Il triste spettacolo della politica

Ieri 20 agosto ho avuto la malaugurata idea di seguire in diretta TV le dichiarazioni sull’esperienza di governo del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il dibattito parlamentare in Senato che ne è seguito. Come studioso del mondo classico, la prima impressione che ho avuto riguarda l’assoluta incapacità dei politici di oggi – tutti, di qualsiasi schieramento – di essere dei veri oratori, di parlare cioè in modo coerente, convincente ed emozionante. Cicerone diceva che tre erano i compiti del vero oratore: probare (cioè esporre con chiarezza e precisione i propri argomenti, in modo da persuadere il pubblico della veridicità di quanto affermato), delectare (tenere viva l’attenzione degli ascoltatori), e flectere (ossia piegare l’animo degli astanti suscitandone i sentimenti e la partecipazione emotiva alla causa del parlante). Io dico che a mio giudizio nessuna di queste tre caratteristiche è ravvisabile negli oratori dei nostri giorni, perché i loro discorsi non convincono, non tengono legato l’ascoltatore al discorso (tanto è vero che l’aula del Senato, piena all’inizio, si è poi miseramente svuotata), né tanto meno coinvolgono emotivamente, anzi non lasciano nulla in chi ascolta se non un senso di noia e di fastidio.
Una volta convinto, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che i politici attuali sono enormemente inferiori, sul piano umano e culturale, non solo agli antichi ma anche a quelli della prima Repubblica di cui ho parlato nel post precedente, mi sono messo a riflettere sui contenuti puri e semplici dei loro discorsi, visto che la loro abilità dialettica e retorica è pari a zero. Assurdo e ridicolo mi è sembrato il discorso del presidente Conte il quale, anziché fare un bilancio della sua esperienza di governo – dove si è trovato all’improvviso, senza avere alcuna esperienza politica precedente – si è prolungato in una lagnosa e sciocca requisitoria contro il ministro Salvini (che aveva accanto, oltretutto), accusandolo di tutti i peggiori misfatti: di avere interessi personali, di voler monopolizzare il governo, di essere un traditore, di aver usato a sproposito simboli religiosi ecc. Insomma, l’ha presentato come un delinquente; ma allora, dico io, perché glielo rinfaccia solo adesso? Se veramente questa era la sua opinione sul ministro, avrebbe dovuto insorgere subito, un anno fa o poco meno, facendo egli stesso cadere il governo, visto che per condurlo era costretto a lavorare insieme ad una persona di cui non aveva alcuna stima. Perché aspettare tanto tempo? Evidentemente per mantenere quella poltrona, quella di capo del Governo, ch’egli non ha mai meritato e non ha mai onorato, dato che è venuto fuori come un fungo, senza precedenti esperienze né cultura politica, per volontà di Di Maio e degli altri burattinai a 5 stelle. Dal suo discorso si è rivelato per quello che è: un fantoccio, un burattino nelle mani di Grillo e degli altri capobanda di quel partito di incompetenti e di banderuole che si fregiano delle 5 stelle quando non meriterebbero neppure le stalle, tanto per riprendere un antico proverbio. I seguaci del buffone genovese hanno mostrato in questi anni il loro vero volto fatto di incompetenza, ignoranza, volubilità nell’accettare oggi quello che rifiutavano sdegnosamente fino a ieri, un coacervo di incoerenze e di contraddizioni. Sono l’emblema, il più evidente esempio dell’incultura e della superficialità che caratterizza la nostra epoca sciagurata. E Conte è stato un loro degno rappresentante.
A dire la verità neanche i discorsi dei vari esponenti dei partiti succedutisi dopo Conte mi sono piaciuti per i contenuti, oltre che per la forma pessima di cui ho già parlato. Salvini ha fatto una specie di comizio senza spiegare le vere ragioni che l’hanno indotto a far saltare il governo; eppure gli argomenti, se avesse voluto, non gli sarebbero mancati, perché bastava ricordare l’incoerenza dei 5 stelle, il loro atteggiamento negativo su qualunque opera pubblica e su altre iniziative, gli insulti che lo stesso Salvini ha ricevuto costantemente dagli alleati di governo, cosa che mai era successa prima. E’ evidente che i 5 stelle sono la vera causa della caduta del governo, perché hanno costruito per mesi, attraverso gli insulti, le provocazioni e i bastoni tra le ruote messe alla Lega, quel clima di disagio, di tensione, di assoluto disaccordo che ha portato alla rottura. Hatto gettato tanti sassi nello stagno e poi, vigliaccamente, hanno sempre tirato indietro la mano. Questo avrebbe dovuto dire Salvini, che ha perso inspiegabilmente questa occasione.
Tra gli altri interventi, gli unici apprezzabili per pacatezza e per una certa coerenza argomentativa sono stati quelli dei rappresentanti del centro-destra, della senatrice Bernini di Forza Italia e del senatore La Russa di Fratelli d’Italia. Quest’ultimo discorso è stato il migliore secondo me, tipico di un vero politico di grande esperienza, perché ha ricordato a Conte la sua incoerenza nello scagliarsi adesso contro Salvini dopo averlo sopportato per tanto tempo, ed ha smontato la critica, alquanto stupida in verità, di aver usato simboli religiosi, ricordando che per decenni c’è stato un partito (la DC) che aveva la croce addirittura nel proprio stemma. Penosi e deprimenti sono stati invece i discorsi dei 5 stelle (né mi sarei aspettato diversamente, visto il giudizio che ho sempre dato su di loro) e dei rappresentanti della sinistra. Vile e offensivo è stato l’intervento del grillino Morra, tutto incentrato sulle solite assurde critiche contro Salvini, accusato persino di collusione con la mafia. Anche di questo individuo, degno rappresentante del suo partito, si potrebbe dire quel che si è detto su Conte: che cioè, se odiava Salvini così tanto, perché ha aspettato fino ad ora per vomitargli addosso quelle infamie? Non poteva dirgliele prima, assumendosi la responsabilità della caduta di un governo che loro stessi, i 5 stelle, hanno di fatto invalidato, come chiunque sia dotato di un po’ di senso della politica dovrebbe riconoscere?
Altrettanto penosi i discorsi della sinistra, tranne forse quello di Renzi, che però dovrebbe spiegare il clamoroso voltafaccia che sta facendo adesso, quando ritiene possibile un accordo con i 5 stelle dopo essere stato insultato da costoro per tanti anni e dopo aver proclamato solennemente che mai avrebbe trattato con loro. Alcune parti del suo intervento potevano avere una loro coerenza, mentre non l’avevano quelli degli altri senatori di sinistra, che ormai non sanno dire altro se non le solite trite e ritrite accuse contro Salvini, inventate per nascondere il vuoto che c’è in loro e nel loro schieramento. Una cosa poi mi fa veramente indignare, per il modo incivile e superficiale che la caratterizza: il richiamo continuo alle vacanze di Salvini, alla sua permanenza al “Papeete” (sarà un locale della riviera, penso), alle sue abitudini personali. Questa è vigliaccheria che rivela l’odio profondo e inconcludente che la sinistra, erede del vecchio comunismo che ha perduto il pelo ma non il vizio, nutre da sempre contro il “nemico”, prima Berlusconi e ora Salvini; ma non si accorgono, questi illuminati e intellettuali radical-chic, che gli insulti ed il sarcasmo non portano da nessuna parte, e che se si vuole sconfiggere l’avversario (non il nemico, come ritengono loro) lo si fa sul piano dialettico e propositivo, presentando un programma credibile e non con attacchi sterili e fondati su mezzi illeciti come il richiamo alla vita privata (che ciascuno è libero di condurre come vuole) ed il ricorso alla magistratura politicizzata.
In conclusione, se dico di essere amareggiato e deluso dalla situazione politica attuale, dico molto meno di quel che penso veramente di certa gente che ci vorrebbe governare, persone che non hanno un briciolo di coerenza e di dignità. E così dicendo mi riferisco all’ignobile inciucio che si sta preparando tra il PD e i Cinque stelle, nemici fino a ieri e oggi uniti in una vergognosa accozzaglia che non farà alcun bene al paese, ci riempirà di tasse e di immigrati di colore, mentre i nostri giovani saranno sempre più costretti ad emigrare all’estero. E questi intellettuali con la puzza sotto il naso, che si ritengono superiori agli altri solo perché sono di sinistra, si accorgeranno presto, quando arriveranno le prossime elezioni, che l’inciucio non paga, come non pagano gli insulti e le calunnie contro gli avversari. Ma allora, per loro, sarà troppo tardi, e dovranno rinchiudersi per sempre nelle università, ancora dominate dalla loro ideologia, e nelle redazioni di “Repubblica” e del “Fatto quotidiano”, perché altrove non saranno graditi.

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Come vedo la politica attuale

Il magistrato Francesco Saverio Borrelli, di recente scomparso, disse una volta che l’inchiesta “Mani pulite” del 1992/93 in realtà era stata un errore, perché aveva distrutto un’intera classe politica per farne sorgere un’altra peggiore di quella. E se lo diceva lui, si può star certi che è vero. Io non ne ho mai dubitato; anzi, vedendo lo scenario della politica attuale, non posso fare a meno di rimpiangere i tempi della prima Repubblica, che io – purtroppo per la mia età – ho largamente vissuto. I politici di allora facevano parte di un sistema irregolare, corrotto, e loro stessi lo sapevano, tanto che Craxi lo testimoniò anche davanti ai magistrati; ma almeno sapevano fare il loro mestiere, sapevano confrontarsi civilmente, dare del nostro Paese un’immagine all’esterno cento volte migliore di quella di adesso. Non ho alcuna remora a dire che rimpiango i politici di quei tempi, a prescindere dalla loro ideologia: a persone come Andreotti, Moro, Craxi, Forlani, Berlinguer, Spadolini, Almirante ecc. oggi bisognerebbe elevare monumenti, perché erano veri signori della politica, che i cittadini seguivano con interesse e partecipazione. Se allora andava a votare il 95 per cento dei cittadini e oggi ci va poco più del 50, una ragione ci sarà di sicuro.
Oggi la politica è diventata un’arena di lotta dove tutti si azzuffano e si insultano in maniera vergognosa, arrivando anche alla maleducazione ed al turpiloquio, alimentato ulteriormente dai social come Facebook; non ci sono più non solo le ideologie, ma neanche le idee stabili, nel senso che i partiti e i loro dirigenti cambiano idea da un giorno all’altro e si alleano magari con altri di cui magari, fino al giorno prima, dicevano peste e corna. Non posso fare a meno, a questo punto, di alludere alla proposta di Renzi, che pure mi è piaciuto in alcuni aspetti della sua politica quando era al governo: oggi, pur di impedire a Salvini una vittoria quasi certa, ma soprattutto per mantenere le poltrone, propone addirittura un governo di coalizione tra il PD e i Cinque Stelle, due formazioni che da sempre si sono insultate e infamate a vicenda e che non sono mai andati d’accordo su nulla. In particolare i 5 stelle, a cominciare dal comico loro fondatore, hanno criticato, deriso, insultato Renzi trattandolo come corrotto, incapace, addirittura un irresponsabile, e l’hanno fatto con tutta la cialtroneria e la maleducazione di cui sono capaci degli incompetenti che sono arrivati in Parlamento senza alcuna cultura né alcuna ideologia che ne giustificasse la nascita e l’affermazione. Il PD ha subito per anni questa pressione infamante dei grillini e ora, passando sopra a tutto ciò, vorrebbe farci un governo insieme? A me tutto ciò sembra demenziale, proprio di persone senza dignità e senza orgoglio, degni rappresentanti di un Paese che va sempre più in rovina, non solo dal lato economico ma anche da quello morale e culturale.
Anche il centro-destra, però, dà segni di instabilità. Un accordo tra la Lega e Forza Italia non mi pare affatto semplice, perché su molte questioni hanno idee molto diverse e persino contrastanti: basti pensare che votano in modo contrastante al parlamento europeo, perché gli uni sono sovranisti, gli altri europeisti. Si fa prima a dire che nessuno va d’accordo con nessuno, e che la politica attuale è un guazzabuglio nel quale i cittadini fanno molta difficoltà ad orientarsi. Lo dimostrano due cose: il fatto che molti elettori cambiano bandiera ad ogni consultazione (o quasi) e il gran numero delle persone disamorate e disgustate che non vanno più a votare. Il primo fenomeno è la conseguenza della caduta delle ideologie: ai tempi della prima Repubblica la fedeltà ad un’idea e ad un partito durava per sempre, adesso invece la gente vota per chi si rende più convincente in televisione o nei social, una volta per un partito e l’anno seguente per un altro; ed è questo, secondo me, un grave segno di decadenza del pensiero e dell’autonomia decisionale di ciascuno. Anche il secondo fenomeno è in relazione con la fine dei partiti tradizionali di un tempo, ma denota soprattutto la sfiducia dei cittadini in chi ci governa, qualunque sia la sua area di appartenenza. E aggiungo che, vista la rozzezza, l’incapacità e l’incoerenza dei politicanti attuali, non mi stupisco affatto che questo accada, e confesso che anch’io ho pensato più volte di non andare a votare, anche se poi, per adempiere ad un dovere civico, non mi sono mai astenuto. Anch’io però, come molti altri, sono disgustato dagli insulti, dagli odi, dalla volgarità della politica attuale e rimpiango sinceramente quegli statisti del passato che ho citato prima, che forse allora erano avversati perché non si sapeva chi sarebbe venuto dopo. Come dice il proverbio, al peggio non c’è mai limite, ed il nostro Paese lo sta sperimentando sulla sua pelle, lo sfascio attuale cade sulle spalle di tutti noi.

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Di cosa avrebbe bisogno la nostra scuola?

Proprio oggi nel culmine dell’estate, il 31 luglio, quando si ricorda la figura di Ignazio di Loyola fondatore della Compagnia di Gesù (per me di funesta memoria), mi viene da pensare ai problemi della nostra scuola come emergono dalle valutazioni effettuate a livello nazionale; e benché io ne sia di fatto fuori da circa un anno, da quando cioè sono andato in pensione, l’argomento mi interessa moltissimo, perché sono convinto che in un Paese civile e moderno il buon funzionamento del sistema dell’istruzione sia fondamentale. A parole sembrano accorgersi di ciò anche i politici, che però poi nei fatti smentiscono le loro stesse dichiarazioni, non preoccupandosi più di tanto dei problemi della scuola né, tanto meno, cercando di risolverli. Eppure non tutte le situazioni difficili che ci sono necessitano di aumenti di spesa pubblica; molto si potrebbe fare anche a costo zero per migliorarne la qualità.
Partiamo dai dati di fatto. I risultati delle prove Invalsi e le testimonianze di tanti operatori scolastici ci trasmettono un quadro sconfortante della preparazione dei nostri studenti: giunti al termine della scuola secondaria di primo grado (cioè la terza media) la maggior parte di loro non sa comporre un periodo sintatticamente corretto in lingua italiana, moltissimi sono coloro che compiono frequenti e ripetuti errori di ortografia (basta leggere i commenti su Facebook!), alcuni non riescono neppure a leggere agevolmente ed a comprendere un qualsiasi testo, quasi nessuno riesce più a fare semplici calcoli a memoria (persino le tabelline per tanti sono un tabù!), la memoria non viene più esercitata ed allenata, e ciò che si impara oggi domani è già dimenticato. A me sembra una situazione grave, anzi gravissima; ed altrettanto grave è prenderla alla leggera e sottovalutare il problema, perché in tal modo saremo sempre più un popolo di ignoranti e di incapaci, persone non in grado di ragionare e di sostenere le proprie iniziative, che saranno ben presto alla mercé di chi li vuole proni e sottomessi, degli “yes-men” pronti ad accettare tutto ciò che viene loro imposto, purché sia loro consentito di godere dei beni materiali. Questo già succede e succederà sempre di più, perché dove non c’è la cultura non c’è neanche la libertà spirituale e l’autonomia di giudizio. In particolare, conoscere la propria lingua e sapersi esprimere in essa in modo corretto ed autonomo è ancora essenziale nella società di oggi dove pur esistono altri linguaggi come quello informatico; ma il codice linguistico, checché se ne dica, è ancora il veicolo principale di affermazione e di successo.
E’ chiaro che una scuola ridotta così, a prescindere da quali ne siano le cause, non assolve più il suo compito. Possiamo dare la colpa alla diffusione di smartphone e di calcolatrici, che irretiscono la memoria e conculcano la curiosità intellettuale, ma non possiamo pensare di abolire questi strumenti ormai diffusissimi tra i giovani ed i meno giovani; possiamo dire che i genitori non fanno più la loro funzione educativa perché sono diventati avvocati difensori dei figli e pretendono la promozione senza dover faticare, ma anche questo deriva da un’evoluzione del costume sociale che ormai è impossibile ribaltare. Dove invece si potrebbe e dovrebbe intervenire è la legislazione scolastica, che negli ultimi decenni è stata caratterizzata da una sempre maggior tendenza ad alienare la scuola da quella che dovrebbe essere la sua funzione precipua, cioè l’istruzione dei futuri cittadini: sono stati inseriti progetti fumosi al posto delle regolari lezioni, eliminati certi esercizi che un tempo si facevano e che sarebbero ancora importanti per la formazione primaria, promossi tutti gli alunni senza distinzione, con le intuibili conseguenze che ne sono derivate. Il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi, e non credo che esistano formule magiche del tutto risolutive; tuttavia, con un po’ di sano conservatorismo (che di questi tempi è necessario, secondo me), qualche risultato si potrebbe ottenere ripristinando in parte la didattica che era in uso nelle scuole elementari e medie al tempo in cui le hanno frequentate le persone della mia età, cioè più o meno mezzo secolo fa. Quando il nuovo non funziona non si deve aver timore di ripristinare il vecchio, se da esso c’è da sperare in esiti migliori; io ho sempre pensato, infatti, che non sempre le novità sono positive ed ho sempre guardato con diffidenza le smanie di rinnovamento che purtroppo, dal “mitico” ’68 in poi, hanno stravolto la nostra scuola. Formulo dunque delle semplici proposte, che espongo dopo aver consultato anche i colleghi che fanno parte con me del gruppo di Facebook “Docenti di materie classiche” da me stesso fondato un anno fa.
1. A partire dalla scuola primaria (cioè le elementari), ritornare a svolgere dettati ortografici, riassunti e composizioni autonome in lingua italiana (temi);
2. Sempre dalle elementari, ritornare allo studio mnemonico delle tabelline e svolgere calcoli ed operazioni in modo autonomo, proibendo del tutto l’uso della calcolatrice;
3. Ritornare all’esercizio della memoria anche in italiano, con poesie ed altri testi;
4. Proibire assolutamente e totalmente l’uso degli smartphone, dei tablet e di ogni altro strumento elettronico durante le lezioni;
5. Incentivare la lettura di testi di vario genere, soprattutto narrativa e articoli giornalistici, fin dalla scuola elementare;
6. Tornare ad un maggior senso della disciplina e di rispetto per l’insegnante. Questo vale anche per i genitori, anzi soprattutto per loro;
7. Applicare sanzioni disciplinari anche gravi, arrivando alla perdita dell’anno scolastico e con decisione inappellabile, per gli studenti che si rendono responsabili di gravi atti di indisciplina. Rendere automatica la denuncia penale per i genitori che insultano o aggrediscono gli insegnanti;
8. Abolire la possibilità di fare ricorso al Tar contro le decisioni dei Consigli di Classe, organi competenti e sovrani;
9. Ripristinare le bocciature anche alla scuola primaria e secondaria di primo grado per gli alunni che non raggiungono gli obiettivi minimi previsti per la classe frequentata. Ripetere un anno non ha mai ucciso nessuno, ed in certi casi è l’unica soluzione valida per rimediare a gravi lacune. Va detto inoltre che, se la promozione è di fatto garantita come avviene oggi, ben pochi alunni saranno stimolati ad impegnarsi in modo adeguato. La scuola deve essere una cosa seria, ed una scuola che a priori non boccia nessuno non vale nulla.
Se si applicassero, almeno in parte, queste misure che – sia detto con buona pace dei “progressisti” – non sono certo soltanto io a sostenere, la qualità dell’apprendimento ne trarrebbe un indubbio beneficio, perché non è affatto vero che i ragazzi di oggi siano meno intelligenti o meno ricettivi di quanto eravamo noi; anzi, è vero il contrario, perché attualmente le fonti del sapere e gli stimoli culturali sono molti di più di quelli che avevamo noi mezzo secolo fa. Il problema è che il sistema dell’istruzione è gestito male, con uno sciocco buonismo ed un fallace progressismo che, pur essendo motivato – quando il processo di rinnovamento è iniziato negli anni ’60 e ’70 – dalla necessità di superare una concezione classista della scuola, è sconfinato poi nel lassismo più indecente e ci ha portati al tracollo ed allo sfascio dell’intero sistema scolastico. Certo, chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati è un rimedio tardivo; però, come si dice, è sempre meglio tardi che mai.

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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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L’esame cambia spesso, ma sempre in peggio

Bisogna che lo ammetta: sono un inguaribile illuso. Qualche tempo fa, leggendo le modalità di svolgimento del nuovo esame di Stato conclusivo della scuola Superiore, mi era sembrato che vi fossero novità positive, come l’aumento del punteggio del credito e l’avvio del colloquio non più tramite la cosiddetta “tesina” (spesso copiata) ma mediante un argomento estratto a sorte dal candidato. Però è avvenuto, come spesso accade agli ottimisti, che all’illusione iniziale sia succeduta una cocente delusione, per la quale sono arrivato alla ferma convinzione che ogni volta che nella scuola cambia qualcosa si finisce per fare peggio di prima. Così questo esame, che anche negli anni precedenti era un “pro forma” dove tutti o quasi venivano promossi, adesso è diventato un’autentica farsa, tanto da farci concordare con coloro che da tempo ne sostengono l’abolizione, trattandosi ormai evidentemente di un rito costoso ed inutile.
Già avevo scritto su questo blog che l’aumento del punteggio del credito scolastico, di per sé opportuno, è stato male interpretato dalle scuole, le quali hanno fatto corse al rialzo ed hanno attribuito a tutti o quasi punteggi alti, in modo da garantirne la promozione ancor prima di sostenere l’esame. A questo malcostume, tipico della scuola-azienda dove conta l’involucro esteriore e non la qualità del prodotto e dove si deve mirare unicamente alla “customer satisfaction”, si è aggiunta la modalità ridicola con cui si sono svolti i colloqui orali. Poiché è stata abolita la terza prova scritta, che consentiva almeno di vagliare la preparazione del candidato in quattro o cinque materie, ci si sarebbe aspettati che il colloquio fosse più ampio e comprensivo, un’occasione in cui la commissione avesse avuto la possibilità di accertarsi sulle conoscenze e le competenze del candidato in tutte le materie studiate l’ultimo anno di corso. Invece che cosa è accaduto? E’ vero che lo studente non sa quale sarà l’argomento che dovrà estrarre a sorte, ma esso fa parte comunque dei contenuti studiati durante l’anno; perciò non sarà difficile per lui (o per lei), a meno che non sia proprio uno sciocco, fare collegamenti (più o meno forzati) tra l’argomento iniziale ed alcuni trattati nelle altre materie, in modo da coinvolgere tutti i docenti della commissione. E la commissione, in ottemperanza alle direttive ministeriali, si accontenta di ciò che il candidato espone, intervenendo e correggendolo solo se esce palesemente dal percorso tracciato o se dice gravi inesattezze. Ed in pratica, avendo il Ministero più volte ribadito che si tratta di un colloquio e non di un’interrogazione, e che non deve esserci rigida distinzione tra le discipline, lo studente può esibirsi in un monologo senza che nessuno possa rivolgergli domande di tipo o genere diverso da quelle afferenti all’argomento iniziale estratto a sorte. Così quella che sembrava una maggiore difficoltà per i candidati (l’estrazione casuale di un argomento anziché la tesina personale) si è rivelata una ancor maggiore facilitazione, perché in sostanza essi parlano di ciò che vogliono, operano i collegamenti che vogliono senza mai uscire da un percorso prefissato e senza che nessuno possa loro rivolgere altre domande diverse dal percorso stesso.
E’ accaduto così che, se uno studente estrae come argomento, ad esempio, la figura dell’eroe, per italiano parlerà soltanto di D’Annunzio e del “superuomo”, per filosofia accennerà solo a Nietzsche, senza che i due docenti possano chiedere altro, ad esempio Leopardi o Schopenauer. Mi chiedo quindi, sempre per fare un solo esempio, a cosa serve leggere durante l’anno il Paradiso di Dante quando all’esame di Dante non si fa neanche menzione, a meno che qualcuno – e solo se lo vuole – non vi faccia uno specifico riferimento. In sostanza il candidato conduce tutto il colloquio dicendo quel che vuole, evitando tutto quello che non sa, a causa di questa sciocca fissazione per l’interdisciplinarietà che caratterizza questo esame, e che oltretutto viene intesa in modo errato; fare un colloquio interdisciplinare, infatti, non dovrebbe significare che lo studente collega le materie che vuole e nel modo che vuole senza che la commissione abbia spazio, ma che invece dovrebbero essere i docenti a scegliere i collegamenti opportuni, saggiando la capacità dello studente di muoversi agevolmente tra discipline diverse e argomenti diversi, anche lontani da quello iniziale. Penso anzi che l’abolizione della terza prova scritta avrebbe dovuto di necessità suggerire un orale più “serio”, che prendesse pure inizio dall’argomento estratto ma che desse poi alla commissione la facoltà di saggiare la preparazione dei candidati anche su altri contenuti di tutte le discipline. Invece si è verificato il contrario: l’esame attuale è risultato più facile del precedente, una sorta di commedia ridicola dall’esito ormai scontato.
Tirando le somme di ciò che è avvenuto agli esami (un tempo “di maturità” e ora “di Stato) dobbiamo riconoscere che era molto più serio ed impegnativo quello che ho sostenuto io nel 1973 che quello di oggi. Allora c’erano due scritti ed un orale su due sole materie, di fatto entrambe scelte dal candidato; però quelle materie venivano veramente approfondite, con domande su tutto il programma, senza scelte da parte del candidato. Ad italiano si leggevano testi di Manzoni, Leopardi, i poeti del ‘900, che lo studente doveva dimostrare di aver compreso e di saperli commentare, e soprattutto si leggevano e interpretavano passi di Dante; in latino ed in greco, oltre alle domande di letteratura, si facevano leggere testi classici, con metrica, traduzione e commento sia grammaticale che storico-letterario; in matematica si facevano esercizi di trigonometria e si dovevano conoscere non solo le regole ma anche le dimostrazioni. Oggi di ciò non è rimasto nulla: in teoria si portano tutte le materie (il che farebbe pensare ad un maggiore impegno rispetto a quando se ne portavano solo due), ma di fatto tutto si limita ad una chiacchierata del candidato che va dove vuole e dice quel che vuole, senza contraddittorio o quasi, e senza alcuna reale verifica della sua preparazione.
Di fronte a un degrado di questo tipo viene da chiedersi quale sia il motivo per cui continuare con questa farsa, che costa soldi allo Stato e non serve assolutamente a nulla. Tanto vale lasciare il giudizio agli insegnanti interni e spedire a casa agli studenti il diploma, già pronto e compilato. Io non amo la dietrologia, ma dinanzi a questo disastro sono propenso a rivalutare l’opinione di chi ritiene che a chi detiene il potere fa comodo un popolo di ignoranti, un popolo bue che accetta qualunque imposizione senza neanche rendersi conto delle ingiustizie ed i soprusi che subisce. Già vediamo gli effetti della scuola facile come l’analfabetismo di ritorno, per cui persone diplomate e laureate non sanno comprendere un semplice periodo scritto in italiano, né tanto meno comporne uno senza svarioni ortografici o sintattici. Continuiamo così, accontentiamoci dello smartphone e del “Grande Fratello” , e presto scopriremo che i veri barbari siamo noi, non quelli che ci invasero agli inizi dell’epoca medievale.

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Antigone e la Sea Watch

Ho sempre sostenuto, e non è certo questa la prima volta, che io sono contrario all’attualizzazione forzata dei classici, l’abitudine cioè di registi, giornalisti, politici e intellettuali vari di interpretare in chiave moderna dei testi antichi che erano stati scritti o allestiti per il pubblico di allora, con il pensiero e la mentalità di quei tempi. Ho polemizzato spesso, proprio per questo motivo, con i registi delle opere liriche che rappresentano il Duca di Mantova del “Rigoletto” verdiano che arriva in scena a bordo di uno scooter, con quelli che negli anni ’70 rappresentavano il Prometeo di Eschilo adombrando nella figura tirannica di Zeus il presidente degli Stati Uniti, con i filologi classici che hanno fatto dire ad autori antichi ciò che ai loro tempi non esisteva e non se ne aveva il minimo sentore: una somma sciocchezza, a questo proposito, è stato l’atteggiamento di alcuni storici marxisti che hanno voluto trovare forzatamente in poeti come Lucrezio i germi della “lotta di classe” ed altre idiozie di questo tipo che ora non voglio ripetere. Chi fosse interessato può leggere i post dei mesi precedenti.
Quello che mi preme puntualizzare adesso è una vicenda di stretta attualità, quella della nave “Sea Watch” e dell'”eroina” sua capitana, che ha infranto volutamente in modo gravissimo le leggi del nostro Paese per portare da noi dei migranti che non abbiamo assolutamente il dovere di accogliere. L’ONG che ha salvato i migranti è tedesca, la nave è olandese, la capitana è tedesca, sono partiti dalla Libia… e cosa c’entra l’Italia in tutto ciò? La logica sarebbe stata quella di portare le persone a Tunisi, porto sicuro e più vicino, oppure in Germania o in Olanda, non in Italia. Dal comportamento della capitana, che ha forzato il blocco mostrando il più rivoltante disprezzo per l’Italia e le sue leggi, si ricava che dietro tutto ciò c’è un business, uno squallido commercio fondato sulla pelle dei migranti, e che in questo commercio sono implicate sia le ONG che alcuni trafficanti del nostro Paese; altrimenti non si spiegherebbe perché tutti o quasi coloro che fuggono dall’Africa vengono portati in Italia, quando ci sono in Europa altri 27 paesi che hanno lo stesso nostro dovere di accoglierli, ammesso che questo dovere esista. Quindi l’umanità e la volontà di salvare vite umane è solo un pretesto, una copertura facilmente individuabile che nasconde qualcosa di peggio ed in particolare, da parte della signorina capitana della nave, la scarsa considerazione per l’Italia che da sempre hanno avuto i tedeschi, che l’hanno considerata una terra di conquista popolata da una razza inferiore alla loro. Su questo piano la signorina ha in comune qualcosa con Hitler, benché le manchino i baffetti.
Eppure, nonostante i fatti gravissimi a cui abbiamo assistito, la sinistra italiana non ha perso occasione per attaccare il governo ed in particolare Salvini, arrivando addirittura a giustificare e sostenere l’illegalità ed il comportamento criminale della capitana. Ma lasciando stare il tema generale, quello che mi interessa in questa sede è che molte persone di quell’area politica, compresi docenti universitari di chiara fama (che ovviamente, per potersi dare arie da intellettuali, sono tutti di sinistra), hanno tirato in ballo testi classici per avvalorare il loro buonismo, ed in particolare l’Antigone di Sofocle, rappresentata ad Atene verso il 440 a.C. Penso che la vicenda sia nota, quindi non sto a ripeterla nei particolari: riassumo solo il dato centrale, il fatto cioè che Antigone, figlia di Edipo re di Tebe, disobbedisce al divieto proclamato dal nuovo re Creonte di seppellire Polinice, fratello di Antigone caduto in guerra; e aggiungo che il divieto era grave perché per la coscienza dei Greci lasciare insepolto un cadavere era uno spregio irreparabile a lui ed alla sua famiglia. I nostri bravi intellettuali hanno preso spunto dalla vicenda di Antigone per dichiarare che alle leggi ingiuste non bisogna obbedire e quindi – rivolta la vicenda al caso presente – avrebbe fatto bene la capitana a sbeffeggiare in tal modo il governo italiano e tutto il Paese. Io ribadisco che un uso tale dei classici è demenziale, e denota anche una scarsa conoscenza della tragedia greca: se è vero infatti che noi moderni, in base al nostro substrato etico-sociale, siamo portati a dare ragione ad Antigone che vuol seppellire il fratello e dice di essere nata per amare e non per odiare, è altrettanto vero che i Greci antichi, ai quali era destinata l’opera di Sofocle, non la pensavano esattamente così. Io, quando in tante classi ho parlato a lungo di questa tragedia ed ho sollecitato in proposito il dibattito con gli studenti, ho fatto loro presente che per gli antichi Greci le leggi dello Stato rappresentate da Creonte non erano affatto meno importanti di quelle familiari o umanitarie sostenute da Antigone; e non credo proprio che Pericle, che con ogni probabilità assistette alla rappresentazione, avrebbe tollerato che una nave spartana o comunque straniera entrasse senza permesso al Pireo e cercasse di uccidere militari ateniesi come ha fatto la signorina comandante. Se costoro mettono avanti l’Antigone, che è un’opera scritta per “quel” tempo e per “quel” pubblico, e non può essere attualizzata in questo senso perverso adattandola al buonismo attuale, io potrei contrapporre loro il Critone di Platone, dove Socrate dice che le Leggi dello Stato vanno comunque obbedite, anche a costo della vita; se non vanno bene si possono cambiare, ma finché ci sono vanno rispettate. Questo è uno dei capisaldi della democrazia come sistema politico, che evidentemente Zingaretti, Del Rio, Fratoianni, la Boldrini e la loro ghenga non hanno ancora compreso.
C’è poi da aggiungere un’altra cosa, che vale anche per chi ha tirato fuori in questa vicenda, come al solito, le leggi razziali del 1938, i campi di concentramento, la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti ecc. Costoro dicono che tutto ciò a quei tempi era legale, ma che è stato giusto e sacrosanto opporvisi e rovesciare quei regimi, ai quali io aggiungo volentieri anche quello di Stalin e le atrocità degli altri regimi comunisti, di cui la nostra sinistra si dimentica spesso. Certo che fu giusto disobbedire a quelle leggi e rovesciare quei regimi; ma si trattava di provvedimenti razzisti e ispirati ad una violenza omicida, emanati da regimi totalitari; ma oggi viviamo in democrazia, le leggi attuali sono state approvate da un Parlamento regolarmente eletto e non da un dittatore pazzo criminale come Hitler, così come quelle contro la sepoltura di Polinice rifiutate da Antigone erano state emanate da un tiranno sanguinario. Quindi non ha senso paragonare la disobbedienza civile di Antigone o di chi combatté il nazismo con l’azione sprezzante e sbruffona di una capitana che non ha mostrato altro che la propria inciviltà e la propria sottomissione a interessi economici che speculano sui migranti mascherandosi da salvatori di vite. Una persona spregevole che ha compiuto un atto spregevole che offende tutti gli italiani, perché dimostra come gli stranieri si facciano imnpunemente beffe di noi e abbiano di noi una considerazione pari a zero. Se un fatto del genere fosse accaduto in un porto tedesco, il capitano che avesse osato trasgredire le loro leggi sarebbe stato in galera (non ai domiciliari!) per un bel pezzo. Cerchiamo quindi di essere grati a chi, pur con tutti i suoi errori, sta cercando di restituire all’Italia il ruolo che le spetta all’interno della comunità internazionale.

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Osservazioni sul “nuovo” esame di Stato

Tanto per essere chiari, la denominazione “esame di Stato”, quello che si svolge al termine della scuola secondaria di secondo grado, ha sostituito da oltre 20 anni quella vecchia di “esame di maturità”; ma i giornalisti a quanto pare non l’hanno ancora capito, perché continuano, dopo tutto questo tempo, a chiamarlo “maturità”. Non c’è da stupirsene, perché costoro sanno poco o nulla di scuola, e quando ne parlano dicono spesso delle emerite sciocchezze. Comunque, a parte questo, l’esame di Stato di quest’anno ha diversi elementi di novità rispetto al precedente. Su di essi avevo già espresso, in precedenti articoli, un giudizio positivo; pur tuttavia, come sempre avviene, il buon esito di una prova di questo genere dipende dalla professionalità dei docenti e quindi anche le novità, buone di per sé, possono essere applicate in modo discutibile, come già sento che in molti luoghi è avvenuto.
Cominciamo dall’aumento del credito scolastico, cioè la parte di punteggio riservata al curriculum dello studente negli ultimi tre annni di corso, da 25 a 40 punti sul totale di 100. Di per sé la cosa è positiva, perché l’andamento didattico degli studenti durante il percorso di studi deve avere un peso sensibile, altrimenti si rischia che il voto finale dipenda quasi del tutto dall’esame, con le ben note varianti dovute alla fortuna, all’emotività dell’alunno, agli umori dei commissari ecc. Però sono già venuto a sapere che in certe scuole hanno utilizzato questo aumento del punteggio per favorire ancor più i loro alunni e garantirne la promozione: ci sono classi, infatti, in cui i punteggi del credito vanno tutti da 30 a 40, il che in pratica garantisce il superamento dell’esame, per il quale bastano 60 punti su 100. Ecco un altro esempio di malcostume, la lievitazione dei voti e dei crediti per far fare bella figura alla scuola; io sono infatti convinto, e lo sono sempre stato, che il blandire ed il favorire così smaccatamente gli studenti venga fatto non tanto per amor loro, quanto di se stessi e della propria scuola, dandosi per sottinteso che se una classe riporta alte valutazioni il merito vada attribuito ai docenti che li hanno avuti durante l’anno e che sono stati così bravi da tirar fuori una classe intera di geni. Le valutazioni delle quinte classi dei Licei sono sempre o quasi gonfiate dai consigli di classe; quest’anno poi, quando il credito conta più di prima, la cosa è ancor più efficace e atta a garantire – almeno nella facciata esteriore – il buon nome dell’istituto.
Altra novità è quella che riguarda il colloquio orale: abolita la cosiddetta “tesina”, ora gli studenti dovranno estrarre a sorte una busta dove sarà stato collocato un argomento da sviluppare con collegamenti interdisciplinari. Di per sé questo sembra un passo in direzione di una maggiore serietà dell’esame, ma anche qui ci sta l’inghippo, anzi ce ne sono più d’uno. A parte il fatto che i membri interni in molti casi avranno certamente modo di comunicare in anticipo agli studenti questi argomenti (in numero pari a quelli degli alunni +2), i quali se li possono studiare prima dell’esame, ma c’è anche, in aggiunta a questo, la prescrizione ministeriale ai docenti di non porre domande extra all’argomento centrale, perché si tratta di un “colloquio” e non di un’interrogazione. Qui però bisognerebbe intendersi: se i docenti non possono divagare al di là delle linee contenute nella famigerata busta estratta, allora uno studente con un minimo di conoscenze e di spigliatezza potrà compiere un unico soliloquio collegando a suo piacimento l’argomento base con altre discipline, così da condurre da solo tutto il colloquio. Se poi si aggiunge che in 50 minuti circa il candidato dovrà parlare anche della sua esperienza di alternanza scuola-lavoro ed anche di educazione civica (così pare), e che a ciò si aggiunge anche la revisione delle due prove scritte, quanto tempo rimarrà alla commissione per verificare la preparazione oggettiva dello studente? Praticamente poco o nulla. Si rischia così che l’esame, nonostante l’apparente maggiore serietà rispetto al precedente, si risolva in una farsa ridicola dove la promozione è scontata in partenza e dove le commissioni non avranno alcuna possibilità di esprimere un giudizio preciso e oggettivo.
Io personalmente, visto che sono in pensione e non ho più l’obbligo di partecipare agli esami, quest’anno me ne sono tenuto fuori proprio perché temevo incomprensioni e contenziosi legati alle novità non sempre chiare che il Ministero ha deciso di varare. A mio giudizio, tuttavia, si sarebbe potuto anche con queste novità migliorare la serietà e l’equità delle valutazioni. Al colloquio, ad esempio, va bene la scelta casuale degli argomenti, ma questa avrebbe dovuto costituire solo l’inizio del colloquio, diciamo i primi dieci minuti; poi i vari commissari avrebbero dovuto avere la facoltà di porre domande specifiche su tutte le materie di loro competenza, e sul programma dell’intero anno scolastico. Proprio perché è stata abolita la terza prova, che era multidisciplinare, sarebbe stato giusto sondare la preparazione dello studente con maggiore severità; al liceo classico, per esempio, sarebbe stato opportuno porre domande di storia letteraria, far tradurre un breve testo classico di latino e di greco, fare domande su tutte le altre materie, comprese quelle scientifiche. Con queste prescrizioni ministeriali, invece, si rischia che lo studente faccia l’esame tutto da solo e che i docenti stiano lì ad ascoltare soltanto senza poter neanche fare domande. A me pare assurdo ed in netto contrasto con l’intenzione con cui, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, erano state presentate le novità di quest’anno, che dovevano andare nella direzione di un accertamento più rigoroso delle conoscenze e delle competenze degli studenti.
Concludo dicendo che in Italia, a quanto io ricavo da molti segnali che giungono anno dopo anno, pare che non ci sia proprio la volontà di rifondare una scuola seria, una scuola che formi veramente e che sia selettiva, perché la selezione è necessaria per il giusto collocamento di ogni cittadino in società. Una scuola che promuove tutti, magari con voti alti e altissimi come ormai accade da noi, è una scuola che non vale nulla, perché non istruisce ma produce solo diplomi di carta straccia e analfabeti di ritorno. Gli studenti migliori, poi, restano delusi e mortificati da questo andazzo, perché un’ottima valutazione è veramente soddisfacente quando è unica o rara; se invece tutti o quasi hanno voti alti, questi voti finiscono per non valere più nulla. Sta già accadendo, e ancor più accadrà in futuro.

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La sinistra e la cultura

Fin dagli anni ’60 dello scorso secolo, ed in particolare dopo il “mitico” ’68, la sinistra ha avuto in Italia il monopolio della cultura, per cui è ben presto venuta in auge l’equazione uomo di sinistra = intellettuale, della quale i residui si vedono ancor oggi. La diffusione capillare dell’ideologia marxista nelle scuole, nelle università, nei centri culturali e nei giornali fece sì che la parola “cultura” si identificasse sempre e comunque con quella stessa ideologia; ed a ciò contribuirono sia l’impegno personale dei giovani sessantottini e di chi li sostenne e cavalcò allora l’onda della pretesa “rivoluzione”, sia la colpevole inerzia delle altre parti politiche, le quali non s’impegnarono abbastanza per creare una cultura alternativa: se si eccettuano i cattolici, la cui presenza però nelle università fu sempre marginale (v. “Comunione e liberazione”), nessuno si oppose mai al predominio culturale marxista. I governi democristiani non fecero nulla in tal senso, troppo occupati a gestire il potere con il più smaccato clientelismo, mentre la destra italiana – allora rappresentata soprattutto dal MSI – non fu mai in grado di produrre intellettuali di un certo peso, con pochissime eccezioni certo importanti ma non in grado di contrastare l’assoluto predominio della parte avversa. Questa situazione fece sì che molte persone, attratte dal mito della superiorità culturale, aderissero a partiti e movimenti di sinistra solo per avere una considerazione sociale che altrimenti non avrebbero avuto, quasi per moda, così come si compravano i pantaloni a zampa di elefante o portavano barba e capelli lunghi. Chiunque avesse letto o scritto qualcosa, chiunque volesse entrare nel mondo magico degli “intellettuali” doveva necessariamente essere di sinistra, altrimenti quel mondo gli sarebbe stato per sempre precluso.
In questi 50 anni la società è profondamente cambiata: oggi non esiste più la sinistra “rivoluzionaria” e violenta degli anni ’70 e ’80 se non in poche sparute fasce di esagitati, mentre i rappresentanti ufficiali di quella che doveva essere l’ideologia marxista sono profondamente cambiati, hanno assunto atteggiamenti e modi di vita che un tempo erano quelli dei “padroni”, dei loro nemici di sempre. Attualmente i radical-chic ed i “comunisti con il Rolex” si sono talmente allontanati dalle loro basi ideologiche da essere passati sul fronte opposto: hanno perduto il consenso delle classi medio-basse (non si parla più di “proletari”, che di fatto non esistono più) e lasciano all’esecrato governo gialloverde Lega-Cinque stelle quei provvedimenti che un tempo erano considerati “di sinistra” (si pensi al reddito di cittadinanza, a “quota 100”, al salario minimo garantito ecc.). Eppure, nonostante questa epocale trasformazione per la quale la sinistra fa oggi una politica di destra ed è stata abbandonata da chi prima le apparteneva di diritto (gli operai, che adesso votano Lega e Cinque stelle), qualcosa le è rimasto dei suoi caratteri originari: la pretesa di possedere il monopolio della cultura, una presunta superiorità ostentata ed espressa in televisione, sui giornali, nei social in forma di insulto per chiunque appartenga al fronte opposto, etichettato non solo come “fascista” e “razzista”, ma soprattutto come ignorante, come escluso cioè dall’Olimpo della conoscenza illuminata. Di recente alcuni esponenti di spicco dell’élite radical-chic italiana (mi viene in mente Gad Lerner, ma ce ne sono stati molti altri) hanno definito “ignoranti e sottosviluppati” coloro che alle ultime elezioni hanno votato la Lega di Salvini, senza neanche cercare di scoprire i motivi per cui questo fenomeno si è manifestato in modo tanto evidente. Eppure, dovrebbero sapere – se sono veramente persone di cultura – che con l’avversario si deve dialogare, non fermarsi all’aspetto becero dell’insulto e della demonizzazione; e chi subisce una sconfitta deve anzitutto cercare di insividuarne le ragioni e trovare il modo di ovviare al problema, magari cambiando politica e cercando di riavvicinarsi a quelle classi sociali di cui la sinistra, per sua colpa esclusiva, ha perduto l’appoggio e la fiducia. Invece, con quella loro odiosa supponenza, i radical-chic nostrani altro non fanno se non svalutare gli avversari trattandoli da selvaggi e ostentando ancora una volta, in modo ancor più odioso di quanto avveniva negli anni ’70 e ’80, una superiorità umana e culturale che non si vede dove abbia fondamento. Ciò è avvenuto anche dal 1994 in poi con Berlusconi, attaccato anche sul piano giudiziario con accuse assurde come quelle del processo “Ruby” e continua adesso con Salvini e la Lega: chi non è con loro è contro di loro, con il “nemico” non si dialoga, si insulta e basta, e tutti quelli che lo sostengono sono trattati alla stregua di imbecilli oppure, nel migliore dei casi, di disinformati.
Io nel mio piccolo mi sono sempre considerato una persona di cultura. Certo, non sono un “tuttologo”, ho dei limiti precisi; ma nel mio campo di interessi (che è l’antichità classica) mi pare di aver dimostrato le mie qualità, anche mediante le mie pubblicazioni tra cui va annoverata anche un’intera storia e antologia della letteratura latina. Eppure per i radical-chic altro non sono che un povero ignorante, perché non sono di sinistra e non appertengo alla loro casta di privilegiati. Questi atteggiamenti di supponenza, di “puzza sotto il naso” di quella parte politica mi hanno sempre fatto orrore, così come mi fa orrore il marxismo in sé ed il modo in cui in tutto il mondo è stato applicato dai regimi che vi si sono richiamati; però debbo riconoscere che la colpa di questa situazione è anche dei cattolici e della destra stessa, che non è mai riuscita a formare una cultura alternativa che potesse contrastare il monopolio della sinistra. E sbagliano, secondo me, oggi anche coloro che, visti gli atteggiamenti supponenti degli avversari, svalutano la cultura e parlano di “professoroni” verbosi ed inconcludenti, che scrivono con errori di ortografia pensando che la correttezza linguistica non sia importante, che sostengono in sostanza il principio deleterio secondo cui “la cultura non si mangia”. E’ questo un gravissimo errore, perché oggi più che mai il sapere è importante, se non altro per poter argomentare e sostenere le proprie posizioni ribaltando e confutando quelle degli avversari. Chi non conosce la storia, per fare un solo esempio, non potrà mai comprendere il presente, ed un popolo che non ha passato non ha neanche un futuro; per questo la conoscenza è fondamentale per tutti i cittadini di un paese civile, perché solo attraverso di essa si può arrivare alla verità e sconfessare chi ci ha consegnato una realtà distorta, come è avvenuto con i libri scritti dagli storici marxisti. Ci lamentiamo del fatto che nessuno ci ha parlato, quando andavamo a scuola, delle foibe o delle atrocità compiute dai partigiani comunisti in Italia e altrove: ecco, questa è una nostra mancanza, perché se ci fosse stata nei decenni passati una cultura alternativa a quella dominante di sinistra tutto ciò sarebbe venuto alla luce. Quindi non è svalutando la cultura, ma sostenendola e alimentandola che si potrà finalmente rompere questo annoso pregiudizio per cui, se vuoi essere considerato un intellettuale, devi per forza essere di sinistra. E’ tempo di cambiare rotta e di correggere gli errori del passato; e questo debbono farlo tutti, soprattutto coloro che non appartengono alla beata casta dei radical-chic.

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Parliamo di scrutini…

Oggi qui in Toscana è l’ultimo giorno di attività didattica, e quindi fin da oggi pomeriggio (o da domani al massimo) inizieranno gli scrutini finali dell’anno scolastico, dando la precedenza quasi certamente alle classi quinte che debbono sostenere l’esame di Stato. Per la prima volta io non partecipo, essendo ormai in pensione, ma avverto comunque il bisogno di interessarmi e parlare dell’argomento perché mi sento ancora un docente e non posso abbandonare del tutto quella che è stata per quarant’anni la principale attività della mia vita. Si dice che chi è carabiniere o ha militato nel corpo degli alpini rimanga nel suo ruolo per tutta la vita, anche quando è pensionato; ed io credo che lo stesso si possa dire per qualsiasi professione.
Gli scrutini finali sono uno dei momenti più difficili della professione docente, perché non si tratta di un normale adempimento come fare una lezione o scrivere una relazione, ma di prendere decisioni che possono influire sulla vita degli studenti, anche oltre quello che è il semplice risultato dell’anno scolastico. Per questo molti colleghi si lasciano prendere da scrupoli di coscienza, l’insicurezza prende campo in loro, ne influenza il modo di pensare e di agire e molto spesso ciò si risolve in un “aiuto” dato allo studente, giacché è convinzione diffusa l’idea che il bene dell’alunno coincida sempre e comunque con la promozione, mentre la bocciatura è giudicata da tutti come un’autentica sciagura, un fallimento non tanto dello studente e della sua famiglia (che magari ha fatto la scelta sbagliata nel far intraprendere al figlio o alla figlia un percorso scolastico non adatto), quanto della scuola stessa. Molti colleghi continuano a colpevolizzarsi e a ritenere che l’insuccesso di certi studenti non dipenda dal loro scarso impegno, alla loro demotivazione o mancanza di attitudini, bensì dall’inadeguatezza dell’insegnante stesso, che non è riuscito a comprendere o a valorizzare certe qualità che, pur restate nascoste, da qualche parte dovevano pur essere. Perciò, se in una classe ci sono diversi alunni con insufficienze, si finisce con il pensare che la colpa sia dei docenti: lo pensano le famiglie (che non ammettono quasi mai le mancanze dei propri figli), lo pensano i dirigenti scolastici, i quali pretendono che i professori mettano in atto una serie di fantomatiche “strategie” per recuperare quello che non si può recuperare, e finiscono per pensarlo i docenti stessi che si vedono attaccati da ogni parte. E allora meglio promuovere tutti, così sono tutti contenti ed il senso di colpa può finalmente dissolversi. Si sa che con i sensi di colpa si vive male; quindi è meglio liberarsene facendo sanatorie generali, magari partendo da qualcuno i cui voti vengono sollevati per qualche ragione particolare (problemi personali, situazioni familiari, stati di salute ecc.) e poi, per un malinteso senso di equità, estendendo il beneficio a tutti gli altri.
Le motivazioni per le quali gli scrutini finali sono spesso delle farse pietose dove al posto di giudizi seri e motivati si assiste al mercato delle vacche sono molteplici: ci sono ancora, sebbene siano passati 50 anni, residuati ideologici di origine sessantottina, quando la promozione era un atto dovuto mentre bocciare era”fascista”; ci sono ragioni di tipo utilitaristico, tipo evitare che vengano accorpate o non concesse delle classi se il numero degli alunni, in seguito a non ammissioni all’anno successivo, diventa troppo esiguo; c’è anche, da parte di alcuni colleghi, un senso di protezione e di attaccamento materno (o paterno) verso i propri studenti, per cui bocciarne qualcuno crea un senso di disagio e di frustrazione al professore stesso; c’è infine questo senso di colpa, di inadeguatezza al proprio ruolo che si è diffuso in società e ha contagiato molti dirigenti e professori, in base al quale l’insuccesso scolastico di uno studente non dipende da lui ma da chi non ha saputo comprenderlo e valorizzarlo, o non ha adottato le necessarie “strategie” per fargli raggiungere, a forza di spinte, la sufficienza. Tutta la società, a partire dagli organi di informazione, dai pedagogisti, psicologi e sociologi, è portata a blandire gli studenti e giustificarli per ogni loro mancanza: se sono maleducati e indisciplinati, la colpa è del professore che non sa tenere la disciplina; se non studiano e vengono a scuola a scaldare il banco, la colpa è del professore che non sa interessarli e motivarli; se hanno un rendimento scarso, è perché il professore pretende troppo, è troppo severo e arcigno, offende l’autostima dei poveretti capitati sotto le sue grinfie. Si dice che una falsità, se ripetuta tante volte, finisce per diventare una verità: e così è accaduto nella scuola, dove i docenti stessi si sono abituati ad autoaccusarsi degli insuccessi altrui, e quindi, per tranquillizzarsi la coscienza, si fanno sanatorie indegne agli scrutini mandando avanti degli ignoranti che diventeranno analfabeti di ritorno, anzi lo sono già. Poi ci sono anche casi particolari, quando cioè si debbono scrutinare studenti che sono figli di colleghi insegnanti; e questa è la peggiore sciagura che possa capitare ad uno di noi, di avere in classe il figlio di un collega della nostra stessa scuola. Accade molto spesso che certi docenti, magari professionalmente seri e pure severi con i propri alunni, una volta diventati genitori si rivelano peggio degli altri e pretendono che per il proprio figlio si faccia eccezione alle regole e si dilatino le valutazioni come palloni che si gonfiano ad aria compressa. Ma questo argomento è troppo ampio per essere affrontato qui: magari sarà oggetto di un prossimo post di questo blog.
Per tutti i quarant’anni in cui ho prestato la mia opera di docente, io ho sempre pensato che la non ammissione di un alunno alla classe successiva (cioè la bocciatura) non sia affatto una sciagura o un giudizio fallimentare sulla persona, poiché sappiamo tutti che ci sono stati e ci saranno sempre tanti casi di studenti dal cattivo rendimento scolastico che però poi hanno avuto grandi successi nella vita. Einstein fu bocciato in quinta elementare, e Giuseppe Verdi non fu ammesso al conservatorio di Milano! Un alunno può anche avere grandi capacità che poi svilupperà negli anni futuri ma non essere tagliato per il corso di studi che ha scelto (o che i genitori hanno scelto per lui), può essere stato svogliato per problemi personali o per qualsiasi altro motivo, ma questo non limita certamente il suo valore umano. La non ammissione alla classe successiva non significa affatto che il ragazzo o la ragazza siano mentalmente inferiori agli altri o siano dei reietti della società, come li si vorrebbe far passare; significa soltanto che, per una serie di motivi non sempre chiari e palesi, non sono stati raggiunti neanche gli obiettivi minimi che erano preposti alla classe da loro frequentata. E perciò, come non si darebbe in mano un aereo ad un pilota che non ha dimostrato di saperlo guidare, come non si farebbe entrare in sala operatoria chi non ha la specializzazione in chirurgia, così non si può e non si deve promuovere chi non lo merita. Anche se vissuta come un dramma, la ripetizione di un anno scolastico non lo è affatto; anzi, rivedendo con calma quei contenuti che non si sono appresi, ricostruendo quelle basi tecniche che si è dimostrato di non possedere (penso alle conoscenze linguistiche del latino e del greco, ma anche alla matematica), lo studente vivrà più tranquillo e avrà modo di riprendersi l’anno successivo e di avere un profitto migliore. Mandandolo a frequentare una classe superiore per la quale non ha le basi e le conoscenze necessarie, lo si condanna invece a sentirsi sempre inferiore agli altri, a vivere nell’angoscia di non riuscire a seguire programmi e contenuti per i quali non è preparato. In questi casi promuovere equivale non ad aiutare, ma al contrario a danneggiare lo studente. Qualcuno di questi pedagogisti post sessantottini dice ancora che la bocciatura non serve, perché deprime e demotiva dallo studio; io invece sostengo il contrario, perché nella mia lunga carriera ho visto molte volte alunni che hanno ripetuto un anno ma hanno trovato in ciò una nuova motivazione che ne ha migliorato di molto non solo il rendimento scolastico ma anche l’autostima e la serenità personale. E poi sono convinto fermamente di una cosa: che se la bocciatura serve a poco, la promozione immeritata serve ancor meno.

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Il mondo classico e l’attualità

Dico subito, come premessa irrinunciabile, che io sono sempre stato contro le attualizzazioni dei periodi storici passati, che non posso concepire se non come forzature della realtà e come mancato rispetto per gli autori che hanno composto determinate opere e per il pubblico cui erano destinate. Già ho avuto modo di condannare, in post precedenti, certi allestimenti di opere liriche composte nei secoli XVIII o XIX e riambientate ai giorni nostri, un vezzo che ha contagiato molti dei registi attuali: in una rappresentazione del Rigoletto di Verdi, tanto per fare un esempio cui ho assistito personalmente a Firenze, il Duca di Mantova entrava in scena su uno scooter, una Vespa 50, ed io ancora sto a chiedermi quale fosse l’illuminata idea di quel regista nel presentare in tal modo un’opera del 1851. Anche in altri luoghi ciò è avvenuto: personaggi di opere settecentesche vestiti con jeans e minigonne, se non in costume da bagno, scene ambientate in locali alla moda o addirittura su spiagge affollate e altre “perle” di questo tipo. Non riesco a capire il motivo di queste grossolane forzature. Forse si crede di attrarre così gli spettatori, magari i piuù giovani, forzando la storia e confondendo il passato con il presente? A mio parere, invece, ogni prodotto artistico va collocato nel periodo e nell’ambiente culturale in cui fu prodotto, cercando di interpretare le aspettative del pubblico di allora e di comprendere il messaggio culturale che l’autore voleva esprimere. Che poi questo messaggio, “mutatis mutandis”, possa avere una sua validità anche ai giorni nostri, è un altro discorso; ma falsare la realtà, a mio parere, è sempre sbagliato.
Ad ogni buon conto, essendo io un docente di latino e greco, debbo dire che le attualizzazioni che mi hanno dato più fastidio sono quelle che riguardano il mondo greco e romano, che non sono mancate, purtroppo. Già negli anni ’70, a causa del malefico influsso delle idee sessantottine, si erano viste rappresentazioni di tragedie greche riambientate ai nostri giorni, con allusioni e riferimenti scoperti all’attualità: il Prometeo incatenato di Eschilo ad esempio, che mostra la sofferenza del Titano gravemente punito dall’autoritarismo di Zeus, veniva assimilato alle lotte del popolo cileno contro la dittatura di Pinochet o quella dei greci contro il regime dei colonnelli, quando addirittura Zeus non diventava il presidente degli Stati Uniti fortemente avversato per la guerra del Vietnam. Ora io mi chiedo: è lecito sfruttare in modo così volgare e meschino dei capolavori della letteratura antica e stravolgerli forzatamente per volerli ad ogni costo piegare a problemi attuali che nulla c’entrano con Eschilo e la sua opera? Già allora queste mistificazioni mi sembravano assurde e faziose, così come certi libri – composti quasi sempre dalla critica marxista – dove alcuni autori antichi venivano interpretati a torto con categorie ideologiche moderne. Il povero Lucrezio ad esempio, autore del meraviglioso poema De rerum natura dove si interpreta con squisita poesia il mondo e la vita umana secondo la filosofia epicurea, veniva presentato come un marxista ante litteram: uno studioso inglese, il Farrington, arrivò a dire che in Lucrezio si trovavano i germi della lotta di classe e della rivendicazione dei diritti del proletariato. Un assurdo senza pari, per cui c’è da chiedersi come sia possibile che la faziosità moderna cerchi impossibili alleati anche negli antichi, dove non c’è nulla di tutto ciò che questi critici hanno presunto e descritto mediante una costruzione ideale totalmente falsa.
Debbo dire tuttavia che lo spunto per questo post mi è venuto da un recente intervento di Maurizio Bettini, illustre filologo classico che ho conosciuto personalmente e che stimo, ma che stavolta non posso condividere. In un articolo sul Manifesto di pochi giorni fa, egli fa riferimento al I° libro dell’Eneide virgiliana, in particolare all’episodio in cui Didone raccoglie Enea ed i profughi troiani scampati a un naufragio, paragonandolo al problema dei migranti di oggi; e dice che il senso di umanità che animò la regina di Cartagine nell’accogliere quelle persone dovrebbe essere lo stesso da applicare adesso nell’accogliere coloro che arrivano sulle nostre coste sui barconi o sui gommoni. Anche questa è un’attualizzazione di un’opera classica, ma a mio giudizio fuori luogo: non si possono mettere sullo stesso piano, infatti, società totalmente diverse e mentalità altrettanto diverse, oltretutto mediate attraverso il filtro dell’arte. Nell’opera di Virgilio l’accoglienza dei compagni di Enea ha una finalità puramente letteraria, quella di preludere alla tragica storia d’amore tra Didone e l’eroe troiano, e non tiene conto affatto delle difficoltà di tipo sociale ed economico che una migrazione di massa come quella attuale può provocare in una nazione come la nostra, già gravata dalla disoccupazione e da molti altri problemi. L’Eneide è letteratura e risponde a pure finalità artistiche e letterarie, non può essere piegata a situazioni del tutto diverse e lontanissime nel tempo. E poi c’è anche un’altra cosa da dire, così in generale, che cioè questi studiosi che prendono dal mondo classico ciò che fa loro comodo per sostenere la loro ideologia non tengono conto di altri aspetti delle società antiche che pure sono incontestabili. Nell’antichità, tanto per dirne una, si riteneva normale il dominio assoluto dell’uomo sulla donna nel matrimonio, così come l’esistenza della schiavitù, di persone cioè che erano di esclusiva proprietà di altre; era legale la tortura degli schiavi per ottenere confessioni da usare contro i loro padroni; nessuno metteva in dubbio la legittimità della pena di morte, che nella civilissima Atene del V° secolo a.C. veniva applicata anche per reati per i quali oggi non si va più nemmeno in carcere. Perché questi solerti interpreti non tengono conto anche di queste realtà delle società antiche che oggi appaiono del tutto antistoriche e che nessuno vorrebbe più veder tornare in auge nel nostro tempo? Se si prende ad esempio il mondo antico per ciò che ci fa comodo e che sembra collimare con certe idee oggi di moda, lo si dovrebbe fare anche per ciò che non ci piace o non ci convince. Meglio dunque lasciare gli antichi al loro tempo ed al loro posto, senza paragoni assurdi e improponibili: la lezione del mondo greco-romano è importante per noi, è la nostra base culturale ed umana, ma va assimilata con saggezza e sempre tenendo conto delle distanze, non solo cronologiche ma anche ideali.

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Un’opinione sulla prof. di Palermo

Con tutto il clamore che si è fatto in questi giorni sul caso della sospensione di 15 giorni inflitta alla prof. Dell’Aria di Palermo, viene spontaneo a chi ha un blog come il mio di esprimere il proprio parere; non perché conti molto, ma perché ne sento l’esigenza, un po’ come l’antico poeta Giovenale diceva di scrivere satire non per ispirazione ma perché il vizio era talmente diffuso nella società romana da non poter fare a meno di commentarlo. In effetti è stato detto in TV e sui social tutto il possibile su questa professoressa di italiano di un istituto tecnico di Palermo, la quale ha subito un provvedimento di sospensione dal servizio, con lo stipendio ridotto a metà, per non aver sorvegliato adeguatamente i suoi alunni e non aver impedito loro di fare un video in cui il decreto sicurezza del ministro Salvini viene accostato alle famigerate leggi razziali del 1938 emanate dal governo fascista.
A mio parere il provvedimento preso contro l’insegnante è fuori luogo, per due motivi: primo, perché siamo in campagna elettorale e vicinissimi alle elezioni, per cui chi ha avuto l’idea avrebbe dovuto prevedere il vespaio che ne sarebbe derivato, con tanto di appelli agli art. 21 e 33 della Costituzione, con le solite lamentele sulla “censura” che vi sarebbe contro gli insegnanti ecc.; secondo, perché non ci sono prove certe che sia stata la professoressa a istigare negli alunni le assurdità che hanno messo in quel video. L’insegnante, interrogata dai giornalisti, si è detta dispiaciuta per il provvedimento a suo carico e per il clamore suscitato dalla vicenda, affermando la sua totale disponibilità ad accettare tutte le idee e la sua volontà di contribuire alla formazione negli alunni di un pensiero critico, senza ulteriori condizionamenti. Da parte mia non ho difficoltà a credere alle parole della collega e ad accettare la sua buona fede; pertanto, se i suoi studenti hanno allestito quel video con quei contenuti, può darsi che la causa di ciò vada ricercata altrove. Del resto un docente non può controllare o inibire tutto ciò che fanno o pensano i suoi alunni, e non è detto che sia personalmente d’accordo con loro. Non vedo motivi cogenti per mettere in dubbio le parole dell’insegnante, la quale può aver pensato che i suoi alunni, pur essendo minorenni, fossero già in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Il problema secondo me è un altro: i ragazzi che vanno a scuola, come e più degli adulti, restano condizionati da ciò che vedono in televisione o che leggono sui social, che sono diventati oggi per molte persone la principale fonte di informazione. E poiché esiste da mesi, e sempre più con l’avvicinarsi delle elezioni, una violenta campagna di denigrazione e di odio nei confronti del ministro Salvini, che oltretutto comprende numerosi accostamenti e paragoni della sua politica con quella di Mussolini o di Hitler, non c’è da stupirsi se dei ragazzi di un istituto tecnico, con la base culturale non certo eccelsa che hanno, siano rimasti condizionati e plagiati da questo clima. Quando si sentono trasmissioni come quelle della Gruber o di Fazio, tanto per comprendere sia la TV di Stato che la privata, che sono dall’inizio alla fine una serie di accuse senza contraddittorio contro un ministro regolarmente nominato, il quale viene bollato con tutti i peggiori titoli di fascista, razzista, sovranista, populista ecc., è normale che tante persone credano a quel che viene loro propinato a senso unico. Quando si leggono sui social i peggiori insulti contro chi sta cercando di difendere i confini nazionali e di ridare all’Italia quella dignità e quella sovranità che questa Europa dei burocrati ci ha tolto, è facile cadere nel tranello di chi spaccia per umanità e carità cristiana quello che è solo un interesse di parte. Ormai l’odio feroce degli avversari ha trovato in Salvini il nemico da abbattere con tutti i mezzi, anche con quello giudiziario. Con lui non dialogano, lo condannano e basta, senza appello, senza neanche cercare di comprendere ciò che, nel bene e nel male, sta cercando di fare. Questa è la strategia della sinistra radical-chic: niente dialogo, solo insulti e disprezzo. L’hanno fatto con Berlusconi per vent’anni e adesso lo fanno con Salvini, senza che a nessuno venga il sospetto che questa tattica sia sbagliata e che possa anche trasformarsi in un boomerang che ritorna contro chi l’ha lanciato. In questo clima vergognoso di caccia alle streghe è naturale che degli studenti si siano lasciati condizionare e abbiano paragonato un decreto di oggi alle leggi razziali del 1938, visto che hanno quei maestri di cui dicevo prima. Non c’è da meravigliarsi di quanto accaduto, visto che ad ogni livello la sinistra – compresi i suoi celebri “intellettuali” come Canfora, Luperini ed altri – continua ancor oggi nel 2019 a parlare di “fascismo” dopo 74 anni dalla fine di quel regime solo perché le fa comodo inventarsi un nemico che non esiste più per tenere in vita e giustificare un’ideologia ed una politica fatta di odio. Se celebri intellettuali credono alla fandonia del fascismo, che meraviglia c’è se a crederlo sono ragazzi di quindici o sedici anni?
Per questi motivi io ritengo che la professoressa non abbia colpa direttamente di quanto accaduto, che è invece del clima avvelenato diffuso in questi tempi. Il problema della politica nella scuola però esiste e non è certo limitato a quell’istituto di Palermo: sono cinquant’anni, dal ’68 in poi, che nelle scuole molti docenti hanno cercato e cercano di indottrinare i loro alunni e uniformarli alle loro idee, con un comportamento che io giudico distorto e delittuoso, chiunque lo metta in pratica, sia di destra o di sinistra. La scuola dovrebbe essere un luogo di formazione del pensiero critico ed il docente una guida ed un tramite essenziale per raggiungere questo obiettivo, senza però che cerchi di plagiare gli studenti e senza che metta in pratica (come più volte è successo) comportamenti addirittura penalizzanti per chi ha una visione della realtà diversa dalla sua. Io ho sempre avuto le mie idee, che traspaiono abbastanza da ciò che scrivo adesso, quando sono in pensione e non più a contatto diretto con gli studenti; ma finché sono stato in servizio ho sempre accettato tutti gli orientamenti dei miei alunni e non ho mai cercato di indottrinare nessuno. Del resto, insegnando latino e greco con poche ore settimanali, non avrei avuto neanche il tempo di divagare dagli argomenti che dovevo svolgere ed ai quali mi attenevo. Questo merito almeno me lo posso attribuire, ed i miei ex studenti che ancora mi contattano me lo hanno sempre riconosciuto.

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Il cardinale Robin Hood

Sono rimasto sconvolto e indignato dalla notizia ascoltata in questi giorni in TV secondo cui un cardinale, l’elemosiniere del papa, è entrato personalmente in un palazzo ed ha arbitrariamente rotto i sigilli e riattaccato la corrente che era stata staccata per morosità. Di questo suo gesto si è poi vantato pubblicamente e ha persino detto, con un’ipocrisia difficilmente eguagliabile, di essere pronto ad affrontare le conseguenze giudiziarie di quanto ha fatto, sapendo benissimo che queste conseguenze non ci saranno, sia perché ciò che è avvenuto viene qualificato come un atto di carità cristiana, sia soprattutto perché è un cardinale, quindi di fatto intoccabile da parte della giustizia ordinaria.
Quel palazzo è uno stabile occupato da molto tempo, dove si svolgono varie attività alcune delle quali poco chiare, a scopo di lucro e quasi certamente al nero, cioè senza pagare le tasse che per quelle attività sarebbero dovute; però vi abitano anche famiglie con bambini e questo, a detta dei buonisti, giustificherebbe il gesto del prelato, perché non si possono lasciare dei bambini al freddo e al buio. Il ragionamento pare funzionare, ma ci sono vari interrogativi da porsi, il primo dei quali è il seguente: è lecito violare le leggi e compiere illegalità per scopi umanitari? Secondo me no, altrimenti si dovrebbero autorizzare tutti i poveri, di qualunque razza e provenienza siano, a rubare il cibo nei negozi e nei supermercati, a tornare alle famigerate “spese proletarie” degli anni ’70. Se fosse lecita una cosa del genere, allora il cardinale dovrebbe girare tutta Italia e andare a riattaccare la corrente a tutti coloro che, per morosità e per difficoltà nel pagare le bollette, se la sono vista staccare. Il secondo interrogativo è: un cardinale, cioè un alto prelato, ha il diritto di porsi al di sopra della legge solo per il grado che ricopre? A me pare di no, perché non credo che gli ecclesiastici abbiano diritti particolari rispetto agli altri cittadini. Come si è permesso questo signore di farsi arbitro della situazione e arrogarsi un potere che non possedeva? L’unica risposta che mi viene in mente deriva dall’inveterata arroganza della Chiesa, a cominciare dal papa attuale che si intromette pesantemente in questioni politiche che non lo riguardano, una supponenza degna dell’epoca dello stato Pontificio, che con la scusa della carità cristiana compie atti illegali ed a carico di tutta la comunità, perché adesso l’arretrato di quel palazzo sarà pagato da tutti i cittadini onesti che già sono tartassati dalle tasse e che si dovranno assumere anche l’onere di pagare la corrente a chi non la paga.
L’arrogante violenza del cardinale, una vera e propria dimostrazione di potere e di impunità mascherata da carità cristiana, è pericolosa e offensiva verso tutta la comunità. Se l’intenzione di questo signore fosse stata veramente munifica e dettata dal senso di umanità, allora avrebbe dovuto pagare lui di tasca sua (o con il denaro del Vaticano, lo Stato più ricco del mondo) l’arretrato di 300.000 euro che quel condominio doveva alla società che fornisce la corrente, anziché violare la legge. Quella sarebbe stata vera carità cristiana, non andare a fare il Robin Hood con i soldi degli altri! E’ facile predicare il buonismo quando poi ci si rifiuta di rimetterci di tasca propria; e qui bisogna dire che in Italia ci sono tante persone che la pensano come il cardinale e che predicano l’accoglienza, la bontà ecc., ma a condizione che non siano loro a dover partecipare in proprio. La Chiesa ha ricchezze inestimabili, ha l’8 per mille che tanti cittadini le danno con le proprie tasse; allora, invece di compiere atti illegali approfittando della propria intoccabilità, provveda in prima persona, mettendosi le mani in tasca, ad aiutare veramente chi ha bisogno. L’esempio che questo signore ha dato è pessimo e vergognoso, e dimostra ancora una volta come il nostro Paese sia ancora soggetto ad un’autorità parallela, quella ecclesiastica, alla quale tutto è permesso e che si ritiene al di sopra di tutto e di tutti. Sarebbe giusto, invece, che questo individuo fosse chiamato a rispondere di quel che ha fatto e magari costretto a pagare una bella multa (visto che è ricchissimo, come tutti gli alti prelati), il cui ricavato dovrebbe essere destinato ad aiutare i bisognosi. Così, suo malgrado, la beneficienza l’avrebbe fatta davvero.

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Torquato Tasso e la memoria poetica

E’ noto che ogni grande opera d’arte non sorge mai solo da se stessa, ma è come una summa di tante esperienze precedenti che l’artista conosce, ricorda e mette in campo nel suo lavoro. Superando l’antico pregiudizio romantico della “pura creazione dello spirito”, non si può oggi ragionevolmente sostenere che possa esistere un’arte senza l’arte precedente, come vediamo in ogni settore: se ascoltiamo la musica di Haydn non possiamo fare a meno di sentirci l’eco di Bach e di Haendel, se ascoltiamo Mozart non possiamo fare a meno di sentirvi Haydn, se ascoltiamo Rossini ci sentiamo Mozart e così via. Ogni grande artista fa tesoro di chi c’è stato prima, dei suoi recenti o antichi maestri; ma non per questo smette di essere originale, perché originalità non significa non assomigliare a nessuno ma aggiungere a ciò che esiste l’impronta indelebile della propria personalità artistica.
Questo principio è operante anche in campo letterario, anzi lì più che altrove. In questi giorni sto rileggendo con particolare attenzione la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1544-1595), uno dei più grandi poeti della nostra meravigliosa letteratura italiana, e ogni giorno posso constatare la profondità della sua memoria poetica: all’interno del poema, infatti, sono presenti riferimenti, per lo più scoperti ma a volte anche criptici, ad una serie impressionante di precedenti che vanno da Omero a Virgilio ed altri poeti latini, passando per i cicli romanzeschi medievali, per Dante e Petrarca, fino ad arrivare ai poemi cavallereschi di poco precedenti l’autore, quelli cioè del Boiardo, del Pulci e dell’Ariosto. Sotto questo profilo l’opera tassiana è veramente un punto di arrivo, una summa di tante esperienze precedenti che tuttavia, rielaborate e ricontestualizzate, nulla tolgono al grande estro poetico dell’Autore. Possiamo dire che la Liberata, in pieno Cinquecento e nell’età buia della Controriforma, costituisce un esperimento di sintesi ideale molto analogo a quello che fu, ai suoi tempi, l’Eneide di Virgilio, anch’essa grandioso poema che riuscì ad amalgamare tutte le precedenti esperienze poetiche della letteratura latina, dal poema celebrativo tradizionale di Ennio alle novità formali e sostanziali di Catullo e degli altri poeti della sua cerchia.
Poiché io sono di professione uno studioso del mondo classico, è proprio questo continuo rifarsi del Tasso ai modelli antichi che più mi piace e mi affascina. Lasciando stare il fatto che nella Liberata vengono ripresi anche diversi motivi omerici (ad es. il ritiro di Rinaldo dalla guerra dopo l’uccisione di Gernando e la lite con Goffredo ricorda da vicino l’analogo ritiro di Achille irato con Agamennone), è proprio la presenza virgiliana che condiziona fortemente il poema cinquecentesco, testimonianza questa di un atteggiamento ideologico diverso da quello tenuto dagli umanisti del secolo precedente, il Quattrocento: allora gli autori antichi erano soprattutto studiati ed imitati, mentre adesso vengono riutilizzati e rivissuti quasi come fossero contemporanei, entrano nella letteratura come vivi protagonisti. Lungo ed inutile sarebbe voler esporre qui tutti i passi del poema tassiano in cui la presenza di Virgilio è evidente e da tutti osservata, perché se ne dovrebbero riportare a centinaia: basti pensare che già il primo verso della Liberata (“Canto l’armi pietose e il capitano…”) riprende da vicino l’Arma virumque cano con cui inizia l’Eneide, ma vi sono interi episodi che risentono ampiamente di ben noti passi ed episodi virgiliani. Il punto dove i due poeti sono più vicini è certamente il canto XVI della Liberata, dove viene descritto il giardino incantato di Armida (che riprende il topos classico del locus amoenus) e soprattutto l’abbandono di costei da parte di Rinaldo, episodio che è tutto ricalcato sul IV libro dell’Eneide, ed in particolare sulla partenza di Enea e la furiosa reazione di Didone quando si vede abbandonata dall’uomo amato. Interi versi virgiliani vengono ripresi e riadattati alla nuova situazione, né si può pensare, neanche per un istante, che il Tasso abbia temuto di essere accusato di plagio; la ripresa di autori precedenti, infatti, era ritenuta del tutto lecita per chi si dedicava alla composizione letteraria, a condizione che ai modelli si sovrapponesse comunque qualcosa di proprio, di originale. Questo carattere certamente non manca nell’opera tassiana, vero poema eroico-celebrativo e non più cavalleresco, più vicino quindi alla sensibilità dei suoi tempi di quanto non fosse, ad esempio, l’Orlando furioso di Ariosto: nell’esaltazione dello spirito cristiano ed in particolare della casata degli Estensi, signori di Ferrara dove Tasso viveva ed operava, in effetti, non può mancare l’originalità, perché nulla di ciò si può ovviamente trovare nei modelli antichi.
La presenza di Virgilio nel Tasso, come dicevo sopra, è profonda e sostanziale, fatta di riprese chiare e comprese da tutti come quella dell’amore tra Rinaldo e Armida, ma anche di semplici ricordi, richiami allusivi che magari sfuggono al lettore comune ma che rivelano appieno l’enorme cultura del poeta moderno, il quale non ha solo letto e studiato il suo modello antico ma l’ha talmente assimilato da farne un tutt’uno con se stesso. Quel che vorrei qui sottolineare è però un altro aspetto del poema tassiano, cioè la sua vicinanza ideologica all’Eneide per quanto riguarda una dicotomia, un’apparente contraddizione che ha fatto tanto discutere gli interpreti moderni. Il poema di Virgilio fu composto – e qui tutti sono d’accordo – per celebrare la grandezza di Roma e di Augusto, ottenuta mediante secoli di guerre e di conquiste; sulla base di questa impostazione ideologica, quindi, il poeta avrebbe dovuto stare dalla parte dei vincitori, perché senza la guerra e la violenza non sarebbe stata possibile la grande gloria di Roma. Ed invece non è così: Virgilio è stato giustamente definito “il poeta dei vinti”, perché ovunque nel suo poema mostra pietà ed umana comprensione per gli sconfitti, soprattutto per i giovani che muoiono ante diem, cioè prima del tempo per loro stabilito dal destino, come Didone, Pallante e tanti altri. Questa identificazione ideale del poeta con i vinti, questa implicita condanna della crudeltà umana e gli orrori della guerra sembrano in contraddizione con l’esigenza di celebrare l’impero romano e la grandezza di Augusto, che portò sì la pace ma a prezzo di tanto sangue versato. La stessa dicotomia ideologica si riscontra nella Gerusalemme liberata ed in particolare nel canto XIX quando i crociati conquistano finalmente la città-simbolo dopo tante fatiche: allora i guerrieri cristiani si abbandonano a saccheggi, stupri, stragi di cittadini inermi, orrori che non sono affatto lodati dal Tasso che invece, come il grande predecessore antico, mostra verso i vinti un senso di umana pietà che si richiama direttamente al vero spirito evangelico. Riprendendo la disposizione spirituale di un modello antico il Tasso sembra voler comunicare un messaggio di pace universale che passa attraverso la ferma condanna delle violenze e degli orrori che vengono commessi in nome di Dio, tanto dai pagani quanto dai cristiani stessi. Si tratta di un messaggio nuovo e moderno, pur se riprende un modello antico, ed è questo un elemento di innegabile originalità.
V’è un ultimo punto della Liberata che vorrei ricordare perché mi pare attuale e proponibile anche ai nostri giorni. Nel canto IV del poema c’è un’assemblea di creature infernali (diavoli ed altri mostri) presieduta da Lucifero, il “gran nemico” in persona. Qui egli tiene un abile discorso al suo popolo, nel quale ordina a tutte le forze del male di sostenere i pagani contro i cristiani; e fin qui tutto normale anche perché, come dicevo in un altro post, le religioni e le ideologie non potrebbero sopravvivere se non si formassero a loro piacimento un “nemico” da combattere. Quello che emerge però nel discorso di Lucifero è anche il ricordo della ribellione sua e dei suoi contro Dio, con la sua sconfitta e la conseguente cacciata negli abissi dell’inferno. Qui egli sostiene che la propria infelice condizione di reietto e di emarginato non dipende dalla sua iniquità o dall’avere egli torto nella contesa con le forze celesti, ma semplicemente dall’esito della contesa stessa: il fatto ch’egli sia considerato il Maligno e da tutti odiato, in altri termini, deriva solo dalla sua sconfitta, perché i vincitori falsano la realtà storica ed oscurano la memoria dei vinti. Nel leggere questo canto non ho potuto fare a meno di sentirvi un parallelo con quanto sovente accaduto nelle epoche moderne, quando sono stati quasi sempre i vincitori a scrivere la storia ed a porsi dalla parte del bene e della ragione, mentre i vinti hanno ricevuto le più infamanti accuse e si sono visti attribuire misfatti ed orrori che invece sono stati commessi da entrambe le parti. Non intendo riferirmi a nessun fatto in particolare, ma chi vorrà prendersi la briga di leggere il post immediatamente precedente a questo, dal titolo “I falsi miti della storia,” troverà un’ampia esemplificazione di quanto qui ricordato. Anche da questo punto di vista dunque, come si evince dai richiami che ho fatto alla Gerusalemme liberata, constatiamo che la grande letteratura ha sempre qualcosa da insegnarci, è sempre attuale; ed è proprio in questa immortalità ideale che si concretizza l’essenza di ciò che propriamente si definisce “classico”.

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I falsi miti della Storia

La storia, come si sa, la scrivono i vincitori a loro uso e consumo. E’ una frase banale ma vera che tutti abbiamo potuto constatare, almeno quelli di noi che non sono più molto giovani e che sono andati a scuola negli anni ’70-’80 del secolo scorso. I libri di storia di allora – e anche quelli di adesso, ma un po’ meno – tendevano a presentare i fatti accaduti nel nostro Paese secondo un’ottica trionfalistica, esaltando alcuni periodi come “eroici” e condannandone altri come “oscuri”; ed in questo loro entusiasmo celebrativo, portato avanti coerentemente con una visione ideologica unica, ci fornivano un’immagine del nostro passato notevolmente distorta, se non addirittura falsificata. Si formavano così dei “miti”, degli episodi da osannare come glorie nazionali, e di questi “valori indiscutibili” riempivano la testa dei giovani studenti, senza accennare minimamente agli aspetti negativi ed anche vergognosi che c’erano dietro questi miti e che i nostri zelanti storici riuscivano abilmente a nascondere. Per semplificare e non estendere troppo il post, riferisco queste volute mistificazioni della realtà a tre momenti principali della nostra storia: il Risorgimento, la prima guerra mondiale e la cosiddetta “Resistenza” durante la seconda guerra mondiale. Su questi argomenti sono state dette le più grandi falsità, la verità storica è stata negata, nascosta ed anche palesemente tradita.
Il primo periodo, quello del Risorgimento nazionale, va dai moti del 1821 circa al 1860, anno dell’unificazione dell’Italia. A noi a scuola questo processo storico veniva presentato come un succedersi di atti eroici tendenti ad un fine giusto e indiscutibile, l’unità del nostro Paese che da tanti secoli giaceva sotto la dominazione straniera. I feticci da adorare di quella fase storica erano sopratutto Vittorio Emanuele II e Garibaldi, i quali nella realtà furono molto diversi da come venivano descritti e non meritavano certo l’alone eroico che veniva loro applicato: il primo era persona di scarsa iniziativa e non fece mai nulla di importante se non sfruttare la sorte di avere un primo ministro geniale come Cavour, il secondo era un avventuriero fanatico e spietato che non esitò a ordinare rappresaglie e massacri di cittadini inermi in Sicilia e altrove, rivelandosi per quel criminale di guerra che era. Ma la storia ce l’ha presentato come un novello Agamennone, un eroe senza macchia e senza paura, così come ci ha presentato come una prova di grande eroismo la celebre spedizione dei Mille, che fu invece un atto di puro terrorismo politico: la conquista del regno delle due Sicilie, infatti, non fu l’impresa gloriosa che i libri falsi e bugiardi hanno celebrato, ma una vera e propria invasione di uno Stato libero e indipendente, che aveva rappresentanze diplomatiche e relazioni sociali e commerciali con tutta l’Europa, una ingiusta occupazione non preceduta neanche da una regolare dichiarazione di guerra. Gli storici meridionali hanno da tempo dimostrato questa realtà, così come i brogli elettorali con cui i Savoia annetterono al loro stato, con plebisciti truccati, non solo la Sicilia e il resto del meridione ma anche la Toscana, l’Umbria, le Marche ecc. L’avidità di potere e di denaro dello stato piemontese e del suo re furono le vere ragioni del processo storico chiamato Risorgimento e celebrato come un’epopea patriottica, non certo il nobile ideale dell’unità d’Italia. E anche dopo l’unità il governo piemontese nel sud Italia fu una vera e propria dittatura sanguinaria, che fece rimpiangere di gran lunga il potere dei Borboni; ma questo i libri di storia lo dicono solo adesso, ai tempi miei non se ne aveva traccia.
Anche la prima guerra mondiale ci veniva descritta nei libri di storia come un’epopea eroica, provocata dall’assoluta necessità di liberare le terre “irredente”, dalle quali – a quanto si diceva allora – si levava il grido di dolore contro l’occupazione straniera. Anche questo è falso, se non del tutto, almeno in gran parte: gli abitanti dell’Alto Adige ad esempio, che loro non a caso chiamano Sud-Tirolo, non si sono mai sentiti italiani, neanche adesso, visto che si rifiutano di esporre la nostra bandiera, parlano e scrivono in tedesco e fanno sentire stranieri noi quando andiamo nei loro territori. Anche in questo caso l’attacco all’impero austro-ungarico fu proditorio da parte dell’Italia, come l’imperatore Francesco Giuseppe fece subito notare, perché da alleato il nostro Paese divenne improvvisamente nemico, senza una valida motivazione. E va detto anche che un’abile politica diplomatica avrebbe consentito ugualmente l’acquisizione da parte italiana di quelle terre che ci costarono invece più di 600.000 morti, giovani mandati in trincea allo sbaraglio, con armi inadeguate e ordini contraddittori. Non si comprende quindi come quel gravissimo errore storico, quella “inutile strage” come giustamente la definì il papa Benedetto XV, possa essere stato trasfigurato e mistificato tanto dagli storici da poter passare come un’impresa eroica. Ma si sa che i vincitori e gli storici asserviti al potere sono capaci di questo ed altro.
La terza e più grande falsificazione della realtà riguarda la seconda guerra mondiale ed in particolare il periodo della cosiddetta “Resistenza”, la guerra civile verificatasi dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Di questa fase storica si sono impadroniti gli storici comunisti o comunque di formazione marxista ed hanno avuto campo libero nello scrivere libri che poi, adottati nelle scuole, hanno indottrinato tante persone piegandole ad una verità profondamente distorta. Va detto anzitutto che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dalle forze alleate anglo americane; senza di loro nulla avrebbero potuto gruppi sparuti di fuggitivi male armati di fronte alla potenza dell’esercito tedesco che, pur avendo perduto molto della forza originaria, era ancora in grado di occupare stabilmente il nostro paese. Su quel periodo, inoltre, sono state compiute da questi storici disonesti tante omissioni e distorsioni: nessuno ha parlato delle foibe, ad esempio, nessuno ha messo adeguatamente in luce le atrocità commesse dai partigiani contro persone inermi e popolazioni civili mai compromesse con il fascismo, tante persone torturate e uccise dagli aguzzini con falce e martello anche dopo la fine della guerra, addirittura fino al 1947. Si sono giustamente evidenziate e additate al pubblico disprezzo le stragi nazifasciste, ma non si è detto una parola sulle responsabilità dei partigiani in quelle stragi, di cui la più atroce fu quella delle fosse Ardeatine, dove furono uccisi dai nazisti 335 civili italiani. Gli storici hanno descritto a lungo l’evento ma hanno taciuto il fatto che fu l’attentato di via Rasella, dove i partigiani uccisero 33 soldati tedeschi, a provocare quel massacro. Tutti sapevano, perché era scritto su tutti i muri, che per ogni tedesco ucciso sarebbero stati giustiziati dieci italiani, anche i partigiani lo sapevano; quindi i responsabili dell’attentato di via Rasella avrebbero dovuto presentarsi e prendersi le loro responsabilità, non nascondersi vigliaccamente provocando di fatto la morte di tanti civili innocenti. Oggi per fortuna la verità è venuta fuori, ma con difficoltà e per lodevole impegno di poche persone coraggiose, perché ancora adesso a mettere in dubbio il presunto eroismo dei partigiani e di chi li comandava si rischia il linciaggio morale, si rischia di ricevere la solita bollatura di “fascisti”, quando tutti sanno che il fascismo è finito da 74 anni e che è ormai giunto il momento di fare i conti con la storia. Ma per fare adeguatamente questi conti occorre obiettività, tolleranza e onestà morale, tutte qualità che i cattocomunisti e i radical-chic nostrani, pur ammantanti di buonismo e di carità cristiana, non possiedono affatto. Ma io non mi vergogno di dire quel che penso e lo dico proprio oggi alla vigilia del 25 aprile, una festa falsa ed ipocrita perché nel ricordo di una guerra civile, un periodo tanto tragico per la nostra patria quanto colpevolmente falsato dalla malafede degli storici marxisti, non c’è proprio nulla da festeggiare.

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Il nuovo esame di Stato? Io non partecipo

Per quanto riguarda l’esame di Stato conclusivo degli Istituti di secondo grado (un tempo denominato “esame di maturità”) ci sono quest’anno diversi cambiamenti rispetto a come tale appuntamento si svolgeva fino all’anno scorso: due sole prove scritte invece di tre, un maggior peso conferito al credito scolastico (cioè alla media dei voti che l’alunno ha avuto negli scrutini finali degli ultimi tre anni) ed una nuova modalità di svolgimento del colloquio. Questa sembra la novità più eclatante, dal momento che non è più data alla commissione la possibilità di intavolare sul momento gli argomenti da proporre al candidato, ma occorre preparare prima della prova una serie di buste chiuse contenenti gli argomenti da trattare; tra di esse lo studente ne estrarrà una a sorte e su quella si svolgerà il colloquio. Apparentemente la cosa sembra avere una logica ben precisa, che è quella di impedire che i candidati sappiano in anticipo quali sono le domande alle quali dovranno rispondere; ed il principio non è sbagliato, perché (diciamoci la verità) molto spesso avveniva finora che i commissari interni, e qualche volta anche quelli esterni, comunicassero in anticipo i contenuti del colloquio, per favorire ingiustamente gli studenti. Una volta mi accadde, come presidente di commissione, di notare che una docente interna avesse già scritto su di un suo quaderno, che incautamente aprì di fronte a me, i nominativi dei ragazzi con scritti sotto a ciascuno gli argomenti che avrebbe chiesto in sede di colloquio. Alla mia richiesta di chiarimenti costei, piuttosto confusa e rossa in viso, disse che quello era un pro-memoria che aveva compilato per sé e per evitare di fare troppe volte le stesse domande a molti candidati; ma si vedeva bene che stava mentendo e che in realtà aveva già comunicato ai suoi studenti ciò che avrebbe loro sottoposto, in modo che potessero prepararsi su quello ignorando tutto il resto. E la prova del mio sospetto arrivò poco più tardi: durante il colloquio di una ragazza considerata brillante dalla scuola e presentata con un’altissima media avvenne che costei, che aveva risposto brillantemente ai quesiti posti dall’insegnante interna, cadde miseramente di fronte ad una semplice domanda sulla stessa materia che io, come presidente, ebbi l’ardire di sottoporle. Era chiaro quindi che aveva studiato solo ciò che sapeva da tempo che le sarebbe stato chiesto. Questo piccolo episodio è solo uno degli innumerevoli esempi di illegalità che vengono compiuti all’esame di Stato da chi ritiene, erroneamente, che i voti alti e molto spesso “gonfiati” diano lustro alla scuola e ai docenti di quella scuola, considerato che, purtroppo, nella nostra società la forma vale molto più della sostanza. Dispiace constatare che comportamenti del genere avvengono in tanti luoghi: gli studenti vengono coccolati e aiutati in tutti i modi, anche al di là dei limiti della legalità e della decenza.
Certo è questo il motivo per cui il Ministero ha inaugurato questa nuova formula per il colloquio, anch’essa aggirabile ma con maggiore difficoltà. Il problema che si presenta, però, è che sul nuovo colloquio ci sono molti interrogativi che non sono stati chiariti da chi di dovere. Anzitutto: queste buste vanno preparate dalla commissione in sede d’esame oppure già durante l’anno scolastico il Consiglio di classe deve offrire uno specimen o esempi di buste già compilate per facilitare (e anche “indirizzare”, diciamo così) l’operato dei commissari? Molte scuole sembra che l’abbiano intesa così, riunendo i Dipartimenti e affannandosi a compiere un lavoro che forse neanche spetterebbe a loro. Ma che vogliamo farci? Spesso noi docenti siamo più realisti del re, cioè veniamo affetti da un lodevole zelo e ci riteniamo in obbligo di fare qualcosa a cui non siamo obbligati affatto, e questo è uno dei difetti più diffusi nella nostra categoria. Inoltre ci sono altri interrogativi sul colloquio, ad esempio questo: nelle famose buste da chiudere e far aprire poi ai candidati vanno messi gli argomenti per sommi capi (ad es., per italiano, Leopardi) oppure vanno specificati anche gli aspetti specifici ed i testi (ad es. A Silvia, vv. 30-40) su cui si svolgerà la prova? Io propendo per la prima ipotesi, ma parlando con alcuni colleghi in servizio ho saputo che invece, a loro giudizio, va specificato tutto. Ma in questo modo la commissione d’esame, se pur avesse gli esempi addotti dai colleghi del Consiglio di classe, sarà sottoposta ad un lavoro immane, perché per compilare schede di questo genere, così particolareggiate e afferenti a tutte le materie d’esame (che oltretutto andrebbero collegate tra di loro per il principio dell’interdisciplinarietà) occorrono non minuti, ma diverse ore. Quindi gli sventurati commissari saranno costretti a rimanere in sede, tutti i giorni, fino alle nove di sera per espletare questo lavoro? Se veramente sarà così, dubito che si troveranno molti presidi e docenti disposti ad assumersi un impegno del genere, considerato anche che i loro colleghi non impegnati nell’esame se ne staranno già comodamente a casa in vacanza. E poi, se tutti gli argomenti sono già specificati nella busta, non c’è il rischio che il colloquio d’esame si trasformi in un monologo univoco, una performance dello studente mentre i commissari se ne restano ad ascoltare in silenzio?
A causa di tutte queste novità, allestite in fretta dal Ministero e comunicate in ritardo alle scuole, restano sul nuovo esame molti interrogativi e molte incertezze che poi, nella fattispecie, graveranno sulle commissioni ed in particolare sui presidenti che ne sono i diretti responsabili. C’è il rischio concreto di un aumento del contenzioso che già esiste in abbondanza e del quale spesso si abusa, perché in presenza di norme nebulose e non ben definite aumenta certamente la probabilità di compiere errori di forma che possono provocare ricorsi e prolungati fastidi. Essenzialmente per queste ragioni io ho deciso quest’anno di non presentare la domanda di partecipazione all’esame, visto che essendo in pensione non sono più obbligato a farlo. Dopo qualche anno di interruzione, di recente è stata ripristinata la possibilità per presidi e docenti a riposo di far parte delle commissioni d’esame, nel limite temporale di tre anni dalla decorrenza della pensione; perciò avevo pensato di approfittare di questa opportunità, ma di fronte ad un possibile salto nel buio ed in vista di possibili spiacevoli conseguenze ho deciso di rinunciare. Già più volte mi è successo di trovarmi in situazioni non certo simpatiche: l’ultimo episodio si è verificato quando alcune persone in malafede travisarono volutamente quel che avevo scritto su questo blog per accusarmi di aver diffamato la loro scuola, mentre invece le mie considerazioni sulle irregolarità che si verificano durante gli esami erano generiche e non si riferivano a nessun Istituto in particolare; anzi, ironia della sorte, fu proprio in quella scuola che la mia commissione lavorò in un clima sereno e collaborativo, senza che emergesse mai alcunché di sospetto. C’è molta malevolenza in giro, la volontà di danneggiare il prossimo per il puro gusto di farlo, e questa è una ragione in più, che si aggiunge a quelle in precedenza enunciate, per rifiutarsi di partecipare a questo stanco rito che assomiglia sempre più ad una formalità priva di sostanza. Una ragione in più per andarsene al mare, specie quando si è ormai raggiunta un’età nella quale il riposo è molto più attraente delle polemiche inutili e dannose.

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Osservazioni sul fascismo

Come tutti (o quasi) sanno, il fascismo è stato un regime totalitario che è durato in Italia per un ventennio o poco più, dal 1922 al 1945. Questo ci dice la storia, alla quale questo periodo della vita italiana avrebbe dovuto essere riconsegnato; ed invece per tutti questi anni, dalla fine della guerra ad oggi, c’è stato chi ha voluto tenerlo in vita, come uno zombie, per più di settant’anni, paventando un “pericolo fascista” anche oggi, nel 2019, mentre in altri paesi il passato è passato e come tale viene considerato. Forse in Grecia si accusano ancora gli avversari politici di essere fautori del regime dei colonnelli? In Francia si accusano forse i dissidenti di Macron di essere “collaborazionisti di Vichy”? In Germania si accusa forse qualcuno di far parte della “Stasi”, la terribile polizia comunista del passato regime filosovietico? A me non sembra. E allora perché solo da noi in Italia si continua a bollare con il marchio d’infamia di “fascista” chiunque non appartenga alla lobby dei radical-chic o si opponga agli sbarchi incontrollati degli immigrati di colore o sia comunque contrario al “politically correct” che ci costringe ad accettare un linguaggio falso ed ipocrita?
Tentiamo di dare una risposta, che secondo me è una sola: le ideologie, così come le religioni, hanno assoluto bisogno del “nemico” per poter sopravvivere e prosperare, per potersi alimentare di continuo attraverso l’odio verso chi impedisce od ostacola la loro realizzazione ed il loro dominio in società. La Chiesa Cattolica non avrebbe potuto durare 2000 anni ed acquisire tutto il potere che ha se non si fosse inventata il “Maligno” e gli “infedeli” da combattere nelle crociate, e ciò vale anche per le altre religioni; allo stesso modo, l’ideologia marxista, che non a caso usava il termine “lotta di classe”, non avrebbe potuto sopravvivere né instaurare regimi liberticidi in tutto il mondo se non ci fossero stati i “padroni” da combattere, i “kulaki” o ricchi possidenti terrieri russi che i bolscevichi annientarono, i “fascisti”, appunto, da sconfiggere per affermarsi. Per un certo periodo la contrapposizione con il presunto “nemico”, ciò che tiene in vita religioni ed ideologie, poteva avere un fondamento nella realtà; ma poi, con il cambiamento delle condizioni storiche e la fine del terribile “demone” da distruggere, le costruzioni ideologiche rischiavano di implodere su se stesse perché la loro lotta, il loro livore diventavano inutili contro un avversario che non esisteva più. Ed allora, cosa si è escogitato? Un espediente geniale: quello di tenere in vita artificialmente il “nemico” anche dopo la sua morte, in modo da poter continuare a far finta di sentirsi aggrediti, di subire pericolose minacce, e tutto ciò per poter sopravvivere, poter continuare a sostenere ideologie criminali e assurde come quella marxista, fallita in tutto il mondo ma da noi ancora attiva ed operante.
Certo, la sinistra in Italia ha cambiato aspetto in questi decenni, anche sensibilmente. C’è stata una sinistra violenta negli anni ’60 e ’70 che si opponeva al “sistema” con l’uso delle spranghe, delle bottiglie molotov ed anche con l’assassinio degli avversari, una vera e propria eversione che alimentò anche il terrorismo omicida delle Brigate Rosse a cui lo Stato non seppe opporsi con l’energia che sarebbe stata necessaria. Già quella sinistra, che oggi per fortuna non esiste più se non in gruppuscoli isolati di fanatici, definiva “fascista” chiunque non appartenesse a quella ideologia, tanto che furono bollati con quel termine anche esponenti del PCI che non condividevano certi metodi. Oggi parlare di sinistra estrema o di “comunisti” in senso proprio sarebbe fuori luogo, perché di certe posizioni filosovietiche ed eversive non se ne vedono quasi più; la sinistra non solo si è imborghesita, ma addirittura ha assunto modi e comportamenti tipici di coloro che un tempo erano i suoi avversari, i “padroni”. Oggi essere di sinistra non vuol dire più stare dalla parte degli operai e dei contadini, classi sociali che non esistono neanche più nel senso che questi termini avevano decenni fa; anzi, attualmente ci sono i “comunisti con il Rolex”, cioè i cosiddetti “radical-chic”, persone che continuano a professare idee di sinistra, a volte persino radicali, ma vivono nel benessere e persino nel lusso. Loro caratteri precipui sono: l’ostentazione di una presunta cultura che apparterrebbe solo a loro mentre tutti gli altri sarebbero ignoranti e disinformati, una visione buonista della realtà per cui si dovrebbero aprire le frontiere a milioni di immigrati senza controllo e la contrapposizione frontale verso chiunque esprima un’idea contraria alle loro. Si tratta per lo più di una violenza verbale, ma che spesso si misura anche in pratica mediante il tentativo di chiudere la bocca agli oppositori con leggi liberticide come quelle di Fiano e di Scalfarotto sulla presunta “omofobia”, norme che reintroducono in Italia il reato di opinione, finora tipico soltanto delle dittature. Particolarmente aspra e subdola è stata, inoltre, la loro campagna diffamatoria contro gli esponenti politici del centro-destra, prima Berlusconi (perseguitato sul piano giudiziario con accuse ridicole come quelle del “processo Ruby”) e poi Salvini, fatto bersaglio dell’odio più disumano e dei più grossolani insulti. Questa sinistra di oggi è per certi versi l’opposto di quella del PCI di Berlinguer, che veramente difendeva le fasce deboli della società, ed anche di quella bombarola degli anni ’70, ma una cosa ha in comune con esse: l’uso ossessivo del marchio infamante di “fascista” contro chiunque si opponga alla loro mentalità ed alla loro visione della realtà.
Ed ecco che ritorna la necessità imprescindibile per l’ideologia marxista, sia pur cambiata rispetto al passato, di avere un “nemico” per poter sopravvivere, per poter reagire nelle discussioni quando non si hanno validi argomenti. E’ successo a chiunque non appartenga alla cerchia dorata dei radical-chic: appena si intavola una discussione e si riesce a dimostrare che le loro idee sull’immigrazione o sulla famiglia sono inaccettabili costoro, anziché ribattere con solidi argomenti, ti danno del “fascista” e con quella parolina magica chiudono il dibattito. E’ un modo per non cedere, per non dover ammettere l’inconsistenza e le contraddizioni della loro ideologia.
Questa è l’unica spiegazione per cui il fascismo è ancora oggi vivo e operante sulla bocca, nella penna e nella tastiera di tante persone. Il regime cui dovrebbe legittimamente riferirsi questa terminologia è finito nel 1945, per cui gridare oggi al “pericolo fascista”, al ritorno di quel regime, è assurdo; anzi, diciamolo pure, è da idioti in malafede, perché attualmente la democrazia italiana è solida e nessuno potrebbe abbatterla. Chi potrebbe avere oggi i mezzi culturali e materiali per restaurare un regime come quello del 1922? Soltanto affermare una cosa del genere dovrebbe far auspicare la riapertura dei manicomi. Se la sinistra nostrana teme davvero che quei pochi ragazzotti di “Casapound” o di “Forza Nuova” che alle elezioni raggiungeranno sì e no lo 0,5% siano un pericolo reale, allora ci fa veramente dubitare di quella intelligenza e di quella cultura che tanto ostentano i radical-chic. Io sono convinto che neanche loro pensano questo; il tenere in vita artificialmente il fascismo, quindi, altro non è che un espediente per perpetuare nel tempo un’ideologia sconfitta dalla storia, che ha cambiato forma e nome tante volte ma che nel profondo resta intollerante e faziosa, e che non ammette altra Verità se non la propria. Questa è, nel nostro Paese, l’unica cosa veramente pericolosa.

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A Verona si è visto il Medioevo?

Molte dichiarazioni e discussioni si sono fatte in questi giorni sul Congresso della famiglia svoltosi a Verona gli ultimi tre giorni di marzo; ed io, sentendo le dichiarazioni di vari esponenti della sinistra radical-chic, dei 5 stelle (disgraziatamente partito di governo!) e persino dell’attuale papa mi sono sentito ribollire il sangue. Si è cercato in tutti i modi di boicottare il Congresso, di ridicolizzarlo, di lanciargli contro le più insultanti e false accuse solo perché queste persone hanno espresso un’idea giusta e sacrosanta, senza toccare i diritti altrui: che cioè la vera ed unica famiglia è quella formata da padre, madre e figli, l’unica che può procreare e definirsi appunto “famiglia” in senso naturale. I giornali di sinistra servi della dittatura strisciante del “politically correct”, cui si sono aggiunti esponenti politici ignoranti e penosi come Di Maio, hanno vomitato contro il Congresso le accuse più vergognosamente false: che chi sostiene la famiglia naturale vuole togliere i diritti alle coppie gay, che vuole costringere le donne a starsene a casa a stirare, che vuol cancellare la legge 194 sulla protezione della maternità e l’interruzione volontaria di gravidanza. Tutte queste accuse sono false e ridicole perché nessuno ha mai detto queste cose al Congresso: certo, che la legge 194 è applicata male ed è stata intesa soltanto come autorizzazione all’aborto mentre poco o nulla si è fatto per proteggere la maternità, è vero. Quanto all’aborto di per sé, nessuno vuole e può abolirlo, perché previsto da una legge corroborata da un referendum popolare; ci deve però essere, perché la Costituzione democratica lo garantisce, la libertà di pensare e di dire che l’aborto è un omicidio, perché la vita è già nata e già batte il cuore del bambino che viene ucciso. Non c’è bisogno della religione per avere questa opinione, perché la presenza della vita nel feto è un fatto oggettivo: perciò io e tanti altri, pur non essendo credenti né tanto meno clericali, condanniamo l’aborto per convinzione morale, che può essere tanto laica quanto religiosa.
La vergogna della sinistra italiana arriva in questi casi al culmine della falsità e della malafede, ed è veramente una brutta situazione che si verifica quando si è costretti ad inventare falsità per sostenere i propri punti di vista. Ma la cosa peggiore è stato il tentativo, se non di impedire, almeno di ridicolizzare e di demonizzare questo Congresso, che in base all’art.21 della Costituzione, che garantisce la libertà di parola e di espressione, aveva tutto il diritto di svolgersi in piena tranquillità. Così non è stato: le lobby gay e radical-chic, sostenute da una parte del Governo (i 5 stelle) che dovrebbe garantire le libertà costituzionali, hanno inscenato una ridicola protesta con una contromanifestazione dove persone vestite in modo ridicolo e con scritte e cartelli blasfemi ed osceni hanno sfilato con una patetica serie di insulti contro chi stava semplicemente manifestando le proprie convinzioni. Da qui si vede la natura che ha ormai assunto la dittatura del pensiero unico, quello che protegge i gay e caldeggia l’invasione incontrollata degli immigrati, il quale tenta con ogni mezzo di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente da loro, minacciando addirittura azioni legali (v. i disegni di legge di Fiano contro il presunto “fascismo” e quello di Scalfarotto contro l'”omofobia”) pur di far tacere gli oppositori. Questi erano mezzi usati largamente dai regimi dittatoriali del XX secolo, dal fascismo italiano al nazismo di Hitler al comunismo di Stalin. La differenza è che a quei tempi, per far tacere gli oppositori, si usavano i manganelli, l’olio di ricino, i finti processi ed i gulag della Siberia; oggi, non potendo fare altrettanto per annientare chi si oppone al pensiero unico, i radical-chic della penisola usano i giornali loro asserviti, le notizie false guidate ad arte sul web, la demonizzazione dell’avversario. Sotto questo aspetto è molto curioso l’uso del termine “fascista” con cui bollano, come fosse un marchio di infamia, tutti coloro che si oppongono alle loro idee. Sotto questo profilo mi sento di dire che l’unico comportamento fascista che vedo è quello degli antifascisti, perché la destra non va a disturbare le manifestazioni degli avversari, mentre loro lo fanno; nessuno toglie la parola con la contestazione violenta alla Boldrini o a Saviano, i quali si permettono di insultare tutti i giorni gli avversari, mentre loro lo fanno. Ora mi chiedo: chi sono i “fascisti” in questo clima di caccia alle streghe che costoro hanno scatenato? Chi impedisce ai sostenitori della famiglia naturale o a chi non approva le unioni gay di esprimere liberamente il loro pensiero? Io ho fatto personalmente esperienza dell’intolleranza delle lobby radical-chic quando sono stato sospeso per mesi da Facebook solo perché avevo osato esprimere un’opinione diversa dal pensiero comune.
Ma l’accusa più falsa e ridicola lanciata dai presunti “progressisti” contro il congresso di Verona era quella di “voler riportare il Paese al Medioevo”. Forse costoro, che si credono tanto acculturati, non sanno neppure cosa sia stato il Medioevo, visto che lo prendono a modello di oscurantismo e di arretratezza. Al contrario di quel che credono costoro (e non mi meraviglio dei 5 stelle che sono puri analfabeti, ma certi professoroni della sinistra si dovrebbero vergognare) il Medioevo è stato un periodo colto e creativo, nel quale hanno visto la luce opere immortali e dove San Francesco, Dante e Giotto hanno creato grandissimi capolavori. Il vero oscurantismo, la vera barbarie, la vera caccia alle streghe sono fenomeni di oggi, di questa nostra sciagurata società che vive nell’incultura, nell’intolleranza e nella negazione di quei valori immortali su cui si sono sempre fondate tutte le società civili, per esaltare unioni contro natura e uccidere bambini nel ventre della madre. Ma l’aspetto più repellente di questa situazione è proprio l’atteggiamento dei cattolici, i quali non si sanno opporre a questo stato di cose ed anzi, in un delirio di modernismo ipocrita, lo sostengono pure. Il primo ad abbandonare gli ideali cristiani è proprio chi meno dovrebbe farlo, questo papa che indegnamente porta il nome di Francesco: nel desiderio di rendersi gradito al pensiero comune dei radical-chic ha persino criticato il congresso di Verona con il quale avrebbe dovuto trovarsi, se fosse degno del suo ministerio, in totale sintonia. Purtroppo la decadenza morale dei nostri tempi ha investito anche la chiesa, la quale, per meri interessi personali, è saltata sul carro del vincitore ed esalta persino l’immigrazione clandestina. Pur di sopravvivere, pur di ricevere ancora l’8 per mille e non pagare le tasse dovute allo Stato, il gesuita argentino si sottomette servilmente a coloro che un tempo non molto lontano erano i più agguerriti nemici del Cristianesimo.

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La nuova seconda prova d’esame del Liceo Classico

Finalmente, dopo una lunga battaglia condotta in primis dal prof. Bettini dell’Università di Siena a cui tanti altri si sono accodati compreso – modestamente – il sottoscritto, è stata cambiata la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che resisteva da quasi un secolo sempre nella stessa forma, quella della “versione” secca e decontestualizzata dal latino o dal greco. Nel mio piccolo, attraverso questo blog ma soprattutto avvalendomi dell’esperienza di quasi 40 anni di insegnamento di latino e greco nel triennio del Classico, ho a lungo cercato di dimostrare come questa seconda prova andava cambiata, ed il cambiamento era necessario per diversi motivi: i giovani di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, oggi le conoscenze linguistiche (a partire dalla scuola media, dove spesso la grammatica non si fa neanche più) sono molto ridotte rispetto al passato, i nuovi strumenti informatici e la presenza di internet hanno cambiato la vita di tutti noi e soprattutto dei giovani, i quali non stanno più ore ed ore sul vocabolario a “fare la versione”: nella maggior parte dei casi purtroppo (e sottolineo il mio disappunto) scaricano le traduzioni già pronte da siti internet che le mettono loro a disposizione, e comunque l’uso dello smartphone e di altri strumenti, eliminando o riducendo la necessità di indagare in proprio per arrivare a certe conoscenze e certi risultati, sviluppa alcune abilità, ma conculca ed inibisce proprio quelle che occorrono per il lavoro di traduzione dalle lingue classiche. Inutile e controproducente è perciò la resistenza dei conservatori che, nel nostro ambito degli studi classici, continuano ad insistere con la classica “versione” senza rendersi conto che nel mondo attuale la realtà è qualcosa di sfuggente, di transitorio, che muta ad una velocità cento volte superiore a quanto avveniva in passato: perciò, se fino ad alcuni anni fa la prova d’esame con la “versione secca” poteva avere un senso, oggi non ce l’ha più, perché gli studenti attuali – tranne qualche raro caso – non sono più in grado di tradurre da soli brani di media difficoltà dal latino e dal greco. La traduzione è ormai diventata un lavoro da esperti, da studiosi accademici, non da studenti di liceo; è meglio dunque prendere atto della verità, anziché continuare ipocritamente, come ha fatto il Ministero negli ultimi dieci anni, ad assegnare all’esame brani come quelli di Aristotele, impossibili per gli studenti, solo per poter fingere che ancora sia possibile ricavare dai liceali degli esperti conoscitori delle lingue antiche. La realtà effettuale era che in tutti i licei i professori aiutavano smaccatamente gli studenti, quando addirittura non facevano la versione al posto loro. Di fronte ad una farsa di questo genere, che salva solo le apparenze ed aggira l’ostacolo in questo modo indegno, non è meglio cambiare, visto anche che la traduzione non è l’unico modo di conoscere il mondo classico, né l’unica abilità che i giovani debbono esercitare nei loro studi? Vi sono altri ambiti di conoscenza di tipo letterario, storico, artistico, filosofico ecc. che hanno pari o superiore utilità nella formazione culturale di uno studente rispetto al mero aspetto linguistico delle discipline classiche, in cui pochissimi ormai riescono ad orientarsi. Lo scopo del Liceo Classico non è quello di sfornare traduttori ma di formare persone colte ed in grado di ragionare in modo autonomo e poter così, con l’ausilio di una vasta cultura, conoscere il proprio mondo ed operare autonomamente le proprie scelte di vita.
Dopo molto tempo e lunghi dibattiti, il Ministero ha finalmente riconosciuto la realtà dei fatti ed ha cambiato finalmente la prova. La nuova struttura è ben organizzata, favorisce il ragionamento e stimola il senso critico di ciascuno, senza eliminare del tutto la traduzione ma affiancandola con un raffronto tra due testi di contenuto analogo ma di lingua diversa (di cui solo il primo, contestualizzato, va tradotto dagli studenti mentre il secondo è accompagnato dalla traduzione) e con alcune domande di tipo interpretativo che si riferiscono ai testi proposti ma danno modo di spaziare anche su altri argomenti ad essi affini o comunque collegati. Va anche detto, ad onta dei conservatori ancora chiusi nella torre d’avorio della classicità da cui non vogliono scendere a nessun costo, che questa prova non è affatto una facilitazione o una banalizzazione della precedente, perché per operare confronti fra testi o rispondere a domande alquanto complesse non occorrono abilità o conoscenze inferiori a quelle necessarie per tradurre la versione; anzi, ne occorrono di più, benché diverse dalla semplice conoscenza della lingua.
Per il momento non possiamo giudicare in toto gli effetti del cambiamento, dato che questo è il primo anno scolastico in cui verrà proposta la nuova modalità; abbiamo però il modello di prova che è stato inviato alle scuole e svolto dagli alunni nelle settimane scorse. Ad un primo esame mi è sembrata una proposta accettabile: c’era da tradurre un brano di Tacito, non “secco” ma inserito in un contesto preciso e ben introdotto, a cui si affiancava un passo dello scrittore greco Cassio Dione che trattava un argomento analogo a quello dello storico latino; infine, la prova si concludeva con tre domande concernenti i testi proposti ma aperte anche ad ampliamenti tematici e confronti con altri testi similari. Non si può dire che questo tipo di lavoro sia facile o adatto a tutti, ma è comunque atto a verificare un più ampio spettro di conoscenze e di competenze rispetto alla versione “secca” dove in pochissimi riuscivano e mettevano in evidenza una sola abilità. Questa struttura, molto più adatta agli studenti di oggi, offre la possibilità anche a chi non sa tradurre (e parliamo della maggioranza degli studenti!) di ricavare da questa prova, che all’esame vale ben 20 punti su 100, qualcosa di positivo. Fino ad oggi, invece, la sola versione senza contesto portava a fallimenti totali, a cui poi dovevano rimediare i commissari in fase di correzione degli elaborati: in qualità di commissario d’esame, infatti, io mi sono trovato spesso di fronte a disastri totali nelle traduzioni, ai quali dovevamo rimediare noi con correzioni “benevole”, cioè chiudendo un occhio e anche due per poter consentire allo studente di arrivare all’orale e passare l’esame. Questa, a mio giudizio, è pura ipocrisia, un comportamento ai margini della legalità, se non oltre. E’ quindi molto preferibile prendere atto della realtà e modellare l’esame su quelle che sono le effettive potenzialità degli studenti di oggi, cambiando ciò che va cambiato. Rimanere ancorati al passato e a ideali irrealizzabili significa essere fuori dal mondo, significa costruire un fantoccio inconsistente che poi, al primo soffio di vento, si sgretolerà in mille frammenti.

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Come si deve scrivere un libro

Ho spesso ripetuto in questo blog che oggi l’arte in generale è morta, ed unico sollievo per chi l’ama è ricercarla nei grandi autori del passato. Se questo vale per tutte le arti (musica, pittura, scultura ecc.) è però particolarmente evidente nella letteratura, dove le produzioni odierne di romanzi, racconti poesie e simili non hanno più quasi alcun valore; direi anzi che in certi casi vengono pubblicati e letti autentici obbrobri, nefandezze di ogni genere spacciate per letteratura. Oggi tutti si permettono di scrivere libri, anche gli ignoranti, purché siano personaggi noti; e quel che è peggio è che gli editori, che mirano solo alle vendite ed al guadagno, sono disposti a pubblicare queste sconcezze mentre, se si presentassero oggi un nuovo Leopardi o un nuovo Manzoni, li caccerebbero via perché, magari, non hanno giocato a calcio o non hanno preso parte al “Grande Fratello”. Purtroppo, in una società dove dominano l’ignoranza e la volgarità, non potrebbe essere altrimenti: chiunque si sente autorizzato a scrivere ciò che vuole senza tener conto che anche per fare l’operatore ecologico (ex spazzino) occorre un minimo di competenza. Per scrivere un libro no, basta mettersi sulla tastiera di un computer e andare innanzi senza regole, così come le parole vengono alla mente l’una dopo l’altra, senza alcuna tecnica e spesso anche senza la minima conoscenza della lingua italiana. Robaccia come i romanzi di oggi un tempo non sarebbero neanche stati sfogliati da un editore che voglia dirsi tale, che senza indugio li avrebbe gettati dalla finestra; e ciò perché gli editori un tempo erano intellettuali anch’essi, che sapevano valutare il valore di ciò che veniva loro sottoposto, mentre ora badano solo al guadagno e mandano in giro di tutto, basta che se ne vendano molte copie. Ed il guaio è che tanta gente li acquista questi libri, buttando via così il proprio denaro.
Se fino a qualche decennio fa nelle Università esistevano le cattedre di retorica (ed in qualche paese mi risulta che esistano ancora) una ragione ci sarà: scrivere un libro, infatti, non è cosa che possa farsi a caso, ma occorre tener presenti tutta una serie di norme di tipo morfologico, sintattico, stilistico, retorico, norme che oggi non conosce più nessuno.
Qualunque opera narrativa dovrebbe essere costituita da queste componenti, da impiegare e dosare con criterio e sapienza:
1) Il racconto vero e proprio, cioè l’illustrazione e la descrizione del succedersi degli avvenimenti narrati;
2) Le sezioni dialogiche;
3) La descrizione esterna oggettiva (ad es. di un ambiente, un luogo, una persona, un oggetto ecc.)
4) La descrizione interna o soggettiva (la psicologia dei personaggi, i sentimenti, gli impulsi dell’animo ecc.)
Le prime tre componenti, sia pure in misura diversamente calibrata a seconda delle epoche e dei gusti letterari, sono presenti in tutti gli scrittori classici antichi e moderni. La quarta, invece, ha subito alterne vicende: particolarmente sviluppata negli scrittori romantici come Manzoni, che nei Promessi Sposi “ne sa più” dei personaggi e ne esplora talora arbitrariamente l’animo, è stata invece parzialmente rifiutata dagli autori naturalisti e veristi, dove l’autore doveva “saperne meno” dei personaggi e quindi doveva persino sembrare, come dice Verga, che “l’opera si sia fatta da sé”. Ci sarebbe da dire che nemmeno il movimento naturalista rispetta del tutto questo principio, dal momento che in opere come Nanà di Emile Zola i sentimenti dei personaggi vengono indagati e non emergono solo dalle azioni. Ma questo è un altro argomento, che ci porterebbe molto lontano, per cui è meglio fermarci qui.
Ecco ciò che volevo dire: nei romanzi e racconti di oggi (e ce ne vuole per definirli tali) questi elementi sono affastellati alla rinfusa, senza consapevolezza da parte degli autori, i quali scrivono a ruota libera senza tener conto dei canoni della narrativa classica. In alcuni di essi sono quasi assenti una o addirittura due componenti, in altri viene sviluppata quasi solo la n.2 (il dialogo), dando vita a paginate intere di scambi di battute in cui si perdono di vista le vices loquendi, cioè quali battute vadano attribuite ad un interlocutore e quali all’altro. Ne vengono fuori grossolani pasticci che assomigliano più alla lista della spesa che ad un ordinato succedersi di pensieri logici.
Per non allungare troppo il post accenno soltanto agli aspetti formali, importantissimi e non secondari per definire il valore di un’opera narrativa. Sul piano linguistico va curata e non operata a caso la scelta delle parole, perché i significanti sono basilari, nelle loro diverse accezioni, per assimilarne i significati: l’aggettivazione, ad esempio, è curatissima negli scrittori classici ed è utilizzata per definire sia fisicamente che psicologicamente i personaggi, mentre oggi è messa a caso, buttando là le prime parole che vengono alla mente. Lo stesso dicasi per lo stile: il periodo deve essere armonico e complesso, con uso corretto della punteggiatura, mentre molti scritti di oggi sono squallide sequele di gruppi di due o tre parole seguite da un punto, evidentemente perché di meglio non si sa fare. E’ importante, inoltre, l’ordo verborum , ossia la studiata disposizione degli elementi della frase, poiché la posizione dei singoli termini deve essere indicativa delle sensazioni che si vogliono trasmettere al lettore. Ad esempio, quando Dante in quel suo celebre sonetto dice “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia” pone in posizione incipitaria gli aggettivi proprio perché il lettore sia impressionato dalle virtù di Beatrice più che dalla sua figura; se avesse detto “La donna mia pare tanto gentile ecc.” non avrebbe ottenuto lo stesso effetto, perché sarebbe venuta in primo piano la corporeità della donna, come se la si contemplasse in un dipinto, e non la gentilezza e l’onestà del suo animo. Un cenno, infine, voglio fare sull’uso delle figure retoriche, di cui gli “scrittori” moderni (tranne alcune eccezioni) ignorano perfino l’esistenza: la metafora, la metonimia, l’anafora, l’epifora, l’assonanza, il poliptoto, il chiasmo ecc. non sono giochi virtuosistici ma mezzi espressivi essenziali per collocare il lettore in una determinata disposizione d’animo. Non posso fare esempi perché questo scritto, che molti leggono sullo striminzito schermo dello smartphone, diverrebbe troppo pesante. Per comprendere il reale valore di questi elementi stilistici fondamentali rinvio al mio post del luglio 2018 intitolato “La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime”, che invito tutti a cercare nella sezione “Archivi” ed a leggere, per avere un’idea di cosa si possa a buon diritto definire arte letteraria.

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Chi distrugge i valori distrugge la società

In occasione della festa della donna lo scorso 8 marzo, la (poco) onorevole Monica Cirinnà del PD si è fatta fotografare tutta sorridente non solo vestita come una zingara, ma con un eloquente cartello in mano dove era scritto: “Dio, la patria e la famiglia. Che vita de m…”, che esibiva come un trofeo. Una tale esibizione di volgarità e di ignoranza da parte di una rappresentante del popolo italiano eletta in Parlamento dovrebbe far indignare tutti coloro che hanno a cuore non dico l’eleganza, ma anche soltanto il decoro che ogni persona dovrebbe mostrare in pubblico. Il nuovo segretario del PD, se non fosse anche lui un polpettone privo di qualunque buona norma del vivere civile, dovrebbe espellere questa persona indegna, che non fa certo onore al suo partito ed alla sua parte politica.
Siamo da tanto tempo, purtroppo, abituati alla volgarità e all’ignoranza dei parlamentari, soprattutto quelli dei 5 stelle e quelli di sinistra, ma questo livello di bassezza morale, che sfiora la bestemmia, non mi pare che si fosse mai raggiunto. La Cirinnà, che già ha legato il suo nome ad una discutibile legge che equipara delle unioni contro natura alla famiglia tradizionale, si permette ora di irridere a tutti quei valori in cui le società civili hanno sempre creduto. La triade “Dio, patria e famiglia” viene attribuita al fascismo da questa gentaglia ignorante che manifesta in piazza la propria nullità, ma non è così: tutte le società hanno sempre creduto in questi valori universali, pur se in forme e maniere diverse. Per mio conto io credo soprattutto a due di essi, cioè la patria, un valore che dovremmo tutti recuperare in questo sciagurato periodo di globalizzazione e di mancato controllo dei confini, e la famiglia, dalla quale tutti noi siamo nati e che giustamente consideriamo la cellula della società, purché si tratti di una unione naturale che possa portare alla nascita dei figli; quanto a Dio, personalmente non sono credente, ma ciò non significa che questo per me non sia un valore, anche soltanto perché rispetto profondamente chi crede, il quale ha una dignità che dovrebbe essere da tutti mantenuta. E adesso viene la Cirinnà, persona repellente anche solo a guardarla, con quel cartello blasfemo che esibisce con quel brutto sorriso che ha. Dobbiamo ammettere, quando vediamo certe esibizioni, che la nostra società attuale, benché abbia tanto progredito sul piano materiale, è la più barbara e incivile che mai si sia vista sulla faccia della terra.
A livello morale ed anche estetico il gesto della Cirinnà è vergognoso e vomitevole, soprattutto perché si tratta di una parlamentare che dovrebbe dare agli altri, e specialmente ai suoi elettori, esempio di quella civiltà e di quella educazione che evidentemente non possiede. Ma il gesto della senatrice è solo la punta dell’iceberg: se siamo arrivati a questo punto la responsabilità va cercata nella storia dei decenni addietro, a partire dal “mitico” ’68, che fece della distruzione dei valori tradizionali e della lotta al principio dell’autorità la propria
bandiera di combattimento. Da allora in poi la politica della sinistra, mascherandosi dietro la rivendicazione di “diritti” fatti passare per giusti e inalienabili, ha demolito pezzo a pezzo tutto ciò che restava di un sistema morale che poteva sì avere dei difetti e degli angoli da smussare, ma che non andava distrutto completamente e sostituito da un libertarismo sfrenato che non ha fatto altro che minare le basi stesse del vivere civile. Si spaccia per “libertà” la diffusione del vizio, della pornografia, della prostituzione femminile e maschile ed altro ancora, tutti mali che esistevano anche prima ma che erano conculcati dal senso morale e civile dei cittadini; adesso invece sono esplosi e vengono anche imposti a chi non li condivide, persino con minacce di denuncia penale contro chi non accetta le unioni o le adozioni gay. Ma la cosa più grave è che a questo degrado politico e morale pochissimi si oppongono, pochi si sentono turbati e offesi da gesti vergognosi come quello della Cirinnà. Sotto questo profilo siamo tutti colpevoli, perché l’indifferenza a volte è peggiore del male.

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La vita curiosa di un blog

Questo mio blog è stato aperto nel febbraio del 2012, e sono quindi sette anni che sopravvive, malgrado tutto, mentre altri consimili hanno chiuso da tempo. Ciò si deve soprattutto alla mia pervicacia di comunicatore via internet, perché in situazioni simili altre persone si sarebbero arrese da tempo. In questi sette anni questo mio spazio web, che ha la pretesa di essere un blog culturale, ha avuto esiti diversi da quelli che mi aspettavo e che speravo: non ha contribuito, se non pochissimo, a farmi conoscere come studioso del mondo classico e della letteratura italiana, né tanto meno come opinionista; non mi ha procurato agganci con organi di informazioni e case editrici, a cui ho offerto spesso la mia collaborazione senza esito, pur rivelandomi capace – come molti hanno notato – di scrivere in modo alquanto corretto ed incisivo; ed infine, cosa ancor più deludente sotto un altro punto di vista, non mi ha dato neanche la possibilità di instaurate scambi di opinioni e confronti di idee, in quanto i commenti – che pure ho lasciato liberi e aperti a chiunque volesse intervenire – sono stati sempre pochi, anzi pochissimi. Ho avuto modo di notare che altri blog tenuti da persone di media e scarsa cultura, spazi web che parlano di hobbies, di moda, di storielle amorose ed erotiche più o meno frutto di fantasia hanno un numero di interventi e di commenti largamente superiore a quello che può avere un blog che possa chiamarsi culturale. La cosa di per sé è triste, ma non tanto per me perché mi riguarda direttamente, quanto perché conduce ad una poco felice conclusione: che cioè nel nostro Paese la cultura è considerata ormai come un noioso passatempo da “sfigati” (per usare il linguaggio corrente), si vive bene (anzi meglio) anche senza di essa e che l’ignoranza e quello che è ancor peggiore, ossia la mancanza di curiosità culturale, la fanno da padrone in una società che definire “barbara” è un’offesa verso coloro che erano considerati i veri barbari che occuparono l’Europa occidentale nei secoli IV-VI dell’era cristiana.
Nessuna meraviglia, quindi, se le visite al mio blog sono andate progressivamente diminuendo negli ultimi anni: dopo un progresso nei contatti giornalieri verificatosi dal 2012 al 2017 (forse l’anno migliore) l’interesse dei lettori è poi sensibilmente diminuito e si è passati dalle 250 visite al giorno di media alle attuali 140-150 al massimo. Anche questo si inserisce nel clima culturale di cui parlavo prima, senonché, in questi ultimi mesi, si è verificato un fenomeno singolare, che mi preme di riferire perché pare in parziale contraddizione con quanto affermato sopra. A fronte della netta diminuzione della popolarità del blog, sono però aumentate le letture riguardanti alcuni articoli di argomento letterario, che qui cito indicando il mese di pubblicazione affinché il lettore, se vuole,possa ritrovarli e rileggerli andando sulla finestra di ricerca o su quella “Archivi” poste in alto sulla colonna a destra della pagine:

– Le donne al Parlamento (gennaio 2013)
– Il mito dell’età dell’oro (marzo 2013)
– Le notti bianche (agosto 2013)
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (novembre 2013)
– Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera” (gennaio 2015)
– La democrazia da Euripide ai giorni nostri (luglio 2015)
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (agosto 2015)
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Anton Cechov, novembre 2015)
– La depressione di Jacopo Ortis (luglio 2016)
– Rileggendo qualcosa del Manzoni (novembre 2016)
– Dante e le donne: l’arte della psicologia (dicembre 2016)
– Visita a casa Leopardi (gennaio 2017)
– Gabriele d’Annunzio, l’intellettuale indefinibile (aprile 2017)
– Catullo, poeta degli anni 2000 (novembre 2017)
– Qualche osservazione su Pindaro e le odi di Orazio (dicembre 2017)
– Terenzio e il suo modello di educazione (marzo 2018)
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime (luglio 2018)
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans, agosto 2018)
– Una nuova edizione di Catullo (gennaio 2019)
Questi post letterari, ed altri di argomento culturale, sono stati visitati negli ultimi tempi con una certa continuità, come se qualcuno avesse uno specifico interesse per questi argomenti; in particolare hanno avuto molte visite quelli su Dante e quello su Terenzio ed il suo modello di educazione, che tratta il tema sempre attuale del rapporto generazionale e contiene anche dei raffronti tra il modo di affrontare il problema nell’antica Roma e quello della società attuale. L’aspetto insolito e un po’ sconcertante del fenomeno, a mio avviso, non è tanto la “fortuna” (chiamiamola così) di questi post culturali, quanto che i visitatori non abbiano sentito mai – e dico mai – la necessità di apporre un commento a quanto letto, di chiedere una spiegazione o un approfondimento, di esprimere la loro opinione. I visitatori si limitano a leggere, senza intervenire; preferiscono rimanere nell’ombra, non avviare alcuna discussione né analizzare ulteriormente l’argomento con l’autore del post che, se ha parlato di quegli scrittori, vuol dire che ne ha fatto esperienza e che in certo qual modo li conosce e desidera perciò confrontarsi con i suoi lettori. Questo non avviene, e perciò i misteri legati a questo mio blog sono diversi, sono domande che non hanno risposta. Perché le visite in generale sono così diminuite negli ultimi due anni? Perché, in controtendenza con la perdita di prestigio della cultura di questi nostri tempi, sono proprio i post culturali che, pur nella generale decadenza, ricevono più visite? E se chi legge questi post letterari ha interesse per queste tematiche, perché non commenta e non contribuisce allo sviluppo di uno scambio di idee? Io non so dare risposte precise a questi interrogativi, ma solo fare congetture; tuttavia sta di fatto che tenere un blog in queste condizioni non è molto gratificante e credo quindi che questo mio tentativo di comunicazione sul web, non avendo raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, sia sul punto di terminare, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. Però una cosa da questa esperienza l’ho imparata di sicuro: la cultura, tranne pochissime eccezioni, non è un buon mezzo per uscire dall’anonimato.

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La civiltà dell’odio

Dispiace, purtroppo, constatare che nella nostra società la diffusione di internet e dei social ha portato un inasprimento dei rapporti sociali ed una larga diffusione della volgarità, dell’insulto e dell’odio, molto più facilmente esprimibile da chi sta dietro una tastiera rispetto a chi parla di fronte ad un avversario fisicamente presente di fronte a lui. L’istinto di violenza, di aggressività, di affermazione incondizionata della propria personalità e delle proprie idee ha trovato largo spazio con i “social” di oggi ed anche nel dibattito politico dei cosiddetti “talk show” televisivi, dove la litigiosità è molto aumentata negli ultimi anni. Di per sé la cosa potrebbe avere anche un lato positivo, nel senso che la sincerità, il dire cioè apertamente ciò che si pensa non è un male, ed è certo migliore dell’ipocrisia di chi adula gli altri o nasconde il proprio pensiero per fini personali, fingendo cortesia e benevolenza. Io ricordo con piacere una commedia di Molière, “Il misantropo”, dove il protagonista non è definito tale perché odia la compagnia degli altri, ma perché ha il coraggio di esprimere le proprie convinzioni e le proprie critiche nei confronti del prossimo, come quando dice apertamente ad un sedicente poeta che le sue poesia non gli piacevano affatto, suscitandone ovviamente il risentimento. Però la sincerità ed il coraggio delle proprie idee sono cosa diversa dalla maleducazione, dalla volgarità e dall’esternazione dell’odio a cui purtroppo assistiamo oggi, in un periodo in cui si sono perduti i giusti valori ed i giusti principi che dovrebbero regolare i rapporti umani.
Vediamo un po’ questo problema dell’odio sociale in politica e sui social. Per il primo ambito sarà sufficiente un solo esempio. Nei cinque anni precedenti le ultime elezioni (2013-2018) il Partito Democratico ha avuto la responsabilità del governo, e ha dovuto sopportare non solo le legittime critiche che l’opposizione per sua natura deve esprimere, ma anche i più volgari insulti da parte del Movimento Cinque Stelle, la cui volgarità e ignoranza è apparsa in ogni occasione: i partiti di governo (il PD soprattutto ma anche gli altri, per non parlare di Berlusconi) hanno ricevuto tutti i peggiori insulti, tra cui quello di essere tutti corrotti, ladri, mafiosi ecc., per dire solo alcuni dei titoli che i grillini hanno rivolto agli avversari. I partiti al governo sono stati accusati di aver rovinato l’Italia e aver condotto i cittadini alla fame, cosa che in verità era del tutto falsa, perché le condizioni di vita del nostro Paese erano e sono ancora buone e molto migliori di quelle di altre nazioni europee. Io, che non sono favorevole né al PD che ai Cinque Stelle, di fronte a quel volgare succedersi di insulti che la banda dei seguaci del buffone genovese lanciava contro il governo, dovetti prendere le parti del PD e soprattutto di Renzi, una persona che ha fatto sì molti errori (v. la legge 107 sulla scuola) ma che ha cercato anche con sincerità ed impegno di fare qualcosa di positivo per il nostro Paese. Però, adesso che le ultime elezioni hanno cambiato il quadro politico italiano e che al governo ci sono (malauguratamente!) i Cinque Stelle, il PD sta facendo lo stesso errore che prima facevano i suoi avversari, lasciandosi guidare dall’odio e ripetendo le stesse assurdità che qualche anno fa dicevano loro, cioè che il governo sta portando l’Italia alla rovina, che ci saranno pesantissime tasse aggiuntive, che moriremo tutti di fame ecc. Anche loro adoperano insulti gratuiti (oggi il PD ha definito “indegno” il ministro Salvini) e montano una campagna di odio che non fa certo onore a nessuno. Se il PD vuole con ciò vendicarsi degli insulti subiti quando era al governo, ha sbagliato strada: convinti come sono, a sinistra, della loro superiorità culturale sugli avversari, non dovrebbero usare i loro stessi metodi ed il loro stesso linguaggio, altrimenti si mettono essi stessi alla pari con i Cinque Stelle, che sono difficilmente superabili sul piano dell’insulto e della volgarità.
Sono tuttavia i cosiddetti “social” come Facebook il campo d’azione dove l’odio e l’insulto si diffondono con maggior vigoria grazie soprattutto al relativo anonimato che l’uso privato di un computer o uno smartphone sembrano consentire. In realtà chi offende o diffama altre persone può essere rintracciato e denunciato, tramite la Polizia Postale ed i mezzi di ricerca elettronici che esistono adesso, ma molte persone, pur offese, rinunciano a intraprendere un iter giudiziario lungo e fastidioso e con il rischio di non ottenere nulla; perciò, nella maggior parte dei casi, si limitano a rispondere agli insulti con altrettanti insulti ancor più sanguinosi, credendo in questo modo di vendicarsi adeguatamente e finendo invece per mostrare un comportamento infantile e indegno di persone civili. Avviene così che sui social vengono scatenate vere e proprie campagne di odio contro qualcuno solo perché esprime idee diverse dalle nostre, e queste campagne sono spesso organizzate scientemente da associazioni, partiti o organi di informazione allo scopo di screditare gli avversari e farli passare per quello che non sono. Le accuse di questo genere si incrociano vicendevolmente, e ciascuno accusa l’altro di essere un “hater”, cioè un odiatore del prossimo, affibbiandogli etichette infamanti. Così l’odio, anziché diminuire, aumenta sempre più, perché chi si sente offeso – e ritiene ingiuste le accuse che riceve – è portato a rispondere con lo stesso linguaggio, e così si forma una spirale di intolleranza e di incomprensione che non si ferma più. Ho usato consapevolmente il termine “incomprensione” perché va anche detto che è difficile giudicare il pensiero di una persona (o peggio, la persona stessa) da ciò che scrive in un commento di Facebook: spesso si viene fraintesi, ciò che viene scritto con un senso viene recepito in un altro totalmente diverso, e l’equivoco non fa altro che inasprire un clima già notevolmente alterato.
A questo punto non posso però evitare, prima di concludere, di esprimere un mio giudizio sul dibattito politico attuale. Di recente la sinistra, servendosi anche di trasmissioni televisive come “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha lanciato le solite accuse di “razzismo” e di “fascismo” contro tutti coloro che non approvano l’arrivo incontrollato dei migranti stranieri nel nostro Paese, servendosi anche di “intellettuali” come Saviano, Canfora, Cacciari ed altri, lasciati parlare senza contraddittorio e liberi di accusare e di insultare persino un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, indicato come il creatore ed il fomentatore della campagna di odio razziale che, a loro dire,ci sarebbe in Italia contro gli stranieri e i “diversi” di ogni genere. A me la cosa fa sorridere per due motivi: primo, perché viene spacciato per “razzismo” ciò che non lo è affatto, in quanto la preoccupazione per il diffondersi della criminalità slava, romena, albanese, nigeriana ecc. in Italia non può essere definita razzista se non dalla malafede di coloro che hanno qualche tornaconto personale nell’accoglienza di questi stranieri che vengono qua a delinquere perché le nostre leggi sono assai più miti e lassiste di quelle dei loro paesi di origine. Il razzismo è cosa ben diversa e s’identifica con il considerare la propria razza come geneticamente superiore alle altre come avveniva, ad esempio, nella Germania nazista; ma chi subisce o denuncia i furti in villa dei criminali slavi o i ROM che rubano sugli autobus e nelle strade non lo fa perché si sente geneticamente superiore a loro, ma perché si preoccupa della propria sicurezza. Chi non approva che gli immigrati di colore siano mantenuti a spese nostre negli alberghi e vadano tutto il giorno in giro con lo smartphone senza fare nulla mentre i nostri pensionati vivono a stento con 500 euro al mese di pensione non lo fa perché si sente superiore agli immigrati, ma perché questo stato di fatto è profondamente ingiusto, e grida vendetta il fatto che gli stranieri vengano preferiti agli italiani in tanti aspetti della vita sociale, compresa l’assegnazione delle case popolari. Chi dice “prima gli italiani” ha perfettamente ragione, perché così fanno tutti gli altri Stati europei e occidentali.
C’è però un secondo motivo che fa indignare. La nostra sinistra accusa Salvini e la destra di aver creato una campagna di odio quando sono proprio loro invece, i vari partiti e pensatori di sinistra, che hanno fondato sull’odio e sul disprezzo per il “nemico” la loro azione politica, dal ’68 fino ad oggi. Io, che purtroppo ho una certa età, ricordo benissimo la “caccia al fascista” degli anni ’70, quando diversi giovani di destra furono addirittura assassinati; in tempi più recenti sono sotto gli occhi di tutti le campagne di fango mediatiche e giudiziarie lanciate contro Berlusconi, portato in giudizio con accuse assurde nel tentativo di eliminarlo con quel mezzo dalla scena politica perché non si era in grado di batterlo alle elezioni; ed ancora più di recente, mi piace ricordare la pletora di infamie e insulti lanciata sui social e nel dibattito politico contro Salvini, che ha la sola colpa di voler difendere i confini del suo paese e di riconoscere agli italiani i loro diritti. A questo si aggiunge la continua ricerca del “nemico” che continua ancora oggi da parte della sinistra, che risuscita di continuo il fascismo finito storicamente 75 anni fa per avere qualcuno contro cui scagliare il proprio livore. Salvini, il cosiddetto “razzismo” e il cosiddetto “fascismo” sono quello che per i cristiani osservanti è il Maligno, il Diavolo, il “Nemico” del bene per antonomasia, che con la sua presenza giustifica e autorizza i crimini che la Chiesa Cattolica ha compiuto per secoli. Quindi, nel caso della campagna di odio che si va diffondendo purtroppo nel nostro tempo, non credo che esista nessuno che possa dare lezione ai suoi avversari, e mai come oggi trova piena applicazione quel detto popolare che dice “Il bue dà del cornuto all’asino”, oppure, come diceva mia nonna, “Il mugnaio accusa gli altri di essere sporchi di farina”.

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L’ignoranza al potere

La società in cui viviamo oggi non è caratterizzata da nessun’altra cosa se non dall’ignoranza, dal disprezzo per la cultura e la competenza, un costume ed una mentalità che hanno assunto sempre più potere. Partiamo dal basso. Io ho l’abitudine di guardare in TV (non sempre, ma spesso) la trasmissione “L’eredità”, che va in onda su Rai1 alle 18,45 di ogni sera. Qui vengono poste ai concorrenti varie domande di cultura generale, che riguardano sia il cinema e lo spettacolo sia campi di sapere più ampi e necessari come la storia, la geografia, la letteratura, la storia dell’arte, le scienze ecc. Queste domande di solito sono semplici, persino elementari; eppure i concorrenti, spesso giovani e freschi di studi, rivelano lacune impressionanti su questioni talmente semplici che tutti dovrebbero conoscere, anche senza aver letto i libri di scuola ma soltanto ascoltando qualche programma televisivo: c’è chi ha messo Mussolini o Hitler nel 1970, chi non sa se il Perù è in America o in Africa, chi non conosce la dislocazione delle città nelle varie regioni d’Italia (Brindisi è stata messa in Veneto una volta!) e altre perle di questo tipo. Ed il bello è che nessuno si vergogna di questa abissale ignoranza, anzi, ne sarebbero persino felici se questi svarioni non facessero loro perdere i punti al gioco. Purtroppo oggi è così: l’ignoranza è giustificata, se non addirittura ammirata, mentre la cultura è considerata avvilente, noiosa, inutile. Lo si vede anche quando qualcuno, nei commenti ai vari post di Facebook, corregge i colossali errori ortografici e sintattici che tante persone compiono: l’ignorante che ha scritto quelle bestialità non ringrazia chi lo corregge (come dovrebbe fare) per averlo messo di fronte alla sua ignoranza, ma anzi lo attacca e gli dice sprezzantemente di “non fare il professorino”, perché tanto, errori o no, il pensiero si capisce lo stesso.
L’ignoranza, l’incompetenza, la volgarità hanno campo libero nella nostra società tanto da essere non solo giustificate, ma addirittura ammirate: pensiamo ad esempio ai cosiddetti “reality” come il celebre “Grande Fratello” e gli altri che ne sono seguiti. Chi vince che meriti ha? Cosa sa fare? Assolutamente nulla, ed è proprio questo nulla che affascina, che consente alle persone di fare successo. Il successo stesso si basa sul nulla, come vediamo negli elogi a scrittori che non sanno scrivere, a pittori che sono solo imbrattatele, a cantanti che non sanno cantare. Ma la cosa più triste è che l’incompetenza è oggi perfino al centro della politica, dove c’è un partito di maggioranza (il Movimento Cinque Stelle) che è al governo, e c’è con persone assolutamente ignoranti, incompetenti su tutto e che mai hanno avuto nella vita la minima esperienza tale da giustificare la posizione che ricoprono. Noi sappiamo che anche per fare il magazziniere o la segretaria d’azienda occorre aver frequentato una scuola o un corso di formazione; per la politica invece, che dovrebbe essere l’attività più difficile perché ne dipende il destino di milioni di persone, a quanto pare non serve nessuna competenza. Alcuni ministri di quel partito, come Toninelli o Bonafede, sono imbarazzanti per l’Italia e per il mondo, perché totalmente incompetenti e inesperti nelle loro funzioni; del resto come potrebbe essere altrimenti per un individuo come Bonafede, che faceva il disk-jockey (si scrive così?) in una discoteca e da lì è passato a fare il ministro? E Di Battista, che offende tutti da quel grande arrogante e maleducato che è, faceva l’animatore in un villaggio di vacanze e da lì è passato ad essere uno degli esponenti più in vista del suo partito. Bella carriera, vero? E il bello è che queste persone, incompetenti su tutto, si permettono di criticare e offendere gli altri e si fingono persino benefattori del popolo italiano, mentre in realtà lo stanno portando in rovina. Ma anche questo triste fenomeno che è il Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) è il frutto maturo dei nostri tempi, di uno sciagurato periodo storico che non ama né apprezza la cultura e la competenza, ma valorizza la rozzezza, l’ignoranza, il nulla ben incarnato da questi politici.
Sarebbe difficile, con gli strumenti in nostro possesso, voler indicare oggi le ragioni di questo scadimento morale e culturale della nostra società, di questo degrado che aumenta ogni giorno e ci rende ridicoli agli occhi del mondo, noi che eravamo la patria di Dante, Michelangelo e di Galilei e oggi siamo quella di Toninelli e di Di Battista. Certo, una parte del fenomeno si può spiegare con il benessere sociale e la tecnologia che sono andati crescendo moltissimo negli ultimi decenni: in altre parole, quando tutto è già pronto su internet, sulle calcolatrici e sugli altri mezzi d’informazione, diventa sempre più ostico impegnarsi in approfonditi studi personali. Lo studio è fatica, si sa; la cultura è roba difficile, che richiede impegno mentale, ed in un periodo dove la vita è diventata facile e tutto si ottiene senza sforzo, perché faticare? Inoltre, quando un giovane vede che sono proprio gli ignoranti e gli incompetenti che fanno carriera, è spinto a fare altrettanto. Perché impegnarsi, lavorare, consumare energie per sapere più cose? A cosa serve sapere tante cose quando si vive benissimo nell’ignoranza? Basta lo smartphone per divertirsi e comunicare con gli altri, non c’è più bisogno nemmeno dell’amicizia reale, basta quella virtuale, e quindi anche gli scambi di idee, i confronti, sono sempre di meno.
Forse però il grave declino culturale dei nostri tempi deriva anche da una forma di reazione contro un periodo storico (gli anni ’60 e ’70) in cui della cultura si faceva gran conto, soprattutto negli ambienti di sinistra e nei circoli studenteschi. Da quel tempo in poi la supremazia culturale della sinistra è stata sempre incontrastata, perché alla destra non è mai stato concesso di esprimere intellettuali di valore (tranne pochi casi) ed i democristiani erano troppo impegnati nel loro malgoverno per dare la dovuta importanza alla cultura. Questa ideologizzazione del sapere è, in certo qual modo, rimasta anche oggi nell’era post-ideologica, perché quasi tutte le persone che si definiscono “di cultura” appartengono all’area culturale della sinistra. Ma questo finto monopolio, questo presunto possesso del sapere ha dato luogo anche ad una forte reazione, certo provocata dagli atteggiamenti presuntuosi e snobistici dei cosiddetti “professoroni” di sinistra e dei radical-chic che ci sono ancor oggi. In conseguenza di questi atteggiamenti, la cultura ha finito per apparire un sovrappiù, una veste opprimente da cui era meglio liberarsi, un marchio di superiorità che molti disprezzavano. Sappiamo del resto che ogni movimento storico, artistico o letterario, dopo essere arrivato all’apice subiva un rallentamento, fino ad essere soppiantato dai suoi oppositori: al traboccante Barocco successe la scarna Arcadia, allo psicologismo romantico successe l’osservazione oggettiva del Naturalismo, e così via. Così oggi, al predominio della cultura degli intellettuali del ‘900 è succeduto il dominio dell’ignoranza del secolo XXI, l’unico secolo in cui potevano nascere il “Grande Fratello” e il Movimento Cinque Stelle. Se andiamo avanti così, dove arriveremo? Chissà, forse in futuro una nuova reazione all’esistente porterà ad un ritorno della civiltà; ma dubito che ciò avvenga, ed in ogni caso noi della nostra generazione non ci saremo più.

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Se il prof. non dà il buon esempio…

Qualche giorno fa è apparso un post su Facebook, non ricordo chi l’abbia inviato, il quale proclamava con indignazione la notizia secondo cui in un Istituto di istruzione superiore (forse un liceo) il Dirigente scolastico ha diramato una circolare che invita tutti i docenti, al momento in cui arrivano a scuola, a lasciare in presidenza il cellulare e non usarlo quindi per tutta la mattinata. Alla notizia seguiva una serie di commenti di colleghi infuriati contro quel dirigente perché, a detta loro, trattava i docenti come bambini indisciplinati e soprattutto – e questo era il motivo principale dell’indignazione – li metteva alla pari con gli studenti. Quest’ultimo argomento è veramente ridicolo, secondo me: professori che si comportano da “amiconi” con i loro studenti, ci scherzano e fanno battute a volte di dubbio gusto, si fanno persino imitare e prendere sottilmente in giro dai ragazzi e poi, solo per quanto riguarda il cellulare, rivendicano orgogliosamente la superiorità del proprio ruolo rispetto a quello dei discenti. Inoltre, non avendo altra argomentazione, protestano dicendo che anche i medici, gli avvocati, i parlamentari ecc. usano il cellulare durante la loro attività lavorativa, senza tener conto che è una pessima linea difensiva quella di giustificare le proprie mancanze stigmatizzando quelle altrui; ed inoltre non tengono conto che il lavoro dell’insegnante è diverso dagli altri, presuppone anche una funzione educativa e formativa che altri professionisti non hanno. Come possiamo lamentarci della dipendenza dei giovani dallo smartphone quando ne siamo schiavi anche noi? Mi sembra di rivedere il comportamento di mio padre quando ero bambino e ragazzo: lui fumava come un turco ma proibiva con gran severità che io ed i miei fratelli prendessimo quel vizio; lui faceva largo uso di turpiloquio e di espressioni sconvenienti, ma se noi dicevamo qualche parolaccia succedeva il finimondo. Questa è pura incoerenza: se non vogliamo che gli altri si comportino male o prendano cattive abitudini, cominciamo a dimostrare di essere noi per primi esenti da quelle cattive abitudini. Il buon esempio, a mio parere, vale più di ogni invito ed ogni proibizione.
La triste realtà è che purtroppo – e sottolineo questo avverbio – tutta la società attuale e tutte le persone di qualunque età, escluse poche eccezioni, sono dipendenti dalla tecnologia e da questi aggeggi elettronici di cui non riusciamo più fare a meno. Oggi vediamo usare lo smartphone molto al di là di quella che sarebbe la sua funzione, quella cioè di essere un telefono: dovunque le persone lo usano, in treno, in sala d’aspetto del dentista, al supermercato, nelle corsie di ospedale, a scuola ecc. Non è più lui al servizio nostro, ma noi al servizio suo, e questa è la vera sciagura, poiché la tecnologia dovrebbe migliorare la vita all’uomo, non renderlo succube. E purtroppo questo processo di asservimento ha raggiunto anche i docenti, che non vediamo più in sala professori, magari durante un’ora libera, a leggere un libro o a documentarsi sulla lezione da svolgere, ma chattare e messaggiare sullo smartphone, proprio come i ragazzi adolescenti che sono nostri alunni. Assurda e ridicola è quindi la protesta dei docenti che rivendicano buffonescamente la superiorità del loro ruolo su quello degli studenti quando, nella fattispecie, si comportano esattamente allo stesso modo. Per questo trovo giustissimo che i cellulari siano banditi totalmente dalle scuole, sia da parte dei ragazzi che dei professori, anche perché non v’è alcuna necessità di tenerli addosso; se si verifica qualche problema in famiglia, infatti, c’è il telefono della scuola che può ricevere la notizia e comunicarla poi all’interessato. E un po’ patetica è anche la scusa di coloro che dicono che lo smartphone serve loro per la didattica e per compilare il registro; se una scuola ha il registro elettronico infatti, come avviene un po’ dappertutto ormai, c’è il computer di classe con cui compiere le operazioni di registro, oppure altri computers della scuola. Di questi apparecchi il Ministero ce ne ha dati anche troppi, non si sa più dove metterli. Caso mai sono i libri ed altri strumenti didattici che mancano, ma i computers non mancano mai.
Questo discorso del cellulare si inserisce però in un tema più vasto, quello del comportamento dei docenti dentro e fuori la scuola. Io ho sempre pensato che la prima nostra funzione di educatori fosse quella di dare il buon esempio agli alunni, in vario modo: rispettandoli come persone, se vogliamo ch’essi rispettino noi; trasmettendo loro il senso della giustizia, senza fare preferenze ed eccezioni per nessuno nella valutazione; dimostrando impegno ed entusiasmo per il nostro lavoro e le discipline che insegniamo, perché solo così possiamo chiedere a degli adolescenti di considerare lo studio un mezzo essenziale di formazione e non un obbligo fastidioso. E ritengo anche, come diceva Quintiliano, il più grande pedagogista della civiltà romana antica, che il maestro debba dare il buon esempio agli alunni anche nelle abitudini personali, non soggiacendo a quei vizi che non vuole vedere nei suoi allievi. Che senso ha proibire tassativamente agli studenti di fumare quando i docenti fumano a scuola – magari nel cortile, ma lo fanno – sotto gli occhi di tutti? Come può essere educatore un professore che si ubriaca o fa uso di droghe, anche se non lo fa nelle ore di scuola? E qui non mi vengano a dire che nella vita privata ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, perché non è vero: gli studenti sanno cosa fanno i loro insegnanti, come vivono, che abitudini hanno ecc. Se ci sono dei vizi e dei comportamenti vergognosi ciò si viene a risapere e non costituisce certo un modello di educazione! Per quanto mi riguarda, io di fronte ai miei alunni ho sempre evitato l’eccessiva familiarità perché è deleteria; una linea di demarcazione precisa deve esistere, altrimenti ci sarà sempre il maleducato o lo strafottente di turno che si approfitta del clima amichevole per mancare di rispetto al docente. Però, nonostante questa mia seriosità, ho sempre dato spazio alle richieste dei miei studenti, ho sempre tutelato la loro autostima e soprattutto non ho mai assunto davanti a loro atteggiamenti sconvenienti, non ho mai detto una parolaccia in loro presenza neanche nei momenti di irritazione che comunque esistono nel nostro lavoro. Questo perché le cattive abitudini, se sono deplorevoli in chiunque, sono addirittura criminose in un docente, che non occupa quel posto solo per insegnare “tecnicamente” le proprie materie, ma anche per modellare i caratteri e tentare di volgerli in direzione dei buoni principi.

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Recensione a “Per le nostre radici” di Andrea Del Ponte


Tra i molti libri ed articoli che affrontano oggi la dibattuta questione dell'”utilità” dello studio delle lingue classiche, particolare rilievo assume un volume molto recente (pubblicato nell’agosto 2018 dall’editrice “Aracne” di Roma) che già dal titolo, “Per le nostre radici”, lascia intendere quale ne sarà l’argomento. L’Autore è un attivissimo docente genovese, il prof. Andrea Del Ponte, che io ho conosciuto tramite Facebook e con il quale ho subito familiarizzato sia per l’entità dei nostri comuni interessi sia per un’impostazione critica e ideologica che non si scosta di molto dalla mia. In questo ed in altri casi, ad onta di tutto ciò che di negativo si dice e si scrive sui nuovi mezzi di comunicazione, dobbiamo riconoscere che la tecnologia che ha creato internet ed i “social” può essere utile per fare nuove conoscenze ed istituire un proficuo confronto di opinioni.
Il libro testimonia senza dubbio il grande amore che Del Ponte nutre per le sue come per le nostre radici, ossia per le lingue classiche, ed in particolare la lingua latina cui il libro è essenzialmente dedicato; e come il sottoscritto e tanti altri studiosi, egli sente la necessità di difendere e giustificare lo studio e la conoscenza di queste nostre radici culturali, senza ovviamente escludere altre discipline ed altre conoscenze, che s’innestano nel tronco principale – quello classico – della nostra formazione di moderni uomini e donne dell’Occidente, quell’Abendland che si è fondata culturalmente per secoli sugli studi umanistici. Ma oggi più che mai la liceità degli studi classici è messa in dubbio dalla mentalità economicista e utilitaristica delle società moderne, ed ecco quindi la necessità di ribadire concetti e convinzioni che in passato nessuno avrebbe mai messo in dubbio. A tutti noi, nella nostra normale attività di docenti di Liceo, è capitato di sentirsi chiedere da futuri studenti, genitori o persone comuni: “A cosa serve il latino?” “A cosa serve il greco?”. Domande di questo genere, che non debbono essere subito liquidate come frutto di ignoranza, hanno bisogno di una risposta, se vogliamo che la tradizione umanistica continui a vivere e che il Liceo Classico, principale fucina di questi studi, non debba chiudere i battenti.
Il libro di Andrea Del Ponte si divide in tre capitoli. Il primo, “Radici storiche e attualità della Latinitas”, ricorda come la lingua latina andò affermandosi nel corso dei secoli e non perse mai la sua identità pur trasformandosi nelle varie lingue romanze, per studiare e comprendere le quali è necessario il continuo richiamo alla lingua base, mentre vani sono stati i tentativi di sostituirla con l’utopia di una lingua universale, come il famoso “esperanto” che in realtà si è rivelato un fallimento; nonostante quindi la minore conoscenza effettiva del latino che caratterizza i nostri tempi rispetto al passato, la lingua di Roma ha continuato ad affermarsi presso la Chiesa cattolica, la scuola, l’alta cultura degli organismi statali e delle Università (che spesso utilizzano motti e frasi latine) e persino nella canzone. Per quanto riguarda in particolare la scuola, il nostro Paese ha il vanto del maggior numero di corsi dove il latino è obbligatorio, più il Liceo Classico (circa il 6,7% del totale degli studenti) dove si studia anche il greco. Qualcuno vorrebbe rendere opzionali queste materie, così come accade in alcuni paesi europei, e l’Autore del libro è contrario a questa ipotesi; e qui io non concordo pienamente con lui, convinto come sono che nel nostro ordinamento, specie dopo la cosiddetta “riforma Gelmini” vi siano degli indirizzo di studio (v. il liceo linguistico) dove il latino ha uno spazio talmente limitato che sarebbe preferibile abolirlo e sostituirlo con letture di autori latini (e perché no anche greci) in traduzione. Come già altri studiosi hanno detto in passato, anch’io sono convinto che i molti insuccessi scolastici in questa materia dipendono anche dal fatto che sono in troppi a studiarla, anche studenti che per essa non hanno alcun interesse o propensione.
Il secondo capitolo del volume, per me il più significativo ed interessante, ha per titolo “Il dibattito sull’utilità del latino” ed è inizialmente una rassegna cronologica di opinioni e pensieri sull’argomento, dai tempi del conte Monaldo Leopardi (padre di Giacomo) fino alla più recente attualità. Tutte le voci testimoniate in questa rassegna ribadiscono, da vari punti di vista e con diverse motivazioni, l’utilità e la necessità degli studi classici e quindi, senza richiamarle una per una, agiscono nell’unica direzione alla quale anche noi ci conformiamo. Ma poi, nella seconda parte del capitolo, Del Ponte presenta invece le voci dei detrattori degli studi classici, che possono suddividersi – per comodità espositiva – in esterni ed interni. Per quanto riguarda i primi non c’è bisogno di fare alcun nome particolare: sono tutti coloro che si sono lasciati trascinare dal potere assoluto della tecnocrazia, del neoliberismo e del neocapitalismo, cioè da una mentalità che mira soltanto al profitto e al consumismo, un “mostro” che travolge le stesse legitime istanze nazionali con l’arma micidiale dello spread e degli interessi sul debito, riducendo tutta la realtà ai valori materiali e rendendo quindi difficile per i giovani, minacciati dallo spettro sempre più concreto della disoccupazione, intraprendere gli studi umanistici. L’aziendalismo e l’economicismo di oggi hanno mortificato tutti quei valori umani e culturali in cui per secoli si è fondata la formazione dei giovani nel nostro Paese, e tale forma mentis è purtroppo entrata anche nella scuola stessa da quando si è cominciato a concepirla come un’azienda alla pari delle altre, da quando la forma conta più della sostanza, l’immagine esterna più della valenza formativa, da quando cioè il preside si chiama “Dirigente” e gli alunni “utenti”, come i consumatori di gas o di energia elettrica. Combattere questa aridità mentale che incensa solo i valori materiali, diametralmente opposti a quelli umanistici, è molto difficile; ma per chi sostiene gli studi classici c’è da fare i conti anche con la contestazione interna, cioè quei professori, pedagogisti o intellettuali che, pur sostenendo di fondo lo studio del latino e del greco, auspicano però innovazioni anche sensibili nelle metodologie di studio e di insegnamento; c’è infatti, sotto questo punto di vista, un dibattito che dura da tempo tra gli accesi conservatori che non vogliono cambiare nulla rispetto all’esistente (compresa la traduzione dal greco e dal latino) e coloro che invece, pur salvaguardando lo studio della lingua e l’analisi diretta dei testi, intendono comunque adeguare gli studi classici agli studenti di oggi, che sono molto meno abili – per una serie di ragioni di cui spesso ho parlato in questo blog – nell’esercizio di traduzione. La contesa si è accesa soprattutto intorno alla seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che in effetti quest’anno è cambiata e non prevede più soltanto la traduzione ma una conoscenza più ampia e variegata dei testi e della storia letteraria. Sotto questo aspetto il collega Del Ponte riconosce che il grammaticismo e l’eccessivo conservatorismo metodologico possano danneggiare gli studi, ma ribadisce la centralità della traduzione e adduce tutta una serie di valide ragioni; dal canto mio però io non concordo totalmente con lui ma mi avvicino alle posizioni del prof. Bettini che da anni conduce una battaglia contro l’analisi testuale fine a se stessa. Ritengo anch’io che lo studio linguistico non vada abbandonato, ma vada affrontato in modo più agevole e avveduto, eliminando la pedanteria di coloro che insistono per mesi su regole e regoline che magari gli studenti non incontreranno mai nel percorso successivo degli studi; sono poi anche convinto che le conoscenze di tipo letterario, storico, artistico ecc. non siano da porre su di un piano inferiore rispetto a quelle linguistiche, che oltretutto con il tempo finiranno per essere dimenticate. Non tolgo nulla al valore formativo e culturale della traduzione dal greco e dal latino, ma ribadisco che non bisogna conferirle un ruolo determinante ed esclusivo nella valutazione degli studenti, che certo tra vent’anni ricorderanno meglio il pensiero di Seneca o il metodo di Tacito rispetto all’ablativo assoluto o la consecutio temporum.
Il terzo capitolo del libro di Dal Ponte presenta, in ordine alfabetico, una rassegna di istituzioni, usi e costumi o situazioni contingenti di cui i vari scrittori latini, compresi quelli medievali e moderni, si sono occupati. Ciò dimostra quanto sia errato e assurdo definire il latino come “lingua morta”, quando invece è più viva che mai e continua a vivere insieme a noi nell’arte, nella scienza, nella liturgia ecc., benché molti dei moderni non se ne accorgano neppure. Il mantenimento degli studi classici è quindi non solo legittimo, ma addirittura indispensabile per farci comprendere il mondo in cui viviamo, le cui “radici” – per rifarci al titolo – affondano profondamente nel terreno dei secoli fino ad arrivare a quella Roma che dominò il mondo non solo militarmente ma anche culturalmente. L’essenziale è che si abbandoni una volta per tutte la categoria del “servire” inteso in senso praticistico, anche perché in questa specifica accezione nessuna disciplina servirebbe veramente, perché si può vivere anche senza conoscere non solo il latino, ma la letteratura italiana, la storia, la geografia, le scienze ecc. Come dice Nuccio Ordine, un altro studioso che ho recensito in questo blog e che si è occupato estesamente del problema dell'”utilità” del sapere, sarà proprio l'”inutile” a salvare l’umanità dalla nuova barbarie che, in nome del denaro e del consumismo, cerca di estendere ovunque i suoi artigli.

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Tragedie in mare: è colpa nostra?

Ieri sera ho postato sulla mia pagina Facebook una mia dichiarazione in forma di domanda per tutti quei buonisti nostrani che vorrebbero accogliere tutti i migranti dall’Africa o da altrove, e che colpevolizzano il nostro Paese ed in particolare il ministro Salvini per i naufragi e le morti che si verificano in mare. Io verrò forse da un altro mondo, ma non riesco a comprendere quale responsabilità abbia l’Italia in queste tragedie e soprattutto perché soltanto noi dovremmo farci carico del problema dell’immigrazione mentre tutti gli altri stati dell’Unione Europea fanno a scaricabarile e orecchi da mercante. Il post era questo:

Io vorrei porre alcune domande a tutti coloro che attaccano il governo e insultano il ministro Salvini per la vicenda dei migranti morti in mare. Punto primo: se un barcone naufraga a poche miglia dalle coste libiche, spetta soltanto all’Italia andare a salvare le persone? E’ forse partito dal nostro Paese? Punto secondo: secondo voi tutti i migranti che vengono dall’Africa e altrove devono essere accolti dall’Italia da sola? Non è forse vero che l’unione europea è composta da 28 Stati? Il problema deve perciò interessare tutti, o forse è giusto secondo voi che l’Italia diventi la pattumiera d’Europa? Punto terzo: è stata forse l’Italia a provocare questa ondata migratoria, tanto da doversene far carico da sola? Secondo voi la Francia, con le sue politiche coloniali e lo sfruttamento del nord Africa, e con la guerra voluta da Sarkozy che ha destabilizzato la Libia, non ha alcuna responsabilità? Mi spiegate perché noi dobbiamo farci carico delle colpe e delle politiche altrui? Punto quarto: non vi pare che negli anni passati l’Italia abbia accolto già abbastanza migranti, con i governi di sinistra a guida PD? Punto quinto: perché insultare Salvini per il fatto che antepone i problemi dei propri cittadini a quelli dei migranti, visto che tutti gli altri Stati fanno la stessa cosa?

Cioè, io mi chiedo: se un gommone carico all’inverosimile parte dalla Libia o dalla Tunisia e poi naufraga, è colpa nostra? Glielo abbiamo ordinato noi di partire? Ed il salvataggio compete solo a noi? E gli altri paesi, quelli di provenienza anzitutto, ma anche gli altri che si affacciano sul Mediterraneo, hanno diritto a infischiarsi del problema perché tanto ci sono quei rimbambiti degli italiani che ci pensano? A me sembra che la misura sia colma e che il Ministro degli Interni abbia perfettamente ragione a voler porre un argine a questo fenomeno che non soltanto porta in casa nostra, accanto a disperati che fuggono dalla guerra, anche potenziali criminali che rubano, stuprano e spacciano droga, ma arricchisce altri criminali che giocano con la vita altrui per arricchirsi illecitamente. Lo stesso Salvini ha detto più volte di non avere nulla contro gli stranieri che qui da noi lavorano onestamente, ma purtroppo non tutti sono così: ci sono quelli che delinquono (e sappiamo che alla base della maggior parte degli eventi di cronaca nera ci sono degli stranieri) ed anche quelli che vengono mantenuti a spese nostre negli alberghi mentre tanti italiani campano con 500 euro di pensione, o anche meno. Quest’ultima è un’ingiustizia intollerabile, il vedere cioè baldi giovani di colore (tutti maschi tra l’altro) che hanno colazione, pranzo e cena gratis negli alberghi e poi stanno tutto il giorno in giro con gli smartphone o a gironzolare da un bar all’altro. Almeno li facessero lavorare, visto che sono tutti giovani e forti: ci sono le strade da riparare, l’immondizia da raccogliere, i campi abbandonati da coltivare ecc. Quando si è mai vista gente mantenuta gratis tra gli italiani?
Per tornare al fenomeno delle morti in mare, se c’è qualcuno che ne ha la responsabilità morale e materiale non è certo l’Italia, ma casomai la Francia con la sua politica di sfruttamento dell’Africa e con la guerra in Libia che ha eliminato Gheddafi per peggiorare ulteriormente la situazione, addossando poi al nostro Paese le conseguenze di queste azioni dissennate. L’Italia è l’ultimo paese che ha colonizzato una minima parte dell’Africa, e per un tempo molto breve; pertanto le responsabilità per il depauperamento di quei territori e la conseguente massiccia emigrazione non sono certo le nostre, ma di altri paesi che adesso si permettono di rifiutare i migranti e rimandarli da noi, come se l’immigrazione fosse un problema solo italiano. Anche oggi, alla trasmissione “Tagadà” della 7 l’onorevole Ascani del PD (ma chi l’ha eletta, costei?) ha detto che per ogni morto in mare l’Italia ha una parte di colpa. Io non so da dove la signorina tragga questa conclusione, non riesco a vederlo. Ed anche se poniamo la questione sotto il profilo dell’umanità, della necessità di aiutare chi rischia la vita, il problema non si sposta, perché questi sentimenti dovrebbero essere di tutti i 28 stati dell’UE, non di uno solo, il nostro, che si vuol far diventare la discarica d’Europa.

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Tanto rumore per… poco

A me francamente sembra che l’arresto del terrorista rosso Battisti in Bolivia e la sua estradizione in Italia abbiano fatto troppo rumore, al punto che oltre metà dei telegiornali nazionali sono stati dedicati a questo avvenimento. Perché troppo rumore? Anzitutto perché il nostro governo ha gonfiato l’evento attribuendosene l’esclusivo merito, quando invece la causa della cattura è da imputare totalmente al cambiamento del clima politico nei paesi dell’America latina dove questo signore si era rifugiato, il che evidentemente gli ha fatto mancare ad un bel momento le protezioni di cui godeva in precedenza; quindi il suo arresto sarebbe avvenuto a prescindere da quale fosse stato il colore del governo italiano, che ne ha fatto invece un simbolo della sua tanto esaltata quanto inconsistente efficienza. Ma c’è un secondo motivo per cui la cosa è stata volutamente sopravvalutata, il fatto cioè che Battisti è solo uno dei tanti terroristi che sono sfuggiti alla giustizia e quindi il suo arresto, pur importante che sia, non risolve certo il problema generale della scarsa capacità dei nostri governi, ed in generale di tutti quelli delle cosiddette “democrazie”, di punire adeguatamente i nemici dello Stato.
Come già pensava Platone, e dopo lui tanti altri grandi filosofi, lo Stato è un concetto assoluto, è l’insieme di tutti i cittadini e di tutte le istituzioni che li rappresentano: per tutti gli uomini e le donne esso dovrebbe essere quindi qualcosa di sacro, di intoccabile, e chi si pone volutamente contro di esso e tenta di distruggerlo non dovrebbe ricevere nessuna pietà, nessuna comprensione, nessun beneficio di sorta. Per questo, pur augurandomi che l’assassino Battisti finisca i suoi tristi giorni in galera, non mi spiego perché altri terroristi rifugiatisi all’estero siano tuttora liberi e non vengano ricercati e perseguiti come è stato fatto per lui; il rischio concreto di questo clima creatosi in questi giorni, infatti, è che si cerchi di dare in pasto all’opinione pubblica un parziale successo per nascondere tutti gli altri insuccessi che lo Stato, nella sua debolezza e nel suo buonismo, ha incassato nella lotta con il terrorismo degli anni di piombo. La mia opinione in proposito, in effetti, è sempre stata quella di pensare che chi si è vantato di aver sconfitto il terrorismo ha detto colossali bugie per ingannare i cittadini sconvolti dal fenomeno: in realtà il terrorismo, specie quello di estrema sinistra, è imploso da solo quando i suoi capi si sono accorti dell’inutilità di una lotta armata che non avrebbe mai potuto raggiungere gli scopi previsti. Non è stato sconfitto dallo Stato, che si è mostrato sempre imbelle e incapace di affrontare il problema in modo veramente efficace.
Il perché di questa affermazione è semplice: se lo Stato avesse compreso fino in fondo il fenomeno, se avesse valutato la gravità dei fatti compiuti – primo tra tutti l’eccidio di Aldo Moro e della sua scorta – non avrebbe mai, e dico mai,consentito che gli assassini responsabili di quel massacro uscissero di galera. Se si fosse seguito il criterio indicato da Platone e da tutti coloro che hanno scritto di filosofia politica si sarebbe dovuto applicare la pena di morte, perché chi attenta alla vita dello Stato e uccide alcuni suoi rappresentanti e servitori è come se avesse ucciso tutti i cittadini, e non merita di vivere; prova ne è il fatto che chiunque avesse compiuto un atto simile fino a pochi decenni fa, quando il buonismo dei regimi democratici non si era ancora affermato, sarebbe finito sulla forca; e questo non per crudeltà, ma perché lo Stato ha il diritto di difendersi e di comminare punizioni che distolgano altri criminali da proseguire su quella strada. Perciò io non mi vergogno a dire che, quando ci fu il rapimento e l’uccisione di Moro, io invocai la pena di morte per i terroristi, condividendo il pensiero della maggior parte dei cittadini pur se gli organi ufficiali tentavano di nascondere questo sentimento popolare. D’altro canto, dovendosi accettare che ormai nel mondo occidentale la pena di morte è stata abolita, sarebbe però stato conforme ai più elementari principi di giustizia che quegli assassini restassero in galera per tutta la vita, senza vedere più la luce del sole fino alla fine della loro sciagurata esistenza. Invece gente come la Balzerani (tanto per fare un nome) hanno fatto pochi anni di prigione, oltretutto trattati in guanti bianchi, e poi sono usciti fuori; oggi sono tutti liberi, si permettono di avere profili facebook, di scrivere libri, di andare a fare conferenze e parlare degli omicidi che hanno commesso come se fossero eventi normali, giustificati dalla loro ideologia e dal clima politico che si respirava in quegli anni. Benché del loro pentimento non interessi nulla a nessuno, va anche aggiunto che nessuno di loro si è veramente pentito di quel che ha fatto. Il buonismo rivoltante e scandaloso di una falsa democrazia, che ha fatto sì che assassini confessi e mai pentiti siano liberi alla faccia delle famiglie delle loro vittime e dello Stato da loro offeso e colpito, è una vera e pesante sconfitta, altro che vittoria sul terrorismo! La vera vittoria sarebbe stata quella di far sparire quelle belve dalla faccia della terra, solo questo avrebbe reso giustizia agli innocenti massacrati ed ai loro congiunti.
Uno Stato che non si sa difendere, che perdona l’imperdonabile, che si vanta di meriti che non ha è uno Stato fallito, la cui debolezza provoca dolore e frustrazione nei cittadini, è uno stato che non vale nulla, che tenta goffamente di nascondere sotto principi evangelici la propria inefficienza. Per questo io non ho particolarmente gioito per l’arresto di Battisti, che deve pagare sì per quel che ha fatto, ma che rischia di pagare anche per tutti gli altri che sono sfuggiti alla giustizia e che sono liberi in modo assolutamente ingiusto e scandaloso. Se questo governo volesse fare veramente qualcosa contro il terrorismo, che non va mai perdonato neppure dopo 40 anni, dovrebbe rimettere in galera, e tenerceli a vita a pane ed acqua, tutti i terroristi di tutti i colori che sono in libertà nel nostro Paese e che vivono indisturbati facendosi beffe delle loro vittime. Questo sarebbe veramente un atto di giustizia, un segno di efficienza in mezzo a tante vanterie buffonesche alle quali le persone assennate non dovrebbero mai credere.

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Una nuova edizione di Catullo

Pochi giorni fa è stata presentata a Siena una recentissima edizione delle poesie di Catullo curata da Alessandro Fo, professore ordinario di Letteratura Latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di quella città. Il libro, molto voluminoso (oltre 1300 pagine) è stato pubblicato nella prestigiosa collana “NUE” dell’editore Einaudi di Torino; porta la data di fine stampa dell’ottobre 2018 e costa 58 euro, forse l’unico suo limite in quanto si tratta di un prezzo un po’ elevato; ma il volume può essere acquistato dagli insegnanti, cui lo consiglio vivamente, anche attraverso la “Carta del docente” e quindi con il denaro che il Ministero mette generosamente (!) a disposizione della categoria.
Su Catullo è stato scritto molto e di ogni argomento, ma il grande acume e l’indiscussa competenza del curatore Alessandro Fo fanno in modo che il volume presenti tanti aspetti di novità e tante informazioni inedite, espresse in relazione ad altri autori latini oppure anche in confronto con le letterature moderne, considerato che anche queste (ed in particolare la poesia del ‘900) sono di competenza dell’autore di questa edizione. L’elaborazione lunga e particolareggiata di questo lavoro, considerata la mole del volume e delle notizie in esso contenute, si rende nota da sé; ma a mo’ di conferma aggiungo qui che il curatore del volume, in sede di riferimenti bibliografici, ha citato circa 1600 contributi precedenti al suo usciti su Catullo e la sua poesia, il che rende l’idea di quanto impegno debba mettere in gioco chi si profonde in un’impresa di questo genere. E’ ben noto che Catullo è uno dei poeti latini che ha suscitato maggior interesse sia negli studi filologici che nelle letture private delle persone comuni; perciò la bibliografia su di lui è sterminata ed in continua crescita, tanto che è impensabile – come dice lo stesso prof. Fo – poterla tenere tutta sotto controllo.
La parte iniziale del volume comprende un’introduzione generale sulla personalità e l’opera di Catullo, cui fanno seguito tre note: alla traduzione, al testo ed alla metrica, particolarmente utili per illustrare i criteri dell’interpretazione dei testi e la particolare valenza della polimetria catulliana. Seguono poi i 116 componimenti del poeta veronese, in traduzione e con il testo originale a fronte. Nel rendere in italiano le poesie del Veronese, il prof. Fo ha agevolmente affrontato le grandi difficoltà che si sarebbero presentate a chiunque avesse voluto accingersi ad un tale compito, e l’ha fatto con un criterio generale che è quello di cercare di riprodurre, per quanto è possibile e lo consentano le strutture dell’italiano moderno, le caratteristiche fondamentali dell’originale. L’obiettivo è stato ottenuto anzitutto mediante la scelta della metrica “barbara”, quella cioè di riprodurre in italiano non solo il numero dei versi del testo catulliano, ma anche la cadenza e l’accentazione: per fare due soli esempi, l’endecasillabo falecio, cui Catullo fa spesso ricorso nella prima parte del libellus a carattere nugatorio, viene reso con versi endecasillabi italiani con accento tonico corrispondente, per quanto possibile, a quello latino, mentre il trimetro giambico ipponatteo (o coliambo), che presenta un’improvvisa inversione del ritmo all’ultimo piede, viene reso anche graficamente staccando l’ultima parola con una spezzatura orizzontale del rigo. Ma tradurre Catullo non presenta solo difficoltà metriche, bensì anche linguistiche, considerata la variopinta alternanza dei vari registri impiegati, con l’impiego di termini più aulici e ricercati da un lato (chi non ricorda il disertissime Romuli nepotum detto ironicamente a Cicerone nel c.49?) e di quelli più comuni e persino volgari dall’altro (è ben nota infatti la cosiddetta “oscenità” del poeta veronese); ma anche qui il curatore si è rivelato perfettamente all’altezza del modello, ricercando in italiano termini analoghi e rispondenti al massimo al tono espressivo dell’originale, da cui si distacca il meno possibile, correndo qualche volta anche il rischio di cadere nella pedanteria, salvo poi render conto nel commento delle scelte operate.
E veniamo alla parte più consistente del libro: le note di commento, appunto, che prendono da sole quasi novecento pagine, e questo già dice tutto sulla loro estrema accuratezza. Ogni carme catulliano viene prima introdotto in generale, poi commentato minuziosamente verso per verso con una serie di notizie letterarie, storiche, mitografiche di grande ampiezza e di altrettanto agevole interpretazione; una caratteristica generale di questo libro in effetti, che io come professore di liceo apprezzo in modo particolare, è che non è scritto con quell’astrusità criptica che spesso è appannaggio degli studiosi accademici, ma è invece comprensibile ad una larga fascia di lettori di media cultura, soprattutto perché riesce, con un registro linguistico accessibile, a rendere comprensibili anche problemi e questioni filologiche che in altri contesti risultano vietate ai “profani”. In questo percorso illustrativo ed esplicativo del grande valore artistico e letterario del poeta antico, il prof. Fo utilizza a piene mani i contributi precedenti al suo noti sui vari argomenti, ma li rielabora ed aggiunge ad essi la propria personale visione delle varie questioni, il che rende ricca ed esaustiva l’esegesi di ogni componimento. Per non estendere troppo questa mia recensione, prendo ad esempio soltanto il carme 85, il celeberrimo Odi et amo dove Catullo, facendo seguito al grande precedente di Saffo, scopre per la prima volta in ambito letterario romano il conflitto psichico che c’è tra ragione e sentimento, ossia tra la parte razionale e quella irrazionale dell’animo umano. A questo semplice distico il prof. Fo dedica una lunga introduzione, nella quale vengono ricordati sia i contributi specifici dei filologi classici che gli omaggi resi al Veronese da poeti moderni del calibro di Shakespeare e Baudelaire, nonché la riscrittura moderna del carme catulliano operata nel 2001 dalla poetessa canadese contemporanea Anne Carson (Toronto 1950)dal titolo I Hate and I love Perhaps Tou Ask Why. Difficile pensare a qualcosa di più completo ed esauriente di questo tipo di commento ad un testo classico, che in quanto tale non finisce mai di dire ciò che ha da dire, e trova quindi piena risonanza anche tanti secoli dopo la sua composizione.
Al termine di questa nota non posso far altro che raccomandare l’acquisto e la lettura di questo libro, che a mio avviso non è solo utile, ma addirittura indispensabile ad ogni docente, non solo come lettura ed arricchimento personale ma anche come strumento didattico. Gli innumerevoli spunti e confronti ch’esso contiene possono utilmente essere messi a disposizione degli studenti di oggi, i quali non sono insensibili come spesso si crede: se un docente trasuda entusiasmo per le discipline e gli argomenti che insegna, per i quali fa buon uso anche di strumenti eccellenti come questo libro, i suoi alunni non possono restare indifferenti di fronte all’enorme fascino che un poeta come Catullo suscita in chi gli si avvicina e cerca di conoscerlo meglio che può. Già questo poeta, con la sua vicenda personale fatta di amore e di amicizia, è vicino al mondo attuale, è un poeta “degli anni 2000”, come ho scritto in un post di qualche mese fa; adesso, con l’interpretazione che ce ne offre il prof. Fo, egli si è avvicinato ulteriormente al nostro mondo ed alla sensibilità dei nostri giovani. E’ compito dei docenti, se veramente tengono alla loro “missione”, farne un uso consapevole per arricchire la loro cultura e quella dei giovani a loro affidati.

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Speranze e propositi per il nuovo anno

Quando, in questo periodo festivo, le persone si rivolgono reciprocamente gli auguri, esprimono la speranza che il nuovo anno sia migliore di quello appena concluso; a me invece basterebbe che non fosse peggiore, visto che l’età avanza e la situazione generale del nostro Paese è tutt’altro che florida. Quel che è più importante, per tutti ma specialmente per coloro che non sono più giovani, è riuscire a mantenere uno stato di salute fisica accettabile, diciamo così, perché ottimale non può esserlo più: dopo i sessant’anni, infatti, cominciano a manifestarsi i primi disturbi, i primi acciacchi come il classico mal di schiena ed altri simili fastidi, per cui ciò che si può sperare non è che le nostre condizioni fisiche migliorino (il che è impossibile),ma solo che non si aggravino troppo. Dire che la salute è il bene più prezioso è una frase banale, lo so, ma è senza dubbio vera, e di ciò ci rendiamo conto sempre più con l’avanzare dell’età.
Un’altra speranza che coltivo per il nuovo anno è che il nostro Paese possa vivere una stagione di tranquillità e di benessere, senza che peggiori il tenore di vita di tutti noi. Ed al proposito c’è da augurarsi che abbiano ragione i sostenitori dell’attuale Governo, che asseriscono di poter fare tutto il bene possibile dei cittadini, ed abbiano invece torto quelli dell’opposizione, i quali vanno affermando che la manovra finanziaria appena approvata porterà povertà e disoccupazione; e ciò io lo spero non per simpatia per il governo, nel quale ho pochissima fiducia visto che è a trazione 5 stelle (e più volte ho detto in questo blog ciò che penso di loro, per cui non voglio ripetermi), ma perché amo il mio Paese ed auspico di poter vivere in una società giusta, dove si faccia carriera con il merito individuale e non con le raccomandazioni, e dove i giovani possano finalmente trovare una sistemazione lavorativa con uno stipendio che consenta loro di condurre una vita dignitosa, come dice la nostra Costituzione, senza che siano obbligati ad andare all’estero per poter mantenersi con le loro forze.
Anno nuovo vita nuova, si dice; ma per chi per me è da poco andato in pensione non si prospettano molti cambiamenti. Oltre a coltivare i miei interessi “pratici”, diciamo così, ho intenzione di continuare a svolgere, finché potrò, un’intensa attività culturale: ho infatti appena terminato di comporre un saggio, pensato e preparato da tanto tempo, sulla malinconia e la depressione nel mondo classico, un lavoro per il quale ho dovuto consultare una gran quantità di testi, sia scientifici che letterari; e adesso vorrei trovare una collocazione a questo saggio, cioè pubblicarlo su una rivista cartacea, perché appartengo alla vecchia generazione e non mi sono perciò ancora abituato ai cosiddetti “e-book” ed alle edizioni soltanto virtuali. A me piace vedere, annusare la carta, alla quale per tanti secoli abbiamo demandato la nostra cultura. Se possibile, nell’anno appena iniziato vorrei trovare anche un editore per la mia storia della letteratura latina, per comporre la quale ho impiegato almeno cinque anni della mia vita. Uscita nel 2009 con l’editore Loffredo di Napoli, con il titolo di “Scientia Litterarum”, questo nuovo e innovativo manuale per i Licei oggi non viene più ristampato a causa del fallimento della casa editrice, la quale oltretutto mi deve anche un bel po’ di denaro come compenso per le vendite già effettuate; ma dei soldi a me è sempre interessato poco e sarei disposto a rinunciarvi del tutto pur di vedere la mia opera in una nuova edizione. M’impegnerò per questo, e nel frattempo coltivo altri progetti ed altre ambizioni, giacché sono convinto che il periodo della pensione non deve equivalere a rilassatezza o indolenza, ché in tal caso diventa davvero l’anticamera della morte; deve invece essere un periodo produttivo, forse anche più dei precedenti, in cui l’attività cerebrale continui a pieno ritmo. Oltre a prevedere altri studi sulle letterature classiche e moderne, che sono il mio specifico campo di competenza, porto con me anche ambizioni letterarie: ho infatti già iniziato a comporre racconti e relazioni sulla mia vita e la mia storia personale, visto che scrivere – a detta di molti e non di me stesso – mi riesce piuttosto bene. Ed infine, come ultima cosa, devo decidere cosa fare di questo mio blog, se continuarlo o chiuderlo sostituendolo con commenti su Facebook. Dopo sette anni (ho cominciato nel febbraio 2012) chiudere definitivamente il blog mi dispiace, ma mi sto accorgendo che mi sottrae energie che potrei dedicare ad altro ed inoltre, cosa da non sottovalutare, il suo seguito su internet è sensibilmente diminuito: dalle 75.000 visite circa del 2017 sono passato nel 2018 ad appena 70.000, con un calo di oltre 5000 visite; i commenti, poi, sono sempre di meno e sempre delle stesse persone, quei pochi che mi seguono da tempo mentre tutti gli altri, pochi o molti che siano, si limitano a leggere senza farmi sapere nulla delle loro opinioni. Forse questo blog è troppo impegnativo per la cultura del “mordi e fuggi” che caratterizza la società odierna, dove si privilegia tutto ciò che è facile e immediato, mentre i miei articoli sono piuttosto lunghi, trattano a volte questioni letterarie e culturali complesse e richiedono una certa attenzione ed impegno intellettuale. Non so se questa è la ragione della scarsa fortuna di questo blog, ma lo sospetto perché vedo che hanno molto più seguito altri diari online che parlano di amori adolescenziali, di moda o di cucina. Per il momento sospendo la decisione, che comunque prenderò a breve. E adesso, ripetendo uno stanco rito, anch’io rivolgo a tutti i miei venticinque (o anche meno) lettori gli auguri di pace e prosperità per il nuovo anno.

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Un Natale avvelenato

Siamo arrivati anche al Natale del 2018, le strade sono piene di luci e di vetrine scintillanti, la televisione ci bombarda di pubblicità natalizia, molte persone si preparano a viaggi e vacanze, ma purtroppo l’atmosfera che viviamo in questi giorni non è affatto serena. La situazione politica è ammorbata da polemiche e scontri di ogni genere, come quello che abbiamo visto in Senato, dove l’opposizione si è scagliata in un attacco violento contro il governo e la manovra finanziaria di questo, arrivando addirittura all’occupazione dell’aula; e potremmo ben dire che questa acrimonia, questo odio ideologico è un fatto tipicamente italiano ormai ineliminabile, perché siamo costretti ad assistervi ogni volta che si insedia un nuovo governo, col quale l’opposizione non cerca il dialogo ma soltanto lo scontro e la violenza verbale, quando non anche fisica. Negli anni precedenti abbiamo assistito ad una serie di accuse e insulti di cui il Movimento Cinque Stelle si era fatto protagonista contro i partiti che allora governavano, accusati tutti, con un’assurda generalizzazione, di essere mafiosi, corrotti, delinquenti ecc. Allora io m’indignai con questi dilettanti della politica, un partito fondato da un comico pregiudicato che altro non sapeva fare che vomitare insulti dicendo pregiudizialmente di no a tutto e mostrando un comportamento volgare e indegno di persone civili; e confermo che ancora la penso allo stesso modo, perché sono convinto che i 5 Stelle siano l’espressione più autentica dell’incompetenza, della faciloneria e dell’incultura che caratterizza la nostra sciagurata società, un elemento che tristemente emerge nell’assurda convinzione che i normali cittadini possano far politica senza averne nessuna esperienza, e nell’altrettanto assurdo pensiero per cui si debba dare soldi a chi non fa nulla per rilanciare l’economia, quando invece chiunque abbia un po’ di discernimento sa che l’economia ed il benessere si facilitano creando lavoro e facendo investimenti, non con l’idiozia del “reddito di cittadinanza”, alla quale purtroppo molte persone hanno creduto il 4 marzo, una data infausta per il nostro Paese perché ha dato quasi il 33% al partito degli incapaci, degli ignoranti, del nulla.
Debbo però dire che, di fronte al comportamento indegno tenuto dai 5 stelle nella precedente legislatura, io mi sarei aspettato qualcosa di diverso da partiti con radici ideologiche e culturali diverse come il PD e Forza Italia, che invece oggi stanno compiendo lo stesso errore dei loro avversari, fomentando un clima di tensione e di odio sociale che non giova a nessuno, neanche a loro. La competizione politica dovrebbe basarsi sullo scambio di idee, sul dialogo, sulla critica anche aspra ma costruttiva; invece l’opposizione di oggi sta facendo esattamente quello che i loro avversari hanno fatto qualche anno fa: insulti, accuse di distruzione della democrazia, scene di guerriglia in Parlamento ecc. Di fronte a questi eccessi, più adatti ad un sultanato del Terzo Mondo che ad un Paese occidentale che è stato per secoli il faro della cultura e della civiltà, il cittadino comune rimane perplesso e confuso, anche da un punto di vista puramente informativo. A chi credere? Al governo che dice che con questa manovra aumenterà la ricchezza, si creeranno posti di lavoro, si sconfiggerà la povertà, si potrà andare in pensione prima dei termini infelici imposti dalla legge Fornero, oppure all’opposizione che proclama l’esatto contrario e paventa persino la rovina dello Stato, dei risparmiatori, dei pensionati ecc.? Il risultato che emerge da questo marasma d’inciviltà che caratterizza il nostro tempo è l’estrema confusione in cui tutti noi ci troviamo, all’interno di un clima di tensione e di insicurezza che distrugge anche quella poca serenità che dovrebbe crearsi durante il periodo delle festività invernali. La politica, così agendo, non aiuta i cittadini ma li confonde e li affligge.
E’ molto triste constatare che nel nostro Paese l’ignoranza e la rozzezza hanno preso ovunque il sopravvento sulla cortesia e sul libero confronto. L’emulazione degli uni verso gli altri è diretta in senso opposto a quello in cui dovrebbe andare: si imita il peggio del nostro prossimo, non il meglio, si fa a gara per scendere sempre di più sulla scala del vivere civile in tutti i rapporti umani, quindi anche in quelli della politica. Il dibattito di oggi non è fatto di idee diverse, anche aspramente contrastanti, ma di accuse infamanti, di insulti, di menzogne; si utilizza contro l’avversario non l’arma della dialettica ma quella della diffamazione, della “macchina del fango” che è molto facile pilotare oggi attraverso la TV ed i social del web. Così, mentre per secoli l’umanità ha proceduto in avanti sul cammino della civiltà, oggi cammina all’indietro, verso la barbarie dell’odio e dell’ignoranza. Tenuto conto di ciò, come non rimpiangere la vecchia politica della “prima repubblica”? Essa fu distrutta purtroppo da un assurdo giustizialismo che travolse un’intera classe politica accomunando colpevoli ed innocenti e buttando via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire; eppure oggi, di fronte alla volgarità ed all’incompetenza dei politici attuali, siamo costretti a rivalutare quel periodo, a rimpiangere persone che, pur di impostazione ideologica diversa e contraria, sapevano dialogare civilmente, affidarsi alla dialettica e non all’insulto, alla critica costruttiva e non a quella distruttiva di oggi. Ma purtroppo il passato non ritorna; si può condannare o rimpiangere, ma in ogni caso resta sempre irrimediabilmente perduto.

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