Come si deve scrivere un libro

Ho spesso ripetuto in questo blog che oggi l’arte in generale è morta, ed unico sollievo per chi l’ama è ricercarla nei grandi autori del passato. Se questo vale per tutte le arti (musica, pittura, scultura ecc.) è però particolarmente evidente nella letteratura, dove le produzioni odierne di romanzi, racconti poesie e simili non hanno più quasi alcun valore; direi anzi che in certi casi vengono pubblicati e letti autentici obbrobri, nefandezze di ogni genere spacciate per letteratura. Oggi tutti si permettono di scrivere libri, anche gli ignoranti, purché siano personaggi noti; e quel che è peggio è che gli editori, che mirano solo alle vendite ed al guadagno, sono disposti a pubblicare queste sconcezze mentre, se si presentassero oggi un nuovo Leopardi o un nuovo Manzoni, li caccerebbero via perché, magari, non hanno giocato a calcio o non hanno preso parte al “Grande Fratello”. Purtroppo, in una società dove dominano l’ignoranza e la volgarità, non potrebbe essere altrimenti: chiunque si sente autorizzato a scrivere ciò che vuole senza tener conto che anche per fare l’operatore ecologico (ex spazzino) occorre un minimo di competenza. Per scrivere un libro no, basta mettersi sulla tastiera di un computer e andare innanzi senza regole, così come le parole vengono alla mente l’una dopo l’altra, senza alcuna tecnica e spesso anche senza la minima conoscenza della lingua italiana. Robaccia come i romanzi di oggi un tempo non sarebbero neanche stati sfogliati da un editore che voglia dirsi tale, che senza indugio li avrebbe gettati dalla finestra; e ciò perché gli editori un tempo erano intellettuali anch’essi, che sapevano valutare il valore di ciò che veniva loro sottoposto, mentre ora badano solo al guadagno e mandano in giro di tutto, basta che se ne vendano molte copie. Ed il guaio è che tanta gente li acquista questi libri, buttando via così il proprio denaro.
Se fino a qualche decennio fa nelle Università esistevano le cattedre di retorica (ed in qualche paese mi risulta che esistano ancora) una ragione ci sarà: scrivere un libro, infatti, non è cosa che possa farsi a caso, ma occorre tener presenti tutta una serie di norme di tipo morfologico, sintattico, stilistico, retorico, norme che oggi non conosce più nessuno.
Qualunque opera narrativa dovrebbe essere costituita da queste componenti, da impiegare e dosare con criterio e sapienza:
1) Il racconto vero e proprio, cioè l’illustrazione e la descrizione del succedersi degli avvenimenti narrati;
2) Le sezioni dialogiche;
3) La descrizione esterna oggettiva (ad es. di un ambiente, un luogo, una persona, un oggetto ecc.)
4) La descrizione interna o soggettiva (la psicologia dei personaggi, i sentimenti, gli impulsi dell’animo ecc.)
Le prime tre componenti, sia pure in misura diversamente calibrata a seconda delle epoche e dei gusti letterari, sono presenti in tutti gli scrittori classici antichi e moderni. La quarta, invece, ha subito alterne vicende: particolarmente sviluppata negli scrittori romantici come Manzoni, che nei Promessi Sposi “ne sa più” dei personaggi e ne esplora talora arbitrariamente l’animo, è stata invece parzialmente rifiutata dagli autori naturalisti e veristi, dove l’autore doveva “saperne meno” dei personaggi e quindi doveva persino sembrare, come dice Verga, che “l’opera si sia fatta da sé”. Ci sarebbe da dire che nemmeno il movimento naturalista rispetta del tutto questo principio, dal momento che in opere come Nanà di Emile Zola i sentimenti dei personaggi vengono indagati e non emergono solo dalle azioni. Ma questo è un altro argomento, che ci porterebbe molto lontano, per cui è meglio fermarci qui.
Ecco ciò che volevo dire: nei romanzi e racconti di oggi (e ce ne vuole per definirli tali) questi elementi sono affastellati alla rinfusa, senza consapevolezza da parte degli autori, i quali scrivono a ruota libera senza tener conto dei canoni della narrativa classica. In alcuni di essi sono quasi assenti una o addirittura due componenti, in altri viene sviluppata quasi solo la n.2 (il dialogo), dando vita a paginate intere di scambi di battute in cui si perdono di vista le vices loquendi, cioè quali battute vadano attribuite ad un interlocutore e quali all’altro. Ne vengono fuori grossolani pasticci che assomigliano più alla lista della spesa che ad un ordinato succedersi di pensieri logici.
Per non allungare troppo il post accenno soltanto agli aspetti formali, importantissimi e non secondari per definire il valore di un’opera narrativa. Sul piano linguistico va curata e non operata a caso la scelta delle parole, perché i significanti sono basilari, nelle loro diverse accezioni, per assimilarne i significati: l’aggettivazione, ad esempio, è curatissima negli scrittori classici ed è utilizzata per definire sia fisicamente che psicologicamente i personaggi, mentre oggi è messa a caso, buttando là le prime parole che vengono alla mente. Lo stesso dicasi per lo stile: il periodo deve essere armonico e complesso, con uso corretto della punteggiatura, mentre molti scritti di oggi sono squallide sequele di gruppi di due o tre parole seguite da un punto, evidentemente perché di meglio non si sa fare. E’ importante, inoltre, l’ordo verborum , ossia la studiata disposizione degli elementi della frase, poiché la posizione dei singoli termini deve essere indicativa delle sensazioni che si vogliono trasmettere al lettore. Ad esempio, quando Dante in quel suo celebre sonetto dice “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia” pone in posizione incipitaria gli aggettivi proprio perché il lettore sia impressionato dalle virtù di Beatrice più che dalla sua figura; se avesse detto “La donna mia pare tanto gentile ecc.” non avrebbe ottenuto lo stesso effetto, perché sarebbe venuta in primo piano la corporeità della donna, come se la si contemplasse in un dipinto, e non la gentilezza e l’onestà del suo animo. Un cenno, infine, voglio fare sull’uso delle figure retoriche, di cui gli “scrittori” moderni (tranne alcune eccezioni) ignorano perfino l’esistenza: la metafora, la metonimia, l’anafora, l’epifora, l’assonanza, il poliptoto, il chiasmo ecc. non sono giochi virtuosistici ma mezzi espressivi essenziali per collocare il lettore in una determinata disposizione d’animo. Non posso fare esempi perché questo scritto, che molti leggono sullo striminzito schermo dello smartphone, diverrebbe troppo pesante. Per comprendere il reale valore di questi elementi stilistici fondamentali rinvio al mio post del luglio 2018 intitolato “La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime”, che invito tutti a cercare nella sezione “Archivi” ed a leggere, per avere un’idea di cosa si possa a buon diritto definire arte letteraria.

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Chi distrugge i valori distrugge la società

In occasione della festa della donna lo scorso 8 marzo, la (poco) onorevole Monica Cirinnà del PD si è fatta fotografare tutta sorridente non solo vestita come una zingara, ma con un eloquente cartello in mano dove era scritto: “Dio, la patria e la famiglia. Che vita de m…”, che esibiva come un trofeo. Una tale esibizione di volgarità e di ignoranza da parte di una rappresentante del popolo italiano eletta in Parlamento dovrebbe far indignare tutti coloro che hanno a cuore non dico l’eleganza, ma anche soltanto il decoro che ogni persona dovrebbe mostrare in pubblico. Il nuovo segretario del PD, se non fosse anche lui un polpettone privo di qualunque buona norma del vivere civile, dovrebbe espellere questa persona indegna, che non fa certo onore al suo partito ed alla sua parte politica.
Siamo da tanto tempo, purtroppo, abituati alla volgarità e all’ignoranza dei parlamentari, soprattutto quelli dei 5 stelle e quelli di sinistra, ma questo livello di bassezza morale, che sfiora la bestemmia, non mi pare che si fosse mai raggiunto. La Cirinnà, che già ha legato il suo nome ad una discutibile legge che equipara delle unioni contro natura alla famiglia tradizionale, si permette ora di irridere a tutti quei valori in cui le società civili hanno sempre creduto. La triade “Dio, patria e famiglia” viene attribuita al fascismo da questa gentaglia ignorante che manifesta in piazza la propria nullità, ma non è così: tutte le società hanno sempre creduto in questi valori universali, pur se in forme e maniere diverse. Per mio conto io credo soprattutto a due di essi, cioè la patria, un valore che dovremmo tutti recuperare in questo sciagurato periodo di globalizzazione e di mancato controllo dei confini, e la famiglia, dalla quale tutti noi siamo nati e che giustamente consideriamo la cellula della società, purché si tratti di una unione naturale che possa portare alla nascita dei figli; quanto a Dio, personalmente non sono credente, ma ciò non significa che questo per me non sia un valore, anche soltanto perché rispetto profondamente chi crede, il quale ha una dignità che dovrebbe essere da tutti mantenuta. E adesso viene la Cirinnà, persona repellente anche solo a guardarla, con quel cartello blasfemo che esibisce con quel brutto sorriso che ha. Dobbiamo ammettere, quando vediamo certe esibizioni, che la nostra società attuale, benché abbia tanto progredito sul piano materiale, è la più barbara e incivile che mai si sia vista sulla faccia della terra.
A livello morale ed anche estetico il gesto della Cirinnà è vergognoso e vomitevole, soprattutto perché si tratta di una parlamentare che dovrebbe dare agli altri, e specialmente ai suoi elettori, esempio di quella civiltà e di quella educazione che evidentemente non possiede. Ma il gesto della senatrice è solo la punta dell’iceberg: se siamo arrivati a questo punto la responsabilità va cercata nella storia dei decenni addietro, a partire dal “mitico” ’68, che fece della distruzione dei valori tradizionali e della lotta al principio dell’autorità la propria
bandiera di combattimento. Da allora in poi la politica della sinistra, mascherandosi dietro la rivendicazione di “diritti” fatti passare per giusti e inalienabili, ha demolito pezzo a pezzo tutto ciò che restava di un sistema morale che poteva sì avere dei difetti e degli angoli da smussare, ma che non andava distrutto completamente e sostituito da un libertarismo sfrenato che non ha fatto altro che minare le basi stesse del vivere civile. Si spaccia per “libertà” la diffusione del vizio, della pornografia, della prostituzione femminile e maschile ed altro ancora, tutti mali che esistevano anche prima ma che erano conculcati dal senso morale e civile dei cittadini; adesso invece sono esplosi e vengono anche imposti a chi non li condivide, persino con minacce di denuncia penale contro chi non accetta le unioni o le adozioni gay. Ma la cosa più grave è che a questo degrado politico e morale pochissimi si oppongono, pochi si sentono turbati e offesi da gesti vergognosi come quello della Cirinnà. Sotto questo profilo siamo tutti colpevoli, perché l’indifferenza a volte è peggiore del male.

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La vita curiosa di un blog

Questo mio blog è stato aperto nel febbraio del 2012, e sono quindi sette anni che sopravvive, malgrado tutto, mentre altri consimili hanno chiuso da tempo. Ciò si deve soprattutto alla mia pervicacia di comunicatore via internet, perché in situazioni simili altre persone si sarebbero arrese da tempo. In questi sette anni questo mio spazio web, che ha la pretesa di essere un blog culturale, ha avuto esiti diversi da quelli che mi aspettavo e che speravo: non ha contribuito, se non pochissimo, a farmi conoscere come studioso del mondo classico e della letteratura italiana, né tanto meno come opinionista; non mi ha procurato agganci con organi di informazioni e case editrici, a cui ho offerto spesso la mia collaborazione senza esito, pur rivelandomi capace – come molti hanno notato – di scrivere in modo alquanto corretto ed incisivo; ed infine, cosa ancor più deludente sotto un altro punto di vista, non mi ha dato neanche la possibilità di instaurate scambi di opinioni e confronti di idee, in quanto i commenti – che pure ho lasciato liberi e aperti a chiunque volesse intervenire – sono stati sempre pochi, anzi pochissimi. Ho avuto modo di notare che altri blog tenuti da persone di media e scarsa cultura, spazi web che parlano di hobbies, di moda, di storielle amorose ed erotiche più o meno frutto di fantasia hanno un numero di interventi e di commenti largamente superiore a quello che può avere un blog che possa chiamarsi culturale. La cosa di per sé è triste, ma non tanto per me perché mi riguarda direttamente, quanto perché conduce ad una poco felice conclusione: che cioè nel nostro Paese la cultura è considerata ormai come un noioso passatempo da “sfigati” (per usare il linguaggio corrente), si vive bene (anzi meglio) anche senza di essa e che l’ignoranza e quello che è ancor peggiore, ossia la mancanza di curiosità culturale, la fanno da padrone in una società che definire “barbara” è un’offesa verso coloro che erano considerati i veri barbari che occuparono l’Europa occidentale nei secoli IV-VI dell’era cristiana.
Nessuna meraviglia, quindi, se le visite al mio blog sono andate progressivamente diminuendo negli ultimi anni: dopo un progresso nei contatti giornalieri verificatosi dal 2012 al 2017 (forse l’anno migliore) l’interesse dei lettori è poi sensibilmente diminuito e si è passati dalle 250 visite al giorno di media alle attuali 140-150 al massimo. Anche questo si inserisce nel clima culturale di cui parlavo prima, senonché, in questi ultimi mesi, si è verificato un fenomeno singolare, che mi preme di riferire perché pare in parziale contraddizione con quanto affermato sopra. A fronte della netta diminuzione della popolarità del blog, sono però aumentate le letture riguardanti alcuni articoli di argomento letterario, che qui cito indicando il mese di pubblicazione affinché il lettore, se vuole,possa ritrovarli e rileggerli andando sulla finestra di ricerca o su quella “Archivi” poste in alto sulla colonna a destra della pagine:

– Le donne al Parlamento (gennaio 2013)
– Il mito dell’età dell’oro (marzo 2013)
– Le notti bianche (agosto 2013)
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (novembre 2013)
– Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera” (gennaio 2015)
– La democrazia da Euripide ai giorni nostri (luglio 2015)
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (agosto 2015)
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Anton Cechov, novembre 2015)
– La depressione di Jacopo Ortis (luglio 2016)
– Rileggendo qualcosa del Manzoni (novembre 2016)
– Dante e le donne: l’arte della psicologia (dicembre 2016)
– Visita a casa Leopardi (gennaio 2017)
– Gabriele d’Annunzio, l’intellettuale indefinibile (aprile 2017)
– Catullo, poeta degli anni 2000 (novembre 2017)
– Qualche osservazione su Pindaro e le odi di Orazio (dicembre 2017)
– Terenzio e il suo modello di educazione (marzo 2018)
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime (luglio 2018)
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans, agosto 2018)
– Una nuova edizione di Catullo (gennaio 2019)
Questi post letterari, ed altri di argomento culturale, sono stati visitati negli ultimi tempi con una certa continuità, come se qualcuno avesse uno specifico interesse per questi argomenti; in particolare hanno avuto molte visite quelli su Dante e quello su Terenzio ed il suo modello di educazione, che tratta il tema sempre attuale del rapporto generazionale e contiene anche dei raffronti tra il modo di affrontare il problema nell’antica Roma e quello della società attuale. L’aspetto insolito e un po’ sconcertante del fenomeno, a mio avviso, non è tanto la “fortuna” (chiamiamola così) di questi post culturali, quanto che i visitatori non abbiano sentito mai – e dico mai – la necessità di apporre un commento a quanto letto, di chiedere una spiegazione o un approfondimento, di esprimere la loro opinione. I visitatori si limitano a leggere, senza intervenire; preferiscono rimanere nell’ombra, non avviare alcuna discussione né analizzare ulteriormente l’argomento con l’autore del post che, se ha parlato di quegli scrittori, vuol dire che ne ha fatto esperienza e che in certo qual modo li conosce e desidera perciò confrontarsi con i suoi lettori. Questo non avviene, e perciò i misteri legati a questo mio blog sono diversi, sono domande che non hanno risposta. Perché le visite in generale sono così diminuite negli ultimi due anni? Perché, in controtendenza con la perdita di prestigio della cultura di questi nostri tempi, sono proprio i post culturali che, pur nella generale decadenza, ricevono più visite? E se chi legge questi post letterari ha interesse per queste tematiche, perché non commenta e non contribuisce allo sviluppo di uno scambio di idee? Io non so dare risposte precise a questi interrogativi, ma solo fare congetture; tuttavia sta di fatto che tenere un blog in queste condizioni non è molto gratificante e credo quindi che questo mio tentativo di comunicazione sul web, non avendo raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, sia sul punto di terminare, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. Però una cosa da questa esperienza l’ho imparata di sicuro: la cultura, tranne pochissime eccezioni, non è un buon mezzo per uscire dall’anonimato.

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La civiltà dell’odio

Dispiace, purtroppo, constatare che nella nostra società la diffusione di internet e dei social ha portato un inasprimento dei rapporti sociali ed una larga diffusione della volgarità, dell’insulto e dell’odio, molto più facilmente esprimibile da chi sta dietro una tastiera rispetto a chi parla di fronte ad un avversario fisicamente presente di fronte a lui. L’istinto di violenza, di aggressività, di affermazione incondizionata della propria personalità e delle proprie idee ha trovato largo spazio con i “social” di oggi ed anche nel dibattito politico dei cosiddetti “talk show” televisivi, dove la litigiosità è molto aumentata negli ultimi anni. Di per sé la cosa potrebbe avere anche un lato positivo, nel senso che la sincerità, il dire cioè apertamente ciò che si pensa non è un male, ed è certo migliore dell’ipocrisia di chi adula gli altri o nasconde il proprio pensiero per fini personali, fingendo cortesia e benevolenza. Io ricordo con piacere una commedia di Molière, “Il misantropo”, dove il protagonista non è definito tale perché odia la compagnia degli altri, ma perché ha il coraggio di esprimere le proprie convinzioni e le proprie critiche nei confronti del prossimo, come quando dice apertamente ad un sedicente poeta che le sue poesia non gli piacevano affatto, suscitandone ovviamente il risentimento. Però la sincerità ed il coraggio delle proprie idee sono cosa diversa dalla maleducazione, dalla volgarità e dall’esternazione dell’odio a cui purtroppo assistiamo oggi, in un periodo in cui si sono perduti i giusti valori ed i giusti principi che dovrebbero regolare i rapporti umani.
Vediamo un po’ questo problema dell’odio sociale in politica e sui social. Per il primo ambito sarà sufficiente un solo esempio. Nei cinque anni precedenti le ultime elezioni (2013-2018) il Partito Democratico ha avuto la responsabilità del governo, e ha dovuto sopportare non solo le legittime critiche che l’opposizione per sua natura deve esprimere, ma anche i più volgari insulti da parte del Movimento Cinque Stelle, la cui volgarità e ignoranza è apparsa in ogni occasione: i partiti di governo (il PD soprattutto ma anche gli altri, per non parlare di Berlusconi) hanno ricevuto tutti i peggiori insulti, tra cui quello di essere tutti corrotti, ladri, mafiosi ecc., per dire solo alcuni dei titoli che i grillini hanno rivolto agli avversari. I partiti al governo sono stati accusati di aver rovinato l’Italia e aver condotto i cittadini alla fame, cosa che in verità era del tutto falsa, perché le condizioni di vita del nostro Paese erano e sono ancora buone e molto migliori di quelle di altre nazioni europee. Io, che non sono favorevole né al PD che ai Cinque Stelle, di fronte a quel volgare succedersi di insulti che la banda dei seguaci del buffone genovese lanciava contro il governo, dovetti prendere le parti del PD e soprattutto di Renzi, una persona che ha fatto sì molti errori (v. la legge 107 sulla scuola) ma che ha cercato anche con sincerità ed impegno di fare qualcosa di positivo per il nostro Paese. Però, adesso che le ultime elezioni hanno cambiato il quadro politico italiano e che al governo ci sono (malauguratamente!) i Cinque Stelle, il PD sta facendo lo stesso errore che prima facevano i suoi avversari, lasciandosi guidare dall’odio e ripetendo le stesse assurdità che qualche anno fa dicevano loro, cioè che il governo sta portando l’Italia alla rovina, che ci saranno pesantissime tasse aggiuntive, che moriremo tutti di fame ecc. Anche loro adoperano insulti gratuiti (oggi il PD ha definito “indegno” il ministro Salvini) e montano una campagna di odio che non fa certo onore a nessuno. Se il PD vuole con ciò vendicarsi degli insulti subiti quando era al governo, ha sbagliato strada: convinti come sono, a sinistra, della loro superiorità culturale sugli avversari, non dovrebbero usare i loro stessi metodi ed il loro stesso linguaggio, altrimenti si mettono essi stessi alla pari con i Cinque Stelle, che sono difficilmente superabili sul piano dell’insulto e della volgarità.
Sono tuttavia i cosiddetti “social” come Facebook il campo d’azione dove l’odio e l’insulto si diffondono con maggior vigoria grazie soprattutto al relativo anonimato che l’uso privato di un computer o uno smartphone sembrano consentire. In realtà chi offende o diffama altre persone può essere rintracciato e denunciato, tramite la Polizia Postale ed i mezzi di ricerca elettronici che esistono adesso, ma molte persone, pur offese, rinunciano a intraprendere un iter giudiziario lungo e fastidioso e con il rischio di non ottenere nulla; perciò, nella maggior parte dei casi, si limitano a rispondere agli insulti con altrettanti insulti ancor più sanguinosi, credendo in questo modo di vendicarsi adeguatamente e finendo invece per mostrare un comportamento infantile e indegno di persone civili. Avviene così che sui social vengono scatenate vere e proprie campagne di odio contro qualcuno solo perché esprime idee diverse dalle nostre, e queste campagne sono spesso organizzate scientemente da associazioni, partiti o organi di informazione allo scopo di screditare gli avversari e farli passare per quello che non sono. Le accuse di questo genere si incrociano vicendevolmente, e ciascuno accusa l’altro di essere un “hater”, cioè un odiatore del prossimo, affibbiandogli etichette infamanti. Così l’odio, anziché diminuire, aumenta sempre più, perché chi si sente offeso – e ritiene ingiuste le accuse che riceve – è portato a rispondere con lo stesso linguaggio, e così si forma una spirale di intolleranza e di incomprensione che non si ferma più. Ho usato consapevolmente il termine “incomprensione” perché va anche detto che è difficile giudicare il pensiero di una persona (o peggio, la persona stessa) da ciò che scrive in un commento di Facebook: spesso si viene fraintesi, ciò che viene scritto con un senso viene recepito in un altro totalmente diverso, e l’equivoco non fa altro che inasprire un clima già notevolmente alterato.
A questo punto non posso però evitare, prima di concludere, di esprimere un mio giudizio sul dibattito politico attuale. Di recente la sinistra, servendosi anche di trasmissioni televisive come “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha lanciato le solite accuse di “razzismo” e di “fascismo” contro tutti coloro che non approvano l’arrivo incontrollato dei migranti stranieri nel nostro Paese, servendosi anche di “intellettuali” come Saviano, Canfora, Cacciari ed altri, lasciati parlare senza contraddittorio e liberi di accusare e di insultare persino un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, indicato come il creatore ed il fomentatore della campagna di odio razziale che, a loro dire,ci sarebbe in Italia contro gli stranieri e i “diversi” di ogni genere. A me la cosa fa sorridere per due motivi: primo, perché viene spacciato per “razzismo” ciò che non lo è affatto, in quanto la preoccupazione per il diffondersi della criminalità slava, romena, albanese, nigeriana ecc. in Italia non può essere definita razzista se non dalla malafede di coloro che hanno qualche tornaconto personale nell’accoglienza di questi stranieri che vengono qua a delinquere perché le nostre leggi sono assai più miti e lassiste di quelle dei loro paesi di origine. Il razzismo è cosa ben diversa e s’identifica con il considerare la propria razza come geneticamente superiore alle altre come avveniva, ad esempio, nella Germania nazista; ma chi subisce o denuncia i furti in villa dei criminali slavi o i ROM che rubano sugli autobus e nelle strade non lo fa perché si sente geneticamente superiore a loro, ma perché si preoccupa della propria sicurezza. Chi non approva che gli immigrati di colore siano mantenuti a spese nostre negli alberghi e vadano tutto il giorno in giro con lo smartphone senza fare nulla mentre i nostri pensionati vivono a stento con 500 euro al mese di pensione non lo fa perché si sente superiore agli immigrati, ma perché questo stato di fatto è profondamente ingiusto, e grida vendetta il fatto che gli stranieri vengano preferiti agli italiani in tanti aspetti della vita sociale, compresa l’assegnazione delle case popolari. Chi dice “prima gli italiani” ha perfettamente ragione, perché così fanno tutti gli altri Stati europei e occidentali.
C’è però un secondo motivo che fa indignare. La nostra sinistra accusa Salvini e la destra di aver creato una campagna di odio quando sono proprio loro invece, i vari partiti e pensatori di sinistra, che hanno fondato sull’odio e sul disprezzo per il “nemico” la loro azione politica, dal ’68 fino ad oggi. Io, che purtroppo ho una certa età, ricordo benissimo la “caccia al fascista” degli anni ’70, quando diversi giovani di destra furono addirittura assassinati; in tempi più recenti sono sotto gli occhi di tutti le campagne di fango mediatiche e giudiziarie lanciate contro Berlusconi, portato in giudizio con accuse assurde nel tentativo di eliminarlo con quel mezzo dalla scena politica perché non si era in grado di batterlo alle elezioni; ed ancora più di recente, mi piace ricordare la pletora di infamie e insulti lanciata sui social e nel dibattito politico contro Salvini, che ha la sola colpa di voler difendere i confini del suo paese e di riconoscere agli italiani i loro diritti. A questo si aggiunge la continua ricerca del “nemico” che continua ancora oggi da parte della sinistra, che risuscita di continuo il fascismo finito storicamente 75 anni fa per avere qualcuno contro cui scagliare il proprio livore. Salvini, il cosiddetto “razzismo” e il cosiddetto “fascismo” sono quello che per i cristiani osservanti è il Maligno, il Diavolo, il “Nemico” del bene per antonomasia, che con la sua presenza giustifica e autorizza i crimini che la Chiesa Cattolica ha compiuto per secoli. Quindi, nel caso della campagna di odio che si va diffondendo purtroppo nel nostro tempo, non credo che esista nessuno che possa dare lezione ai suoi avversari, e mai come oggi trova piena applicazione quel detto popolare che dice “Il bue dà del cornuto all’asino”, oppure, come diceva mia nonna, “Il mugnaio accusa gli altri di essere sporchi di farina”.

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L’ignoranza al potere

La società in cui viviamo oggi non è caratterizzata da nessun’altra cosa se non dall’ignoranza, dal disprezzo per la cultura e la competenza, un costume ed una mentalità che hanno assunto sempre più potere. Partiamo dal basso. Io ho l’abitudine di guardare in TV (non sempre, ma spesso) la trasmissione “L’eredità”, che va in onda su Rai1 alle 18,45 di ogni sera. Qui vengono poste ai concorrenti varie domande di cultura generale, che riguardano sia il cinema e lo spettacolo sia campi di sapere più ampi e necessari come la storia, la geografia, la letteratura, la storia dell’arte, le scienze ecc. Queste domande di solito sono semplici, persino elementari; eppure i concorrenti, spesso giovani e freschi di studi, rivelano lacune impressionanti su questioni talmente semplici che tutti dovrebbero conoscere, anche senza aver letto i libri di scuola ma soltanto ascoltando qualche programma televisivo: c’è chi ha messo Mussolini o Hitler nel 1970, chi non sa se il Perù è in America o in Africa, chi non conosce la dislocazione delle città nelle varie regioni d’Italia (Brindisi è stata messa in Veneto una volta!) e altre perle di questo tipo. Ed il bello è che nessuno si vergogna di questa abissale ignoranza, anzi, ne sarebbero persino felici se questi svarioni non facessero loro perdere i punti al gioco. Purtroppo oggi è così: l’ignoranza è giustificata, se non addirittura ammirata, mentre la cultura è considerata avvilente, noiosa, inutile. Lo si vede anche quando qualcuno, nei commenti ai vari post di Facebook, corregge i colossali errori ortografici e sintattici che tante persone compiono: l’ignorante che ha scritto quelle bestialità non ringrazia chi lo corregge (come dovrebbe fare) per averlo messo di fronte alla sua ignoranza, ma anzi lo attacca e gli dice sprezzantemente di “non fare il professorino”, perché tanto, errori o no, il pensiero si capisce lo stesso.
L’ignoranza, l’incompetenza, la volgarità hanno campo libero nella nostra società tanto da essere non solo giustificate, ma addirittura ammirate: pensiamo ad esempio ai cosiddetti “reality” come il celebre “Grande Fratello” e gli altri che ne sono seguiti. Chi vince che meriti ha? Cosa sa fare? Assolutamente nulla, ed è proprio questo nulla che affascina, che consente alle persone di fare successo. Il successo stesso si basa sul nulla, come vediamo negli elogi a scrittori che non sanno scrivere, a pittori che sono solo imbrattatele, a cantanti che non sanno cantare. Ma la cosa più triste è che l’incompetenza è oggi perfino al centro della politica, dove c’è un partito di maggioranza (il Movimento Cinque Stelle) che è al governo, e c’è con persone assolutamente ignoranti, incompetenti su tutto e che mai hanno avuto nella vita la minima esperienza tale da giustificare la posizione che ricoprono. Noi sappiamo che anche per fare il magazziniere o la segretaria d’azienda occorre aver frequentato una scuola o un corso di formazione; per la politica invece, che dovrebbe essere l’attività più difficile perché ne dipende il destino di milioni di persone, a quanto pare non serve nessuna competenza. Alcuni ministri di quel partito, come Toninelli o Bonafede, sono imbarazzanti per l’Italia e per il mondo, perché totalmente incompetenti e inesperti nelle loro funzioni; del resto come potrebbe essere altrimenti per un individuo come Bonafede, che faceva il disk-jockey (si scrive così?) in una discoteca e da lì è passato a fare il ministro? E Di Battista, che offende tutti da quel grande arrogante e maleducato che è, faceva l’animatore in un villaggio di vacanze e da lì è passato ad essere uno degli esponenti più in vista del suo partito. Bella carriera, vero? E il bello è che queste persone, incompetenti su tutto, si permettono di criticare e offendere gli altri e si fingono persino benefattori del popolo italiano, mentre in realtà lo stanno portando in rovina. Ma anche questo triste fenomeno che è il Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) è il frutto maturo dei nostri tempi, di uno sciagurato periodo storico che non ama né apprezza la cultura e la competenza, ma valorizza la rozzezza, l’ignoranza, il nulla ben incarnato da questi politici.
Sarebbe difficile, con gli strumenti in nostro possesso, voler indicare oggi le ragioni di questo scadimento morale e culturale della nostra società, di questo degrado che aumenta ogni giorno e ci rende ridicoli agli occhi del mondo, noi che eravamo la patria di Dante, Michelangelo e di Galilei e oggi siamo quella di Toninelli e di Di Battista. Certo, una parte del fenomeno si può spiegare con il benessere sociale e la tecnologia che sono andati crescendo moltissimo negli ultimi decenni: in altre parole, quando tutto è già pronto su internet, sulle calcolatrici e sugli altri mezzi d’informazione, diventa sempre più ostico impegnarsi in approfonditi studi personali. Lo studio è fatica, si sa; la cultura è roba difficile, che richiede impegno mentale, ed in un periodo dove la vita è diventata facile e tutto si ottiene senza sforzo, perché faticare? Inoltre, quando un giovane vede che sono proprio gli ignoranti e gli incompetenti che fanno carriera, è spinto a fare altrettanto. Perché impegnarsi, lavorare, consumare energie per sapere più cose? A cosa serve sapere tante cose quando si vive benissimo nell’ignoranza? Basta lo smartphone per divertirsi e comunicare con gli altri, non c’è più bisogno nemmeno dell’amicizia reale, basta quella virtuale, e quindi anche gli scambi di idee, i confronti, sono sempre di meno.
Forse però il grave declino culturale dei nostri tempi deriva anche da una forma di reazione contro un periodo storico (gli anni ’60 e ’70) in cui della cultura si faceva gran conto, soprattutto negli ambienti di sinistra e nei circoli studenteschi. Da quel tempo in poi la supremazia culturale della sinistra è stata sempre incontrastata, perché alla destra non è mai stato concesso di esprimere intellettuali di valore (tranne pochi casi) ed i democristiani erano troppo impegnati nel loro malgoverno per dare la dovuta importanza alla cultura. Questa ideologizzazione del sapere è, in certo qual modo, rimasta anche oggi nell’era post-ideologica, perché quasi tutte le persone che si definiscono “di cultura” appartengono all’area culturale della sinistra. Ma questo finto monopolio, questo presunto possesso del sapere ha dato luogo anche ad una forte reazione, certo provocata dagli atteggiamenti presuntuosi e snobistici dei cosiddetti “professoroni” di sinistra e dei radical-chic che ci sono ancor oggi. In conseguenza di questi atteggiamenti, la cultura ha finito per apparire un sovrappiù, una veste opprimente da cui era meglio liberarsi, un marchio di superiorità che molti disprezzavano. Sappiamo del resto che ogni movimento storico, artistico o letterario, dopo essere arrivato all’apice subiva un rallentamento, fino ad essere soppiantato dai suoi oppositori: al traboccante Barocco successe la scarna Arcadia, allo psicologismo romantico successe l’osservazione oggettiva del Naturalismo, e così via. Così oggi, al predominio della cultura degli intellettuali del ‘900 è succeduto il dominio dell’ignoranza del secolo XXI, l’unico secolo in cui potevano nascere il “Grande Fratello” e il Movimento Cinque Stelle. Se andiamo avanti così, dove arriveremo? Chissà, forse in futuro una nuova reazione all’esistente porterà ad un ritorno della civiltà; ma dubito che ciò avvenga, ed in ogni caso noi della nostra generazione non ci saremo più.

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Se il prof. non dà il buon esempio…

Qualche giorno fa è apparso un post su Facebook, non ricordo chi l’abbia inviato, il quale proclamava con indignazione la notizia secondo cui in un Istituto di istruzione superiore (forse un liceo) il Dirigente scolastico ha diramato una circolare che invita tutti i docenti, al momento in cui arrivano a scuola, a lasciare in presidenza il cellulare e non usarlo quindi per tutta la mattinata. Alla notizia seguiva una serie di commenti di colleghi infuriati contro quel dirigente perché, a detta loro, trattava i docenti come bambini indisciplinati e soprattutto – e questo era il motivo principale dell’indignazione – li metteva alla pari con gli studenti. Quest’ultimo argomento è veramente ridicolo, secondo me: professori che si comportano da “amiconi” con i loro studenti, ci scherzano e fanno battute a volte di dubbio gusto, si fanno persino imitare e prendere sottilmente in giro dai ragazzi e poi, solo per quanto riguarda il cellulare, rivendicano orgogliosamente la superiorità del proprio ruolo rispetto a quello dei discenti. Inoltre, non avendo altra argomentazione, protestano dicendo che anche i medici, gli avvocati, i parlamentari ecc. usano il cellulare durante la loro attività lavorativa, senza tener conto che è una pessima linea difensiva quella di giustificare le proprie mancanze stigmatizzando quelle altrui; ed inoltre non tengono conto che il lavoro dell’insegnante è diverso dagli altri, presuppone anche una funzione educativa e formativa che altri professionisti non hanno. Come possiamo lamentarci della dipendenza dei giovani dallo smartphone quando ne siamo schiavi anche noi? Mi sembra di rivedere il comportamento di mio padre quando ero bambino e ragazzo: lui fumava come un turco ma proibiva con gran severità che io ed i miei fratelli prendessimo quel vizio; lui faceva largo uso di turpiloquio e di espressioni sconvenienti, ma se noi dicevamo qualche parolaccia succedeva il finimondo. Questa è pura incoerenza: se non vogliamo che gli altri si comportino male o prendano cattive abitudini, cominciamo a dimostrare di essere noi per primi esenti da quelle cattive abitudini. Il buon esempio, a mio parere, vale più di ogni invito ed ogni proibizione.
La triste realtà è che purtroppo – e sottolineo questo avverbio – tutta la società attuale e tutte le persone di qualunque età, escluse poche eccezioni, sono dipendenti dalla tecnologia e da questi aggeggi elettronici di cui non riusciamo più fare a meno. Oggi vediamo usare lo smartphone molto al di là di quella che sarebbe la sua funzione, quella cioè di essere un telefono: dovunque le persone lo usano, in treno, in sala d’aspetto del dentista, al supermercato, nelle corsie di ospedale, a scuola ecc. Non è più lui al servizio nostro, ma noi al servizio suo, e questa è la vera sciagura, poiché la tecnologia dovrebbe migliorare la vita all’uomo, non renderlo succube. E purtroppo questo processo di asservimento ha raggiunto anche i docenti, che non vediamo più in sala professori, magari durante un’ora libera, a leggere un libro o a documentarsi sulla lezione da svolgere, ma chattare e messaggiare sullo smartphone, proprio come i ragazzi adolescenti che sono nostri alunni. Assurda e ridicola è quindi la protesta dei docenti che rivendicano buffonescamente la superiorità del loro ruolo su quello degli studenti quando, nella fattispecie, si comportano esattamente allo stesso modo. Per questo trovo giustissimo che i cellulari siano banditi totalmente dalle scuole, sia da parte dei ragazzi che dei professori, anche perché non v’è alcuna necessità di tenerli addosso; se si verifica qualche problema in famiglia, infatti, c’è il telefono della scuola che può ricevere la notizia e comunicarla poi all’interessato. E un po’ patetica è anche la scusa di coloro che dicono che lo smartphone serve loro per la didattica e per compilare il registro; se una scuola ha il registro elettronico infatti, come avviene un po’ dappertutto ormai, c’è il computer di classe con cui compiere le operazioni di registro, oppure altri computers della scuola. Di questi apparecchi il Ministero ce ne ha dati anche troppi, non si sa più dove metterli. Caso mai sono i libri ed altri strumenti didattici che mancano, ma i computers non mancano mai.
Questo discorso del cellulare si inserisce però in un tema più vasto, quello del comportamento dei docenti dentro e fuori la scuola. Io ho sempre pensato che la prima nostra funzione di educatori fosse quella di dare il buon esempio agli alunni, in vario modo: rispettandoli come persone, se vogliamo ch’essi rispettino noi; trasmettendo loro il senso della giustizia, senza fare preferenze ed eccezioni per nessuno nella valutazione; dimostrando impegno ed entusiasmo per il nostro lavoro e le discipline che insegniamo, perché solo così possiamo chiedere a degli adolescenti di considerare lo studio un mezzo essenziale di formazione e non un obbligo fastidioso. E ritengo anche, come diceva Quintiliano, il più grande pedagogista della civiltà romana antica, che il maestro debba dare il buon esempio agli alunni anche nelle abitudini personali, non soggiacendo a quei vizi che non vuole vedere nei suoi allievi. Che senso ha proibire tassativamente agli studenti di fumare quando i docenti fumano a scuola – magari nel cortile, ma lo fanno – sotto gli occhi di tutti? Come può essere educatore un professore che si ubriaca o fa uso di droghe, anche se non lo fa nelle ore di scuola? E qui non mi vengano a dire che nella vita privata ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, perché non è vero: gli studenti sanno cosa fanno i loro insegnanti, come vivono, che abitudini hanno ecc. Se ci sono dei vizi e dei comportamenti vergognosi ciò si viene a risapere e non costituisce certo un modello di educazione! Per quanto mi riguarda, io di fronte ai miei alunni ho sempre evitato l’eccessiva familiarità perché è deleteria; una linea di demarcazione precisa deve esistere, altrimenti ci sarà sempre il maleducato o lo strafottente di turno che si approfitta del clima amichevole per mancare di rispetto al docente. Però, nonostante questa mia seriosità, ho sempre dato spazio alle richieste dei miei studenti, ho sempre tutelato la loro autostima e soprattutto non ho mai assunto davanti a loro atteggiamenti sconvenienti, non ho mai detto una parolaccia in loro presenza neanche nei momenti di irritazione che comunque esistono nel nostro lavoro. Questo perché le cattive abitudini, se sono deplorevoli in chiunque, sono addirittura criminose in un docente, che non occupa quel posto solo per insegnare “tecnicamente” le proprie materie, ma anche per modellare i caratteri e tentare di volgerli in direzione dei buoni principi.

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Recensione a “Per le nostre radici” di Andrea Del Ponte


Tra i molti libri ed articoli che affrontano oggi la dibattuta questione dell'”utilità” dello studio delle lingue classiche, particolare rilievo assume un volume molto recente (pubblicato nell’agosto 2018 dall’editrice “Aracne” di Roma) che già dal titolo, “Per le nostre radici”, lascia intendere quale ne sarà l’argomento. L’Autore è un attivissimo docente genovese, il prof. Andrea Del Ponte, che io ho conosciuto tramite Facebook e con il quale ho subito familiarizzato sia per l’entità dei nostri comuni interessi sia per un’impostazione critica e ideologica che non si scosta di molto dalla mia. In questo ed in altri casi, ad onta di tutto ciò che di negativo si dice e si scrive sui nuovi mezzi di comunicazione, dobbiamo riconoscere che la tecnologia che ha creato internet ed i “social” può essere utile per fare nuove conoscenze ed istituire un proficuo confronto di opinioni.
Il libro testimonia senza dubbio il grande amore che Del Ponte nutre per le sue come per le nostre radici, ossia per le lingue classiche, ed in particolare la lingua latina cui il libro è essenzialmente dedicato; e come il sottoscritto e tanti altri studiosi, egli sente la necessità di difendere e giustificare lo studio e la conoscenza di queste nostre radici culturali, senza ovviamente escludere altre discipline ed altre conoscenze, che s’innestano nel tronco principale – quello classico – della nostra formazione di moderni uomini e donne dell’Occidente, quell’Abendland che si è fondata culturalmente per secoli sugli studi umanistici. Ma oggi più che mai la liceità degli studi classici è messa in dubbio dalla mentalità economicista e utilitaristica delle società moderne, ed ecco quindi la necessità di ribadire concetti e convinzioni che in passato nessuno avrebbe mai messo in dubbio. A tutti noi, nella nostra normale attività di docenti di Liceo, è capitato di sentirsi chiedere da futuri studenti, genitori o persone comuni: “A cosa serve il latino?” “A cosa serve il greco?”. Domande di questo genere, che non debbono essere subito liquidate come frutto di ignoranza, hanno bisogno di una risposta, se vogliamo che la tradizione umanistica continui a vivere e che il Liceo Classico, principale fucina di questi studi, non debba chiudere i battenti.
Il libro di Andrea Del Ponte si divide in tre capitoli. Il primo, “Radici storiche e attualità della Latinitas”, ricorda come la lingua latina andò affermandosi nel corso dei secoli e non perse mai la sua identità pur trasformandosi nelle varie lingue romanze, per studiare e comprendere le quali è necessario il continuo richiamo alla lingua base, mentre vani sono stati i tentativi di sostituirla con l’utopia di una lingua universale, come il famoso “esperanto” che in realtà si è rivelato un fallimento; nonostante quindi la minore conoscenza effettiva del latino che caratterizza i nostri tempi rispetto al passato, la lingua di Roma ha continuato ad affermarsi presso la Chiesa cattolica, la scuola, l’alta cultura degli organismi statali e delle Università (che spesso utilizzano motti e frasi latine) e persino nella canzone. Per quanto riguarda in particolare la scuola, il nostro Paese ha il vanto del maggior numero di corsi dove il latino è obbligatorio, più il Liceo Classico (circa il 6,7% del totale degli studenti) dove si studia anche il greco. Qualcuno vorrebbe rendere opzionali queste materie, così come accade in alcuni paesi europei, e l’Autore del libro è contrario a questa ipotesi; e qui io non concordo pienamente con lui, convinto come sono che nel nostro ordinamento, specie dopo la cosiddetta “riforma Gelmini” vi siano degli indirizzo di studio (v. il liceo linguistico) dove il latino ha uno spazio talmente limitato che sarebbe preferibile abolirlo e sostituirlo con letture di autori latini (e perché no anche greci) in traduzione. Come già altri studiosi hanno detto in passato, anch’io sono convinto che i molti insuccessi scolastici in questa materia dipendono anche dal fatto che sono in troppi a studiarla, anche studenti che per essa non hanno alcun interesse o propensione.
Il secondo capitolo del volume, per me il più significativo ed interessante, ha per titolo “Il dibattito sull’utilità del latino” ed è inizialmente una rassegna cronologica di opinioni e pensieri sull’argomento, dai tempi del conte Monaldo Leopardi (padre di Giacomo) fino alla più recente attualità. Tutte le voci testimoniate in questa rassegna ribadiscono, da vari punti di vista e con diverse motivazioni, l’utilità e la necessità degli studi classici e quindi, senza richiamarle una per una, agiscono nell’unica direzione alla quale anche noi ci conformiamo. Ma poi, nella seconda parte del capitolo, Del Ponte presenta invece le voci dei detrattori degli studi classici, che possono suddividersi – per comodità espositiva – in esterni ed interni. Per quanto riguarda i primi non c’è bisogno di fare alcun nome particolare: sono tutti coloro che si sono lasciati trascinare dal potere assoluto della tecnocrazia, del neoliberismo e del neocapitalismo, cioè da una mentalità che mira soltanto al profitto e al consumismo, un “mostro” che travolge le stesse legitime istanze nazionali con l’arma micidiale dello spread e degli interessi sul debito, riducendo tutta la realtà ai valori materiali e rendendo quindi difficile per i giovani, minacciati dallo spettro sempre più concreto della disoccupazione, intraprendere gli studi umanistici. L’aziendalismo e l’economicismo di oggi hanno mortificato tutti quei valori umani e culturali in cui per secoli si è fondata la formazione dei giovani nel nostro Paese, e tale forma mentis è purtroppo entrata anche nella scuola stessa da quando si è cominciato a concepirla come un’azienda alla pari delle altre, da quando la forma conta più della sostanza, l’immagine esterna più della valenza formativa, da quando cioè il preside si chiama “Dirigente” e gli alunni “utenti”, come i consumatori di gas o di energia elettrica. Combattere questa aridità mentale che incensa solo i valori materiali, diametralmente opposti a quelli umanistici, è molto difficile; ma per chi sostiene gli studi classici c’è da fare i conti anche con la contestazione interna, cioè quei professori, pedagogisti o intellettuali che, pur sostenendo di fondo lo studio del latino e del greco, auspicano però innovazioni anche sensibili nelle metodologie di studio e di insegnamento; c’è infatti, sotto questo punto di vista, un dibattito che dura da tempo tra gli accesi conservatori che non vogliono cambiare nulla rispetto all’esistente (compresa la traduzione dal greco e dal latino) e coloro che invece, pur salvaguardando lo studio della lingua e l’analisi diretta dei testi, intendono comunque adeguare gli studi classici agli studenti di oggi, che sono molto meno abili – per una serie di ragioni di cui spesso ho parlato in questo blog – nell’esercizio di traduzione. La contesa si è accesa soprattutto intorno alla seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che in effetti quest’anno è cambiata e non prevede più soltanto la traduzione ma una conoscenza più ampia e variegata dei testi e della storia letteraria. Sotto questo aspetto il collega Del Ponte riconosce che il grammaticismo e l’eccessivo conservatorismo metodologico possano danneggiare gli studi, ma ribadisce la centralità della traduzione e adduce tutta una serie di valide ragioni; dal canto mio però io non concordo totalmente con lui ma mi avvicino alle posizioni del prof. Bettini che da anni conduce una battaglia contro l’analisi testuale fine a se stessa. Ritengo anch’io che lo studio linguistico non vada abbandonato, ma vada affrontato in modo più agevole e avveduto, eliminando la pedanteria di coloro che insistono per mesi su regole e regoline che magari gli studenti non incontreranno mai nel percorso successivo degli studi; sono poi anche convinto che le conoscenze di tipo letterario, storico, artistico ecc. non siano da porre su di un piano inferiore rispetto a quelle linguistiche, che oltretutto con il tempo finiranno per essere dimenticate. Non tolgo nulla al valore formativo e culturale della traduzione dal greco e dal latino, ma ribadisco che non bisogna conferirle un ruolo determinante ed esclusivo nella valutazione degli studenti, che certo tra vent’anni ricorderanno meglio il pensiero di Seneca o il metodo di Tacito rispetto all’ablativo assoluto o la consecutio temporum.
Il terzo capitolo del libro di Dal Ponte presenta, in ordine alfabetico, una rassegna di istituzioni, usi e costumi o situazioni contingenti di cui i vari scrittori latini, compresi quelli medievali e moderni, si sono occupati. Ciò dimostra quanto sia errato e assurdo definire il latino come “lingua morta”, quando invece è più viva che mai e continua a vivere insieme a noi nell’arte, nella scienza, nella liturgia ecc., benché molti dei moderni non se ne accorgano neppure. Il mantenimento degli studi classici è quindi non solo legittimo, ma addirittura indispensabile per farci comprendere il mondo in cui viviamo, le cui “radici” – per rifarci al titolo – affondano profondamente nel terreno dei secoli fino ad arrivare a quella Roma che dominò il mondo non solo militarmente ma anche culturalmente. L’essenziale è che si abbandoni una volta per tutte la categoria del “servire” inteso in senso praticistico, anche perché in questa specifica accezione nessuna disciplina servirebbe veramente, perché si può vivere anche senza conoscere non solo il latino, ma la letteratura italiana, la storia, la geografia, le scienze ecc. Come dice Nuccio Ordine, un altro studioso che ho recensito in questo blog e che si è occupato estesamente del problema dell'”utilità” del sapere, sarà proprio l'”inutile” a salvare l’umanità dalla nuova barbarie che, in nome del denaro e del consumismo, cerca di estendere ovunque i suoi artigli.

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Tragedie in mare: è colpa nostra?

Ieri sera ho postato sulla mia pagina Facebook una mia dichiarazione in forma di domanda per tutti quei buonisti nostrani che vorrebbero accogliere tutti i migranti dall’Africa o da altrove, e che colpevolizzano il nostro Paese ed in particolare il ministro Salvini per i naufragi e le morti che si verificano in mare. Io verrò forse da un altro mondo, ma non riesco a comprendere quale responsabilità abbia l’Italia in queste tragedie e soprattutto perché soltanto noi dovremmo farci carico del problema dell’immigrazione mentre tutti gli altri stati dell’Unione Europea fanno a scaricabarile e orecchi da mercante. Il post era questo:

Io vorrei porre alcune domande a tutti coloro che attaccano il governo e insultano il ministro Salvini per la vicenda dei migranti morti in mare. Punto primo: se un barcone naufraga a poche miglia dalle coste libiche, spetta soltanto all’Italia andare a salvare le persone? E’ forse partito dal nostro Paese? Punto secondo: secondo voi tutti i migranti che vengono dall’Africa e altrove devono essere accolti dall’Italia da sola? Non è forse vero che l’unione europea è composta da 28 Stati? Il problema deve perciò interessare tutti, o forse è giusto secondo voi che l’Italia diventi la pattumiera d’Europa? Punto terzo: è stata forse l’Italia a provocare questa ondata migratoria, tanto da doversene far carico da sola? Secondo voi la Francia, con le sue politiche coloniali e lo sfruttamento del nord Africa, e con la guerra voluta da Sarkozy che ha destabilizzato la Libia, non ha alcuna responsabilità? Mi spiegate perché noi dobbiamo farci carico delle colpe e delle politiche altrui? Punto quarto: non vi pare che negli anni passati l’Italia abbia accolto già abbastanza migranti, con i governi di sinistra a guida PD? Punto quinto: perché insultare Salvini per il fatto che antepone i problemi dei propri cittadini a quelli dei migranti, visto che tutti gli altri Stati fanno la stessa cosa?

Cioè, io mi chiedo: se un gommone carico all’inverosimile parte dalla Libia o dalla Tunisia e poi naufraga, è colpa nostra? Glielo abbiamo ordinato noi di partire? Ed il salvataggio compete solo a noi? E gli altri paesi, quelli di provenienza anzitutto, ma anche gli altri che si affacciano sul Mediterraneo, hanno diritto a infischiarsi del problema perché tanto ci sono quei rimbambiti degli italiani che ci pensano? A me sembra che la misura sia colma e che il Ministro degli Interni abbia perfettamente ragione a voler porre un argine a questo fenomeno che non soltanto porta in casa nostra, accanto a disperati che fuggono dalla guerra, anche potenziali criminali che rubano, stuprano e spacciano droga, ma arricchisce altri criminali che giocano con la vita altrui per arricchirsi illecitamente. Lo stesso Salvini ha detto più volte di non avere nulla contro gli stranieri che qui da noi lavorano onestamente, ma purtroppo non tutti sono così: ci sono quelli che delinquono (e sappiamo che alla base della maggior parte degli eventi di cronaca nera ci sono degli stranieri) ed anche quelli che vengono mantenuti a spese nostre negli alberghi mentre tanti italiani campano con 500 euro di pensione, o anche meno. Quest’ultima è un’ingiustizia intollerabile, il vedere cioè baldi giovani di colore (tutti maschi tra l’altro) che hanno colazione, pranzo e cena gratis negli alberghi e poi stanno tutto il giorno in giro con gli smartphone o a gironzolare da un bar all’altro. Almeno li facessero lavorare, visto che sono tutti giovani e forti: ci sono le strade da riparare, l’immondizia da raccogliere, i campi abbandonati da coltivare ecc. Quando si è mai vista gente mantenuta gratis tra gli italiani?
Per tornare al fenomeno delle morti in mare, se c’è qualcuno che ne ha la responsabilità morale e materiale non è certo l’Italia, ma casomai la Francia con la sua politica di sfruttamento dell’Africa e con la guerra in Libia che ha eliminato Gheddafi per peggiorare ulteriormente la situazione, addossando poi al nostro Paese le conseguenze di queste azioni dissennate. L’Italia è l’ultimo paese che ha colonizzato una minima parte dell’Africa, e per un tempo molto breve; pertanto le responsabilità per il depauperamento di quei territori e la conseguente massiccia emigrazione non sono certo le nostre, ma di altri paesi che adesso si permettono di rifiutare i migranti e rimandarli da noi, come se l’immigrazione fosse un problema solo italiano. Anche oggi, alla trasmissione “Tagadà” della 7 l’onorevole Ascani del PD (ma chi l’ha eletta, costei?) ha detto che per ogni morto in mare l’Italia ha una parte di colpa. Io non so da dove la signorina tragga questa conclusione, non riesco a vederlo. Ed anche se poniamo la questione sotto il profilo dell’umanità, della necessità di aiutare chi rischia la vita, il problema non si sposta, perché questi sentimenti dovrebbero essere di tutti i 28 stati dell’UE, non di uno solo, il nostro, che si vuol far diventare la discarica d’Europa.

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Tanto rumore per… poco

A me francamente sembra che l’arresto del terrorista rosso Battisti in Bolivia e la sua estradizione in Italia abbiano fatto troppo rumore, al punto che oltre metà dei telegiornali nazionali sono stati dedicati a questo avvenimento. Perché troppo rumore? Anzitutto perché il nostro governo ha gonfiato l’evento attribuendosene l’esclusivo merito, quando invece la causa della cattura è da imputare totalmente al cambiamento del clima politico nei paesi dell’America latina dove questo signore si era rifugiato, il che evidentemente gli ha fatto mancare ad un bel momento le protezioni di cui godeva in precedenza; quindi il suo arresto sarebbe avvenuto a prescindere da quale fosse stato il colore del governo italiano, che ne ha fatto invece un simbolo della sua tanto esaltata quanto inconsistente efficienza. Ma c’è un secondo motivo per cui la cosa è stata volutamente sopravvalutata, il fatto cioè che Battisti è solo uno dei tanti terroristi che sono sfuggiti alla giustizia e quindi il suo arresto, pur importante che sia, non risolve certo il problema generale della scarsa capacità dei nostri governi, ed in generale di tutti quelli delle cosiddette “democrazie”, di punire adeguatamente i nemici dello Stato.
Come già pensava Platone, e dopo lui tanti altri grandi filosofi, lo Stato è un concetto assoluto, è l’insieme di tutti i cittadini e di tutte le istituzioni che li rappresentano: per tutti gli uomini e le donne esso dovrebbe essere quindi qualcosa di sacro, di intoccabile, e chi si pone volutamente contro di esso e tenta di distruggerlo non dovrebbe ricevere nessuna pietà, nessuna comprensione, nessun beneficio di sorta. Per questo, pur augurandomi che l’assassino Battisti finisca i suoi tristi giorni in galera, non mi spiego perché altri terroristi rifugiatisi all’estero siano tuttora liberi e non vengano ricercati e perseguiti come è stato fatto per lui; il rischio concreto di questo clima creatosi in questi giorni, infatti, è che si cerchi di dare in pasto all’opinione pubblica un parziale successo per nascondere tutti gli altri insuccessi che lo Stato, nella sua debolezza e nel suo buonismo, ha incassato nella lotta con il terrorismo degli anni di piombo. La mia opinione in proposito, in effetti, è sempre stata quella di pensare che chi si è vantato di aver sconfitto il terrorismo ha detto colossali bugie per ingannare i cittadini sconvolti dal fenomeno: in realtà il terrorismo, specie quello di estrema sinistra, è imploso da solo quando i suoi capi si sono accorti dell’inutilità di una lotta armata che non avrebbe mai potuto raggiungere gli scopi previsti. Non è stato sconfitto dallo Stato, che si è mostrato sempre imbelle e incapace di affrontare il problema in modo veramente efficace.
Il perché di questa affermazione è semplice: se lo Stato avesse compreso fino in fondo il fenomeno, se avesse valutato la gravità dei fatti compiuti – primo tra tutti l’eccidio di Aldo Moro e della sua scorta – non avrebbe mai, e dico mai,consentito che gli assassini responsabili di quel massacro uscissero di galera. Se si fosse seguito il criterio indicato da Platone e da tutti coloro che hanno scritto di filosofia politica si sarebbe dovuto applicare la pena di morte, perché chi attenta alla vita dello Stato e uccide alcuni suoi rappresentanti e servitori è come se avesse ucciso tutti i cittadini, e non merita di vivere; prova ne è il fatto che chiunque avesse compiuto un atto simile fino a pochi decenni fa, quando il buonismo dei regimi democratici non si era ancora affermato, sarebbe finito sulla forca; e questo non per crudeltà, ma perché lo Stato ha il diritto di difendersi e di comminare punizioni che distolgano altri criminali da proseguire su quella strada. Perciò io non mi vergogno a dire che, quando ci fu il rapimento e l’uccisione di Moro, io invocai la pena di morte per i terroristi, condividendo il pensiero della maggior parte dei cittadini pur se gli organi ufficiali tentavano di nascondere questo sentimento popolare. D’altro canto, dovendosi accettare che ormai nel mondo occidentale la pena di morte è stata abolita, sarebbe però stato conforme ai più elementari principi di giustizia che quegli assassini restassero in galera per tutta la vita, senza vedere più la luce del sole fino alla fine della loro sciagurata esistenza. Invece gente come la Balzerani (tanto per fare un nome) hanno fatto pochi anni di prigione, oltretutto trattati in guanti bianchi, e poi sono usciti fuori; oggi sono tutti liberi, si permettono di avere profili facebook, di scrivere libri, di andare a fare conferenze e parlare degli omicidi che hanno commesso come se fossero eventi normali, giustificati dalla loro ideologia e dal clima politico che si respirava in quegli anni. Benché del loro pentimento non interessi nulla a nessuno, va anche aggiunto che nessuno di loro si è veramente pentito di quel che ha fatto. Il buonismo rivoltante e scandaloso di una falsa democrazia, che ha fatto sì che assassini confessi e mai pentiti siano liberi alla faccia delle famiglie delle loro vittime e dello Stato da loro offeso e colpito, è una vera e pesante sconfitta, altro che vittoria sul terrorismo! La vera vittoria sarebbe stata quella di far sparire quelle belve dalla faccia della terra, solo questo avrebbe reso giustizia agli innocenti massacrati ed ai loro congiunti.
Uno Stato che non si sa difendere, che perdona l’imperdonabile, che si vanta di meriti che non ha è uno Stato fallito, la cui debolezza provoca dolore e frustrazione nei cittadini, è uno stato che non vale nulla, che tenta goffamente di nascondere sotto principi evangelici la propria inefficienza. Per questo io non ho particolarmente gioito per l’arresto di Battisti, che deve pagare sì per quel che ha fatto, ma che rischia di pagare anche per tutti gli altri che sono sfuggiti alla giustizia e che sono liberi in modo assolutamente ingiusto e scandaloso. Se questo governo volesse fare veramente qualcosa contro il terrorismo, che non va mai perdonato neppure dopo 40 anni, dovrebbe rimettere in galera, e tenerceli a vita a pane ed acqua, tutti i terroristi di tutti i colori che sono in libertà nel nostro Paese e che vivono indisturbati facendosi beffe delle loro vittime. Questo sarebbe veramente un atto di giustizia, un segno di efficienza in mezzo a tante vanterie buffonesche alle quali le persone assennate non dovrebbero mai credere.

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Una nuova edizione di Catullo

Pochi giorni fa è stata presentata a Siena una recentissima edizione delle poesie di Catullo curata da Alessandro Fo, professore ordinario di Letteratura Latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di quella città. Il libro, molto voluminoso (oltre 1300 pagine) è stato pubblicato nella prestigiosa collana “NUE” dell’editore Einaudi di Torino; porta la data di fine stampa dell’ottobre 2018 e costa 58 euro, forse l’unico suo limite in quanto si tratta di un prezzo un po’ elevato; ma il volume può essere acquistato dagli insegnanti, cui lo consiglio vivamente, anche attraverso la “Carta del docente” e quindi con il denaro che il Ministero mette generosamente (!) a disposizione della categoria.
Su Catullo è stato scritto molto e di ogni argomento, ma il grande acume e l’indiscussa competenza del curatore Alessandro Fo fanno in modo che il volume presenti tanti aspetti di novità e tante informazioni inedite, espresse in relazione ad altri autori latini oppure anche in confronto con le letterature moderne, considerato che anche queste (ed in particolare la poesia del ‘900) sono di competenza dell’autore di questa edizione. L’elaborazione lunga e particolareggiata di questo lavoro, considerata la mole del volume e delle notizie in esso contenute, si rende nota da sé; ma a mo’ di conferma aggiungo qui che il curatore del volume, in sede di riferimenti bibliografici, ha citato circa 1600 contributi precedenti al suo usciti su Catullo e la sua poesia, il che rende l’idea di quanto impegno debba mettere in gioco chi si profonde in un’impresa di questo genere. E’ ben noto che Catullo è uno dei poeti latini che ha suscitato maggior interesse sia negli studi filologici che nelle letture private delle persone comuni; perciò la bibliografia su di lui è sterminata ed in continua crescita, tanto che è impensabile – come dice lo stesso prof. Fo – poterla tenere tutta sotto controllo.
La parte iniziale del volume comprende un’introduzione generale sulla personalità e l’opera di Catullo, cui fanno seguito tre note: alla traduzione, al testo ed alla metrica, particolarmente utili per illustrare i criteri dell’interpretazione dei testi e la particolare valenza della polimetria catulliana. Seguono poi i 116 componimenti del poeta veronese, in traduzione e con il testo originale a fronte. Nel rendere in italiano le poesie del Veronese, il prof. Fo ha agevolmente affrontato le grandi difficoltà che si sarebbero presentate a chiunque avesse voluto accingersi ad un tale compito, e l’ha fatto con un criterio generale che è quello di cercare di riprodurre, per quanto è possibile e lo consentano le strutture dell’italiano moderno, le caratteristiche fondamentali dell’originale. L’obiettivo è stato ottenuto anzitutto mediante la scelta della metrica “barbara”, quella cioè di riprodurre in italiano non solo il numero dei versi del testo catulliano, ma anche la cadenza e l’accentazione: per fare due soli esempi, l’endecasillabo falecio, cui Catullo fa spesso ricorso nella prima parte del libellus a carattere nugatorio, viene reso con versi endecasillabi italiani con accento tonico corrispondente, per quanto possibile, a quello latino, mentre il trimetro giambico ipponatteo (o coliambo), che presenta un’improvvisa inversione del ritmo all’ultimo piede, viene reso anche graficamente staccando l’ultima parola con una spezzatura orizzontale del rigo. Ma tradurre Catullo non presenta solo difficoltà metriche, bensì anche linguistiche, considerata la variopinta alternanza dei vari registri impiegati, con l’impiego di termini più aulici e ricercati da un lato (chi non ricorda il disertissime Romuli nepotum detto ironicamente a Cicerone nel c.49?) e di quelli più comuni e persino volgari dall’altro (è ben nota infatti la cosiddetta “oscenità” del poeta veronese); ma anche qui il curatore si è rivelato perfettamente all’altezza del modello, ricercando in italiano termini analoghi e rispondenti al massimo al tono espressivo dell’originale, da cui si distacca il meno possibile, correndo qualche volta anche il rischio di cadere nella pedanteria, salvo poi render conto nel commento delle scelte operate.
E veniamo alla parte più consistente del libro: le note di commento, appunto, che prendono da sole quasi novecento pagine, e questo già dice tutto sulla loro estrema accuratezza. Ogni carme catulliano viene prima introdotto in generale, poi commentato minuziosamente verso per verso con una serie di notizie letterarie, storiche, mitografiche di grande ampiezza e di altrettanto agevole interpretazione; una caratteristica generale di questo libro in effetti, che io come professore di liceo apprezzo in modo particolare, è che non è scritto con quell’astrusità criptica che spesso è appannaggio degli studiosi accademici, ma è invece comprensibile ad una larga fascia di lettori di media cultura, soprattutto perché riesce, con un registro linguistico accessibile, a rendere comprensibili anche problemi e questioni filologiche che in altri contesti risultano vietate ai “profani”. In questo percorso illustrativo ed esplicativo del grande valore artistico e letterario del poeta antico, il prof. Fo utilizza a piene mani i contributi precedenti al suo noti sui vari argomenti, ma li rielabora ed aggiunge ad essi la propria personale visione delle varie questioni, il che rende ricca ed esaustiva l’esegesi di ogni componimento. Per non estendere troppo questa mia recensione, prendo ad esempio soltanto il carme 85, il celeberrimo Odi et amo dove Catullo, facendo seguito al grande precedente di Saffo, scopre per la prima volta in ambito letterario romano il conflitto psichico che c’è tra ragione e sentimento, ossia tra la parte razionale e quella irrazionale dell’animo umano. A questo semplice distico il prof. Fo dedica una lunga introduzione, nella quale vengono ricordati sia i contributi specifici dei filologi classici che gli omaggi resi al Veronese da poeti moderni del calibro di Shakespeare e Baudelaire, nonché la riscrittura moderna del carme catulliano operata nel 2001 dalla poetessa canadese contemporanea Anne Carson (Toronto 1950)dal titolo I Hate and I love Perhaps Tou Ask Why. Difficile pensare a qualcosa di più completo ed esauriente di questo tipo di commento ad un testo classico, che in quanto tale non finisce mai di dire ciò che ha da dire, e trova quindi piena risonanza anche tanti secoli dopo la sua composizione.
Al termine di questa nota non posso far altro che raccomandare l’acquisto e la lettura di questo libro, che a mio avviso non è solo utile, ma addirittura indispensabile ad ogni docente, non solo come lettura ed arricchimento personale ma anche come strumento didattico. Gli innumerevoli spunti e confronti ch’esso contiene possono utilmente essere messi a disposizione degli studenti di oggi, i quali non sono insensibili come spesso si crede: se un docente trasuda entusiasmo per le discipline e gli argomenti che insegna, per i quali fa buon uso anche di strumenti eccellenti come questo libro, i suoi alunni non possono restare indifferenti di fronte all’enorme fascino che un poeta come Catullo suscita in chi gli si avvicina e cerca di conoscerlo meglio che può. Già questo poeta, con la sua vicenda personale fatta di amore e di amicizia, è vicino al mondo attuale, è un poeta “degli anni 2000”, come ho scritto in un post di qualche mese fa; adesso, con l’interpretazione che ce ne offre il prof. Fo, egli si è avvicinato ulteriormente al nostro mondo ed alla sensibilità dei nostri giovani. E’ compito dei docenti, se veramente tengono alla loro “missione”, farne un uso consapevole per arricchire la loro cultura e quella dei giovani a loro affidati.

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Speranze e propositi per il nuovo anno

Quando, in questo periodo festivo, le persone si rivolgono reciprocamente gli auguri, esprimono la speranza che il nuovo anno sia migliore di quello appena concluso; a me invece basterebbe che non fosse peggiore, visto che l’età avanza e la situazione generale del nostro Paese è tutt’altro che florida. Quel che è più importante, per tutti ma specialmente per coloro che non sono più giovani, è riuscire a mantenere uno stato di salute fisica accettabile, diciamo così, perché ottimale non può esserlo più: dopo i sessant’anni, infatti, cominciano a manifestarsi i primi disturbi, i primi acciacchi come il classico mal di schiena ed altri simili fastidi, per cui ciò che si può sperare non è che le nostre condizioni fisiche migliorino (il che è impossibile),ma solo che non si aggravino troppo. Dire che la salute è il bene più prezioso è una frase banale, lo so, ma è senza dubbio vera, e di ciò ci rendiamo conto sempre più con l’avanzare dell’età.
Un’altra speranza che coltivo per il nuovo anno è che il nostro Paese possa vivere una stagione di tranquillità e di benessere, senza che peggiori il tenore di vita di tutti noi. Ed al proposito c’è da augurarsi che abbiano ragione i sostenitori dell’attuale Governo, che asseriscono di poter fare tutto il bene possibile dei cittadini, ed abbiano invece torto quelli dell’opposizione, i quali vanno affermando che la manovra finanziaria appena approvata porterà povertà e disoccupazione; e ciò io lo spero non per simpatia per il governo, nel quale ho pochissima fiducia visto che è a trazione 5 stelle (e più volte ho detto in questo blog ciò che penso di loro, per cui non voglio ripetermi), ma perché amo il mio Paese ed auspico di poter vivere in una società giusta, dove si faccia carriera con il merito individuale e non con le raccomandazioni, e dove i giovani possano finalmente trovare una sistemazione lavorativa con uno stipendio che consenta loro di condurre una vita dignitosa, come dice la nostra Costituzione, senza che siano obbligati ad andare all’estero per poter mantenersi con le loro forze.
Anno nuovo vita nuova, si dice; ma per chi per me è da poco andato in pensione non si prospettano molti cambiamenti. Oltre a coltivare i miei interessi “pratici”, diciamo così, ho intenzione di continuare a svolgere, finché potrò, un’intensa attività culturale: ho infatti appena terminato di comporre un saggio, pensato e preparato da tanto tempo, sulla malinconia e la depressione nel mondo classico, un lavoro per il quale ho dovuto consultare una gran quantità di testi, sia scientifici che letterari; e adesso vorrei trovare una collocazione a questo saggio, cioè pubblicarlo su una rivista cartacea, perché appartengo alla vecchia generazione e non mi sono perciò ancora abituato ai cosiddetti “e-book” ed alle edizioni soltanto virtuali. A me piace vedere, annusare la carta, alla quale per tanti secoli abbiamo demandato la nostra cultura. Se possibile, nell’anno appena iniziato vorrei trovare anche un editore per la mia storia della letteratura latina, per comporre la quale ho impiegato almeno cinque anni della mia vita. Uscita nel 2009 con l’editore Loffredo di Napoli, con il titolo di “Scientia Litterarum”, questo nuovo e innovativo manuale per i Licei oggi non viene più ristampato a causa del fallimento della casa editrice, la quale oltretutto mi deve anche un bel po’ di denaro come compenso per le vendite già effettuate; ma dei soldi a me è sempre interessato poco e sarei disposto a rinunciarvi del tutto pur di vedere la mia opera in una nuova edizione. M’impegnerò per questo, e nel frattempo coltivo altri progetti ed altre ambizioni, giacché sono convinto che il periodo della pensione non deve equivalere a rilassatezza o indolenza, ché in tal caso diventa davvero l’anticamera della morte; deve invece essere un periodo produttivo, forse anche più dei precedenti, in cui l’attività cerebrale continui a pieno ritmo. Oltre a prevedere altri studi sulle letterature classiche e moderne, che sono il mio specifico campo di competenza, porto con me anche ambizioni letterarie: ho infatti già iniziato a comporre racconti e relazioni sulla mia vita e la mia storia personale, visto che scrivere – a detta di molti e non di me stesso – mi riesce piuttosto bene. Ed infine, come ultima cosa, devo decidere cosa fare di questo mio blog, se continuarlo o chiuderlo sostituendolo con commenti su Facebook. Dopo sette anni (ho cominciato nel febbraio 2012) chiudere definitivamente il blog mi dispiace, ma mi sto accorgendo che mi sottrae energie che potrei dedicare ad altro ed inoltre, cosa da non sottovalutare, il suo seguito su internet è sensibilmente diminuito: dalle 75.000 visite circa del 2017 sono passato nel 2018 ad appena 70.000, con un calo di oltre 5000 visite; i commenti, poi, sono sempre di meno e sempre delle stesse persone, quei pochi che mi seguono da tempo mentre tutti gli altri, pochi o molti che siano, si limitano a leggere senza farmi sapere nulla delle loro opinioni. Forse questo blog è troppo impegnativo per la cultura del “mordi e fuggi” che caratterizza la società odierna, dove si privilegia tutto ciò che è facile e immediato, mentre i miei articoli sono piuttosto lunghi, trattano a volte questioni letterarie e culturali complesse e richiedono una certa attenzione ed impegno intellettuale. Non so se questa è la ragione della scarsa fortuna di questo blog, ma lo sospetto perché vedo che hanno molto più seguito altri diari online che parlano di amori adolescenziali, di moda o di cucina. Per il momento sospendo la decisione, che comunque prenderò a breve. E adesso, ripetendo uno stanco rito, anch’io rivolgo a tutti i miei venticinque (o anche meno) lettori gli auguri di pace e prosperità per il nuovo anno.

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Un Natale avvelenato

Siamo arrivati anche al Natale del 2018, le strade sono piene di luci e di vetrine scintillanti, la televisione ci bombarda di pubblicità natalizia, molte persone si preparano a viaggi e vacanze, ma purtroppo l’atmosfera che viviamo in questi giorni non è affatto serena. La situazione politica è ammorbata da polemiche e scontri di ogni genere, come quello che abbiamo visto in Senato, dove l’opposizione si è scagliata in un attacco violento contro il governo e la manovra finanziaria di questo, arrivando addirittura all’occupazione dell’aula; e potremmo ben dire che questa acrimonia, questo odio ideologico è un fatto tipicamente italiano ormai ineliminabile, perché siamo costretti ad assistervi ogni volta che si insedia un nuovo governo, col quale l’opposizione non cerca il dialogo ma soltanto lo scontro e la violenza verbale, quando non anche fisica. Negli anni precedenti abbiamo assistito ad una serie di accuse e insulti di cui il Movimento Cinque Stelle si era fatto protagonista contro i partiti che allora governavano, accusati tutti, con un’assurda generalizzazione, di essere mafiosi, corrotti, delinquenti ecc. Allora io m’indignai con questi dilettanti della politica, un partito fondato da un comico pregiudicato che altro non sapeva fare che vomitare insulti dicendo pregiudizialmente di no a tutto e mostrando un comportamento volgare e indegno di persone civili; e confermo che ancora la penso allo stesso modo, perché sono convinto che i 5 Stelle siano l’espressione più autentica dell’incompetenza, della faciloneria e dell’incultura che caratterizza la nostra sciagurata società, un elemento che tristemente emerge nell’assurda convinzione che i normali cittadini possano far politica senza averne nessuna esperienza, e nell’altrettanto assurdo pensiero per cui si debba dare soldi a chi non fa nulla per rilanciare l’economia, quando invece chiunque abbia un po’ di discernimento sa che l’economia ed il benessere si facilitano creando lavoro e facendo investimenti, non con l’idiozia del “reddito di cittadinanza”, alla quale purtroppo molte persone hanno creduto il 4 marzo, una data infausta per il nostro Paese perché ha dato quasi il 33% al partito degli incapaci, degli ignoranti, del nulla.
Debbo però dire che, di fronte al comportamento indegno tenuto dai 5 stelle nella precedente legislatura, io mi sarei aspettato qualcosa di diverso da partiti con radici ideologiche e culturali diverse come il PD e Forza Italia, che invece oggi stanno compiendo lo stesso errore dei loro avversari, fomentando un clima di tensione e di odio sociale che non giova a nessuno, neanche a loro. La competizione politica dovrebbe basarsi sullo scambio di idee, sul dialogo, sulla critica anche aspra ma costruttiva; invece l’opposizione di oggi sta facendo esattamente quello che i loro avversari hanno fatto qualche anno fa: insulti, accuse di distruzione della democrazia, scene di guerriglia in Parlamento ecc. Di fronte a questi eccessi, più adatti ad un sultanato del Terzo Mondo che ad un Paese occidentale che è stato per secoli il faro della cultura e della civiltà, il cittadino comune rimane perplesso e confuso, anche da un punto di vista puramente informativo. A chi credere? Al governo che dice che con questa manovra aumenterà la ricchezza, si creeranno posti di lavoro, si sconfiggerà la povertà, si potrà andare in pensione prima dei termini infelici imposti dalla legge Fornero, oppure all’opposizione che proclama l’esatto contrario e paventa persino la rovina dello Stato, dei risparmiatori, dei pensionati ecc.? Il risultato che emerge da questo marasma d’inciviltà che caratterizza il nostro tempo è l’estrema confusione in cui tutti noi ci troviamo, all’interno di un clima di tensione e di insicurezza che distrugge anche quella poca serenità che dovrebbe crearsi durante il periodo delle festività invernali. La politica, così agendo, non aiuta i cittadini ma li confonde e li affligge.
E’ molto triste constatare che nel nostro Paese l’ignoranza e la rozzezza hanno preso ovunque il sopravvento sulla cortesia e sul libero confronto. L’emulazione degli uni verso gli altri è diretta in senso opposto a quello in cui dovrebbe andare: si imita il peggio del nostro prossimo, non il meglio, si fa a gara per scendere sempre di più sulla scala del vivere civile in tutti i rapporti umani, quindi anche in quelli della politica. Il dibattito di oggi non è fatto di idee diverse, anche aspramente contrastanti, ma di accuse infamanti, di insulti, di menzogne; si utilizza contro l’avversario non l’arma della dialettica ma quella della diffamazione, della “macchina del fango” che è molto facile pilotare oggi attraverso la TV ed i social del web. Così, mentre per secoli l’umanità ha proceduto in avanti sul cammino della civiltà, oggi cammina all’indietro, verso la barbarie dell’odio e dell’ignoranza. Tenuto conto di ciò, come non rimpiangere la vecchia politica della “prima repubblica”? Essa fu distrutta purtroppo da un assurdo giustizialismo che travolse un’intera classe politica accomunando colpevoli ed innocenti e buttando via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire; eppure oggi, di fronte alla volgarità ed all’incompetenza dei politici attuali, siamo costretti a rivalutare quel periodo, a rimpiangere persone che, pur di impostazione ideologica diversa e contraria, sapevano dialogare civilmente, affidarsi alla dialettica e non all’insulto, alla critica costruttiva e non a quella distruttiva di oggi. Ma purtroppo il passato non ritorna; si può condannare o rimpiangere, ma in ogni caso resta sempre irrimediabilmente perduto.

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Il futuro esame di Stato

E’ mia abitudine, totalmente diversa da quella di tante altre persone, accogliere con benevolenza le leggi e le riforme che si presentano come un rinnovamento dell’esistente; magari poi mi debbo ricredere, ma sul momento non sono mai pregiudizialmente contrario a ciò che viene presentato come nuovo, specie in ambito scolastico. Così avvenne nel 2015 per la riforma scolastica del governo Renzi, detta “La buona scuola”, che all’inizio io accolsi quasi con entusiasmo, soprattutto perché introduceva finalmente il principio della rimunerazione dei professori in base al merito, ossia il famoso “bonus” concesso dal dirigente scolastico ad alcuni docenti di ogni scuola; poi però, quando ho constatato che il premio veniva concesso non ai docenti più bravi per preparazione o competenza didattica ma a coloro che organizzano attività extrascolastiche, gite o comunque eventi che nulla c’entrano con la didattica, ho cambiato completamente idea. Speriamo che questo non si verifichi per il nuovo esame di Stato della scuola secondaria di II° grado, che dovrebbe partire dal prossimo anno 2019.
Per dare un giudizio definitivo su questo cambiamento (io non lo definirei proprio una riforma) occorre ovviamente attendere la sua applicazione, almeno nel primo anno; per adesso, tuttavia, la nuova proposta mi sembra positiva per diversi aspetti, mi pare cioè che renda giustizia a studenti e professori più di quanto non sia avvenuto finora. Può darsi che mi sbagli e che il mio ottimismo venga smentito fin dal primo anno, com’è avvenuto con il “bonus docenti” della legge 107; per adesso, però, voglio sperare che sia un effettivo miglioramento, anche perché mi pare strano che ogni volta che si mette mano alla scuola si commettano sempre errori ed orrori, come il pessimismo nostrano tende a credere.
Nella struttura del nuovo esame ci sono, a mio giudizio, almeno tre elementi positivi: l’aumento del credito scolastico (da 25 punti a 40), cioè la percentuale che sul voto finale avrà l’andamento didattico dello studente negli ultimi tre anni, l’abolizione della terza prova scritta e quello della cosiddetta “tesina”, l’argomento cioè che i candidati dovevano scegliere di loro iniziativa ma che spesso era scadente, poco coerente con il corso di studi scelto e non di rado persino copiato di sana pianta da internet. Anche la terza prova è bene che sia stata abolita, perchè era un salto nel buio con domande piuttosto nozionistiche e afferenti a materie molto diverse tra loro (es. latino, storia, scienze, matematica), che finiva per accertare soltanto il possesso di nozioni e dati oggettivi senza che da ciò emergessero le qualità intuitive, argomentative e logiche dello studente. Quanto al credito, io ritengo che si dovrebbe arrivare addirittura ad attribuigli 50 punti su 100, cioè la metà del totale, perché non mi pare giusto ciò che spesso è accaduto finora, quando uno studente dal profitto sempre eccellente, magari per una prestazione non brillante in sede d’esame, si vedeva attribuire un voto molto più basso di quel che avrebbe meritato; e d’altra parte va detto che in diverse occasioni avveniva anche il contrario, cioè che studenti dallo scarso impegno e capacità, magari per un colpo di fortuna durante il colloquio d’esame, ottenevano voti molto più alti del dovuto. Il curriculum scolastico e l’esame dovrebbero avere lo stesso peso nel giudicare un alunno, in modo che la valutazione finale sia equa ed obiettiva.
Per quanto attiene specificamente al Liceo Classico, scuola dove ho insegnato latino e greco per 40 anni, io accolgo con grande soddisfazione la notizia del cambiamento cui sarà sottoposta la seconda prova scritta, quella che riguarda le materie caratterizzanti il corso di studio. Dal 1923 (riforma Gentile) al 2018 – quindi per quasi un secolo – questa prova è consistita nella traduzione in italiano di un brano di prosa latina o greca, senza contestualizzazione, senza alcuna nota e senza che gli studenti potessero scegliere alcunché; questa prova quindi, antiquata e sempre uguale a se stessa, non ha mai subito alcuna modifica, mentre negli altri licei ci sono stati cambiamenti significativi: allo scientifico, ad esempio, gli studenti potevano scegliere tra due problemi e dieci quesiti, e ovviamente sceglievano quelli che sapevano svolgere meglio. Al Classico tutto fermo, bloccato per quasi un secolo, con brani da tradurre che sono diventati sempre più difficili nel corso degli anni, in netto contrasto con quella che è la realtà dei giovani di oggi, che non hanno più neanche lontanamente le conoscenze e le capacità necessarie per tradurre brani astrusi e dottrinari come quello di Aristotele assegnato quest’anno, al cospetto del quale quello che tradussi io nel 1973, quando detti l’esame di maturità, era una sciocchezza. Ho sempre pensato che questo inasprimento dei brani da tradurre fosse dovuto ad un piano preordinato per penalizzare il Liceo Classico, al fine di distruggere una scuola che forma le coscienze e crea il pensiero autonomo spingendo gli studenti a non iscrivervisi in quanto “scuola difficile”. Altri miei colleghi mi hanno detto però che io sbagliavo a tracciare questa dietrologia, e che il motivo di scelte così assurde e inopportune da parte del Ministero fosse frutto di semplice incompetenza. Comunque sia, l’ingiustizia che subivano gli studenti del Classico nei confronti dei compagni di altri licei era evidente, tanto più che al giorno d’oggi le traduzioni autonome sono molto rare, i ragazzi molto spesso scaricano le versioni da internet e non si mettono più col vocabolario a passare ore a “fare la versione”, come facevamo noi studenti di 40 anni fa. Il diffondersi di internet e delle nuove tecnologie, che sviluppano determinate qualità mentali ed inibiscono proprio quelle che sono necessarie per l’analisi dei testi, ha fatto il resto, e la conclusione ovvia è che la traduzione dal latino e dal greco è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non più alla portata di studenti liceali. Di qui la necessità del cambiamento, dalla constatazione della situazione di fatto, che non si può nascondere facendo finta che i nostri ragazzi siano ancora in grado di tradurre un difficilissimo brano di Aristotele in poche ore, cosa che è del tutto falsa. Si tratta di pura ipocrisia, dimostrata non solo dai funzionari ministeriali, ma anche da quei colleghi conservatori, sostenitori dell’insegnamento pedante e minuzioso, che vede nella traduzione l’unica competenza degna di essere presa in considerazione per valutare un alunno. No, signori, la realtà è ben diversa: la traduzione è solo uno dei tanti metodi per avvicinarsi al mondo classico; esistono tanti altri approcci come quello artistico, letterario, filosofico, antropologico ecc. che resteranno certamente nella mente degli studenti più delle regole grammaticali e delle eccezioni fatte imparare a memoria.
Adesso la nuova seconda prova del Liceo Classico consisterà in un brano da tradurre lungo circa la metà dei precedenti; e si spera che chi lo sceglierà si orienti verso testi di tipo storico-narrativo, gli unici in cui gli studenti hanno una qualche probabilità di riuscire. Alla traduzione si affiancheranno domande di tipo formale (lingua, stile, retorica) ma anche storico-letterario, forse anche dell’altra materia rispetto a quella del brano da tradurre; la prova potrà infatti riguardare sia il greco che il latino, così come avverrà allo Scientifico con matematica e fisica. Ciò consentirà una valutazione più equa ed equilibrata dello studente, perché anche chi ha difficoltà nella traduzione (cioè la grande maggioranza dei ragazzi di oggi) avrà modo di rispondere alle domande e mettere in luce almeno una parte della sua preparazione. Il cambiamento era assolutamente necessario, e per questo io ho combattuto per anni anche da questo blog e scrivendo più volte al Ministero, da cui ho ottenuto risposte concilianti. Non si tratta di una resa, di una facilitazione dell’esame, come i barbogi conservatori chiusi nella Torre d’Avorio del classicismo continuano a sostenere; si tratta di un adeguamento della scuola alla società ed alla scuola attuali, che non possono più essere quelli del 1923, se si considerano gli enormi cambiamenti del costume avvenuti anche solo negli ultimi trent’anni. Con l’ipocrisia di chi voleva far sembrare che nulla fosse cambiato e che il Liceo Classico fosse ancora quello dei tempi di Gentile, cosa si è ottenuto? Che all’esame di Stato la versione veniva copiata da internet, oppure che i professori la svolgevano e poi la passavano agli alunni, del tutto incapaci di farla da soli. Non mi pare che questo comportamento sia in linea con i principi di trasparenza e di onestà che, in uno Stato civile, l’istituzione scolastica dovrebbe considerare come la sua prima e più importante funzione.

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Chiudere le discoteche

Dopo la tragedia avvenuta qualche giorno fa in una discoteca di Corinaldo, nelle Marche, viene spontaneo porsi qualche domanda su cosa sono e come funzionano questi locali destinati ai nostri giovani, nei quali essi cercano il divertimento, lo “sballo” come lo chiamano loro. Ciò che è accaduto in quel locale è gravissimo, per le giovani vite spezzate e per l’atto criminale di chi ha provocato la strage; ma per me costituisce soprattutto un’ulteriore occasione per riflettere sulle modalità assurde con cui i giovani di oggi cercano di divertirsi. C’è da chiedersi, infatti, che piacere possa esserci per un ragazzo o una ragazza normali a stare dentro locali affollati fino all’inverosimile, dove si spacciano regolarmente alcolici e sostanze stupefacenti e il volume della musica è talmente alto da impedire la comunicazione verbale e da provocare addirittura danni all’apparato auditivo. Io proprio non lo comprendo. Non sarebbe meglio svolgere una qualunque altra attività che permettesse di comunicare, di imparare, di riflettere, ad esempio una passeggiata con gli amici, una lettura di un buon libro, un ascolto tranquillo di una tenue musica di sottofondo? Se poi a qualcuno piace suonare o danzare, non sarebbe preferibile organizzare una festa privata, a casa di qualche amico, durante la quale si possa dialogare, conoscersi e magari intrecciare nuove relazioni? C’è bisogno di andarsi ad infilare in un inferno di fumo e di fracasso dal quale, nella migliore delle ipotesi, si esce frastornati e inebetiti?
Ma le discoteche provocano danni ben più gravi di quelli descritti sopra. La libera circolazione di alcolici e droghe fa sì che i ragazzi, all’uscita, non siano più padroni delle loro facoltà mentali: da qui derivano numerosi episodi di violenza, da qui il gran numero di incidenti stradali causati dalla guida in stato di ebbrezza che tante vittime provocano tra i giovani. Quasi ogni domenica, al telegiornale delle 13, veniamo informati di spaventosi incidenti avvenuti il sabato notte all’uscita dalle discoteche. In questi locali, purtroppo, non c’è controllo alcuno: i gestori fanno i loro egoistici interessi e le forze dell’ordine agiscono solo se chiamate da qualcuno, mentre invece la presenza di carabinieri e polizia sarebbe necessaria sia fuori che dentro i locali, viste le illegalità che quotidianamente vi si verificano. Anche i genitori fanno ben poco per impedire questo scempio, perché ormai non hanno più alcuna autorità sui figli; sono costretti a lasciarli andare in discoteca pur sapendo i rischi che corrono, mentre la loro angoscia si protrae durante le ore notturne, confortate solo dalla speranza che ai loro figli non accada nulla.
E la società tollera tutto questo, permette che i giovani si ubriachino rovinandosi la salute e che usino sostanze proibite, sentendo lamentarsi la propria coscienza soltanto quando accadono fatti come quelli di Corinaldo. Per quella tragedia si sono ricercate responsabilità particolari come quella dell’idiota che ha spruzzato lo spray al peperoncino, ma non si è tenuto conto che avrebbe potuto verificarsi anche per altre cause, come un corto circuito o altro malfunzionamento di qualche dispositivo, possibile perché i proprietari non pensano alla sicurezza di chi frequenta i loro locali, ma solo al guadagno. Il problema quindi non è specifico di quel luogo o di quel particolare incidente, ma generale e riguarda tutte le discoteche, luoghi pericolosi per i giovani e fortemente dannosi per la loro salute fisica e mentale. Quello che la società dovrebbe fare è indirizzare i ragazzi verso altre forme di divertimento, altri interessi più sani e produttivi, cosa che finora non è stata fatta; si ha anzi l’impressione che i nostri giovani siano stati abbandonati a se stessi da genitori spesso assenti che hanno preferito collocarli da piccoli davanti al televisore, poi con i videogiochi ed infine in discoteca. Questo abbandono della società ha lasciato i giovani stessi in preda ad una mentalità deviata, una vita fatta di vuoto e di noia che li porta a reagire con la ricerca dello “sballo” a tutti i costi, compiendo giochi e frequentando luoghi pericolosi come sono appunto le discoteche. E’ accaduto così che i nostri ragazzi, rimasti senza paradigmi morali e privi di veri valori, si siano lasciati attrarre da miti e personaggi assurdi come quel “rapper” che erano andati a seguire a Corinaldo, un imbecille che neanche canta, ma recita testi demenziali pieni di assurdità e di sconcezze. Come è possibile che dei ragazzi intelligenti, che frequentano dei Licei, trovino interesse a seguire un individuo simile? E’ possibile perché tutto si è deteriorato in questa nostra società, dove si sono perduti tutti i valori e gli ideali di un tempo. E mi fanno sorridere coloro che affermano qualunquisticamente che i giovani sono sempre stati trasgressivi e hanno avuto gusti diversi dalle generazioni precedenti; sarà anche vero, ma noi ascoltavamo De André, De Gregori, Battisti, Bennato ecc., che erano cantanti veri, non degli idioti cerebrolesi come gli idoli di oggi. Anche noi eravamo giovani ribelli, ma in modo molto diverso da quelli di adesso. Non c’è paragone.
Se siamo arrivati a questo punto, questa è un’altra dimostrazione di come nella società di oggi dominino il qualunquismo, l’ignoranza e la barbarie, dato che i giovani sono affascinati da questi fenomeni da baraccone che qualcuno, pronunziando una vera e propria bestemmia, ha il coraggio di chiamare “artisti”. La responsabilità di questo immane declino culturale è di tutti: dell’economia globalizzata che impone il consumismo come regola di vita, della televisione che esalta come modelli da seguire persone volgari e ignoranti (v. il “Grande fratello”), della disgregazione della famiglia che non segue più i figli e li lascia andare in rovina con il suo comodo quando stupido permissivismo. Così nasce lo “sballo”, così si diffondono alcool e droga, di cui le discoteche sono i primi distributori. Se vogliamo fare qualcosa di utile per i nostri giovani, il primo provvedimento dovrebbe riguardare proprio le discoteche. Andrebbero chiuse, tutte e per sempre.

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Sulla libertà di stampa e di espressione

E’ noto a tutti che la nostra Costituzione, tra i suoi principi fondamentali che regolano la vita democratica del Paese, garantisce la libertà di informazione a mezzo stampa ed in genere la libertà di opinione e di espressione (art.21). Non credo che vi sia alcun individuo, tranne chi preferisca apertamente la dittatura, che non condivida questi principi; in assoluto, infatti, essi sono indiscutibili, mentre è opinabile e criticabile, a mio giudizio, il modo in cui vengono messi in pratica nella realtà effettuale.
Parliamo anzitutto della libertà di stampa, che oggi coinvolge non soltanto le pubblicazioni cartacee ma anche i cosiddetti mass-media, comprendendo tra questi anche il web ed i cosiddetti “social” che non esistevano al momento in cui fu redatta la Costituzione, altrimenti gli estensori li avrebbero regolati meglio di quanto non si verifichi con l’anarchia attuale. In sé il principio costituzionale è sacrosanto, e ad esso si appellano i giornalisti ogni qual volta qualcuno critica le loro modalità di espressione, ribadendo il diritto dei cittadini ad essere informati. A questo punto sorge il dubbio: siamo certi che i cittadini siano informati in modo onesto e imparziale? Se veramente questa fosse la nobile finalità delle testate giornalistiche e televisive, allora gli organi a ciò preposti dovrebbero essere del tutto oggettivi e mirare soltanto all’accertamento della verità dei fatti. Ma purtroppo constatiamo ogni giorno che così non è, perché non sono soltanto i giornali di partito ad essere faziosi (e del resto sono gli unici ad averne diritto), ma anche gli altri, che non informano il pubblico secondo la verità ma secondo il loro punto di vista, le loro simpatie per questo o per quel soggetto politico. Allora mi chiedo: se un cittadino vuole conoscere oggettivamente e senza condizionamenti la realtà politica attuale, cosa deve fare? Probabilmente è costretto a leggere giornali stranieri per sapere come vanno le cose in Italia, perché dei nostri non c’è da fidarsi. Gli organi di informazione, a quanto io ogni giorno debbo constatare, stravolgono la verità a seconda delle proprie simpatie ideologiche, al punto che uno stesso avvenimento, letto in due quotidiani diversi, non pare neanche il medesimo. Tanto per fare un solo esempio, prendiamo il caso di “Repubblica”, uno dei quotidiani di maggior diffusione nel nostro Paese. Nessuno dovrebbe più leggere questo giornale, perché non ha mai rappresentato oggettivamente la verità, ma ha sempre agito nell’interesse del suo editore (Debenedetti) e dell’orientamento sinistroide dei suoi direttori, editorialisti e articolisti vari: per un ventennio ha continuamente infamato Berlusconi in qualunque iniziativa prendesse, rinfocolando il clima di odio creatosi in quegli anni e sostenendo pesantemente la feroce persecuzione giudiziaria che si era scatenata contro di lui; adesso, poi, ha iniziato a criticare pesantemente il governo ed in particolare il ministro Salvini, mostrando un carattere buonista ed evangelico (sull’accoglienza degli stranieri) che non ha certo manifestato verso gli avversari politici. Un altro esempio di vergognosa faziosità è “Il fatto quotidiano” ed il suo direttore Marco Travaglio, ormai asservito all’incompetenza del Movimento Cinque stelle e implacabile calunniatore di tutti gli altri.
A mio parere, pertanto, in Italia non esiste più la libertà di stampa, ma l’anarchia di stampa: ciascuno può dire quel che vuole sui giornali ed in TV, senza risparmiare all’avversario insulti ed accuse infamanti, adulterando e falsando la verità a suo vantaggio. Diciamo quindi che l’art.21 della Costituzione non è più rispettato ma piegato ai più disgustosi interessi di parte. E qui sorge un’altra questione: la libertà di ciascuno (di stampa, di espressione o di altro) deve essere infinita e incontrollata oppure devono esistere dei limiti? Io che sono uno studioso del mondo classico e spesso mi rifaccio a quel che i Greci ed i Romani sostenevano nella loro saggezza, ho sempre creduto che la libertà sia un bene prezioso ma non possa essere priva di regole com’è oggi, quando l’insulto e la diffamazione sui giornali e le tv sono diventate purtroppo evidenze quotidiane. La critica è una cosa, l’insulto è un’altra; la satira è una cosa, la diffamazione è un’altra. Quel che avviene oggi, invece, è che certe persone, con la scusa della libertà di stampa o della licenza da sempre concessa alla satira, ne approfittano per varcare ampiamente i limiti della cortesia e del buon gusto, offendendo palesemente e diffamando gli avversari senza che nessuno intervenga a porre limiti. Io ritengo invece che la stampa e la TV dovrebbero essere limitate da organi di controllo che, senza annullare o vanificare la libertà di critica, evitino però che si trascinino nel fango certe persone che poi, anche se riabilitate o assolte in sede giudiziaria, conservano purtroppo per tutta la loro vita quel marchio d’infamia. Ricordiamoci cosa è successo dopo il cosiddetto periodo di “Tangentopoli”: un’intera classe politica è stata spazzata via da un accanimento giudiziario senza precedenti, che ha finito per gettare il bambino con l’acqua sporca, porre cioè sulla gogna mediatica persone innocenti e che comunque, come politici, oggi si fanno rimpiangere perché erano molto più degni e competenti di quelli di adesso.
Un’altra cosa voglio dire riguardo alla libertà di esprimere il proprio pensiero durante i cortei e le manifestazioni. Anche qui si è travalicato di gran lunga il limite della decenza e della più elementare educazione. Tra i moltissimi esempi che potrei citare ne riferisco soltanto uno, quello che ha riguardato una recente manifestazione contro il “decreto Salvini”, quando il Ministro degli Interni è stato oggetto delle più triviali offese e delle più violente minacce, come quella di appenderlo a testa in giù a piazzale Loreto, rievocando un fatto storico che non fu certo una gloria ma un grande obbrobbrio per chi lo mise in atto, e che quindi sarebbe meglio non riesumare. C’è da chiedersi se questa può essere chiamata “libertà di espressione” o se non è piuttosto un volgare attacco personale dettato dall’odio politico innestato da quotidiani come “Repubblica” o TV come “Rai3”; e c’è da chiedersi anche come si possa tollerare l’insulto e la diffamazione nei confronti di un Ministro della Repubblica senza che quelle persone che si sono rese colpevoli di un vero e proprio reato vengano minimamente indagate e processate, come sarebbe giusto in uno Stato moderno e civile. Perché, mi chiedo io, se per la strada io insulto una persona qualsiasi posso essere da quella denunciato e debbo affrontare un processo ed invece è consentito insultare impunemente un Ministro? Non ha forse un Ministro almeno la dignità di qualsiasi altra persona? Possibile che nel nostro Paese non si riesca mai ad evitare gli eccessi ed esercitare i propri diritti nei limiti della cortesia e del buon senso? Lo squallore attuale, voluto ed aizzato soprattutto da certa stampa ideologizzata, ha fatto sì che, dai tempi del ’68 in poi, si sia sempre confusa la libertas con la licentia e che ciascuno si senta in diritto di compiere atti che in qualsiasi altro paese civile sarebbero vietati e puniti. Purtroppo questo è l’ambiente in cui siamo costretti a vivere, in un Paese cioè dove l’inciviltà, la maleducazione e la violenza verbale (e talvolta anche fisica) hanno preso il posto della cortesia e della civile convivenza. Complimenti vivissimi.

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La pesante eredità del ’68

In questo periodo si è tornati spesso a parlare del “mitico” ’68, ossia il movimento di protesta studentesco che in Europa ed in Italia diede avvio ad una serie di cambiamenti etici e sociali, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Coloro che parteciparono a quel movimento, che oggi sono tutti anziani, si erano illusi nella grande utopia di cambiare il mondo, di scardinare il “sistema” dalle basi, di sconvolgere l’ordine politico ed economico dell’epoca. Poi, passata la fase della grande illusione, c’è stato il cosiddetto “riflusso” ed i capi stessi delle lotte sessantottine, seguiti ben presto dagli altri, sono entrati a far parte di quel sistema che avevano esecrato per tanto tempo, alcuni militando persino in soggetti politici del tutto opposti a quella che era una volta la loro ideologia. E chi oggi, a distanza di 50 anni, vuol parlare obiettivamente di quel movimento, non può fare a meno di fare ammenda e riconoscere gli errori madornali che allora furono compiuti. Soltanto una parte di protagonisti e di seguaci continua a incensare il ’68 (quei “formidabili anni”, come li ha chiamati un importante leader di allora, Mario Capanna), ma lo fa più che altro per nostalgia, per rimpianto di quelli che furono gli anni della sua giovinezza ormai perduta. Vi sono pure gli illusi che continuano ancor oggi a vivere nel mondo dei sogni, a credere che “la fantasia al potere” sia ancora possibile, ma si tratta di una sparuta minoranza.
In realtà il ’68 fu un movimento di intellettuali che, nato in forma neutra, fu poi totalmente assorbito dall’ideologia marxista e comunista, che se ne appropriò e lo diffuse soprattutto nelle scuole e nelle università, dove negli anni ’70 in particolare quella ideologia dilagò a macchia d’olio: non c’era professore universitario, tranne poche eccezioni, che non si proclamasse comunista e non facesse ovunque una didattica politicizzata, specie nelle facoltà umanistiche. Ma questa infatuazione non fu controllata dal partito comunista “ortodosso” guidato da politici come Longo e Berlinguer, bensì dilagò alla sinistra di esso mediante la formazione di gruppi extraparlamentari che iniziarono una politica di violenza e di sopraffazione contro tutti coloro che non aderivano alle loro idee, definiti indistintamente “fascisti”, anche se avevano la tessera del PCI. L’aria nelle università diventò irrespirabile: le occupazioni e gli scontri con la polizia divennero pane quotidiano, ed anch’io fui testimone di questi fatti quando, alla Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino, fui cacciato dall’aula insieme ai miei colleghi mentre stavamo seguendo una lezione di letteratura greca perché la facoltà fu occupata con la forza, calpestando i diritti dei veri studenti, da sedicenti militanti di “Lotta continua”. Il fatto destò in me un moto di repulsione e di orrore e mi spinse ancor di più a odiare l’ideologia marxista distruttrice della libertà e dell’essere altrui, tant’è che quell’odio mi è rimasto per sempre. Dappertutto si ascoltavano proclami contro il “sistema” che andava abbattuto, lo Stato che andava distrutto, la società borghese che doveva essere sradicata. Si proclamava la rivolta armata, la distruzione di ogni autorità. La violenza era giustificata in nome del popolo, di un “proletariato” di cui quasi sempre gli studenti sessantottini “figli di papà”, rampolli di quella borghesia che volevano combattere, non sapevano nulla. Prova ne sia il fatto che i veri proletari (se tali si potevano definire), cioè la classe operaia e contadina, non si riconoscevano affatto in questi gruppi di scalmanati e di intellettuali che sostenevano di lottare per loro. Quando si recavano nelle fabbriche, i sessantottini venivano ignorati dagli operai, se non addirittura contestati e respinti.
E’ difficile oggi spiegare perché quella infatuazione “rivoluzionaria” (intenzionalmente tra virgolette) si diffuse così ampiamente non solo tra gli studenti ma ancor più tra i professori, alcuni dei quali, profeti della presunta rivoluzione, hanno dovuto poi fare ammenda e riconoscere i gravi errori di quel periodo. Un nome per tutti, il prof. Antonio La Penna, illustre latinista nato nel 1925 e, a quanto mi risulta, ancora vivente. All’inizio degli anni ’70 egli aderì convintamente al ’68 e fu anche esponente di un gruppo extraparlamentare di sinistra, diffondendo scritti contro il sistema ed a favore di una didattica nuova fondata sulla lotta al classismo nella scuola e sul “non uno di meno”; ma poi, a decenni di distanza, ha dovuto riconoscere che la banalizzazione degli esami e le lauree concesse in massa e con il massimo dei voti a chiunque fosse iscritto all’università sono state un errore madornale, perché la mancanza della selezione (che allora era considerata “fascista”) ha provocato la presenza di tanti incompetenti ed ignoranti che hanno occupato posti di potere ed anche tante cattedre, giusto per restare in ambito scolastico e accademico. Però allora la febbre rivoluzionaria infettò tante persone, imbevute di quella ideologia marxista-leninista della validità della quale però non tutti erano pienamente convinti; molti, infatti, vi aderirono per convenienza o per massificazione, perché l’essere di sinistra era diventata una specie di moda, così come lo erano i pantaloni a zampa d’elefante o le scarpe da ginnastica. E questa moda, purtroppo, è un’eredità sessantottina che in parte è rimasta anche oggi, quando tanti presunti “intellettuali” radical-chic, sempre con la puzza sotto il naso contro gli “inferiori” che non aderiscono al loro pensiero, continuano a criticare il sistema dall’interno di esso, in una patente e continua contraddizione. Sono i “comunisti con il Rolex”, con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, secondo una recente definizione, ironica ma che coglie abbastanza nel segno.
In realtà il movimento del ’68 è stato un colossale e totale fallimento, che ha prodotto nella società molto più male che bene. Dal punto di vista politico il disastro è stato completo, perché la lotta contro i “padroni” e il capitalismo si è risolta in una sconfitta su tutti i fronti, visto che con il neoliberismo e la globalizzazione attuali il sistema capitalistico non solo ha vinto la guerra, ma si è addirittura rafforzato ed è diventato totalizzante. Le classi “proletarie” si può dire che non esistano più, mentre si è diffusa una sorta di sottoproletariato, una classe di nuovi poveri che non trovano più il loro ’68 e che nessuno difende. I potentati economici e le leggi del mercato dominano il mondo ed hanno persino annullato, mediante il ricatto dello “spread” e degli interessi sul debito, la sovranità nazionale di molti paesi tra cui il nostro. La logica del profitto trionfa ovunque, la cultura è giudicata inutile e persino dannosa, l’ignoranza e la superficialità sono sempre più diffuse, i giovani non vanno più sulle barricate ma si accontentano dello smartphone e dei vestiti firmati. Dov’è finito il ’68? Difficile immaginare una sconfitta più bruciante, un fallimento più totale.
Dove il ’68 ha influito veramente e lasciato il segno fino ad oggi è nel pensiero e nella mentalità comuni, soprattutto a causa della sconsiderata (e per certi versi criminale) contestazione del principio di autorità, che è invece necessario in uno Stato ordinato e civile. I sessantottini combattevano non solo contro il sistema politico, ma anche contro ogni forma di autorità, da quella dei padri in famiglia a quella dei militari nelle caserme a quella dei professori nelle scuole. Questa contestazione non mirava ad un giusto compromesso tra ciò che esisteva prima e ciò che s’intendeva proporre, ma intendeva scardinare e distruggere tutto: così nella vita familiare e sociale si determinò un clima di vera e propria ribellione dei giovani contro i genitori che si espresse in vari modi come la sfrenata libertà sessuale, l’abbandono del tetto domestico da parte di tanti che fuggivano da casa, la distruzione di tutte le tradizioni precedenti. La società ne fu scossa e tale è rimasta perché non si è riusciti a trovare un giusto equilibrio tra opposte pulsioni, ma è invece accaduto che, per correggere gli errori del passato, si sia caduti negli errori opposti: così, ad esempio, al clima di repressione che inibiva la vita dei giovani in epoca precedente (che ovviamente era un errore) si passò all’esatto contrario, ad una libertà sfrenata e incontrollata che aprì la strada alla diffusione della droga, del sesso promiscuo, alla perdita di tutti i valori di cui ancor oggi ci lamentiamo. Ma l’ambiente che ebbe più danni dal ’68 fu quello della scuola e dell’università, dove il movimento era nato. All’abolizione del principio di autorità delle istituzioni seguì la rovina completa della serietà degli studi, annullata dal “sei politico” e dalle promozioni di massa; l’introduzione di leggi buoniste e sempre più favorevoli agli ultimi finì per mortificare i primi, le eccellenze tra gli studenti, che da allora in poi furono sempre penalizzate. La perdita di autorità dei professori portò ad aperte contestazioni del loro metodo didattico e valutativo, accelerate e favorite dagli scellerati “Decreti delegati” del ’74, che introdussero i genitori e gli studenti nella gestione della scuola. La classe docente, già penalizzata da un trattamento economico indegno, finì per perdere ogni credibilità, in un crescendo di svalutazione che è sfociato recentemente in episodi di vera e propria violenza fisica di genitori ed alunni contro i loro insegnanti. Questo processo di degradazione di una categoria di lavoratori che svolge ogni giorno un’attività delicata e difficile è dovuto a diversi fattori, ma la sua prima radice sta nel ’68, dalle farneticazioni come il “sei politico” e il “vietato vietare”.
Una società senza autorità, senza gradazioni gerarchiche, è una società fallita, dove tutti comandano e tutti obbediscono senza che si veda più dov’è il confine della libertà personale di ognuno. E’ il caos, l’anarchia nel senso peggiore della parola. E di questo caos, di questa perdita di valori che oggi molti deplorano senza vederne l’origine bisogna ringraziare il ’68, un movimento ideologico che ha distrutto molto più di quanto ha costruito, che è stato per l’occidente e per l’Italia in particolare una vera e propria catastrofe. L’ideologia di cui si nutriva è caduta, sepolta sotto le macerie del muro di Berlino dopo aver commesso i più grandi crimini della storia; il ’68 è fallito, proprio come quella ideologia, ma i disastri che ha provocato continuano ancor oggi ad ammorbare la nostra società perché non siamo riusciti a rimediare a quei danni. Il motivo è semplice: la massificazione culturale provocata dal ’68 ha fatto molto comodo anche al neoliberismo attuale, che vi si è innestato perpetuando a suo vantaggio la mancanza di valori e di ideali che oggi caratterizza i nostri tempi. Gli antichi nemici di un tempo sono ora alleati, gli estremi si toccano. Così va spesso il mondo.

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La scuola e la burocrazia

E’ naturale che chi è andato in pensione, come il sottoscritto, avverta una certa nostalgia del proprio lavoro e dell’ambiente in cui è vissuto per tanti anni: tutti provano questo sentimento, almeno nei primi tempi, anche se molti non lo vogliono ammettere. A me succede certamente e non nascondo affatto di rimpiangere il mio insegnamento che si è protratto per 40 anni e le relazioni umane che a scuola si erano create con gli studenti anzitutto, ma anche con i colleghi, il dirigente ed il personale scolastico in genere. E’ come una grande famiglia di cui ci accorgiamo, così di punto in bianco, di non fare più parte, ed è normale che ciò provochi una certa malinconia. Quello però di cui non sento affatto nostalgia è il pesante apparato burocratico che da tanti anni grava sulla nostra scuola e che si materializza in corsi di aggiornamento inutili o quasi, lunghe riunioni su progetti del tutto avulsi dalla didattica, commissioni istituite per elaborare documenti pletorici indicate con orrende sigle come POF, PTOF, RAV ecc., certo scaturite dalla mente accidiosa di qualche dirigente ministeriale che non ha nulla di meglio da fare per giustificare lo stipendio che riceve. A ciò si aggiungono documenti da firmare, moduli da riempire, domande da compilare e compiti specifici da eseguire per particolari categorie di alunni anch’esse indicate da brutte sigle come BES, DSA, CLIL ecc., che sembrano designare qualche associazione segreta o militare. Tutto ciò contribuisce a complicare la vita dei docenti e sopratutto a ridurre le loro energie da destinare a quello che dovrebbe essere il loro vero compito per il quale ricevono lo stipendio, cioè l’attività didattica.
Questa massiccia presenza della burocrazia e dei carichi di lavoro che comporta si è determinata nel corso degli ultimi decenni, diciamo dal 1990, quando fu varata la cosiddetta “autonomia scolastica”, in poi. Se facciamo un confronto tra quelli che erano gli impegni dei docenti negli anni ’60 e ’70, cioè quando io ero studente liceale, e quelli di oggi, troviamo una notevole sproporzione: allora i professori facevano in media due o tre collegi dei docenti all’anno, due ricevimenti delle famiglie, due riunioni di scrutinio e nient’altro; l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e quindi chi non partecipava agli esami di maturità era di fatto in vacanza da metà giugno a fine settembre, a parte la parentesi degli esami di riparazione. I docenti di oggi partecipano in un mese al numero di riunioni che allora si svolgevano in un anno, hanno tanti compiti e responsabilità in più e sono gravati da carichi burocratici pressanti che li costringono a restare a scuola molto più spesso di prima ed a portarsi anche il lavoro a casa. E va aggiunto, perché non è cosa di secondo piano, che a questo cospicuo aumento degli impegni non ha fatto seguito un trattamento economico adeguato: come gli insegnanti erano pagati poco negli anni ’60 e ’70, così anche oggi il loro stipendio è inadeguato, nonostante le ridicole promesse di tutti i governi di turno. Gli effetti di questa situazione, infatti, si cominciano a vedere: in alcune regioni ed in certe materie i docenti cominciano a mancare, perché giustamente si cercano altre vie più redditizie: un laureato in ingegneria, ad esempio, potrebbe insegnare matematica, fisica e informatica, ma preferisce di gran lunga impiegarsi in una qualsiasi azienda anziché venire nella scuola a rodersi l’anima ed a ricevere un misero stipendio. Sì, perché oltre a lavorare molto e guadagnare poco, c’è da mettere in conto anche lo scarso rispetto e la scarsissima considerazione sociale di cui oggi gode la categoria degli insegnanti.
Tra le molte novità inserite nei vari decenni trascorsi per aggravare la condizione dei docenti, ne potrei citare molte, ma quelle che mi vengono in mente riguardano in sostanza gli organi collegiali, le cui riunioni sono aumentate esponenzialmente nel tempo. Uno di questi organi è rappresentato dai cosiddetti dipartimenti, cioè gruppi di docenti che insegnano le stesse materie o materie affini. Data per scontata l’utilità di una consultazione reciproca che riguarda lo svolgimento dei programmi, la proposizione di progetti comuni o il metodo di correzione degli elaborati, resta però il fatto che ciascun docente ha la propria formazione e la propria metodologia; ragion per cui avviene spesso che, dopo lunghe riunioni e dibattiti, ciascuno poi nella sua classe e con i suoi alunni continui a fare come meglio ritiene, con buona pace dei colleghi. La correzione degli elaborati, tanto per dirne una, non sarà mai univoca, perché un tema di italiano può essere buono o discreto per un docente, sufficiente per un altro e insufficiente per un altro ancora; per questo io non ho mai creduto alle prove parallele ed alle griglie di valutazione, altro appesantimento burocratico di poco o nessun valore, anche perché quasi tutti i professori prima mettono il voto e poi sistemano la griglia. Questo avviene normalmente anche agli esami di Stato, come ho potuto vedere nella mia lunga esperienza.
Un’altra osservazione voglio fare intorno agli organi collegiali istituiti con i famigerati Decreti Delegati del 1974, come il Consiglio d’Istituto, i Consigli di classe allargati ai genitori e agli studenti e l’assemblea degli studenti medesimi. Questi organi furono istituiti appunto nel 1974, in pieno clima sessantottino, e forse a quei tempi avevano una loro validità: l’assemblea studentesca, ad esempio, era un’occasione in cui si dibattevano veramente questioni di rilievo e molti studenti (non dico tutti) vi partecipavano con passione sincera anche se a volte eccessiva, perché il clima di acceso scontro ideologico di allora sfociava a volte anche in atti di violenza. Quest’ultimo aspetto non è certo da rimpiangere, ma se guardiamo cosa sono diventate le assemblee di oggi, quando le ideologie sembrano ormai tramontate e siamo caduti in una società che considera solo i valori materiali, viene da chiedersi perché questi residuati del passato esistano ancora. Non si vede che senso abbiano le assemblee studentesche nel 2018, quando sono ormai diventate semplice occasione per perdere una giornata di lezione o introdurre argomenti futili e pretestuosi per poter tirare avanti per qualche ora. La stessa cosa potremo dire per i Consigli di classe, dove la partecipazione di studenti e genitori è divenuta in molti casi una pura formalità. In moltissime occasioni in cui ho partecipato a queste riunioni sono stati solo i docenti a porre argomenti di interesse, mentre gli studenti hanno ridotto il loro contributo all’unico argomento che premeva loro, cioè la gita scolastica, mentre i genitori se ne restavano in silenzio. L’importanza dei Consigli di classe non è più avvertita adeguatamente, come dimostra il fatto che spesso i genitori non partecipano più neanche alle elezioni e la classe resta senza rappresentanti. Questo avviene perché ai nostri tempi l’individualismo prevale largamente sul senso della collettività, e quindi ogni genitore si interessa unicamente ai propri figli.
Sarebbe il momento che sulla scuola fossero effettuati diversi interventi legislativi, diversi però da quelli degli ultimi anni che non hanno fatto altro che peggiorare le cose, specie per gli insegnanti. Una volta riconosciuto, perché è sotto gli occhi di tutti, il notevole aumento di impegni e responsabilità cui la burocratizzaizone ha costretto i docenti, occorrerebbe fare uno sforzo per adeguare i loro stipendi a quelli dei colleghi degli altri paesi d’Europa, che non lavorano certo di più degli italiani. Ferma restando questa necessità, sarebbe opportuno restituire ai docenti il loro vero ruolo, cioè quello di far lezione e trasmettere la cultura, perché questa dovrebbe essere l’unica e sola funzione del sistema scolastico; e per agevolare ciò occorrerebbe operare una drastica riduzione dei progetti e delle attività extrascolastiche come l’assurda alternanza scuola-lavoro, che assorbono tanto tempo producendo poco o nulla di utile. Ed infine, cosa altrettanto necessaria, si dovrebbe una buona volta liberare la scuola dai vecchiumi sessantottini come le assemblee studentesche e gli organi collegiali con studenti e genitori, che oggi hanno davvero poco senso. Se tutto cambia in società bisogna anche avere il coraggio di tagliare i rami secchi, per dare respiro ad una pianta che altrimenti rischia di perdere tutto il suo vigore.

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I Medici in TV

Come qui ho più volte detto, io seguo molto poco la televisione, ma qualche volta faccio eccezione quando c’è qualche programma di contenuto storico o culturale che mi attrae in particolare, visto che la storia è una delle mie tante passioni. Così nelle ultime quattro settimane ho deciso di seguire integralmente lo sceneggiato “I Medici” (parte seconda), che ricostruiva la vita di Lorenzo il Magnifico ed in genere della sua famiglia.
Diciamo che in parte questo programma mi ha entusiasmato, in parte mi ha deluso. Cominciando dal primo aspetto, cioè il lato positivo dell’opera, debbo dire che ho ammirato molto la perfetta ricostruzione della civiltà del XV secolo, così ben riuscita anche perché lo sceneggiato è stato girato quasi tutto in splendide località della mia regione, la Toscana: non solo Firenze, ma anche le bellissime cittadine della Valdorcia, Pienza e Montepulciano, dove ancora si respira l’aria del Rinascimento perché a quell’epoca risale la maggior parte degli edifici che formano i loro centri storici. Nella stupenda cornice della piazza del Duomo e del palazzo Piccolomini di Pienza, con annessi giardini, sono state girate le scene ambientate in casa Medici ed in altri interni; i cipressi che si vedono durante le cavalcate di Lorenzo verso Milano sono in realtà quelli della Valdorcia, dai variopinti colori e sovrastata dalla maestà del monte Amiata.
Mi è sembrata ben riuscita anche la ricostruzione degli eventi, dalla morte di Piero de’ Medici alla congiura dei Pazzi; è vero però che non tutti i fatti narrati corrispondono alla precisa verità storica, perché è chiaro che i registi di oggi, pur ricostruendo con adeguata fedeltà un certo periodo, debbono però in qualche modo indulgere anche alla sensibilità degli spettatori moderni, specie se si tratta di opere per la televisione dove bisogna fare “audience”: così sono state un po’ esagerate le vicende d’amore, ad esempio quella di Giuliano de’ Medici e di Simonetta Cattaneo Vespucci, di cui non si hanno testimonianze così precise come lo sceneggiato vorrebbe far credere. La morte della bella Simonetta, inoltre, è stata chiaramente romanzata per accrescere il pathos di una storia strappalacrime, mentre nella realtà fu provocata dalla tisi, non dalla consunzione amorosa e dai maltrattamenti del marito. Sono state anche esaltate le forti passioni dei personaggi, gli intrighi e le congiure, sempre per aumentare l’interesse dello spettatore a voler scoprire la fine delle varie vicende, come se ci trovassimo dinanzi a un romanzo giallo o un film thriller. La figura di Lorenzo poi, sempre raffigurato come un bellissimo ed efebico giovane, era un po’ troppo centrale, come se tutta la politica fiorentina e l’attività bancaria della città facessero capo a lui. Al suo confronto tutti gli altri personaggi apparivano un po’ sbiaditi, tranne forse Jacopo Pazzi, che mi è sembrata una figura consona a quella dell’uomo di potere della Firenze rinascimentale, acceso dall’odio e dalla brama di ricchezza.
Nel complesso lo sceneggiato merita un giudizio positivo, se non altro perché si distingue dalla paludosa mediocrità dei consueti programmi televisivi. C’è però un aspetto che non mi è piaciuto affatto, cioè che, ricostruendo la vita di Lorenzo de’ Medici e la vita della Firenze del ‘400, non si sia dato quasi nessuno spazio alla grande fioritura culturale del periodo, l’Umanesimo, che segna l’abbandono dell’oscurantismo medievale e la nascita del pensiero moderno, dove è l’uomo e non più solo Dio ad essere al centro del mondo. Quasi nessun accenno alla grande arte letteraria del Poliziano, di Luigi Pulci, dello stesso Lorenzo; neanche una parola sulle grandi scoperte delle opere dell’Antichità avvenute in quel secolo, sugli studi filologici degli umanisti, sulla rinascita del teatro classico ecc. A parte un cenno all'”Ars amatoria” di Ovidio e alle poesie d’amore dedicate da Lorenzo a Lucrezia Donati, non c’è altro; e questa io la giudico una grave mancanza, perché Lorenzo de’ Medici non fu solo un uomo politico e un banchiere, ma anche un finissimo letterato e mecenate, cioè protettore di poeti, scrittori e umanisti che dettero a Firenze, all’Italia e all’Europa un tributo incalcolabile di cultura. Fu allora che nacque il Rinascimento, una delle epoche più luminose e creative che l’umanità abbia mai conosciuto. L’unica arte di cui si parla estesamente è la pittura di Sandro Botticelli, ma anche quella non viene celebrata per il suo valore, ma collegata come un corollario alla storia d’amore tra Giuliano de’ Medici e Simonetta Cattaneo, che in effetti il grande artista ritrasse ed a cui s’ispirò in alcuni suoi capolavori come la “Primavera”.
Ma questa trascuratezza per l’arte e la cultura, elemento fondamentale della vita di Lorenzo de’ Medici e dell’ambiente in cui visse, è anch’essa un segno dei nostri tempi: gli spettatori di oggi, in grandissima maggioranza, non sanno neppure chi erano i protagonisti di questo sceneggiato, non conoscono il periodo e le grandi opere che allora furono prodotte. Inutile quindi annoiare la platea televisiva con i libri i codici e le poesie, che avrebbero fatto sbadigliare e, quel che è peggio, cambiare canale; era necessario invece presentare la vicenda come una serie di storie d’amore, agguati, congiure e omicidi, perché a quelle il pubblico di oggi è abituato dai film polizieschi e vi si appassiona, tutto preso dalla “suspense” e ansioso di scoprire come il tutto va a finire. Così Lorenzo, Giuliano, i Pazzi e gli altri, a parte la diversa ambientazione ed il modo diverso di vestire, di viaggiare ecc., sono stati rappresentati come molto simili ai personaggi dei libri e dei film di attualità, perché quello vuole il grande pubblico della TV. Questa è l’impressione che ho avuto e me ne rincresce, perché anche questa – benché il programma sia qualitativamente superiore a molti altri – è una dimostrazione di quanto poco interesse susciti la cultura nella nostra società attuale, dove ci si appassiona e ci si diverte con tutto ciò che è superficiale e volgare, mentre ciò che richiede un po’ di riflessione e di conoscenze provoca noia e disgusto.

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Recuperare il ruolo sociale della scuola

In ogni paese che voglia proclamarsi civile la scuola ha un ruolo di primo piano, perché è lì che si formano le nuove generazioni ed i cittadini del futuro; non soltanto la classe dirigente, come si poteva pensare un tempo, ma tutti i cittadini, perché in democrazia tutti hanno diritto di voto e debbono quindi avere una formazione che consenta loro di esprimere questo diritto in maniera consapevole. Tenuto conto di ciò, ogni governo dovrebbe mantenere il proprio sistema scolastico nelle migliori condizioni possibili, e questo in un largo spettro di situazioni, dall’edilizia scolastica ai finanziamenti per la ricerca, dallo stipendio degli insegnanti alla verifica della reale preparazione degli studenti ed altro ancora. Ciò che mi suscita sconforto e risentimento, almeno nel caso mio personale, è constatare che nessuno a parole nega la centralità e l’importanza della scuola, anzi: ogni partito in campagna elettorale e tutti i governi che stanno per insediarsi promettono mari e monti in questo settore; ma poi, una volta passate le elezioni e avviata l’attività dell’esecutivo, tutto viene dimenticato ed i problemi sopra elencati restano e si aggravano di anno in anno.
I risultati di questa trascuratezza, di questo abbandono della formazione che è ormai affidata soltanto al senso di responsabilità dei docenti, si cominciano a vedere con segni molto preoccupanti. Per non allargare troppo le dimensioni del post mi limiterò a due aspetti davvero significativi: la perdita del prestigio sociale degli insegnanti e la spaventosa diffusione dell’ignoranza nella nostra società, visibile anche in persone giovani che da poco hanno terminato gli studi e sono tutti diplomati e molti persino laureati. Del primo dei due problemi è chiara dimostrazione la crescente mancanza di rispetto di studenti e genitori verso la figura dell’insegnante, sempre più oggetto di attacchi verbali (compresi gli insulti e le denigrazioni sui social) e persino di aggressioni fisiche. Gli ultimi casi riferiti dalla cronaca sono davvero disgustosi e parlano di un’insegnante aggredita dagli studenti a colpi di sedie e di una madre che a Varese ha addirittura sputato in faccia alla maestra del figlio solo perché rimproverata per aver ritardato di mezz’ora il ritiro del bambino dalla scuola e aver costretto l’insegnante ad attendere il suo arrivo ben oltre l’orario di servizio. Come si spiega il fatto che un tempo il professore era visto dalle famiglie con grande rispetto e nessuno si sarebbe mai permesso di contestarlo, mentre adesso alcuni maestri e professori sono stati insultati e aggrediti dai loro alunni o dai genitori? Molti spiegano questa caduta verticale del ruolo sociale dell’insegnante con puri fattori economici: in un mondo dove il denaro ha così tanta importanza, chi è pagato poco non ha rilievo in società, e tale è appunto il caso della nostra categoria. Però, a giudizio mio, questa spiegazione è riduttiva, anche perché ci sono altre categorie di lavoratori pagate poco ma che non hanno subito una simile degradazione. In realtà il fenomeno va ricondotto al profondo mutamento del costume e della mentalità comune avvenuto negli ultimi 50 anni, mutamento che ha origine dal nefasto movimento ideologico che va sotto il nome di ’68, dall’anno in cui ebbe inizio. Il movimento sessantottino fu il primo a denigrare la figura del professore, ad abbattere l’autorità (chi non ricorda il famoso “vietato vietare”), a distruggere la disciplina, a pretendere la promozione generalizzata (l’altrettanto famoso “sei politico”) ed a sconvolgere in tal modo tutto il sistema scolastico, da loro definito “classista” e negatore della libertà individuale. Ed ecco che la libertà diventò libertarismo, l’autorevolezza dei docenti fu scambiata per autoritarismo, la giusta selezione che ogni scuola deve fare fu abbattuta in nome di un’uguaglianza che fu in realtà un’insensata massificazione delle coscienze, imbevute di un’ideologia, quella marxista, poi rivelatasi completamente fallimentare. Da questo clima la figura del docente fu gravemente danneggiata nel suo prestigio e nella sua autorevolezza, costretta ad intrattenere con gli alunni un rapporto paritario e talvolta persino di sottomissione, limitata nelle sue decisioni. Da allora in poi le cose sono andate sempre peggio: le leggi di ispirazione sessantottina dei decenni ’70 e ’80 non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, poi nel 2000 è intervenuto il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Luigi Berlinguer che ha ulteriormente fatto decadere la figura dell’insegnante togliendogli anche la possibilità di sanzionare gli alunni; e poi in seguito, ciliegina sulla torta, ci si è messa anche la presunta “autonomia” delle scuole e la necessità per le stesse ed i loro Dirigenti di far bella figura sul territorio ed attrarre il maggior numero possibile di iscrizioni, con le conseguenti blandizie nei confronti degli studenti e delle famiglie, a danno ovviamente degli insegnanti. Per questi motivi in pratica oggi non boccia più quasi nessuno, ed i genitori si permettono persino di fare pressione per evitare docenti sgraditi, che in genere non sono sgraditi perché impreparati ma perché pretendono un po’ d’impegno dagli studenti e non regalano i voti. Nessun governo, né di sinistra né di destra, ha mai fatto alcunché per rimediare a questo sfacelo; anzi, c’è da meravigliarsi in positivo se ancora esistono tanti insegnanti che continuano a svolgere meritoriamente il loro lavoro nonostante tutte le denigrazioni, gli insulti e le intimidazioni a cui sono sottoposti. E di soluzioni al problema non ne vedo alcuna, se non quella di inasprire le sanzioni per i comportamenti più violenti, come ad esempio l’esclusione dagli scrutini per gli studenti che si rendono responsabili di atti gravi, con la conseguente perdita dell’anno scolastico e senza possibilità di ricorso, e denuncia penale per i genitori con condanne effettivamente scontate fino in fondo. Ma anche per questo sarebbe necessario un intervento legislativo, che mi pare piuttosto improbabile perché i vari partiti hanno bisogno di voti alle elezioni, e provvedimenti del genere sarebbero giusti ma impopolari.
L’altro grave problema presente nella nostra società è l’ignoranza, che vedo diffondersi a macchia d’olio e che riguarda anche nozioni elementari di lingua italiana, di matematica, di storia e geografia che tutti dovrebbero conoscere, fin dalla scuola elementare. Mi capita spesso di seguire alle 7 di sera il quiz di Rai Uno intitolato “L’eredità”, dove vengono poste ai concorrenti varie domande di diverso genere e difficoltà. Se dobbiamo onestamente ammettere che ci si possa trovare impreparati di fronte a quesiti che riguardano film di vecchia data o usi e costumi particolari di certe popolazioni, non si può giustificare in alcun modo il fatto che persone giovani non sappiano distinguere i pronomi dagli avverbi, non conoscano le tabelline, attribuiscano al re Vittorio Emanuele III provvedimenti del 1975 o collochino l’Etna in Sardegna. Eppure questo avviene quotidianamente, per nozioni e concetti che noi ai nostri tempi conoscevamo a nove anni di età, avendoli appresi dalle nostre maestre e non più dimenticati. E pensare che oggi quasi tutti sono diplomati e molti hanno anche la laurea, ma hanno nella loro cultura lacune enormi. Che genere di scuole hanno frequentato costoro? Come hanno potuto concludere cicli di studio a livello superiore? E soprattutto, mi chiedo io, perché non sentono affatto la necessità di colmare le loro lacune? Capita anche a me di non ricordarmi qualche data o qualche nome che dovrei ricordare; ma appena me ne accorgo, senza far passare neanche un minuto, corro sui libri o sul computer per recuperare ciò che ho dimenticato, perché non posso vivere tranquillo sapendomi ignorante di qualcosa che invece debbo sapere. A tante persone invece della cultura non importa nulla, ed io stesso ho conosciuto illustri professionisti (medici, ingegneri, avvocati ecc.) che al di fuori delle strette competenze legate alla loro professione non sapevano null’altro e da anni non leggevano più un libro. Questo è il guaio peggiore, la causa del cosiddetto “analfabetismo funzionale”: non tanto l’essere ignoranti, quanto il non far nulla per non esserlo più. Molte persone hanno perduto completamente l’idea dell’importanza della cultura, forse perché nella società di oggi i messaggi che passano attraverso la tv e gli altri mezzi d’informazione esaltano modelli di vita basati sull’esteriorità, sull’apparire senza essere, sui puri valori economici; e così sfugge a molti che chi non conosce la propria lingua o il passato del suo paese non sa più esprimersi o comprendere il mondo in cui vive, diventando facilmente preda di chi sta al potere ed ha tutto l’interesse a che i cittadini non ragionino più con la propria testa, si lascino quindi influenzare e credano a menzogne e promesse elettorali irrealizzabili. Di questa situazione la scuola che non insegna più e promuove tutti senza la necessaria selezione ha una grande responsabilità, perché mandare avanti studenti ignoranti che sanno solo smanettare con il cellulare significa produrre cittadini inconsapevoli di tutto ciò che avviene intorno a loro. E qui di soluzioni non ne vedo, a meno di non rivoluzionare tutto il sistema scolastico e ritornare ad un insegnamento serio e rigoroso che già dalle elementari pretenda impegno e dedizione da parte degli alunni e promuova soltanto chi lo merita; ma questa è un’utopia più grossa dell’Eldorado e del Paese dei balocchi, che nessun governo si sentirebbe mai di attuare, sia perché ci sarebbe da affrontare la massiccia opposizione dei buonisti e dei radical-chic, sia perché andrebbe contro l’interesse del potere, cui l’ignoranza serve molto più della cultura.

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Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

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Graece est: non legitur

“E’ in greco; non si legge”. Con questa frase, durante il Medioevo, alcuni monaci dei vari monasteri occidentali classificavano i codici scritti in greco, lingua per loro sconosciuta e che cominciò ad essere studiata in Italia solo tra il XIV ed il XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo; però, nonostante questa formula, in molti conventi si continuò a trascrivere meccanicamente i testi greci, pur senza conoscerli, e così tante opere dell’antichità si sono salvate e sono giunte a noi. Forse è stata proprio questa provvidenziale ignoranza degli amanuensi cristiani medievali che ha permesso la conservazione di testi comici ed anche osceni – come le commedie di Aristofane – che altrimenti, se si fosse compreso del tutto il loro contenuto, sarebbero certamente stati censurati.
Questa frase medievale l’ho apposta così, come titolo del post, perché mi pare tornata di grande attualità: da noi in Italia il greco antico viene studiato più che in ogni altro paese europeo (compresa la Grecia stessa), ma ogni anno che passa diventa sempre più difficile per gli studenti impararlo, come si è visto anche all’ultimo esame di Stato. In molti casi i docenti, specie quelli del triennio liceale del Classico, sono costretti ad accontentarsi di interrogazioni di storia letteraria più o meno soddisfacenti, oppure di traduzioni di classici imparate a memoria, per compensare uno scritto che non soddisfa mai. Un brano di greco anche di autori considerati facili (Lisia, Senofonte, Plutarco ecc.), se gli alunni non riescono a copiare con il cellulare come purtroppo spesso succede, non ottiene in un’intera classe che quattro o cinque sufficienze. A me, almeno, capitava questo. Diciamo che l’apprendimento della lingua greca non era facile neanche mezzo secolo fa, quando io iniziai il Ginnasio, ed anche allora molti venivano rimandati a settembre in questa materia o promossi a stento e sempre grazie all’orale; ma da allora ad oggi le cose sono notevolmente peggiorate e pertanto non sbaglieremo di molto se diremo che, nella fattispecie attuale, tolti quei tre o quattro alunni per classe che sono particolarmente studiosi o hanno specifica inclinazione per le lingue classiche, il greco non si impara più. Un gran numero di studenti termina il liceo, e magari anche con un buon voto, senza saper tradurre neanche un rigo di un autore greco di media levatura.
Vediamo quali possano essere le cause di questa situazione, che non sono certo io il primo a denunciare: già circa trent’anni fa il prof. Luigi Moretti,illustre epigrafista dell’Università di Roma, diceva che, viste le condizioni in cui gli arrivavano gli studenti riguardo al greco, sarebbe stato molto meglio al liceo far leggere una tragedia intera in italiano piuttosto che costringerli ad imparare, imprecando e sbuffando, qualche centinaio di versi in lingua. Già allora si manifestava la prima delle due cause di cui parlerò, mentre la seconda era del tutto sconosciuta. Vediamo quindi qual è “la prima radice” della decadenza delle lingue classiche (e soprattutto del greco) nella nostra scuola. Io la identifico con la progressiva perdita delle conoscenze di lingua italiana, più che con l’abbandono del latino alla scuola media, come alcuni sostengono. Se fin dalle elementari si imparasse a leggere ed a scrivere correttamente, a identificare le varie parti del discorso, a riconoscere le funzioni logiche dei vari componenti della frase, sarebbe questa già una buona base per imparare le lingue classiche; a ciò si dovrebbe aggiungere poi, alla scuola media, lo studio specifico dell’analisi logica e di quella del periodo, in modo da padroneggiare quelle strutture linguistiche che sono alla base dello studio del latino e del greco. Banalmente dico: se uno studente che arriva al Ginnasio non sa la differenza tra verbo attivo e passivo, tra soggetto e complemento (oppure crede che ogni complemento introdotto da “di” sia di specificazione!), tra proposizioni principali e subordinate, come potrà apprendere la morfologia e la sintassi delle lingue classiche? Il discorso vale ovviamente anche per il latino, ma mentre in questa materia gli studenti si muovono meglio per la maggiore vicinanza con l’italiano, con il greco invece, magari non all’inizio ma nel prosieguo degli studi, le difficoltà sono maggiori perché questa lingua possiede un sistema verbale particolarmente complesso, una sintassi diversa da quella latina e soprattutto un lessico quasi del tutto ignoto agli studenti. A mio giudizio non è tanto la mancanza del latino alla scuola media che ha danneggiato le lingue classiche, quanto la mancanza dell’italiano: dagli anni ’70 in poi infatti, specie per il nefasto influsso delle idee sessantottine, in molte scuole si è quasi cessato di far studiare la grammatica, ritenuta un residuato della vecchia scuola classista, per lasciare spazio ad altre attività, a progetti spesso inutili e fuorvianti. Si sono aboliti dettati, riassunti e temi perché ormai “obsoleti” sostituendoli con esercizi e letture del tutto inutili per la conoscenza della propria lingua. Non meravigliamoci quindi non solo del fallimento nello studio delle lingue antiche, ma neanche dell’ignoranza linguistica oggi così diffusa nella nostra società, dove trovare uno scritto senza errori di ortografia e periodi sconclusionati è ormai diventata una rarità.
Ma c’è anche una seconda causa che ostacola gravemente l’apprendimento liceale delle lingue classiche e soprattutto del greco: la diffusione della rete internet e degli strumenti informatici. La tecnologia, si sa, non è di per sé né buona né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa. Se è indubbio che le novità telematiche abbiano rappresentato un grande progresso ed abbiano dato vita a tante opportunità prima sconosciute, è altrettanto certo che esiste anche il rovescio della medaglia, che nella scuola si manifesta con grande evidenza. Tutti gli studenti di oggi posseggono uno smartphone, quasi tutti anche un tablet e un computer, e tutti o quasi usano i cosiddetti “social” (facebook, instagram, twitter, ask ecc.); e questo è già un grave danno, perché tutto il tempo ch’essi passano su questi aggeggi (che non è poco!) è tempo tolto allo studio. Ma il problema non è soltanto questo, c’è ben di peggio. Va detto intanto che i mezzi informatici di oggi offrono i vari contenuti oggetto di ricerca in forma già compiuta, riducendo di molto la necessità di arrivare ad un certo risultato con le proprie facoltà intellettive; pensiamo ad esempio ai calcoli matematici, che nessuno svolge più da solo perché ci sono le calcolatrici; pensiamo che nessuno si sforza più di ricordare, ad esempio, dati storici, geografici e letterari, perché basta andare su Wikipedia e si trova tutto già pronto. Questa situazione ha fatto sì che proprio quelle qualità mentali come l’intuito, la deduzione, l’esercizio della memoria, che sono proprio le facoltà richieste per la traduzione di un brano di greco, si siano quasi del tutto perdute. E’ come se una persona si legasse un braccio al corpo per quarant’anni: una volta sciolto, non riuscirebbe più a muoverlo. E come si atrofizzano gli organi del corpo, così fanno anche le facoltà della mente. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere per quel che concerne lo studio delle lingue antiche: che gli studenti di fatto oggi non traducono più, perché se il docente assegna delle versioni da svolgersi a casa loro non le fanno più da soli, ma scaricano agevolmente le traduzioni da internet, dove siti compiacenti offrono questo servizio riportando già tradotti tutti i brani presenti sui versionari adottati nei licei italiani. Durante i compiti in classe, poi, si ingegnano a trovare la versione con il cellulare su internet e copiarla; e spesso la furberia riesce, perché i docenti non possono perquisire gli studenti né controllare contemporaneamente venticinque o più persone, e se chiedono ai ragazzi di consegnare i cellulari essi ne consegnano uno e ne tengono un altro nascosto. Questo giochetto viene effettuato spesso anche agli esami di Stato ed i vari ministri dell’istruzione, pur consapevoli di quanto accade, non hanno mai fatto nulla per impedire questa vergogna.
Enunciate le due cause principali, non resta che ammettere che ci troviamo in una situazione penosa per quanto riguarda l’apprendimento del latino ed ancor più quello del greco. Sinceramente io non mi sento di suggerire soluzioni miracolose perché non esistono, a meno che non si voglia risolvere radicalmente il problema allineandoci a quanto avviene negli altri paesi europei, dove le lingue classiche sono ridotte a zero, o quasi. Purtroppo, quel che una volta era un vanto della scuola italiana, oggi si è ridotto ad una mera esteriorità, che tanti classicisti difendono ad oltranza per non ammettere il fallimento che ci sta dietro. Però, oltre a constatare la situazione oggettiva, non si può dire molto di più: ciò che è difficile, in effetti, non è fare la diagnosi di questa malattia, ma trovarne una cura. Una cosa è certa: se le cose continuano come vanno adesso, questa cura non la si troverà mai.

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Nanà ed il vero realismo

Tra le mie letture estive di quest’anno, che sono sempre dedicate ai cosiddetti “classici”, ha trovato posto anche Nanà, uno dei romanzi più noti dello scrittore francese Emile Zola (1840-1902), forse il più noto rappresentante di quel movimento letterario realista di solito designato con il nome di “naturalismo francese”. La lettura di questa opera, che si affianca ad altre del medesimo autore che già conoscevo, mi ha ispirato qualche considerazione personale che qui vorrei riferire.
Intanto, chi è Nanà? In sostanza, senza tanti giri di parole, è una prostituta di alto rango, una di quelle donne che nell’800 venivano chiamate, con reminiscenza classica, “cortigiane”, oppure più prosaicamente “mantenute”, perché vivevano delle elargizioni e dei regali dei loro amanti. Nel secolo XIX e soprattutto in Francia queste figure furono importanti nella letteratura, che molto spesso si occupò di loro: una delle più famose, ad esempio, è la Margherita Gautier protagonista del celebre romanzo La dame aux camelies (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, da cui Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi trassero quel capolavoro della musica lirica italiana che è La Traviata. Il romanzo di Zola si inserisce perfettamente in questa tematica, presentando una figura di donna fortemente condizionata dai suoi tempi e dal suo mestiere, ma spesso portatrice di valori più autentici di quelli piuttosto squallidi degli uomini che la frequentano e che sono schiavi della sua bellezza, ma soprattutto dell’istinto sessuale. La trama del romanzo non è molto elaborata: Nanà da giovane viveva in miseria, ma riesce ad uscire da questa condizione facendo l’attrice di teatro e mettendo così in mostra tutto il suo fascino. Da qui a diventare cortigiana il passo è breve; ella si fa quindi mantenere dagli uomini che la frequentano, ma in sostanza li disprezza e li umilia, ed in questo modo intende prendersi la sua rivincita su una società ingiusta che la emargina e la condanna a quella vita disonorevole. Il suo ideale di amore, in contrasto con la sua vita, è invece molto elevato, ed a volte si lascia coinvolgere da un’autentica passione come quella per il giovane Giorgio Hugon, durante la quale ella pare dimenticarsi del suo mestiere, nel quale però ricade immancabilmente subito dopo, perché la società borghese ed ipocrita dell’epoca non sopporta che una “donna perduta”, come la si definiva, possa ritornare a condurre una vita normale. Così Nanà, che ha incontrato nel conte Muffat un ricchissimo amante, conduce un’esistenza caratterizzata dal piacere e da un lusso smodato, che però non sente come autentica e che finisce per annoiarla e deluderla, finché è abbandonata dal conte, finisce in miseria ed alla fine muore di vaiolo mentre cresce l’entusiasmo dei francesi per la guerra contro la Prussia.
Zola è uno scrittore molto potente e artisticamente eccellente, specialmente nelle descrizioni delle persone e dei paesaggi, oltre che delle azioni e degli avvenimenti. Il romanzo è quindi di grande levatura letteraria; però, al di là di questo indiscusso valore, a me ha suggerito alcune considerazioni personali. In esso ho visto anzitutto una delle tante corrispondenze e continuità tra le letterature antiche e quelle moderne, confronto che a me viene spontaneo fare per una sorta di deformazione professionale, dato che sono uno studioso del mondo classico. La figura della cortigiana, della donna che concede le sue grazie a certi uomini in cambio del mantenimento e della vita lussuosa, è nata nel mondo greco: in tale ambito acquistano particolare rilievo donne come la celebre Aspasia, amante del grande statista ateniese Pericle, e Frine, una cortigiana vissuta nel IV° secolo a.C. ed amante del grande scultore Prassitele, che a lei si ispirò per forgiare le statue di Venere. L’affascinante bellezza di quest’ultima fu resa celebre da un aneddoto che racconta come Frine fosse sottoposta a processo perché si era paragonata appunto ad Afrodite (Venere per i Romani), il che costituiva un atto di empietà; ma in quell’occasione il suo avvocato difensore, l’oratore Iperide, dimostrò alla giuria che quella donna aveva pieno diritto a confrontarsi con le dee, e lo dimostrò scoprendole il seno, un gesto da cui i giudici restarono convinti e furono costretti ad assolverla. La figura della cortigiana è inoltre importante nella commedia classica (Menandro in Grecia, Plauto e Terenzio a Roma), e rivela caratteri molto analoghi a quelli di Nanà e delle sue omonime moderne, dimostrando come questa sia una tematica letteraria che ha attraversato i secoli e che neanche oggi è esaurita. Adesso le donne di quel genere si chiamano “escort”, ma la loro funzione sociale è molto vicina a quella di Frine, di Margherita Gautier e di Nanà, perché i tempi cambiano ma i sentimenti e le pulsioni umane sono invariate, ed ancor oggi come sempre la debolezza maschile di fronte a questo istinto conduce e mantiene vivo questo genere di donne, che ha mutato nome ma che nella sostanza è sempre uguale a se stesso.
La seconda riflessione che mi è venuta in mente leggendo Nanà è di tipo più strettamente letterario e riguarda il confronto tra il Naturalismo francese ed il Verismo italiano di Verga, Capuana ed altri, un argomento di cui ci parlano tutti i libri di storia letteraria. Caratteri del primo sono: una visione “scientifica” della realtà, che vede nel comportamento umano il riflesso di precise leggi naturali come l’ereditarietà, e la volontà di una denuncia sociale contro la mentalità borghese ed arretrata dell’800, quale la celebre Rivoluzione dell’89 non era riuscita a sradicare; in Italia invece questi caratteri non compaiono, sia perché Capuana e Verga considerano la loro produzione come un metodo di scrittura più che come un’analisi scientifica del reale, sia per il fatto ch’essi, pur rappresentando le difficili condizioni di vita del popolo, sono privatamente legati a posizioni piuttosto conservatrici e persino reazionarie, e quindi la loro indagine sulla società è una semplice rappresentazione, non l’aspirazione a qualcosa di diverso dall’esistente. Leggendo Nanà ho trovato conferma di questa distinzione ideologica, alla quale però vorrei aggiungere un’altra, quella che concerne il realismo come categoria letteraria. Intanto mi preme fare una premessa, che cioè a mio giudizio il realismo puro e semplice non può esistere in forma assoluta, sia perché lo scrittore, per quanto distaccato possa essere dalla sua pagina, non può fare a meno di trasferirvi almeno parzialmente la sua personalità, sia per un motivo semplice e banale che concerne l’aspetto linguistico dell’opera: se cioè gli scrittori definiti “realisti” come Verga avessero dovuto raffigurare la realtà com’è, avrebbero dovuto far esprimere i loro personaggi nel dialetto, non in una lingua nazionale o comunque comprensibile ad una vasta platea di lettori. Detto questo, mi pare però che, nelle varie gradazioni del cosiddetto realismo, il verismo italiano si sia spinto più a fondo del naturalismo francese, come possiamo vedere da quel semplice raffronto che io, da profano qual sono, posso istituire tra il romanzo di Zola e i Malavoglia, un’opera quest’ultima molto descrittiva e impersonale, nella quale i sentimenti e la psicologia dei personaggi sono rintracciabili solo dall’analisi del loro agire: così lo stato di depressione e di scoramento che assale la giovane Mena al termine del romanzo, quando scopre che la sorella Lia si è data alla prostituzione, non emerge dalle osservazioni dello scrittore ma solo nel momento in cui lei, chiesta in moglie da Alfio Mosca, risponde di essere “troppo vecchia” per il matrimonio, visto che ha ormai 26 anni. Da questo atteggiamento di rinuncia alla propria vita si evince il suo stato d’animo, senza che lo scrittore ce lo descriva altrimenti. In Zola invece c’è un’analisi psicologica profonda, uno scavo interiore che l’Autore compie dei suoi personaggi, mostrando se non di “saperne più di loro” (come avviene nella narrativa romantica) almeno di “saperne quanto loro”, accompagnandoli all’interno dei loro processi interiori. Mi ricordo, ad esempio, la splendida descrizione della notte insonne del conte Muffat il quale, credendosi tradito dalla moglie, vaga per le vie di Parigi e spia anche l’abitazione dove crede ch’ella si trovi con l’amante senza però avere il coraggio di farvi irruzione. Il coacervo di sentimenti e di furiose passioni che agitano l’animo del conte è descritto da Zola non dall’esterno ma dall’interno dell’anima del suo personaggio.
Termino adesso questo post perché già abbastanza lungo. Mi piace riferire le mie impressioni sulle pagine che ho letto, delle quali, come diceva Borges, sono orgoglioso più di quelle che ho scritto. Si tratta di considerazioni semplici, dilettantistiche, di un classicista che ama però fortemente anche la letteratura moderna, purché sia sempre classica e non contemporanea. Mi chiedo infatti che obbrobrio sarebbe Nanà se fosse opera di uno degli imbrattacarte di oggi: visto l’argomento e la vita della protagonista, sarebbe un coacervo di oscenità e di descrizione minuziosa di atti sessuali, che invece Zola, da grande artista qual è, fa comprendere senza mai compiacersi di particolari scabrosi. Gli scrittori classici erano signori che lasciavano intendere senza cadere nel fango; quelli di oggi invece sono dei cialtroni che spacciano per realismo ciò che è in realtà solo sconveniente ed osceno.

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Il blog va sempre peggio

Più di un anno fa scrissi un post per festeggiare i 200.000 ingressi sul mio blog, benché neanche allora fossi del tutto contento su come questa mia iniziativa fosse stata accolta. Ora però, che ho raggiunto le 300.000 visite, c’è ben poco da festeggiare: il numero mensile di visite, quest’anno, è diminuito quasi tutti i mesi rispetto ai numeri del 2017, ed i commenti si contano sulla punta delle dita di una mano. Non solo: i commenti stessi, oltre ad essere pochissimi, provengono sempre dalle stesse persone, da quei quattro o cinque che mi seguono con più assiduità, mentre negli anni precedenti ricevevo molte più opinioni e critiche, sia positive che negative, da un numero molto maggiore di lettori interessati a ciò che scrivevo. Che cosa è successo? Proverò qui a fornire qualche spiegazione di questa lenta agonia del mio blog, della quale mi dolgo non poco perché ritenevo che un blog serio, che parlasse di problemi reali senza contenere le spiritosaggini e le vacuità della maggior parte di coloro che scrivono sul web, avrebbe dovuto avere un seguito ben maggiore. Evidentemente mi sbagliavo.
Una delle principali cause del calo d’interesse per i blog in genere è probabilmente la diffusione dei social come Facebook, Instagram ecc., per cui tante persone preferiscono scrivere lì le loro opinioni (spesso anche in forma volgare, con insulti e turpiloquio), visto che certi messaggi vengono fatti passare tranquillamente mentre viene cacciato chi usa qualche termine non “politically correct”. In un blog invece, generalmente, il titolare effettua una moderazione dei commenti ed esclude quelli offensivi o fuori argomento; è successo a volte anche a me, sebbene piuttosto di rado perché, come ho detto, di commenti ne ricevo pochissimi e sempre da parte delle stesse persone. Comprendo che i social siano più interessanti di un blog, dal momento che trattano vari argomenti più o meno banali e vi si può interagire con maggiore facilità.
Va anche detto che i blog su internet sono moltissimi, ma la maggior parte di essi si occupa di questioni piuttosto futili e superficiali: ve ne sono sulla moda e sul trucco (ovviamente amministrati da donne), sugli hobbies più diffusi, sulle vicende sentimentali di qualcuno e gli aspetti più pruriginosi delle relazioni amorose. Questi ultimi sono frequentati da una massa di “voyeurs” che hanno un interesse morboso per certi particolari che dovrebbero restare privati e non essere resi pubblici sulla rete internet. Il mio blog, a differenza di tanti altri, si occupa di cultura, sia attraverso articoli che parlano di scuola e insegnamento, sia mediante recensioni di libri classici o considerazioni sulla politica e la società del nostro tempo. Evidentemente questi argomenti “seri” interessano molto poco la massa degli internauti di internet, e di ciò non mi stupisco vista l’ignoranza e la superficialità attuali di cui tante volte, proprio su queste pagine, mi sono lamentato. Oggi l’italiano medio non ha più tempo per pensare, riflettere, osservare la realtà in modo critico; basta avere lo smartphone, divertirsi e fare le vacanze in qualche località balneare e guardare una televisione sempre più stolida e di basso livello. Non solo la cultura non si mangia, come disse qualcuno, ma è pure inutile.
Non so se ci sia qualche altro motivo per cui il mio blog è in decadenza, e le visite diminuiscono di giorno in giorno. Con l’attivazione di esso io speravo di poter instaurare un dialogo costruttivo su problemi di un certo rilievo che dovrebbero interessare chi legge ed anche, lo confesso, di poter aver contatti con persone che occupano ruoli dirigenziali per poter influire su certe scelte, come quelle sulla scuola, che vengono prese spesso in modo autoritario e impreciso, senza consultare chi conosce veramente quell’ambiente. Nulla di ciò che speravo si è verificato, e quindi sto seriamente pensando di terminare questa esperienza che dura dal 2012 e di chiudere definitivamente il blog. Mi riservo un altro po’ di tempo per decidere e poi vedrò il da farsi. Probabilmente, visto come vanno le cose, mi sposterò su Facebook, dove già mi trovo ma come ospite, senza sentirmi in casa mia, e debbo stare pure attento a ciò che dico perché mi hanno già sospeso più volte.

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Il governo della demagogia

E’ molto tempo che non mi occupo direttamente di politica qui sul blog, né credo di aver molte credenziali per occuparmene: non sono né un esperto di partito, né un sociologo e neanche un giornalista; sono un semplice cittadino che ha sempre avuto un certo orientamento ma che adesso fa fatica a raccapezzarsi nel marasma attuale. Come prima osservazione mi viene da dire che questo esecutivo è molto eterogeneo e poco coeso, perché formato da due forze che hanno sempre avuto interessi e programmi totalmente diversi e che sembrano stare insieme solo per costituire una maggioranza, se non per amore delle poltrone. Io, per parte mia, ho sempre avuto una pessima opinione dei 5 stelle, persone totalmente inesperte e incompetenti di fronte alla complessità di dover amministrare una Nazione, capaci di ottenere i voti degli illusi che hanno creduto alle favole sul paese dei balocchi (il reddito di cittadinanza), su cui tornerò più avanti. Per quanto attiene alla Lega Nord, che ha molta più esperienza e competenza politica, mi fa meraviglia il fatto che accetti di governare con chi è tanto diverso; comprendo e approvo l’azione di Salvini sull’immigrazione, perché l’Italia non può essere lasciata sola a dover accogliere tutti coloro che fuggono dall’Asia o dall’Africa, e approvo anche la sua volontà di dare la priorità agli italiani perché tutte le altre nazioni europee prediligono i loro cittadini, ma non lo seguo su altre tematiche. In sostanza, si tratta di un governo ibrido, formato da componenti diverse e antitetiche, che non credo possa durare a lungo.
Le roboanti promesse fatte dai due partiti di governo prima delle elezioni non hanno molte probabilità di essere realizzate, perché formulate al buio e senza tener conto della reale situazione economica del nostro Paese; in più, alcune di esse sono palesemente ingiuste e diseducative. La peggiore di tutte, senza alcun dubbio, è il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei grillini che nelle regioni del Meridione, notoriamente inclini all’assistenzialismo, hanno preso una marea di voti. Ho sempre pensato di questa proposta tutto il male possibile, e non soltanto perché costa miliardi di euro che il nostro erario non può permettersi, ma soprattutto perché è ingiusta e deleteria: in pratica, se si realizzerà, verranno dati soldi a tanti furbetti per non fare nulla, per starsene sul divano a guardare la tv. Occorre ricordarsi di una cosa: molte persone, specialmente nel Meridione, hanno un reddito a volte anche cospicuo lavorando al nero, ma per la legge risultano ufficialmente disoccupate; costoro riceveranno il reddito di cittadinanza di cui non hanno affatto bisogno e lo spenderanno in generi superflui e di lusso. Proprio ieri ho visto un servizio in tv (mi pare su Rete4) girato in Sicilia, vicino a Enna, dove alcuni degli intervistati hanno detto che spenderanno il reddito di cittadinanza per comprarsi abiti firmati o automobili, oppure per viaggi e vacanze. Del resto, non è forse vero che con i propri soldi ciascuno può fare quello che vuole? Ma è grottesco che questi soldi vengano dallo Stato, che deve creare lavoro e investimenti, non distribuire “panem et circenses”, regalare soldi a chi non fa nulla. Questa è la più dannosa e subdola demagogia, in cui purtroppo molte persone sono cadute, dando fiducia ad un’armata Brancaleone che non sa cosa sia la politica e che procede al buio, senza rendersi conto di cosa stia facendo.
Ma c’è anche una proposta della Lega Nord, condivisa da tutto il centro-destra, che mi trova in totale disaccordo, la cosiddetta “flat tax”, cioè l’imposizione di un’aliquota unica (oppure di due sole aliquote) per il pagamento delle tasse. E’ evidente l’origine berlusconiana di questa proposta, perché un’aliquota unica, se applicata alla lettera, altro non farebbe che avvantaggiare i ricchi a danno della classe media dei lavoratori dipendenti, coloro che più contribuiscono alle entrare fiscali. Applicando un’unica aliquota (ad es. il 20%) un cittadino che guadagna 100 mila euro all’anno ne pagherebbe 20 mila, ma gliene rimarrebbero ben 80 mila, coi quali condurre una vita più che comoda; se invece questa stessa aliquota la applico a chi guadagna 10 mila euro all’anno, ne pagherebbe solo duemila, è vero, ma gliene resterebbero ottomila, con cui non è possibile condurre una vita dignitosa. Io credo invece che l’imposizione fiscale dovrebbe avere aliquote progressive in base al reddito (reddito reale però, accertato con controlli e non solo dichiarato): al di sotto di una certa soglia non si dovrebbero pagare tasse, mentre al di sopra le aliquote dovrebbero essere progressive dall’8 all’80 per cento; così i calciatori professionisti, i divi della tv, i grandi professionisti contribuirebbero veramente alle spese dello stato, e resterebbe loro comunque un guadagno più che sufficiente. Si ridurrebbe così, almeno in parte, l’assurda anomalia per la quale da noi in Italia un ricercatore che scopre nuove cure per importanti patologie viene pagato 1500 euro al mese (se va bene), mentre vengono dati milioni a dei baldi giovanotti solo per dare calci a un pallone.
Sulla manovra economica che il governo sta preparando in questi giorni ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire troppo questo post. Alcune questioni di principio, secondo me, sono apprezzabili, come quella di non essere più soggetti ai diktat dell’Europa e di far valere i diritti dei cittadini italiani. Su questo sono d’accordo, anzi dico che non avremmo neanche dovuto entrare nell’unione europea e tanto meno nell’euro, la moneta unica che strozza la nostra economia e ci rende soggetti a Parigi e a Berlino. Però ormai ci siamo dentro, non possiamo uscirne adesso senza gravissimi danni economici, soprattutto per i risparmiatori che vedrebbero dimezzato, se non peggio, il valore del proprio denaro. Con il debito pubblico che abbiamo, purtroppo, l’aiuto estero ci è necessario, altrimenti rischiamo di finire come la Grecia; quindi alzare la testa è possibile, ma in limiti ben definiti, perché non so cosa accadrebbe se i mercati internazionali cessassero di dare fiducia all’Italia e alla sua capacità di pagare gli iteressi sul debito. Quindi, anche se in linea teorica approvo quel politico che ha utilizzato il celebre “me ne frego” di lontana origine storica, in pratica mi auguro che non venga tirata troppo la corda, perché purtroppo non siamo nelle condizione di poter dettare legge. La colpa di ciò va ricercata nei politici del passato come Prodi, che ci hanno gettato in questo vicolo cieco della moneta unica, ma anche nella nostra cronica povertà e mancanza di materie prime. I conti con la realtà vanno fatti perché i sogni sono belli, ma svaniscono come fumo nell’aria.

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Società della comunicazione o dell’incomprensione?

Ognuno sa quanto i cosiddetti “social” abbiano preso campo oggi, al punto che molte persone utilizzano praticamente soltanto questi come mezzi di comunicazione, al punto da divenirne dipendenti: i giovani soprattutto sono sensibili al fenomeno, come possiamo notare, se è vero che alcuni di loro si rinchiudono nella loro stanza e rinunciano addirittura ad uscire e a costruire amicizie reali per corrispondere solo con quelle virtuali. Ormai tutti noi, e non solo i giovani, viviamo in questa atmosfera e comunichiamo con gli altri attraverso Facebook, Twitter, Instagram e altri social di questo tipo; se poi dobbiamo scrivere a qualcuno utilizziamo l’e-mail, non ci serviamo più della carta come usava un tempo. Il telefono resta sempre di lago uso, ma più per scambiare messaggi e consultare i social che per parlare a viva voce.
Quella che viviamo oggi è dunque l’era della comunicazione, in cui esistono teoricamente molte più forme di contatto umano di quanto accadeva qualche decennio fa. Eppure, stando almeno a quella che è la mia impressione, non mi sembra che queste maggiori opportunità abbiano migliorato di molto la vita di ciascuno di noi, ed al proposito vorrei fare due osservazioni. La prima è che è molto aumentata la percentuale delle persone che vivono in solitudine, nonostante abbiano i computers, gli smartphone e quant’altro; è una solitudine in parte volontaria, nel senso che molti si isolano dalle relazioni umane rinchiudendosi in casa propria, ma in parte è anche forzata, perché è proprio nell’era delle comunicazioni e delle informazioni che tante persone non riescono a trovare vere amicizie o relazioni sentimentali. Sembra un assurdo ma è così: un tempo, quando non esistevano questi strumenti moderni, quasi tutti avevano amici da frequentare e si formavano una vita di coppia che sfociava generalmente nel matrimonio; oggi invece, quando sembrano aumentate così tanto le occasioni di conoscenza, tante persone vivono in isolamento e aumentano sempre più i cosiddetti “singles”, cioè uomini e donne che non hanno una relazione sentimentale stabile. E se questa condizione a volte è volontaria e dovuta a ragioni di lavoro o altro, molto spesso invece coloro che restano in solitudine non lo fanno per scelta, ma non riescono ad uscire dall’isolamento nonostante tutte le opportunità comunicative che il mondo attuale sembra loro offrire.
Si tratta di un fenomeno difficile a spiegarsi, ed io non sono un sociologo. Quello di cui desidero parlare riguarda invece la seconda osservazione che vorrei fare a questo riguardo. I social danno a tutti (purtroppo, aggiungo io!) la possibilità di esprimersi, di commentare qualunque notizia o avvenimento, di stabilire contatti con persone conosciute o sconosciute. Ma questi contatti portano spesso all’incomprensione, ossia a non intendere la vera sostanza di ciò che è stato scritto. Mi spiego. Se due persone parlano a voce e sono fisicamente l’una accanto all’altra, in genere riescono a cogliere lo spirito e l’intenzione con cui ogni frase è stata pronunciata; nell’esposizione orale dei concetti infatti, come ci insegna la retorica classica, non conta soltanto ciò che viene detto, ma anche “come” viene detto, cioè il tono della voce, l’espressione del volto del parlante, la gestualità. Così una frase teoricamente offensiva, come ad esempio “sei uno stupido”, potrebbe non essere intesa come tale se pronunciata in tono scherzoso, con volto disteso e con un’amichevole pacca sulle spalle, il che potrebbe far intendere a chi è così apostrofato che colui che l’ha pronunciata aveva in realtà intenzione di ammonirlo benevolmente, non di insultarlo. Se invece quella stessa frase viene scritta e letta così com’è, non può essere intesa altrimenti che come offensiva.
Ecco perché dico che la grande opportunità comunicativa che offrono i social e gli altri elementi della rete (forum, questionari, blog ecc.) è spesso ingannevole, ed è molto alta la possibilità di essere fraintesi, perché quando scriviamo un commento su Facebook, ad esempio, non sappiamo come sarà recepito da chi lo leggerà. A me personalmente è accaduto molte volte di aver espresso una mia opinione con una certa intenzione e che poi il mio pensiero sia stato inteso in modo opposto, ed è successo anche, di recente, di aver espresso considerazioni generiche, senza alludere a nessuno in particolare, ma che invece qualcuno si sia risentito come se le mie affermazioni fossero state direttamente rivolte a lui. Purtroppo la parola scritta, presa da sola senza la presenza fisica di chi l’ha espressa, presenta questo rischio. Mi si dirà che il problema c’è sempre stato, perché la corrispondenza privata e le opere scritte di pubblico dominio non sono cosa di oggi; ma il dato curioso è che proprio nella civiltà di internet e dei social esso si è ingigantito a dismisura. L’epoca della comunicazione, che avrebbe dovuto avvicinare le persone tra di loro, ha finito per allontanarle, sia in senso materiale (con l’aumento della solitudine e dell’autoesclusione dalla società) sia generalmente in senso relazionale, perché ciò che scriviamo sui social può essere stravolto fino a farlo passare come l’esatto contrario di ciò che l’autore voleva dire. Anche questo, a mio parere, è un aspetto del pensiero unico e di quel tipo di censura che esclude me da Facebook per trenta giorni solo perché ho scritto la parola “negro”. Se i signori censori avessero avuto modo di sapere lo spirito e l’intonazione con cui l’ho detta e quali erano le mie reali intenzioni, forse non avrebbero preso questo provvedimento; forse, se si sapesse qual è lo stato d’animo di chi si esprime in un certo modo, non si darebbe del “razzista” a chi fa presente i problemi che l’eccessiva presenza degli stranieri in Italia comporta. Ma io credo che a certe persone e certe ideologie faccia comodo così: meglio non impegnarsi per capire, basta interpretare come si vuole ciò che si legge e poter così comminare condanne morali e materiali a chi l’ha scritto. Si ottiene il massimo utile con il minimo sforzo.

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Europa e indipendenza nazionale

Da un po’ di tempo si sono diffusi nel linguaggio politico nuovi termini che prima non conoscevamo. Ad esempio, “populista”, che un tempo aveva valore positivo come simbolo di colui o coloro che tenevano al benessere del popolo, oggi si è trasformato in un sinonimo di “demagogico”, indica cioè colui o coloro che si acquistano il favore popolare con promesse elettorali allettanti, come il famoso “reddito di cittadinanza” adatto al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ma oltre a questo ne circolano altri non meno soggetti ad essere impiegati con accezione negativa come “sovranista”, che nelle intenzioni di chi l’ha coniato dovrebbe designare colui che sostiene in modo pervicace e un po’ ottuso l’indipendenza decisionale del suo Paese all’interno di un organismo sovranazionale. La parola deve essere di recentissima introduzione, perché nel vocabolario della lingua italiana dello Zingarelli del 2009 ancora non è compresa. Non ho le edizioni successive e quindi non so se negli ultimi anni sia stata riconosciuta come facente parte effettiva della lingua italiana; vedo però che alla TV e nei social il suo impiego è in costante aumento.
A prima vista il termine “sovranista”, a chi come me crede nell’indipendenza nazionale e nell’identità culturale del nostro Paese, non sembra affatto offensivo né sconveniente: è bene, a mio parere, che ogni stato si differenzi dagli altri e prenda liberamente le proprie decisioni politiche, economiche ecc. Non è forse vero che l’Italia ha lottato per secoli contro le dominazioni straniere per raggiungere l’indipendenza e la libertà dei propri cittadini? Non è forse vero che l’Italia ha oltre la metà del patrimonio culturale mondiale e che quindi non può essere, sotto questo piano, inferiore a nessun altro? Perché allora dovremmo vergognarci del nostro sovranismo, cioè che ci sia qualcuno – anche a livello politico – che vorrebbe affermare l’importanza del nostro Paese a livello internazionale e poter prendere liberamente le decisioni che riguardano i nostri cittadini? Dobbiamo e dovremo sempre obbedire ai diktat di stranieri che ovviamente fanno il loro interesse e non il nostro?
La situazione in cui versa l’Italia oggi a livello internazionale non è degna di un Paese civile e culturalmente avanzato come il nostro dovrebbe essere. Dopo l’entrata nella Comunità Europea e soprattutto nella moneta unica il nostro governo può decidere autonomamente poco o nulla. Siamo soggetti ai ricatti della finanza internazionale (soprattutto tedesca e francese) che mortificano qualunque nostra iniziativa con le loro norme restrittive o con altri sistemi coercitivi: basta che un governo italiano non sia gradito alla cricca dei finanzieri di Bruxelles e subito aumenta il cosiddetto “spread”, che fino a pochi anni fa nessuno neanche conosceva, costringendoci con la minaccia dell’aumento degli interessi pagati sul debito a ritornare a più miti consigli. Le norme europee strozzano la produzione italiana imponendoci addirittura quote precise sul latte, sulla frutta, su tutto ciò che riusciamo ad ottenere con il nostro lavoro. Questa non è indipendenza, è soggezione vera e propria, è il ritorno della dominazione straniera sull’Italia; non utilizza più l’occupazione militare e la repressione come accadeva nei secoli passati, ma l’effetto ottenuto è qualcosa di simile, perché non siamo più liberi di autodeterminarci e di controllare la nostra economia, cosa non più possibile anche perché non abbiamo più una moneta nazionale. Se i protagonisti del Risorgimento come Cavour, Garibaldi o Mazzini vivessero oggi si indignerebbero forse più che ai loro tempi per lo stato di soggezione in cui versa il nostro Paese, ma forse comprenderebbero che non vale la pena sacrificarsi per vedere poi che il loro impegno ed il loro sacrificio vanno a finire nel nulla.
Il nostro Paese ha perso dignità e credito internazionale non solo per i ricatti dei potentati economici stranieri, ma anche perché siamo diventati la pattumiera d’Europa: gli immigrati sbarcano qui ed i cosiddetti “partners” europei non solo non aiutano l’Italia, ma sono pronti a criticarci ed offenderci quando finalmente il ministro Salvini cerca di far comprendere a tutti che il problema dell’immigrazione non può essere solo italiano. Io mi chiedo con che coraggio i francesi hanno la faccia di criticare l’Italia sul problema dell’immigrazione quando loro hanno respinto ai confini di Ventimiglia con mezzi violenti migliaia di persone che tentavano di passare la frontiera, comprese donne e bambini. Con quale coraggio vengono a criticare noi quando sono loro che, con la dissennata politica di quell’incapace di Sarkozy, hanno provocato l’attuale situazione esplosiva della Libia ed il conseguente aumento esponenziale di coloro che cercano rifugio in Europa? E adesso i disumani saremmo noi che in questi anni, grazie a ministri incompetenti ed ad un falso buonismo, abbiamo accolto oltre 700.000 immigrati? Pensino loro a fare il proprio dovere di accoglienza, perché il loro agire (dei francesi ma anche di tanti altri paesi europei) è stato sordo e ipocrita da questo punto di vista: a parole hanno riconosciuto che il problema deve ricadere su tutti, ma di fatto hanno continuato a chiudere le frontiere ed a lasciare l’Italia da sola a dover accogliere e sistemare migliaia di profughi e di clandestini.
E noi cosa abbiamo fatto? Per molti anni abbiamo continuato a protestare debolmente e a subire l’ipocrisia altrui senza saper reagire come la nostra dignità nazionale, se si credesse ancora in questo principio, avrebbe dovuto suggerirci di fare. Siamo stati come l’asino che china il capo nei confronti di chi gli pone sulla schiena un carico troppo pesante, senza dimostrare quell’orgoglio nazionale che invece gli altri paesi europei hanno mantenuto, e con ragione. Ci siamo fatti imporre diktat e umiliazioni da tutti, siamo stati trattati come lo scemo del paese. Era quindi l’ora che qualcuno rialzasse finalmente la testa e facesse capire ai signori di Parigi e di Berlino che l’Italia non è più disposta a fare la serva degli altri ed essere la pattumiera d’Europa. Quando l’esecrato ministro Salvini dice “prima gli Italiani” dice una cosa giusta e sacrosanta, perché così fanno tutti gli altri paesi e quindi anche noi, come gli altri, ne abbiamo diritto. Forse la Francia, la Germania o l’Inghilterra mettono gli immigrati al di sopra dei loro cittadini? A me non sembra proprio, a giudicare dal fatto che da anni hanno lasciato sola l’Italia ad affrontare questo enorme problema. E poiché anche noi abbiamo (o almeno dovremmo avere) un orgoglio nazionale, è giusto che ci riprendiamo la nostra autonomia decisionale e che indirizziamo i barconi e le navi anche verso quei paesi che finora hanno fatto la politica dello struzzo. E’ del resto chiaro ed evidente che, con la situazione economica che abbiamo, non possiamo essere in grado, da soli, di accogliere milioni di persone, che quindi debbono essere dirottate altrove. L’immigrazione, con buona pace dei buonisti di sinistra e clericali, crea grossi problemi che non possiamo ignorare, come l’aumento della criminalità e del degrado che affligge le nostre città, e mi sembra chiaro che i cittadini italiani abbiano diritto a vivere in luoghi puliti e sicuri. Sul piano dell’accoglienza noi abbiamo fatto già tanto, troppo oserei dire se consideriamo che tanti immigrati di colore continuano ad essere ospitati e mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese. Questa è una situazione paradossale che non può trovare giustificazione, ed è pura follia (se non idiozia) paragonare l’immigrazione attuale a quella italiana dello scorso secolo, perché ai nostri emigrati nessuno dava da mangiare e dormire negli alberghi, ma erano costretti a lavorare duramente, sfruttati e malpagati, per poter sopravvivere. Chi afferma una cosa del genere è ignorante oppure, ancor peggio, è in malafede.
Io penso che l’Europa, se intesa come comunità di Stati indipendenti e sovrani, liberi ciascuno di prendere le proprie decisioni senza dover subire diktat e ricatti dagli altri, sarebbe una realtà utile ed anche necessaria; ma tale non è nelle condizioni attuali, quando i paesi economicamente più forti sottomettono gli altri ai loro voleri. Troppo sono state sacrificate l’indipendenza e l’autonomia nazionali, tanto da impedire ai singoli stati – a meno che non agiscano con la forza come ha fatto l’Ungheria – di salvaguardare e difendere i propri confini. E’ stato un errore grave, a mio parere, abolire le frontiere e le dogane, tanto che oggi i singoli cittadini possono passare indisturbati e senza nessun controllo da un paese all’altro. Questo favorisce indubbiamente la criminalità, perché permette il trasporto di armi, droga e quant’altro, ed impedisce ai singoli stati di controllare chi entra e chi esce. In nome della comunità, che di per sé non è cosa sbagliata, si è esagerato nell’uniformare tutto e nel creare questo enorme pasticcio che è la comunità europea di oggi, dove i più forti schiacciano i più deboli perché questi ultimi non hanno più né confini ben precisi, né un’economia autonoma e funzionale al proprio benessere, né una moneta da poter adattare alle esigenze nazionali. Siamo in balìa di chi ci getta addosso tutti i doveri, primo tra tutti quello dell’accoglienza degli immigrati, e ci nega i nostri diritti. E’ quindi l’ora di farsi sentire a Bruxelles e di battere i pugni sul tavolo, facendo comprendere a tutti che siamo stanchi di fare i pulcinella e di essere trattati da figli di un dio minore.

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Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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E’ arrivata la pensione!

Dopo tanto parlarne, finalmente ci siamo arrivati: da oggi 1° settembre 2018 sono ufficialmente in pensione, dopo 40 anni di “onorato” servizio nel nostro sistema dell’istruzione, per la precisione in un Liceo Classico, in cui ho insegnato ininterrottamente le due materie più esaltate da un lato e più temute dall’altro, cioè il latino ed il greco. A parte il primo anno, quando ebbi una cattedra nel biennio ginnasiale, poi per il resto della carriera ho sempre avuto il triennio liceale, con una sola parentesi di tre anni in cui, alle due materie canoniche, si è affiancato anche l’insegnamento dell’italiano, il che si è rivelato, a dire il vero, un’ottima esperienza.
Cosa posso dire a questo punto? L’aspetto più curioso della pensione è la straordinaria invidia dei colleghi verso chi sta per lasciare il lavoro. Anch’io ho avuto modo di sentirmi dire molto spesso: “Beato te che te ne vai!”, come se l’andare in pensione fosse come entrare in una specie di Eden, di paradiso terrestre dove finalmente si può fare ciò che ci piace senza dover fare i conti con noiose riunioni, alunni svogliati, genitori petulanti e compiti da correggere. Il bello è che certe frasi piene d’invidia me le sono sentite rivolgere anche da colleghi di circa 40 anni, di cui prenderei volentieri il posto perché hanno venticinque anni meno di me! E’ proprio vero, come diceva Orazio, che nessuno è mai contento della propria condizione: il mercante invidia il soldato, il soldato invidia il mercante e così nell’insoddisfazione va sempre il mondo. E’ sconfortante però, a ben pensarci, che molte persone vedano il proprio lavoro come una condanna, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile; io invece non ho mai condiviso questa mentalità, ho sempre amato moltissimo la mia professione e sinceramente mi è dispiaciuto molto doverla lasciare, al punto che già adesso, al primo giorno di pensione, ne sento la mancanza.
Ma allora, si potrebbe dire, perché questa decisione? Il funzionario dell’INPS a cui mi rivolsi per conoscere la mia situazione previdenziale mi disse che avrei potuto scegliere tra l’andare in pensione quest’anno oppure il successivo, ma mi sconsigliò di fare quest’ultima scelta, perché non ci avrei guadagnato nulla; anzi, con l’incertezza politica che caratterizza il nostro Paese, non ci sarebbe da meravigliarsi se ad attendere ci si dovesse persino rimettere. E poi, se avessi scelto di restare ancora un anno, nel 2019 mi avrebbero pensionato d’ufficio; meglio quindi, a mio parere, fare volontariamente ciò che comunque si sarebbe costretti a subire per imposizione altrui. E così è avvenuto, ed eccomi qua.
A chi mi chiede, tanto per fare una domanda consueta, se sono contento di andare in pensione, rispondo che lo sono al cinquanta per cento, ed è la verità: in parte infatti mi sento sollevato dai carichi ed i fastidi di una professione di cui ultimamente non condividevo tanti aspetti, ed in parte, al contrario, cessare di punto in bianco un’attività in cui ho creduto profondamente e che ho svolto con entusiasmo fino all’ultimo giorno non può che provocare un forte dispiacere, soprattutto nel lasciare gli alunni ed i colleghi con i quali ho avuto da tanto tempo un rapporto di collaborazione e di amicizia. E’ una sensazione strana, ci si sente come divisi in due, e francamente io non riesco a gioire così tanto come fanno molte persone nel momento in cui raggiungono il sospirato riposo.
A dire il vero le ragioni per andare in pensione per me c’erano ed erano più che abbastanza; si possono tuttavia riassumere tutte in un’unica constatazione, cioè che io mi sento un vinto, uno sconfitto, perché ho della scuola e dell’insegnamento una concezione che non è più in linea con la politica scolastica attuale e con il clima in cui sono vissuto negli ultimi anni. Per me la scuola è essenzialmente un luogo dove si trasmette la cultura, dove i giovani debbono impegnarsi per acquisire una formazione che servirà loro per la vita; perciò l’attività principale, se non esclusiva, deve essere quella di far lezione e di verificare poi seriamente la preparazione degli studenti; e chi non si applica o non raggiunge comunque gli obiettivi previsti deve essere fermato senza se e senza ma, perché senza selezione una scuola non può essere ritenuta seria e formativa. Nella fattispecie attuale, invece, ciò che accade nei nostri Istituti è l’esatto contrario: ci vengono imposte dall’alto una serie di attività che riducono fortemente il tempo dedicato alla lezione, prima tra tutte la famigerata alternanza scuola-lavoro, che nei Licei si riduce ad un’inutile perdita di tempo perché gli indirizzi liceali non debbono preparare i giovani al lavoro materiale ma fornire loro una formazione culturale teorica che consenta poi di affrontare gli studi universitari, ai quali spetta di avviare alle professioni più qualificate. Ma purtroppo non c’è soltanto quella: nelle scuole le attività extra o parascolastiche sono talmente numerose che, in pratica, ci sono periodi in cui si interrompe l’attività curriculare anche per settimane, di modo che alla ripresa delle lezioni gli alunni sono smarriti ed hanno già dimenticato quel poco che avevano appreso prima. Tutto ciò si verifica soprattutto per la necessità, imposta dalla visione politica attuale, di curare la facciata esterna della scuola, fare bella figura sul territorio per indurre gli alunni ad iscriversi, secondo una logica moderna, aziendalistica, che a me ha sempre fatto orrore. E poi, una volta giunti agli scrutini o agli esami, si è praticamente costretti a promuovere tutti o quasi, sempre per evitare il calo delle iscrizioni o il taglio delle classi da parte delle autorità scolastiche. La quantità prevale sulla qualità, la forma sulla sostanza, la selezione praticamente non esiste più, gli alunni bravi e responsabili vengono quasi messi alla pari dei nullafacenti. Un docente come il sottoscritto, che ha una visione completamente opposta a quella oggi dominante, non può soggiacere a questo andazzo: è uno sconfitto, ed è bene che si ritiri per evitare problemi di ogni genere a se stesso ed agli altri.
Tutto ciò è per me indiscutibile; e tuttavia mi dispiace profondamente lasciare quelle classi in cui ho lavorato per uno o due anni con entusiasmo, un impegno che è stato corrisposto da molti alunni seri e volenterosi. Non temo la noia che spesso si accompagna ai pensionamenti: ho molti progetti per il futuro, dalle letture alle pubblicazioni che sto preparando, dalla partecipazione a convegni e conferenze ad altre occupazioni più “leggere”. E soprattutto non smetterò mai di parlare di scuola, qui sul blog e altrove. Quello che temo più di ogni altra cosa è invece la mancanza di contatti umani, quelli che fino ad oggi ho avuto ed ho apprezzato con gli studenti ed i colleghi, che mi hanno dato tante soddisfazioni nonostante la mia concezione della scuola così diversa da quella dominante. Occorre farsi una ragione di ciò e cercare di limitare i danni il più possibile; intanto, in virtù di questo, mi sono fatto dare l’indirizzo e-mail da tutti i ragazzi e le ragazze che ho avuto l’ultimo anno e li ho invitati a scrivermi e a informarmi su come andranno le cose d’ora in poi per loro, senza ovviamente mai interferire sui metodi ed i giudizi che riceveranno dai loro nuovi insegnanti. Credo che anche dopo l’uscita dal lavoro si possa essere utili alla società ed agli ambienti in cui siamo vissuti e che abbiamo amato per tanti anni, facendo in modo che la pensione non diventi l’anticamera della morte, come spesso, forse senza riflettere abbastanza, in passato l’ho definita.

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Censura!!!

Ci siamo, è successo nuovamente: sono stato sospeso da Facebook per trenta giorni solo per aver espresso una mia opinione, che evidentemente non collimava con il pensiero unico impostoci dalla Rete e dagli altri mezzi di informazione. In un mio commento sul problema dell’immigrazione ho usato la parola “negro”, un termine normale per indicare le persone di colore che è normalmente compreso nella lingua italiana. Dice il vocabolario Zingarelli (anno 2009) alla voce “negro”: “persona che appartiene al gruppo etnico di pelle nera o scura”, aggiungendo però subito dopo che il termine può essere inteso come spregiativo e quindi spesso sostituito con “nero”; ma si tratta di un’assurda sottigliezza, perché entrambi i termini derivano dal latino nigrum, accusativo dell’aggettivo niger. Non si vede dunque dove sta l’intento offensivo di chi lo scrive, specie se – come nel mio caso – non c’era alcuna volontà denigratoria, ma la parola compariva in un commento scritto a proposito del problema dell’immigrazione che fa tanto oggi discutere nel nostro Paese.
La cosa veramente grottesca è che su Facebook continuano ad essere presenti termini offensivi molto pesanti, parolacce di ogni tipo, che gruppi eversivi e in odore di mafia e di malavita continuano tranquillamente a prosperare e poi si esclude per un mese una persona solo per aver usato una parola sgradita. La contraddizione è evidente, e probabilmente chi provvede a questo tipo di censura non sono persone in carne ed ossa, ma un algoritmo o qualche software automatico che, appena si imbatte in un termine “politically incorrect” lo segnala e da lì parte l’emarginazione di chi l’ha usato. Bisogna per forza pensare questo, perché altrimenti, se ci fossero veramente persone reali a fare i censori, vorrebbe dire che sono degli idioti oppure, cosa più probabile, che sono manovrati dall’alto, da parte di un potere occulto che impone a tutti il pensiero unico di oggi, quello che protegge e considera sacre e intoccabili certe categorie di persone (immigrati, gay ecc.) e castiga persino penalmente chi osa non essere d’accordo con tale impostazione ideologica. C’è da chiedersi allora dove va a finire l’art. 21 della nostra tanto osannata Costituzione, che garantisce la libertà di parola e di opinione. Dico questo perché non credo che i social della Rete (primo tra tutti Facebook) siano liberi e indipendenti: in realtà dipendono da certi poteri e ne fanno gli interessi, sono collegati in ogni Paese a determinati indirizzi ideologici.
Pier Paolo Pasolini, nei primi anni ’70 dello scorso secolo, diceva che il potere della televisione sull’anima umana era molto più forte di quello delle classiche dittature del ‘900: il fascismo, secondo lui, aveva raccolto nel popolo italiano solo un’adesione esteriore, ma non ne aveva cambiato la vita, la mentalità, il modo di essere; la televisione invece, condizionando quotidianamente ciascuno di noi e piegandolo alle esigenze del mercato e del consumismo, costituiva una dittatura ben più efficace e coercitiva di quella di Mussolini o di Stalin. Ed in effetti, se un regime come quello fascista dovesse rinascere oggi e non nel 1922, non credo che utilizzerebbe il manganello e l’olio di ricino, ma gli sarebbe sufficiente un’accurata propaganda televisiva e mediatica. Pasolini non parlava della Rete perché allora non esisteva, altrimenti avrebbe sicuramente stigmatizzato l’uso dei social più di quanto non abbia fatto con la televisione.
Ma per lungo tempo la propaganda televisiva e mediatica si è limitata a influenzare psicologicamente i cittadini, proponendo modelli di vita che hanno profondamente cambiato le abitudini degli italiani (i consumi sfrenati,la cura dell’estetica, le vacanze al mare o all’estero viste come un’assoluta necessità ecc.) e promulgando una finta tolleranza ed un finto pluralismo che davano comunque l’impressione a tutti di essere liberi e di poter esprimere altrettanto liberamente le proprie opinioni; adesso invece, da qualche anno a questa parte, il pensiero unico deve sentirsi minacciato in qualche maniera, perché è passato dalla proposta alla coercizione, dalla finta tolleranza all’imposizione violenta del pensiero unico dominante. Un esempio sono le proposte di legge di Scalfarotto (PD) e di Fiano (sempre del PD), le quali auspicano addirittura di punire penalmente, anche con il carcere, chi esprime idee non allineate alle loro per quanto riguarda gli omosessuali e la cosiddetta “propaganda fascista”, forse perché hanno paura che risorga un regime che è finito più di 70 anni fa. Non sarà più possibile a nessuno dire che i gay non gli piacciono o che le coppie di quel tipo non seguono le leggi di natura, né cercare di studiare e di comprendere ciò che il fascismo fu in realtà senza lasciarsi condizionare dai libri di storia e dalle altre fonti di informazione orientate a sinistra e quindi insincere e faziose. La libertà di opinione sancita dall’art. 21 della Costituzione è oggi fortemente minacciata dal pensiero unico, che ci viene imposto da tutte le fonti di informazione, nonostante che da qualche mese si sia insediato un governo che pare orientato diversamente. E questa ideologia onnipresente e oppressiva, che non ammette contraddittorio, ci arriva addosso anche attraverso i social della Rete, che sono certamente manovrati dall’alto: non si spiegherebbe in altro modo, infatti, il motivo per cui basta che si usi la parola “negro” e si viene cacciati dalla comunità ed esclusi dal dialogo con tutti, anche con coloro che abbiamo accettato nella nostra amicizia. Io mi auguro che sempre più persone si accorgano che quello che stiamo vivendo in Italia è un regime ipocrita e peggiore di ogni altro perché, per tornare a Pasolini, il fascismo almeno era una dittatura dichiarata e conclamata, mentre quella di oggi si traveste da democrazia e finge di concedere libertà che invece non ci sono affatto. Chi non si allinea alle idee dominanti alla Saviano o alla Boldrini è automaticamente emarginato, escluso, disprezzato e bollato con termini infamanti come “razzista”, “fascista” ecc. anche quando dice cose giuste ed evidenti a tutti, come ad esempio disapprovare la grottesca politica per la quale i cittadini italiani spendano 5 miliardi di euro all’anno per mantenere negli alberghi immigrati nullafacenti e quasi sempre clandestini, che non fuggono da nessuna guerra ma vogliono solo fare la bella vita a spese nostre. Se questa è democrazia!!!!

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La vacanza migliore

Nel cuore dell’estate viene da interrogarsi sui viaggi e le vacanze, che milioni di persone fanno quasi tutti contemporaneamente nel mese di agosto intasando strade, autostrade e spiagge. Molti decidono di andare all’estero, e spesso non si riesce a capirne il motivo, visto che nella nostra Italia abbiamo il patrimonio culturale più grande del mondo, un mare e delle montagne meravigliose; in molti casi, quindi, il motivo di questi lunghi viaggi è quello di poter dire… di esserci stati, magari vantandosene con amici e parenti. Vanno eccettuati da questo numero, ovviamente, coloro che vanno all’estero per un preciso motivo culturale, come ad esempio quelli che si recano in Grecia per vedere i luoghi in cui è nata la nostra civiltà; ma il loro numero non è molto elevato, perché i più fanno questi lunghi viaggi perché è ormai diventata una moda, non per encomiabile interesse artistico o letterario. Magari, quando sono sul posto, vanno anche a vedere le rovine di Delfi o il Museo Archeologico di Atene, ma dopo aver osservato con una certa attenzione i primi reperti si sbrigano a dare uno sguardo fuggitivo a tutto quel che rimane, tormentati dal caldo o dal desiderio di fare un bel bagno nel mare Egeo. In molti casi, poi, la vacanza all’estero si trasforma in una fatica, più che in un vero e proprio relax: ci sono i problemi legati all’aereo (attesa negli aeroporti, ritardi ecc.), quelli del trasporto locale, dell’hotel, delle temperature proibitive di questo periodo ecc. Le escursioni, poi, richiedono spese e fatica, e spesso viene in mente al turista stesso che non ne sarebbe valsa la pena. Il risultato è che molte persone tornano a casa più stanche di quando sono partite ed il sospirato riposo si è rivelato in realtà una fonte di stress più pesante di quanto si sarebbe potuto immaginare.
Anche chi sceglie una vacanza sul territorio nazionale, al mare o in montagna, finisce spesso per dover affrontare disagi che fanno pentire di essere partiti: primo tra tutti il viaggio su strada o autostrada, in cui bisogna affrontare un traffico caotico e soffocante, con lunghe file dentro l’auto sotto il sole ai caselli autostradali o all’ingresso delle località di villeggiatura. Chi prende una casa in affitto, inoltre, è praticamente costretto a fare una vita simile a quella che faceva a casa, e questo vale sopratutto per le donne, spesso obbligate a tener pulito l’appartamento, fare la spesa, cucinare, lavare i piatti, fare la lavatrice ecc. Non sarebbe stato meglio restarsene a casa e riposare? Chi invece va in albergo dove tutto è compreso spende cifre astronomiche per pochi giorni di vacanza e può trovare anche lì problemi non secondari, come ad esempio vicini di stanza che rientrano alle 4 del mattino facendo baldoria, cibo di scarsa qualità, personale scortese e altro del genere.
Si potrebbe concludere che le vacanze, nella maggior parte dei casi, non realizzano l’obiettivo che dovrebbero avere, quello cioè di costituire un periodo di riposo fisico e mentale di cui c’è necessità dopo quasi un anno di ininterrotto lavoro. Ma di restare a casa non se ne parla nemmeno! Le vacanze ormai, nell’immaginario popolare, sono diventate una necessità assoluta (un “must”, come si dice oggi facendo offesa alla nostra lingua) per essere considerate persone degne di rispetto. Chi non viaggia e non fa vacanze viene guardato come un “diverso”, come un essere strano e misterioso che non sa adeguarsi alla vita di oggi e su di lui (o lei) si scatenano ironie e persino giudizi negativi di natura morale. Eppure, a ben vedere, le vacanze migliori sarebbero quelle di chi resta a casa propria e durante quel periodo si occupa dei suoi interessi culturali o pratici, staccandosi con il pensiero dal lavoro e dalla routine quotidiana. Solo chi agisce così può dire di essersi veramente riposato, di aver sfruttato quel periodo per pensare un po’ a se stesso, ai progetti della sua vita, ad arricchire le proprie conoscenze, senza il tormento delle spiagge affollatissime piene di maleducati o delle sfibranti code in autostrada. Con ciò non voglio dire che viaggiare sia di per sé sbagliato, e del resto anch’io ho visitato diversi paesi d’Europa; ma la motivazione di ciò deve essere veramente valida, perché se qualcuno va ai Caraibi solo per godersi il mare di quei luoghi può andare tranquillamente in Sardegna e troverà spiagge ed isole più belle di quelle tropicali.
Quello che io trovo assurdo, per concludere questo post, non è l’idea del viaggio in sé, ma le motivazioni che certe persone hanno per parteciparvi; e va anche detto che, secondo la giusta osservazione di Seneca, i viaggi non servono neanche per liberare la mente perché i nostri problemi e le nostre angosce, come fastidiosi compagni, ci seguono ovunque andiamo.
Ma forse io esprimo queste idee in conseguenza dell’età, perché comincio ad avere un numero di anni tale da trovare nella propria casa il miglior luogo dove poter vivere. Del resto esiste sull’argomento un detto che ho sempre ricordato, il quale afferma che per viaggiare occorrono tre cose: tempo, denari e volontà. Ciascuna delle età della vita manca di uno di questi elementi: da giovani, infatti, si ha tempo e volontà di viaggiare ma mancano i denari; nella mezza età, quando si hanno i figli piccoli o frenetici ritmi lavorativi, si ha denaro e volontà ma ci manca il tempo libero; quando si è anziani, infine, si avrebbero tempo e denaro ma manca la volontà di muoversi, perché l’età e lo stato di salute inducono molti a restarsene volentieri a casa. E siccome io sto entrando in questa terza fase della vita ne risento anche gli effetti e spesso preferisco, come dice una trasmissione televisiva, viaggiare soltanto con la fantasia.

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