Un altro effetto del pensiero unico

Prendo spunto per questo articolo da un recentissimo fatto di cronaca, che riguarda il tema generale della libertà di opinione ma che ha suscitato in particolare il mio interesse perché coinvolge il mondo della scuola. Ieri 14 gennaio si è saputo che un’insegnante di inglese del liceo “Marco Polo” di Venezia è stata addirittura licenziata dall’autorità scolastica per alcune frasi razziste, contro gli immigrati e i musulmani, che aveva scritto sul suo profilo facebook. Qui, a quanto si è saputo, ella avrebbe auspicato la morte di tutti i migranti sui barconi e la necessità di bruciare vivi loro ed i loro figli; e sembra anche, come se non bastasse, che abbia scritto anche frasi offensive contro l’ex capo del governo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ed altre perle di questo genere.
A scanso di equivoci di ogni sorta premetto e confermo che io non condivido affatto le affermazioni di questa collega, che non voglio giustificare in alcun modo e da cui mi dissocio totalmente. Il problema però, a mio avviso, è un altro, e cioè questo: è lecito licenziare una persona, cioè toglierle il lavoro ed in pratica emarginarla dalla società, soltanto perché ha espresso un’opinione? Io me lo chiedo e spero che qualcuno mandi commenti a questo mio scritto, perché il problema mi pare notevole e coinvolge non tanto il caso di una persona quanto il concetto stesso di democrazia che abbiamo nel nostro Paese. La nostra Costituzione, all’art. 21, sancisce la libertà di opinione, un principio sacrosanto che non si può circuire o vanificare come sta facendo oggi il pensiero unico che domina ormai, attraverso la televisione e gli altri organi di informazione. Ho detto altre volte cosa intendo quando parlo di pensiero unico: le idee dominanti nella nostra società, in base alle quali vengono diffusi principi di buonismo, di tolleranza, di uguaglianza sociale ecc., per cui è diventato praticamente obbligatorio essere d’accordo con l’accoglienza degli immigrati, con le nozze gay, con il prolificare nel nostro paese di religioni e culture diverse e spesso distanti dalle nostre. Chi si oppone a questo pensiero unico è immediatamente bollato con il marchio infamante di fascista, razzista, omofobo, egoista, cinico, un insieme di etichette dettate dal pregiudizio che tendono a mettere in cattiva luce, condannare moralmente ed isolare chiunque con si allinei con l’opinione che ci viene imposta dall’alto attraverso i media e i social oggi tanto in voga. E mentre fino a poco tempo fa questo processo di ghettizzazione avveniva solo a livello morale, attualmente si sta cercando di trasformarlo in una vera persecuzione sociale e persino giudiziaria: mi riferisco, ad esempio, alla legge che punisce penalmente il negazionismo sull’olocausto, o a quella contro l’omofobia che trasforma in un reato penale l’opinione di chi non gradisce i gay e le loro ostentazioni. L’esempio della professoressa licenziata perché contraria agli immigrati costituisce l’ultimo esempio di questo processo in atto.
A questo punto, per tornare all’argomento particolare dell’articolo, cerco di precisare un aspetto non irrilevante del problema. Nel provvedimento di licenziamento è detto che questa docente, con le sue frasi razziste, provocherebbe un danno al prestigio dell’istituzione scolastica. Non risulta però che questa persona abbia espresso idee di questo tipo durante le sue lezioni; le ha scritte sul suo profilo facebook, quindi al di fuori dell’ambiente di lavoro, e chi non vuole leggerle non è obbligato a farlo. Dov’è il danno all’istituzione scolastica? I suoi studenti hanno chiesto una conferenza stampa in cui, parlando un linguaggio che sa di vecchio sessantottismo (nominano il “collettivo” degli studenti ecc.) affermano che nella loro scuola il fascismo e il razzismo non debbono entrare; ma l’impressione che se ne ricava è che i ragazzi stessi siano stati condizionati da persone o messaggi della fazione opposta, o che comunque non abbiano neanche loro ben chiaro il concetto di democrazia. Sulla base dell’art. 21 della Costituzione il pensiero e le opinioni sono liberi e tali debbono restare: se cioè una persona si limita a esporre un suo pensiero – dovunque lo faccia – ma non commette alcun delitto, come può giustificarsi che, in base all’opinione prevalente, si ritorni al reato di opinione e si licenzi una persona per questi motivi? Questo è il vero atto fascista, proprio delle dittature come quelle di Hitler e di Stalin, allontanare ed emarginare una persona perché ha espresso una sua opinione non consona con quelle che la televisione ed i politici di quasi tutti gli schieramenti vogliono imporci. Diverso sarebbe se la docente in questione avesse metto in atto quelle sue idee, avesse cioè – paradossalmente – ucciso di persona quegli immigrati a cui augura la morte; allora sarebbe un’assassina e dovrebbe pagare il suo delitto per tutta la vita, ma se ha solo espresso un suo auspicio, per quanto assurdo e disumano esso sia, non può essere sottoposta ad un provvedimento così grave, a cui non si è mai ricorsi neanche per coloro che hanno commesso reati ben più gravi. Si può, anzi si deve dissociarsi da quelle idee, si può condannare moralmente la persona che le ha espresse, si può biasimarla, odiarla, detestarla; ma se nella nostra mente è ancora chiaro il concetto di democrazia e di pluralismo, di cui tanti si vantano senza neppure sapere cos’è, non è né lecito né giusto infliggere provvedimenti così pesanti solo per aver scritto quelle frasi e oltretutto in un contesto che è al di fuori dell’ambito scolastico. Non si è sempre detto, da parte di molti colleghi, che la vita privata di un insegnante deve essere separata da quella professionale? Mi ricordo il caso di una professoressa che, irreprensibile nel suo lavoro, alla sera frequentava locali equivoci e si esibiva in spettacoli osceni. In quel frangente ci fu un’alzata di scudi a favore di quella docente, sulla base del principio secondo cui, se uno fa bene il proprio lavoro, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa nella vita privata. Se si crede in questo principio, allora non va condannata neanche la collega che ha scritto frasi razziste, perché non risulta che l’abbia fatto durante le ore di lezione o all’interno della scuola.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di difendere il razzismo di questa collega, che non conosco ed al cui pensiero mi ritengo estraneo. Quel che mi preoccupa è che attualmente nella nostra Italia, con la scusa del progresso, dei diritti civili, dell’accoglienza ecc., si sia giunti non solo a denigrare chi la pensa diversamente ed è ancora fedele a certi valori attualmente in disuso, ma persino all’emarginazione ed alla persecuzione giudiziaria contro chi non si allinea con il pensiero unico. Su questa reintroduzione del reato di opinione occorre fare molta attenzione, perché proseguendo su questa strada il passo verso la dittatura e l’oppressione è breve, ed in parte è stato già compiuto. Ho detto altrove, e qui lo ripeto, che se Mussolini, Hitler e Stalin vivessero oggi non avrebbero bisogno di manganello, olio di ricino o gulag: basterebbe la televisione per distruggere ogni dissenso.

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Visita a casa Leopardi

Il programma di italiano che sto svolgendo con la mia classe quinta prevede Giacomo Leopardi come uno degli autori di maggior rilievo, come tutti sanno; pertanto, approfittando di queste lunghe vacanze natalizie, ho deciso di recarmi un giorno a Recanati per visitare la casa del celebre poeta. Per fortuna quel giorno non era ancora arrivata l’ondata di freddo polare che si è abbattuta sull’Italia centrale e sulla parte adriatica in particolare, così la visita è potuta avvenire senza disagi, mediante un viaggio non troppo lungo, dato che la Toscana confina con le Marche.
All’arrivo a Recanati mi sono meravigliato del culto particolare che la città ha per il suo figlio più illustre: davanti ad ogni negozio, infatti, c’è un pannello di legno con incisi versi tratti dai canti più celebri del Leopardi (A Silvia, Le ricordanze, Il sabato del villaggio, La ginestra ecc.), ed anche le luci natalizie sono disposte, lungo il corso principale, in modo da ricostruire l'”Infinito”, poiché il primo ponte luminoso porta la scritta “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, il secondo “E questa siepe, che da tanta parte” ecc., fino a ricostruire la poesia completa.
La visita a casa Leopardi, invece, non è molto esauriente, al punto che non saprei se consigliarla o meno a studenti e studiosi; poiché infatti l’edificio è ancora abitato dai discendenti dell’ultimo fratello di Giacomo, cioè Pierfrancesco, al pubblico viene fatta visitare in pratica la sola biblioteca. La guida che ci ha accompagnati era una ragazza molto ben informata e accesa di entusiasmo per il poeta ed il suo ambiente, ha raccontato molte cose sulla giovinezza di Giacomo, sui suoi studi e sui suoi genitori Monaldo e Adelaide; ma in pratica non abbiamo potuto toccare né esaminare nulla, perché tutti i preziosi libri della biblioteca sono chiusi dentro vetrine o teche e non sono consultabili da nessuno. Quindi, se non ci fosse stata la spiegazione della guida, che spesso divagava dagli argomenti concernenti la visita, quest’ultima si sarebbe potuta concludere in cinque minuti, francamente un po’ limitata. Abbiamo potuto ammirare anche alcuni ritratti, tra cui quello celebre del poeta che fu dipinto da un ignoto pittore a lui contemporaneo e che è quello che ritroviamo in tutti i libri di storia letteraria. Interessante è anche la scrivania di Monaldo Leopardi, intorno alla quale sono conservati alcuni documenti originali comprovanti la sua attività di amministratore di Recanati, per conto del papa Pio VI, durante l’epoca napoleonica; a tal riguardo ho saputo che Monaldo prese l’iniziativa, primo nel suo territorio, di far vaccinare tutti i cittadini del paese contro il vaiolo, che in effetti sparì da Recanati. Notevole fu anche il suo amore per la cultura, essendo egli stesso scrittore e avendo acquistato moltissimi libri; anzi, questa ed altre spese lo condussero a contrarre molti debiti, e fu merito esclusivo di sua moglie, la marchesa Adelaide Antici madre di Giacomo, se questi debiti furono saldati ed il palazzo poté restare di loro proprietà.
Quello che è stato suggestivo in questa visita, al di là della limitatezza dei luoghi visitati, è l’atmosfera che si crea a palazzo Leopardi, dove, con un po’ di fantasia, sembra di vedere ancora il giovane Giacomo che, seduto ad un piccolo tavolo vicino alla finestra per poter approfittare della luce solare, alterna lo sguardo dalle sudate carte alla piazzetta circostante, dove Teresa Fattorini (la sua Silvia!) è intenta ai lavori femminili. Quest’aria ottocentesca che ancora si respira in quel luogo è ciò che mi è piaciuto di più, che può farmi dire che è valsa la pena di intraprendere quel viaggio, perché altrimenti, se vogliamo fare un discorso materialistico che uno studioso non dovrebbe fare ma che comunque viene in mente, dovremmo dire che una spesa di dieci euro per vedere fuggevolmente una biblioteca – e senza poter consultare nulla de visu – è francamente esagerata. E’ vero che, in questa occasione, ho potuto visitare contestualmente anche una mostra allestita in altri locali del medesimo edificio, dove erano esposti alcuni documenti del tardo ‘700 e del primo ‘800 (lettere, proclami pubblici, libri ecc.), ma anch’essa non presentava particolare interesse perché era più che altro un’appendice della biblioteca stessa. Ho comunque trascorso, in questi giorni noiosi dedicati alle feste natalizie e di fine anno, una giornata diversa, completata anche dalla visita del santuario della Madonna di Loreto; ed anche questo è un modo per vedere luoghi prima sconosciuti ed accrescere le proprie conoscenze.

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Il mio blog nel 2017

Ormai questo mio blog esiste dal febbraio 2012, cioè da quasi cinque anni. In tutto questo tempo la sua visibilità è aumentata nettamente, perché si è passati dalle 30/40 visite al giorno (in media) dei primi anni alle 150/200 di oggi, con forti rallentamenti però nei periodi delle ferie estive ed in quello delle feste natalizie. Ciò nonostante non posso essere contento di come vanno le cose, non solo perché mi aspettavo una maggiore diffusione e conoscenza del mio blog, ma anche e soprattutto per i commenti: molti articoli, infatti, ne sono rimasti del tutto privi ed altri ne hanno avuti comunque pochissimi. Sembra che i lettori si limitino ad uno sguardo frettoloso sugli argomenti che tratto, ai quali evidentemente non sono abbastanza interessati o non vi si sentono abbastanza coinvolti, visto che ci sono periodi in cui registro circa 200 ingressi al giorno sul blog senza che mi arrivi nessun commento. Quale può essere la ragione di ciò? Me lo sono chiesto più volte, anche tenendo conto del fatto che altri blog, che trattano argomenti molto più futili o sono semplici diari personali, ricevono molti più commenti del mio; forse quindi debbo pensare che il popolo di internet, nella sua maggioranza, abbia bisogno di leggere banalità per condividere un’opinione, mentre le riflessioni di ordine politico, letterario o comunque culturale non interessino quasi a nessuno. E’ una conclusione molto triste, questa, ma viene spontaneo di pensarla, visto che di spiegazioni alternative non riesco a trovarne.
Le prospettive per il futuro, con queste premesse, non sono molto allettanti, e non so quindi per quanto tempo ancora continuerò a tenere ed aggiornare questo blog, un’attività che comunque richiede tempo e fatica; e quando si prende qualche iniziativa bisogna avere un motivo per cui il gioco valga la candela, altrimenti è meglio chiuderla. Basandomi su queste considerazioni, tuttavia, ho deciso di continuare ancora un po’ con il blog, diciamo per il nuovo anno 2017, dopo di che deciderò se chiuderlo o proseguire ancora. Nel corso dell’anno nuovo, pertanto, continuerò ad aggiornarlo con una cadenza all’incirca settimanale, tenendo conto anche degli impegni di lavoro. Gli argomenti saranno ancora quelli che ho trattato fino ad oggi, perché di quelli mi intendo e suscitano il mio interesse; giudico perciò inutile e dannoso avventurarmi in questioni di cui non ho competenza solo per avere più lettori o più commenti.
Le questioni scolastiche saranno ancora al centro del mio blog, perché alla scuola ho dedicato tutta la mia vita professionale; e mi sembra giusto farlo più che mai adesso, quando cioè sono entrato nell’ultima fase della mia attività di docente, destinata a chiudersi con il pensionamento il 31 agosto del 2018. Proprio in questo periodo, avvicinandomi al momento in cui dovrò lasciare la scuola, sento la necessità di mettere la mia esperienza a disposizione dei lettori, in particolare di chi come me vive la meravigliosa esperienza dell’insegnamento: molte cose ho ancora da dire, molte opinioni da esprimere sia a livello individuale che in generale sulle condizioni del nostro sistema educativo e delle politiche scolastiche del nostro Ministero. Continuo a pensare che chi vive da quasi quarant’anni la realtà scolastica possa ancora dire qualcosa che sia utile ai colleghi più giovani, se vogliono servirsene. Ciò non esclude ovviamente che il blog possa e debba trattare anche altri argomenti: la politica del nostro Paese ad esempio, sempre più deludente e tuttavia da non trascurare, perché tutto ciò che noi vediamo ed operiamo in società è politica o dipende da essa. Oltre a ciò, riprenderò anche a parlare di arte, di musica e di letteratura in particolare, con osservazioni e recensioni sui classici e sugli autori a me più cari. Sotto questo profilo sono particolarmente dispiaciuto del fatto che sono stati proprio questi contributi ad avere meno lettori e meno commenti: l’ultimo post infatti, del 27 dicembre scorso, parlava di Dante e del modo con cui egli tratta alcune figure di donne incontrate nella Divina Commedia. A me sembrava e sembra di straordinario interesse, eppure nessuno fino ad oggi lo ha commentato e pochissimi lo hanno letto. Per dare ragione di questa trascuratezza ho dato la colpa alle feste natalizie, che hanno certamente distratto l’attenzione dei pochi frequentatori di questo blog; e questa mi è parsa la spiegazione più probabile e più accettabile, piuttosto che indicarne un’altra che non voglio dire per non perdere del tutto la speranza, da me sempre nutrita, che la cultura interessi ancora a qualcuno, in questi nostri tempi sempre più segnati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno.

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Dante e le donne: l’arte della psicologia

In questi ultimi tre anni, nei quali ho tenuto l’insegnamento dell’italiano in una classe del triennio conclusivo del Liceo Classico, ho ovviamente dovuto leggere gran parte della Divina Commedia; e debbo dire che l’ho fatto con grande piacere ed entusiasmo, perché la mia ammirazione per Dante, fin dai miei anni giovanili, è sempre stata sconfinata. La sua poesia è veramente “divina” in ogni senso: per la grande suggestione che crea nel lettore, per l’assoluta bellezza delle immagini create, per l’uso sapientissimo della lingua in tutte le sue facoltà sintattiche, lessicali e retoriche. Ma ciò che più mi ha colpito è la profondità dell’analisi psicologica dei vari personaggi incontrati durante quel fantastico e strabiliante viaggio oltremondano, giacché di ciascuno è ricostruita perfettamente la personalità ed i tratti caratteriali, che restano invariati pur in una dimensione del tutto nuova rispetto a quella della vita terrena. In questo articolo vorrei richiamare l’attenzione su di un aspetto particolare della psicologia dantesca, quella che si esercita su alcune figure di donne incontrate nella Commedia, perché il poeta ha saputo cogliere certe peculiarità dell’animo femminile ed esprimerle con impareggiabile finezza. Premetto che non dirò nulla di nuovo né di scientificamente rilevante, e ciò per due motivi: il primo, e più importante, è che io non sono un critico letterario né specificamente un dantista, ma solo un fervente ammiratore del grande poeta; il secondo è che un blog non è certo la sede per affrontare questioni filologiche o dottrinarie, ma solo uno spazio per esprimere qualche riflessione personale, in forma banale ed in guisa di chiacchiere tra amici.
Vorrei prendere ad esempio una donna per ciascuna delle tre cantiche. Per quanto riguarda l’Inferno, la figura che a tutti viene in mente, per l’umana pietà che suscita e per la grandezza del suo animo, è certo quella di Francesca da Rimini, che domina il canto V° dedicato al secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi. Moltissimo si è detto e scritto su questa figura, simbolo della stessa forza dell’amore che tutto travolge e che riesce persino a vanificare, nella sua intensità, l’aspetto peccaminoso della vicenda per la quale lei e Paolo si trovano all’inferno. Dante ci presenta la sua tragedia come dovuta ad una forza superiore, contro cui la fragile volontà umana non può nulla: a ciò si riferiscono i celebri versi 103-105:
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi ancor non m’abbandona.
Queste parole avrebbe potuto pronunciarle anche un uomo; ma da parte di una donna il loro intenso significato si fa ancor più forte, esprime l’invincibile impeto naturale che annulla ogni volontà ed ogni barriera razionale. La profonda dignità di Francesca, ben viva nella rievocazione della vicenda ancor più del suo peccato, si rivela anche nella reticenza finale espressa dalle sue ultime parole, quando ella racconta della lettura del romanzo francese di Lancillotto e Ginevra: dopo aver riferito del bacio che Paolo stampò sulla sua bocca ad imitazione di quello tra i due amanti leggendari, ella chiude il racconto dicendo che quel giorno la lettura del libro finì in quel momento (quel giorno più non vi leggemmo avante, v. 138). Per quante interpretazioni, più o meno maliziose, che si possano dare di quel verso, è comunque evidente un tratto caratteriale tipicamente femminile: la reticenza, l’aver evitato di dire di più, di aggiungere particolari inutili e forse compromettenti ad una storia già abbastanza chiara e dalla conclusione alquanto perspicua. Una grande finezza del nostro poeta, che senza nulla togliere alla colpa ed alla conseguente pena della sua eroina, ne ha però mantenuta intatta la dignità ed una nobile forma di riserbo tipica del suo sesso.
Nel 5° canto del Purgatorio ci si presenta, sia pur in forma breve e quasi “en passant”, la figura di un’altra donna: è Pia de’ Tolomei, senese, uccisa brutalmente dal marito Nello dei Pannocchieschi forse per motivi di gelosia. Ella si rivolge a Dante con queste parole (vv. 130-134):
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via”
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me che son la Pia:
Siena mi fé; disfecemi Maremma…”
A parte la forte suggestione dell’immagine, ottenuta anche grazie all’incisivo chiasmo antitetico del v. 134, quel che mi colpisce è l’intonazione tipicamente femminile dell’apostrofe della donna: ella è infatti l’unico personaggio di tutto il poema che mostra di preoccuparsi per la fatica durata da Dante nel compiere il suo lungo viaggio, e soprattutto nello scalare la montagna del Purgatorio. Questo particolare riguardo, questa attenzione all’essere altrui, si avvicina a quello di una moglie preoccupata per le condizioni fisiche del marito dopo una giornata di lavoro o comunque dopo uno sforzo prolungato. E’ un pensiero propriamente femminile, che difficilmente sarebbe venuto in mente ad un uomo, e ciò rivela, da parte del poeta, un’impareggiabile abilità nel conoscere la psicologia dei suoi personaggi, e delle donne in particolare.
Un’altra indimenticabile figura di donna, stavolta gratificata dell’eterna beatitudine, la troviamo nel canto 3° del Paradiso: è Piccarda Donati, la sorella del celebre uomo politico Corso Donati, la quale si era fatta suora ma poi era stata strappata a forza dal convento e dalla sua pace e costretta a sposarsi, per assecondare i loschi intrighi del malvagio fratello. Ella racconta a Dante la sua vicenda, ma al momento di riferire la violenza subìta, svanisce in lei ogni risentimento nei confronti di chi la usò contro di lei, che designa con una formula generica (vv. 106-108):
Uomini poi, a mal più che a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E’ indimenticabile la finezza psicologica con cui Dante tratteggia il suo personaggio: anima santa qual è, non può provare rancore nei riguardi del fratello (che non nomina neppure) né di chiunque altro le fece violenza. Fin qui il suo atteggiamento potrebbe esser definito normale; ma il suo carattere riservato e verecondo si coglie soprattutto nell’ultimo verso, quand’ella stende un velo pietoso su quella vita matrimoniale che non voleva ed alla quale era stata costretta, affermando che Dio conosce bene la sua vicenda e che non v’è bisogno di esternarla ad altri. Anche qui il perdono cristiano, proprio delle anime beate, si fonde con una reticenza tipicamente femminile, un pudore che evita ogni riferimento, anche allusivo, che possa essere men che onesto.
Dante ha quindi dato prova, oltre che di una sterminata cultura letteraria, teologica, retorica ecc., anche di una perfetta conoscenza del cuore umano e dei suoi più intimi segreti; e questa sua grande abilità, pur mostratasi in tutti i suoi personaggi, ha raggiunto livelli di straordinario rilievo in quelli femminili. Questa almeno è stata la mia impressione, non da studioso ma da semplice lettore della Divina Commedia. Essa mi ha condotto ad una serie di riflessioni che ho condiviso con i miei alunni e che mi hanno reso sempre più convinto della grandezza e della perenne attualità di questo nostro eccelso poeta, forse il più grande di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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Il senso della misura, da Aristotele ad oggi

Una delle teorie di Aristotele che molti di coloro che l’hanno studiato ricordano è quella del giusto mezzo, espressa nella sua più famosa opera morale, l’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti errori, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così la virtù del coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà, quella della moderata irascibilità risulta da un bilanciamento tra l’indolenza e l’eccessiva iracondia, e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, che lo stesso Aristotele riconosce come tale, giacché non è agevole praticare quella che i Greci chiamavano mesòtes ed i Romani medietas o mediocritas, il raggiungimento cioè del giusto mezzo tra due opposti ovviamente erronei. Di questa teoria, filosofica ma non troppo perché conclamata anche dal buon senso comune, si fecero portatori altri grandi ingegni dell’Antichità, come ad esempio Orazio, il quale ne fa uno dei principi fondamentali del suo insegnamento morale, tanto da usare una locuzione che può sembrare ossimorica, aurea mediocritas, con la quale vuol affermare che la scelta di vita fondata sul giusto mezzo è la migliore, è appunto “aurea” proprio perché mediocre, in quanto al saggio non giova né l’estrema povertà né l’estrema ricchezza, non ha da vivere né in un tugurio né in una reggia, così come non dev’essere mai troppo supponente, né mai troppo angosciato.
Nelle società moderne e nei rapporti umani questo principio raramente è stato seguito e si è molto spesso oscillato tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso; ed il modo di vivere attuale non fa eccezione a questo deragliamento dal principio secondo cui in medio stat virtus, anzi è caduto ancor di più nell’errore, tanto da perdere di vista quei valori che, dall’essere osservati con troppo rigore, hanno poi finito per essere trascurati del tutto. Prendiamone due dei più comuni, che tutti possono comprendere: la patria e la famiglia. Per il primo dei due, fino a non molti decenni fa, si poteva anche sacrificare la vita (si pensi al periodo risorgimentale, ad esempio); oggi esso non ha più considerazione alcuna, tanto che chi dovesse dire, per caso, “io amo la patria”, oppure “mi sento italiano, non europeo”, sarebbe guardato come un animale raro e considerato come un vecchio residuato di un mondo che non esiste più. Il secondo concetto ha subito una ancor più radicale trasformazione: fino all’epoca dei nostri genitori, ad esempio, la famiglia era un concetto sacro e inviolabile, il matrimonio era visto come necessario e irrinunciabile nella vita di una persona, e indissolubile; adesso sono pochissime le coppie che decidono di sposarsi, e se lo fanno si separano in gran numero dando vita a quelle congreghe ibride chiamate “famiglie allargate”, che non si sa bene cosa siano. Non è forse questo un abbandono totale del principio aristotelico? Prima i coniugi restavano comunque insieme in nome dell’unità della famiglia e dei figli, tollerando anche situazioni intollerabili; adesso si separano anche perché, magari, lei vuole andare in vacanza al mare e lui in montagna. Non sarebbe più equo adottare una via mediana tra questi due estremi francamente poco condivisibili?
Se vogliamo ribadire la convinzione secondo cui le società moderne non riescono a trovare un razionale punto di equilibrio tra idee e comportamenti tra loro opposti ed ugualmente esagerati, gli esempi non mancano di certo, anzi ce ne sono fin troppi: basta confrontare due epoche distanti tra loro due o tre generazioni, diciamo dagli anni ’50 del secolo XX al primo decennio del XXI. In ogni campo della vita individuale e sociale si è passati, in tanti casi, dall’eccessivo proibizionismo di un tempo all’eccessivo permissivismo di oggi, con una trasformazione del costume e delle abitudini addirittura strabiliante ed un tempo imprevedibile. Pensiamo anzitutto ai rapporti umani: un campo di discussione vastissimo, che se affrontato nella totalità rischierebbe di farci perdere il filo del discorso, ed è quindi bene limitarlo a due ambiti, quello della famiglia e quello della scuola. In un tempo non troppo lontano l’autorità dei genitori e degli anziani della famiglia era assolutamente incontestabile e spesso dura a sopportarsi da parte dei giovani, i quali non potevano neppure pensare di ribellarsi alla dittatura domestica: ne ho fatto esperienza io stesso, che ben ricordo come fosse per me impensabile oppormi a mio padre, contestarlo o respingere un suo consiglio o un suo ordine preciso, pena l’isolamento all’interno della famiglia, la reclusione in casa senza poter uscire, quando addirittura non si arrivava (e posso assicurare che vi si arrivava spesso) alle punizioni corporali anche pesanti. Che i ragazzi fossero picchiati dai genitori o altri familiari era cosa normale ai miei tempi, né v’era da sperare che qualcuno accorresse in nostro soccorso; oggi invece, se un genitore si azzarda a dare una sberla al figlio (molto spesso meritata) costui chiama il “telefono azzurro” e c’è da vedersi arrivare i carabinieri a casa o anche, in qualche caso, vedersi privati della patria potestà. Ora io non voglio dire assolutamente che si debbano picchiare i figli, per carità, anzi è bene che questa barbara usanza sia da tutti condannata; vorrei solo sottolineare come il costume sia cambiato, al punto che i figli, già all’età di otto anni, fanno ciò che vogliono e non obbediscono affatto ai genitori, spesso mandati a quel paese, come si suol dire, a male parole. Ecco quindi che il giusto mezzo, una certa autorevolezza dei genitori ed una relativa libertà per i figli, non esisteva prima a causa di un eccessivo autoritarismo e non esiste adesso a causa di un altrettanto pernicioso permissivismo. Non voglio allungare troppo il post e quindi accenno solo alla scuola, dove più o meno è accaduta la stessa cosa: prima imperava l’autoritarismo degli insegnanti che i poveri studenti dovevano subire senza fiatare per non incorrere in gravi punizioni; oggi, dopo la “rivoluzione” del ’68 e altre belle perle come lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, gli studenti possono scorrazzare a loro piacimento, fare di tutto fuorché il loro dovere, insultare perfino i loro docenti o il preside e non succede nulla. Questo per fortuna nella mia scuola non accade, perché abbiamo studenti corretti e disciplinati; ma ci sono istituti dove il professore passa il suo tempo non a fare lezione, ma a cercare di evitare che i ragazzi demoliscano l’edificio o si facciano del male tra loro.
In questi nostri infelici tempi la moderazione, la medietas dei Romani, il principio del giusto mezzo di aristotelica memoria non ha più alcun valore, ovunque si è scivolati da un estremo all’altro, anche per quanto attiene a molti aspetti della vita sociale. Anche qui gli esempi sarebbero infiniti, per cui ne prendo in considerazione soltanto due. Il primo è la giustizia, passata da un’eccessiva severità ad un lassismo che lascia sgomenti tutti noi, ma soprattutto le vittime della criminalità. Una volta abolita la pena di morte, in vigore durante il fascismo, si è passati alla richiesta dell’abolizione dell’ergastolo, alle varie amnistie per buona condotta e altro, ai vari permessi e semilibertà concessi ai detenuti, agli arresti domiciliari in luogo di quelli in carcere, a leggi che hanno continuamente diminuito e persino abolito le pene per certi reati; così, da una giustizia fin troppo severa siamo passati al lassismo più totale, che vediamo operante nel momento in cui i giudici, basandosi peraltro su leggi esistenti, rimettono in libertà dopo pochi giorni gli autori di gravissimi reati contro il patrimonio e anche contro la persona, tanto da invogliare persino i criminali stranieri a venire a delinquere in Italia, dove – si sa – si è pressoché sicuri di farla franca. Da questo punto di vista io vorrei mettermi nei panni delle vittime della criminalità, di coloro che si sono semplicemente difesi dalle aggressioni o dalle rapine e rischiano di essere condannati loro al posto dei delinquenti. Come potrebbero queste persone avere fiducia nella giustizia e nello Stato?
Il secondo esempio che vorrei fare è l’atteggiamento tenuto da importanti settori della società come i mezzi di informazione, la classe politica, ma anche spesso i singoli cittadini, nei confronti dei cosiddetti “diversi” (tanto per usare un termine invalso), quali possono essere ad esempio i portatori di handicap, gli omosessuali, gli immigrati e così via. Anche qui non si è stati in grado di mantenere il principio del giusto mezzo, ma si è passati da un estremo all’altro in pochi anni: fino a non molti decenni fa queste persone erano discriminate, derise, colpite da violenza fisica e psicologica, in una parola escluse dal contesto sociale. Ora, penso che nessuno di buon senso e dotato di umanità possa sostenere che questa forma mentis sia stata giusta, oserei anzi dire che è inaccettabile in una società civile. Il problema è però che adesso, nel tentativo di rimediare all’errore commesso, si è finiti spesso nell’eccesso opposto: gli immigrati, ad esempio, che prima venivano respinti, adesso vengono accolti e mantenuti a spese di tutti noi in numero elevatissimo e certamente insopportabile per un Paese che ha già tanti problemi, sia economici che di ordine pubblico. Io personalmente – e lo dico sapendo di attirarmi il disprezzo di molti dei buonisti nostrani – non ritengo giusto che si mantengano gli immigrati negli alberghi dando loro non solo vitto e alloggio gratis, ma persino denaro, telefonini e altro ancora, mentre tante famiglie italiane sono nell’indigenza. Non ce lo possiamo permettere più, ed è l’ora di pensare ad una diversa soluzione della questione. Lo stesso rovesciamento della mentalità comune è avvenuto, per riprendere il secondo esempio che facevo prima, con i cosiddetti “gay”: ingiustamente ghettizzati in passato, oggi vengono non solo difesi ma spesso anche osannati nei programmi televisivi, dove si lascia intendere ch’essi sarebbero addirittura, e non si sa perché, più meritevoli degli altri. Vi è poi una legge, attualmente giacente in Parlamento, che con la volontà di combattere l’omofobia (e fin qui si può essere d’accordo) trasforma addirittura in reato penale l’opinione di coloro che non amano i gay o che sono contrari alle loro unioni, vanificando anche il dettato costituzionale che sancisce la libertà di espressione.
Questi esempi, pochi in confronto a quanti se ne potrebbero addurre, dimostrano chiaramente quanto rapidi siano nel nostro mondo i cambiamenti di costume e di mentalità, che di per sé non sarebbero un male, intendiamoci; quel che è male invece, a mio giudizio, è il non saper trovare mai il giusto mezzo, un punto di equilibrio, così che, per reagire ad un eccesso, si cade inevitabilmente in quello opposto. Forse la verità è che l’uomo è imperfetto e che ogni generazione e ogni epoca ha le sue magagne, non esistono “tempi d’oro”, né sono mai esistiti. So di aver scoperto l’acqua calda, ma a volte anche ripetere delle ovvietà può essere utile e favorire una riflessione che non è mai fine a se stessa.

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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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I guai dell’editoria italiana

Fin dalla mia prima giovinezza, prima che nascesse il nuovo orizzonte formato da internet e dalle meraviglie multimediali, ho sempre coltivato il sogno di farmi conoscere, di diventare una persona famosa e stimata oltre la cerchia ristretta dei suoi conoscenti; ed il mezzo principale che ritenevo potesse portarmi a raggiungere questo obiettivo lo vedevo soprattutto nell’editoria, nel pubblicare libri che avrebbero dovuto essere utili ai lettori e assolvere, oltre a questo compito, anche quello di dare lustro al suo autore. Questa si chiama ambizione, lo so, e so anche che da parte di molte persone non è giudicata positivamente; ma è certo che senza l’ambizione di coloro che si sono prodigati per lasciare un ricordo di sé l’uomo sarebbe ancora nelle caverne. Di questo sono stato e sono ancora profondamente convinto.
Del mio sogno ancestrale ho potuto realizzare, durante la mia vita, sì e no la centesima parte, rimasto come sono al livello di semplice professore di liceo e senza neanche aver avuto accesso all’insegnamento universitario, un’aspirazione che avevo da giovane ma che adesso, fortemente deluso dal clientelismo e dal nepotismo che regna in quell’ambiente, non ho più. Pur trovandomi quindi in questo ruolo certamente inferiore a quello che avrei desiderato, ho sempre cercato di svolgere con il massimo della passione e della professionalità il mio compito di docente liceale, in un’attività di quasi quarant’anni che mi ha dato, nonostante le difficoltà incontrate, molte soddisfazioni: continuo infatti a ricevere, anche a distanza di molti anni, messaggi di ex studenti che mi ringraziano per ciò che ho loro insegnato, non solo sul piano nozionistico ma anche su quello del metodo e della serietà degli studi. Comunque, nonostante gli impegni sempre crescenti che la scuola richiede agli insegnanti, ho proseguito in questi anni anche quell’attività di ricerca scientifica che avevo iniziato già nei lontani anni dell’università e sono riuscito a pubblicare, oltre a studi specifici sulle letterature classiche, anche volumi di tipo divulgativo e libri di testo dedicati alla scuola, com’era naturale che accadesse.
Il mio rapporto con gli editori, tuttavia, non è stato sempre positivo, e nella mia esperienza ho dovuto constatare come gli obiettivi di ordine economico fossero per loro molto più importanti di quelli di ordine culturale. Bella novità, mi si dirà! Forse non è cosa nota il fatto che le case editrici mirino solo al loro guadagno? Certo, è difficile dubitare di questo presupposto, quando vediamo che vengono pubblicati (e magari vendono migliaia e migliaia di copie) libri di nessun valore letterario e persino scritti male dal mero punto di vista della lingua italiana, solo perché i loro autori (reali o presunti) sono celebri per altre ragioni o in altri ambiti: possiamo fare l’esempio di giornalisti televisivi (v. Bruno Vespa), di personaggi dello spettacolo e persino di calciatori semianalfabeti (v. il romano Totti), che hanno potuto pubblicare presso editori famosi e speculare sulle vendite, come se non fossero già pagati abbastanza per le loro consuete attività. Una volta che un nome è conosciuto, anche se scrive come un bambino di seconda elementare, la pubblicazione è garantita. Per un sentimento di umana pietà non voglio fare nomi, ma ci sono in circolazione presunti “romanzi”, diretti per lo più al mondo giovanile, scritti da persone che non conoscono neanche il corretto uso del lessico italiano ma che, una volta fatta presa su quel pubblico, continuano ad avere successo.
Dall’altra parte ci sono invece coloro che, pur avendo un vero talento (per quel che si può avere oggi), non sono conosciuti, nessun personaggio famoso è disposto a presentarli e raccomandarli, e così restano nell’ombra, nell’oblìo, destinati ad essere dimenticati poco dopo la loro scomparsa da questo mondo. Ovviamente io non ho alcuna pretesa di collocarmi tra queste persone di talento dimenticate, dato che non credo e non ho mai creduto di possedere la stoffa dello scrittore; ma sono comunque profondamente deluso dall’editoria italiana nel momento in cui, avendo in cassetto alcuni scritti che potrebbero essere utili al lettore medio, non riesco in alcun modo a trovare un editore disposto alla pubblicazione. Uno di questi è un’intera storia della letteratura latina, con antologia degli autori, che ho scritto per la scuola e l’università. Questa opera è stata in effetti pubblicata a Napoli, nel 2009 e con il titolo di Scientia Litterarum, presso la casa editrice Loffredo, un tempo la prima in tutta l’Italia centro-meridionale per l’editoria scolastica ed in particolare per le discipline umanistiche. Adottata in varie scuole, questa opera è stata però bloccata, nel 2014, dal fallimento dell’editore, il quale si è reso irreperibile sottraendosi a tutti i suoi impegni, economici ma non solo, nei confronti degli autori; così la mia storia letteraria non è stata più ristampata e non viene più né adottata nelle scuole né letta da nessuno. Al proposito io sono solito dire che ciò che più mi addolora nella vicenda non è tanto l’ignobile comportamento dell’editore e il danno economico che mi ha provocato, quanto la sparizione di fatto della mia opera, scomparsa e praticamente dimenticata pochi anni dopo la sua nascita. E benché successivamente io abbia tentato di ricollocarla, dopo averla riveduta e corretta, presso altri editori, ho collezionato solo insuccessi: alcuni di loro non hanno nemmeno risposto alla mia richiesta, altri rifiutano di pubblicarla solo perché sulla copertina non c’è un nome famoso e celebrato di un docente universitario ma solo quello di un misero professore di liceo, che non vale la pena di prendere in considerazione. E tutto ciò a prescindere dal valore letterario dell’opera in sé, che questi editori non possono valutare perché non l’hanno mai voluta leggere.
La stessa sorte sopra descritta è toccata anche ad altri due miei lavori, la traduzione cioè delle sei commedie di Terenzio (195-159 a.C.) e delle cinque meglio conservate del suo modello greco Menandro (342-292 a.C.). Queste opere mi furono commissionate, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo XX, dall’editore Mursia di Milano, che a tempo debito pubblicò due volumi contenenti ciascuno la prima delle commedie dei due autori (lo Scudo di Menandro e l’Andria di Terenzio); poi, passata la proprietà della casa editrice al gruppo Mondadori, i programmi cambiarono e la pubblicazione delle mie traduzioni cessò del tutto, con la restituzione dei diritti. Da allora, cioè da quasi vent’anni, ho compiuto vari tentativi di pubblicare le commedie rimanenti presso altri editori, ma non ne ho mai trovato uno disponibile ad assumersi l’incarico. E non credo che ciò dipenda dallo scarso interesse suscitato dagli autori, perché altrimenti non si spiegherebbe perché l’editore Rizzoli di Milano (nella collana BUR), ad esempio, ha pubblicato opere di scrittori pressoché sconosciuti al grande pubblico come Dione Cassio o Nonno di Panopoli, interessanti solo per una cerchia ristretta di specialisti cultori della letteratura greca di epoca tarda. Forse, se il mio nome fosse stato più noto di quanto non sia, magari per aver avuto una docenza universitaria o per qualche incarico alla televisione o nel mondo dello sport, l’editore l’avrei trovato. Ma purtroppo da noi così vanno le cose: la qualità, il livello culturale contano poco o nulla per la nostra editoria, quel che conta davvero è che l’autore sia noto per un qualsiasi motivo e che susciti perciò interesse nel pubblico, così che le sue opere possano vendere molte copie e fare la fortuna dell’editore, senza tenere in alcun conto il valore oggettivo di ciò che si pubblica. Anche questo fa parte della superficialità odierna, una delle tante espressioni di una società che guarda molto alla forma e poco alla sostanza e di un pubblico attratto dalle amenità molto più che dalla cultura. Anche in questo campo, quindi, abbiamo ciò che ci meritiamo, nulla di meno e nulla di più.

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Rileggendo qualcosa del Manzoni…

a-manzoniIn questo periodo, stante la vicinanza del referendum costituzionale, ho deciso di non parlare di questioni politico-sociali sul blog; e ciò perché quel che scrive un docente può essere letto, sia pure per semplice curiosità, dai suoi alunni, che non dobbiamo condizionare in alcun modo. Per questo motivo io, fino al 5 dicembre, parlerò soltanto di questioni culturali e scolastiche, lasciando ad altri le disquisizioni sulla cosiddetta “attualità”.
In realtà, a mio avviso, nulla è più attuale della conoscenza del passato, perché solo attraverso il senso storico si può comprendere la realtà che ci circonda. Così, benché in questo articolo io parli, in maniera del tutto informale e senza la pretesa di dire nulla di nuovo, delle mie letture di questi giorni che riguardano un grande poeta e scrittore del XIX secolo, posso ben dire di affrontare un tema che è più “moderno” e contiguo al nostro pensiero di quanto si potrebbe immaginare. Mi riferisco ad Alessandro Manzoni, l’autore che proprio in questo periodo sto trattando con i miei alunni di quinta nello svolgimento del normale programma scolastico di letteratura italiana. Leggendolo e studiandolo confermo ancor di più la mia tesi secondo cui ai nostri giorni l’arte è morta e sepolta; per dimostrarlo basta confrontare l’arte manzoniana con i miseri prodotti degli imbrattacarte attuali, che solo forzando la lingua italiana si possono chiamare scrittori: tra i Promessi Sposi ed i romanzi di oggi c’è la stessa differenza di quella che può passare tra un elefante e una formica.
Scrittore celebrato ma anche denigrato al tempo stesso, esaltato per la sua grandezza artistica ma anche criticato per l’eccessiva presenza della fede cristiana nella sua opera (che qualcuno ha accusato di “odorare troppo di sagrestia”), Manzoni rappresenta comunque un autore fondamentale nella storia culturale del nostro Paese, colui che ha composto il romanzo più famoso della letteratura italiana e forse dell’intera letteratura europea. Ma quel che mi ha colpito, prima di arrivare ai Promessi Sposi, è stata la grande abilità descrittiva e psicologica ch’egli esprime nelle opere precedenti, dagli Inni sacri alle tragedie. Leggendo con i ragazzi il celebre coro del IV atto dell’Adelchi non ho potuto fare a meno di commuovermi e di sentire i brividi alla schiena nel riesaminare certi particolari che, pur letti altre volte in passato, non mi avevano mai dato le sensazioni che ho provato adesso, di fronte a studenti che hanno senz’altro percepito il mio stato d’animo. Ho potuto constatare la sublime perfezione di quei versi osservando con occhio diverso rispetto al passato la costante e misurata presenza degli aggettivi, i quali conferiscono al testo un’immediatezza, una bellezza, una suggestione indimenticabili: il personaggio di Ermengarda, vicina alla morte, viene descritto con pochi ma efficacissimi tocchi pittorici ravvivati proprio dall’aggettivazione. “Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto” dice il poeta; ed il quadro è già completo, ma particolare rilievo assume, a mio giudizio, proprio il fatto che quelle trecce siano “morbide”, il che significa “fresche, giovanili”, a indicare e compatire l’immatura morte della povera principessa; allo stesso modo le palme (cioè le mani) sono “lente”, ossia rilasciate, abbandonate, perché Ermengarda non controlla più neanche il suo stato fisico, corporale; analogamente, il suo volto è bianco per il pallore della morte e la sua fronte è “rorida” (lett. “rugiadosa”) perché imperlata del freddo sudore che precede la fine, ed il suo sguardo è “tremolo”, cioè vacillante alla ricerca della luce del cielo. A parte un probabile richiamo allusivo, in quest’ultimo particolare, al finale del libro IV dell’Eneide virgiliana, quando Didone morente ricerca in cielo la luce proprio come Ermengarda, ciò che colpisce di più il lettore e costituisce il principale veicolo della grandissima arte manzoniana è proprio il sapiente ed accurato uso degli aggettivi, in base ai quali si determinano i contorni di un’immagine indimenticabile.
La grandezza del Manzoni come poeta e scrittore non può essere messa in discussione da nessuno, neanche dai suoi detrattori: si può criticare in lui l’eccessivo affidarsi alla giustizia divina anziché a quella umana, come ha fatto – con la miopia e la faziosità che la contraddistingue – la critica marxista; si può accusarlo talvolta di scarsa verosimiglianza, specie in certi episodi dei Promessi Sposi come la repentina conversione dell’Innominato o la singolare coincidenza nella stessa notte del matrimonio “irregolare” tentato da Renzo e Lucia e del tentativo di don Rodrigo di rapire la ragazza; ma lo spessore artistico dell’opera è incontestabile, anche perché essa trascende di gran lunga il realismo e la razionalità, principi estetici importanti sì ma non irrinunciabili nello spirito romantico. Ad un’arte descrittiva della società secentesca e della psicologia umana di altissimo livello si accompagna inoltre un messaggio culturale di grande rilievo, che a me pare concentrato in tre ambiti, quello religioso, quello politico-sociale e quello culturale. Sul primo e sul secondo, molto discussi e presenti in tutti i libri di storia letteraria, non intendo aggiungere nulla se non la particolare concezione che il Manzoni, in ossequio alla sua formazione illuminista ed alla successiva conversione, ha della ragione umana: essa è uno strumento indispensabile per comprendere la realtà e soprattutto per condannare le superstizioni e le false credenze dei secoli passati, nella cui persistenza non poca parte ha avuto la Chiesa cattolica; ma proprio nel momento in cui la fede cristiana è criticata per i suoi errori, viene anche recuperata in una prospettiva nuova e la ragione umana trova il suo limite proprio nella necessità di affidarsi a Dio ed alla sua infinita clemenza. Un rilievo particolare acquista invece, a mio giudizio, il concetto che Manzoni mostra di avere dell’importanza della cultura nella società umana, nella quale essa può giocare un ruolo sia positivo che negativo. Essa è ignobile e dannosa quando diventa uno strumento di oppressione nei confronti degli umili (v. gli incontri di Renzo con don Abbondio, l’avvocato Azzeccagarbugli e quando resta coinvolto nei tumulti di Milano), ma è invece un possesso prezioso quando è impiegata a fin di bene. Per questo Renzo vuole che i suoi figli imparino a leggere e scrivere, per non essere imbrogliati dai potenti come è toccato a lui. Ed ancor oggi, mutatis mutandis, questo messaggio è valido e attuale: anche nella nostra società la conoscenza non è un semplice orpello per distinguersi o per farsene vanto, ma il tramite indispensabile per capire noi stessi ed il mondo che ci circonda, per affrontare la vita con spirito critico e autonomia di giudizio.

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La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

Ogni azione, dice un noto principio della fisica, provoca una reazione uguale e contraria. Questo assunto mi è venuto in mente adesso riflettendo su quel che sta succedendo al Liceo Classico ed in genere alla cultura umanistica in Italia: avversata da molti, vilipesa da alcuni per ignoranza, odiata persino da altri, ha invece avuto negli ultimi tempi una folta schiera di strenui difensori, che hanno idealizzato il valore formativo delle lingue classiche fino a farne una sorta di idolo, di tempio sacro e invalicabile. In questa ottica io giudico la mentalità prevalente in certi giornalisti o scrittori (v. Paola Mastrocola), che esaltano ancora la traduzione dal greco e dal latino come unico mezzo di conoscenza della civiltà classica, oppure i gruppi di classicisti attivi su Facebook, vero manipolo di conservatori accaniti che non vogliono cambiare nulla nella struttura del Liceo Classico, dove l’insegnamento delle lingue classiche – a loro parere – dovrebbe restare come è sempre stato, incentrato soprattutto sulla grammatica (spesso sul grammaticalismo) ed essere refrattario ad ogni novità. Ho già espresso in un recente post la mia netta contrarietà a queste posizioni conservatrici, che altro non fanno che allontanare la cultura umanistica dalla società moderna e si chiudono in una torre d’avorio che sempre di più diviene autoreferenziale e avulsa dal resto del mondo.
In questa ottica di rivalutazione del mondo antico va collocato anche un libro uscito di recente. L’ha scritto una giovane studiosa, Andrea Marcolongo (che è una donna, come spesso ribadisce, pur avendo un nome maschile), si intitola La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco ed è stato pubblicato dall’editore Laterza. Dalla lettura si evince senza dubbio il grande amore che l’autrice ha per questa lingua, della quale ha cercato di evidenziare alcune particolarità che, perdute nelle lingue moderne, fanno del greco un idioma “geniale” appunto, e portatore di certi valori, certe sfumature di significato delle parole che ne costituiscono l’indubbia originalità. E’ questo il caso del valore aspettuale del verbo, esistente solo in greco tra le lingue oggi comunemente studiate: il fatto cioè che in quella lingua non conta tanto quando l’azione si svolge (cioè se è presente, passata o futura) quanto il come essa avviene, in qual modo si sviluppa, cioè se è un’azione durativa (sistema del presente), momentanea (sistema dell’aoristo) o risultativa (sistema del perfetto). E’ questa una delle particolarità del greco più difficili per i docenti da spiegare agli alunni attuali, proprio perché oggi si è perduto del tutto questo particolare valore del verbo. Ma già qui emerge uno dei difetti del libro della Marcolongo: lei dice all’inizio ch’esso è soprattutto rivolto a coloro che non sanno il greco, per far loro comprendere il fascino segreto di questa lingua, ma il modo in cui tratta i vari argomenti (con molti termini greci non traslitterati e persino brani in lingua originale) presuppone che chi legge il libro abbia una conoscenza – e neanche tanto superficiale – della lingua.
Va poi detto che alcune delle particolarità su cui la Marcolongo si sofferma (ad esempio l’uso dei casi, il duale e l’ottativo) richiedono anch’esse una conoscenza della lingua e risultano meno interessanti ed originali rispetto alla prima di cui si è occupata, cioè l’aspetto del verbo. Si nota bene, in tutto il libro, che l’autrice ha fatto una sforzo sovrumano per rendere chiara ed accessibile la sua esposizione, ma essa, almeno come a me è sembrata, è sempre rivolta agli “addetti ai lavori” e difficilmente può coinvolgere ed interessare coloro che non hanno mai studiato il greco e non hanno frequentato il Liceo Classico. L’amore che lei prova per questa lingua è senz’altro sincero, ma si continua ad avere l’impressione che questo sia un problema suo, che cerca di diffondere ovunque ma che può contagiare solo chi, come lei, è già affetto da questa “malattia”. Il bello di questo libro, semmai, è che non è accademico e che non pretende di approfondire questioni linguistiche o tecniche, un compito per il quale, come dice l’autrice, esistono già tante altre pubblicazioni. Un cenno particolare, a questo riguardo, va fatto per gli ultimi due capitoli, che escono dall’analisi linguistica stretta e affrontano problemi pratici, le modalità di traduzione dal greco e la storia della lingua. Su quest’ultimo argomento nulla di originale viene detto, mentre interessante è l’altro argomento, i suggerimenti per una buona traduzione: qui troviamo alcuni consigli utili agli studenti, che anch’io vado ripetendo ai miei alunni da molto tempo, come ad esempio quello di riflettere sul significato generale del brano da esaminare o quello di non affidarsi in tutto e per tutto al vocabolario, che è certamente un aiuto indispensabile ma che va anche saputo leggere ed interpretare.
In generale debbo dire che il libro mi è piaciuto, perché frutto di una grande passione che io condivido da tutta la vita. Solo due appunti vorrei fare alla Marcolongo. Enunciando il primo, mi riallaccio a quanto scritto all’inizio di questo articolo: mi pare cioè che dalla lettura emerga una visione un po’ univoca dello studio del greco, ossia l’assoluta predilezione per l’approccio linguistico (lo studio delle forme, la traduzione) mentre vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti, ugualmente importanti, di conoscenza del mondo classico come la letteratura, la storia, l’arte, la civilizzazione ecc. Mi sembra cioè che l’autrice, come i conservatori dei gruppi Facebook, consideri lo studio linguistico assolutamente centrale e quasi unico senza considerare le altre facce della medaglia, un po’ come quegli innamorati che vedono nella persona amata solo i pregi e mai i difetti. La seconda critica invece (ed è questa una cosa che mi ha fatto un po’ arrabbiare durante la lettura del libro) è il giudizio quasi totalmente negativo che la Marcolongo dà sul metodo di insegnamento delle lingue classiche adottato nei licei, dei quali ha sottolineato la presunta inadeguatezza a fare amare e apprezzare le lingue classiche. A p. XII della Prefazione dice testualmente: “I metodi di apprendimento in uso, fatta eccezione per pochi e illuminati insegnanti, sono una perfetta garanzia di odio anziché di amore per chi osa avvicinarsi alla lingua greca.” Questa, a mio giudizio, è un’inaccettabile generalizzazione ed un’offesa alla professionalità di tanti docenti che quotidianamente si impegnano per fare apprendere la materia ai loro alunni in modo graduale e sereno, non certo per farla loro odiare. Forse l’esperienza dell’autrice negli anni di liceo è stata deludente, ma questo non l’autorizza ad esprimere un giudizio così negativo sulla scuola e sugli insegnanti. Tutti noi, sia che insegniamo al biennio o al triennio, facciamo di tutto per far amare le nostre discipline, mostrando amore per esse in prima persona; certo, è necessario anche verificare l’apprendimento e l’impegno degli alunni, e questo può provocare qualche tensione, ma da qui a parlare di odio per la materia ce ne corre. Dicendo questo la Marcolongo mostra di essere contagiata dalla solita mentalità disfattista così diffusa in Italia, che vede il male e la corruzione ovunque e quindi  anche nella scuola; ma per fortuna la realtà è diversa, e gli insegnanti che amano il proprio lavoro ed i loro studenti non sono “pochi e illuminati”, ma molti di più.

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Il referendum: era proprio necessario?

In questo periodo non si fa che parlare (in tv, sui giornali, nelle sale professori delle scuole) del famoso referendum istituzionale del prossimo 4 dicembre, e già si è acceso un vivace dibattito tra i sostenitori della riforma renziana ed i suoi implacabili oppositori. Al di là tuttavia di quello che potrà essere l’esito della consultazione e le conseguenze che ne deriveranno, a me viene fatto di chiedermi se questo referendum è veramente necessario e indispensabile, se cioè si debba obbligatoriamente consultare l’intero corpo elettorale o se invece non sarebbe bastata l’approvazione parlamentare della legge. Certo, un simile dubbio offre il fianco a critiche e accuse di lesa maestà, perché sembra che chi lo esprime sia contrario alla democrazia: che cosa c’è infatti di più democratico che affidare una questione così importante al popolo sovrano?
Eppure il dubbio a me rimane, e per una ragione che trovo valida in questa ed in tutte le altre consultazioni elettorali. Il corpo dei votanti è formato da circa 40 milioni di persone, anche se quelle che andranno effettivamente a votare saranno circa 25 milioni, o forse meno; e del resto in questo referendum non c’è il quorum, quindi anche se i votanti fossero meno della metà degli aventi diritto la consultazione sarebbe ugualmente valida. Ma il problema è un altro. Con che spirito voteranno gli italiani? Seguendo i vari dibattiti in televisione, ma soprattutto leggendo quello che la gente scrive sui social network (primo tra tutti facebook) ho avuto la netta impressione che un’altissima percentuale degli scriventi, certo più della metà del totale, non sa neanche per cosa si deve votare ed è del tutto all’oscuro di cosa sia il diritto costituzionale e del contenuto della Costituzione stessa. Quindi, se non conosce la Costituzione, questo gran numero non può neanche valutare le modifiche che ad essa vengono apportate con la riforma. In pratica, l’ignoranza la fa da padrona, come in molte altre questioni.
In queste condizioni, che valore può avere un referendum dove la maggior parte dei votanti non conosce o conosce pochissimo i contenuti della riforma? Quello che si verificherà sarà invece un’altra cosa: che la stragrande maggioranza dei votanti (e qui vanno incluse anche molte persone che non sono propriamente ignoranti) si esprimerà non nel merito dei mutamenti apportati alla Costituzione, ma obbedendo pedissequamente ai dettami del proprio partito di appartenenza. Questo tipo di aberrazione elettorale è sempre stato presente nei referendum: io stesso, nel lontano 1974 quando si votò nella prima consultazione referendaria sul divorzio, sentii alcuni aderenti al PCI del mio paese dire “Io voto no perché l’ha detto il Partito”, e così fecero senza rendersi conto di ciò che avevano votato. Oggi questo atteggiamento sbagliato è ancor più cresciuto, perché questo referendum, nell’immaginario di moltissime persone (soprattutto quelle orientate a votare NO) si è trasformato in un giudizio apodittico su Renzi ed il suo governo. Chi voterà NO, in altri termini, non lo farà perché è oggettivamente contrario alla riforma, che magari non ha neanche letto, ma solo per opporsi a Renzi e provocare la sua caduta da capo del governo. Ovviamente questa mentalità potrà sussistere anche in chi voterà SI’, nel senso che chi agirà in tal modo vorrà sostenere il governo, più che la riforma in se stessa. E su questa base io penso che sarà più probabile la vittoria del NO in quanto, come ho detto in un post di circa un mese fa (“Gli italiani e il potere”) i nostri connazionali sono per natura e per convinzione sempre contrari a chi governa, da qualunque parte provenga: contro Berlusconi si è arrivati persino alla persecuzione giudiziaria, e nei confronti di Renzi gli insulti e le critiche non si contano ormai più.
Per questo dico che le consultazioni popolari non dovrebbero avvenire, soprattutto quando si sa in anticipo che l’uomo della strada, come si suol chiamare il cittadino comune, non conosce le leggi e spesso non sa neanche per cosa vota; quindi, in moltissimi casi, si affida all’emotività del momento o ai diktat dei demagoghi, la cui mansione principale, così come si verifica dai tempi di Alcibiade nel V° secolo avanti Cristo, è quella di indurre il popolo a prendere decisioni sbagliate. A mio parere dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una sufficiente cultura politica, che esaminino le questioni con cognizione di causa e non per sentito dire. So bene che dire ciò significa tirarsi addosso l’accusa di essere antidemocratici o reazionari, ma va anche detto che forme di governo perfette non esistono, come già videro sapienti antichi come Platone e Cicerone. Dunque neanche la democrazia può essere considerata un sistema politico ideale, ed i referendum come quello che avrà luogo tra un mese ne sono una delle più chiare dimostrazioni.

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La difesa del Liceo Classico

In questi ultimi tempi si è riaccesa, sui giornali e sul web, una polemica che sembrava assopita, quella sull’opportunità di rilanciare il Liceo Classico e di mantenerne la struttura originaria. Il punto centrale della questione sono le intoccabili traduzioni dal greco e dal latino, sulla cui centralità si è appuntata la maggior parte dei contributi. In particolare il dibattito è attivo sul web, sia in alcuni siti come “Le parole e le cose” (v. il link nella colonna qui a destra) sia sui cosiddetti “social” come Facebook, dove esistono gruppi appositamente creati quali “Salviamo il Liceo Classico”, “Non chiudete il Liceo Classico”, “Il greco antico” e simili.
Leggendo qua e là ciò che viene scritto sull’argomento mi sono accorto che la maggior parte dei colleghi docenti di materie classiche (il latino ed il greco soprattutto) si rivelano di idee molto conservatrici, nel senso che vanno proclamando l’assoluta necessità di mantenere il nostro liceo come è sempre stato, senza modificare nulla, e sostengono a spada tratta le traduzioni dalle lingue classiche come strumento (quasi) unico della formazione del pensiero critico. Sembra quasi, nella loro visione del problema, che il Liceo Classico sia una sorta di castello di carte che non si può toccare per timore che cada miseramente nella sua interezza, oppure una torre d’avorio dove nessuno può permettersi di entrare se non i soli “addetti ai lavori”, i quali, se accettassero qualche sia pur lieve modifica, si sentirebbero privati della loro cultura, o meglio della loro “unicità”, la particolare forma mentis del classicista che nessuno deve permettersi di toccare.
A me questa mentalità piuttosto chiusa e refrattaria a tutto ciò che esiste all’esterno della torre d’avorio sembra il modo migliore per rendere ancor meno appetibili gli studi umanistici, e per vedere diminuire ulteriormente i già pochi studenti che si iscrivono a questa scuola. Se partiamo dall’idea che noi del Classico siamo “speciali” e “intoccabili”, ciò non farà altro che aumentare le polemiche e le critiche già esistenti contro di noi e contro lo studio delle discipline umanistiche, che già molti definiscono inutili oppure, nel migliore dei casi, meno utili di altre (vedi l’inglese, l’informatica, le scienze) e comunque non più formative di altre. Se gli studiosi del mondo classico si chiudono nel loro particolarismo, cullando il loro giocattolino e rifiutando sdegnosamente di cambiarne anche un solo bottone, per loro si profila un isolamento sociale che si traduce in una sempre minor considerazione della formazione umanistica, alla quale resteranno fedeli soltanto i docenti invasati dal sacro furore della classicità e quei pochissimi studenti che si voteranno a questo tipo di sacerdozio.
Io credo di avere in merito un’esperienza non da poco, perché insegno latino e greco nel Liceo Classico da trentasei anni, ed ho al mio attivo molte pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche incentrate proprio sulle letterature antiche. Ma proprio per questa lunga esperienza non posso non accorgermi che i tempi oggi sono cambiati, gli studenti e la scuola stessa non sono più quelli di cinquanta o quaranta anni fa, quando quelli della mia generazione frequentavano il liceo. Oggi i giovani non ricevono più una rigorosa preparazione sulla lingua italiana (analisi logica, del periodo ecc.) come c’era ai nostri tempi, non studiano più alle medie il latino ma neanche la storia antica, la scuola primaria che frequentano è infarcita di progetti, lezioni alternative ecc. che non garantiscono più la continuità dell’apprendimento; a ciò si aggiunga il fatto che la promozione alla scuola primaria è praticamente scontata (ai miei tempi non lo era, si bocciava anche alle elementari!), ed ancora va tenuto conto della presenza di nuovi strumenti di comunicazione come la rete ed i social network, che hanno cambiato profondamente la mentalità giovanile ed hanno inciso pesantemente anche sulle qualità personali come la memoria, l’organizzazione logica del periodo, le capacità intuitive e deduttive. Il risultato di tutto ciò è che la traduzione dalle lingue classiche, tanto osannata e venerata dai colleghi conservatori del gruppo “Non chiudete il Liceo Classico” e di altri, è diventata ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti di liceo. Durante l’anno scolastico, nella maggior parte dei casi, gli alunni non fanno le traduzioni loro assegnate per casa perché dicono di avere molte altre materie da studiare, e finiscono quindi per scaricarle da certi siti internet che mettono a disposizione interi libri di versioni tradotte; e quando arrivano all’esame si fondano sul detto “Qualche santo ci aiuterà”, il che significa che riescono comunque a copiare con il cellulare (magari durante le uscite per andare in bagno) oppure ci sono professori compiacenti che – venendo meno ad ogni forma di dignità e di serietà professionale – traducono la versione e poi la passano ai ragazzi. So di fare un’affermazione grave, ma è la verità, ed in altri post ne ho spiegati i motivi.
E allora che fare? Che senso ha sostenere ancora la traduzione come il bene assoluto, come l’unica attività formativa per gli alunni, quando in pratica gli alunni stessi non traducono più? Non è meglio cercare di cambiare qualcosa ed impostare lo studio del latino e del greco anche su altre conoscenze, non solo linguistiche ma letterarie, artistiche, antropologiche ecc.? Io sono convinto che sia questa la strada per rilanciare e ammodernare veramente il Liceo Classico ed attirarvi un maggior numero di studenti: non si tratta di facilitare e banalizzare gli studi, come dicono gli austeri conservatori, ma di renderli più consoni alle caratteristiche apprenditive dei giovani di oggi. Per questo io sostengo da sempre la proposta del prof. Bettini di cambiare la seconda prova scritta del Classico, non abolendo del tutto la traduzione ma affiancandovi anzitutto una contestualizzazione del brano proposto, e poi alcune domande di tipo linguistico e retorico, ma anche storico e letterario. E va detto che quest’ultimo tipo di quesiti, oltre ad essere più difficilmente copiabile, è anche più utile per comprendere la personalità ed il grado di maturità dell’alunno stesso, che non si può valutare bene con l’unico metro delle competenze linguistiche.
La storia della letteratura e delle civiltà greca e latina non ha certamente meno importanza delle conoscenze linguistiche nella formazione degli studenti, ed è palese che essi ricorderanno negli anni futuri più il pensiero di Tucidide o di Seneca che non il genitivo assoluto o la consecutio temporum. Io stesso da molti anni attribuisco in sede di scrutinio finale più rilievo valutativo alle prove orali che a quelle scritte, fondate sulla traduzione, perché se mi basassi di preferenza su queste ultime dovrei bocciare o assegnare il debito formativo almeno a due terzi degli studenti di ogni classe, visto che nelle traduzioni sono pochi quelli che raggiungono la sufficienza. Il voler a tutti i costi mantenere il Liceo Classico così com’è, senza cambiare nulla e senza tener conto del mutare dei tempi, significa avere il prosciutto davanti agli occhi, come si dice, e vivere nell’illusione che tutto vada bene quando invece quasi tutto va male, da questo punto di vista.
In conclusione ribadisco quella che è la mia opinione in proposito. L’esercizio di traduzione dalle lingue classiche, che mantiene certamente una sua validità formativa, non va affatto abolito, altrimenti si toglierebbe agli studi classici la linfa vitale che per millenni li ha sostenuti; ma non si può considerare questo esercizio talmente centrale da svalutare ogni altro approccio al mondo antico (letterario, storico, artistico, antropologico ecc.), soprattutto in un periodo storico dove altri sono gli strumenti formativi che i ragazzi trovano sulla loro strada prima di iscriversi al liceo. Se prevarrà la tesi immobilista dei conservatori che, nell’idolatria del passato, non vogliono cambiare nulla, il Liceo Classico resterà una cattedrale nel deserto dove entreranno sempre meno persone e dove l’esimio professore continuerà a discettare sulle regoline di grammatica parlando praticamente a se stesso, nel silenzio generale e nel dileggio di tutte le altre componenti della società.

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Echi antichi nei programmi TV

So di dire una banalità, ma pensando ai vari programmi di intrattenimento che ci propina attualmente la tv  mi è tornato in mente un pensiero che mi è presente da tanto tempo: che cioè i moderni si vantano di aver scoperto cose nuove quando invece, mutatis mutandis, esse non sono altro che una ripresa di ciò che, sia pure in forma diversa, esisteva già da prima. In questa ottica mi risparmio gli esempi illustri che spesso vengono arrecati per certe scoperte ritenute moderne e presenti invece già nel mondo antico (la forza del vapore, il sistema eliocentrico ecc.) e preferisco concentrarmi su concetti di importanza molto minore, come sono quelli relativi ai programmi televisivi attuali.
Tutti o quasi, io credo, sanno che cosa sono le cosiddette soap opera, cioè quegli sceneggiati a puntate che durano anche molti anni, nel seguire i quali si trovano invischiate tutte le persone che, per aver visto una puntata o due, sono poi praticamente costrette a continuarne la visione per vedere “come va a finire”; e di questi lunghissimi sceneggiati, dalle migliaia di puntate, ve ne sono alcuni d’oltre oceano come “Dallas” e “Dinasty”, ed altri prodotti qui da noi come “Vivere” o “Un posto al sole”, trasmesso da Rai 3. Gli autori di questi polpettoni, costretti ad inventare sempre nuove vicende per attrarre il pubblico e prolungare così all’infinito le puntate da trasmettere, si servono a piene mani (anche se forse inconsapevolmente) di espedienti narrativi che risalgono ad alcuni generi delle letterature classiche come la commedia di Menandro (poeta greco) e dei suoi emuli romani Plauto e Terenzio: bambini che vengono abbandonati e che poi da adulti ritrovano i loro veri genitori, ragazze sedotte che partoriscono figli di cui è ignoto il padre, caratteri umani con tratti totalizzanti come l’avaro, il misantropo, il padre severo, l’amico che aiuta il protagonista a realizzare il suo sogno d’amore (nella commedia antica era spesso il servo, ma tant’è, i tempi cambiano!), storie a lieto fine che si concludono con un matrimonio. Sembra strano a pensarci, ma le acquisizioni della grande letteratura, che hanno le loro radici nel mondo antico – pur se contemperate con le loro riprese in epoca successiva – influenzano anche generi diversi di intrattenimento e di spettacolo, come sono appunto oggi il cinema e la televisione. E non mi si dica che il livello culturale attuale è molto inferiore a quello dei modelli, perché questo è evidente; ma quello che vorrei affermare è che, nonostante il diverso grado di elevatezza artistica e la diversa destinazione dei contenuti, esiste comunque un filo conduttore che collega il mondo classico alle varie manifestazioni dello spettacolo moderno.
Un altro esempio a mio avviso illuminante riguarda i programmi di tipo pseudo-giudiziario, come il classico “Forum” di Canale 5 e il più recente “Torto o ragione” di Rai 1. In queste trasmissioni si dibattono cause, quasi sempre palesemente false e recitate da attori, in cui c’è un giudice arbitro o una giuria che, dopo aver ascoltato le parti in causa, emette il suo verdetto. Ed è proprio la falsità di queste cause “costruite” ad arte per avvincere il pubblico che collega questo genere di programmi con uno degli esercizi più un voga nelle antiche scuole di retorica, tra cui fu eccelsa quella diretta da Seneca il Vecchio, padre del celebre filosofo: le cosiddette controversiae,  finti processi che si tenevano in queste scuole, dove gli avvocati dell’accusa e della difesa si esibivano nelle loro arringhe davanti a un giudice che poi emetteva la sentenza. Il procedimento, cui va aggiunto lo scopo ludico di questo tipo di esercitazioni, corrisponde molto da vicino a quello delle trasmissioni televisive moderne, che dovrebbero servire a interessare il pubblico ma anche a mostrare situazioni che, pur non vere, sono comunque verosimili e potrebbero quindi verificarsi nella vita quotidiana. Gli esercizi antichi, oltre a intrattenere il pubblico, erano finalizzati soprattutto alla formazione degli oratori, oggi francamente non più attuale; ma il procedimento è più o meno analogo, e questo mostra come anche nelle manifestazioni culturali meno eccelse, come sono appunto i programmi della nostra tv, ci sia comunque una matrice più profonda ed un legame – sia pure indiretto – con il mondo classico, nel quale dobbiamo sempre ricercare le radici della nostra umanità e del nostro essere uomini moderni e civili. Per questo lo studio delle lingue e delle letterature classiche non va mai abbandonato, perché se perdiamo le nostre origini e le nostre tradizioni perdiamo noi stessi e sprofondiamo rapidamente nel buio della barbarie e dell’ignoranza.

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Aggiornamento, sì o no?

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo cui il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (MIUR) ha emanato una norma che rende obbligatoria l’attività di aggiornamento per tutti i docenti in servizio, destinando allo scopo una cifra che supera i 300 milioni di euro. Visto il modo in cui viene organizzata la cosa, sorge spontanea l’idea di chiedersi se questi soldi non avrebbero potuto essere spesi meglio, magari per rinnovare il nostro contratto di lavoro scaduto dal 2009 (cioè da ben sette anni!), con un blocco pluriennale cui si è aggiunta anche la beffa, perché a me risulta che sarei dovuto passare all’ultimo scaglione stipendiale già da molto tempo, ed invece ogni anno mi viene posticipata la data di applicazione del nuovo stipendio al dicembre successivo. Comunque sia, lasciamo questo futile argomento e pensiamo invece all’aggiornamento obbligatorio, un altro bel regalo che i nostri politici ci hanno elargito.
Voglio precisare subito che io non sono contrario di principio all’aggiornamento dei docenti, anzi lo ritengo necessario e persino indispensabile, anche perché molti di noi, che quando erano giovani e precari leggevano, si documentavano, frequentavano le università e altro ancora, una volta entrati in ruolo e passato qualche anno tendono a tirare i remi in barca – come si suol dire – e replicare più o meno le stesse lezioni e gli stessi argomenti fino alla pensione. Ritengo però che un progetto di aggiornamento serio dei docenti dovrebbe principalmente – se non esclusivamente – riferirsi alle conoscenze relative alle materie di insegnamento di ciascuno e realizzarsi mediante corsi che ci rendano consapevoli delle nuove acquisizioni metodologiche, delle ultime novità della critica, delle nuove scoperte in ambito scientifico ma anche letterario, filosofico, storico e via dicendo. Questo genere di aggiornamento sarebbe veramente utile proprio per la didattica, perché non si può oggi insegnare la matematica o le scienze (ma anche l’italiano, il latino o la storia) con gli strumenti metodologici e critici di trenta o quaranta anni fa, quando si è laureata la maggior parte di noi, visto che i docenti italiani sono i più vecchi d’Europa, e non per colpa loro. Quando io mi sono laureato, tanto per fare l’esempio personale, il programma di letteratura italiana si fermava a Svevo e Pirandello; oggi questo non è più attuale né fattibile, perché dopo questi autori ci sono altri settant’anni di letteratura, sui quali farei volentieri un corso di aggiornamento, dal momento che insegno italiano in una quinta. Invece nessuno ci offre nulla di tutto ciò; siamo costretti ad aggiornarci da soli, ed è ben chiaro che un simile lavoro autonomo lo compie chi lo vuol compiere, mentre alcuni di noi restano fermi a più di mezzo secolo fa, visto che non esiste alcun obbligo al riguardo.
Ed allora, su cosa il nostro amato Ministero vuole che ci aggiorniamo? Sui soliti argomenti triti e ritriti che vanno di moda oggi: le competenze digitali, le lingue straniere e la normativa sugli alunni diversamente abili, BES e DSA. Ormai a livello ministeriale queste sono le sole cose a cui dare importanza, la didattica delle materie curriculari non interessa più a nessuno e si ha la pretesa di imporci (perché di imposizione si tratta) corsi che c’entrano poco con il nostro insegnamento e che poco ci interessano, e spiego il perché. Dell’infatuazione informatica del ministero non ne possiamo più: già da anni nelle scuole non si acquistano più libri né sussidi di altro genere, ma solo computers, tablets, LIM ecc. ecc., senza rendersi conto che questi oggetti sono solo strumenti che possono sì aiutare la didattica, ma non possono certamente risolvere tutti i problemi, né tanto meno sostituire i sussidi tradizionali come libri e quaderni, e men che meno il cervello umano; anzi, su questo ultimo punto avrei qualche riserva e potrei dire che il digitale può essere addirittura dannoso, perché finisce per atrofizzare la memoria e talvolta anche le capacità logiche degli studenti. Comunque sia, da parte della quasi totalità dei docenti ormai le nuove tecnologie sono abbastanza conosciute, almeno per quel che ci serve per le esigenze dell’attività quotidiana; non vedo quindi a cosa serve insistere all’infinito su queste competenze e conoscenze che nulla aggiungono alla nostra professionalità. Lo stesso dicasi per le lingue straniere, e per l’inglese in particolare. Si tratta di una lingua indispensabile ai giovani di oggi, considerato anche il fatto che – purtroppo – molto spesso sono costretti ad emigrare all’estero per trovare lavoro; ma di essa debbono occuparsi i docenti di lingua, i quali possono essere aggiornati o autoaggiornarsi come vogliono e come credono. Ma i docenti delle altre discipline cosa c’entrano? Perché io, che insegno italiano, latino e greco, debbo aggiornarmi in inglese che non c’entra nulla con il mio insegnamento? Anche questa è una fissazione dei tempi moderni, il voler mettere l’inglese dappertutto, come il prezzemolo; e così anche la nostra lingua, la più bella del mondo, viene continuamente imbastardita da questi termini anglosassoni non necessari ed impronunciabili.
Rimane il terzo settore su cui il Ministero vuole aggiornarci, che riguarda non tanto gli alunni disabili (per cui esistono i docenti di sostegno), quanto quelli con difficoltà specifiche di apprendimento (BES e DSA); ma anche su questo argomento siamo già stati informati abbastanza, abbiamo già tutti o quasi tutti seguito corsi di approfondimento, sappiamo cos’è il “piano didattico personalizzato” e come comportarci in caso che ci capiti nelle classe qualcuno di questi casi. Perché dunque ribattere sempre sugli stessi tasti e costringerci a seguire corsi durante i quali, presumibilmente, molti colleghi faranno finta di seguire e di nascosto leggeranno il giornale o sbirceranno sullo smartphone come i ragazzi? A me sembra che questa modalità di organizzare l’aggiornamento, che se fatto bene sarebbe veramente proficuo, sia invece ancora una volta un’inutile formalità, uno dei tanti tentacoli del formalismo e della burocrazia che ormai dominano la nostra scuola e che hanno tolto a molti di noi, che pure sono ancora contenti di andare in classe a fare veramente lezione, l’entusiasmo che prima avevamo nello svolgere la nostra professione.

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Gli italiani e il potere

Esaminando un po’ il dibattito politico degli ultimi vent’anni ed i vari settori della società, mi sono confermato in un’idea che già da tempo avevo maturato: che cioè gli italiani, intendendo con questo termine l’opinione pubblica prevalente, sono allergici al potere, qualunque esso sia ed in qualunque forma esso si presenti. Mi pare di accorgermi che chiunque vinca le elezioni, conquisti la maggioranza e formi così un governo, va incontro inesorabilmente ad attacchi serrati che provengono da ogni parte e che si estendono, complice la televisione e gli altri mezzi di informazione, ad un numero sempre più ampio di persone. Si tratta di una diffidenza innata, un’avversione preconcetta verso chiunque abbia in mano le leve di un qualsiasi potere, e con ciò mi riferisco non soltanto a quello politico, ma a qualunque forma di autorità: negli uffici si odia il capufficio, nella scuola si critica il dirigente, nei reparti ospedalieri i medici contestano il primario e così via, e non soltanto per invidia ma anche per un diffusissimo pregiudizio secondo cui chi detiene un ruolo dirigenziale deve essere per forza disonesto, deve essere arrivato in quella posizione per occulti favori e non per merito, per chissà quali trame che ha macchinato alle spalle dei poveri mortali. Forse questa naturale avversione degli italiani per chi li governa (o possiede un qualsiasi altro potere) ha origini secolari, deriva dalla sottomissione che il nostro Paese ha patito per secoli dalle potenze straniere, la cui amministrazione era giudicata sempre negativamente perché rappresentava un qualcosa venuto da fuori, che non poteva curare l’interesse dei sudditi. Spagna, Francia, Austria ci hanno dominato per mezzo millennio, e se anche adesso sono passati oltre 150 anni dall’unità d’Italia, una naturale avversione per il potere è rimasta nel DNA dei nostri concittadini.
Rimanendo all’ambito politico, mi accorgo che chiunque ottenga una maggioranza ed un governo è subito esposto alle critiche, agli insulti ed anche alla persecuzione degli avversari; ed è questo un fenomeno peculiare dell’italiano, perché all’estero, pur essendovi ovviamente un dibattito critico ed un’opposizione spesso molto accesa, manca però la demonizzazione e la delegittimazione dell’avversario che invece, purtroppo, sono di casa qui da noi: in Germania la Merkel è la cancelliera di tutti i tedeschi, anche di quelli che non approvano la sua politica, e negli Stati Uniti Obama è il presidente di tutti gli americani, anche di quelli che non hanno votato per lui. E da noi invece? Prendiamo il caso di Silvio Berlusconi, più volte Presidente del Consiglio legittimamente eletto da libere elezioni. Orbene, dal momento che è entrato in politica e si è affermato come leader carismatico della sua parte, dalle file avversarie è partita una valanga di fango che l’ha investito in tutti i modi, con accuse del tutto infondate o almeno non dimostrate, che andavano dall’appartenenza alla mafia all’evasione fiscale e persino allo sfruttamento della prostituzione minorile, un’imputazione assurda e completamente falsa, utile soltanto ad eliminare dalla scena politica un avversario che non si riusciva a vincere con il metodo democratico delle libere elezioni. Ricorrere alla magistratura per rovinare un avversario politico, con giudici chiaramente di parte dediti in tutto e per tutto a voler dimostrare il falso, è un comportamento indegno di un Paese civile e soprattutto di una democrazia. E che le accuse fossero false e strumentali è dimostrato dal fatto che, non appena Berlusconi si è eclissato dalla scena politica, sono cessati tutti i processi, gli insulti e le persecuzioni contro di lui. Mi pare che tutto ciò dimostri chiaramente che tutta la campagna di odio scatenata dai politici, dai giornalisti e dai magistrati di sinistra aveva una matrice puramente ideologica, senza alcun rispetto non solo della persona, ma del voto dei cittadini.
Chi sale al potere si trova inevitabilmente sotto il tiro incrociato degli avversari, i quali non rifuggono dall’impiegare metodi non ortodossi e spesso incivili pur di abbattere il “nemico”; e chi ha un minimo di spirito democratico non può che inorridire di fronte a tanta falsità e tanta volgarità. Quel che ha subito Berlusconi anni addietro, infatti, lo sta subendo oggi Renzi, contestato a destra e manca con argomenti spesso ridicoli, che evidenziano soltanto il fatto che l’opinione pubblica italiana non sopporta chi ha in mano il potere, chiunque esso sia. Si è cominciato col rinfacciare a Renzi di non essere stato eletto dal popolo, ed è un’accusa assurda perché la Costituzione non dice affatto che ogni governo debba passare attraverso le elezioni: durante la prima repubblica, nello spazio di cinque anni quanto deve durare una legislatura, si succedevano anche sei-sette governi e tutti, a eccezione forse del primo. mancavano della legittimazione popolare. Ma fosse soltanto questo! C’è molto di peggio: qualunque iniziativa abbia preso l’attuale governo, altro non ha ottenuto che scatenare critiche e insulti; eppure a me sembra che qualcosa di positivo sia stato fatto, a cominciare dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, che non sono affatto una “miseria” come gli avversari dicono, ma possono aver contribuito sensibilmente ai bilanci familiari. E lo stesso si potrebbe dire per molti altri provvedimenti che, pur non essendo perfetti, hanno comunque portato qualche effetto benefico sull’economia e sulla vita dei cittadini. E invece l’italiano medio, certo sobillato da forze eversive e qualunquiste come i seguaci del comico Grillo, non riconosce nulla, non approva nulla; anzi, si forma e si cementa l’idea che i politici siano tutti ladri, mafiosi e corrotti, e nessuno riesce a eliminare questa stupida generalizzazione cui solo gli ignoranti e i disinformati possono prestare fede. Il problema, purtroppo, è che gli ignoranti, i disinformati e i cafoni sono moltissimi, milioni di individui che per la loro pochezza mentale non dovrebbero neanche votare, ed invece purtroppo votano e si lasciano condizionare dallo sfascismo dei ridicoli demagoghi (ignoranti e disinformati pure loro) del Movimento Cinque Stelle, i quali cavalcano la tigre dell’ignoranza popolare per intorbidire le acque e per diffondere idee del tutto errate. Che vi siano politici corrotti è vero, ma non è certamente vero che tutti lo siano; che il governo possa sbagliare è vero, ma non è certamente vero che sbagli ogni cosa, per cui sia legittimo dire sempre di no a tutto senza neanche conoscere l’argomento di cui si parla; che poi l’Italia sia stata rovinata dai politici e sia ridotta alla miseria a me non pare, perché vedo che il livello di vita delle persone è più o meno lo stesso di alcuni anni fa, e se pure non lo fosse la colpa non è certo di chi ha governato gli ultimi due anni. E poi l’essere onesti, ammesso e non concesso che i “grillini” lo siano, non è sufficiente per assumersi responsabilità di governo; dico anzi che è inutile essere onesti quando si è incompetenti e incapaci, come si è chiaramente evidenziato in tutte le situazioni in cui i Cinque Stelle hanno amministrato o dovuto prendere iniziative. Chi è corrotto fa anzitutto gli interessi suoi, ma può fare anche quelli altrui; chi è incapace non fa del bene a nessuno, né a se stesso né ad altri.

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Le novità annunciate sulla scuola

Vengo a sapere dalla televisione che il Ministero dell’istruzione, facendo seguito con un decreto legislativo all’attuazione della legge 107, vorrebbe introdurre delle considerevoli novità nei curricula e negli esami di ogni ordine di scuole. Si tratta di un testo limitato ma fortemente incisivo, cui potrà aggiungersi in seguito un’altra “riforma” di più ampio respiro che vorrebbe potenziare, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, la presenza dell’informatica nella scuola, l’inglese e l’alternanza scuola-lavoro, ossia il collegamento con il mondo produttivo. Dopo aver tanto esecrato Berlusconi, ora la parte politica a lui avversa torna ai suoi dettami, in particolare le famose “tre i” che ci hanno angustiato durante il periodo del governo dell’ex Cavaliere.
Per restare al decreto legislativo attuale, ancora da visionare in Parlamento e forse sovrastato da questioni di maggior conio (v il referendum costituzionale) e quindi di là dall’essere veramente applicato, vale comunque la pena di farvi qualche riflessione. La prima, purtroppo, è per me fortemente negativa, in quanto il testo abolisce di fatto per legge le bocciature nella scuola primaria. Partiamo da questo punto. In effetti anche oggi le bocciature alle elementari e alle medie sono rarissime, ma ne resta comunque la possibilità, il remoto caso che possano applicarsi; così, in qualche modo, già i bambini ed i ragazzi sono spinti all’impegno, perché sanno che ripetere un anno, benché difficile, non è impossibile. In seguito invece, avendo la matematica certezza della promozione, molti di loro non apriranno più libro né quaderni, non faranno più nulla in assoluto, dedicandosi più di quanto non facciano oggi agli insulsi social network o altre fuorvianti occupazioni. Agendo così, in pratica, si toglie dall’individuo, pur bambino che sia, ogni senso di responsabilità, gli si fa credere che tutto nella vita sia facile e che tutti ti regaleranno ogni cosa senza mai dover faticare: un paese dei balocchi che però purtroppo, nella realtà del mondo adulto, non esiste. Quindi ritengo diseducativo, dissennato e criminale abolire per legge le bocciature, perché è un chiaro invito al nichilismo e all’indolenza, di cui nella nostra società c’è già tanta abbondanza. L’ignoranza e la barbarie che emergono anche in televisione e nel dibattito politico (basti vedere il comportamento dei grillini e di quel buffone che è il loro fondatore) si estenderanno fino a coprire tutto il nostro Paese di un velo di barbarie e di incultura. Altro che buona scuola! Il Governo dovrebbe sapere che, se la scuola non funziona, va in malora tutta un’intera nazione.
Altro ragionamento va fatto per quel che riguarda la scuola superiore, per la quale è in vista un’ulteriore riforma dell’esame di Stato. In questo ambito le novità presentate non mi sembrano del tutto da disprezzare, ed in particolare ve ne sono due che condivido. La prima è l’abolizione della terza prova scritta, un pot pourri che non esprime compiutamente la preparazione dell’alunno ma spesso soltanto nozioni scarsamente probanti oppure addirittura un futile esercizio formale quando è eseguita con la famosa tipologia C,, cioè con i test a crocette. Questi test, pur usati a fondo in altri paesi, sono la forma di accertamento della preparazione più futile e menzognera di quanto ci possiamo immaginare. Oltre all’abolizione della terza prova, mi trova favorevole anche l’aumento del credito scolastico da 25 a 40 punti, perché è giusto che il curriculum scolastico contribuisca di più al voto finale, oggi dipendente al 75 per cento dall’esito dell’esame; e tutti sappiamo, né è difficile capirlo, che uno studente emotivo o messo di fronte a una situazione inaspettata può rendere molto meno di quanto solitamente rendeva in precedenza, restando con ciò penalizzato. Ma il mio assenso alle proposte ministeriali sull’esame si ferma qui. Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud. Trovo assurda anche l’altra proposta, quella di tornare alla commissione d’esame tutta formata da docenti interni, evidentemente al fine di risparmiare denaro. Abbiamo già sperimentato, al tempo del ministro Moratti, questa formula, ed è stata fallimentare: che senso ha che io stesso, dopo che ho verificato la preparazione dei miei alunni nel mese precedente le prove d’esame, durante queste li verifichi di nuovo sugli stessi argomenti? Diventa in pratica un “esamino” come quello di terza media, senza che costituisca per i ragazzi un momento di vera riflessione, di timore anche (perché il timore è necessario) e di preparazione alla vita futura. Se proprio si vuole risparmiare soldi, si abbia il coraggio di cambiare il detto costituzionale (la Costituzione non è il Vangelo, si può cambiare e adattare ai tempi) e di abolire del tutto questa inutile e costosa farsa dell’esame di Stato, dove spesso sono i professore a fare i compiti agli alunni e dove il merito emerge a metà, se non ancora meno. Quanto ai nuovi contenuti previsti, si parla di una relazione degli studenti all’esame sulle loro esperienze di alternanza scuola-lavoro; ma poiché a questa alternanza io sono fortemente contrario perché penso che nei Licei, scuola dove conta l’astrazione ed il pensiero autonomo, essa sia solo un’inutile perdita di tempo, su questo argomento non mi esprimo. Concludo affermando tristemente che la vicinanza della pensione, che forse chiederò già da quest’anno, mi solleva un po’ dall’angoscia di trovarmi in un ambiente totalmente diverso da quell’ideale di scuola-cultura che ho sempre caldeggiato e tentato di realizzare.

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Esiste la coscienza nazionale?

La recente scomparsa del Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ci induce a qualche riflessione circa il suo operato e sull’eredità politica e ideologica che lascia. Senza giudicare nel merito dell’azione di questo personaggio eminente dei nostri tempi, debbo dire che io personalmente gli sono stato e gli sono grato per una fondamentale ragione: per aver tentato di ridare senso al concetto di Patria e di coscienza nazionale, che si era perduto quasi del tutto in precedenza a causa delle farneticazioni sessantottine e della parte politica che le aveva ispirate, tanto che solo pronunciare la parola “Patria” faceva quasi sorridere e pensare a qualcosa di superato o addirittura di reazionario. Il pensiero di Ciampi, pur in un’ottica di partecipazione completa ad una politica europea e internazionale, tendeva al recupero dell’orgoglio del nostro essere italiani, che noi per primi abbiamo volutamente accantonato.
Questo è il punto fondamentale, secondo me: che un popolo che denigra se stesso, che non è orgoglioso delle proprie origini, che ritiene migliori in tutto e per tutto gli altri Paesi in luogo del proprio, è un popolo destinato alla derisione altrui ed al personale fallimento. Se andiamo all’estero vediamo benissimo che la coscienza nazionale esiste, ed è molto sviluppata: gli svizzeri, ad esempio, esibiscono ovunque quella loro brutta bandiera con la croce, gli austriaci e i tedeschi ritengono sempre prevalente il loro interesse rispetto a quello altrui e spesso ci guardano con ironia e disprezzo perché abbiamo un’economia meno forte della loro, gli inglesi sono morbosamente attaccati alle loro inveterate tradizioni, tra cui la monarchia, stupido residuo di sistemi politici ormai tramontati; altrettanto si dica per gli americani, che stanno per scegliere il loro presidente tra due personaggi melensi e impresentabili. E per non parlare dei francesi! Orgogliosissimi della loro lingua, si rifiutano in gran parte di apprendere quelle straniere; guardano agli altri con sufficienza e arroganza, tanto da permettersi anche, in quel loro giornale satirico da quattro soldi, di insultare pesantemente le nostre città colpite dal terremoto e metterci in mezzo la mafia che non c’entra proprio nulla. Un’azione da criminali, con la quale ho finito per sempre di compiangerli per l’attentato che subirono un anno e mezzo fa, che a quanto pare non è servito ad altro che ad aumentare il loro livello di imbecillità.
Tutti i paesi esteri hanno orgoglio e coscienza nazionale; soltanto noi siamo i primi a denigrare il nostro Paese. Basta leggere i giornali o i commenti su internet, e vediamo che sono gli stessi italiani a sproloquiare sulle disfunzioni e i disservizi che ci sono da noi, come se gli aeroporti non venissero chiusi per nebbia anche a Londra o a Parigi, o come se la criminalità, la corruzione e compagnia bella esistessero soltanto in Italia. Per la mia limitata esperienza, con i viaggi all’estero che ho fatto ed in base a quello che ho letto, mi sono fatto la convinzione secondo cui i problemi sono ovunque, e non certo minori dei nostri. Se qualcosa va meglio in una nazione, ce n’è sempre qualche altra che va peggio. Perché dobbiamo sempre denigrarci e pensare che gli altri paesi siano paradisi terrestri quando non è affatto vero, ed i comportamenti degli stranieri, in ogni aspetto della vita sociale, sono spesso molto peggiori dei nostri. Non vogliamo considerare il vandalismo e la maleducazione che molti turisti stranieri dimostrano nelle nostre città? Non ci ricordiamo dei tifosi olandesi che provocarono gravi danni ai monumenti di Roma? L’avrebbero fatto a casa loro? Però se noi italiani siamo i primi a denigrarci e a parlare male del nostro Paese, non possiamo lamentarci della scarsa considerazione che abbiamo all’estero, non possiamo indignarci se la Merkel e Sarkozy, due ignoranti nella sostanza, si permisero di giudicare Berlusconi, nostro Presidente del consiglio legittimamente eletto, con un risolino di commiserazione. Il risolino andrebbe fatto a loro, per la loro politica miope e spesso assurda, ma nessuno lo fa, e anzi sono proprio i giornalisti ed i politici italiani che, pur di denigrare Berlusconi, furono persino contenti di quell’episodio squallido. Io, per parte mia, ritengo che noi italiani non siamo inferiori a nessuno, in nessun settore, e per la cultura e l’arte siamo sempre stati i primi al mondo. Cerchiamo di ricordarlo e di non lamentarci della nostra Patria. Sì, io uso volentieri questa parola e sono ben felice di essere italiano, non mi scambierei con nessun altro al mondo e sono grato al presidente Ciampi per aver almeno tentato di ricostruire una coscienza nazionale.
Per lo stesso motivo, però, un altro aspetto dell’operato di Ciampi mi trova molto meno d’accordo, cioè l’ingresso nella moneta unica europea al tempo del governo Prodi. In quell’anno, nel 2002, l’ingresso nell’euro fu una catastrofe per i consumatori italiani: con un cambio così alto nei confronti della lira noi non potevamo guadagnarci nulla, anzi i prezzi aumentarono a dismisura e si ridusse di molto il potere d’acquisto degli stipendi, perché per comprare qualcosa che costava, ad esempio, mille lire, poi occorse quasi subito un euro, che invece nominalmente valeva quasi duemila lire: quindi un raddoppio dei prezzi, o quasi. Ma anche quando questa speculazione è finita, io che – lo ammetto – mi intendo poco di economia, non vedo quale vantaggio ci sia ad avere una moneta comune con altri paesi, come la Germania e la Francia, che economicamente sono più forti di noi. E’ chiaro che i banchieri tedeschi e francesi modulano la moneta a loro piacimento, e questo è un altro punto fondamentale della perdita della nostra autonomia nazionale. Un Paese che non può battere moneta, e soprattutto che non può determinarne il valore in confronto alle altre per il commercio internazionale, è un Paese che non sarà più libero, sarà sempre soggetto ad altri. E noi abbiamo fatto più di mezzo secolo di lotte per l’indipendenza, per scacciare giustamente gli stranieri dalla nostra Patria, ed adesso ci troviamo di nuovo ad essere soggetti agli altri, ad avere in casa nostra una vera e propria dominazione straniera dei banchieri tedeschi e della signora Merkel, che farebbe bene a comandare solo a casa sua. Credo che sarebbe utile e dignitoso uscire dall’euro e tornare ad una moneta nazionale, sempre per quell’idea di indipendenza e di dignità italiana di cui non dobbiamo dimenticarci. L’ingresso nell’euro è l’unico atto che non posso approvare del presidente Ciampi, viste le conseguenze che ne sono derivate. Per tutto il resto, onore ad un grande italiano (e toscano) che da ieri non è più con noi.

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Ansie e incertezze di inizio anno scolastico

Il nuovo anno scolastico è già iniziato per quanto riguarda le riunioni preparatorie dei docenti, e tra pochi giorni cominceranno anche le lezioni. Sul blog torno a parlare dell’argomento che più mi interessa, cioè la scuola, alla quale ho dedicato praticamente tutta la vita; sono però riuscito a mantenere la promessa fatta a giugno di non parlarne per tutte le vacanze estive, in realtà molto più brevi di quanto si potrebbe credere.
Il nuovo anno comincia con tante incertezze e interrogativi dovuti all’attuazione della legge cosiddetta “La buona scuola”, che d’ora in poi comincerà a far sentire i suoi effetti, purtroppo più negativi che positivi. Le novità introdotte non fanno presagire nulla di buono. Le mie preoccupazioni più forti sono relative alla cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che quest’anno diventa obbligatoria nelle classi terze e quarte dei Licei e degli altri istituti superiori, e al rinnovato obbligo, sostenuto dal Ministero, dell’aggiornamento didattico. Il primo problema è certamente invasivo, checché se ne dica, perché 200 ore di attività lavorativa extrascolastica in un triennio sono tantissime, e non si può pensare che vengano svolte tutte nei periodi di vacanza; ciò comporterà inevitabilmente grossi disagi per il regolare svolgimento delle lezioni e per la completezza dei programmi. E’ inaccettabile, a mio giudizio, il consiglio che alcuni danno in questi casi, quello cioè di “tagliare” alcuni argomenti a vantaggio di altri: come è possibile, ad esempio in una materia come la letteratura italiana, parlare di Manzoni e non di Leopardi, o viceversa? Oppure, in storia, parlare della seconda guerra mondiale se non si è prima affrontato il problema delle cause, dei regimi totalitari precedenti, della prima guerra mondiale e via dicendo? Si possono eliminare gli argomenti secondari ed i corollari, ma non quelli fondamentali che vanno trattati in ogni modo, pena la perdita del senso complessivo e del valore formativo di ogni disciplina. Io non so come si organizzeranno i colleghi, ma prevedo grosse difficoltà; spero soltanto che il tempo da dedicare alle lezioni ed alle verifiche (che vanno fatte anch’esse, e non in maniera superficiale o sbrigativa) resti comunque tale da consentirci di espletare i programmi in maniera decente. Dico ciò in nome dell’obiettivo primario della formazione degli studenti, ma anche in vista dell’esame di Stato: c’è infatti l’eventualità che un commissario esterno si lamenti dell’esiguità del lavoro svolto e che di ciò dia la colpa al collega interno, senza tener conto di tutto il tempo-scuola che se ne va nelle molteplici attività extra- o parascolastiche.
Il secondo motivo di ansia riguarda il cosiddetto “aggiornamento in servizio”, che tutti i governi succedutisi negli ultimi vent’anni hanno sollecitato e talvolta imposto ai docenti. Anche qui io sono fortemente scettico, e non perché pensi che aggiornarsi non sia utile e anzi indispensabile, ma perché molto spesso questi corsi sono inconcludenti e tenuti da persone che poco si intendono dei veri problemi che il docente trova nella pratica quotidiana della sua professione, tanto che i loro interventi si risolvono in fiumi di parole poco spendibili nella fattispecie quotidiana. Molti di questi corsi riguardano le nuove tecnologie (sulle quali siamo già informati abbastanza per quel che ci serve, anche perché esse sono soltanto strumenti operativi ma non sostituiscono le facoltà umane), oppure si rifanno ad un pedagogismo ormai vecchio e banale che si esprime in un linguaggio astruso e del tutto avulso dalla realtà effettiva. Questi signori, in pratica, parlano quasi sempre della classe e degli alunni ideali, che esistono solo nella loro fantasia, non di quelli veri, in carne ed ossa, che ci troviamo di fronte tutti i giorni. E il Ministero, con questa insistenza paranoica sui cosiddetti BES e DSA, ha rincarato la dose di trito pedagogismo. L’unico corso di aggiornamento che io vorrei è quello specifico sulle mie discipline, che mi propone argomenti e contenuti nuovi, approfondimenti critici, suggerimenti bibliografici per migliorare effettivamente le mie competenze; un docente, per quanto preparato sia, ha sempre qualcosa da imparare, anche perché gli studi filologici, storici, filosofici ecc. proseguono il loro cammino, ed è bene ch’egli ne venga messo a conoscenza.
Altra notevole incertezza è quella che riguarda le novità della legge sull’impiego e la gratificazione del personale docente. Da quando è stato istituito il cosiddetto “organico potenziato” in tutte le scuole c’è un certo numero di professori in più rispetto al necessario, che vengono utilizzati in vari modi: in certi casi fanno soltanto le supplenze per le assenze dei colleghi, in altri casi fanno compresenze con altri docenti per determinate esigenze della scuola, in altri ancora tengono i corsi di recupero per gli studenti meno brillanti, ecc. Da quest’anno c’è però la novità, chiarita da una circolare ministeriale, ch’essi possono essere anche utilizzati al posto dei docenti curriculari, affidando cioè loro l’insegnamento annuale in alcune classi. Io condivido questa impostazione, perché non trovo giusto che questi colleghi giovani siano occupati per poche ore settimanali mentre a noi “vecchi” insegnanti della scuola tocchi l’orario intero delle 18 ore, con tutto ciò che comporta i termini di preparazione, correzione degli elaborati riunioni ecc. Ma come potranno i Dirigenti scolastici distinguere tra i vari docenti a disposizione e decidere cosa sia più vantaggioso per ciascuna classe? C’è il rischio che, comunque vada, le scelte non siano le più eque e che a sostenere il peso maggiore dell’insegnamento siano sempre i docenti con più esperienza e che danno ai Dirigenti maggiori garanzia di efficacia e di gradimento per studenti e genitori. Potrebbe accadere che chi s’impegna meno, chi provoca problemi relazionali con le altre componenti scolastiche, chi è meno preparato e didatticamente inefficace goda di un impegno minore e faccia, in pratica, la bella vita, limitandosi a qualche ora di supplenza o di corso di recupero. Non dico che ovunque avverrà questo, ma è molto probabile che accada piuttosto spesso, in virtù del potere che la legge della “Buona scuola” concede ai Dirigenti, gravati però proprio in base a questo potere di una forte responsabilità. Questo presupposto, peraltro, vale anche per quanto riguarda il famigerato “bonus premiale”, cioè il limitato vantaggio economico concesso ad una ridotta percentuale di docenti di ogni scuola,  ritenuti eccellenti rispetto agli altri. Non voglio tornare sull’argomento dei criteri in base ai quali sono state fatte le scelte, su cui ho già espresso sinceramente il mio pensiero. Aggiungo solo una cosa: ho notato che nella maggior parte degli istituti è stata compilata la lista dei premiati ma non sono stati resi noti i loro nomi, forse per reticenza dei Dirigenti che in tal modo vogliono evitare liti e malumori tra gli insegnanti della loro scuola. Se però qualcuno – esclusi i presenti – aspirava ad ottenere il bonus non per quei pochi soldi che si aggiungono allo stipendio ma per il prestigio che la collocazione in quella lista poteva apportargli a livello di scuola e di territorio, in questo modo è rimasto, come si suol dire, con un palmo di naso. Che gratificazione può venire a un docente “premiato” se nessuno viene a sapere di questo premio? Mi sembra di risentire una storiella che mi raccontava mio padre quand’ero bambino e che riferiva di un tale che, alla domenica, dava al proprio figlio una banconota da cinquanta lire (si parla di un secolo fa circa) perché facesse bella figura con gli amici quando usciva, ma poi alla sera pretendeva di rivederla intera, senza che il figlio avesse speso neanche un centesimo. Forse chi ha escogitato questa bella trovata avrebbe dovuto essere più esplicito e prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Ma questo è chiedere troppo a chi legifera senza mai aver messo piede in una scuola.

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La questione delle pensioni

Nei dibattiti televisivi di questi giorni si fa un gran parlare del problema delle pensioni e di cosa fare per cambiare la situazione attuale. Diversi argomenti sono in discussione, dalla necessità di adeguare le pensioni minime ad una cifra che consenta ai beneficiari di vivere con più agio, ai futuri trattamenti di quiescenza per i giovani di oggi (destinati tra qualche decennio a ricevere un assegno misero), fino alla questione dell’età pensionabile, oggettivamente troppo alta in Italia con la riforma Fornero, dopo che il nostro Paese è stato per molto tempo quello di Bengodi, visto che qualche tempo fa si consentiva alle persone di ritirarsi dal lavoro a 40 anni o anche prima. Siamo passati, come spesso accade, da un estremo all’altro; evidentemente la medietas aristotelica ed oraziana è sconosciuta ai nostri politici.
Il problema, che fino a qualche anno fa nemmeno consideravo, adesso comincia ad interessarmi, perché sono molto vicino al momento in cui dovrò ritirarmi in pensione; perciò esprimero’ qualche osservazione a proposito di tre argomenti. Primo punto: ritengo che l’età del ritito dal lavoro non dovrebbe essere fissa ma flessibile, perché non siamo tutti uguali e non svolgiamo tutti la medesima attività: sarebbe opportuno stabilire un minimo ed un massimo (ad es. da 60 a 68 anni), in modo che ciascuno potesse scegliere ciò che più gli conviene, ovviamente con una consistenza diversa dell’assegno, senza tuttavia grosse disparita’. Perché costringere chi è stanco e provato a restare al lavoro fino a 67 anni come avviene oggi? E, d’altro canto, perché impedire a chi lavora volentieri e si sente ancora utile alla società di restare finché le forze glielo permettono?
La seconda riflessione riguarda i cosiddetti “lavori usuranti”, una definizione con la quale i personaggi televisivi mostrano di intendere attività fisicamente pesanti come quelle del carpentiere, del carrozziere, dell’operaio in catena di montaggio ecc. Nel pieno rispetto di queste ed altre professioni, io dico però che la fatica lavorativa non è soltanto fisica ma anche mentale, come dimostra il fatto che la nostra categoria, quella degli insegnanti, ricorre più di ogni altra alle cure di psicologi e psichiatri, ad onta dell’opinione pubblica che ci vuole nullafacenti, o poco più. In questa ottica mi pare che possano essere spiegati (non giustificati, per carità!) alcuni spiacevoli episodi di cronaca riguardanti le violenze sui bambini commesse da alcune maestre. Lo stress che si accumula per tanti anni, purtroppo, può causare fatti del genere, che ovviamente ci auguriamo che non accadano mai.
Il terzo punto riguarda il problema economico, poiché ogni intervento sulle pensioni comporta una maggiore spesa, una cifra che varia nelle previsioni da due a sei miliardi di euro. Dove trovarli? Io qualche idea ce l’avrei. In primo luogo si potrebbero operare significativi risparmi sulla spesa pubblica, ad esempio le amministrazioni: è forse logico che una cittadina come Perugia, tanto per fare un nome, abbia i consigli comunale, provinciale e regionale, con tutto ciò che comporta in termini di stipendi, manutenzione degli edifici, consulenze ecc.? Basterebbe la metà dei costi attuali. Un’altra cosa da fare è combattere seriamente l’evasione fiscale, che ogni anno sottrae alla comunità una cifra che si aggira sui 90 miliardi di euro. È mai possibile che paghino le tasse sempre i soliti noti, mentre i gioiellieri, così per fare un esempio, dichiarano in media al fisco 10 mila euro lordi all’anno, e molti imprenditori dichiarano di guadagnare meno dei loro operai? È una farsa sconcia, che un governo serio dovrebbe far finire prima possibile. In terzo luogo si potrebbero tassare i grandi patrimoni e quei liberi professionisti come ingegneri, avvocati e medici specialisti, che speculano sulla salute dei pazienti facendosi pagare cifre altissime spesso senza neanche emettere la ricevuta fiscale. Molti di loro sono anche professori universitari e cumulano il lauto stipendio statale coi guadagni privati. Il doppio lavoro non dovrebbe essere consentito, ma visto che lo è facciamo almeno in modo che queste persone paghino le tasse in modo adeguato. I soldi, se lo si vuole, si trovano; il problema è che quel che manca è proprio la volontà, mentre gli interessi privati e la paura di perdere il potere impediscono ogni miglioramento. Stiamo ancora aspettando un governo che abbia il coraggio di passare ai fatti senza limitarsi agli annunci e alle parole. Chissà se arriverà mai?

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Il volto oscuro del progresso

Dalle più remote origini della società umana fino ad oggi l’evoluzione della specie viene comunemente definita con il termine “progresso”, che deriva dal verbo latino pro-gredior, cioè “andare avanti” ed ha quasi sempre coinciso, nell’immaginario popolare, con l’idea del miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Ma già nel mondo antico qualcuno si accorse che le scoperte scientifiche, pur lodevoli in sé come frutto prelibato della mente umana, potevano comportare anche effetti indesiderati; anche per questa ragione, pertanto, tenevano ben separati i concetti di “scienza”, che altro non era se non una sorella della filosofia, e di “tecnologia”, cioè l’applicazione pratica delle scoperte stesse alla vita quotidiana. E se la prima si sviluppò moltissimo nel mondo antico (basti pensare alla “rivoluzione dimenticata”, come la chiama Lucio Russo, propria dell’età ellenistica), la seconda camminò invece molto più lentamente, tanto da restare ignota per molti secoli: sappiamo infatti che diverse scoperte scientifiche dell’antichità trovarono applicazione pratica solo a partire dai secoli XVI-XVII della nostra era. Non considerando qui, nel breve spazio di un post, tutte le motivazioni per cui ciò avvenne, vorrei soffermarmi su un singolo aspetto del problema, ossia la lucida disamina degli aspetti negativi del progresso già evidente negli scrittori antichi. Ciò potrebbe costituire, a mio giudizio, anche materia di un “percorso didattico”, per usare la terminologia corrente, da seguire nella scuola o nell’università.
Il primo significativo testo a riguardo è un passo del Fedro di Platone (274c), ove si parla di una divinità egiziana, Theuth, a cui erano attribuite tante scoperte atte a migliorare la vita degli uomini, tra le quali, ultima e più preziosa, quella dell’alfabeto e conseguentemente della scrittura. Narra Platone che quando Theuth presentò la sua scoperta al re Thamus, questi lo rimproverò anziché lodarlo, dicendogli: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E cosí ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei [275 a] inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.” In pratica, Thamus (cioè Platone) aveva già chiaro il concetto, modernissimo, secondo cui gli strumenti che facilitano ed accelerano le facoltà umane ne determinano però anche l’indebolimento e l’atrofia. Per dimostrare quanto sia attuale il passo platonico basti pensare a quel che i docenti delle prime liceali lamentano a proposito dei loro alunni: “Non sanno neanche le tabelline!”. Per forza, adesso anche per calcolare 10 + 15 si prende la calcolatrice, e la memoria si atrofizza come un braccio che restasse legato al corpo per trent’anni! Ed anche riguardo ad altri aspetti negativi del progresso, come ad esempio la perdita dei valori morali e spirituali e il diffondersi del vizio conseguenti al lusso ed all’opulenza che le nostre società occidentali oggi vivono, troviamo illustri precedenti in diversi autori latini da Sallustio a Seneca Naturales Quaestiones (VII,31) a Plinio il Vecchio ed altri ancora.
Il tema del progresso scientifico e delle sue conseguenze è poi tornato in auge nei secoli della modernità, in coincidenza con le scoperte dei secoli XVII-XVIII, con la rivoluzione industriale di fine ‘700 e ancora con il diffondersi del Romanticismo nella prima metà del XIX secolo. Dei suoi effetti negativi ci parla in abbondanza il Leopardi, che vedeva nella scoperta del “vero” la fine delle illusioni e quindi la pur remota possibilità dell’uomo di raggiungere la felicità: tra i suoi numerosi testi che trattano questo argomento ricordo, ad esempio, un passo della canzone Ad Angelo Mai, dove il poeta lamenta la scomparsa dei miti e delle credenze in ignote e favolose genti che, pur false che fossero, davano luogo all’immaginazione e quindi all’illusione della felicità (vv. 97-103). “Ecco svaniro a un punto / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco tutto è simile, e discoprendo, /solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta / il vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s’apparta / nostra mente in eterno.” Ed al grande recanatese, nel mostrare gli effetti negativi del progresso, si aggiungono altri grandi uomini del secolo passato, quello in cui la tecnologia ha più inciso sulla nostra vita. Per brevità cito soltanto tre di essi: Luigi Pirandello, soprattutto nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore e nei Giganti della montagna, ultima e forse più grande sua opera; Pier Paolo Pasolini, che tra i suoi aforismi scrisse anche questo: “Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica”; Albert Einstein, che metteva in guardia contro l’eccessivo tecnologismo, quando scrisse: “Temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità; quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”
Le contraddizioni della nostra evoluzione tecnologica ed economica si vedono bene nella nostra società. A mio giudizio il problema si suddivide in due questioni: la prima è che le macchine e gli strumenti d’uso quotidiano sono spesso diventati non i nostri servi, ma i nostri padroni, hanno ottenebrato le nostre menti: basti pensare ai cellulari, strumenti dannosissimi di cui tante persone non riescono a fare a meno neanche per un’ora, oppure alle automobili, usate da tutti anche per percorrere cento metri, perché nessuno ormai va più a piedi. In questo modo l’uomo, come prevedeva Pirandello, si è messo al servizio della macchina, ne è divenuto schiavo, e nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria, come dice Seneca in un passo della celeberrima Epistola 47. La seconda questione è che l’ansia tutta moderna per inventare continuamente cose nuove a scopo di profitto (perché è l’aspirazione al guadagno ciò che guida con imperiosa dittatura le società moderne) induce a realizzare beni ed accessori poco utili, se non addirittura superflui, di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Pensiamo alla tecnologia automobilistica: certi accessori montati sulle auto moderne sono del tutto ininfluenti sulla funzione generale che questo bene così diffuso deve svolgere. A cosa servono i cerchi in lega, che costano molto e non fanno nulla in più di quelli normali? A cosa servono sei-otto altoparlanti per l’autoradio quando ne basterebbero due? E soprattutto: a cosa servono i vetri elettrici quando chiunque può aprire il finestrino usando semplicemente una manovella? Quest’ultimo accessorio è addirittura dannoso a volte: qualche tempo fa mia moglie era alla guida e, credendo di alzare il vetro dalla sua parte ha alzato invece il mio, schiacciandomi la mano e facendomi un male cane. Se ci fosse stata la manovella ciò non sarebbe avvenuto. Ovviamente queste sono banalità, ma pur sempre indicative di come la tecnologia a volte superi se stessa sconfinando nell’inutile e perfino nel dannoso. E qui bisognerebbe parlare dell’inquinamento ambientale, dell’effetto serra e di tanti problemi ben più importanti delle insulsaggini che ho detto io. Ma il post è già abbastanza lungo e bisogna chiudere; vuol dire che delle altre conseguenze negative dello stile di vita attuale parlerò in altre occasioni. Per adesso mi basta aver gettato questo sasso nello stagno, sperando che qualcuno lo raccolga.

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