La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

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Viaggio a Londra

In questi pochi giorni di vacanze pasquali, ormai da vari anni ho l’abitudine di fare un viaggio di turismo culturale, di solito per visitare luoghi celebri o capitali europee. L’anno scorso toccò a Monaco di Baviera, su cui pochi giorni dopo scrissi un post intitolato “Viaggio in Germania” ed espressi le mie impressioni su quel paese, o almeno sulla zona che avevo visitato. Quest’anno è toccato a Londra, una delle città più famose del mondo ma da me sconosciuta, perché non c’ero mai stato prima di adesso; e siccome alcuni aspetti di essa mi hanno colpito, vorrei brevemente parlarne in questo post.
La prima cosa che impressiona il visitatore a Londra è la perfetta organizzazione dei trasporti. La metropolitana è molto efficiente, passano treni ogni due minuti circa e collegano, con una fitta rete di linee e di coincidenze, tutte le zone centrali e periferiche della città; l’utilizzo di questo mezzo è certamente il modo più veloce per spostarsi, benché esistano anche i mezzi di superficie, come i famosi bus rossi a due piani, che sono anch’essi molto efficienti. Il traffico veicolare è abbastanza disciplinato, tutti rispettano i semafori e le norme della circolazione.
A questo aspetto positivo se ne affianca però uno negativo, almeno per noi italiani: i prezzi molto alti dei trasporti, visto che per tre giorni io e mia moglie abbiamo speso, per utilizzare la metro, l’equivalente di oltre 100 euro. Il problema dei costi, comunque, riguarda ogni aspetto della vita e non solo i trasporti: altissimo è il prezzo degli affitti, tanto per fare un esempio, e altrettanto può dirsi per gli acquisti più comuni e per gli alberghi, carissimi anche se spesso di bassa qualità. E’ vero però che gli stipendi, pagati in sterline (pounds) sono mediamente molto più alti dei nostri, e la mancanza dell’euro non costringe la Gran Bretagna, cosa che avviene invece a noi, a dover seguire altri paesi per la politica monetaria, nel senso che gli inglesi possono battere moneta e interferire con il valore della sterlina in modo da regolare il bilancio tra importazioni ed esportazioni.
Nonostante i prezzi elevati e la necessità di pagare praticamente ogni cosa, c’è però a Londra una lodevole eccezione: i luoghi d’interesse culturale, ed in particolare i musei, sono gratis. Questo avviene in pochi paesi ed è certamente motivo di plauso che va riconosciuto: la visita al British Museum che abbiamo compiuto, infatti, e che ci ha impegnati per quasi un giorno intero, è avvenuta senza dover spendere un centesimo. Beati gli inglesi, che si possono permettere di coprire i costi ingenti del mantenimento e cura dei propri monumenti senza chiedere contributi ai visitatori! Per il resto, oltre ai musei, Londra offre tutta una serie di monumenti, di chiese, di parchi naturali di notevole interesse.
Un’altra cosa che mi ha colpito è l’estrema varietà della popolazione, nella quale sono comprese praticamente tutte le etnie conosciute al mondo: europei, asiatici, afro e sud americani, persone di colore si muovono liberamente, e con ritmo frenetico, per la città, facendo comprendere a tutti come ormai l’Europa veda prosperare una società multiculturale e multietnica, senza che vi siano – almeno apparentemente – discriminazioni. E se pensiamo che la presenza degli stranieri sia elevata in Italia significa che non abbiamo visto cosa avviene altrove: a Londra, almeno a quanto ho potuto constatare, gli europei e gli inglesi in particolare sono in minoranza rispetto alle altre etnie, specie quelle asiatiche: nel quartiere dove abbiamo alloggiato, infatti, la gran maggioranza delle persone erano indiani, pakistani e cinesi, molto rare invece quelle con la pelle bianca.
In questa società multietnica londinese molti ed anzi moltissimi sono gli italiani, che abbiamo incontrato in gran quantità. Escludendo i turisti come noi, che pure nel periodo di Pasqua sono tanti, un gran numero di nostri connazionali vive stabilmente a Londra esercitando tutta una serie di occupazioni che vanno dal garzone di bottega al cameriere, dal gestore di ristorante al fattorino, fino al manager o all’uomo d’affari che vive e lavora nella City, uno dei centri della finanza mondiale. Però di italiani con mansioni di prestigio e con alti guadagni ce ne sono pochi; la maggioranza dei nostri connazionali sono purtroppo dei giovani che, per trovare quel lavoro e quel benessere che non potevano avere in Italia, sono emigrati a Londra e ci vivono da anni, riuscendo a sopravvivere dignitosamente a causa delle molte opportunità lavorative che questa metropoli riesce ad offrire. Parlando con dei giovani italiani che lavorano nei ristoranti e nei bar, mi sono molto rattristato, perché giudico ingiusto e vergognoso che un Paese come il nostro, uno dei più belli al mondo, non sia in grado di offrire lavoro ai propri cittadini, costringendoli a cercare scampo all’estero. Poiché io non mi sono mai vergognato di essere italiano, ed anzi ne sono orgoglioso, vorrei però che gli italiani non fossero costretti ad una nuova emigrazione che ricorda quella degli ultimi decenni dell’800 e dei primi del ‘900, quando i nostri connazionali partivano con la valigia di cartone in cerca di fortuna e spesso venivano male accolti e mal trattati dagli stranieri. Oggi questo problema è molto attenuato, visto che viviamo in una società multirazziale e non c’è più il rischio di vedere scritto in un locale “proibito l’ingresso ai cani ed agli italiani”, come purtroppo è accaduto in altri tempi; ma il giovane italiano che si reca all’estero ha comunque difficoltà ad inserirsi, ad imparare la lingua, ad essere considerato alla pari dei cittadini del paese ospitante. E poi è umanamente ingiusto che un ragazzo o una ragazza debbano staccarsi dalla propria terra, dalla propria famiglia, dai propri affetti, per trovare lavoro all’estero; a me piacerebbe invece che ciascuno potesse vivere e restare nel proprio paese e che andasse all’estero solo per turismo o perché lo desidera, non perché vi è costretto da una situazione economica difficile e soprattutto mal gestita. Mi auguro che le cose cambino in fretta e che l’economia possa ripartire, di modo che i nostri giovani possano mettere le proprie idee, la propria cultura e le proprie forze al servizio della loro patria, senza arricchire paesi stranieri che non hanno contribuito affatto alla loro formazione.

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Ancora sulle traduzioni e la seconda prova del Classico

Fino a poco tempo fa credevo di essere il solo a pormi il problema dell’impellente necessità di modificare radicalmente la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, una scuola che continua a perdere iscritti anche perché non c’è mai stata, da parte del Ministero dell’istruzione, la volontà di adeguarla alla realtà attuale e soprattutto alle reali capacità ed attitudini degli studenti di oggi; è infatti assurdo, controproducente e persino crudele, a mio avviso, non volersi rendere conto del fatto che l’esercizio di traduzione dal greco e dal latino, raffinatissima prova d’ingegno, non è più alla portata dei nostri studenti del 2015 (tranne poche e lodevoli eccezioni), e continuare pervicacemente a pretendere che questi sventurati, all’esame di Stato, traducano in italiano corretto e magari elegante lunghi brani di Aristotele, Platone, Seneca, Tacito ecc., che creano problemi anche a esperti filologi, è pura follia, per non dire stupidità. Anzi, io ho pensato più volte che i signori ispettori ministeriali che scelgono questi brani siano in malafede, vogliano cioè a tutti i costi danneggiare il Liceo Classico e spingere i giovani a fare altre scelte scolastiche, perché non è credibile che persone esperte e con ruoli dirigenziali non si rendano conto che stanno pretendendo l’impossibile. Perché gli altri Licei, in particolare lo Scientifico, hanno visto cambiare più volte la tipologia della loro seconda prova d’esame, mentre al Classico siamo rimasti al 1923, alla riforma Gentile, senza cambiare una virgola? Eppure la società, in questo periodo, mi sembra che un po’ sia cambiata, specie dal punto di vista dell’istruzione, della formazione dei giovani, delle fonti di cultura ecc. ecc. Che non se ne siano accorti mi pare poco credibile, per cui alla fine il sospetto ti viene, cioè che la cosa sia fatta apposta per affossare il Liceo Classico e favorire altri ordini di scuole.
Quando ho scritto il precedente post sull’argomento non ero a conoscenza dell’articolo dell’illustre latinista Maurizio Bettini (direttore del Centro “Antropologia del mondo antico” dell’Università di Siena) apparso su “Repubblica” il 5 marzo scorso. Non è neanche lontanamente ipotizzabile che uno studioso di questo livello non conosca il mondo classico o non si renda conto dell’importanza delle lingue antiche; ed infatti egli non nega questo, ma aggiunge che vi sono altri aspetti nello studio dell’Antichità che hanno un’importanza almeno pari: c’è la storia della letteratura, la filosofia, la civilizzazione, l’antropologia e via dicendo, conoscenze che oltretutto resteranno nella memoria dei ragazzi molto più di verbi, aggettivi ed ablativi assoluti, che col tempo sono destinati ad essere comunque dimenticati. Perché allora non richiedere agli studenti, in occasione dell’esame, QUESTE conoscenze, anziché limitarsi al solo aspetto linguistico? Ci sono alunni bravissimi in storia letteraria, storia dell’arte, filosofia ecc., ma che non riescono a tradurre in modo accettabile. Perché dunque penalizzarli e costringerli ad un esercizio unico e insindacabile qual è la traduzione imposta dal Ministero? Perché non sostituire la seconda prova scritta con un’analisi del testo ad esempio, o con un questionario di tipo letterario e storico-artistico, o altro che dir si voglia? E se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, la si potrebbe proporre in alternativa ad altri esercizi, in modo che possa essere scelta da quei pochi o pochissimi che ancora intendono votarsi a questo tipo di sacerdozio. Questo propone Bettini, ed io sono totalmente in sintonia con lui, anche se ho cominciato molto prima di lui a sostenere questo punto di vista, ed ho cercato anche, al proposito, di trovare contatti con i funzionari ministeriali preposti all’organizzazione delle prove d’esame.
Perché trovo assurdo e disumano costringere migliaia di giovani a questo esercizio, che si fonda solo ed unicamente sulle conoscenze linguistiche? Perché, insegnando da oltre trent’anni latino e greco in un triennio di un Liceo Classico, ho potuto seguire per tutto questo tempo l’evoluzione degli studenti e del loro rendimento. Quando andavamo a scuola noi si studiava latino alle medie, si imparavano alla scuola primaria tutte le strutture dell’italiano: analisi grammaticale, logica e del periodo erano un “trio” che tutti ben conoscevamo. Oggi, per vari motivi che sono ormai noti, questo non avviene più. Allora l’unico strumento di cultura erano i libri, mentre adesso i giovani apprendono da internet, con i tablets, gli smartphones ecc., strumenti che non richiedono più capacità di ragionamento autonomo, ma forniscono le informazioni già bell’e pronte, così come le calcolatrici risolvono ogni tipo di operazione matematica, senza che ai ragazzi venga più richiesto di usare il cervello. Cosi, come non sanno più le tabelline, non sanno più neanche le strutture dell’italiano e sono quindi lontani anni luce dal saper tradurre decentemente dal latino e dal greco; e ciò avviene non perché i ragazzi di oggi siano meno intelligenti di come eravamo noi, ma perché esercitano e sviluppano altre qualità mentali, non più quelle su cui si fondava la nostra formazione di persone di mezzo secolo fa. E’ quindi necessario che la scuola cambi e che si dica finalmente che il re è nudo, anziché continuare all’infinito con i compromessi e le ipocrisie: la realtà, checché se ne voglia dire, è che la traduzione dal latino e dal greco è oggi divenuta un lavoro da esperti filologi, non più da semplici studenti. Sarebbe ora che tutti – docenti e Ministero dell’istruzione – riconoscessimo questa realtà, e ciò permetterebbe di evitare fenomeni sconcertanti e vergognosi come quelli che si verificano agli esami, dove certi professori fanno la versione al posto degli studenti, gliela passano e così risolvono il problema. Io mi sono sempre rifiutato di prostituire in questo modo la mia dignità professionale, ho dato solo indicazioni generali sul testo ed ho corretto gli elaborati con gli stessi criteri con cui correggo quelli svolti durante l’anno. Il risultato, però, è stato che i miei alunni hanno avuto all’esame i voti più bassi di tutta la provincia; il che mi dispiace, ma non sono disposto a scendere a squallidi compromessi come quello sopramenzionato. Purtroppo certi colleghi non la pensano così, e non solo fanno la versione all’esame al posto degli alunni, ma accettano anche che durante i normali compiti in classe essi scarichino la versione da internet con il cellulare, un fatto gravissimo e intollerabile che ormai si verifica dappertutto. Ora io dico: anziché scendere a questi sconci compromessi, non è meglio smettere di sottoporre gli alunni all’esercizio di traduzione, ormai del tutto estraneo alle loro capacità? Esistono altre competenze e conoscenze, altrettanto importanti, che è possibile verificare in modo altrettanto oggettivo ed eliminando anche il triste fenomeno delle copiature, giacché su internet non può trovarsi la risposta ad ogni quesito che un docente esperto può richiedere ai propri studenti.
Anticipando la più scontata obiezione al mio ragionamento voglio chiarire che, proponendo la modifica della seconda prova d’esame, io non intendo affatto auspicare la fine dello studio delle lingue greca e latina, che deve proseguire, specie nei primi due anni di corso (il Ginnasio), perché è indispensabile per l’analisi dei testi d’autore normalmente presenti nei programmi didattici del triennio liceale. Questa analisi deve comunque avvenire sotto la guida del docente, che affronterà la lettura dei classici (Catullo, Lucrezio, Virgilio, Omero, Platone ecc.) anche, ma non esclusivamente, basandosi sugli elementi formali (lingua, stile, metrica, retorica ecc.), che per gli antichi non erano certo ornamenti, ma elementi costitutivi e fondanti dell’opera letteraria e della sua valutazione estetica; ma non è un’attività, questa, che i ragazzi possano affrontare da soli, come dimostra il fatto che ormai nessuno o quasi traduce più autonomamente brani di greco o latino assegnati dal docente, perché tutti (o quasi) vanno su internet e scaricano la traduzione. Perché dunque volersi coprire ancora gli occhi alla realtà? Vorrei che qualcuno me lo spiegasse con argomenti decisivi, non come fanno certi romantici sostenitori della torre d’avorio degli studi linguistici come la scrittrice Paola Mastrocola, che su “Il Sole 24 ore” ha replicato a Bettini sostenendo la necessità di mantenere l’esercizio di traduzione a tutti i costi. La signora sarà anche una brava scrittrice (preferisco, al proposito, non esprimere il mio parere) ma nella scuola deve avere poca esperienza, benché si definisca “un’insegnante”; perché se fosse ancora a contatto con i ragazzi di oggi, tutti persi su Facebook, Twitter, Ask e capaci non più di tradurre ma solo di scaricare le versione già fatte e copiare i compiti con il cellulare, forse cambierebbe idea. Il Liceo che la Mastrocola ha in mente è ormai un sogno, una pura illusione; la realtà è ben diversa e ad essa, volenti o nolenti, ci dobbiamo adeguare.

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Perché dico no alle gite scolastiche

Primavera: è tempo di gite scolastiche, o meglio, come le chiamano adesso per nasconderne il carattere ludico, di “viaggi di istruzione”. In ogni scuola gli alunni sono trepidanti e ansiosi di partire, perché per loro la “gita” rappresenta un momento di assoluta libertà, non solo dagli impegni scolastici ma anche dalla sorveglianza dei genitori; invece i poveri docenti che, nonostante le enormi responsabilità che si assumono, hanno deciso di accompagnare gli alunni nel viaggio, si sentono anch’essi in preda all’ansia, ma per un altro motivo: il timore cioè che durante il viaggio accada qualcosa di spiacevole a causa del comportamento degli studenti. E’ ben noto infatti, ed è inutile nascondercelo, che non basta l’aver cambiato nome alle gite scolastiche per eliminare o ridurre i rischi ad esse connessi o per limitare il coinvolgimento dei docenti, i quali, secondo le norme esistenti, portano tutta intera sulle loro spalle, per 24 ore su 24, la responsabilità civile e penale di quanto può succedere. Per i ragazzi invece la gita è un’occasione di “sballo”, nella quale la trasgressione, carattere genetico dei giovani di tutte le generazioni, diventa la normalità: durante il giorno si visitano i musei, le pinacoteche, i monumenti ecc., e certo nessuno si rifiuta di rendere omaggio a quello che è il contenuto culturale di queste iniziative. Ma la notte? Gli studenti ovviamente vogliono uscire dall’albergo che li ospita, frequentare “pubs”, birrerie e discoteche, e spesso i docenti si sottopongono di buon grado a questo supplizio di doverli accompagnare in questi luoghi famigerati, con la promessa di tornare in albergo ad una certa ora. Solo che spesso gli studenti, anche dopo l’ora del ritiro, escono di nuovo di nascosto agli insegnanti che, poveretti, avranno almeno il diritto di dormire qualche ora. O no? E spesso in queste uscite clandestine fanno uso di alcool o peggio, e si espongono anche a pericoli, perché si trovano in città che non conoscono e a contatto con persone di cui non sanno le vere intenzioni. Ma anche coloro che restano in albergo possono provocare problemi con i gestori per il troppo rumore che fanno, o esporsi anche lì a pericoli magari saltando sui cornicioni per passare da una camera all’altra dopo il “coprifuoco” all’ora stabilita. E di tutto ciò le conseguenze, a volte anche drammatiche, ricadono sui docenti accompagnatori, non difesi né sostenuti da nessuno, né dalla legge (che è tutta contro di loro), né tantomeno dai genitori degli alunni, che molto spesso, quando vengono a conoscenza delle malefatte compiute in gita dai loro figli, si affannano a difenderli, a dire che sono stati trascinati dai cattivi compagni e che, se pur hanno combinato qualche pasticcio, non è poi così grave da meritare una punizione; qualcuno anzi si spinge persino a dire che se gli studenti, durante il viaggio, si sono comportati male, la colpa è dei professori che non li hanno sorvegliati abbastanza, come se spettasse a costoro, e non alla famiglia, trasmettere ai ragazzi i più elementari princìpi della correttezza e dell’educazione.
Per questi motivi, ma soprattutto per la gravissima responsabilità civile e penale che i docenti si assumono quando accompagnano le gite, io ho deciso ormai da molti anni di non parteciparvi a nessun titolo, fatta eccezione per qualche uscita giornaliera che non comporti il pernottamento fuori sede, che pure è sufficiente per visitare luoghi di interesse artistico e culturale di cui il nostro Paese è ricco in ogni sua parte. Mi sembrerebbe anzi opportuno, considerati i problemi che ne derivano, che tutte le scuole abolissero i cosiddetti “viaggi di istruzione”, almeno fino a quando gli studenti non si mostrino maturi e consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Va anche detto, del resto, che la “gita” scolastica non ha più la funzione che aveva molti anni fa, quando costituiva per un giovane forse l’unica occasione per uscire dal paesello in cui abitualmente viveva; oggi, al contrario, i giovani hanno tante possibilità di viaggiare, con le famiglie e con gli amici, e non c’è quindi alcun bisogno che le scuole si accollino questi oneri e queste responsabilità che possono condurre i docenti anche a trovarsi in seri guai giudiziari. Se gli studenti vogliono viaggiare senza controlli e senza regole, lo facciano da soli, si prendano del tutto le loro responsabilità senza coinvolgere altre persone che già hanno abbastanza problemi per conto loro. Abolire le “gite”, inoltre, sarebbe un atto di coraggio e di protesta dei docenti assai più efficace dello sciopero, diventato ormai uno strumento di lotta obsoleto e, nel nostro caso specifico, inutile.

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La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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Guai a chi tocca la scuola!

Dopo la generica presentazione di domenica scorsa, siamo in attesa di conoscere le decisioni del Governo sulla scuola, che dovrebbero essere presentate al Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo. Nel frattempo la discussione si è accesa sui giornali e sui siti web, ed i giudizi che si sentono esprimere sono per lo più negativi, espressi però prima di conoscere nel dettaglio il progetto governativo della riforma. Così su due piedi, in base a quanto circolato finora, anch’io ho forti perplessità a riguardo, concernenti soprattutto due punti: l’assunzione dei precari e l’esasperata, pervicace infatuazione che anche questo Governo mostra per l’informatica e l’inglese, i due nuovi idoli ai cui altari dovremmo tutti inginocchiarci con il capo cosparso di cenere. Sul primo punto la mia opinione è che mi sembra una follia assumere così in blocco, e senza un preventivo accertamento delle conoscenze e competenze, un numero spaventevole di persone (si parla di cifre fra i 120 ed i 150 mila) per il solo fatto che hanno prestato servizio nella scuola negli anni precedenti. Nelle file dei cosiddetti “precari” ci sono certamente molte persone preparate e volenterose, ma ve ne sono certamente anche altre del tutto inidonee ad una professione così delicata come l’insegnamento. Su di essi mi pongo alcune domande. Perché non sottoporli ad un preventivo accertamento delle attitudini professionali? E’ vero, questo costerebbe e ritarderebbe di almeno un anno la loro assunzione, ma garantirebbe la formazione di una classe docente di adeguato prestigio. E poi, altra domanda, dove troveranno i fondi per pagare tutte queste persone? Forse, come dice qualcuno, togliendo gli scatti di anzianità al personale di ruolo? O imponendo nuove tasse? E ancora: come li utilizzeranno, visto che il loro numero è molto superiore ai posti liberi disponibili? Qualcuno dice che li invieranno nelle scuole per fare le supplenze, ma questa a me pare un’assurdità, primo perché si troveranno a supplire docenti di materie diverse dalle loro e quindi il loro impiego avrà poca utilità, secondo perché mi sembra paradossale che insegnanti giovani, appena assunti, se ne stiano a braccia conserte aspettando un’ora di supplenza e ricevendo regolarmente uno stipendio mentre tutti gli altri compiti (dalle lezioni alla correzione degli elaborati) continuino ad essere affibbiati ai docenti di ruolo. Inoltre l’assunzione massiccia di tutte queste persone chiuderà per una decina d’anni l’accesso a tutti i nuovi laureati, spesso giovani bravissimi che meriterebbero di avere un posto più di coloro che sono stati chiamati in servizio sulla base di una posizione in graduatoria; ed è quindi falsa ed ipocrita l’affermazione del Governo secondo cui, dal 2016, si accederà ai ruoli solo per concorso. Ma quali concorsi potranno essere banditi se i posti non ci saranno perché tutti occupati dai “precari”?
Sull’inglese e l’informatica non mi dilungo perché ho già trattato più volte l’argomento. Dico solo che alcuni strumenti informatici (come ad esempio le LIM) si sono rivelati solo apparecchi costosi ed inutili, e che non è usando tablet o smartphones che si migliora la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, perché se uno studente è svogliato o incapace non sarà certo la tecnologia a farlo diventare un genio. E lo stesso vale per l’inglese, lingua utile ma che non può e non deve surrogare altre discipline di base. Prima impariamo l’italiano, dico io, e poi apriamoci alle lingue straniere.
Però, al di fuori di questi due punti, ci sono altri aspetti della riforma che mi sembrano sacrosanti, come la differenziazione delle carriere dei docenti in base al merito individuale, perché è l’ora di finirla con questa egualitarismo sovietico che tratta tutti allo stesso modo e non premia chi lavora più e meglio di altri, e con questo garantismo sindacale che impedisce qualunque provvedimento contro gli assenteisti e i fannulloni, vera e propria rovina di classi e di alunni. Ma è proprio questo, come sto notando visitando i vari siti web che parlano di scuola, il provvedimento contro cui più forte si è accesa la levata di scudi dei conservatori, i quali, curiosamente, non appartengono alla parte politica da sempre accusata di conservatorismo e oscurantismo, ma a quella che da secoli si fregia del titolo di “progressista”, cioè la sinistra. E’ proprio da sinistra che viene la più forte opposizione alla riforma di Renzi e della Giannini, perché è appunto il vecchiume ideologico di quella parte che vuole a tutti i costi l’egualitarismo e la massificazione, che non riconosce il merito individuale, che considera il cittadino lavoratore come una semplice pedina al servizio del dio-Stato; ed è stata quella parte politica che ha distrutto la disciplina ed il rispetto gerarchico nella scuola e che, con il garantismo sindacale, non ha mai permesso che venissero sanzionati o licenziati coloro che non svolgono o svolgono male il loro lavoro. Per questo adesso si oppongono alla valutazione, perché questa metterebbe in luce le differenze profonde che esistono tra gli individui e quindi anche tra i docenti, che non sono, né sono mai stati, tutti uguali. Così, ad ogni tentativo di cambiare lo “status quo” nella scuola, c’è sempre un’opposizione irriducibile, perché si vuole che tutto resti com’è: stipendi bassi e eguali per tutti, scarsa considerazione sociale dei docenti, scarso potere dei Dirigenti che non possono neanche sanzionare comportamenti scorretti ed illegali senza incorrere in ricorsi e vertenze sindacali, una palude melmosa insomma dove nuotano tutti senza che nessuno possa emergere dal fango e far valere le proprie qualità. In questo modo la scuola non progredirà mai, non diverrà mai moderna ed a misura degli studenti attuali, anche perché il vero propellente con cui la baracca continua, seppur zoppicando, a camminare, sono i docenti preparati ed entusiasti del proprio lavoro; ma si tratta ormai di una specie in via d’estinzione, con o senza le riforme e le pseudoriforme che continuano a pioverci addosso.

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Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

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Bilancio di tre anni di blog

Oggi 12 febbraio il mio blog compie tre anni, essendo stato inaugurato alla medesima data del 2012. Da allora il numero delle visite è andato sempre crescendo fino a superare quasi sempre le 100 quotidiane, sia perché le tematiche relative alla scuola interessano molte persone, sia anche per il fatto che su internet le notizie rimbalzano e si trasmettono con sempre maggiore velocità, per cui, da un link all’altro, la notorietà di un certo sito tende ad espandersi. Quello che purtroppo ancora è limitato è il numero degli interventi attivi dei lettori, cioè i commenti: la grande maggioranza dei visitatori, infatti, preferisce limitarsi alla lettura, evitando di farmi sapere il suo parere sugli argomenti che tratto. Quei pochi commenti che mi arrivano, inoltre, sono quasi tutti di una ristretta cerchia di persone, con le quali ho ormai instaurato un dialogo telematico che dura da tempo. Eppure io accolgo e pubblico tutto ciò che mi arriva (tranne ovviamente i commenti insultanti o inutili), e scrivo sempre una risposta, ciò che non tutti i “bloggers” si degnano di fare. Eppure gli interventi dei lettori continuano ad essere molto sporadici, mentre vedo che in altri blog il numero dei commenti è molto maggiore. Mi sono spesso chiesto il motivo di ciò, e ne ho pensate tante. Forse il mio modo di esprimermi è troppo dogmatico, apodittico, per invogliare il lettore ad una precisazione? O forse le mie idee sono troppo bizzarre o provocatorie perché valga la pena di rispondere? O forse i lettori non hanno abbastanza fiducia nell’utilità del confronto dialettico? Può essere che le cause siano queste che ho indicato, o altre che non conosco; sta di fatto che i commenti sono meno dell’1% delle visite al blog, e ciò non è molto incoraggiante per chi, avvalendosi di queste nuove opportunità di discussione che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, sperava di suscitare in rete un utile scambio di idee.
Nonostante la delusione per la scarsa partecipazione dei lettori, io continuo per adesso ad alimentare il blog, inserendovi – più o meno – un post alla settimana, trattando in massima parte argomenti scolastici ma toccando talvolta altre tematiche che riguardano la politica, i mezzi di informazione, la vita sociale del nostro paese. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per cui un docente ormai anziano, con quasi 35 anni di insegnamento, sente la necessità di tenere un blog; ed in effetti questa domanda mi è stata fatta più volte da chi giudica inutile e persino dannoso mettersi in gioco sulla rete ed esternare così le proprie convinzioni, le proprie certezze ed anche i propri punti deboli. Io rispondo che i motivi per cui mi sono preso questo impegno (a volte gravoso) riguardano anzitutto la mia volontà di mettere a disposizione di altri la mia esperienza di docente, al fine di dare qualche consiglio che magari possa essere utile ai colleghi più giovani; ma non nascondo che da parte mia c’è anche il desiderio di suscitare una discussione dalla quale io stesso possa trarre giovamento, ed è proprio per questo che mi rammarico dello scarso numero dei commenti. Non vedo infatti cosa ci sia di male a tenere un blog ed a far conoscere le proprie idee, che io non ho mai nascosto, anzi ho sempre dichiarato apertamente alla presenza di alunni, colleghi ed altre persone che conosco. Fino a pochi anni fa il confronto e la discussione potevano svolgersi solo in forma reale, cioè alla presenza fisica di altre persone con le quali esercitare la propria dialettica; adesso il mondo del web ci offre la possibilità di relazionarci non soltanto con chi ci sta fisicamente vicino, ma anche con chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, in forma virtuale. A me questo appare come uno dei lati migliori delle nuove tecnologie, che purtroppo presentano anche tanti aspetti negativi; è giusto quindi, a mio parere, approfittare di queste nuove opportunità, senza offendere nessuno e senza pretendere di aver ragione ad ogni costo. Dico anzi che sono ben lieto di accogliere e discutere opinioni diverse dalle mie, perché dal confronto civile tutti si arricchiscono. Spero quindi che, se pure avrò la forza di proseguire in questa attività, i lettori diventino più attivi e mi facciano pervenire il loro punto di vista sugli argomenti che tratto. Anche questo è un piccolissimo ma utile passo verso la democrazia.

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I docenti “anziani” sono da rottamare?

Qualche giorno fa è uscito sul “Corriere della Sera” un articolo a firma del noto giornalista Gian Antonio Stella, al quale è molto difficile non replicare, soprattutto per un docente come il sottoscritto. L’esimio giornalista, salito agli onori della cronaca per il famoso libro “La casta” in cui metteva in luce tutte le magagne della classe politica, ha qui mostrato di avere la pretesa, se non la presunzione, di voler parlare anche di argomenti su cui non è abbastanza informato, non facendo egli parte dell’ambiente e del settore di cui pretende di occuparsi. In pratica, sintetizzando al massimo quanto da lui scritto, la tesi di fondo del suo articolo è quella secondo cui la responsabilità del cattivo andamento della scuola italiana (cosa tutta da dimostrare, peraltro) sarebbe dell’età dei docenti, troppo anziani per svolgere bene questo lavoro. E questa tesi viene documentata mediante il solito vecchio ritornello del confronto (che ci penalizza sempre e comunque) con gli altri paesi europei, dove l’età media degli insegnanti sarebbe molto più bassa di quella italiana.
A parte il fatto che è quantomeno azzardato, se non inopportuno, attribuire ad un unico fattore (o quasi) il livello di efficienza di una determinata istituzione; ma poi il buon Stella ci dovrebbe dimostrare con prove incontestabili – cosa che nel suo articolo non c’è affatto – che un docente giovane sia sempre e comunque didatticamente più efficace di chi ha alle spalle già molti anni di insegnamento. Io francamente non riesco a vedere come l’età possa essere, di per sé, una discriminante per decidere chi è più o meno preparato, più o meno adatto a questo mestiere. Forse l’unico argomento a favore dei docenti giovani (che peraltro Stella non nomina espressamente) è la presunta loro maggiore familiarità con l’informatica e con l’inglese, i due idoli (assieme all’impresa, le tre I di berlusconiana memoria) dei governi degli ultimi anni, di qualunque colore politico siano. Ora io dico che questo pregiudizio è manifestamente infondato, e per due ragioni: in primo luogo non è detto che un insegnante anziano non sappia usare computer, tablet ecc. quanto basta per le esigenze che ci sono attualmente nella scuola, o che sappia l’inglese meno di un giovane; in secondo luogo, è l’ora di finirla una buona volta con questa sbornia informatica e anglicistica. Come più volte ho detto in questo blog, i nuovi strumenti informatici, pur essendo un sussidio senz’altro utile, non possono sostituire gli strumenti tradizionali, e di ciò è prova il fatto che negli Stati Uniti, dove le nuove tecnologie si usano da molto più tempo che da noi, stanno tornando ai libri ed ai quaderni; lo stesso vale per l’inglese, lingua importante a conoscersi ma che non costituisce certo la panacea di tutti i mali. Sarebbe molto più opportuno che i nostri giovani imparassero bene l’italiano prima dell’inglese, cosa che purtroppo non è così scontata!  Ed il primo requisito di un buon docente, a mio parere, è la conoscenza approfondita delle discipline che insegna e la capacità di saperle trasmettere con chiarezza ed entusiasmo agli alunni, suscitando in loro curiosità intellettuale e la volontà di porsi delle domande. Profondamente convinto di ciò, io sarei disposto a credere alla tesi di Stella soltanto s’egli riuscisse a dimostrarmi che queste qualità essenziali si trovano sempre in misura maggiore in un insegnante giovane rispetto ad uno di più provata esperienza.
Anche un docente anziano può essere motivato, può avere ancora entusiasmo per il suo lavoro, può aggiornarsi come e meglio di un giovane. In più ha l’esperienza, che gli consente di porsi di fronte ai problemi da affrontare ogni giorno con un ventaglio più ampio di rimedi e di soluzioni, cosa che un giovane alle prime armi spesso non riesce a fare ed è costretto a chiedere consiglio a noi “vecchietti”. Anch’io, che adesso ho 61 anni compiuti proprio oggi, sono stato un giovane insegnante di 26 anni, ed ho compiuto allora tanti errori che oggi non compio più, come quello di valutare gli studenti in modo troppo rigido e di non tenere abbastanza conto della fragilità psicologica che molti ragazzi hanno; ho poi imparato con il tempo e l’esperienza che la valutazione è un processo molto complesso, che deve prendere in considerazione tanti fattori e soprattutto non deve mai abbattere l’autostima degli alunni, ma anzi infondere coraggio e fiducia a chi, inevitabilmente, subisce insuccessi scolastici. I metodi stessi di verifica del lavoro degli studenti sono cambiati: ho sperimentato per anni varie tipologie dopo che quelle iniziali si erano rivelate inadatte, e la stessa cosa potrei dire per tutti gli altri aspetti della vita professionale (rapporti con i colleghi, i genitori, i dirigenti ecc.) che sono andato migliorando nel corso del tempo. Noto invece che i colleghi giovani (specie i supplenti) molto spesso non hanno buoni risultati, o perché la loro preparazione è troppo teorica e lontana dalle necessità effettive della scuola (e di ciò la colpa è tutta dell’università attuale), o perché non hanno quell’autorevolezza che permette di essere rispettati dagli alunni senza doversi imporre con la forza, o perché, presi dal “sacro furore” dell’alta cultura, hanno pretese eccessive e non sanno calibrare il loro metodo valutativo alle condizioni reali ed effettive della scuola attuale e degli studenti.
L’articolo di Stella, da respingere in toto a mio modo di vedere, può essere nato soltanto da una mentalità oggi tanto diffusa quanto errata, quella cioè del giovanilismo che già da tempo ha invaso la sfera della politica (a partire dalle famose “rottamazioni” di Renzi) e che tende ad invadere ogni settore della vita sociale. Si tratta di un pregiudizio totalmente infondato, perché non esiste nessuna prova del fatto che un politico, un medico, un avvocato, un insegnante giovane siano per forza di cose migliori e più efficaci dei loro colleghi più anziani, a meno che non si parli di attività sportive dove a 35 anni si è già vecchi; ma in quelle professioni in cui non è la prestanza fisica ma quella intellettuale ad essere richiesta, è vero l’esatto contrario. Richiamandomi al mio caso personale, affermo che a 61 anni ho ancora più entusiasmo nello svolgere il mio lavoro di quando ne avevo 30-35, e di ciò si sono accorti sia i miei alunni che i loro genitori; e aggiungo anche che, a differenza di tanti miei colleghi, io non bramo affatto la pensione, che accetterò solo quando mi verrà imposta a forza di legge. Perciò rifiuto su tutta la linea lo sciatto giovanilismo del sig. Stella, e dal suo articolo ricavo un motivo in più per alimentare un altro po’ la mia naturale antipatia per la categoria dei giornalisti.

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Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

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Voglia di lavorare, saltami addosso!

C’è un vecchio proverbio molto conosciuto, che dice: “Voglia di lavorare, saltami addosso… e fammi lavorare meno che posso.” E’ un detto che si adatta bene a tutte le società ed a tutti i tempi, ma più che mai a quelli attuali, nei quali assistiamo ad una singolare contraddizione: da una parte si parla sempre più (anche esagerando) di crisi, di licenziamenti, di sacche di povertà sempre più ampie ecc., e dall’altra veniamo a sapere che in alcuni settori le offerte di lavoro, spesso anche con stipendi da non disprezzare, non trovano persone – specialmente giovani – disposte ad accettarle. Uno di questi casi è, ad esempio, il lavoro del panettiere (o fornaio), ben pagato ma, ahimé, faticoso, perché si svolge nelle ore notturne; ed ecco che alcune panetterie debbono addirittura chiudere perché non trovano chi è disponibile a lavorarci. Lo stesso vale per altri impieghi, come ad esempio i commessi dei negozi: molti giovani, pur in cerca di occupazione, non ne accettano una dove ci sia da lavorare anche il sabato e la domenica. Lo stesso vale per camerieri, cuochi ed altre categorie. In pratica, nessuno vuole sacrificarsi e fare fatica; meglio continuare a cercare qualcosa di meglio, di meno impegnativo, e magari restare ancora in famiglia a carico dei genitori. Del resto va detto che non è colpa dei giovani se questo accade: prima di tutto perché ogni genitore vorrebbe che i figli ottenessero una posizione sociale confacente al titolo di studio posseduto, ed in secondo luogo perché il benessere attuale non ha mai abituato i ragazzi a prendersi delle responsabilità e ad accollarsi fatiche di alcun genere. Hanno sempre tutto senza dover neppure chiedere (cellulari ultima moda, vestiti firmati, l’auto personale appena compiuti i 18 anni e così via), i genitori si sostituiscono a loro in ogni attività, fanno persino i compiti scolastici al posto dei loro figli. In queste condizioni, che c’è di strano se manca la voglia di faticare e di rinunciare a qualche divertimento o qualche serata in discoteca? Tanto qualcuno provvede, e provvederà anche in futuro.
Nel mondo della scuola, in cui io vivo da più di un trentennio come docente, il fenomeno si manifesta spesso: a sentire gli alunni, o a leggere quel che scrivono sui social network, l’impegno didattico è eccessivo, persino insostenibile, i compiti a casa sono sempre troppi, le vacanze sono indispensabili più dell’aria per respirare. Ci sono ovviamente delle lodevoli eccezioni, non si può negare; ma nella maggior parte dei casi gli studenti cercano di ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e le famiglie sono quasi sempre dalla loro parte, al punto da protestare con i docenti o con il Dirigente scolastico per la fatica eccessiva cui sarebbero sottoposti i loro figli. Intendiamo bene: studenti svogliati ce ne sono sempre stati, anche ai miei tempi, ma allora le reazioni erano molto diverse da quelle di oggi. Anzitutto i genitori non erano mai dalla parte dei figli, nessuno metteva in dubbio l’importanza dello studio e l’obbligo dei ragazzi di impegnarsi a scuola, e se qualcosa andava storto la colpa era sempre del figlio e non del professore. Inoltre quello che mancava allora (e che invece oggi purtroppo c’è) era l’atteggiamento rinunciatario di fronte ai risultati scolastici, nel senso che, se arrivava qualche brutto voto per mancanza di impegno, si veniva obbligati dai genitori a studiare di più, anche con la minaccia di punizioni che adesso sarebbero improponibili. Quel che accade oggi è invece l’esatto contrario: se un alunno ha cattivi risultati, i genitori non solo attribuiscono la colpa ai professori che pretenderebbero troppo, ma inducono addirittura il figlio a cambiare scuola o indirizzo con una facilità ed una superficialità sconcertanti. Basta un cattivo voto, un’osservazione magari un po’ severa fatta da un professore, e subito arrivano i genitori e ritirano il figlio, spesso iscrivendolo a scuole private (veri e propri diplomifici senza alcun valore culturale) o ad altri istituti dove, a loro parere, c’è meno da studiare e si ottengono più facilmente voti più alti, che sono l’unica cosa che loro interessa. La formazione culturale e umana dei giovani non interessa più, tanto la cultura, come ha detto qualcuno, non si mangia; l’importante è prendere il diploma con poca fatica e avere buoni voti senza studiare. Così, da un giorno all’altro, le scuole e gli indirizzi più seri ed impegnativi vedono diminuire i loro iscritti, anche a metà dell’anno scolastico.
Tutto questo è aberrante, ma non me ne stupisco più di tanto perché è normale che così sia in una società che respinge tutto ciò che è impegno e fatica ed esalta invece il mito dell’edonismo e dei facili guadagni. Il sistema scolastico però, se fosse gestito da persone serie, non dovrebbe assecondare questa mentalità facilona e opportunista. Anzitutto non dovrebbe essere permesso agli studenti di cambiare indirizzo di studi nel corso dell’anno scolastico senza nemmeno dover sostenere esami o colloqui integrativi nelle materie che non avevano nella scuola di provenienza, o almeno consentirlo solo nelle prime classi, non in quelle successive; in secondo luogo, sarebbe opportuno chiudere definitivamente le scuole private dove, dietro pagamento della retta, si apprende poco o nulla, si concedono promozioni immeritate e si consente persino di fare due o tre anni in uno, una vera e propria vergogna intollerabile. Ognuno deve svolgere il suo percorso, nel tempo stabilito; e se occorre un anno o due in più, non è certo una catastrofe: meglio arrivare all’università o nel mondo del lavoro un anno più tardi, ma con la necessaria preparazione, piuttosto che conseguire un titolo che è solo un pezzo di carta senza alcun valore.

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“L’ora di lezione” di Massimo Recalcati

Vorrei qui parlare di un libro uscito da pochi mesi ma già diventato famoso, dal titolo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. L’autore è lo psicanalista Massimo Recalcati e l’editore è Einaudi, una delle nostre case editrici più prestigiose e ricche di storia. L’ho letto di recente, un po’ frettolosamente, ma credo di averne compreso nella sostanza la tesi centrale, quella cioè secondo cui l’insegnante, un vero e proprio eroe del nostro tempo che lotta disperatamente contro una società ostile, deve riuscire a creare un rapporto “erotico” con i suoi alunni, che per suo tramite dovranno riappropriarsi di quell’interesse per la vera cultura oggi quasi del tutto spento. Si tratta, in altri termini, di quel fenomeno che Freud chiamava “proiezione” o “transfert” e che consiste nel trasferimento nella persona dell’analista (e nel nostro caso del docente) di tutti quei sentimenti affettuosi e positivi inconsciamente provati per un genitore, che presumo sia quello dell’altro sesso sulla base della nota teoria freudiana dei complessi di Edipo e di Elettra. Cercando di spiegare tutto ciò in parole semplici, credo che la tesi di Recalcati si identifichi con la capacità dell’insegnante di suscitare nell’allievo una sorta di trasporto affettivo nei suoi confronti, che si materializzi poi nell’accettazione e nel gradimento dei contenuti formativi e culturali che il docente cerca di trasmettere.
Non essendo uno psicanalista né uno psicologo, ho però sempre creduto a mio modo a questa concezione dell’insegnamento. Il docente deve avere entusiasmo ed amore per ciò che insegna, non intendere mai il proprio lavoro come un dovere, bensì come uno scopo di vita, né mai dare l’impressione di essere stanco o annoiato ai suoi allievi, che deve coinvolgere non soltanto invitandoli a partecipare alla lezione, ma suscitando in loro il desiderio di conoscere e di porsi delle domande. In questo senso il rapporto educativo diventa “erotico”, perché senza amore nessuna relazione umana può essere gratificante; altrimenti – afferma Recalcati – con i mezzi di trasmissione di nozioni che esistono oggi, l’insegnante potrebbe facilmente essere sostituito da un computer ed il risultato sarebbe lo stesso. Quindi il vero insegnamento non dipende da una retorica o da una qualsivoglia tecnica comunicativa, ma dal carisma di chi parla, di chi cioè riesce a rendere vivi e far vibrare gli enunciati che trasmette. E la prova di questa teoria la si trova nell’esperienza comune: tutti noi ricordiamo, pur avendone dimenticato l’aspetto fisico e talvolta persino il nome, uno o più professori che hanno fatto vibrare le corde del nostro cuore e ci hanno avvicinato al sapere in modo affettivo, “erotico” appunto. Lo stesso autore del libro ci parla della sua infanzia travagliata in cui non trovava interesse nella scuola,  tanto da essere persino bocciato in seconda elementare; ma poi, al secondo anno delle superiori (un istituto agrario vicino a Milano) conobbe una professoressa di grande bravura ed entusiasmo didattico di nome Giulia, la quale cambiò completamente le sua vita ed il modo stesso di intendere la cultura e l’apprendimento, a tal punto che da alunno svogliato divenne in breve tempo il primo della classe e iniziò quel percorso di studio che l’avrebbe portato a diventare un celebre psicanalista. Ed a questo proposito io aggiungo una frase di Seneca, che mi pare ben attagliarsi al nostro caso: Saepe bona materia cessat sine artifice, il che vale a dire che un blocco di marmo, senza Michelangelo, sarebbe restato sempre un blocco di marmo senza mai diventare il Mosè, così come un giovane potenzialmente capace e creativo non svilupperà mai queste sue qualità se non avrà la fortuna di incontrare docenti in grado di suscitarne l’entusiasmo e l’amore per il sapere.
Recalcati, da buon osservatore della realtà che ci circonda, riconosce che l'”erotica dell’insegnamento” è oggi molto difficile a causa della concezione economicistica e utilitaristica della cultura che domina ormai in società, unita oltretutto ad un edonismo fatuo che rifiuta ogni impegno e ogni responsabilità. Benché non ami molto le citazioni, voglio qui riportare in parte le sue parole. Egli definisce così la scuola attuale: “Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. E’ violentata dai nostri governanti, che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere.” Parole dure, taglienti come lame seppur non sempre da intendere alla lettera, perché fortunatamente esistono ancora scuole, come la mia, dove i docenti in genere sono rispettati e dove gli alunni – chi più chi meno – si impegnano ed hanno un comportamento civile. Però, al di là delle generalizzazioni, quel che afferma Recalcati è vero, nel senso che è un’ardua impresa, al giorno d’oggi, mettere in pratica questa “erotica dell’insegnamento” che permette al processo educativo di raggiungere i migliori risultati. Uno degli ostacoli maggiori (e qui sono d’accordo con l’autore) è l’atteggiamento assunto dai vari governi che si sono succeduti in questi ultimi venti anni, che a parole mettono sempre la scuola al primo posto nel loro programma per farla poi passare all’ultimo nei fatti subito dopo il loro insediamento. L’evidente frustrazione economica e sociale della nostra categoria rende sempre meno attuabile quell’entusiasmo e quella carica di amore per le proprie discipline ed i propri alunni che Recalcati indica come indispensabile nel modo di essere del docente; e tuttavia ve ne sono ancora molti che, per disposizione individuale o forse per incoscienza, sentono ancora questo lavoro come una ragione di vita e che quando sono con i propri alunni, una volta chiusa la porta dell’aula, si dimenticano di tutto il resto. Sono questi gli insegnanti che segnano profondamente la vita degli studenti e che da loro, anche dopo tanti anni, vengono ricordati con gioia e riconoscenza; ed è grazie a questi docenti che il nostro sistema scolastico continua ad andare avanti pur in mezzo a tanti ostacoli, provocati spesso da chi dovrebbe fare tutto il contrario, restituire cioè alla scuola quel ruolo centrale che le compete in ogni Paese che voglia dirsi moderno e civile.

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Libertà di espressione o cattivo gusto?

I recenti avvenimenti di Parigi hanno riempito tutti noi di sgomento e di esecrazione, oltre che di pietà per le vittime innocenti del terrorismo. Ma dal mio punto di vista non mi sembra giusto dire che sia stata colpita la Francia o l’Europa in senso lato; ciò che è stato attaccato è piuttosto un giornale che pubblicava vignette satiriche, del cui contenuto specifico non sono informato ma che non si limitavano certo ad una bonaria ironia, sconfinando spesso nel dileggio e nella ridicolizzazione di determinate ideologie e religioni. Ora, il nostro mondo occidentale ci ha abituato a credere, fin da quando siamo nati, che esistono la libertà di espressione e di stampa, e che esse sono intoccabili perché rientrano nella sfera più ampia della democrazia, altro concetto talmente diffuso nei Paesi occidentali da non essere più messo in discussione da alcuno. Quel che ci dimentichiamo troppo spesso è che esistono altre culture ed altre mentalità diverse dalla nostra, per le quali una vignetta satirica può rappresentare un intollerabile sacrilegio e la democrazia stessa non è l’unica forma di governo possibile. Questa profonda differenza antropologica tra popoli e culture diverse può spiegare, anche se certo non giustificare, quello che è successo: ciò che per noi comporta un bonario sorriso, o al massimo un impotente moto di indignazione, per altre culture può determinare la reazione che tutto il mondo ha potuto vedere.
Senza entrare nel merito dei fatti, che non intendo commentare perché altri più autorevoli di me l’hanno fatto e lo stanno ancora facendo nei talk-show televisivi, vorrei spostare leggermente il problema e parlare della cosiddetta libertà di espressione, cercando di intenderla nel modo più appropriato. Io sono convinto che debba esistere un ben preciso limite alla satira e al dileggio dei politici, delle persone di spettacolo o di altri personaggi pubblici; fare satira, in altri termini, non può e non deve significare libertà di insulto e di diffamazione, come purtroppo da tanto avviene nel nostro Paese, dove si tende a confondere questi due concetti ben distinti. I nostri giornali cosiddetti “satirici”, i siti web, le tramissioni televisive hanno ormai superato ogni limite, tanto da ricorrere all’insulto pesante contro l’avversario, rivelando così l’inciviltà e la faziosità che ancora alberga in molti giornalisti, opinionisti, politici o altro che sia. Con la scusa della satira oggi si può dire di tutto, usare le espressioni più volgari e offensive, invadere perfino la vita privata delle persone fino a scendere nei particolari più sconvenienti; e tutto ciò in nome di una presunta “libertà”, che per questi soggetti s’identifica nella licenza più completa di dire di tutto, senza il minimo rispetto per l’essere altrui. E se qualcuno si azzarda, come adesso faccio io, a invocare un limite al malcostume attuale, viene subito accusato di voler reintrodurre la “censura”, la quale non c’entra nulla, perché se è giusto che esista la libertà di espressione, lo stesso diritto all’esistenza ce l’ha anche la dignità umana e l’onorabilità di tutti noi. Anche i parlamentari non fanno eccezione a questo comportamento indegno quando inscenano vergognose gazzarre e si rivolgono agli avversari come non farebbero neppure i popolani più volgari e analfabeti: ne è fulgido esempio l’atteggiamento dei deputati del cosiddetto Movimento “Cinque Stelle”, i quali, come il buffone genovese che è loro capo e padrone, utilizzano un linguaggio da osteria, senza peraltro riuscire con ciò a mascherare la loro totale inconsistenza culturale ed umana.
La mia convinzione è che la satira ed il linguaggio televisivo dovrebbero avere un ben preciso limite, il cui rispetto dovrebbe essere garantito da un organismo di controllo dotato del potere di sanzionare, arrivando anche al licenziamento e alla denuncia penale, coloro che impiegano l’insulto e la volgarità come normale linguaggio quotidiano. Certe vignette dei giornali non sono affatto “satiriche”, ma veri e propri vilipendi delle persone e delle istituzioni (compreso il Presidente della Repubblica, insultato pesantemente dagli scherani di Grillo), che in un paese civile non vanno tollerati. Io stesso mi sono chiesto, e spesso, perché coloro che sono colpiti da questo modo spregevole di fare critica politica non abbiano reagito con querele contro i loro denigratori; ma forse ciò è accaduto perché se certe persone, come l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, avessero dovuto querelare tutti coloro che li hanno volgarmente offesi e infamati, di azioni giudiziarie ne avrebbero accumulate a migliaia.
Non è accettabile che la libertà di parola e di espressione vengano continuamente confuse con la licenza di insulto e di diffamazione: questa è una pessima interpretazione della democrazia, di cui sono responsabili in primo luogo il movimento del ’68 (con i suoi slogan demenziali come il “vietato vietare”a) e poi la politica libertarista dei radicali ed in genere della sinistra nostrana, per la quale il rispetto delle regole di vita civile e delle idee altrui è sempre stato un concetto piuttosto difficile da digerire. Ciò che invece tutti dovrebbero imparare è che rispettare gli avversari, senza insulti e pesante sarcasmo camuffato da satira, è il miglior emblema della democrazia e del pluralismo. Gli antichi Romani, che sciocchi non erano affatto, avevano un controllo ben preciso della libertà di espressione e distinguevano nettamente tra “libertas”, la condizione cioè del cittadino libero e non soggetto ad altri, e “licentia”, l’anarchia cioè di chi ritiene di poter dire e fare tutto ciò che vuole calpestando i diritti altrui. Se riusciremo a ristabilire questa distinzione, anche ricorrendo a mezzi coercitivi quando necessari, avremo recuperato veramente una condizione di persone veramente libere.

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Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera”

L’ultimo post che ho pubblicato qualche giorno fa parla della disgregazione della famiglia e della società attuali, effetti dovuti in buona parte all’emancipazione della donna e ad un profondo cambiamento del costume. In quel caso io non ho certo negato il sacrosanto diritto delle donne a realizzarsi nel lavoro ed a rendersi indipendenti dai mariti o dalla famiglia di origine; quello che non mi piace – e lo ribadisco – è il comportamento di certe donne “in carriera”, le quali, in nome della propria ambizione o del miraggio del guadagno, rinunciano al loro ruolo naturale di madri, salvo poi accorgersi, quando è ormai troppo tardi, che qualcosa è mancato nella loro vita e che la libertà personale e l’indipendenza economica non le hanno salvate dalla solitudine e dal senso di frustrazione che prima o poi sopravviene.
L’argomento mi ha fatto venire in mente quella che in tutta la storia delle letterature antiche è la più celebre tra le donne “in carriera”, cioè Didone, la protagonista del IV libro dell’Eneide di Virgilio. E’ questo un testo a cui io sono particolarmente affezionato, non solo perché si tratta di un autentico capolavoro dell’arte letteraria, ma anche perché ho avuto l’onore di scrivere un commento su di esso, pubblicato nel 1998 dall’editore Signorelli di Milano (adesso parte del gruppo Mondadori) e adottato in molti Licei ed almeno in sei Facoltà universitarie. Tra i miei libri questo è quello di cui ancor oggi sono più orgoglioso, perché avere l’opportunità di commentare un testo così bello è un onore che non capita a tutti, né tutti i giorni.
Didone, regina e donna di grande bellezza, è partita dalla città fenicia di Tiro perché minacciata dal perfido fratello Pigmalione, che le ha anche ucciso il marito Sicheo, ed è approdata con parte del suo popolo sulle coste dell’Africa, dove sta costruendo la nuova città di Cartagine, destinata in futuro a diventare una delle più grandi potenze del Mediterraneo. Al momento della partenza Didone ha solennemente giurato, alla presenza del popolo, che dopo la morte violenta del primo marito non si sarebbe più sposata né si sarebbe più concessa ad alcun uomo: avrebbe quindi per sempre rinunciato all’amore ed alla maternità per essere soltanto una regina, cioè, in termini moderni, una “donna in carriera”. Così avviene per molto tempo; ma quando sulle spiagge di Cartagine sbarcano i troiani con il loro capo Enea, lì sbattuti da una tempesta, la regina li accoglie per dovere di ospitalità ma poi, per via dell’insana freccia di Cupido, si innamora perdutamente del condottiero troiano. E qui scoppia il “fattaccio”: pur non essendo ufficialmente uniti dal vincolo matrimoniale, i due vivono come marito e moglie, senza curarsi più di tanto dei loro doveri, quello cioè di Didone verso il suo popolo e quello di Enea di proseguire il suo viaggio fino al Lazio, dove dovrà fondare la nuova stirpe che darà origine alla potenza romana. Quando però Enea riceve dagli dei l’ordine di ripartire, Didone ovviamente si dispera; e quando l’eroe veramente partirà, a lei non resterà altra via che il suicidio, il quale avviene non tanto per l’amore tradito (come si è sempre pensato da parte sia dei critici che dei comuni lettori), quanto per l’onore perduto di fronte al popolo fenicio, il quale non potrà perdonare alla regina abbandonata di aver mancato al suo giuramento. E tuttavia, nel momento in cui Didone supplica Enea di non andarsene, o almeno di rimandare la partenza, emerge prepotentemente quella natura femminile che invano la regina aveva tentato di comprimere: è questo il passo, bellissimo e commovente, in cui Didone dice all’amante: “almeno se avessi avuto un figlio da te prima della tua partenza, se giocasse con me nel palazzo un piccolo Enea che per lo meno richiamasse il tuo volto, certamente non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata” (vv. 327-330, traduzione mia). Emerge in questo passo la fine analisi psicologica del poeta, il quale più di ogni altro ha saputo capire ed interpretare l’animo femminile: nel momento dell’abbandono e della solitudine Didone non è più regina, è tornata ad essere profondamente donna, a sentire quel desiderio di maternità che in lei è insopprimibile proprio perché mai realizzato.
Ritornando ai nostri tempi, mi pare di constatare che la società moderna ha spesso forzato la disposizione naturale delle persone in nome dell’indipendenza personale ma anche del guadagno e del consumismo, fattori che hanno profondamente influenzato il costume e la mentalità oggi dominante in società. Rimane però il fatto che quando la natura viene oppressa, negata, avvilita, prima o poi finisce per vendicarsi e farsi sentire in varie forme, anche attraverso l’angoscia ed il senso di vuoto che giunge puntuale a chi ha dedicato tutta la sua vita ad un’attività che poteva sembrare gratificante, ma che col tempo finisce per pesare come un macigno. Anche Didone voleva essere una donna “in carriera”; ma poi ha finito per accorgersi che qualcosa di importante le era mancato, che tutto ciò che aveva costruito le era caduto miseramente addosso. Ed è questo senso di vuoto, oltre alla perdita dell’amore e del dolore, la causa principale della sua fine.

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La società disgregata

In questi giorni di festa, quando siamo un po’ più liberi dalle consuete attività quotidiane, viene da pensare ad altri problemi che magari non sono strettamente collegati al nostro lavoro. Leggendo i quotidiani ed ascoltando la TV ci rendiamo conto, ad esempio, di quanto la società attuale sia diversa da quella che eravamo abituati a conoscere quando le persone della mia età erano adolescenti (parlo di 40-45 anni fa) e di quanto siano cambiati i valori che la animano e la sorreggono. Un dato che salta agli occhi subito è la fortissima diminuzione della natalità nel nostro Paese: negli anni ’50 del XX° secolo, cioè quando sono nato io, nascevano in media dagli 800 mila al milione di bambini all’anno, mentre oggi siamo ridotti a meno della metà di questa cifra, senza considerare poi che molti dei neonati attuali vengono da famiglie di immigrati. Il dato è fortemente negativo, sia perché un paese che non fa figli è destinato ad estinguersi come etnia e come nazionalità, sia anche perché una circostanza del genere è indice di una profonda crisi dei valori morali. Volendo indagare le ragioni del fenomeno, io non credo molto al pretesto della crisi economica, che renderebbe difficile il mantenimento dei figli. Che dire allora di quanto accadeva nei secoli passati, quando c’erano carestie, guerre, malattie ecc., eppure ogni famiglia aveva un numero di figli molto superiore all’attuale? Le famiglie contadine arrivavano ad averne anche dieci o più, eppure le condizioni economiche di allora erano di gran lunga peggiori delle attuali, e molti più di adesso faticavano per mettere in tavola qualcosa da mangiare. Io penso invece che le ragioni di questo triste fenomeno siano altre, in primo luogo l’egoismo di certe persone che non intendono sacrificare il proprio tempo libero ed il proprio ozio per dover badare ad un neonato che per tanto tempo avrà bisogno di cure. Ho personalmente avuto notizia di donne che hanno praticato l’aborto per non rovinarsi la vacanza alle Maldive, o di uomini che a trent’anni e più “non si sentono ancora pronti” per diventare padri. Se non lo sono allora, quando lo saranno, da anziani? Il fatto è che la società del consumismo e del divertimento sfrenato tende a far restare eterni adolescenti, persino bambini, persone che hanno un’età nella quale un tempo si erano già assunti le responsabilità di una famiglia. Ma oggi le responsabilità, gli impegni, i sacrifici sono considerati un fardello insostenibile, per cui si preferisce rimandare all’infinito il momento adatto per diventare padri e madri, e così le case, gli asili, le scuole continuano a svuotarsi.
Ciò che ha disgregato la società attuale è l’edonismo dominante, con conseguente perdita dei valori morali sui quali un tempo tutti fondavano la propria esistenza. Basti vedere il numero sempre maggiore di separazioni, di divorzi, di “famiglie allargate” e via dicendo; noi docenti lo constatiamo facilmente, perché in ogni classe abbiamo un’alta percentuale di studenti che vivono questa difficile – e per loro condizionante – realtà. Un tempo il matrimonio era una istituzione considerata indissolubile, tanto che venivano tollerate da uno o da entrambi i coniugi anche situazioni francamente inaccettabili; ma oggi si è arrivati all’estremo opposto, per cui la maggior parte delle persone neanche si sposa più ma preferisce la semplice convivenza; ed anche quando il matrimonio è stato celebrato si fa presto a dissolverlo, magari per futili motivi. Tutto questo rende la società instabile, precaria, con aumento dell’insicurezza, della depressione e soprattutto della solitudine. Pare strano ma proprio adesso, nell’era della facile comunicazione (basti pensare ai cellulari, ad internet, alle facilità con cui si può viaggiare ecc.), ci sono tante persone sole, o perché provenienti da esperienze fallite o perché non si formano mai una famiglia; e magari per un periodo possono anche trovarsi bene in questa condizione perché si sentono più liberi, ma poi, con il passare del tempo, questa libertà si trasforma nell’angoscia di trovarsi da soli, senza nessuno a cui dare e da cui ricevere affetto, e senza nessun valido scopo di vita. Io non ho mai creduto a coloro (soprattutto donne) che si proclamano “felicemente single”, con un orribile termine inglese che sostituisce, in forma eufemistica, quelli tradizionali di “scapolo” e di “zitella”: quell’avverbio “felicemente” andrà pian piano attenuandosi nel corso degli anni, fino a trasformarsi inevitabilmente nel suo contrario, giacché è evidente che la natura umana, sia spirituale che corporale, non è stata creata per la solitudine, ma per le relazioni umane e familiari.
La radice di questi fenomeni sta nell’evoluzione della società, profondamente cambiata da quella della metà del secolo scorso che richiamavo all’inizio: il diffondersi del benessere e della ricchezza ha provocato l’effetto dal quale già gli antichi Romani affermavano di doversi guardare, cioè la perdita dei valori morali e la corruzione dei costumi. Una causa particolare di questo sfacelo tuttavia, secondo me molto incisiva, è stata il diffondersi delle idee libertarie del ’68 e soprattutto il movimento femminista degli anni ’70. In seguito ad esso la famiglia tradizionale ha perso sempre più stabilità, anche e soprattutto perché le donne, una volta raggiunta la parità di diritti con gli uomini, hanno dovuto conciliare il loro ruolo di mogli e di madri con l’irrinunciabile esigenza di lavorare e di trovare la propria soddisfazione al di fuori delle mura domestiche. La maggior parte di loro, con grande sacrificio e senza ricevere molto aiuto dai mariti o dai compagni, cerca di barcamenarsi tra il lavoro fuori casa e gli impegni familiari; ma, pur essendo questo un atteggiamento lodevole, ne deriva inevitabilmente una minore disponibilità ad avere figli ed una minore cura per quelli che ci sono, spesso sballottati tra nonni, baby sitter e televisione. Con ciò non voglio dire che questa emancipazione della donna non sia giusta e dovuta, perché la realizzazione personale nello studio e nel lavoro spetta a tutti, uomini o donne che siano, ed oggi sarebbe del tutto improponibile una concezione di vita come quella di un tempo, quando era solo l’uomo a dover lavorare e mantenere la famiglia, mentre la donna si occupava della casa e dei figli. Quello che invece non riesco a condividere è la mentalità di certe donne che, in nome del lavoro e della carriera, abdicano totalmente al loro ruolo naturale e rinunciano a formarsi una famiglia, forti della loro indipendenza economica; ma poi, negli anni della maturità e della vecchiaia, quando la libertà tanto invocata si trasforma in solitudine, si pentono di questa scelta e magari, come la cantante Gianna Nannini, mostrano la patetica volontà di avere un figlio a 50 anni o più. Non sanno, costoro, che ogni cosa va fatta a suo tempo, e soprattutto che andare contro natura e rifiutare la maternità è come costruire una casa nel greto di un fiume: prima o poi arriva l’alluvione, ed allora è vano lamentarsi e rimpiangere ciò che in passato, per egoismo e per orgoglio, non si è voluto realizzare.

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Atmosfera natalizia e tristezze private

Anche quest’anno il Natale, se Dio vuole (come si dice dalle mie parti) è passato, ed è stata per me una liberazione; ora ci resta Capodanno e l’Epifania, altre festività tradizionali che impongono a tutti noi un comportamento particolare e diverso dal solito: occorre fare acquisti, uscire di casa, “fare” qualcosa per la notte di San Silvestro (altrimenti si fa la figura di vecchi da ospizio) e soprattutto è necessario essere allegri e gioiosi perché “è Natale”. Questo ci impone la società con la sua dittatura mediatica e consumistica: basta infatti accendere la televisione in questo periodo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per essere sommersi da pubblicità natalizia, musichette altrettanto festaiole e scontate come “jingle bell”, “tu scendi dalle stelle”, “bianco Natale” (che bianco non è più da tanti anni perché in questo periodo non nevica mai) e via dicendo. L’aziendalismo e lo sfrenato consumismo moderno hanno trasformato quella che era una ricorrenza religiosa in una festa commerciale, dove si fa a gara a chi spende di più, a chi fa i regali più costosi o a chi si concede la vacanza più esotica. Questo dovrebbe indignare chi è veramente credente, ma così non è, perché tutti si conformano a questo clima artificioso e fittizio che si viene a formare in questi giorni.
A parte comunque l’aspetto consumistico, che già di per sé è squallido e persino insipiente, perché un regalo andrebbe fatto quando se ne sente il bisogno, quando ce n’è necessità, e non perché siamo in un determinato periodo dell’anno, quello che a me dà più fastidio è questo clima di allegria, di gioia forzata e innaturale che viene diffuso dai mass-media durante le feste natalizie. La persona umana non è una macchinetta o un computer, la cui immagine di sfondo può essere cambiata a piacimento: se abbiamo uno stato d’animo condizionato da malinconia, depressione o altri problemi di vario tipo, non saranno di certo le luci natalizie delle città o le musichette della TV a farceli superare; se poi vi sono difficoltà di ordine economico, come molte persone oggi purtroppo hanno, non sarà certo l’atmosfera natalizia a risollevare chi ne è afflitto. Anzi, è vero l’esatto contrario: l’allegria artificiale prodotta in questi giorni rischia di deprimere ancor di più chi, per vari motivi, non è felice. Ricordo, a tal proposito, la bella poesia intitolata “La Befana” di Giovanni Pascoli, uno dei poeti italiani da me preferiti; in essa la vecchietta tradizionale, vestita di neve e di gelo, si avvicina alla villa del ricco ed al casolare del povero, dove una madre piange perché non ha nulla da donare ai suoi figli, benché ne abbia il medesimo desiderio della madre ricca, che può invece pienamente soddisfarlo. Quella madre povera sarà stata triste abitualmente, ma lo è ancor più durante le festività, poiché proprio allora l’angoscia del suo animo la tormenta assai più che nelle altre stagioni dell’anno. La stessa cosa accade oggi, quando questo clima festaiolo e gaudente rischia di ferire profondamente chi non si trova nelle migliori condizioni psicologiche o materiali.
Anche questo, benché non sia il peggiore, è un aspetto della dittatura mediatica e ideologica che ci viene imposta dall’alto, da questa società consumistica e materialistica, per cui chi non fa quello che fanno gli altri è “out”, è un essere strano e riprovevole, da emarginare o per lo meno da guardare con sufficienza e con un sorrisetto ironico. Se non vuoi comprare regali per Natale o l’Epifania sei considerato un eccentrico complessato, se non vai a sciare sei ritenuto un pezzente o uno spilorcio, se non organizzi cene come quella di Trimalchione o non vai a ballare l’ultimo dell’anno passi per un vecchio barbogio, e così via. L’omologazione imposta dalla società è totale, come è dimostrato anche dai servizi televisivi relativi alle ferie natalizie ed estive: dicono sempre che la maggioranza degli italiani non va in ferie perché non ha i soldi, senza considerare il fatto che esistono molte persone che i soldi li avrebbero, ma non vanno a sciare o alle Bermude perché non ne sentono la necessità e stanno meglio a casa loro. No, questo è inconcepibile per una mentalità comune, suffragata e sostenuta dalla televisione, che ci vuole tutti uguali, tante marionette governate da chi dall’alto ne manovra i fili. No, mi dispiace, io non ci sto, anche a costo di essere considerato strano e particolare; dico anzi, con grande orgoglio, che l’essere diverso dal gregge belante per me è un vanto, non certo un problema.

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La questione dei compiti a casa

Poiché questo mio blog è stato istituito per ospitare riflessioni di ogni genere, io mi propongo molto spesso di non parlare soltanto di questioni inerenti al mio lavoro di docente, ma di argomenti diversi e forse anche più interessanti. E tuttavia, nonostante questo proposito, mi capita di leggere e di sentire così tante stupidaggini sulla scuola (anche da parte di chi meno dovrebbe dirle!) che non posso fare a meno di tornare quasi sempre sugli stessi problemi. Certe cose non si possono passare sotto silenzio, al punto che, anche a non aver voglia di scrivere, le parole escon fuori quasi da sole. Potrei dire, parafrasando un noto poeta latino, che si natura negat, facit indignatio versum, ossia che, se anche il mio carattere non volesse farlo, è lo sdegno per quel che sento dire che mi induce a sfogare qui sul blog il mio dissenso.
E’ questo il caso della polemica, di recente rinnovata sulla stampa e sostenuta anche dall’attuale Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, contro i compiti a casa assegnati dai professori agli studenti, che da tale attività sarebbero oppressi e tormentati, soprattutto da quando si è scoperto che i loro coetanei degli altri Paesi d’Europa (guarda caso!) dedicano meno tempo di loro allo studio; risulterebbe infatti da un indagine dell’OCSE (organismo internazionale di studi economici) che gli alunni italiani passano in media 9 ore alla settimana sui libri, contro le 4 o 5 della media europea.
Facciamo subito una breve osservazione. Se le 9 ore di impegno domestico dei nostri studenti riguardassero soltanto i compiti scritti (esercizi di italiano, matematica, latino, inglese ecc.) allora sembrerebbero anche a me un po’ eccessive; ma se invece si riferiscono, come pare, al totale delle ore dedicate all’insieme delle materie scritte ed orali, allora non mi pare affatto che siano troppe. Si tratta, in pratica, di una media di poco più di un’ora al giorno, che non può esser considerata eccessiva o pesante; di tempo per divertirsi, uscire, fare sport e ciondolare sui social network ce n’è più che in abbondanza, come ognuno può constatare. E poi il discorso è diverso a seconda dell’età degli studenti: per un bambino di 6-7 anni un impegno di questo genere può anche essere gravoso, ma non lo è certamente per uno studente di scuola superiore, per il quale appare persino troppo esiguo, perché con un’ora o un’ora e mezzo al giorno non si può esaurire l’impegno richiesto dal complesso delle materie di ciascun istituto, a meno che non si voglia restare nell’ignoranza.
E qui appunto arriviamo al nocciolo della questione. Se nel resto d’Europa gli studenti sono meno impegnati, non mi pare che di per sé questo sia un motivo di vanto, anzi, caso mai è il contrario. Va poi considerato che le ragioni di questo fenomeno possono essere più d’una: anzitutto in molti paesi europei il tempo-scuola si prolunga anche nel pomeriggio, ed è quindi ovvio che gli allievi, sopo aver passato nel proprio istituto dalle sei alle otto ore al giorno ed avervi svolto anche attività di esercizio e di ripasso, abbiano meno lavoro domestico da svolgere. In certi paesi poi (v. la Gran Bretagna) è stata fatta una scelta didattica a mio avviso molto discutibile, quella cioè di ridurre il curriculum ad un numero molto basso di materie, prefigurando una preparazione piuttosto settoriale e non omogenea; così l’impegno degli studenti è minore, ma la loro preparazione conclusiva è certamente più superficiale e meno globale di quella dei nostri alunni. Io non ho mai creduto alla favola secondo cui gli studenti italiani sarebbero tra gli ultimi in Europa e nel mondo, anzi sono convinto del contrario: lo sostengo in base al fatto che ho conosciuto molti studenti e docenti stranieri in occasione di scambi culturali che la mia scuola ha effettuato con istituti francesi, inglesi, irlandesi, americani e persino australiani. In queste occasioni ho più volte constatato un’ignoranza imbarazzante su argomenti che tutti dovrebbero conoscere (francesi che non sanno chi era Napoleone, per esempio, o altre perle simili); e quando i miei studenti, anche mediocri, hanno effettuato esperienze di studio all’estero con il progetto “Intercultura”, nei paesi dove si sono recati sono diventati subito i primi della classe e sono stati additati come esempio per i giovani del luogo. Certo, se le verifiche vengono effettuate con test a crocette squallidamente nozionistici, forse i nostri studenti risultano meno abili; ma se le prove si svolgessero tenendo conto della cultura generale e della capacità espressive ed argomentative individuali, i risultati sarebbero ben diversi.
Tornando al problema dei compiti a casa, ritengo la polemica nei loro confronti frutto o di crassa ignoranza o di malcelata negligenza dei genitori, i quali si irritano se i loro figli stanno troppo sui libri perché preferiscono far loro frequentare attività sportive o ludiche. Per queste persone la scuola ha la stessa importanza (se va bene) di un corso di danza o di una partita di calcio; non interessa loro la cultura, la formazione dei figli, ma soltanto il diploma o la laurea (possibilmente con buoni voti per potersene vantare con parenti e amici), da ottenere con poco sforzo e molta presunzione. Ma se invece vogliamo che la scuola, nonostante i ministri ed i giornalisti di infimo livello, svolga veramente il ruolo cui è destinata, lo studio individuale a casa diventa indispensabile e insostituibile. Come si possono apprendere discipline applicative o tecniche come la matematica, il latino, il greco ecc. senza svolgere esercizi individuali ove viene verificato e rinforzato ciò che è stato spiegato in linea teorica? Se un docente illustra ai suoi alunni il procedimento necessario a risolvere le equazioni di secondo grado, ad esempio, dovrà forse limitarsi alla formula teorica o dovrà anche far svolgere esercizi applicativi di quella formula? Ne svolgerà alcuni lui stesso, a mo’ di esempio, in classe, ma non avrà tempo, nelle ore a disposizione nell’orario scolastico, di mostrarne così tanti da far comprendere a tutti il concetto; e quand’anche ci riuscisse, è comunque necessario che lo studente si eserciti anche da solo, metta in campo le proprie personali qualità intuitive e deduttive e pervenga così alla sedimentazione, cioè alla conoscenza profonda e definitiva dell’argomento. Ma anche le materie soltanto orali hanno bisogno di un attento studio personale, per essere effettivamente assimilate; lo studente, in altri termini, può anche comprendere bene l’argomento di letteratura, di storia, di scienze ecc. illustrato dal docente durante le ore curriculari, ma se poi non lo rielabora personalmente, non studia cioè i contenuti operando una sintesi tra le parole del professore ed il libro di testo (e magari anche documentandosi da altre fonti) non giungerà mai ad un apprendimento soddisfacente. Si ricorderà grosso modo l’argomento, ma non ne conoscerà i caratteri fondanti né i dati oggettivi solo in apparenza secondari (v. le date storiche ad es.), la corretta terminologia ecc.
Su un punto della polemica, tuttavia, sono d’accordo anch’io: l’idea cioè secondo cui la parte più significativa del lavoro scolastico debba svolgersi in classe, in modo che i compiti a casa non debbano essere sostitutivi dell’operato del docente (v. la celebre frase “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, che tutti prima o poi ci siamo sentiti dire). Non vanno mai assegnati compiti o esercizi su argomenti non trattati prima dal professore, perché se gli studenti potessero apprendere da soli sarebbe loro sufficiente comprarsi dei libri o collegarsi ad internet, senza frequentare la scuola. Prima deve venire l’impegno del docente e poi quello dello studente, non viceversa. Inoltre – ed è cosa ovvia – non bisogna esagerare nella quantità dei compiti a casa e dei contenuti da studiare, perché qualche volta è vero che gli scolari, anche quelli più piccoli, sono troppo oberati di lavoro, come ad esempio i famosi compiti per le vacanze estive, che non di rado rovinano ai piccoli villeggianti le belle giornate al mare o ai monti. Come diceva Aristotele, la virtù è il punto di incontro di due vizi opposti, il che significa, in termini pratici, che non si deve mai esagerare, né in un senso né nell’altro. I compiti a casa sono essenziali, non si possono abolire; occorre però il senso della misura, specie nei periodi di più intensa attività didattica, altrimenti c’è il rischio concreto che gli studenti li copino o addirittura non li svolgano affatto; e questo è dannoso anzitutto per loro, ma anche per il sistema scolastico nel suo insieme.

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Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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