Superiori e inferiori

Il recente caso degli insulti volgari rivolti contro Giorgia Meloni da parte di individui che non voglio qualificare per non situarmi al loro livello, mi ha riportato alla mente quella che è la situazione generale della cultura e della politica italiana. Il quadro complessivo, che comprende le sedi della politica, gli organi di informazione ed i luoghi ove si produce cultura, cioè soprattutto le Università, è desolante: nel nostro Paese infatti, a differenza di quanto avviene altrove, abbiamo una sinistra che si ritiene unica depositaria del Sapere e della Verità, mentre tutti gli altri, quelli che non aderiscono al loro Verbo, sono stupidi, rozzi, peracottari e pescivendoli o anche, nel migliore dei casi, disinformati. Da qui nasce l’insulto, la delegittimazione dell’avversario, da un presunto senso di superiorità che gli esponenti della sinistra, siano essi politici, giornalisti o professori universitari, vantano nei riguardi di tutti coloro che non condividono la loro ideologia.

Il fatto è grave, gravissimo, perché una società dove l’altro da sé non è un avversario da contrastare con i mezzi della democrazia, ma un nemico da abbattere, da disprezzare, da mettere all’angolo come indegno di esprimere le proprie idee, è una società fallita. Un ambito politico-culturale dove, ancora a distanza di 76 anni dalla fine del regime mussoliniano, si continua ad usare la parola “fascista” contro chiunque non sia di sinistra, non è un ambito che possa dirsi aperto al dialogo, perché chi riceve quell’appellativo insultante è immediatamente, per questa sua caratteristica, escluso dal dialogo e dal confronto. La responsabilità della grave arretratezza dell’Italia in campo ideologico, dove non si sono ancora fatti i conti con un passato di 80 e più anni fa e si continua ad accusare una parte politica di far parte di quel passato che non esiste più da tanti decenni, è tutta della sinistra, alla quale conviene mantenere in vita un nemico inesistente per legittimare le proprie convinzioni, scosse dagli avvenimenti storici che hanno dimostrato il completo fallimento dei criminali regimi comunisti.

Quello che a me fa più orrore, per riprendere l’argomento di prima, è la presunta superiorità della sinistra dal punto di vista umano e culturale. E sotto questo profilo quel che mi fa saltare i nervi non sono tanto gli insulti beceri come quelli rivolti a Giorgia Meloni, bensì l’atteggiamento derisorio, irridente che i radical-chic di sinistra stile Augias, Canfora, Asor Rosa e tanti altri hanno nei confronti degli avversari, i cui argomenti vengono accolti da questi “luminari” con sorrisini di compatimento, che stanno a indicare una presunta superiorità naturale, che vede l’altro da sé non come una persona che argomenta e ragiona, ma come un fenomeno da baraccone, qualcuno di cui bisogna sorridere beffardamente. Questo atteggiamento per me è peggiore degli insulti, perché io, anche nell’ambiente di lavoro dove sono vissuto ed in tutti i rapporti sociali, preferisco essere offeso piuttosto che deriso, diventare cioè zimbello di chi, non si sa con che diritto, si ritiene ontologicamente superiore.

Già al tempo della mia frequentazione delle Università toscane di Firenze e di Siena mi dovetti confrontare con questo clima di assolutismo comunista, che spesso sconfinava nella violenza contro chi non si allineava e permeava a tal punto l’ambiente dal presumere come ovvietà riconosciuta il fatto che tutti, docenti e studenti, dovessero necessariamente essere di sinistra; e se non lo eri dovevi tacere e non rivelare il tuo pensiero, altrimenti rischiavi il pestaggio e l’emarginazione. Questo clima di dittatura culturale, che io trovavo ingiusto e soffocante, è proprio quello che mi ha indotto a odiare la sinistra e l’ideologia marxista, per un desiderio legittimo di libertà di pensiero che allora mi veniva negata. Mi ricordo che negli anni ’70 a Siena c’era un docente che durante le lezioni apostrofava gli studenti con il titolo di “compagni”, e questo la dice lunga sul clima asfissiante che vi si respirava.

La presunta superiorità della sinistra, che ha occupato ed occupa ancora tutti i maggiori centri di cultura (le Facoltà universitarie a indirizzo umanistico, televisioni, giornali ecc.) è dovuta anche al fatto che, dagli anni ’60 in poi, nessuno ha saputo contrastarla: non il pensiero cattolico, che è rimasto sempre ai margini del panorama culturale ed è stato per lo più autoreferenziale, né la destra moderata, che non ha saputo esprimersi con intellettuali coraggiosi che osassero sfidare l’odioso predominio della parte avversa, e quando ha tentato di farlo era ormai troppo tardi.Oggi non c’è più il terrorismo brigatista e la sinistra bombarola degli anni ’70, ma esiste ancora una presunzione di eccellenza, una supponenza che va avanti da decenni e che ha influenzato profondamente la cultura italiana, indottrinando milioni di persone con una visione partigiana della storia ed anche della letteratura: i libri di testo ancora in uso nelle scuole sono quasi tutti orientati a sinistra, fatti storici importanti vengono ancora taciuti o sottovalutati, ed è stata creata artatamente una mitologia della resistenza e di certi valori e certe persone la cui applicazione ed il cui comportamento sono stati nella realtà molto meno “eroici” di quanto ci hanno lasciato credere. E chi osa mettere in dubbio qualcuno di quei miti viene subito etichettato come “fascista” ed escluso dal dialogo e dal consorzio sociale, allo stesso modo in cui il pensiero unico “politicamente corretto” sostenuto dalla sinistra mette al bando come “indegni” coloro che giudicano in modo diverso dal loro i problemi dell’immigrazione, delle minoranze ecc.

Da molti anni io sono profondamente disgustato dall’odioso atteggiamento di chi insulta, deride o delegittima l’avversario sentendosi ontologicamente superiore, non solo perché non vedo le ragioni di questa presunta superiorità, ma anche perché sono consapevole che con questa sinistra non è possibile un dialogo aperto e rispettoso delle idee altrui. Non si può parlare con chi ti insulta o ti sbeffeggia perché non condividi le sue idee, e questo è un gravissimo danno non per le persone singole, ma per il futuro democratico del nostro Paese.

Nel mio piccolo, per quel che posso, ho cercato di dimostrare che per essere persone di cultura non è necessario obbligatoriamente appartenere alla sinistra: nel mio ambito di competenza, che sono le letterature classiche, ho pubblicato libri, articoli e recensioni per un totale di 27 pubblicazioni, ed altre ne sto preparando, per non dire dei numerosi articoli a contenuto letterario inseriti nel mio blog personale. Non credo siano molti gli insultatori del web ancora fedeli alla falce e al martello in grado di esibire titoli di questo livello.

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La falsa attualità dell’antico

In ogni tempo, e verso qualunque autore letterario, la critica ha esercitato la sua volontà interpretativa, spesso andando anche al di là di quello che l’autore stesso aveva detto o voleva esprimere: mi ricordo che Eugenio Montale, quando leggeva certi commenti alle sue poesie, protestava perché i suoi interpreti gli avevano fatto dire anche ciò ch’egli non si era mai sognato di dire. Ed eccessi critici di questo genere ce ne sono stati a iosa per molti poeti e scrittori, da Dante a Machiavelli, da Manzoni a Leopardi fino agli autori più recenti, nelle cui opere si è voluto trovare ciò che non c’era affatto. Ma tant’è: si sa che la critica è fatta anche per questo, per infiorettare tutto e spesso anche per rendere complicate le cose semplici.

Purtroppo questo accanimento esegetico, che tende a far dire ad un poeta o uno scrittore ciò che non ha mai detto solo perché ciò fa comodo all’interprete, si è esercitato anche sul mondo classico greco e romano, spesso attualizzato maldestramente e strumentalizzato per giustificare e valorizzare idee e ideologie che sono un esclusivo portato dei tempi moderni, e quindi con quel mondo non hanno nulla a che fare. E debbo dire, senza timore di smentita, che tali mistificazioni sono state operate quasi sempre dalla critica marxista, in cerca di conferme e di testimonianze atte ad avvalorare una determinata ideologia; ma a ben vedere si può notare chiaramente che si tratta di palesi e spesso pacchiane falsificazioni.

Farò tre esempi al proposito. Il primo riguarda alcuni autori classici che, a loro danno e senza alcun riguardo, sono stati immaginati come portatori di principi e di contenuti a loro assolutamente estranei. Così il povero poeta comico Terenzio è stato definito “rivoluzionario” e visto come un detrattore e potenziale sovvertitore della società romana aristocratica del tempo, mentre è vero l’esatto contrario, perché per lui – che viveva sotto l’ala protettiva della ricca e nobile famiglia degli Scipioni – l’eventuale critica alla mentalità romana tradizionale restava sempre sul piano strettamente etico, senza mai avanzare il minimo dubbio nei confronti del potere costituito. Ancor peggio è andata a Lucrezio, nella cui opera un critico marxista inglese ha visto addirittura i germi della lotta di classe; idea, questa, che merita soltanto una sonora risata, perché al tempo del poeta mancavano circa diciannove secoli prima che questa teoria fosse esplicitata da Marx ed Engels. Come terzo esempio potrei portare quello del favolista Fedro, che per alcuni critici esprimerebbe la voce dei diseredati e conterrebbe addirittura i germi di una rivoluzione proletaria; ma in realtà la rassegnata presa di posizione del favolista tende a rappresentare una realtà sociale che giudica immutabile, mentre nulla di nulla può essere trovato in lui che metta anche lontanamente in discussione l’assetto sociale della prima età imperiale romana. Anzi, quando parla dell’imperatore Tiberio, lo fa con tutta la deferenza ed il rispetto tipici di un suddito fedele.

Un’altra mistificazione del mondo antico andava molto di moda negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, quando opere prodotte migliaia di anni fa venivano rappresentate e interpretate in chiave moderna, travisando completamente il messaggio culturale che quelle opere avevano voluto dare al mondo. Il genere più strumentalizzato in quel periodo fu la tragedia greca, le cui rappresentazioni moderne adombravano non soltanto allusioni, ma addirittura scoperti riferimenti all’attualità: così nel Prometeo di Eschilo Zeus, che approfitta del proprio potere tirannico per opprimere il Titano che gli si oppone, diventava il Presidente degli Stati Uniti d’America, mentre Prometeo, l’oppresso, diventava la controfigura dei vietcong che combattevano – durante la guerra del Vietnam – contro l’oppressore americano. Ciascuna persona dotata di un minimo di intelligenza critica può valutare la colossale stupidità di queste mistificazioni, che del tutto non sono cessate neppure oggi: nel 2019 infatti, in occasione del festival della tragedia classica del teatro greco di Siracusa, è stata rappresentata l’Elena di Euripide dove, di fronte alla richiesta di Menelao di essere accolto in terra d’Egitto, la serva rispondeva “Non si può: i porti sono chiusi”. Si era nel periodo del primo governo Conte, con Salvini ministro degli Interni. Si può ben capire quindi a chi si riferiva questa spiritosa allusione.

Purtroppo il mondo antico, con la bellezza e l’eterna validità dei suoi messaggi umani e culturali, è spesso preda di queste assurde forzature interpretative. L’ultima in ordine di tempo è quella che cerca di trovare in autori classici la giustificazione del buonismo moderno circa l’accoglienza dei migranti che arrivano sulle nostre coste, certo non sempre con buone intenzioni né per sfuggire a guerre inesistenti. Così un latinista autorevole come Maurizio Bettini, seguito da altri della sua scuola, ha preso a pretesto il I° libro dell’Eneide di Virgilio, dove la regina Didone ospita Enea ed il suo popolo vittime di un naufragio, per affermare che anche oggi dovremmo fare la stessa cosa, cioè accogliere tutti coloro che giungono sulle nostre coste. E l’anno scorso qualcuno ha fatto anche peggio di lui: ha cioè nobilitato Carola Rackete, la scafista tedesca che ha violato le leggi del nostro Paese ed ha anche tentato di speronare una motovedetta italiana, paragonandola nientemento all’Antigone di Sofocle, la giovane donna che disobbedisce al divieto di Creonte di seppellire Polinice per senso di umanità, in quanto “nata per l’amore e non per l’odio”. Io mi chiedo come sia possibile e razionale accomunare realtà così diverse, lontane non solo dal punto di vista cronologico ma anche da quello etico-sociale, per giustificare il buonismo moderno, scomodando addirittura Sofocle per avallare l’operato illegale di chi disobbedisce e sbeffeggia le leggi di uno Stato diverso dal proprio.

In conclusione debbo dire che, da studioso del mondo classico, mi rammarico di fronte a queste assurde mistificazioni, che strumentalizzano il pensiero degli antichi per far dire loro ciò che non hanno mai detto solo perché fa comodo ad una certa ideologia. Con questo non intendo dire che gli autori classici non siano attuali: dal punto di vista dei sentimenti umani c’è sicuramente una profonda continuità, perché le gioie e i dolori provocati dall’amore, tanto per fare un esempio, sono stati scoperti da Saffo e da Catullo ma sono gli stessi anche oggi, e questo conferisce un’eterna validità alla loro poesia; lo stesso può valere per l’etica e la socialità, per cui i consigli di Seneca o di Quintiliano possono essere applicati – mutatis mutandis – anche nel nostro tempo. Ma per quanto riguarda l’amministrazione delle comunità, la politica e l’economia non possiamo semplicemente, così tout court, prendere esempio dall’antichità per fare altrettanto nel nostro tempo, altrimenti dovremmo considerare anche ciò che è profondamente contrario alla mentalità di oggi. Nell’antica e democratica Atene, ad esempio, venivano puniti con la pena di morte anche reati per i quali adesso non si va più neanche in prigione; se dunque gli interpreti moderni fossero coerenti con la presunta attualità del mondo antico, dovrebbero auspicare anche la validità di questa usanza, dalla quale invece tutti ci teniamo lontano, nel comune rifiuto della pena di morte. Non si può riprendere da una civiltà solo ciò che ci fa comodo, falsando oltretutto un pensiero che, per tanti motivi, è lontanissimo dal nostro. Ma purtroppo certe ideologie moderne, protagoniste nella storia recente di un totale fallimento, si aggrappano dappertutto, anche sugli specchi, per poter sopravvivere.

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Il governo della vergogna

Lo spettacolo che abbiamo visto l’altro ieri al Senato è veramente penoso. A parte la povertà lessicale e la scarsissima efficacia oratoria dei relatori (Cicerone si sarebbe tappato le orecchie), quello che fa veramente orrore è un governo che, pur di restare sulle poltrone, mette in atto uno squallido mercato delle vacche per raccattare voti: così è partita la caccia ai trasfughi, ai voltagabbana, ai traditori degli ideali di un tempo e degli stessi elettori che li hanno votati. Il tutto in barba alla democrazia e per un solo scopo: mantenere la poltrona e l’immeritato stipendio, nella consapevolezza che in caso di elezioni, anche a causa della stupido e demagogico taglio dei parlamentari, molti di loro non sarebbero rieletti. Ecco quindi che, con la maschera ed il pretesto della pandemia, si tiene in vita un governo di zombies, di incompetenti, di rinnegati, che si tengono a galla artificiosamente e a danno del Paese. Per questo motivo io non trovo affatto giustificate le critiche a Renzi per aver aperto la crisi in questo momento: nella sua requisitoria contro Conte ha detto cose sacrosante, denunciando ritardi, autoritarismi ed inefficienze spaventose. Lo si è criticato e insultato perché in tempi di pandemia, secondo alcuni in malafede, non si può aprire una crisi né votare; ma ciò dimostra solo che il Covid-19 è il miglior alleato di Conte, che continua a cavalcare il virus per arrogarsi un potere assoluto per il quale non è stato eletto da nessuno e che è totalmente fuori della Costituzione.

A questo riguardo debbo però dire che neanche l’opposizione in Italia è efficace, perché non svolge bene il suo compito e non colpisce come e dove dovrebbe. Si continua a rinfacciare al governo scelte scellerate come i banchi a rotelle o i bonus per i monopattini; queste sono in effetti segni di incapacità e di incompetenza, ma non sono certo le motivazioni più gravi per cui Conte e compagnia dovrebbero dimettersi immediatamente. Le azioni più gravi e deprecabili di questo governo riguardano la gestione della pandemia, per affrontare la quale hanno saputo solo chiudere, togliere ai cittadini le libertà fondamentali e provocare il fallimento di intere categorie. Con questa politica il disastro economico di cui tra breve vedremo le conseguenze produrrà disastri molto più gravi di quelli del virus.Vediamo da ogni parte le giuste proteste dei ristoratori, dei gestori di bar, di strutture turistiche messe a terra, di gestori di palestre, cinema e teatri. Tutti costoro sono stati costretti a chiudere, senza adeguati risarcimenti, in modo violento e autoritario, con la minaccia delle multe e addirittura di revoca delle licenze; è questa la prova di un governo arrogante e incapace, che ricorre alla violenza perché non sa gestire nulla e procede al buio, in una ininterrotta serie di contraddizioni e di incertezze. Vogliono riaprire le scuole, ed io su questo sono d’accordo, perché la Dad non è scuola, gli studenti se ne approfittano per non fare nulla, convinti come sono di essere promossi ugualmente. Ma siamo certi che le scuole o i mezzi di trasporto, dal punto di vista del contagio, siano più sicuri dei ristoranti, dei bar, dei cinema e dei teatri? Una volta prese le misure necessarie, perché non riaprire tutto e lasciar vivere e lavorare le persone? La soluzione del problema economico non sta nei cosiddetti “ristori”, che sono del tutto insufficienti e che comunque non possono durare in eterno; la soluzione sta invece nel lasciar vivere, muoversi e lavorare le persone, ovviamente seguendo tutti i protocolli di sicurezza previsti.

Perché il governo non si fida dei cittadini, al punto di dover ricorrere sempre alla violenza bruta delle multe, dello stato di polizia, dei carabinieri che inseguono con i droni un poveraccio che fa una passeggiata da solo sulla spiaggia? Perché non dare fiducia ai cittadini, i quali sanno che non è nel loro interesse fare assembramenti e favorire la circolazione del virus? Ciascuno tiene alla propria salute e non ha alcuna voglia di metterla a rischio; quindi, visto che con questo virus dovremo ancora convivere per molto tempo, perché non dare fiducia alle persone e lasciarle andare al ristorante, al bar, al cinema e al teatro con tutte le precauzioni del caso? Le persone che vivono in quei settori non chiedono l’elemosina dei “ristori”, chiedono di poter lavorare.Questo avrebbe dovuto dire l’opposizione al Senato, e avrebbe dovuto anche rinfacciare a Conte l’illegittimità dei DPCM con cui ci ha chiuso forzatamente agli arresti domiciliari, compiendo un atto gravissimo e incostituzionale e senza neanche passare per il Parlamento. Questa non è democrazia, è un regime; un regime nel quale il presidente del Consiglio assurge a rango di dittatore e si crede arbitro e padrone delle nostre vite. Questo avrebbero dovuto urlare i rappresentanti dell’opposizione, che cioè non si può prendere la scusa del virus per instaurare una dittatura e per mantenere all’infinito un potere assoluto che non solo è contrario ad ogni principio democratico, ma è esercitato oltretutto da un esecutivo formatosi con un ignobile inciucio tra partiti che si odiavano fino al giorno prima e tenuto in piedi con la stampella dei transfughi e dei voltagabbana.

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Importanza storica e letteraria delle “Confessioni” di S.Agostino

L’opera a carattere autobiografico più importante di Agostino sono certamente le Confessioni, in 13 libri, composte durante il primo periodo dell’episcopato di Ippona, forse tra il 397 e il 400. Il titolo allude alla pratica, frequente nelle comunità cristiane primitive, di confessare pubblicamente i propri peccati per farne piena ammenda; tale è il significato precipuo dell’opera agostiniana, che ripercorre le vicende personali dell’Autore non a scopo informativo ma come riferimento ad un percorso spirituale che, prendendo avvio dall’errore giovanile, lo ha portato a liberarsi dal male e ad avvicinarsi finalmente a quel Dio che per tanto tempo ha ricercato. Le Confessioni quindi, pur recando memoria delle analoghe opere del mondo classico, non vanno intese come un’autobiografia nel senso invalso di racconto di vicende private, ma come un viaggio iniziatico dall’oscurità alla luce, dal male al bene, del quale gli eventi personali sono soltanto il riflesso esteriore.  L’opera può sommariamente dividersi in due sezioni, apparentemente in contrasto tra loro: la prima, che comprende i libri I-IX, ripercorre le tappe della vita del Nostro dalla prima infanzia alla morte della madre Monica, mentre la seconda (libri X-XIII) affronta argomenti diversi come le facoltà umane, soprattutto la memoria, nella ricerca di Dio (libro X) e il problema della creazione attraverso il commento alla Genesi (libro XI), che continua anche nei libri XII e XIII toccando anche altre tematiche quali la limitatezza della ragione umana e il dogma della Trinità.  

Il lettore moderno trova difficoltà a intravedere l’unità dell’opera e ad collegare razionalmente i primi nove libri con gli altri quattro; ma tale unità va ricercata non nello sviluppo cronologico delle vicende narrate, bensì nell’itinerario mistico dell’anima: essa intraprende un viaggio di purificazione che dal peccato giunge alla conversione, ma che anche dopo di essa sente l’esigenza intima di continuare il dialogo con Dio, per arrivare alla comprensione del misteri religiosi mediante l’esegesi delle Sacre Scritture. Siamo di fronte ad un superamento della prospettiva letteraria classica, che prendeva le mosse dalla contemplazione della realtà esteriore per risalire per suo tramite dal particolare all’universale; richiamandosi invece alle Sacre Scritture ma tenendo conto anche di Platone e del neoplatonismo, Agostino pone in primo piano il mondo divino, l’iperuranio cristiano, di cui le cose sensibili non sono che un mero riflesso ed a cui l’uomo mortale non è legato mediante la scienza o la filosofia, ma per mezzo delle fede e della Grazia divina. Il percorso iniziatico compiuto in mezzo alle miserie del mondo altro non è che un cammino catartico (cioè purificatore) che, per quanto più attraversa il degrado e l’abiezione, tanto più si rende degno di ascendere alla beatitudine eterna. Una simile concezione dell’opera letteraria non era compresa nella mentalità greca e romana, ed in questa diversità ideologica consiste appunto la più grande originalità dell’opera agostiniana; dal punto di vista del contenuto e dei motivi letterari che vi compaiono, invece, le Confessioni non sono aliene dalle reminiscenze classiche di opere introspettive ed autobiografiche quali erano, ad esempio, i Ricordi di Marco Aurelio (scritti in greco) e le Metamorfosi di Apuleio. La conclusione che ricaviamo da quanto esposto è che l’opera di cui trattiamo non può rientrare nei canoni della biografia classica, perché l’angolo visuale da cui la realtà è osservata risulta completamente diverso: anche nel racconto degli eventi personali dello scrittore, in effetti, non contano i fatti in sé ma le reazioni emotive e psicologiche che da essi scaturiscono. Un esempio per tutti può essere l’episodio del furto delle pere narrato nel libro II, sul quale Agostino insiste a lungo e mostra un sentimento di contrizione e di pentimento che, francamente, appare eccessivo al lettore moderno in rapporto all’entità del fatto in sé; ma la lunga riflessione dedicata all’episodio non ha di mira l’evento contingente, bensì il principio universale del delitto gratuito, quello cioè che è compiuto con l’unico scopo di piegarsi al fascino del male.  

Ma le perplessità del lettore moderno nella lettura delle Confessioni non finiscono qui: ci si trova infatti di fronte ad un tono narrativo totalmente nuovo, che mescola continuamente le reminiscenze classiche con l’esegesi biblica (soprattutto i Salmi), il racconto con la preghiera. Anche nella dimensione stilistica dell’opera notiamo quest’amalgama di matrici culturali diverse: le parti mistiche e dedicate alla preghiera adottano un’espressione elevata, magniloquente e non di rado soffusa di un afflato lirico degno dei più grandi poeti; le parti narrative, al contrario, si caratterizzano per l’adesione ad un linguaggio moderato e spesso colloquiale. Il ricordo della retorica classica è comunque tutt’altro che sbiadito, giacché a periodi brevi e paratattici si affiancano anche, nei punti di maggior elevatezza dottrinaria, lunghi periodi ipotattici di ascendenza ciceroniana. Va poi osservato che l’introspezione psicologica tipica di questo capolavoro agostiniano si manifesta anche a livello formale, mediante il frequente ricorso alle esclamazioni, alle interrogazioni retoriche, alle figure foniche efficaci soprattutto nella lettura ad alta voce prevalente nell’Antichità. Anche per questi motivi, oltre che per il contenuto, le Confessioni sono da considerare una delle più grandi opere della letteratura latina; al suo fascino si sono ispirati i grandi poeti e pensatori che hanno percorso dopo Agostino un iter esistenziale alla ricerca della verità e della purezza, da Dante a Petrarca, da Manzoni a Kierkegaard.

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Psicologia ed arte nell’opera di Tacito

All’ideologia ed alla concezione della storia sono legati, in Tacito, tutti quei procedimenti narrativi e quei caratteri formali e stilistici che fanno della sua opera un autentico prodotto artistico. Notiamo anzitutto che la centralità delle figure umane nell’interpretazione degli eventi e delle cause comporta una forte dilatazione dell’elemento psicologico, che è attuata mediante una tecnica di costruzione dei caratteri ben più minuziosa e curata rispetto ad altri ambiti culturali e letterari. Fermo restando il pessimismo di fondo che lo induce a individuare nella natura umana più i difetti che le virtù, lo storico delinea il ritratto fisico e morale dei suoi personaggi con grande abilità descrittiva; e se le figure di minor rilievo vengono costruite in uno spazio limitato, molto più complessa è la psicologia dei veri protagonisti dell’opera come Agricola, Otone, Vitellio, Tiberio, Nerone e così via. Per questi grandi personaggi la delineazione del carattere non avviene in un momento determinato, ma viene a determinarsi nel corso della narrazione come somma di atteggiamenti, di azioni e di parole dalle quali emerge a poco a poco una struttura mentale che resta poi definitiva ma che non è mai monolitica. A tal riguardo può giovare un breve confronto con altri storici come Livio: in quest’ultimo i personaggi di rilievo (specie quelli dei primi libri) hanno tratti psicologici comuni, quali ad esempio l’antica virtus romana che li induce a battersi per il comune interesse della collettività, ed in ciò si assomigliano tutti; in Tacito invece ogni carattere, se pure può avere tratti comuni con altri, percorre una propria via interiore costellata di eventi personali, problemi intimi e familiari, così che vengono a formarsi individualità che vivono ciascuna nel suo mondo ed emergono sugli altri come i grandi personaggi della tragedia greca.  

Se vogliamo portare un esempio di quanto stiamo affermando, nessuno è più adatto di quello che riguarda due imperatori protagonisti degli Annales, Tiberio e Nerone. Il primo dei due, pur naturalmente portato alla crudeltà, ha come assopito in sé questo suo tratto, al punto da rivelarsi all’inizio del suo regno un buon sovrano, capace di gestire in modo equilibrato gli affari di Stato; in seguito però, sia per il malefico influsso di Seiano che per il peso stesso del potere, emerge in lui una forte diffidenza nei confronti del prossimo che lo porta ad isolarsi, a tormentarsi ed infine a reagire con violenza contro chiunque potesse apparirgli – nella sua mente malata – come un pericolo o un rivale: ecco quindi che l’iniziale crudeltà del personaggio riemerge nel corso dei suoi ultimi anni, ma la sua ricomparsa non è casuale, bensì provocata sia da una disposizione naturale che da un insieme di fattori esterni accuratamente vagliati e approfonditi dallo storico con mirabile sapienza e capacità di analisi. Una caratterizzazione indiretta, cioè operata mediante la descrizione delle sue azioni e dei suoi comportamenti, è anche quella di Nerone, il cui celebre ritratto tracciato da Tacito è poi rimasto indelebile per quasi due millenni. I suoi tratti distintivi sono la crudeltà, la stravaganza, l’istrionica tendenza ad esibirsi; ma essi non vengono in luce all’inizio, quando nel giovane imperatore prevalgono piuttosto l’indecisione e l’insicurezza che lo portano ad affidarsi (con risultati positivi, ma del tutto indipendenti dalla sua volontà) a buoni consiglieri come Seneca e Trasea Peto; soltanto più tardi, quando la malefica influenza di Tigellino e l’oppressione della madre dispotica lo inducono a liberarsi di lei, Nerone imbocca la via del delitto e da quella non esce più, per il semplice fatto che la malvagità era già in nuce dentro di lui, se pure non si palesava con chiarezza. Anche qui i passaggi psicologici sono molto rilevanti: Tacito non si limita infatti a registrare i vari cambiamenti di Nerone che da sovrano illuminato lo porteranno a divenire il mostro sanguinario che tutti conosciamo, ma ne indaga le motivazioni profonde scrutando i pensieri, i timori, i sospetti, le gioie maligne del personaggio in modo da analizzare con precisione scientifica il succedersi delle varie fasi e comprendere a fondo i mutamenti psicologici che danno vita all’immagine conclusiva. Il pessimismo tacitiano, portato a vedere ovunque il male ed il vizio, agisce in questo processo come propulsore ma non altera l’acutezza dell’indagine: la crudeltà e l’esibizionismo di Nerone, in effetti, non sono dati preconcetti ma emergono dalle sue azioni e reazioni di fronte agli eventi esterni, all’operato altrui, ai consigli che riceve ecc.  

L’arte narrativa di Tacito, che non rinuncia alla ricerca della verità storica ma che abbellisce questa verità con squarci descrittivi di grande valore artistico, risente di due forme di storiografia già attive nella letteratura ellenistica: quella cosiddetta “pragmatica”, che mirava alla ricostruzione oggettiva degli eventi, e quella chiamata “tragica”, che accentuava la drammaticità dei fatti narrati ed intendeva così coinvolgere emotivamente i lettori. In questa ripresa della tradizione greca Tacito evita però ogni elemento romanzesco ed ogni inutile sentimentalismo, preferendo concentrarsi, sulla scia di Sallustio, sulla psicologia dei personaggi e sull’arte del ritratto. La variegata galleria di tipi umani che riscontriamo nelle pagine delle Historiae e degli Annales, in effetti, è ben lungi dall’essere statica e univoca: in molti personaggi, anche di minor rilievo rispetto agli imperatori, emergono tratti insoliti e persino contraddittori, che contrastano evidentemente con la fissità caratteriale propria dell’analisi operata da altri autori, quali ad esempio il contemporaneo Svetonio. Per limitarci agli esempi più noti, prendiamo due figure anche altrimenti celebri, quelle di Seneca e di Petronio. Il primo è presentato come un uomo di grande capacità ed autorevolezza, come il saggio consigliere che tenta di indurre al bene lo scapestrato Nerone, riuscendovi per un certo periodo; nei suoi confronti lo storico mostra ammirazione e rispetto, pur non facendo parola della sua attività letteraria, ma ne mette in luce anche le contraddizioni, soprattutto quelle che emergono allorché il filosofo è costretto, pur di continuare la propria missione, ad accettare imbarazzanti compromessi. Addirittura contraddittorio ci appare invece, in alcuni suoi aspetti, il carattere di Petronio, l’arbiter elegantiae la cui morte è descritta in pagine di grande efficacia artistica e letteraria del XVI libro degli Annales (capp. 18-19). Quest’uomo ci affascina proprio per l’estrema variabilità della sua indole, nella quale compaiono sia elementi negativi (l’indolenza, la lascivia, la vita molle e dedita ai piaceri) sia d’altro canto un senso della dignità morale che non ci aspetteremmo da un personaggio del genere. Di fronte al dispotismo neroniano che vuole ingiustamente la sua rovina, Petronio reagisce esaltando quelle qualità di fermezza e di autocontrollo che lo storico, pur all’interno di un quadro come quello sopradescritto, aveva già sottolineato: egli infatti non si uccide in modo plateale e drammatico, ma trasforma quasi la morte in un gioco, conversando amabilmente con gli amici e discutendo sull’immortalità dell’anima.  

Il quadro complessivo delineato da Tacito resta comunque sempre fosco e cupo, in armonia con il pessimismo che caratterizza il pensiero dell’Autore. In questa particolare visione della realtà trovano spazio anche precise reminiscenze letterarie, come quelle della storiografia tragica ellenistica di cui si è detto, ai quali vanno aggiunti ricordi specifici di altri generi come la tragedia stessa, sia quella degli originali greci che quella dei poeti romani come Pacuvio, Accio e lo stesso Seneca. A ciò ci richiamano le vicende dei singoli personaggi, che passano spesso dal delitto al castigo (v. Otone, Vitellio, Tiberio, Seiano e lo stesso Nerone), ed anche la visione di intere dinastie come quella dei Giulio-Claudi, che per le sue vicende ricorda la stirpe maledetta degli Atridi magistralmente trattata nell’Orestea di Eschilo. In entrambe le vicende, in effetti, pare incombere sui protagonisti una maledizione predestinata alla quale non riescono a sfuggire, indotti come sono in una spirale di violenza che, attraverso molteplici delitti ed altrettanto inevitabili punizioni, ha come esito conclusivo l’annientamento della stirpe stessa. L’alta qualità della narrativa tacitiana, pertanto, è ottenuta anche “sconfinando” nel campo di altri generi letterari, un procedimento che, pur non essendo una novità, costituisce una delle componenti essenziali della personalità artistica dello scrittore.

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La fine della democrazia

Tutti si sono indignati per quanto avvenuto negli Stati Uniti e hanno detto che è stato violato il tempio della democrazia. Già qui c’è un errore, secondo me, perché l’origine dei regimi democratici non sta certo in America, ma caso mai nell’antica Atene del V° secolo a.C. e, per l’epoca moderna, nei principi della Rivoluzione Francese. Ma tant’è. Quello che vorrei dire è che Trump o chi per lui non è stato certo il primo a provocare il vulnus alla democrazia cui assistiamo da tempo, ma in realtà questa forma di governo, che oggi appare l’unica possibile e accettabile a giudizio generale, è imperfetta dappertutto, non è mai giusta e completa, e spesso dove ci si riempie la bocca con nobili concetti come “democrazia”, “giustizia”, “uguaglianza” ecc. è proprio il luogo dove questi principi sono trascurati e calpestati.

La democrazia ha dei difetti di suo, inutile negarlo. Alexis de Tocqueville disse ch’essa altro non è che la dittatura della maggioranza, e aveva perfettamente ragione; Churchill disse che i sistemi democratici avevano grandi difetti, ma che gli altri erano peggiori. Comunque, lasciando stare i difetti altrui, credo anch’io che la democrazia di per sé sia un sistema fortemente imperfetto, per diverse ragioni: 1) decide la maggioranza, ma questo è un fatto puramente quantitativo, non qualitativo, dato che nella storia è stato tante volte dimostrato come la ragione stesse dalla parte delle minoranze, o addirittura di chi era solo a proclamare certe verità (vedi i casi di Giordano Bruno e di Galilei); 2) il principio di uguaglianza tra i cittadini non dovrebbe esercitarsi in campo politico, perché per amministrare uno Stato non basta essere cittadini onesti, occorrono competenze e capacità che spesso i politici non hanno. E’ anche ingiusto, a mio parere, che il voto di un analfabeta valga quanto quello di un premio Nobel: per partecipare alla gestione dello Stato, anche semplicemente come elettori, occorrerebbe dimostrare di avere un minimo di cultura civica e politica; 3) in democrazia le masse sono facilmente manovrabili da parte di demagoghi senza scrupoli, che ai nostri tempi si servono abilmente dei mezzi di informazione (TV, social, Web ecc.) per addormentare le coscienze con promesse fasulle da imbonitori, come ad esempio il reddito di cittadinanza e lo Stato assistenziale che, invece di rilanciare il lavoro e l’impresa, distribuisce soldi a chi non fa nulla in cambio di voti.

Così, con la manipolazione delle masse mediante i mezzi di informazione ed il pensiero unico imposto a tutti, la millantata democrazia si trasforma in una dittatura strisciante, come quella che abbiamo oggi nel nostro Paese ad opera di un governo di persone del tutto inesperte e sprovvedute che, occupando di forza i principali canali TV (tutta la Rai è filogovernativa, basta ascoltare telegiornali faziosi come il TG1 con giornalisti servi del potere, per non parlare della “Sette”) diffonde il proprio pensiero facendolo passare per l’unica possibile verità e fa il proprio interesse spacciandolo per quello dei cittadini. Così continuano a terrorizzare le persone con la paura del virus, mostrano continuamente scene di morte e ospedali dove le persone soffrono, oppure presunti assembramenti di giovani che vengono criminalizzati e fatti passare da untori, quando è il governo ad essere del tutto inefficiente, essendosi limitato a toglierci la libertà e a distruggere l’economia anziché provvedere a migliorare i settori critici (v. i trasporti) ed a lasciar vivere le categorie produttive. Con questo virus bisogna conviverci, c’è poco da fare, e ciò che si dovrebbe fare non è chiudere tutto, ma consentire alle persone di vivere e di lavorare pur rispettando i protocolli di sicurezza. In molti paesi hanno fatto questo e non stanno certo peggio di noi, visto che l’Italia, nonostante il lockdown cinese a cui ci hanno costretto, ha ancora il primato delle morti per Covid. E’ chiaro quindi che il sistema delle chiusure non funziona e danneggia gravemente la libertà individuale garantita dalla Costituzione.

Ecco così che la democrazia in Italia resta un involucro vuoto, una parola priva di significato. Nella realtà dei fatti questo governo nato da un inciucio vergognoso e non eletto da nessuno ha instaurato una dittatura, approfittando della maggioranza che ha ma soprattutto mistificando la realtà e terrorizzando i cittadini con l’appropriazione dei mezzi di informazione. Certo, la pandemia non l’ha inventata il governo Conte 2, ma ha saputo cavalcarla bene per restare ben attaccato alle poltrone. Quando si procede per DPCM bypassando il Parlamento, quando l’opposizione non viene ascoltata, quando chi non è d’accordo con il pensiero unico imposto dalla televisione viene insultato, sbeffeggiato e bollato con le solite etichette di “fascista”, “razzista”, “omofobo”, “complottista”, “negazionista” ecc. e quindi annullato nel suo potenziale comunicativo, non si può più parlare di democrazia, ma di vera e autentica dittatura. Certo, non è una dittatura come quelle di Mussolini, Hitler e Stalin, non usa il manganello, i carri armati e la fucilazione, perché oggi non ce n’è più bisogno. Non c’è necessità di mettere a tacere i dissidenti con la forza, basta fare in modo che non siano né ascoltati né tanto meno seguiti. Per detenere un potere totalitario basta la televisione, come già intellettuali del calibro di Popper e Pasolini avevano lucidamente previsto.

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L’educazione secondo Quintiliano

Nel mondo romano l’istruzione era sempre stata una questione privata: fin dal periodo repubblicano le famiglie di elevata condizione sociale usavano tenere in casa un precettore (spesso di origine greca) al loro esclusivo servizio, mentre quelle dei ceti inferiori mandavano generalmente i loro figli a casa del maestro, che insegnava loro a leggere, scrivere e far di conto in cambio di una modesta retribuzione. Anche la scuola di secondo grado (o di grammatica) e quella di livello più elevato (o di retorica) erano a titolo privato, almeno sino a quando – nel periodo, appunto, in cui visse Quintiliano, il I° secolo d.C. – l’imperatore Vespasiano non decise di istituire alcune cattedre di retorica a carattere pubblico, retribuite cioè dallo Stato. Nella sua Institutio Oratoria, pertanto, il Nostro pone un problema mai affrontato in precedenza nel mondo romano, se cioè sia preferibile l’istruzione privata o quella pubblica. Naturalmente la questione non si pone nei termini in cui viene discussa oggi e non ha implicazioni di ordine politico o ideologico: ciò che l’Autore si premura di mettere in chiaro è piuttosto la necessità della socializzazione e del confronto dell’individuo con i suoi simili, che ben si realizza all’interno di una classe ed alla presenza di un precettore che dedichi le sue energie professionali al servizio di una comunità. L’aspetto morale e formativo è quindi ciò che più conta per Quintiliano e che gli fa preferire l’insegnamento collettivo, poiché quello privato e familiare finisce per essere troppo permissivo e comunque non abitua il giovane a valutare le proprie qualità ed a misurarle su quelle altrui, alimentandone la superbia e la presunzione. La voce del maestro è come il sole, che dà luce e calore a tutti contemporaneamente, mentre l’allievo, vivendo ogni giorno il contatto continuo con i compagni, apprenderà non solo quello che viene insegnato a lui, ma trarrà giovamento anche dalle lodi o dai rimproveri rivolti agli altri.

A giudizio di Quintiliano l’educazione del bambino inizia dalla nascita e ne sono responsabili non soltanto i genitori, ma anche le persone che normalmente gli stanno vicino, come le nutrici e i pedagoghi; essi dovranno perciò osservare un comportamento irreprensibile e non usare mai un linguaggio volgare, perché i primi anni di vita sono quelli in cui si forma il carattere della persona, e le cattive abitudini acquisite sono poi difficili da abbandonare. La famiglia non può esimersi dalle proprie responsabilità, né può affidare in toto ai maestri l’educazione dei propri figli: le conseguenze di una cattiva educazione familiare, in effetti, sono molto ardue da affrontare, dato che spesso i ragazzi non acquisiscono i vizi nella scuola, ma altrove. Per parte sua, il maestro dovrà costituire per i suoi alunni un modello di vita e non soltanto una fonte di sapere; per tal motivo egli dovrà guadagnarsi la stima dei suoi studenti cercando sì di ricavare da essi il più possibile, ma mostrandosi anch’egli entusiasta del proprio lavoro e grato agli alunni stessi per i risultati ottenuti. Sotto questo profilo Quintiliano rivela un ottimismo di fondo circa la professione del docente, sia che si tratti del maestro elementare (ludi magister), sia di quello della scuola intermedia (grammaticus), sia ancora il professore degli studi superiori (rhetor): chi svolge questa professione, in altre parole, deve aver fiducia nelle capacità di apprendimento dei propri alunni, dato che, a giudizio del nostro scrittore, potrà certo esistere chi apprende di più e chi meno, ma non v’è alcun giovane che non tragga comunque dalla scuola un qualche beneficio. L’incondizionata fiducia nutrita da Quintiliano nella profonda utilità etica e sociale dell’insegnamento lo induce anche a programmare le diverse fasi e modalità del processo educativo. Anzitutto, egli sostiene, ai bambini piccoli non può essere imposto un carico eccessivo di studi: essi sono come vasi capienti ma dal collo stretto, in cui cioè il liquido va immesso a poco a poco, onde evitare che trabocchi e si disperda; all’impegno di studio, pertanto, vanno alternati periodi di riposo e di svago, perché non esiste alcun essere vivente che possa sopportare una fatica ininterrotta né che non provi odio per chi gliela impone. Questo è infatti il maggior pericolo da cui il buon maestro si deve guardare, quello di ingenerare negli studenti fastidio e rifiuto dell’apprendimento; per questo sono del tutto da evitare le punizioni corporali, che sono inutili e dannose ed altro effetto non ottengono se non quello di allontanare, forse definitivamente, l’alunno dagli studi e fargli perdere la fiducia in se stesso, tanto da indurlo persino, in casi estremi, al suicidio. Il rapporto tra docente e alunni dovrà essere improntato a reciproca stima e fiducia: e se il primo dovrà essere “austero ma non rigido, benevolo ma non privo di energia”, i secondi dovranno seguire i precetti del loro insegnante e comprendere dall’espressione del suo volto ciò che in loro merita di essere lodato o biasimato. Il buon maestro, inoltre, non dovrà esagerare in premi e punizioni, per non ingenerare superbia da un lato e mortificazione dall’altro; le lodi ed i rimproveri dovranno essere distribuiti con misura, se pur sempre in forma chiara e inequivocabile. Allo scopo di spronare gli alunni a dare il meglio di sé, il maestro potrà organizzare le verifiche del lavoro svolto in forma di competizione, distribuendo premi ai migliori; è questo un metodo che, pur non più invalso ai giorni nostri, era ancora in uso nelle nostre scuole di qualche decennio fa e dava anche buoni frutti, sebbene favorisse forme di competitività che non sempre risultavano proficue per la vita scolastica.

Poiché l’Institutio oratoria si pone l’obiettivo di tracciare un profilo esaustivo del processo formativo del perfetto oratore, è indispensabile per l’Autore affrontare questioni pedagogiche, dato che il percorso educativo del giovane inizia ancor prima del suo ingresso nella scuola, potremmo dire alla nascita stessa. Nell’affrontare questo delicato argomento Quintiliano si rivela un profondo conoscitore dell’animo umano, anche e soprattutto di quei processi psicologici che interessano l’infanzia e che sono quindi molto complessi da comprendere ed enucleare; sotto questo profilo il nostro scrittore è il primo vero pedagogista della letteratura latina, i cui insegnamenti e le cui acute osservazioni sono tutt’oggi in gran parte valide ed attuali.  

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Petronio e la società romana

A parte i problemi connessi alla cronologia, alla composizione del Saryricon ed al suo contenuto analitico, su cui non insistiamo perché di dominio comune, non v’è alcun dubbio sul fatto ch’esso descriva una società corrotta e decadente, dove gli antichi valori della virtus romana sono perduti per sempre. L’episodio della cena Trimalchionis, con i suoi 52 capitoli, dà largo spazio a questa tematica: qui viene infatti rappresentata un’umanità degradata fatta di arrivisti e di arricchiti, per i quali il denaro è di per sé strumento non tanto di benessere, quanto di elevazione sociale. Lo stesso padrone di casa, rozzo e incolto ma divenuto potente grazie alle sue ricchezze, è il tipico rappresentante della nuova classe dei liberti venuta in auge proprio nell’epoca giulio-claudia; non è però probabile, a nostro giudizio, che l’ironia petroniana voglia colpire singole persone, quanto piuttosto il trasformismo sociale in sé, cioè la mentalità di coloro che, del tutto privi di cultura e di raffinatezza, fondano la propria vita su valori meramente economici. C’è tuttavia, nei confronti di costoro, un’ironica analisi psicologica da parte dell’Autore: essi infatti non sono sereni pur nel loro benessere materiale, ma vivono nella consapevolezza di essere esposti ad un destino mutevole e capriccioso, che da un momento all’altro può loro togliere la ricchezza e la vita stessa, come dimostra la lunga disquisizione di Trimalchione sulla precarietà dell’esistenza (cap. 34) e la stessa preparazione del proprio monumento funebre (cap. 71). Allo stesso modo la fine ironia di Petronio persegue un altro tratto caratteriale tipico degli arricchiti, cioè il complesso di inferiorità ch’essi mantengono, nonostante la loro opulenza, nei confronti delle persone di rango più elevato: ne è prova la serie di ingiurie che un liberto di Trimalchione lancia contro Ascilto e Gitone, colpevoli di ridere smodatamente dinanzi alle pacchiane esagerazioni degli altri convitati (capp. 57-58). L’impietosa ironia di Petronio crea qui un’immortale caricatura di un intero ceto sociale, ma ciò non significa che vi sia da parte sua una condanna morale fondata su presupposti di ordine etico; pare piuttosto che l’Autore si diverta a descrivere questa umanità bassa e volgare ma psicologicamente fragile, e che mantenga verso di essa un certo distacco e forse un senso di superiorità, che però non arriva mai al disprezzo vero e proprio.  

Il degrado morale della società contemporanea è quindi uno dei bersagli preferiti dalla satira petroniana. Sotto questo aspetto è certo che Encolpio, Ascilto e Gitone non possono rappresentare l’Autore, ma sono invece anch’essi vittime della sua graffiante ironia: la loro depravazione morale infatti, che arriva a volte persino all’abbrutimento, non può costituire in alcun modo un messaggio al lettore se non in negativo, ad indicare cioè i comportamenti da evitare, non quelli da seguire. Il continuo loro coinvolgimento in attività illecite come il furto e l’inganno, ed ancor più l’incessante partecipazione ad avventure a sfondo sessuale sia tra di loro che con partners occasionali, dimostrano che anch’essi rappresentano – non meno di Trimalchione – una visione della vita del tutto opposta agli antichi valori del mos maiorum, mai direttamente richiamati ma presupposti ovunque con riferimenti allusivi. Per restare nell’ambito della dizione epica possiamo dire ch’essi sono “antieroi”, per svariati motivi: sono trascinati dalle situazioni che vivono anziché crearle, sono spinti nel loro agire dal vizio e non dalla virtù ed infine, sia nelle singole vicende che nella loro percezione d’insieme della realtà, sono degli sconfitti, degli “inetti”, per usare un termine invalso nella letteratura novecentesca. Possiamo anzi affermare che tutti i personaggi del Satyricon sono caratterizzati da questo statuto etico, non solo i protagonisti: pensiamo ad esempio alle figure femminili del romanzo come Quartilla, Circe o la matrona di Efeso, tutte schiave dei piaceri e incapaci di dominarsi, oppure lo stesso Trimalchione che è prigioniero della sua stessa enorme quanto inutile ricchezza. Il Satyricon è l’emblema di una società fatta di perdenti ed essa stessa fondata su un’inquietante precarietà.

Un aspetto particolare di questo mondo in decadenza è quello che riguarda il degrado da cui era ormai investita la cultura, e la letteratura in particolare; ci sembra anzi che la disincantata denuncia petroniana di questo stato di cose sia uno dei messaggi più incisivi di tutto il romanzo. Volgendo ancora una volta lo sguardo alla Cena Trimalchionis, ne ricaviamo l’impressione che l’Autore abbia della cultura una concezione quasi religiosa: come le Verità rivelate, infatti, essa è apportatrice di un messaggio salvifico soltanto finché rimane appannaggio degli iniziati, mentre diventa volgare merce di scambio quando è contaminata dal tocco dei profani. In bocca a Trimalchione ed ai suoi accoliti è sgradevole anche Virgilio, come lo stesso Encolpio, qui certamente portavoce di Petronio, non manca di sottolineare (cap. 68). Non c’è dubbio che siamo di fronte a una concezione elitaria del sapere, abbastanza scoperta pur nella velata constatazione secondo cui anch’esso, come tutti i beni preziosi, si corrompe quando cade nelle mani sbagliate. Questa decisa presa di posizione trasmette al lettore un profondo senso di decadenza e di degrado, che affiora anche in altre sezioni del romanzo dedicate a specifici ambiti culturali: la discussione iniziale di Encolpio con il retore Agamennone, in effetti (capp. 1-5), lascia nel lettore l’impressione di una forte decadenza dell’eloquenza, che si estende anche alla poesia e alla pittura. Un’altra figura emblematica è quella di Eumolpo, il poeta fallito che non si affligge molto se l’uditorio lo prende a sassate dopo le varie esibizioni perché, come dice, è abituato a simili accoglienze (cap. 90): egli rappresenta degnamente tutta quella schiera di letterati di terz’ordine che, nella quasi sempre vana speranza di far fortuna, affollavano le sale di lettura e le scuole di retorica. Nel Satyricon ci viene presentata una cultura spesso ostentata ma in realtà priva di valore, sintomo inequivocabile di quel degrado morale e civile che aveva investito tutta la società romana.  

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La lezione immortale di Seneca filosofo

Benché non possa definirsi un pensatore originale, Seneca è l’unica personalità della letteratura latina che abbia tentato di costruire un sistema etico con al centro l’uomo come individuo e non soltanto – alla maniera di Cicerone – in funzione della collettività cui appartiene. Il suo progetto morale tendeva a indicare al lettore la via della virtù e della felicità, i beni inestimabili cui ciascuno di noi aspira; e poiché la tristezza dei tempi e l’oppressione di un potere dispotico minacciavano l’esercizio delle virtù comuni, egli trovò nell’interiorizzazione propugnata dal pensiero stoico la chiave di volta per realizzare la libertà più ampia e completa, quella dello spirito. Una volta tramontato il sogno, a lungo accarezzato, di trasformare il principato neroniano in una sorta di repubblica platonica fondata sulla giustizia, Seneca si rifugiò nel microcosmo individuale; e tuttavia il suo otium non divenne mai un isolamento ascetico, bensì fu continua ricerca di una felicità e di una tranquillità d’animo che, pur realizzata singolarmente, non rinunciava comunque a relazionarsi con il contesto sociale.  

L’ideale della perfetta virtù è perseguito da Seneca con una serie di precetti morali che potremmo ricondurre ad alcuni princìpi essenziali: la liberazione dalle passioni e dalle false attrattive del mondo, il corretto impiego del tempo, l’uso della ragione come unico strumento conoscitivo, la rinuncia alle ambizioni di gloria e di potere, la serena accettazione della morte come inevitabile legge di natura. Ma il grandioso progetto etico senecano si blocca di fronte alla realtà effettuale, perché egli stesso si rende conto che il perfetto sapiente da lui teorizzato altro non è che un’astrazione, una potenzialità impossibile a tradursi in atto; nessun uomo sarebbe infatti capace, seguendo alla lettera le prescrizioni dell’antico stoicismo, di liberarsi totalmente dalle passioni e dalle pulsioni del corpo, che hanno comunque le loro esigenze e non possono annullarsi del tutto in funzione di una pura spiritualità. Ne sono testimonianza le contraddizioni che toccarono in prima persona l’Autore stesso e ch’egli con stizza rammentò nel De vita beata, come ad esempio il contrasto tra il disprezzo dei beni materiali predicato teoricamente ed il lusso e la ricchezza di cui Seneca, come uomo di potere e consigliere di Nerone, poteva disporre. La figura del sapiente resta dunque un’astrazione, che solo in minima parte potrebbe essere identificata con personaggi storici (Socrate e Catone l’Uticense sembrano gli unici due che Seneca considera perfettamente saggi) o assimilato a modelli realmente esistenti o esistiti.  Il carattere teoretico del sistema senecano si rivela tale anche per la mancanza di una prospettiva ultraterrena che legittimi la speranza di poter ottenere in un’altra vita quello che non è possibile in quella mortale. Come Lucrezio, così anche Seneca intende liberare gli uomini dalla paura della morte, ma non definisce bene (con l’unica parziale eccezione del finale della Consolatio ad Marciam) il destino dell’uomo dopo la separazione dell’anima dal corpo, tanto da riproporre invariata l’alternativa platonica tra distruzione totale dell’essenza umana o migrazione in un “altrove” indefinito (mors aut finis est aut transitus). Il saggio dovrebbe quindi realizzare la felicità e la perfetta virtù in questa vita, perché l’altra è incerta, sebbene la divinità (da identificare con il Logos universale) sia un’entità tutt’altro che astratta. Ne dobbiamo dedurre, in ultima analisi, che il sistema etico di Seneca fallisce sul piano effettuale, perché resta in massima parte un’astrazione, una sorta di ideale a cui gli uomini debbono guardare da lontano, o che al massimo riescono ad avvicinare senza però giungervi mai.  Pur tuttavia gli insegnamenti di Seneca sono preziosi e immortali, validi anche per noi moderni: essi non pretendono infatti il raggiungimento della perfezione, ch’egli sa essere impossibile per la natura umana, bensì hanno l’obiettivo di avviarci sulla strada della virtù, che sarà comunque proficua anche se percorsa per poco spazio: non è necessario per lui raggiungere la cima della montagna, è sufficiente mettersi sul sentiero che vi conduce e percorrerlo il più possibile, per quanto è nelle nostre forze.

Al travaglio spirituale di Seneca corrisponde, dal punto di vista formale, l’adozione di uno stile “drammatico”, così detto perché mette in evidenza, in modo simile ad una scena teatrale, le inquietudini e le incertezze dello spirito. A differenza di Cicerone, che compone periodi ampi ed articolati a struttura prevalentemente ipotattica (cioè con molte proposizioni subordinate), Seneca predilige utilizzare frasi brevi e spezzettate collegate in modo paratattico (con congiunzioni copulative o avversative). Ciò corrisponde, oltre che al diverso carattere dei due scrittori ed al pubblico cui ciascuno si rivolgeva, anche alla differente funzione ch’essi attribuivano alle loro opere filosofiche: mentre infatti Cicerone riteneva che il ruolo precipuo della prosa filosofica fosse quello di docere (ossia trasmettere delle cognizioni), per Seneca invece occorreva anche flectere o movere, vale a dire coinvolgere emotivamente il lettore, trasmettendogli la stessa passione e la stessa ansia conoscitiva che animano la penna dello scrittore. Da qui deriva l’abbondanza delle interrogative retoriche e delle sententiae, affermazioni brevi e concise a contenuto morale che, per il loro carattere proverbiale o il tono lapidario, erano destinate a impressionare il lettore e restare a lungo nella sua mente; tali sono, ad esempio, affermazioni come male vivet qui nesciet bene mori (“vivrà male chi non saprà morire bene”, De tranq.animi, 11,6), nec speraveris sine desperatione, neve desperaveris sine spe (“non sperare senza disperazione, non disperare senza speranza”, Epist.Luc. 104,12) e molte altre ancora. Alla tensione emotiva ed al condizionamento delle coscienze è finalizzato anche l’uso frequente delle figure retoriche della ripetizione, come l’anafora, l’epifora, l’epanalessi; talvolta intere frasi vengono più volte ripetute, allo scopo di puntualizzare il concetto che esprimono, come il celebre “Servi sunt” dell’Epistola 47 sulla condizione degli schiavi, replicato per ben quattro volte a sottolineare, mediante la puntuale confutazione di ogni affermazione, l’irrilevanza della condizione servile. Quanto ai registri stilistici impiegati, notiamo la presenza di due diverse connotazioni, una di tipo “interiore” (cioè le riflessioni compiute dal filosofo nella sua ricerca personale della verità), ed una che potremmo definire “didattica”, che si evidenzia soprattutto nelle Epistole a Lucilio, dove il filosofo assume la veste di maestro e di precettore. A questi stati d’animo corrisponde un diverso impiego dei mezzi espressivi: nelle pagine più intimamente personali prevalgono in effetti le antitesi, i parallelismi e le forme riflessive, mentre in quelle didattiche notiamo un impiego massiccio delle sententiae ad effetto ed anche, sul piano morfologico, degli imperativi e dei gerundivi.

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Arte e forma nella lirica di Orazio

Gli elementi paesaggistici acquistano nelle Odi di Orazio un insolito rilievo. In molti casi ci troviamo di fronte a descrizioni naturali, le quali tuttavia non ci vengono rappresentate nel loro insieme, ma in una serie di particolari che poi, una volta ricomposti, formano il quadro completo: così avviene, ad esempio, per la raffigurazione della primavera nell’Ode I,4 a Sestio, dove agli elementi naturali (il soffio di Zefiro e la scomparsa della brina) si uniscono ben presto quelli del mondo animale (l’impazienza degli armenti ancora chiusi nelle stalle) ed umani (le navi in secco che vengono riportate in acqua), in modo tale che tutto si ricomponga in un collage dai bordi multiformi e dai variopinti colori. Anche nell’Ode III,18, dedicata alla festa del dio agreste Fauno, ci troviamo di fronte a questa curiosa mescolanza di elementi umani e naturali: la gioia festiva appartiene infatti ugualmente sia agli animali che giocano spensierati mentre l’incanto divino sospende le leggi naturali (gli agnelli non temono i lupi), sia agli uomini che si dedicano alle danze sacre al dio. Anche in Orazio poi, come in Virgilio, la natura è sentita profondamente nei suoi arcani segreti ed assimilata all’uomo sul piano dei sentimenti: nella celebre Ode III,13 alla fonte Bandusia le acque sono dette loquaces (“parlanti”), mentre nella mirabile descrizione paesaggistica dell’Ode IV,12, che ricorda da vicino l’Arcadia virgiliana, l’uccello che “geme lamentosamente” (flebiliter gemens) altro non è che una rappresentazione figurata del dolore umano. L’uomo e la natura, quindi, costituiscono in Orazio un’unità rappresentativa, tanto che il paesaggio non resta mai sullo sfondo ma vive sulla stessa linea delle figure umane e si ricompone nel medesimo affresco d’insieme. Di questo quadro fanno parte anche gli oggetti, particolari narrativi particolarmente cari ad Orazio: così ad esempio l’Ode I,32 è dedicata alla lira, non semplice strumento ma simbolo stesso della poesia; dell’Ode III,21, invece, è protagonista l’anfora coetanea del poeta (o nata mecum consule Manlio, v.1) che conserva un nobile vino e rappresenta perciò l’amicizia e la colloquialità che è carattere fondamentale della poesia simposiale. Ma l’efficacia delle immagini oraziane non si alimenta soltanto della mimesis, cioè della riproduzione della realtà, spazia bensì anche nel campo della fantasia, senza però che queste due dimensioni restino separate e antitetiche: il paesaggio delle Odi, in altri termini, può comporsi indifferentemente di elementi naturali o soprannaturali, ma l’icasticità e l’immediatezza del quadro d’insieme non perde di efficacia. Così è, ad esempio, nella già citata Ode I,4, dove compaiono, accanto alle figure umane ed a quelle degli animali, anche le divinità, che annunziano l’avvento della primavera rimanendo sulla stessa linea rappresentativa delle altre: Venere che conduce le danze, le Ninfe e le Grazie che le eseguono, Vulcano che si aggira nelle officine dei Ciclopi non fanno risaltare in alcun modo la “diversità” della loro condizione divina rispetto a quella precaria e misera degli uomini, ma si fondono con essi e rendono più viva e suggestiva la struttura narrativa.  

L’efficacia rappresentativa della lirica oraziana si alimenta anche mediante i procedimenti stilistici e retorici. Ne è prova l’utilizzo sapiente delle figure, le quali non si configurano più soltanto come abbellimenti del discorso, ma divengono strumenti di primaria importanza per la suggestività e l’immediatezza delle immagini. Tra le figure di spostamento semantico l’allegoria assolve bene questa funzione: nell’Ode I,5 a Pirra, ad esempio, le “acque agitate dal vento” rappresentano il tormento interiore di chi si crede tradito dalla donna amata, mentre il quadretto votivo appeso dal poeta alla parete è simbolo di salvezza dalla tempesta, che qui è figurativamente la passione amorosa; nell’Ode II,10 a Licinio, invece, la metafora marina della burrasca raffigura con grande suggestività l’infuriare del destino avverso, mentre al termine del componimento la ripresa dello stesso stilema è indice dell’atteggiamento di colui che, pur nella sorte felice, ammaina le vele per non andare troppo veloce, conscio dell’umana instabilità. L’efficacia della rappresentazione è spesso ottenuta anche mediante la similitudine, figura di origine epica ma molto frequente anche nella lirica greca arcaica, che produce un  effetto di ampliamento semantico e rende l’enunciato più perspicuo, ravvivando i colori del quadro d’insieme. Le similitudini oraziane più suggestive ci paiono quelle contenute nelle Odi III,11 (dove il paragone della ragazza ritrosa con la puledra che scorrazza libera nei campi costruisce un quadretto agreste di rara bellezza), e IV,14, in cui le vittorie di Tiberio Claudio Nerone per conto di Augusto vengono paragonate alla furia selvaggia del fiume Aufido (oggi Ofanto) dell’Apulia, che inonda le campagne con impeto indomabile. Non molto frequenti, almeno a confronto con la tradizione poetica romana, sono le figure retoriche di suono, perché Orazio, come ha osservato lo studioso italiano Alfonso Traina, predilige gli effetti coloristici e luminosi, piuttosto che quelli fonici. Vi è però una figura, l’onomatopea, che il poeta ama in quanto capace di riprodurre icasticamente le voci della natura da lui tanto amata: così nell’Ode I,22 lo stesso nome della protagonista Lalage allude al suo carattere chiacchierino (viene dal verbo greco lalèo, “parlare”); nella celebre Ode III,13 alla fonte Bandusia, invece, il mormorìo dell’acqua che scaturisce dalla sorgente e scorre è riprodotto nella chiusa mediante l’allitterazione della consonante liquida e l’accostamento di termini onomatopeici (unde loquaces lymphae desiliunt tuae).

Ma sono la luce ed il colore, più che il suono, a dominare nella lirica oraziana: nella stupenda Ode I,9, ad esempio, il monte Soratte emerge nel suo abbagliante bagliore di neve, mentre nell’Ode II,5 la bellezza della stagione autunnale e quella conturbante della bella Clori è raffigurata mediante particolari coloristici e luminosi, lasciando invece in ombra quegli effetti fonici che la poesia latina fino ad allora aveva privilegiato. Un angolo visuale e rappresentativo diverso, quindi, segno tangibile dell’indipendenza artistica del nostro poeta, che non ama creare immagini univoche, ma mescolare le sfere sensoriali in modo tale che il lettore possa ricevere dal testo una pluralità di sensazioni. Di qui l’uso frequente della sinestesia, figura retorica che proprio con Orazio raggiunge in ambito romano la sua massima espressione: oltre al mirabile contrasto sensoriale della più volte citata Ode III,13 (si veda l’antitesi tra il gelo delle acque della fonte e il calore afoso dell’estate, o quella tra la limpidezza delle acque stesse ed il vivo rossore del sangue del capretto sacrificato), altri procedimenti di questo tipo possiamo rinvenire nelle Odi I,5, dove i venti sono definiti “oscuri” con sovrapposizione della sensorialità tattile con quella visiva, e II,8, in cui le “stelle taciturne” ben riproducono, nella loro immota ma luminosa fissità, l’incanto imperscrutabile del silenzio notturno.

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Individualismo e modernità nella poesia di Catullo

La poesia catulliana inaugura una nuova dimensione intellettuale che consiste nel porre al centro dell’esperienza artistica il sentimento privato, le passioni, le gioie e i dolori dell’uomo considerato nella sua individualità. Per cogliere questi aspetti Catullo ha mutato anche la prospettiva globale della composizione poetica: anziché perseguire una finalità generale da ottenere con la conoscenza dell’opera nel suo insieme (come avveniva, ad esempio, con la funzione celebrativa dell’epica o con quella spettacolare dei generi teatrali), egli ha preferito ricorrere a quello che i Greci chiamavano il kairòs (cioè l’”occasione”). Perciò nel liber abbondano carmi composti per determinate circostanze particolari e individuali, come il ritorno di un amico o dello stesso Catullo da un viaggio (c.9 e 31), una cena con gli amici (c.13 e 50), un incontro amoroso (c.32 e 56) e via dicendo. Ciò avviene soprattutto nelle nugae, dove l’occasionalità corrisponde alla più tipica caratteristica di un importante genere della letteratura alessandrina, l’epigramma; in questo tipo di composizione, infatti, la brevità ad esso connaturata si unisce alla presenza di una situazione particolare (il kairòs, appunto), che fornisce il motivo base della composizione.

Ma è proprio in questa dimensione strettamente quotidiana che Catullo, inserendo nella sua opera i sentimenti privati, ha messo allo scoperto una componente essenziale della psicologia umana e l’ha resa universale, andando oltre lo spazio ed il tempo della propria breve esistenza: le gioie amorose dei baci illimitati del c.5, così come la dolorosa disillusione del c.11, se vogliamo ricordare solo i momenti estremi della sua vicenda sentimentale, sono le gioie e i dolori di tutte le persone di ogni tempo. E’ questa l’essenza della ben nota “modernità” di Catullo, il motivo per cui ancor oggi, in un’epoca da lui cronologicamente lontanissima, il poeta veronese ci appare così vicino, perché dà voce – per primo nella letteratura latina – alle pulsioni ed alle passioni che si agitano nell’animo di ciascuno di noi. Eppure anche questa “modernità”, per continuare ad usare un termine invalso e noto a tutti, ha una doppia origine, perché deriva in parte dalla libera e spontanea sensibilità del poeta, ma è anche mutuata da antecedenti letterari. Dal punto di vista formale i modelli principali sono quelli alessandrini, ma per quanto attiene alla scoperta della sfera del sentimento individuale Catullo si ispira soprattutto a Saffo, la grande poetessa greca del VII sec. a.C. che per prima pose l’amore e il sentimento al centro della propria attività poetica. L’ideale continuità tra i due poeti è innegabile: a parte il fatto che il nome fittizio della donna amata (Lesbia) richiama evidentemente l’isola di Lesbo, patria di Saffo, possiamo trovare nel canzoniere catulliano richiami frequenti, espliciti o allusivi, alla poetessa greca. In un celebre frammento Saffo aveva definito l’amore “dolceamaro”, perché portatore di gioia e di sofferenza in egual misura; la genesi e lo sviluppo della relazione tra Catullo e Lesbia realizzano appieno questa apparente dicotomia, che si manifesta in un turbinìo di sentimenti opposti dove il dolce e l’amaro, non sempre così antitetici, finiscono talvolta per sovrapporsi (v. ad es. i carmi 72 e 75). Anche il crudele tormento della gelosia è una scoperta di Saffo, che ne mostra gli effetti fisici, più che psichici: i suoi sensi si bloccano alla vista di un rivale accanto alla persona amata, un fuoco sottile le scorre sotto la pelle, il volto le si scolora e lo spettro della morte le appare. Catullo, nel c.51ha tradotto quasi alla lettera il frammento saffico, rivisitando però i sentimenti della poetessa con una nuova sensibilità, quella della propria personale esperienza. Dobbiamo anche dire che la celebre antitesi tra ragione e sentimento appare per la prima volta nella poesia saffica, così come la forte rivalutazione dei sentimenti familiari: anche Saffo infatti, a quanto ci rivela un noto frammento, aveva un fratello cui era molto legata, sebbene le tenere espressioni che in lei troviamo fossero meno dolorose di quelle di Catullo, a cui una morte crudele e prematura aveva strappato l’amato congiunto. Ma l’omaggio più elevato alla grande poetessa greca è compiuto dal Nostro in un altro aspetto importante della sua opera, la rivalutazione della donna come persona e come portatrice di sentimenti autentici e vitali, anche se ovviamente non sempre positivi. La figura di Lesbia, in altri termini, riflette la condizione della donna di elevata condizione sociale, capace di condurre una vita libera e spregiudicata e aperta anche ad attività, come quella della letteratura e della cultura in genere, che a Roma erano state sempre una prerogativa maschile.  

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Norme disumane di un governo di incapaci

Viene da chiedersi quale sia la logica con cui il governo ha emanato l’ultimo decreto di ieri 2 dicembre, con cui stabilisce il divieto di spostamento tra le regioni per tutto il periodo natalizio, e addirittura il divieto di uscire dal proprio comune il 25 e 26 dicembre e il 1° gennaio. Si resta stupefatti di fronte a tanto cinismo e tanta stupidità: impedire che un genitore sano possa rivedere dopo tanto tempo il figlio altrettanto sano, che magari abita in un altro comune, come può evitare la diffusione del virus? Far passare il Natale e il Capodanno in totale solitudine a persone anziane, che non potranno essere confortate nemmeno nei giorni di festa dai propri cari, è un atto che neanche Hitler e Stalin avrebbero compiuto, pur in costanza di una pandemia. Questo sciagurato governo mostra di non conoscere neanche i principi più elementari dell’umanità e del rispetto dei cittadini.

Quel che è più stupido e assurdo è questo accanimento di ministri incompetenti e incapaci come Speranza e Boccia contro gli spostamenti, come se fossero l’unica causa della diffusione del virus. Non si sono mai posti il problema, a quanto pare, che gli spostamenti non sono tutti uguali, e che l’Italia non è costituita solo da grandi città come Roma, Milano e Napoli: esistono migliaia di piccoli centri di campagna e di montagna dove se i cittadini escono e si spostano, a piedi o in auto, anche in comuni e regioni diverse, non diffondono nessun virus. Se una persona che abita in Veneto, ad esempio, se ne va in Trentino da solo, a compiere un’escursione in montagna, che virus diffonde? Se un cittadino di un piccolo centro esce di casa e va a passeggiare da solo, anche lontano dall’abitazione, che virus diffonde? Quel che va evitato ad ogni costo è la formazione di assembramenti, ma questo si ottiene sorvegliando le vie, i mezzi pubblici e i luoghi di ritrovo delle città, non impedendo ai cittadini di andare in un comune diverso dal proprio, magari solo per svagarsi e fare un giro. C’è bisogno anche di questo, in un periodo in cui lo stress e la depressione ci ha colpiti tutti, e non solo a causa del virus, ma per colpa di un governo di cialtroni che è capace solo di accusare i cittadini per i loro comportamenti, mentre le cause reali di questa seconda ondata risiedono nell’inefficienza del governo, che non ha potenziato i trasporti pubblici, non ha garantito il rispetto di norme che esso stesso aveva promulgato e poi insiste con la solita solfa dei “comportamenti responsabili”. I cittadini hanno obbedito a tutte le norme che sono state date, anche quelle più assurde e incomprensibili come i divieti di spostamento o la chiusura di luoghi ed esercizi che già erano stati messi in sicurezza; è il governo che ha mostrato tutta la sua incapacità, prima chiudendo tutto e mettendo i cittadini – al di fuori della Costituzione e dei più elementari diritti di ciascuno – agli arresti domiciliari per oltre due mesi e poi riaprendo tutto in modo irrazionale.

La pandemia è una cosa seria e reale, questo è certo e nessuno ne dubita; ma il modo in cui questi cialtroni non eletti da nessuno continuano a gestirla è assurdo e vergognoso. Tutto ciò che sanno fare è proibire, vietare e terrorizzare i cittadini con una propaganda mediatica martellante ed esagerata, che fa passare tutti i decessi che avvengono nel nostro paese come dovuti al Covid, come se le altre malattie non esistessero più. Certo, proibire e minacciare è facile, terrorizzare le persone è altrettanto facile, costruire qualcosa e prendere decisioni razionali è più difficile, specie per un governo nato da un rivoltante inciucio tra partiti che si odiavano fino al giorno prima e che hanno dimostrato di non saper fare nulla se non agire con la forza brutale, come le peggiori dittature. Del resto, lo sappiamo, il loro modello è la Cina comunista, e molti rappresentanti di questo governo hanno abbracciato per anni, e ancora vagheggiano, quella spaventosa ideologia; quindi per loro i cittadini non sono persone responsabili e capaci di comprendere il problema e di prendere le dovute precauzioni, ma sudditi e schiavi da obbligare con la forza a seguire norme assurde e irrazionali, come svolgere la Messa di Natale alle 9 di sera invece che a mezzanotte, come se gli assembramenti formati tre ore prima non fossero pericolosi e lo fossero invece quelli di tre ore dopo. Siamo in mano ad una banda di pazzi scriteriati e le conseguenze di questa insipienza, soprattutto sul piano economico, le sentiremo per molti anni. Ci saranno milioni di disoccupati e nessuno sarà al sicuro, neanche gli impiegati pubblici e i pensionati, perché con un governo che non sa gestire la finanza pubblica ben presto potremmo non ricevere più stipendi e pensioni. E allora finalmente vedremo se gli italiani saranno capaci di scuotersi dal loro torpore e reagire ai soprusi ed alle vessazioni di questi piccoli e ridicoli dittatorucoli come Conte, Boccia e Speranza. Ma forse allora sarà troppo tardi.

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L’arte “drammatica” del poema di Lucrezio

L’intima unione che nel poema di Lucrezio esiste tra pensiero e forma, cioè tra filosofia e poesia, ha dato spesso origine a giudizi parziali sulla personalità artistica dell’Autore, quando non addirittura a fraintendimenti. Coloro che hanno ritenuto antitetiche le due componenti del poema, tali cioè da dover restare sempre distinte e non potersi amalgamare, hanno continuato a limitare o a negare l’afflato poetico in tutte quelle parti del De rerum natura ove prevale il contenuto tecnico e dottrinario. Tra questi vanno annoverati i critici di ispirazione idealista, tra cui il nostro Benedetto Croce, il quale amava ed apprezzava Lucrezio ma riteneva che poesia e filosofia non potessero convivere, per cui la prima esisteva e si manifestava soltanto dove mancava la seconda. A giudizio del filosofo, attivo nella prima parte del XX° secolo, la grandezza artistica del poema lucreziano andava ricercata nelle sezioni cosiddette “narrative”, come l’inno a Venere iniziale o la descrizione finale della peste di Atene, in quelle cioè dove veniva meno il serrato ritmo argomentativo della dimostrazione filosofica; ciò perché l’estetica idealista considerava inconciliabili la filosofia, espressione della più pura razionalità, e la poesia, frutto invece del sentimento, della fantasia e quindi irrazionale. Questa concezione non ci pare da invalidare in ogni suo aspetto, perché in effetti è vero che le sezioni del De rerum natura che più ci affascinano ed attirano la nostra ammirazione sono quelle narrative; e tuttavia non possiamo trascurare che in molte parti del poema le due componenti essenziali sono così strettamente unite da riuscire difficile isolarle e distinguere l’una dall’altra. Perciò la poesia, sia pur a livello di semplice similitudine o immagine momentanea, può sbocciare anche in mezzo alla più razionale delle dimostrazioni dottrinarie: un esempio di ciò è nel libro II, quando Lucrezio, per chiarire il concetto del clinamen, della caduta obliqua degli atomi che determina il formarsi dei corpi sensibili, ricorre all’efficace paragone del raggio di sole che penetra in una stanza oscura, per cui osservando la striscia di luce è possibile all’osservatore vedere il brulichìo del pulviscolo atmosferico, del tutto simile al moto atomico (De rer.nat. II, vv. 114-122).

Al di là di questa antinomia, peraltro, il coinvolgimento emotivo del lettore, necessario alla comprensione ed all’assimilazione della dottrina, è l’elemento più suggestivo e significativo dell’arte di Lucrezio. Il senso del dolore, dell’angoscia e della morte è molto marcato nel De rerum natura, sebbene ciò non prefiguri necessariamente una concezione pessimistica della vita, perché riconoscere l’esistenza delle sciagure non elimina la fede lucreziana nella forza salvifica della filosofia epicurea. Anche in questa tematica, come possiamo notare nello splendido finale dell’opera che descrive la peste di Atene (VI, vv. 1138-1286), il racconto tocca vette di altissima poesia proprio nel momento in cui sono impiegati toni fortemente drammatici, che molto assomigliano a quelli dei poeti tragici greci e dei loro successori romani come Ennio, Pacuvio ed altri.  Va poi osservato che Lucrezio, come farà anche Virgilio nelle Georgiche, partecipa egli stesso emotivamente del dolore umano, annullando quel “distacco epico” tipico della narrazione omerica. Questa “simpatia” (intesa in senso etimologico, dal verbo greco sympascho, “soffrire insieme”) dell’Autore per le sue creature si manifesta appieno ovunque egli raffiguri la sofferenza, che affligge non solo l’uomo ma anche gli altri esseri viventi esistenti in natura, soprattutto gli animali. A questo riguardo è d’obbligo ricordare lo stupendo brano che illustra il dolore della giovenca alla quale è stato ucciso il vitellino durante un sacrificio agli dèi. Nulla può consolare il dolore di questa madre, che pur non essendo umana è consumata da un’angoscia senza fine (II, vv. 355-360)

Ma desolata la madre, errando per le verdi pasture,

cerca in terra le orme segnate dai piedi bisulci,

 con lo sguardo scrutando ovunque, se possa in un luogo

 scorgere il figlio perduto, ed empie di tristi muggiti

 immobile il bosco frondoso, e spesso torna a cercare

 nella stalla, angosciata dal rimpianto del suo caro giovenco.

Ciò che più di tutto commuove il lettore è lo sguardo disperato della povera bestia che scruta ovunque alla ricerca del figlio, come farebbe qualunque altra madre che avesse subito una simile sciagura. Notiamo in questo passo un’altra caratteristica dell’arte lucreziana, che sarà poi tipica anche di altri poeti come Virgilio: l’umanizzazione della natura, l’estensione agli animali e persino agli elementi inanimati del dolore e delle sensazioni proprie degli uomini. Se Lucrezio è effettivamente il primo grande poeta latino capace di spaziare nell’immensità dell’universo, è anche colui che ha scoperto le leggi eterne che ne regolano la vita e la morte; e poiché queste leggi sono comuni a tutti gli esseri, gli elementi naturali vengono accomunati agli uomini in un continuo succedersi di luci ed ombre, di gioie e dolori. Nell’Inno a Venere che apre il poema, per citare un solo esempio, le acque del mare “ridono” all’apparire della dea (tibi rident aequora ponti, v.8), mentre gli uccelli ne annunciano l’arrivo con grande letizia, ma col cuore turbato dalla passione amorosa (perculsae corda tua vi, v.13). Il rigoglioso fiorire della natura in primavera è il simbolo stesso della vita, così come la peste di Atene del VI libro lo è della morte; si tratta però di una simbologia universale, che comprende anche la razionalità umana, ma non la isola dal contesto generale del mondo, perché tutto ciò che esiste ha la medesima origine ed è accomunato dal medesimo destino. Questa concezione, che certamente è collegata a presupposti filosofici come la teoria atomistica di Democrito e di Epicuro, è però anche produttrice di grande poesia, laddove la descrizione dei sentimenti e delle passioni esce dall’ambito strettamente umano e trova suggestive corrispondenze nell’immensità dell’universo: l’analisi dei tristi effetti dell’ardore amoroso, che occupa la parte conclusiva del libro IV (vv. 1058-1285), mette in primo piano la nostra parte irrazionale, capace di provocare istinti e pulsioni non diverse da quelle che determinano il comportamento degli animali dominati da Venere nell’inno prima citato. La visione universale dei sentimenti e delle passioni, che accomuna tutti gli esseri uniti dal medesimo destino, consente la creazione di immagini grandiose e suggestive, che sono tali proprio perché non ristrette alla psicologia umana: il continuo alternarsi di bene e di male, di gioia e di dolore è nel poema di Lucrezio espressione delle leggi immutabili che regolano l’universo, di cui l’uomo rappresenta soltanto un aspetto. Da qui deriva quella sublimità dell’espressione lucreziana che trasmette al lettore un senso di arcano mistero: essa è la più diretta espressione di un elevatissimo livello artistico, che così si configura perché non lascia mai indifferente chi si accosta a questo grande capolavoro che è il De rerum natura. Come ha scritto uno dei nostri più grandi poeti contemporanei, Mario Luzi, “nemmeno chi legge rimane nella posizione statica dello spettatore, ma ciascuno è implicato nella profonda dinamica del dramma.”

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La “realtà rovesciata” delle commedie di Plauto

E’ noto che che il fine essenziale di Plauto era quello di provocare il divertimento del pubblico, creando situazioni e personaggi esageratamente comici e tenendo in poco o nessun conto la realtà effettuale. Possiamo anzi affermare che nella finzione scenica plautina viene a determinarsi una realtà alternativa del tutto opposta all’ordine costituito nella società romana del tempo: i rapporti gerarchici familiari soprattutto, che nel diritto romano erano rigidamente verticalizzati a favore del potere assoluto del paterfamilias, qui appaiono del tutto rovesciati, con il figlio che ha sempre la meglio sul padre e con il servo, normalmente all’ultimo gradino della scala sociale, che la fa da padrone e trionfa su tutto e su tutti. In tale prospettiva è operante una vera e propria inversione dei ruoli sociali, e di conseguenza anche dei valori e dei principi morali su cui si fonda la vita comunitaria; e sono quindi proprio i desideri e gli istinti più bassi e meno nobili, come quello del sesso e quello del ventre, che vengono alla ribalta oscurando e persino beffeggiando quelli più nobili ed elevati. Il rilievo che assumono i personaggi del giovane innamorato, del vecchio libertino e della cortigiana incarnano questa rivalutazione dell’istinto sessuale, mentre il servo ed il parassita, sempre occupati a riempirsi il ventre, rappresentano l’altra necessità corporale dell’uomo, quella del nutrimento. E’ questo lo spirito primigenio connaturato alle origini del genere comico e che possiamo ritrovare anche nelle commedie superstiti di Aristofane, benché non sia mai stata dimostrata la conoscenza, da parte di Plauto, delle opere del predecessore greco.  I valori morali e spirituali risultano invece completamente trascurati, ed il clima festoso della commedia si risolve nell’elevazione a motivo portante di tutto ciò che è materiale, corporeo, carnale. Viene così a crearsi una sorta di mondo alternativo, di società alla rovescia, che giustamente qualcuno ha paragonato al moderno Carnevale, oppure, più propriamente, alla festa romana dei Saturnalia, celebrata a dicembre in un periodo non molto distante da quello delle feste natalizie moderne. Durante i Saturnalia, per lo spazio temporale di un solo giorno, il consueto ordine sociale veniva rovesciato: i padroni indossavano il pilleus, un berretto di solito portato dai servi affrancati, e servivano a tavola i loro schiavi, dediti ad un abbondante banchetto ove potevano mangiare a volontà. Ovviamente questo rovesciamento festivo dell’ordine sociale durava solo un giorno, poi veniva ristabilita la normalità ed i servi tornavano nel loro ruolo consueto; così avviene appunto anche nelle commedie di Plauto, dove la conclusione della vicenda drammatica altro non rappresenta se non il ritorno all’ordine costituito. 

Il trionfo dell’assurdo e dell’insolito, con la creazione di una realtà alternativa e l’inversione dei ruoli sociali, comunque, vanno intesi nel quadro di una visione ludica e del tutto illusoria dell’azione scenica; sarebbe quindi del tutto fuorviante voler vedere in questa centralità delle figure basse e servili un intento moralistico oppure, peggio ancora, critico nei confronti del potere politico e degli ordinamenti vigenti nella reale società del tempo. L’intenzione dell’Autore è soltanto quella di divertire il suo pubblico mediante un’arte drammaturgica e una vena creativa di straordinario valore letterario; di ciò il pubblico del tempo dovette essere pienamente convinto, come dimostra il fatto che il Sarsinate conobbe un enorme ed incontrastato successo per tutto il lungo periodo della sua attività, ciò che non sarebbe avvenuto se nelle sue opere qualcuno avesse anche soltanto potuto sospettare attacchi o critiche all’ordine costituito. La prigionia di Nevio, cui Plauto pare alludere in un passo del Miles, dimostra che le allusioni non sfuggivano a chi di dovere, né l’ambientazione greca della commedia, che taluni hanno ritenuto strumento sufficiente per aggirare la censura, poteva garantire più di tanto al poeta quella libertà di parola di cui, come ben sappiamo, non c’era traccia nella Roma del tempo.

Il rovesciamento burlesco della realtà, che costituisce il tratto più originale della comicità plautina, è strumento essenziale della finzione teatrale e l’autore stesso non nasconde affatto la sua natura illusoria, pare anzi voler ricordare continuamente agli spettatori che stanno partecipando a un gioco collettivo. Per questo motivo, onde evitare l’immedesimazione del pubblico nella vicenda e la conseguente attenuazione della dimensione ludica dell’evento teatrale, Plauto usa spesso rompere l’illusione scenica riferendosi direttamente alla rappresentazione che si sta svolgendo. E’ questo il cosiddetto “metateatro”, un procedimento già esistente nell’antica commedia greca di Aristofane e ripreso dopo Plauto da molti autori moderni. Diversi sono gli esempi di questa tecnica, tra cui possiamo citare: lo Pseudolus, quando il protagonista dice al pubblico “ora io sospetto che voi sospettiate che io vi prometta tutte queste vicende solo per divertirvi, pur di arrivare alla fine della commedia” (vv. 562-564); la Cistellaria, dove la serva che ha smarrito la cesta chiede agli spettatori di darle un indizio su chi avrebbe potuto portargliela via (vv. 678-682); l’Aulularia, quando Euclione, che ha perduto la sua adorata pentola dell’oro, supplica disperatamente gli spettatori di indicargli il ladro o farlo arrestare; infine la Casina, dove il vecchio Lisidamo chiede alla moglie Cleustrata di perdonare i suoi atti da libertino, e la donna risponde “ora mi è meno gravoso accordarti questo favore, anche per non rendere più lunga questa commedia, che è già lunga di suo” (vv. 1005-6). L’interruzione della finzione teatrale, richiamando continuamente alla mente degli spettatori l’atmosfera giocosa della rappresentazione, rappresenta essa stessa un ulteriore potente veicolo di comicità. In questa categoria metateatrale potremmo inoltre far rientrare, in qualità di temporanee sospensioni dell’ambientazione della vicenda, anche le inserzioni di elementi romani ed italici nella palliata, che abbiamo visto essere frequentemente utilizzate da Plauto. Sentendo parlare del foro, dei pretori ecc. in un’opera ambientata in Grecia, lo spettatore che se ne fosse allontanato viene ricondotto alla natura ludica dello spettacolo cui sta assistendo.

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L’uomo e la natura nelle “Georgiche” di Virgilio

L’osservazione virgiliana della natura nelle Georgiche non è mai fredda e oggettiva, perché tutto viene passato al filtro della fantasia e della grande sensibilità creativa del poeta. Ne deriva che la natura stessa non è concepita diversamente dall’uomo, ma ne condivide i sentimenti e le sofferenze: come già avveniva in Lucrezio, ma con partecipazione ancor maggiore, essa subisce un processo di umanizzazione che diverrà poi una costante di tutta la poesia bucolica e idilliaca in genere, da Petrarca a Leopardi. Elemento centrale di tale procedimento è il pathos, che travalica la sfera umana per coinvolgere il mondo degli animali e persino delle piante. Un esempio tipico viene dal passo del libro II (vv. 362-370), dove si parla della potatura delle viti: il buon agricoltore, nel compiere l’operazione, dovrà evitare di toccare le fronde quando la loro età è ancora tenera (adolescit); poi, quando saranno cresciute e avranno abbracciato (amplexae) gli olmi, allora potrà tagliare loro le “braccia” che prima temono (reformidant) il ferro. Alla pianta vengono attribuiti non solo caratteri fisici umani come le braccia, ma alla sfera semantica dell’uomo sono assimilati anche i termini che indicano la crescita e lo stato psicologico (il timore del ferro, del tutto simile a quello che una persona può provare dinanzi a una spada che minaccia di ucciderlo). L’umanizzazione della natura, inoltre, è resa più marcata dal rapporto quasi simbiotico che esiste tra l’uomo e gli altri esseri viventi, piante o animali che siano: al momento in cui un toro cade vittima della terribile pestilenza del Norico (III, 515-524), ad esempio, lo sgomento invade non solo il suo compagno di lavoro, ma il contadino stesso, che lascia in sospeso l’aratura e l’aratro conficcato a terra.

Sono proprio gli animali, simbolo stesso di sofferenza, ad esprimere il più alto livello della sensibilità artistica di Virgilio, come dimostrano i due grandiosi excursus del libro III dedicati alla coppia antitetica e complementare lucreziana amore-morte. Nel primo di essi, solenne ed icastica è l’immagine dei tori della Sila che lottano per le femmine (vv. 219-223), tanto che il lettore quasi non si accorge che il sangue che scorre non è sangue umano; e nel finale del libro, che descrive gli spaventosi effetti della pestilenza, mentre l’impronta di Lucrezio è così marcata da essere evidente a ciascuno, l’originalità del sentimento virgiliano viene alla luce in virtù dell’identificazione emotiva che unisce il poeta stesso agli animali protagonisti dell’episodio, sofferenti di una sofferenza non diversa da quella umana. Come già avveniva nelle Bucoliche, e come ancor più avverrà nell’Eneide, Virgilio si immedesima nell’animo delle sue creature e ne condivide gioie, dolori e turbamenti; la pietà per i vinti, per gli infelici e i sofferenti diviene così, mediante l’elevazione del pathos a suprema legge della vita, un elemento costitutivo e fondamentale della sua arte.

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Le regioni colorate

Forse sarà la mia ben nota avversione a questo governo, nato da uno sconveniente inciucio tra due partiti che si odiavano e si insultavano fino al giorno prima, che mi fa giudicare male tutto ciò che decide; ma debbo ammettere che, pur ritenendo appropriata la suddivisione del Paese in zone diverse a seconda dell’incidenza del contagio, tuttavia non riesco a comprendere le modalità con cui tale sistema è stato messo in opera. Vi sono, secondo me, tre punti critici che dovrebbero far riflettere:

1) La suddivisione per regioni non è la migliore possibile, visto che nella stessa regione ci sono province più o meno toccate dal virus e con diverse strutture sanitarie: in Toscana, ad esempio, mentre province come Pisa, Lucca e Firenze hanno una situazione molto critica, ce ne sono altre come Siena e Grosseto dove i contagi sono molti di meno e dove quindi le misure contenitive dovrebbero essere diversificate.

2) Non si comprende con quali criteri (questi famosi 21 parametri che nessuno conosce) sia stato attribuito il colore alle regioni. A me sembra assurdo, ad esempio, che l’Emilia-Romagna, il Veneto e il Lazio, che hanno una situazione sanitaria peggiore, siano gialle mentre la Toscana sia arancione (con le conseguenze del caso e l’assurdo divieto di uscire dal proprio comune); e ancor più strabiliante è che sia gialla la Campania, con quel che vediamo ogni giorno accadere a Napoli. Viene il sospetto che prima si decidano i colori, in base alle amicizie o agli interessi di qualcuno, e poi si applichino questi fantomatici parametri.

3) Io continuo a pensare, come facevo anche nel primo lockdown, che la distinzione tra un luogo e l’altro andrebbe fatta non su base regionale o provinciale, ma distinguendo i grandi centri urbani dai piccoli centri di campagna o di montagna. Se a Milano mezzo milione di persone escono tutte assieme si creano certamente problemi di assembramento, ma se a Sticciano (piccolo paesino del grossetano di qualche centinaio di abitanti) le persone escono e passeggiano per i vasti spazi della Maremma non accade nulla e il virus non si diffonde affatto. L’Italia non è solo Roma, Milano e Napoli, ma questo i nostri governanti non l’hanno mai capito. Si applichino misure restrittive laddove c’è un effettivo pericolo, ma si lascino vivere in pace le persone che, adottando le normali misure come le mascherine, il distanziamento e il lavaggio delle mani, possono tranquillamente spostarsi, non solo a piedi ma con qualunque altro mezzo. Per lo stesso motivo nei piccoli centri si potrebbero tenere aperti i negozi, i bar e ogni altro locale, ovviamente con le dovute precauzioni.

E invece, dopo che Conte ha affermato solennemente, e pochi giorni fa, che non ci sarebbe più stato un lockdown generalizzato, adesso si rimangia quel che ha detto e rischiamo proprio questo, di essere di nuovo rinchiusi in casa con la privazione dei nostri diritti e delle nostre più elementari libertà, sempre con i famosi DPCM senza passare dal Parlamento, cosa che è più degna della Cina che di un paese democratico; e al grave danno alle persone si aggiunge quello gravissimo all’economia, con tante aziende chiuse e tante persone senza lavoro. Se costoro ritengono che questa sia l’unica strada la percorrano pure; ma dopo dovranno rispondere delle loro azioni e prendersi le loro responsabilità, che adesso tentano goffamente di condividere con l’opposizione invitandola a una collaborazione che fino ad ora non hanno mai accettato.

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I misteri del virus

Questa famigerata pandemia da Covid-19 ci sta affliggendo ormai da nove mesi, cioè da febbraio scorso, ma porta con sé ancora molti interrogativi che neanche i celebri virologi televisivi sono mai riusciti a risolvere. E se non sono d’accordo tra di loro gli “addetti ai lavori”, come possono esserlo i comuni cittadini, terrorizzati da questo clima di ansia e angoscia che va avanti ormai da quasi un anno? Nel prestar fede a questo o quello dei cosiddetti scienziati, tutti noi abbiamo commesso errori e prestato fede a cose non vere, ma anche il governo ha fatto la stessa cosa, mostrandosi del tutto incapace di affrontare la situazione se non imponendo sempre più pressanti restrizioni alla libertà dei cittadini e danneggiando in modo gravissimo tante categorie di lavoratori.

Da parte mia confesso di essermi sbagliato ad essere stato troppo ottimista ed a pensare che l’epidemia fosse finita con l’estate: prestando fede a chi diceva che il virus era “clinicamente morto” e fidandomi di chi tentava di tranquillizzarci, non credevo alla possibilità di una seconda ondata della pandemia, che invece si è puntualmente verificata ed è stata più grave della prima. Ho sbagliato, ma l’ho fatto in buona fede, e sinceramente credo anche nella buona fede di coloro che cercavano di vedere le cose in modo ottimistico, perché effettivamente a primavera gli ospedali si erano svuotati e i decessi per Covid-19 erano ridotti quasi a zero, e c’era quindi spazio per alimentare speranze che poi purtroppo si sono rivelate fallaci.

Comunque, al di là delle opinioni personali giuste o sbagliate, rimangono ancora molte incertezze su questa pandemia e sui suoi effetti, prova del fatto che il virus è ancora in larga parte sconosciuto anche al mondo della scienza e della ricerca. Faccio qui qualche esempio. Tutti dicono che il primo lockdown, durato oltre due mesi, ci ha salvato da una situazione molto peggiore; ma se così fosse, allora, una volta finito il lockdown, i contagi avrebbero dovuto risalire subito e vertiginosamente, il che non è avvenuto, perché da maggio a settembre la situazione è stata abbastanza tranquilla. Alcuni sedicenti “esperti” dissero che con le riaperture di maggio, a giugno avremmo avuto di nuovo migliaia di persone in terapia intensiva (si parlò addirittura di 150.000), il che non è avvenuto affatto e non avviene neanche adesso in cui il numero dei contagi è effettivamente molto aumentato. Si dà la colpa alle rilassatezze dell’estate se c’è una recrudescenza della malattia, ma ormai l’estate è passata da tempo e quindi, con le misure adottate fin dal 16 agosto (la chiusura delle discoteche) la situazione avrebbe dovuto migliorare. E invece è accaduto il contrario, con i contagi che superano ormai i 30.000 giornalieri.

Che voglio dire con cio? Che questa epidemia ha caratteristiche ancora sconosciute e che quindi ogni misura adottata per affrontarla potrebbe essere inefficace. Purtroppo il nostro governo ha agito male, in tutti i sensi, e non si è rivelato in grado di controllare la situazione, commettendo errori a non finire: prima è stato troppo duro, imponendo un lockdown criminale in tutta Italia e togliendo alle persone persino la libertà di fare una passeggiata in solitaria (cosa stupida e assurda perché l’Italia non è solo Roma e Milano, esistono tanti centri di campagna e montagna dove si sarebbe potuto uscire tranquillamente senza contagiare nessuno!), e poi ha fatto il contrario, aprendo tutto d’estate e consentendo di fatto a tutti di fare ciò che volevano. Se veramente c’era il pericolo di una seconda ondata, come molti andavano dicendo (e a cui io, colpevolmente, non ho creduto) allora si sarebbero dovuti prendere anche d’estate alcuni provvedimenti cautelativi, come ad esempio impedire i viaggi all’estero per le vacanze (visto che l’Italia è un paese stupendo non c’è alcun bisogno per distrarsi di uscire dai confini nazionali) e tenere chiusi luoghi di maggior affollamento (v. le discoteche) e le frontiere nazionali, evitando l’invasione degli immigrati, che è continuata senza freni e continua anche adesso. Chi arrivava dall’estero avrebbe dovuto essere rigorosamente controllato e messo in quarantena, cosa che non è avvenuta, giacché io so per esperienza personale che negli aeroporti non c’era alcuna reale sorveglianza e controllo effettivo della situazione sanitaria.

Ma anche adesso il governo continua a mostrare con chiara evidenza la sua incapacità: ricorre ancora una volta al lockdown (come avviene nelle cosiddette “regioni rosse”, ma con il rischio che si estenda a tutta Italia) togliendo ai cittadini libertà fondamentali e danneggiando gravemente il lavoro e la produzione, tanto che alla fine sarà difficile individuare che cosa ha provocato più danni, se il virus o il disastro economico. Certo, chiudere tutto è più facile che cercare soluzioni alternative, ma così il paese va in rovina e chi non muore di virus morirà di fame. Se non sanno come agire, vista la loro manifesta incapacità, si uniformino a quanto accade negli altri paesi europei, dove le restrizioni ci sono ma non sono assolute come da noi, visto che la produzione continua e le scuole restano aperte. La scuola è la formazione dei futuri cittadini e deve restare in presenza, senza questa farsa ridicola della “didattica a distanza”, che non serve a nulla, produce verifiche del tutto inattendibili e garantisce la promozione a tutti incentivando l’abbandono e il disimpegno. Una volta dimostrato che il problema dei contagi non è la scuola ma i mezzi di trasporto, il governo avrebbe dovuto intervenire su quelli, visto che ha avuto sei mesi di tempo. Ma non l’ha fatto, e ora dà la colpa ai cittadini dei contagi, mentre gran parte della responsabilità sta nell’incompetenza di chi si è improvvisato statista senza neanche avere della politica la benché minima conoscenza.

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La seconda ondata

Ci siamo! La seconda ondata del Covid-19 prevista da molti è arrivata e i contagi stanno crescendo in tutto il mondo (tranne che in Cina, chissà perché!). Debbo ammettere di essermi sbagliato ad essere stato troppo ottimista e ad aver pensato che il problema sarebbe pressoché sparito con l’estate; ma nella confusione che hanno provocato i virologi televisivi sempre in disaccordo tra di loro ogni opinione era lecita, dato che c’era chi prevedeva scenari catastrofici e chi invece cercava di rassicurare. Da questo punto di vista io non me la sento di condannare studiosi come Zangrillo o Bassetti, che ora sono al centro di una gogna mediatica per le loro affermazioni: non mi sembra il caso di dubitare della loro buona fede, perché se hanno detto – a torto – che il virus era clinicamente morto, ciò significa che così a loro risultava, non credo che l’abbiano detto per compiacere qualcuno, sarebbe stato molto più lo scapito che il guadagno. Purtroppo questo virus è in gran parte ancora sconosciuto, e quindi ci può stare di sbagliare, non mi sembra il caso di condannare nessuno. Del resto la ripresa dei contagi dopo l’estate, dato che era stata prevista da molti, avrebbe dovuto essere affrontata anche dal governo con misure adeguate: almeno per quest’anno, ad esempio, si sarebbero potuti proibire i viaggi all’estero che non fossero effettuati per motivi di salute o di lavoro, oppure si sarebbe potuto evitare di riaprire le discoteche e far ammassare dei giovani senza alcun controllo. Il governo ha invece oscillato tra l’eccessiva durezza del lockdown e la rilassatezza che ne è seguita, quando pressoché tutti i controlli si sono allentati e le persone hanno vissuto le loro vacanze come se il pericolo non esistesse più.

E ora che la seconda ondata è arrivata e i contagi crescono giorno dopo giorno, cosa fare? Anzitutto è doveroso rispettare, da parte di tutti noi, le misure ed i protocolli di sicurezza; ma il governo non può scaricare la responsabilità della recrudescenza del virus sui cittadini, come tende a fare, ma deve saper prendere provvedimenti adeguati per quanto riguarda i trasporti e tutte le altre occasioni di possibili assembramenti. Nonostante la mia inveterata avversione per questo governo e per la componente 5 stelle in particolare, riconosco che l’anticipo nella chiusura dei locali, delle palestre ecc. può avere una sua validità, ma bisogna anche evitare che gruppi numerosi di persone rimangano in strada durante la notte: a tal proposito i giovani dovrebbero una volta per tutte cambiare le loro abitudini, come quella di uscire a mezzanotte e tornare a casa alle cinque del mattino; meglio uscire alle nove di sera e tornare a mezzanotte, come si faceva ai nostri tempi, e soprattutto stare di più a casa evitando di vagabondare nella cosiddetta “movida”. Sotto questo aspetto l’epidemia potrebbe anche avere un valore educativo, nel senso di eliminare alcune abitudini assurde e pericolose come lo “sballo” notturno; ne guadagnerebbero in salute, prima di tutto, i giovani stessi. In casi di emergenza come questo un eventuale “coprifuoco” alle 23 o alle 24 non sarebbe poi così terribile come il termine fa pensare.

Quello che invece va evitato in ogni modo è un nuovo lockdown totale, per due motivi essenziali: perché limita in modo gravissimo le libertà fondamentali dei cittadini garantite dalla Costituzione e perché produce disastri economici persino più gravi di quelli provocati dal Covid. Mi pare sciocco, per salvarci dal virus, lasciare senza mezzi di sussistenza milioni di cittadini; una circostanza, questa, che porterebbe oltretutto a disordini sociali e a vere e proprie insurrezioni, perché il popolo, come disse il buon Vincenzo Cuoco nel suo saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799, “non si muove per raziocinio ma per bisogno.” E mi sento anche di dire una cosa che riguarda i dipendenti pubblici ed i pensionati (tra i quali mi trovo anch’io), finora gratificati dallo stipendio o dalla pensione che arriva tutti i mesi: non invocate il lockdown, perché se lo Stato va in rovina per il fallimento dell’economia e non riceve più i contributi necessari a pagare i nostri sussidi, rischiamo di trovarci anche noi senza un soldo, al pari dei lavoratori autonomi. Cerchiamo quindi di essere tutti solidali, dipendenti del pubblico, del privato e pensionati, perché se la nave affonda affondiamo tutti allo stesso modo, non c’è niente che possa tenerci a galla.

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Governo ipocrita e incapace

E’ veramente triste dover constatare il comportamento squallido di questo governo, le cui decisioni risultano ogni giorno più ingiuste e incomprensibili, frutto di un rivoltante opportunismo e attaccamento alle poltrone. Mi riferisco anzitutto ai provvedimenti riguardanti i decreti Salvini, che ora vengono abbattuti proprio da coloro (Conte e i 5 stelle) che soltanto un anno fa li avevano approvati e sostenuti. Come è possibile spiegare questo tradimento (perché di ciò si tratta) se non come il risultato di un ignobile trasformismo che non ha in alcun modo come fine il bene dell’Italia e degli italiani, ma solo il mantenimento di un potere che è stato usurpato e che non è passato attraverso la consultazione popolare. Ma al di là di questo, sono le ragioni del decoro e della dignità personale che avrebbero dovuto intervenire in questo momento, suggerendo a chiunque avesse un briciolo di intelligenza e di umanità che non si può distruggere dopo un anno, solo per convenienza politica e per compiacere un alleato che agisce solo per odio contro il “nemico” Salvini, ciò che si era approvato e promulgato soltanto alcuni mesi prima.

Anche in tempi non sospetti io ho sostenuto l’assoluta nullità politica del Movimento Cinque Stelle, la loro totale incompetenza su tutte le questioni di cui chi sta al governo si deve occupare, la loro mancanza del senso della democrazia, la loro natura di banderuole che si voltano sempre dove gira il vento e che mirano solo al proprio squallido interesse. Ora che sono al governo il disastro provocato da chi li ha votati emerge in tutta la sua drammatica grandezza: non ne hanno azzeccata una nell’azione di governo, hanno messo in ruoli di primaria importanza persone totalmente incapaci e incompetenti, non hanno mostrato il minimo senso della coerenza, sconfessando tutto ciò che sostenevano all’inizio del loro progetto, tanto che persino alcuni di loro si sono trovati a disagio di fronte a tanto ignobile trasformismo. Nei rapporti con la Lega, loro ex alleato, hanno dimostrato più che altrove la loro natura di ignobili profittatori: prima hanno assecondato e appoggiato l’azione dell’allora Ministro degli Interni e poi adesso, sempre per compiacere gli alleati comunisti, lo mandano a processo. Credo che nessuno che avesse il minimo senso della dignità avrebbe mai fatto un gesto simile; hanno potuto farlo solo dei servi, perché tali sono coloro che si sottomettono ad un alleato prepotente ed in base a ciò sono disposti a tradire un amico e trasformarlo in nemico.

Un governo di ipocriti e di incapaci è questo, il peggiore che mai si sia visto nella storia della nostra Repubblica, un governo che manipola l’informazione e diffonde notizie false ed esagerate per mantenere quelle poltrone che non ha mai meritato. La vicenda del Covid-19 lo dimostra in tutta la sua evidenza: diffondono ovunque un clima di terrore per spaventare i cittadini e indurli all’obbedienza, si servono del virus per continuare a imporsi con metodi totalitari, imponendo misure liberticide come il lockdown che oltretutto non risolvono il problema e trattando i cittadini come schiavi costringendoli con le multe e la minaccia dell’esercito per le strade. La dittatura politico-sanitaria messa in atto prosegue e proseguirà ancora, perché senza di essa il governo imploderebbe sotto il peso delle sue contraddizioni e della sua incapacità. E tutti noi proni ad obbedire a questa gente, tutti lì a mettersi la mascherina anche all’aperto, magari da soli in mezzo ad un bosco o a una stradina di campagna. Questa misura presa adesso è pura idiozia, un’idiozia che però saremo costretti tutti a seguire per non incorrere in multe fino a 3000 euro, quando alle ONG che ci portano i clandestini che non sfuggono da nessuna guerra la cifra massima è di 1000 euro, se e quando ce ne sarà occasione. Se ciò accadesse in America, in Inghilterra o in Germania la gente salirebbe sulle barricate e non obbedirebbe ai dittatori; noi invece siamo tutti proni a sottometterci a un avvocatucolo che nessuno conosceva e che adesso, gonfio come un pallone, è diventato il padrone dell’Italia. Non abbiamo più dignità, e nemmeno il senso della vergogna.

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Chi ha vinto le elezioni?

Quando vengono resi noti i risultati di una consultazione elettorale si verifica uno strano fenomeno, contrario alle leggi della matematica e della logica: hanno vinto tutti, ciascuno si dice soddisfatto dell’esito del voto anche se ha ottenuto una percentuale di molto inferiore a quella precedente, magari preoponendo un confronto con le elezioni di dieci anni prima… Purtroppo questa situazione ridicola riflette abbastanza bene i caratteri fondamentali dell’animo umano: a nessuno piace perdere, nessuno vuole ammettere la sconfitta. E’ così anche nella vita quotidiana, quando chi sbaglia e agisce male ben di rado riconosce l’errore, ma è portato a cercare sempre scuse e giustificazioni.
In questa tornata elettorale lo scenario si è ripetuto puntualmente. I Cinque Stelle, tanto per dirne una, hanno visto dimezzare i loro consensi, anzi rispetto alle politiche non hanno spesso ottenuto neanche un terzo dei voti precedenti; eppure si dicono contenti ed esultano perché hanno vinto il referendum costituzionale, che sarà proprio quello che li farà sparire dal panorama politico italiano: con la riduzione del numero dei parlamentari, infatti, alle prossime elezioni politiche manterranno forse un quarto dei loro attuali deputati e senatori e gli esclusi dovranno, poverini, trovarsi un lavoro vero, cosa che non hanno mai fatto in vita loro. Ma noi, se i grillini dovessero perdere la loro rappresentanza e soprattutto il loro potere, non ci strapperemo le vesti dal dolore: l’incompetenza e l’incapacità che hanno dimostrato con questo attuale governo non ci mancherà di sicuro. Hanno fondato la loro azione politica su un presupposto assurdo e grottesco, cioè che per governare uno Stato fosse sufficiente essere cittadini semplici e onesti (ammesso che lo siano), quando sappiamo che anche per fare la segretaria d’azienda o l’operatore ecologico occorrono determinate competenze. Così abbiamo dovuto sopportare che personaggi imbarazzanti per la loro pochezza intellettuale siano stati messi in ruoli di primaria importanza per la vita del Paese. Se tutto questo finirà, se costoro spariranno per sempre, sarà soltanto un bene.
Ma anche i due opposti schieramenti più “tradizionali”, diciamo così, esultano a torto per il risultato elettorale. Non si vede come possano essere contenti i capi del centro-destra, che non è riuscito a sfondare in regioni dove la precedente amministrazione non ha dato certo prova di perfetta funzionalità: in Puglia e in Campania ha vinto di nuovo il centro-sinistra e di ciò in effetti mi sono un po’ stupito, soprattutto nel caso della Campania dove i cittadini hanno confermato la fiducia ad uno sceriffo pazzoide come De Luca che vorrebbe rinchiuderci tutti di nuovo in casa per paura del virus, non vuole aprire le scuole e governa con metodi a dir poco autoritari; si vede che in quella regione la forza vale più della ragione. Altra sconfitta del centro-destra c’è stata in Toscana, e su di essa avrei scommesso, perché era chiaro che una candidata giovane e inesperta come la Ceccardi non avrebbe mai potuto ribaltare delle convinzioni e dei pregiudizi che in questa regione ci sono da sempre contro chi non appartiene alla sinistra. C’è solo da sperare che il nuovo presidente della regione, Eugenio Giani, sia un po’ più democratico e tollerante del suo predecessore Rossi, un nostalgico orfano del comunismo staliniano.
Ma neppure il centro-sinistra può rallegrarsi più di tanto: ha perso le Marche, un’altra roccaforte rossa per tanti anni, e governa soltanto cinque regioni su venti. Non mi sembra una situazione molto felice. Se però dobbiamo ad ogni costo trovare un vincitore, possiamo indicarlo nel governo nel suo insieme, che in sostanza è uscito rafforzato dalle urne. Sono convinto che nulla sarebbe cambiato, a livello nazionale, neanche se il centro-destra avesse vinto in tutte le regioni, perché si trattava di elezioni amministrative e non politiche, e l’attaccamento alle poltrone è troppo forte per scollarne coloro che vi sono incollati, a cominciare dall’avvocaticchio Conte. Con il risultato attuale, che in pratica ha cambiato poco o nulla, la solidità del governo è assicurata, anzi è rafforzata soprattutto per l’esito del referendum: poiché infatti molti deputati 5 stelle (ma anche PD) sanno che in prossime elezioni non saranno rieletti, proprio per questo sono decisi a mantenere la poltrona più a lungo possibile. Così funziona la politica e così ha sempre funzionato, non è solo una questione di oggi. Ciò su cui mi viene da riflettere, piuttosto, è un’altra cosa: il fatto cioè che tante persone continuino ancor oggi a dare fiducia a questo governo di incapaci e di mentitori, che vanno sbraitando su ciò che a loro dire avrebbero realizzato quando di fatto hanno combinato solo pasticci (vedi la scuola dell’Azzolina!) e diffuso bugie come l’aiuto economico che avrebbero dato a tutti i lavoratori quando sappiamo che vi sono persone che ancora aspettano la cassa integrazione del mese di aprile scorso. Purtroppo la propaganda mediatica, abilmente condotta dalla TV di regime, ha ottenuto il suo scopo, quello di far credere a tante persone che Conte e compagnia hanno condotto bene l’emergenza Covid (mentre è vero il contrario) e che questo è l’unico governo possibile. Il potere dei mass-media in questa nostra società è enorme e per mezzo di essi si possono far passare tutte le peggiori menzogne contrabbandandole per verità. Questa è la nuova dittatura, che non ha più bisogno dei carri armati o del manganello: per addormentare le coscienze e per neutralizzare i dissidenti non servono più i gulag, basta la televisione.

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Il rientro a scuola nell’epoca del Covid

In questi ultimi 15 giorni la televisione di Stato, tutta filogovernativa, filogrillina e filopiddina, non ha fatto altro che parlare in continuazione della riapertura delle scuole, ovviamente esaltando l’impegno del ministro Azzolina e di tutto il governo Conte per arrivare a questo importante traguardo: hanno lavorato tanto per i nostri studenti, hanno speso molti soldi, hanno dato mari e monti agli studenti ed al Paese. Poi però, alla riapertura effettiva delle scuole, si scopre che tutta questa montatura celebrativa, degna della propaganda del Minculpop e di Goebbels, non era altro che un castello di carte pronto a cadere al primo impatto con la realtà: in molte scuole mancano i banchi (dopo tutta la pubblicità che hanno fatto a quelli nuovi a rotelle), mancano le mascherine e il gel sanificante, mancano le aule e soprattutto manca il personale, un numero di docenti che si calcola intorno ai 50.000. Questo la dice lunga sulla distanza che c’è tra il dire ed il fare, tra i proclami lanciati ad alta voce e la realtà a cui poi gli studenti si trovano di fronte. Eppure, come tanti giustamente hanno ricordato, di tempo ce n’è stato per provvedere a risolvere le varie criticità, visto che le scuole sono chiuse dai primi di marzo, la chiusura più lunga tra tutte quelle avvenute in Europa; durante questi sette mesi si sarebbe potuto e dovuto provvedere all’edilizia scolastica, alle opportune sanificazioni, al reperimento del materiale e soprattutto alle nomine dei docenti. E’ ammissibile, in un Paese civile, che le graduatorie per l’insegnamento contengano sempre errori e che si provochino intoppi burocratici quando le si debbono utilizzare? In questo periodo di chiusura c’era tutto il tempo per stilare le nuove graduatorie in forma definitiva e provvedere alle nomine dei docenti non di ruolo fin dalla fine di agosto. Qualcuno dei governi precedenti c’era riuscito negli anni scorsi, quello attuale no, e questo la dice lunga sull’incapacità e l’incompetenza di tutto questo esecutivo ed in particolare del comparto dell’istruzione.
Si obietterà, come è stato fatto per tanti altri settori, che il governo Conte si è trovato ad affrontare una situazione del tutto nuova, quella della pandemia di Covid-19, e che in queste condizioni non è facile trovare sempre la formula giusta per risolvere i problemi. E’ una giustificazione reale e vale anche per la scuola, ed in effetti io credo che qualunque altro ministro, al posto dell’Azzolina, si sarebbe trovato in difficoltà, fosse stato pure Gentile o qualche altro illustre personaggio un po’ più titolato di lei a ricoprire quel ruolo; ma questa motivazione è valida solo a metà, perché il reperimento dei materiali necessari, la sistemazione delle aule e le nomine degli insegnanti non c’entrano nulla con l’epidemia, le si sarebbero potute fare così come venivano effettuate in precedenza. Quello che è stato fatto, invece, è il protocollo di comportamento per alunni e insegnanti, che francamente mi sembra assurdo e molto più pesante di quello applicato in tutti gli altri paesi europei: mi riferisco soprattutto all’uso obbligatorio delle mascherine da parte dei docenti, che in alcune regioni italiane sono costretti a indossarle per l’intera durata della loro permanenza a scuola. E’ una misura eccessiva e inutile: una volta che l’insegnante è in cattedra, distante almeno due metri dai ragazzi, perché obbligarlo a tenere sul viso questa pezzuola che è sopportabile se portata per pochi minuti, ma che diventa un autentico tormento se tenuta per ore, soprattutto nella stagione calda in cui ancora ci troviamo? E poi c’è la questione dei trasporti: anche lì si è fatto poco o nulla, perché stabilire che sui pulmann si possono occupare i posti all’80% significa lasciare la situazione più o meno com’era prima. E allora a che serve tenere distanziati i ragazzi in classe quando sui mezzi di trasporto stanno tutti ammassati?
Anche a questo proposito mi vedo costretto a tornare a quel che ho sempre sostenuto fin dall’inizio, che cioè il clima catastrofico che è stato creato appositamente da questo governo ed il terrorismo psicologico dei mezzi di informazione hanno determinato la formazione di un clima di paura e di preoccupazione eccessive che ha investito tutte le componenti sociali, ben al di là di quello che sarebbe stato necessario: fermo restando, infatti, che è giusto e opportuno agire con cautela e seguire le norme precauzionali per evitare il contagio, per il resto è giusto tornare alla vita, considerato anche che attualmente le conseguenze della patologia provocata dal virus non sono più drammatiche come avveniva nei mesi di marzo e aprile scorsi; nei giovani, poi, il virus è quasi sempre asintomatico e quindi  le misure adottate nella scuola sono eccessive e talora persino grottesche, come la doppia quarantena degli elaborati scritti che passano dalle mani degli alunni a quelle del professore e viceversa. Il discorso è un po’ diverso per i docenti, che effettivamente debbono proteggersi con più attenzione; ma anche qui non è opportuno esagerare e paventare più pericoli di quelli che effettivamente ci sono. Purtroppo l’influsso negativo della campagna mediatica promossa dal governo ha contagiato anche i professori, provocando in alcuni di essi una folle paura per il rientro a scuola e addirittura patologie psichiatriche dovute allo stress. Questo è molto dannoso, perché quello del professore non è un lavoro materiale ma richiede serenità mentale, buon umore, concentrazione; ed in queste condizioni sarà molto difficile raggiungere questi obiettivi, perché non può stare tranquillo davanti ad una classe un docente che vive nel terrore di infettarsi. Per questo, oltre che per molte altre ragioni, credo che questo nuovo anno scolastico non parta con buoni auspici.

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Osservazioni sul sovranismo

Tra i tanti termini offensivi che la sinistra italiana, questo sciagurato governo attuale e i giornalisti servi del potere usano per bollare con un marchio d’infamia chi non accetta la dittatura del “politicamente corretto”, c’è anche quello di “sovranista”, che nell’accezione oggi invalsa indicherebbe colui che si oppone allo strapotere dei burocrati di Bruxelles e della falsa Europa dell’asse Francia-Germania. L’uso di questi marchi infamanti (ho già parlato altrove di altre etichettature di questo genere, come “fascista”, “razzista”, “omofobo”, “negazionista” ecc.) serve a denigrare e screditare gli avversari e le loro idee, presentandoli con disprezzo all’opinione pubblica come coloro che rifiutano il progresso, che sono legati a principi e ideali ormai tramontati, che non vogliono accettare il nuovo che avanza. Secondo me invece questo modo di evitare il dialogo con chi la pensa diversamente bollandolo con epiteti infamanti rappresenta l’aspetto più evidente della dittatura che stiamo vivendo: sì, una vera dittatura, che utilizza la televisione e gli altri mezzi di informazione per propagare quella che per loro è l’unica verità, distorcendo la realtà per mantenere il potere. La propaganda di regime è stata uno degli strumenti principali usati dai dittatori del XX secolo (Hitler, Mussolini, Stalin), una propaganda che si avvaleva di menzogne fatte passare per verità e di una ben precisa terminologia: così gli avversari venivano designati come “sovversivi” (gli antifascisti in Italia), “bolscevichi” (gli oppositori del nazismo), “controrivoluzionari” (gli avversari di Stalin, deportati nei gulag e nei manicomi criminali). Il potere di oggi in Italia, rappresentato da questo governo di incapaci non eletto da nessuno e non più maggioranza nel Paese, utilizza lo stesso metodo per screditare gli oppositori: fa dire alla TV solo quel che vuole il regime e bolla gli oppositori come “fascisti”, “negazionisti” ecc., e poi anche “sovranisti”. Lo stesso esatto metodo che usavano il fascismo, il nazismo, il comunismo staliniano.
Esaminiamo querst’ultimo termine, di cui non ho ancora parlato nel blog. Cercando sul mio dizionario Zingarelli della lingua italiana del 2009 non trovo ancora i termini “sovranismo” e “sovranista”, segno ch’essi sono entrati in uso solo di recente, con una delle tante colpevoli distorsioni che gli alfieri del “politicamente corretto” hanno fatto subire alla nostra lingua. Nell’accezione attuale, costruita ad arte, essi hanno assunto una connotazione profondamente negativa, che invece io non riesco a vedere. Perché chi difende la sovranità e l’identità politica e culturale della propria Patria dovrebbe essere un balordo o un reazionario come vorrebbero farci credere? A me sembra l’esatto contrario: chi crede nei valori della propria nazione e ritiene ch’essa non debba essere asservita ai signori di Bruxelles o all’accoppiata Macron-Merkel secondo me è persona saggia e assennata, che sostiene un principio giusto e sacrosanto. Se così non fosse, se il sovranismo fosse cosa tanto perversa, non si spiegherebbe perché negli altri paesi d’Europa esso continua ad esistere e nessuno lo condanna: svizzeri, francesi, tedeschi, inglesi, olandesi e tanti altri antepongono la loro patria agli interessi europei, e non ne fanno mistero. Andiamo a chiedere ad un francese se si sente più europeo o francese, e vedremo cosa ci risponderà. Io stesso, in quei pochi viaggi che ho fatto, ho potuto constatarlo. Pur non conoscendo molto il tedesco, durante un mio soggiorno in Austria riuscii a comprendere un manifesto elettorale di un candidato al parlamento europeo, il quale suonava così: “L’Europa nella mente, l’Austria nel cuore.” Per me questo sentimento di patria è pienamente legittimo e non mi pare che quel candidato abbia detto qualcosa di sbagliato o sia stato accusato per questo di “sovranismo”, usando questo termine come fosse una parolaccia. Ma da noi le cose vanno sempre in modo distorto, noi italiani sembriamo godere ad essere succubi degli stranieri e negare la nostra identità nazionale; dobbiamo sempre sottometterci, forse perché siamo da secoli abituati alle dominazioni straniere. Ed il nostro Risorgimento, così tanto esaltato nei libri di storia che leggevamo da ragazzi, a cosa è servito? A farci schiacciare dai diktat dei signori di Bruxelles che ci muovono come burattini nelle loro mani? Il nostro Paese non ha alcuna importanza in Europa e viene sbeffeggiato e denigrato da tutti, e la colpa è dei nostri politici di ieri e di oggi che non hanno mai saputo farsi rispettare. Ricordate il risolino della Merkel e di Sarkozy quando qualcuno parlò loro di Berlusconi? Io mi sentii profondamente offeso come italiano, ma non per simpatia per Berlusconi ma perché quella risatina ironica significava in pratica che l’Italia non conta nulla e che è un paese privo di ogni dignità.
Siamo noi italiani, purtroppo, a denigrarci per primi e a svalutare il nostro Paese, che invece è il primo al mondo per arte e cultura: nessuna letteratura, nessuna arte figurativa, nessuna musica possono essere paragonate a quelle italiane, le più grandi in assoluto. Ma questo serve a poco se siamo noi i primi a svalutare il nostro Paese e sottometterlo ai burocrati europei, dando del “sovranista” in senso dispregiativo a chi invece vorrebbe che il nome dell’Italia fosse rispettato e ammirato nel mondo, come sarebbe più che giusto per la grandezza che abbiamo avuto nei secoli. Non si tratta di uscire dall’unione europea, nessuno chiede questo, e nemmeno di uscire dall’euro, benché sia stata una vera sciagura per l’Italia; si tratta di restituire al nostro Paese il ruolo che gli compete, senza che il burattino Conte vada a fare il portaborse della Merkel. Chi sostiene i valori della Patria è “sovranista”? Bene, allora io lo sono e mi rifiuto di dare a questo termine l’accezione negativa che purtroppo oggi possiede. Anzi, dirò di più: sono fiero di essere sovranista, e non me ne vergogno affatto.

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La lingua italiana umiliata e offesa: gli insulti

Il titolo di questo post si richiama ad una serie di articoli che pubblicai su questo blog nel 2014, che avevano in comune il tema dell’uso distorto della lingua italiana, purtroppo frequente ai nostri giorni. Lì si parlava di eufemismi impiegati in modo improprio ed ipocrita dalla moda del “politically correct”, di espressioni e parole sgradevoli, di anglicismi fuori luogo ecc.; se qualcuno vuole rileggerli, non ha che da andare qui sulla colonna a destra in alto, dove si dice “Cerca”, scrivere “La lingua italiana” e potrà farlo a suo agio, senza che qui io ne ripeta il contenuto. In realtà ci sarebbe molto altro da scrivere sull’ignoranza di tante persone che usano espressioni inesatte come il famoso “piuttosto che” inteso nel senso di “oppure”, che non ha affatto perché propriamente significa “invece di”; ma in questa sede preferisco puntualizzare un altro uso distorto della nostra lingua, quello cioè dei più comuni insulti che vengono affibbiati dai sostenitori del “politicamente corretto” a chiunque abbia un’opinione diversa dalla loro. Come dicevo nei post precedenti, oggi in Italia viviamo di fatto sotto una dittatura, una dittatura che non si serve più del manganello e dei carri armati ma del dominio dei mezzi di informazione, per tramite dei quali impone un pensiero unico ghettizzando e sbeffeggiando tutti coloro che vi si oppongono, e determinandone di fatto l’isolamento sociale e l’inefficacia decisionale. La TV di regime, i giornali schierati quasi tutti a fianco del governo attuale, l’ideologia marxista ormai alleata al peggiore clericalismo che continua a dominare nelle università e negli altri centri di cultura, tutti costoro utilizzano un determinato linguaggio offensivo contro i dissidenti e non si fanno scrupolo, pur di colpire il “nemico”, di stravolgere impunemente la lingua italiana, caricando i termini usati di accezioni e di significati che non avevano in origine, al solo scopo di squalificare ed isolare ancor più chi non accetta il pensiero unico dominante. Vediamo quali sono i più diffusi tra questi termini, e perché vengono impiegati in modo colpevolmente distorto.

1. Fascista, fascismo: termini ancora frequentissimi, a 75 anni dalla fine del regime mussoliniano, per bollare coloro che non condividono le idee di una sinistra che non sa vivere senza un “nemico” da abbattere. Perché è assurdo l’uso di questo termine? Perché il fascismo, il regime che dominò in Italia dal 1922 al 1943 (con l’infelice appendice della cosiddetta “Repubblica di Salò” fino al 1945) appartiene alla storia, non all’attualità, ed è quindi assurdo e stupido fondare su di esso il dibattito politico attuale. Sarebbe come se in Francia si accusassero gli avversari di essere “giacobini” o “sanculotti”, o se in Russia si usassero ancora i termini “bolscevico” e “menscevico” per i politici o i funzionari che operano adesso, nel 2020. Perché in Italia siamo rimasti tanto indietro da richiamarsi ancora al fascismo dopo quasi un secolo dalla sua caduta? E’ un mistero, che si spiega solo con la necessità assoluta, per la sopravvivenza dell’ideologia marxista, di agitare un finto spauracchio, un “nemico” da combattere che, in mancanza d’altro, viene riesumato a tanti decenni dalla sua morte. A meno che non si intenda per “fascista” in modo generico chiunque usi la violenza per affermare le proprie idee; ma in tal caso il termine si adatterebbe molto meglio oggi alla sinistra che alla destra, visto che se c’è qualcuno che fa uso sitematico di metodi violenti sono le cosiddette “sardine” o gli altri decerebrati ideologici che vorrebbero togliere con la forza la parola ai leaders dell’opposizione. Ricordiamoci quello che disse Pasolini, che pure era di sinistra, nel lontano 1974: “Stiamo attenti al fascismo degli antifascisti”.

2. Razzista, razzismo: usati universalmente contro tutti coloro che si oppongono agli sbarchi incontrollati sulle coste italiane di migliaia di persone provenienti dall’Africa e altri luoghi, persone che vengono sì accolte ma che in molti casi vengono poi lasciate a se stesse e quindi finiscono per commettere crimini e mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini italiani. Anche questi termini vengono usati in modo colpevolmente improprio, perché il razzismo, nella sua formulazione originaria, è il pensiero di coloro che ritengono la propria razza intellettualmente superiore alle altre, come avveniva – ad esempio – nel pangermanismo tedesco, dal “Discorso alla nazione” di Fichte fino al nazismo hitleriano. Ma chi oggi in Italia si preoccupa per questa invasione (perché di ciò si tratta) di stranieri non lo fa perché si ritiene ontologicamente superiore a loro, ma perché, adoperando il buon senso, sa che l’Italia non è un paese ricco, privo di problemi economici e tale da poter dare accoglienza e mantenimento a tanti stranieri. Che senso ha far entrare tante persone quando poi le dobbiamo lasciare a delinquere per strada o ad essere sfruttate ignobilmente in ambito lavorativo? Nessuno è contro gli stranieri di principio, perché coloro che lavorano onestamente e pagano le tasse non vengono affatto discriminati, ma sono considerati italiani come tutti noi, ed anzi vanno ringraziati per l’opera che svolgono. E’ quindi chiara la disonestà intellettuale di chi dà all’avversario del “razzista”, magari per nascondere gli ignobili interessi di chi specula sull’immigrazione e sapendo di non dare al termine il valore che ha sempre avuto nella lingua italiana.

3. Omofobia, omofobo: questi termini offensivi vengono applicati come etichette infamanti a tutti coloro che sostengono una loro legittima opinione, cioè che la vera e unica famiglia sia quella formata da un uomo e una donna. Le lobby gay hanno diffuso ovunque il loro pensiero e tentano di imporlo anche per legge, arrivando addirittura a chiedere per i dissidenti la denuncia penale e persino la galera. Se non è dittatura questa, che cos’è? Si vuole addirittura reintrodurre il reato di opinione, per cui se non ami i gay o l’ideologia gender, che tentano anche di introdurre nelle scuole, sei colpevole, rischi la prigione. Al di là dell’enorme sopruso che una norma del genere porterebbe contro cittadini inermi e colpevoli solo di non accettare il pensiero unico, quel che voglio puntualizzare qui è l’inesattezza dei termini impiegati, che sono etimologicamente del tutto erronei: in base all’origine greca, infatti, la parola “omofobia” significa “paura dell’uguale”, ed è quindi totalmente improprio l’uso che se ne fa comunemente.

4. Complottista, negazionista: sono termini usati moltissimo dagli alfieri del “politicamente corretto” in questo ultimo anno, e servono a designare con profondo disprezzo tutti coloro che si oppongono alla gestione, da parte del governo “giallorosso” di Conte, dell’epidemia di Covid-19, il famoso coronavirus. Confesso il fatto che personalmente non mi sento tanto offeso dal primo dei due termini, perché se per “complottista” si intende colui che vuole ragionare con la propria testa e non accetta, come gli allocchi passivamente dipendenti dalla televisione, tutto ciò che il regime intende diffondere, allora mi suona quasi come un elogio. Più grave è invece il secondo, che porta con sé una pesante e ben percettibile dose di disprezzo in quanto rievoca il pensiero distorto di coloro che hanno negato l’olocausto degli ebrei nei Lager nazisti; quindi impiegare il termine contro gli oppositori di Conte è un atto da vigliacchi, perché li accomuna ai nazisti e li rende in certo qual modo loro complice. Va poi detto che il negazionismo verso il Covid-19 in realtà è un’invenzione, perché non c’è nessuno che possa negare l’esistenza del virus, diffuso come si sa in tutto il mondo; ciò che si critica è piuttosto l’operato dissennato di questo governo, che prima ha sottovalutato e poi sopravvalutato il problema togliendoci le più elementari libertà personali con un lockdown criminale, messo in atto con la minaccia delle denunce e delle multe anche laddove non ve n’era affatto la necessità.

Lasciamo da parte per pietà gli errori e le assurdità che questo governo di incapaci ha compiuto anche dopo il lockdown e continua a compiere ogni giorno; quel che mi preme sottolineare qui, in senso lato, è la malafede colpevole di chi usa termini offensivi e diffamatori nei confronti di coloro che non si allineano al pensiero unico imposto con il terrorismo psicologico dei mezzi di informazione.

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Referendum per una legge assurda

Il prossimo 20 settembre, se questo governo permetterà agli italiani di andare a votare e non rinvierà ancora una volta le elezioni con la scusa del virus per mantenere le poltrone, si dovrà decidere – mediante un apposito referendum – su una legge assurda e stupida, una falsa riforma costituzionale che riduce semplicemente il numero dei parlamentari senza cambiare nient’altro. Si tratta di una legge puramente demagogica, frutto dell’antipolitica con cui è nato il Movimento Cinque Stelle, una legge che non risolve nulla e non migliora in alcun modo la vita politica del Paese. Quale potrà essere il grande vantaggio di ridurre di qualche centinaio il numero dei deputati e dei senatori? Quello di risparmiare alcuni stipendi, il che di per sé non sarebbe un male; ma quale impatto potrà mai avere sul bilancio statale, a fianco di miliardi mal distribuiti e addirittura sprecati da questo governo, il risparmio di qualche milione di euro? E’ evidente che questa legge è stata voluta dai 5 stelle, traditori dei loro principi fondanti e divenuti ormai una casta più clientelare e truffaldina di quella che criticavano sul loro nascere, per dare il fumo negli occhi agli italiani, per far credere che loro sono gli “onesti”, quelli che risparmiano sul bilancio statale, quelli che evitano spese inutili, mentre in realtà sono soltanto degli incapaci totali che, con questi mezzucci ridicoli, pensano di poter recuperare un consenso che giustamente hanno perduto e che non riavranno mai.
La riduzione del numero dei parlamentari, a fronte di un risparmio trascurabile, non porterà alcun altro beneficio all’apparato istituzionale italiano, anzi produrrà dei danni notevoli: prima di tutto aumenterà enormemente la discrezionalità dei capi di partito nel nominare chi vogliono al Parlamento, togliendo ai cittadini la già esigua facoltà di scegliere da chi vogliono essere rappresentati. In secondo luogo si formerà un Parlamento sempre più succube della partitocrazia e degli interessi di pochi a danno dei molti, perché i pochi deputati e senatori che resteranno saranno burattini nelle mani dei baroni di partito, i quali domineranno la politica da soli, in modo autoritario, ancor più di quanto stanno facendo adesso. La riduzione del numero dei parlamentari non risolverà nessun altro problema, anzi lo aggraverà, perché la riforma lascia inalterato il bipolarismo tra le due Camere che è l’ostacolo più ingombrante all’attività parlamentare e la causa principale di quel pantano burocratico in cui si dibatte il nostro Paese, dove per approvare una legge occorrono anni. La demagogia, il populismo, la volontà di chiudere la bocca e gli occhi ai cittadini, così evidente in questo periodo di terrorismo psicologico del governo che diffonde ovunque il terrore sanitario per poter restare sulle poltrone, troveranno così la loro massima espressione. Per questi motivi io ho deciso di votare NO al referendum, e mi auguro che lo faccia il maggior numero di persone possibile.
Se veramente si volesse cambiare la Costituzione per adeguarla alle esigenze ed alla mentalità dei nostri tempi, il che è del tutto lecito perché la Costituzione non è il Vangelo e non può durare in eterno nella forma in cui è stata redatta più di 70 anni fa, si dovrebbero fare essenzialmente due cose: abolire il bicameralismo perfetto, per le ragioni esposte sopra, e ridurre la durata delle legislature dagli attuali cinque anni a quattro o tre. Perché ritengo indispensabile questa seconda proposta? Perché il modo con cui i cittadini si approcciano alla politica è profondamente cambiato rispetto ai decenni passati: durante gli anni della prima Repubblica chi nasceva democristiano moriva democristiano, chi nasceva comunista moriva comunista e così via, nel senso che quando si aderiva a un’ideologia le si restava fedeli per sempre e raramente le persone cambiavano partito, ma votavano quasi sempre allo stesso modo per tante consultazioni elettorali. Oggi la realtà è tutta diversa, ci sono i social ed i mezzi di informazione che sempre più incidono sulla mentalità e le decisioni delle persone, per cui abbiamo moltissimi casi di cittadini che da un anno all’altro cambiano idea, oggi votano per un partito e tra un anno voteranno per un altro, magari diametralmente opposto a quello precedente; non ci sono più le ideologie e quindi non c’è più nemmeno la grande fedeltà a determinati ideali che c’era in precedenza. Questo è evidente osservando i risultati delle consultazioni elettorali degli ultimi anni, dove ci sono partiti come il PD che è passato in poco tempo dal 41 al 18 per cento, o i 5 stelle che dal 33 per cento del 2018 sono adesso calcolati dal 10 al 15 per cento (al massimo) alle prossime regionali. In questa situazione fluida sarebbe opportuno non aspettare cinque anni tra le varie elezioni politiche, un tempo che è oggi eccessivo e che permette ingiustamente, come appunto sta avvenendo in Italia, che partiti come quelli che stanno al governo adesso (Cinque Stelle e PD) mantengano un potere che non risponde più alla realtà elettorale attuale: questi partiti di fatto continuano a governare (malissimo) e ad imporre agli italiani un regime illiberale pur non essendo più maggioranza nel Paese, dato che, se si svolgessero oggi le elezioni politiche, non arriverebbero insieme al 30 per cento. Per questo sarebbe indispensabile ridurre la durata della legislatura, il che consentirebbe ai cittadini di mandare a casa più velocemente un governo di incapaci come quello attuale, frutto di un vergognoso inciucio tra due partiti che si odiavano fino al giorno prima e che hanno dato di fronte al mondo un’immagine penosa di incoerenza e di totale mancanza di serietà.

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Dittature di ieri e di oggi

Di fronte alla mia affermazione, peraltro condivisa da molte persone, secondo cui l’attuale governo ha di fatto introdotto una dittatura nel nostro Paese, molte persone mi hanno contestato su Facebook ribattendo che, se fossimo veramente sotto una dittatura, io non potrei scrivere le cose che scrivo. Questo mi dà modo di elaborare alcune riflessioni sull’argomento, che tengono conto dei profondi mutamenti di costume e di mentalità avvenuti tra il secolo XX ed il XXI, soprattutto in seguito al grande progresso tecnologico.
Quando qualcuno parla di dittature o di regimi autoritari, il pensiero di tutti corre a quanto avveniva nel secolo scorso in tutti i Paesi dove questi regimi si sono manifestati: l’Italia fascista, la Germania di Hitler, l’Unione Sovietica di Stalin ed altro. Il nostro concetto di “dittatura” è legato a questi esempi storici, ad apparati di potere cioè che ai loro tempi utilizzavano la violenza ed il terrore per imporre il loro credo e per neutralizzare gli avversari: tutti conoscono l’uso del manganello, dell’olio di ricino, del confino ecc. nel nostro Paese, i Lager in Germania, i processi farsa e le deportazioni nei gulag in Russia ecc. Quando si parla di questi contesti storici, il pensiero di ciascuno di noi li associa a questi eventi, è inevitabile; è questa l’accezione del termine che prevale in modo quasi esclusivo quando qualcuno parla di dittature.
Ma dietro a questa interpretazione si nasconde un errore di fondo, quello cioè di non tener conto degli enormi cambiamenti avvenuti nella vita di tutti noi, a cavallo tra i due secoli, in seguito al progresso tecnologico, mutamenti che hanno investito anche la lingua, come ogni altra cosa: termini come “cieco”, “mongoloide”, “negro”, “ricchione”, che un tempo erano di uso comune e di cui nessuno si scandalizzava sono oggi considerati offensivi proprio perché è cambiata la sensibilità popolare nei confronti di certe categorie di persone. Per la stessa ragione, per il fatto cioè che la lingua di un popolo si adegua al costume ed alla mentalità correnti, anche la parola “dittatura” dovrebbe cambiare senso, perché le operazioni che vengono messe in atto oggi per realizzarla sono totalmente diverse, per l’ausilio della moderna tecnologia, rispetto a quelle praticate nei regimi totalitari del XX secolo.
Le dittature del XXI secolo hanno ben poco in comune con quelle del secolo precedente e non hanno più bisogno della violenza bruta, né di tacitare i dissidenti con la forza. Quel che permette a certe lobby o gruppi di potere come l’attuale coalizione governativa di dominare incontrastati e di imporre a tutti la loro volontà è il controllo dei mass-media e dei centri di cultura: basta occupare i principali canali televisivi (come da noi è la RAI, tutta filogovernativa) e gli altri strumenti di comunicazione di massa e far passare attraverso di essi, ripetendolo in forma ossessiva, un determinato messaggio che lentamente, come la calunnia nella celebre aria del rossiniano “Barbiere di Siviglia”, si insinua nella mente dei cittadini e fa loro credere e pensare ciò che vuole il potere. Una volta ipnotizzato il popolo, che a forza di sentir ripetere gli stessi slogan è portato a credere che quella della televisione sia l’unica verità possibile e incontestabile, il gioco è fatto; non c’è più bisogno di proclami dal balcone come faceva Mussolini, delle folle oceaniche che accorrevano alle parate naziste o del terrore staliniano, basta una televisione asservita al potere che trasmette un pensiero unico a cui tutti o quasi i cittadini finiscono per adeguarsi. Chi ha letto gli “Scritti corsari” di Pasolini o “1984” di Orwell sa benissimo di cosa parlo, e quanto profondamente si possano condizionare le masse in questo modo, senza bisogno né di violenza fisica né di vuota retorica trionfalistica come quella che usavano le dittature del XX secolo. In Italia poi per il pensiero unico clerico-marxista, a cui si sono appoggiati per pura convenienza opportunistica gli incompetenti a 5 stelle, questa operazione di ipnotizzazione è ancor più facile che altrove, perché a tale pensiero si conformano anche la maggior parte della carta stampata e degli altri centri di cultura: associazioni come l’ANPI ad esempio (inutile e assurda dopo 75 anni dalla fine della guerra e della cosiddetta “Resistenza”) e soprattutto le Università, dove l’ideologia di sinistra continua imperterrita a dominare anche dopo il fallimento totale del ’68 e la caduta dei regimi comunisti.
Questa è la nuova dittatura: quella dell’immigrazione clandestina difesa e tutelata per falsa umanità da chi vi ha interessi economici, quella delle lobby gay che vogliono addirittura impedire l’espressione del libero pensiero da parte di chi crede ancora nella famiglia tradizionale, quella del governo che decide tutto da solo senza ascoltare nessuno e proroga lo stato di emergenza per il Covid-19 solo per poter restare sulle poltrone e impedire ai cittadini di scegliere da chi vorrebbero essere governati, il che sarebbe indispensabile a causa delle scellerate decisioni di questa accozzaglia di incapaci. Fanno credere a tutti, mediante una televisione loro asservita e pseudo-intellettuali sinistroidi che pontificano con sussiego giudicando stupidi o ignoranti tutti coloro che non condividono le loro idee, che l’unica verità è la loro; e tutto ciò è stato enormemente facilitato dalla pandemia di Covid-19, con la quale il governo ha preso la palla al balzo per terrorizzare i cittadini -prima con un assurdo lockdown e poi con lo spauracchio di una “seconda ondata” – e indurli ad obbedire ciecamente a ingiustizie, imposizioni e intollerabili limitazioni della libertà personale. E ci sono riusciti pienamente, perché la paura è uno strumento formidabile per tenere a freno le masse ed impedire qualunque tentativo di contestazione e di ribellione, tanto che moltissime persone sono ancora oggi convinte che il governo abbia agito bene e che Conte, avvocaticchio pugliese mai eletto da nessuno, sia un grande statista. Queste sono bestemmie vere e proprie, ma il regime è riuscito a propagarle molto bene. Questa è la dittatura di oggi, fondata non più sul manganello ma sulla tecnologia.
Concludo tornando all’argomento iniziale, cioè a chi contesta la mia affermazione sulla dittatura rammentandomi che io sono libero di pensare e scrivere ciò che voglio. Anche questo è un aspetto basilare della nuova forma dittatoriale: oggi non c’è più bisogno di far tacere con la forza i dissidenti, basta isolarli, ghettizzarli, qualificarli con etichette stereotipe di sicuro effetto (fascista, razzista, omofobo, complottista, negazionista ecc.), ottenendo così la loro totale neutralizzazione. Che parlino pure i dissidenti, che importa? Basta che non arrivino ai posti di potere, cosa che si ottiene facilmente escludendo dalla televisione, dai giornali, dalle università tutti coloro che non condividono il pensiero unico. Si possono lasciare esprimere tranquillamente sui social, basta poi bollare come “fake news” le loro idee e con ciò sono resi inoffensivi. L’effetto che si ottiene è quello dell’emarginazione del dissidente, che viene additato al pubblico disprezzo, insultato, sbeffeggiato e squalificato così agli occhi dell’opinione pubblica. Per chi possiede i canali televisivi più seguiti, i giornali a maggiore tiratura (Repubblica, il Corriere della Sera, Il Fatto quotidiano ecc.) e domina nelle università non è certo difficile un’azione del genere, che di fatto spegne il dissenso e applica un pensiero unico imposto a tutti in modo molto più subdolo ed efficace di quanto non avverrebbe con l’uso del manganello e dell’olio di ricino. Questa è la dittatura attuale che abbiamo oggi nel nostro sventurato Paese, una dittatura strisciante e mascherata da democrazia ma di fatto più violenta e opprimente di quelle del secolo passato.

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Osservazioni sul lockdown: era proprio necessario?

A distanza di oltre due mesi dalla fine del primo lockdown a cui il nostro governo ha costretto tutti gli italiani (e che purtroppo rischia di non essere l’unico) mi sento in dovere di fare alcune osservazioni e di confermare l’opinione che ho sempre avuto: che cioè sia stato un atto antidemocratico, dittatoriale e criminale rinchiudere in casa 60 milioni di persone togliendo loro tutte le fondamentali libertà garantite dalla nostra Costituzione. Prima di prendere decisioni così drastiche, oltretutto bypassando il Parlamento e adottando i cosiddetti DPCM, il governo avrebbe dovuto pensarci bene, perché la libertà dei cittadini e l’attività produttiva ed economica di un Paese non sono elementi da trascurare, neanche in caso di un’epidemia che poteva essere affrontata anche in altro modo. Prova ne sia il fatto che non tutti i Paesi del mondo hanno adottato il lockdown, e anche chi l’ha adottato l’ha fatto in maniera diversa da come è stato fatto da noi, almeno i paesi civili e democratici. Scrivo qui alcuni interrogativi che mi sono posto fin dall’inizio.
1. Era proprio necessario chiudere in casa forzatamente, con la minaccia delle denunce e delle multe, 60 milioni di persone? Non si sarebbe ottenuto lo stesso risultato apponendo prescrizioni come quelle entrate in vigore in epoca successiva (uso delle mascherine, divieto di assembramento, chiusura di tutti i luoghi di ritrovo, distanziamento sociale ecc.)? Va anche considerato che tutte le epidemie hanno una fase ascendente e una discendente, cui si sarebbe comunque arrivati anche senza questi provvedimenti così drastici.
2. Ammesso che il lockdown si dovesse fare, era necessario farlo in modo così duro, totale e terroristico? In altri Paesi civili non è andata così: in Inghilterra, ad esempio, le persone sono state solo invitate a stare in casa, non obbligare con la forza, e lo stesso è avvenuto in Germania. Sono stati vietati gli assembramenti, chiuse le scuole e altri luoghi di ritrovo, ma i cittadini erano liberi di usare l’auto, passeggiare o frequentare i parchi. Qui da noi si è invece adottata una dittatura di tipo cinese, colpendo con multe sproporzionate anche chi andava a fare una passeggiata da solo, senza poter infettare nessuno. Si sono viste scene vergognose, come quella del poveretto che passeggiava in solitaria sulla spiaggia inseguito da carabinieri con droni, polizia, esercito, o un prete a cui è stata interrotta la messa cui assistevano solo 13 persone in un ambiente di oltre 300 metri quadri. Una vergogna indicibile per questo governo di incapaci e per le cosiddette “forze dell’ordine” che, spesso inefficaci nel contrastare la vera criminalità, si sono prestate a questa disgustosa persecuzione dei cittadini onesti.
3. Visto che l’epicentro dell’epidemia è stata la Lombardia e altre regioni del nord, era necessario per questo chiudere tutta l’Italia? Che senso ha obbligare i cittadini del Molise o della Basilicata, dove in pratica l’epidemia si è manifestata con pochi casi e tutti sotto controllo, a stare forzatamente in casa? Si sarebbero potute isolare meglio le zone colpite, impedire veramente che chi si trovava al nord facesse ritorno al sud ma lasciare libere le regioni non colpite, adottando provvedimenti meno drastici.
4. Perché impedire l’attività fisica all’aperto, peggiorando così la salute dei cittadini ed esponendoli a patologie fisiche e soprattutto psichiche? Sarebbero bastate le dovute precauzioni per evitare contagi. Le passeggiate in solitaria, come dovrebbe esser chiaro a tutte le persone intelligenti, non possono contagiare nessuno. Al proposito è stato assurdo trattare tutta l’Italia allo stesso modo, perché è chiaro che nei grandi centri urbani se tante persone escono tutte insieme si possono creare assembramenti, ma nei piccoli centri di campagna e di montagna questo pericolo non esiste affatto. L’Italia non è solo Roma e Milano, esistono migliaia di piccoli comuni dove si sarebbe potuto benissimo uscire e passeggiare in sicurezza.
5. Era proprio necessario fermare l’economia e soprattutto la produzione industriale? Con il fermo forzato si sono persi circa 12 miliardi di euro a settimana che, moltiplicati per le 10 settimane circa quanto è durato il lockdown, fanno 120 miliardi di euro, una cifra spaventosa. Gli altri paesi civili non lo hanno fatto ed hanno continuato, com’è logico, a produrre applicando semplici protocolli di sicurezza. Così le nostre imprese hanno perso moltissime commesse e competività internazionale, di cui debbono ringraziare questo nostro governo. A settembre saranno ancor più evidenti i colossali errori compiuti da Conte e dalla sua banda di incapaci.
6. Non sarebbe stato costituzionalmente più corretto affidare una decisione così importante, che coinvolge la libertà di tutti noi, ad una discussione in Parlamento anziché demandare tutto al signor Conte, un avvocaticchio pugliese mai eletto da nessuno che si è atteggiato a dittatore facendo oltretutto una figura ridicola? Abbiamo dovuto sopportare – e ciò mi ha provocato stress e disturbi psichici di non poco rilievo – un personaggio come quello, messo al potere dai 5 stelle e senza alcun merito o esperienza pregressa, non eletto da nessuno, dire con fare tronfio “noi non consentiremo, noi non permetteremo,” come se fosse il padrone delle nostre vite. Ma dov’è finita la democrazia, la libertà tanto osannata proprio da quella sinistra che nel ’68 saliva sulle barricate e invece oggi, chiusa nelle sue ville milionarie, ha avallato un atto criminale come quello che questo governo ha compiuto?
Ma io, nonostante gli insulti che mi sono preso per queste mie posizioni, continuo a pensarla allo stesso modo ed a ritenere che il lockdown sia stato un intollerabile attentato alla libertà di tutti noi, una prova di dittatura che ha infangato il nome del nostro Paese per colpa di un governo incapace e di un presidente del Consiglio che ancora adesso, con le trattative a vuoto che sta invano conducendo in Europa, sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza. E c’è da meravigliarsi che tante persone anche adesso, instupidite dalla televisione di regime, abbiano il coraggio di dire che il nostro governo ha affrontato bene l’emergenza ed è stato un esempio per gli altri paesi; sì, un esempio di incapacità, che ha fatto diventare l’Italia il fanalino di coda dell’Europa e del mondo.

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Colpo di Stato

Conte e la sua banda di incapaci vogliono prorogare lo stato di emergenza per il Covid-19 ancora per sei mesi, quando è a tutti palese che l’emergenza è finita e che la situazione di adesso, con 65 persone in terapia intensiva, non è neanche lontanamente paragonabile al mese di marzo, quando ce n’erano 4100.
Dovrebbe essere chiaro a tutte le persone dotate di un minimo di raziocinio che questa del virus è una vergognosa scusa per restare sulle poltrone e continuare a calpestare i diritti fondamentali che la Costituzione garantisce ai cittadini. Per chiarire almeno in parte le conseguenze di questo colpo di Stato (perché di questo si tratta) vediamo cosa comporta un provvedimento del genere:
1) che il signor Giuseppe Conte, avvocatucolo pugliese senza nessuna esperienza e nessuna benemerenza pregressa, non eletto da nessuno, potrà continuare ad avere i pieni poteri ed esercitarli in modo antidemocratico e autoritario, bypassando il Parlamento per mezzo dei cosiddetti DPCM, con cui decide tutto a proprio arbitrio creando di fatto UNA DITTATURA.
2) che con la scusa del virus e la paura del contagio diffusa artatamente per mezzo della TV e dei giornalisti schiavi del regime, potranno rinviare ulteriormente le elezioni amministrative ed impedire quelle politiche, privando il popolo dei suoi fondamentali diritti;
3) che, sempre con la scusa del contagio, basterà che la curva dei positivi cresca di qualche decimale per costringere i cittadini ad un nuovo lockdown, chiudendo tutti in casa e privando le persone dei più elementari diritti;
4) che, sempre con la scusa del possibile contagio, potranno impedire all’opposizione di esprimersi, di organizzare manifestazioni di piazza perché altrimenti si formerebbero assembramenti, perché soltanto quando è la sinistra a manifestare allora gli assembramenti non ci sono;
5) che, sempre con la scusa del virus e della presunta necessità di “collaborare” per sconfiggerlo, si potranno neutralizzare e indebolire le critiche al governo, perché chi le farà sarà fatto passare per un ingrato che non ha a cuore le sorti del Paese;
6) che, sempre con la scusa del virus, si continuerà a tenere i cittadini in uno stato di terrore perenne che, come tutti sanno, è il miglior mezzo per addormentare il dissenso, perché chi ha paura non si ribella ma obbedisce agli ordini che vengono dall’alto, comunque siano; chi poi oserà dubitare delle “verità” della televisione e pretenderà di ragionare con la propria testa verrà immediatamente etichettato come “complottista” e pubblicamente sbeffeggiato;
7)che, sempre con la scusa del contagio, si potrà procrastinare all’infinito la chiusura delle scuole, sostituendo la didattica in presenza con la ridicola “didattica a distanza”, che abitua le persone a perdere i contatti reali per sostituirli con quelli del mezzo elettronico, che annulla le coscienze e le rende prone all’accettazione delle idee più comunemente diffuse.
Questa è la situazione che abbiamo oggi nel nostro Paese, un governo che per nascondere la propria incapacità e per restare ignobilmente attaccato alle poltrone sta distruggendo l’economia e la Costituzione. Io vado dicendo da tempo che la democrazia non c’è più, che SIAMO IN DITTATURA e che tutto ciò è intollerabile; ma temo che le parole non bastino più e che occorra un’iniziativa ben più concreta. Non dico altro.

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Il “politicamente corretto”, vera dittatura dei nostri tempi

Un tempo i regimi assolutistici, ossia le dittature, utilizzavano mezzi brutali per affermare il proprio potere: violenze fisiche di ogni genere contro i dissidenti, deportazioni, processi farsa con successive condanne a morte, chiusura di giornali e fonti di informazione contrarie al potere costituito, clima di terrore imposto con la forza delle armi. Oggi, con la diffusione dei mass-media e, più di recente, del web e dei social, di tutti questi orrori non c’è più bisogno: basta far passare determinate idee o concetti, ripeterli all’infinito per farli ben assimilare a tutti, mettere in ridicolo o colpevolizzare chiunque si oppone, e il gioco è fatto. Non c’è bisogno di usare la forza fisica, dacché si è capito che la persuasione lenta e costante, che opera un graduale e micidiale lavaggio dei cervelli, è un mezzo ben più efficace per comprimere le coscienze individuali ed ottenere la massificazione del pensiero. E se di questo si erano accorti Popper e Pasolini già alcuni decenni fa, oggi il fenomeno è ancor più evidente e drammatico nella sua potenza di coercizione psicologica. La manipolazione del pensiero individuale non si ottiene più con il manganello e l’olio di ricino come avveniva nel 1922, ma ripetendo ogni giorno, ossessivamente, per mezzo della tv e dei social, determinati concetti che lentamente ma inesorabilmente convincono tutti o quasi della loro validità: si sa che anche le bugie, se ripetute all’infinito e accolte dalla maggioranza delle persone, diventano verità. Tanto più quando tanti cittadini, incapaci di avere un pensiero autonomo, si affidano ai mass-media per regolare la loro vita: più volte ho dovuto sentire, in questo periodo di epidemia di Covid-19, persone terrorizzate dal virus ripetere frasi come “L’ha detto la televisione!”, quasi che in televisione ci fosse il Messia che predica il Vangelo e non ci fossero invece persone spesso incompetenti ed in cerca solo di guadagno e di visibilità personale, anche tra i cosiddetti “scienziati” e virologi profeti di sventura. Così l’obiettivo di piegare le masse al pensiero unico viene ottenuto molto meglio che con la coercizione e la violenza fisica. Ma non possiamo più dire di vivere in una democrazia, perché di fatto siamo sotto una dittatura: insinuante, strisciante, subdola, ma pur sempre una dittatura.
Quello che viene chiamato adesso “politicamente corretto” è in realtà un pensiero unico imposto dai mezzi di informazione non con la forza fisica, ma con quella mediatica. E’ sostenuto da sempre da una parte politica, la sinistra, che ha ormai perduto il consenso delle masse e si rifugia quindi, per abbattere gli avversari, nella presunta tutela delle minoranze e delle categorie sociali apparentemente più deboli. In linea di principio la difesa di queste categorie (i disabili, gli omosessuali, gli immigrati ecc.) sarebbe sacrosanta, ma non lo è il modo con cui questa azione è condotta dalla torbida alleanza tra l’ideologia di sinistra ed il fondamentalismo cattolico, un tempo nemici giurati e adesso alleati inseparabili. In pratica la difesa delle minoranze è diventata un mero pretesto per abbattere il dissenso e lo scopo è stato ottenuto sia con la manipolazione del linguaggio per cui certe parole come “negro”, da sempre usate anche da chi non aveva nessuna intenzione denigratoria o discriminatoria, sono state messe al bando, sia con una pervicace e martellante campagna mediatica che non è stata solo difensiva, ma anche e spesso offensiva contro tutti coloro che non si adeguavano al pensiero unico e avevano la pretesa di ragionare in modo autonomo. In pratica gli avversari del “politicamente corretto” sono stati presi di mira e confinati nel ghetto dei reietti della società mediante etichette terminologiche che venivano e vengono appiccicate a chiunque si azzardi ad esternare idee e motivazioni diverse da quelli del pensiero clerico-marxista: così chi fa presente che l’eccessivo numero di stranieri in Italia provoca problemi di ordine economico o di ordine pubblico è “razzista”; chiunque difenda la famiglia tradizionale formata da un uomo e una donna è “omofobo”; chiunque si permette di dubitare delle “verità” della televisione e ritiene che ci venga nascosto qualcosa per interesse di qualcuno è “complottista”, e via dicendo. Diffondendo in modo capillare questo pensiero unico e convincendo della sua validità la maggior parte delle persone, si ottiene l’effetto desiderato: quello cioè di emarginare il dissidente, di farlo ritenere quasi un appestato, un rifiuto della società, di isolarlo umanamente e socialmente. Ciò che ne deriva è analogo a quello che Hitler e Stalin volevano ottenere quando mandavano i dissidenti nei campi di concentramento e nei gulag; e se oggi i gulag materiali con le torture fisiche ed il filo spinato non esistono più, esistono però quelli virtuali in cui viene di fatto confinato chi non si adegua alla mentalità massificatrice della maggioranza. Anzi, c’è persino il rischio che chi ha un’idea personale si senta inadeguato, si colpevolizzi per questa sua condizione di dissidente e magari, come diceva Nietzsche, “vada al manicomio da solo”.
Ma i mezzi che le lobby del politicamente corretto impiegano per affermare il proprio potere non sono soltanto persuasivi e perseguiti mediante l’uso distorto della tv e dei social, sono anche coercitivi in alcuni casi, quando forse la loro volontà di dominio rischierebbe di non avere pieno successo. Così, quando c’è il sospetto che la resistenza sia ancora troppo forte, si ricorre al braccio violento della legge. E’ questo il caso del disegno di legge Zan-Scalfarotto contro la cosiddetta “omofobia”, che commina addirittura il carcere a chiunque si opponga alle unioni gay, alle adozioni di bambini da parte di queste persone, a chiunque cioè voglia avvalersi dell’art. 21 della Costituzione che garantisce la libertà di pensiero e di opinione. Se questa legge sarà approvata si rischierà di essere incriminati se diremo che l’unica vera famiglia è quella tradizionale o se ci mostreremo contrariati di fronte allo spettacolo di due persone dello stesso sesso che si fanno effusioni per la strada. Questa non è coercizione, non è dittatura? A me pare di sì, perché quando si impedisce con la forza e la minaccia del carcere a qualcuno di assumere determinate posizioni o esprimere le sue convinzioni non si può più parlare di libertà. Dicono di voler combattere la violenza contro i gay? Ma per quello esistono già delle leggi adeguate, basterebbe applicarle. Per il resto, non vedo perché dare un pugno ad un gay, azione riprovevole e condannabile, dovrebbe essere più grave e meritare una pena più pesante di quella dovuta per un pugno dato ad una persona non gay. Sempre di un pugno si tratta, a chiunque venga dato; ma ciò diventa un pretesto per reprimere il libero pensiero, per impedire a chi non si allinea all’ideologia di massa di esprimere il proprio dissenso. Da tutto ciò (ma non solo, anche dal modo in cui questo governo ha gestito l’emergenza sanitaria, dall’operato della Magistratura e da altro ancora) io ricavo l’assoluta certezza che la democrazia in Italia è ormai solo un lontano ricordo, perché in uno Stato in cui chi dissente dal pensiero comune viene ridicolizzato, emarginato e persino minacciato del carcere non è più lecito neanche pronunciare la parola “libertà”.

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Ritorno a scuola a settembre

Si fa un gran parlare in questi giorni di come dovrà essere gestito il ritorno a scuola a settembre per il prossimo anno scolastico, dopo l’emergenza Covid-19. Le proposte fin qui avanzate dal ministro e dagli “esperti” che lo coadiuvano mi sembrano tutte improponibili o addirittura assurde: lasciando stare quella di separare i banchi con il plexiglas, che è un’autentica sciocchezza, anche le altre però non brillano per originalità e soprattutto per efficacia. Occupare spazi esterni agli edifici scolastici è possibile solo in minima percentuale, perché molti istituti sono ubicati in strutture vecchie, a volte non hanno neanche la palestra e non ci sono nelle vicinanze altri edifici disponibili. Fare i turni non elimina il problema degli assembramenti, perché comunque molti studenti si troverebbero ad entrare a scuola e ad uscirne negli stessi orari, ed inoltre c’è un’altra difficoltà ancora maggiore: nelle scuole di provincia, dove la maggior parte degli alunni è pendolare, gli orari dei trasporti sono fissi e non ci sono i fondi per istituire corse aggiuntive che ovviamente avrebbero un costo non indifferente; peraltro tutti dovrebbero sapere che l’Italia non è solo Milano, Torino, Roma e Napoli, ma esistono tanti piccoli centri che debbono essere serviti con ferrovie e autolinee, i cui orari non si possono spostare a piacimento. Distanziare semplicemente i banchi di due metri è una soluzione altrettanto fasulla, sia perché gli assembramenti si formerebbero comunque (v. la ricreazione, l’entrata e l’uscita ecc.) sia perché ci sono scuole che non avevano spazi sufficienti nemmeno prima dell’epidemia, figuriamoci dopo.
Altra proposta, avanzata in riferimento soprattutto alle scuole superiori, è quella di perpetuare la didattica a distanza, per cui le classi verrebbero divise a metà e gli studenti si alternerebbero andando fisicamente a scuola tre giorni alla settimana e seguendo negli altri tre le lezioni da casa. Ma i tanto deprecati assembramenti si formerebbero anche con la presenza di metà degli studenti di ogni classe, ed inoltre – e questa è la maggiore difficoltà – il lavoro a distanza non è paragonabile per partecipazione ed efficacia a quello svolto in presenza, ma costituisce solo un palliativo da utilizzare limitatamente alle situazioni di vera emergenza. Come si è visto da quel che accaduto in questi mesi (dai primi di marzo, quando sono state chiuse le scuole in tutta Italia, fino ad oggi) i professori hanno dovuto organizzarsi e lavorare molto di più di quanto facevano prima, con buona pace dei soliti ignoranti che li accusano di essere fannulloni, per ottenere risultati molto inferiori: se è vero infatti che una lezione di storia, di letteratura o di scienze teoriche si può tenere anche on line, non è la stessa cosa per gli esercizi, gli esempi, le letture dei testi, la cui effettiva validità didattica è controllabile solo con la presenza fisica del docente. E tanto più ciò vale per le verifiche: interrogazioni, elaborati e test effettuati on line non danno nessuna garanzia di avere la benché minima attendibilità, perché gli studenti a casa possono copiare ciò che vogliono o farsi suggerire liberamente da altre persone della famiglia, senza che i professori si accorgano di nulla. La promozione generalizzata di tutti gli alunni, che da molti è stata criticata, era invece l’unica conclusione possibile dell’anno scolastico, un anno in cui non era minimamente verificabile la reale preparazione degli studenti. Forse si potevano bocciare coloro che non hanno seguito le lezioni on line e se ne sono andati per i fatti loro, ma come dimostrarlo? Le scuse avrebbero potuto essere tante: “Avevo il computer guasto”, “La connessione non funzionava”, “Non ho la webcam” e altre amenità del genere, che sono banali ma che senza dubbio avrebbero fatto vincere alle famiglie qualunque ricorso.
Ed allora, constatato che la didattica a distanza è efficace solo molto parzialmente e non può sostituire quella in presenza, e considerato pure che gli studenti dovranno recuperare la mancata preparazione che ha riguardato in questi mesi anche i più bravi (figuriamoci gli altri!), non è pensabile poter replicare un anno scolastico come quello passato, se non vogliamo che le lacune diventino talmente estese da non potersi più colmare. Va bene che di ignoranza ce n’è già tanta, ma proprio per questo è necessario porvi un argine, finché si è in tempo. E allora cosa fare? La cosa più semplice e naturale, secondo me: tornare a scuola normalmente, come prima dell’epidemia, e dedicare almeno un mese al recupero dei contenuti non assimilati o approfonditi quest’anno. E perché faccio questa proposta, che può sembrare azzardata? Perché di fatto l’epidemia è finita, come ci dicono i dati giornalieri che – loro malgrado – quelli della Protezione civile sono costretti ad emettere. Illustri scienziati e virologi ci dicono che da noi ormai il virus non dà più gli effetti gravi di prima, oggi si ammalano pochissime persone e con una carica virale trascurabile, tanto è vero che dovunque le misure di sicurezza di fatto si stanno allentando, quando non sono già state eliminate del tutto. Ogni epidemia segue una parabola, prima ascendente e poi discendente, ed oggi siamo arrivati al termine della discesa, almeno qui in Italia; la circolazione del virus è ormai limitatissima e pressoché innocua, e quindi sussistono le condizioni per riprendere una vita normale, sia nella scuola che altrove. Continuare a diffondere la paura, paventare una “seconda ondata” senza nessuna prova, insistere con cautele ormai inutili è vero e proprio terrorismo psicologico, che qualcuno continua ad esercitare – a mio giudizio – per interessi personali che non voglio qui ripetere perché ne ho già parlato negli articoli precedenti. Quando il pericolo è reale son giuste le cautele e le misure di sicurezza; ma quando questo pericolo non c’è più è sciocco continuare a vivere nel terrore e a bloccare attività essenziali come la scuola, che altri paesi con governi più intelligenti del nostro hanno già provveduto a riaprire.

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Il governo del nulla

In un periodo normale della nostra storia, che sia l’epoca dei governi liberali del XIX secolo o la cosiddetta “prima Repubblica” durata dal 1946 al 1993, chi stava all’opposizione poteva avere tutte le sue buone ragioni per lamentarsi delle decisioni del governo, poteva criticarlo, fare proposte alternative; ma da entrambe le parti, governo e opposizione, c’era il sostegno di un’ideologia, di una cultura, di una precisa visione della realtà. Persino durante la dittatura fascista chi governava aveva una logica, dei progetti; era una logica autoritaria, mancava la democrazia, ma non si poteva negare che i provvedimenti presi avessero una loro razionalità. Oggi invece siamo di fronte ad un governo formato da persone incapaci e totalmente incompetenti, che non agiscono secondo un progetto preciso ma secondo l’umore del momento, ondeggiando come tante banderuole e cambiando idea da un giorno all’altro, in modo irresponsabile, in pratica senza sapere neanche cosa stanno facendo. In questo caso è difficile anche fare opposizione, perché non si sa a cosa opporsi: dove manca la logica, l’intelligenza, la coerenza, dove si agisce a caso nella più totale ignoranza di quelli che sono i veri problemi del Paese, è difficile anche trovare formule alternative. Contro il nulla, purtroppo, non si può combattere. Se questi individui avessero un briciolo di dignità si dimetterebbero immediatamente e manderebbero il Paese alle elezioni, ma si guardano bene dal farlo, perché l’attaccamento al potere e alle poltrone è troppo forte anche per chi sa di essere un incapace e di occupare abusivamente il posto che occupa.
Il periodo in cui viviamo, purtroppo, non ha più ideologie; ma questo non sarebbe un male se al loro posto vi fosse comunque una cultura politica, o almeno una competenza tecnica ad affrontare certi problemi. Il guaio è che l’incultura, l’incompetenza, la superficialità del nostro tempo, che vediamo così ben rappresentata da una televisione obbrobriosa che diffonde ovunque falsi valori e falsi ideali (la bellezza esteriore, il facile successo, il denaro ecc.) è arrivata anche in politica e ci sta governando. E tutto ciò è iniziato da quando è arrivato al potere il Movimento Cinque Stelle, un partito nato contro il sistema e che poi è diventato sistema a sua volta, un partito che esaltava l’onestà (che è pur sempre un valore, intendiamoci) a danno della competenza e della cultura: in pratica, per i seguaci del buffone genovese, per amministrare lo Stato non serviva avere una preparazione specifica ed un’adeguata cultura, ma era sufficiente essere cittadini comuni, purché onesti. Questa aberrazione di fondo ha dato origine alla penosa situazione attuale: sono arrivati al governo personaggi imbarazzanti per la loro nullità e per la loro crassa ignoranza, che una volta messi di fronte ai problemi reali del Paese non hanno più saputo a che santo votarsi, e perciò si barcamenano invocando l’aiuto delle “task-forces” come ragazzini impauriti dall’interrogazione che cercano il suggerimento dei compagni. Uno spettacolo penoso, una vergogna per una nazione che ha dato al mondo Dante, Michelangelo e Galileo ed oggi si trova ad essere governata da Bonafede, Azzolina e Rocco Casalino, “er mutanda ” del Grande Fratello. Chi ha votato per queste persone nel 2018 lasciandosi attrarre dallo specchietto per le allodole del reddito di cittadinanza ha oggi la responsabilità del nulla in cui siamo caduti e che ci fa vergognare di essere italiani. Il quadro si è poi completato con l’indegno comportamento del PD, che per amore delle poltrone si è abbassato ad un penoso inciucio con chi l’aveva insultato e sbeffeggiato per dieci anni. Gente senza dignità, senza orgoglio e senza valori che non siano quelli del potere e del guadagno.
E poi, al centro di questo governo del nulla c’è lui, Giuseppi, colui che pur di stare sulla poltrona e pavoneggiarsi in TV si sarebbe messo anche con Belzebù. Questo personaggio, un avvocatucolo pugliese qualunque pescato da Di Maio e dai 5 stelle si è ritrovato di punto in bianco al centro dell’attenzione e si è montato la testa come nessun altro prima di lui aveva fatto, neanche Mussolini. Ha cominciato a fare le sue comparsate in TV, tutto bello azzimato, dando prova di essere perfettamente partecipe di quell’incompetenza e di quella fumosità tipica del partito che l’ha messo al potere. Trovandosi ad affrontare una situazione difficile, l’epidemia del Covid-19, ha compiuto un errore sopra l’altro, prima sottovalutando e poi sopravvalutando il problema, arrogandosi tutti i poteri e giocando con la vita dei cittadini come fossero suoi schiavi ( vogliamo ricordarci i vari “noi non permetteremo”, “noi non consentiremo”?). Poi adesso, passata la fase più critica dell’epidemia, quando avrebbe dovuto pensare a come rimediare ai danni che lui stesso aveva provocato bloccando per oltre due mesi tutta la produzione industriale (cosa che altri Paesi guidati da persone intelligenti non hanno fatto) ha continuato le sue comparsate narcisistiche in tv annunciando “una potenza di fuoco” e promettendo mari e monti quando ad oggi, a metà giugno, tanti lavoratori autonomi e dipendenti non hanno ancora ricevuto una lira. Con una vergogna di questo genere sulle spalle questo individuo non si è dimesso scusandosi per la propria totale incompetenza, come qualsiasi persona normale dotata di un minimo di dignità avrebbe fatto, ma ha convocato i cosiddetti “stati generali” dell’economia, una sfilata di moda costosa e inutile al solo scopo di farsi ancora una volta pubblicità personale. Una provocazione, un insulto a tutti i cittadini onesti che soffrono per gli errori di un governo indegno di chiamarsi con questo nome.
A questo punto io mi chiedo: fino a quando durerà la pazienza degli italiani, umiliati, depauperati e sbeffeggiati da questo Narciso e dalla sua banda di incompetenti? Se una situazione così fosse accaduta in un paese normale, già costoro sarebbero stati cacciati a furor di popolo. Ma noi, abituati da secoli a chinare il capo di fronte alla prepotenza e all’arroganza del potere, neanche questa volta siamo capaci di ribellarci. Non ci siamo ribellati quando c’erano i Franchi e i Longobardi, gli Angioini e gli Aragonesi, la Francia e la Spagna, gli austriaci e i Borboni, che nella loro protervia avevano pur tuttavia una razionalità ed una precisa organizzazione; perciò è inutile sperare che ci si ribelli adesso, quando il nulla è salito al potere e quando una dittatura strisciante, molto peggiore della dittatura proclamata, si è travestita da democrazia.

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