I ricatti dell’editoria italiana

Le case editrici, si sa, sono aziende che debbono fare profitto, e quindi pubblicano soltanto ciò da cui ritengono di poter ricavare un adeguato introito economico. Questo è pienamente legittimo, secondo me, così come lo è il loro rifiuto di investire su opere che non giudicano degne della pubblicazione, quelle cioè che prevedono di non vendere abbastanza; e ciò prescinde molto spesso dalla qualità dei manoscritti, nel senso che hanno molte più probabilità di successo delle autentiche schifezze, purché rechino la firma di personaggi noti per mezzo della TV o i social, rispetto ad opere di valore ma proposte da autori sconosciuti. Qualcuno ha detto che se oggi, per una speciale concessione della Grazia divina, dovessero sorgere un nuovo Manzoni o un nuovo Leopardi, i loro scritti resterebbero in fondo ad un cassetto e nessuno potrebbe venire a conoscenza delle loro opere.

Questa situazione non è una novità, è sempre stato così almeno nell’ultimo secolo a questa parte e per ciò io non mi sento di accusare gli editori, i quali debbono pur trarre dalla loro professione di che vivere; diciamo piuttosto che la responsabilità appartiene in gran parte al grande pubblico, il quale è disposto a spendere per procurarsi le barzellette di Totti o l’ultimo ricettario culinario ma non è altrettanto pronto ad acquistare un romanzo o un saggio di cui non conosce l’autore. Ecco dunque che gli aspiranti scrittori, che in Italia (chissà perché) sono numerosissimi, sgomitano invano per riuscire a pubblicare, tranne chi riesce a trovare gli “agganci” giusti per raggiungere l’obiettivo, mediante il clientelismo tanto diffuso nel nostro Paese, di uscire almeno per un po’ dall’anonimato. Poi, come dice una nota canzone “uno su mille ce la fa”, e non è detto che sia il migliore. Anzi.

Gli editori, ovviamente, sono ben consapevoli di questa smania di notorietà che affligge tanti amanti della scrittura, e alcuni di loro cercano di sfruttarla in maniera non certo corretta né moralmente accettabile. In uno di essi sono incappato anch’io in questi giorni, quando ho sottoposto a diversi editori un mio saggio sull’Eneide di Virgilio. Uno di essi, di cui per il momento non faccio il nome, ha mostrato un apparente entusiasmo per la mia opera e si è detto pronto a pubblicarla anche subito; ma nel contratto ha posto una strana condizione, cioè che io avrei dovuto acquistare (a mie spese ed al prezzo intero di copertina) 200 copie della mia opera, per un totale di diverse migliaia di euro. Poi, dopo un certo numero di copie vendute dall’editore, la Casa editrice mi avrebbe restituito la somma pagata; ma come potrei io sapere con certezza quante copie si sarebbero vendute? L’editore avrebbe potuto benissimo dire che il numero previsto non si era raggiunto e quindi i miei denari sarebbero stati perduti per sempre. La verità è che questa altro non è che una trappola per far pagare all’autore tutte le spese relative alla pubblicazione della sua opera. Purtroppo molti principianti cadono nel tranello, alcuni sono disposti a spendere anche grosse cifre pur di essere pubblicati; ma con me il trucco non funziona, sia perché non sono un esordiente ed ho al mio attivo già una dozzina di libri pubblicati, sia perché considero queste condizioni un’autentica vessazione ed un insulto alla cultura ed all’impegno di chi ha scritto un libro ed ha la legittima aspirazione di uscire dal mortificante anonimato in cui quasi tutti noi viviamo. Perciò riporto qui un passo della lettera con cui ho risposto alla proposta indecente dell’editore:

Gent. Sig.ra,

desidero anzitutto ringraziarla per il suo interessamento e per il giudizio positivo che ha dato sulla mia opera, che dimostra di aver letto ed apprezzato. Mi congratulo per questo ed ha fatto piacere anche a me parlare e confrontarmi con Lei. Al di là dei giudizi personali, tuttavia, debbo con rammarico comunicarLe che la Vs. proposta di pubblicazione del mio lavoro “Enea, l’eroe malinconico”, stanti così le condizioni contrattuali, per me è inaccettabile. L’obbligo di acquisto di 200 copie da parte mia, per un totale di XXXX euro (cifra non indifferente), è in realtà un sistema surrettizio per far gravare sull’autore le spese di stampa e produzione del libro, che diventa così una pubblicazione a pagamento. Da parte mia, tengo a ribadirlo, non ho mai accettato da nessun editore l’iniqua condizione di dover pagare per le mie pubblicazioni, e questo non perché non sia in grado di farlo ma perché trovo la cosa gravemente lesiva della mia dignità e della mia cultura: i prodotti dell’ingegno, come qualunque altro “bene” accessibile e messo sul mercato, hanno un prezzo, e questo prezzo deve essere sostenuto dall’editore e dagli utenti finali del libro, non certo da chi l’ha scritto. Sarebbe come se un panificatore dovesse pagare coloro che consumeranno il pane ch’egli ha sfornato, anziché il contrario. […]

Considero degradante e mortificante per un Autore dover pagare per pubblicare la propria opera, per questo non accetterò mai queste condizioni; so che purtroppo molti le accettano, e squalificano così l’intera categoria. Per questo invito tutti coloro che leggeranno questo post a non soggiacere mai a ricatti di questo tipo, diffidando di coloro che promettono fama e notorietà quando il loro vero obiettivo è far soldi ai danni altrui. E’ una speculazione vergognosa che finirebbe se tutti reagissero come me. La cultura è importante e non ha un prezzo; ma se proprio vogliamo trasformarla in un prodotto di mercato come gli altri, è per me cosa certa che questo prezzo debbano pagarlo tutti tranne gli Autori.

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Osservazioni sul libro “Il danno scolastico” di L.Ricolfi e P.Mastrocola, La Nave di Teseo 2021

Ho avuto modo di leggere in questi giorni, con grande piacere per la chiarezza espositiva ed il contenuto del tutto condivisibile, il libro dei coniugi Luca Ricolfi e Paola Mastrocola “Il danno scolastico”, che osserva con lucida precisione la decadenza dell’istruzione in Italia negli ultimi trent’anni e cerca di individuarne le cause. Non posso che rallegrarmi del fatto che persone come il prof. Ricolfi, storicamente appartenenti all’area politica della sinistra, facciano finalmente ammenda su quelli che sono stati i marchiani errori del ’68, del movimento studentesco e della successiva politica dei governi e dei ministri della loro parte, a cominciare da Luigi Berlinguer; del resto anche prima di Ricolfi altri “intellettuali” di sinistra, come ad esempio il grande latinista Antonio La Penna o filosofi come Massimo Cacciari, si sono resi conto di quelle che erano le farneticazioni sessantottine come il “vietato vietare”, il “sei politico” e simili, che sotto un’apparenza di democrazia hanno in realtà inaugurato la distruzione della scuola italiana.

In realtà i due autori hanno un approccio diverso al problema della decadenza degli studi, sebbene giungano alle stesse conclusioni: Ricolfi è un docente di statistica ed è quindi propenso ad argomentare con formule e schemi, mentre la Mastrocola ha insegnato per decenni in un Liceo Scientifico ed è quindi in grado di giudicare la situazione dal basso, dal campo di battaglia potremmo dire; perciò, con tutto il rispetto per il professore, io sono propenso ad ascoltare con più attenzione le parole di una collega che ha vissuto, come il sottoscritto, l’intero periodo di cui tratta nel suddetto libro.

Paola Mastrocola analizza con impietoso realismo le condizioni attuali della scuola italiana, dove gli studenti arrivano ai Licei senza saper comprendere neanche gli autori letterari più semplici, senza sostenere un discorso autonomo per più di un minuto (impiegando, tra l’altro, un lessico limitatissimo), senza scrivere un pensiero di tre righe senza compiere numerosi errori ortografici; ed al proposito mi ha particolarmente colpito la sua affermazione secondo cui è stata costretta (in prima e seconda liceo scientifico) a far fare dettati d’italiano per la correzione dell’ortografia e della punteggiatura, un esercizio che ai suoi (e miei) tempi facevamo in terza elementare! Ed il bello è che questi alunni non provengono da classi sociali svantaggiate, ma sono persino figli di professionisti e di persone laureate; e non tutti trascurano lo studio, anzi molti di loro s’impegnano adeguatamente, ma con risultati pessimi o comunque mediocri.

Questa la situazione effettiva. La tesi centrale del libro però è un’altra, confermata anche da Ricolfi mediante i suoi studi statistici e matematici: quella cioè secondo cui la scuola facile, la decadenza continua dell’insegnamento e delle richieste degli insegnanti agli alunni, le promozioni facili e generalizzate, tutto ciò in pratica favorisce le classi sociali elevate: regalando infatti diplomi e lauree a tutti, con voti alti spesso immeritati, si finisce per agevolare chi possiede potere economico e adeguate conoscenze per sistemare i figli in posizioni di prestigio, mentre chi non ha questi privilegi non può salire sul cosiddetto “ascensore sociale”, e così si perpetua la tradizione antica (di prima del ’68) per cui il figlio del notaio farà il notaio e il figlio dell’operaio farà l’operaio. E ciò avviene non perché nella scuola ci sia classismo o favoritismi per i rampolli dell’alta società, ma proprio per la continua banalizzazione degli studi e la rimozione di tutti gli ostacoli che gli alunni incontravano nella vecchia scuola (esame di quinta elementare, di terza media, di quinta ginnasio, ma anche programmi più vasti e valutazioni basse quando necessarie). A questo regime, oggi del tutto vincente, si sono piegati sia i Presidi (cui sta a cuore l’immagine esterna della scuola, che non può bocciare altrimenti “non si iscrivono più”) sia i docenti, lasciati alla mercé di genitori prepotenti e sotto la minaccia dei ricorsi, ciò che rende forte la tentazione di lasciar perdere e promuovere tutti per non avere fastidi.

A questo punto debbo fare un atto di presunzione, nel dire che io da anni sono giunto alle stesse conclusioni della Mastrocola e di Ricolfi, anche senza statistiche e calcoli complessi: ho scritto infatti più volte su questo blog che i fautori ed i sostenitori della pedagogia sessantottina hanno totalmente fallito il loro obiettivo, che era quello di rendere democratica la scuola e garantire a tutti il successo formativo. Un tale obiettivo si poteva ottenere solo abbassando notevolmente l’asticella del sapere, e così è stato fatto, ma ciò che si è ottenuto è l’esatto contrario di ciò che si sarebbe voluto: rendendo la scuola facile e banale e promuovendo tutti non si è fatto altro che favorire l’alta borghesia, per i motivi detti prima. Se invece la scuola fosse stata sì aperta a tutti ma rimasta comunque selettiva, il figlio dell’operaio meritevole che esce con un buon voto avrebbe avuto più opportunità del figlio del notaio che esce con il minimo o che addirittura viene bocciato (se lo merita, ovviamente!). E’ vero che la nostra Costituzione dice che la scuola è aperta a tutti, ma l’art.34 parla di “capaci e meritevoli” che, anche se privi di mezzi, devono essere aiutati dallo Stato a raggiungere i gradi più alti degli studi. Quindi il dettato costituzionale non prevedeva affatto una scuola banale dove tutti vengono promossi, ma una scuola dove si fa selezione in base al merito individuale. La vera cultura è lo strumento essenziale di affermazione nella società, non l’aver semplicemente sostato per anni dentro le mura scolastiche per imparare poco o nulla.

L’argomento è troppo vasto per essere sviscerato in un articolo come il presente, e quindi mi fermo dopo aver fatto un’ultima osservazione. I due predetti autori del libro, meritevole per aver scoperchiato una pentola che bolle da anni ma a cui pochi avevano fatto caso, compiono una lucida analisi delle responsabilità, attribuendo soprattutto alla politica scolastica dei vari governi lo spaventoso declino del nostro sistema formativo. Su questo sono d’accordo anch’io, perché se è vero che Berlinguer e gli altri ministri della sinistra hanno contribuito molto alla rovina della scuola, è altrettanto vero che neanche i governi di centro-destra hanno mai fatto nulla per risolvere la situazione; anzi, hanno fatto peggio, a cominciare dall’idiozia delle “tre i” di Berlusconi fino alla pseudoriforma Gelmini che altro non è che un taglio profondo agli investimenti sull’istruzione e sulla scuola, che la mentalità aziendalistica tanto diffusa nel nostro Paese giudica improduttiva (e non è un caso che vari ministri dell’istruzione, a cominciare da Lombardi fino all’attuale Bianchi, siano vicini alla Confindustria). Però resto convinto che l’inizio di tutti i guai sia stato il ’68 e le assurdità sostenute allora e dopo, fino ad oggi, da una serie di pedagogisti incompetenti che non conoscono per nulla la realtà scolastica pratica e continuano a blandire gli studenti e ad ad avanzare proposte demagogiche e di fatto irrealizzabili.

Quello che manca a questo libro, come a tanti altri interventi del medesimo tenore, è l’indicazione dei rimedi. Come può risolversi la deriva attuale che continua anno dopo anno e che sforna studenti sempre più ignoranti e impreparati? Ricolfi e Mastrocola non danno suggerimenti in merito, limitandosi ad affermare che non si può tornare indietro, perché riproporre oggi una scuola come quella degli anni ’60 sarebbe assurdo a loro giudizio. Ma allora cosa possiamo fare? Verrà finalmente un governo ed un ministro che abbiano il coraggio di andare controcorrente e di dare finalmente al Paese un sistema formativo efficace, che tenga alto il livello qualitativo del sapere, privilegi il merito e sia capace di tagliare i rami secchi? Io ho pochissima fiducia nella realizzazione di questo obiettivo, come pochissima ne hanno certamente anche gli autori del libro di cui qui si parla. Se così non fosse, ci avrebbero certamente dato in tal senso indicazioni precise, non si sarebbero limitati ad una critica che essi stessi mostrano di giudicare fine a se stessa.

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Il mondo alla rovescia

Ultimamente scrivo poco sul blog, ma in certi momenti e dopo certi fatti non posso fare a meno di esprimere la mia opinione. E’ vero che esistono i social, ma su Facebook mi censurano e mi sospendono l’account se dico qualcosa contro il “politicamente corretto”, quindi mi vedo costretto a tornare a scrivere qui, dove per fortuna sono proprietario del blog e nessuno può applicare censure sovietiche.

Dico questo perché sono indignato ed esterrefatto per un avvenimento di cui si parla tanto in questi giorni: quello della giornalista Greta non so come, che ha denunciato penalmente una persona che, dopo la partita Empoli-Fiorentina ed all’uscita dallo stadio, le ha dato una pacca sul sedere passando. Il tipo è stato subito identificato dopo una ricerca tipo Digos (come se quel sedere fosse un affare di Stato!) e fatto oggetto di una gogna mediatica indicibile su tv, giornali e social, tanto che il disgraziato, dopo aver subito un Daspo di 3 anni e la suddetta denuncia penale per “violenza sessuale” (sic!), è stato addirittura costretto a rifugiarsi in un luogo segreto e rischia persino di perdere il lavoro, perché il suo ristorante è stato fatto oggetto di una serie di attacchi e di boicottaggi.

Ora, io mi chiedo se in Italia il virus del Covid ha inciso sul cervello delle persone togliendo loro l’intelligenza e il buon senso, perché altra spiegazione non trovo. Se una pacca sul sedere di un decimo di secondo, che non comporta nessun dolore e nessuna conseguenza se non il naturale disappunto di chi si sente toccata senza consenso, debba essere considerato una “violenza” tale da condurre a tutte queste conseguenze, allora cosa si dovrebbe fare a chi commette la vera violenza? In un paese dove i più efferati delitti restano spesso impuniti o poco puniti, in un paese dove chi ruba il denaro pubblico continua ad occupare il proprio posto, in un paese dove i terroristi assassini delle Brigate Rosse sono usciti dopo pochi anni di villeggiatura in carcere e si permettono persino di tenere conferenze all’università ed essere pagati per questo, in un paese così una pacca sul sedere, certamente inopportuna ma non paragonabile neanche lontanamente a ciò che sopra ricordavo, deve portare alla rovina totale della vita di una persona, che oltretutto ha anche una figlia piccola che subirà anch’essa le conseguenze di questa macelleria mediatica? Io non voglio difendere l’autore del gesto, che è certamente importuno e maleducato; ma sappiamo ancora distinguere tra le varie situazioni o facciamo di tutta l’erba un fascio? Una pacca sul sedere può essere parificata allo stupro e al femminicidio?

Sentire le donne che starnazzano in TV contro il “colpevole” augurandogli la galera e la forca per una pacca sul sedere è veramente allucinante e c’è da chiedersi se la ragione umana si sia del tutto annullata lasciando il posto ad un odio stupido e cieco contro il genere maschile, di cui il manolesta di Ancona è diventato capro espiatorio; sì, perché gli attacchi furibondi delle signore in questione non si limitano al gesto infelice del poveraccio, ma si allargano in accuse infamanti contro tutti i maschi, che sarebbero violenti per natura, non rispetterebbero le donne e le considererebbero una loro proprietà privata. A queste genialità da rotocalco non passa per la testa che il 99 per cento degli uomini non si sognerebbe mai di fare violenza ad una donna né di molestarla in alcun modo; no, per loro siamo tutti colpevoli per il solo fatto di appartenere, per nostra somma sfortuna, al sesso sbagliato.

Il femminismo degli anni ’70, per quanto eccessivo e sguaiato, aveva però delle ragioni inconfutabili, visto che in quegli anni esistevano effettive discriminazioni contro le donne e situazioni familiari che in diversi casi erano oggettivamente intollerabili; ma quello di oggi è semplicemente ridicolo, si perde in idiozie come la richiesta di declinare al femminile tutti i sostantivi, sfonda di continuo delle porte aperte ed esprime avversione e odio di genere che non può certo aiutare la civile convivenza familiare e sociale. Esistono certo uomini violenti, ma prima di tutto occorre valutare di che tipo è la violenza, perché quella vera si riduce a pochissimi casi in rapporto al totale delle persone e delle famiglie; e poi la violenza non è solo fisica ma anche psicologica, ed in questa le donne sono molto più abili degli uomini.

L’assurda ed esagerata reazione mediatica determinatasi in seguito alla pacca sul sedere della giornalista, che con ciò ha conquistato una notorietà ed un seguito che altrimenti non avrebbe mai raggiunto, è però parte, secondo me, di una totale perdita dei veri valori e del giusto equilibrio mentale che dovrebbe guidare una società civile. Sono tante le situazioni in cui oggi non si è più capaci di giudicare con moderazione, né di trovare un punto di vista mediano tra difetti opposti: per correggere le storture del passato, in altre parole, siamo passati all’eccesso contrario. Gli esempi di questo stravolgimento mentale che rovina la nostra società sarebbero infiniti, né qui ho tempo e voglia di parlarne e caso mai lo farò in prossimi articoli. Uno di questi è certamente il fatto di cui ho parlato in questo post, che dimostra in modo eclatante come si sia del tutto perduto il senso della misura: in epoche passate un uomo poteva molestare tranquillamente una donna con parole ed atti e nessuno se ne faceva caso, mentre ora si viene denunciati per aver fatto un complimento ad una collega di lavoro. Sono due comportamenti estremi e sbagliati, quello di allora e quello di oggi: evidentemente non siamo più capaci di individuare il giusto mezzo tra due opposti errori, quello che illustri scrittori dell’antichità, da Aristotele ad Orazio, avevano indicato come la vera manifestazione della virtù.

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L’incerto futuro della nostra scuola

Sto pensando che sono seriamente preoccupato per il futuro della scuola. Il periodo della pandemia e della Dad ha limitato gravemente il livello di preparazione degli studenti e ritardato lo svolgimento dei programmi; ma di questo pochi sembrano accorgersi, perché le promozioni generalizzate e i voti sempre più alti sono l’unica cosa che interessa ai ragazzi e alle famiglie. I genitori non protestano quasi mai quando la scuola non prepara i loro figli, ma lo fanno spesso quando qualche insegnante serio e competente chiede un po’ di impegno e magari non è disposto a gratificare con valutazioni alte chi non le merita.

Il periodo della Dad è stato inteso da molte scuole come un lasciapassare per promuovere tutti o quasi e per distribuire valutazioni alte o altissime senza che dietro ad esse vi fosse un vero merito e un’adeguata preparazione: e di questa faciloneria valutativa chi ne riceve danno sono proprio gli studenti più bravi e motivati, che si vedono messi alla pari con coloro che non si sono mai veramente applicati allo studio e magari hanno approfittato della Dad per non seguire e per farsi i comodi loro.

Purtroppo questo è un andazzo nazionale difficile da estirpare perché a tutte o quasi le componenti scolastiche va bene così: ai dirigenti perché credono che così facendo si migliori l’immagine esterna della scuola e si incentivino le iscrizioni, ai genitori e alunni per le ragioni suddette, a molti docenti perché con i voti alti e le promozioni di massa sono sicuri che nessuno protesterà e non avranno fastidi di sorta. Così viene meno la più importante funzione della scuola, quella di formare i giovani ed operare una selezione tra chi merita e chi no, e prendono così consistenza due rischi concreti: che aumenti l’ignoranza e l’analfabetismo funzionale in società (ed è un fenomeno che ben si nota già oggi) e che senza selezione siano poi i più “furbi” e i privilegiati socialmente a farsi strada nel mondo del lavoro, dove il merito – almeno da noi in Italia – conta molto meno delle conoscenze e dei favoritismi.

Tutto ciò mi preoccupa molto, come mi preoccupa il fatto che non si faccia abbastanza per recuperare il terreno perduto con i mesi di lockdown e con la Dad: se infatti il Ministero deciderà, come mi auguro, di ripristinare le prove scritte all’esame di Stato, quasi tutti gli studenti si troveranno di fronte a ostacoli insormontabili per aver passato due anni sugli allori. E non vorrei che dopo l’esame, constatato il disastro, si ricorresse come al solito a gettare la colpa sulle commissioni per avere magari richiesto il minimo indispensabile a chi non garantisce neppure quello.

Un’altra considerazione: per ridare alla scuola la sua dignità occorrerebbe un indirizzo didattico ben preciso stabilito dal Collegio dei docenti, ma sarebbe necessario anche un controllo sull’azione didattica dei professori, alcuni dei quali procedono per conto proprio senza tenere in conto i programmi e le indicazioni ministeriali, mentre altri risultano poco preparati e didatticamente inefficaci. Questo danneggia l’Istituto di appartenenza molto rapidamente, perché le voci si diffondono – specie nei piccoli centri – e si fa presto a veder screditare una scuola per colpa di qualcuno che non svolge come dovrebbe il proprio dovere. Sarebbe quindi necessario un controllo, ma chi potrebbe farlo? I Presidi sono ormai diventati Dirigenti, sono organizzatori e manager, ma si occupano poco della didattica; e poi non si può pretendere da loro che siano competenti in tutte le discipline che si insegnano nei loro Istituti. Sarebbe invece auspicabile, secondo me, l’istituzione di un comitato di valutazione permanente in ogni scuola, formato dai docenti più anziani di ogni ambito didattico, i quali si riunissero almeno una volta al mese per valutare l’operato dei colleghi più giovani e potessero segnalare al Dirigente o agli uffici competenti coloro che per varie ragioni possono essere carenti o inadeguati. Nel privato esiste il controllo sull’efficienza produttiva dei dipendenti, perché non può esistere anche nel pubblico? Non mi pare che l’importanza sociale del sistema educativo sia minore rispetto a quella di un’azienda privata che produce beni di consumo, perché ne va del futuro dei giovani, quindi dell’intero Paese. Ma chi è veramente interessato a questi problemi? Vorrei saperlo dai commenti che chiunque può apporre a questo articolo.

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Considerazioni sul “fascismo”

E’ un po’ di tempo che non scrivo sul blog, ma gli eventi di questi ultimi giorni mi impongono di ritornare a dire qualcosa riguardo al cosiddetto “fascismo” che starebbe risorgendo in Italia ed in cui molti vedono o fanno finta di vedere un pericolo per la democrazia.

Ora, posto che è indiscutibile la condanna unanime dei fatti di sabato, dell’assalto alla sede della CIGL e delle altre violenze, io mi pongo diverse domande non su quella fattispecie ma sul problema generale. Si può parlare di fascismo oggi nel 2021? E’ logico pensare che un ventennio sia così importante da dover essere rimesso in campo dopo 80 anni o quasi dalla fine di quel regime? E chi sarebbero i “fascisti” oggi, quali caratteristiche dovrebbero avere?

Sono dei nostalgici del ventennio? Ma nessuno di loro ha vissuto quell’esperienza, perché è nato dopo. Quindi come si può credere che “Forza Nuova” di oggi sia uguale al fascismo di Mussolini e degli altri capi di quel periodo? Non mi pare che i due fenomeni si assomiglino in alcun modo, anche perché con 80 anni di distanza non sarebbe possibile un’identità del genere. Al massimo può esserci una somiglianza esteriore espressa attraverso immagini del Duce, slogan e saluto romano; ma questa è forma, non sostanza. E’ passato troppo tempo perché il fenomeno si possa ripetere, anche perché Forza Nuova e le altre organizzazioni del genere non arrivano alle elezioni nemmeno all’1%. Quindi che paura si può avere di questi “fascisti”? A me la definizione pare impropria, perché le differenze sono più delle analogie. Al massimo si può definirli “estremisti di destra”, ma non “fascisti”.

Altra considerazione. Questi gruppi fanno violenza: tirano oggetti alla polizia, fomentano la guerriglia urbana, assaltano sedi di sindacati e partiti. Ma questa, purtroppo, non è una prerogativa dei cosiddetti “fascisti”: anche gli estremisti di sinistra hanno fatto cose analoghe e ben peggiori, visto che il terrorismo assassino degli anni ’70 è stato in preponderanza di matrice marxista. C’è da chiedersi quindi perché le autorità chiedano a gran voce lo scioglimento di “Forza Nuova” e non lo chiedano dei gruppi estremisti dei centri sociali, dei terroristi No-Tav, degli anarco-insurrezionalisti.

Cosa c’è allora allora dietro questo antifascismo da strapazzo che rievoca un nemico finito quasi 80 anni fa, visto che quelli di oggi sono un fenomeno del tutto diverso? C’è la volontà precisa della sinistra di usare questo mezzuccio per infangare e danneggiare i partiti di centro destra come la Lega e Fratelli d’Italia, che fanno loro paura perché maggioritari nel Paese; il loro sciacallaggio è evidente in inchieste come quelle di “Fanpage” e nelle trasmissioni televisive faziose come quelle di Formigli, della Gruber ed altre della 7 ma anche della Rai. Oggi, tanto per fare un esempio, il TG1 ha insistito per molto tempo sui “fascisti” di sabato scorso e non ha detto nulla dei disordini di Milano provocati dagli anarchici e dagli estremisti di sinistra. Questo è fare giornalismo e informare i cittadini? La volontà precisa, e neanche tanto nascosta, della sinistra è quella di accreditare a tutti i costi la volgare insinuazione di una connivenza tra i partiti di centro-destra e i cosiddetti “fascisti”. A questo proposito due considerazioni: 1) la destra italiana per mano dell’allora leader Gianfranco Fini ha sconfessato il fascismo fin dalla svolta di Fiuggi nel 1995; 2) stiamo ancora aspettando che i partiti di sinistra facciano lo stesso con gli orrori del comunismo, che nel mondo ha provocato molti milioni di vittime in più del fascismo e nazismo messi insieme. Mi fa sorridere il loro argomento, quando dicono che una dittatura comunista in Italia non c’è stata; non è questa una buona ragione per non prendere definitivamente le distanze dal comunismo e dal marxismo, visto che le connivenze e le alleanze ci sono state eccome tra il PCI e il PCUS. Sappiamo tutti che i comunisti italiani ricevevano finanziamenti illeciti dall’Unione Sovietica, ma nessuno li ha mai condannati per questo.

Che conclusione ricavo da tutto ciò? Che l’Italia non è una democrazia, perché un paese dove l’estremismo viene perseguito da una parte sola e dove l’informazione è vergognosamente di parte, dove si utilizzano le “fake news” per danneggiare gli avversari e si ricorre alla magistratura corrotta per eliminare coloro che non si riesce a vincere alle elezioni, non può essere definita una una democrazia. Si chiede lo scioglimento di Forza Nuova? Bene, io non ho nulla in contrario, ma come cittadino moderato di centro-destra ho il diritto di chiedere che tale provvedimento sia adottato anche nei confronti delle organizzazioni di estrema sinistra, che invece sono state sempre tollerate anche quando sparavano agli agenti di polizia e proclamavano l’attacco al cuore dello Stato e l’instaurazione della “dittatura proletaria”. Per molti motivi, che ho detto anche in altri post nei mesi scorsi, io sono convinto che la parola “democrazia” sia in Italia un involucro vuoto e che in realtà domini un pensiero unico che costringe al silenzio tutti i dissidenti: non ci mandano nei gulag come facevano i loro beniamini ma ci isolano dal contesto sociale, ci bollano con epiteti infamanti tra cui “fascista” è quello più diffuso. Se i cittadini non si renderanno conto di questo colossale inganno, di quest’azione criminale, non potremo mai liberarci da questa dittatura strisciante.

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Il reato di opinione, vergogna della democrazia

Nell’articolo precedente parlavo della legge Zan che, se approvata, introdurrà una forma di reato di opinione: non sarà consentito, pena denunce e possibili condanne all’arbitrio di un giudice, sostenere la famiglia tradizionale o dire che l’omosessualità è una pratica contro natura. Ma in realtà il reato di opinione esiste già in Italia, purtroppo, ed è quello introdotto dalla cosiddetta “legge Mancino” del 1993, che espone a procedimento penale chi (a giudizio di chi, poi?) esprime convinzioni che potrebbero portare a discriminazioni di tipo razziale, etnico, religioso o nazionale. La stessa legge all’art.4 punisce con multe elevate e la reclusione da sei mesi a due anni “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.”

Ora io vorrei soffermarmi su questi punti. In base a questa legge, quindi, è vietato esprimere opinioni pubblicamente, anche se nessuno viene insultato, leso o danneggiato in alcun modo. Se c’è un modo di agire e di pensare fascista, è proprio questo, perché il vero fascista è chi impedisce con la forza della legge ad altre persone di esprimere i loro convincimenti, anche quando sono innocui. Io mi chiedo se questa legge possa definirsi consona ad uno stato democratico, che esalta ad ogni piè sospinto la libertà di tutti, e dico questo: se l’art.21 della Costituzione, che io rispetto nella sua interezza, sancisce la libertà di parola e di espressione, perché una persona deve essere sanzionata, addirittura carcerata, per le proprie idee? Io ritengo che se le convinzioni di ciascuno non fanno compiere alla persona nessun reato, egli deve essere libero di pensarla come vuole ed esprimere questa sua idea: si può essere fascisti, comunisti, liberali, nichilisti, pro e contro i gay, pro e contro l’immigrazione clandestina, pro e contro i rom e le persone di etnia diversa, basta che non si commettano reati. Certo, se qualcuno in base alle sue convinzioni va ad insultare o aggredire chi la pensa diversamente, questo non può essere accettato perché è un reato; ma in caso contrario non vedo perché si debba perseguitare un cittadino solo perché il suo pensiero non è allineato a quello della maggioranza.

Un discorso particolare, secondo me, va fatto per la cosiddetta “propaganda” o “apologia” del fascismo. Non si vede perché debba essere proibito riconoscere che il regime fascista fece anche cose buone, che il regime successivo non ha affatto rinnegato. E poi mi chiedo: se è vietata la propaganda del fascismo, perché non lo è anche quella del comunismo, causa di terrificanti dittature che hanno provocato nel mondo decine di milioni di vittime? Se è proibito il simbolo della svastica e quello del fascio littorio, perché non lo è anche quello, altrettanto funesto, della falce e martello? E perché esistono e non vengono messi fuori legge partiti che ancora oggi si chiamano “comunisti”? Mi si dirà che una dittatura comunista in Italia non c’è stata, ma l’Italia è oggi inserita in un contesto europeo e mondiale, con la globalizzazione; quindi, anche se un regime del genere da noi non c’è stato, il nome stesso del comunismo andrebbe condannato senza remore. Il povero sottosegretario Durigon, che del resto ha svolto bene il suo lavoro, è stato fatto dimettere con un’assurda accusa di “apologia del fascismo” solo perché ha espresso un’opinione, la possibilità cioè di intitolare un parco al fratello di Mussolini. E perché ancora si tollera che in Italia vi siano numerose vie e piazze intitolate ad autentici criminali comunisti come Lenin, Togliatti e Che Guevara?

La legge Mancino andrebbe immediatamente abrogata, e la Zan non dovrebbe mai essere approvata. Sono leggi anticostituzionali, perché in contrasto con il princicipio di libertà di espressione sancito dall’art. 21. E mi fa molto piacere che anche uomini di sinistra come il bravo giornalista Piero Sansonetti siano della mia opinione: questo significa che il principio della libertà di espressione non si può adattare ad una sola parte, ma va esteso a tutti. Altrimenti non siamo in democrazia, ma in una dittatura mascherata, che tra tutte le dittature è la più perversa e la più odiosa.

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Una legge necessaria?

E’ molto tempo che non tratto argomenti di politica sul blog perché preso da altri impegni, ma ora, a forza di sentir parlare del DDL Zan contro l’omo/trans/fobia (ma che parola è?), mi è venuto il desiderio di fare alcune considerazioni. Sono opinioni mie e come tali opinabili e forse fallaci; ma nondimento sarei contento se fossero rispettate come sono da rispettare quelle di tutti gli altri, concordino o meno con le nostre.

Punto 1. Perché la sinistra italiana, cui si sono aggiunti gli scappati di casa a 5 stelle ormai diventati lacché di quella sinistra, sostiene con tanta pervicacia e acredine la necessità di approvare subito questa legge? E’ davvero così prioritaria in una fase storica in cui tanti problemi più gravi, di ordine sanitario ed economico, sono ancora ben presenti e ben lontani da una soluzione?

Punto 2. Siamo certi che sia opportuna una legge che crea delle “categorie” di cittadini privilegiati o comunque diversificati da tutti gli altri? Le norme che puniscono la violenza e l’istigazione alla violenza ci sono già, basta applicarle. Io personalmente non vedo il motivo per cui un pugno dato ad una persona gay o “trans” dovrebbe far più male o esser giudicato più grave di quello dato ad un’altra persona. La violenza va condannata e punita TUTTA con le stesse leggi, senza categorie speciali o protette, come fossero animali in estinzione.

Punto 3. Sono sicuri gli estensori e i paladini di questa legge che, una volta approvata, finisca con essa l’omofobia e l’avversione che taluni nutrono nei confronti delle “categorie” protette? Poiché la natura umana è reattiva di fronte alle imposizioni e alle minacce, c’è da attendersi che chi nutre odio o avversione per i gay o i “trans” si inasprisca ancor più e continui, magari in modo più subdolo, ad operare discriminazioni. La mentalità delle persone non si cambia a forza di legge e di denunce penali. Quel che dobbiamo diffondere è la cultura della tolleranza e del rispetto verso CHIUNQUE, non solo verso i gay, i trans o altri del genere; ma ciò può realizzarsi con l’educazione e la persuasione, non con le denunce penali, che non risolvono nulla.

Punto 4. Perché coinvolgere i bambini delle scuole, indottrinandoli con argomenti più grandi di loro? Io credo che l’innocenza infantile vada protetta, non mortificata. Non si vede cosa possano comprendere bambini di 6-10 anni (a anche quelli di 11-14) di un problema del genere. Diffondiamo piuttosto nelle scuole la cultura della tolleranza, cerchiamo di eliminare il bullismo, che come è noto non si rivolge solo contro i gay, ma contro chiunque si allontani un po’ dalla cosiddetta “normalità”: i grassi, i magri, quelli con gli occhiali, quelli con i brufoli, chi cammina saltellando, chi è troppo alto o troppo basso. Quanto agli orientamenti sessuali, quando questi bambini avranno la necessaria maturità, faranno da soli le proprie scelte.

Da parte mia io ritengo che questa legge sia inutile e pericolosa, per il fatto gravissimo che reintroduce il reato di opinione, cosa che avviene soltanto nelle più bieche dittature. Se una persona, ovviamente senza commettere alcun reato e senza discriminare nessuno, ritiene che l’omosessualità sia una pratica innaturale, che l’unica famiglia che possa chiamarsi tale è quella formata da un uomo e una donna e che i bambini debbono avere un padre e una madre, deve avere il diritto di continuare a pensarlo e ad esprimerlo. Invece l’art.4 del DDL Zan, con la scusa di un fantomatico “incitamento alla violenza”, di fatto minaccia di denuncia chiunque non è allineato al pensiero comune imposto per via normativa; e lasciare ad un giudice l’arbitrio di decidere quali sono le opinioni lecite e quali non lo sono è un abuso di potere intollerabile in ogni democrazia.

Per questo io penso che la difesa delle “categorie” suddette, da parte della nostra sinistra, non sia altro che un mero pretesto per imporre il pensiero unico del “politicamente corretto” anche a chi ha una diversa mentalità e una diversa ma altrettanto legittima opinione. E’ un atto dittatoriale, così come lo sono stati i famosi DPCM di Conte (sempre sostenuto da PD, estrema sinistra e 5 stelle) che ci hanno chiusi agli arresti domiciliari per mesi senza risolvere il problema della pandemia, in modo totalitario e senza neanche passare per il Parlamento. Tutte le dittature sono iniziate con azioni di forza, ma io sono da sempre convinto che le peggiori, le più odiose tra tutte, sono quelle mascherate da democrazie, che magari non ti chiudono la bocca con il manganello o i gulag, ma ti ridicolizzano e ti chiudono in un ghetto ideologico con le infamanti etichette di “razzista, fascista, omofobo” ecc., che sono ancor peggior della costrizione fisica, perché più subdole ed ipocrite.

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Un Paese di ignoranti

Un tempo la cultura era un valore positivo in ogni società; oggi invece, almeno nella nostra, è diventata per molti uno svantaggio, un inutile fronzolo, un peso da togliersi di dosso il prima possibile. E di converso l’ignoranza, un tempo condannata anche in modo eccessivo perché molte persone ne erano afflitte senza averne colpa, è diventata adesso quasi un titolo di vanto. I modelli proposti dalla TV e dai social esaltano altre qualità individuali come la bellezza fisica, il successo, la ricchezza materiale; di conseguenza il non sapere, l’essere privo di ogni competenza e di ogni conoscenza non è sentita come una mancanza, ma come un merito. La persona di cultura è spesso svalutata, ritenuta noiosa e pedante, quando addirittura non è apertamente guardata con sospetto e avversione.

Di questa attuale svalutazione della cultura nella nostra società contemporanea fornisco alcuni esempi. Nonostante che la maggioranza dei cittadini sia stata a scuola ed abbia terminato almeno un istituto di istruzione superiore, ciò non ha impedito la diffusione dell’analfabetismo funzionale: moltissime persone, infatti, sanno leggere e scrivere, ma non riescono a comprendere il senso di ciò che leggono, e se debbono scrivere non sono in grado di costruire un periodo in lingua italiana che sia sintatticamente corretto. Questo fenomeno a me sembra gravissimo: a che è servito a costoro andare a scuola per almeno tredici anni senza aver raggiunto le più elementari conoscenze di lingua? Ma il bello è che di tale condizione nessuno si preoccupa, pare anzi che questo genere di ignoranza – perché di ciò si tratta – venga comunemente accettata come facente parte della più ordinaria normalità.

A me risulta però che esista e sia molto diffuso anche un altro genere di analfabetismo, che io chiamo “di ritorno”. Mi riferisco alla limitatezza culturale di tante persone che non soltanto hanno frequentato le scuole superiori, ma si sono anche laureate diventando brillanti medici, avvocati, architetti o altro che dir si voglia. La maggior parte di costoro non legge più un libro dai tempi dell’università e presenta una spaventosa ignoranza in tutto ciò che non fa parte delle proprie specifiche competenze professionali: la storia, la geografia, la letteratura, le scienze, tutto lo scibile che hanno incontrato nel loro percorso è andato irrimediabilmente perduto. Tutto dimenticato, tutto sparito. Illustri e celebri professionisti, ricchi e famosi, non sanno chi erano Giulio Cesare o Napoleone, né quando sono vissuti né che cosa abbiano fatto, né dove si trovino l’Armenia o il Paraguay, né che cosa abbiano scritto Manzoni e Leopardi. Anche a costoro si potrebbe chiedere: cosa siete andati a fare a scuola? Cosa vi è rimasto della vostra istruzione?

Ma l’ignoranza più crassa e diffusa si vede dai social come Facebook, dove per mettere un post o scrivere un commento occorrerebbe quanto meno avere una minima conoscenza della lingua italiana; invece gli sfondoni e gli orrori ortografici e sintattici abbondano senza limiti, per non parlare della limitatezza lessicale di gente che magari, pur avendo un diploma, conosce appena 500 parole ed impiega sempre quelle. E se qualcuno che ne sa un po’ di più si azzarda a correggerli anziché ringraziarlo lo insultano, intimandogli di “non fare il professorino” e asserendo che ciò che conta è il concetto, poi se “a dormire” è scritto “ha dormire” non importa nulla, basta intendersi.

A questo punto c’è da chiedersi a cosa serva la scuola se tante persone, pur diplomate e laureate, non posseggono più neppure le competenze di base e si dimenticano in poco tempo tutto ciò che hanno studiato. Ma il problema non sta negli insegnanti, che nella gran maggioranza dei casi sono preparati e professionali, bensì nella mentalità corrente, che non conferisce alla serietà degli studi l’importanza che dovrebbe avere. La tendenza generale dei personaggi pubblici, dai divi dello spettacolo ai pedadogisti ed ai sociologi, è quella di blandire gli studenti, giustificarli sempre e comunque e soprattutto non biasimarli quando si comportano in modo scorretto, ad esempio copiando o cercando ogni scusa per non impegnarsi e ingannare i docenti; anzi, dalla TV arrivano messaggi compiacenti con tali comportamenti, come se non studiare, copiare o andar male a scuola fosse un merito e non un atteggiamento censurabile. Ho sentito celebrità televisive vantarsi di essere stati degli asini a scuola o di aver copiato i compiti, ed il tutto è accompagnato da risolini compiacenti, come se l’ignoranza che è la inevitabile conseguenza di questi atteggiamenti fosse cosa di cui andare fieri. A ciò si aggiunge la tendenza, ormai invalsa da molti anni, alle promozioni generalizzate, anche degli studenti per i quali sarebbe estremamente giovevole ripetere un anno del loro percorso. Tutte queste situazioni messe insieme non possono che dare un unico risultato: l’ignoranza, che a me pare una sciagura ma che invece, per l’opinione comune, è cosa di poco conto, anzi è auspicabile per poter controllare meglio il popolo ed imporgli una sorta di regime come quello in cui già ci troviamo, almeno da quando è iniziata la pandemia. E allora, se siamo contenti, continuiamo così: tanto, come disse qualcuno, con la cultura non si mangia.

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I due volti della sinistra

E’ inutile che i cosiddetti “postideologici” dicano che oggi la destra e la sinistra non esistono più. Esistono eccome invece, anche se sono diverse da come erano nei due secoli e nei vari decenni passati: corrispondono a due diverse concezioni del mondo, l’una liberale e democratica (tranne Casapound e qualche altro estremista) e l’altra statalista, accentratrice e generalmente poco tollerante delle idee e del pensiero altrui. L’abbiamo ben visto in questi due ultimi anni, quando i governi in gran parte sostenuti dalla sinistra (PD, Leu e i grillini che, come le banderuole, vanno con tutti quelli che assicurano loro le poltrone) con la scusa di combattere il Covid ci hanno chiusi in casa togliendoci tutte le più elementari libertà costituzionali, senza peraltro risolvere il problema del contagio e senza nemmeno tentare soluzioni alternative. Un tempo la sinistra sosteneva in ogni sua forma la libertà, adesso ce la toglie con la dittatura sanitaria.

Ma non è di questo che voglio parlare, quanto piuttosto dell’atteggiamento che i signori della sinistra italiana hanno nei confronti della società e specificamente degli avversari politici, coloro cioè che legittimamente non accettano il pensiero marxista e credono in una società liberale dove l’individuo viene prima dello Stato e ha tutto il diritto di realizzare la sua personalità e di non essere massificato. Quello che vedo adesso nella nostra politica è che la sinistra di un tempo si è divisa in due settori alquanto diversi tra loro, benché abbiano in comune l’odio per gli avversari e la presunzione di essere sempre dalla parte del giusto. Il primo settore è quello dei nostalgici del comunismo, delle barricate, del ’68, della cosiddetta “lotta di classe”, quelli cioè che io chiamo “i nipotini di Stalin”. Costoro, nonostante che i sistemi comunisti abbiano fallito in tutto il mondo e si siano rivelati nient’altro che bieche dittature con sulla coscienza milioni di vittime, continuano a rimpiangere quei sistemi e a inneggiare ai loro miti come la Resistenza e i partigiani (che hanno anch’essi sulla coscienza orrori non inferiori a quelli degli altri) e soprattutto a vedere chi la pensa diversamente da loro non come un avversario con cui dialogare civilmente, ma come un nemico da abbattere, con qualunque mezzo possibile. Per questo, nonostante che il fascismo sia finito da quasi 80 anni, costoro continuano a vedere i “fascisti” da tutte le parti, usano ancora questo titolo infamante per bollare gli avversari; con loro non puoi discutere sui social o altrove, perché appena esprimi un pensiero non collimante con il loro ti applicano subito la famosa etichetta di “fascista”, senza pensare a quanto sono ridicoli. E’ come se in Francia si bollassero gli avversari politici col termine di “giacobino” o “sanculotto”, o come se in America si usassero ancora i termini “nordista” e “sudista”. Il fascismo appartiene alla storia, è un’epoca passata che non può ritornare, ma i nipotini di Stalin continuano ad additare questo pericolo, a tenere in vita un nemico inesistente per far sopravvivere la loro ideologia sconfitta dalla storia. In realtà il marxismo è una religione, laica ma sempre religione, ed ha i suoi templi, il suo Dio sulla terra, i suoi adepti fondamentalisti; e come tutte le religioni è esclusivista, intollerante, carico d’odio verso gli “infedeli”. O la pensi come me o sei maledetto: così si esprimono, tra le righe, i comunisti doc come l’ex presidente della regione Toscana, che definisce Salvini “canaglia politica”. Dalle sue parole traboccanti di odio si nota bene che, se potesse, non esiterebbe ad eliminare fisicamente l’avversario, così come facevano i suoi idoli Stalin, Mao e Pol Pot. Non può, e allora si sfoga con gli insulti.

A questa sinistra miope e becera se ne affianca però un’altra, più raffinata ma altrettanto subdola e carica di odio: quella dei radical-chic, gli pseudo intellettuali che ancora purtroppo occupano quasi tutti i centri di cultura e diffusione delle idee, come la TV, i social, la carta stampata, le scuole e le Università. Costoro si ritengono gli unici depositari della Cultura e della Verità, tanto da considerare idioti, buzzurri, rozzi e (nel migliore dei casi) disinformati tutti coloro che si distaccano dal loro pensiero; e a dir la verità sono riusciti in questo intento, tanto che dal ’68 in poi in Italia non si può essere considerati persone colte se non si è di sinistra, questo ci vuole per ricevere la patente di intellettuale, altrimenti sei solo uno scribacchino o un impostore. Nelle Università si è proceduto per decenni all’indottrinamento marxista, e tanti studenti si fingevano e si fingono di sinistra per poter superare gli esami! La casta radical-chic ha ormai perso del tutto il contatto con i lavoratori ed il cosiddetto “proletariato”, perché i ceti meno abbienti della società, un tempo serbatoio di voti per il PCI, adesso votano Lega o Cinque Stelle; adesso gli intellettuali sinistroidi con la puzza sotto il naso sono ricchi, dalle loro ville di Capalbio e della Sardegna disprezzano le persone di rango inferiore, e si sono dedicati non alla difesa dei lavoratori ma delle cosiddette “categorie svantaggiate” o minoritarie come i gay, gli immigrati, i “diversi” in genere, ed hanno imposto anche da noi il ridicolo “politicamente corretto” che ingabbia il pensiero e costringe ipocritamente anche a nascondere la verità, perché se chiami un cieco “non vedente”, egli con ciò non riacquista la vista. Su questo piano si aggiunge alla battaglia contro i mulini a vento anche l’orda delle nuove femministe, che pretende di declinare al femminile tutti i nomi, come se questo migliorasse la condizione della donna o aumentasse lo stipendio delle lavoratrici. E’ di moda oggi sfondare le porte aperte!

Anche questo secondo settore della sinistra, quello dei radical-chic, è ugualmente implacabile e carico d’odio contro gli avversari, ma lo manifesta in modo diverso dai nipotini di Stalin: anziché l’insulto rozzo e becero utilizza l’arma dell’ironia, del sorrisino beffardo dietro il quale si nasconde un’infinita presunzione di superiorità, il presupposto ideologico secondo cui l’avversario, poiché non la pensa come me, è necessariamente inferiore, misero, disinformato. Quando partecipano a qualche dibattito con persone di centro-destra, tale è l’atteggiamento di questi “intellettuali” o presunti tali: docenti universitari come Asor Rosa o Canfora, “scrittori” (tra virgolette) come Saviano, Carofiglio, la Murgia ecc., giornalisti sussiegosi come la Gruber o la De Gregorio raramente offendono gli avversari, molto più spesso li sbeffeggiano, li ridicolizzano, li guardano dall’alto in basso con un sorrisino di commiserazione, senza neanche tentare – molto spesso – di argomentare e di capire le ragioni altrui. Ma nell’applicare la logica del marxismo sono anch’essi implacabili con quelli che considerano loro nemici: basti vedere come hanno agito con Berlusconi per vent’anni e quello che stanno facendo adesso con Salvini, approfittando cioè di una magistratura corrotta e compiacente per eliminare quegli avversari che non riescono a battere con i mezzi della democrazia. Con questo ignobile metodo non fanno altro che confermare la natura profondamente antidemocratica e intollerante della sinistra italiana, che ha più volte cambiato nomi e persone ma che nella sostanza resta sempre la stessa. Non ci sono più le purghe staliniane, non ci sono più le spranghe e le bottiglie molotov che usavano negli anni ’70 quando io, mio malgrado, mi sono trovato in faccia a loro all’Università, ma il presupposto ideologico di fondo è sempre lo stesso: noi siamo i “migliori”, noi abbiamo la Verità, noi siamo la Giustizia, chi la pensa diversamente è un fascista, un troglodita e se ha una qualche visibilità sociale è un nemico da eliminare, con ogni mezzo. Con i nemici non si discute, li si toglie di mezzo e basta; se non si possono usare le armi vere e proprie, si usano quelle dell’insulto, del dileggio, della diffamazione, dell’emarginazione sociale di chi non accetta il “politically correct”.

Con queste premesse si comprende facilmente che l’Italia è rimasta molto indietro rispetto agli altri Paesi dell’Occidente, dove il dialogo tra avversari politici si svolge con pacatezza e rispetto delle opinioni altrui. Qui siamo rimasti al 1945, alle retorica del 25 aprile, alla fede in un’ideologia che fin dalla sua nascita nel 1848 con il “Manifesto” di Marx ed Engels non prevedeva altro che la conquista violenta del potere e l’eliminazione fisica degli avversari. Negli altri paesi si sono fatti i conti con il passato, da noi la democrazia non è una realtà consolidata, ma solo una parola priva di significato.

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Osservazioni sull’8 marzo e sul femminismo

Ieri, 8 marzo, era la “giornata internazionale” della donna, e pertanto la televisione ed i social non hanno mancato di subissarci con la solita tiritera della violenza sulle donne e sulla necessità di rispettarle. Ora io dico questo anzitutto: che se fossi una donna mi indignerei per queste celebrazioni di facciata, non solo perché una giornata di per sé non rappresenta nulla e passa subito, ma anche perché le donne sono più della metà della popolazione mondiale, e quindi non possono essere ridotte a “categoria” o gruppo particolare da celebrare, come si fa con i carabinieri o gli operatori sanitari. In secondo luogo trovo del tutto fuori luogo questa insistenza su aspetti della vita sociale che riguardano tutti i cittadini, non solo le donne: la violenza è da condannare sempre, contro chiunque si rivolga, e quella contro bambini, uomini ed anziani non è certo meno deplorabile di quella sulle donne; e altrettanto vale per il rispetto, che si deve a tutti indistintamente e non solo ad un genere.

Detto questo, vorrei estendere un po’ il discorso al femminismo ed agli errori che ha fatto e che continua a fare. La richiesta della parità di diritti e delle opportunità è sacrosanta e non ci dovrebbe esser bisogno, oggi nel 2021, di combattere per questo; è vero infatti che nei secoli e nei decenni precedenti c’era discriminazione, ma oggi la situazione è molto cambiata: le donne rivestono tutte le funzioni riservate un tempo ai maschi, arrivano ad occupare le più alte cariche dello Stato, alcune di loro sono ministri ed una addirittura presidente del Senato. Io francamente non vedo oggi tutte queste discriminazioni, e se ve ne sono non dovrebbe essere difficile rimediare: la differenza di salario tra i dipendenti uomini e donne, che c’è solo in alcuni ambienti privati e non certo nel pubblico, può essere sanata con un semplice intervento legislativo. Gli altri casi dipendono da iniziative private del tutto illegali, come licenziare una donna perché è in maternità, ma qui la responsabilità è del singolo e non avviene per maschilismo o odio verso le donne, ma solo per mero interesse economico: e anche qui lo Stato dovrebbe intervenire con leggi adeguate. Ma questi problemi, che pur ci sono, non debbono far dimenticare che anche gli uomini possono essere oggetto di discriminazioni e ingiustizie: nelle cause di separazione e divorzio, specie quando ci sono figli, i giudici tendono pregiudizialmente a dar ragione sempre o quasi alla moglie, assegnandole i figli e la casa coniugale di proprietà del marito, che spesso viene sfruttato e depredato dagli alimenti che deve corrispondere e talvolta costretto persino a dormire in macchina. Uno scempio intollerabile in un Paese civile, di cui si parla poco, mentre si parla sempre dei presunti diritti delle donne violati. In questo caso è l’uomo che dovrebbe chiedere la parità di diritti e di opportunità.

Forse perché non ci sono fatti più gravi da richiamare, le femministe di oggi starnazzano su aspetti del tutto assurdi, come la necessità (secondo loro) di declinare al femminile tutti i sostantivi indicanti mestieri o cariche pubbliche: così hanno inventato orrori linguistici come “ministra”, “prefetta”, “sindaca” e peggio ancora (chissà che tra poco non pretendano che si dica “fabbra” o “falegnama”!) e si sono scagliate con violenza da Arpie contro la povera musicista Beatrice Venezi che, in occasione del festival di Sanremo, ha detto di volersi chiamare “direttore” invece che “direttrice”, perché nel linguaggio musicale la parola al femminile non esiste. Io stesso ho subito su Facebook una serie di insulti da ragazzine maleducate che vivono ancora nell’odio contro il genere maschile e ritengono che cambiare le parole possa risolvere i loro problemi. Un’altra stupida manifestazione del “politicamente corretto”, pensiero unico della sinistra che già tanti guai ha combinato nel nostro Paese.

Ma gli errori del femminismo “storico”, quello che si è manifestato dagli anni ’70 ad oggi, sono altri ed hanno provocato in società danni irreparabili. Ci si lamenta giustamente dello scarso numero delle nascite in Italia. Ma da cosa deriva questo triste fenomeno della denatalità se non dal cambiamento ideologico del genere femminile, che antepone la carriera e il divertimento personale alla necessità della famiglia e della maternità, che è il ruolo specifico che la natura ha attribuito alla donna? Oggi moltissime donne non sentono più il desiderio di maternità che dovrebbe essere insito in loro, perché dare la vita è la missione più bella che una donna possa compiere. No, oggi pensano alla cosiddetta “realizzazione” di se stesse, senza considerare che la maternità dovrebbe essere la loro più completa realizzazione. Certo, lo Stato dovrebbe aiutare la maternità in modo molto più ampio di quando non faccia adesso, ad esempio garantendo alle madri la possibilità di lavorare e assicurando a tutti i bambini il posto negli asili nido, cosa che oggi purtroppo non avviene; ma le inefficienze dello Stato ed i problemi economici non sono gli unici motivi del fenomeno; alla base di esso c’è un cambiamento del costume portato dal femminismo. Il lavoro per le donne, la loro indipendenza economica sono intoccabili, nessuno oggi sostiene ch’esse dovrebbero stare a casa e fare le casalinghe, ci mancherebbe altro; ma ciò non dovrebbe significare il rifiuto della vita di coppia e della maternità, triste risultato di una campagna di odio e di falsità durata per decenni.

L’evoluzione del costume femminile dovuta al femminismo ha portato anche altre conseguenze negative: una, che io ritengo grave anche se da molti non è considerata tale, è che molte donne hanno male inteso questo desiderio di parità con gli uomini, cioè lo hanno interpretato come la necessità di diventare uguali a loro, imitarli cioè nel bene ma soprattutto nel male. Così ci sono state molte donne che hanno assunto ruoli maschili anche nei peggiori ambienti della vita sociale, come ad esempio la criminalità; ma lasciando stare i casi estremi, quel che emerge chiaramente da questa tendenza è la rinuncia di tante donne alla femminilità, come se fosse una tara o un peso da togliersi di dosso. Così molte di loro si sono dedicate a sport un tempo solo maschili (il calcio ad esempio, o peggio il pugilato!) sacrificando e mortificando la loro natura, che dovrebbe essere incline all’amore e alla dolcezza, non certo a dare calci al pallone o a prendere a pugni l’avversaria. La femminilità, che è la qualità più attraente in una donna ancor più della bellezza, è stata da molte rifiutata perché ritenevano che per vincere sull’odiato maschio fosse necessario diventare uguale a lui: di qui il dilagare della volgarità, del turpiloquio, della sciatteria, tutte cose che, se sono sconvenienti in un uomo, tanto più lo sono in una donna. E anche l’aspetto esteriore, il modo di presentarsi e di vestire, ha risentito di questa mentalità assurda: oggi moltissime donne portano pantaloni tutti i santi giorni, non indossano mai una gonna o un vestito che sono segni tipici della femminilità, non si curano fisicamente e talvolta trascurano persino l’igiene personale. C’è da fare loro i complimenti, certo, per questi esiti del femminismo! Se è questa la parità con l’uomo che volevano raggiungere, c’è da rallegrarsi: in questa società volgare e ignorante l’obiettivo è stato raggiunto in pieno.

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A proposito di chiusure

Ascoltavo oggi un programma di Rai2 dove, come al solito, si condannava e si vituperava il comportamento di certi giovani che a Milano, zona Navigli, hanno organizzato pericolosi assembramenti sabato sera, con tanto di discoteca all’aperto e rissa finale, con buona pace del coprifuoco e delle regole anti Covid.Premetto che anch’io condanno senz’altro questi comportamenti, che sono certamente inopportuni, irresponsabili e illegali (notare la climax!), e lo sarebbero anche se non ci fosse l’epidemia; però al proposito mi sento di fare qualche riflessione.

1. Prima di tutto l’autorità statale deve decidere come far rispettare le regole che emana. In Cina avrebbero sparato addosso a questi giovani: lì lo possono fare perché c’è una dittatura, ma in Italia evidentemente occorre fare in modo diverso. Ma le autorità hanno dato indicazioni precise alle forze dell’ordine? E siamo sicuri che le forze dell’ordine siano in grado di far rispettare le norme? A me pare di no, perché a Milano hanno lasciato i manifestanti agire indisturbati per sei ore, e sono intervenuti praticamente a festa finita. Una signora, che ha chiamato il 113, si è sentita rispondere: “Ma è sicura? Sia più precisa!” La signora in questione aveva detto chiaramente che i giovani si stavano massacrando a bottigliate in faccia. Più precisa di così! E a me allora viene il sospetto che le nostre forze dell’ordine siano tanto solerti quando c’è da multare un poveretto che cammina da solo sulla spiaggia, ma quando c’è da rischiare qualcosa non siano altrettanto zelanti. Quindi il governo, le Regioni o chi altro decidano una buona volta come far rispettare le regole, e tengano lo stesso comportamento con tutti, non ci sia chi viene perseguitato per una passeggiata da solo e chi provoca assembramenti e risse senza ricevere alcuna sanzione.

2. E’ circa un anno che siamo sottoposti a questa logica perversa delle chiusure: siamo costretti a stare in casa, non possiamo uscire dal comune, adesso chiudono anche i parrucchieri ecc. Non ne possiamo più di questa dittatura politico-sanitaria, che oltretutto non risolve nulla: ottiene un abbassamento della curva dei contagi solo nello stretto periodo del lockdown e poi, appena si riapre qualcosa, i contagi riprendono, senza contare gli enormi danni economici e la rovina di intere categorie di lavoratori. Non viene il sospetto ai nostri “scienziati” del CTS e del Governo (prima di tutti al kompagno Speranza) che questo sistema non funzioni? Oltretutto la reclusione forzata provoca non solo danni psicologici ma anche un grande desiderio di libertà e di trasgressione, che è insito nella natura dell’uomo, checché se ne dica; e così c’è il rischio che chi è stato segregato a lungo, una volta che gli viene concessa un po’ di libertà si comporti peggio che se gli fosse stato permesso di vivere. La persona umana non è fatta per subire imposizioni e privazioni, specie quando non le ritiene giuste e compatibili con il proprio status di cittadino libero; perciò le trasgressioni aumenteranno se si continua con il sistema delle chiusure, ci saranno sempre più feste clandestine, i ristoranti apriranno a dispetto della norma demenziale che li fa aprire a pranzo e chiudere a cena e le persone si sposteranno anche a costo di ricevere una multa, specie quando sanno di aver rispettato i protocolli di non fare nulla di riprovevole. Chi si muove anche a 200 km da casa, ma va da solo e non fa assembramenti, non trasmette né riceve nessun virus.

3. Quello che si dovrebbe fare, a mio giudizio, è l’esatto contrario del sistema delle chiusure, inutile e dannoso: bisogna riaprire gradualmente tutto, lasciar lavorare e vivere le persone, anche perché con questo virus dovremo convivere ancora a lungo, e non è pensabile rinchiudere in casa a tempo indeterminato milioni di persone. Naturalmente il buon senso deve prevalere e debbono essere rispettati tutti i protocolli di sicurezza, intervenendo con le sanzioni quando i comportamenti sono inaccettabili come quelli dei giovani milanesi. Chi si sente libero è più propenso a rispettare le regole; chi invece si sente controllato e imprigionato cova dentro di sé un risentimento e un odio che lo spingono a disobbedire, al piacere della trasgressione, che da sempre fa parte della natura umana.

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Superiori e inferiori

Il recente caso degli insulti volgari rivolti contro Giorgia Meloni da parte di individui che non voglio qualificare per non situarmi al loro livello, mi ha riportato alla mente quella che è la situazione generale della cultura e della politica italiana. Il quadro complessivo, che comprende le sedi della politica, gli organi di informazione ed i luoghi ove si produce cultura, cioè soprattutto le Università, è desolante: nel nostro Paese infatti, a differenza di quanto avviene altrove, abbiamo una sinistra che si ritiene unica depositaria del Sapere e della Verità, mentre tutti gli altri, quelli che non aderiscono al loro Verbo, sono stupidi, rozzi, peracottari e pescivendoli o anche, nel migliore dei casi, disinformati. Da qui nasce l’insulto, la delegittimazione dell’avversario, da un presunto senso di superiorità che gli esponenti della sinistra, siano essi politici, giornalisti o professori universitari, vantano nei riguardi di tutti coloro che non condividono la loro ideologia.

Il fatto è grave, gravissimo, perché una società dove l’altro da sé non è un avversario da contrastare con i mezzi della democrazia, ma un nemico da abbattere, da disprezzare, da mettere all’angolo come indegno di esprimere le proprie idee, è una società fallita. Un ambito politico-culturale dove, ancora a distanza di 76 anni dalla fine del regime mussoliniano, si continua ad usare la parola “fascista” contro chiunque non sia di sinistra, non è un ambito che possa dirsi aperto al dialogo, perché chi riceve quell’appellativo insultante è immediatamente, per questa sua caratteristica, escluso dal dialogo e dal confronto. La responsabilità della grave arretratezza dell’Italia in campo ideologico, dove non si sono ancora fatti i conti con un passato di 80 e più anni fa e si continua ad accusare una parte politica di far parte di quel passato che non esiste più da tanti decenni, è tutta della sinistra, alla quale conviene mantenere in vita un nemico inesistente per legittimare le proprie convinzioni, scosse dagli avvenimenti storici che hanno dimostrato il completo fallimento dei criminali regimi comunisti.

Quello che a me fa più orrore, per riprendere l’argomento di prima, è la presunta superiorità della sinistra dal punto di vista umano e culturale. E sotto questo profilo quel che mi fa saltare i nervi non sono tanto gli insulti beceri come quelli rivolti a Giorgia Meloni, bensì l’atteggiamento derisorio, irridente che i radical-chic di sinistra stile Augias, Canfora, Asor Rosa e tanti altri hanno nei confronti degli avversari, i cui argomenti vengono accolti da questi “luminari” con sorrisini di compatimento, che stanno a indicare una presunta superiorità naturale, che vede l’altro da sé non come una persona che argomenta e ragiona, ma come un fenomeno da baraccone, qualcuno di cui bisogna sorridere beffardamente. Questo atteggiamento per me è peggiore degli insulti, perché io, anche nell’ambiente di lavoro dove sono vissuto ed in tutti i rapporti sociali, preferisco essere offeso piuttosto che deriso, diventare cioè zimbello di chi, non si sa con che diritto, si ritiene ontologicamente superiore.

Già al tempo della mia frequentazione delle Università toscane di Firenze e di Siena mi dovetti confrontare con questo clima di assolutismo comunista, che spesso sconfinava nella violenza contro chi non si allineava e permeava a tal punto l’ambiente dal presumere come ovvietà riconosciuta il fatto che tutti, docenti e studenti, dovessero necessariamente essere di sinistra; e se non lo eri dovevi tacere e non rivelare il tuo pensiero, altrimenti rischiavi il pestaggio e l’emarginazione. Questo clima di dittatura culturale, che io trovavo ingiusto e soffocante, è proprio quello che mi ha indotto a odiare la sinistra e l’ideologia marxista, per un desiderio legittimo di libertà di pensiero che allora mi veniva negata. Mi ricordo che negli anni ’70 a Siena c’era un docente che durante le lezioni apostrofava gli studenti con il titolo di “compagni”, e questo la dice lunga sul clima asfissiante che vi si respirava.

La presunta superiorità della sinistra, che ha occupato ed occupa ancora tutti i maggiori centri di cultura (le Facoltà universitarie a indirizzo umanistico, televisioni, giornali ecc.) è dovuta anche al fatto che, dagli anni ’60 in poi, nessuno ha saputo contrastarla: non il pensiero cattolico, che è rimasto sempre ai margini del panorama culturale ed è stato per lo più autoreferenziale, né la destra moderata, che non ha saputo esprimersi con intellettuali coraggiosi che osassero sfidare l’odioso predominio della parte avversa, e quando ha tentato di farlo era ormai troppo tardi.Oggi non c’è più il terrorismo brigatista e la sinistra bombarola degli anni ’70, ma esiste ancora una presunzione di eccellenza, una supponenza che va avanti da decenni e che ha influenzato profondamente la cultura italiana, indottrinando milioni di persone con una visione partigiana della storia ed anche della letteratura: i libri di testo ancora in uso nelle scuole sono quasi tutti orientati a sinistra, fatti storici importanti vengono ancora taciuti o sottovalutati, ed è stata creata artatamente una mitologia della resistenza e di certi valori e certe persone la cui applicazione ed il cui comportamento sono stati nella realtà molto meno “eroici” di quanto ci hanno lasciato credere. E chi osa mettere in dubbio qualcuno di quei miti viene subito etichettato come “fascista” ed escluso dal dialogo e dal consorzio sociale, allo stesso modo in cui il pensiero unico “politicamente corretto” sostenuto dalla sinistra mette al bando come “indegni” coloro che giudicano in modo diverso dal loro i problemi dell’immigrazione, delle minoranze ecc.

Da molti anni io sono profondamente disgustato dall’odioso atteggiamento di chi insulta, deride o delegittima l’avversario sentendosi ontologicamente superiore, non solo perché non vedo le ragioni di questa presunta superiorità, ma anche perché sono consapevole che con questa sinistra non è possibile un dialogo aperto e rispettoso delle idee altrui. Non si può parlare con chi ti insulta o ti sbeffeggia perché non condividi le sue idee, e questo è un gravissimo danno non per le persone singole, ma per il futuro democratico del nostro Paese.

Nel mio piccolo, per quel che posso, ho cercato di dimostrare che per essere persone di cultura non è necessario obbligatoriamente appartenere alla sinistra: nel mio ambito di competenza, che sono le letterature classiche, ho pubblicato libri, articoli e recensioni per un totale di 27 pubblicazioni, ed altre ne sto preparando, per non dire dei numerosi articoli a contenuto letterario inseriti nel mio blog personale. Non credo siano molti gli insultatori del web ancora fedeli alla falce e al martello in grado di esibire titoli di questo livello.

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La falsa attualità dell’antico

In ogni tempo, e verso qualunque autore letterario, la critica ha esercitato la sua volontà interpretativa, spesso andando anche al di là di quello che l’autore stesso aveva detto o voleva esprimere: mi ricordo che Eugenio Montale, quando leggeva certi commenti alle sue poesie, protestava perché i suoi interpreti gli avevano fatto dire anche ciò ch’egli non si era mai sognato di dire. Ed eccessi critici di questo genere ce ne sono stati a iosa per molti poeti e scrittori, da Dante a Machiavelli, da Manzoni a Leopardi fino agli autori più recenti, nelle cui opere si è voluto trovare ciò che non c’era affatto. Ma tant’è: si sa che la critica è fatta anche per questo, per infiorettare tutto e spesso anche per rendere complicate le cose semplici.

Purtroppo questo accanimento esegetico, che tende a far dire ad un poeta o uno scrittore ciò che non ha mai detto solo perché ciò fa comodo all’interprete, si è esercitato anche sul mondo classico greco e romano, spesso attualizzato maldestramente e strumentalizzato per giustificare e valorizzare idee e ideologie che sono un esclusivo portato dei tempi moderni, e quindi con quel mondo non hanno nulla a che fare. E debbo dire, senza timore di smentita, che tali mistificazioni sono state operate quasi sempre dalla critica marxista, in cerca di conferme e di testimonianze atte ad avvalorare una determinata ideologia; ma a ben vedere si può notare chiaramente che si tratta di palesi e spesso pacchiane falsificazioni.

Farò tre esempi al proposito. Il primo riguarda alcuni autori classici che, a loro danno e senza alcun riguardo, sono stati immaginati come portatori di principi e di contenuti a loro assolutamente estranei. Così il povero poeta comico Terenzio è stato definito “rivoluzionario” e visto come un detrattore e potenziale sovvertitore della società romana aristocratica del tempo, mentre è vero l’esatto contrario, perché per lui – che viveva sotto l’ala protettiva della ricca e nobile famiglia degli Scipioni – l’eventuale critica alla mentalità romana tradizionale restava sempre sul piano strettamente etico, senza mai avanzare il minimo dubbio nei confronti del potere costituito. Ancor peggio è andata a Lucrezio, nella cui opera un critico marxista inglese ha visto addirittura i germi della lotta di classe; idea, questa, che merita soltanto una sonora risata, perché al tempo del poeta mancavano circa diciannove secoli prima che questa teoria fosse esplicitata da Marx ed Engels. Come terzo esempio potrei portare quello del favolista Fedro, che per alcuni critici esprimerebbe la voce dei diseredati e conterrebbe addirittura i germi di una rivoluzione proletaria; ma in realtà la rassegnata presa di posizione del favolista tende a rappresentare una realtà sociale che giudica immutabile, mentre nulla di nulla può essere trovato in lui che metta anche lontanamente in discussione l’assetto sociale della prima età imperiale romana. Anzi, quando parla dell’imperatore Tiberio, lo fa con tutta la deferenza ed il rispetto tipici di un suddito fedele.

Un’altra mistificazione del mondo antico andava molto di moda negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, quando opere prodotte migliaia di anni fa venivano rappresentate e interpretate in chiave moderna, travisando completamente il messaggio culturale che quelle opere avevano voluto dare al mondo. Il genere più strumentalizzato in quel periodo fu la tragedia greca, le cui rappresentazioni moderne adombravano non soltanto allusioni, ma addirittura scoperti riferimenti all’attualità: così nel Prometeo di Eschilo Zeus, che approfitta del proprio potere tirannico per opprimere il Titano che gli si oppone, diventava il Presidente degli Stati Uniti d’America, mentre Prometeo, l’oppresso, diventava la controfigura dei vietcong che combattevano – durante la guerra del Vietnam – contro l’oppressore americano. Ciascuna persona dotata di un minimo di intelligenza critica può valutare la colossale stupidità di queste mistificazioni, che del tutto non sono cessate neppure oggi: nel 2019 infatti, in occasione del festival della tragedia classica del teatro greco di Siracusa, è stata rappresentata l’Elena di Euripide dove, di fronte alla richiesta di Menelao di essere accolto in terra d’Egitto, la serva rispondeva “Non si può: i porti sono chiusi”. Si era nel periodo del primo governo Conte, con Salvini ministro degli Interni. Si può ben capire quindi a chi si riferiva questa spiritosa allusione.

Purtroppo il mondo antico, con la bellezza e l’eterna validità dei suoi messaggi umani e culturali, è spesso preda di queste assurde forzature interpretative. L’ultima in ordine di tempo è quella che cerca di trovare in autori classici la giustificazione del buonismo moderno circa l’accoglienza dei migranti che arrivano sulle nostre coste, certo non sempre con buone intenzioni né per sfuggire a guerre inesistenti. Così un latinista autorevole come Maurizio Bettini, seguito da altri della sua scuola, ha preso a pretesto il I° libro dell’Eneide di Virgilio, dove la regina Didone ospita Enea ed il suo popolo vittime di un naufragio, per affermare che anche oggi dovremmo fare la stessa cosa, cioè accogliere tutti coloro che giungono sulle nostre coste. E l’anno scorso qualcuno ha fatto anche peggio di lui: ha cioè nobilitato Carola Rackete, la scafista tedesca che ha violato le leggi del nostro Paese ed ha anche tentato di speronare una motovedetta italiana, paragonandola nientemento all’Antigone di Sofocle, la giovane donna che disobbedisce al divieto di Creonte di seppellire Polinice per senso di umanità, in quanto “nata per l’amore e non per l’odio”. Io mi chiedo come sia possibile e razionale accomunare realtà così diverse, lontane non solo dal punto di vista cronologico ma anche da quello etico-sociale, per giustificare il buonismo moderno, scomodando addirittura Sofocle per avallare l’operato illegale di chi disobbedisce e sbeffeggia le leggi di uno Stato diverso dal proprio.

In conclusione debbo dire che, da studioso del mondo classico, mi rammarico di fronte a queste assurde mistificazioni, che strumentalizzano il pensiero degli antichi per far dire loro ciò che non hanno mai detto solo perché fa comodo ad una certa ideologia. Con questo non intendo dire che gli autori classici non siano attuali: dal punto di vista dei sentimenti umani c’è sicuramente una profonda continuità, perché le gioie e i dolori provocati dall’amore, tanto per fare un esempio, sono stati scoperti da Saffo e da Catullo ma sono gli stessi anche oggi, e questo conferisce un’eterna validità alla loro poesia; lo stesso può valere per l’etica e la socialità, per cui i consigli di Seneca o di Quintiliano possono essere applicati – mutatis mutandis – anche nel nostro tempo. Ma per quanto riguarda l’amministrazione delle comunità, la politica e l’economia non possiamo semplicemente, così tout court, prendere esempio dall’antichità per fare altrettanto nel nostro tempo, altrimenti dovremmo considerare anche ciò che è profondamente contrario alla mentalità di oggi. Nell’antica e democratica Atene, ad esempio, venivano puniti con la pena di morte anche reati per i quali adesso non si va più neanche in prigione; se dunque gli interpreti moderni fossero coerenti con la presunta attualità del mondo antico, dovrebbero auspicare anche la validità di questa usanza, dalla quale invece tutti ci teniamo lontano, nel comune rifiuto della pena di morte. Non si può riprendere da una civiltà solo ciò che ci fa comodo, falsando oltretutto un pensiero che, per tanti motivi, è lontanissimo dal nostro. Ma purtroppo certe ideologie moderne, protagoniste nella storia recente di un totale fallimento, si aggrappano dappertutto, anche sugli specchi, per poter sopravvivere.

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Il governo della vergogna

Lo spettacolo che abbiamo visto l’altro ieri al Senato è veramente penoso. A parte la povertà lessicale e la scarsissima efficacia oratoria dei relatori (Cicerone si sarebbe tappato le orecchie), quello che fa veramente orrore è un governo che, pur di restare sulle poltrone, mette in atto uno squallido mercato delle vacche per raccattare voti: così è partita la caccia ai trasfughi, ai voltagabbana, ai traditori degli ideali di un tempo e degli stessi elettori che li hanno votati. Il tutto in barba alla democrazia e per un solo scopo: mantenere la poltrona e l’immeritato stipendio, nella consapevolezza che in caso di elezioni, anche a causa della stupido e demagogico taglio dei parlamentari, molti di loro non sarebbero rieletti. Ecco quindi che, con la maschera ed il pretesto della pandemia, si tiene in vita un governo di zombies, di incompetenti, di rinnegati, che si tengono a galla artificiosamente e a danno del Paese. Per questo motivo io non trovo affatto giustificate le critiche a Renzi per aver aperto la crisi in questo momento: nella sua requisitoria contro Conte ha detto cose sacrosante, denunciando ritardi, autoritarismi ed inefficienze spaventose. Lo si è criticato e insultato perché in tempi di pandemia, secondo alcuni in malafede, non si può aprire una crisi né votare; ma ciò dimostra solo che il Covid-19 è il miglior alleato di Conte, che continua a cavalcare il virus per arrogarsi un potere assoluto per il quale non è stato eletto da nessuno e che è totalmente fuori della Costituzione.

A questo riguardo debbo però dire che neanche l’opposizione in Italia è efficace, perché non svolge bene il suo compito e non colpisce come e dove dovrebbe. Si continua a rinfacciare al governo scelte scellerate come i banchi a rotelle o i bonus per i monopattini; queste sono in effetti segni di incapacità e di incompetenza, ma non sono certo le motivazioni più gravi per cui Conte e compagnia dovrebbero dimettersi immediatamente. Le azioni più gravi e deprecabili di questo governo riguardano la gestione della pandemia, per affrontare la quale hanno saputo solo chiudere, togliere ai cittadini le libertà fondamentali e provocare il fallimento di intere categorie. Con questa politica il disastro economico di cui tra breve vedremo le conseguenze produrrà disastri molto più gravi di quelli del virus.Vediamo da ogni parte le giuste proteste dei ristoratori, dei gestori di bar, di strutture turistiche messe a terra, di gestori di palestre, cinema e teatri. Tutti costoro sono stati costretti a chiudere, senza adeguati risarcimenti, in modo violento e autoritario, con la minaccia delle multe e addirittura di revoca delle licenze; è questa la prova di un governo arrogante e incapace, che ricorre alla violenza perché non sa gestire nulla e procede al buio, in una ininterrotta serie di contraddizioni e di incertezze. Vogliono riaprire le scuole, ed io su questo sono d’accordo, perché la Dad non è scuola, gli studenti se ne approfittano per non fare nulla, convinti come sono di essere promossi ugualmente. Ma siamo certi che le scuole o i mezzi di trasporto, dal punto di vista del contagio, siano più sicuri dei ristoranti, dei bar, dei cinema e dei teatri? Una volta prese le misure necessarie, perché non riaprire tutto e lasciar vivere e lavorare le persone? La soluzione del problema economico non sta nei cosiddetti “ristori”, che sono del tutto insufficienti e che comunque non possono durare in eterno; la soluzione sta invece nel lasciar vivere, muoversi e lavorare le persone, ovviamente seguendo tutti i protocolli di sicurezza previsti.

Perché il governo non si fida dei cittadini, al punto di dover ricorrere sempre alla violenza bruta delle multe, dello stato di polizia, dei carabinieri che inseguono con i droni un poveraccio che fa una passeggiata da solo sulla spiaggia? Perché non dare fiducia ai cittadini, i quali sanno che non è nel loro interesse fare assembramenti e favorire la circolazione del virus? Ciascuno tiene alla propria salute e non ha alcuna voglia di metterla a rischio; quindi, visto che con questo virus dovremo ancora convivere per molto tempo, perché non dare fiducia alle persone e lasciarle andare al ristorante, al bar, al cinema e al teatro con tutte le precauzioni del caso? Le persone che vivono in quei settori non chiedono l’elemosina dei “ristori”, chiedono di poter lavorare.Questo avrebbe dovuto dire l’opposizione al Senato, e avrebbe dovuto anche rinfacciare a Conte l’illegittimità dei DPCM con cui ci ha chiuso forzatamente agli arresti domiciliari, compiendo un atto gravissimo e incostituzionale e senza neanche passare per il Parlamento. Questa non è democrazia, è un regime; un regime nel quale il presidente del Consiglio assurge a rango di dittatore e si crede arbitro e padrone delle nostre vite. Questo avrebbero dovuto urlare i rappresentanti dell’opposizione, che cioè non si può prendere la scusa del virus per instaurare una dittatura e per mantenere all’infinito un potere assoluto che non solo è contrario ad ogni principio democratico, ma è esercitato oltretutto da un esecutivo formatosi con un ignobile inciucio tra partiti che si odiavano fino al giorno prima e tenuto in piedi con la stampella dei transfughi e dei voltagabbana.

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Importanza storica e letteraria delle “Confessioni” di S.Agostino

L’opera a carattere autobiografico più importante di Agostino sono certamente le Confessioni, in 13 libri, composte durante il primo periodo dell’episcopato di Ippona, forse tra il 397 e il 400. Il titolo allude alla pratica, frequente nelle comunità cristiane primitive, di confessare pubblicamente i propri peccati per farne piena ammenda; tale è il significato precipuo dell’opera agostiniana, che ripercorre le vicende personali dell’Autore non a scopo informativo ma come riferimento ad un percorso spirituale che, prendendo avvio dall’errore giovanile, lo ha portato a liberarsi dal male e ad avvicinarsi finalmente a quel Dio che per tanto tempo ha ricercato. Le Confessioni quindi, pur recando memoria delle analoghe opere del mondo classico, non vanno intese come un’autobiografia nel senso invalso di racconto di vicende private, ma come un viaggio iniziatico dall’oscurità alla luce, dal male al bene, del quale gli eventi personali sono soltanto il riflesso esteriore.  L’opera può sommariamente dividersi in due sezioni, apparentemente in contrasto tra loro: la prima, che comprende i libri I-IX, ripercorre le tappe della vita del Nostro dalla prima infanzia alla morte della madre Monica, mentre la seconda (libri X-XIII) affronta argomenti diversi come le facoltà umane, soprattutto la memoria, nella ricerca di Dio (libro X) e il problema della creazione attraverso il commento alla Genesi (libro XI), che continua anche nei libri XII e XIII toccando anche altre tematiche quali la limitatezza della ragione umana e il dogma della Trinità.  

Il lettore moderno trova difficoltà a intravedere l’unità dell’opera e ad collegare razionalmente i primi nove libri con gli altri quattro; ma tale unità va ricercata non nello sviluppo cronologico delle vicende narrate, bensì nell’itinerario mistico dell’anima: essa intraprende un viaggio di purificazione che dal peccato giunge alla conversione, ma che anche dopo di essa sente l’esigenza intima di continuare il dialogo con Dio, per arrivare alla comprensione del misteri religiosi mediante l’esegesi delle Sacre Scritture. Siamo di fronte ad un superamento della prospettiva letteraria classica, che prendeva le mosse dalla contemplazione della realtà esteriore per risalire per suo tramite dal particolare all’universale; richiamandosi invece alle Sacre Scritture ma tenendo conto anche di Platone e del neoplatonismo, Agostino pone in primo piano il mondo divino, l’iperuranio cristiano, di cui le cose sensibili non sono che un mero riflesso ed a cui l’uomo mortale non è legato mediante la scienza o la filosofia, ma per mezzo delle fede e della Grazia divina. Il percorso iniziatico compiuto in mezzo alle miserie del mondo altro non è che un cammino catartico (cioè purificatore) che, per quanto più attraversa il degrado e l’abiezione, tanto più si rende degno di ascendere alla beatitudine eterna. Una simile concezione dell’opera letteraria non era compresa nella mentalità greca e romana, ed in questa diversità ideologica consiste appunto la più grande originalità dell’opera agostiniana; dal punto di vista del contenuto e dei motivi letterari che vi compaiono, invece, le Confessioni non sono aliene dalle reminiscenze classiche di opere introspettive ed autobiografiche quali erano, ad esempio, i Ricordi di Marco Aurelio (scritti in greco) e le Metamorfosi di Apuleio. La conclusione che ricaviamo da quanto esposto è che l’opera di cui trattiamo non può rientrare nei canoni della biografia classica, perché l’angolo visuale da cui la realtà è osservata risulta completamente diverso: anche nel racconto degli eventi personali dello scrittore, in effetti, non contano i fatti in sé ma le reazioni emotive e psicologiche che da essi scaturiscono. Un esempio per tutti può essere l’episodio del furto delle pere narrato nel libro II, sul quale Agostino insiste a lungo e mostra un sentimento di contrizione e di pentimento che, francamente, appare eccessivo al lettore moderno in rapporto all’entità del fatto in sé; ma la lunga riflessione dedicata all’episodio non ha di mira l’evento contingente, bensì il principio universale del delitto gratuito, quello cioè che è compiuto con l’unico scopo di piegarsi al fascino del male.  

Ma le perplessità del lettore moderno nella lettura delle Confessioni non finiscono qui: ci si trova infatti di fronte ad un tono narrativo totalmente nuovo, che mescola continuamente le reminiscenze classiche con l’esegesi biblica (soprattutto i Salmi), il racconto con la preghiera. Anche nella dimensione stilistica dell’opera notiamo quest’amalgama di matrici culturali diverse: le parti mistiche e dedicate alla preghiera adottano un’espressione elevata, magniloquente e non di rado soffusa di un afflato lirico degno dei più grandi poeti; le parti narrative, al contrario, si caratterizzano per l’adesione ad un linguaggio moderato e spesso colloquiale. Il ricordo della retorica classica è comunque tutt’altro che sbiadito, giacché a periodi brevi e paratattici si affiancano anche, nei punti di maggior elevatezza dottrinaria, lunghi periodi ipotattici di ascendenza ciceroniana. Va poi osservato che l’introspezione psicologica tipica di questo capolavoro agostiniano si manifesta anche a livello formale, mediante il frequente ricorso alle esclamazioni, alle interrogazioni retoriche, alle figure foniche efficaci soprattutto nella lettura ad alta voce prevalente nell’Antichità. Anche per questi motivi, oltre che per il contenuto, le Confessioni sono da considerare una delle più grandi opere della letteratura latina; al suo fascino si sono ispirati i grandi poeti e pensatori che hanno percorso dopo Agostino un iter esistenziale alla ricerca della verità e della purezza, da Dante a Petrarca, da Manzoni a Kierkegaard.

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Psicologia ed arte nell’opera di Tacito

All’ideologia ed alla concezione della storia sono legati, in Tacito, tutti quei procedimenti narrativi e quei caratteri formali e stilistici che fanno della sua opera un autentico prodotto artistico. Notiamo anzitutto che la centralità delle figure umane nell’interpretazione degli eventi e delle cause comporta una forte dilatazione dell’elemento psicologico, che è attuata mediante una tecnica di costruzione dei caratteri ben più minuziosa e curata rispetto ad altri ambiti culturali e letterari. Fermo restando il pessimismo di fondo che lo induce a individuare nella natura umana più i difetti che le virtù, lo storico delinea il ritratto fisico e morale dei suoi personaggi con grande abilità descrittiva; e se le figure di minor rilievo vengono costruite in uno spazio limitato, molto più complessa è la psicologia dei veri protagonisti dell’opera come Agricola, Otone, Vitellio, Tiberio, Nerone e così via. Per questi grandi personaggi la delineazione del carattere non avviene in un momento determinato, ma viene a determinarsi nel corso della narrazione come somma di atteggiamenti, di azioni e di parole dalle quali emerge a poco a poco una struttura mentale che resta poi definitiva ma che non è mai monolitica. A tal riguardo può giovare un breve confronto con altri storici come Livio: in quest’ultimo i personaggi di rilievo (specie quelli dei primi libri) hanno tratti psicologici comuni, quali ad esempio l’antica virtus romana che li induce a battersi per il comune interesse della collettività, ed in ciò si assomigliano tutti; in Tacito invece ogni carattere, se pure può avere tratti comuni con altri, percorre una propria via interiore costellata di eventi personali, problemi intimi e familiari, così che vengono a formarsi individualità che vivono ciascuna nel suo mondo ed emergono sugli altri come i grandi personaggi della tragedia greca.  

Se vogliamo portare un esempio di quanto stiamo affermando, nessuno è più adatto di quello che riguarda due imperatori protagonisti degli Annales, Tiberio e Nerone. Il primo dei due, pur naturalmente portato alla crudeltà, ha come assopito in sé questo suo tratto, al punto da rivelarsi all’inizio del suo regno un buon sovrano, capace di gestire in modo equilibrato gli affari di Stato; in seguito però, sia per il malefico influsso di Seiano che per il peso stesso del potere, emerge in lui una forte diffidenza nei confronti del prossimo che lo porta ad isolarsi, a tormentarsi ed infine a reagire con violenza contro chiunque potesse apparirgli – nella sua mente malata – come un pericolo o un rivale: ecco quindi che l’iniziale crudeltà del personaggio riemerge nel corso dei suoi ultimi anni, ma la sua ricomparsa non è casuale, bensì provocata sia da una disposizione naturale che da un insieme di fattori esterni accuratamente vagliati e approfonditi dallo storico con mirabile sapienza e capacità di analisi. Una caratterizzazione indiretta, cioè operata mediante la descrizione delle sue azioni e dei suoi comportamenti, è anche quella di Nerone, il cui celebre ritratto tracciato da Tacito è poi rimasto indelebile per quasi due millenni. I suoi tratti distintivi sono la crudeltà, la stravaganza, l’istrionica tendenza ad esibirsi; ma essi non vengono in luce all’inizio, quando nel giovane imperatore prevalgono piuttosto l’indecisione e l’insicurezza che lo portano ad affidarsi (con risultati positivi, ma del tutto indipendenti dalla sua volontà) a buoni consiglieri come Seneca e Trasea Peto; soltanto più tardi, quando la malefica influenza di Tigellino e l’oppressione della madre dispotica lo inducono a liberarsi di lei, Nerone imbocca la via del delitto e da quella non esce più, per il semplice fatto che la malvagità era già in nuce dentro di lui, se pure non si palesava con chiarezza. Anche qui i passaggi psicologici sono molto rilevanti: Tacito non si limita infatti a registrare i vari cambiamenti di Nerone che da sovrano illuminato lo porteranno a divenire il mostro sanguinario che tutti conosciamo, ma ne indaga le motivazioni profonde scrutando i pensieri, i timori, i sospetti, le gioie maligne del personaggio in modo da analizzare con precisione scientifica il succedersi delle varie fasi e comprendere a fondo i mutamenti psicologici che danno vita all’immagine conclusiva. Il pessimismo tacitiano, portato a vedere ovunque il male ed il vizio, agisce in questo processo come propulsore ma non altera l’acutezza dell’indagine: la crudeltà e l’esibizionismo di Nerone, in effetti, non sono dati preconcetti ma emergono dalle sue azioni e reazioni di fronte agli eventi esterni, all’operato altrui, ai consigli che riceve ecc.  

L’arte narrativa di Tacito, che non rinuncia alla ricerca della verità storica ma che abbellisce questa verità con squarci descrittivi di grande valore artistico, risente di due forme di storiografia già attive nella letteratura ellenistica: quella cosiddetta “pragmatica”, che mirava alla ricostruzione oggettiva degli eventi, e quella chiamata “tragica”, che accentuava la drammaticità dei fatti narrati ed intendeva così coinvolgere emotivamente i lettori. In questa ripresa della tradizione greca Tacito evita però ogni elemento romanzesco ed ogni inutile sentimentalismo, preferendo concentrarsi, sulla scia di Sallustio, sulla psicologia dei personaggi e sull’arte del ritratto. La variegata galleria di tipi umani che riscontriamo nelle pagine delle Historiae e degli Annales, in effetti, è ben lungi dall’essere statica e univoca: in molti personaggi, anche di minor rilievo rispetto agli imperatori, emergono tratti insoliti e persino contraddittori, che contrastano evidentemente con la fissità caratteriale propria dell’analisi operata da altri autori, quali ad esempio il contemporaneo Svetonio. Per limitarci agli esempi più noti, prendiamo due figure anche altrimenti celebri, quelle di Seneca e di Petronio. Il primo è presentato come un uomo di grande capacità ed autorevolezza, come il saggio consigliere che tenta di indurre al bene lo scapestrato Nerone, riuscendovi per un certo periodo; nei suoi confronti lo storico mostra ammirazione e rispetto, pur non facendo parola della sua attività letteraria, ma ne mette in luce anche le contraddizioni, soprattutto quelle che emergono allorché il filosofo è costretto, pur di continuare la propria missione, ad accettare imbarazzanti compromessi. Addirittura contraddittorio ci appare invece, in alcuni suoi aspetti, il carattere di Petronio, l’arbiter elegantiae la cui morte è descritta in pagine di grande efficacia artistica e letteraria del XVI libro degli Annales (capp. 18-19). Quest’uomo ci affascina proprio per l’estrema variabilità della sua indole, nella quale compaiono sia elementi negativi (l’indolenza, la lascivia, la vita molle e dedita ai piaceri) sia d’altro canto un senso della dignità morale che non ci aspetteremmo da un personaggio del genere. Di fronte al dispotismo neroniano che vuole ingiustamente la sua rovina, Petronio reagisce esaltando quelle qualità di fermezza e di autocontrollo che lo storico, pur all’interno di un quadro come quello sopradescritto, aveva già sottolineato: egli infatti non si uccide in modo plateale e drammatico, ma trasforma quasi la morte in un gioco, conversando amabilmente con gli amici e discutendo sull’immortalità dell’anima.  

Il quadro complessivo delineato da Tacito resta comunque sempre fosco e cupo, in armonia con il pessimismo che caratterizza il pensiero dell’Autore. In questa particolare visione della realtà trovano spazio anche precise reminiscenze letterarie, come quelle della storiografia tragica ellenistica di cui si è detto, ai quali vanno aggiunti ricordi specifici di altri generi come la tragedia stessa, sia quella degli originali greci che quella dei poeti romani come Pacuvio, Accio e lo stesso Seneca. A ciò ci richiamano le vicende dei singoli personaggi, che passano spesso dal delitto al castigo (v. Otone, Vitellio, Tiberio, Seiano e lo stesso Nerone), ed anche la visione di intere dinastie come quella dei Giulio-Claudi, che per le sue vicende ricorda la stirpe maledetta degli Atridi magistralmente trattata nell’Orestea di Eschilo. In entrambe le vicende, in effetti, pare incombere sui protagonisti una maledizione predestinata alla quale non riescono a sfuggire, indotti come sono in una spirale di violenza che, attraverso molteplici delitti ed altrettanto inevitabili punizioni, ha come esito conclusivo l’annientamento della stirpe stessa. L’alta qualità della narrativa tacitiana, pertanto, è ottenuta anche “sconfinando” nel campo di altri generi letterari, un procedimento che, pur non essendo una novità, costituisce una delle componenti essenziali della personalità artistica dello scrittore.

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La fine della democrazia

Tutti si sono indignati per quanto avvenuto negli Stati Uniti e hanno detto che è stato violato il tempio della democrazia. Già qui c’è un errore, secondo me, perché l’origine dei regimi democratici non sta certo in America, ma caso mai nell’antica Atene del V° secolo a.C. e, per l’epoca moderna, nei principi della Rivoluzione Francese. Ma tant’è. Quello che vorrei dire è che Trump o chi per lui non è stato certo il primo a provocare il vulnus alla democrazia cui assistiamo da tempo, ma in realtà questa forma di governo, che oggi appare l’unica possibile e accettabile a giudizio generale, è imperfetta dappertutto, non è mai giusta e completa, e spesso dove ci si riempie la bocca con nobili concetti come “democrazia”, “giustizia”, “uguaglianza” ecc. è proprio il luogo dove questi principi sono trascurati e calpestati.

La democrazia ha dei difetti di suo, inutile negarlo. Alexis de Tocqueville disse ch’essa altro non è che la dittatura della maggioranza, e aveva perfettamente ragione; Churchill disse che i sistemi democratici avevano grandi difetti, ma che gli altri erano peggiori. Comunque, lasciando stare i difetti altrui, credo anch’io che la democrazia di per sé sia un sistema fortemente imperfetto, per diverse ragioni: 1) decide la maggioranza, ma questo è un fatto puramente quantitativo, non qualitativo, dato che nella storia è stato tante volte dimostrato come la ragione stesse dalla parte delle minoranze, o addirittura di chi era solo a proclamare certe verità (vedi i casi di Giordano Bruno e di Galilei); 2) il principio di uguaglianza tra i cittadini non dovrebbe esercitarsi in campo politico, perché per amministrare uno Stato non basta essere cittadini onesti, occorrono competenze e capacità che spesso i politici non hanno. E’ anche ingiusto, a mio parere, che il voto di un analfabeta valga quanto quello di un premio Nobel: per partecipare alla gestione dello Stato, anche semplicemente come elettori, occorrerebbe dimostrare di avere un minimo di cultura civica e politica; 3) in democrazia le masse sono facilmente manovrabili da parte di demagoghi senza scrupoli, che ai nostri tempi si servono abilmente dei mezzi di informazione (TV, social, Web ecc.) per addormentare le coscienze con promesse fasulle da imbonitori, come ad esempio il reddito di cittadinanza e lo Stato assistenziale che, invece di rilanciare il lavoro e l’impresa, distribuisce soldi a chi non fa nulla in cambio di voti.

Così, con la manipolazione delle masse mediante i mezzi di informazione ed il pensiero unico imposto a tutti, la millantata democrazia si trasforma in una dittatura strisciante, come quella che abbiamo oggi nel nostro Paese ad opera di un governo di persone del tutto inesperte e sprovvedute che, occupando di forza i principali canali TV (tutta la Rai è filogovernativa, basta ascoltare telegiornali faziosi come il TG1 con giornalisti servi del potere, per non parlare della “Sette”) diffonde il proprio pensiero facendolo passare per l’unica possibile verità e fa il proprio interesse spacciandolo per quello dei cittadini. Così continuano a terrorizzare le persone con la paura del virus, mostrano continuamente scene di morte e ospedali dove le persone soffrono, oppure presunti assembramenti di giovani che vengono criminalizzati e fatti passare da untori, quando è il governo ad essere del tutto inefficiente, essendosi limitato a toglierci la libertà e a distruggere l’economia anziché provvedere a migliorare i settori critici (v. i trasporti) ed a lasciar vivere le categorie produttive. Con questo virus bisogna conviverci, c’è poco da fare, e ciò che si dovrebbe fare non è chiudere tutto, ma consentire alle persone di vivere e di lavorare pur rispettando i protocolli di sicurezza. In molti paesi hanno fatto questo e non stanno certo peggio di noi, visto che l’Italia, nonostante il lockdown cinese a cui ci hanno costretto, ha ancora il primato delle morti per Covid. E’ chiaro quindi che il sistema delle chiusure non funziona e danneggia gravemente la libertà individuale garantita dalla Costituzione.

Ecco così che la democrazia in Italia resta un involucro vuoto, una parola priva di significato. Nella realtà dei fatti questo governo nato da un inciucio vergognoso e non eletto da nessuno ha instaurato una dittatura, approfittando della maggioranza che ha ma soprattutto mistificando la realtà e terrorizzando i cittadini con l’appropriazione dei mezzi di informazione. Certo, la pandemia non l’ha inventata il governo Conte 2, ma ha saputo cavalcarla bene per restare ben attaccato alle poltrone. Quando si procede per DPCM bypassando il Parlamento, quando l’opposizione non viene ascoltata, quando chi non è d’accordo con il pensiero unico imposto dalla televisione viene insultato, sbeffeggiato e bollato con le solite etichette di “fascista”, “razzista”, “omofobo”, “complottista”, “negazionista” ecc. e quindi annullato nel suo potenziale comunicativo, non si può più parlare di democrazia, ma di vera e autentica dittatura. Certo, non è una dittatura come quelle di Mussolini, Hitler e Stalin, non usa il manganello, i carri armati e la fucilazione, perché oggi non ce n’è più bisogno. Non c’è necessità di mettere a tacere i dissidenti con la forza, basta fare in modo che non siano né ascoltati né tanto meno seguiti. Per detenere un potere totalitario basta la televisione, come già intellettuali del calibro di Popper e Pasolini avevano lucidamente previsto.

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L’educazione secondo Quintiliano

Nel mondo romano l’istruzione era sempre stata una questione privata: fin dal periodo repubblicano le famiglie di elevata condizione sociale usavano tenere in casa un precettore (spesso di origine greca) al loro esclusivo servizio, mentre quelle dei ceti inferiori mandavano generalmente i loro figli a casa del maestro, che insegnava loro a leggere, scrivere e far di conto in cambio di una modesta retribuzione. Anche la scuola di secondo grado (o di grammatica) e quella di livello più elevato (o di retorica) erano a titolo privato, almeno sino a quando – nel periodo, appunto, in cui visse Quintiliano, il I° secolo d.C. – l’imperatore Vespasiano non decise di istituire alcune cattedre di retorica a carattere pubblico, retribuite cioè dallo Stato. Nella sua Institutio Oratoria, pertanto, il Nostro pone un problema mai affrontato in precedenza nel mondo romano, se cioè sia preferibile l’istruzione privata o quella pubblica. Naturalmente la questione non si pone nei termini in cui viene discussa oggi e non ha implicazioni di ordine politico o ideologico: ciò che l’Autore si premura di mettere in chiaro è piuttosto la necessità della socializzazione e del confronto dell’individuo con i suoi simili, che ben si realizza all’interno di una classe ed alla presenza di un precettore che dedichi le sue energie professionali al servizio di una comunità. L’aspetto morale e formativo è quindi ciò che più conta per Quintiliano e che gli fa preferire l’insegnamento collettivo, poiché quello privato e familiare finisce per essere troppo permissivo e comunque non abitua il giovane a valutare le proprie qualità ed a misurarle su quelle altrui, alimentandone la superbia e la presunzione. La voce del maestro è come il sole, che dà luce e calore a tutti contemporaneamente, mentre l’allievo, vivendo ogni giorno il contatto continuo con i compagni, apprenderà non solo quello che viene insegnato a lui, ma trarrà giovamento anche dalle lodi o dai rimproveri rivolti agli altri.

A giudizio di Quintiliano l’educazione del bambino inizia dalla nascita e ne sono responsabili non soltanto i genitori, ma anche le persone che normalmente gli stanno vicino, come le nutrici e i pedagoghi; essi dovranno perciò osservare un comportamento irreprensibile e non usare mai un linguaggio volgare, perché i primi anni di vita sono quelli in cui si forma il carattere della persona, e le cattive abitudini acquisite sono poi difficili da abbandonare. La famiglia non può esimersi dalle proprie responsabilità, né può affidare in toto ai maestri l’educazione dei propri figli: le conseguenze di una cattiva educazione familiare, in effetti, sono molto ardue da affrontare, dato che spesso i ragazzi non acquisiscono i vizi nella scuola, ma altrove. Per parte sua, il maestro dovrà costituire per i suoi alunni un modello di vita e non soltanto una fonte di sapere; per tal motivo egli dovrà guadagnarsi la stima dei suoi studenti cercando sì di ricavare da essi il più possibile, ma mostrandosi anch’egli entusiasta del proprio lavoro e grato agli alunni stessi per i risultati ottenuti. Sotto questo profilo Quintiliano rivela un ottimismo di fondo circa la professione del docente, sia che si tratti del maestro elementare (ludi magister), sia di quello della scuola intermedia (grammaticus), sia ancora il professore degli studi superiori (rhetor): chi svolge questa professione, in altre parole, deve aver fiducia nelle capacità di apprendimento dei propri alunni, dato che, a giudizio del nostro scrittore, potrà certo esistere chi apprende di più e chi meno, ma non v’è alcun giovane che non tragga comunque dalla scuola un qualche beneficio. L’incondizionata fiducia nutrita da Quintiliano nella profonda utilità etica e sociale dell’insegnamento lo induce anche a programmare le diverse fasi e modalità del processo educativo. Anzitutto, egli sostiene, ai bambini piccoli non può essere imposto un carico eccessivo di studi: essi sono come vasi capienti ma dal collo stretto, in cui cioè il liquido va immesso a poco a poco, onde evitare che trabocchi e si disperda; all’impegno di studio, pertanto, vanno alternati periodi di riposo e di svago, perché non esiste alcun essere vivente che possa sopportare una fatica ininterrotta né che non provi odio per chi gliela impone. Questo è infatti il maggior pericolo da cui il buon maestro si deve guardare, quello di ingenerare negli studenti fastidio e rifiuto dell’apprendimento; per questo sono del tutto da evitare le punizioni corporali, che sono inutili e dannose ed altro effetto non ottengono se non quello di allontanare, forse definitivamente, l’alunno dagli studi e fargli perdere la fiducia in se stesso, tanto da indurlo persino, in casi estremi, al suicidio. Il rapporto tra docente e alunni dovrà essere improntato a reciproca stima e fiducia: e se il primo dovrà essere “austero ma non rigido, benevolo ma non privo di energia”, i secondi dovranno seguire i precetti del loro insegnante e comprendere dall’espressione del suo volto ciò che in loro merita di essere lodato o biasimato. Il buon maestro, inoltre, non dovrà esagerare in premi e punizioni, per non ingenerare superbia da un lato e mortificazione dall’altro; le lodi ed i rimproveri dovranno essere distribuiti con misura, se pur sempre in forma chiara e inequivocabile. Allo scopo di spronare gli alunni a dare il meglio di sé, il maestro potrà organizzare le verifiche del lavoro svolto in forma di competizione, distribuendo premi ai migliori; è questo un metodo che, pur non più invalso ai giorni nostri, era ancora in uso nelle nostre scuole di qualche decennio fa e dava anche buoni frutti, sebbene favorisse forme di competitività che non sempre risultavano proficue per la vita scolastica.

Poiché l’Institutio oratoria si pone l’obiettivo di tracciare un profilo esaustivo del processo formativo del perfetto oratore, è indispensabile per l’Autore affrontare questioni pedagogiche, dato che il percorso educativo del giovane inizia ancor prima del suo ingresso nella scuola, potremmo dire alla nascita stessa. Nell’affrontare questo delicato argomento Quintiliano si rivela un profondo conoscitore dell’animo umano, anche e soprattutto di quei processi psicologici che interessano l’infanzia e che sono quindi molto complessi da comprendere ed enucleare; sotto questo profilo il nostro scrittore è il primo vero pedagogista della letteratura latina, i cui insegnamenti e le cui acute osservazioni sono tutt’oggi in gran parte valide ed attuali.  

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Petronio e la società romana

A parte i problemi connessi alla cronologia, alla composizione del Saryricon ed al suo contenuto analitico, su cui non insistiamo perché di dominio comune, non v’è alcun dubbio sul fatto ch’esso descriva una società corrotta e decadente, dove gli antichi valori della virtus romana sono perduti per sempre. L’episodio della cena Trimalchionis, con i suoi 52 capitoli, dà largo spazio a questa tematica: qui viene infatti rappresentata un’umanità degradata fatta di arrivisti e di arricchiti, per i quali il denaro è di per sé strumento non tanto di benessere, quanto di elevazione sociale. Lo stesso padrone di casa, rozzo e incolto ma divenuto potente grazie alle sue ricchezze, è il tipico rappresentante della nuova classe dei liberti venuta in auge proprio nell’epoca giulio-claudia; non è però probabile, a nostro giudizio, che l’ironia petroniana voglia colpire singole persone, quanto piuttosto il trasformismo sociale in sé, cioè la mentalità di coloro che, del tutto privi di cultura e di raffinatezza, fondano la propria vita su valori meramente economici. C’è tuttavia, nei confronti di costoro, un’ironica analisi psicologica da parte dell’Autore: essi infatti non sono sereni pur nel loro benessere materiale, ma vivono nella consapevolezza di essere esposti ad un destino mutevole e capriccioso, che da un momento all’altro può loro togliere la ricchezza e la vita stessa, come dimostra la lunga disquisizione di Trimalchione sulla precarietà dell’esistenza (cap. 34) e la stessa preparazione del proprio monumento funebre (cap. 71). Allo stesso modo la fine ironia di Petronio persegue un altro tratto caratteriale tipico degli arricchiti, cioè il complesso di inferiorità ch’essi mantengono, nonostante la loro opulenza, nei confronti delle persone di rango più elevato: ne è prova la serie di ingiurie che un liberto di Trimalchione lancia contro Ascilto e Gitone, colpevoli di ridere smodatamente dinanzi alle pacchiane esagerazioni degli altri convitati (capp. 57-58). L’impietosa ironia di Petronio crea qui un’immortale caricatura di un intero ceto sociale, ma ciò non significa che vi sia da parte sua una condanna morale fondata su presupposti di ordine etico; pare piuttosto che l’Autore si diverta a descrivere questa umanità bassa e volgare ma psicologicamente fragile, e che mantenga verso di essa un certo distacco e forse un senso di superiorità, che però non arriva mai al disprezzo vero e proprio.  

Il degrado morale della società contemporanea è quindi uno dei bersagli preferiti dalla satira petroniana. Sotto questo aspetto è certo che Encolpio, Ascilto e Gitone non possono rappresentare l’Autore, ma sono invece anch’essi vittime della sua graffiante ironia: la loro depravazione morale infatti, che arriva a volte persino all’abbrutimento, non può costituire in alcun modo un messaggio al lettore se non in negativo, ad indicare cioè i comportamenti da evitare, non quelli da seguire. Il continuo loro coinvolgimento in attività illecite come il furto e l’inganno, ed ancor più l’incessante partecipazione ad avventure a sfondo sessuale sia tra di loro che con partners occasionali, dimostrano che anch’essi rappresentano – non meno di Trimalchione – una visione della vita del tutto opposta agli antichi valori del mos maiorum, mai direttamente richiamati ma presupposti ovunque con riferimenti allusivi. Per restare nell’ambito della dizione epica possiamo dire ch’essi sono “antieroi”, per svariati motivi: sono trascinati dalle situazioni che vivono anziché crearle, sono spinti nel loro agire dal vizio e non dalla virtù ed infine, sia nelle singole vicende che nella loro percezione d’insieme della realtà, sono degli sconfitti, degli “inetti”, per usare un termine invalso nella letteratura novecentesca. Possiamo anzi affermare che tutti i personaggi del Satyricon sono caratterizzati da questo statuto etico, non solo i protagonisti: pensiamo ad esempio alle figure femminili del romanzo come Quartilla, Circe o la matrona di Efeso, tutte schiave dei piaceri e incapaci di dominarsi, oppure lo stesso Trimalchione che è prigioniero della sua stessa enorme quanto inutile ricchezza. Il Satyricon è l’emblema di una società fatta di perdenti ed essa stessa fondata su un’inquietante precarietà.

Un aspetto particolare di questo mondo in decadenza è quello che riguarda il degrado da cui era ormai investita la cultura, e la letteratura in particolare; ci sembra anzi che la disincantata denuncia petroniana di questo stato di cose sia uno dei messaggi più incisivi di tutto il romanzo. Volgendo ancora una volta lo sguardo alla Cena Trimalchionis, ne ricaviamo l’impressione che l’Autore abbia della cultura una concezione quasi religiosa: come le Verità rivelate, infatti, essa è apportatrice di un messaggio salvifico soltanto finché rimane appannaggio degli iniziati, mentre diventa volgare merce di scambio quando è contaminata dal tocco dei profani. In bocca a Trimalchione ed ai suoi accoliti è sgradevole anche Virgilio, come lo stesso Encolpio, qui certamente portavoce di Petronio, non manca di sottolineare (cap. 68). Non c’è dubbio che siamo di fronte a una concezione elitaria del sapere, abbastanza scoperta pur nella velata constatazione secondo cui anch’esso, come tutti i beni preziosi, si corrompe quando cade nelle mani sbagliate. Questa decisa presa di posizione trasmette al lettore un profondo senso di decadenza e di degrado, che affiora anche in altre sezioni del romanzo dedicate a specifici ambiti culturali: la discussione iniziale di Encolpio con il retore Agamennone, in effetti (capp. 1-5), lascia nel lettore l’impressione di una forte decadenza dell’eloquenza, che si estende anche alla poesia e alla pittura. Un’altra figura emblematica è quella di Eumolpo, il poeta fallito che non si affligge molto se l’uditorio lo prende a sassate dopo le varie esibizioni perché, come dice, è abituato a simili accoglienze (cap. 90): egli rappresenta degnamente tutta quella schiera di letterati di terz’ordine che, nella quasi sempre vana speranza di far fortuna, affollavano le sale di lettura e le scuole di retorica. Nel Satyricon ci viene presentata una cultura spesso ostentata ma in realtà priva di valore, sintomo inequivocabile di quel degrado morale e civile che aveva investito tutta la società romana.  

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La lezione immortale di Seneca filosofo

Benché non possa definirsi un pensatore originale, Seneca è l’unica personalità della letteratura latina che abbia tentato di costruire un sistema etico con al centro l’uomo come individuo e non soltanto – alla maniera di Cicerone – in funzione della collettività cui appartiene. Il suo progetto morale tendeva a indicare al lettore la via della virtù e della felicità, i beni inestimabili cui ciascuno di noi aspira; e poiché la tristezza dei tempi e l’oppressione di un potere dispotico minacciavano l’esercizio delle virtù comuni, egli trovò nell’interiorizzazione propugnata dal pensiero stoico la chiave di volta per realizzare la libertà più ampia e completa, quella dello spirito. Una volta tramontato il sogno, a lungo accarezzato, di trasformare il principato neroniano in una sorta di repubblica platonica fondata sulla giustizia, Seneca si rifugiò nel microcosmo individuale; e tuttavia il suo otium non divenne mai un isolamento ascetico, bensì fu continua ricerca di una felicità e di una tranquillità d’animo che, pur realizzata singolarmente, non rinunciava comunque a relazionarsi con il contesto sociale.  

L’ideale della perfetta virtù è perseguito da Seneca con una serie di precetti morali che potremmo ricondurre ad alcuni princìpi essenziali: la liberazione dalle passioni e dalle false attrattive del mondo, il corretto impiego del tempo, l’uso della ragione come unico strumento conoscitivo, la rinuncia alle ambizioni di gloria e di potere, la serena accettazione della morte come inevitabile legge di natura. Ma il grandioso progetto etico senecano si blocca di fronte alla realtà effettuale, perché egli stesso si rende conto che il perfetto sapiente da lui teorizzato altro non è che un’astrazione, una potenzialità impossibile a tradursi in atto; nessun uomo sarebbe infatti capace, seguendo alla lettera le prescrizioni dell’antico stoicismo, di liberarsi totalmente dalle passioni e dalle pulsioni del corpo, che hanno comunque le loro esigenze e non possono annullarsi del tutto in funzione di una pura spiritualità. Ne sono testimonianza le contraddizioni che toccarono in prima persona l’Autore stesso e ch’egli con stizza rammentò nel De vita beata, come ad esempio il contrasto tra il disprezzo dei beni materiali predicato teoricamente ed il lusso e la ricchezza di cui Seneca, come uomo di potere e consigliere di Nerone, poteva disporre. La figura del sapiente resta dunque un’astrazione, che solo in minima parte potrebbe essere identificata con personaggi storici (Socrate e Catone l’Uticense sembrano gli unici due che Seneca considera perfettamente saggi) o assimilato a modelli realmente esistenti o esistiti.  Il carattere teoretico del sistema senecano si rivela tale anche per la mancanza di una prospettiva ultraterrena che legittimi la speranza di poter ottenere in un’altra vita quello che non è possibile in quella mortale. Come Lucrezio, così anche Seneca intende liberare gli uomini dalla paura della morte, ma non definisce bene (con l’unica parziale eccezione del finale della Consolatio ad Marciam) il destino dell’uomo dopo la separazione dell’anima dal corpo, tanto da riproporre invariata l’alternativa platonica tra distruzione totale dell’essenza umana o migrazione in un “altrove” indefinito (mors aut finis est aut transitus). Il saggio dovrebbe quindi realizzare la felicità e la perfetta virtù in questa vita, perché l’altra è incerta, sebbene la divinità (da identificare con il Logos universale) sia un’entità tutt’altro che astratta. Ne dobbiamo dedurre, in ultima analisi, che il sistema etico di Seneca fallisce sul piano effettuale, perché resta in massima parte un’astrazione, una sorta di ideale a cui gli uomini debbono guardare da lontano, o che al massimo riescono ad avvicinare senza però giungervi mai.  Pur tuttavia gli insegnamenti di Seneca sono preziosi e immortali, validi anche per noi moderni: essi non pretendono infatti il raggiungimento della perfezione, ch’egli sa essere impossibile per la natura umana, bensì hanno l’obiettivo di avviarci sulla strada della virtù, che sarà comunque proficua anche se percorsa per poco spazio: non è necessario per lui raggiungere la cima della montagna, è sufficiente mettersi sul sentiero che vi conduce e percorrerlo il più possibile, per quanto è nelle nostre forze.

Al travaglio spirituale di Seneca corrisponde, dal punto di vista formale, l’adozione di uno stile “drammatico”, così detto perché mette in evidenza, in modo simile ad una scena teatrale, le inquietudini e le incertezze dello spirito. A differenza di Cicerone, che compone periodi ampi ed articolati a struttura prevalentemente ipotattica (cioè con molte proposizioni subordinate), Seneca predilige utilizzare frasi brevi e spezzettate collegate in modo paratattico (con congiunzioni copulative o avversative). Ciò corrisponde, oltre che al diverso carattere dei due scrittori ed al pubblico cui ciascuno si rivolgeva, anche alla differente funzione ch’essi attribuivano alle loro opere filosofiche: mentre infatti Cicerone riteneva che il ruolo precipuo della prosa filosofica fosse quello di docere (ossia trasmettere delle cognizioni), per Seneca invece occorreva anche flectere o movere, vale a dire coinvolgere emotivamente il lettore, trasmettendogli la stessa passione e la stessa ansia conoscitiva che animano la penna dello scrittore. Da qui deriva l’abbondanza delle interrogative retoriche e delle sententiae, affermazioni brevi e concise a contenuto morale che, per il loro carattere proverbiale o il tono lapidario, erano destinate a impressionare il lettore e restare a lungo nella sua mente; tali sono, ad esempio, affermazioni come male vivet qui nesciet bene mori (“vivrà male chi non saprà morire bene”, De tranq.animi, 11,6), nec speraveris sine desperatione, neve desperaveris sine spe (“non sperare senza disperazione, non disperare senza speranza”, Epist.Luc. 104,12) e molte altre ancora. Alla tensione emotiva ed al condizionamento delle coscienze è finalizzato anche l’uso frequente delle figure retoriche della ripetizione, come l’anafora, l’epifora, l’epanalessi; talvolta intere frasi vengono più volte ripetute, allo scopo di puntualizzare il concetto che esprimono, come il celebre “Servi sunt” dell’Epistola 47 sulla condizione degli schiavi, replicato per ben quattro volte a sottolineare, mediante la puntuale confutazione di ogni affermazione, l’irrilevanza della condizione servile. Quanto ai registri stilistici impiegati, notiamo la presenza di due diverse connotazioni, una di tipo “interiore” (cioè le riflessioni compiute dal filosofo nella sua ricerca personale della verità), ed una che potremmo definire “didattica”, che si evidenzia soprattutto nelle Epistole a Lucilio, dove il filosofo assume la veste di maestro e di precettore. A questi stati d’animo corrisponde un diverso impiego dei mezzi espressivi: nelle pagine più intimamente personali prevalgono in effetti le antitesi, i parallelismi e le forme riflessive, mentre in quelle didattiche notiamo un impiego massiccio delle sententiae ad effetto ed anche, sul piano morfologico, degli imperativi e dei gerundivi.

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Arte e forma nella lirica di Orazio

Gli elementi paesaggistici acquistano nelle Odi di Orazio un insolito rilievo. In molti casi ci troviamo di fronte a descrizioni naturali, le quali tuttavia non ci vengono rappresentate nel loro insieme, ma in una serie di particolari che poi, una volta ricomposti, formano il quadro completo: così avviene, ad esempio, per la raffigurazione della primavera nell’Ode I,4 a Sestio, dove agli elementi naturali (il soffio di Zefiro e la scomparsa della brina) si uniscono ben presto quelli del mondo animale (l’impazienza degli armenti ancora chiusi nelle stalle) ed umani (le navi in secco che vengono riportate in acqua), in modo tale che tutto si ricomponga in un collage dai bordi multiformi e dai variopinti colori. Anche nell’Ode III,18, dedicata alla festa del dio agreste Fauno, ci troviamo di fronte a questa curiosa mescolanza di elementi umani e naturali: la gioia festiva appartiene infatti ugualmente sia agli animali che giocano spensierati mentre l’incanto divino sospende le leggi naturali (gli agnelli non temono i lupi), sia agli uomini che si dedicano alle danze sacre al dio. Anche in Orazio poi, come in Virgilio, la natura è sentita profondamente nei suoi arcani segreti ed assimilata all’uomo sul piano dei sentimenti: nella celebre Ode III,13 alla fonte Bandusia le acque sono dette loquaces (“parlanti”), mentre nella mirabile descrizione paesaggistica dell’Ode IV,12, che ricorda da vicino l’Arcadia virgiliana, l’uccello che “geme lamentosamente” (flebiliter gemens) altro non è che una rappresentazione figurata del dolore umano. L’uomo e la natura, quindi, costituiscono in Orazio un’unità rappresentativa, tanto che il paesaggio non resta mai sullo sfondo ma vive sulla stessa linea delle figure umane e si ricompone nel medesimo affresco d’insieme. Di questo quadro fanno parte anche gli oggetti, particolari narrativi particolarmente cari ad Orazio: così ad esempio l’Ode I,32 è dedicata alla lira, non semplice strumento ma simbolo stesso della poesia; dell’Ode III,21, invece, è protagonista l’anfora coetanea del poeta (o nata mecum consule Manlio, v.1) che conserva un nobile vino e rappresenta perciò l’amicizia e la colloquialità che è carattere fondamentale della poesia simposiale. Ma l’efficacia delle immagini oraziane non si alimenta soltanto della mimesis, cioè della riproduzione della realtà, spazia bensì anche nel campo della fantasia, senza però che queste due dimensioni restino separate e antitetiche: il paesaggio delle Odi, in altri termini, può comporsi indifferentemente di elementi naturali o soprannaturali, ma l’icasticità e l’immediatezza del quadro d’insieme non perde di efficacia. Così è, ad esempio, nella già citata Ode I,4, dove compaiono, accanto alle figure umane ed a quelle degli animali, anche le divinità, che annunziano l’avvento della primavera rimanendo sulla stessa linea rappresentativa delle altre: Venere che conduce le danze, le Ninfe e le Grazie che le eseguono, Vulcano che si aggira nelle officine dei Ciclopi non fanno risaltare in alcun modo la “diversità” della loro condizione divina rispetto a quella precaria e misera degli uomini, ma si fondono con essi e rendono più viva e suggestiva la struttura narrativa.  

L’efficacia rappresentativa della lirica oraziana si alimenta anche mediante i procedimenti stilistici e retorici. Ne è prova l’utilizzo sapiente delle figure, le quali non si configurano più soltanto come abbellimenti del discorso, ma divengono strumenti di primaria importanza per la suggestività e l’immediatezza delle immagini. Tra le figure di spostamento semantico l’allegoria assolve bene questa funzione: nell’Ode I,5 a Pirra, ad esempio, le “acque agitate dal vento” rappresentano il tormento interiore di chi si crede tradito dalla donna amata, mentre il quadretto votivo appeso dal poeta alla parete è simbolo di salvezza dalla tempesta, che qui è figurativamente la passione amorosa; nell’Ode II,10 a Licinio, invece, la metafora marina della burrasca raffigura con grande suggestività l’infuriare del destino avverso, mentre al termine del componimento la ripresa dello stesso stilema è indice dell’atteggiamento di colui che, pur nella sorte felice, ammaina le vele per non andare troppo veloce, conscio dell’umana instabilità. L’efficacia della rappresentazione è spesso ottenuta anche mediante la similitudine, figura di origine epica ma molto frequente anche nella lirica greca arcaica, che produce un  effetto di ampliamento semantico e rende l’enunciato più perspicuo, ravvivando i colori del quadro d’insieme. Le similitudini oraziane più suggestive ci paiono quelle contenute nelle Odi III,11 (dove il paragone della ragazza ritrosa con la puledra che scorrazza libera nei campi costruisce un quadretto agreste di rara bellezza), e IV,14, in cui le vittorie di Tiberio Claudio Nerone per conto di Augusto vengono paragonate alla furia selvaggia del fiume Aufido (oggi Ofanto) dell’Apulia, che inonda le campagne con impeto indomabile. Non molto frequenti, almeno a confronto con la tradizione poetica romana, sono le figure retoriche di suono, perché Orazio, come ha osservato lo studioso italiano Alfonso Traina, predilige gli effetti coloristici e luminosi, piuttosto che quelli fonici. Vi è però una figura, l’onomatopea, che il poeta ama in quanto capace di riprodurre icasticamente le voci della natura da lui tanto amata: così nell’Ode I,22 lo stesso nome della protagonista Lalage allude al suo carattere chiacchierino (viene dal verbo greco lalèo, “parlare”); nella celebre Ode III,13 alla fonte Bandusia, invece, il mormorìo dell’acqua che scaturisce dalla sorgente e scorre è riprodotto nella chiusa mediante l’allitterazione della consonante liquida e l’accostamento di termini onomatopeici (unde loquaces lymphae desiliunt tuae).

Ma sono la luce ed il colore, più che il suono, a dominare nella lirica oraziana: nella stupenda Ode I,9, ad esempio, il monte Soratte emerge nel suo abbagliante bagliore di neve, mentre nell’Ode II,5 la bellezza della stagione autunnale e quella conturbante della bella Clori è raffigurata mediante particolari coloristici e luminosi, lasciando invece in ombra quegli effetti fonici che la poesia latina fino ad allora aveva privilegiato. Un angolo visuale e rappresentativo diverso, quindi, segno tangibile dell’indipendenza artistica del nostro poeta, che non ama creare immagini univoche, ma mescolare le sfere sensoriali in modo tale che il lettore possa ricevere dal testo una pluralità di sensazioni. Di qui l’uso frequente della sinestesia, figura retorica che proprio con Orazio raggiunge in ambito romano la sua massima espressione: oltre al mirabile contrasto sensoriale della più volte citata Ode III,13 (si veda l’antitesi tra il gelo delle acque della fonte e il calore afoso dell’estate, o quella tra la limpidezza delle acque stesse ed il vivo rossore del sangue del capretto sacrificato), altri procedimenti di questo tipo possiamo rinvenire nelle Odi I,5, dove i venti sono definiti “oscuri” con sovrapposizione della sensorialità tattile con quella visiva, e II,8, in cui le “stelle taciturne” ben riproducono, nella loro immota ma luminosa fissità, l’incanto imperscrutabile del silenzio notturno.

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Individualismo e modernità nella poesia di Catullo

La poesia catulliana inaugura una nuova dimensione intellettuale che consiste nel porre al centro dell’esperienza artistica il sentimento privato, le passioni, le gioie e i dolori dell’uomo considerato nella sua individualità. Per cogliere questi aspetti Catullo ha mutato anche la prospettiva globale della composizione poetica: anziché perseguire una finalità generale da ottenere con la conoscenza dell’opera nel suo insieme (come avveniva, ad esempio, con la funzione celebrativa dell’epica o con quella spettacolare dei generi teatrali), egli ha preferito ricorrere a quello che i Greci chiamavano il kairòs (cioè l’”occasione”). Perciò nel liber abbondano carmi composti per determinate circostanze particolari e individuali, come il ritorno di un amico o dello stesso Catullo da un viaggio (c.9 e 31), una cena con gli amici (c.13 e 50), un incontro amoroso (c.32 e 56) e via dicendo. Ciò avviene soprattutto nelle nugae, dove l’occasionalità corrisponde alla più tipica caratteristica di un importante genere della letteratura alessandrina, l’epigramma; in questo tipo di composizione, infatti, la brevità ad esso connaturata si unisce alla presenza di una situazione particolare (il kairòs, appunto), che fornisce il motivo base della composizione.

Ma è proprio in questa dimensione strettamente quotidiana che Catullo, inserendo nella sua opera i sentimenti privati, ha messo allo scoperto una componente essenziale della psicologia umana e l’ha resa universale, andando oltre lo spazio ed il tempo della propria breve esistenza: le gioie amorose dei baci illimitati del c.5, così come la dolorosa disillusione del c.11, se vogliamo ricordare solo i momenti estremi della sua vicenda sentimentale, sono le gioie e i dolori di tutte le persone di ogni tempo. E’ questa l’essenza della ben nota “modernità” di Catullo, il motivo per cui ancor oggi, in un’epoca da lui cronologicamente lontanissima, il poeta veronese ci appare così vicino, perché dà voce – per primo nella letteratura latina – alle pulsioni ed alle passioni che si agitano nell’animo di ciascuno di noi. Eppure anche questa “modernità”, per continuare ad usare un termine invalso e noto a tutti, ha una doppia origine, perché deriva in parte dalla libera e spontanea sensibilità del poeta, ma è anche mutuata da antecedenti letterari. Dal punto di vista formale i modelli principali sono quelli alessandrini, ma per quanto attiene alla scoperta della sfera del sentimento individuale Catullo si ispira soprattutto a Saffo, la grande poetessa greca del VII sec. a.C. che per prima pose l’amore e il sentimento al centro della propria attività poetica. L’ideale continuità tra i due poeti è innegabile: a parte il fatto che il nome fittizio della donna amata (Lesbia) richiama evidentemente l’isola di Lesbo, patria di Saffo, possiamo trovare nel canzoniere catulliano richiami frequenti, espliciti o allusivi, alla poetessa greca. In un celebre frammento Saffo aveva definito l’amore “dolceamaro”, perché portatore di gioia e di sofferenza in egual misura; la genesi e lo sviluppo della relazione tra Catullo e Lesbia realizzano appieno questa apparente dicotomia, che si manifesta in un turbinìo di sentimenti opposti dove il dolce e l’amaro, non sempre così antitetici, finiscono talvolta per sovrapporsi (v. ad es. i carmi 72 e 75). Anche il crudele tormento della gelosia è una scoperta di Saffo, che ne mostra gli effetti fisici, più che psichici: i suoi sensi si bloccano alla vista di un rivale accanto alla persona amata, un fuoco sottile le scorre sotto la pelle, il volto le si scolora e lo spettro della morte le appare. Catullo, nel c.51ha tradotto quasi alla lettera il frammento saffico, rivisitando però i sentimenti della poetessa con una nuova sensibilità, quella della propria personale esperienza. Dobbiamo anche dire che la celebre antitesi tra ragione e sentimento appare per la prima volta nella poesia saffica, così come la forte rivalutazione dei sentimenti familiari: anche Saffo infatti, a quanto ci rivela un noto frammento, aveva un fratello cui era molto legata, sebbene le tenere espressioni che in lei troviamo fossero meno dolorose di quelle di Catullo, a cui una morte crudele e prematura aveva strappato l’amato congiunto. Ma l’omaggio più elevato alla grande poetessa greca è compiuto dal Nostro in un altro aspetto importante della sua opera, la rivalutazione della donna come persona e come portatrice di sentimenti autentici e vitali, anche se ovviamente non sempre positivi. La figura di Lesbia, in altri termini, riflette la condizione della donna di elevata condizione sociale, capace di condurre una vita libera e spregiudicata e aperta anche ad attività, come quella della letteratura e della cultura in genere, che a Roma erano state sempre una prerogativa maschile.  

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Norme disumane di un governo di incapaci

Viene da chiedersi quale sia la logica con cui il governo ha emanato l’ultimo decreto di ieri 2 dicembre, con cui stabilisce il divieto di spostamento tra le regioni per tutto il periodo natalizio, e addirittura il divieto di uscire dal proprio comune il 25 e 26 dicembre e il 1° gennaio. Si resta stupefatti di fronte a tanto cinismo e tanta stupidità: impedire che un genitore sano possa rivedere dopo tanto tempo il figlio altrettanto sano, che magari abita in un altro comune, come può evitare la diffusione del virus? Far passare il Natale e il Capodanno in totale solitudine a persone anziane, che non potranno essere confortate nemmeno nei giorni di festa dai propri cari, è un atto che neanche Hitler e Stalin avrebbero compiuto, pur in costanza di una pandemia. Questo sciagurato governo mostra di non conoscere neanche i principi più elementari dell’umanità e del rispetto dei cittadini.

Quel che è più stupido e assurdo è questo accanimento di ministri incompetenti e incapaci come Speranza e Boccia contro gli spostamenti, come se fossero l’unica causa della diffusione del virus. Non si sono mai posti il problema, a quanto pare, che gli spostamenti non sono tutti uguali, e che l’Italia non è costituita solo da grandi città come Roma, Milano e Napoli: esistono migliaia di piccoli centri di campagna e di montagna dove se i cittadini escono e si spostano, a piedi o in auto, anche in comuni e regioni diverse, non diffondono nessun virus. Se una persona che abita in Veneto, ad esempio, se ne va in Trentino da solo, a compiere un’escursione in montagna, che virus diffonde? Se un cittadino di un piccolo centro esce di casa e va a passeggiare da solo, anche lontano dall’abitazione, che virus diffonde? Quel che va evitato ad ogni costo è la formazione di assembramenti, ma questo si ottiene sorvegliando le vie, i mezzi pubblici e i luoghi di ritrovo delle città, non impedendo ai cittadini di andare in un comune diverso dal proprio, magari solo per svagarsi e fare un giro. C’è bisogno anche di questo, in un periodo in cui lo stress e la depressione ci ha colpiti tutti, e non solo a causa del virus, ma per colpa di un governo di cialtroni che è capace solo di accusare i cittadini per i loro comportamenti, mentre le cause reali di questa seconda ondata risiedono nell’inefficienza del governo, che non ha potenziato i trasporti pubblici, non ha garantito il rispetto di norme che esso stesso aveva promulgato e poi insiste con la solita solfa dei “comportamenti responsabili”. I cittadini hanno obbedito a tutte le norme che sono state date, anche quelle più assurde e incomprensibili come i divieti di spostamento o la chiusura di luoghi ed esercizi che già erano stati messi in sicurezza; è il governo che ha mostrato tutta la sua incapacità, prima chiudendo tutto e mettendo i cittadini – al di fuori della Costituzione e dei più elementari diritti di ciascuno – agli arresti domiciliari per oltre due mesi e poi riaprendo tutto in modo irrazionale.

La pandemia è una cosa seria e reale, questo è certo e nessuno ne dubita; ma il modo in cui questi cialtroni non eletti da nessuno continuano a gestirla è assurdo e vergognoso. Tutto ciò che sanno fare è proibire, vietare e terrorizzare i cittadini con una propaganda mediatica martellante ed esagerata, che fa passare tutti i decessi che avvengono nel nostro paese come dovuti al Covid, come se le altre malattie non esistessero più. Certo, proibire e minacciare è facile, terrorizzare le persone è altrettanto facile, costruire qualcosa e prendere decisioni razionali è più difficile, specie per un governo nato da un rivoltante inciucio tra partiti che si odiavano fino al giorno prima e che hanno dimostrato di non saper fare nulla se non agire con la forza brutale, come le peggiori dittature. Del resto, lo sappiamo, il loro modello è la Cina comunista, e molti rappresentanti di questo governo hanno abbracciato per anni, e ancora vagheggiano, quella spaventosa ideologia; quindi per loro i cittadini non sono persone responsabili e capaci di comprendere il problema e di prendere le dovute precauzioni, ma sudditi e schiavi da obbligare con la forza a seguire norme assurde e irrazionali, come svolgere la Messa di Natale alle 9 di sera invece che a mezzanotte, come se gli assembramenti formati tre ore prima non fossero pericolosi e lo fossero invece quelli di tre ore dopo. Siamo in mano ad una banda di pazzi scriteriati e le conseguenze di questa insipienza, soprattutto sul piano economico, le sentiremo per molti anni. Ci saranno milioni di disoccupati e nessuno sarà al sicuro, neanche gli impiegati pubblici e i pensionati, perché con un governo che non sa gestire la finanza pubblica ben presto potremmo non ricevere più stipendi e pensioni. E allora finalmente vedremo se gli italiani saranno capaci di scuotersi dal loro torpore e reagire ai soprusi ed alle vessazioni di questi piccoli e ridicoli dittatorucoli come Conte, Boccia e Speranza. Ma forse allora sarà troppo tardi.

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L’arte “drammatica” del poema di Lucrezio

L’intima unione che nel poema di Lucrezio esiste tra pensiero e forma, cioè tra filosofia e poesia, ha dato spesso origine a giudizi parziali sulla personalità artistica dell’Autore, quando non addirittura a fraintendimenti. Coloro che hanno ritenuto antitetiche le due componenti del poema, tali cioè da dover restare sempre distinte e non potersi amalgamare, hanno continuato a limitare o a negare l’afflato poetico in tutte quelle parti del De rerum natura ove prevale il contenuto tecnico e dottrinario. Tra questi vanno annoverati i critici di ispirazione idealista, tra cui il nostro Benedetto Croce, il quale amava ed apprezzava Lucrezio ma riteneva che poesia e filosofia non potessero convivere, per cui la prima esisteva e si manifestava soltanto dove mancava la seconda. A giudizio del filosofo, attivo nella prima parte del XX° secolo, la grandezza artistica del poema lucreziano andava ricercata nelle sezioni cosiddette “narrative”, come l’inno a Venere iniziale o la descrizione finale della peste di Atene, in quelle cioè dove veniva meno il serrato ritmo argomentativo della dimostrazione filosofica; ciò perché l’estetica idealista considerava inconciliabili la filosofia, espressione della più pura razionalità, e la poesia, frutto invece del sentimento, della fantasia e quindi irrazionale. Questa concezione non ci pare da invalidare in ogni suo aspetto, perché in effetti è vero che le sezioni del De rerum natura che più ci affascinano ed attirano la nostra ammirazione sono quelle narrative; e tuttavia non possiamo trascurare che in molte parti del poema le due componenti essenziali sono così strettamente unite da riuscire difficile isolarle e distinguere l’una dall’altra. Perciò la poesia, sia pur a livello di semplice similitudine o immagine momentanea, può sbocciare anche in mezzo alla più razionale delle dimostrazioni dottrinarie: un esempio di ciò è nel libro II, quando Lucrezio, per chiarire il concetto del clinamen, della caduta obliqua degli atomi che determina il formarsi dei corpi sensibili, ricorre all’efficace paragone del raggio di sole che penetra in una stanza oscura, per cui osservando la striscia di luce è possibile all’osservatore vedere il brulichìo del pulviscolo atmosferico, del tutto simile al moto atomico (De rer.nat. II, vv. 114-122).

Al di là di questa antinomia, peraltro, il coinvolgimento emotivo del lettore, necessario alla comprensione ed all’assimilazione della dottrina, è l’elemento più suggestivo e significativo dell’arte di Lucrezio. Il senso del dolore, dell’angoscia e della morte è molto marcato nel De rerum natura, sebbene ciò non prefiguri necessariamente una concezione pessimistica della vita, perché riconoscere l’esistenza delle sciagure non elimina la fede lucreziana nella forza salvifica della filosofia epicurea. Anche in questa tematica, come possiamo notare nello splendido finale dell’opera che descrive la peste di Atene (VI, vv. 1138-1286), il racconto tocca vette di altissima poesia proprio nel momento in cui sono impiegati toni fortemente drammatici, che molto assomigliano a quelli dei poeti tragici greci e dei loro successori romani come Ennio, Pacuvio ed altri.  Va poi osservato che Lucrezio, come farà anche Virgilio nelle Georgiche, partecipa egli stesso emotivamente del dolore umano, annullando quel “distacco epico” tipico della narrazione omerica. Questa “simpatia” (intesa in senso etimologico, dal verbo greco sympascho, “soffrire insieme”) dell’Autore per le sue creature si manifesta appieno ovunque egli raffiguri la sofferenza, che affligge non solo l’uomo ma anche gli altri esseri viventi esistenti in natura, soprattutto gli animali. A questo riguardo è d’obbligo ricordare lo stupendo brano che illustra il dolore della giovenca alla quale è stato ucciso il vitellino durante un sacrificio agli dèi. Nulla può consolare il dolore di questa madre, che pur non essendo umana è consumata da un’angoscia senza fine (II, vv. 355-360)

Ma desolata la madre, errando per le verdi pasture,

cerca in terra le orme segnate dai piedi bisulci,

 con lo sguardo scrutando ovunque, se possa in un luogo

 scorgere il figlio perduto, ed empie di tristi muggiti

 immobile il bosco frondoso, e spesso torna a cercare

 nella stalla, angosciata dal rimpianto del suo caro giovenco.

Ciò che più di tutto commuove il lettore è lo sguardo disperato della povera bestia che scruta ovunque alla ricerca del figlio, come farebbe qualunque altra madre che avesse subito una simile sciagura. Notiamo in questo passo un’altra caratteristica dell’arte lucreziana, che sarà poi tipica anche di altri poeti come Virgilio: l’umanizzazione della natura, l’estensione agli animali e persino agli elementi inanimati del dolore e delle sensazioni proprie degli uomini. Se Lucrezio è effettivamente il primo grande poeta latino capace di spaziare nell’immensità dell’universo, è anche colui che ha scoperto le leggi eterne che ne regolano la vita e la morte; e poiché queste leggi sono comuni a tutti gli esseri, gli elementi naturali vengono accomunati agli uomini in un continuo succedersi di luci ed ombre, di gioie e dolori. Nell’Inno a Venere che apre il poema, per citare un solo esempio, le acque del mare “ridono” all’apparire della dea (tibi rident aequora ponti, v.8), mentre gli uccelli ne annunciano l’arrivo con grande letizia, ma col cuore turbato dalla passione amorosa (perculsae corda tua vi, v.13). Il rigoglioso fiorire della natura in primavera è il simbolo stesso della vita, così come la peste di Atene del VI libro lo è della morte; si tratta però di una simbologia universale, che comprende anche la razionalità umana, ma non la isola dal contesto generale del mondo, perché tutto ciò che esiste ha la medesima origine ed è accomunato dal medesimo destino. Questa concezione, che certamente è collegata a presupposti filosofici come la teoria atomistica di Democrito e di Epicuro, è però anche produttrice di grande poesia, laddove la descrizione dei sentimenti e delle passioni esce dall’ambito strettamente umano e trova suggestive corrispondenze nell’immensità dell’universo: l’analisi dei tristi effetti dell’ardore amoroso, che occupa la parte conclusiva del libro IV (vv. 1058-1285), mette in primo piano la nostra parte irrazionale, capace di provocare istinti e pulsioni non diverse da quelle che determinano il comportamento degli animali dominati da Venere nell’inno prima citato. La visione universale dei sentimenti e delle passioni, che accomuna tutti gli esseri uniti dal medesimo destino, consente la creazione di immagini grandiose e suggestive, che sono tali proprio perché non ristrette alla psicologia umana: il continuo alternarsi di bene e di male, di gioia e di dolore è nel poema di Lucrezio espressione delle leggi immutabili che regolano l’universo, di cui l’uomo rappresenta soltanto un aspetto. Da qui deriva quella sublimità dell’espressione lucreziana che trasmette al lettore un senso di arcano mistero: essa è la più diretta espressione di un elevatissimo livello artistico, che così si configura perché non lascia mai indifferente chi si accosta a questo grande capolavoro che è il De rerum natura. Come ha scritto uno dei nostri più grandi poeti contemporanei, Mario Luzi, “nemmeno chi legge rimane nella posizione statica dello spettatore, ma ciascuno è implicato nella profonda dinamica del dramma.”

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La “realtà rovesciata” delle commedie di Plauto

E’ noto che che il fine essenziale di Plauto era quello di provocare il divertimento del pubblico, creando situazioni e personaggi esageratamente comici e tenendo in poco o nessun conto la realtà effettuale. Possiamo anzi affermare che nella finzione scenica plautina viene a determinarsi una realtà alternativa del tutto opposta all’ordine costituito nella società romana del tempo: i rapporti gerarchici familiari soprattutto, che nel diritto romano erano rigidamente verticalizzati a favore del potere assoluto del paterfamilias, qui appaiono del tutto rovesciati, con il figlio che ha sempre la meglio sul padre e con il servo, normalmente all’ultimo gradino della scala sociale, che la fa da padrone e trionfa su tutto e su tutti. In tale prospettiva è operante una vera e propria inversione dei ruoli sociali, e di conseguenza anche dei valori e dei principi morali su cui si fonda la vita comunitaria; e sono quindi proprio i desideri e gli istinti più bassi e meno nobili, come quello del sesso e quello del ventre, che vengono alla ribalta oscurando e persino beffeggiando quelli più nobili ed elevati. Il rilievo che assumono i personaggi del giovane innamorato, del vecchio libertino e della cortigiana incarnano questa rivalutazione dell’istinto sessuale, mentre il servo ed il parassita, sempre occupati a riempirsi il ventre, rappresentano l’altra necessità corporale dell’uomo, quella del nutrimento. E’ questo lo spirito primigenio connaturato alle origini del genere comico e che possiamo ritrovare anche nelle commedie superstiti di Aristofane, benché non sia mai stata dimostrata la conoscenza, da parte di Plauto, delle opere del predecessore greco.  I valori morali e spirituali risultano invece completamente trascurati, ed il clima festoso della commedia si risolve nell’elevazione a motivo portante di tutto ciò che è materiale, corporeo, carnale. Viene così a crearsi una sorta di mondo alternativo, di società alla rovescia, che giustamente qualcuno ha paragonato al moderno Carnevale, oppure, più propriamente, alla festa romana dei Saturnalia, celebrata a dicembre in un periodo non molto distante da quello delle feste natalizie moderne. Durante i Saturnalia, per lo spazio temporale di un solo giorno, il consueto ordine sociale veniva rovesciato: i padroni indossavano il pilleus, un berretto di solito portato dai servi affrancati, e servivano a tavola i loro schiavi, dediti ad un abbondante banchetto ove potevano mangiare a volontà. Ovviamente questo rovesciamento festivo dell’ordine sociale durava solo un giorno, poi veniva ristabilita la normalità ed i servi tornavano nel loro ruolo consueto; così avviene appunto anche nelle commedie di Plauto, dove la conclusione della vicenda drammatica altro non rappresenta se non il ritorno all’ordine costituito. 

Il trionfo dell’assurdo e dell’insolito, con la creazione di una realtà alternativa e l’inversione dei ruoli sociali, comunque, vanno intesi nel quadro di una visione ludica e del tutto illusoria dell’azione scenica; sarebbe quindi del tutto fuorviante voler vedere in questa centralità delle figure basse e servili un intento moralistico oppure, peggio ancora, critico nei confronti del potere politico e degli ordinamenti vigenti nella reale società del tempo. L’intenzione dell’Autore è soltanto quella di divertire il suo pubblico mediante un’arte drammaturgica e una vena creativa di straordinario valore letterario; di ciò il pubblico del tempo dovette essere pienamente convinto, come dimostra il fatto che il Sarsinate conobbe un enorme ed incontrastato successo per tutto il lungo periodo della sua attività, ciò che non sarebbe avvenuto se nelle sue opere qualcuno avesse anche soltanto potuto sospettare attacchi o critiche all’ordine costituito. La prigionia di Nevio, cui Plauto pare alludere in un passo del Miles, dimostra che le allusioni non sfuggivano a chi di dovere, né l’ambientazione greca della commedia, che taluni hanno ritenuto strumento sufficiente per aggirare la censura, poteva garantire più di tanto al poeta quella libertà di parola di cui, come ben sappiamo, non c’era traccia nella Roma del tempo.

Il rovesciamento burlesco della realtà, che costituisce il tratto più originale della comicità plautina, è strumento essenziale della finzione teatrale e l’autore stesso non nasconde affatto la sua natura illusoria, pare anzi voler ricordare continuamente agli spettatori che stanno partecipando a un gioco collettivo. Per questo motivo, onde evitare l’immedesimazione del pubblico nella vicenda e la conseguente attenuazione della dimensione ludica dell’evento teatrale, Plauto usa spesso rompere l’illusione scenica riferendosi direttamente alla rappresentazione che si sta svolgendo. E’ questo il cosiddetto “metateatro”, un procedimento già esistente nell’antica commedia greca di Aristofane e ripreso dopo Plauto da molti autori moderni. Diversi sono gli esempi di questa tecnica, tra cui possiamo citare: lo Pseudolus, quando il protagonista dice al pubblico “ora io sospetto che voi sospettiate che io vi prometta tutte queste vicende solo per divertirvi, pur di arrivare alla fine della commedia” (vv. 562-564); la Cistellaria, dove la serva che ha smarrito la cesta chiede agli spettatori di darle un indizio su chi avrebbe potuto portargliela via (vv. 678-682); l’Aulularia, quando Euclione, che ha perduto la sua adorata pentola dell’oro, supplica disperatamente gli spettatori di indicargli il ladro o farlo arrestare; infine la Casina, dove il vecchio Lisidamo chiede alla moglie Cleustrata di perdonare i suoi atti da libertino, e la donna risponde “ora mi è meno gravoso accordarti questo favore, anche per non rendere più lunga questa commedia, che è già lunga di suo” (vv. 1005-6). L’interruzione della finzione teatrale, richiamando continuamente alla mente degli spettatori l’atmosfera giocosa della rappresentazione, rappresenta essa stessa un ulteriore potente veicolo di comicità. In questa categoria metateatrale potremmo inoltre far rientrare, in qualità di temporanee sospensioni dell’ambientazione della vicenda, anche le inserzioni di elementi romani ed italici nella palliata, che abbiamo visto essere frequentemente utilizzate da Plauto. Sentendo parlare del foro, dei pretori ecc. in un’opera ambientata in Grecia, lo spettatore che se ne fosse allontanato viene ricondotto alla natura ludica dello spettacolo cui sta assistendo.

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L’uomo e la natura nelle “Georgiche” di Virgilio

L’osservazione virgiliana della natura nelle Georgiche non è mai fredda e oggettiva, perché tutto viene passato al filtro della fantasia e della grande sensibilità creativa del poeta. Ne deriva che la natura stessa non è concepita diversamente dall’uomo, ma ne condivide i sentimenti e le sofferenze: come già avveniva in Lucrezio, ma con partecipazione ancor maggiore, essa subisce un processo di umanizzazione che diverrà poi una costante di tutta la poesia bucolica e idilliaca in genere, da Petrarca a Leopardi. Elemento centrale di tale procedimento è il pathos, che travalica la sfera umana per coinvolgere il mondo degli animali e persino delle piante. Un esempio tipico viene dal passo del libro II (vv. 362-370), dove si parla della potatura delle viti: il buon agricoltore, nel compiere l’operazione, dovrà evitare di toccare le fronde quando la loro età è ancora tenera (adolescit); poi, quando saranno cresciute e avranno abbracciato (amplexae) gli olmi, allora potrà tagliare loro le “braccia” che prima temono (reformidant) il ferro. Alla pianta vengono attribuiti non solo caratteri fisici umani come le braccia, ma alla sfera semantica dell’uomo sono assimilati anche i termini che indicano la crescita e lo stato psicologico (il timore del ferro, del tutto simile a quello che una persona può provare dinanzi a una spada che minaccia di ucciderlo). L’umanizzazione della natura, inoltre, è resa più marcata dal rapporto quasi simbiotico che esiste tra l’uomo e gli altri esseri viventi, piante o animali che siano: al momento in cui un toro cade vittima della terribile pestilenza del Norico (III, 515-524), ad esempio, lo sgomento invade non solo il suo compagno di lavoro, ma il contadino stesso, che lascia in sospeso l’aratura e l’aratro conficcato a terra.

Sono proprio gli animali, simbolo stesso di sofferenza, ad esprimere il più alto livello della sensibilità artistica di Virgilio, come dimostrano i due grandiosi excursus del libro III dedicati alla coppia antitetica e complementare lucreziana amore-morte. Nel primo di essi, solenne ed icastica è l’immagine dei tori della Sila che lottano per le femmine (vv. 219-223), tanto che il lettore quasi non si accorge che il sangue che scorre non è sangue umano; e nel finale del libro, che descrive gli spaventosi effetti della pestilenza, mentre l’impronta di Lucrezio è così marcata da essere evidente a ciascuno, l’originalità del sentimento virgiliano viene alla luce in virtù dell’identificazione emotiva che unisce il poeta stesso agli animali protagonisti dell’episodio, sofferenti di una sofferenza non diversa da quella umana. Come già avveniva nelle Bucoliche, e come ancor più avverrà nell’Eneide, Virgilio si immedesima nell’animo delle sue creature e ne condivide gioie, dolori e turbamenti; la pietà per i vinti, per gli infelici e i sofferenti diviene così, mediante l’elevazione del pathos a suprema legge della vita, un elemento costitutivo e fondamentale della sua arte.

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Le regioni colorate

Forse sarà la mia ben nota avversione a questo governo, nato da uno sconveniente inciucio tra due partiti che si odiavano e si insultavano fino al giorno prima, che mi fa giudicare male tutto ciò che decide; ma debbo ammettere che, pur ritenendo appropriata la suddivisione del Paese in zone diverse a seconda dell’incidenza del contagio, tuttavia non riesco a comprendere le modalità con cui tale sistema è stato messo in opera. Vi sono, secondo me, tre punti critici che dovrebbero far riflettere:

1) La suddivisione per regioni non è la migliore possibile, visto che nella stessa regione ci sono province più o meno toccate dal virus e con diverse strutture sanitarie: in Toscana, ad esempio, mentre province come Pisa, Lucca e Firenze hanno una situazione molto critica, ce ne sono altre come Siena e Grosseto dove i contagi sono molti di meno e dove quindi le misure contenitive dovrebbero essere diversificate.

2) Non si comprende con quali criteri (questi famosi 21 parametri che nessuno conosce) sia stato attribuito il colore alle regioni. A me sembra assurdo, ad esempio, che l’Emilia-Romagna, il Veneto e il Lazio, che hanno una situazione sanitaria peggiore, siano gialle mentre la Toscana sia arancione (con le conseguenze del caso e l’assurdo divieto di uscire dal proprio comune); e ancor più strabiliante è che sia gialla la Campania, con quel che vediamo ogni giorno accadere a Napoli. Viene il sospetto che prima si decidano i colori, in base alle amicizie o agli interessi di qualcuno, e poi si applichino questi fantomatici parametri.

3) Io continuo a pensare, come facevo anche nel primo lockdown, che la distinzione tra un luogo e l’altro andrebbe fatta non su base regionale o provinciale, ma distinguendo i grandi centri urbani dai piccoli centri di campagna o di montagna. Se a Milano mezzo milione di persone escono tutte assieme si creano certamente problemi di assembramento, ma se a Sticciano (piccolo paesino del grossetano di qualche centinaio di abitanti) le persone escono e passeggiano per i vasti spazi della Maremma non accade nulla e il virus non si diffonde affatto. L’Italia non è solo Roma, Milano e Napoli, ma questo i nostri governanti non l’hanno mai capito. Si applichino misure restrittive laddove c’è un effettivo pericolo, ma si lascino vivere in pace le persone che, adottando le normali misure come le mascherine, il distanziamento e il lavaggio delle mani, possono tranquillamente spostarsi, non solo a piedi ma con qualunque altro mezzo. Per lo stesso motivo nei piccoli centri si potrebbero tenere aperti i negozi, i bar e ogni altro locale, ovviamente con le dovute precauzioni.

E invece, dopo che Conte ha affermato solennemente, e pochi giorni fa, che non ci sarebbe più stato un lockdown generalizzato, adesso si rimangia quel che ha detto e rischiamo proprio questo, di essere di nuovo rinchiusi in casa con la privazione dei nostri diritti e delle nostre più elementari libertà, sempre con i famosi DPCM senza passare dal Parlamento, cosa che è più degna della Cina che di un paese democratico; e al grave danno alle persone si aggiunge quello gravissimo all’economia, con tante aziende chiuse e tante persone senza lavoro. Se costoro ritengono che questa sia l’unica strada la percorrano pure; ma dopo dovranno rispondere delle loro azioni e prendersi le loro responsabilità, che adesso tentano goffamente di condividere con l’opposizione invitandola a una collaborazione che fino ad ora non hanno mai accettato.

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I misteri del virus

Questa famigerata pandemia da Covid-19 ci sta affliggendo ormai da nove mesi, cioè da febbraio scorso, ma porta con sé ancora molti interrogativi che neanche i celebri virologi televisivi sono mai riusciti a risolvere. E se non sono d’accordo tra di loro gli “addetti ai lavori”, come possono esserlo i comuni cittadini, terrorizzati da questo clima di ansia e angoscia che va avanti ormai da quasi un anno? Nel prestar fede a questo o quello dei cosiddetti scienziati, tutti noi abbiamo commesso errori e prestato fede a cose non vere, ma anche il governo ha fatto la stessa cosa, mostrandosi del tutto incapace di affrontare la situazione se non imponendo sempre più pressanti restrizioni alla libertà dei cittadini e danneggiando in modo gravissimo tante categorie di lavoratori.

Da parte mia confesso di essermi sbagliato ad essere stato troppo ottimista ed a pensare che l’epidemia fosse finita con l’estate: prestando fede a chi diceva che il virus era “clinicamente morto” e fidandomi di chi tentava di tranquillizzarci, non credevo alla possibilità di una seconda ondata della pandemia, che invece si è puntualmente verificata ed è stata più grave della prima. Ho sbagliato, ma l’ho fatto in buona fede, e sinceramente credo anche nella buona fede di coloro che cercavano di vedere le cose in modo ottimistico, perché effettivamente a primavera gli ospedali si erano svuotati e i decessi per Covid-19 erano ridotti quasi a zero, e c’era quindi spazio per alimentare speranze che poi purtroppo si sono rivelate fallaci.

Comunque, al di là delle opinioni personali giuste o sbagliate, rimangono ancora molte incertezze su questa pandemia e sui suoi effetti, prova del fatto che il virus è ancora in larga parte sconosciuto anche al mondo della scienza e della ricerca. Faccio qui qualche esempio. Tutti dicono che il primo lockdown, durato oltre due mesi, ci ha salvato da una situazione molto peggiore; ma se così fosse, allora, una volta finito il lockdown, i contagi avrebbero dovuto risalire subito e vertiginosamente, il che non è avvenuto, perché da maggio a settembre la situazione è stata abbastanza tranquilla. Alcuni sedicenti “esperti” dissero che con le riaperture di maggio, a giugno avremmo avuto di nuovo migliaia di persone in terapia intensiva (si parlò addirittura di 150.000), il che non è avvenuto affatto e non avviene neanche adesso in cui il numero dei contagi è effettivamente molto aumentato. Si dà la colpa alle rilassatezze dell’estate se c’è una recrudescenza della malattia, ma ormai l’estate è passata da tempo e quindi, con le misure adottate fin dal 16 agosto (la chiusura delle discoteche) la situazione avrebbe dovuto migliorare. E invece è accaduto il contrario, con i contagi che superano ormai i 30.000 giornalieri.

Che voglio dire con cio? Che questa epidemia ha caratteristiche ancora sconosciute e che quindi ogni misura adottata per affrontarla potrebbe essere inefficace. Purtroppo il nostro governo ha agito male, in tutti i sensi, e non si è rivelato in grado di controllare la situazione, commettendo errori a non finire: prima è stato troppo duro, imponendo un lockdown criminale in tutta Italia e togliendo alle persone persino la libertà di fare una passeggiata in solitaria (cosa stupida e assurda perché l’Italia non è solo Roma e Milano, esistono tanti centri di campagna e montagna dove si sarebbe potuto uscire tranquillamente senza contagiare nessuno!), e poi ha fatto il contrario, aprendo tutto d’estate e consentendo di fatto a tutti di fare ciò che volevano. Se veramente c’era il pericolo di una seconda ondata, come molti andavano dicendo (e a cui io, colpevolmente, non ho creduto) allora si sarebbero dovuti prendere anche d’estate alcuni provvedimenti cautelativi, come ad esempio impedire i viaggi all’estero per le vacanze (visto che l’Italia è un paese stupendo non c’è alcun bisogno per distrarsi di uscire dai confini nazionali) e tenere chiusi luoghi di maggior affollamento (v. le discoteche) e le frontiere nazionali, evitando l’invasione degli immigrati, che è continuata senza freni e continua anche adesso. Chi arrivava dall’estero avrebbe dovuto essere rigorosamente controllato e messo in quarantena, cosa che non è avvenuta, giacché io so per esperienza personale che negli aeroporti non c’era alcuna reale sorveglianza e controllo effettivo della situazione sanitaria.

Ma anche adesso il governo continua a mostrare con chiara evidenza la sua incapacità: ricorre ancora una volta al lockdown (come avviene nelle cosiddette “regioni rosse”, ma con il rischio che si estenda a tutta Italia) togliendo ai cittadini libertà fondamentali e danneggiando gravemente il lavoro e la produzione, tanto che alla fine sarà difficile individuare che cosa ha provocato più danni, se il virus o il disastro economico. Certo, chiudere tutto è più facile che cercare soluzioni alternative, ma così il paese va in rovina e chi non muore di virus morirà di fame. Se non sanno come agire, vista la loro manifesta incapacità, si uniformino a quanto accade negli altri paesi europei, dove le restrizioni ci sono ma non sono assolute come da noi, visto che la produzione continua e le scuole restano aperte. La scuola è la formazione dei futuri cittadini e deve restare in presenza, senza questa farsa ridicola della “didattica a distanza”, che non serve a nulla, produce verifiche del tutto inattendibili e garantisce la promozione a tutti incentivando l’abbandono e il disimpegno. Una volta dimostrato che il problema dei contagi non è la scuola ma i mezzi di trasporto, il governo avrebbe dovuto intervenire su quelli, visto che ha avuto sei mesi di tempo. Ma non l’ha fatto, e ora dà la colpa ai cittadini dei contagi, mentre gran parte della responsabilità sta nell’incompetenza di chi si è improvvisato statista senza neanche avere della politica la benché minima conoscenza.

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La seconda ondata

Ci siamo! La seconda ondata del Covid-19 prevista da molti è arrivata e i contagi stanno crescendo in tutto il mondo (tranne che in Cina, chissà perché!). Debbo ammettere di essermi sbagliato ad essere stato troppo ottimista e ad aver pensato che il problema sarebbe pressoché sparito con l’estate; ma nella confusione che hanno provocato i virologi televisivi sempre in disaccordo tra di loro ogni opinione era lecita, dato che c’era chi prevedeva scenari catastrofici e chi invece cercava di rassicurare. Da questo punto di vista io non me la sento di condannare studiosi come Zangrillo o Bassetti, che ora sono al centro di una gogna mediatica per le loro affermazioni: non mi sembra il caso di dubitare della loro buona fede, perché se hanno detto – a torto – che il virus era clinicamente morto, ciò significa che così a loro risultava, non credo che l’abbiano detto per compiacere qualcuno, sarebbe stato molto più lo scapito che il guadagno. Purtroppo questo virus è in gran parte ancora sconosciuto, e quindi ci può stare di sbagliare, non mi sembra il caso di condannare nessuno. Del resto la ripresa dei contagi dopo l’estate, dato che era stata prevista da molti, avrebbe dovuto essere affrontata anche dal governo con misure adeguate: almeno per quest’anno, ad esempio, si sarebbero potuti proibire i viaggi all’estero che non fossero effettuati per motivi di salute o di lavoro, oppure si sarebbe potuto evitare di riaprire le discoteche e far ammassare dei giovani senza alcun controllo. Il governo ha invece oscillato tra l’eccessiva durezza del lockdown e la rilassatezza che ne è seguita, quando pressoché tutti i controlli si sono allentati e le persone hanno vissuto le loro vacanze come se il pericolo non esistesse più.

E ora che la seconda ondata è arrivata e i contagi crescono giorno dopo giorno, cosa fare? Anzitutto è doveroso rispettare, da parte di tutti noi, le misure ed i protocolli di sicurezza; ma il governo non può scaricare la responsabilità della recrudescenza del virus sui cittadini, come tende a fare, ma deve saper prendere provvedimenti adeguati per quanto riguarda i trasporti e tutte le altre occasioni di possibili assembramenti. Nonostante la mia inveterata avversione per questo governo e per la componente 5 stelle in particolare, riconosco che l’anticipo nella chiusura dei locali, delle palestre ecc. può avere una sua validità, ma bisogna anche evitare che gruppi numerosi di persone rimangano in strada durante la notte: a tal proposito i giovani dovrebbero una volta per tutte cambiare le loro abitudini, come quella di uscire a mezzanotte e tornare a casa alle cinque del mattino; meglio uscire alle nove di sera e tornare a mezzanotte, come si faceva ai nostri tempi, e soprattutto stare di più a casa evitando di vagabondare nella cosiddetta “movida”. Sotto questo aspetto l’epidemia potrebbe anche avere un valore educativo, nel senso di eliminare alcune abitudini assurde e pericolose come lo “sballo” notturno; ne guadagnerebbero in salute, prima di tutto, i giovani stessi. In casi di emergenza come questo un eventuale “coprifuoco” alle 23 o alle 24 non sarebbe poi così terribile come il termine fa pensare.

Quello che invece va evitato in ogni modo è un nuovo lockdown totale, per due motivi essenziali: perché limita in modo gravissimo le libertà fondamentali dei cittadini garantite dalla Costituzione e perché produce disastri economici persino più gravi di quelli provocati dal Covid. Mi pare sciocco, per salvarci dal virus, lasciare senza mezzi di sussistenza milioni di cittadini; una circostanza, questa, che porterebbe oltretutto a disordini sociali e a vere e proprie insurrezioni, perché il popolo, come disse il buon Vincenzo Cuoco nel suo saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799, “non si muove per raziocinio ma per bisogno.” E mi sento anche di dire una cosa che riguarda i dipendenti pubblici ed i pensionati (tra i quali mi trovo anch’io), finora gratificati dallo stipendio o dalla pensione che arriva tutti i mesi: non invocate il lockdown, perché se lo Stato va in rovina per il fallimento dell’economia e non riceve più i contributi necessari a pagare i nostri sussidi, rischiamo di trovarci anche noi senza un soldo, al pari dei lavoratori autonomi. Cerchiamo quindi di essere tutti solidali, dipendenti del pubblico, del privato e pensionati, perché se la nave affonda affondiamo tutti allo stesso modo, non c’è niente che possa tenerci a galla.

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Governo ipocrita e incapace

E’ veramente triste dover constatare il comportamento squallido di questo governo, le cui decisioni risultano ogni giorno più ingiuste e incomprensibili, frutto di un rivoltante opportunismo e attaccamento alle poltrone. Mi riferisco anzitutto ai provvedimenti riguardanti i decreti Salvini, che ora vengono abbattuti proprio da coloro (Conte e i 5 stelle) che soltanto un anno fa li avevano approvati e sostenuti. Come è possibile spiegare questo tradimento (perché di ciò si tratta) se non come il risultato di un ignobile trasformismo che non ha in alcun modo come fine il bene dell’Italia e degli italiani, ma solo il mantenimento di un potere che è stato usurpato e che non è passato attraverso la consultazione popolare. Ma al di là di questo, sono le ragioni del decoro e della dignità personale che avrebbero dovuto intervenire in questo momento, suggerendo a chiunque avesse un briciolo di intelligenza e di umanità che non si può distruggere dopo un anno, solo per convenienza politica e per compiacere un alleato che agisce solo per odio contro il “nemico” Salvini, ciò che si era approvato e promulgato soltanto alcuni mesi prima.

Anche in tempi non sospetti io ho sostenuto l’assoluta nullità politica del Movimento Cinque Stelle, la loro totale incompetenza su tutte le questioni di cui chi sta al governo si deve occupare, la loro mancanza del senso della democrazia, la loro natura di banderuole che si voltano sempre dove gira il vento e che mirano solo al proprio squallido interesse. Ora che sono al governo il disastro provocato da chi li ha votati emerge in tutta la sua drammatica grandezza: non ne hanno azzeccata una nell’azione di governo, hanno messo in ruoli di primaria importanza persone totalmente incapaci e incompetenti, non hanno mostrato il minimo senso della coerenza, sconfessando tutto ciò che sostenevano all’inizio del loro progetto, tanto che persino alcuni di loro si sono trovati a disagio di fronte a tanto ignobile trasformismo. Nei rapporti con la Lega, loro ex alleato, hanno dimostrato più che altrove la loro natura di ignobili profittatori: prima hanno assecondato e appoggiato l’azione dell’allora Ministro degli Interni e poi adesso, sempre per compiacere gli alleati comunisti, lo mandano a processo. Credo che nessuno che avesse il minimo senso della dignità avrebbe mai fatto un gesto simile; hanno potuto farlo solo dei servi, perché tali sono coloro che si sottomettono ad un alleato prepotente ed in base a ciò sono disposti a tradire un amico e trasformarlo in nemico.

Un governo di ipocriti e di incapaci è questo, il peggiore che mai si sia visto nella storia della nostra Repubblica, un governo che manipola l’informazione e diffonde notizie false ed esagerate per mantenere quelle poltrone che non ha mai meritato. La vicenda del Covid-19 lo dimostra in tutta la sua evidenza: diffondono ovunque un clima di terrore per spaventare i cittadini e indurli all’obbedienza, si servono del virus per continuare a imporsi con metodi totalitari, imponendo misure liberticide come il lockdown che oltretutto non risolvono il problema e trattando i cittadini come schiavi costringendoli con le multe e la minaccia dell’esercito per le strade. La dittatura politico-sanitaria messa in atto prosegue e proseguirà ancora, perché senza di essa il governo imploderebbe sotto il peso delle sue contraddizioni e della sua incapacità. E tutti noi proni ad obbedire a questa gente, tutti lì a mettersi la mascherina anche all’aperto, magari da soli in mezzo ad un bosco o a una stradina di campagna. Questa misura presa adesso è pura idiozia, un’idiozia che però saremo costretti tutti a seguire per non incorrere in multe fino a 3000 euro, quando alle ONG che ci portano i clandestini che non sfuggono da nessuna guerra la cifra massima è di 1000 euro, se e quando ce ne sarà occasione. Se ciò accadesse in America, in Inghilterra o in Germania la gente salirebbe sulle barricate e non obbedirebbe ai dittatori; noi invece siamo tutti proni a sottometterci a un avvocatucolo che nessuno conosceva e che adesso, gonfio come un pallone, è diventato il padrone dell’Italia. Non abbiamo più dignità, e nemmeno il senso della vergogna.

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