L’infimo livello della nostra TV

Come tutti sanno, la televisione è un grande strumento di trasmissione di idee e di cultura, tale da poter cambiare persino il sentire comune e la mentalità di un popolo intero. Anche se oggi ci sono altri mezzi di informazione come il web, la televisione resta sempre il mass-media più importante e capillarmente diffuso, dato che entra nelle case di tutti gli italiani, anche di quelli che non navigano su internet e magari non hanno nemmeno mai acceso un computer. Considerata l’enorme rilevanza di questo moderno strumento di diffusione delle idee, ci si dovrebbe attendere ch’esso fosse gestito in modo razionale ed equilibrato, di modo da svolgere meglio possibile l’importante ruolo che ricopre nella società attuale. Mentre nel mondo antico si andava ad ascoltare l’oratore che arringava la folla nel Foro, nel Medioevo si ascoltavano i frati predicatori e nell’età moderna presero forte campo il teatro e la carta stampata, oggi invece le notizie dal mondo e i dibattiti politici capaci di influenzare le masse si svolgono quasi esclusivamente in televisione.
Ho detto che la TV, soprattutto quella di Stato e cioè la RAI, andrebbe gestita con raziocinio, perché veramente potrebbe diventare ed essere ad ogni effetto uno strumento di progresso. E invece, almeno in Italia, questa gestione è pessima, né potrebbe immaginarsene una peggiore. Vediamo quali sono, a mio parere, le gravi mancanze della RAI ed il suo venir meno a quella che dovrebbe essere la sua principale finalità; non considero invece le TV commerciali perché, come dice il loro stesso nome, hanno una funzione di puro asservimento alle leggi del mercato, né possono tener conto di altro che non sia il guadagno derivante loro dalla pubblicità. Una TV di Stato invece, a mio giudizio, dovrebbe avere come obiettivo non tanto l’audience cioè il numero di persone che guardano un certo programma, quanto la qualità, cioè l’elevazione culturale e civile delle persone che usufruiscono di questo mezzo. Ed è appunto qui il maggior difetto della nostra TV: il bassissimo livello culturale dei programmi che vanno in onda nelle fasce orarie di maggiore ascolto, programmi in cui abbonda la volgarità, il vano sproloquio, una comicità di bassa lega, il nulla insomma. Non è che i programmi culturali non esistano affatto, ma quei pochi che ci sono vengono trasmessi in orari impossibili, tanto da renderne l’ascolto ancora più basso di quanto ci si potrebbe attendere. Domenica notte ad esempio, alle 1,30 di notte, è stata trasmessa su Rai1 l’opera Nabucco di Verdi, la cui conclusione arrivava addirittura alle 4 del mattino! C’è da chiedersi: quante persone l’avranno seguita? Io stesso ho dovuto rinunciare, perché non si può fare un’intera notte in bianco per seguire un programma di nostro gradimento, con un certo valore culturale. Se è vero che l’opera lirica (ma si può dire lo stesso del teatro di prosa, dei documentari storici, del cinema impegnato ecc.) interessa a non molte persone, la funzione della TV sarebbe quella di aumentare questo numero, in modo da diffondere la cultura; e invece fanno il contrario, ci propinano programmi insulsi e volgari nelle ore in cui possiamo seguirli, mentre quelli di maggior profilo vengono trasmessi (quei pochi che ci sono) in orari antelucani! Tutto questo perché ai signori della RAI interessano solo gli aspetti quantitativi (e quindi economici) di ciò che mettono nei palinsesti (ma lo sanno il significato di questa parola?), ed anche perché aumentare l’ignoranza, di cui c’è già gran copia nella nostra società, significa avere cittadini proni di fronte a tutto ciò che viene loro propinato, mentre la cultura e lo spirito critico sono troppo pericolosi per un potere che si adegua e si sottomette al mercato e alla dittatura di questa Europa che ci schiaccia con i suoi diktat.
Al bassissimo livello culturale dei programmi TV fa da contorno anche un’esagerata presenza della pubblicità, invadente e fuorviante al punto che persino i film e gli spettacoli di ogni genere vengono interrotti ogni dieci minuti con fastidiosissimi spot pubblicitari. Questa pessima consuetudine, contro cui Federico Fellini lottò inutilmente per anni, potrebbe giustificarsi, semmai, nelle TV commerciali, dove la pubblicità rappresenta il principale o l’unico introito; ma la RAI ha il canone, che paghiamo regolarmente tutti gli anni e che dovrebbe servire proprio per elevare la qualità dei programmi e non soffocarci con questo continuo e snervante martellamento pubblicitario. Questa, secondo me, è una vergogna vera e propria della nostra TV pubblica, la quale non solo ci propina programmi scadenti, ma ci fa continuamente il lavaggio del cervello con una pubblicità insistente e ripetuta che è francamente disgustosa e che farebbe venire al comune cittadino l’impulso a non comprare nessuno dei prodotti così pubblicizzati; a quanto pare, tuttavia, si verifica il contrario, perché l’aumento massiccio degli spot in RAI dimostra che le aziende produttrici hanno il loro tornaconto ad assecondare questa violenza psicologica, i cui costi recuperano aumentando il prezzo dei prodotti. Perciò la pubblicità danneggia due volte il cittadino, perché lo assilla mentre guarda la TV e aumenta i costi di tutti gli oggetti di facile consumo.
Nonostante il fiume di denaro che la RAI incassa con il canone e la pubblicità, il livello dei programmi TV continua ad essere infimo, e peggiora di anno in anno: gli spettacoli di varietà, ad esempio, sono sempre esistiti, ma non si può paragonare l’affabilità e la piacevolezza dei comici di un tempo con la sguaiataggine e la volgarità di quelli attuali. E c’è anche un’altra grave mancanza commessa dalla RAI, oltre a quelle già dette, ai danni dei cittadini: l’assenza cioè dei programmi di maggior gradimento dalla fine di maggio a settembre inoltrato. C’è da chiedersi, a tal riguardo, se i signori della TV pensano che gli italiani vadano tutti in ferie per oltre tre mesi all’anno, visto che nel periodo estivo vengono trasmesse quasi solo repliche e insulsi telfilm americani. Mi chiedo questo perché la verità è tutto il contrario, nel senso che ci sono milioni di persone che non vanno in vacanza, e anche chi ci va non vi resta certo per tre mesi e mezzo! Ma per loro e per i loro beniamini, pagati in modo osceno magari per condurre (spesso male) trasmissioni di un’ora, sono indispensabili le vacanze, quelle sì di tre mesi o più. Tenendo conto di questo sarebbe giusto, a mio parere, che i cittadini pagassero solo due terzi del canone TV, perché un terzo dell’anno (da fine maggio a settembre) la RAI ci offre solo, o quasi, le avventure del commissario Montalbano o di don Matteo, che ormai molti sanno a memoria perché le hanno viste replicate per la sesta o settima volta.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata

Fa veramente male sentire alla TV certe notizie di giovani che muoiono il sabato notte in incidenti dopo lo “sballo” in discoteca o per alcool e droghe assunte negli stessi locali. La morte di un giovane è sempre un evento triste, anzi orribile perché innaturale; ma lo diventa ancor più se pensiamo a quanto sia assurdo morire in queste circostanze, e per questi motivi. Perché questi luoghi che dovrebbero costituire un divertimento, uno svago per i nostri giovani diventano invece la loro tomba, o provocano comunque, nel migliore dei casi, danni permanenti alla loro salute?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbe conoscere le ragioni per le quali i ragazzi di oggi si danno a questo tipo di attività e frequentano locali dove tutto è permesso e nessun controllo viene messo in atto per la tutela dell’integrità fisica e morale delle persone. Confesso che questo è un compito superiore alle mie possibilità, perché non sono uno psicologo né un sociologo; ma qualche idea in proposito ce l’ho soprattutto su chi si approfitta di queste situazioni per arricchirsi e su chi invece non fa abbastanza (anzi, non fa quasi nulla) per impedire che il peggio accada.
Bisogna dire che la generazione dei giovani attuali (dai 15 ai 30 anni, per avere uno spettro quanto più possibile ampio) ha avuto un singolare destino: quello cioè di vivere nel passato e nel presente con tutti i possibili agi e comodità, ma di avere di converso un futuro incerto e imprevedibile. Abituati fin dalla nascita a possedere tutto e a non dover desiderare nulla perché ogni loro richiesta è subito soddisfatta da genitori che male interpretano il loro ruolo, disabituati ad ogni forma di responsabilità e di dovere, i ragazzi si sentono smarriti in un mondo che non offre loro alcuna certezza per la loro vita da adulti; e questo può costituire uno dei motivi per cui essi tendono a vivere nell’ hic et nunc, cioè in un eterno presente, in un paese dei balocchi dove esiste solo il divertimento e lo “sballo”, come lo chiamano loro, in un’adolescenza dorata che on finisce mai, rimandando sempre più il momento in cui dovranno finalmente diventare adulti. Altrimenti come si spiegherebbe il fatto che nei tempi passati, quando i ragazzi dovevano lavorare duramente fin da bambini, quando l’indigenza e l’opprimente autorità dei familiari li costringeva ad una vita durissima, questi fenomeni non c’erano, e né alcool né droga avevano alcuna cittadinanza?
Ma questo smarrimento dei giovani di oggi, che spesso si annoiano e non trovano altro cui dedicarsi se non lo “sballo”, deriva anche dalla mancanza di punti di riferimento morale e di valori di cui soffre moltissimo la nostra società. Figli di famiglie spesso disgregate e di genitori separati, i quali, per accattivarsi la benevolenza dei figli altro non sanno fare se non offrire loro quanto più possono di oggetti materiali per nascondere il vuoto spirituale di cui li circondano, i nostri ragazzi non hanno più ideali né progetti da perseguire e realizzare nella vita, e ciò che resta loro sono solo lo smartphone, la macchina, i vestiti firmati e altri oggetti del genere, i quali non possono certo costituire un obiettivo a lungo termine ma solo uno “status symbol” temporaneo ed insignificante. I valori che un tempo sorreggevano l’ossatura morale della società sono adesso del tutto tramontati: non solo la famiglia, minata ormai dall’abbandono dei ruoli tradizionali dell’uomo e della donna e privata della sua funzione educatrice, ma anche la politica è ormai al di fuori dell’interesse dei giovani. Se negli anni ’70 e ’80 il dibattito ideologico era molto sviluppato e poteva costituire un ideale di vita per molte persone, oggi tutto si è dissolto nell’antipolitica alla Grillo o nell’abbandono di qualunque forma di interesse per la cosa pubblica, sostituito da un esasperato individualismo che porta a valorizzare solo il denaro e i beni materiali. Un vuoto non solo ideologico ma anche morale e spirituale, che induce spesso i ragazzi a tuffarsi nello “sballo” e a rovinarsi la vita con l’alcool e le droghe, perché non c’è altro che possa per loro costituire un’ancora di salvezza o un barlume di speranza o uno scopo di vita.
Tutto questo è poi reso possibile da un concetto di libertà profondamente errato, quello cioè che ognuno possa fare quello che vuole senza alcun controllo; di questa mentalità io sono certo di conoscere l’origine, e anche di sapere quale sia stata l’ideologia che l’ha diffusa e fatta prevalere, ma non voglio dirlo per non farmi tacciare di partigianeria politica. Dico soltanto che questo libertarismo cui assistiamo da decenni è ciò che rende possibile non solo la rovina dei giovani nelle discoteche, ma anche l’azione di chi si approfitta di questa situazione per vantaggio personale, e non parlo con ciò solo degli spacciatori, ma anche dei proprietari di certi locali, che non mettono in atto alcun freno alla vendita di alcool ai minori o allo spaccio di droghe, pur sapendo bene quel che avviene nei loro locali. Se le leggi esistono vanno rispettate, e se non esistono ne vanno promulgate delle nuove: si potrebbe, ad esempio, istituire un servizio permanente di polizia o carabinieri in tutti i locali a rischio ed anche, nel caso di trasgressione delle norme, far chiudere definitivamente le discoteche, dove soprattutto avvengono gli episodi drammatici di cui abbiamo avuto notizia negli ultimi tempi. La legge va fatta rispettare, anche con la forza, e nessun sistema politico o educativo può avere efficacia se non prevede adeguate sanzioni per chi trasgredisce; perciò dovrebbe essere prevista la carcerazione senza sconti e senza riduzioni di pena non solo per chi spaccia sostanze proibite, ma anche per chi vende alcool ai minorenni o approfitta della debolezza altrui per arricchirsi. Quando le buone maniere non hanno effetto è inevitabile il ricorso alla repressione, senza tema di essere tacciati di violenza o di “stato di polizia”. Se lo Stato avesse agito con decisione in tante circostanze forse di problemi sociali ne avremmo oggi di meno, e forse molte vite, sacrificate in nome di un falso concetto di libertà, sarebbero state risparmiate.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

Come più volte ho scritto in questo blog, io leggo soltanto le opere letterarie classiche, intendendo per classici però ovviamente non solo quelli antichi, ma anche i moderni almeno fino all’epoca della seconda guerra mondiale, o poco oltre; non leggo mai invece quello che viene prodotto oggi o negli ultimi 50 anni, perché considero i cosiddetti “scrittori” attuali come pennivendoli e imbrattacarte che non conoscono non solo le regole fondamentali della narrativa, ma spesso neanche la sintassi italiana, figuriamoci quindi se possono essere accolti nell’ambito della grande letteratura! Purtroppo in questi nostri sciagurati tempi è morta ogni altra forma di arte, e quella dello scrivere non fa eccezione.
Così, in questa estate, ho letto con estrema attenzione il romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (1812-1870), di cui avevo conosciuto ed apprezzato altri capolavori come Davide Copperfield. Questo romanzo, che narra la storia di un povero bambino orfano che cresce in un ospizio tra maltrattamenti e privazioni, mi ha inizialmente entusiasmato, sia per la profonda capacità narrativa dell’autore sia per la grande analisi psicologica che mette in atto, oltre che per la vigorosa raffigurazione dell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo: ottime sono le descrizioni delle persone e dei loro caratteri, dei paesaggi di città e campagna, delle contraddizioni che si manifestavano in quei tempi grandi e tristi nello stesso momento, in cui le differenze sociali erano talmente marcate da rivelare con impressionante crudezza il divario esistente tra le regge dei ricchi ed i miseri tuguri dei poveri, sempre impegnati nella difficile impresa di sopravvivere in una Londra minata dall’indigenza e dal conseguente dilagare della criminalità. In questo mondo contraddittorio e crudele si muove il piccolo protagonista, che affronta alterne vicende ma riesce sempre e comunque a mantenere la propria dignità scontando colpe non sue ma ritrovando infine la sua redenzione totale e definitiva. Maltrattato e sfruttato da una banda di criminali che lo tiene a lungo con sé, Oliver non si integra mai in quella loro mentalità, anzi dal contrasto emerge ancora di più la sua indole buona e generosa, una luce che non smette mai di brillare in un mondo totalmente oscuro.
Grande capolavoro, dunque, Oliver Twist? A giudicare dai giudizi della critica e dalla grande fortuna che ha avuto anche in ambiti diversi da quello letterario (ci sono state ben 15 riprese cinematografiche, contando solo le principali!) sembrerebbe di sì. Eppure, nonostante la bellezza delle descrizioni e l’eleganza dello sviluppo narrativo d’insieme, nonostante il realismo e la sottile ironia con cui viene descritta l’Inghilterra dell’età vittoriana, qualche difetto emerge in quest’opera, almeno a giudizio di noi uomini del XXI secolo. I caratteri più popolari, ma anche più banali, dello spirito romantico dell’epoca ci sono tutti, a partire da un sentimentalismo che ai nostri occhi appare eccessivo: passioni senza limiti né controllo, ad esempio, sono frequenti nel romanzo, dove il pianto e la disperazione si presentano in ogni momento e ben oltre il loro consueto manifestarsi nella vita reale; amore e odio hanno dimensioni alterate ed un po’ esagerate, senza alcun termine di mediazione. Questo visione manichea della realtà si manifesta poi in ogni carattere umano , assolutamente votato al bene o al male, tanto che a personaggi totalmente positivi (lo stesso Oliver, il signor Brownlow che lo accoglie, la signorina Rose ecc.) fanno riscontro altri perversamente malvagi e negativi (l’ebreo Fagin, lo scassinatore Sikes ed altri); non c’è praticamente alcun elemento di grigio, ma si passa inesorabilmente dal bianco al nero, come se il bene ed il male fossero due categorie assolute delle quali l’uomo può assorbirne una sola, restando del tutto al di fuori dell’altra. Non manca poi un altro elemento romantico per eccellenza, quello della redenzione della “donna perduta” di cui molti esempi troviamo nella letteratura dell’800, primo tra tutti La signora delle camelie di Alexandre Dumas da cui deriva La traviata del nostro grande Giuseppe Verdi. Nel romanzo di Dickens la figura di Nancy corrisponde proprio questo stereotipo: pur essendo vissuta sempre tra violenze e privazioni, costretta a vendere il proprio corpo e fatta compagna e schiava dal malvagio Sikes, ella conserva però nel suo animo un’innata bontà, che la spinge a tradire il suo aguzzino non per un vantaggio personale ma per il trionfo della giustizia, nel nome del quale pagherà con la vita questo suo atto di redenzione. I tratti convenzionali dell’eroina romantica ci sono tutti, e qui dobbiamo dire che Dickens è stato profondamente influenzato dal clima letterario e culturale vigente ai suoi tempi. Anche il lieto fine dell’opera corrisponde a questa aspirazione borghese ottocentesca ad un mondo migliore, dove il bene e la giustizia finiscono sempre per trionfare: così muoiono o vanno in rovina tutti i personaggi negativi del romanzo, mentre quelli positivi vivono tutti “felici e contenti”, non solo il piccolo Oliver che trova finalmente una famiglia ed una vita dignitosa, ma anche gli altri che l’hanno sostenuto ed aiutato in modo totalmente generoso e disinteressato.
Questi elementi qui esposti, a mio giudizio, fanno di Oliver Twist una grande opera sì, ma poco corrispondente alla realtà quotidiana, dove purtroppo non sempre trionfa il bene ed il male soccombe, ma spesso accade l’esatto contrario. Oggi poi, dopo la scoperta freudiana dell’inconscio e lo sviluppo ulteriore e conseguente della letteratura (si pensi, anche solo per l’Italia, a Svevo e Pirandello) non è più accettata una frattura così netta e manichea tra il bene ed il male, perché il carattere umano è più complesso di quanto si pensava ai tempi di Dickens e non è più racchiudibile semplicemente in una delle due categorie. Dobbiamo poi tener conto del fatto che quando Dickens scrisse il nostro romanzo aveva circa 25-26 anni e non aveva quindi ancora raggiunto la piena maturità artistica, il che potrebbe spiegare alcune incoerenze e inverosimiglianze che vi si manifestano, come ad esempio il fatto che il piccolo Oliver orfano e ramingo giunga in una Londra che già allora contava oltre mezzo milione di abitanti e vada a finire proprio nella casa della persona che aveva conosciuto suo padre, dove trova un ritratto che raffigurava i suoi parenti ed in base al quale il suo protettore ne scopre le origini. Sono espedienti da commedia classica, tipici di Plauto e Terenzio, che ancora sopravvivono nella letteratura moderna ma che non rispondono ai tratti del realismo alla Auerbach o anche soltanto ai canoni narrativi appena successivi del naturalismo francese e del verismo italiano. Con tutto ciò Oliver Twist rimane un capolavoro ed una grande testimonianza di quei tempi e di quella società, ed è dotato di una forza espressiva e di un fascino coinvolgente che gli scritti attuali non possono neanche sognarsi di raggiungere. La vera letteratura è questa, un’arte grandissima che oggi, nell’era di internet e della tecnologia, non esiste più, né mai esisterà in futuro. Per nostra fortuna tuttavia, visto lo squallore del presente, possiamo ancora dilettarci e commuoverci con le opere del passato, che, come dice Seneca, nessuno potrà mai toglierci perché appartengono a noi come noi stessi apparteniamo a loro.

13 commenti

Archiviato in Arte e letteratura

La democrazia, da Euripide ai giorni nostri

In questo periodo estivo, quando il pensiero esula dai consueti problemi di lavoro, mi sono riproposto di non parlare di scuola, almeno fino a settembre, e di esprimere invece riflessioni su altri argomenti. In questo caso lo spunto per parlare di democrazia, l’unica forma di governo che oggi pare giusta ed attuabile, mi viene da una tragedia di Euripide, Le Supplici, che ho avuto il piacere di leggere quest’anno in classe con i miei alunni di quarta. In essa si parla del re Adrasto di Argo che, accompagnato dalle madri dei caduti nella celebre guerra dei “sette contro Tebe” (le supplici, appunto), viene ad Atene per chiedere al re Teseo di aiutarlo nel recuperare i corpi dei loro congiunti, che i tebani si rifiutano di restituire con la volontà di lasciarli insepolti. Nel secondo episodio della tragedia interviene un araldo di Tebe, il quale osa diffidare Teseo dall’impresa dl recupero dei cadaveri dei caduti, minacciandogli la guerra in caso di disobbedienza agli ordini del re tebano Creonte. In quell’occasione Euripide istituisce un interessante confronto tra il regime politico con cui è governata Tebe (la monarchia) e quello di Atene (la democrazia) compiendo con ciò anche un consapevole anacronismo, attribuendo cioè all’età mitica di Teseo l’esistenza del regime democratico che è in realtà molto più recente; a ciò si aggiunge anche un’incongruenza, perché Teseo è presentato come un re all’interno però di una costituzione dove il vero sovrano è il popolo. Comunque, al di là di queste incoerenze pur sempre perdonabili all’interno della finzione teatrale, il vero fulcro della discussione fra Teseo e l’araldo è la legittimità e l’efficacia del regime democratico, del quale il tebano elenca i più pesanti inconvenienti: in primo luogo, quando si è in troppi a decidere, si rischia che le decisioni vengano prese tardi e male, dopo lunghe discussioni spesso inutili o condizionate dall’interesse di qualcuno in particolare; in secondo luogo (ed è questo il vero nodo della critica) nella democrazia assembleare chi sa parlare meglio, chi riesce a convincere la maggioranza degli astanti delle proprie tesi induce il popolo a prendere decisioni avventate e addirittura catastrofiche per avvantaggiare in realtà se stesso, per brama di denaro o di gloria personale. Il demagogo finge di compiacere la massa, la lusinga con promesse e con dolci parole, ma in realtà mira soltanto al proprio vantaggio personale o quello della sua consorteria. E poi – continua l’araldo tebano – “il povero che lavora la terra non ha tempo da dedicare alle faccende pubbliche”, il che significa che, nonostante il populismo dei demagoghi, nella fattispecie chi decide sono sempre le classi dominanti: la democrazia, in tale prospettiva, altro non è che un’oligarchia camuffata e ingannevole. Da tutto ciò non deriva automaticamente, a mio parere, la conclusione che alcuni studiosi hanno tratto da questa parte della tragedia, che cioè Euripide fosse contrario alla democrazia; diciamo piuttosto che ne vedeva i limiti e i difetti, così come li vedeva il grande storico quasi suo coetaneo, Tucidide, che nel celebre discorso del II° libro delle sue Storie fece esporre a Pericle la democrazia così come avrebbe dovuto essere, non com’era in realtà, allo stesso modo di come Euripide fa parlare Teseo quando replica all’araldo tebano.
Lo spunto classico, che ovviamente è sempre presente alla mente di un professore di Liceo, mi induce a chiedermi se le parole che Euripide fa dire all’araldo tebano possano o meno applicarsi alla democrazia moderna, quella che oggi – almeno nel mondo occidentale – è ritenuta l’unica forma di governo ammissibile. E’ vero che il concetto moderno è ben diverso da quello antico, perché oggi possiamo al massimo parlare di democrazia rappresentativa (il popolo elegge i suoi rappresentanti in Parlamento ma non partecipa direttamente alla formulazione delle leggi), mentre nell’antica Atene la democrazia – almeno apparentemente, come il testo euripideo ci insegna – era diretta, nel senso che tutti i cittadini potevano partecipare all’assemblea popolare (ekklesìa) e avanzare proposte al parlamento (la boulè); diciamo piuttosto che le democrazie moderne derivano in gran parte dalla Rivoluzione francese del 1789, essendosi poi perfezionate nel corso della storia successiva. Ma il principio di fondo è lo stesso: il popolo vota, elegge i suoi rappresentanti che poi decidono a maggioranza sulle decisioni da assumere. Ma l’interrogativo che si pone Euripide, secondo me, è ancora attuale: esistono difetti di fondo nel regime democratico? siamo sicuri che sia la migliore o l’unica forma di governo?
A me pare che il problema enunciato nelle Supplici, l’esistenza cioè di demagoghi che condizionano con le loro promesse e le loro blandizie il voto degli elettori e la conseguente attribuzione del potere, sia quanto mai attuale: anche oggi chi sa essere più convincente utilizzando la TV ed i mezzi multimediali ottiene il maggior consenso, salvo poi dimenticarsi delle promesse fatte non appena ottenuta la maggioranza dei voti e assunto il potere. Direi anzi che il problema della demagogia e del populismo c’è molto più oggi che nell’antichità; lo si vede dal fatto che, oltre a coloro che sono al potere e fanno gli interessi propri anziché quelli di chi li ha votati, ci sono anche altri che cercano di conquistarsi il favore delle masse popolari rimestando nel torbido ed evidenziando in ogni modo i problemi irrisolti e le difficoltà della gente per ottenere voti a loro volta: il crescere dell’antipolitica ad esempio, provocato da Grillo e dai suoi per ottenere consensi, ha portato ad uno scontro dialettico che impedisce il reale progresso del Paese, perché dire sempre di no a tutto e criticare ogni iniziativa presa dal governo è atto demagogico ed eversivo almeno quanto quello di chi governa o ha governato a vantaggio proprio.
C’è poi un’ultima riflessione che vorrei fare. In democrazia, si sa, vince la maggioranza, nel senso che a prevalere è chi ha anche un solo voto più dell’avversario; e questo vale sia per le elezioni cui possono partecipare tutti i cittadini sia per ogni altro genere di assemblea. Ma siamo sicuri che la maggioranza abbia sempre ragione e decida per il meglio? O non è vero piuttosto quello che diceva il filosofo inglese Stuart Mill, che cioè la democrazia altro non è se non “la dittatura della maggioranza”? Da molto tempo mi pongo questo problema, potendo constatare che nella storia tante volte hanno avuto ragione le minoranze, anche singole persone contro intere comunità: Galileo Galilei era solo o quasi a pensare che la terra ruotasse attorno al sole e non viceversa, e subì anche persecuzioni dalla Chiesa per questa sua idea, eppure aveva visto giusto. Perciò mi chiedo se non sarebbe meglio che lo Stato, come voleva Platone, fosse governato dai filosofi, cioè da persone colte e competenti che avessero una specifica preparazione in quella grande scienza che è la politica, senza eleggere invece uomini e donne che spesso non solo hanno una dubbia moralità, ma sono anche incompetenti sui problemi specifici di cui si debbono occupare (e le riforme della scuola ce lo dimostrano senza dubbio). Oltre a ciò a me pare inconcludente (e qui so di esprimere un concetto che può sembrare eversivo) che a votare siano tutti i cittadini, e che il voto dell’ultimo ignorante conti quanto quello di un premio Nobel: se veramente si vuol far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati, dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una certa cultura e di una coscienza politica, perché in caso contrario ritorna d’attualità il pensiero di Euripide, cioè che il demagogo ed il populista hanno buon gioco a convincere le masse poco acculturate (per non dire ignoranti del tutto) ad appoggiare le loro mire ed a creare così un regime che della vera democrazia ha solo la parvenza. Pur sapendo che la realizzazione di quanto qui detto è improponibile, io continuo a ritenere che il regime democratico, almeno come lo si intende oggi nei paesi occidentali, non sia necessariamente il migliore, e che anzi non sia neanche l’unico possibile.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

I difetti della classe docente

In questi ultimi tempi mi pare che il comportamento di molti colleghi, che hanno boicottato (inutilmente) l’approvazione della riforma della scuola, abbia messo a nudo le magagne, i difetti e le frustrazioni che da molto tempo caratterizzano la mia categoria, quella degli insegnanti di ogni ordine e grado. Dal computo vanno però esclusi i docenti universitari, i quali pure, nonostante gli evidenti privilegi di cui godono, si lamentano abbastanza e non sono mai contenti di nulla; ma sulla casta degli accademici preferisco sorvolare, anche per non attirarmi addosso varie proteste e forse anche qualche querela.

Torniamo quindi ai docenti di scuola primaria e secondaria, che hanno scatenato un putiferio contro la riforma Renzi-Giannini senza neanche conoscerla bene, dando ancora una volta dimostrazione del loro più cupo pessimismo, una caratteristica questa che è un po’ comune a tutto il popolo italiano, ma che nella categoria degli insegnanti alberga ancor più che nelle altre. Sulla riforma sono state dette cose assurde, che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno ha mai neppure lontanamente pensato: che cioè questa legge distruggerebbe la scuola pubblica a vantaggio di quella privata (lo si dice da 20 anni e anche più, con tutti i governi), che non esisterà più la libertà d’insegnamento, che noi docenti diventeremo schiavi dei presidi, che la scuola stessa è morta per sempre ed altre amenità di questo tipo. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi siamo al completo, se stiamo a sentire queste Cassandre e questi Calcanti che sanno profetizzare soltanto sciagure.

Il pessimismo cosmico, la pretesa di conoscere il futuro (cosa di cui già gli antichi dubitavano) ed il vederlo tutto nero e senza speranza è quindi il primo dei difetti caratteristici della nostra classe docente. A questo ne è legato a doppio filo un altro, anch’esso molto diffuso: il lamentarsi continuamente, il piangersi addosso, il non essere mai contenti di nulla. Si comincia con le lamentele riguardanti lo stipendio, e qui siamo tutti d’accordo sul fatto che gli insegnanti italiani sono pagati poco rispetto ai colleghi europei, che non lavorano certo più di noi; è però anche vero che quando abbiamo scelto questo mestiere sapevamo già che non saremmo mai diventati ricchi, e quindi evidentemente, se abbiamo preso la decisione di insegnare, ci avrà spinto qualche altro motivo anche più nobile del semplice accumulo di denaro, altrimenti avremmo seguito altre strade. Io personalmente non mi sono mai lamentato dello stipendio perché ritengo che il denaro nella vita non sia tutto e che quando si ha a sufficienza ciò che serve per condurre una vita dignitosa, si può anche rinunciare al sovrappiù in cambio di un po’ più di tempo libero e della possibilità di leggersi in pace un libro o farsi una passeggiata quando lo riteniamo opportuno. Il lavoro non deve impegnare tutta la vita, ed è inutile secondo me guadagnare molto quando non si ha la libertà di vivere la propria vita come si vuole. E comunque le lamentele dei docenti non riguardano solo lo stipendio, ma anche il lavoro stesso: certi colleghi, ad esempio, si dicono stanchi morti dopo aver fatto tre ore di lezione o dopo aver corretto un pacco di compiti. Quando li sento lamentare io penso tra me e me: cosa direbbero se dovessero stare in una fabbrica per otto ore al giorno, con solo trenta giorni di ferie all’anno?

Ma il difetto più grande e inguaribile di molti docenti (non dico tutti) è la presunzione, il credere cioè di essere perfetti e di non dover essere non dico giudicati, ma neanche valutati da nessuno. Nonostante le manifestazioni di una modestia spesso finta, noi docenti siamo tra le persone più orgogliose e supponenti che si possano immaginare. Lo vediamo chiaramente anche in occasione delle nostre riunioni di dipartimento, dove nessuno di noi è disposto ad accettare critiche né suggerimenti da parte dei colleghi, perché ciascuno è fermamente convinto di essere bravissimo e di non aver bisogno di consigli da nessuno. Se un docente del triennio, ricevuta una classe dal collega del biennio, si azzarda a esprimere un dubbio sulla preparazione dei ragazzi o sul metodo di lavoro del collega stesso, apriti cielo e spalancati terra! Costoro sono insindacabili, fanno sempre tutto bene e nel modo migliore, guai a mettere in dubbio anche un solo minimo aspetto del programma svolto negli anni precedenti. Ed è proprio questa presunzione che ha provocato un’alzata di scudi ogni volta che un ministro qualsiasi (che sia Berlinguer, la Moratti, la Gelmini o la Giannini) abbia appena affacciato l’ipotesi di una valutazione del nostro lavoro; ed io penso che sia proprio questa la ragione principale delle proteste contro la recente riforma, il fatto cioè che i docenti si considerano intoccabili, insindacabili, e spesso sono proprio i più scadenti quelli più accesi nella protesta. Io personalmente non temo nulla da un’eventuale valutazione del mio lavoro; e se dovessero scoprire in me e nel mio modo di essere e di insegnare dei difetti o delle mancanze, io cercherei di emendarmi e di superare le difficoltà, non m’indignerei certamente solo perché qualcuno si permette di esprimere un giudizio sul mio operato.

Va anche detto che molti di noi docenti – e credo più gli uomini che le donne – si sentono ingabbiati in questo lavoro, non sufficientemente considerati a livello umano e sociale, e cercano così un riscatto tentando di emergere in ogni modo; e anche questo è un fattore che può spiegare la presunzione di cui parlavo sopra. Faccio un esempio che riguarda anche me personalmente. Io e molti altri docenti di liceo avevamo in realtà, negli anni della nostra giovinezza, l’aspirazione a fare i ricercatori, a percorrere la carriera universitaria; ora, essendo stati esclusi da questa prospettiva per varie cause che non sto qui a dire, abbiamo ripiegato sulla scuola considerandola però non abbastanza gratificante per quella che è la nostra personalità di studiosi. Così alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno continuato a fare attività di ricerca e a pubblicare saggi e libri, spesso anche con più zelo dei colleghi universitari, trovandovi un’adeguata gratificazione; altri invece, che si sono ritrovati a fare gli insegnanti dopo aver dovuto rinunciare a più alte aspirazioni, esprimono questa loro insoddisfazione tentando di raggiungere posizioni di preminenza o di rilievo all’interno dell’istituzione scolastica, autocelebrandosi o comunque mettendosi in evidenza con atteggiamenti non sempre giustificabili, come la tendenza a prevaricare i colleghi o a mettersi in conflitto con il Dirigente o altre componenti dell’organizzazione scolastica. Le frustrazioni private e personali, purtroppo, sono spesso causa di comportamenti scorretti sia verso i colleghi che verso gli alunni, i quali perciò diventano vittime della megalomania altrui. Non che i ragazzi ed i genitori non abbiano le loro colpe, per carità! Ne hanno molte di certo, ma anche noi docenti ne abbiamo, ed io credo che una buona dose di modestia, di equilibrio e di autocritica non farebbe male neppure a noi, dato che – come è noto – non ha fatto mai male a nessuno.

8 commenti

Archiviato in Uncategorized

Perché l’esame di Stato, così com’è, non funziona

Sono appena reduce dall’esperienza di Presidente di una commissione d’esame di Stato in un Liceo Scientifico,e da ciò ho tratto alcune riflessioni circa le modalità con cui questo evento si svolge. In realtà non è la prima volta che svolgo questa funzione, perché ormai regolarmente, ogni due anni, vengo nominato Presidente di commissione, senza peraltro averne maggior diritto rispetto ad altri colleghi. Questa volta però, benché non sia accaduto nulla di particolarmente rilevante durante queste tre settimane di durata dell’esame, e sebbene i candidati siano stati tutti promossi, ho potuto constatare con più accuratezza del solito che così com’è questo appuntamento fisso di ogni anno presenta difetti e incoerenze piuttosto vistose e che quindi il Ministero dovrebbe pensare seriamente a introdurre alcune modifiche.
Non tutto dipende dal Ministero, però, molte mancanze derivano invece dal comportamento scorretto non solo degli studenti ma anche – sia pure in casi limitati – dei professori. Già il fatto che i membri interni, tranne lodevoli eccezioni, facciano di tutto per aumentare i voti a dismisura, è profondamente sbagliato: nella struttura attuale dell’esame, infatti, i commissari interni hanno gli stessi compiti di quelli esterni e dovrebbero esaminare i propri alunni in modo oggettivo ed equilibrato, come si presume che abbiano fatto durante l’anno scolastico. Invece molti non agiscono così, ma cercano di favorire i propri alunni in ogni modo, aiutandoli durante gli scritti (qualche volta anche svolgendo gli esercizi al posto loro) e comunicando in anticipo i quesiti della terza prova e persino le domande che rivolgeranno loro durante il colloquio orale. A me Presidente, anni fa, è successo di trovare una collega membro interno che aveva su un suo quaderno già scritte tutte le domande che avrebbe fatto. Si trattava solo di un promemoria personale, come disse lei giustificandosi? Io ebbi i miei dubbi, o meglio le mie certezze, ma senza prove non potevo accusarla di una tale mancanza di professionalità; avrebbe potuto denunciarmi per calunnia. Così restai muto, ma mi accorsi che al colloquio i ragazzi rispondevano subito e senza indugio ai quesiti che venivano posti da lei, e non credo proprio che tutti fossero così pronti e preparati. Ed il bello è che questi colleghi scorretti e poco professionali non agiscono così per amore degli studenti, ma per fare bella figura loro, nell’errata convinzione che agli occhi degli osservatori esterni una scuola che licenzia i suoi studenti con voti alti sia una scuola di alta qualità. Spesso è vero il contrario, ma purtroppo la credenza comune è quella.
Oltre agli errori dei professori ci sono poi quelli del Ministero, che riguardano soprattutto il cosiddetto “colloquio” orale, una parola che contiene una certa dose di ipocrisia perché molto spesso non di colloquio si tratta, bensì di una vera e propria interrogazione analoga a quelle svolte durante l’anno scolastico, ma su tutte le materie studiate (o quasi), il che mette facilmente in difficoltà gli studenti, non abituati a questo genere di prova. Nella legislazione attuale generica e nell’ordinanza ministeriale che ogni anno disciplina lo svolgimento dell’esame di Stato non c’è nulla che dica con chiarezza come questo colloquio debba essere condotto, né di come attribuire la valutazione. Molti interrogativi rimangono, tra cui ad esempio cito i seguenti. Se in una commissione ci sono due docenti competenti della stessa materia (tipo, al liceo Classico, il docente interno di italiano e latino e quello esterno di latino e greco), a chi spetta far domande sul latino, materia comune a entrambi? Oppure: per le materie che prevedono la lettura di testi (italiano, latino, greco), al colloquio vanno fatti leggere, interpretare e commentare brani di Dante, di Leopardi, Lucrezio, di Platone oppure è opportuno limitarsi a domande generali di storia letteraria, visto il carattere “colloquiale” e “multidisciplinare” della prova ed il poco tempo disponibile? E inoltre: le varie materie debbono avere tutte lo stesso peso oppure a quelle caratterizzanti il corso di studi (per es., allo Scientifico, matematica e fisica) va attribuito un rilievo maggiore? E chi deve proporre la valutazione del colloquio? Il Presidente? Ma costui non è competente in tutte le materie, ma solo in alcune, e questo vale anche per i singoli commissari. Sembra una questione semplice, ma posso assicurare che è molto difficile valutare, tanto che la commissione può talvolta essere influenzata dalle parole di un singolo commissario che giudica tenendo presente solo la sua materia; e per un Presidente è un’impresa ardua e improba mettere d’accordo tutti su una proposta comune.
Su questi problemi il Ministero, interpellato con le cosiddette FAQ, non ha mai dato risposte precise. E poi c’è un altro aspetto dell’esame che andrebbe cambiato, nel senso che dovrebbe esser dato maggior rilievo al curriculum dello studente, che oggi concorre solo per il 25% al voto finale, il punteggio cioè derivante dal credito scolastico. In genere i commissari esterni, quando gli interni si lamentano perché non viene rispettata dalle valutazioni d’esame la scala dei valori ch’essi hanno in mente perché conoscono gli studenti, rispondono dicendo che l’andamento scolastico di ciascuno è già stato considerato nei punti del credito, e che l’esame deve avere una vita autonoma. Dicendo così però si dimenticano che la percentuale del 75% assegnata all’esame è troppo alta e quindi può facilmente accadere che un ragazzo dai risultati sempre ottimi per cinque anni, solo perché in una prova d’esame rende meno del solito, si trovi alla fine un voto più basso di un compagno più fortunato, al quale magari sono state chiesti i soli argomenti che conosceva. In effetti il colloquio dura al massimo un’ora per ogni candidato, le domande delle singole materie sono poche e su tematiche molto ristrette, per cui accade di frequente che l’andamento del colloquio stesso non corrisponda affatto alla preparazione reale degli studenti. E’ vero che nella vita la fortuna è un elemento che esiste e può influenzare molte cose, ma nella scuola dovremmo cercare di essere giusti ed obiettivi, per quanto possibile. Perciò io da Presidente, quando abbiamo svolto i colloqui orali nelle classi a me assegnate, ho cercato di proporre valutazioni che tenessero conto in primo luogo dell’andamento reale della prova, ma anche in parte del curriculum precedente; e non credo di aver sbagliato di molto ad agire così.
Concludo dicendo che la mia pluriennale esperienza di esaminatore e di Presidente di commissione mi ha posto dinanzi agli occhi infinite e diverse situazioni, dalle quali ho tratto le impressioni esposte sopra. Non voglio dire che questo tipo di esame sia del tutto inefficace, perché sarebbe eccessivo; ma senza dubbio vi sono molte cose da cambiare e da rivedere. E ci auguriamo che ciò avvenga per il bene dei nostri giovani, ammesso che chi ci governa abbia a cuore le sorti delle nuove generazioni almeno quanto li abbiamo a cuore noi che con loro lavoriamo da tanti anni.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Ce lo chiede l’Europa? No, grazie!

Le recenti vicende della Grecia toccano e preoccupano tutti noi, anche in vista di una possibile bancarotta di quel Paese che potrebbe comportare un grave peggioramento delle condizioni di vita e un danno per tutti, soprattutto per i Paesi creditori che potrebbero non vedersi restituire quanto dovuto. Certamente la politica dei vari governi greci, tra cui quello attuale di Tsipras, ha gravi colpe, dalla falsificazione del bilancio pubblico attuata per poter entrare nell’area euro alla mancata realizzazione di importanti riforme come quella della pensioni, che invece in Italia è stata fatta. Però, nonostante tutto ciò, quello che personalmente mi colpisce è la perdita di autodeterminazione e di indipendenza dei popoli e degli Stati che compongono la cosiddetta “unione europea”, i quali non sono più liberi di sganciarsi da una moneta unica che si è rivelata un fallimento o di liberarsi dai lacci economici e politici imposti dall’Unione per ritrovare la propria identità nazionale.
Si dirà che la Grecia ha un pesante debito pubblico e che non può andarsene senza ottemperare ai propri doveri verso gli altri partners europei; ma in realtà la dittatura delle banche e della finanza internazionale non tiene avvinto alla sua catena soltanto il Paese ellenico, ma anche l’Italia, che pure è in una situazione economica un po’ migliore. Anche noi in un certo senso abbiamo perduto la nostra identità e la nostra autodeterminazione, e per diversi rispetti. Anzitutto non abbiamo più una moneta nostra, e non possiamo quindi intervenire sul suo valore e sul cambio con le altre monete, il che ci lascia in balìa dei capricci dei finanzieri europei, i quali modulano il valore dell’euro nei confronti del dollaro in funzione degli interessi dei Paesi economicamente più forti (la Germania in primis) e non certo in favore delle nostre industrie e della nostra agricoltura. In secondo luogo, siamo soggetti ai diktat europei per quanto riguarda la produzione agricola e industriale, che non possiamo più controllare, tanto da ricevere persino ordini grotteschi e malsani come quello di dover produrre il formaggio con il latte in polvere o di dover limitare la produzione di vino per non intralciare gli interessi dei francesi; e l’elenco potrebbe continuare a lungo. La mentalità comunitaria, inoltre, dovrebbe essere intesa nel senso che i problemi di uno Stato dovrebbero essere fatti propri da tutta l’unione europea. E invece cosa succede? Che sono state abolite le frontiere (altro grave errore, secondo me), ma esse vengono prontamente ricostituite da Francia, Austria, Germania ecc. quando si tratta di accogliere le migliaia di immigrati che arrivano sulle nostre coste. L’Europa è senza frontiere quando conviene a lor signori tedeschi e francesi, ma quando c’è da accollarsi dei problemi allora la patata bollente viene lasciata alla sola Italia, il Paese più debole e meno velleitario di tutti, abituato fin dai tempi delle lotte tra Francia e Spagna a prendere le botte dagli stranieri senza reagire. E guai a parlare di orgoglio nazionale! Se va bene ti ridono dietro, altrimenti ti accusano anche di essere un nostalgico del famoso ventennio!
Io credo che sarebbe l’ora per il nostro Paese di far sentire fortemente la propria voce e di riprendersi la propria identità nazionale, finendola una buona volta di sottostare passivamente ai diktat della finanza franco-tedesca che fa i suoi interessi, non i nostri. E’ inconcepibile che un Paese come il nostro, con il più grande patrimonio artistico e culturale del mondo intero, la cui unità è stata raggiunta con tante lotte e tante vittime, debba ora inchinarsi servilmente agli stranieri e rinunciare alla propria autonomia decisionale. L’Europa unita sarebbe un’ottima cosa se fosse l’Europa dei popoli liberi e dell’autodeterminazione di ciascuno di essi, non quella dei banchieri e degli speculatori francesi e tedeschi, che giocano con l’economia degli stati più deboli imponendo a tutti le loro volontà. E se per essere liberi fosse necessario uscire dall’euro, perché non farlo? Per qual motivo la moneta unica deve essere una gabbia chiusa a doppia mandata nella quale, una volta entrati, non si possa più uscire? Anche questo fa parte della libertà dei singoli stati, poter contare su una moneta nazionale che costituisce parte della propria identità; e da questo punto di vista io ritengo che entrare nell’euro sia stato un errore e che abbiano fatto benissimo altri paesi, come l’Inghilterra e la Svizzera ad esempio, che ne sono rimasti fuori ed hanno conservato la propria moneta. Non mi sembra che le loro economie o il loro tenore di vita siano tanto inferiori ai nostri; e ciò dimostra che questa nostra entrata nell’euro, che ci ha impoveriti tutti almeno nei primi anni, non era poi una necessità assoluta come Prodi e compagnia bella ci hanno voluto far credere.

4 commenti

Archiviato in Attualità

Ancora la solita versione!

Nonostante gli sforzi di autorevoli intellettuali e classicisti come Maurizio Bettini e molti altri, nonostante la battaglia per cambiare la seconda prova scritta all’esame di Stato del Liceo Classico, alla quale modestamente anch’io ho partecipato in questo blog, quest’anno i nostri alunni hanno dovuto di nuovo affrontare la classica “versione” di latino immutata da 90 anni, alla faccia del modernismo e del tecnologismo che impera nella società moderna. Tutto è cambiato nella scuola da dieci anni a questa parte, sono stati introdotti i mezzi informatici e multimediali, sono stati rinnovati i programmi ed i corsi di studio, sono state promulgate molte norme nuove per adeguarsi ai tempi. Una sola cosa è rimasta ferma ed immutabili e statuaria dai tempi di Gentile (1923): la versione di latino o di greco alla maturità del Liceo Classico, un esercizio sì importante – quello della traduzione – ma che ormai i giovani di oggi non sanno più svolgere per una serie di motivi che vanno dalla diffusione della tecnologia al cambiamento dei programmi della scuola primaria e media, e per altri fattori. Sta di fatto che gli studenti del Classico sono ancora penalizzati rispetto a quelli di altri licei (scientifico, linguistico ecc.) le cui prove hanno subito adeguamenti ai tempi attuali, o comunque sono state facilitate concedendo agli studenti la possibilità di scegliere tra vari esercizi; al Classico, invece, nessuna scelta, ma sempre la vecchia versione da tradurre, senza alcun supporto e spesso anche senza contestualizzazione. Come dicevo, sono pervenute al Ministero molte richieste da ogni parte per adeguare questa prova alla realtà attuale, che ben conosce chi insegna in un triennio di un Liceo Classico, come il sottoscritto; e se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, sarebbe però quanto meno opportuno che, accanto a questa, fosse richiesto anche un commento di tipo filologico o storico-letterario sul brano proposto, o magari alcune domande di storia letteraria sempre inerenti all’autore del brano stesso. Si darebbe così ai nostri studenti la possibilità di scegliere o comunque di dimostrare le proprie conoscenze anche al di fuori del piano semplicemente linguistico, che non è l’unica competenza che il corso di studi deve fornire, perché conoscere il mondo classico non può significare soltanto sapere l’aoristo terzo o l’ablativo assoluto, ma anche conoscere la civiltà greca e romana, la letteratura, l’arte, la filosofia. E’ anche (se non soltanto) su questo piano che gli studenti del Classico andrebbero valutati, anche perché è molto più probabile che tra cinque o dieci anni essi ricordino il contenuto ed il valore delle opere letterarie ed artistiche piuttosto che la sintassi greca e latina. In base alla mia esperienza ho constatato che la traduzione dalle lingue classiche è ormai un esercizio da esperti filologi e risulta molto difficile, in certi casi proibitiva, per i ragazzi del 2015, ed è quindi assurdo e vessatorio volerli valutare solo su questa competenza. Ma al Ministero non hanno ascoltato le nostre richieste, ed io credo che sia vero il proverbio secondo cui non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire; non credo infatti che questa sordità derivi da semplice ignoranza come qualcuno ritiene, penso invece che ci sia da parte di qualcuno la volontà di penalizzare il Liceo Classico e di affossarlo più di quanto già non sia a vantaggio di altri corsi di studi ritenuti più “moderni” o più “utili”. Si continua a imporre la vecchia versione, come 90 anni fa, proprio per far passare il Classico come scuola “vecchia” e “inadeguata” e contribuire così alla sua rovina. Il Liceo Classico abitua a ragionare e forma esseri pensanti, e forse è proprio questo che chi sta al potere teme di più e cerca quindi di impedirlo. Vorrei poi far notare una cosa che riguarda la versione assegnata quest’anno, un brano di Tacito dagli “Annales” riferito alla morte dell’imperatore Tiberio. Forse pochissimi dei miei lettori lo sapranno, ma si tratta dello stesso brano che moltissimi anni fa (nel 1983) fu assegnato al concorso ordinario per la classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) con cui io vinsi la mia cattedra. Ora io mi chiedo se si possa accettare che un certo passo di Tacito, pur non tra i più difficili di questo scrittore, venga assegnato a degli specialisti laureati che sostengono un pubblico concorso e, oltre 30 anni dopo, a dei ragazzi di liceo, che notoriamente hanno meno competenze linguistiche non solo rispetto ai laureati in discipline classiche, ma anche ai loro colleghi del passato. A me tutto questo sembra follia, una follia lucida però, animata dalla volontà di danneggiare la formazione umanistica, che pure illustri scienziati oggi difendono e vorrebbero rilanciare. Con ciò non voglio dire che questo passo di Tacito fosse di una difficoltà eccezionale: qualche studente più preparato ed incline a questo tipo di esercizio l’avrà certamente tradotto bene, ma si tratta comunque di casi di eccellenza e quindi minoritari, come dimostra il fatto che da molti licei, sia di grandi città che di provincia, sono pervenute anche quest’anno lamentele sulla difficoltà della versione. Si sa che la sintassi tacitiana non è semplice: la sua “brevitas”, infatti, è causa di molti termini sottintesi, di costruzioni brachilogiche, di parallelismi non sempre facili ad intendere e del ricorso a costrutti particolari come l’infinito storico o l’aggettivo neutro che regge l’interrogativa indiretta (incertum an…), tutti fenomeni che non sono certo di immediata comprensione per gli studenti di oggi, non più abituati a tradurre continuativamente come facevamo noi ai tempi nostri. A mio giudizio siamo di fronte ad una situazione talmente chiara e lampante che solo chi vuol essere cieco e sordo (o fa finta di esserlo) può ignorare. A tal proposito penso anche un’altra cosa: che in questa disparità di trattamento fra studenti di scuole diverse possa ravvisarsi persino una violazione dell’art. 3 della Costituzione, quello che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Se qualcuno si assumerà l’incarico di proporre un ricorso alla Corte Costituzionale contro questa ingiustizia, io sono pronto a firmare, anche subito. E comunque continuerò a scrivere sul blog e a mandare messaggi ai dirigenti del Ministero perché venga al più presto sanata questa contraddizione che ancora esiste all’esame di Stato e perché il Liceo Classico venga finalmente rinnovato anche sul piano delle competenze richieste agli studenti, che non sono esseri strani o alieni solo perché hanno scelto questo tipo di scuola, ma sono ragazzi e ragazze come tutti gli altri.

10 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Scrutini fuori dalla grazia di Dio

Ormai qui sul blog c’è un appuntamento fisso: alla metà di giugno (più o meno), dopo aver partecipato agli scrutini finali delle mie classi, sento l’impulso di scrivere un post sulle modalità in cui si svolge questo rito annuale tanto temuto da studenti e famiglie. E quando parlo di ciò che avviene in queste occasioni, non mi riferisco soltanto alla mia scuola, ma a tante altre, a quasi tutte direi; e per aver conferma di ciò basta ascoltare o leggere le testimonianze di colleghi provenienti da ogni parte d’Italia.

Cominciamo con il dire che la non ammissione alla classe successiva di uno studente (o bocciatura che dir si voglia) è diventata cosa rara quanto le mosche bianche, e per di più andrebbe conferita un’onorificenza a chi riesce a farsi bocciare, visto che è un’impresa veramente ardua, per la quale è necessario o che l’alunno abbia fatto una cinquantina o più di assenze, oppure che abbia tutte le materie insufficienti; perché altrimenti, pur in presenza di lacune gravissime, i consigli di classe riescono quasi sempre a “salvare” il malcapitato, abbonandogli una o più materie in cui non aveva la sufficienza e sospendendogli il giudizio per altre due o tre al massimo. Tra i docenti, da decenni a questa parte, si è affermata e radicata l’idea che far ripetere un anno ad un alunno significa rovinarlo, ucciderlo, distruggere lui e tutta la sua famiglia; non ci vogliamo render conto invece che ripetere un anno, per chi ha grosse lacune in molte discipline, è l’unico modo per rimettersi sulla retta via, per poter affrontare con serenità e consapevolezza un percorso di studi che, fino a quel momento, è stato irto di difficoltà. Se mancano conoscenze di base e competenze fondamentali in un alunno di una seconda classe, come si può pensare che con una promozione forzata e immeritata quello studente possa affrontare l’anno successivo la classe terza? E’ come se un musicista non sapesse neanche leggere il pentagramma e lo si costringesse a suonare nell’orchestra della Scala. Si finisce per fare del male a quello studente promuovendolo, non del bene; e oltretutto si creano grandi ingiustizie nei confronti di coloro che si sono impegnati nello studio ed hanno raggiunto la promozione con le loro forze, i quali spesso non vengono gratificati perché già promossi, e vengono messi sullo stesso piano degli asini e dei fannulloni. Queste verità a me sembrano elementari, ma i colleghi continuano a non sentire da quell’orecchio, e spesso agiscono così per egoismo, non certo per umanità, perché le bocciature possono provocare malumori delle famiglie, proteste e perfino ricorsi; perciò diventa molto più comodo ed agevole promuovere tutti, così non si hanno fastidi, alla faccia della serietà della didattica. A questi colleghi opportunisti si aggiungono poi i sentimentaloni, quelli che provano un autentico dolore a dare insufficienze agli alunni, come se questi fossero tutti figli loro; queste persone, affette da inguaribile buonismo, non si rendono conto che agendo così fanno passare un messaggio sbagliato, quello cioè secondo cui non serve impegnarsi e faticare per ottenere un risultato, perché tanto qualche Santo che aiuta lo si trova sempre. Peccato che nella vita non sarà così e i ragazzi promossi senza merito si troveranno ben presto di fronte ad amare sorprese, quando capiranno – tardi e a loro spese – che la società ed il mondo del lavoro non funzionano come la scuola, e che se vorranno ottenere un qualche risultato dovranno tirarsi su le maniche, perché nessuno regalerà loro nulla.

Comunque, a parte il problema della bocciatura o meno di qualche alunno, l’assurdità del modo in cui vengono condotti gli scrutini finali risulta anche da altro, come ad esempio l’assegnazione del credito scolastico, il punteggio cioè che ogni scuola conferisce ai propri alunni e che sarà parte integrante del voto finale perché andrà a sommarsi ai punteggi ottenuti nelle prove d’esame. Anche qui trionfa il buonismo ed il pressappochismo, fonte anch’esso di ingiustizie a non finire: poiché infatti il credito da assegnare è legato alla media dei voti ottenuti da ciascun studente (alla media del 6, ad esempio, corrisponde un punteggio, a quella del 7 un altro punteggio più alto e così via), molti docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti in sede di scrutinio per poter far raggiungere all’alunno una media più alta e quindi un credito più elevato. Ed ecco che comincia il mercato delle vacche, come lo chiamo io: lo studente Tizio, che è stato portato con la media del 7,6, ad esempio, si vede aumentare a casaccio cinque voti per poter raggiungere la media dell’8,1 che consente di passare alla fascia superiore ed avere un credito più alto, sempre con l’errata convinzione di aiutarlo e di presentarlo in una luce migliore alla commissione d’esame. Ma il bello è che ciò avviene non per effettivi meriti di Tizio, ma solo perché gli si vuole far raggiungere una media più alta, e così comincia il balletto dei docenti tendente a stabilire chi è disposto ad aumentare il proprio voto; ma chi lo fa molto spesso non tiene conto del fatto che magari, nella stessa classe, ci sono Caio e Sempronio che durante l’anno avevano avuto un rendimento scolastico migliore di quello di Tizio, e che invece si vedono assegnare un voto più basso perché, avendo una media poniamo del 7,1, non possono aspirare alla fascia più alta. In questa maniera i voti lievitano come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e persone che meriterebbero al massimo un 7 si trovano, senza neanche sperarlo, con degli 8, dei 9 e talvolta persino con il 10, salvo poi non confermare affatto, in sede di esame, queste valutazioni stratosferiche. Per non parlare poi del voto di condotta, o di comportamento come si chiama oggi: alunni poco presenti, indisciplinati e persino gravati da note di demerito si ritrovano nello scrutinio finale con voti che vanno dall’8 al 10, assolutamente immeritati e conferiti impropriamente, dal momento che oggi, dopo la riforma Gelmini, il 6 ed il 7 in condotta non sono più insufficienze e quindi potrebbero essere attribuiti normalmente come si fa con i voti delle altre discipline; ma poiché il voto di condotta adesso fa media, lo si utilizza quasi sempre per elevare la media stessa e far raggiungere all’alunno fasce superiori di credito, spesso immeritate. E chi si oppone a questo insensato buonismo, a questo spirito da crocerossine, si vede affibbiare i peggiori epiteti oppure, nel migliore dei casi, si vede guardare con sorrisetti di sufficienza e giudicare come un passatista, un giustizialista, un forcaiolo o qualcosa di simile. Nella mia lunga carriera quasi ogni anno mi sono trovato in questa situazione, sono stato il solo a sostenere che non è promuovendo chi non lo merita e facendo lievitare i voti che si aiuta la formazione degli alunni, sono anzi convinto che li si danneggia e non li si prepara ad affrontare gli impegni della vita. Ma si sa che in “democrazia” (con le virgolette) vince sempre la maggioranza, anche quando è formata da incoscienti e da opportunisti; perciò non resta altro che rassegnarsi ed attendere la pensione, che per me non è più molto lontana.

11 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Le strane nomine dei commissari per l’esame di Stato

Dopo una lunga attesa, finalmente lo scorso 3 giugno il Ministero ha reso nota la composizione delle commissioni per i prossimi esami di Stato della scuola media superiore. Il ritardo rispetto alle date consuete avrebbe dovuto farci presagire qualcosa di strano che sarebbe accaduto ma che purtroppo io, nella mia ingenuità, non avevo previsto. Quando poi si sono potuti leggere i nomi dei commissari ci siamo accorti che il Ministero stesso ha clamorosamente trasgredito una norma scritta sempre rispettata negli anni precedenti, quella cioè di non nominare docenti all’interno dello stesso distretto scolastico di appartenenza. Quest’anno invece, con mia grande meraviglia e un po’ di sgomento, ho notato che le nomine dei commissari esterni sono state fatte quasi tutte “sotto casa”, in scuole cioè vicine o vicinissime a quella di titolarità, spesso persino ubicate nello stesso edificio! Una decisione assurda e ridicola che renderà ancor meno trasparente e meno serio l’esame di Stato, che già con la situazione precedente mostrava chiaramente i suoi limiti. Adesso il prof. Tizio, nominato nella scuola adiacente alla propria, sicuramente conoscerà i colleghi Caio e Sempronio di quella scuola, e probabilmente conoscerà anche alcuni alunni, cui non di rado avrà impartito anche lezioni private; in questo caso, pur di non perdere la nomina, molti colleghi dichiareranno tranquillamente il falso, cioè di non conoscere i candidati e di non averli preparati individualmente, e così l’esame si trasformerà in una ridicola farsa dove si fingerà di correggere seriamente gli elaborati scritti, di far domande serie ed impegnativi ai ragazzi, i quali in realtà – in molti casi – conosceranno in anticipo i quesiti e le richieste che saranno loro rivolte. Tra scuole limitrofe, dello stesso distretto, la logica del quieto vivere dominerà su tutta la linea, perché nessuno vorrà mettersi in urto con dei colleghi che conosce, di cui magari ha avuto i figli come alunni e con i quali ha lavorato a stretto contatto fino all’anno precedente.
Se finora si è a lungo discusso sulla serietà e sull’effettivo valore di questi esami, oggi il problema si pone con ancor maggiore evidenza, poiché è chiaro che i nostri politici, pur di tagliare sulla scuola e risparmiare denaro pubblico, non si curano affatto dell’efficienza didattica e formativa del nostro sistema scolastico. L’unico e reale motivo di questa buffonata delle nomine “sotto casa”, infatti, è il risparmio economico, perché logicamente i commissari provenienti da scuole molto distanti dalla sede assegnata, pur appartenenti alla stessa provincia, vanno pagati di più; invece chi viene nominato a distanza di pochi metri riceverà un misero compenso di poche centinaia di euro e così lo Stato spenderà di meno, alla faccia della qualità della didattica ed in barba a tutti coloro che vorrebbero un esame serio ed un rigoroso accertamento delle reali conoscenze e competenze degli studenti. Bisogna riconoscere una cosa però, che il nostro ministro ed il governo di cui fa parte sono stati furbi, machiavellici direi: per spendere meno, infatti, avevano a disposizione anche un altro metodo, quello di diminuire i compensi per i docenti; ma un provvedimento del genere avrebbe scatenato proteste, scioperi e rinunce di tanti colleghi di fronte all’impegno di partecipare all’esame, e così hanno optato per una soluzione più “soft” ma altrettanto efficace, quella di nominare i commissari a pochi metri di distanza da casa, in modo da retribuirli con una miseria e cavarsela così a buon mercato.
A questo punto, però, ci coglie l’obbligo di chiederci – noi che ci illudiamo ancora e crediamo in una scuola veramente formativa – che senso abbia celebrare ogni anno questo stanco ed ipocrita rito dell’esame di Stato, che continua a costare denaro pubblico (anche se meno che in precedenza) e non offre più alcuna garanzia non dico di rigore, ma persino di regolarità. Se prima avveniva di frequente che i membri interni aiutassero sfacciatamente gli studenti suggerendo loro le soluzioni dei quesiti scritti e passando loro in anticipo le domande dell’orale, ora avverrà ancor più di frequente, perché a questa forma di prostituzione intellettuale parteciperanno anche i commissari esterni, che in realtà esterni non sono perché conoscono i colleghi (e spesso anche gli alunni) della scuola dove fanno l’esame. E per quanto io sia fermamente contrario alle commissioni formate tutte da professori interni (come era stato deciso all’inizio nella legge di stabilità) debbo dire che in fondo questa soluzione sarebbe preferibile rispetto a questa ridicola pantomima dei professori esterni che sono anch’essi interni, o quasi. Anzi, affiancandomi all’opinione di tanti altri colleghi, ritengo che la decisione migliore, visto il ridicolo nel quale siamo piombati, sarebbe quella di abolire del tutto questi esami e far decidere il voto finale al consiglio di Classe, che conosce gli studenti da almeno un anno e sa valutarli sulla base del loro rendimento scolastico ma anche del loro comportamento durante l’intero percorso scolastico. In tal modo il Governo otterrebbe un doppio risultato: avrebbe valutazioni più attendibili di quelle attuali e al tempo stesso risparmierebbe ancora altro denaro, da impiegare in qualche opera pubblica, magari una di quelle che costano miliardi, arricchiscono i corrotti e non arrivano mai alla completa realizzazione.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

La farsa del blocco degli scrutini

Sarà un mio difetto, sarà che non ho mai avuto fiducia nei sindacati della scuola e mi sono ben guardato dall’aderire in qualsiasi modo ad alcuno di essi, ma l’impressione che provo in questi giorni di fronte alla conclamata volontà di attuare il blocco degli scrutini finali è quella di restare sgomento, di trovarmi di fronte ad un esempio di follia collettiva. Dopo che per anni i sindacati non hanno fatto nulla di concreto per la categoria docente, dopo che dei diritti acquisiti da decenni sono stati svenduti o ceduti gratuitamente, adesso questi signori hanno un rigurgito di orgoglio, di combattività, e vengono addirittura a proporci di bloccare gli scrutini contro la riforma detta della “Buona scuola”, attualmente in discussione al Senato. In pratica i boss dei sindacati ci chiedono sacrifici e rinunce a giornate di stipendio in cambio di nulla, visto che il diritto al blocco degli scrutini e degli esami è stato annullato già molti anni fa proprio con la loro complicità, e quello che si può fare adesso è solo un rinvio temporaneo, di due giorni, degli scrutini stessi, salvo restando il divieto assoluto di ritardare le operazioni di ammissione all’esame di Stato per le classi terminali. Ora io mi chiedo: con quale faccia le sigle sindacali, e principalmente la CGIL e lo Snals (cioè le organizzazioni che hanno più iscritti), vengono a proporci uno sciopero di questo tipo sapendo già che non otterrà nulla, sarà soltanto una pietosa farsa che non danneggerà niente e nessuno, dato che il rinvio potrà durare solo due giorni, dopo i quali i docenti saranno costretti a rientrare in servizio o scatterà la precettazione? Io, se fossi un dirigente di questi sindacati, proverei solo vergogna e mi dimetterei subito. Il blocco degli scrutini poteva avere un senso e ottenere un qualche risultato quando veniva attuato senza limiti temporali, quando cioè, almeno teoricamente, poteva far saltare gli esami di Stato ed impedire l’iscrizione degli studenti all’Università, con tutte le conseguenze legali, sociali ed economiche che ne derivavano. Una protesta di questo spessore non è mai stata attuata, ma era almeno possibile in linea di principio, fino a quando i sindacati non hanno svenduto il diritto allo sciopero dei lavoratori della scuola; da quel momento lo sciopero stesso, ed in particolare il blocco degli scrutini, è diventato una pietosa farsa che altro non otterrà se non farci ridere dietro dall’opinione pubblica e mostrare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che la forza contrattuale ed il peso sociale della nostra categoria sono pari a zero. Poiché questi sono dati di fatto, io resto sbigottito e francamente non riesco a comprendere quei colleghi che, con tanto spirito rivoluzionario ed inalterata fede nei sindacati (e ci vuole stomaco per averne ancora!) aderiscono a questa allucinante iniziativa del blocco degli scrutini, pur sapendo che non otterranno nulla se non una perdita in denaro e fastidi ulteriori rispetto a quelli che già abbiamo: dovendosi rinviare gli scrutini di due giorni, infatti, potremo essere chiamati a svolgerli il sabato e la domenica, oppure nei giorni in cui è già iniziato l’esame di Stato, quando molti di noi, impegnati fuori sede, dovranno ritornare precipitosamente il tardo pomeriggio o la sera per compiere quegli atti dovuti che sono saltati per opera di pochi illusi. Mi spiace di dover definire così quei colleghi che si sentono eroi e paladini e credono in questo modo di riscattare la dignità della classe docente; ma io la penso così e sento il bisogno di dirlo pubblicamente su questo blog, anche se so che molti mi disprezzeranno. Un’iniziativa come questa mi appare come una pura e semplice follia, una perdita di tempo che si ritorce solo ed unicamente contro di noi; e questa convinzione è in me così salda che faccio molta fatica a capire il punto di vista di questi colleghi scioperanti per due giorni e ad intravedere i risultati che credono di raggiungere con questa pagliacciata. Ma si sa, in una democrazia – vera o finta che sia – ciascuno ha diritto di pensarla come vuole e di agire di conseguenza: di azioni illogiche se ne vedono e sentono tante, una più o una in meno non farà gran differenza.

8 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica

Lo stupido buonismo nostrano

Lo spunto per questo post mi viene dato dalla tragedia accaduta a Milano, dove purtroppo uno studente di un liceo scientifico di Padova è morto cadendo dal quinto piano di un albergo durante una gita scolastica. Il gravissimo episodio mi induce a due considerazioni. La prima è quella di confermare il mio assoluto e totale rifiuto a partecipare a qualunque viaggio, anche di un solo giorno, organizzato dalla scuola, perché la responsabilità civile e penale degli insegnanti accompagnatori è talmente enorme che dovrebbe scoraggiare qualunque docente dal prendervi parte, ed in tal modo le scuole cesserebbero finalmente di prendere queste iniziative ormai anacronistiche e portatrici solo di rischi e di angosce per delle persone che sono già abbastanza stressate nel dover stare insieme ai ragazzi di oggi al mattino, durante le ore di lezione. La seconda considerazione che questo fatto di cronaca mi ispira è derivata dall’aver sentito alla televisione le sconcertanti parole della preside del liceo frequentato da quel povero ragazzo, la quale ha avuto la spudoratezza di affermare che, se la morte dello studente è stata provocata da uno “scherzo” dei compagni, anch’essi vanno compatiti e perdonati. Ora io dico: ma come è possibile sostenere un simile punto di vista, soprattutto in coincidenza con il dolore straziante di quei poveri genitori? Se i compagni sono in qualche modo responsabili dell’accaduto, se hanno messo in atto uno scherzo cretino che ha provocato questa tragedia, essi debbono pagare per il male fatto e non meritano nessun perdono. A 19 anni si è maggiorenni e si ha la capacità di intendere e di volere, non si è più bambini; quindi se da parte loro ci sono delle colpe (e io credo che ci siano senz’altro, visto l’atteggiamento di mafiosa omertà che hanno assunto dopo l’incidente) la verità deve venire fuori e questi assassini – perché così vanno chiamati, anche se non avevano la volontà di uccidere – debbono essere condannati al carcere per omicidio colposo. E’ chiaro che costoro si proteggono a vicenda e hanno concordato la versione da dare agli investigatori; si sa infatti che il codice mafioso che vige tra gli studenti prescrive di non fare mai “la spia”, a costo di rimetterci tutti. E così dovrebbe avvenire: in attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio, gli alunni di quella classe, almeno quelli che erano in quel momento insieme al ragazzo morto, non dovrebbero essere ammessi all’esame e ripetere un anno di scuola. Il provvedimento è molto leggero, ma almeno questo andrebbe fatto subito per punire l’omertà che impedisce di accertare la verità dei fatti. Ed a ciò io aggiungerei il licenziamento per quella preside incapace, che invece di adoperarsi per punire i responsabili va blaterando che vanno perdonati. Lo vada a dire ai genitori di quello studente, vedrà come la loderanno per la sua professionalità!
E’ pur vero però che le parole di quella preside non vengono a caso, ma si comprendono se pensiamo al clima di stupido ed eccessivo buonismo che esiste nel nostro Paese da più di quarant’anni, da quando cioè la “rivoluzione” del ’68 ha eliminato l’autorità ed il rispetto della legge nella scuola e nella società. Siamo stati abituati da decenni a sentire psicologi, sociologi e politici di sinistra, in questo alleati con un ipocrita e malinteso senso di carità cristiana, sostenere che se qualcuno commette un delitto la colpa va cercata nella società, nelle amicizie, nella famiglia… insomma, la colpa è di tutti tranne che dell’autore materiale del misfatto. Io sostengo invece che se una persona è capace di intendere e volere, se ha la piena consapevolezza di quel che fa, la colpa dei delitti commessi è soltanto e unicamente sua, e deve pagare per intero il male compiuto. Oggi invece, dietro a questo sciocco buonismo che ha investito la nostra società, assistiamo ad enormi ingiustizie ed ad una sostanziale impunità per chi commette reati gravi e gravissimi: assassini che lasciano il carcere dopo pochi mesi e tornano a uccidere, furti e rapine sostanzialmente impuniti, violenze compiute ripetutamente senza che le autorità intervengano ed altro ancora. Un esempio: si parla tanto oggi di violenza sulle donne, ed alcune di esse sono state perfino uccise da mariti, compagni e altro che sia. In molti casi queste donne, prima di essere uccise, avevano già subito gravi violenze e avevano più volte denunciato la persona che le aveva compiute; ma le cosiddette “forze dell’ordine” si erano ben guardate dall’intervenire, e per arrestare il violento hanno aspettato l’omicidio, quando ormai, qualunque cosa accada, la persona morta non può tornare in vita. Tutto questo è assurdo e frutto del medesimo buonismo che punisce solo le persone oneste e protegge i delinquenti, perché se un uomo compie violenze e minaccia di morte la compagna, andrebbe subito arrestato e condannato almeno a 20 anni, non certo aspettare che abbia compiuto il delitto. Ma la giustizia da noi funziona così: condanna pesantemente certe persone in base a soli indizi e assolve, o comunque tratta con blandizia, i veri criminali.
Il buonismo deleterio e diseducativo che affligge la nostra società si manifesta in ogni situazione, da quelle più gravi descritte sopra ad altre apparentemente meno importanti; su questo piano anche le promozioni facili presenti nelle nostre scuole derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze. E l’elenco potrebbe continuare citando il buonismo dei politici e delle istituzioni che permette a dei criminali di devastare una città durante una manifestazione e tollera che ai ROM ed agli stranieri sia concesso di delinquere apertamente nel nostro Paese senza cacciarli a casa loro, come meriterebbero, per non incorrere nell’accusa di razzismo. Ma lasciamo stare, è meglio fermarsi qui. Dico soltanto che il buonismo insensato ed ipocrita che il ’68 ed i suoi accoliti hanno provocato ci sta portando alla rovina ed ha reso insicura la nostra vita, con buona pace dei politici e di chi dà loro il proprio voto.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica

Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Immigrazione e buonismo inopportuno

Ormai i talk-show televisivi (si dice così?) si stanno occupando in prevalenza del problema dell’immigrazione nel nostro Paese da parte di profughi e clandestini provenienti dall’Africa, che arrivano sulle nostre coste a migliaia rischiando molto spesso la vita; ma dietro questo fenomeno c’è anche, cosa che tutti sanno, uno squallido commercio di esseri umani che viene compiuto da delinquenti senza scrupoli, i quali sfruttano ignobilmente questi sventurati e li spingono ad attraversare il mare in cerca di fortuna, esponendoli però ad ogni rischio ed essendo in molti casi direttamente responsabili della loro morte.
Certamente nessuno può chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno che ormai ci riguarda tutti, perché anche il nostro Paese, come gli altri d’Europa (e non solo) è diventato multirazziale, ed a nessuno fa più meraviglia vedere per la strada persone di colore o di altre etnie. Però c’è un enorme problema che si è determinato e che si va allargando sempre più, e che riguarda il numero degli immigrati che arrivano da noi ed il modo con cui si debbano accogliere ed integrare. Finché gli stranieri sul nostro territorio erano pochi, e disponibili ad integrarsi ed a lavorare onestamente, il loro arrivo è stata per noi una risorsa, non un problema: quali italiani infatti, che rifiutano persino di lavorare all’Expo di Milano con buoni stipendi per non voler rinunciare alle vacanze, avrebbero accettato di andare a raccogliere pomodori sotto il sole della Puglia, di fare i manovali nei cantieri edili o (le donne) di fare da badanti alle persone non autosufficienti? Nessuno! Ecco dunque che l’opera degli stranieri è stata utile o addirittura indispensabile, e giustamente queste persone vanno integrate nel nostro Paese e considerati cittadini a tutti gli effetti, con tutti i diritti di cui godono gli italiani.

Ma adesso la situazione è cambiata, ed è molto più difficile: adesso arrivano a migliaia su questi barconi, bisognosi di tutto e privi di qualunque competenza, spesso profughi da paesi in guerra o spinti dalla povertà. Perciò l’accoglienza diventa un problema serio, perché non esistono le strutture dove ospitarli, perché rappresentano un costo sociale insostenibile, ed anche perché tra di loro si possono nascondere dei criminali che poi, fuggendo dai centri di accoglienza, andranno a commettere reati; questo d’altra parte già succede, perché nonostante quel che dicono i buonisti nostrani, di molti reati si rendono responsabili gli stranieri, da quelli dell’est Europa, dagli africani, gli asiatici ecc. E non è difficile spiegare il fenomeno, che non avviene certo soltanto per necessità; il fatto è che in Italia la giustizia ha maglie molto larghe, ed è sempre più difficile che i criminali paghino per intero i loro delitti, quindi venire a delinquere qui espone queste persone a rischi molto minori di quelli che correrebbero nei loro paesi.

E’ anche evidente che l’Italia da sola non può assumersi per intero il carico dell’immigrazione dall’Africa e da altri luoghi, visto l’egoismo e la vigliaccheria con cui gli altri paesi “civili” dell’Europa (in primo luogo Francia, Germania ed Inghilterra) ci hanno lasciati da soli, rifiutando di accogliere gli immigrati e addirittura rimandandoli in Italia quando superano il confine: siamo perciò diventati la pattumiera d’Europa, senza che il nostro governo riesca a farsi minimamente rispettare a anche solo considerare dai partners europei, che sono sì capaci di controllare la nostra economia ed imporci i loro diktat, ma non muovono un dito quando si tratta di aiutarci. Questo comportamento, secondo me, è vergognoso, e ciò mi spinge ad essere ancor più nazionalista e antieuropeo di quanto non lo stato fino ad ora. Al di là di questo, comunque, il problema dell’immigrazione va affrontato, e va fatto partendo dal presupposto che l’Italia non è in grado di accollarsi il peso ed il costo di tutti questi stranieri, anche perché sarebbe giusto ed equo, a mio avviso, che certi vantaggi e certi aiuti economici fossero dati prima agli italiani, così come viene fatto in ogni altra nazione del mondo. Nonostante la pietà che possono suscitare questi profughi che arrivano sui barconi, resta il fatto che il nostro non è un Paese ricco che possa mantenere gratis migliaia e migliaia di persone, magari in alberghi a 4 stelle, mentre ci sono tanti italiani che non hanno neppure una casa e vivono con pensioni da fame. Tutto ciò è ingiusto e immorale, così come lo è il buonismo di facciata di certi politici come l’impresentabile presidente della Camera dei deputati o di certi giornalisti come Concita De Gregorio, che in un programma televisivo ebbe a dire che noi non abbiamo alcun diritto sul nostro territorio e che tutti sono liberi di venirci ad essere mantenuti a spese dello Stato. Giudico queste posizioni assurde ed ipocrite, proprie di chi trova comodo adeguarsi al “politically correct” e prendere l’aureola del buon samaritano, ma in realtà vive nel lusso e non deve ogni giorno affrontare il problema di vedersi la casa occupata dagli immigrati o di dover vivere nell’insicurezza, nella criminalità e non poter nemmeno uscire la sera. Con ciò non intendo dire che questi poveretti vadano lasciati a morire sul mare, ma è comunque evidente che non possiamo accogliere tutti, e che è profondamente ingiusto ed immorale che lo stato mantenga queste persone in albergo facendo mancare il necessario ai cittadini italiani e magari tormentandoli con il fisco più alto del mondo.

La prima cosa da fare,a mio avviso, sarebbe di impedire le partenze di queste persone, utilizzando anche il blocco navale e l’azione militare in Libia ed altrove, il che permetterebbe anche di stroncare l’ignobile commercio di esseri umani di cui tutti sono al corrente. Occorrerebbe anche avviare politiche internazionali (ma qui dovrebbero collaborare l’ONU e le altre organizzazioni a livello mondiale) per creare un clima di pace e favorire lo sviluppo di quei paesi, di modo che quelle persone potessero restare a casa propria anziché affidarsi ad un destino incerto che per loro è spesso fatale, o che se non lo è porta comunque molti a condizioni di vita disumane o ad ingrossare le fila della criminalità. Questo non è egoismo, non è razzismo, è constatazione della situazione reale; è invece da ipocriti e da irresponsabili continuare con questo buonismo di chi va dicendo che dobbiamo accogliere tutti e che ciò è conforme alla carità cristiana. Se così fosse lo farebbero anche gli altri paesi, invece di chiudere le frontiere e respingere i profughi rimandandoli a casa nostra, dove non possiamo dire di no a nessuno per non essere tacciati di razzismo, di fascismo e altri bei titoli di questo tipo. Vuol dire che moriremo noi per consegnare ad altri il nostro Paese.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Sciopero o pagliacciata?

Lo scorso 5 maggio la televisione ha ampiamente parlato dello sciopero degli insegnanti, con tanto di servizi e riprese filmate dell’evento. In queste immagini quel che mi ha colpito di più è stato il comportamento dei colleghi che formavano il corteo che ha sfilato a Roma: dai rappresentanti della classe intellettuale, quella che deve formare i cittadini di domani, io mi sarei aspettato un atteggiamento serio e composto, un corteo di persone che esponessero i loro problemi e le loro richieste in maniera sobria e compassata, come si converrebbe a persone che stanno, o vorrebbero stare, sulla cattedra. E invece cosa vedo? Urla scomposte, slogan di lontana origine sessantottina, docenti con ridicoli cappellini in testa ed altri che rumoreggiavano con fischietti e suonavano trombette da carnevale. E’ questa la serietà del corpo docente? C’è forse bisogno, per farsi sentire, di urla, fischi e strombazzamenti da stadio? Io sono rimasto allibito, perché le immagini che ho visto sembravano la rappresentazione di qualche farsa carnevalesca o di qualche festa goliardica, non certo quelle di una ordinata manifestazione della classe docente. Io non credo che fare pagliacciate di questo tipo giovino alla nostra causa, né che sortano qualche effetto da parte del governo, il quale farebbe bene a non prendere sul serio l’atteggiamento di chi sa solo urlare e fischiare, docenti che fanno la figura dei Pulcinella e non di professionisti quali sono, investiti di un compito che ha un’importanza capitale nella vita di un Paese civile. La serietà ed il dialogo pacato sono i mezzi migliori per indurre la controparte a trattare ed a prendere in considerazione le legittime richieste di una categoria; ma oggi purtroppo molti colleghi hanno abdicato alla dignitosa autorevolezza che dovrebbe caratterizzare la nostra professione, come si vede anche dall’atteggiamento da “amiconi” che molti hanno con i loro studenti, un comportamento deleterio che non è apprezzato nemmeno dai ragazzi stessi.
A proposito di studenti, ce n’erano molti anche di loro, tutti contenti di partecipare alla manifestazione per fare un giorno di vacanza in più. Prova ne è il fatto che alcuni di essi, intervistati dai giornalisti, non conoscevano affatto i motivi dello sciopero dei loro insegnanti: alcuni hanno tirato fuori il solito ritornello trito e ritrito secondo cui il governo vorrebbe distruggere la scuola pubblica per favorire quella privata (ma dove sta scritta una cosa del genere?); uno infine, ignorante ma almeno sincero, se ne uscito con una bella battuta in romanesco: “Famo sciopero pure noi, così saltamo un giorno de scola” (senza la u).
A questo punto io mi chiedo, vista la pagliacciata in cui si è risolta la manifestazione romana, che senso abbia oggi lo sciopero della nostra categoria, e se valga mai la pena di parteciparvi. Per parte mia, sono sempre più convinto nel dare a questa domanda una risposta negativa, e sono ancor più convinto, viste le immagini della tv, di aver fatto bene ad essere andato a scuola regolarmente il 5 maggio ed essermi sobbarcato le classiche quattro ore di lezione.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

9 commenti

Archiviato in Uncategorized

25 aprile, la festa della Retorica

Oggi ricorre il 70° anniversario della fine della guerra civile in Italia, quella che comunemente viene chiamata “liberazione”. Sarà perché la cifra è tonda, ma bisogna dire che mai come quest’anno le varie televisioni, comprese quelle Mediaset, hanno bombardato i cittadini con la solita retorica della Resistenza, dei partigiani eroi senza macchia e senza paura, quelli che hanno sempre ragione, quelli che stavano dalla parte giusta. E così, con un copione che si ripete da 70 anni, la realtà viene ancora piegata agli interessi di una parte, svilita e mistificata, perché la storia, si sa, la scrivono i vincitori, e quindi dicono soltanto ciò che loro conviene, nascondendo tutto quel che provocherebbe loro vergogna e disagio. Così, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, si è creato un vero ed autentico mito: quello della gloriosa Resistenza, degli eroi del Bene che combattevano contro il Male, quelli dell’altra parte, che non hanno neppure diritto ad essere ricordati e a vedere riconosciuta, se non altro, la loro buona fede, perché coloro che si arruolarono nella Repubblica di Salò, in quei tragici momenti, erano convinti di fare la scelta giusta, di servire la Patria e gli ideali che per tanto tempo li avevano animati, e non potevano sapere che la loro sarebbe stata la parte “sbagliata”. Ormai, dopo 70 anni, sarebbe l’ora di riconoscere che quella che ci fu in Italia dal 1943 al 1945 fu una vera e propria guerra civile, durante la quale furono commessi infiniti delitti, infinite atrocità da entrambe le parti: se i nazisti ed i fascisti loro fiancheggiatori si resero colpevoli di rastrellamenti, rappresaglie, stragi orrende (e questo nessuno lo vuole negare), altrettanto avvenne dall’altra parte, quella dei vincitori. Il criminale bombardamento di Dresda con le bombe al fosforo, che fece morire bruciati vivi oltre 150.000 civili tedeschi, è un’atrocità di cui pochi parlano ma che la storia non può cancellare; i massacri ordinati da Stalin e compiuti dalla gloriosa “Armata rossa” sono stati scoperti solo di recente e di essi poco si parla; le bombe atomiche sganciate su un Giappone già stremato solo perché gli americani dovevano mostrare ai russi la loro potenza nucleare, è un altro crimine orrendo che mai potrà essere perdonato dalla storia; la vergogna delle foibe, in cui i partigiani comunisti jugoslavi (aiutati da quelli italiani) uccisero migliaia di persone per il solo fatto di essere italiani, è ancora lì, grida vendetta ma ben pochi ne parlano. E che dire del comportamento dei partigiani italiani, la Resistenza tanto celebrata in questo 25 aprile? Basta leggere i libri di Giampaolo Pansa, un giornalista e scrittore che non può certo essere sospettato di simpatie di destra, per sapere che cosa fu il “triangolo della morte”, quel periodo cioè dal 1945 al 1947, quando, a guerra già finita, i partigiani delle brigate comuniste torturarono e uccisero migliaia di persone inermi ed innocenti con la scusa di ripulire il paese dai fascisti, ma in realtà per biechi interessi privati o semplicemente per sfogare il proprio istinto criminale, la rabbia di non aver potuto realizzare la rivoluzione bolscevica che avevano in progetto da tempo. Di questo genocidio furono vittime persino donne e bambini, persone che nulla avevano a che vedere col fascismo, oppure che avevano preso la tessera del PNF solo perché era d’obbligo per poter trovare un lavoro, ma che non avevano mai fatto politica.
Di queste cose non si parla, o se ne parla poco, ed i libri di storia, a cui si aggiunge la grancassa mediatica, trasformano in un mito quello che in realtà fu un triste periodo di lutti e di guerra civile, per la quale c’è ben poco da festeggiare. Se poi si guarda la realtà storica e si leggono i documenti dell’epoca, il mito si ridimensiona alquanto; basti pensare che l’azione dei partigiani, celebrata come eroica e indispensabile, fu in realtà marginale, perché le insurrezioni avvennero quando ormai l’esercito tedesco era già in ritirata, e quindi i veri liberatori del nostro Paese furono casomai gli eserciti alleati, non gruppi di combattenti sparuti e male armati che mai da soli avrebbero potuto sconfiggere la potente organizzazione nazista. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere: possiamo salvare e riconoscere la buona fede dei partiti antifascisti, tutti tranne uno, quello comunista, e ciò per una semplice ragione, cioè che costoro combatterono il fascismo ma non per dare all’Italia la libertà e la democrazia, ma per sostituire una dittatura con un’altra ben più disumana e feroce, quella sovietica. Chi non ricorda le frasi orrende come “addavenì Baffone”, cioè Stalin, che noi ancora sentivamo pronunciare quando eravamo ragazzi? Basterebbe questo a smontare un falso mito che va avanti da 70 anni; basterebbe cioè la volontà di esaminare la storia con i documenti e le testimonianze, non con ideologie obsolete o con la santificazione di una parte e la demonizzazione dell’altra. E allora, una volta ristabilita la verità storica, si potrebbe anche – ed è da augurarselo – superare definitivamente gli steccati ideologici e gli odi di parte e chiudere finalmente con queste brutte pagine del passato, così come hanno fatto altri paesi ben più equilibrati e ragionevoli di noi. Per questo io sono convinto, e lo ribadisco senza timore, che il 25 aprile non c’è nulla da festeggiare.

13 commenti

Archiviato in Attualità

La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

9 commenti

Archiviato in Scuola e didattica, Uncategorized

Viaggio a Londra

In questi pochi giorni di vacanze pasquali, ormai da vari anni ho l’abitudine di fare un viaggio di turismo culturale, di solito per visitare luoghi celebri o capitali europee. L’anno scorso toccò a Monaco di Baviera, su cui pochi giorni dopo scrissi un post intitolato “Viaggio in Germania” ed espressi le mie impressioni su quel paese, o almeno sulla zona che avevo visitato. Quest’anno è toccato a Londra, una delle città più famose del mondo ma da me sconosciuta, perché non c’ero mai stato prima di adesso; e siccome alcuni aspetti di essa mi hanno colpito, vorrei brevemente parlarne in questo post.
La prima cosa che impressiona il visitatore a Londra è la perfetta organizzazione dei trasporti. La metropolitana è molto efficiente, passano treni ogni due minuti circa e collegano, con una fitta rete di linee e di coincidenze, tutte le zone centrali e periferiche della città; l’utilizzo di questo mezzo è certamente il modo più veloce per spostarsi, benché esistano anche i mezzi di superficie, come i famosi bus rossi a due piani, che sono anch’essi molto efficienti. Il traffico veicolare è abbastanza disciplinato, tutti rispettano i semafori e le norme della circolazione.
A questo aspetto positivo se ne affianca però uno negativo, almeno per noi italiani: i prezzi molto alti dei trasporti, visto che per tre giorni io e mia moglie abbiamo speso, per utilizzare la metro, l’equivalente di oltre 100 euro. Il problema dei costi, comunque, riguarda ogni aspetto della vita e non solo i trasporti: altissimo è il prezzo degli affitti, tanto per fare un esempio, e altrettanto può dirsi per gli acquisti più comuni e per gli alberghi, carissimi anche se spesso di bassa qualità. E’ vero però che gli stipendi, pagati in sterline (pounds) sono mediamente molto più alti dei nostri, e la mancanza dell’euro non costringe la Gran Bretagna, cosa che avviene invece a noi, a dover seguire altri paesi per la politica monetaria, nel senso che gli inglesi possono battere moneta e interferire con il valore della sterlina in modo da regolare il bilancio tra importazioni ed esportazioni.
Nonostante i prezzi elevati e la necessità di pagare praticamente ogni cosa, c’è però a Londra una lodevole eccezione: i luoghi d’interesse culturale, ed in particolare i musei, sono gratis. Questo avviene in pochi paesi ed è certamente motivo di plauso che va riconosciuto: la visita al British Museum che abbiamo compiuto, infatti, e che ci ha impegnati per quasi un giorno intero, è avvenuta senza dover spendere un centesimo. Beati gli inglesi, che si possono permettere di coprire i costi ingenti del mantenimento e cura dei propri monumenti senza chiedere contributi ai visitatori! Per il resto, oltre ai musei, Londra offre tutta una serie di monumenti, di chiese, di parchi naturali di notevole interesse.
Un’altra cosa che mi ha colpito è l’estrema varietà della popolazione, nella quale sono comprese praticamente tutte le etnie conosciute al mondo: europei, asiatici, afro e sud americani, persone di colore si muovono liberamente, e con ritmo frenetico, per la città, facendo comprendere a tutti come ormai l’Europa veda prosperare una società multiculturale e multietnica, senza che vi siano – almeno apparentemente – discriminazioni. E se pensiamo che la presenza degli stranieri sia elevata in Italia significa che non abbiamo visto cosa avviene altrove: a Londra, almeno a quanto ho potuto constatare, gli europei e gli inglesi in particolare sono in minoranza rispetto alle altre etnie, specie quelle asiatiche: nel quartiere dove abbiamo alloggiato, infatti, la gran maggioranza delle persone erano indiani, pakistani e cinesi, molto rare invece quelle con la pelle bianca.
In questa società multietnica londinese molti ed anzi moltissimi sono gli italiani, che abbiamo incontrato in gran quantità. Escludendo i turisti come noi, che pure nel periodo di Pasqua sono tanti, un gran numero di nostri connazionali vive stabilmente a Londra esercitando tutta una serie di occupazioni che vanno dal garzone di bottega al cameriere, dal gestore di ristorante al fattorino, fino al manager o all’uomo d’affari che vive e lavora nella City, uno dei centri della finanza mondiale. Però di italiani con mansioni di prestigio e con alti guadagni ce ne sono pochi; la maggioranza dei nostri connazionali sono purtroppo dei giovani che, per trovare quel lavoro e quel benessere che non potevano avere in Italia, sono emigrati a Londra e ci vivono da anni, riuscendo a sopravvivere dignitosamente a causa delle molte opportunità lavorative che questa metropoli riesce ad offrire. Parlando con dei giovani italiani che lavorano nei ristoranti e nei bar, mi sono molto rattristato, perché giudico ingiusto e vergognoso che un Paese come il nostro, uno dei più belli al mondo, non sia in grado di offrire lavoro ai propri cittadini, costringendoli a cercare scampo all’estero. Poiché io non mi sono mai vergognato di essere italiano, ed anzi ne sono orgoglioso, vorrei però che gli italiani non fossero costretti ad una nuova emigrazione che ricorda quella degli ultimi decenni dell’800 e dei primi del ‘900, quando i nostri connazionali partivano con la valigia di cartone in cerca di fortuna e spesso venivano male accolti e mal trattati dagli stranieri. Oggi questo problema è molto attenuato, visto che viviamo in una società multirazziale e non c’è più il rischio di vedere scritto in un locale “proibito l’ingresso ai cani ed agli italiani”, come purtroppo è accaduto in altri tempi; ma il giovane italiano che si reca all’estero ha comunque difficoltà ad inserirsi, ad imparare la lingua, ad essere considerato alla pari dei cittadini del paese ospitante. E poi è umanamente ingiusto che un ragazzo o una ragazza debbano staccarsi dalla propria terra, dalla propria famiglia, dai propri affetti, per trovare lavoro all’estero; a me piacerebbe invece che ciascuno potesse vivere e restare nel proprio paese e che andasse all’estero solo per turismo o perché lo desidera, non perché vi è costretto da una situazione economica difficile e soprattutto mal gestita. Mi auguro che le cose cambino in fretta e che l’economia possa ripartire, di modo che i nostri giovani possano mettere le proprie idee, la propria cultura e le proprie forze al servizio della loro patria, senza arricchire paesi stranieri che non hanno contribuito affatto alla loro formazione.

2 commenti

Archiviato in Attualità

Ancora sulle traduzioni e la seconda prova del Classico

Fino a poco tempo fa credevo di essere il solo a pormi il problema dell’impellente necessità di modificare radicalmente la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, una scuola che continua a perdere iscritti anche perché non c’è mai stata, da parte del Ministero dell’istruzione, la volontà di adeguarla alla realtà attuale e soprattutto alle reali capacità ed attitudini degli studenti di oggi; è infatti assurdo, controproducente e persino crudele, a mio avviso, non volersi rendere conto del fatto che l’esercizio di traduzione dal greco e dal latino, raffinatissima prova d’ingegno, non è più alla portata dei nostri studenti del 2015 (tranne poche e lodevoli eccezioni), e continuare pervicacemente a pretendere che questi sventurati, all’esame di Stato, traducano in italiano corretto e magari elegante lunghi brani di Aristotele, Platone, Seneca, Tacito ecc., che creano problemi anche a esperti filologi, è pura follia, per non dire stupidità. Anzi, io ho pensato più volte che i signori ispettori ministeriali che scelgono questi brani siano in malafede, vogliano cioè a tutti i costi danneggiare il Liceo Classico e spingere i giovani a fare altre scelte scolastiche, perché non è credibile che persone esperte e con ruoli dirigenziali non si rendano conto che stanno pretendendo l’impossibile. Perché gli altri Licei, in particolare lo Scientifico, hanno visto cambiare più volte la tipologia della loro seconda prova d’esame, mentre al Classico siamo rimasti al 1923, alla riforma Gentile, senza cambiare una virgola? Eppure la società, in questo periodo, mi sembra che un po’ sia cambiata, specie dal punto di vista dell’istruzione, della formazione dei giovani, delle fonti di cultura ecc. ecc. Che non se ne siano accorti mi pare poco credibile, per cui alla fine il sospetto ti viene, cioè che la cosa sia fatta apposta per affossare il Liceo Classico e favorire altri ordini di scuole.
Quando ho scritto il precedente post sull’argomento non ero a conoscenza dell’articolo dell’illustre latinista Maurizio Bettini (direttore del Centro “Antropologia del mondo antico” dell’Università di Siena) apparso su “Repubblica” il 5 marzo scorso. Non è neanche lontanamente ipotizzabile che uno studioso di questo livello non conosca il mondo classico o non si renda conto dell’importanza delle lingue antiche; ed infatti egli non nega questo, ma aggiunge che vi sono altri aspetti nello studio dell’Antichità che hanno un’importanza almeno pari: c’è la storia della letteratura, la filosofia, la civilizzazione, l’antropologia e via dicendo, conoscenze che oltretutto resteranno nella memoria dei ragazzi molto più di verbi, aggettivi ed ablativi assoluti, che col tempo sono destinati ad essere comunque dimenticati. Perché allora non richiedere agli studenti, in occasione dell’esame, QUESTE conoscenze, anziché limitarsi al solo aspetto linguistico? Ci sono alunni bravissimi in storia letteraria, storia dell’arte, filosofia ecc., ma che non riescono a tradurre in modo accettabile. Perché dunque penalizzarli e costringerli ad un esercizio unico e insindacabile qual è la traduzione imposta dal Ministero? Perché non sostituire la seconda prova scritta con un’analisi del testo ad esempio, o con un questionario di tipo letterario e storico-artistico, o altro che dir si voglia? E se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, la si potrebbe proporre in alternativa ad altri esercizi, in modo che possa essere scelta da quei pochi o pochissimi che ancora intendono votarsi a questo tipo di sacerdozio. Questo propone Bettini, ed io sono totalmente in sintonia con lui, anche se ho cominciato molto prima di lui a sostenere questo punto di vista, ed ho cercato anche, al proposito, di trovare contatti con i funzionari ministeriali preposti all’organizzazione delle prove d’esame.
Perché trovo assurdo e disumano costringere migliaia di giovani a questo esercizio, che si fonda solo ed unicamente sulle conoscenze linguistiche? Perché, insegnando da oltre trent’anni latino e greco in un triennio di un Liceo Classico, ho potuto seguire per tutto questo tempo l’evoluzione degli studenti e del loro rendimento. Quando andavamo a scuola noi si studiava latino alle medie, si imparavano alla scuola primaria tutte le strutture dell’italiano: analisi grammaticale, logica e del periodo erano un “trio” che tutti ben conoscevamo. Oggi, per vari motivi che sono ormai noti, questo non avviene più. Allora l’unico strumento di cultura erano i libri, mentre adesso i giovani apprendono da internet, con i tablets, gli smartphones ecc., strumenti che non richiedono più capacità di ragionamento autonomo, ma forniscono le informazioni già bell’e pronte, così come le calcolatrici risolvono ogni tipo di operazione matematica, senza che ai ragazzi venga più richiesto di usare il cervello. Cosi, come non sanno più le tabelline, non sanno più neanche le strutture dell’italiano e sono quindi lontani anni luce dal saper tradurre decentemente dal latino e dal greco; e ciò avviene non perché i ragazzi di oggi siano meno intelligenti di come eravamo noi, ma perché esercitano e sviluppano altre qualità mentali, non più quelle su cui si fondava la nostra formazione di persone di mezzo secolo fa. E’ quindi necessario che la scuola cambi e che si dica finalmente che il re è nudo, anziché continuare all’infinito con i compromessi e le ipocrisie: la realtà, checché se ne voglia dire, è che la traduzione dal latino e dal greco è oggi divenuta un lavoro da esperti filologi, non più da semplici studenti. Sarebbe ora che tutti – docenti e Ministero dell’istruzione – riconoscessimo questa realtà, e ciò permetterebbe di evitare fenomeni sconcertanti e vergognosi come quelli che si verificano agli esami, dove certi professori fanno la versione al posto degli studenti, gliela passano e così risolvono il problema. Io mi sono sempre rifiutato di prostituire in questo modo la mia dignità professionale, ho dato solo indicazioni generali sul testo ed ho corretto gli elaborati con gli stessi criteri con cui correggo quelli svolti durante l’anno. Il risultato, però, è stato che i miei alunni hanno avuto all’esame i voti più bassi di tutta la provincia; il che mi dispiace, ma non sono disposto a scendere a squallidi compromessi come quello sopramenzionato. Purtroppo certi colleghi non la pensano così, e non solo fanno la versione all’esame al posto degli alunni, ma accettano anche che durante i normali compiti in classe essi scarichino la versione da internet con il cellulare, un fatto gravissimo e intollerabile che ormai si verifica dappertutto. Ora io dico: anziché scendere a questi sconci compromessi, non è meglio smettere di sottoporre gli alunni all’esercizio di traduzione, ormai del tutto estraneo alle loro capacità? Esistono altre competenze e conoscenze, altrettanto importanti, che è possibile verificare in modo altrettanto oggettivo ed eliminando anche il triste fenomeno delle copiature, giacché su internet non può trovarsi la risposta ad ogni quesito che un docente esperto può richiedere ai propri studenti.
Anticipando la più scontata obiezione al mio ragionamento voglio chiarire che, proponendo la modifica della seconda prova d’esame, io non intendo affatto auspicare la fine dello studio delle lingue greca e latina, che deve proseguire, specie nei primi due anni di corso (il Ginnasio), perché è indispensabile per l’analisi dei testi d’autore normalmente presenti nei programmi didattici del triennio liceale. Questa analisi deve comunque avvenire sotto la guida del docente, che affronterà la lettura dei classici (Catullo, Lucrezio, Virgilio, Omero, Platone ecc.) anche, ma non esclusivamente, basandosi sugli elementi formali (lingua, stile, metrica, retorica ecc.), che per gli antichi non erano certo ornamenti, ma elementi costitutivi e fondanti dell’opera letteraria e della sua valutazione estetica; ma non è un’attività, questa, che i ragazzi possano affrontare da soli, come dimostra il fatto che ormai nessuno o quasi traduce più autonomamente brani di greco o latino assegnati dal docente, perché tutti (o quasi) vanno su internet e scaricano la traduzione. Perché dunque volersi coprire ancora gli occhi alla realtà? Vorrei che qualcuno me lo spiegasse con argomenti decisivi, non come fanno certi romantici sostenitori della torre d’avorio degli studi linguistici come la scrittrice Paola Mastrocola, che su “Il Sole 24 ore” ha replicato a Bettini sostenendo la necessità di mantenere l’esercizio di traduzione a tutti i costi. La signora sarà anche una brava scrittrice (preferisco, al proposito, non esprimere il mio parere) ma nella scuola deve avere poca esperienza, benché si definisca “un’insegnante”; perché se fosse ancora a contatto con i ragazzi di oggi, tutti persi su Facebook, Twitter, Ask e capaci non più di tradurre ma solo di scaricare le versione già fatte e copiare i compiti con il cellulare, forse cambierebbe idea. Il Liceo che la Mastrocola ha in mente è ormai un sogno, una pura illusione; la realtà è ben diversa e ad essa, volenti o nolenti, ci dobbiamo adeguare.

8 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica