Le novità annunciate sulla scuola

Vengo a sapere dalla televisione che il Ministero dell’istruzione, facendo seguito con un decreto legislativo all’attuazione della legge 107, vorrebbe introdurre delle considerevoli novità nei curricula e negli esami di ogni ordine di scuole. Si tratta di un testo limitato ma fortemente incisivo, cui potrà aggiungersi in seguito un’altra “riforma” di più ampio respiro che vorrebbe potenziare, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, la presenza dell’informatica nella scuola, l’inglese e l’alternanza scuola-lavoro, ossia il collegamento con il mondo produttivo. Dopo aver tanto esecrato Berlusconi, ora la parte politica a lui avversa torna ai suoi dettami, in particolare le famose “tre i” che ci hanno angustiato durante il periodo del governo dell’ex Cavaliere.
Per restare al decreto legislativo attuale, ancora da visionare in Parlamento e forse sovrastato da questioni di maggior conio (v il referendum costituzionale) e quindi di là dall’essere veramente applicato, vale comunque la pena di farvi qualche riflessione. La prima, purtroppo, è per me fortemente negativa, in quanto il testo abolisce di fatto per legge le bocciature nella scuola primaria. Partiamo da questo punto. In effetti anche oggi le bocciature alle elementari e alle medie sono rarissime, ma ne resta comunque la possibilità, il remoto caso che possano applicarsi; così, in qualche modo, già i bambini ed i ragazzi sono spinti all’impegno, perché sanno che ripetere un anno, benché difficile, non è impossibile. In seguito invece, avendo la matematica certezza della promozione, molti di loro non apriranno più libro né quaderni, non faranno più nulla in assoluto, dedicandosi più di quanto non facciano oggi agli insulsi social network o altre fuorvianti occupazioni. Agendo così, in pratica, si toglie dall’individuo, pur bambino che sia, ogni senso di responsabilità, gli si fa credere che tutto nella vita sia facile e che tutti ti regaleranno ogni cosa senza mai dover faticare: un paese dei balocchi che però purtroppo, nella realtà del mondo adulto, non esiste. Quindi ritengo diseducativo, dissennato e criminale abolire per legge le bocciature, perché è un chiaro invito al nichilismo e all’indolenza, di cui nella nostra società c’è già tanta abbondanza. L’ignoranza e la barbarie che emergono anche in televisione e nel dibattito politico (basti vedere il comportamento dei grillini e di quel buffone che è il loro fondatore) si estenderanno fino a coprire tutto il nostro Paese di un velo di barbarie e di incultura. Altro che buona scuola! Il Governo dovrebbe sapere che, se la scuola non funziona, va in malora tutta un’intera nazione.
Altro ragionamento va fatto per quel che riguarda la scuola superiore, per la quale è in vista un’ulteriore riforma dell’esame di Stato. In questo ambito le novità presentate non mi sembrano del tutto da disprezzare, ed in particolare ve ne sono due che condivido. La prima è l’abolizione della terza prova scritta, un pot pourri che non esprime compiutamente la preparazione dell’alunno ma spesso soltanto nozioni scarsamente probanti oppure addirittura un futile esercizio formale quando è eseguita con la famosa tipologia C,, cioè con i test a crocette. Questi test, pur usati a fondo in altri paesi, sono la forma di accertamento della preparazione più futile e menzognera di quanto ci possiamo immaginare. Oltre all’abolizione della terza prova, mi trova favorevole anche l’aumento del credito scolastico da 25 a 40 punti, perché è giusto che il curriculum scolastico contribuisca di più al voto finale, oggi dipendente al 75 per cento dall’esito dell’esame; e tutti sappiamo, né è difficile capirlo, che uno studente emotivo o messo di fronte a una situazione inaspettata può rendere molto meno di quanto solitamente rendeva in precedenza, restando con ciò penalizzato. Ma il mio assenso alle proposte ministeriali sull’esame si ferma qui. Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud. Trovo assurda anche l’altra proposta, quella di tornare alla commissione d’esame tutta formata da docenti interni, evidentemente al fine di risparmiare denaro. Abbiamo già sperimentato, al tempo del ministro Moratti, questa formula, ed è stata fallimentare: che senso ha che io stesso, dopo che ho verificato la preparazione dei miei alunni nel mese precedente le prove d’esame, durante queste li verifichi di nuovo sugli stessi argomenti? Diventa in pratica un “esamino” come quello di terza media, senza che costituisca per i ragazzi un momento di vera riflessione, di timore anche (perché il timore è necessario) e di preparazione alla vita futura. Se proprio si vuole risparmiare soldi, si abbia il coraggio di cambiare il detto costituzionale (la Costituzione non è il Vangelo, si può cambiare e adattare ai tempi) e di abolire del tutto questa inutile e costosa farsa dell’esame di Stato, dove spesso sono i professore a fare i compiti agli alunni e dove il merito emerge a metà, se non ancora meno. Quanto ai nuovi contenuti previsti, si parla di una relazione degli studenti all’esame sulle loro esperienze di alternanza scuola-lavoro; ma poiché a questa alternanza io sono fortemente contrario perché penso che nei Licei, scuola dove conta l’astrazione ed il pensiero autonomo, essa sia solo un’inutile perdita di tempo, su questo argomento non mi esprimo. Concludo affermando tristemente che la vicinanza della pensione, che forse chiederò già da quest’anno, mi solleva un po’ dall’angoscia di trovarmi in un ambiente totalmente diverso da quell’ideale di scuola-cultura che ho sempre caldeggiato e tentato di realizzare.

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Esiste la coscienza nazionale?

La recente scomparsa del Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ci induce a qualche riflessione circa il suo operato e sull’eredità politica e ideologica che lascia. Senza giudicare nel merito dell’azione di questo personaggio eminente dei nostri tempi, debbo dire che io personalmente gli sono stato e gli sono grato per una fondamentale ragione: per aver tentato di ridare senso al concetto di Patria e di coscienza nazionale, che si era perduto quasi del tutto in precedenza a causa delle farneticazioni sessantottine e della parte politica che le aveva ispirate, tanto che solo pronunciare la parola “Patria” faceva quasi sorridere e pensare a qualcosa di superato o addirittura di reazionario. Il pensiero di Ciampi, pur in un’ottica di partecipazione completa ad una politica europea e internazionale, tendeva al recupero dell’orgoglio del nostro essere italiani, che noi per primi abbiamo volutamente accantonato.
Questo è il punto fondamentale, secondo me: che un popolo che denigra se stesso, che non è orgoglioso delle proprie origini, che ritiene migliori in tutto e per tutto gli altri Paesi in luogo del proprio, è un popolo destinato alla derisione altrui ed al personale fallimento. Se andiamo all’estero vediamo benissimo che la coscienza nazionale esiste, ed è molto sviluppata: gli svizzeri, ad esempio, esibiscono ovunque quella loro brutta bandiera con la croce, gli austriaci e i tedeschi ritengono sempre prevalente il loro interesse rispetto a quello altrui e spesso ci guardano con ironia e disprezzo perché abbiamo un’economia meno forte della loro, gli inglesi sono morbosamente attaccati alle loro inveterate tradizioni, tra cui la monarchia, stupido residuo di sistemi politici ormai tramontati; altrettanto si dica per gli americani, che stanno per scegliere il loro presidente tra due personaggi melensi e impresentabili. E per non parlare dei francesi! Orgogliosissimi della loro lingua, si rifiutano in gran parte di apprendere quelle straniere; guardano agli altri con sufficienza e arroganza, tanto da permettersi anche, in quel loro giornale satirico da quattro soldi, di insultare pesantemente le nostre città colpite dal terremoto e metterci in mezzo la mafia che non c’entra proprio nulla. Un’azione da criminali, con la quale ho finito per sempre di compiangerli per l’attentato che subirono un anno e mezzo fa, che a quanto pare non è servito ad altro che ad aumentare il loro livello di imbecillità.
Tutti i paesi esteri hanno orgoglio e coscienza nazionale; soltanto noi siamo i primi a denigrare il nostro Paese. Basta leggere i giornali o i commenti su internet, e vediamo che sono gli stessi italiani a sproloquiare sulle disfunzioni e i disservizi che ci sono da noi, come se gli aeroporti non venissero chiusi per nebbia anche a Londra o a Parigi, o come se la criminalità, la corruzione e compagnia bella esistessero soltanto in Italia. Per la mia limitata esperienza, con i viaggi all’estero che ho fatto ed in base a quello che ho letto, mi sono fatto la convinzione secondo cui i problemi sono ovunque, e non certo minori dei nostri. Se qualcosa va meglio in una nazione, ce n’è sempre qualche altra che va peggio. Perché dobbiamo sempre denigrarci e pensare che gli altri paesi siano paradisi terrestri quando non è affatto vero, ed i comportamenti degli stranieri, in ogni aspetto della vita sociale, sono spesso molto peggiori dei nostri. Non vogliamo considerare il vandalismo e la maleducazione che molti turisti stranieri dimostrano nelle nostre città? Non ci ricordiamo dei tifosi olandesi che provocarono gravi danni ai monumenti di Roma? L’avrebbero fatto a casa loro? Però se noi italiani siamo i primi a denigrarci e a parlare male del nostro Paese, non possiamo lamentarci della scarsa considerazione che abbiamo all’estero, non possiamo indignarci se la Merkel e Sarkozy, due ignoranti nella sostanza, si permisero di giudicare Berlusconi, nostro Presidente del consiglio legittimamente eletto, con un risolino di commiserazione. Il risolino andrebbe fatto a loro, per la loro politica miope e spesso assurda, ma nessuno lo fa, e anzi sono proprio i giornalisti ed i politici italiani che, pur di denigrare Berlusconi, furono persino contenti di quell’episodio squallido. Io, per parte mia, ritengo che noi italiani non siamo inferiori a nessuno, in nessun settore, e per la cultura e l’arte siamo sempre stati i primi al mondo. Cerchiamo di ricordarlo e di non lamentarci della nostra Patria. Sì, io uso volentieri questa parola e sono ben felice di essere italiano, non mi scambierei con nessun altro al mondo e sono grato al presidente Ciampi per aver almeno tentato di ricostruire una coscienza nazionale.
Per lo stesso motivo, però, un altro aspetto dell’operato di Ciampi mi trova molto meno d’accordo, cioè l’ingresso nella moneta unica europea al tempo del governo Prodi. In quell’anno, nel 2002, l’ingresso nell’euro fu una catastrofe per i consumatori italiani: con un cambio così alto nei confronti della lira noi non potevamo guadagnarci nulla, anzi i prezzi aumentarono a dismisura e si ridusse di molto il potere d’acquisto degli stipendi, perché per comprare qualcosa che costava, ad esempio, mille lire, poi occorse quasi subito un euro, che invece nominalmente valeva quasi duemila lire: quindi un raddoppio dei prezzi, o quasi. Ma anche quando questa speculazione è finita, io che – lo ammetto – mi intendo poco di economia, non vedo quale vantaggio ci sia ad avere una moneta comune con altri paesi, come la Germania e la Francia, che economicamente sono più forti di noi. E’ chiaro che i banchieri tedeschi e francesi modulano la moneta a loro piacimento, e questo è un altro punto fondamentale della perdita della nostra autonomia nazionale. Un Paese che non può battere moneta, e soprattutto che non può determinarne il valore in confronto alle altre per il commercio internazionale, è un Paese che non sarà più libero, sarà sempre soggetto ad altri. E noi abbiamo fatto più di mezzo secolo di lotte per l’indipendenza, per scacciare giustamente gli stranieri dalla nostra Patria, ed adesso ci troviamo di nuovo ad essere soggetti agli altri, ad avere in casa nostra una vera e propria dominazione straniera dei banchieri tedeschi e della signora Merkel, che farebbe bene a comandare solo a casa sua. Credo che sarebbe utile e dignitoso uscire dall’euro e tornare ad una moneta nazionale, sempre per quell’idea di indipendenza e di dignità italiana di cui non dobbiamo dimenticarci. L’ingresso nell’euro è l’unico atto che non posso approvare del presidente Ciampi, viste le conseguenze che ne sono derivate. Per tutto il resto, onore ad un grande italiano (e toscano) che da ieri non è più con noi.

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Ansie e incertezze di inizio anno scolastico

Il nuovo anno scolastico è già iniziato per quanto riguarda le riunioni preparatorie dei docenti, e tra pochi giorni cominceranno anche le lezioni. Sul blog torno a parlare dell’argomento che più mi interessa, cioè la scuola, alla quale ho dedicato praticamente tutta la vita; sono però riuscito a mantenere la promessa fatta a giugno di non parlarne per tutte le vacanze estive, in realtà molto più brevi di quanto si potrebbe credere.
Il nuovo anno comincia con tante incertezze e interrogativi dovuti all’attuazione della legge cosiddetta “La buona scuola”, che d’ora in poi comincerà a far sentire i suoi effetti, purtroppo più negativi che positivi. Le novità introdotte non fanno presagire nulla di buono. Le mie preoccupazioni più forti sono relative alla cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che quest’anno diventa obbligatoria nelle classi terze e quarte dei Licei e degli altri istituti superiori, e al rinnovato obbligo, sostenuto dal Ministero, dell’aggiornamento didattico. Il primo problema è certamente invasivo, checché se ne dica, perché 200 ore di attività lavorativa extrascolastica in un triennio sono tantissime, e non si può pensare che vengano svolte tutte nei periodi di vacanza; ciò comporterà inevitabilmente grossi disagi per il regolare svolgimento delle lezioni e per la completezza dei programmi. E’ inaccettabile, a mio giudizio, il consiglio che alcuni danno in questi casi, quello cioè di “tagliare” alcuni argomenti a vantaggio di altri: come è possibile, ad esempio in una materia come la letteratura italiana, parlare di Manzoni e non di Leopardi, o viceversa? Oppure, in storia, parlare della seconda guerra mondiale se non si è prima affrontato il problema delle cause, dei regimi totalitari precedenti, della prima guerra mondiale e via dicendo? Si possono eliminare gli argomenti secondari ed i corollari, ma non quelli fondamentali che vanno trattati in ogni modo, pena la perdita del senso complessivo e del valore formativo di ogni disciplina. Io non so come si organizzeranno i colleghi, ma prevedo grosse difficoltà; spero soltanto che il tempo da dedicare alle lezioni ed alle verifiche (che vanno fatte anch’esse, e non in maniera superficiale o sbrigativa) resti comunque tale da consentirci di espletare i programmi in maniera decente. Dico ciò in nome dell’obiettivo primario della formazione degli studenti, ma anche in vista dell’esame di Stato: c’è infatti l’eventualità che un commissario esterno si lamenti dell’esiguità del lavoro svolto e che di ciò dia la colpa al collega interno, senza tener conto di tutto il tempo-scuola che se ne va nelle molteplici attività extra- o parascolastiche.
Il secondo motivo di ansia riguarda il cosiddetto “aggiornamento in servizio”, che tutti i governi succedutisi negli ultimi vent’anni hanno sollecitato e talvolta imposto ai docenti. Anche qui io sono fortemente scettico, e non perché pensi che aggiornarsi non sia utile e anzi indispensabile, ma perché molto spesso questi corsi sono inconcludenti e tenuti da persone che poco si intendono dei veri problemi che il docente trova nella pratica quotidiana della sua professione, tanto che i loro interventi si risolvono in fiumi di parole poco spendibili nella fattispecie quotidiana. Molti di questi corsi riguardano le nuove tecnologie (sulle quali siamo già informati abbastanza per quel che ci serve, anche perché esse sono soltanto strumenti operativi ma non sostituiscono le facoltà umane), oppure si rifanno ad un pedagogismo ormai vecchio e banale che si esprime in un linguaggio astruso e del tutto avulso dalla realtà effettiva. Questi signori, in pratica, parlano quasi sempre della classe e degli alunni ideali, che esistono solo nella loro fantasia, non di quelli veri, in carne ed ossa, che ci troviamo di fronte tutti i giorni. E il Ministero, con questa insistenza paranoica sui cosiddetti BES e DSA, ha rincarato la dose di trito pedagogismo. L’unico corso di aggiornamento che io vorrei è quello specifico sulle mie discipline, che mi propone argomenti e contenuti nuovi, approfondimenti critici, suggerimenti bibliografici per migliorare effettivamente le mie competenze; un docente, per quanto preparato sia, ha sempre qualcosa da imparare, anche perché gli studi filologici, storici, filosofici ecc. proseguono il loro cammino, ed è bene ch’egli ne venga messo a conoscenza.
Altra notevole incertezza è quella che riguarda le novità della legge sull’impiego e la gratificazione del personale docente. Da quando è stato istituito il cosiddetto “organico potenziato” in tutte le scuole c’è un certo numero di professori in più rispetto al necessario, che vengono utilizzati in vari modi: in certi casi fanno soltanto le supplenze per le assenze dei colleghi, in altri casi fanno compresenze con altri docenti per determinate esigenze della scuola, in altri ancora tengono i corsi di recupero per gli studenti meno brillanti, ecc. Da quest’anno c’è però la novità, chiarita da una circolare ministeriale, ch’essi possono essere anche utilizzati al posto dei docenti curriculari, affidando cioè loro l’insegnamento annuale in alcune classi. Io condivido questa impostazione, perché non trovo giusto che questi colleghi giovani siano occupati per poche ore settimanali mentre a noi “vecchi” insegnanti della scuola tocchi l’orario intero delle 18 ore, con tutto ciò che comporta i termini di preparazione, correzione degli elaborati riunioni ecc. Ma come potranno i Dirigenti scolastici distinguere tra i vari docenti a disposizione e decidere cosa sia più vantaggioso per ciascuna classe? C’è il rischio che, comunque vada, le scelte non siano le più eque e che a sostenere il peso maggiore dell’insegnamento siano sempre i docenti con più esperienza e che danno ai Dirigenti maggiori garanzia di efficacia e di gradimento per studenti e genitori. Potrebbe accadere che chi s’impegna meno, chi provoca problemi relazionali con le altre componenti scolastiche, chi è meno preparato e didatticamente inefficace goda di un impegno minore e faccia, in pratica, la bella vita, limitandosi a qualche ora di supplenza o di corso di recupero. Non dico che ovunque avverrà questo, ma è molto probabile che accada piuttosto spesso, in virtù del potere che la legge della “Buona scuola” concede ai Dirigenti, gravati però proprio in base a questo potere di una forte responsabilità. Questo presupposto, peraltro, vale anche per quanto riguarda il famigerato “bonus premiale”, cioè il limitato vantaggio economico concesso ad una ridotta percentuale di docenti di ogni scuola,  ritenuti eccellenti rispetto agli altri. Non voglio tornare sull’argomento dei criteri in base ai quali sono state fatte le scelte, su cui ho già espresso sinceramente il mio pensiero. Aggiungo solo una cosa: ho notato che nella maggior parte degli istituti è stata compilata la lista dei premiati ma non sono stati resi noti i loro nomi, forse per reticenza dei Dirigenti che in tal modo vogliono evitare liti e malumori tra gli insegnanti della loro scuola. Se però qualcuno – esclusi i presenti – aspirava ad ottenere il bonus non per quei pochi soldi che si aggiungono allo stipendio ma per il prestigio che la collocazione in quella lista poteva apportargli a livello di scuola e di territorio, in questo modo è rimasto, come si suol dire, con un palmo di naso. Che gratificazione può venire a un docente “premiato” se nessuno viene a sapere di questo premio? Mi sembra di risentire una storiella che mi raccontava mio padre quand’ero bambino e che riferiva di un tale che, alla domenica, dava al proprio figlio una banconota da cinquanta lire (si parla di un secolo fa circa) perché facesse bella figura con gli amici quando usciva, ma poi alla sera pretendeva di rivederla intera, senza che il figlio avesse speso neanche un centesimo. Forse chi ha escogitato questa bella trovata avrebbe dovuto essere più esplicito e prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Ma questo è chiedere troppo a chi legifera senza mai aver messo piede in una scuola.

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La questione delle pensioni

Nei dibattiti televisivi di questi giorni si fa un gran parlare del problema delle pensioni e di cosa fare per cambiare la situazione attuale. Diversi argomenti sono in discussione, dalla necessità di adeguare le pensioni minime ad una cifra che consenta ai beneficiari di vivere con più agio, ai futuri trattamenti di quiescenza per i giovani di oggi (destinati tra qualche decennio a ricevere un assegno misero), fino alla questione dell’età pensionabile, oggettivamente troppo alta in Italia con la riforma Fornero, dopo che il nostro Paese è stato per molto tempo quello di Bengodi, visto che qualche tempo fa si consentiva alle persone di ritirarsi dal lavoro a 40 anni o anche prima. Siamo passati, come spesso accade, da un estremo all’altro; evidentemente la medietas aristotelica ed oraziana è sconosciuta ai nostri politici.
Il problema, che fino a qualche anno fa nemmeno consideravo, adesso comincia ad interessarmi, perché sono molto vicino al momento in cui dovrò ritirarmi in pensione; perciò esprimero’ qualche osservazione a proposito di tre argomenti. Primo punto: ritengo che l’età del ritito dal lavoro non dovrebbe essere fissa ma flessibile, perché non siamo tutti uguali e non svolgiamo tutti la medesima attività: sarebbe opportuno stabilire un minimo ed un massimo (ad es. da 60 a 68 anni), in modo che ciascuno potesse scegliere ciò che più gli conviene, ovviamente con una consistenza diversa dell’assegno, senza tuttavia grosse disparita’. Perché costringere chi è stanco e provato a restare al lavoro fino a 67 anni come avviene oggi? E, d’altro canto, perché impedire a chi lavora volentieri e si sente ancora utile alla società di restare finché le forze glielo permettono?
La seconda riflessione riguarda i cosiddetti “lavori usuranti”, una definizione con la quale i personaggi televisivi mostrano di intendere attività fisicamente pesanti come quelle del carpentiere, del carrozziere, dell’operaio in catena di montaggio ecc. Nel pieno rispetto di queste ed altre professioni, io dico però che la fatica lavorativa non è soltanto fisica ma anche mentale, come dimostra il fatto che la nostra categoria, quella degli insegnanti, ricorre più di ogni altra alle cure di psicologi e psichiatri, ad onta dell’opinione pubblica che ci vuole nullafacenti, o poco più. In questa ottica mi pare che possano essere spiegati (non giustificati, per carità!) alcuni spiacevoli episodi di cronaca riguardanti le violenze sui bambini commesse da alcune maestre. Lo stress che si accumula per tanti anni, purtroppo, può causare fatti del genere, che ovviamente ci auguriamo che non accadano mai.
Il terzo punto riguarda il problema economico, poiché ogni intervento sulle pensioni comporta una maggiore spesa, una cifra che varia nelle previsioni da due a sei miliardi di euro. Dove trovarli? Io qualche idea ce l’avrei. In primo luogo si potrebbero operare significativi risparmi sulla spesa pubblica, ad esempio le amministrazioni: è forse logico che una cittadina come Perugia, tanto per fare un nome, abbia i consigli comunale, provinciale e regionale, con tutto ciò che comporta in termini di stipendi, manutenzione degli edifici, consulenze ecc.? Basterebbe la metà dei costi attuali. Un’altra cosa da fare è combattere seriamente l’evasione fiscale, che ogni anno sottrae alla comunità una cifra che si aggira sui 90 miliardi di euro. È mai possibile che paghino le tasse sempre i soliti noti, mentre i gioiellieri, così per fare un esempio, dichiarano in media al fisco 10 mila euro lordi all’anno, e molti imprenditori dichiarano di guadagnare meno dei loro operai? È una farsa sconcia, che un governo serio dovrebbe far finire prima possibile. In terzo luogo si potrebbero tassare i grandi patrimoni e quei liberi professionisti come ingegneri, avvocati e medici specialisti, che speculano sulla salute dei pazienti facendosi pagare cifre altissime spesso senza neanche emettere la ricevuta fiscale. Molti di loro sono anche professori universitari e cumulano il lauto stipendio statale coi guadagni privati. Il doppio lavoro non dovrebbe essere consentito, ma visto che lo è facciamo almeno in modo che queste persone paghino le tasse in modo adeguato. I soldi, se lo si vuole, si trovano; il problema è che quel che manca è proprio la volontà, mentre gli interessi privati e la paura di perdere il potere impediscono ogni miglioramento. Stiamo ancora aspettando un governo che abbia il coraggio di passare ai fatti senza limitarsi agli annunci e alle parole. Chissà se arriverà mai?

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Il volto oscuro del progresso

Dalle più remote origini della società umana fino ad oggi l’evoluzione della specie viene comunemente definita con il termine “progresso”, che deriva dal verbo latino pro-gredior, cioè “andare avanti” ed ha quasi sempre coinciso, nell’immaginario popolare, con l’idea del miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Ma già nel mondo antico qualcuno si accorse che le scoperte scientifiche, pur lodevoli in sé come frutto prelibato della mente umana, potevano comportare anche effetti indesiderati; anche per questa ragione, pertanto, tenevano ben separati i concetti di “scienza”, che altro non era se non una sorella della filosofia, e di “tecnologia”, cioè l’applicazione pratica delle scoperte stesse alla vita quotidiana. E se la prima si sviluppò moltissimo nel mondo antico (basti pensare alla “rivoluzione dimenticata”, come la chiama Lucio Russo, propria dell’età ellenistica), la seconda camminò invece molto più lentamente, tanto da restare ignota per molti secoli: sappiamo infatti che diverse scoperte scientifiche dell’antichità trovarono applicazione pratica solo a partire dai secoli XVI-XVII della nostra era. Non considerando qui, nel breve spazio di un post, tutte le motivazioni per cui ciò avvenne, vorrei soffermarmi su un singolo aspetto del problema, ossia la lucida disamina degli aspetti negativi del progresso già evidente negli scrittori antichi. Ciò potrebbe costituire, a mio giudizio, anche materia di un “percorso didattico”, per usare la terminologia corrente, da seguire nella scuola o nell’università.
Il primo significativo testo a riguardo è un passo del Fedro di Platone (274c), ove si parla di una divinità egiziana, Theuth, a cui erano attribuite tante scoperte atte a migliorare la vita degli uomini, tra le quali, ultima e più preziosa, quella dell’alfabeto e conseguentemente della scrittura. Narra Platone che quando Theuth presentò la sua scoperta al re Thamus, questi lo rimproverò anziché lodarlo, dicendogli: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E cosí ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei [275 a] inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.” In pratica, Thamus (cioè Platone) aveva già chiaro il concetto, modernissimo, secondo cui gli strumenti che facilitano ed accelerano le facoltà umane ne determinano però anche l’indebolimento e l’atrofia. Per dimostrare quanto sia attuale il passo platonico basti pensare a quel che i docenti delle prime liceali lamentano a proposito dei loro alunni: “Non sanno neanche le tabelline!”. Per forza, adesso anche per calcolare 10 + 15 si prende la calcolatrice, e la memoria si atrofizza come un braccio che restasse legato al corpo per trent’anni! Ed anche riguardo ad altri aspetti negativi del progresso, come ad esempio la perdita dei valori morali e spirituali e il diffondersi del vizio conseguenti al lusso ed all’opulenza che le nostre società occidentali oggi vivono, troviamo illustri precedenti in diversi autori latini da Sallustio a Seneca Naturales Quaestiones (VII,31) a Plinio il Vecchio ed altri ancora.
Il tema del progresso scientifico e delle sue conseguenze è poi tornato in auge nei secoli della modernità, in coincidenza con le scoperte dei secoli XVII-XVIII, con la rivoluzione industriale di fine ‘700 e ancora con il diffondersi del Romanticismo nella prima metà del XIX secolo. Dei suoi effetti negativi ci parla in abbondanza il Leopardi, che vedeva nella scoperta del “vero” la fine delle illusioni e quindi la pur remota possibilità dell’uomo di raggiungere la felicità: tra i suoi numerosi testi che trattano questo argomento ricordo, ad esempio, un passo della canzone Ad Angelo Mai, dove il poeta lamenta la scomparsa dei miti e delle credenze in ignote e favolose genti che, pur false che fossero, davano luogo all’immaginazione e quindi all’illusione della felicità (vv. 97-103). “Ecco svaniro a un punto / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco tutto è simile, e discoprendo, /solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta / il vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s’apparta / nostra mente in eterno.” Ed al grande recanatese, nel mostrare gli effetti negativi del progresso, si aggiungono altri grandi uomini del secolo passato, quello in cui la tecnologia ha più inciso sulla nostra vita. Per brevità cito soltanto tre di essi: Luigi Pirandello, soprattutto nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore e nei Giganti della montagna, ultima e forse più grande sua opera; Pier Paolo Pasolini, che tra i suoi aforismi scrisse anche questo: “Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica”; Albert Einstein, che metteva in guardia contro l’eccessivo tecnologismo, quando scrisse: “Temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità; quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”
Le contraddizioni della nostra evoluzione tecnologica ed economica si vedono bene nella nostra società. A mio giudizio il problema si suddivide in due questioni: la prima è che le macchine e gli strumenti d’uso quotidiano sono spesso diventati non i nostri servi, ma i nostri padroni, hanno ottenebrato le nostre menti: basti pensare ai cellulari, strumenti dannosissimi di cui tante persone non riescono a fare a meno neanche per un’ora, oppure alle automobili, usate da tutti anche per percorrere cento metri, perché nessuno ormai va più a piedi. In questo modo l’uomo, come prevedeva Pirandello, si è messo al servizio della macchina, ne è divenuto schiavo, e nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria, come dice Seneca in un passo della celeberrima Epistola 47. La seconda questione è che l’ansia tutta moderna per inventare continuamente cose nuove a scopo di profitto (perché è l’aspirazione al guadagno ciò che guida con imperiosa dittatura le società moderne) induce a realizzare beni ed accessori poco utili, se non addirittura superflui, di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Pensiamo alla tecnologia automobilistica: certi accessori montati sulle auto moderne sono del tutto ininfluenti sulla funzione generale che questo bene così diffuso deve svolgere. A cosa servono i cerchi in lega, che costano molto e non fanno nulla in più di quelli normali? A cosa servono sei-otto altoparlanti per l’autoradio quando ne basterebbero due? E soprattutto: a cosa servono i vetri elettrici quando chiunque può aprire il finestrino usando semplicemente una manovella? Quest’ultimo accessorio è addirittura dannoso a volte: qualche tempo fa mia moglie era alla guida e, credendo di alzare il vetro dalla sua parte ha alzato invece il mio, schiacciandomi la mano e facendomi un male cane. Se ci fosse stata la manovella ciò non sarebbe avvenuto. Ovviamente queste sono banalità, ma pur sempre indicative di come la tecnologia a volte superi se stessa sconfinando nell’inutile e perfino nel dannoso. E qui bisognerebbe parlare dell’inquinamento ambientale, dell’effetto serra e di tanti problemi ben più importanti delle insulsaggini che ho detto io. Ma il post è già abbastanza lungo e bisogna chiudere; vuol dire che delle altre conseguenze negative dello stile di vita attuale parlerò in altre occasioni. Per adesso mi basta aver gettato questo sasso nello stagno, sperando che qualcuno lo raccolga.

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Olimpiadi antiche e moderne

In questi giorni non si può fare a meno di parlare delle Olimpiadi di Rio in Brasile, che la televisione ci propina a tutte le ore del giorno e della notte. Si tratta di un evento importante a livello mondiale, ma a chi conosce il mondo classico viene spontaneamente di fare il confronto con le Olimpiadi antiche, quelle che si celebravano ad Olimpia (di qui il nome) nel Peloponneso, cioè nella Grecia meridionale, ogni quattro anni. Anche per i Greci questa occasione di confronto sportivo tra atleti provenienti da tutte le città della Grecia continentale, insulare ed anche dell’Italia meridionale (la cosiddetta “Magna Grecia”), era di fondamentale importanza, tanto che dalla prima celebrazione di questi giochi, nel 776 a.C., si contavano gli anni della storia successiva, così come adesso si contano dalla nascita di Cristo: così, ad esempio, se un fatto era avvenuto nell’anno 376 a.C., si diceva che si era verificato “nella centesima olimpiade”, perché lo spazio di 400 anni vedeva il succedersi, appunto, di cento celebrazioni di giochi olimpici. E tuttavia questi giochi, certamente i più celebri dell’antica Grecia, non erano l’unica occasione di confronto sportivo panellenico: ogni quattro anni, in alternativa alle Olimpiadi, si celebravano anche i giochi Pitici a Delfi, dove ancor oggi rimangono i resti non solo del santuario di Apollo ma anche dello stadio in cui si svolgevano le gare. Altri giochi di minore rilievo, ma sempre ambiti dagli atleti alla ricerca della gloria, erano i giochi Nemei, che si svolgevano ogni due anni a Nemea nel Peloponneso in ricordo dell’impresa di Eracle dell’uccisione del leone nemeo, e i giochi Istmici, che avevano luogo a Corinto, presso l’istmo che divide il Peloponneso dalla Grecia continentale.
Tra le Olimpiadi antiche e quelle moderne ci sono alcune analogie, ovviamente, perché al mondo classico si ispirò il barone francese De Coubertin quando, sullo scorcio del XIX secolo, dette vita ai giochi a cinque cerchi che anche in questi giorni si stanno celebrando; ma molte di più e più rilevanti sono le differenze tra la mentalità dell’antica Grecia e quella attuale. Considerando le prime, a parte il nome e la periodicità quadriennale, troviamo che alcune specialità sportive derivano chiaramente dal mondo antico e vengono praticate tutt’oggi: il pugilato, ad esempio, e l’atletica pesante come la lotta chiamata appunto, e non a caso, “greco-romana”. Anche nell’atletica leggera vi sono specialità analoghe a quelle antiche, come il lancio del giavellotto e del disco, il salto in lungo e la corsa; quest’ultima, però, si limitava nell’antichità a due sole modalità: la corsa breve, che consisteva nel percorrere una sola volta, in linea retta, l’intera lunghezza dello stadio (corrisponde più o meno ai 200 metri piani attuali, senza però la curva), e la corsa lunga, consistente in vari giri intorno allo stadio. Ci sono rimasti i nomi di molti atleti vincitori, perché le loro imprese sportive venivano celebrate con gli “epinici” (lett. “canti per la vittoria”) da grandi poeti come Pindaro e Bacchilide; ma non sappiamo nulla riguardo alle misure ed ai tempi che gli atleti antichi riuscivano ad ottenere nelle specialità prima nominate.
Più che le analogie, tuttavia, saltano agli occhi le differenze, tanto che, a mio parere, quelle moderne dovrebbero rinunciare al loro nome consueto e chiamarsi, ad esempio, “Giochi planetari” o “internazionali”, ma non più Olimpiadi. Nell’antichità gli atleti non erano mai professionisti, ma semplici dilettanti, e non ricevevano alcun rimborso per le spese sostenute nel viaggio ad Olimpia, che doveva durare almeno un mese tra prove, allenamenti e gare; nessun compenso in denaro era concepito in relazione allo sport, direi anzi che i Greci sarebbero inorriditi all’idea che un atleta o il suo allenatore potessero ricevere un compenso materiale per la loro attività: il vincitore veniva premiato soltanto con una corona d’alloro, e quel che conseguiva era soltanto il klèos, ossia la gloria sua personale ma soprattutto della sua famiglia; perciò i poeti che celebravano coi loro canti le vittorie tendevano ad esaltare non tanto il vincitore come persona quanto la nobiltà della sua stirpe. La gloria e l’onore erano ritenute la più alta forma di guadagno, e ciò che rifulgeva in primo piano era l’esaltazione dell’armonia e dell’equilibrio fisico e psichico che caratterizzava l’immagine ideale dell’uomo greco. Va poi detto che le Olimpiadi, così come tutte le altre gare, erano sostanzialmente cerimonie religiose, ed i riti e i sacrifici in onore del dio (Zeus ad Olimpia) avevano la massima importanza; per questo dalle gare erano escluse le donne, che non potevano partecipare nemmeno come spettatrici, non solo perché (come qualcuno ha detto bonariamente) gli atleti gareggiavano nudi e questo avrebbe potuto turbare l’animo femminile, ma soprattutto perché le feste religiose erano rigorosamente divise tra maschili e femminili, per cui ogni cerimonia si svolgeva con rappresentanti di un solo sesso. E a questo riguardo mi viene in mente un pensiero mio personale, che so non essere condiviso dai più: che cioè alle Olimpiadi moderne vi sia un numero eccessivo di sport (alcuni dei quali, come il tennis ed il calcio, sono ormai soltanto professionistici), e che oltretutto si siano ammesse le donne anche a specialità che, per la loro rudezza, hanno ben poco a che fare con la femminilità. Mi riferisco al calcio, ad esempio, o ancor più al pugilato, una specialità in cui gli antichi, molto più saggi dei moderni, si sarebbero ben guardati dal coinvolgere il sesso femminile. A quanto pare la natura stessa è diventata oggi un’opinione, viene forzata a destra e a manca, e si adottano comportamenti e atteggiamenti che fino a non molti anni fa erano considerati del tutto innaturali. Io ho sempre creduto che uomini e donne, pur nella sacrosanta uguaglianza di diritti, avessero per struttura fisica e psicologica ruoli diversi; ma oggi il business travolge e sconvolge tutto, e così ci troviamo a vivere in una società dai valori trascurati, traditi o addirittura rovesciati. Lo sport, come vediamo dalle Olimpiadi di questi giorni, ci fornisce a questo riguardo un’ampia esemplificazione.

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La giustizia tardiva e inutile

Mi è capitato, sabato scorso, di ascoltare in televisione il programma “Amore criminale”, che viene trasmesso a ora tarda su Rai 3. Si ricostruiva la vicenda di una povera ragazza di Solofra uccisa a 22 anni, con sei colpi di pistola, dall’amante della madre. Poiché quest’ultima, dopo vari litigi in cui aveva subito anche violenza fisica, l’aveva allontanato da sé, l’assassino ha incolpato di ciò la figlia della sua compagna, che avrebbe indotto la madre a lasciarlo, e così ha esercitato su di lei la più atroce delle vendette. Il fatto è questo, e non è tanto diverso da altri tristi episodi di cronaca che purtroppo accadono nel nostro paese. Ma quello che più mi ha stupito e indignato è stato apprendere che la madre e la figlia erano state al comando dei Carabinieri pochi giorni prima, denunciando l’aggressore e avvertendo i militi di essere state minacciate di morte da costui, che possedeva una pistola regolarmente detenuta. I carabinieri, tanto osannati e ringraziati alla tv per il loro impegno a difesa delle nostre vite, non si sono degnati di fare nulla, ma hanno aspettato che ci fosse il morto per intervenire e arrestare l’assassino; e questa a mio giudizio è un’assurdità, perché se certe persone dicono di essere state minacciate da un individuo che va in giro armato, la prima cosa da fare è non dico arrestarlo, se non ha ancora compiuto alcun reato, ma almeno togliergli il porto d’armi e la pistola. Se i carabinieri, invece di stare in caserma davanti al computer, avessero fatto questo minimo loro dovere, probabilmente quella ragazza morta a 22 anni sarebbe ancora viva. I reati vanno prevenuti, non puniti dopo che sono stati compiuti: l’assassino è in carcere, ma nessuno restituisce la figlia a quei genitori. E la colpa di quanto avvenuto non è solo di chi ha compiuto il gesto, ma anche di chi non ha fatto nulla per impedirlo.
Anche a me personalmente, sia pure per un fatto molto meno grave, è successa una cosa simile, ed ho potuto verificare di persona l’efficienza delle cosiddette “forze dell’ordine”: anni fa subii un furto in casa, e una volta tornato e constatato il fatto, telefonai ai carabinieri per informarli e chiedere loro di effettuare un sopralluogo. La risposta fu che tanto era inutile e che mi presentassi in caserma il giorno dopo a fare la denuncia. Questo la dice lunga su come vanno le cose nel nostro Paese, se chi dovrebbe difenderci è assente proprio quando il cittadino avrebbe maggior bisogno di una tutela. Di recente è stato approvato per legge il reato di “stalking” (tra virgolette perché io non amo l’inglese, preferisco usare la mia lingua), ma di fatto chi perseguita continua impunemente a farlo, perché carabinieri e polizia intervengono poco e male; sono anzi inclini a sottovalutare i fatti e a contestare chi va a denunciare, tanto che molte persone – soprattutto donne perseguitate da ex mariti o amanti – sono restie a rivolgersi alle autorità perché non vengono ascoltate e nessun provvedimento viene preso contro i persecutori. Di questo passo continueremo a lungo a lamentarci del cosiddetto “femminicidio”, perché questo problema si risolve proteggendo effettivamente le persone minacciate e mettendo i violenti in condizione di non nuocere, non con le fiaccolate o le parole di cordoglio, che non risolvono nulla. E invece, anche quando vengono presi, questi individui vengono condannati a pene irrisorie e dopo poco escono dal carcere e continuano a delinquere e perseguitare le proprie vittime. Questa però è responsabilità dei magistrati, non delle forze dell’ordine, che avviene perché i giudici sanno di non dover pagare mai nulla; ma se un giudice che rimette in libertà un assassino che torna ad uccidere andasse a sua volta in galera come corresponsabile dell’omicidio, forse le cose cambierebbero. Invece il sistema giudiziario è capace soltanto di perseguitare i cittadini onesti se talvolta commettono qualche errore; i delinquenti riescono molto spesso a farla franca, e non meravigliamoci quindi se qualcuno, visto che nessuno lo difende dalla criminalità, decide di farsi giustizia da solo.
Per tornare a carabinieri e polizia, un’altra grave mancanza è la loro scarsa presenza sul territorio. Capita di trovarsi in grandi o piccole città in quartieri malfamati dove la delinquenza la fa da padrona, e non si vede nemmeno l’ombra di un carabiniere o di un agente. Dove stanno costoro? A giocare al computer o a fare cosa? La polizia stradale è quasi assente dalle strade, capita di fare mille chilometri senza incontrare neanche una pattuglia; nelle piazze e nelle vie affollate, dove passano tante persone e avvengono scippi e rapine, nessuno si degna di proteggere i cittadini; nei locali notturni e nelle discoteche dove si spaccia apertamente alcool e droga, nessun rappresentante dello Stato è presente a impedire i reati e arrestare i responsabili. E poi dicono che le forze dell’ordine sono pagate poco, e sicuramente è vero; ma quanti di loro vanno effettivamente sul territorio ad esercitare le funzioni per le quali sono stati assunti? Io ne vedo pochi, ma forse sono io che ho avuto erroneamente questa impressione, e ne faccio ammenda; mi auguro infatti di sbagliarmi, per il bene di tutti noi cittadini soggetti a subire reati, adesso più di prima a causa dell’immigrazione selvaggia e incontrollata, un altro problema che altri Paesi europei risolvono e che noi non vogliamo affrontare. Ricordiamoci che la sicurezza è un punto fondamentale della vita civile di una nazione, e garantirla è un dovere del Governo e di tutti coloro che sono entrati a far parte del sistema giudiziario e delle forze dell’ordine.

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La depressione di Jacopo Ortis

In questi giorni ho riletto con attenzione uno dei capolavori di Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Si tratta di un romanzo epistolare in cui il protagonista (alter ego dell’Autore) scrive alcune lettere al suo amico Lorenzo Alderani confidandogli le proprie angosce, che derivano sostanzialmente da due motivi: uno pubblico, cioè la triste situazione della patria Italia dopo il trattato di Campoformio con cui Napoleone cedette all’Austria la secolare Repubblica di Venezia, ed uno privato, cioè l’amore infelice di Jacopo per la giovane Teresa, che il padre ha destinato ad un matrimonio con un ricco borghese semplicemente per ragioni economiche e di convenienza, pur essendo perfettamente al corrente dei sentimenti dei due giovani. La trama è molto semplice: dopo aver tentato invano di cambiare il destino di Teresa, dalla quale ottiene soltanto un bacio, il giovane Ortis si allontana per molto tempo dalla sua terra d’origine (i colli Euganei) nel tentativo di placare il suo dolore; non riuscendo nell’intento perché, come molti secoli prima aveva affermato Seneca, i nostri problemi ci seguono ovunque ci rechiamo, egli torna nei luoghi d’origine e, dopo una visita all’anziana madre e all’amico Lorenzo, si uccide.
Il romanzo è uno dei manifesti del nascente Romanticismo, che pochi anni dopo si affermerà anche in Italia: ce ne rende testimonianza, ad esempio, la scissione tra l’io ed il mondo, tra il particolare e l’universale, ed anche la nuova visione dell’amore visto come passione travolgente e viscerale, opposta alle ipocrite convenzioni della società borghese come sarà quella, alcuni decenni dopo, di Alfredo e Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi; del resto, anche l’insufficienza della ragione umana a vincere o dominare i sentimenti è indice del superamento di quella visione illuministica e razionale che aveva dominato nel secolo precedente. Ma ciò che mi ha colpito in questa rilettura del romanzo è altro: l’intensità delle passioni e la fermezza degli ideali foscoliani nel raffigurare un giovane di 24 anni che preferisce la morte all’adattarsi ad un mondo che non comprende più ed in cui non intende inserirsi. Il suo distacco dal mondo, non solo dagli uomini ma anche da una natura pur descritta come attraente ed a volte meravigliosa, ha certamente i tratti dell’eroe romantico, ma al tempo stesso c’è qualcosa che lo avvicina ai nostri giorni, alla cultura cioè del secolo XX e persino del XXI. Intendo riferirmi al quadro psicologico che Foscolo tratteggia nel suo personaggio, il quale corrisponde, a mio vedere, a quello delle persone colpite da depressione, una patologia molto diffusa e studiata ai nostri giorni e che non esclude, purtroppo in molti casi, il suicidio. Jacopo Ortis rivela molti sintomi di quello che è stato di recente definito “il male oscuro” dei nostri tempi: la continua malinconia che l’assale e lo accompagna persino nei rari momenti felici (la visione di Teresa ed il bacio che ottiene da lei), il tentativo di sottrarsi alla vista degli altri percorrendo luoghi impervi e poco frequentati dagli uomini (chi non ricorda il “Solo e pensoso i più deserti campi” del Petrarca?), il senso di inutilità che lo porta a trascorrere intere giornate senza fare nulla o semplicemente a consumarsi nel suo dolore. Questo quadro psicologico e comportamentale non è nuovo ovviamente, perché ne abbiamo esempi illuminanti anche nell’antichità classica (Euripide, Lucrezio, Seneca ecc.), ma è significativo il fatto che già prima di Freud, della psicanalisi e dei recenti studi di psichiatria la depressione fosse già così lucidamente descritta da autori vissuti molto prima delle scoperte contemporanee. Jacopo Ortis è l’immagine dell’uomo malinconico, depresso, che non riesce a relazionarsi con gli altri, a far parte di una società che vede ingiusta e ottusa, a determinare l’utilità della vita umana e soprattutto della propria. Il suicidio è la naturale conclusione di questo percorso spirituale; ed anche questo è tipico del “male oscuro”, di quel senso di vuoto e di inutilità che, mal sopportato per tutta la nostra esistenza, finisce in qualche caso per condurre al gesto estremo.

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Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

Quando si parla del movimento femminista degli anni ’70 e delle sue propaggini che arrivano fino ad oggi, si è portati a pensare ad argomenti di tipo politico e sociale come l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità di lavoro, il rispetto della dignità della donna in famiglia e in società e così via. Questi grandi temi hanno riempito per decenni le aule parlamentari, i dibattiti televisivi e gli organi di stampa, tanto che sono state emanate molte leggi a riguardo, oltre al diffondersi di una mentalità generale, di un pensiero comune, che ha finito in certi casi per sconfinare nell’ingiustizia e nella discriminazione al contrario: mi riferisco, ad esempio, alle cause di tipo matrimoniale, dove i giudici tendono quasi sempre a dare ragione comunque alla moglie, alla quale vengono affidati non solo i figli ma anche la casa coniugale, il mantenimento ecc., mentre il marito si vede spesso privato di tutto, rovinato economicamente e costretto persino a dormire in macchina perché non ha più un alloggio. Questo lo dico tanto per ricordare che le ingiustizie e le violenze accadono nei confronti di entrambi i sessi, non di uno soltanto.
Ma lasciamo perdere questo argomento, perché nel presente post intendo riferirmi ad altro, ad un’abitudine cioè di recente introduzione che si allinea al cosiddetto “politically correct” tanto in voga oggi; un’abitudine che, pur di eliminare ciò che in certi ambienti si ritiene una discriminazione, va addirittura a finire nel ridicolo. Mi riferisco a quello che io chiamo “femminismo linguistico”, una moderna aberrazione che fa violenza alla nostra lingua in nome di un presunto rispetto del genere femminile, rispetto del quale non c’è affatto bisogno. Così, nell’illusione di dare alle donne la stessa importanza sociale degli uomini, si sono creati orrendi neologismi che fanno a pugni con la lingua italiana, la quale non li ha mai previsti finora: per ricordarne solo alcuni cito “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta”, “la questora” (pare di risentire la famosa battuta di Totò in un suo celebre film: “Che mi portate in questura dal questore a quest’ora?) e via dicendo. Questi nuovi sostantivi sono ridicoli perché non previsti dalla lingua in quanto queste funzioni, in passato, erano esercitate solo da uomini; adesso ben venga la novità, ma non c’era affatto bisogno di questi mostri linguistici, poiché chi li ha creati non ha tenuto conto del fatto che le differenze sessuali ce l’hanno le persone ma non le cariche e le istituzioni; perciò si potrebbe e si dovrebbe continuare benissimo a dire “il ministro”, “il sindaco”, “il prefetto” anche se queste funzioni sono ricoperte da donne, nessuno toglierebbe a queste persone la loro dignità. In altri casi la lingua prevedeva già il passaggio dal maschile al femminile, e quindi è lecito usare entrambi i termini: si è sempre detto, infatti, “avvocatessa”, “professoressa”, “deputata”, “senatrice” ecc., anche se si potrebbe pure in questi casi continuare ad usare il maschile, sempre perché la persona ha il sesso, ma non la funzione. Nella scuola, ad esempio, si usa dire “la preside” se il Dirigente è donna, ma non sarebbe affatto necessario, perché il termine “preside” o, più di recente, “dirigente” indica anch’esso una funzione, e come tale non ha sesso. Nella mia carriera di docente, tanto per fare un caso personale, ho avuto per lungo tempo una dirigente donna la quale si faceva chiamare normalmente “la preside”, ma che usava invece definirsi al maschile (“il preside”) quando voleva riaffermare la sua autorità. Anche il termine “presidente” può essere usato al maschile anche quando si tratta di una donna, e appare quindi grottesca ai miei occhi l’ostinazione della signora Boldrini a far ristampare tutte le carte intestate riguardanti la Camera dei deputati, con notevole spreco di denaro, perché voleva che in calce ci fosse scritto “la presidente” al femminile. Si tratta di un femminismo sciocco, di facciata, che non cambia nulla, è assolutamente inutile e linguisticamente errato.
Da alcuni anni questo assurdo femminismo linguistico ha lanciato anche un’altra pretesa altrettanto grottesca, quella cioè di inserire sempre il femminile accanto al maschile, o addirittura prima di esso: così si è cominciato a dire “le cittadine e i cittadini”, “le studentesse e gli studenti” (celebre il famigerato Statuto di Berlinguer che si intitola proprio così), “le spettatrici e gli spettatori” e così via. Questa usanza è ancora più stupida di quella ricordata prima, è un’altra aberrazione del cosiddetto “politically correct” che va per la maggiore ma che non denota altro se non l’ignoranza di chi propone e adotta cose simili, poiché si dovrebbe sapere che in tutte le lingue del mondo, antiche e moderne, il maschile riassume anche il femminile: perciò, se dico che alle prossime elezioni voteranno “tutti i cittadini”, io intendo uomini e donne, senza alcun bisogno di ulteriore specificazione; se dico “i miei studenti” intendo tutti, maschi e femmine, pur in una scuola come la mia dove le ragazze sono in netta maggioranza. Questa usanza è solo un inutile orpello atto a complicare le cose e rendere più faticosa l’espressione di chi parla o scrive, senza che ve ne sia alcuna necessità pratica. Non è così che si difendono realmente i diritti delle donne ad essere considerate pari agli uomini, un principio sacrosanto nella nostra società che non ha bisogno di continue riaffermazioni. Tanto più quando a farne le spese è la nostra povera lingua italiana, già umiliata e offesa dagli anglicismi e da tanti altri usi distorti che già in altri post ho ricordato.

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Quali letture per le vacanze?

L’estate è forse la stagione in cui le persone leggono di più, almeno quelle che sono abituate a farlo; negli altri periodi dell’anno, infatti, tutti noi siamo oberati dagli impegni di lavoro, e quindi resta poco tempo per le letture piacevoli, quelle di svago, diciamo. Noi docenti non smettiamo mai di leggere e di aggiornarci perché ciò è richiesto dalla nostra professione; ma d’estate possiamo anche uscire fuori dai testi che ci accompagnano di solito e dedicarci ad libri e autori non direttamente legati ai nostri programmi. Questa affermazione non vale per il sottoscritto, perché durante il prossimo anno scolastico insegnerò italiano in una quinta, classe da condurre all’esame, e quindi ciò che mi aspetta nel periodo estivo sono i grandi autori dell’800 e del ‘900 che saranno oggetto del mio prossimo lavoro: Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Pasolini ecc. C’è tanto materiale da soffocare, per il quale ci vorrebbero non una ma dieci estati. Sono autori che ovviamente già conosco, ma che debbo approfondire in quanto da molti anni ho lasciato l’insegnamento dell’italiano per quello del latino e del greco nel triennio del liceo Classico; poi, avendo chiesto e ottenuto questo insegnamento in una terza, dovevo pur sapere che questi ragazzi sarebbero arrivati in quinta; quindi era tutto previsto, anche che la mia estate di quest’anno fosse occupata in maniera totale.
Escluso quindi il sottoscritto, quali autori e quali libri mi sento di consigliare alle persone di cultura, che non vogliono limitarsi a sfogliare giornali o romanzetti da quattro soldi (quelli che vengono scritti oggi) che dell’arte non hanno nemmeno l’odore? Occorre tener conto che concentrarsi nella lettura sotto l’ombrellone è difficile, perché in spiaggia ci sono tanti rumori fastidiosi che ci disturbano continuamente: la musica fracassona dello stabilimento balneare, i seccatori che ti vengono a chiedere di comprare qualcosa, i sempliciotti che giocano a racchettoni o a pallone sul bagnasciuga e ti tirano la palla addosso, i cani che abbaiano, le vicine d’ombrellone che cinguettano maldicenze sui mariti o sulle nuore e tante altre cose. Consiglio perciò di dedicarsi alla lettura in luoghi diversi dalla spiaggia: chi va in montagna può sedersi su una panchina al fresco e aprire lì il libro, ad esempio, oppure ci si può recare in un giardino pubblico o una pineta, o anche sul balcone di casa, basta che non ci siano troppi rumori molesti. Dico ciò perché quando si legge un libro bisogna andare lentamente, assaporare ogni pagina, rileggere più volte ciò che ci è piaciuto o ciò che non si è compreso bene, esaminare sì il contenuto ma anche la lingua e lo stile dell’autore, poiché anche gli elementi formali fanno parte del valore letterario di un’opera.
Detto questo, è chiara la mia preferenza per gli scrittori classici, termine con cui ovviamente non mi riferisco solo agli antichi, ma anche ai moderni, anzi soprattutto a questi, giacché non posso pretendere che chi non ha fatto studi classici si entusiasmi di fronte a Omero, Virgilio, Tucidide o Tacito. Forse leggerà anche questi, ma sarà portato maggiormente agli autori degli ultimi secoli. Per me va benissimo, purché siano classici, quegli autori cioè che, secondo una celebre definizione, non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire. Personalmente, oltre alla letteratura italiana che viene sempre al primo posto, ho una spiccata predilezione per gli scrittori russi, che raccomando a chiunque voglia conoscere qualcosa di profondo e grandioso, che faccia riflettere sui grandi problemi del mondo e della vita umana: tra di essi consiglio prima di tutto Dostoevskij, forse il maggiore di tutti, e poi Tolstoi, Puskin, Gogol e Cechov. Anche su questo blog ho avuto occasione di recensire, con grande piacere e ammirazione, Le notti bianche di Dostoevskij e L’uomo nella fodera di Cechov, un racconto attualissimo che riflette la mentalità di tante persone del nostro tempo e che narra – guarda caso – la storia personale di un professore di greco. Molto belli sono anche i romanzi francesi dell’800, da Hugo a Flaubert, da Stendhal a Maupassant fino al Camus della Peste; lo stesso dicasi per gli inglesi e americani, sebbene siano un po’ più distanti dalla nostra mentalità “mediterranea”: io ho letto con grande interesse i romanzi gotici inglesi per il fascino dell’horror e del soprannaturale, dal Frankenstein di Mary Shelley a Edgar Allan Poe, allo stupendo Dracula di Bram Stoker. Questa per il gotico è una preferenza mia personale, ma altri grandi scrittori anglosassoni sono capaci di suscitare grandi emozioni: cito ad esempio i romanzi di Dickens (qui sul blog ho recensito Oliver Twist), quelli di Stevenson (non si può non conoscere Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hide!) e, per quanto riguarda l’America, Hawthorne (in particolare La lettera scarlatta, prima importante denuncia contro i pregiudizi popolari) ed Hemingway.
Questa ovviamente è una semplificazione estrema, perché gli scrittori ed i poeti sono migliaia, di tutte le letterature, ed è naturale che ciascuno scelga ciò che più gli piace. L’importante, secondo me, è che non si perda mai l’abitudine a leggere, dato che, come recitava uno slogan in voga qualche anno fa, leggere allunga la vita. Più che allungarla, a mio parere, la rende migliore, perché il nostro cervello – come ogni altra parte di noi – ha bisogno di restare in attività, essere esercitato in ogni momento per poter durare più a lungo e nelle migliori condizioni. E’ però fondamentale che ciò che si legge non ci lasci indifferenti, ma cambi qualcosa nel nostro animo, come diceva l’anonimo autore antico del trattato Del sublime; ma perché ciò avvenga è necessario, a mio parere, che gli scrittori scelti siano classici, autori cioè di opere immortali; da questo novero escludo totalmente gli scribacchini di oggi, che pubblicano libri osceni e dalla sintassi claudicante, scritti in cui una maestra elementare troverebbe molti errori da segnare con la penna rossa. Non voglio fare nomi, perché dovrei farli di tutti quelli che oggi riescono, magari con conoscenze o altri mezzi discutibili, a vedere pubblicate le nefandezze che scrivono. Ed un’ultima cosa mi sento di consigliare: che la lettura avvenga con il libro cartaceo, infinitamente più bello e più utile di quelli sui supporti elettronici, che dipendono dalla carica della batteria e rovinano la vista del lettore. Un libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa; un hard disk si può invece rompere e allora si perde tutto. La tecnologia è utile in certi casi, ma in altri è meglio tornare alla tradizione, più genuina e di gran lunga più affascinante.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

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Le prime due prove dell’esame di Stato 2016

Chiariamo anzitutto che l’esame sostenuto in questi giorni dai nostri studenti non si chiama più “di maturità”, ma che dalla nascita della nuova formula nel 1999 la denominazione esatta è “esame di Stato”. Questo dovrebbero imparare quegli ignoranti dei giornalisti della TV e della carta stampata, che continuano erroneamente ad usare il termine “maturità”; ed è questo un esempio ulteriore di come chi cerca di discutere di questioni scolastiche si rivela poi al di fuori della realtà effettiva. E magari ciò riguardasse solo i giornalisti, i quali, com’è noto, hanno per contratto la presunzione di parlare di ciò che non conoscono! Questo male contagia anche, purtroppo, i funzionari ministeriali.
Parliamo delle prove d’esame assegnate ieri (italiano) e oggi (greco al Liceo Classico, al quale mi limiterò perché questa è la mia scuola e di questa mi intendo). Le tracce della prova d’italiano erano tutte fattibili e ben congegnate, occorre riconoscerlo; del resto non è mio costume parlare male di tutto e di tutti e dire sempre di no, e quindi posso ben ammettere che gli argomenti proposti erano tutti interessanti, dall’analisi del testo di un suggestivo brano di Umberto Eco relativo alla letteratura, al tema sul paesaggio, a quello sul voto alle donne di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario. Se però, facendo un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni, avessi dovuto scegliere io la traccia da seguire, avrei preferito il saggio breve sul rapporto padre-figlio, che era tra l’altro corredato da un bellissimo passo della “Lettera al padre” di Franz Kafka, un testo che tutti i figli e tutti i genitori dovrebbero leggere. In conclusione, senza eccedere in alcun senso, posso dire di essere soddisfatto delle tracce proposte per la prima prova, che mi sono sembrate dettate da buon senso e competenza.
Ma un giudizio di tal lusinghiero tono nei confronti dei funzionari ministeriali che scelgono le prove d’esame non si conferma per la versione di greco di oggi, costituita da un lungo passo dell’orazione Sulla pace dell’oratore Isocrate (436-338 a.C.). A parte i soliti strafalcioni dei giornalisti (su “Repubblica” è stata confusa l’orazione Sulla pace del 355 a.C. con il Panegirico dello stesso Isocrate che è invece del 380 a.C.!), quello che mi è rimasto più indigesto è il giudizio di alcuni professori intervistati qua e là, i quali hanno definito “facile” e “accessibile” il brano proposto (anzi imposto!) ai ragazzi, dicendo addirittura che agli studenti di quest’anno “è andata di lusso”. Ma questa espressione, oltre ad essere brutta, non è veritiera, perché non è andata affatto “di lusso”: a parte il fatto che il brano era lungo quasi il doppio di una normale versione assegnata nei compiti in classe effettuati durante l’anno scolastico, c’è da osservare che non era affatto semplice, almeno per gli studenti di oggi, i quali, com’è noto, incontrano molte difficoltà nell’esercizio di traduzione dai testi antichi, per le svariate ragioni che ho già espresso in altri post di questo mio blog. Se questo brano fosse stato assegnato ai tempi miei, considerato che noi studiavamo latino già alle medie e giungevamo al ginnasio con una ferrea preparazione di analisi logica e del periodo, sarebbe forse andata bene, e tuttavia qualche mio compagno di allora l’avrebbe sbagliata in gran parte, ne sono sicuro; ma al giorno d’oggi, quando nella scuola di primo grado si fa ormai pochissima grammatica, lo spazio per le discipline umanistiche è stato ridotto e non c’è più il latino alle medie, quando i giovani non debbono più sforzare le loro capacità logiche perché ogni loro dubbio è subito risolto da un clic su un sito internet, questo brano di Isocrate non era per niente facile, a meno che non si parli di quell’esigua minoranza di studenti che, avendo un particolare interesse per le discipline classiche, si sono esercitati in modo particolarmente assiduo ed hanno supplito con le loro forze alle carenze della scuola nostrana. Non voglio tediare i lettori, che non sono tutti grecisti, con l’indicazione delle problematiche tecniche che erano contenute in questo brano, né ripetere un’altra volta che trovo ormai irrinunciabile e irrimandabile un profondo cambiamento della seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico. Farò questo in un prossimo articolo, in cui replicherò allle argomentazioni di certi studiosi, come la scrittrice Paola Mastrocola, che ancora considerano la traduzione come l’unico mezzo per valutare la “maturità” dei nostri studenti. Io la penso in modo diametralmente opposto, e non mancherò di evidenziarlo e di farlo sapere a chi di dovere, come ho già tentato di fare scrivendo più volte al Ministero. Ma per adesso basta così.

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Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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Consigli agli studenti per l’Esame di Stato

Si avvicina l’Esame di Stato (un tempo chiamato di maturità) per tanti giovani che hanno frequentato l’ultimo anno delle scuola secondarie superiori. Ciascuno di loro lo affronta a suo modo: c’è chi è ansioso e preoccupato, chi invece assume un atteggiamento spavaldo e apparentemente disinteressato, chi si attende una valutazione alta e chi invece si accontenterebbe del punteggio minimo. L’attesa è molto diversificata, ma nella sostanza tutti aspirano ad ottenere un risultato positivo; ed in effetti la promozione arriverà per quasi tutti, visto che le bocciature all’esame si limitano a percentuali bassissime; ciò non significa però che gli studenti rimangano soddisfatti degli esiti finali, perché anche chi riconosce di aver ottenuto il punteggio che prevedeva (e forse anche più) avrà comunque da ridire sul risultato del compagno o della compagna che, pur con un iter scolastico meno brillante, avranno avuto più di lui (o di lei). Comunque, a parte queste che sono vicissitudini inevitabili in ogni esame, mi sento di dare ai maturandi qualche consiglio per sostenerlo nel migliore dei modi, visto che da trent’anni e più mi trovo sempre in commissione, dove ho svolto tutte le funzioni: membro interno, membro esterno e presidente.
Riallacciandomi a quanto detto sopra, il primo consiglio che mi sento di dare agli studenti è quello di affrontare le prove con serenità, senza porsi preventivamente obiettivi che potrebbero non essere raggiunti e quindi provocare irritazione e risentimenti. Occorre tener conto che una parte non indifferente del risultato finale non dipende da voi, cari studenti, ma dalla buona o cattiva sorte che vi può toccare: bisogna vedere quali sono i parametri valutativi della vostra commissione, giacché non tutte giudicano con lo stesso metro, e una determinata prova può valere 10 per un commissario e 5 per un altro; potreste trovarvi di fronte a domande o quesiti che non vi aspettavate, ed in questo caso occorre comunque cercare di rispondere, perché lasciare il foglio bianco o restare muti è la soluzione peggiore in quanto denota, a volte falsamente, una totale ignoranza sull’argomento proposto; c’è da considerare anche l’effettiva difficoltà delle prove ministeriali, che variano da un anno all’altro. Insomma, c’è tutta una serie di fattori che può influenzare sensibilmente il vostro esame ed i vostri risultati, ragion per cui la migliore scelta è quella di stare sereni e sostenere con calma le prove facendo propria la massima oraziana del carpe diem, anche perché l’ansia e l’emotività non fanno altro che peggiorare la vostra immagine dinanzi alla commissione. Dovete poi tener conto che il voto finale scaturisce al 75% dalle prove d’esame e che solo il 25% è costituito dal credito che la vostra scuola vi ha assegnato; è perciò possibile – anzi è quasi certo – che i risultati finali non rispecchieranno la reale scala dei valori emersi durante il quinquennio di studi, perché basta che uno studente fallisca una prova per perdere più punti di quanti ne contiene l’intera scala dei crediti scolastici. Sarebbe giusto, a mio giudizio, che il curriculum scolastico contasse nel voto finale almeno il cinquanta per cento; ma così non è, gran parte della valutazione conclusiva dipende dalle prove d’esame, e quindi la fortuna, come si suol dire, ci mette lo zampino, anzi ci si butta con tutte le zampe e anche col resto del corpo. Tanto vale, quindi, stare tranquilli: sempre per citare il buon Orazio, ut melius quicquid erit pati!
Quanto all’atteggiamento “pratico” da tenere all’esame, il primo consiglio che mi sento di darvi, cari studenti, è quello di essere onesti e contare soltanto sulle proprie forze senza cercare “scorciatoie” come le copiature o altri simili atti di disonestà. Starete più tranquilli con la vostra coscienza e sarete fieri del vostro risultato, il quale, pur modesto che possa essere, sarà tutto vostro e potrete quindi andarne fieri. Niente cellulari alle prove scritte, anche perché c’è una norma ben precisa che commina l’esclusione da tutte le prove d’esame, e quindi la bocciatura, per chiunque sia trovato in possesso di questi o altri aggeggi elettronici; e chissà, potrebbe anche esistere qualche presidente di commissione che venga preso dalla volontà di applicare letteralmente la norma. Ricordate che l’onestà paga sempre alla fine, la truffa e l’illegalità non pagano mai. Nel presentarvi agli esaminatori siate cortesi e gentili, ma non passivi; se avete una vostra idea, una vostra posizione, sostenetela anche se il commissario ne esprime una diversa dalla vostra, ma sempre con garbo e gentilezza. Non mostrate atteggiamenti protervi o spavaldi, che risultano sempre indisponenti per i commissari. Tenete presente che quattro componenti su sette della commissione non vi conoscono, sono membri esterni, e quindi il vostro comportamento, le vostre parole, il modo stesso con cui vi presentate possono avere un rilievo non indifferente nel loro giudizio su di voi, che si tradurrà inevitabilmente in un voto. Queste persone vi vedono per la prima volta, non conoscono il vostro reale carattere, quello che è emerso nei cinque anni di permanenza nella vostra scuola; perciò basta poco per influenzare, in senso buono o cattivo, l’impressione che farete loro. E a tal proposito, a conclusione di questa nota, mi sento anche di darvi un suggerimento pratico, che a molti potrà apparire fuori luogo perché rientra nelle scelte personali di ciascuno, ma che finisce anch’esso per avere la sua importanza. Mi riferisco al modo di abbigliarsi e di vestirsi durante i giorni delle prove d’esame. In tali occasioni, a quanto mi è capitato di constatare nei tanti esami cui ho partecipato, sono da evitare da parte degli studenti abbigliamenti eccentrici o da spiaggia come bermuda, sandali, magliette con scritte ecc., perché per molti docenti (specie quelli di una certa età, me compreso) la scuola è un luogo diverso dalla spiaggia o dalla discoteca, e richiede un certo decoro anche nel modo di vestirsi e di presentarsi all’esame. Sono da evitare anche i pantaloni a vita bassa, che lasciano intravedere parti che dovrebbero restare coperte, ed i famosi jeans strappati, che fanno una pessima impressione. Un abbigliamento sobrio e adatto all’ambiente, come ad esempio la giacca o la camicia per i ragazzi, un vestito o tailleur al posto dei jeans per le ragazze, sarebbero le scelte migliori. E’ vero che quel che conta è la preparazione individuale nelle materie d’esame, questo è chiaro; ma anche il vostro aspetto, il vostro modo di presentarvi e di interagire ha un certo rilievo. Ricordate che chi non ci conosce prima ci vede e poi ci ascolta. E dico questo a ragion veduta, in base alle circostanze in cui mi sono trovato personalmente; poi è evidente che ciascuno può fare come vuole, questi sono soltanto consigli, parole che volano al vento come tante altre, scritte in un momento in cui, dopo tutto lo stress che mi ha provocato l’anno scolastico, non avevo nulla di meglio da fare.

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Il cellulare, nostro signore e padrone

In un passo celebre delle sue opere filosofiche (Epistole a Lucilio, 47, §17) Seneca scrive una frase altamente significativa, ancor oggi validissima: nulla servitus turpior est quam voluntaria. Credo che anche chi non conosce il latino, anzi si guarda religiosamente dal sentirne soltanto l’odore, ne comprenda il significato: “Nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria”. Certamente è così perché chi, al tempo di Seneca, nasceva in una famiglia di schiavi era costretto a restarlo per tutta la vita, ma non aveva responsabilità per questa sua condizione, né poteva provare a causa di essa alcun senso di colpa; ma chi invece, nato libero come oggi tutti lo siamo fortunatamente, si costringe per sua stessa volontà a divenire schiavo di qualcuno o di qualcosa, rivela non solo scarsa intelligenza e personalità, ma deve (o dovrebbe) almeno vergognarsi dei propri vizi e cercare di emendarsene. Così purtroppo non è in questa nostra sventurata epoca, in cui tutti o quasi siamo servi di istinti, passioni e vizi di ogni genere, sebbene ben pochi si rendano conto di esserlo.
Affrontare l’argomento nella sua totalità sarebbe lungo, anzi lunghissimo; e non è il caso di farlo in un blog. Mi limiterò quindi a parlare di una delle schiavitù che vedo con i miei occhi prender sempre più campo nella nostra società: quella dei telefonini cellulari. Il loro uso, anzi il loro abuso da parte di tante persone mi porta direttamente ad una conclusione: che cioè la tecnologia, che dovrebbe essere al servizio dell’uomo, ha finito per asservirlo e farne il proprio schiavo, un’eventualità questa che molti dei nostri padri scrittori, filosofi e scienziati temevano già molti decenni or sono. Mi piace, a tal riguardo, citare uno dei nostri “grandi” del secolo XX, Luigi Pirandello, che ben si era avveduto dei pericoli insiti nel progresso e nella tecnologia. Chi non lo avesse ancora fatto, legga i Quaderni di Serafino Gubbio operatore o i Giganti della montagna e si renderà conto della veridicità delle mie affermazioni. Non basta: lo stesso Einstein ebbe a dire che temeva fortemente il giorno in cui la tecnologia avrebbe sopravanzato la nostra umanità, perché allora il mondo sarebbe stato popolato da una generazione di idioti. Purtroppo quel giorno si sta avvicinando sempre più, se addirittura non è già arrivato.
Parliamo dei telefonini cellulari, questi aggeggi elettronici di cui tutti ormai sono dotati e di cui ho parlato in altri post a proposito del loro impiego da parte degli studenti per copiare i compiti scritti. Qui però non intendo ripetere quanto già detto su questo problema, ma esprimere il mio parere sul modo in cui questi strumenti hanno condizionato la nostra vita comune di tutti i giorni, danneggiando gravemente le relazioni sociali. Cominciamo dai nostri giovani, gli studenti ed anche coloro che occupano un posto di lavoro. A scuola, a parte le copiature sopraddette, il loro uso incessante disturba fortemente le lezioni perché distrae gli studenti dal seguire quanto il professore sta dicendo; e mentre alcuni anni fa capitava di riprendere due o tre alunni perché chiacchieravano tra di loro durante le spiegazioni, adesso succede più spesso di notare dei ragazzi o ragazze che, credendo di non essere visti, digitano sul cellulare messaggi, sms o altro nel bel mezzo della lezione. A me la cosa fa uscire dai gangheri perché odio i cellulari, e questo è un fatto mio personale; ma anche gli altri colleghi sono molto infastiditi da questi comportamenti, che comunque è difficile evitare perché non possiamo perquisire gli studenti, né far loro consegnare i cellulari prima della lezione, per non essere tacciati di essere dei biechi tiranni antisociali. Ma i danni provocati da questi congegni non si limitano all’ambiente scolastico: essi hanno distrutto l’amicizia reale tra le persone, trasformandola in virtuale. Quando sono fuori, per la strada in qualche città o in qualche luogo di vacanza, capita spesso di vedere gruppi di giovani, ragazzi e ragazze, che passeggiano insieme o si fermano su una panchina o altrove; ma mentre in passato li si sentiva parlare, ridere e discutere, adesso il silenzio predomina perché questi giovani non parlano più tra di loro, ma ciascuno tiene gli occhi fissi sul proprio cellulare; diventano quindi degli estranei, non comunicano più a voce, non scrivono né leggono più nulla tranne l’orribile linguaggio degli sms, che con la lingua italiana non ha più nulla a che vedere. La personalità dei giovani non si forma più come prima, attraverso il dialogo vocale o le lettere che tra amici o tra fidanzati venivano scambiate; adesso tutto è virtuale, tutto passa per questi dannati apparecchi elettronici. Anche l’amore tra i giovani non nasce più col dialogo, gli sguardi e i sorrisi, ma con gli “emoticons” e gli sms. Il cellulare, signore e padrone delle loro vite, fa nascere e morire le relazioni umane, che senza quel supporto non riescono più ad instaurarsi e a durare nel tempo. A me questo sembra un regresso, non un progresso, una perdita sostanziale della nostra umanità.
Anche nelle famiglie non si parla più, non si discute più. Tutti sono presi dal cellulare in ogni momento della giornata: persino a tavola, il momento in cui nelle case si svolgeva un dialogo su tutti gli argomenti d’interesse comune, adesso non si parla più, ci si perde nello schermo dello smartphone, ci si dimentica quasi di mangiare. Adesso tutti i luoghi dove le persone debbono fermarsi per qualche minuto o qualche ora non costituiscono più occasioni di dialogo o di ritrovo, ma sono diventati consessi di automi, di zombies che stanno con gli occhi fissi sullo schermo del cellulare come se vi si trovasse l’oracolo di Delfi, il messaggio di salvazione universale, il Vangelo salvifico del XXI secolo. Dovunque ci rechiamo, al supermercato, sul treno o sull’autobus, in un ambulatorio medico, in un locale pubblico qualsiasi, tutti sono contagiati da questo diabolico virus; e non parlo soltanto dei giovani, ma anche delle persone di mezza età e persino degli anziani, i quali spesso chiamano a casa con il cellulare per sapere se debbono comprare un kg di mele o di pere. Alle casse dei supermercati il problema riemerge con prepotenza: la persona che hai davanti nella fila, di qualunque sesso ed età, non fa a tempo ad arrivare a pagare il conto che puntualmente gli squilla il telefonino, e così si mette a rispondere ritardando le operazioni e facendo perdere la pazienza a chi, come il sottoscritto, ha fretta in primo luogo ed in secondo detesta questi comportamenti. Per non parlare degli zoticoni che, parlando in pubblico al cellulare, ti fanno sapere contro tua voglia tutti i fatti loro, tanto che ti verrebbe voglia di rovesciar loro addosso un barattolo di vernice. Tutte queste persone non stanno semplicemente usando un oggetto, ma sono essi stessi schiavi di questo aggeggio infernale, e questo comportamento è diventato così diffuso che è ormai accettato da tutti e considerato normale, mentre chi risulta anormale sono quelle persone che, come me, non portano mai dietro il cellulare e ritengono di poter vivere anche senza, come l’umanità ha vissuto per migliaia di anni senza subire alcun danno da questa mancanza. A parte la mia naturale avversione, quello che mi preoccupa di più è che l’uomo del XXI secolo non riesca più a vivere senza la tecnologia, che in tal modo sopravanza e distrugge la nostra umanità perché ci aiuta sì a vivere più comodamente, ma ci toglie anche la nostra dignità e la nostra libertà personale. Ed allora io la penso come il lupo della favola di Esopo, che preferisce soffrire la fame nel bosco anziché patire la catena che vede al collo del cane.

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Compiti copiati e siti canaglia

Benché io riceva solitamente pochi commenti al mio blog, ogni tanto me ne arriva qualcuno inviato da genitori preoccupati o anche da studenti in cui si sottolinea la gravità del fenomeno delle copiature a scuola con il cellulare, sia nei compiti in classe che in occasione degli esami; in certi licei, direi soprattutto Classici perché è qui che vengono copiate le versioni di latino e di greco, questa grave forma di illegalità e di malcostume è arrivata a un livello tale da rendere praticamente inutile lo svolgimento dei compiti in classe, i cui risultati vengono totalmente falsati. Certi studenti dotati di coscienza e buona volontà che, a detta loro, non hanno mai copiato, mi scrivono indignati perché vedono i loro compagni copiare e ottenere voti pari o superiori ai loro; una collega, invece, mi scrisse una volta chiedendomi come comportarsi in un caso che le era capitato, quello cioè di un alunno che fotografava il compito con il cellulare, lo spediva ad un’insegnante esterna che lo svolgeva e poi glielo rimandava con lo stesso sistema. Mi chiedeva se poteva denunciare quella persona, ma io le risposi, con il mio consueto scetticismo, che la cosa mi pareva poco fattibile, sia perché bisognerebbe dimostrare, in primis, che le cose sono andate veramente come lei diceva, ed in secundis che questo fatto costituisca un reato vero e proprio. Ed è proprio da qui che prendo le mosse per dire che non esiste una legislazione al riguardo che blocchi questo squallido fenomeno delle copiature, e le norme esistenti sono tutte contro i docenti che vogliano far rispettare l’onestà e la legalità: non solo non possiamo perquisire gli studenti per controllare se hanno un cellulare nascosto, ma non possiamo neppure classificare con un brutto voto una prova anche palesemente copiata, perché lo studente potrebbe sostenere di averla fatta da solo ed in caso di ricorso al TAR vincerebbe di sicuro. Occorre sorprenderlo sul fatto, ma questo è sempre più difficile perché non si possono sorvegliare contemporaneamente 25 ragazzi (specie quelli delle ultime file), i quali possono nascondere il cellulare in qualunque posto, persino dentro il vocabolario, in tasca, nell’astuccio o altrove.
Ma perché questa comportamento subdolo e squallido degli studenti è possibile? Perché riescono quasi sempre a trovare su internet la soluzione dei quesiti, in particolare la traduzione delle versioni di latino e di greco: basta digitare il titolo della versione o le prime parole del testo ed ecco che, in pochi secondi, compare la traduzione ed il gioco è fatto. Su questo stesso blog, più di due anni fa (gennaio 2014, v. l’Archivio nella colonna di destra), ho cercato di fornire ai colleghi possibili antidoti per arginare il fenomeno in un post intitolato “Vademecum anti copiature per prof. di latino e greco”; ma ogni accorgimento è insufficiente, soprattutto per coloro che si accordano con dei lestofanti fuori scuola ai quali inviare il testo della versione per tradurla. La soluzione, comunque, non spetterebbe a noi ma al Ministero dell’istruzione, il quale, pur informato del problema, non ha mai fatto nulla per risolverlo, se non generici divieti all’uso del cellulare che lasciano comunque il tempo che trovano. E allora cosa possiamo fare? Tirare avanti così significa togliere ogni validità ai compiti in classe ed alla seconda prova dell’esame di Stato; tanto varrebbe allora abolire completamente le traduzioni dalle lingue classiche ed effettuare compiti in classe ed esami su altre competenze. L’unica cosa che il Ministero dovrebbe fare è fornire a tutte le scuole delle apparecchiature in grado di schermare l’aula dove si svolge il compito ed impedire quindi ai cellulari di collegarsi a internet (i famosi jammer, mi pare si chiamino così); ma pare che l’uso di questi apparecchi sia proibito, e comunque il Ministero si guarda bene dall’autorizzarlo. Ho saputo di una professoressa del nord Italia che l’ha acquistato a spese sue e lo usa in classe, e bisogna dire che questa collega è molto meritoria e coraggiosa, perché rischia una denuncia solo per aver fatto rispettare la legalità. Paradossi italiani!
La colpa di questo malcostume, tuttavia, non è soltanto degli studenti; anzi, in parte almeno vanno compresi, perché tradurre dal latino e dal greco per i ragazzi di oggi è sempre più difficile e, si sa, in questi frangenti la tentazione di trovare scorciatoie è forte. Chi non è da scusare affatto sono invece i detentori dei siti-canaglia (così li chiamo io) che mettono a disposizione gli esercizi e le versioni tradotte. Il più frequentato di essi, http://www.skuolasprint.it, si vanta addirittura di aver messo a disposizione degli studenti liceali migliaia di versioni di latino e greco tradotte, ed altri siti non sono da meno. Ma c’è di più: in alcuni siti, come http://www.skuola.net, http://www.studenti.it, http://www.scuolazoo.it ed altri si trova persino un prontuario di consigli agli studenti per copiare durante i test, i compiti e le interrogazioni. In questi prontuari vengono elencati sia i metodi tradizionali da sempre in uso nella scuola (il passaggio di bigliettini, le minifotocopie, le sbirciate sul compito del compagno, formule scritte sul banco o sul muro, e via dicendo) sia quelli nuovi e tecnologici basati sullo smartphone o l’iphone o come si chiama.
Personalmente ritengo che questi siti andrebbero immediatamente oscurati ed i loro responsabili messi in galera per diversi anni, e ciò non per il danno materiale che provocano (che è ben limitato dal fatto che gli studenti già conoscono per lo più queste tecniche) ma per la gravità del loro comportamento sul piano morale e civico. Istigare uno studente a copiare o fornirgliene i mezzi significa incitarlo a compiere un atto disonesto e illegale, formare in lui la convinzione che per avere successo nella vita non sia necessario impegnarsi onestamente e far valere il frutto delle proprie capacità, ma sia invece opportuno farsi furbi e “fregare” il prossimo. Chi autorizza i ragazzi a ingannare i loro professori o i loro genitori li corrompe moralmente ed è paragonabile a chi fornisce loro armi o droghe; e questo perché la disonestà e l’illegalità, una volta apprese, non si dimenticano e restano impresse nella personalità del futuro cittadino. Chi copia a scuola, chi è contento perché ha “fregato” il professore, un domani vorrà “fregare” il suo prossimo e lo Stato, e diventerà un corrotto o un corruttore, un truffatore di anziani, o nel migliore dei casi un evasore fiscale. Noi docenti dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere onesti ed a vivere nel rispetto della legge e dei buoni costumi; ma come possiamo realizzare questo obiettivo quando c’è chi rema in senso contrario, abituando gli adolescenti ad essere disonesti ed a considerare il professore come un nemico da combattere anziché come una persona più grande e matura che cerca di condurti meglio possibile sulla buona strada? E credo che non poca responsabilità in questi fenomeni ce l’abbiano anche i politici, che lasciano soli noi docenti a combattere le nostre battaglie e parlano di scuola a vanvera, senza conoscere affatto i problemi che ogni giorno vi si affrontano. Comincino intanto col far oscurare questi siti canaglia che avvelenano il rapporto tra alunni e docenti e apertamente caldeggiano comportamenti squallidi e disonesti; otterrebbero molto di più, con un provvedimento simile, di quanto non ottengano con le loro insulse circolari sul rispetto della legalità, che pochi leggono e che nessuno osserva.

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A quali docenti andrà il bonus?

Sul sito web del quotidiano “Repubblica” è uscito ieri un interessante articolo dedicato ad uno degli eventi più attuali della vita scolastica nazionale: il famoso “bonus” economico con cui in ciascuna scuola verranno premiati, a partire da questo stesso anno scolastico, i docenti ritenuti più validi e meritevoli. Ciò in prima applicazione della legge detta della “Buona scuola” approvata dal Parlamento nel luglio dello scorso anno. Sappiamo che la decisione finale sulle persone a cui dare questo “bonus” (che si ridurrà a poche decine di euro mensili) spetterà ai Dirigenti scolastici, i quali dovranno avvalersi dei criteri stabiliti dal Comitato di valutazione eletto in ogni istituto; ciò nonostante non sarà facile per i Dirigenti, che non possono essere competenti di ogni disciplina insegnata nella loro scuola, e neanche possono conoscere nei particolari il metodo di lavoro, l’impegno e la preparazione di ciascun insegnante, individuare i docenti “migliori”, più bravi o più solerti nel loro lavoro. Così, a quanto riferiva l’articolo di “Repubblica”, in molte scuole si stanno distribuendo questionari anonimi a studenti e genitori, per conoscere il giudizio degli “utenti” sul servizio loro prestato dagli insegnanti.
A proposito della questione generale voglio premettere che, ad onta delle proteste di molti colleghi e sindacati, io continuo ad essere favorevole alla valutazione di noi docenti ed anche ad una, se pur minima, differenziazione dello stipendio, perché ritengo ingiusto e mortificante trattare tutti allo stesso modo, perché è ben noto che non tutti abbiamo lo stesso carico di lavoro, le stesse competenze e lo stesso amore per la professione, non tutti abbiamo la stessa efficacia didattica o lo stesso rapporto professionale ed umano con i nostri alunni, e l’egualitarismo finora vigente mortifica chi mette l’anima ed il cuore nello svolgere i propri compiti quando vede che il collega impreparato o fannullone riceve lo stesso trattamento e la stessa considerazione sociale. Riconosco però che è estremamente difficile per i Dirigenti effettuare una simile distinzione, perché il nostro lavoro non è valutabile oggettivamente, dal momento che non è un’attività operativa materiale in cui si possano contare le casse di frutta scaricate da un magazziniere o i tavoli di un ristorante apparecchiati da una cameriera. Per noi nessun parametro può esser preso per oggettivamente indiscutibile, neanche quello, unico (e non sempre) accertato dai concorsi, della preparazione nelle proprie materie; nella mia esperienza ho conosciuto infatti colleghi bravissimi, veri e propri cultori della materia e vincitori di concorso, che però non riuscivano a trasmettere questo loro sapere agli alunni, non riuscivano a volte neanche a mantenere la disciplina in classe, non avevano la misura dei tempi in cui un programma deve essere svolto, tanto che l’esito del loro insegnamento si è rivelato un autentico fallimento.
Per questi motivi molti Dirigenti, nel tentativo di limitare i danni (in termini di risentimenti, proteste e ricorsi) che inevitabilmente faranno da strascico alle loro scelte, distribuiscono i questionari per sapere dagli studenti chi tra gli insegnanti è da loro più stimato ed apprezzato. E mi viene da pensare – perché è logica conseguenza di quanto detto prima – che anche chi non si avvarrà dei questionari scritti dovrà comunque tenere conto dei giudizi che studenti e genitori danno sui docenti, giudizi che girano per le scuole come voci di corridoio ma che spesso si concretizzano anche in visite, telefonate ed e-mail al Dirigente dove emergono, più che le lodi, le lamentele contro certi insegnanti. Il problema però, a mio avviso, è che questi giudizi poco lusinghieri di studenti e genitori non avvengono, se non di rado, a motivo di una scarsa preparazione o altrettanto scarsa dedizione al proprio lavoro, ma piuttosto nei confronti dei docenti più esigenti e meno generosi nelle valutazioni. Per questo trovo pericoloso affidarsi al giudizio di coloro che usufruiscono direttamente del servizio scolastico, perché ho il fondato timore che molti (se pur non tutti) alunni e genitori tendano a premiare non il docente più preparato e coscienzioso, ma quello che distribuisce a pioggia voti alti e magari impegna poco la classe con i compiti a casa, e non colui che mantiene la giusta distanza nei rapporti personali dovuta alla distinzione tra i rispettivi ruoli, ma quello che fa l'”amicone” con i ragazzi, scherza e gioca con loro dando confidenza e magari sottraendo così il tempo alle lezioni. Se proprio si vuole acquisire il parere degli “utenti” (termine che metto tra virgolette perché la scuola non è l’Enel o la Telecom), sarebbe più giusto, a mio parere, interpellare gli ex studenti, coloro che sono stati allievi di un docente negli anni precedenti e che attualmente sono all’Università o nel mondo del lavoro; solo costoro, infatti, non più condizionati dall’interesse e dalle passioni del momento, potrebbero dire con sicurezza quanto l’insegnamento di quel determinato docente è stato loro utile nella propria formazione culturale, professionale ed umana.
In ogni caso, pur continuando ad essere favorevole a questa parte della legge della “Buona scuola”,riconosco che una valutazione oggettiva ed asettica di ogni docente da parte dei Dirigenti scolastici è molto difficile; e questa difficoltà condurrà senz’altro a fraintendimenti dello spirito della legge e a decisioni a dir poco opinabili, come quella di attribuire il bonus ai collaboratori del Dirigente, a coloro che organizzano progetti, partecipano a riunioni di stesura del Pof o altre simili attività, che peraltro sono già retribuite dal fondo di Istituto e comunque hanno poco o nulla a che vedere con la validità didattica del docente, l’unico elemento che meriterebbe oggettivamente il premio. A questi problemi vanno aggiunte le accuse di clientelismo ed i malumori che si manifesteranno dopo l’attribuzione del bonus in ogni scuola; ragion per cui, se finora non ho mai invidiato lo status di Dirigente scolastico, adesso lo invidio ancor meno. Quello di cui ho parlato, per concludere, è senza dubbio un compito ingrato, a cui molti presidi rinuncerebbero volentieri; ed io li comprendo pienamente, ed almeno in questo sono del tutto solidale con loro.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

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