A quali docenti andrà il bonus?

Sul sito web del quotidiano “Repubblica” è uscito ieri un interessante articolo dedicato ad uno degli eventi più attuali della vita scolastica nazionale: il famoso “bonus” economico con cui in ciascuna scuola verranno premiati, a partire da questo stesso anno scolastico, i docenti ritenuti più validi e meritevoli. Ciò in prima applicazione della legge detta della “Buona scuola” approvata dal Parlamento nel luglio dello scorso anno. Sappiamo che la decisione finale sulle persone a cui dare questo “bonus” (che si ridurrà a poche decine di euro mensili) spetterà ai Dirigenti scolastici, i quali dovranno avvalersi dei criteri stabiliti dal Comitato di valutazione eletto in ogni istituto; ciò nonostante non sarà facile per i Dirigenti, che non possono essere competenti di ogni disciplina insegnata nella loro scuola, e neanche possono conoscere nei particolari il metodo di lavoro, l’impegno e la preparazione di ciascun insegnante, individuare i docenti “migliori”, più bravi o più solerti nel loro lavoro. Così, a quanto riferiva l’articolo di “Repubblica”, in molte scuole si stanno distribuendo questionari anonimi a studenti e genitori, per conoscere il giudizio degli “utenti” sul servizio loro prestato dagli insegnanti.
A proposito della questione generale voglio premettere che, ad onta delle proteste di molti colleghi e sindacati, io continuo ad essere favorevole alla valutazione di noi docenti ed anche ad una, se pur minima, differenziazione dello stipendio, perché ritengo ingiusto e mortificante trattare tutti allo stesso modo, perché è ben noto che non tutti abbiamo lo stesso carico di lavoro, le stesse competenze e lo stesso amore per la professione, non tutti abbiamo la stessa efficacia didattica o lo stesso rapporto professionale ed umano con i nostri alunni, e l’egualitarismo finora vigente mortifica chi mette l’anima ed il cuore nello svolgere i propri compiti quando vede che il collega impreparato o fannullone riceve lo stesso trattamento e la stessa considerazione sociale. Riconosco però che è estremamente difficile per i Dirigenti effettuare una simile distinzione, perché il nostro lavoro non è valutabile oggettivamente, dal momento che non è un’attività operativa materiale in cui si possano contare le casse di frutta scaricate da un magazziniere o i tavoli di un ristorante apparecchiati da una cameriera. Per noi nessun parametro può esser preso per oggettivamente indiscutibile, neanche quello, unico (e non sempre) accertato dai concorsi, della preparazione nelle proprie materie; nella mia esperienza ho conosciuto infatti colleghi bravissimi, veri e propri cultori della materia e vincitori di concorso, che però non riuscivano a trasmettere questo loro sapere agli alunni, non riuscivano a volte neanche a mantenere la disciplina in classe, non avevano la misura dei tempi in cui un programma deve essere svolto, tanto che l’esito del loro insegnamento si è rivelato un autentico fallimento.
Per questi motivi molti Dirigenti, nel tentativo di limitare i danni (in termini di risentimenti, proteste e ricorsi) che inevitabilmente faranno da strascico alle loro scelte, distribuiscono i questionari per sapere dagli studenti chi tra gli insegnanti è da loro più stimato ed apprezzato. E mi viene da pensare – perché è logica conseguenza di quanto detto prima – che anche chi non si avvarrà dei questionari scritti dovrà comunque tenere conto dei giudizi che studenti e genitori danno sui docenti, giudizi che girano per le scuole come voci di corridoio ma che spesso si concretizzano anche in visite, telefonate ed e-mail al Dirigente dove emergono, più che le lodi, le lamentele contro certi insegnanti. Il problema però, a mio avviso, è che questi giudizi poco lusinghieri di studenti e genitori non avvengono, se non di rado, a motivo di una scarsa preparazione o altrettanto scarsa dedizione al proprio lavoro, ma piuttosto nei confronti dei docenti più esigenti e meno generosi nelle valutazioni. Per questo trovo pericoloso affidarsi al giudizio di coloro che usufruiscono direttamente del servizio scolastico, perché ho il fondato timore che molti (se pur non tutti) alunni e genitori tendano a premiare non il docente più preparato e coscienzioso, ma quello che distribuisce a pioggia voti alti e magari impegna poco la classe con i compiti a casa, e non colui che mantiene la giusta distanza nei rapporti personali dovuta alla distinzione tra i rispettivi ruoli, ma quello che fa l'”amicone” con i ragazzi, scherza e gioca con loro dando confidenza e magari sottraendo così il tempo alle lezioni. Se proprio si vuole acquisire il parere degli “utenti” (termine che metto tra virgolette perché la scuola non è l’Enel o la Telecom), sarebbe più giusto, a mio parere, interpellare gli ex studenti, coloro che sono stati allievi di un docente negli anni precedenti e che attualmente sono all’Università o nel mondo del lavoro; solo costoro, infatti, non più condizionati dall’interesse e dalle passioni del momento, potrebbero dire con sicurezza quanto l’insegnamento di quel determinato docente è stato loro utile nella propria formazione culturale, professionale ed umana.
In ogni caso, pur continuando ad essere favorevole a questa parte della legge della “Buona scuola”,riconosco che una valutazione oggettiva ed asettica di ogni docente da parte dei Dirigenti scolastici è molto difficile; e questa difficoltà condurrà senz’altro a fraintendimenti dello spirito della legge e a decisioni a dir poco opinabili, come quella di attribuire il bonus ai collaboratori del Dirigente, a coloro che organizzano progetti, partecipano a riunioni di stesura del Pof o altre simili attività, che peraltro sono già retribuite dal fondo di Istituto e comunque hanno poco o nulla a che vedere con la validità didattica del docente, l’unico elemento che meriterebbe oggettivamente il premio. A questi problemi vanno aggiunte le accuse di clientelismo ed i malumori che si manifesteranno dopo l’attribuzione del bonus in ogni scuola; ragion per cui, se finora non ho mai invidiato lo status di Dirigente scolastico, adesso lo invidio ancor meno. Quello di cui ho parlato, per concludere, è senza dubbio un compito ingrato, a cui molti presidi rinuncerebbero volentieri; ed io li comprendo pienamente, ed almeno in questo sono del tutto solidale con loro.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

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Una generazione tra due fuochi

Molte sono le osservazioni e le affermazioni che si fanno sui giovani di oggi, un argomento molto caro a politici ed opinionisti. C’è chi li denigra considerandoli qualunquisti e dediti soltanto al “carpe diem” ed al divertimento di bassa lega; chi sottolinea il fatto che non hanno ideali e pensano solo ai beni materiali; chi li definisce “bamboccioni” perché spesso vivono in famiglia fino a trent’anni e più, o li critica perché non sanno adattarsi ad accettare impieghi sottopagati o comunque non corrispondenti ai loro studi ed alle loro aspirazioni. Quel che spesso si dimentica chi emette questi giudizi è che le generazioni sono figlie del proprio tempo e della propria società, e che quindi, se i nostri ragazzi trovano difficoltà a realizzare i loro progetti, la colpa non è loro se non in piccola parte, perché sono le condizioni di vita attuali che li inducono a comportarsi nella maniera che vediamo.
Anzitutto va detto che anche noi, tre o quattro decenni fa, avevamo la legittima aspirazione di realizzarci nella vita lavorativa e sociale, ed anche allora chi era laureato non accettava di fare il facchino o la lavandaia; solo che quegli anni, se confrontati a quelli attuali, erano tempi d’oro, nel senso che l’orizzonte che si apriva di fronte a noi, pur dovendosi comunque “fare la gavetta”, era molto più ampio di quanto avviene oggi. Tanto per fare l’esempio personale, io mi laureai in Lettere Classiche nel 1978 e nel gennaio 1980, dopo aver svolto il servizio militare (che allora era obbligatorio) iniziai subito con le supplenze, e l’anno seguente ebbi subito un incarico annuale, che tenni sino alla vincita del concorso ed al passaggio in ruolo. Allora la scuola era in espansione e gli insegnanti mancavano, non come adesso, quando le graduatorie provinciali e di istituto sono lunghissime (specie nelle discipline letterarie) ed i posti disponibili sono sempre di meno. Lo stesso avveniva negli altri settori: i laureati in legge, medicina, ingegneria, biologia, farmacia e quant’altro dir si voglia potevano avere qualche difficoltà iniziale, ma poi si sistemavano in tempi più che ragionevoli. Oggi, per tutta una serie di motivi, tutto ciò non avviene più: la forte crisi economica ha aumentato di molto la disoccupazione, molte persone hanno addirittura perduto un lavoro che credevano stabile, ed in più ci si sono messe anche le nuove leggi sui pensionamenti che obbligano le persone a restare sul posto di lavoro fino a 65 anni e più. In queste condizioni, quando mai potrà avvenire un ricambio generazionale? E quando finalmente si creeranno posti di lavoro stabili per i nostri giovani?
Quella dei ragazzi che oggi escono dalle scuole e dalle università è una generazione anomala rispetto alle precedenti, che ha avuto un destino particolare e che resta sospesa, per così dire, tra due condizioni di vita diverse e opposte. I nostri giovani sono stati fortunati nella loro infanzia, perché dai loro genitori hanno avuto tutto (almeno in senso materiale), ed hanno dovuto faticare molto meno di noi per ottenere ciò che volevano: ai tempi miei nessuno o quasi aveva l’auto personale, ma dovevamo ricorrere, quando e come era possibile, alla gentile concessione dei genitori, i quali ci affidavano la macchina magari soltanto la domenica, e per pochi chilometri, visto che i soldi per la benzina o per divertirci erano quasi sempre contati. Oggi i ragazzi hanno tutto e subito: cellulari ultima moda, abiti firmati, moto ed auto nuove e personali tutte per loro, denaro in quantità da spendere come vogliono. Ovviamente non bisogna generalizzare, perché non tutte le famiglie hanno una disponibilità economica tale da soddisfare tutti i capricci dei loro figli; ma nella maggior parte dei casi è così. Questa vita da paese dei balocchi, però, finisce bruscamente quando i giovani, una volta diplomati o laureati, debbono inserirsi nel mondo del lavoro e procedere con le proprie gambe, cioè mantenersi da soli, un’esigenza che molti di loro sentono non meno di quanto la sentivamo noi. Allora tutto si complica e diventa angoscioso e difficilmente sopportabile; è infatti cosa molto dolorosa, come ben sappiamo, dover ridurre il proprio tenore di vita e tornare indietro, dover cioè misurare il denaro ed i beni materiali che prima, sotto l’ala protettiva dei genitori, erano abbondanti ed ottenuti senza fatica. Questa generazione, quindi, non è stata molto fortunata, se ben ci riflettiamo, perché ha avuto molto di più di quella precedente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma è destinata ad avere meno di essa nella giovinezza e nella maturità. Non parliamo poi della vecchiaia, perché se già noi abbiamo ed avremo difficoltà per ottenere una pensione dignitosa, ai giovani di oggi c’è il rischio che la pensione non tocchi affatto, o che comunque debbano lavorare fino a 75 anni o più per averla. Una situazione non certo invidiabile, che dà a sufficienza ragione del fatto che molti ragazzi vivano ancora con i genitori fino ad età avanzate, e che altri rifiutino impieghi precari  e sottopagati. Francamente non è piacevole, dopo aver studiato – magari con buon profitto – per tanti anni, ritrovarsi a lavorare in un call-center a 500 euro al mese, e senza alcuna certezza sul futuro!
In seguito a questa situazione, di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini, si verifica quindi un fenomeno molto spiacevole, almeno a mio giudizio: il fatto cioè che molti giovani, non riuscendo a trovare in Italia una sistemazione adeguata ai loro studi ed alle loro inclinazioni, si recano all’estero, determinando il fenomeno di un’emigrazione intellettuale che non ci fa onore come italiani ed avvantaggia i paesi esteri, che nulla hanno fatto per la formazione di queste persone ma che si avvantaggiano della loro forza-lavoro sfruttando la fatica altrui. Pensiamo ai tanti giovani ricercatori italiani che sono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, persino in Giappone. Questi paesi non hanno speso un centesimo per la loro istruzione e formazione, alla quale hanno provveduto i genitori e le strutture pubbliche dello Stato italiano; i profitti del loro lavoro e della loro attività scientifica, vanno però a ai paesi ospitanti, i quali si avvalgono della loro opera in cambio di uno stipendio certo più alto di quello che otterrebbero in Italia, ma che comunque ripaga solo in parte il contributo ch’essi offrono a chi non ha mai fatto nulla per loro. Moltissimi giovani poi, che non fanno i ricercatori ma debbono accontentarsi di occupazioni comuni (e talvolta persino degradanti), preferiscono comunque andare all’estero perché il lavoro si trova più facilmente ed è pagato più che in Italia, ma sono destinati a restare comunque insoddisfatti ed a contribuire ad un’economia che non è la loro, oltre che a vivere lontano dalle loro famiglie e dalla loro terra. E’ una condizione simile, per tanti versi, a quella che sopportavano i nostri emigranti della fine dell’800 o del primo ‘900; soltanto che allora si andava all’estero per non morire di fame, adesso ci si va per potersi permettere il cellulare ultima moda o l’abito firmato, al momento in cui i giovani si rendono conto di non poter per sempre chiedere queste cose ai genitori. Così le famiglie si dividono, i figli partono e si disperdono nel mondo, contribuendo a quella globalizzazione ed a quella dispersione culturale ed umana che oggi è da molti considerata un valore positivo, ma che per me invece è l’esatto contrario, convinto come sono che ciascun cittadino dovrebbe restare nel proprio Paese e contribuire alla crescita ed al benessere della sua patria, non andare ad arricchire gli stranieri, spesso presuntuosi ed arroganti nei confronti di chi viene da fuori e soprattutto dall’Italia. Ma la responsabilità di questo stato di cose non è dei giovani, se non nel senso ch’essi sono in certo modo viziati ed abituati ad avere tutto, tanto da non voler rinunciare a nulla. Pur tuttavia, se in certi casi questo può essere vero, lo è anche un altro principio, quello cioè secondo cui un Paese che non sa dare lavoro ai propri cittadini, e li costringe ad andare all’estero, è un Paese fallito, in cui è necessario un profondo mutamento delle coscienze e delle scelte politiche ed economiche.

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Siamo al post n° 200!

Questo di oggi è il post n. 200 da quando ho inaugurato il blog (febbraio 2012). La quantità di osservazioni ed impressioni che ho scritto comincia quindi ad essere voluminosa, la si potrebbe raccogliere in un libro; ma la soddisfazione per aver raggiunto questo traguardo è purtroppo limitata da altre aspirazioni non realizzate, la maggiore delle quali riguarda il numero dei commenti, ancora molto scarso rispetto a quello che accade ad altri “bloggers” (lo metto tra virgolette perché non mi piacciono le parole inglesi nell’italiano). In certi periodi arrivo anche a 250 visite al giorno senza che nessuno dei lettori si degni di scrivermi qualcosa su quel che pensa di quanto ho scritto, siano pure critiche o comunque opinioni diverse dalle mie; il mio blog, infatti, non è stato concepito se non parzialmente come un diario o uno sfogo personale, ma soprattutto come un invito ad uno scambio di idee e di riflessioni su ciò che avviene nella nostra società ed in particolare nella scuola, che è il settore di mia specifica competenza. Quasi tutti, invece, si limitano a leggere e passano oltre, forse perché non hanno nulla da dire o perché non se la sentono di argomentare, preferendo restare in silenzio e tenere nascoste le proprie convinzioni.
Questi 200 post che si sono succeduti in oltre quattro anni hanno vari argomenti: per l’80% circa affrontano tematiche scolastiche (rapporto tra docente e alunni, valutazione degli studenti, legislazione e riforme varie della scuola ecc.), mentre il restante 20% è suddiviso tra argomenti di attualità (politica, costume ecc.) e brevi giudizi o recensioni su opere letterarie ed autori (Virgilio, Dostoevskij, Dickens, Pascoli, per citarne solo alcuni) che ho letto e sui quali ho elaborato studi od opinioni personali. Molto raramente ho parlato delle mie pubblicazioni e dei miei studi scientifici sulle materie di mia competenza (le lingue e letterature classiche) perché non mi pare questa la sede adatta per quella che potrebbe sembrare un’autocelebrazione; ho soltanto dichiarato apertamente quelli che considero i mali dell’editoria italiana, dato che la mia opera più impegnativa, una storia e antologia completa della letteratura latina per i Licei e l’Università, non viene più stampata (e non è quindi più in commercio) a causa del fallimento dichiarato dall’editore Loffredo di Napoli, il quale si è dileguato senza corrispondere agli autori quanto loro dovuto in termini economici e facendo scomparire le loro opere. Da questo comportamento disonesto io ho rimesso qualcosa come 10.000 euro circa, ma ciò che mi rammarica di più non è tanto il denaro quanto il fatto che la mia pluriennale fatica sia ormai andata sprecata.
Ma di questa massa di 200 articoli, quanti in realtà ne vengono letti? Purtroppo la pagina iniziale del blog ne contiene pochi, e ad ognuno che viene pubblicato di nuovo ne sparisce un altro in fondo alla pagina. Eppure molti post vecchi di qualche anno, raramente ripescati attraverso i “tag” (altra parola straniera), hanno un contenuto anche più interessante e adatto alla discussione rispetto agli scritti più recenti. Cosa pertanto dovrebbe fare il lettore? Andare all’archivio apposto sulla fascia destra della pagina e vedere mese per mese (da febbraio 2012 ad oggi) quali articoli sono stati pubblicati. Si tratta però di un lavoro lungo e un po’ noioso, che pochi avranno la pazienza di svolgere. Perciò pubblico qui un elenco di post che giudico più interessanti e non strettamente legati, se non in parte, alle problematiche scolastiche, indicando il mese e l’anno in cui sono usciti sul blog. In tal modo il lettore, visitando l’archivio e selezionando il mese, potrà trovare subito l’articolo di suo interesse.
– Le fatiche dello studioso (sull’attività di ricerca svolta oltre il lavoro scolastico) – febbraio 2012
– La festa della donna (sul femminismo) – Marzo 2012
– la TV e la scuola – Giugno 2012
– L’ignoranza, la follia e la dittatura (politica) – Ottobre 2012
– Genitori e figli (sul rapporto generazionale) – Novembre 2012
– Politica e antipolitica – Novembre 2012
– Merito e meritocrazia – Dicembre 2012
– Le donne al Parlamento – Gennaio 2013
– La morte dell’arte (sulla fine dell’arte in genere nella società attuale) – Gennaio 2013
– Le bugie elettorali – Gennaio 2013
– Lo spettro della nuova anarchia (sul M5S) – Febbraio 2013
– Dopo le elezioni, il disastro (sui risultati delle politiche del 2013) – Febbraio 2013
– Il mito dell’età dell’oro ieri e oggi – Marzo 2013
– La triste fine di un autore di libri scolastici (sulla mia esperienza con l’editore Loffredo) – Marzo 2013
– Quale governo? – Aprile 2013
– Che cosa si festeggia il 25 aprile? (la mia opinione sulla cosiddetta “liberazione”) – Aprile 2013
– La dittatura della nuova religione laica (sui diritti civili e il “politically correct”) – Maggio 2013
– Giustizia e ingiustizia (sul sistema giudiziario) – Giugno 2013
– Nella terra d Giuseppe Verdi (un viaggio in Emilia) – Luglio 2013
– L’urlo dello sciacallo (sul comportamento dei parlamentari a cinque stelle) – Agosto 2013
– Le notti bianche (sul celebre racconto di Dostoevskij) – Agosto 2013
– Immigrazione e buonismo nostrano – Ottobre 2013
– Tragedia greca e mass media moderni (sulla comunicazione ed il potere) – Ottobre 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (un mio saggio su Pascoli di recente pubblicato) – Novembre 2013
– Libertas e licentia, ossia il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle” – Dicembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (su un allestimento della “Traviata” di G.Verdi) – Dicembre 2013
– I social network e la scuola – Gennaio 2014
– La Germania non ha pagato abbastanza (sul giorno della memoria) – Gennaio 2014
– I nuovi barbari in Parlamento (sul comportamento dei deputati del M5S) – Febbraio 2014
– Nani sulle spalle dei giganti (sulla storia della cultura occidentale) – Febbraio 2014
– Il piccolo ducetto a cinque stelle (sul sig. Beppe Grillo) – Marzo 2014
– Perché l’inutile salverà l’umanità (sull’apparente inutilità degli studi umanistici) – Marzo 2014
– I profeti di sventure non mancano mai (sulle Cassandre del 2000) – Aprile 2014
– Viaggio in Germania (impressioni di un viaggio) – Aprile 2014
– La mia malinconia è tanta e tale (studio sulla malinconia e la depressione) – Giugno 2014
– Scuola e università: perché tante disparità? (sui privilegi dei docenti universitari) – Luglio 2014
– La nostra TV e la truffa del canone – Luglio 2014
– Riforme e ostruzionismo (sulle assurde posizioni del M5S) – Luglio 2014
– Turisti stranieri e ordinaria maleducazione (sul comportamento incivile dei turisti) – Agosto 2014
– Osservazioni sulla crisi (c’è stata davvero la crisi economica come ce l’hanno raccontata?) – Agosto 2014
– La lingua italiana umiliata e offesa (4 post sull’uso scorretto della nostra lingua) – Settembre 2014
– I nipotini degeneri del ’68 (sulla persistenza di un’ideologia sbagliata) – Settembre 2014
– La TV e l’antipolitica (su certi programmi che portano acqua al mulino di Grillo) – Ottobre 2014
– Un libro per il futuro (su un saggio di Nuccio Ordine sugli studi umanistici) – Novembre 2014
– Atmosfera natalizia e tristezze private (una visione antitradizionale del Natale) – Dicembre 2014
– La società disgregata (sui problemi della famiglia attuali) – Gennaio 2015
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna “in carriera” (Virgilio e il mondo attuale) – Gennaio 2015
– Libertà di espressione o cattivo gusto? (i confini tra libertà di espressione e insulto) – Gennaio 2015
– Voglia di lavorare, saltami addosso! (sulla disoccupazione attuale) – Gennaio 2015
– Il Quirinale e gli intrighi di palazzo (sulla politica italiana) – Febbraio 2015
– Panem et circenses, ieri e oggi (come il potere seduce le masse) – Marzo 2015
– Viaggio a Londra (resoconto di un viaggio) – Aprile 2015
– Immigrazione e buonismo inopportuno (sul problema degli immigrati e rifugiati) – Maggio 2015
– Lo stupido buonismo nostrano (idem) – Maggio 2015
– Ce lo chiede l’Europa? No, grazie! (sulla sudditanza dell’Italia all’Europa dei banchieri) – Luglio 2015
– La democrazia, da Euripide ai giorni nostri (confronto tra la democrazia antica e quella moderna) – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (recensione al romanzo di Dickens) – Agosto 2015
– I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata (sul comportamento dei giovani di oggi) – Agosto 2015
– L’infimo livello della nostra TV (giudizio sulla televisione italiana, specie sui programmi estivi) – Agosto 2015
– Residui di vecchie ideologie: il femminismo – Settembre 2015
– La scuola degli anni ’70 e quella attuale (interessante confronto) – Ottobre 2015
– Il teatrino del Parlamento (sul comportamento dei nostri parlamentari) – Ottobre 2015
– L’uomo nella fodera (su un interessantissimo racconto di A.Cechov) – Novembre 2015
– Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico (esilarante paragone) – Novembre 2015
– L’orrore della narrativa attuale (sul pessimo livello letterario dei cosiddetti “scrittori” di oggi) – Dicembre 2015
– Il Risorgimento a rovescio (sull’odiosa sottomissione dell’Italia ai diktat europei e tedeschi in particolare) – Gennaio 2016
– Deve esistere ancora il “posto fisso”? (sul lavoro e la disoccupazione) – Gennaio 2016
– Fannulloni veri e presunti tali (sui “furbetti del cartellino” ed altro) – Gennaio 2016
– Riflessioni sul terrorismo internazionale (dopo gli attentati di Parigi e di Bruxelles) – Marzo 2016

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Osservazioni sul bullismo

Si fa un gran parlare, in questi ultimi tempi, del problema del bullismo a scuola ed altrove, con grande interesse dei mezzi di informazione di massa, i quali reclutano a tale scopo pedagogisti, psicologi, sociologi ecc. Il fenomeno è ben noto a ciascuno, perché molti di noi, da studenti o da militari, hanno dovuto subire prese in giro, esclusioni da certi gruppi e persino angherie più o meno gravi da parte dei compagni di scuola o dei cosiddetti “nonni” nelle caserme, cioè i commilitoni più anziani per servizio. Quando io ho svolto il servizio militare di leva (che ai miei tempi era obbligatorio) in aeronautica, le nuove reclute erano chiamate “missili” e molto spesso subivano dei soprusi che comunque, almeno nel mio caso, non erano particolarmente gravi ma erano più che altro scherzi compiuti in amicizia. E’ comunque chiaro che il fenomeno del bullismo è venuto alla ribalta adesso perché ne parla molto la televisione e perché il ministero tenta di affrontarlo con appositi provvedimenti, ma in realtà è sempre esistito. Limitandoci all’ambiente scolastico debbo dire che ai tempi miei il fenomeno era ancor più grave e marcato di adesso. Chiunque fosse per qualunque motivo diverso dagli altri veniva colpito dagli scherzi e dalle derisioni dei compagni: bastava che un ragazzo avesse gli occhiali ed era subito “quattrocchi”; se era un po’ grassoccio gli epiteti si sprecavano e qualcuno, come avvenne ad un ragazzo della mia classe delle medie, veniva definito simpaticamente, con un’elegante espressione francese “beaucoup de viande”; se era magro, era chiamato “stecco”, se alto “giraffa” e così via. Anche la violenza fisica non mancava, anzi ce n’era molta più di oggi. Quante volte, specialmente quando frequentavo la scuola media, ho sentito dire la frase “t’aspetto fuori”, ed altrettante ho assistito a veri e propri incontri di pugilato all’uscita dalla scuola! Casi di ragazzini deboli angariati e anche picchiati dai più grandi ce n’erano a iosa anche quaranta o cinquanta anni fa, solo che nessuno ne parlava, e neanche i genitori si preoccupavano di intervenire a difesa del loro figlio perseguitato. Questo stato di cose era considerato normale e ciascuno doveva abituarsi a difendersi da solo; altrimenti, se aveva paura o non reagiva, era considerato un vigliacco, un “mezzo uomo” per non dire peggio. L’ambiente studentesco era violento e caratterizzato da una specie di selezione naturale alla Darwin, dove solo i più forti sopravvivevano incolumi. Il problema era ancor più grave di oggi, soltanto che non faceva notizia. Tutto qui.
Con ciò non voglio sottovalutare il problema del bullismo attuale, che è comunque un fatto grave anche perché presenta due notevoli differenze con quello dei decenni passati. La prima è che attualmente è venuto alla luce anche il bullismo al femminile, di cui prima non si aveva quasi percezione; oggi le ragazze, che spesso nelle scuole sono più dominatrici e più determinate dei maschi, hanno preso dall’altro sesso tutti i peggiori difetti, e così avviene non di rado che alcune di loro si coalizzino per perseguitare una compagna che appare diversa o perché più debole o addirittura perché ritenuta più bella delle altre, e contro di lei scatta quindi la gelosia e l’invidia del gruppo. Il bullismo al femminile è più subdolo di quello maschile, perché raramente ricorre alla violenza fisica ma si manifesta per lo più nell’isolamento e nella ridicolizzazione della vittima, tanto da provocarle complessi di inferiorità e disagi esistenziali anche gravi.
La seconda novità del bullismo attuale è che fa uso dei nuovi strumenti comunicativi come i social network, tanto da trasformarsi in “cyberbullismo”, come si è soliti definirlo con questo brutto neologismo. Le conseguenze di questo fenomeno moderno sono più gravi di quelle che si avevano in passato, perché i bulli attuali sono soliti trasferire sulla rete immagini, video o anche semplici commenti che vengono visti e conosciuti da un numero ben maggiore di persone rispetto a prima, con il risultato di ingigantire il senso di disagio e di vergogna che la vittima prova. A volte, addirittura, vengono perpetrati persino ignobili ricatti, nel senso che la vittima viene minacciata, se non soggiace a compiere determinati atti, di veder rendere pubblica qualche sua immagine (o video) di cui può vergognarsi e che magari gli è stata strappata contro la sua volontà. Se prima si veniva messi alla berlina di fronte a pochi compagni, adesso centinaia o migliaia di persone possono assistere a questa gogna mediatica, e ciò aumenta a dismisura il senso di disagio, di fallimento, di disistima personale che prova chi è colpito da questi eventi, tanto che in certi casi si è arrivati persino al suicidio da parte di ragazzi o ragazze colpiti da questo tipo di bullismo. E’ chiaro quindi che da parte delle autorità dovrebbero essere presi provvedimenti severi e fortemente punitivi contro i criminali (perché tali sono) che compiono questi atti, e sarebbe anche giunto il momento, a mio parere, che le pagine dei social network fossero controllate e non fosse permesso a chiunque di scrivere e pubblicare ciò che vuole, perché questo malinteso senso della libertà induce a danneggiare gravemente l’autostima e la personalità di alcuni individui, che possono pagarne per tutta la vita le conseguenze. Sarebbe l’ora di limitare la libertà assoluta che sussiste su internet, dove ognuno dice e pubblica ciò che vuole. Questa non è libertà, è anarchia della peggiore specie.
L’intervento coercitivo e punitivo, che dovrebbe arrivare senza timori alla perdita dell’anno scolastico per chi compie questi atti all’interno della scuola, mi pare l’unica valida risposta a questi comportamenti; soltanto che poi arrivano i genitori a difesa dei figli, fanno ricorso e magari lo vincono perché il garantismo che domina in Italia rende praticamente impossibile l’azione educativa che, se vuol essere efficace, deve necessariamente passare anche attraverso le punizioni. In alternativa c’è l’indifferenza, che cioè il perseguitato (ovviamente se la violenza non è di tipo fisico) non dia alcuna importanza a ciò che viene detto o scritto su di lui finché i persecutori non si stancano. E’ quello che dicevano a noi i nostri genitori: “Se ti prendono in giro fai finta di nulla e ridici anche tu, perché se te la prendi dai loro soddisfazione e non la smettono mai.” Ma  se questo ragionamento poteva valere ai nostri tempi, non oggi, quando i giovani sono molto più sensibili e fragili emotivamente di quanto non eravamo noi. Oggi c’è il rischio che certe ferite non si rimarginino più e che i danni provocati all’autostima personale diventino permanenti, proprio perché viviamo in una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove l’immagine esterna supera spesso i sentimenti ed i valori interiori della persona.

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La rivincita del libro di carta

Alcuni anni fa, in coincidenza soprattutto con la capillare diffusione di internet nel nostro Paese, i sostenitori accaniti delle nuove tecnologie e del moderno ad ogni costo erano pronti ad asserire, a giurare persino, che entro pochi mesi il tanto celebrato e-book, cioè il libro elettronico da leggere sul computer, sul tablet e persino sul cellulare avrebbe del tutto sostituito il libro tradizionale cartaceo. E con questa convinzione i paladini delle nuove tecnologie elencavano i vantaggi che questo nuovo metodo di lettura avrebbe avuto, in particolare quello di poter ospitare migliaia di pagine in un supporto elettronico poco pesante e poco ingombrante, il quale avrebbe potuto da solo sostituire interi scaffali di libri ingombranti e polverosi. A questa pia illusione hanno creduto in molti, anche i solerti funzionari del nostro Ministero dell’istruzione, tanto da far uscire circolari che obbligavano (ed obbligano ancora) i docenti a scegliere libri di testo che siano totalmente o parzialmente “online”, cioè su internet, in modo da ridurre il peso che gli alunni avrebbero dovuto portare negli zaini, ma anche per mettersi alla pari – almeno così dicevano – con gli altri paesi europei, dove il digitale aveva già da tempo superato il cartaceo.
Vediamo cosa è accaduto in realtà, partendo proprio dal problema dei testi scolastici. Cosa hanno realizzato, di fatto, le case editrici? Rendendosi conto che gli studenti, nonostante tutti gli strumenti elettronici di cui sono dotati, hanno ancora bisogno di maneggiare il libro, poterlo aprire in qualsiasi momento, poterlo sottolineare ecc., cioè – in una parola – preferivano ancora il libro di carta, si sono limitate ad applicare ai testi delle appendici on-line che spesso non contengono nulla di nuovo né di particolarmente importante; nella maggioranza dei casi, in effetti, la parte fondamentale e indispensabile del testo resta quella cartacea, mentre online troviamo solo qualche lettura aggiuntiva, qualche testo degli autori in più (i meno significativi) o qualche videolezione di qualche minuto che nulla aggiunge a quanto contenuto nel libro cartaceo. Almeno per i testi di letteratura italiana, latina e greca, quelli cioè su cui lavoro io, le cose stanno esattamente come le ho descritte. Ciò significa, in modo inequivocabile, che questa ubriacatura informatica che ha contagiato il nostro Ministero si è rivelata un fuoco di paglia, poiché è apparso chiaro che libri e quaderni cartacei sono ancora insostituibili, e che l’ebook, almeno in ambito scolastico, non si è mai affermato. Poiché dopo tanti anni di insegnamento conoscevo bene gli studenti e le loro abitudini, io avevo da sempre previsto ciò che si sarebbe verificato, convinto come sono che oggetti come tablet, smartphones, LIM ecc., che ci venivano prospettati come prodigiosi e risolutivi, sono soltanto degli strumenti, e neanche i più adatti per uno studio serio e consapevole. Essi da soli non possono risolvere nulla: si può leggere una pagina di storia in un libro di carta o su un tablet, ma se non la si studia e non la si comprende si resterà sempre al punto di prima. Un alunno incapace o svogliato non diventerà intelligente e studioso solo perché ha in mano un tablet. Lo stanno comprendendo anche all’estero, nei paesi che spesso noi italiani amiamo scimmiottare come ad esempio gli Stati Uniti, dove stanno tornando ad usare gli strumenti tradizionali.
Comunque, anche al di fuori della scuola, il libro elettronico o e-book non si è mai affermato, e le previsioni di coloro che sostenevano la scomparsa prossima del libro di carta si sono rivelate del tutto fallaci. E qui mi piace citare Umberto Eco, un intellettuale da poco scomparso per il quale io non ho mai nutrito eccessiva simpatia, ma che su questo punto aveva assolutamente ragione. Egli diceva che il libro di carta si può leggere ovunque, anche sotto un albero, in barca o dovunque non esistano spine elettriche; lo si può segnare, sgualcire, è sempre pronto a darci un’emozione in qualunque momento, e soprattutto non danneggia la nostra vista e le nostre vertebre cervicali. In effetti, proviamo a leggere su un computer opere come la Divina Commedia o i Promessi Sposi, e vedremo poi in che condizioni saranno i nostri occhi dopo tante ore passate davanti ad uno schermo elettronico! Senza contare il fatto, per me fondamentale, che il libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa e può essere aperto e sfogliato anche dopo cinquant’anni dal suo acquisto, mentre l’e-book è qualcosa di evanescente, di labile, di provvisorio, perché basta un guasto al computer e una cancellazione dell’hard disk per vederlo sparire per sempre. La cosa strana è che ancora oggi gli alfieri del modernismo vanno sostenendo che i libri cartacei spariranno presto; ma la profezia è ancor più fallace di quella avanzata anni fa, perché i supporti ed i libri elettronici esistono ormai da molto tempo, e se avessero dovuto soppiantare del tutto la carta l’avrebbero già fatto. Se ciò non è avvenuto è perché si è compreso che il libro è sempre un oggetto prezioso che va maneggiato, annusato, sfogliato con cura e tenuto gelosamente in un luogo (la libreria) dove sia sempre visibile e disponibile, non nascosto dentro un computer e quindi invisibile fino a quando, con perdita di tempo e difficoltà, si riesce ad aprire il programma e poterlo visualizzare. Con ciò non voglio sminuire l’importanza di internet quando si tratta di reperire fonti e materiali per la ricerca: io stesso, quando ho compilato la mia storia e antologia della letteratura latina, ho fatto largo ricorso ai testi elettronici per l’antologia degli autori, anche perché mettersi a trascrivere a mano, in latino, un’intera commedia di Plauto o un’orazione di Cicerone sarebbe stato un lavoro enorme e antieconomico. Ma a questo servono appunto i libri elettronici, secondo me: sono strumenti per risparmiare tempo ed hanno uno scopo pratico, utili per quando si ha la necessità immediata di avere sottomano un testo. Ma se invece vogliamo leggere un libro per amore della lettura, per l’istinto innato di sapere e di conoscere, il vecchio libro di carta resta ancora l’amico più caro.

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Riflessioni sul terrorismo internazionale

Dopo i fatti di Bruxelles, la televisione non fa altro che mostrarci immagini degli avvenimenti e mandare in onda pubblici dibattiti (o talk-show, come si usa dire oggi) sull’argomento, dove si sentono esprimere i pareri più disparati, le idee più bizzarre, i rimasugli ideologici di ogni genere senza che si arrivi mai ad un’analisi oggettiva del fenomeno. Personalmente il comportamento della tv e di coloro che ci parlano attraverso di essa mi suggerisce due osservazioni. La prima è che viene dato troppo rilievo all’argomento mediante la risonanza mediatica; forse è proprio questo, in effetti, uno degli obiettivi che i terroristi vogliono raggiungere, quello cioè che si parli di loro, che si dia risonanza mondiale alle loro imprese, in modo da diffondere ovunque la paura ed il senso di impotenza nei loro confronti. Se fosse possibile, a mio parere, degli attentati terroristici occorrerebbe parlare il meno possibile, in modo da limitare la rilevanza mediatica del fenomeno, il quale, se messo al centro dell’attenzione pubblica, potrebbe anche stimolare effetti di emulazione. In secondo luogo, i dibattiti televisivi mi sembrano dimostrare la mancanza di una vera conoscenza delle cause più profonde del manifestarsi del terrorismo islamico, le quali andrebbero studiate e comprese nella loro essenza prima di proporre soluzioni più o meno radicali. Cosa spinge questi gruppi a colpire i paesi occidentali? Con quali convinzioni, con quale stato d’animo delle persone giovani, che avrebbero davanti a sé una vita intera, vanno a portare la morte a persone innocenti ed a morire essi stessi? E le loro motivazioni, pur aberranti che siano, hanno soltanto una matrice religiosa o c’è dietro qualcos’altro? A me non pare che questi interrogativi vengano affrontati durante i dibattiti televisivi, o lo vengano solo in parte; ed è evidente, a mio parere, che se non si comprende fino in fondo la base culturale, la mentalità che induce quelle persone a compiere questi atti, sarà ben difficile trovare una soluzione al fenomeno, anche perché esso è del tutto alieno alla nostra mentalità di occidentali. A me, forse perché sono poco informato, sfugge lo scopo stesso delle azioni terroristiche, perché non vedo quale vantaggio ricavino questi gruppi dalla morte di qualche decina di persone innocenti, quale sia cioè il loro preciso obiettivo. Capire un fenomeno così drammatico e complesso è quindi indispensabile, altrimenti non vedo quale altro mezzo vi sia per neutralizzarlo: come si può prevedere ed impedire che una o due persone cariche di esplosivo si rechino in mezzo ad un mercato, in un autobus o in una stazione della metropolitana e si facciano esplodere? I terroristi non hanno scritto in faccia il loro status sociale; si mescolano alla folla e restano inconoscibili finché non azionano il detonatore. Contro di loro non c’è difesa, possono colpire ovunque ed in qualunque momento.
Intanto, mentre si piangono le vittime e la risonanza mediatica si allarga sempre più, siamo costretti a sentire in televisione i pareri più disparati e spesso assurdi. C’è chi sostiene che bisogna annientare l’ISIS e cancellarlo dalla faccia della terra con le armi. Questa sembra a molti la soluzione migliore, ma non si accorgono che è irrealizzabile nella pratica, perché i terroristi non sono localizzati in un solo luogo della terra che si possa bombardare o distruggere; possono essere ovunque, nelle nostre città e nei nostri paesi, nelle università occidentali e persino negli eserciti che dovrebbero combatterli, ed un’azione di forza rischierebbe di aggravare la situazione. C’è chi continua a parlare di rafforzamento dei controlli nei singoli paesi e ritiene che si debbano aumentare le indagini dei servizi segreti e dei corpi militari speciali; ma questa proposta, che pure può ottenere risultati concreti, non può risolvere del tutto il problema, perché non è possibile controllare casa per casa e cantina per cantina tutti i quartieri dove i terroristi possono annidarsi, né individuare tutti i loro movimenti. Bisogna ammettere, purtroppo, che se vogliono continuare a colpirci lo potranno fare indisturbati o quasi, anche perché chi non teme la morte, anzi la cerca e la desidera, non ha nulla da perdere, e quindi non esiste alcun deterrente che possa fermarlo. L’unica possibilità è un mutamento decisivo che intervenga nella cultura e nella mentalità di questi gruppi e dei loro affiliati, ma se non comprendiamo a fondo il fenomeno non riusciamo neanche ad immaginare quale sia l’evento miracoloso che possa sortire un tale effetto.
Comunque quel che mi indigna di più nei dibattiti nostrani sul terrorismo islamico è lo sciacallaggio di chi strumentalizza eventi così drammatici per fare polemica politica, per accusare gli avversari di questa o di quella colpa o mancanza che dir si voglia. In questi frangenti i Paesi dell’Occidente, ed il nostro in particolare, dovrebbero essere uniti per affrontare un problema comune, non dividersi ancora con assurdi sproloqui che non risolvono nulla. Il più retrivo tra questi, a mio giudizio, è la posizione di coloro che approfittano dell’occasione per rilanciare il vecchio e stantio antiamericanismo e sostenere che tutto quel che avviene è colpa della NATO e dei paesi occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti d’America) che avrebbero portato per primi la guerra all’Islam e che avrebbero quindi provocato queste reazioni. Per loro tutto il male sta da una sola parte, e così arrivano persino a giustificare dei terroristi assassini che uccidono persone innocenti e del tutto estranee alla politica ed alle eventuali responsabilità dei loro governi. E poi non mi sembra che il fondamentalismo islamico sia stato colpito più di quanto esso stesso abbia fatto spargendo nel mondo morte e terrore molto prima degli eventi che si ritengono oggi collegati al fenomeno terroristico: gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, si sono verificati molto prima che esistesse l’ISIS, ma anche allora qualche fanatico sostenitore di un’ideologia aberrante ebbe a dire che gli americani avevano organizzato essi stessi quella carneficina per poter dare la colpa all’Islam. Credo che ci dovremmo liberare al più presto di questi rottami ideologici che inquinano il dibattito politico e impediscono l’obiettività del giudizio, un elemento che sarebbe oggi più che mai utile, anzi indispensabile, per poter affrontare in modo efficace i momenti drammatici che stiamo vivendo.

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Come scegliere la facoltà universitaria

Tra pochi mesi i nostri alunni dei Licei dovranno decidere “cosa faranno da grandi”, cioè cosa intendono fare nella propria vita dopo la conclusione degli studi secondari. Ad eccezione di pochi casi, la grande maggioranza degli studenti liceali opterà per una Facoltà universitaria, più o meno coerente con l’indirizzo che hanno frequentato per cinque anni. In tutte le scuole esistono ormai dei servizi di orientamento per gli studenti, che li inducono a visitare centri universitari o ad assistere a conferenze di docenti che fanno pubblicità per la loro “parrocchia” così come facciamo noi con i ragazzi delle terze medie; ma la decisione è spesso condizionata da altri fattori, primo tra tutti la possibilità di inserirsi poi nel mondo del lavoro, trovare cioè un’occupazione che garantisca il più possibile il benessere economico.
Io non ho ancora saputo dagli alunni della mia quinta quali siano le opzioni prevalenti, ma mi immagino che il fattore economico giochi nella scelta un ruolo importante, anche perché sostenuto, in quasi tutti i casi, dalle famiglie: i genitori, in altri termini, consigliano sempre ai figli di intraprendere Facoltà considerate di maggior prestigio sociale e capaci di fornire più sbocchi lavorativi, come medicina, ingegneria, informatica, economia e via dicendo. Ben pochi tengono in considerazione quello che dovrebbe essere il criterio fondamentale alla base della scelta, cioè gli interessi personali, le qualità e le propensioni dei loro figli. Mentre una laurea in medicina è gradita a tutti i padri e le madri, perché avere in casa un figlio, una figlia o un genero “signor dottore” dà sempre lustro alla famiglia, avere un letterato o un filosofo significa avere un debito perpetuo, giacché il poveretto o la poveretta sono destinati a restare disoccupati, ed anche qualora trovassero un misero lavoro da impiegato o da insegnante avrebbero comunque uno stipendio da fame. Queste lauree sono quindi considerate una disgrazia per una famiglia. Una volta, almeno, c’era la speranza che la figlia laureata in lettere sposasse un medico o un ingegnere, e così il prestigio della famiglia ne veniva restaurato; ma oggi, quando non si sposa più quasi nessuno e le donne, giustamente, vogliono un’autonomia sociale ed economica, anche questa antica speranza è definitivamente caduta. E allora, cosa consigliare ai nostri studenti?
Intanto, prima di esprimere il mio parere in proposito, voglio accennare a quello che ho fatto io nella mia giovinezza. Quando terminai il liceo, nel lontanissimo 1973, i miei genitori erano assolutamente contrari alla mia passione per le lettere classiche, e avrebbero voluto che mi iscrivessi a giurisprudenza, per diventare avvocato come un cugino di mio padre, l’unica persona della famiglia che, prima di me, avesse frequentato una facoltà universitaria. Opponendomi con tutte le mie forze, mi iscrissi a Lettere Classiche e mi laureai brillantemente; poi, dopo qualche anno di precariato, vinsi il concorso ordinario e ottenni la cattedra di Latino e Greco nel triennio del Liceo Classico, cattedra che conservo a tutt’oggi e della quale sono sommamente orgoglioso. Ho poi continuato, durante gli anni di insegnamento a scuola, a praticare attività di ricerca nel mio settore, pubblicando saggi e libri divulgativi e scolastici, cosa che non avrei certamente potuto fare se fossi stato assorbito, magari per otto ore al giorno, in un altro lavoro. Così, senza alcun rimpianto e con estrema sincerità affermo che non mi pento affatto di questa scelta, anzi, se tornassi indietro farei la stessa cosa; e ciò perché sono fermamente convinto che la miglior gratificazione della persona, la miglior realizzazione dell’individuo consista nel seguire le proprie passioni e le proprie inclinazioni, anche a costo di guadagnare meno di altri o di tribolare un po’ di più per trovare una sistemazione. Io mi sento totalmente realizzato dalla mia professione di docente di Liceo, perché era proprio ciò che volevo fare nella vita, perché non è un lavoro meccanico né ripetitivo, perché mi consente di avere del tempo libero per dedicarmi ai miei interessi culturali e per un’infinità di altre ragioni. Ci può essere nella vita qualcosa di più bello di poter fare ciò che si è sempre desiderato? E ci può essere, di converso, un supplizio più atroce che essere costretti per tutta la vita a fare una professione che non ci piace, alla quale siamo stati costretti dall’ambizione dei nostri genitori? E l’aspetto economico è davvero così importante nella vita? Non è forse meglio guadagnare meno ma avere comunque una vita dignitosa ed esserne soddisfatti piuttosto che guadagnare molto ma essere sempre scontenti e frustrati?
Con questa convinzione, che è fermissima in me più di ogni altra, io consiglio sempre ai miei alunni di scegliere la Facoltà che più piace loro ed alla quale si sentono più inclini, perché a mio parere è meglio per la società avere un professore o un filosofo bravi piuttosto che un medico o un ingegnere mediocri. Per sostenere questa mia tesi, oltre ovviamente all’esempio personale, porto altre due argomentazioni. La prima è che la società attuale, nonostante la sbornia informatica e tecnicistica che da tempo la inquina, non ha bisogno solo di tecnici e di scienziati, ma anche di laureati in materie umanistiche, poiché saper parlare e scrivere bene, saper presentare un proprio progetto in modo razionale e convincente, saper argomentare e sostenere i propri punti di vista ed operare con spirito critico le proprie autonome scelte sono qualità ancora indispensabili, qualità che solo una cultura umanistica sa formare e trasmettere. La seconda ragione per scegliere ciò che si ama senza lasciarsi attrarre dai miraggi e dai falsi miti del guadagno e del successo è ancor più semplice, anzi semplicistica: consiste cioè nel constatare che oggigiorno nessuna Facoltà universitaria, data la situazione economica attuale, può dare la certezza di un impiego, né tanto meno di un’elevata remunerazione. Ragion per cui scegliere ciò che ci piace, senza tener conto d’altro, finisce per essere la scelta più intelligente ed anche più utile.

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Presidi e insegnanti trattati da mendicanti!

Ecco, ci risiamo! La storia si ripete. Qualche anno fa, in occasione di un concorso ordinario bandito dal Ministero dell’istruzione per il reclutamento di nuovi insegnanti, io ebbi a commentare su questo blog la scarsissima considerazione in cui erano tenuti i colleghi che andavano a formare le commissioni esaminatrici, i cui compensi erano davvero ridicoli e offensivi per l’intera categoria. Il post che scrissi allora si intitolava “Presidi e docenti trattati da pezzenti”; e lì affermavo, commentando il trattamento che il Ministero riservava ai suoi dipendenti, che se qualcuno di noi si fosse appostato in una via del centro cittadino, vestito di stracci e con un cane, a chieder l’elemosina, avrebbe di certo guadagnato molto di più.
Nonostante le proteste di coloro che in questo mestiere hanno un briciolo di dignità, la circostanza si ripete tale e quale ai nostri giorni: è stato di recente bandito un concorso pubblico per docenti non di ruolo ma già abilitati (che non si sa come verranno utilizzati, dato che già adesso il personale è in esubero, dopo la follia del cosiddetto “organico potenziato”), ed i compensi per i presidi e i docenti sono forse ancor più ridicoli di prima, con un’inaccettabile lesione della dignità personale e professionale di ciascuno di noi. In sintesi le cifre sono queste: per i presidenti di commissione c’è un compenso forfettario di circa 250 euro, che diventano 209 per i commissari; ad esso va aggiunta un’ulteriore elargizione di ben 50 centesimi per ogni candidato ammesso allo scritto ed altri 50 centesimi per coloro che saranno ammessi all’orale. he significa tutto ciò? Facciamo l’esempio che una commissione abbia 200 candidati presenti alle prove scritte, e che 100 di questi siano ammessi all’orale: per un lavoro impegnativo e protratto per almeno tre-quattro mesi (tra correzione degli elaborati, colloqui orali, formazione della graduatorie ecc.) i docenti guadagneranno la spaventevole cifra di 359 euro (209+100+50), con la quale potranno darsi alla pazza gioia. Se pensiamo che una collaboratrice domestica riceve in media 10 euro all’ora, le basteranno 36 ore (un paio di settimane di lavoro, o anche meno) per superare il compenso dei docenti componenti le commissioni di concorso. Questa è la considerazione sociale che abbiamo, la stima che il nostro datore di lavoro (cioè lo Stato) ci riserva, valutandoci molto meno di una collaboratrice domestica, di una baby sitter o di un giardiniere.
Si dirà che un po’ ce lo siamo meritato, visto che non abbiamo mai saputo difendere i nostri diritti e soprattutto non siamo mai riusciti a far comprendere a chi ci governa che la scuola non è un parcheggio per la comodità dei genitori, né un diplomificio dove si rilasciano pezzi di carta, ma un’istituzione fondamentale di ogni Paese che voglia chiamarsi civile e democratico, perché da essa dipende la formazione dei futuri cittadini. A parole tutti lo riconoscono, ma di fatto continuano a trattarci da pezzenti; ed io mi meraviglio molto del fatto che ci siano ancora colleghi così poco attenti alla loro dignità da prestarsi a questo gioco squallido di vero e proprio schiavismo intellettuale. Mi auguro che nessun professore accetti di far parte delle commissioni di concorso a queste umilianti condizioni, che neppure nell’Africa nera o in Papuasia si potrebbero imporre alla classe intellettuale. Va poi ricordato che ai docenti delle commissioni viene anche negato l’esonero dall’insegnamento curriculare: così gli sventurati dovranno al mattino fare regolarmente lezione nelle loro classi, preparare le lezioni, partecipare alle riunioni, aggiornarsi ecc. ed in più svolgere quest’altra attività di commissari, un lavoro pesante e di grande responsabilità, per i compensi che abbiamo detto. Io credo che gli schiavi africani importati in America nei secoli passati avessero forse una considerazione sociale maggiore di quella riservata ai docenti italiani del 2016.
E non finisce qui. Di recente (il 3 febbraio scorso) è uscita una circolare ministeriale in base alla quale i docenti che accompagnano gli alunni nei viaggi di istruzione (o gite, come le si vuol chiamare), oltre ad avere la responsabilità civile e penale dei ragazzi per 24 ore su 24 (quindi senza poter neanche dormire), dovranno anche sorvegliare l’autista del pullman affinché non fumi, non beva, non si droghi e non usi troppo il cellulare durante la guida. Così sarà necessario che i professori si trasformino anche in cani poliziotto, oltre che far servizio di baby sitter, di psicologhi, di infermieri, di camerieri ecc. Ci manca soltanto che ci venga chiesto di riparare i guasti del pullman o di pulire le camere ed i bagni degli alunni, così la nostra dignità di formatori verrà degnamente riconosciuta. E tutto ciò senza nessun riconoscimento economico, che da tempo è stato tolto a chi accompagna le gite scolastiche. Tutti doveri, nessun diritto; tutte responsabilità, nessuna tutela.
Io da tanto tempo ho rinunciato a partecipare alle gite scolastiche, anche quelle di un solo giorno, per ragioni personali ma anche per quelle che qui ho rammentato, perché penso che non esista alcun Paese al mondo in cui la dignità dei docenti viene calpestata e sbeffeggiata in questo modo.
Voglio perciò concludere questo post facendo un accorato appello a tutti i colleghi, giovani e meno giovani: abbiate un sussulto di amor proprio, di dignità, di rispetto per la vostra professione, e rifiutatevi tutti, in massa, di accompagnare le gite scolastiche, di qualunque genere e durata. Forse questa potrebbe essere la chiave di volta per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei politici sui gravi affronti che la nostra categoria è costretta a subire ogni giorno; ed inoltre sarebbe di certo una forma di protesta molto più efficace dello sciopero, uno strumento ormai inutile ed antiquato che nella scuola non serve a nulla, se non a danneggiare ulteriormente chi, sfortunatamente per lui, ancora ci crede.

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A chi interessa la serietà degli studi?

Si è concluso da pochi giorni il periodo dedicato alle iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2016/17, ed è tempo di fare un primo bilancio della situazione, anche se qualche lieve cambiamento potrà avvenire di qui a luglio. Per quanto riguarda la mia scuola, che comprende vari corsi liceali, continua purtroppo il trend negativo già evidenziatosi negli anni passati: continua il calo del liceo classico, che ormai viene scelto solo da pochissimi eroi votati a questo tipo di sacrificio, ma anche il nostro liceo scientifico ha subito una durissima battuta d’arresto, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto agli iscritti dello scorso anno. Non ho ancora i dati degli altri corsi del nostro istituto (linguistico e delle scienze umane), per cui mi limiterò a riferirmi ai primi due indirizzi sopra menzionati.
C’è da dire anzitutto che nel nostro bacino d’utenza si è verificato, proprio negli anni 2002 e seguenti, un certo calo delle nascite, ed è certamente questo uno dei motivi della nostra débacle. Facendo però una ricerca presso le scuole medie del territorio ci siamo resi conto che questa marcata flessione non si spiega soltanto con ragioni demografiche; è invece risultato chiaro che molti alunni che quest’anno si iscrivevano alla scuola superiore, specie quelle dei Comuni confinanti con altre province o altri distretti scolastici, hanno preferito istituti diversi dal nostro, magari anche molto più distanti e che non offrivano certo di più dal punto di vista didattico, logistico o tecnologico.
E’ quindi lecito chiedersi il perché di queste scelte, che ci penalizzano come scuola e ci addolorano individualmente per l’impegno che ciascuno di noi dedica al proprio lavoro. In tempi di vacche magre, purtroppo, c’è il rischio che cominci una guerra di tutti contro tutti, nella quale ciascuno accusa la propria scuola, i colleghi, il dirigente o altro che sia di essere responsabile del fallimento; si arriva cioè, quasi sempre, ad un rimpallo di responsabilità e ad una serie di proposte spesso inattuabili ed assurde che si sentono in sala insegnanti e nelle riunioni collegiali. C’è chi dice che bisogna fare tutto con il computer e i tablet, come se questi aggeggi fossero una manna del cielo e potessero sostituirsi alle capacità ed all’impegno degli studenti; chi sostiene di inserire nuovi corsi di studio o materie nuove come specchietto per le allodole; chi addirittura, in modo ancor più banale e semplicistico, propone di alzare i voti a tutti e non bocciare più nessuno, e altre perle di questo tipo.
Riflettendo sui nostri magri risultati in fatto di iscrizioni, io non ho potuto fare a meno di collegare il fenomeno della migrazione di studenti del nostro territorio verso altri lidi ad un evento accaduto qualche mese fa. Il centro di studi chiamato “Eduscopio”, che fa capo alla fondazione Agnelli di Torino (sito web: http://www.eduscopio.it) si è assunto il compito di monitorare, in tutta Italia, il livello qualitativo di ogni istituto di istruzione superiore facendo riferimento ai risultati ottenuti dagli studenti nei primi due anni di studi universitari. Ebbene, dall’indagine effettuata in questo stesso anno scolastico, risulta che i Licei della nostra città sono i primi per qualità dell’insegnamento e per livello di preparazione degli studenti non solo nel distretto di appartenenza, ma anche nella nostra provincia ed in quelle limitrofe. La notizia, quando è stata resa nota, ci ha gratificati e resi orgogliosi del nostro lavoro, che a quanto pare dà risultati brillanti e ci qualifica come scuola di eccellenza. Il dato di Eduscopio è stato pubblicizzato anche sui giornali locali come un vanto della nostra istituzione scolastica.
In realtà però, proprio nell’anno in cui ci è stato dato questo importante riconoscimento, abbiamo avuto il più marcato calo di iscrizioni. Da questo dato quindi, senza bisogno di ricorrere a sofismi e sillogismi, si può trarre la seguente conclusione: che la qualità degli studi non interessa più quasi a nessuno, anzi è un deterrente per chi deve iscriversi ad una scuola, per gli studenti ed i loro genitori. Certamente una scuola di eccellenza è una scuola che pretende impegno e serietà dagli alunni, come in effetti accade nei nostri licei; non c’è quindi da stupirsi se in una società dove predomina l’ignoranza e la superficialità, dove i giovani sono sempre più svogliati e imbambolati da Facebook e da Whatsapp, dove i genitori non si preoccupano più della preparazione dei loro figli ma mirano soltanto al voto e al “pezzo di carta”, siano ben pochi coloro che accettano di fare dei sacrifici per la cultura, la quale, com’è noto, “non si mangia” (come un raffinato politico ebbe a dire) ed è ritenuta inutile per aver successo in società e per fare quattrini in abbondanza. Oggi la serietà degli studi non è più un elemento positivo gradito a studenti e famiglie, ma un incomodo fastidio che costringe magari a rinunciare a qualche vacanza o qualche uscita con gli amici; i genitori, poi, non vogliono certamente che i loro figli stiano troppo tempo sui libri, ché si rovinano la salute. E per cosa poi? Per studiare latino, greco, matematica o scienze? E a che servono questi inutili residuati di un vecchio mondo? Tanto c’è Wikipedia, nel caso in cui a qualcuno, una volta nella vita, venisse qualche dubbio. Oggi per far soldi e successo ci vuole ben altro, e di questo ci accorgiamo ogni volta che accendiamo la televisione e osserviamo la la società intorno a noi; quindi la scuola deve essere leggera, facile, con voti alti distribuiti a pioggia senza che ad essi corrisponda nessuna reale preparazione. Così gli studenti, atterriti dalla prospettiva di dover aprire un libro, migrano verso scuole dalla fama più attraente della nostra, scuole dove si studia poco e si hanno grandi risultati in termini di valutazioni, e dove i docenti sono tutti amiconi dei ragazzi e passano come loro il tempo su facebook e su whatsapp. E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno e della barbarie in cui siamo caduti? Se Attila e Odoacre tornassero oggi in vita, sarebbero certamente dei raffinati intellettuali.

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Corsi di recupero e lezioni private

In questo periodo, dopo la distribuzione delle pagelle del primo quadrimestre (o trimestre), gli alunni in difficoltà con alcune materie debbono pensare a come recuperare le loro lacune, o almeno debbono pensarci le scuole che frequentano oppure i loro genitori. Esistono oggi due metodi per affrontare il problema: i corsi di recupero organizzati dagli Istituti di istruzione, di solito limitati a poche ore, e le lezioni private, a cui molte famiglie ancora ricorrono. Il primo metodo ha il vantaggio di non costare nulla alle famiglie, ma è anche molto meno efficace: cosa si può recuperare, nei casi di gravi insufficienze dovute a lacune pregresse da anni, in poche lezioni collettive tenute a scuola da insegnanti a cui spesso, per motivi organizzativi, vengono affidati allievi provenienti da classi di più corsi e con programmi e necessità del tutto differenti? Il più delle volte il corso di recupero organizzato dalla scuola è un palliativo, un’operazione pro forma che è richiesta dalle norme vigenti ma che oggettivamente risolve poco o nulla, ma mette l’Istituto al riparo da eventuali ricorsi delle famiglie in seguito alle bocciature. A partire da quest’anno scolastico, tuttavia, si è potuto almeno in parte limitare questa patente inefficienza del sistema dell’istruzione; poiché infatti sono stati nominati in ruolo i docenti del cosiddetto “organico potenziato” (la famosa fase C), i quali non hanno una cattedra loro e spesso passano il tempo a giocare con il cellulare nei corridoi, si è fatto talvolta ricorso a costoro per prolungare la durata dei corsi di recupero e dare quindi a questi ultimi una maggiore incidenza sul percorso formativo degli alunni. Nella mia scuola l’abbiamo fatto, e sono certo che abbiamo fatto bene; ciò non toglie però che, in molti casi, questi colleghi continuino le loro chiacchiere in sala professori mentre noi, docenti di vecchia nomina, siamo costretti a tenerci le 18 ore di lezione, correggere i compiti, partecipare alle riunioni collegiali ecc. ecc. Questa palese ingiustizia dovrà essere risolta in qualche maniera, e speriamo proprio che fin dal prossimo anno scolastico a questi giovani colleghi siano assegnate classi vere e proprie, magari togliendo qualche ora di lezione a noi “vecchi” e destinandoci ad altre mansioni. Non si lamentano forse tutti che in Italia abbiamo la classe docente più vecchia del mondo? Allora lasciamo spazio ai nuovi professori e dividiamo il lavoro fra tutti; così avremo una ventata d’aria fresca nella nostra scuola, che pare averne tanto bisogno.
Ma non allontaniamoci troppo dall’argomento. Il secondo metodo per superare le lacune degli studenti è il ricorso alle lezioni private, una pratica più costosa per le famiglie, ma a certe condizioni molto più efficace. Va detto anzitutto che nella lezione privata il rapporto è individuale, non collettivo, e quindi il professore può seguire passo passo il percorso dell’alunno, rendersi conto esattamente delle sue lacune (che sono certo diverse da quelle di altri) e individuare una strategia efficace per affrontare il problema. Ciò non significa ovviamente che le lezioni private diano sempre buoni risultati: nella mia lunga esperienza di docente di materie che molto spesso necessitano di questo tipo di aiuto (latino e greco), ho constatato che in alcuni casi il lavoro privato dello studente ha determinato un sensibile miglioramento nel suo rendimento scolastico, in altri invece tutto è rimasto come prima, con ovvio senso di delusione per la famiglia, che ha speso soldi inutilmente, e per il docente stesso che ha impartito le lezioni. Le ragioni dell’insuccesso delle lezioni private sono sostanzialmente due: l’inadeguatezza del docente o quella dello studente. La prima delle due è tutt’altro che rara, perché è molto difficile oggi reperire professori che sono veramente competenti nelle lingue classiche e che sappiano instaurare con l’allievo un vero rapporto di fiducia e di cordialità: alcuni non sono in grado di risollevare l’autostima del ragazzo, che è la chiave di volta per ottenere buoni risultati in questa attività, altri non seguono la strategia corretta e assegnano esercizi di dubbia utilità, altri ancora si trovano essi stessi in difficoltà davanti ai testi greci e latini. Ma l’inadeguatezza può essere anche nello studente, o per scarse capacità (ed allora qualunque rimedio è inefficace) o per mancanza di impegno e di fiducia in se stesso. Molti studenti vanno a lezione privata senza un vero proposito di superare le lacune, o soltanto perché i genitori ve li costringono, o privi della fiducia nelle proprie possibilità di recupero. E quest’ultimo caso è il peggiore, perché la mancanza di autostima nei giovani è devastante, e si sa che chi parte sconfitto ha già perduto in partenza. Compito degli adulti che sono a contatto dello studente (il docente curriculare, i genitori, il professore che impartisce le lezioni private) è quello di risollevarne il morale, far capire al ragazzo o alla ragazza che nulla è perduto se si è ricevuto un voto negativo, che c’è sempre la possibilità di migliorare, che non conta la media matematica degli esiti scolastici ma il progresso che l’alunno fa registrare nella disciplina, che il voto non è un giudizio sulla persona. I risultati scolastici dipendono sì dalle capacità e dall’impegno, ma anche dall’atteggiamento mentale con cui lo studente si pone dinanzi ai suoi compiti. La scuola deve essere vissuta con serenità, non come un fastidio o una condanna, altrimenti ben poco se ne ricava..
Le lezioni private possono essere molto efficaci se impartite con competenza e seguite con entusiasmo e serietà da parte degli alunni. Occorrerebbe però, tanto per dare una punta polemica a questo post, che giornalisti e tv la smettessero di demonizzarle e trattarle come una forma di ingiusto guadagno per i professori, che con questa attività si arricchirebbero a dismisura. Chi dice questo è un ignorante, perché non sa che il nostro lavoro ci lascia ben poco tempo per altre occupazioni, per cui la maggioranza dei docenti si limita a poche lezioni a settimana, con un guadagno che può appena appena arrotondare uno stipendio del tutto inadeguato all’importanza sociale dell’insegnamento. Quanto al fatto poi che sul ricavato delle lezioni private non si paghino le tasse, non credo che questo danneggi molto l’erario pubblico, visto che i veri evasori vengono lasciati indisturbati e continuano a lucrare a danno del Paese intero. E poi non ritengo che questa sia una colpa dei docenti: vengano pure i controlli, venga pure l’Agenzia delle Entrate a sindacare l’attività dei professori e faccia pagare le tasse. Noi saremmo ben contenti, a condizione però che questi controlli vengano effettuati anche sulle grandi aziende o sui professionisti come medici privati e avvocati, sui personaggi dello sport e dello spettacolo ecc., da cui lo Stato potrebbe ricavare molto di più, dato che i più poveri di loro guadagnano almeno dieci volte più di noi.

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Il blog di un professore ha dei limiti?

Oggi 12 febbraio questo mio blog compie quattro anni, essendo stato inaugurato nello stesso giorno del 2012. In questo periodo ho pubblicato oltre 190 articoli (o post come si dice oggi), che hanno riguardato massimamente il settore di mia competenza (cioè quello della scuola) e che più raramente hanno trattato altre tematiche di tipo politico, sociale o letterario. Ho intenzione a breve di compilare un elenco degli articoli e degli argomenti affrontati, in modo da rendere per i lettori più agevole il reperimento delle pagine più interessanti o più corrispondenti agli interessi di ciascuno. Per quanto mi riguarda, non nascondo che tenere un blog e aggiornarlo con cadenza più o meno settimanale mi costa fatica, perché di tempo ne ho poco; il lavoro scolastico, infatti, diventa ogni anno più pesante (non so perché ma è così) e anche l’età comincia ad avanzare. Pur tuttavia continuo a osservare questo mio impegno straordinario, anzitutto perché sento la necessità di far conoscere alle persone del mio settore, ma anche ad altri, quelle che sono le mie idee e le mie opinioni; in secondo luogo, tengo il blog perché sono convinto che l’esperienza di un docente che insegna da 36 anni può servire a chi comincia adesso questa professione ed a quanti, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con il mondo della scuola. Ricavo questa convinzione dal fatto che continuo a ricevere lettere, al mio indirizzo e-mail privato che ho indicato sul blog, di colleghi, genitori e studenti che mi chiedono pareri e consigli. Quello che invece mi rammarica, come vado ripetendo da quando ho iniziato questa attività, è il fatto che al numero piuttosto elevato di visite giornaliere che il blog riceve non corrisponda un adeguato numero di commenti, i quali, se pubblicati e corredati di risposta, potrebbero essere utili a più persone. Accade invece, purtroppo, che di fronte ad una media di circa 150 visite al giorno, il numero dei commenti sia molto esiguo, tanto che a volte passano settimane senza riceverne alcuno. Probabilmente molte persone preferiscono limitarsi a leggere senza scrivere nulla, perché non amano mettersi in gioco e sostenere le proprie idee.
Comunque, dopo quattro anni di blog, ho pensato quest’oggi ad esprimere anche un altro problema che da tempo mi affligge, cioè le limitazioni che un’attività di questo tipo deve necessariamente avere quando il titolare è un professore. Noi docenti, si sa, siamo anche e soprattutto educatori, e quindi dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo agli studenti, soprattutto in classe ma anche in un blog personale, dato che gli studenti stessi o i loro genitori possono benissimo leggerlo, anzi lo fanno molto spesso. Da ciò deriva che, se qualcuno di noi ha delle convinzioni diverse da quello che è il sentire ed il pensiero comune propinatoci dalla tv e dai giornali, se cioè le nostre idee vanno contro il cosiddetto “politicamente corretto” (traduco un’espressione anglosassone di larga diffusione), non lo possiamo esprimere senza venir meno alla nostra funzione di educatori e di formatori della gioventù. Ammettiamo, ad esempio, che qualcuno di noi sia favorevole alla pena di morte, o sia contrario all’accoglienza indiscriminata degli immigrati che vengono sistemati negli alberghi a 4 stelle mentre molti italiani dormono in macchina e negli scantinati, o sia contrario ai matrimoni e alle adozioni gay, visto che di quello si parla oggi più che di qualsiasi altra questione. Uno di noi che la pensasse così sarebbe in pratica costretto a tacere, a non esprimere pubblicamente queste sue idee, perché in caso contrario sarebbe tacciato di oscurantismo, fascismo, razzismo, bieco cinismo, bestiale malvagità e chi ne ha più ne metta, e il disprezzo nei suoi confronti sarebbe ancor maggiore di quello da riservare ad altri cittadini, perché noi siamo educatori e dobbiamo sempre e comunque rispettare le idee prevalenti che ci vengono imposte da quella che altrove ho chiamato “la nuova religione laica” dei diritti civili, siamo tenuti a trasmettere ai giovani ideali di buonismo, di accoglienza, di libertarismo e di libertinismo, anche se non ci crediamo. A me questa sembra una grave limitazione della libertà di opinione e della personalità di ciascuno di noi, in nome di un’etica preconcetta, voluta da certe lobbies e imposta a tutti dai mass media in modo coercitivo. Nei secoli passati chi si opponeva al pensiero comune veniva frustato in piazza, torturato o mandato al rogo dal tribunale dell’Inquisizione; adesso lo si punisce più sottilmente attraverso una condanna morale e un’emarginazione di fatto dal contesto sociale, ma il disprezzo che il dissidente riceve è lo stesso, e se si tratta di un docente è ancora maggiore. Di questo sono consapevole ed ho voluto qui esprimerlo… ma ho parlato in generale, per carità, non vorrei che si pensasse che il problema mi riguardi personalmente.

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La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

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Fannulloni veri e presunti tali

L’argomento più in voga in questi giorni, accanto a quello dei diritti civili delle “coppie di fatto”, è certamente quello dei cosiddetti “fannulloni” della pubblica amministrazione, coloro cioè che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno al mare, a fare la spesa o altro che sia. La cosa mi incuriosisce perché secondo me questa improvvisa alzata d’ingegno del governo, che prevede la sospensione dal servizio in 48 ore ed il licenziamento entro un mese del dipendente sorpreso a fare altro in orario di servizio, è destinata a risolversi in una bolla di sapone, come quasi sempre accade da noi. Come si sa, noi siamo il paese del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e non credo che questa faccia eccezione; perciò i colpiti dai provvedimenti avranno la possibilità di difendersi, fare ricorso, farsi assistere da avvocati e sindacalisti vari ecc., e così di sospensioni e di licenziamenti ne vedremo molti meno di quanti ce ne potremmo aspettare. C’è poi un’altra abitudine tipicamente nostrana: che cioè di un problema se ne discute fin quando l’attenzione mediatica vi si rivolge e tutti ne parlano; poi, passata l’ondata di interesse di giornali e TV, tutto ritorna come prima. Ma c’è di più. C’è un’altra caratteristica tipica di noi italiani che interviene in casi come questi: il cosiddetto “benaltrismo”, per cui chi si trova accusato di qualcosa reagisce non tanto negando il proprio errore (che, se testimoniato dalle telecamere, non può essere negato) quanto affermando che c’è chi ha fatto molto peggio di lui, e che quindi il proprio “errore” non è da ritenersi così grave, visto che ce ne sono altri ancor peggiori. E’ quello che successe nel 1992 in occasione del caso detto di “Tangentopoli”: tutti i politici corrotti affermavano che ce n’erano altri più corrotti di loro, e così riabilitavano la loro immagine agli occhi dei cittadini.
Sul problema dell’assenteismo nella pubblica amministrazione, tuttavia, io vorrei porre l’attenzione su un problema di cui nessuno ha parlato finora nei dibattiti televisivi e sui giornali, almeno a quanto ne so. Si è fatta tanta polemica, ed è sorta tanta indignazione contro coloro che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno in giro; ma non si è parlato affatto di coloro che sul posto di lavoro ci vanno regolarmente ma poi fanno poco o nulla. A chi non è capitato di trovarsi in uffici pubblici (comunali, giudiziari tributari, ospedalieri ecc.) e di vedere ovunque scrivanie vuote, computer accesi e lasciati lì, impiegati che discutono allegramente tra loro e prendono il caffè o leggono il giornale incuranti delle persone che li stanno aspettando e che hanno giustamente premura di ottenere quanto desiderano e di cui hanno diritto? Quegli impiegati non sono andati al mare o a fare la spesa (forse ci saranno anche andati in altri momenti, chissà), sono sul posto di lavoro, ma tra pause caffé, pause colazione, pause colloquio ameno con i colleghi ecc., praticamente lavorano la metà o un terzo di quanto dovrebbero. Perché nessuno controlla queste persone e impedisce che gli uffici, le scrivanie e i computer siano lasciati vuoti per ore da persone che, almeno ufficialmente, sono sul posto di lavoro? Perché non sospendere e licenziare anche costoro? Sarei felice che i dirigenti, adesso minacciati anche loro di licenziamento, si impegnassero a controllare tutti i dipendenti, non soltanto i cosiddetti “furbetti del cartellino”.
Nel mondo della scuola, che pure fa parte anch’essa della pubblica amministrazione, fenomeni come quelli descritti sopra sono possibili solo da parte del personale non docente (collaboratori amministrativi, bidelli ecc.) che in effetti qualche volta anch’io ho visto fuori della scuola in orario di servizio, a fare la spesa o altro. Ma i docenti non possono farlo, perché non si possono lasciare gli alunni da soli, c’è l’obbligo di vigilanza e la responsabilità civile e penale; perciò può capitare che un docente arrivi in ritardo sul posto di lavoro, ma non succede che non si presenti in aula e salti totalmente il turno di servizio, a meno che non abbia un valido e documentato motivo, e questa è la differenza tra la scuola e gli altri settori pubblici. Può però accedere (e accade purtroppo, anche se in casi rari) che il docente vada regolarmente in classe ma poi lavori poco e male, abbia un rendimento insufficiente ed un’azione didattica totalmente inefficace; ed è una situazione, questa, che può verificarsi anche in caso di docenti preparati nella loro materia ma incapaci di tenere la disciplina in classe o di trasmettere agli alunni le loro conoscenze. Cosa può fare un dirigente in questi casi? Nulla, se non vuole andare incontro a ricorsi e vertenze che finirebbero per dar ragione al dipendente ed obbligare lui stesso a rifondere i danni. E’ anche di questo problema che dovrebbe occuparsi la legge; e se si teme che il Dirigente abusi del proprio potere per perseguitare o addirittura cacciare chi non gli è simpatico o chi lo contesta (il cosiddetto “docente contrastivo”), si potrebbe però costituire commissioni ministeriali di ispettori e di esperti che, a chiamata dei dirigenti, si rechino nelle scuole per verificare se quel docente è un perseguitato o se veramente non merita la cattedra e lo stipendio che riceve. Un tempo esistevano gli ispettori ministeriali, che svolgevano appunto questo tipo di controllo, ma oggi sono spariti anch’essi travolti dalla logica dei progetti inutili e delle pastoie burocratiche. Ricostituire oggi un’autentica “task force” ministeriale che verifichi capillarmente il lavoro di certi professori mi pare l’unica strada percorribile non solo per eliminare il problema dei “fannulloni”, ma anche per dare il giusto riconoscimento a chi si dedica anima e corpo ad un lavoro purtroppo scarsamente riconosciuto ed ancor meno stimato. Lo squallido egualitarismo che affligge il mondo della scuola e che tratta tutti allo stesso modo senza considerare le profonde differenze esistenti tra noi dal punto di vista dell’impegno, del carico di lavoro e della qualità didattica, è il vero nemico da sconfiggere se si vuole che il nostro sistema scolastico torni ad essere veramente efficace e formativo.

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Deve esistere ancora il “posto fisso”?

Come tutte le domeniche, anche oggi ho seguito (almeno all’inizio, poi generalmente ho altro da fare) la trasmissione “L’Arena”, condotta da Massimo Giletti su Rai 1. Dico subito che non ho molta simpatia per questo programma, perché molto spesso esagera nel mettere alla berlina le inefficienze e la corruzione della pubblica amministrazione, generalizzando e fornendo un’immagine del tutto negativa di una realtà che sicuramente ha dei difetti e dei malfunzionamenti, ma che nella maggior parte dei casi funziona bene o almeno in maniera accettabile; e così facendo, presentando cioè un quadro a tinte fosche dell’operato dei nostri politici ed amministratori, finisce per portare acqua al mulino dell’antipolitica e per favorire così il qualunquismo ed il disfattismo di Grillo e della sua banda di incapaci a 5 stelle. Per questo non mi piace quel programma, ma oggi l’ho ascoltato volentieri perché l’argomento in discussione era il licenziamento di alcuni dipendenti di un’ospedale di Salerno i quali, anziché andare regolarmente a svolgere il loro lavoro, timbravano il cartellino di presenza e poi se andavano al mare o altrove a farsi i fatti loro. Il dibattito è stato interessante perché tutti, più o meno, si sono detti d’accordo con questo provvedimento, anche perché – come ha sottolineato l’on. Salvini – è una vergogna che dei dipendenti pubblici, che sono regolarmente pagati a fine mese, si comportino in tal maniera quando ci sono centinaia di migliaia di giovani senza lavoro che sarebbero ben felici di poter timbrare quel cartellino e poter lavorare. Ma il lato più curioso del programma è stato l’intervento di un sindacalista della UIL, il quale non ha assolutamente difeso i licenziati, ma ha anzi affermato che il suo sindacato si costituirà parte civile nei processi a carico degli assenteisti, perché un simile comportamento va assolutamente impedito. Quel che mi ha fatto sorridere, appunto, è stato l’atteggiamento del sindacalista, in netto contrasto con l’azione del suo e degli altri sindacati della “triplice” (CISL e CGIL), i quali invece per decenni si sono fatti paladini e difensori degli assenteisti e dei fannulloni, opponendosi a qualunque provvedimento censorio o punitivo sulla base di un’ideologia garantista che, da sempre condivisa dai partiti di sinistra, ha provocato la permanenza sui posti di lavoro di persone indegne e incapaci. Meno male che adesso il sindacato si è accorto dell’errore e ha cambiato idea. Meglio tardi che mai!
Uno degli argomenti in discussione è stato appunto il garantismo eccessivo che abbiamo avuto ed abbiamo ancora in Italia, per cui un licenziamento nella pubblica amministrazione diventa più difficile di una scalata dell’Everest: il dipendente sanzionato, infatti, ha diritto a fare ricorso agli organi competenti ed al Tar, a chiedere l’aiuto del sindacato, dell’Ispettorato del lavoro, della magistratura ordinaria ecc. che quasi sempre gli danno ragione in modo aprioristico, determinando non solo il reintegro nel “posto fisso” che indegnamente occupa, ma costringono spesso anche il Dirigente che ha comminato la sanzione a pagare di persona, anche economicamente, le spese processuali ed a rifondere il lavoratore. Questo spiega largamente il motivo per cui molti dirigenti lasciano correre comportamenti scorretti ed illegali dei dipendenti, per timore di perdere poi la causa ed essere costretti a rimetterci i soldi e la pure la faccia. In queste condizioni, pertanto, è difficile dare torto a questi dirigenti.
Per fare un accenno al settore dell’istruzione pubblica, di cui mi intendo un poco per averci passato una vita, debbo dire che la situazione è quella descritta sopra, forse anche peggiore di quella delle altre amministrazioni pubbliche: tutti sappiamo, infatti, che insegnanti assenteisti o impreparati ce ne sono purtroppo, anche se in minima percentuale. Verso costoro, comunque, i Dirigenti scolastici (o presidi come si chiamavano una volta) non possono in sostanza fare nulla, perché al minimo provvedimento disciplinare contro un docente (anche una semplice censura o sospensione di pochi giorni) subito intervengono i sindacati a difendere il docente “perseguitato”, viene messa in atto contro il dirigente una vertenza fatta di ricorsi agli organi competenti, di lettere minatorie di avvocati, di cavilli legali legati ad errori di forma e quant’altro che sia, di modo che il provvedimento punitivo viene quasi sempre cancellato, anche in casi di evidente inosservanza dei propri doveri stabiliti dal contratto della categoria. In molti casi, inoltre, il comportamento scorretto di un docente è difficilmente sanzionabile perché non verificabile con certezza; se un professore, invece di andare in classe, va al mare l’irregolarità è del tutto evidente, ma se, al contrario, si presenta regolarmente in classe ma non spiega, non conosce la propria materia, compie ingiustizie nella valutazione degli alunni e provoca in loro disgusto anziché amore per lo studio, tutto ciò è difficile se non impossibile da dimostrare, perché la parola degli alunni può agevolmente essere confutata dal docente e nessuno può andare in classe a verificare se quel professore è veramente degno della cattedra che ricopre e dello stipendio che riceve.
Sono contento del fatto che, almeno a livello generale, qualcosa si stia muovendo, perché sta crescendo ovunque l’indignazione contro gli assenteisti e gli incapaci, come dimostra anche l’annuncio del Presidente del Consiglio secondo cui, dopo l’approvazione di un apposito decreto del Consiglio dei ministri, sarà possibile licenziare queste persone entro 48 ore; dubito però che ciò possa veramente accadere, perché in Italia è ancora talmente forte il garantismo, il mito del “posto fisso” intoccabile, e tante sono le pastoie burocratiche che mi stupirei moltissimo se dovesse cambiare in poco tempo un malcostume che dura da 50 anni e più. Quel che occorrerebbe fare subito, a mio vedere, è dare ai Dirigenti delle varie amministrazioni (anche ai presidi delle scuole) la facoltà di poter licenziare chi non lavora o lavora male, o almeno di poterlo sospendere per un periodo di alcuni mesi; in questo modo il dipendente avrebbe modo di riflettere e rendersi conto del suo errore, e una volta reintegrato nel suo posto avvertirebbe senza dubbio la necessità di comportarsi diversamente per non incorrere nel licenziamento definitivo. Soprattutto andrebbe eliminata la possibilità del dipendente di rivalersi sul dirigente a livello economico, perché questo è il vero freno che impedisce l’adozione di provvedimenti più che necessari. Il mito del “posto fisso” deve finire per sempre, perché non si può più permettere a certa gente di rubare lo stipendio per una vita e, nel caso della scuola, di rovinare intere generazioni di studenti. Naturalmente – e non è neanche il caso di rammentarlo – prima di prendere provvedimenti punitivi un Dirigente deve avere prove inconfutabili delle inadempienze compiute, per evitare che qualcuno sia sospeso o licenziato per antipatie personali o per altri motivi altrettanto abietti di quelli di coloro che non compiono il proprio lavoro. La verità, come dice un saggio detto, sta nel mezzo, e gli eccessi vanno sempre evitati.

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Il Risorgimento a rovescio

Per avere anche frettolosamente studiato la storia, tutti noi sappiamo quanta fatica e quanto sangue costò, nel secolo XIX, il processo del Risorgimento, ossia di quel periodo storico che portò all’unificazione dell’Italia ed alla liberazione della nostra patria dal dominio straniero. Fu un processo storico che, non terminato durante il secolo XIX, proseguì anche nel XX con la prima guerra mondiale, che costò all’Italia qualcosa come 600.000 morti per il preciso fine di completare il processo di unificazione del Paese e l’acquisizione delle cosiddette “terre irredente”. Spesso mi sono chiesto, a proposito di quest’ultimo evento, se valesse la pena di pagare un contributo di sangue così alto per acquisire territori che ancor oggi dispregiano il tricolore e non si sentono neppure italiani, tanto che, se ci rechiamo in Alto Adige, ci sembra di stare all’estero e di far fatica a trovare qualcuno che parli la nostra lingua. Ma attualmente, visto ciò che sta accadendo a livello di Unione Europea, questa mia sensazione di perdita della nostra identità nazionale si è ingrandita a dismisura, e mi viene da pensare che se Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II potessero vedere dove sono andati a finire tutti i loro sforzi, si rivolterebbero nella tomba, tanto per riprendere un’espressione di uso comune.
Se ci mettiamo a considerare la situazione politica ed economica del nostro Paese in rapporto all’Unione Europea, vediamo come il dominio straniero sull’Italia è tornato ad esistere ancor oggi, nei primi decenni di questo sciagurato secolo XXI; la differenza è soltanto che nei secoli passati condottieri come Napoleone ci occupavano con gli eserciti e con i cannoni, adesso invece ci schiacciano con le norme repressive dovute al loro potere economico, che ha buon gioco a dominarci se teniamo conto del nostro debito pubblico, giunto ormai a dimensioni tali da impedirci non dico di fare la voce grossa in Europa, ma perfino di farci ascoltare e considerare. Il caso dell’Italia non è molto diverso da quello della Grecia, dove le sbruffonate di Tzipras non sono servite a nulla perché le condizioni economiche del suo paese l’hanno costretto, nonostante i proclami bellicosi ed un inutile referendum, a chinare la testa di fronte ai potentati economici tedeschi, francesi ecc. La stessa cosa, sia pur in tono leggermente minore, tocca anche noi: il nostro Governo, a livello europeo, conta poco o niente, ed anche Renzi, come il suo collega greco, ha dovuto accettare una serie di condizionamenti, di prescrizioni, di diktat inauditi per uno Stato che vuol definirsi sovrano e indipendente, e che non era costretto ad accettare finché non c’è stata questa Europa tiranna e dominatrice e finché non è stato compiuto  l’errore di entrare nell’euro, privando il nostro Paese della possibilità di battere moneta e quindi di poter gestire la propria economia. E che l’Italia non conti nulla in Europa, ma sia di fatto tornata sotto la dominazione straniera, lo vediamo da molti fattori che sarebbe troppo lungo qui elencare: basti dire, prendendo ad esempio la normativa bancaria, quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando il governo di Frau Merkel si è permesso di dare soldi pubblici, miliardi di euro, per sostenere la Deutsche Bank, mentre poi ha imposto a tutti gli altri governi dell’Unione di non salvare più le banche in fallimento, e così da noi è accaduto quel che sappiamo a proposito delle quattro banche di recente andate a gambe all’aria e delle centinaia di risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i loro soldi. Anche qui è valsa la legge del più forte, tanto che i signori teutonici si sono potuti permettere di dare ordini a tutti e imporre la loro dittatura economica, nonché di mettere la sordina alla loro disonestà, ben rivelata al mondo dalla vicenda della Volkswagen. E a proposito voglio citare una frase che fu detta, non ricordo da chi, alcuni mesi fa a proposito del crack della Grecia: che la signora Merkel è riuscita a fare ciò che non riuscì ad Hitler, tenere cioè tutta l’Europa sotto i suoi piedi.
Questa situazione di soggezione (per non dire di schiavitù) in cui ci troviamo per colpa dei nostri imbelli governanti si riflette in ogni ambito della vita economica e sociale: dall’Europa ci viene imposto il quantitativo di latte, di frutta, di altri generi che possiamo produrre, e guai a non rispettare gli ordini delle Loro Eccellenze, vengono fuori multe milionarie! Ci vogliono persino costringere a produrre formaggio con il latte in polvere, mandando in fumo la tradizione gastronomica italiana, la migliore del mondo senza dubbio alcuno. Ed anche nella scuola abbiamo visto, proprio quest’anno, il grado a cui è arrivata la nostra sottomissione agli stranieri: hanno costretto il nostro governo ad assumere gli insegnanti precari in base alla norma (fatta da loro, non da noi!) che se un dipendente pubblico supera i 36 mesi di servizio deve essere assunto a tempo indeterminato dallo Stato. La conseguenza di ciò è stata che, accanto all’immissione in ruolo dei molti docenti che hanno occupato i posti vacanti, ne sono stati assunti altri 50.000 circa del cosiddetto “organico potenziato”, i quali sono praticamente superflui per quanto riguarda la didattica, perché non hanno classi dove far lezione ma si limitano alle supplenze brevi, ai corsi di recupero ecc., tutte attività che venivano svolte anche prima senza che lo Stato dovesse pagare tutti questi stipendi in più soltanto perché “l’Europa ce lo impone”!
E’ veramente triste vedere come la nostra patria abbia perduto la sua identità nazionale e si sia fatta ancella dei potentati economici stranieri, senza più poter decidere il proprio destino. A ciò ha contribuito anche la sciagurata apertura delle frontiere, un provvedimento che ha fatto sì che chiunque possa entrare in Italia senza controllo: clandestini, criminali, spacciatori, gente di ogni genere che varca tranquillamente i confini senza che nessuno chieda loro neanche il passaporto o la carta d’identità. Così possono arrivare da noi, senza alcun controllo, droga, armi, esplosivi, qualsiasi cosa, perché la dogana ed i controlli di frontiera non esistono più.
Purtroppo nessuno dei combattenti di Caporetto e di Vittorio Veneto è più in vita, ma sarebbe interessante chiedere a costoro per che cosa hanno combattuto, per cosa sono stati mesi ed anni a marcire nelle trincee ed a rischiare la vita ad ogni momento. Quel che si diceva loro con la retorica del tempo, cioè che stavano lottando per una Patria libera e unita, si è rivelata un’inutile formula priva di senso; e non solo perché quelle terre da loro conquistate non si adattano neanche adesso ad essere italiane, ma perché l’Italia stessa non è più libera, non è più in grado di gestirsi e di decidere la propria politica e la propria economia. Se questa deve essere l’unione europea, dico allora che sarebbe stato molto meglio non farne parte e non accettare quella moneta unica che è stata per le nostre famiglie un vero flagello. Se è vero, come è vero, che l’Italia è la prima nazione al mondo per l’arte e la cultura, fa orrore soltanto il pensare di aver perduto la nostra indipendenza e la nostra coscienza nazionale. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, un nuovo Cavour o un nuovo Garibaldi; ma penso proprio che in questo periodo storico anche soltanto ipotizzare una simile eventualità altro non sia se non fantasia allo stato puro.

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Bilancio sintetico del 2015

Un altro anno sta finendo, anzi finirà tra meno di un’ora… E nulla di particolarmente nuovo mi viene in mente di dire, se non che divento sempre più vecchio e meno tollerante delle assurdità che leggo e che vedo in giro. Si avvicina poi il momento di dover andare in pensione, che io giudico per me una vera e propria catastrofe, al contrario di tante altre persone che sono tutte tese, anima e corpo, al momento in cui lasceranno il lavoro. Per me è vero l’esatto contrario: io vedo la pensione come l’età della vita in cui non si è più utili alla società, in cui non si sa come passare il tempo in modo proficuo, in cui non viviamo ma ci lasciamo vivere, l’età in cui non si hanno più aspirazioni né desideri. Per dirla in una parola, l’anticamera della morte. Con questa mentalità, che io e pochi altri abbiamo, sono quasi grato alla signora Fornero per avermi dato la possibilità di restare in servizio, perché senza la sua tanto deprecata legge io sarei già in pensione, avendo maturato al 1° settembre 2015 la contribuzione massima richiesta dalle norme precedenti. So di averla detta grossa, perché quasi tutti odiano l’ex ministro Fornero per questo motivo, ma io la penso diversamente e confermo che non presenterò mai domanda di pensionamento ma me ne andrò solo quando mi cacceranno a forza di legge.
Cos’ha portato di nuovo il 2015? Dal punto di vista della mia vita privata, poco o nulla: i miei figli sono ormai adulti e se ne stanno per conto proprio, si fanno vivi soltanto nelle feste comandate, o poco più. Le mie abitudini sono le stesse di prima, tranne che quest’anno, purtroppo. sono emersi i primi problemi di salute legati all’età, malanni non troppo gravi ma neanche da sottovalutare; del resto, passati i 60, non si può più vivere da spensierati senza aver cura di noi stessi, come possono fare i nostri alunni di 16/17 anni, e questo è normale. Anche la mia attività di docente è proceduta nel 2015 come negli anni precedenti, con la novità però che l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Liceo Classico si è rivelato più impegnativo del previsto, tanto che mi ha costretto a ridurre quasi a zero la mia attività scientifica di studioso del mondo classico, che in passavo esercitavo con molto più agio. A questo calo dell’attività scientifica ha però contribuito anche la grossa truffa che ho subito da parte dell’editore Loffredo di Napoli (faccio il nome apertamente, e mi prendo la responsabilità di quel che dico) il quale, dopo avermi impegnato oltre quattro anni nella compilazione di una storia della letteratura latina, regolarmente pubblicata con il titolo “Scientia Litterarum” e adottata in molti licei, si è poi dileguato dichiarando fallimento e venendo quindi meno all’obbligo di onorare i contratti stipulati con gli autori. Secondo i miei calcoli la cifra che ho perduto per il mancato pagamento dei miei diritti si aggira sui 10.000 euro; ma ciò che mi rattrista di più non sono i soldi, bensì il fatto che la mia opera, per ovvi motivi, non viene più stampata e quindi tutta la mia fatica si è risolta nel nulla e sono rimasto, come si suol dire, con un pugno di mosche. E’ vero che potrei proporre la pubblicazione del mio lavoro, che ho già riveduto e sensibilmente corretto, ad un altro editore, ma è stata così grande la delusione che mi è passata anche la volontà di tentare nuovi progetti editoriali.
Dal punto di vista delle vicende pubbliche, ben poco ho da dire. Sul governo Renzi non mi sento di pronunciare sentenze, perché a mio vedere non è ancora ben chiaro dove la sua politica ci condurrà; continuo però a pensare che l’azione di governo in un paese come il nostro sia difficile, e che sia molto più semplice e comodo fare opposizione senza doversi assumere responsabilità. Per questo giudico del tutto assurda ed inconcludente la polemica del Movimento cinque stelle (che io chiamo “Cinque stalle”), perché li considero un branco di incapaci buoni soltanto ad urlare e insultare il prossimo, senza mai fare una proposta concreta se non quella, demenziale, del “reddito di cittadinanza”, e mostrando, anche attraverso le continue espulsioni dei dissidenti, di non sapere neanche cosa sia la democrazia. Prima di cadere nelle mani di questi individui preferisco tenermi non solo il governo Renzi, ma qualsiasi altro regime, di chiunque sia. Ciò non significa ovviamente che approvi tutto ciò che viene deciso dal Governo e dal Parlamento, che comunque accetto per dovere civico: ad esempio, la riforma della scuola approvata proprio nel 2015 presenta ancora lati oscuri e certamente non costruttivi. Elementi negativi della cosiddetta “Buona scuola” a firma del ministro Giannini e dello stesso Presidente del Consiglio sono, a mio vedere, sostanzialmente due: l’organico potenziato e la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Il primo ha fatto sì che siano stati assunti, in molti casi senza che abbiano mai affrontato un concorso serio, circa 50.000 docenti che non hanno una cattedra e che dovrebbero coprire le supplenze ed effettuare i corsi di recupero ma che in realtà, una volta compiuti questi compiti, passano il resto dell’anno scolastico facendo poco o nulla, mentre noi docenti di vecchia nomina dobbiamo continuare a fare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, le riunioni collegiali ecc. La seconda assurdità è appunto l’obbligo degli alunni di effettuare “stages” ed esperienze lavorative durante il percorso scolastico della scuola superiore, un’attività che ben si addice a coloro che frequentano istituti tecnici o professionali, ma non certo agli alunni dei licei, i cui programmi di studio e di formazione si riferiscono a modelli di cultura generale, all’astrazione ed al ragionamento, non alle attività pratiche. Tutto ciò complicherà la vita dei nostri giovani, già molto impegnati con gli studi e con le altre attività personali che quasi tutti svolgono; accadrà così che costoro, tirati a forza a doversi occupare di tante cose, finiranno per non far bene nulla, né la scuola né il lavoro. Affermando ciò rischio di apparire troppo pessimista, ma penso di conoscere la realtà scolastica attuale e le caratteristiche dei giovani di oggi abbastanza bene per non temere di essere smentito.

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L’orrore della narrativa attuale

In questi giorni di vacanze natalizie, com’è noto, abbiamo un po’ tutti l’abitudine di girovagare per i negozi ed i centri commerciali, dove un turbinìo di luci e di colori ci invita ad acquistare il più possibile, secondo i canoni ormai noti della società consumistica. A me personalmente, certo per deformazione professionale, attirano più di tutto le librerie, dove migliaia di volumi giacciono sui panchetti e gli scaffali in attesa di potenziali compratori, dando la netta impressione di disordine che quasi sempre si ritrova in questo tipo di negozi: testi di storia antica mescolati con quelli di storia moderna, filosofia mescolata con psicologia o sociologia, manuali di cucina insieme a libri per bambini ecc. In questa inevitabile confusione c’è però qualcosa che viene immediatamente posta sotto gli occhi del visitatore appena entra in libreria: i cosiddetti “best sellers”, ossia le novità del momento generalmente più vendute, che coincidono quasi sempre non con opere classiche di immortale valore, ma con romanzi o racconti composti da giornalisti e sedicenti scrittori contemporanei.
E’ quindi quasi un obbligo, quando si entra in libreria, prendere in mano qualcuna di queste novità editoriali e sfogliarne qualche pagina; lo faccio anch’io, anche se poi mi guardo bene dall’acquistare questa roba e mi rivolgo, se mai ho desiderio di comprare qualcosa, ai miei amati testi classici ed alla saggistica più seria. Ciò perché ogni volta apro un libro di uno “scrittore” contemporaneo mi si stringe il cuore nel constatare quanto questi libri sono scritti male, senza idee e soprattutto senza alcun valore letterario: la sintassi è praticamente inesistente, con periodi di due o tre parole delimitate dal punto; la stilistica e la retorica non si sa neanche cosa siano; le norme della narratologia sono quasi sempre trascurate o del tutto ignorate; le descrizioni sono misere e non rendono affatto l’idea di chi o che cosa s’intende descrivere; le vicende raccontate sono quasi sempre stereotipe, misere e ripetitive, senza alcuna originalità; l’informazione culturale è fortemente carente. C’è da chiedersi chi mai possa spendere dei soldi per acquistare questi obbrobri; forse si tratta di persone vuote, ignoranti, che non conoscono affatto l’arte della letteratura, che non hanno mai letto i veri scrittori (Manzoni, Verga, Pirandello, Svevo ed altri) e che quindi si entusiasmano a leggere certi scribacchini che dovrebbero in molti casi tornare alle scuole elementari. Non voglio fare nomi, perché tanto sono tutti uguali: l’arte oggi è morta, si sa, non solo quella letteraria, e quindi nessuna meraviglia se vengono spacciati per romanzi e racconti delle schifezze che nei secoli della vera arte nessuno avrebbe accettato di leggere e tanto meno di pubblicare. Ma oggi, si sa, quello che conta è il denaro, e ci sono case editrici, come la Newton Compton di Roma, che pubblicano ogni nefandezza possibile pur di far soldi sulle vendite. Anni fa proposi a questo editore romano la pubblicazione della mia traduzione delle commedie di Menandro, un autore greco pochissimo conosciuto in Italia ma che ha avuto un enorme rilievo nella storia della cultura mondiale. L’editore rifiutò di prendermi in considerazione; e adesso scopro che sta pubblicando una collana dedicata ai “nuovi talenti letterari” con libri in cui una maestra elementare troverebbe un’infinità di errori di sintassi e di lessico. Ma tant’è: è noto che la legge del mercato, qui da noi, trionfa sulla qualità e sulla cultura, e di ciò dobbiamo, nostro malgrado, farci una ragione.
Oltre al valore letterario praticamente nullo degli “scrittori” contemporanei, quello che mi colpisce in essi è l’estrema volgarità e oscenità di cui sono infarciti: turpiloquio in ogni pagina, descrizione minuziosa di atti sessuali per solleticare i bassi istinti dei lettori, i quali evidentemente leggono questi libri pornografici perché è questo ciò che cercano; autori ed editori lo sanno e per questo rincarano la dose, sapendo che più oscenità c’è in un libro e più lo si vende. E quel che fa più specie, proprio perché non eravamo stati a ciò abituati dalla vera letteratura, è che questi obbrobri sono spesso scritti da donne, le quali evidentemente credono che assumere le brutte abitudini (come il turpiloquio) tipicamente maschili faccia parte della loro emancipazione. Certo, se la donna deve avere gli stessi diritti dell’uomo, secondo loro, allora può e deve usare anch’essa le parolacce, le bestemmie, l’oscenità come usano gli uomini, come se questo fosse un titolo di merito. C’è una signorina del nord Italia, di cui non voglio fare il nome per senso di commiserazione, che ha scritto una trilogia dove la protagonista (una donna giovane) vive schiava dell’istinto sessuale e si accoppia praticamente come un animale, mentre la presunta “scrittrice” si diverte a descrivere minuziosamente gli atti sessuali. Questa vergogna non sarebbe stata possibile in un’epoca in cui era chiaro il concetto di arte e di letteratura, in un periodo in cui l’immagine della donna era molto più pura e rispettata di quanto non lo sia adesso, nonostante tutte le lotte femministe e la relativa emancipazione del gentil sesso. Io ho sempre creduto che, in nome dell’uguaglianza dei sessi e delle pari opportunità, le donne dovessero rendersi pari agli uomini negli aspetti positivi della vita, non in quelli negativi. E ancor oggi, in base all’educazione ed alla formazione che ho avuto, mi indigno quando sento donne e ragazze pronunciare parolacce e oscenità, che farebbero bene a lasciare alla volgarità maschile, anch’essa diffusa oltre misura. Quando poi la volgarità femminile, oltre che parlata, è anche scritta in un libro, il senso di disgusto e di orrore che mi prende è tale da impedirmi di valutare quel libro al di sopra di un sacco di immondizia.

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