Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

Quando si parla del movimento femminista degli anni ’70 e delle sue propaggini che arrivano fino ad oggi, si è portati a pensare ad argomenti di tipo politico e sociale come l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità di lavoro, il rispetto della dignità della donna in famiglia e in società e così via. Questi grandi temi hanno riempito per decenni le aule parlamentari, i dibattiti televisivi e gli organi di stampa, tanto che sono state emanate molte leggi a riguardo, oltre al diffondersi di una mentalità generale, di un pensiero comune, che ha finito in certi casi per sconfinare nell’ingiustizia e nella discriminazione al contrario: mi riferisco, ad esempio, alle cause di tipo matrimoniale, dove i giudici tendono quasi sempre a dare ragione comunque alla moglie, alla quale vengono affidati non solo i figli ma anche la casa coniugale, il mantenimento ecc., mentre il marito si vede spesso privato di tutto, rovinato economicamente e costretto persino a dormire in macchina perché non ha più un alloggio. Questo lo dico tanto per ricordare che le ingiustizie e le violenze accadono nei confronti di entrambi i sessi, non di uno soltanto.
Ma lasciamo perdere questo argomento, perché nel presente post intendo riferirmi ad altro, ad un’abitudine cioè di recente introduzione che si allinea al cosiddetto “politically correct” tanto in voga oggi; un’abitudine che, pur di eliminare ciò che in certi ambienti si ritiene una discriminazione, va addirittura a finire nel ridicolo. Mi riferisco a quello che io chiamo “femminismo linguistico”, una moderna aberrazione che fa violenza alla nostra lingua in nome di un presunto rispetto del genere femminile, rispetto del quale non c’è affatto bisogno. Così, nell’illusione di dare alle donne la stessa importanza sociale degli uomini, si sono creati orrendi neologismi che fanno a pugni con la lingua italiana, la quale non li ha mai previsti finora: per ricordarne solo alcuni cito “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta”, “la questora” (pare di risentire la famosa battuta di Totò in un suo celebre film: “Che mi portate in questura dal questore a quest’ora?) e via dicendo. Questi nuovi sostantivi sono ridicoli perché non previsti dalla lingua in quanto queste funzioni, in passato, erano esercitate solo da uomini; adesso ben venga la novità, ma non c’era affatto bisogno di questi mostri linguistici, poiché chi li ha creati non ha tenuto conto del fatto che le differenze sessuali ce l’hanno le persone ma non le cariche e le istituzioni; perciò si potrebbe e si dovrebbe continuare benissimo a dire “il ministro”, “il sindaco”, “il prefetto” anche se queste funzioni sono ricoperte da donne, nessuno toglierebbe a queste persone la loro dignità. In altri casi la lingua prevedeva già il passaggio dal maschile al femminile, e quindi è lecito usare entrambi i termini: si è sempre detto, infatti, “avvocatessa”, “professoressa”, “deputata”, “senatrice” ecc., anche se si potrebbe pure in questi casi continuare ad usare il maschile, sempre perché la persona ha il sesso, ma non la funzione. Nella scuola, ad esempio, si usa dire “la preside” se il Dirigente è donna, ma non sarebbe affatto necessario, perché il termine “preside” o, più di recente, “dirigente” indica anch’esso una funzione, e come tale non ha sesso. Nella mia carriera di docente, tanto per fare un caso personale, ho avuto per lungo tempo una dirigente donna la quale si faceva chiamare normalmente “la preside”, ma che usava invece definirsi al maschile (“il preside”) quando voleva riaffermare la sua autorità. Anche il termine “presidente” può essere usato al maschile anche quando si tratta di una donna, e appare quindi grottesca ai miei occhi l’ostinazione della signora Boldrini a far ristampare tutte le carte intestate riguardanti la Camera dei deputati, con notevole spreco di denaro, perché voleva che in calce ci fosse scritto “la presidente” al femminile. Si tratta di un femminismo sciocco, di facciata, che non cambia nulla, è assolutamente inutile e linguisticamente errato.
Da alcuni anni questo assurdo femminismo linguistico ha lanciato anche un’altra pretesa altrettanto grottesca, quella cioè di inserire sempre il femminile accanto al maschile, o addirittura prima di esso: così si è cominciato a dire “le cittadine e i cittadini”, “le studentesse e gli studenti” (celebre il famigerato Statuto di Berlinguer che si intitola proprio così), “le spettatrici e gli spettatori” e così via. Questa usanza è ancora più stupida di quella ricordata prima, è un’altra aberrazione del cosiddetto “politically correct” che va per la maggiore ma che non denota altro se non l’ignoranza di chi propone e adotta cose simili, poiché si dovrebbe sapere che in tutte le lingue del mondo, antiche e moderne, il maschile riassume anche il femminile: perciò, se dico che alle prossime elezioni voteranno “tutti i cittadini”, io intendo uomini e donne, senza alcun bisogno di ulteriore specificazione; se dico “i miei studenti” intendo tutti, maschi e femmine, pur in una scuola come la mia dove le ragazze sono in netta maggioranza. Questa usanza è solo un inutile orpello atto a complicare le cose e rendere più faticosa l’espressione di chi parla o scrive, senza che ve ne sia alcuna necessità pratica. Non è così che si difendono realmente i diritti delle donne ad essere considerate pari agli uomini, un principio sacrosanto nella nostra società che non ha bisogno di continue riaffermazioni. Tanto più quando a farne le spese è la nostra povera lingua italiana, già umiliata e offesa dagli anglicismi e da tanti altri usi distorti che già in altri post ho ricordato.

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Quali letture per le vacanze?

L’estate è forse la stagione in cui le persone leggono di più, almeno quelle che sono abituate a farlo; negli altri periodi dell’anno, infatti, tutti noi siamo oberati dagli impegni di lavoro, e quindi resta poco tempo per le letture piacevoli, quelle di svago, diciamo. Noi docenti non smettiamo mai di leggere e di aggiornarci perché ciò è richiesto dalla nostra professione; ma d’estate possiamo anche uscire fuori dai testi che ci accompagnano di solito e dedicarci ad libri e autori non direttamente legati ai nostri programmi. Questa affermazione non vale per il sottoscritto, perché durante il prossimo anno scolastico insegnerò italiano in una quinta, classe da condurre all’esame, e quindi ciò che mi aspetta nel periodo estivo sono i grandi autori dell’800 e del ‘900 che saranno oggetto del mio prossimo lavoro: Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Pasolini ecc. C’è tanto materiale da soffocare, per il quale ci vorrebbero non una ma dieci estati. Sono autori che ovviamente già conosco, ma che debbo approfondire in quanto da molti anni ho lasciato l’insegnamento dell’italiano per quello del latino e del greco nel triennio del liceo Classico; poi, avendo chiesto e ottenuto questo insegnamento in una terza, dovevo pur sapere che questi ragazzi sarebbero arrivati in quinta; quindi era tutto previsto, anche che la mia estate di quest’anno fosse occupata in maniera totale.
Escluso quindi il sottoscritto, quali autori e quali libri mi sento di consigliare alle persone di cultura, che non vogliono limitarsi a sfogliare giornali o romanzetti da quattro soldi (quelli che vengono scritti oggi) che dell’arte non hanno nemmeno l’odore? Occorre tener conto che concentrarsi nella lettura sotto l’ombrellone è difficile, perché in spiaggia ci sono tanti rumori fastidiosi che ci disturbano continuamente: la musica fracassona dello stabilimento balneare, i seccatori che ti vengono a chiedere di comprare qualcosa, i sempliciotti che giocano a racchettoni o a pallone sul bagnasciuga e ti tirano la palla addosso, i cani che abbaiano, le vicine d’ombrellone che cinguettano maldicenze sui mariti o sulle nuore e tante altre cose. Consiglio perciò di dedicarsi alla lettura in luoghi diversi dalla spiaggia: chi va in montagna può sedersi su una panchina al fresco e aprire lì il libro, ad esempio, oppure ci si può recare in un giardino pubblico o una pineta, o anche sul balcone di casa, basta che non ci siano troppi rumori molesti. Dico ciò perché quando si legge un libro bisogna andare lentamente, assaporare ogni pagina, rileggere più volte ciò che ci è piaciuto o ciò che non si è compreso bene, esaminare sì il contenuto ma anche la lingua e lo stile dell’autore, poiché anche gli elementi formali fanno parte del valore letterario di un’opera.
Detto questo, è chiara la mia preferenza per gli scrittori classici, termine con cui ovviamente non mi riferisco solo agli antichi, ma anche ai moderni, anzi soprattutto a questi, giacché non posso pretendere che chi non ha fatto studi classici si entusiasmi di fronte a Omero, Virgilio, Tucidide o Tacito. Forse leggerà anche questi, ma sarà portato maggiormente agli autori degli ultimi secoli. Per me va benissimo, purché siano classici, quegli autori cioè che, secondo una celebre definizione, non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire. Personalmente, oltre alla letteratura italiana che viene sempre al primo posto, ho una spiccata predilezione per gli scrittori russi, che raccomando a chiunque voglia conoscere qualcosa di profondo e grandioso, che faccia riflettere sui grandi problemi del mondo e della vita umana: tra di essi consiglio prima di tutto Dostoevskij, forse il maggiore di tutti, e poi Tolstoi, Puskin, Gogol e Cechov. Anche su questo blog ho avuto occasione di recensire, con grande piacere e ammirazione, Le notti bianche di Dostoevskij e L’uomo nella fodera di Cechov, un racconto attualissimo che riflette la mentalità di tante persone del nostro tempo e che narra – guarda caso – la storia personale di un professore di greco. Molto belli sono anche i romanzi francesi dell’800, da Hugo a Flaubert, da Stendhal a Maupassant fino al Camus della Peste; lo stesso dicasi per gli inglesi e americani, sebbene siano un po’ più distanti dalla nostra mentalità “mediterranea”: io ho letto con grande interesse i romanzi gotici inglesi per il fascino dell’horror e del soprannaturale, dal Frankenstein di Mary Shelley a Edgar Allan Poe, allo stupendo Dracula di Bram Stoker. Questa per il gotico è una preferenza mia personale, ma altri grandi scrittori anglosassoni sono capaci di suscitare grandi emozioni: cito ad esempio i romanzi di Dickens (qui sul blog ho recensito Oliver Twist), quelli di Stevenson (non si può non conoscere Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hide!) e, per quanto riguarda l’America, Hawthorne (in particolare La lettera scarlatta, prima importante denuncia contro i pregiudizi popolari) ed Hemingway.
Questa ovviamente è una semplificazione estrema, perché gli scrittori ed i poeti sono migliaia, di tutte le letterature, ed è naturale che ciascuno scelga ciò che più gli piace. L’importante, secondo me, è che non si perda mai l’abitudine a leggere, dato che, come recitava uno slogan in voga qualche anno fa, leggere allunga la vita. Più che allungarla, a mio parere, la rende migliore, perché il nostro cervello – come ogni altra parte di noi – ha bisogno di restare in attività, essere esercitato in ogni momento per poter durare più a lungo e nelle migliori condizioni. E’ però fondamentale che ciò che si legge non ci lasci indifferenti, ma cambi qualcosa nel nostro animo, come diceva l’anonimo autore antico del trattato Del sublime; ma perché ciò avvenga è necessario, a mio parere, che gli scrittori scelti siano classici, autori cioè di opere immortali; da questo novero escludo totalmente gli scribacchini di oggi, che pubblicano libri osceni e dalla sintassi claudicante, scritti in cui una maestra elementare troverebbe molti errori da segnare con la penna rossa. Non voglio fare nomi, perché dovrei farli di tutti quelli che oggi riescono, magari con conoscenze o altri mezzi discutibili, a vedere pubblicate le nefandezze che scrivono. Ed un’ultima cosa mi sento di consigliare: che la lettura avvenga con il libro cartaceo, infinitamente più bello e più utile di quelli sui supporti elettronici, che dipendono dalla carica della batteria e rovinano la vista del lettore. Un libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa; un hard disk si può invece rompere e allora si perde tutto. La tecnologia è utile in certi casi, ma in altri è meglio tornare alla tradizione, più genuina e di gran lunga più affascinante.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

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Le prime due prove dell’esame di Stato 2016

Chiariamo anzitutto che l’esame sostenuto in questi giorni dai nostri studenti non si chiama più “di maturità”, ma che dalla nascita della nuova formula nel 1999 la denominazione esatta è “esame di Stato”. Questo dovrebbero imparare quegli ignoranti dei giornalisti della TV e della carta stampata, che continuano erroneamente ad usare il termine “maturità”; ed è questo un esempio ulteriore di come chi cerca di discutere di questioni scolastiche si rivela poi al di fuori della realtà effettiva. E magari ciò riguardasse solo i giornalisti, i quali, com’è noto, hanno per contratto la presunzione di parlare di ciò che non conoscono! Questo male contagia anche, purtroppo, i funzionari ministeriali.
Parliamo delle prove d’esame assegnate ieri (italiano) e oggi (greco al Liceo Classico, al quale mi limiterò perché questa è la mia scuola e di questa mi intendo). Le tracce della prova d’italiano erano tutte fattibili e ben congegnate, occorre riconoscerlo; del resto non è mio costume parlare male di tutto e di tutti e dire sempre di no, e quindi posso ben ammettere che gli argomenti proposti erano tutti interessanti, dall’analisi del testo di un suggestivo brano di Umberto Eco relativo alla letteratura, al tema sul paesaggio, a quello sul voto alle donne di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario. Se però, facendo un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni, avessi dovuto scegliere io la traccia da seguire, avrei preferito il saggio breve sul rapporto padre-figlio, che era tra l’altro corredato da un bellissimo passo della “Lettera al padre” di Franz Kafka, un testo che tutti i figli e tutti i genitori dovrebbero leggere. In conclusione, senza eccedere in alcun senso, posso dire di essere soddisfatto delle tracce proposte per la prima prova, che mi sono sembrate dettate da buon senso e competenza.
Ma un giudizio di tal lusinghiero tono nei confronti dei funzionari ministeriali che scelgono le prove d’esame non si conferma per la versione di greco di oggi, costituita da un lungo passo dell’orazione Sulla pace dell’oratore Isocrate (436-338 a.C.). A parte i soliti strafalcioni dei giornalisti (su “Repubblica” è stata confusa l’orazione Sulla pace del 355 a.C. con il Panegirico dello stesso Isocrate che è invece del 380 a.C.!), quello che mi è rimasto più indigesto è il giudizio di alcuni professori intervistati qua e là, i quali hanno definito “facile” e “accessibile” il brano proposto (anzi imposto!) ai ragazzi, dicendo addirittura che agli studenti di quest’anno “è andata di lusso”. Ma questa espressione, oltre ad essere brutta, non è veritiera, perché non è andata affatto “di lusso”: a parte il fatto che il brano era lungo quasi il doppio di una normale versione assegnata nei compiti in classe effettuati durante l’anno scolastico, c’è da osservare che non era affatto semplice, almeno per gli studenti di oggi, i quali, com’è noto, incontrano molte difficoltà nell’esercizio di traduzione dai testi antichi, per le svariate ragioni che ho già espresso in altri post di questo mio blog. Se questo brano fosse stato assegnato ai tempi miei, considerato che noi studiavamo latino già alle medie e giungevamo al ginnasio con una ferrea preparazione di analisi logica e del periodo, sarebbe forse andata bene, e tuttavia qualche mio compagno di allora l’avrebbe sbagliata in gran parte, ne sono sicuro; ma al giorno d’oggi, quando nella scuola di primo grado si fa ormai pochissima grammatica, lo spazio per le discipline umanistiche è stato ridotto e non c’è più il latino alle medie, quando i giovani non debbono più sforzare le loro capacità logiche perché ogni loro dubbio è subito risolto da un clic su un sito internet, questo brano di Isocrate non era per niente facile, a meno che non si parli di quell’esigua minoranza di studenti che, avendo un particolare interesse per le discipline classiche, si sono esercitati in modo particolarmente assiduo ed hanno supplito con le loro forze alle carenze della scuola nostrana. Non voglio tediare i lettori, che non sono tutti grecisti, con l’indicazione delle problematiche tecniche che erano contenute in questo brano, né ripetere un’altra volta che trovo ormai irrinunciabile e irrimandabile un profondo cambiamento della seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico. Farò questo in un prossimo articolo, in cui replicherò allle argomentazioni di certi studiosi, come la scrittrice Paola Mastrocola, che ancora considerano la traduzione come l’unico mezzo per valutare la “maturità” dei nostri studenti. Io la penso in modo diametralmente opposto, e non mancherò di evidenziarlo e di farlo sapere a chi di dovere, come ho già tentato di fare scrivendo più volte al Ministero. Ma per adesso basta così.

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Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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Consigli agli studenti per l’Esame di Stato

Si avvicina l’Esame di Stato (un tempo chiamato di maturità) per tanti giovani che hanno frequentato l’ultimo anno delle scuola secondarie superiori. Ciascuno di loro lo affronta a suo modo: c’è chi è ansioso e preoccupato, chi invece assume un atteggiamento spavaldo e apparentemente disinteressato, chi si attende una valutazione alta e chi invece si accontenterebbe del punteggio minimo. L’attesa è molto diversificata, ma nella sostanza tutti aspirano ad ottenere un risultato positivo; ed in effetti la promozione arriverà per quasi tutti, visto che le bocciature all’esame si limitano a percentuali bassissime; ciò non significa però che gli studenti rimangano soddisfatti degli esiti finali, perché anche chi riconosce di aver ottenuto il punteggio che prevedeva (e forse anche più) avrà comunque da ridire sul risultato del compagno o della compagna che, pur con un iter scolastico meno brillante, avranno avuto più di lui (o di lei). Comunque, a parte queste che sono vicissitudini inevitabili in ogni esame, mi sento di dare ai maturandi qualche consiglio per sostenerlo nel migliore dei modi, visto che da trent’anni e più mi trovo sempre in commissione, dove ho svolto tutte le funzioni: membro interno, membro esterno e presidente.
Riallacciandomi a quanto detto sopra, il primo consiglio che mi sento di dare agli studenti è quello di affrontare le prove con serenità, senza porsi preventivamente obiettivi che potrebbero non essere raggiunti e quindi provocare irritazione e risentimenti. Occorre tener conto che una parte non indifferente del risultato finale non dipende da voi, cari studenti, ma dalla buona o cattiva sorte che vi può toccare: bisogna vedere quali sono i parametri valutativi della vostra commissione, giacché non tutte giudicano con lo stesso metro, e una determinata prova può valere 10 per un commissario e 5 per un altro; potreste trovarvi di fronte a domande o quesiti che non vi aspettavate, ed in questo caso occorre comunque cercare di rispondere, perché lasciare il foglio bianco o restare muti è la soluzione peggiore in quanto denota, a volte falsamente, una totale ignoranza sull’argomento proposto; c’è da considerare anche l’effettiva difficoltà delle prove ministeriali, che variano da un anno all’altro. Insomma, c’è tutta una serie di fattori che può influenzare sensibilmente il vostro esame ed i vostri risultati, ragion per cui la migliore scelta è quella di stare sereni e sostenere con calma le prove facendo propria la massima oraziana del carpe diem, anche perché l’ansia e l’emotività non fanno altro che peggiorare la vostra immagine dinanzi alla commissione. Dovete poi tener conto che il voto finale scaturisce al 75% dalle prove d’esame e che solo il 25% è costituito dal credito che la vostra scuola vi ha assegnato; è perciò possibile – anzi è quasi certo – che i risultati finali non rispecchieranno la reale scala dei valori emersi durante il quinquennio di studi, perché basta che uno studente fallisca una prova per perdere più punti di quanti ne contiene l’intera scala dei crediti scolastici. Sarebbe giusto, a mio giudizio, che il curriculum scolastico contasse nel voto finale almeno il cinquanta per cento; ma così non è, gran parte della valutazione conclusiva dipende dalle prove d’esame, e quindi la fortuna, come si suol dire, ci mette lo zampino, anzi ci si butta con tutte le zampe e anche col resto del corpo. Tanto vale, quindi, stare tranquilli: sempre per citare il buon Orazio, ut melius quicquid erit pati!
Quanto all’atteggiamento “pratico” da tenere all’esame, il primo consiglio che mi sento di darvi, cari studenti, è quello di essere onesti e contare soltanto sulle proprie forze senza cercare “scorciatoie” come le copiature o altri simili atti di disonestà. Starete più tranquilli con la vostra coscienza e sarete fieri del vostro risultato, il quale, pur modesto che possa essere, sarà tutto vostro e potrete quindi andarne fieri. Niente cellulari alle prove scritte, anche perché c’è una norma ben precisa che commina l’esclusione da tutte le prove d’esame, e quindi la bocciatura, per chiunque sia trovato in possesso di questi o altri aggeggi elettronici; e chissà, potrebbe anche esistere qualche presidente di commissione che venga preso dalla volontà di applicare letteralmente la norma. Ricordate che l’onestà paga sempre alla fine, la truffa e l’illegalità non pagano mai. Nel presentarvi agli esaminatori siate cortesi e gentili, ma non passivi; se avete una vostra idea, una vostra posizione, sostenetela anche se il commissario ne esprime una diversa dalla vostra, ma sempre con garbo e gentilezza. Non mostrate atteggiamenti protervi o spavaldi, che risultano sempre indisponenti per i commissari. Tenete presente che quattro componenti su sette della commissione non vi conoscono, sono membri esterni, e quindi il vostro comportamento, le vostre parole, il modo stesso con cui vi presentate possono avere un rilievo non indifferente nel loro giudizio su di voi, che si tradurrà inevitabilmente in un voto. Queste persone vi vedono per la prima volta, non conoscono il vostro reale carattere, quello che è emerso nei cinque anni di permanenza nella vostra scuola; perciò basta poco per influenzare, in senso buono o cattivo, l’impressione che farete loro. E a tal proposito, a conclusione di questa nota, mi sento anche di darvi un suggerimento pratico, che a molti potrà apparire fuori luogo perché rientra nelle scelte personali di ciascuno, ma che finisce anch’esso per avere la sua importanza. Mi riferisco al modo di abbigliarsi e di vestirsi durante i giorni delle prove d’esame. In tali occasioni, a quanto mi è capitato di constatare nei tanti esami cui ho partecipato, sono da evitare da parte degli studenti abbigliamenti eccentrici o da spiaggia come bermuda, sandali, magliette con scritte ecc., perché per molti docenti (specie quelli di una certa età, me compreso) la scuola è un luogo diverso dalla spiaggia o dalla discoteca, e richiede un certo decoro anche nel modo di vestirsi e di presentarsi all’esame. Sono da evitare anche i pantaloni a vita bassa, che lasciano intravedere parti che dovrebbero restare coperte, ed i famosi jeans strappati, che fanno una pessima impressione. Un abbigliamento sobrio e adatto all’ambiente, come ad esempio la giacca o la camicia per i ragazzi, un vestito o tailleur al posto dei jeans per le ragazze, sarebbero le scelte migliori. E’ vero che quel che conta è la preparazione individuale nelle materie d’esame, questo è chiaro; ma anche il vostro aspetto, il vostro modo di presentarvi e di interagire ha un certo rilievo. Ricordate che chi non ci conosce prima ci vede e poi ci ascolta. E dico questo a ragion veduta, in base alle circostanze in cui mi sono trovato personalmente; poi è evidente che ciascuno può fare come vuole, questi sono soltanto consigli, parole che volano al vento come tante altre, scritte in un momento in cui, dopo tutto lo stress che mi ha provocato l’anno scolastico, non avevo nulla di meglio da fare.

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Il cellulare, nostro signore e padrone

In un passo celebre delle sue opere filosofiche (Epistole a Lucilio, 47, §17) Seneca scrive una frase altamente significativa, ancor oggi validissima: nulla servitus turpior est quam voluntaria. Credo che anche chi non conosce il latino, anzi si guarda religiosamente dal sentirne soltanto l’odore, ne comprenda il significato: “Nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria”. Certamente è così perché chi, al tempo di Seneca, nasceva in una famiglia di schiavi era costretto a restarlo per tutta la vita, ma non aveva responsabilità per questa sua condizione, né poteva provare a causa di essa alcun senso di colpa; ma chi invece, nato libero come oggi tutti lo siamo fortunatamente, si costringe per sua stessa volontà a divenire schiavo di qualcuno o di qualcosa, rivela non solo scarsa intelligenza e personalità, ma deve (o dovrebbe) almeno vergognarsi dei propri vizi e cercare di emendarsene. Così purtroppo non è in questa nostra sventurata epoca, in cui tutti o quasi siamo servi di istinti, passioni e vizi di ogni genere, sebbene ben pochi si rendano conto di esserlo.
Affrontare l’argomento nella sua totalità sarebbe lungo, anzi lunghissimo; e non è il caso di farlo in un blog. Mi limiterò quindi a parlare di una delle schiavitù che vedo con i miei occhi prender sempre più campo nella nostra società: quella dei telefonini cellulari. Il loro uso, anzi il loro abuso da parte di tante persone mi porta direttamente ad una conclusione: che cioè la tecnologia, che dovrebbe essere al servizio dell’uomo, ha finito per asservirlo e farne il proprio schiavo, un’eventualità questa che molti dei nostri padri scrittori, filosofi e scienziati temevano già molti decenni or sono. Mi piace, a tal riguardo, citare uno dei nostri “grandi” del secolo XX, Luigi Pirandello, che ben si era avveduto dei pericoli insiti nel progresso e nella tecnologia. Chi non lo avesse ancora fatto, legga i Quaderni di Serafino Gubbio operatore o i Giganti della montagna e si renderà conto della veridicità delle mie affermazioni. Non basta: lo stesso Einstein ebbe a dire che temeva fortemente il giorno in cui la tecnologia avrebbe sopravanzato la nostra umanità, perché allora il mondo sarebbe stato popolato da una generazione di idioti. Purtroppo quel giorno si sta avvicinando sempre più, se addirittura non è già arrivato.
Parliamo dei telefonini cellulari, questi aggeggi elettronici di cui tutti ormai sono dotati e di cui ho parlato in altri post a proposito del loro impiego da parte degli studenti per copiare i compiti scritti. Qui però non intendo ripetere quanto già detto su questo problema, ma esprimere il mio parere sul modo in cui questi strumenti hanno condizionato la nostra vita comune di tutti i giorni, danneggiando gravemente le relazioni sociali. Cominciamo dai nostri giovani, gli studenti ed anche coloro che occupano un posto di lavoro. A scuola, a parte le copiature sopraddette, il loro uso incessante disturba fortemente le lezioni perché distrae gli studenti dal seguire quanto il professore sta dicendo; e mentre alcuni anni fa capitava di riprendere due o tre alunni perché chiacchieravano tra di loro durante le spiegazioni, adesso succede più spesso di notare dei ragazzi o ragazze che, credendo di non essere visti, digitano sul cellulare messaggi, sms o altro nel bel mezzo della lezione. A me la cosa fa uscire dai gangheri perché odio i cellulari, e questo è un fatto mio personale; ma anche gli altri colleghi sono molto infastiditi da questi comportamenti, che comunque è difficile evitare perché non possiamo perquisire gli studenti, né far loro consegnare i cellulari prima della lezione, per non essere tacciati di essere dei biechi tiranni antisociali. Ma i danni provocati da questi congegni non si limitano all’ambiente scolastico: essi hanno distrutto l’amicizia reale tra le persone, trasformandola in virtuale. Quando sono fuori, per la strada in qualche città o in qualche luogo di vacanza, capita spesso di vedere gruppi di giovani, ragazzi e ragazze, che passeggiano insieme o si fermano su una panchina o altrove; ma mentre in passato li si sentiva parlare, ridere e discutere, adesso il silenzio predomina perché questi giovani non parlano più tra di loro, ma ciascuno tiene gli occhi fissi sul proprio cellulare; diventano quindi degli estranei, non comunicano più a voce, non scrivono né leggono più nulla tranne l’orribile linguaggio degli sms, che con la lingua italiana non ha più nulla a che vedere. La personalità dei giovani non si forma più come prima, attraverso il dialogo vocale o le lettere che tra amici o tra fidanzati venivano scambiate; adesso tutto è virtuale, tutto passa per questi dannati apparecchi elettronici. Anche l’amore tra i giovani non nasce più col dialogo, gli sguardi e i sorrisi, ma con gli “emoticons” e gli sms. Il cellulare, signore e padrone delle loro vite, fa nascere e morire le relazioni umane, che senza quel supporto non riescono più ad instaurarsi e a durare nel tempo. A me questo sembra un regresso, non un progresso, una perdita sostanziale della nostra umanità.
Anche nelle famiglie non si parla più, non si discute più. Tutti sono presi dal cellulare in ogni momento della giornata: persino a tavola, il momento in cui nelle case si svolgeva un dialogo su tutti gli argomenti d’interesse comune, adesso non si parla più, ci si perde nello schermo dello smartphone, ci si dimentica quasi di mangiare. Adesso tutti i luoghi dove le persone debbono fermarsi per qualche minuto o qualche ora non costituiscono più occasioni di dialogo o di ritrovo, ma sono diventati consessi di automi, di zombies che stanno con gli occhi fissi sullo schermo del cellulare come se vi si trovasse l’oracolo di Delfi, il messaggio di salvazione universale, il Vangelo salvifico del XXI secolo. Dovunque ci rechiamo, al supermercato, sul treno o sull’autobus, in un ambulatorio medico, in un locale pubblico qualsiasi, tutti sono contagiati da questo diabolico virus; e non parlo soltanto dei giovani, ma anche delle persone di mezza età e persino degli anziani, i quali spesso chiamano a casa con il cellulare per sapere se debbono comprare un kg di mele o di pere. Alle casse dei supermercati il problema riemerge con prepotenza: la persona che hai davanti nella fila, di qualunque sesso ed età, non fa a tempo ad arrivare a pagare il conto che puntualmente gli squilla il telefonino, e così si mette a rispondere ritardando le operazioni e facendo perdere la pazienza a chi, come il sottoscritto, ha fretta in primo luogo ed in secondo detesta questi comportamenti. Per non parlare degli zoticoni che, parlando in pubblico al cellulare, ti fanno sapere contro tua voglia tutti i fatti loro, tanto che ti verrebbe voglia di rovesciar loro addosso un barattolo di vernice. Tutte queste persone non stanno semplicemente usando un oggetto, ma sono essi stessi schiavi di questo aggeggio infernale, e questo comportamento è diventato così diffuso che è ormai accettato da tutti e considerato normale, mentre chi risulta anormale sono quelle persone che, come me, non portano mai dietro il cellulare e ritengono di poter vivere anche senza, come l’umanità ha vissuto per migliaia di anni senza subire alcun danno da questa mancanza. A parte la mia naturale avversione, quello che mi preoccupa di più è che l’uomo del XXI secolo non riesca più a vivere senza la tecnologia, che in tal modo sopravanza e distrugge la nostra umanità perché ci aiuta sì a vivere più comodamente, ma ci toglie anche la nostra dignità e la nostra libertà personale. Ed allora io la penso come il lupo della favola di Esopo, che preferisce soffrire la fame nel bosco anziché patire la catena che vede al collo del cane.

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Compiti copiati e siti canaglia

Benché io riceva solitamente pochi commenti al mio blog, ogni tanto me ne arriva qualcuno inviato da genitori preoccupati o anche da studenti in cui si sottolinea la gravità del fenomeno delle copiature a scuola con il cellulare, sia nei compiti in classe che in occasione degli esami; in certi licei, direi soprattutto Classici perché è qui che vengono copiate le versioni di latino e di greco, questa grave forma di illegalità e di malcostume è arrivata a un livello tale da rendere praticamente inutile lo svolgimento dei compiti in classe, i cui risultati vengono totalmente falsati. Certi studenti dotati di coscienza e buona volontà che, a detta loro, non hanno mai copiato, mi scrivono indignati perché vedono i loro compagni copiare e ottenere voti pari o superiori ai loro; una collega, invece, mi scrisse una volta chiedendomi come comportarsi in un caso che le era capitato, quello cioè di un alunno che fotografava il compito con il cellulare, lo spediva ad un’insegnante esterna che lo svolgeva e poi glielo rimandava con lo stesso sistema. Mi chiedeva se poteva denunciare quella persona, ma io le risposi, con il mio consueto scetticismo, che la cosa mi pareva poco fattibile, sia perché bisognerebbe dimostrare, in primis, che le cose sono andate veramente come lei diceva, ed in secundis che questo fatto costituisca un reato vero e proprio. Ed è proprio da qui che prendo le mosse per dire che non esiste una legislazione al riguardo che blocchi questo squallido fenomeno delle copiature, e le norme esistenti sono tutte contro i docenti che vogliano far rispettare l’onestà e la legalità: non solo non possiamo perquisire gli studenti per controllare se hanno un cellulare nascosto, ma non possiamo neppure classificare con un brutto voto una prova anche palesemente copiata, perché lo studente potrebbe sostenere di averla fatta da solo ed in caso di ricorso al TAR vincerebbe di sicuro. Occorre sorprenderlo sul fatto, ma questo è sempre più difficile perché non si possono sorvegliare contemporaneamente 25 ragazzi (specie quelli delle ultime file), i quali possono nascondere il cellulare in qualunque posto, persino dentro il vocabolario, in tasca, nell’astuccio o altrove.
Ma perché questa comportamento subdolo e squallido degli studenti è possibile? Perché riescono quasi sempre a trovare su internet la soluzione dei quesiti, in particolare la traduzione delle versioni di latino e di greco: basta digitare il titolo della versione o le prime parole del testo ed ecco che, in pochi secondi, compare la traduzione ed il gioco è fatto. Su questo stesso blog, più di due anni fa (gennaio 2014, v. l’Archivio nella colonna di destra), ho cercato di fornire ai colleghi possibili antidoti per arginare il fenomeno in un post intitolato “Vademecum anti copiature per prof. di latino e greco”; ma ogni accorgimento è insufficiente, soprattutto per coloro che si accordano con dei lestofanti fuori scuola ai quali inviare il testo della versione per tradurla. La soluzione, comunque, non spetterebbe a noi ma al Ministero dell’istruzione, il quale, pur informato del problema, non ha mai fatto nulla per risolverlo, se non generici divieti all’uso del cellulare che lasciano comunque il tempo che trovano. E allora cosa possiamo fare? Tirare avanti così significa togliere ogni validità ai compiti in classe ed alla seconda prova dell’esame di Stato; tanto varrebbe allora abolire completamente le traduzioni dalle lingue classiche ed effettuare compiti in classe ed esami su altre competenze. L’unica cosa che il Ministero dovrebbe fare è fornire a tutte le scuole delle apparecchiature in grado di schermare l’aula dove si svolge il compito ed impedire quindi ai cellulari di collegarsi a internet (i famosi jammer, mi pare si chiamino così); ma pare che l’uso di questi apparecchi sia proibito, e comunque il Ministero si guarda bene dall’autorizzarlo. Ho saputo di una professoressa del nord Italia che l’ha acquistato a spese sue e lo usa in classe, e bisogna dire che questa collega è molto meritoria e coraggiosa, perché rischia una denuncia solo per aver fatto rispettare la legalità. Paradossi italiani!
La colpa di questo malcostume, tuttavia, non è soltanto degli studenti; anzi, in parte almeno vanno compresi, perché tradurre dal latino e dal greco per i ragazzi di oggi è sempre più difficile e, si sa, in questi frangenti la tentazione di trovare scorciatoie è forte. Chi non è da scusare affatto sono invece i detentori dei siti-canaglia (così li chiamo io) che mettono a disposizione gli esercizi e le versioni tradotte. Il più frequentato di essi, http://www.skuolasprint.it, si vanta addirittura di aver messo a disposizione degli studenti liceali migliaia di versioni di latino e greco tradotte, ed altri siti non sono da meno. Ma c’è di più: in alcuni siti, come http://www.skuola.net, http://www.studenti.it, http://www.scuolazoo.it ed altri si trova persino un prontuario di consigli agli studenti per copiare durante i test, i compiti e le interrogazioni. In questi prontuari vengono elencati sia i metodi tradizionali da sempre in uso nella scuola (il passaggio di bigliettini, le minifotocopie, le sbirciate sul compito del compagno, formule scritte sul banco o sul muro, e via dicendo) sia quelli nuovi e tecnologici basati sullo smartphone o l’iphone o come si chiama.
Personalmente ritengo che questi siti andrebbero immediatamente oscurati ed i loro responsabili messi in galera per diversi anni, e ciò non per il danno materiale che provocano (che è ben limitato dal fatto che gli studenti già conoscono per lo più queste tecniche) ma per la gravità del loro comportamento sul piano morale e civico. Istigare uno studente a copiare o fornirgliene i mezzi significa incitarlo a compiere un atto disonesto e illegale, formare in lui la convinzione che per avere successo nella vita non sia necessario impegnarsi onestamente e far valere il frutto delle proprie capacità, ma sia invece opportuno farsi furbi e “fregare” il prossimo. Chi autorizza i ragazzi a ingannare i loro professori o i loro genitori li corrompe moralmente ed è paragonabile a chi fornisce loro armi o droghe; e questo perché la disonestà e l’illegalità, una volta apprese, non si dimenticano e restano impresse nella personalità del futuro cittadino. Chi copia a scuola, chi è contento perché ha “fregato” il professore, un domani vorrà “fregare” il suo prossimo e lo Stato, e diventerà un corrotto o un corruttore, un truffatore di anziani, o nel migliore dei casi un evasore fiscale. Noi docenti dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere onesti ed a vivere nel rispetto della legge e dei buoni costumi; ma come possiamo realizzare questo obiettivo quando c’è chi rema in senso contrario, abituando gli adolescenti ad essere disonesti ed a considerare il professore come un nemico da combattere anziché come una persona più grande e matura che cerca di condurti meglio possibile sulla buona strada? E credo che non poca responsabilità in questi fenomeni ce l’abbiano anche i politici, che lasciano soli noi docenti a combattere le nostre battaglie e parlano di scuola a vanvera, senza conoscere affatto i problemi che ogni giorno vi si affrontano. Comincino intanto col far oscurare questi siti canaglia che avvelenano il rapporto tra alunni e docenti e apertamente caldeggiano comportamenti squallidi e disonesti; otterrebbero molto di più, con un provvedimento simile, di quanto non ottengano con le loro insulse circolari sul rispetto della legalità, che pochi leggono e che nessuno osserva.

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A quali docenti andrà il bonus?

Sul sito web del quotidiano “Repubblica” è uscito ieri un interessante articolo dedicato ad uno degli eventi più attuali della vita scolastica nazionale: il famoso “bonus” economico con cui in ciascuna scuola verranno premiati, a partire da questo stesso anno scolastico, i docenti ritenuti più validi e meritevoli. Ciò in prima applicazione della legge detta della “Buona scuola” approvata dal Parlamento nel luglio dello scorso anno. Sappiamo che la decisione finale sulle persone a cui dare questo “bonus” (che si ridurrà a poche decine di euro mensili) spetterà ai Dirigenti scolastici, i quali dovranno avvalersi dei criteri stabiliti dal Comitato di valutazione eletto in ogni istituto; ciò nonostante non sarà facile per i Dirigenti, che non possono essere competenti di ogni disciplina insegnata nella loro scuola, e neanche possono conoscere nei particolari il metodo di lavoro, l’impegno e la preparazione di ciascun insegnante, individuare i docenti “migliori”, più bravi o più solerti nel loro lavoro. Così, a quanto riferiva l’articolo di “Repubblica”, in molte scuole si stanno distribuendo questionari anonimi a studenti e genitori, per conoscere il giudizio degli “utenti” sul servizio loro prestato dagli insegnanti.
A proposito della questione generale voglio premettere che, ad onta delle proteste di molti colleghi e sindacati, io continuo ad essere favorevole alla valutazione di noi docenti ed anche ad una, se pur minima, differenziazione dello stipendio, perché ritengo ingiusto e mortificante trattare tutti allo stesso modo, perché è ben noto che non tutti abbiamo lo stesso carico di lavoro, le stesse competenze e lo stesso amore per la professione, non tutti abbiamo la stessa efficacia didattica o lo stesso rapporto professionale ed umano con i nostri alunni, e l’egualitarismo finora vigente mortifica chi mette l’anima ed il cuore nello svolgere i propri compiti quando vede che il collega impreparato o fannullone riceve lo stesso trattamento e la stessa considerazione sociale. Riconosco però che è estremamente difficile per i Dirigenti effettuare una simile distinzione, perché il nostro lavoro non è valutabile oggettivamente, dal momento che non è un’attività operativa materiale in cui si possano contare le casse di frutta scaricate da un magazziniere o i tavoli di un ristorante apparecchiati da una cameriera. Per noi nessun parametro può esser preso per oggettivamente indiscutibile, neanche quello, unico (e non sempre) accertato dai concorsi, della preparazione nelle proprie materie; nella mia esperienza ho conosciuto infatti colleghi bravissimi, veri e propri cultori della materia e vincitori di concorso, che però non riuscivano a trasmettere questo loro sapere agli alunni, non riuscivano a volte neanche a mantenere la disciplina in classe, non avevano la misura dei tempi in cui un programma deve essere svolto, tanto che l’esito del loro insegnamento si è rivelato un autentico fallimento.
Per questi motivi molti Dirigenti, nel tentativo di limitare i danni (in termini di risentimenti, proteste e ricorsi) che inevitabilmente faranno da strascico alle loro scelte, distribuiscono i questionari per sapere dagli studenti chi tra gli insegnanti è da loro più stimato ed apprezzato. E mi viene da pensare – perché è logica conseguenza di quanto detto prima – che anche chi non si avvarrà dei questionari scritti dovrà comunque tenere conto dei giudizi che studenti e genitori danno sui docenti, giudizi che girano per le scuole come voci di corridoio ma che spesso si concretizzano anche in visite, telefonate ed e-mail al Dirigente dove emergono, più che le lodi, le lamentele contro certi insegnanti. Il problema però, a mio avviso, è che questi giudizi poco lusinghieri di studenti e genitori non avvengono, se non di rado, a motivo di una scarsa preparazione o altrettanto scarsa dedizione al proprio lavoro, ma piuttosto nei confronti dei docenti più esigenti e meno generosi nelle valutazioni. Per questo trovo pericoloso affidarsi al giudizio di coloro che usufruiscono direttamente del servizio scolastico, perché ho il fondato timore che molti (se pur non tutti) alunni e genitori tendano a premiare non il docente più preparato e coscienzioso, ma quello che distribuisce a pioggia voti alti e magari impegna poco la classe con i compiti a casa, e non colui che mantiene la giusta distanza nei rapporti personali dovuta alla distinzione tra i rispettivi ruoli, ma quello che fa l'”amicone” con i ragazzi, scherza e gioca con loro dando confidenza e magari sottraendo così il tempo alle lezioni. Se proprio si vuole acquisire il parere degli “utenti” (termine che metto tra virgolette perché la scuola non è l’Enel o la Telecom), sarebbe più giusto, a mio parere, interpellare gli ex studenti, coloro che sono stati allievi di un docente negli anni precedenti e che attualmente sono all’Università o nel mondo del lavoro; solo costoro, infatti, non più condizionati dall’interesse e dalle passioni del momento, potrebbero dire con sicurezza quanto l’insegnamento di quel determinato docente è stato loro utile nella propria formazione culturale, professionale ed umana.
In ogni caso, pur continuando ad essere favorevole a questa parte della legge della “Buona scuola”,riconosco che una valutazione oggettiva ed asettica di ogni docente da parte dei Dirigenti scolastici è molto difficile; e questa difficoltà condurrà senz’altro a fraintendimenti dello spirito della legge e a decisioni a dir poco opinabili, come quella di attribuire il bonus ai collaboratori del Dirigente, a coloro che organizzano progetti, partecipano a riunioni di stesura del Pof o altre simili attività, che peraltro sono già retribuite dal fondo di Istituto e comunque hanno poco o nulla a che vedere con la validità didattica del docente, l’unico elemento che meriterebbe oggettivamente il premio. A questi problemi vanno aggiunte le accuse di clientelismo ed i malumori che si manifesteranno dopo l’attribuzione del bonus in ogni scuola; ragion per cui, se finora non ho mai invidiato lo status di Dirigente scolastico, adesso lo invidio ancor meno. Quello di cui ho parlato, per concludere, è senza dubbio un compito ingrato, a cui molti presidi rinuncerebbero volentieri; ed io li comprendo pienamente, ed almeno in questo sono del tutto solidale con loro.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

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Una generazione tra due fuochi

Molte sono le osservazioni e le affermazioni che si fanno sui giovani di oggi, un argomento molto caro a politici ed opinionisti. C’è chi li denigra considerandoli qualunquisti e dediti soltanto al “carpe diem” ed al divertimento di bassa lega; chi sottolinea il fatto che non hanno ideali e pensano solo ai beni materiali; chi li definisce “bamboccioni” perché spesso vivono in famiglia fino a trent’anni e più, o li critica perché non sanno adattarsi ad accettare impieghi sottopagati o comunque non corrispondenti ai loro studi ed alle loro aspirazioni. Quel che spesso si dimentica chi emette questi giudizi è che le generazioni sono figlie del proprio tempo e della propria società, e che quindi, se i nostri ragazzi trovano difficoltà a realizzare i loro progetti, la colpa non è loro se non in piccola parte, perché sono le condizioni di vita attuali che li inducono a comportarsi nella maniera che vediamo.
Anzitutto va detto che anche noi, tre o quattro decenni fa, avevamo la legittima aspirazione di realizzarci nella vita lavorativa e sociale, ed anche allora chi era laureato non accettava di fare il facchino o la lavandaia; solo che quegli anni, se confrontati a quelli attuali, erano tempi d’oro, nel senso che l’orizzonte che si apriva di fronte a noi, pur dovendosi comunque “fare la gavetta”, era molto più ampio di quanto avviene oggi. Tanto per fare l’esempio personale, io mi laureai in Lettere Classiche nel 1978 e nel gennaio 1980, dopo aver svolto il servizio militare (che allora era obbligatorio) iniziai subito con le supplenze, e l’anno seguente ebbi subito un incarico annuale, che tenni sino alla vincita del concorso ed al passaggio in ruolo. Allora la scuola era in espansione e gli insegnanti mancavano, non come adesso, quando le graduatorie provinciali e di istituto sono lunghissime (specie nelle discipline letterarie) ed i posti disponibili sono sempre di meno. Lo stesso avveniva negli altri settori: i laureati in legge, medicina, ingegneria, biologia, farmacia e quant’altro dir si voglia potevano avere qualche difficoltà iniziale, ma poi si sistemavano in tempi più che ragionevoli. Oggi, per tutta una serie di motivi, tutto ciò non avviene più: la forte crisi economica ha aumentato di molto la disoccupazione, molte persone hanno addirittura perduto un lavoro che credevano stabile, ed in più ci si sono messe anche le nuove leggi sui pensionamenti che obbligano le persone a restare sul posto di lavoro fino a 65 anni e più. In queste condizioni, quando mai potrà avvenire un ricambio generazionale? E quando finalmente si creeranno posti di lavoro stabili per i nostri giovani?
Quella dei ragazzi che oggi escono dalle scuole e dalle università è una generazione anomala rispetto alle precedenti, che ha avuto un destino particolare e che resta sospesa, per così dire, tra due condizioni di vita diverse e opposte. I nostri giovani sono stati fortunati nella loro infanzia, perché dai loro genitori hanno avuto tutto (almeno in senso materiale), ed hanno dovuto faticare molto meno di noi per ottenere ciò che volevano: ai tempi miei nessuno o quasi aveva l’auto personale, ma dovevamo ricorrere, quando e come era possibile, alla gentile concessione dei genitori, i quali ci affidavano la macchina magari soltanto la domenica, e per pochi chilometri, visto che i soldi per la benzina o per divertirci erano quasi sempre contati. Oggi i ragazzi hanno tutto e subito: cellulari ultima moda, abiti firmati, moto ed auto nuove e personali tutte per loro, denaro in quantità da spendere come vogliono. Ovviamente non bisogna generalizzare, perché non tutte le famiglie hanno una disponibilità economica tale da soddisfare tutti i capricci dei loro figli; ma nella maggior parte dei casi è così. Questa vita da paese dei balocchi, però, finisce bruscamente quando i giovani, una volta diplomati o laureati, debbono inserirsi nel mondo del lavoro e procedere con le proprie gambe, cioè mantenersi da soli, un’esigenza che molti di loro sentono non meno di quanto la sentivamo noi. Allora tutto si complica e diventa angoscioso e difficilmente sopportabile; è infatti cosa molto dolorosa, come ben sappiamo, dover ridurre il proprio tenore di vita e tornare indietro, dover cioè misurare il denaro ed i beni materiali che prima, sotto l’ala protettiva dei genitori, erano abbondanti ed ottenuti senza fatica. Questa generazione, quindi, non è stata molto fortunata, se ben ci riflettiamo, perché ha avuto molto di più di quella precedente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma è destinata ad avere meno di essa nella giovinezza e nella maturità. Non parliamo poi della vecchiaia, perché se già noi abbiamo ed avremo difficoltà per ottenere una pensione dignitosa, ai giovani di oggi c’è il rischio che la pensione non tocchi affatto, o che comunque debbano lavorare fino a 75 anni o più per averla. Una situazione non certo invidiabile, che dà a sufficienza ragione del fatto che molti ragazzi vivano ancora con i genitori fino ad età avanzate, e che altri rifiutino impieghi precari  e sottopagati. Francamente non è piacevole, dopo aver studiato – magari con buon profitto – per tanti anni, ritrovarsi a lavorare in un call-center a 500 euro al mese, e senza alcuna certezza sul futuro!
In seguito a questa situazione, di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini, si verifica quindi un fenomeno molto spiacevole, almeno a mio giudizio: il fatto cioè che molti giovani, non riuscendo a trovare in Italia una sistemazione adeguata ai loro studi ed alle loro inclinazioni, si recano all’estero, determinando il fenomeno di un’emigrazione intellettuale che non ci fa onore come italiani ed avvantaggia i paesi esteri, che nulla hanno fatto per la formazione di queste persone ma che si avvantaggiano della loro forza-lavoro sfruttando la fatica altrui. Pensiamo ai tanti giovani ricercatori italiani che sono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, persino in Giappone. Questi paesi non hanno speso un centesimo per la loro istruzione e formazione, alla quale hanno provveduto i genitori e le strutture pubbliche dello Stato italiano; i profitti del loro lavoro e della loro attività scientifica, vanno però a ai paesi ospitanti, i quali si avvalgono della loro opera in cambio di uno stipendio certo più alto di quello che otterrebbero in Italia, ma che comunque ripaga solo in parte il contributo ch’essi offrono a chi non ha mai fatto nulla per loro. Moltissimi giovani poi, che non fanno i ricercatori ma debbono accontentarsi di occupazioni comuni (e talvolta persino degradanti), preferiscono comunque andare all’estero perché il lavoro si trova più facilmente ed è pagato più che in Italia, ma sono destinati a restare comunque insoddisfatti ed a contribuire ad un’economia che non è la loro, oltre che a vivere lontano dalle loro famiglie e dalla loro terra. E’ una condizione simile, per tanti versi, a quella che sopportavano i nostri emigranti della fine dell’800 o del primo ‘900; soltanto che allora si andava all’estero per non morire di fame, adesso ci si va per potersi permettere il cellulare ultima moda o l’abito firmato, al momento in cui i giovani si rendono conto di non poter per sempre chiedere queste cose ai genitori. Così le famiglie si dividono, i figli partono e si disperdono nel mondo, contribuendo a quella globalizzazione ed a quella dispersione culturale ed umana che oggi è da molti considerata un valore positivo, ma che per me invece è l’esatto contrario, convinto come sono che ciascun cittadino dovrebbe restare nel proprio Paese e contribuire alla crescita ed al benessere della sua patria, non andare ad arricchire gli stranieri, spesso presuntuosi ed arroganti nei confronti di chi viene da fuori e soprattutto dall’Italia. Ma la responsabilità di questo stato di cose non è dei giovani, se non nel senso ch’essi sono in certo modo viziati ed abituati ad avere tutto, tanto da non voler rinunciare a nulla. Pur tuttavia, se in certi casi questo può essere vero, lo è anche un altro principio, quello cioè secondo cui un Paese che non sa dare lavoro ai propri cittadini, e li costringe ad andare all’estero, è un Paese fallito, in cui è necessario un profondo mutamento delle coscienze e delle scelte politiche ed economiche.

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Siamo al post n° 200!

Questo di oggi è il post n. 200 da quando ho inaugurato il blog (febbraio 2012). La quantità di osservazioni ed impressioni che ho scritto comincia quindi ad essere voluminosa, la si potrebbe raccogliere in un libro; ma la soddisfazione per aver raggiunto questo traguardo è purtroppo limitata da altre aspirazioni non realizzate, la maggiore delle quali riguarda il numero dei commenti, ancora molto scarso rispetto a quello che accade ad altri “bloggers” (lo metto tra virgolette perché non mi piacciono le parole inglesi nell’italiano). In certi periodi arrivo anche a 250 visite al giorno senza che nessuno dei lettori si degni di scrivermi qualcosa su quel che pensa di quanto ho scritto, siano pure critiche o comunque opinioni diverse dalle mie; il mio blog, infatti, non è stato concepito se non parzialmente come un diario o uno sfogo personale, ma soprattutto come un invito ad uno scambio di idee e di riflessioni su ciò che avviene nella nostra società ed in particolare nella scuola, che è il settore di mia specifica competenza. Quasi tutti, invece, si limitano a leggere e passano oltre, forse perché non hanno nulla da dire o perché non se la sentono di argomentare, preferendo restare in silenzio e tenere nascoste le proprie convinzioni.
Questi 200 post che si sono succeduti in oltre quattro anni hanno vari argomenti: per l’80% circa affrontano tematiche scolastiche (rapporto tra docente e alunni, valutazione degli studenti, legislazione e riforme varie della scuola ecc.), mentre il restante 20% è suddiviso tra argomenti di attualità (politica, costume ecc.) e brevi giudizi o recensioni su opere letterarie ed autori (Virgilio, Dostoevskij, Dickens, Pascoli, per citarne solo alcuni) che ho letto e sui quali ho elaborato studi od opinioni personali. Molto raramente ho parlato delle mie pubblicazioni e dei miei studi scientifici sulle materie di mia competenza (le lingue e letterature classiche) perché non mi pare questa la sede adatta per quella che potrebbe sembrare un’autocelebrazione; ho soltanto dichiarato apertamente quelli che considero i mali dell’editoria italiana, dato che la mia opera più impegnativa, una storia e antologia completa della letteratura latina per i Licei e l’Università, non viene più stampata (e non è quindi più in commercio) a causa del fallimento dichiarato dall’editore Loffredo di Napoli, il quale si è dileguato senza corrispondere agli autori quanto loro dovuto in termini economici e facendo scomparire le loro opere. Da questo comportamento disonesto io ho rimesso qualcosa come 10.000 euro circa, ma ciò che mi rammarica di più non è tanto il denaro quanto il fatto che la mia pluriennale fatica sia ormai andata sprecata.
Ma di questa massa di 200 articoli, quanti in realtà ne vengono letti? Purtroppo la pagina iniziale del blog ne contiene pochi, e ad ognuno che viene pubblicato di nuovo ne sparisce un altro in fondo alla pagina. Eppure molti post vecchi di qualche anno, raramente ripescati attraverso i “tag” (altra parola straniera), hanno un contenuto anche più interessante e adatto alla discussione rispetto agli scritti più recenti. Cosa pertanto dovrebbe fare il lettore? Andare all’archivio apposto sulla fascia destra della pagina e vedere mese per mese (da febbraio 2012 ad oggi) quali articoli sono stati pubblicati. Si tratta però di un lavoro lungo e un po’ noioso, che pochi avranno la pazienza di svolgere. Perciò pubblico qui un elenco di post che giudico più interessanti e non strettamente legati, se non in parte, alle problematiche scolastiche, indicando il mese e l’anno in cui sono usciti sul blog. In tal modo il lettore, visitando l’archivio e selezionando il mese, potrà trovare subito l’articolo di suo interesse.
– Le fatiche dello studioso (sull’attività di ricerca svolta oltre il lavoro scolastico) – febbraio 2012
– La festa della donna (sul femminismo) – Marzo 2012
– la TV e la scuola – Giugno 2012
– L’ignoranza, la follia e la dittatura (politica) – Ottobre 2012
– Genitori e figli (sul rapporto generazionale) – Novembre 2012
– Politica e antipolitica – Novembre 2012
– Merito e meritocrazia – Dicembre 2012
– Le donne al Parlamento – Gennaio 2013
– La morte dell’arte (sulla fine dell’arte in genere nella società attuale) – Gennaio 2013
– Le bugie elettorali – Gennaio 2013
– Lo spettro della nuova anarchia (sul M5S) – Febbraio 2013
– Dopo le elezioni, il disastro (sui risultati delle politiche del 2013) – Febbraio 2013
– Il mito dell’età dell’oro ieri e oggi – Marzo 2013
– La triste fine di un autore di libri scolastici (sulla mia esperienza con l’editore Loffredo) – Marzo 2013
– Quale governo? – Aprile 2013
– Che cosa si festeggia il 25 aprile? (la mia opinione sulla cosiddetta “liberazione”) – Aprile 2013
– La dittatura della nuova religione laica (sui diritti civili e il “politically correct”) – Maggio 2013
– Giustizia e ingiustizia (sul sistema giudiziario) – Giugno 2013
– Nella terra d Giuseppe Verdi (un viaggio in Emilia) – Luglio 2013
– L’urlo dello sciacallo (sul comportamento dei parlamentari a cinque stelle) – Agosto 2013
– Le notti bianche (sul celebre racconto di Dostoevskij) – Agosto 2013
– Immigrazione e buonismo nostrano – Ottobre 2013
– Tragedia greca e mass media moderni (sulla comunicazione ed il potere) – Ottobre 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (un mio saggio su Pascoli di recente pubblicato) – Novembre 2013
– Libertas e licentia, ossia il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle” – Dicembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (su un allestimento della “Traviata” di G.Verdi) – Dicembre 2013
– I social network e la scuola – Gennaio 2014
– La Germania non ha pagato abbastanza (sul giorno della memoria) – Gennaio 2014
– I nuovi barbari in Parlamento (sul comportamento dei deputati del M5S) – Febbraio 2014
– Nani sulle spalle dei giganti (sulla storia della cultura occidentale) – Febbraio 2014
– Il piccolo ducetto a cinque stelle (sul sig. Beppe Grillo) – Marzo 2014
– Perché l’inutile salverà l’umanità (sull’apparente inutilità degli studi umanistici) – Marzo 2014
– I profeti di sventure non mancano mai (sulle Cassandre del 2000) – Aprile 2014
– Viaggio in Germania (impressioni di un viaggio) – Aprile 2014
– La mia malinconia è tanta e tale (studio sulla malinconia e la depressione) – Giugno 2014
– Scuola e università: perché tante disparità? (sui privilegi dei docenti universitari) – Luglio 2014
– La nostra TV e la truffa del canone – Luglio 2014
– Riforme e ostruzionismo (sulle assurde posizioni del M5S) – Luglio 2014
– Turisti stranieri e ordinaria maleducazione (sul comportamento incivile dei turisti) – Agosto 2014
– Osservazioni sulla crisi (c’è stata davvero la crisi economica come ce l’hanno raccontata?) – Agosto 2014
– La lingua italiana umiliata e offesa (4 post sull’uso scorretto della nostra lingua) – Settembre 2014
– I nipotini degeneri del ’68 (sulla persistenza di un’ideologia sbagliata) – Settembre 2014
– La TV e l’antipolitica (su certi programmi che portano acqua al mulino di Grillo) – Ottobre 2014
– Un libro per il futuro (su un saggio di Nuccio Ordine sugli studi umanistici) – Novembre 2014
– Atmosfera natalizia e tristezze private (una visione antitradizionale del Natale) – Dicembre 2014
– La società disgregata (sui problemi della famiglia attuali) – Gennaio 2015
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna “in carriera” (Virgilio e il mondo attuale) – Gennaio 2015
– Libertà di espressione o cattivo gusto? (i confini tra libertà di espressione e insulto) – Gennaio 2015
– Voglia di lavorare, saltami addosso! (sulla disoccupazione attuale) – Gennaio 2015
– Il Quirinale e gli intrighi di palazzo (sulla politica italiana) – Febbraio 2015
– Panem et circenses, ieri e oggi (come il potere seduce le masse) – Marzo 2015
– Viaggio a Londra (resoconto di un viaggio) – Aprile 2015
– Immigrazione e buonismo inopportuno (sul problema degli immigrati e rifugiati) – Maggio 2015
– Lo stupido buonismo nostrano (idem) – Maggio 2015
– Ce lo chiede l’Europa? No, grazie! (sulla sudditanza dell’Italia all’Europa dei banchieri) – Luglio 2015
– La democrazia, da Euripide ai giorni nostri (confronto tra la democrazia antica e quella moderna) – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (recensione al romanzo di Dickens) – Agosto 2015
– I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata (sul comportamento dei giovani di oggi) – Agosto 2015
– L’infimo livello della nostra TV (giudizio sulla televisione italiana, specie sui programmi estivi) – Agosto 2015
– Residui di vecchie ideologie: il femminismo – Settembre 2015
– La scuola degli anni ’70 e quella attuale (interessante confronto) – Ottobre 2015
– Il teatrino del Parlamento (sul comportamento dei nostri parlamentari) – Ottobre 2015
– L’uomo nella fodera (su un interessantissimo racconto di A.Cechov) – Novembre 2015
– Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico (esilarante paragone) – Novembre 2015
– L’orrore della narrativa attuale (sul pessimo livello letterario dei cosiddetti “scrittori” di oggi) – Dicembre 2015
– Il Risorgimento a rovescio (sull’odiosa sottomissione dell’Italia ai diktat europei e tedeschi in particolare) – Gennaio 2016
– Deve esistere ancora il “posto fisso”? (sul lavoro e la disoccupazione) – Gennaio 2016
– Fannulloni veri e presunti tali (sui “furbetti del cartellino” ed altro) – Gennaio 2016
– Riflessioni sul terrorismo internazionale (dopo gli attentati di Parigi e di Bruxelles) – Marzo 2016

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Osservazioni sul bullismo

Si fa un gran parlare, in questi ultimi tempi, del problema del bullismo a scuola ed altrove, con grande interesse dei mezzi di informazione di massa, i quali reclutano a tale scopo pedagogisti, psicologi, sociologi ecc. Il fenomeno è ben noto a ciascuno, perché molti di noi, da studenti o da militari, hanno dovuto subire prese in giro, esclusioni da certi gruppi e persino angherie più o meno gravi da parte dei compagni di scuola o dei cosiddetti “nonni” nelle caserme, cioè i commilitoni più anziani per servizio. Quando io ho svolto il servizio militare di leva (che ai miei tempi era obbligatorio) in aeronautica, le nuove reclute erano chiamate “missili” e molto spesso subivano dei soprusi che comunque, almeno nel mio caso, non erano particolarmente gravi ma erano più che altro scherzi compiuti in amicizia. E’ comunque chiaro che il fenomeno del bullismo è venuto alla ribalta adesso perché ne parla molto la televisione e perché il ministero tenta di affrontarlo con appositi provvedimenti, ma in realtà è sempre esistito. Limitandoci all’ambiente scolastico debbo dire che ai tempi miei il fenomeno era ancor più grave e marcato di adesso. Chiunque fosse per qualunque motivo diverso dagli altri veniva colpito dagli scherzi e dalle derisioni dei compagni: bastava che un ragazzo avesse gli occhiali ed era subito “quattrocchi”; se era un po’ grassoccio gli epiteti si sprecavano e qualcuno, come avvenne ad un ragazzo della mia classe delle medie, veniva definito simpaticamente, con un’elegante espressione francese “beaucoup de viande”; se era magro, era chiamato “stecco”, se alto “giraffa” e così via. Anche la violenza fisica non mancava, anzi ce n’era molta più di oggi. Quante volte, specialmente quando frequentavo la scuola media, ho sentito dire la frase “t’aspetto fuori”, ed altrettante ho assistito a veri e propri incontri di pugilato all’uscita dalla scuola! Casi di ragazzini deboli angariati e anche picchiati dai più grandi ce n’erano a iosa anche quaranta o cinquanta anni fa, solo che nessuno ne parlava, e neanche i genitori si preoccupavano di intervenire a difesa del loro figlio perseguitato. Questo stato di cose era considerato normale e ciascuno doveva abituarsi a difendersi da solo; altrimenti, se aveva paura o non reagiva, era considerato un vigliacco, un “mezzo uomo” per non dire peggio. L’ambiente studentesco era violento e caratterizzato da una specie di selezione naturale alla Darwin, dove solo i più forti sopravvivevano incolumi. Il problema era ancor più grave di oggi, soltanto che non faceva notizia. Tutto qui.
Con ciò non voglio sottovalutare il problema del bullismo attuale, che è comunque un fatto grave anche perché presenta due notevoli differenze con quello dei decenni passati. La prima è che attualmente è venuto alla luce anche il bullismo al femminile, di cui prima non si aveva quasi percezione; oggi le ragazze, che spesso nelle scuole sono più dominatrici e più determinate dei maschi, hanno preso dall’altro sesso tutti i peggiori difetti, e così avviene non di rado che alcune di loro si coalizzino per perseguitare una compagna che appare diversa o perché più debole o addirittura perché ritenuta più bella delle altre, e contro di lei scatta quindi la gelosia e l’invidia del gruppo. Il bullismo al femminile è più subdolo di quello maschile, perché raramente ricorre alla violenza fisica ma si manifesta per lo più nell’isolamento e nella ridicolizzazione della vittima, tanto da provocarle complessi di inferiorità e disagi esistenziali anche gravi.
La seconda novità del bullismo attuale è che fa uso dei nuovi strumenti comunicativi come i social network, tanto da trasformarsi in “cyberbullismo”, come si è soliti definirlo con questo brutto neologismo. Le conseguenze di questo fenomeno moderno sono più gravi di quelle che si avevano in passato, perché i bulli attuali sono soliti trasferire sulla rete immagini, video o anche semplici commenti che vengono visti e conosciuti da un numero ben maggiore di persone rispetto a prima, con il risultato di ingigantire il senso di disagio e di vergogna che la vittima prova. A volte, addirittura, vengono perpetrati persino ignobili ricatti, nel senso che la vittima viene minacciata, se non soggiace a compiere determinati atti, di veder rendere pubblica qualche sua immagine (o video) di cui può vergognarsi e che magari gli è stata strappata contro la sua volontà. Se prima si veniva messi alla berlina di fronte a pochi compagni, adesso centinaia o migliaia di persone possono assistere a questa gogna mediatica, e ciò aumenta a dismisura il senso di disagio, di fallimento, di disistima personale che prova chi è colpito da questi eventi, tanto che in certi casi si è arrivati persino al suicidio da parte di ragazzi o ragazze colpiti da questo tipo di bullismo. E’ chiaro quindi che da parte delle autorità dovrebbero essere presi provvedimenti severi e fortemente punitivi contro i criminali (perché tali sono) che compiono questi atti, e sarebbe anche giunto il momento, a mio parere, che le pagine dei social network fossero controllate e non fosse permesso a chiunque di scrivere e pubblicare ciò che vuole, perché questo malinteso senso della libertà induce a danneggiare gravemente l’autostima e la personalità di alcuni individui, che possono pagarne per tutta la vita le conseguenze. Sarebbe l’ora di limitare la libertà assoluta che sussiste su internet, dove ognuno dice e pubblica ciò che vuole. Questa non è libertà, è anarchia della peggiore specie.
L’intervento coercitivo e punitivo, che dovrebbe arrivare senza timori alla perdita dell’anno scolastico per chi compie questi atti all’interno della scuola, mi pare l’unica valida risposta a questi comportamenti; soltanto che poi arrivano i genitori a difesa dei figli, fanno ricorso e magari lo vincono perché il garantismo che domina in Italia rende praticamente impossibile l’azione educativa che, se vuol essere efficace, deve necessariamente passare anche attraverso le punizioni. In alternativa c’è l’indifferenza, che cioè il perseguitato (ovviamente se la violenza non è di tipo fisico) non dia alcuna importanza a ciò che viene detto o scritto su di lui finché i persecutori non si stancano. E’ quello che dicevano a noi i nostri genitori: “Se ti prendono in giro fai finta di nulla e ridici anche tu, perché se te la prendi dai loro soddisfazione e non la smettono mai.” Ma  se questo ragionamento poteva valere ai nostri tempi, non oggi, quando i giovani sono molto più sensibili e fragili emotivamente di quanto non eravamo noi. Oggi c’è il rischio che certe ferite non si rimarginino più e che i danni provocati all’autostima personale diventino permanenti, proprio perché viviamo in una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove l’immagine esterna supera spesso i sentimenti ed i valori interiori della persona.

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La rivincita del libro di carta

Alcuni anni fa, in coincidenza soprattutto con la capillare diffusione di internet nel nostro Paese, i sostenitori accaniti delle nuove tecnologie e del moderno ad ogni costo erano pronti ad asserire, a giurare persino, che entro pochi mesi il tanto celebrato e-book, cioè il libro elettronico da leggere sul computer, sul tablet e persino sul cellulare avrebbe del tutto sostituito il libro tradizionale cartaceo. E con questa convinzione i paladini delle nuove tecnologie elencavano i vantaggi che questo nuovo metodo di lettura avrebbe avuto, in particolare quello di poter ospitare migliaia di pagine in un supporto elettronico poco pesante e poco ingombrante, il quale avrebbe potuto da solo sostituire interi scaffali di libri ingombranti e polverosi. A questa pia illusione hanno creduto in molti, anche i solerti funzionari del nostro Ministero dell’istruzione, tanto da far uscire circolari che obbligavano (ed obbligano ancora) i docenti a scegliere libri di testo che siano totalmente o parzialmente “online”, cioè su internet, in modo da ridurre il peso che gli alunni avrebbero dovuto portare negli zaini, ma anche per mettersi alla pari – almeno così dicevano – con gli altri paesi europei, dove il digitale aveva già da tempo superato il cartaceo.
Vediamo cosa è accaduto in realtà, partendo proprio dal problema dei testi scolastici. Cosa hanno realizzato, di fatto, le case editrici? Rendendosi conto che gli studenti, nonostante tutti gli strumenti elettronici di cui sono dotati, hanno ancora bisogno di maneggiare il libro, poterlo aprire in qualsiasi momento, poterlo sottolineare ecc., cioè – in una parola – preferivano ancora il libro di carta, si sono limitate ad applicare ai testi delle appendici on-line che spesso non contengono nulla di nuovo né di particolarmente importante; nella maggioranza dei casi, in effetti, la parte fondamentale e indispensabile del testo resta quella cartacea, mentre online troviamo solo qualche lettura aggiuntiva, qualche testo degli autori in più (i meno significativi) o qualche videolezione di qualche minuto che nulla aggiunge a quanto contenuto nel libro cartaceo. Almeno per i testi di letteratura italiana, latina e greca, quelli cioè su cui lavoro io, le cose stanno esattamente come le ho descritte. Ciò significa, in modo inequivocabile, che questa ubriacatura informatica che ha contagiato il nostro Ministero si è rivelata un fuoco di paglia, poiché è apparso chiaro che libri e quaderni cartacei sono ancora insostituibili, e che l’ebook, almeno in ambito scolastico, non si è mai affermato. Poiché dopo tanti anni di insegnamento conoscevo bene gli studenti e le loro abitudini, io avevo da sempre previsto ciò che si sarebbe verificato, convinto come sono che oggetti come tablet, smartphones, LIM ecc., che ci venivano prospettati come prodigiosi e risolutivi, sono soltanto degli strumenti, e neanche i più adatti per uno studio serio e consapevole. Essi da soli non possono risolvere nulla: si può leggere una pagina di storia in un libro di carta o su un tablet, ma se non la si studia e non la si comprende si resterà sempre al punto di prima. Un alunno incapace o svogliato non diventerà intelligente e studioso solo perché ha in mano un tablet. Lo stanno comprendendo anche all’estero, nei paesi che spesso noi italiani amiamo scimmiottare come ad esempio gli Stati Uniti, dove stanno tornando ad usare gli strumenti tradizionali.
Comunque, anche al di fuori della scuola, il libro elettronico o e-book non si è mai affermato, e le previsioni di coloro che sostenevano la scomparsa prossima del libro di carta si sono rivelate del tutto fallaci. E qui mi piace citare Umberto Eco, un intellettuale da poco scomparso per il quale io non ho mai nutrito eccessiva simpatia, ma che su questo punto aveva assolutamente ragione. Egli diceva che il libro di carta si può leggere ovunque, anche sotto un albero, in barca o dovunque non esistano spine elettriche; lo si può segnare, sgualcire, è sempre pronto a darci un’emozione in qualunque momento, e soprattutto non danneggia la nostra vista e le nostre vertebre cervicali. In effetti, proviamo a leggere su un computer opere come la Divina Commedia o i Promessi Sposi, e vedremo poi in che condizioni saranno i nostri occhi dopo tante ore passate davanti ad uno schermo elettronico! Senza contare il fatto, per me fondamentale, che il libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa e può essere aperto e sfogliato anche dopo cinquant’anni dal suo acquisto, mentre l’e-book è qualcosa di evanescente, di labile, di provvisorio, perché basta un guasto al computer e una cancellazione dell’hard disk per vederlo sparire per sempre. La cosa strana è che ancora oggi gli alfieri del modernismo vanno sostenendo che i libri cartacei spariranno presto; ma la profezia è ancor più fallace di quella avanzata anni fa, perché i supporti ed i libri elettronici esistono ormai da molto tempo, e se avessero dovuto soppiantare del tutto la carta l’avrebbero già fatto. Se ciò non è avvenuto è perché si è compreso che il libro è sempre un oggetto prezioso che va maneggiato, annusato, sfogliato con cura e tenuto gelosamente in un luogo (la libreria) dove sia sempre visibile e disponibile, non nascosto dentro un computer e quindi invisibile fino a quando, con perdita di tempo e difficoltà, si riesce ad aprire il programma e poterlo visualizzare. Con ciò non voglio sminuire l’importanza di internet quando si tratta di reperire fonti e materiali per la ricerca: io stesso, quando ho compilato la mia storia e antologia della letteratura latina, ho fatto largo ricorso ai testi elettronici per l’antologia degli autori, anche perché mettersi a trascrivere a mano, in latino, un’intera commedia di Plauto o un’orazione di Cicerone sarebbe stato un lavoro enorme e antieconomico. Ma a questo servono appunto i libri elettronici, secondo me: sono strumenti per risparmiare tempo ed hanno uno scopo pratico, utili per quando si ha la necessità immediata di avere sottomano un testo. Ma se invece vogliamo leggere un libro per amore della lettura, per l’istinto innato di sapere e di conoscere, il vecchio libro di carta resta ancora l’amico più caro.

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Riflessioni sul terrorismo internazionale

Dopo i fatti di Bruxelles, la televisione non fa altro che mostrarci immagini degli avvenimenti e mandare in onda pubblici dibattiti (o talk-show, come si usa dire oggi) sull’argomento, dove si sentono esprimere i pareri più disparati, le idee più bizzarre, i rimasugli ideologici di ogni genere senza che si arrivi mai ad un’analisi oggettiva del fenomeno. Personalmente il comportamento della tv e di coloro che ci parlano attraverso di essa mi suggerisce due osservazioni. La prima è che viene dato troppo rilievo all’argomento mediante la risonanza mediatica; forse è proprio questo, in effetti, uno degli obiettivi che i terroristi vogliono raggiungere, quello cioè che si parli di loro, che si dia risonanza mondiale alle loro imprese, in modo da diffondere ovunque la paura ed il senso di impotenza nei loro confronti. Se fosse possibile, a mio parere, degli attentati terroristici occorrerebbe parlare il meno possibile, in modo da limitare la rilevanza mediatica del fenomeno, il quale, se messo al centro dell’attenzione pubblica, potrebbe anche stimolare effetti di emulazione. In secondo luogo, i dibattiti televisivi mi sembrano dimostrare la mancanza di una vera conoscenza delle cause più profonde del manifestarsi del terrorismo islamico, le quali andrebbero studiate e comprese nella loro essenza prima di proporre soluzioni più o meno radicali. Cosa spinge questi gruppi a colpire i paesi occidentali? Con quali convinzioni, con quale stato d’animo delle persone giovani, che avrebbero davanti a sé una vita intera, vanno a portare la morte a persone innocenti ed a morire essi stessi? E le loro motivazioni, pur aberranti che siano, hanno soltanto una matrice religiosa o c’è dietro qualcos’altro? A me non pare che questi interrogativi vengano affrontati durante i dibattiti televisivi, o lo vengano solo in parte; ed è evidente, a mio parere, che se non si comprende fino in fondo la base culturale, la mentalità che induce quelle persone a compiere questi atti, sarà ben difficile trovare una soluzione al fenomeno, anche perché esso è del tutto alieno alla nostra mentalità di occidentali. A me, forse perché sono poco informato, sfugge lo scopo stesso delle azioni terroristiche, perché non vedo quale vantaggio ricavino questi gruppi dalla morte di qualche decina di persone innocenti, quale sia cioè il loro preciso obiettivo. Capire un fenomeno così drammatico e complesso è quindi indispensabile, altrimenti non vedo quale altro mezzo vi sia per neutralizzarlo: come si può prevedere ed impedire che una o due persone cariche di esplosivo si rechino in mezzo ad un mercato, in un autobus o in una stazione della metropolitana e si facciano esplodere? I terroristi non hanno scritto in faccia il loro status sociale; si mescolano alla folla e restano inconoscibili finché non azionano il detonatore. Contro di loro non c’è difesa, possono colpire ovunque ed in qualunque momento.
Intanto, mentre si piangono le vittime e la risonanza mediatica si allarga sempre più, siamo costretti a sentire in televisione i pareri più disparati e spesso assurdi. C’è chi sostiene che bisogna annientare l’ISIS e cancellarlo dalla faccia della terra con le armi. Questa sembra a molti la soluzione migliore, ma non si accorgono che è irrealizzabile nella pratica, perché i terroristi non sono localizzati in un solo luogo della terra che si possa bombardare o distruggere; possono essere ovunque, nelle nostre città e nei nostri paesi, nelle università occidentali e persino negli eserciti che dovrebbero combatterli, ed un’azione di forza rischierebbe di aggravare la situazione. C’è chi continua a parlare di rafforzamento dei controlli nei singoli paesi e ritiene che si debbano aumentare le indagini dei servizi segreti e dei corpi militari speciali; ma questa proposta, che pure può ottenere risultati concreti, non può risolvere del tutto il problema, perché non è possibile controllare casa per casa e cantina per cantina tutti i quartieri dove i terroristi possono annidarsi, né individuare tutti i loro movimenti. Bisogna ammettere, purtroppo, che se vogliono continuare a colpirci lo potranno fare indisturbati o quasi, anche perché chi non teme la morte, anzi la cerca e la desidera, non ha nulla da perdere, e quindi non esiste alcun deterrente che possa fermarlo. L’unica possibilità è un mutamento decisivo che intervenga nella cultura e nella mentalità di questi gruppi e dei loro affiliati, ma se non comprendiamo a fondo il fenomeno non riusciamo neanche ad immaginare quale sia l’evento miracoloso che possa sortire un tale effetto.
Comunque quel che mi indigna di più nei dibattiti nostrani sul terrorismo islamico è lo sciacallaggio di chi strumentalizza eventi così drammatici per fare polemica politica, per accusare gli avversari di questa o di quella colpa o mancanza che dir si voglia. In questi frangenti i Paesi dell’Occidente, ed il nostro in particolare, dovrebbero essere uniti per affrontare un problema comune, non dividersi ancora con assurdi sproloqui che non risolvono nulla. Il più retrivo tra questi, a mio giudizio, è la posizione di coloro che approfittano dell’occasione per rilanciare il vecchio e stantio antiamericanismo e sostenere che tutto quel che avviene è colpa della NATO e dei paesi occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti d’America) che avrebbero portato per primi la guerra all’Islam e che avrebbero quindi provocato queste reazioni. Per loro tutto il male sta da una sola parte, e così arrivano persino a giustificare dei terroristi assassini che uccidono persone innocenti e del tutto estranee alla politica ed alle eventuali responsabilità dei loro governi. E poi non mi sembra che il fondamentalismo islamico sia stato colpito più di quanto esso stesso abbia fatto spargendo nel mondo morte e terrore molto prima degli eventi che si ritengono oggi collegati al fenomeno terroristico: gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, si sono verificati molto prima che esistesse l’ISIS, ma anche allora qualche fanatico sostenitore di un’ideologia aberrante ebbe a dire che gli americani avevano organizzato essi stessi quella carneficina per poter dare la colpa all’Islam. Credo che ci dovremmo liberare al più presto di questi rottami ideologici che inquinano il dibattito politico e impediscono l’obiettività del giudizio, un elemento che sarebbe oggi più che mai utile, anzi indispensabile, per poter affrontare in modo efficace i momenti drammatici che stiamo vivendo.

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Come scegliere la facoltà universitaria

Tra pochi mesi i nostri alunni dei Licei dovranno decidere “cosa faranno da grandi”, cioè cosa intendono fare nella propria vita dopo la conclusione degli studi secondari. Ad eccezione di pochi casi, la grande maggioranza degli studenti liceali opterà per una Facoltà universitaria, più o meno coerente con l’indirizzo che hanno frequentato per cinque anni. In tutte le scuole esistono ormai dei servizi di orientamento per gli studenti, che li inducono a visitare centri universitari o ad assistere a conferenze di docenti che fanno pubblicità per la loro “parrocchia” così come facciamo noi con i ragazzi delle terze medie; ma la decisione è spesso condizionata da altri fattori, primo tra tutti la possibilità di inserirsi poi nel mondo del lavoro, trovare cioè un’occupazione che garantisca il più possibile il benessere economico.
Io non ho ancora saputo dagli alunni della mia quinta quali siano le opzioni prevalenti, ma mi immagino che il fattore economico giochi nella scelta un ruolo importante, anche perché sostenuto, in quasi tutti i casi, dalle famiglie: i genitori, in altri termini, consigliano sempre ai figli di intraprendere Facoltà considerate di maggior prestigio sociale e capaci di fornire più sbocchi lavorativi, come medicina, ingegneria, informatica, economia e via dicendo. Ben pochi tengono in considerazione quello che dovrebbe essere il criterio fondamentale alla base della scelta, cioè gli interessi personali, le qualità e le propensioni dei loro figli. Mentre una laurea in medicina è gradita a tutti i padri e le madri, perché avere in casa un figlio, una figlia o un genero “signor dottore” dà sempre lustro alla famiglia, avere un letterato o un filosofo significa avere un debito perpetuo, giacché il poveretto o la poveretta sono destinati a restare disoccupati, ed anche qualora trovassero un misero lavoro da impiegato o da insegnante avrebbero comunque uno stipendio da fame. Queste lauree sono quindi considerate una disgrazia per una famiglia. Una volta, almeno, c’era la speranza che la figlia laureata in lettere sposasse un medico o un ingegnere, e così il prestigio della famiglia ne veniva restaurato; ma oggi, quando non si sposa più quasi nessuno e le donne, giustamente, vogliono un’autonomia sociale ed economica, anche questa antica speranza è definitivamente caduta. E allora, cosa consigliare ai nostri studenti?
Intanto, prima di esprimere il mio parere in proposito, voglio accennare a quello che ho fatto io nella mia giovinezza. Quando terminai il liceo, nel lontanissimo 1973, i miei genitori erano assolutamente contrari alla mia passione per le lettere classiche, e avrebbero voluto che mi iscrivessi a giurisprudenza, per diventare avvocato come un cugino di mio padre, l’unica persona della famiglia che, prima di me, avesse frequentato una facoltà universitaria. Opponendomi con tutte le mie forze, mi iscrissi a Lettere Classiche e mi laureai brillantemente; poi, dopo qualche anno di precariato, vinsi il concorso ordinario e ottenni la cattedra di Latino e Greco nel triennio del Liceo Classico, cattedra che conservo a tutt’oggi e della quale sono sommamente orgoglioso. Ho poi continuato, durante gli anni di insegnamento a scuola, a praticare attività di ricerca nel mio settore, pubblicando saggi e libri divulgativi e scolastici, cosa che non avrei certamente potuto fare se fossi stato assorbito, magari per otto ore al giorno, in un altro lavoro. Così, senza alcun rimpianto e con estrema sincerità affermo che non mi pento affatto di questa scelta, anzi, se tornassi indietro farei la stessa cosa; e ciò perché sono fermamente convinto che la miglior gratificazione della persona, la miglior realizzazione dell’individuo consista nel seguire le proprie passioni e le proprie inclinazioni, anche a costo di guadagnare meno di altri o di tribolare un po’ di più per trovare una sistemazione. Io mi sento totalmente realizzato dalla mia professione di docente di Liceo, perché era proprio ciò che volevo fare nella vita, perché non è un lavoro meccanico né ripetitivo, perché mi consente di avere del tempo libero per dedicarmi ai miei interessi culturali e per un’infinità di altre ragioni. Ci può essere nella vita qualcosa di più bello di poter fare ciò che si è sempre desiderato? E ci può essere, di converso, un supplizio più atroce che essere costretti per tutta la vita a fare una professione che non ci piace, alla quale siamo stati costretti dall’ambizione dei nostri genitori? E l’aspetto economico è davvero così importante nella vita? Non è forse meglio guadagnare meno ma avere comunque una vita dignitosa ed esserne soddisfatti piuttosto che guadagnare molto ma essere sempre scontenti e frustrati?
Con questa convinzione, che è fermissima in me più di ogni altra, io consiglio sempre ai miei alunni di scegliere la Facoltà che più piace loro ed alla quale si sentono più inclini, perché a mio parere è meglio per la società avere un professore o un filosofo bravi piuttosto che un medico o un ingegnere mediocri. Per sostenere questa mia tesi, oltre ovviamente all’esempio personale, porto altre due argomentazioni. La prima è che la società attuale, nonostante la sbornia informatica e tecnicistica che da tempo la inquina, non ha bisogno solo di tecnici e di scienziati, ma anche di laureati in materie umanistiche, poiché saper parlare e scrivere bene, saper presentare un proprio progetto in modo razionale e convincente, saper argomentare e sostenere i propri punti di vista ed operare con spirito critico le proprie autonome scelte sono qualità ancora indispensabili, qualità che solo una cultura umanistica sa formare e trasmettere. La seconda ragione per scegliere ciò che si ama senza lasciarsi attrarre dai miraggi e dai falsi miti del guadagno e del successo è ancor più semplice, anzi semplicistica: consiste cioè nel constatare che oggigiorno nessuna Facoltà universitaria, data la situazione economica attuale, può dare la certezza di un impiego, né tanto meno di un’elevata remunerazione. Ragion per cui scegliere ciò che ci piace, senza tener conto d’altro, finisce per essere la scelta più intelligente ed anche più utile.

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Presidi e insegnanti trattati da mendicanti!

Ecco, ci risiamo! La storia si ripete. Qualche anno fa, in occasione di un concorso ordinario bandito dal Ministero dell’istruzione per il reclutamento di nuovi insegnanti, io ebbi a commentare su questo blog la scarsissima considerazione in cui erano tenuti i colleghi che andavano a formare le commissioni esaminatrici, i cui compensi erano davvero ridicoli e offensivi per l’intera categoria. Il post che scrissi allora si intitolava “Presidi e docenti trattati da pezzenti”; e lì affermavo, commentando il trattamento che il Ministero riservava ai suoi dipendenti, che se qualcuno di noi si fosse appostato in una via del centro cittadino, vestito di stracci e con un cane, a chieder l’elemosina, avrebbe di certo guadagnato molto di più.
Nonostante le proteste di coloro che in questo mestiere hanno un briciolo di dignità, la circostanza si ripete tale e quale ai nostri giorni: è stato di recente bandito un concorso pubblico per docenti non di ruolo ma già abilitati (che non si sa come verranno utilizzati, dato che già adesso il personale è in esubero, dopo la follia del cosiddetto “organico potenziato”), ed i compensi per i presidi e i docenti sono forse ancor più ridicoli di prima, con un’inaccettabile lesione della dignità personale e professionale di ciascuno di noi. In sintesi le cifre sono queste: per i presidenti di commissione c’è un compenso forfettario di circa 250 euro, che diventano 209 per i commissari; ad esso va aggiunta un’ulteriore elargizione di ben 50 centesimi per ogni candidato ammesso allo scritto ed altri 50 centesimi per coloro che saranno ammessi all’orale. he significa tutto ciò? Facciamo l’esempio che una commissione abbia 200 candidati presenti alle prove scritte, e che 100 di questi siano ammessi all’orale: per un lavoro impegnativo e protratto per almeno tre-quattro mesi (tra correzione degli elaborati, colloqui orali, formazione della graduatorie ecc.) i docenti guadagneranno la spaventevole cifra di 359 euro (209+100+50), con la quale potranno darsi alla pazza gioia. Se pensiamo che una collaboratrice domestica riceve in media 10 euro all’ora, le basteranno 36 ore (un paio di settimane di lavoro, o anche meno) per superare il compenso dei docenti componenti le commissioni di concorso. Questa è la considerazione sociale che abbiamo, la stima che il nostro datore di lavoro (cioè lo Stato) ci riserva, valutandoci molto meno di una collaboratrice domestica, di una baby sitter o di un giardiniere.
Si dirà che un po’ ce lo siamo meritato, visto che non abbiamo mai saputo difendere i nostri diritti e soprattutto non siamo mai riusciti a far comprendere a chi ci governa che la scuola non è un parcheggio per la comodità dei genitori, né un diplomificio dove si rilasciano pezzi di carta, ma un’istituzione fondamentale di ogni Paese che voglia chiamarsi civile e democratico, perché da essa dipende la formazione dei futuri cittadini. A parole tutti lo riconoscono, ma di fatto continuano a trattarci da pezzenti; ed io mi meraviglio molto del fatto che ci siano ancora colleghi così poco attenti alla loro dignità da prestarsi a questo gioco squallido di vero e proprio schiavismo intellettuale. Mi auguro che nessun professore accetti di far parte delle commissioni di concorso a queste umilianti condizioni, che neppure nell’Africa nera o in Papuasia si potrebbero imporre alla classe intellettuale. Va poi ricordato che ai docenti delle commissioni viene anche negato l’esonero dall’insegnamento curriculare: così gli sventurati dovranno al mattino fare regolarmente lezione nelle loro classi, preparare le lezioni, partecipare alle riunioni, aggiornarsi ecc. ed in più svolgere quest’altra attività di commissari, un lavoro pesante e di grande responsabilità, per i compensi che abbiamo detto. Io credo che gli schiavi africani importati in America nei secoli passati avessero forse una considerazione sociale maggiore di quella riservata ai docenti italiani del 2016.
E non finisce qui. Di recente (il 3 febbraio scorso) è uscita una circolare ministeriale in base alla quale i docenti che accompagnano gli alunni nei viaggi di istruzione (o gite, come le si vuol chiamare), oltre ad avere la responsabilità civile e penale dei ragazzi per 24 ore su 24 (quindi senza poter neanche dormire), dovranno anche sorvegliare l’autista del pullman affinché non fumi, non beva, non si droghi e non usi troppo il cellulare durante la guida. Così sarà necessario che i professori si trasformino anche in cani poliziotto, oltre che far servizio di baby sitter, di psicologhi, di infermieri, di camerieri ecc. Ci manca soltanto che ci venga chiesto di riparare i guasti del pullman o di pulire le camere ed i bagni degli alunni, così la nostra dignità di formatori verrà degnamente riconosciuta. E tutto ciò senza nessun riconoscimento economico, che da tempo è stato tolto a chi accompagna le gite scolastiche. Tutti doveri, nessun diritto; tutte responsabilità, nessuna tutela.
Io da tanto tempo ho rinunciato a partecipare alle gite scolastiche, anche quelle di un solo giorno, per ragioni personali ma anche per quelle che qui ho rammentato, perché penso che non esista alcun Paese al mondo in cui la dignità dei docenti viene calpestata e sbeffeggiata in questo modo.
Voglio perciò concludere questo post facendo un accorato appello a tutti i colleghi, giovani e meno giovani: abbiate un sussulto di amor proprio, di dignità, di rispetto per la vostra professione, e rifiutatevi tutti, in massa, di accompagnare le gite scolastiche, di qualunque genere e durata. Forse questa potrebbe essere la chiave di volta per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei politici sui gravi affronti che la nostra categoria è costretta a subire ogni giorno; ed inoltre sarebbe di certo una forma di protesta molto più efficace dello sciopero, uno strumento ormai inutile ed antiquato che nella scuola non serve a nulla, se non a danneggiare ulteriormente chi, sfortunatamente per lui, ancora ci crede.

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A chi interessa la serietà degli studi?

Si è concluso da pochi giorni il periodo dedicato alle iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2016/17, ed è tempo di fare un primo bilancio della situazione, anche se qualche lieve cambiamento potrà avvenire di qui a luglio. Per quanto riguarda la mia scuola, che comprende vari corsi liceali, continua purtroppo il trend negativo già evidenziatosi negli anni passati: continua il calo del liceo classico, che ormai viene scelto solo da pochissimi eroi votati a questo tipo di sacrificio, ma anche il nostro liceo scientifico ha subito una durissima battuta d’arresto, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto agli iscritti dello scorso anno. Non ho ancora i dati degli altri corsi del nostro istituto (linguistico e delle scienze umane), per cui mi limiterò a riferirmi ai primi due indirizzi sopra menzionati.
C’è da dire anzitutto che nel nostro bacino d’utenza si è verificato, proprio negli anni 2002 e seguenti, un certo calo delle nascite, ed è certamente questo uno dei motivi della nostra débacle. Facendo però una ricerca presso le scuole medie del territorio ci siamo resi conto che questa marcata flessione non si spiega soltanto con ragioni demografiche; è invece risultato chiaro che molti alunni che quest’anno si iscrivevano alla scuola superiore, specie quelle dei Comuni confinanti con altre province o altri distretti scolastici, hanno preferito istituti diversi dal nostro, magari anche molto più distanti e che non offrivano certo di più dal punto di vista didattico, logistico o tecnologico.
E’ quindi lecito chiedersi il perché di queste scelte, che ci penalizzano come scuola e ci addolorano individualmente per l’impegno che ciascuno di noi dedica al proprio lavoro. In tempi di vacche magre, purtroppo, c’è il rischio che cominci una guerra di tutti contro tutti, nella quale ciascuno accusa la propria scuola, i colleghi, il dirigente o altro che sia di essere responsabile del fallimento; si arriva cioè, quasi sempre, ad un rimpallo di responsabilità e ad una serie di proposte spesso inattuabili ed assurde che si sentono in sala insegnanti e nelle riunioni collegiali. C’è chi dice che bisogna fare tutto con il computer e i tablet, come se questi aggeggi fossero una manna del cielo e potessero sostituirsi alle capacità ed all’impegno degli studenti; chi sostiene di inserire nuovi corsi di studio o materie nuove come specchietto per le allodole; chi addirittura, in modo ancor più banale e semplicistico, propone di alzare i voti a tutti e non bocciare più nessuno, e altre perle di questo tipo.
Riflettendo sui nostri magri risultati in fatto di iscrizioni, io non ho potuto fare a meno di collegare il fenomeno della migrazione di studenti del nostro territorio verso altri lidi ad un evento accaduto qualche mese fa. Il centro di studi chiamato “Eduscopio”, che fa capo alla fondazione Agnelli di Torino (sito web: http://www.eduscopio.it) si è assunto il compito di monitorare, in tutta Italia, il livello qualitativo di ogni istituto di istruzione superiore facendo riferimento ai risultati ottenuti dagli studenti nei primi due anni di studi universitari. Ebbene, dall’indagine effettuata in questo stesso anno scolastico, risulta che i Licei della nostra città sono i primi per qualità dell’insegnamento e per livello di preparazione degli studenti non solo nel distretto di appartenenza, ma anche nella nostra provincia ed in quelle limitrofe. La notizia, quando è stata resa nota, ci ha gratificati e resi orgogliosi del nostro lavoro, che a quanto pare dà risultati brillanti e ci qualifica come scuola di eccellenza. Il dato di Eduscopio è stato pubblicizzato anche sui giornali locali come un vanto della nostra istituzione scolastica.
In realtà però, proprio nell’anno in cui ci è stato dato questo importante riconoscimento, abbiamo avuto il più marcato calo di iscrizioni. Da questo dato quindi, senza bisogno di ricorrere a sofismi e sillogismi, si può trarre la seguente conclusione: che la qualità degli studi non interessa più quasi a nessuno, anzi è un deterrente per chi deve iscriversi ad una scuola, per gli studenti ed i loro genitori. Certamente una scuola di eccellenza è una scuola che pretende impegno e serietà dagli alunni, come in effetti accade nei nostri licei; non c’è quindi da stupirsi se in una società dove predomina l’ignoranza e la superficialità, dove i giovani sono sempre più svogliati e imbambolati da Facebook e da Whatsapp, dove i genitori non si preoccupano più della preparazione dei loro figli ma mirano soltanto al voto e al “pezzo di carta”, siano ben pochi coloro che accettano di fare dei sacrifici per la cultura, la quale, com’è noto, “non si mangia” (come un raffinato politico ebbe a dire) ed è ritenuta inutile per aver successo in società e per fare quattrini in abbondanza. Oggi la serietà degli studi non è più un elemento positivo gradito a studenti e famiglie, ma un incomodo fastidio che costringe magari a rinunciare a qualche vacanza o qualche uscita con gli amici; i genitori, poi, non vogliono certamente che i loro figli stiano troppo tempo sui libri, ché si rovinano la salute. E per cosa poi? Per studiare latino, greco, matematica o scienze? E a che servono questi inutili residuati di un vecchio mondo? Tanto c’è Wikipedia, nel caso in cui a qualcuno, una volta nella vita, venisse qualche dubbio. Oggi per far soldi e successo ci vuole ben altro, e di questo ci accorgiamo ogni volta che accendiamo la televisione e osserviamo la la società intorno a noi; quindi la scuola deve essere leggera, facile, con voti alti distribuiti a pioggia senza che ad essi corrisponda nessuna reale preparazione. Così gli studenti, atterriti dalla prospettiva di dover aprire un libro, migrano verso scuole dalla fama più attraente della nostra, scuole dove si studia poco e si hanno grandi risultati in termini di valutazioni, e dove i docenti sono tutti amiconi dei ragazzi e passano come loro il tempo su facebook e su whatsapp. E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno e della barbarie in cui siamo caduti? Se Attila e Odoacre tornassero oggi in vita, sarebbero certamente dei raffinati intellettuali.

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