è d’accordo con il pensiero unico imposto dalla televisione viene insultato, sbeffeggiato e bollato con le solite etichette di “fascista”, “razzista”, “omofobo”, “complottista”, “negazionista” ecc. e quindi annullato nel suo potenziale comunicativo, non si può più parlare di democrazia, ma di vera e autentica dittatura. Certo, non è una dittatura come quelle di Mussolini, Hitler e Stalin, non usa il manganello, i carri armati e la fucilazione, perché oggi non ce n’è più bisogno. Non c’è necessità di mettere a tacere i dissidenti con la forza, basta fare in modo che non siano né ascoltati né tanto meno seguiti. Per detenere un potere totalitario basta la televisione, come già intellettuali del calibro di Popper e Pasolini avevano lucidamente previsto.

4 commenti

Archiviato in Attualità

L’educazione secondo Quintiliano

Nel mondo romano l’istruzione era sempre stata una questione privata: fin dal periodo repubblicano le famiglie di elevata condizione sociale usavano tenere in casa un precettore (spesso di origine greca) al loro esclusivo servizio, mentre quelle dei ceti inferiori mandavano generalmente i loro figli a casa del maestro, che insegnava loro a leggere, scrivere e far di conto in cambio di una modesta retribuzione. Anche la scuola di secondo grado (o di grammatica) e quella di livello più elevato (o di retorica) erano a titolo privato, almeno sino a quando – nel periodo, appunto, in cui visse Quintiliano, il I° secolo d.C. – l’imperatore Vespasiano non decise di istituire alcune cattedre di retorica a carattere pubblico, retribuite cioè dallo Stato. Nella sua Institutio Oratoria, pertanto, il Nostro pone un problema mai affrontato in precedenza nel mondo romano, se cioè sia preferibile l’istruzione privata o quella pubblica. Naturalmente la questione non si pone nei termini in cui viene discussa oggi e non ha implicazioni di ordine politico o ideologico: ciò che l’Autore si premura di mettere in chiaro è piuttosto la necessità della socializzazione e del confronto dell’individuo con i suoi simili, che ben si realizza all’interno di una classe ed alla presenza di un precettore che dedichi le sue energie professionali al servizio di una comunità. L’aspetto morale e formativo è quindi ciò che più conta per Quintiliano e che gli fa preferire l’insegnamento collettivo, poiché quello privato e familiare finisce per essere troppo permissivo e comunque non abitua il giovane a valutare le proprie qualità ed a misurarle su quelle altrui, alimentandone la superbia e la presunzione. La voce del maestro è come il sole, che dà luce e calore a tutti contemporaneamente, mentre l’allievo, vivendo ogni giorno il contatto continuo con i compagni, apprenderà non solo quello che viene insegnato a lui, ma trarrà giovamento anche dalle lodi o dai rimproveri rivolti agli altri.

A giudizio di Quintiliano l’educazione del bambino inizia dalla nascita e ne sono responsabili non soltanto i genitori, ma anche le persone che normalmente gli stanno vicino, come le nutrici e i pedagoghi; essi dovranno perciò osservare un comportamento irreprensibile e non usare mai un linguaggio volgare, perché i primi anni di vita sono quelli in cui si forma il carattere della persona, e le cattive abitudini acquisite sono poi difficili da abbandonare. La famiglia non può esimersi dalle proprie responsabilità, né può affidare in toto ai maestri l’educazione dei propri figli: le conseguenze di una cattiva educazione familiare, in effetti, sono molto ardue da affrontare, dato che spesso i ragazzi non acquisiscono i vizi nella scuola, ma altrove. Per parte sua, il maestro dovrà costituire per i suoi alunni un modello di vita e non soltanto una fonte di sapere; per tal motivo egli dovrà guadagnarsi la stima dei suoi studenti cercando sì di ricavare da essi il più possibile, ma mostrandosi anch’egli entusiasta del proprio lavoro e grato agli alunni stessi per i risultati ottenuti. Sotto questo profilo Quintiliano rivela un ottimismo di fondo circa la professione del docente, sia che si tratti del maestro elementare (ludi magister), sia di quello della scuola intermedia (grammaticus), sia ancora il professore degli studi superiori (rhetor): chi svolge questa professione, in altre parole, deve aver fiducia nelle capacità di apprendimento dei propri alunni, dato che, a giudizio del nostro scrittore, potrà certo esistere chi apprende di più e chi meno, ma non v’è alcun giovane che non tragga comunque dalla scuola un qualche beneficio. L’incondizionata fiducia nutrita da Quintiliano nella profonda utilità etica e sociale dell’insegnamento lo induce anche a programmare le diverse fasi e modalità del processo educativo. Anzitutto, egli sostiene, ai bambini piccoli non può essere imposto un carico eccessivo di studi: essi sono come vasi capienti ma dal collo stretto, in cui cioè il liquido va immesso a poco a poco, onde evitare che trabocchi e si disperda; all’impegno di studio, pertanto, vanno alternati periodi di riposo e di svago, perché non esiste alcun essere vivente che possa sopportare una fatica ininterrotta né che non provi odio per chi gliela impone. Questo è infatti il maggior pericolo da cui il buon maestro si deve guardare, quello di ingenerare negli studenti fastidio e rifiuto dell’apprendimento; per questo sono del tutto da evitare le punizioni corporali, che sono inutili e dannose ed altro effetto non ottengono se non quello di allontanare, forse definitivamente, l’alunno dagli studi e fargli perdere la fiducia in se stesso, tanto da indurlo persino, in casi estremi, al suicidio. Il rapporto tra docente e alunni dovrà essere improntato a reciproca stima e fiducia: e se il primo dovrà essere “austero ma non rigido, benevolo ma non privo di energia”, i secondi dovranno seguire i precetti del loro insegnante e comprendere dall’espressione del suo volto ciò che in loro merita di essere lodato o biasimato. Il buon maestro, inoltre, non dovrà esagerare in premi e punizioni, per non ingenerare superbia da un lato e mortificazione dall’altro; le lodi ed i rimproveri dovranno essere distribuiti con misura, se pur sempre in forma chiara e inequivocabile. Allo scopo di spronare gli alunni a dare il meglio di sé, il maestro potrà organizzare le verifiche del lavoro svolto in forma di competizione, distribuendo premi ai migliori; è questo un metodo che, pur non più invalso ai giorni nostri, era ancora in uso nelle nostre scuole di qualche decennio fa e dava anche buoni frutti, sebbene favorisse forme di competitività che non sempre risultavano proficue per la vita scolastica.

Poiché l’Institutio oratoria si pone l’obiettivo di tracciare un profilo esaustivo del processo formativo del perfetto oratore, è indispensabile per l’Autore affrontare questioni pedagogiche, dato che il percorso educativo del giovane inizia ancor prima del suo ingresso nella scuola, potremmo dire alla nascita stessa. Nell’affrontare questo delicato argomento Quintiliano si rivela un profondo conoscitore dell’animo umano, anche e soprattutto di quei processi psicologici che interessano l’infanzia e che sono quindi molto complessi da comprendere ed enucleare; sotto questo profilo il nostro scrittore è il primo vero pedagogista della letteratura latina, i cui insegnamenti e le cui acute osservazioni sono tutt’oggi in gran parte valide ed attuali.  

2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

Petronio e la società romana

A parte i problemi connessi alla cronologia, alla composizione del Saryricon ed al suo contenuto analitico, su cui non insistiamo perché di dominio comune, non v’è alcun dubbio sul fatto ch’esso descriva una società corrotta e decadente, dove gli antichi valori della virtus romana sono perduti per sempre. L’episodio della cena Trimalchionis, con i suoi 52 capitoli, dà largo spazio a questa tematica: qui viene infatti rappresentata un’umanità degradata fatta di arrivisti e di arricchiti, per i quali il denaro è di per sé strumento non tanto di benessere, quanto di elevazione sociale. Lo stesso padrone di casa, rozzo e incolto ma divenuto potente grazie alle sue ricchezze, è il tipico rappresentante della nuova classe dei liberti venuta in auge proprio nell’epoca giulio-claudia; non è però probabile, a nostro giudizio, che l’ironia petroniana voglia colpire singole persone, quanto piuttosto il trasformismo sociale in sé, cioè la mentalità di coloro che, del tutto privi di cultura e di raffinatezza, fondano la propria vita su valori meramente economici. C’è tuttavia, nei confronti di costoro, un’ironica analisi psicologica da parte dell’Autore: essi infatti non sono sereni pur nel loro benessere materiale, ma vivono nella consapevolezza di essere esposti ad un destino mutevole e capriccioso, che da un momento all’altro può loro togliere la ricchezza e la vita stessa, come dimostra la lunga disquisizione di Trimalchione sulla precarietà dell’esistenza (cap. 34) e la stessa preparazione del proprio monumento funebre (cap. 71). Allo stesso modo la fine ironia di Petronio persegue un altro tratto caratteriale tipico degli arricchiti, cioè il complesso di inferiorità ch’essi mantengono, nonostante la loro opulenza, nei confronti delle persone di rango più elevato: ne è prova la serie di ingiurie che un liberto di Trimalchione lancia contro Ascilto e Gitone, colpevoli di ridere smodatamente dinanzi alle pacchiane esagerazioni degli altri convitati (capp. 57-58). L’impietosa ironia di Petronio crea qui un’immortale caricatura di un intero ceto sociale, ma ciò non significa che vi sia da parte sua una condanna morale fondata su presupposti di ordine etico; pare piuttosto che l’Autore si diverta a descrivere questa umanità bassa e volgare ma psicologicamente fragile, e che mantenga verso di essa un certo distacco e forse un senso di superiorità, che però non arriva mai al disprezzo vero e proprio.  

Il degrado morale della società contemporanea è quindi uno dei bersagli preferiti dalla satira petroniana. Sotto questo aspetto è certo che Encolpio, Ascilto e Gitone non possono rappresentare l’Autore, ma sono invece anch’essi vittime della sua graffiante ironia: la loro depravazione morale infatti, che arriva a volte persino all’abbrutimento, non può costituire in alcun modo un messaggio al lettore se non in negativo, ad indicare cioè i comportamenti da evitare, non quelli da seguire. Il continuo loro coinvolgimento in attività illecite come il furto e l’inganno, ed ancor più l’incessante partecipazione ad avventure a sfondo sessuale sia tra di loro che con partners occasionali, dimostrano che anch’essi rappresentano – non meno di Trimalchione – una visione della vita del tutto opposta agli antichi valori del mos maiorum, mai direttamente richiamati ma presupposti ovunque con riferimenti allusivi. Per restare nell’ambito della dizione epica possiamo dire ch’essi sono “antieroi”, per svariati motivi: sono trascinati dalle situazioni che vivono anziché crearle, sono spinti nel loro agire dal vizio e non dalla virtù ed infine, sia nelle singole vicende che nella loro percezione d’insieme della realtà, sono degli sconfitti, degli “inetti”, per usare un termine invalso nella letteratura novecentesca. Possiamo anzi affermare che tutti i personaggi del Satyricon sono caratterizzati da questo statuto etico, non solo i protagonisti: pensiamo ad esempio alle figure femminili del romanzo come Quartilla, Circe o la matrona di Efeso, tutte schiave dei piaceri e incapaci di dominarsi, oppure lo stesso Trimalchione che è prigioniero della sua stessa enorme quanto inutile ricchezza. Il Satyricon è l’emblema di una società fatta di perdenti ed essa stessa fondata su un’inquietante precarietà.

Un aspetto particolare di questo mondo in decadenza è quello che riguarda il degrado da cui era ormai investita la cultura, e la letteratura in particolare; ci sembra anzi che la disincantata denuncia petroniana di questo stato di cose sia uno dei messaggi più incisivi di tutto il romanzo. Volgendo ancora una volta lo sguardo alla Cena Trimalchionis, ne ricaviamo l’impressione che l’Autore abbia della cultura una concezione quasi religiosa: come le Verità rivelate, infatti, essa è apportatrice di un messaggio salvifico soltanto finché rimane appannaggio degli iniziati, mentre diventa volgare merce di scambio quando è contaminata dal tocco dei profani. In bocca a Trimalchione ed ai suoi accoliti è sgradevole anche Virgilio, come lo stesso Encolpio, qui certamente portavoce di Petronio, non manca di sottolineare (cap. 68). Non c’è dubbio che siamo di fronte a una concezione elitaria del sapere, abbastanza scoperta pur nella velata constatazione secondo cui anch’esso, come tutti i beni preziosi, si corrompe quando cade nelle mani sbagliate. Questa decisa presa di posizione trasmette al lettore un profondo senso di decadenza e di degrado, che affiora anche in altre sezioni del romanzo dedicate a specifici ambiti culturali: la discussione iniziale di Encolpio con il retore Agamennone, in effetti (capp. 1-5), lascia nel lettore l’impressione di una forte decadenza dell’eloquenza, che si estende anche alla poesia e alla pittura. Un’altra figura emblematica è quella di Eumolpo, il poeta fallito che non si affligge molto se l’uditorio lo prende a sassate dopo le varie esibizioni perché, come dice, è abituato a simili accoglienze (cap. 90): egli rappresenta degnamente tutta quella schiera di letterati di terz’ordine che, nella quasi sempre vana speranza di far fortuna, affollavano le sale di lettura e le scuole di retorica. Nel Satyricon ci viene presentata una cultura spesso ostentata ma in realtà priva di valore, sintomo inequivocabile di quel degrado morale e civile che aveva investito tutta la società romana.  

1 Commento

Archiviato in Arte e letteratura, Scuola e didattica