Nanà ed il vero realismo

Tra le mie letture estive di quest’anno, che sono sempre dedicate ai cosiddetti “classici”, ha trovato posto anche Nanà, uno dei romanzi più noti dello scrittore francese Emile Zola (1840-1902), forse il più noto rappresentante di quel movimento letterario realista di solito designato con il nome di “naturalismo francese”. La lettura di questa opera, che si affianca ad altre del medesimo autore che già conoscevo, mi ha ispirato qualche considerazione personale che qui vorrei riferire.
Intanto, chi è Nanà? In sostanza, senza tanti giri di parole, è una prostituta di alto rango, una di quelle donne che nell’800 venivano chiamate, con reminiscenza classica, “cortigiane”, oppure più prosaicamente “mantenute”, perché vivevano delle elargizioni e dei regali dei loro amanti. Nel secolo XIX e soprattutto in Francia queste figure furono importanti nella letteratura, che molto spesso si occupò di loro: una delle più famose, ad esempio, è la Margherita Gautier protagonista del celebre romanzo La dame aux camelies (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, da cui Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi trassero quel capolavoro della musica lirica italiana che è La Traviata. Il romanzo di Zola si inserisce perfettamente in questa tematica, presentando una figura di donna fortemente condizionata dai suoi tempi e dal suo mestiere, ma spesso portatrice di valori più autentici di quelli piuttosto squallidi degli uomini che la frequentano e che sono schiavi della sua bellezza, ma soprattutto dell’istinto sessuale. La trama del romanzo non è molto elaborata: Nanà da giovane viveva in miseria, ma riesce ad uscire da questa condizione facendo l’attrice di teatro e mettendo così in mostra tutto il suo fascino. Da qui a diventare cortigiana il passo è breve; ella si fa quindi mantenere dagli uomini che la frequentano, ma in sostanza li disprezza e li umilia, ed in questo modo intende prendersi la sua rivincita su una società ingiusta che la emargina e la condanna a quella vita disonorevole. Il suo ideale di amore, in contrasto con la sua vita, è invece molto elevato, ed a volte si lascia coinvolgere da un’autentica passione come quella per il giovane Giorgio Hugon, durante la quale ella pare dimenticarsi del suo mestiere, nel quale però ricade immancabilmente subito dopo, perché la società borghese ed ipocrita dell’epoca non sopporta che una “donna perduta”, come la si definiva, possa ritornare a condurre una vita normale. Così Nanà, che ha incontrato nel conte Muffat un ricchissimo amante, conduce un’esistenza caratterizzata dal piacere e da un lusso smodato, che però non sente come autentica e che finisce per annoiarla e deluderla, finché è abbandonata dal conte, finisce in miseria ed alla fine muore di vaiolo mentre cresce l’entusiasmo dei francesi per la guerra contro la Prussia.
Zola è uno scrittore molto potente e artisticamente eccellente, specialmente nelle descrizioni delle persone e dei paesaggi, oltre che delle azioni e degli avvenimenti. Il romanzo è quindi di grande levatura letteraria; però, al di là di questo indiscusso valore, a me ha suggerito alcune considerazioni personali. In esso ho visto anzitutto una delle tante corrispondenze e continuità tra le letterature antiche e quelle moderne, confronto che a me viene spontaneo fare per una sorta di deformazione professionale, dato che sono uno studioso del mondo classico. La figura della cortigiana, della donna che concede le sue grazie a certi uomini in cambio del mantenimento e della vita lussuosa, è nata nel mondo greco: in tale ambito acquistano particolare rilievo donne come la celebre Aspasia, amante del grande statista ateniese Pericle, e Frine, una cortigiana vissuta nel IV° secolo a.C. ed amante del grande scultore Prassitele, che a lei si ispirò per forgiare le statue di Venere. L’affascinante bellezza di quest’ultima fu resa celebre da un aneddoto che racconta come Frine fosse sottoposta a processo perché si era paragonata appunto ad Afrodite (Venere per i Romani), il che costituiva un atto di empietà; ma in quell’occasione il suo avvocato difensore, l’oratore Iperide, dimostrò alla giuria che quella donna aveva pieno diritto a confrontarsi con le dee, e lo dimostrò scoprendole il seno, un gesto da cui i giudici restarono convinti e furono costretti ad assolverla. La figura della cortigiana è inoltre importante nella commedia classica (Menandro in Grecia, Plauto e Terenzio a Roma), e rivela caratteri molto analoghi a quelli di Nanà e delle sue omonime moderne, dimostrando come questa sia una tematica letteraria che ha attraversato i secoli e che neanche oggi è esaurita. Adesso le donne di quel genere si chiamano “escort”, ma la loro funzione sociale è molto vicina a quella di Frine, di Margherita Gautier e di Nanà, perché i tempi cambiano ma i sentimenti e le pulsioni umane sono invariate, ed ancor oggi come sempre la debolezza maschile di fronte a questo istinto conduce e mantiene vivo questo genere di donne, che ha mutato nome ma che nella sostanza è sempre uguale a se stesso.
La seconda riflessione che mi è venuta in mente leggendo Nanà è di tipo più strettamente letterario e riguarda il confronto tra il Naturalismo francese ed il Verismo italiano di Verga, Capuana ed altri, un argomento di cui ci parlano tutti i libri di storia letteraria. Caratteri del primo sono: una visione “scientifica” della realtà, che vede nel comportamento umano il riflesso di precise leggi naturali come l’ereditarietà, e la volontà di una denuncia sociale contro la mentalità borghese ed arretrata dell’800, quale la celebre Rivoluzione dell’89 non era riuscita a sradicare; in Italia invece questi caratteri non compaiono, sia perché Capuana e Verga considerano la loro produzione come un metodo di scrittura più che come un’analisi scientifica del reale, sia per il fatto ch’essi, pur rappresentando le difficili condizioni di vita del popolo, sono privatamente legati a posizioni piuttosto conservatrici e persino reazionarie, e quindi la loro indagine sulla società è una semplice rappresentazione, non l’aspirazione a qualcosa di diverso dall’esistente. Leggendo Nanà ho trovato conferma di questa distinzione ideologica, alla quale però vorrei aggiungere un’altra, quella che concerne il realismo come categoria letteraria. Intanto mi preme fare una premessa, che cioè a mio giudizio il realismo puro e semplice non può esistere in forma assoluta, sia perché lo scrittore, per quanto distaccato possa essere dalla sua pagina, non può fare a meno di trasferirvi almeno parzialmente la sua personalità, sia per un motivo semplice e banale che concerne l’aspetto linguistico dell’opera: se cioè gli scrittori definiti “realisti” come Verga avessero dovuto raffigurare la realtà com’è, avrebbero dovuto far esprimere i loro personaggi nel dialetto, non in una lingua nazionale o comunque comprensibile ad una vasta platea di lettori. Detto questo, mi pare però che, nelle varie gradazioni del cosiddetto realismo, il verismo italiano si sia spinto più a fondo del naturalismo francese, come possiamo vedere da quel semplice raffronto che io, da profano qual sono, posso istituire tra il romanzo di Zola e i Malavoglia, un’opera quest’ultima molto descrittiva e impersonale, nella quale i sentimenti e la psicologia dei personaggi sono rintracciabili solo dall’analisi del loro agire: così lo stato di depressione e di scoramento che assale la giovane Mena al termine del romanzo, quando scopre che la sorella Lia si è data alla prostituzione, non emerge dalle osservazioni dello scrittore ma solo nel momento in cui lei, chiesta in moglie da Alfio Mosca, risponde di essere “troppo vecchia” per il matrimonio, visto che ha ormai 26 anni. Da questo atteggiamento di rinuncia alla propria vita si evince il suo stato d’animo, senza che lo scrittore ce lo descriva altrimenti. In Zola invece c’è un’analisi psicologica profonda, uno scavo interiore che l’Autore compie dei suoi personaggi, mostrando se non di “saperne più di loro” (come avviene nella narrativa romantica) almeno di “saperne quanto loro”, accompagnandoli all’interno dei loro processi interiori. Mi ricordo, ad esempio, la splendida descrizione della notte insonne del conte Muffat il quale, credendosi tradito dalla moglie, vaga per le vie di Parigi e spia anche l’abitazione dove crede ch’ella si trovi con l’amante senza però avere il coraggio di farvi irruzione. Il coacervo di sentimenti e di furiose passioni che agitano l’animo del conte è descritto da Zola non dall’esterno ma dall’interno dell’anima del suo personaggio.
Termino adesso questo post perché già abbastanza lungo. Mi piace riferire le mie impressioni sulle pagine che ho letto, delle quali, come diceva Borges, sono orgoglioso più di quelle che ho scritto. Si tratta di considerazioni semplici, dilettantistiche, di un classicista che ama però fortemente anche la letteratura moderna, purché sia sempre classica e non contemporanea. Mi chiedo infatti che obbrobrio sarebbe Nanà se fosse opera di uno degli imbrattacarte di oggi: visto l’argomento e la vita della protagonista, sarebbe un coacervo di oscenità e di descrizione minuziosa di atti sessuali, che invece Zola, da grande artista qual è, fa comprendere senza mai compiacersi di particolari scabrosi. Gli scrittori classici erano signori che lasciavano intendere senza cadere nel fango; quelli di oggi invece sono dei cialtroni che spacciano per realismo ciò che è in realtà solo sconveniente ed osceno.

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Il blog va sempre peggio

Più di un anno fa scrissi un post per festeggiare i 200.000 ingressi sul mio blog, benché neanche allora fossi del tutto contento su come questa mia iniziativa fosse stata accolta. Ora però, che ho raggiunto le 300.000 visite, c’è ben poco da festeggiare: il numero mensile di visite, quest’anno, è diminuito quasi tutti i mesi rispetto ai numeri del 2017, ed i commenti si contano sulla punta delle dita di una mano. Non solo: i commenti stessi, oltre ad essere pochissimi, provengono sempre dalle stesse persone, da quei quattro o cinque che mi seguono con più assiduità, mentre negli anni precedenti ricevevo molte più opinioni e critiche, sia positive che negative, da un numero molto maggiore di lettori interessati a ciò che scrivevo. Che cosa è successo? Proverò qui a fornire qualche spiegazione di questa lenta agonia del mio blog, della quale mi dolgo non poco perché ritenevo che un blog serio, che parlasse di problemi reali senza contenere le spiritosaggini e le vacuità della maggior parte di coloro che scrivono sul web, avrebbe dovuto avere un seguito ben maggiore. Evidentemente mi sbagliavo.
Una delle principali cause del calo d’interesse per i blog in genere è probabilmente la diffusione dei social come Facebook, Instagram ecc., per cui tante persone preferiscono scrivere lì le loro opinioni (spesso anche in forma volgare, con insulti e turpiloquio), visto che certi messaggi vengono fatti passare tranquillamente mentre viene cacciato chi usa qualche termine non “politically correct”. In un blog invece, generalmente, il titolare effettua una moderazione dei commenti ed esclude quelli offensivi o fuori argomento; è successo a volte anche a me, sebbene piuttosto di rado perché, come ho detto, di commenti ne ricevo pochissimi e sempre da parte delle stesse persone. Comprendo che i social siano più interessanti di un blog, dal momento che trattano vari argomenti più o meno banali e vi si può interagire con maggiore facilità.
Va anche detto che i blog su internet sono moltissimi, ma la maggior parte di essi si occupa di questioni piuttosto futili e superficiali: ve ne sono sulla moda e sul trucco (ovviamente amministrati da donne), sugli hobbies più diffusi, sulle vicende sentimentali di qualcuno e gli aspetti più pruriginosi delle relazioni amorose. Questi ultimi sono frequentati da una massa di “voyeurs” che hanno un interesse morboso per certi particolari che dovrebbero restare privati e non essere resi pubblici sulla rete internet. Il mio blog, a differenza di tanti altri, si occupa di cultura, sia attraverso articoli che parlano di scuola e insegnamento, sia mediante recensioni di libri classici o considerazioni sulla politica e la società del nostro tempo. Evidentemente questi argomenti “seri” interessano molto poco la massa degli internauti di internet, e di ciò non mi stupisco vista l’ignoranza e la superficialità attuali di cui tante volte, proprio su queste pagine, mi sono lamentato. Oggi l’italiano medio non ha più tempo per pensare, riflettere, osservare la realtà in modo critico; basta avere lo smartphone, divertirsi e fare le vacanze in qualche località balneare e guardare una televisione sempre più stolida e di basso livello. Non solo la cultura non si mangia, come disse qualcuno, ma è pure inutile.
Non so se ci sia qualche altro motivo per cui il mio blog è in decadenza, e le visite diminuiscono di giorno in giorno. Con l’attivazione di esso io speravo di poter instaurare un dialogo costruttivo su problemi di un certo rilievo che dovrebbero interessare chi legge ed anche, lo confesso, di poter aver contatti con persone che occupano ruoli dirigenziali per poter influire su certe scelte, come quelle sulla scuola, che vengono prese spesso in modo autoritario e impreciso, senza consultare chi conosce veramente quell’ambiente. Nulla di ciò che speravo si è verificato, e quindi sto seriamente pensando di terminare questa esperienza che dura dal 2012 e di chiudere definitivamente il blog. Mi riservo un altro po’ di tempo per decidere e poi vedrò il da farsi. Probabilmente, visto come vanno le cose, mi sposterò su Facebook, dove già mi trovo ma come ospite, senza sentirmi in casa mia, e debbo stare pure attento a ciò che dico perché mi hanno già sospeso più volte.

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Il governo della demagogia

E’ molto tempo che non mi occupo direttamente di politica qui sul blog, né credo di aver molte credenziali per occuparmene: non sono né un esperto di partito, né un sociologo e neanche un giornalista; sono un semplice cittadino che ha sempre avuto un certo orientamento ma che adesso fa fatica a raccapezzarsi nel marasma attuale. Come prima osservazione mi viene da dire che questo esecutivo è molto eterogeneo e poco coeso, perché formato da due forze che hanno sempre avuto interessi e programmi totalmente diversi e che sembrano stare insieme solo per costituire una maggioranza, se non per amore delle poltrone. Io, per parte mia, ho sempre avuto una pessima opinione dei 5 stelle, persone totalmente inesperte e incompetenti di fronte alla complessità di dover amministrare una Nazione, capaci di ottenere i voti degli illusi che hanno creduto alle favole sul paese dei balocchi (il reddito di cittadinanza), su cui tornerò più avanti. Per quanto attiene alla Lega Nord, che ha molta più esperienza e competenza politica, mi fa meraviglia il fatto che accetti di governare con chi è tanto diverso; comprendo e approvo l’azione di Salvini sull’immigrazione, perché l’Italia non può essere lasciata sola a dover accogliere tutti coloro che fuggono dall’Asia o dall’Africa, e approvo anche la sua volontà di dare la priorità agli italiani perché tutte le altre nazioni europee prediligono i loro cittadini, ma non lo seguo su altre tematiche. In sostanza, si tratta di un governo ibrido, formato da componenti diverse e antitetiche, che non credo possa durare a lungo.
Le roboanti promesse fatte dai due partiti di governo prima delle elezioni non hanno molte probabilità di essere realizzate, perché formulate al buio e senza tener conto della reale situazione economica del nostro Paese; in più, alcune di esse sono palesemente ingiuste e diseducative. La peggiore di tutte, senza alcun dubbio, è il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei grillini che nelle regioni del Meridione, notoriamente inclini all’assistenzialismo, hanno preso una marea di voti. Ho sempre pensato di questa proposta tutto il male possibile, e non soltanto perché costa miliardi di euro che il nostro erario non può permettersi, ma soprattutto perché è ingiusta e deleteria: in pratica, se si realizzerà, verranno dati soldi a tanti furbetti per non fare nulla, per starsene sul divano a guardare la tv. Occorre ricordarsi di una cosa: molte persone, specialmente nel Meridione, hanno un reddito a volte anche cospicuo lavorando al nero, ma per la legge risultano ufficialmente disoccupate; costoro riceveranno il reddito di cittadinanza di cui non hanno affatto bisogno e lo spenderanno in generi superflui e di lusso. Proprio ieri ho visto un servizio in tv (mi pare su Rete4) girato in Sicilia, vicino a Enna, dove alcuni degli intervistati hanno detto che spenderanno il reddito di cittadinanza per comprarsi abiti firmati o automobili, oppure per viaggi e vacanze. Del resto, non è forse vero che con i propri soldi ciascuno può fare quello che vuole? Ma è grottesco che questi soldi vengano dallo Stato, che deve creare lavoro e investimenti, non distribuire “panem et circenses”, regalare soldi a chi non fa nulla. Questa è la più dannosa e subdola demagogia, in cui purtroppo molte persone sono cadute, dando fiducia ad un’armata Brancaleone che non sa cosa sia la politica e che procede al buio, senza rendersi conto di cosa stia facendo.
Ma c’è anche una proposta della Lega Nord, condivisa da tutto il centro-destra, che mi trova in totale disaccordo, la cosiddetta “flat tax”, cioè l’imposizione di un’aliquota unica (oppure di due sole aliquote) per il pagamento delle tasse. E’ evidente l’origine berlusconiana di questa proposta, perché un’aliquota unica, se applicata alla lettera, altro non farebbe che avvantaggiare i ricchi a danno della classe media dei lavoratori dipendenti, coloro che più contribuiscono alle entrare fiscali. Applicando un’unica aliquota (ad es. il 20%) un cittadino che guadagna 100 mila euro all’anno ne pagherebbe 20 mila, ma gliene rimarrebbero ben 80 mila, coi quali condurre una vita più che comoda; se invece questa stessa aliquota la applico a chi guadagna 10 mila euro all’anno, ne pagherebbe solo duemila, è vero, ma gliene resterebbero ottomila, con cui non è possibile condurre una vita dignitosa. Io credo invece che l’imposizione fiscale dovrebbe avere aliquote progressive in base al reddito (reddito reale però, accertato con controlli e non solo dichiarato): al di sotto di una certa soglia non si dovrebbero pagare tasse, mentre al di sopra le aliquote dovrebbero essere progressive dall’8 all’80 per cento; così i calciatori professionisti, i divi della tv, i grandi professionisti contribuirebbero veramente alle spese dello stato, e resterebbe loro comunque un guadagno più che sufficiente. Si ridurrebbe così, almeno in parte, l’assurda anomalia per la quale da noi in Italia un ricercatore che scopre nuove cure per importanti patologie viene pagato 1500 euro al mese (se va bene), mentre vengono dati milioni a dei baldi giovanotti solo per dare calci a un pallone.
Sulla manovra economica che il governo sta preparando in questi giorni ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire troppo questo post. Alcune questioni di principio, secondo me, sono apprezzabili, come quella di non essere più soggetti ai diktat dell’Europa e di far valere i diritti dei cittadini italiani. Su questo sono d’accordo, anzi dico che non avremmo neanche dovuto entrare nell’unione europea e tanto meno nell’euro, la moneta unica che strozza la nostra economia e ci rende soggetti a Parigi e a Berlino. Però ormai ci siamo dentro, non possiamo uscirne adesso senza gravissimi danni economici, soprattutto per i risparmiatori che vedrebbero dimezzato, se non peggio, il valore del proprio denaro. Con il debito pubblico che abbiamo, purtroppo, l’aiuto estero ci è necessario, altrimenti rischiamo di finire come la Grecia; quindi alzare la testa è possibile, ma in limiti ben definiti, perché non so cosa accadrebbe se i mercati internazionali cessassero di dare fiducia all’Italia e alla sua capacità di pagare gli iteressi sul debito. Quindi, anche se in linea teorica approvo quel politico che ha utilizzato il celebre “me ne frego” di lontana origine storica, in pratica mi auguro che non venga tirata troppo la corda, perché purtroppo non siamo nelle condizione di poter dettare legge. La colpa di ciò va ricercata nei politici del passato come Prodi, che ci hanno gettato in questo vicolo cieco della moneta unica, ma anche nella nostra cronica povertà e mancanza di materie prime. I conti con la realtà vanno fatti perché i sogni sono belli, ma svaniscono come fumo nell’aria.

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Società della comunicazione o dell’incomprensione?

Ognuno sa quanto i cosiddetti “social” abbiano preso campo oggi, al punto che molte persone utilizzano praticamente soltanto questi come mezzi di comunicazione, al punto da divenirne dipendenti: i giovani soprattutto sono sensibili al fenomeno, come possiamo notare, se è vero che alcuni di loro si rinchiudono nella loro stanza e rinunciano addirittura ad uscire e a costruire amicizie reali per corrispondere solo con quelle virtuali. Ormai tutti noi, e non solo i giovani, viviamo in questa atmosfera e comunichiamo con gli altri attraverso Facebook, Twitter, Instagram e altri social di questo tipo; se poi dobbiamo scrivere a qualcuno utilizziamo l’e-mail, non ci serviamo più della carta come usava un tempo. Il telefono resta sempre di lago uso, ma più per scambiare messaggi e consultare i social che per parlare a viva voce.
Quella che viviamo oggi è dunque l’era della comunicazione, in cui esistono teoricamente molte più forme di contatto umano di quanto accadeva qualche decennio fa. Eppure, stando almeno a quella che è la mia impressione, non mi sembra che queste maggiori opportunità abbiano migliorato di molto la vita di ciascuno di noi, ed al proposito vorrei fare due osservazioni. La prima è che è molto aumentata la percentuale delle persone che vivono in solitudine, nonostante abbiano i computers, gli smartphone e quant’altro; è una solitudine in parte volontaria, nel senso che molti si isolano dalle relazioni umane rinchiudendosi in casa propria, ma in parte è anche forzata, perché è proprio nell’era delle comunicazioni e delle informazioni che tante persone non riescono a trovare vere amicizie o relazioni sentimentali. Sembra un assurdo ma è così: un tempo, quando non esistevano questi strumenti moderni, quasi tutti avevano amici da frequentare e si formavano una vita di coppia che sfociava generalmente nel matrimonio; oggi invece, quando sembrano aumentate così tanto le occasioni di conoscenza, tante persone vivono in isolamento e aumentano sempre più i cosiddetti “singles”, cioè uomini e donne che non hanno una relazione sentimentale stabile. E se questa condizione a volte è volontaria e dovuta a ragioni di lavoro o altro, molto spesso invece coloro che restano in solitudine non lo fanno per scelta, ma non riescono ad uscire dall’isolamento nonostante tutte le opportunità comunicative che il mondo attuale sembra loro offrire.
Si tratta di un fenomeno difficile a spiegarsi, ed io non sono un sociologo. Quello di cui desidero parlare riguarda invece la seconda osservazione che vorrei fare a questo riguardo. I social danno a tutti (purtroppo, aggiungo io!) la possibilità di esprimersi, di commentare qualunque notizia o avvenimento, di stabilire contatti con persone conosciute o sconosciute. Ma questi contatti portano spesso all’incomprensione, ossia a non intendere la vera sostanza di ciò che è stato scritto. Mi spiego. Se due persone parlano a voce e sono fisicamente l’una accanto all’altra, in genere riescono a cogliere lo spirito e l’intenzione con cui ogni frase è stata pronunciata; nell’esposizione orale dei concetti infatti, come ci insegna la retorica classica, non conta soltanto ciò che viene detto, ma anche “come” viene detto, cioè il tono della voce, l’espressione del volto del parlante, la gestualità. Così una frase teoricamente offensiva, come ad esempio “sei uno stupido”, potrebbe non essere intesa come tale se pronunciata in tono scherzoso, con volto disteso e con un’amichevole pacca sulle spalle, il che potrebbe far intendere a chi è così apostrofato che colui che l’ha pronunciata aveva in realtà intenzione di ammonirlo benevolmente, non di insultarlo. Se invece quella stessa frase viene scritta e letta così com’è, non può essere intesa altrimenti che come offensiva.
Ecco perché dico che la grande opportunità comunicativa che offrono i social e gli altri elementi della rete (forum, questionari, blog ecc.) è spesso ingannevole, ed è molto alta la possibilità di essere fraintesi, perché quando scriviamo un commento su Facebook, ad esempio, non sappiamo come sarà recepito da chi lo leggerà. A me personalmente è accaduto molte volte di aver espresso una mia opinione con una certa intenzione e che poi il mio pensiero sia stato inteso in modo opposto, ed è successo anche, di recente, di aver espresso considerazioni generiche, senza alludere a nessuno in particolare, ma che invece qualcuno si sia risentito come se le mie affermazioni fossero state direttamente rivolte a lui. Purtroppo la parola scritta, presa da sola senza la presenza fisica di chi l’ha espressa, presenta questo rischio. Mi si dirà che il problema c’è sempre stato, perché la corrispondenza privata e le opere scritte di pubblico dominio non sono cosa di oggi; ma il dato curioso è che proprio nella civiltà di internet e dei social esso si è ingigantito a dismisura. L’epoca della comunicazione, che avrebbe dovuto avvicinare le persone tra di loro, ha finito per allontanarle, sia in senso materiale (con l’aumento della solitudine e dell’autoesclusione dalla società) sia generalmente in senso relazionale, perché ciò che scriviamo sui social può essere stravolto fino a farlo passare come l’esatto contrario di ciò che l’autore voleva dire. Anche questo, a mio parere, è un aspetto del pensiero unico e di quel tipo di censura che esclude me da Facebook per trenta giorni solo perché ho scritto la parola “negro”. Se i signori censori avessero avuto modo di sapere lo spirito e l’intonazione con cui l’ho detta e quali erano le mie reali intenzioni, forse non avrebbero preso questo provvedimento; forse, se si sapesse qual è lo stato d’animo di chi si esprime in un certo modo, non si darebbe del “razzista” a chi fa presente i problemi che l’eccessiva presenza degli stranieri in Italia comporta. Ma io credo che a certe persone e certe ideologie faccia comodo così: meglio non impegnarsi per capire, basta interpretare come si vuole ciò che si legge e poter così comminare condanne morali e materiali a chi l’ha scritto. Si ottiene il massimo utile con il minimo sforzo.

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Europa e indipendenza nazionale

Da un po’ di tempo si sono diffusi nel linguaggio politico nuovi termini che prima non conoscevamo. Ad esempio, “populista”, che un tempo aveva valore positivo come simbolo di colui o coloro che tenevano al benessere del popolo, oggi si è trasformato in un sinonimo di “demagogico”, indica cioè colui o coloro che si acquistano il favore popolare con promesse elettorali allettanti, come il famoso “reddito di cittadinanza” adatto al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ma oltre a questo ne circolano altri non meno soggetti ad essere impiegati con accezione negativa come “sovranista”, che nelle intenzioni di chi l’ha coniato dovrebbe designare colui che sostiene in modo pervicace e un po’ ottuso l’indipendenza decisionale del suo Paese all’interno di un organismo sovranazionale. La parola deve essere di recentissima introduzione, perché nel vocabolario della lingua italiana dello Zingarelli del 2009 ancora non è compresa. Non ho le edizioni successive e quindi non so se negli ultimi anni sia stata riconosciuta come facente parte effettiva della lingua italiana; vedo però che alla TV e nei social il suo impiego è in costante aumento.
A prima vista il termine “sovranista”, a chi come me crede nell’indipendenza nazionale e nell’identità culturale del nostro Paese, non sembra affatto offensivo né sconveniente: è bene, a mio parere, che ogni stato si differenzi dagli altri e prenda liberamente le proprie decisioni politiche, economiche ecc. Non è forse vero che l’Italia ha lottato per secoli contro le dominazioni straniere per raggiungere l’indipendenza e la libertà dei propri cittadini? Non è forse vero che l’Italia ha oltre la metà del patrimonio culturale mondiale e che quindi non può essere, sotto questo piano, inferiore a nessun altro? Perché allora dovremmo vergognarci del nostro sovranismo, cioè che ci sia qualcuno – anche a livello politico – che vorrebbe affermare l’importanza del nostro Paese a livello internazionale e poter prendere liberamente le decisioni che riguardano i nostri cittadini? Dobbiamo e dovremo sempre obbedire ai diktat di stranieri che ovviamente fanno il loro interesse e non il nostro?
La situazione in cui versa l’Italia oggi a livello internazionale non è degna di un Paese civile e culturalmente avanzato come il nostro dovrebbe essere. Dopo l’entrata nella Comunità Europea e soprattutto nella moneta unica il nostro governo può decidere autonomamente poco o nulla. Siamo soggetti ai ricatti della finanza internazionale (soprattutto tedesca e francese) che mortificano qualunque nostra iniziativa con le loro norme restrittive o con altri sistemi coercitivi: basta che un governo italiano non sia gradito alla cricca dei finanzieri di Bruxelles e subito aumenta il cosiddetto “spread”, che fino a pochi anni fa nessuno neanche conosceva, costringendoci con la minaccia dell’aumento degli interessi pagati sul debito a ritornare a più miti consigli. Le norme europee strozzano la produzione italiana imponendoci addirittura quote precise sul latte, sulla frutta, su tutto ciò che riusciamo ad ottenere con il nostro lavoro. Questa non è indipendenza, è soggezione vera e propria, è il ritorno della dominazione straniera sull’Italia; non utilizza più l’occupazione militare e la repressione come accadeva nei secoli passati, ma l’effetto ottenuto è qualcosa di simile, perché non siamo più liberi di autodeterminarci e di controllare la nostra economia, cosa non più possibile anche perché non abbiamo più una moneta nazionale. Se i protagonisti del Risorgimento come Cavour, Garibaldi o Mazzini vivessero oggi si indignerebbero forse più che ai loro tempi per lo stato di soggezione in cui versa il nostro Paese, ma forse comprenderebbero che non vale la pena sacrificarsi per vedere poi che il loro impegno ed il loro sacrificio vanno a finire nel nulla.
Il nostro Paese ha perso dignità e credito internazionale non solo per i ricatti dei potentati economici stranieri, ma anche perché siamo diventati la pattumiera d’Europa: gli immigrati sbarcano qui ed i cosiddetti “partners” europei non solo non aiutano l’Italia, ma sono pronti a criticarci ed offenderci quando finalmente il ministro Salvini cerca di far comprendere a tutti che il problema dell’immigrazione non può essere solo italiano. Io mi chiedo con che coraggio i francesi hanno la faccia di criticare l’Italia sul problema dell’immigrazione quando loro hanno respinto ai confini di Ventimiglia con mezzi violenti migliaia di persone che tentavano di passare la frontiera, comprese donne e bambini. Con quale coraggio vengono a criticare noi quando sono loro che, con la dissennata politica di quell’incapace di Sarkozy, hanno provocato l’attuale situazione esplosiva della Libia ed il conseguente aumento esponenziale di coloro che cercano rifugio in Europa? E adesso i disumani saremmo noi che in questi anni, grazie a ministri incompetenti ed ad un falso buonismo, abbiamo accolto oltre 700.000 immigrati? Pensino loro a fare il proprio dovere di accoglienza, perché il loro agire (dei francesi ma anche di tanti altri paesi europei) è stato sordo e ipocrita da questo punto di vista: a parole hanno riconosciuto che il problema deve ricadere su tutti, ma di fatto hanno continuato a chiudere le frontiere ed a lasciare l’Italia da sola a dover accogliere e sistemare migliaia di profughi e di clandestini.
E noi cosa abbiamo fatto? Per molti anni abbiamo continuato a protestare debolmente e a subire l’ipocrisia altrui senza saper reagire come la nostra dignità nazionale, se si credesse ancora in questo principio, avrebbe dovuto suggerirci di fare. Siamo stati come l’asino che china il capo nei confronti di chi gli pone sulla schiena un carico troppo pesante, senza dimostrare quell’orgoglio nazionale che invece gli altri paesi europei hanno mantenuto, e con ragione. Ci siamo fatti imporre diktat e umiliazioni da tutti, siamo stati trattati come lo scemo del paese. Era quindi l’ora che qualcuno rialzasse finalmente la testa e facesse capire ai signori di Parigi e di Berlino che l’Italia non è più disposta a fare la serva degli altri ed essere la pattumiera d’Europa. Quando l’esecrato ministro Salvini dice “prima gli Italiani” dice una cosa giusta e sacrosanta, perché così fanno tutti gli altri paesi e quindi anche noi, come gli altri, ne abbiamo diritto. Forse la Francia, la Germania o l’Inghilterra mettono gli immigrati al di sopra dei loro cittadini? A me non sembra proprio, a giudicare dal fatto che da anni hanno lasciato sola l’Italia ad affrontare questo enorme problema. E poiché anche noi abbiamo (o almeno dovremmo avere) un orgoglio nazionale, è giusto che ci riprendiamo la nostra autonomia decisionale e che indirizziamo i barconi e le navi anche verso quei paesi che finora hanno fatto la politica dello struzzo. E’ del resto chiaro ed evidente che, con la situazione economica che abbiamo, non possiamo essere in grado, da soli, di accogliere milioni di persone, che quindi debbono essere dirottate altrove. L’immigrazione, con buona pace dei buonisti di sinistra e clericali, crea grossi problemi che non possiamo ignorare, come l’aumento della criminalità e del degrado che affligge le nostre città, e mi sembra chiaro che i cittadini italiani abbiano diritto a vivere in luoghi puliti e sicuri. Sul piano dell’accoglienza noi abbiamo fatto già tanto, troppo oserei dire se consideriamo che tanti immigrati di colore continuano ad essere ospitati e mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese. Questa è una situazione paradossale che non può trovare giustificazione, ed è pura follia (se non idiozia) paragonare l’immigrazione attuale a quella italiana dello scorso secolo, perché ai nostri emigrati nessuno dava da mangiare e dormire negli alberghi, ma erano costretti a lavorare duramente, sfruttati e malpagati, per poter sopravvivere. Chi afferma una cosa del genere è ignorante oppure, ancor peggio, è in malafede.
Io penso che l’Europa, se intesa come comunità di Stati indipendenti e sovrani, liberi ciascuno di prendere le proprie decisioni senza dover subire diktat e ricatti dagli altri, sarebbe una realtà utile ed anche necessaria; ma tale non è nelle condizioni attuali, quando i paesi economicamente più forti sottomettono gli altri ai loro voleri. Troppo sono state sacrificate l’indipendenza e l’autonomia nazionali, tanto da impedire ai singoli stati – a meno che non agiscano con la forza come ha fatto l’Ungheria – di salvaguardare e difendere i propri confini. E’ stato un errore grave, a mio parere, abolire le frontiere e le dogane, tanto che oggi i singoli cittadini possono passare indisturbati e senza nessun controllo da un paese all’altro. Questo favorisce indubbiamente la criminalità, perché permette il trasporto di armi, droga e quant’altro, ed impedisce ai singoli stati di controllare chi entra e chi esce. In nome della comunità, che di per sé non è cosa sbagliata, si è esagerato nell’uniformare tutto e nel creare questo enorme pasticcio che è la comunità europea di oggi, dove i più forti schiacciano i più deboli perché questi ultimi non hanno più né confini ben precisi, né un’economia autonoma e funzionale al proprio benessere, né una moneta da poter adattare alle esigenze nazionali. Siamo in balìa di chi ci getta addosso tutti i doveri, primo tra tutti quello dell’accoglienza degli immigrati, e ci nega i nostri diritti. E’ quindi l’ora di farsi sentire a Bruxelles e di battere i pugni sul tavolo, facendo comprendere a tutti che siamo stanchi di fare i pulcinella e di essere trattati da figli di un dio minore.

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Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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E’ arrivata la pensione!

Dopo tanto parlarne, finalmente ci siamo arrivati: da oggi 1° settembre 2018 sono ufficialmente in pensione, dopo 40 anni di “onorato” servizio nel nostro sistema dell’istruzione, per la precisione in un Liceo Classico, in cui ho insegnato ininterrottamente le due materie più esaltate da un lato e più temute dall’altro, cioè il latino ed il greco. A parte il primo anno, quando ebbi una cattedra nel biennio ginnasiale, poi per il resto della carriera ho sempre avuto il triennio liceale, con una sola parentesi di tre anni in cui, alle due materie canoniche, si è affiancato anche l’insegnamento dell’italiano, il che si è rivelato, a dire il vero, un’ottima esperienza.
Cosa posso dire a questo punto? L’aspetto più curioso della pensione è la straordinaria invidia dei colleghi verso chi sta per lasciare il lavoro. Anch’io ho avuto modo di sentirmi dire molto spesso: “Beato te che te ne vai!”, come se l’andare in pensione fosse come entrare in una specie di Eden, di paradiso terrestre dove finalmente si può fare ciò che ci piace senza dover fare i conti con noiose riunioni, alunni svogliati, genitori petulanti e compiti da correggere. Il bello è che certe frasi piene d’invidia me le sono sentite rivolgere anche da colleghi di circa 40 anni, di cui prenderei volentieri il posto perché hanno venticinque anni meno di me! E’ proprio vero, come diceva Orazio, che nessuno è mai contento della propria condizione: il mercante invidia il soldato, il soldato invidia il mercante e così nell’insoddisfazione va sempre il mondo. E’ sconfortante però, a ben pensarci, che molte persone vedano il proprio lavoro come una condanna, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile; io invece non ho mai condiviso questa mentalità, ho sempre amato moltissimo la mia professione e sinceramente mi è dispiaciuto molto doverla lasciare, al punto che già adesso, al primo giorno di pensione, ne sento la mancanza.
Ma allora, si potrebbe dire, perché questa decisione? Il funzionario dell’INPS a cui mi rivolsi per conoscere la mia situazione previdenziale mi disse che avrei potuto scegliere tra l’andare in pensione quest’anno oppure il successivo, ma mi sconsigliò di fare quest’ultima scelta, perché non ci avrei guadagnato nulla; anzi, con l’incertezza politica che caratterizza il nostro Paese, non ci sarebbe da meravigliarsi se ad attendere ci si dovesse persino rimettere. E poi, se avessi scelto di restare ancora un anno, nel 2019 mi avrebbero pensionato d’ufficio; meglio quindi, a mio parere, fare volontariamente ciò che comunque si sarebbe costretti a subire per imposizione altrui. E così è avvenuto, ed eccomi qua.
A chi mi chiede, tanto per fare una domanda consueta, se sono contento di andare in pensione, rispondo che lo sono al cinquanta per cento, ed è la verità: in parte infatti mi sento sollevato dai carichi ed i fastidi di una professione di cui ultimamente non condividevo tanti aspetti, ed in parte, al contrario, cessare di punto in bianco un’attività in cui ho creduto profondamente e che ho svolto con entusiasmo fino all’ultimo giorno non può che provocare un forte dispiacere, soprattutto nel lasciare gli alunni ed i colleghi con i quali ho avuto da tanto tempo un rapporto di collaborazione e di amicizia. E’ una sensazione strana, ci si sente come divisi in due, e francamente io non riesco a gioire così tanto come fanno molte persone nel momento in cui raggiungono il sospirato riposo.
A dire il vero le ragioni per andare in pensione per me c’erano ed erano più che abbastanza; si possono tuttavia riassumere tutte in un’unica constatazione, cioè che io mi sento un vinto, uno sconfitto, perché ho della scuola e dell’insegnamento una concezione che non è più in linea con la politica scolastica attuale e con il clima in cui sono vissuto negli ultimi anni. Per me la scuola è essenzialmente un luogo dove si trasmette la cultura, dove i giovani debbono impegnarsi per acquisire una formazione che servirà loro per la vita; perciò l’attività principale, se non esclusiva, deve essere quella di far lezione e di verificare poi seriamente la preparazione degli studenti; e chi non si applica o non raggiunge comunque gli obiettivi previsti deve essere fermato senza se e senza ma, perché senza selezione una scuola non può essere ritenuta seria e formativa. Nella fattispecie attuale, invece, ciò che accade nei nostri Istituti è l’esatto contrario: ci vengono imposte dall’alto una serie di attività che riducono fortemente il tempo dedicato alla lezione, prima tra tutte la famigerata alternanza scuola-lavoro, che nei Licei si riduce ad un’inutile perdita di tempo perché gli indirizzi liceali non debbono preparare i giovani al lavoro materiale ma fornire loro una formazione culturale teorica che consenta poi di affrontare gli studi universitari, ai quali spetta di avviare alle professioni più qualificate. Ma purtroppo non c’è soltanto quella: nelle scuole le attività extra o parascolastiche sono talmente numerose che, in pratica, ci sono periodi in cui si interrompe l’attività curriculare anche per settimane, di modo che alla ripresa delle lezioni gli alunni sono smarriti ed hanno già dimenticato quel poco che avevano appreso prima. Tutto ciò si verifica soprattutto per la necessità, imposta dalla visione politica attuale, di curare la facciata esterna della scuola, fare bella figura sul territorio per indurre gli alunni ad iscriversi, secondo una logica moderna, aziendalistica, che a me ha sempre fatto orrore. E poi, una volta giunti agli scrutini o agli esami, si è praticamente costretti a promuovere tutti o quasi, sempre per evitare il calo delle iscrizioni o il taglio delle classi da parte delle autorità scolastiche. La quantità prevale sulla qualità, la forma sulla sostanza, la selezione praticamente non esiste più, gli alunni bravi e responsabili vengono quasi messi alla pari dei nullafacenti. Un docente come il sottoscritto, che ha una visione completamente opposta a quella oggi dominante, non può soggiacere a questo andazzo: è uno sconfitto, ed è bene che si ritiri per evitare problemi di ogni genere a se stesso ed agli altri.
Tutto ciò è per me indiscutibile; e tuttavia mi dispiace profondamente lasciare quelle classi in cui ho lavorato per uno o due anni con entusiasmo, un impegno che è stato corrisposto da molti alunni seri e volenterosi. Non temo la noia che spesso si accompagna ai pensionamenti: ho molti progetti per il futuro, dalle letture alle pubblicazioni che sto preparando, dalla partecipazione a convegni e conferenze ad altre occupazioni più “leggere”. E soprattutto non smetterò mai di parlare di scuola, qui sul blog e altrove. Quello che temo più di ogni altra cosa è invece la mancanza di contatti umani, quelli che fino ad oggi ho avuto ed ho apprezzato con gli studenti ed i colleghi, che mi hanno dato tante soddisfazioni nonostante la mia concezione della scuola così diversa da quella dominante. Occorre farsi una ragione di ciò e cercare di limitare i danni il più possibile; intanto, in virtù di questo, mi sono fatto dare l’indirizzo e-mail da tutti i ragazzi e le ragazze che ho avuto l’ultimo anno e li ho invitati a scrivermi e a informarmi su come andranno le cose d’ora in poi per loro, senza ovviamente mai interferire sui metodi ed i giudizi che riceveranno dai loro nuovi insegnanti. Credo che anche dopo l’uscita dal lavoro si possa essere utili alla società ed agli ambienti in cui siamo vissuti e che abbiamo amato per tanti anni, facendo in modo che la pensione non diventi l’anticamera della morte, come spesso, forse senza riflettere abbastanza, in passato l’ho definita.

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Censura!!!

Ci siamo, è successo nuovamente: sono stato sospeso da Facebook per trenta giorni solo per aver espresso una mia opinione, che evidentemente non collimava con il pensiero unico impostoci dalla Rete e dagli altri mezzi di informazione. In un mio commento sul problema dell’immigrazione ho usato la parola “negro”, un termine normale per indicare le persone di colore che è normalmente compreso nella lingua italiana. Dice il vocabolario Zingarelli (anno 2009) alla voce “negro”: “persona che appartiene al gruppo etnico di pelle nera o scura”, aggiungendo però subito dopo che il termine può essere inteso come spregiativo e quindi spesso sostituito con “nero”; ma si tratta di un’assurda sottigliezza, perché entrambi i termini derivano dal latino nigrum, accusativo dell’aggettivo niger. Non si vede dunque dove sta l’intento offensivo di chi lo scrive, specie se – come nel mio caso – non c’era alcuna volontà denigratoria, ma la parola compariva in un commento scritto a proposito del problema dell’immigrazione che fa tanto oggi discutere nel nostro Paese.
La cosa veramente grottesca è che su Facebook continuano ad essere presenti termini offensivi molto pesanti, parolacce di ogni tipo, che gruppi eversivi e in odore di mafia e di malavita continuano tranquillamente a prosperare e poi si esclude per un mese una persona solo per aver usato una parola sgradita. La contraddizione è evidente, e probabilmente chi provvede a questo tipo di censura non sono persone in carne ed ossa, ma un algoritmo o qualche software automatico che, appena si imbatte in un termine “politically incorrect” lo segnala e da lì parte l’emarginazione di chi l’ha usato. Bisogna per forza pensare questo, perché altrimenti, se ci fossero veramente persone reali a fare i censori, vorrebbe dire che sono degli idioti oppure, cosa più probabile, che sono manovrati dall’alto, da parte di un potere occulto che impone a tutti il pensiero unico di oggi, quello che protegge e considera sacre e intoccabili certe categorie di persone (immigrati, gay ecc.) e castiga persino penalmente chi osa non essere d’accordo con tale impostazione ideologica. C’è da chiedersi allora dove va a finire l’art. 21 della nostra tanto osannata Costituzione, che garantisce la libertà di parola e di opinione. Dico questo perché non credo che i social della Rete (primo tra tutti Facebook) siano liberi e indipendenti: in realtà dipendono da certi poteri e ne fanno gli interessi, sono collegati in ogni Paese a determinati indirizzi ideologici.
Pier Paolo Pasolini, nei primi anni ’70 dello scorso secolo, diceva che il potere della televisione sull’anima umana era molto più forte di quello delle classiche dittature del ‘900: il fascismo, secondo lui, aveva raccolto nel popolo italiano solo un’adesione esteriore, ma non ne aveva cambiato la vita, la mentalità, il modo di essere; la televisione invece, condizionando quotidianamente ciascuno di noi e piegandolo alle esigenze del mercato e del consumismo, costituiva una dittatura ben più efficace e coercitiva di quella di Mussolini o di Stalin. Ed in effetti, se un regime come quello fascista dovesse rinascere oggi e non nel 1922, non credo che utilizzerebbe il manganello e l’olio di ricino, ma gli sarebbe sufficiente un’accurata propaganda televisiva e mediatica. Pasolini non parlava della Rete perché allora non esisteva, altrimenti avrebbe sicuramente stigmatizzato l’uso dei social più di quanto non abbia fatto con la televisione.
Ma per lungo tempo la propaganda televisiva e mediatica si è limitata a influenzare psicologicamente i cittadini, proponendo modelli di vita che hanno profondamente cambiato le abitudini degli italiani (i consumi sfrenati,la cura dell’estetica, le vacanze al mare o all’estero viste come un’assoluta necessità ecc.) e promulgando una finta tolleranza ed un finto pluralismo che davano comunque l’impressione a tutti di essere liberi e di poter esprimere altrettanto liberamente le proprie opinioni; adesso invece, da qualche anno a questa parte, il pensiero unico deve sentirsi minacciato in qualche maniera, perché è passato dalla proposta alla coercizione, dalla finta tolleranza all’imposizione violenta del pensiero unico dominante. Un esempio sono le proposte di legge di Scalfarotto (PD) e di Fiano (sempre del PD), le quali auspicano addirittura di punire penalmente, anche con il carcere, chi esprime idee non allineate alle loro per quanto riguarda gli omosessuali e la cosiddetta “propaganda fascista”, forse perché hanno paura che risorga un regime che è finito più di 70 anni fa. Non sarà più possibile a nessuno dire che i gay non gli piacciono o che le coppie di quel tipo non seguono le leggi di natura, né cercare di studiare e di comprendere ciò che il fascismo fu in realtà senza lasciarsi condizionare dai libri di storia e dalle altre fonti di informazione orientate a sinistra e quindi insincere e faziose. La libertà di opinione sancita dall’art. 21 della Costituzione è oggi fortemente minacciata dal pensiero unico, che ci viene imposto da tutte le fonti di informazione, nonostante che da qualche mese si sia insediato un governo che pare orientato diversamente. E questa ideologia onnipresente e oppressiva, che non ammette contraddittorio, ci arriva addosso anche attraverso i social della Rete, che sono certamente manovrati dall’alto: non si spiegherebbe in altro modo, infatti, il motivo per cui basta che si usi la parola “negro” e si viene cacciati dalla comunità ed esclusi dal dialogo con tutti, anche con coloro che abbiamo accettato nella nostra amicizia. Io mi auguro che sempre più persone si accorgano che quello che stiamo vivendo in Italia è un regime ipocrita e peggiore di ogni altro perché, per tornare a Pasolini, il fascismo almeno era una dittatura dichiarata e conclamata, mentre quella di oggi si traveste da democrazia e finge di concedere libertà che invece non ci sono affatto. Chi non si allinea alle idee dominanti alla Saviano o alla Boldrini è automaticamente emarginato, escluso, disprezzato e bollato con termini infamanti come “razzista”, “fascista” ecc. anche quando dice cose giuste ed evidenti a tutti, come ad esempio disapprovare la grottesca politica per la quale i cittadini italiani spendano 5 miliardi di euro all’anno per mantenere negli alberghi immigrati nullafacenti e quasi sempre clandestini, che non fuggono da nessuna guerra ma vogliono solo fare la bella vita a spese nostre. Se questa è democrazia!!!!

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La vacanza migliore

Nel cuore dell’estate viene da interrogarsi sui viaggi e le vacanze, che milioni di persone fanno quasi tutti contemporaneamente nel mese di agosto intasando strade, autostrade e spiagge. Molti decidono di andare all’estero, e spesso non si riesce a capirne il motivo, visto che nella nostra Italia abbiamo il patrimonio culturale più grande del mondo, un mare e delle montagne meravigliose; in molti casi, quindi, il motivo di questi lunghi viaggi è quello di poter dire… di esserci stati, magari vantandosene con amici e parenti. Vanno eccettuati da questo numero, ovviamente, coloro che vanno all’estero per un preciso motivo culturale, come ad esempio quelli che si recano in Grecia per vedere i luoghi in cui è nata la nostra civiltà; ma il loro numero non è molto elevato, perché i più fanno questi lunghi viaggi perché è ormai diventata una moda, non per encomiabile interesse artistico o letterario. Magari, quando sono sul posto, vanno anche a vedere le rovine di Delfi o il Museo Archeologico di Atene, ma dopo aver osservato con una certa attenzione i primi reperti si sbrigano a dare uno sguardo fuggitivo a tutto quel che rimane, tormentati dal caldo o dal desiderio di fare un bel bagno nel mare Egeo. In molti casi, poi, la vacanza all’estero si trasforma in una fatica, più che in un vero e proprio relax: ci sono i problemi legati all’aereo (attesa negli aeroporti, ritardi ecc.), quelli del trasporto locale, dell’hotel, delle temperature proibitive di questo periodo ecc. Le escursioni, poi, richiedono spese e fatica, e spesso viene in mente al turista stesso che non ne sarebbe valsa la pena. Il risultato è che molte persone tornano a casa più stanche di quando sono partite ed il sospirato riposo si è rivelato in realtà una fonte di stress più pesante di quanto si sarebbe potuto immaginare.
Anche chi sceglie una vacanza sul territorio nazionale, al mare o in montagna, finisce spesso per dover affrontare disagi che fanno pentire di essere partiti: primo tra tutti il viaggio su strada o autostrada, in cui bisogna affrontare un traffico caotico e soffocante, con lunghe file dentro l’auto sotto il sole ai caselli autostradali o all’ingresso delle località di villeggiatura. Chi prende una casa in affitto, inoltre, è praticamente costretto a fare una vita simile a quella che faceva a casa, e questo vale sopratutto per le donne, spesso obbligate a tener pulito l’appartamento, fare la spesa, cucinare, lavare i piatti, fare la lavatrice ecc. Non sarebbe stato meglio restarsene a casa e riposare? Chi invece va in albergo dove tutto è compreso spende cifre astronomiche per pochi giorni di vacanza e può trovare anche lì problemi non secondari, come ad esempio vicini di stanza che rientrano alle 4 del mattino facendo baldoria, cibo di scarsa qualità, personale scortese e altro del genere.
Si potrebbe concludere che le vacanze, nella maggior parte dei casi, non realizzano l’obiettivo che dovrebbero avere, quello cioè di costituire un periodo di riposo fisico e mentale di cui c’è necessità dopo quasi un anno di ininterrotto lavoro. Ma di restare a casa non se ne parla nemmeno! Le vacanze ormai, nell’immaginario popolare, sono diventate una necessità assoluta (un “must”, come si dice oggi facendo offesa alla nostra lingua) per essere considerate persone degne di rispetto. Chi non viaggia e non fa vacanze viene guardato come un “diverso”, come un essere strano e misterioso che non sa adeguarsi alla vita di oggi e su di lui (o lei) si scatenano ironie e persino giudizi negativi di natura morale. Eppure, a ben vedere, le vacanze migliori sarebbero quelle di chi resta a casa propria e durante quel periodo si occupa dei suoi interessi culturali o pratici, staccandosi con il pensiero dal lavoro e dalla routine quotidiana. Solo chi agisce così può dire di essersi veramente riposato, di aver sfruttato quel periodo per pensare un po’ a se stesso, ai progetti della sua vita, ad arricchire le proprie conoscenze, senza il tormento delle spiagge affollatissime piene di maleducati o delle sfibranti code in autostrada. Con ciò non voglio dire che viaggiare sia di per sé sbagliato, e del resto anch’io ho visitato diversi paesi d’Europa; ma la motivazione di ciò deve essere veramente valida, perché se qualcuno va ai Caraibi solo per godersi il mare di quei luoghi può andare tranquillamente in Sardegna e troverà spiagge ed isole più belle di quelle tropicali.
Quello che io trovo assurdo, per concludere questo post, non è l’idea del viaggio in sé, ma le motivazioni che certe persone hanno per parteciparvi; e va anche detto che, secondo la giusta osservazione di Seneca, i viaggi non servono neanche per liberare la mente perché i nostri problemi e le nostre angosce, come fastidiosi compagni, ci seguono ovunque andiamo.
Ma forse io esprimo queste idee in conseguenza dell’età, perché comincio ad avere un numero di anni tale da trovare nella propria casa il miglior luogo dove poter vivere. Del resto esiste sull’argomento un detto che ho sempre ricordato, il quale afferma che per viaggiare occorrono tre cose: tempo, denari e volontà. Ciascuna delle età della vita manca di uno di questi elementi: da giovani, infatti, si ha tempo e volontà di viaggiare ma mancano i denari; nella mezza età, quando si hanno i figli piccoli o frenetici ritmi lavorativi, si ha denaro e volontà ma ci manca il tempo libero; quando si è anziani, infine, si avrebbero tempo e denaro ma manca la volontà di muoversi, perché l’età e lo stato di salute inducono molti a restarsene volentieri a casa. E siccome io sto entrando in questa terza fase della vita ne risento anche gli effetti e spesso preferisco, come dice una trasmissione televisiva, viaggiare soltanto con la fantasia.

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Controcorrente

Come spesso ho scritto qui sul blog, io leggo soltanto opere di scrittori classici, ed ho una particolare predilezione per la narrativa dell’Ottocento di tutti i paesi d’Europa. Così, in questa calda estate, ho letto per intero il romanzo A rebours di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), di solito tradotto in italiano con il titolo “Controcorrente”, oppure “A ritroso”. L’opera, uscita nel 1884, è considerata il “manifesto” del Decadentismo francese, perché in essa troviamo per la prima volta il superamento del realismo ottocentesco (che pure l’autore non abbandona del tutto) e vi appaiono già le profonde inquietudini dell’uomo del ‘900, a partire dalla rinuncia al ruolo guida che l’intellettuale in senso lato aveva creduto di possedere per molti secoli. La vicenda è estremamente semplice: un nobile giovane parigino, nevrotico e sognatore, è disgustato dalla noia e dal conformismo della società borghese, e decide perciò di ritirarsi dalla vita sociale e di andare ad abitare in una villa di sua proprietà con due soli domestici. Rinchiusosi in un mondo tutto suo, fatto di oggetti e di ricordi che corrispondono al suo gusto estetizzante, egli di fatto vive “controcorrente”, cioè in modo opposto a come vivono tutti gli altri. Ma questa sua esistenza non lo salverà dalla nevrosi, alla quale non riuscirà a sfuggire neanche affidandosi a Dio, in un suo ritrovato ardore religioso; per l’imperioso consiglio dei medici egli sarà costretto a trasferirsi di nuovo e tornare a Parigi, alla sua vita precedente.
Nel corso del romanzo, che in certo senso è autobiografico perché anche Huysmans visse le inquietudini del suo personaggio, vengono espressi giudizi su opere letterarie, filosofiche, artistiche ecc. che sono dell’autore, il quale evidentemente provava disagio di fronte ad una società che si andava velocemente evolvendo verso una nuova visione dell’uomo, non più sicuro del fine della sua esistenza e del suo ruolo in società, ma pieno di incertezze ed angosce. Una visione profetica, potremmo dire, poiché sia la storia che la cultura del ‘900 non faranno che confermare questa intuizione dello scrittore francese, a causa soprattutto della tragedia delle due guerre mondiali e della scoperta dell’inconscio da parte di Sigmund Freud. L’insoddisfazione di Des Esseintes, il protagonista del romanzo, si manifesta in opinioni negative su tutta l’arte passata e contemporanea che invece tanti altri ammirano: in particolare, nel capitolo III, c’è tutta una serie di giudizi stroncanti sulla letteratura latina, in cui non si salva neppure Virgilio, accusato di aver plagiato il greco Pisandro per la composizione del secondo libro dell’Eneide, e pari sorte subiscono anche Orazio, Ovidio, Tito Livio, Seneca e tanti altri. Gli autori latini ch’egli amava erano Lucano e Petronio, e non a caso: essi infatti, nella sua mentalità, rappresentavano una rottura con il pensiero comune, l’uno per il formalismo accentuato del suo poema, l’altro per la realistica raffigurazione di una società in decadenza, qual era quella che Huysmans vedeva nel suo tempo. Des Esseintes aveva interesse, per lo stesso motivo, anche per l’età della decadenza dell’impero romano, dove predominavano il vizio, la corruzione ed il culto delle forme esteriori.
Il motivo dell’uomo che, scontento della società in cui vive e delle sue meschinità, si ritira in solitudine, è antico: a me, che sono studioso del mondo classico, è venuto in mente la commedia Il misantropo di Menandro, autore vissuto tra il IV ed il III secolo a.C. Anche in quel caso Cnemone, il protagonista, si è ritirato a vivere da solo in campagna perché disgustato dall’avarizia e dall’egoismo che vede dominare in tutti gli uomini; dopo essere caduto in un pozzo, però, viene salvato dal figliastro e dal giovane innamorato di sua figlia, e così comprende che nessuno può vivere da solo ed essere totalmente indipendente. Il caso di Des Esseintes è però diverso, manifesto delle incertezze di fine ‘800 che la narrativa naturalistica non era riuscita a dissipare. Egli si crea un mondo artificioso fatto di oggetti (quadri, libri, piante) corrispondenti ad un gusto estetico contrario a quello comune; ma tale rifugio finirà per aumentare le angosce esistenziali del protagonista, perché non gli offre nulla di autentico e si ritorce continuamente su se stesso facendolo entrare in un vicolo cieco, in un pozzo non reale come quello del Cnemone di Menandro bensì virtuale, fatto di senso di inutilità e di profonda malinconia. Potremmo quindi dire che Des Esseintes soffre di depressione, una malattia che la solitudine, il rifugio in un “altrove” alternativo non può certo guarire. Con ciò non credo che Huysmans voglia rivalutare, come fa il comico antico, la socialità e l’omologazione dell’individuo in essa, perché neanche il tornare a Parigi lo solleverà dalla sua malattia. Il romanzo è in realtà, secondo il mio parere, una netta rappresentazione dell’intellettuale, della persona cioè che possiede una cultura superiore e per questo non sa adattarsi alla banalità del vivere comune; allo stesso tempo, però, non è neanche in grado di formarsi una condizione alternativa, e quindi l’incertezza, l’angoscia, la solitudine sono le sensazioni che lo accompagnano in tutta la sua esistenza.
Ho fatto prima il paragone tra Huysmans e Menandro, un poeta antico; ma se vogliamo invece trasportare gli ideali del romanzo nella nostra società contemporanea vediamo che anche oggi esistono i medesimi problemi, le stesse patologie che affliggevano Des Esseintes. La vita attuale, fondata sulla superficialità, sui valori materiali, sul rifiuto della cultura e di tutto ciò che è complesso e profondo, è certamente ancor peggiore di quella contro cui si rivoltava il protagonista di Huysmans; ed ancor oggi si avrebbe voglia di isolarsi, di crearsi un mondo alternativo a quello in cui siamo costretti a vivere, ancora oggi siamo in preda alle forti inquietudini che la società attuale produce in chiunque si senta diverso dalla massa e vorrebbe evitare di esserne fagocitato. Respingere il conformismo, le mode ideologiche, la massificazione, l’approssimazione oggi imperanti sarebbe il desiderio di molte persone, almeno di coloro che ancora credono in autentici valori; ma ci si può riuscire solo parzialmente, dato che il pensiero comune tende non solo a diffondersi sempre più, ma anche a schiacciare chiunque si discosti dagli stereotipi più diffusi. Per questo i Des Esseintes di oggi sono destinati al fallimento e a dover tornare nella Parigi della banalità, se soltanto desiderano non dico vivere, ma sopravvivere in questo mondo.

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Qualche precisazione sul cosiddetto “razzismo”

Abbiamo sentito in questi giorni alla TV e sui giornali notizie di aggressioni nei confronti di immigrati di colore, compreso tra queste pure un lancio di un uovo sul viso di una campionessa di atletica leggera (non ricordo il nome) di origini nigeriane ma nata in Italia, che ha subito danni alla cornea ed è costretta a portare una benda sull’occhio. Chi compie queste azioni, secondo me, più che essere un razzista è un cretino che non risolve nulla se non rinfocolare – come se ce ne fosse bisogno – l’annosa polemica sull’immigrazione, sull’accoglienza, sul razzismo ecc., polemica sulla quale sarebbe bene far chiarezza. In un post precedente ho spiegato che, a mio giudizio, oggi non viene usata correttamente la parola “razzista”, che viene applicata come un marchio d’infamia contro tutti coloro che si oppongono a questi continui arrivi di clandestini sul nostro territorio. Ritengo invece che chi si preoccupa per questo fenomeno e pensa che, come fanno tutti gli altri Stati, così anche l’Italia dovrebbe pensare prima agli italiani e proteggere i propri confini, non sia affatto razzista, ma che stia invece dalla parte della giustizia, perché l’Italia ha già i suoi problemi e non può permettersi di accogliere e di sistemare centinaia di migliaia di stranieri. Ciò non vuol dire chiudere le porte del tutto o rifiutare l’asilo a chi ha veramente bisogno; vuol dire accogliere chi ne ha titolo e rimandare al proprio paese gli altri, oppure distribuirli in tutta Europa e anche altrove. Gli altri paesi europei, che spesso noi prendiamo a modello di perfezione (quando non lo sono affatto, anche in Germania Inghilterra e Francia ci sono tante cose che non funzionano!) e cerchiamo maldestramente di imitare, difendono i loro confini, limitano il numero di immigrati e, con un’indifferenza che rasenta il cinismo, lasciano sola l’Italia ad affrontare questo immane problema. Il fatto è che da noi il buonismo dei cattolici e della sinistra ha sempre bisogno di trovare un “nemico” da combattere, e questo nemico è il cosiddetto “razzista”, parola che usano come insulto contro chi non la pensa come loro, senza rendersi conto che anche linguisticamente il termine è improprio: infatti il razzismo, propriamente, è il pensiero di chi ritiene la propria razza aprioristicamente superiore alle altre, come avveniva nella Germania di Hitler; ma oggi chi si oppone a questi sbarchi continui non lo fa perché considera inferiori quelle persone, ma perché è preoccupato dei problemi che può arrecare la loro presenza incontrollata. Ciascuno può constatare che i fatti di cronaca nera avvengono sì ai danni degli immigrati, ma ve ne sono anche di più commessi in Italia dagli immigrati stessi: violenze, furti, stupri e altre azioni criminali hanno spesso matrice straniera, non solo africana ma sudamericana, esteuropea, slava ecc. Questi criminali vanno cacciati immediatamente. Altro che razzismo!
Tornando ai fatti di cronaca recente, tutti riconosciamo senza difficoltà che queste aggressioni ai danni degli immigrati sono azioni deprecabili. Però io mi chiedo: avrebbero avuto una simile risonanza se fossero stati commessi ai danni di italiani? Ormai la caccia al “razzista” è talmente perseguita dal pensiero comune impostoci dai mass-media che qualunque graffio che riceva un immigrato viene sbattuto in prima pagina con tutto il susseguente coro di esecrazione e di sdegno; se un italiano viene ferito, invece, non ne parla nessuno, a meno che, come si dice, non ci sia “scappato il morto”. Questa è un’evidente discriminazione ai danni degli italiani, cioè razzismo alla rovescia; e di questo fenomeno esistono tante attestazioni, la più vergognosa delle quali è quella di mantenere a spese nostre tanti giovani immigrati di colore negli alberghi e lasciar vivere nella miseria tanti italiani con 500 euro di pensione al mese. Finché durerà questa situazione, finché molti stranieri saranno trattati meglio degli italiani, nessuno dovrà stupirsi se la Lega Nord prenderà sempre più voti; e ciò non avverrà per simpatia per Salvini o per l’abilità di quel politico, bensì perché certe situazioni sono sotto gli occhi di tutti, ed in molte città è diventato proibitivo uscire la sera a causa della crescente presenza della criminalità; la quale, beninteso, esisteva anche prima dell’arrivo dei stranieri, ma ciò non è certo un buon motivo per rafforzarne le file permettendo l’arrivo di altri malviventi oltre ai nostri che già avevamo.
Per parte mia considero assurdo e ingiustificato questo buonismo imperante che finisce per favorire gli stranieri a danno dei nostri connazionali, minimizzando le azioni illecite compiute dai primi e ingigantendo quelle dei secondi. Anch’io trovo deprecabile insultare o picchiare un immigrato o tirargli un uovo in faccia; ma è deprecabile l’azione in sé, contro chiunque sia rivolta, perché sempre di persone si tratta. Perché un pugno dato a un immigrato dovrebbe far più male di uno dato a un italiano? Se c’è un’azione criminosa essa va punita a prescindere da chi sia colui o colei che l’ha subita. Per questo mi sono sempre sembrate assurde le aggravanti dell’odio razziale della violenza di genere ecc., anche perché se qualcuno picchia una donna o un immigrato di colore non è detto che l’abbia fatto perché erano tali, ma potrebbero esserci anche altri motivi, che comunque non giustificherebbero mai il suo operato. La violenza è un crimine e va condannata e punita, indipendentemente da chi la fa e chi la subisce; altrimenti si creano categorie di privilegiati che non si vede per quale motivo lo siano. Avere la pelle scura o essere un immigrato non debbono essere una discriminazione, ma non debbono neanche diventare titoli di preferenza rispetto alle altre categorie di cittadini.

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Brevi considerazioni estive

Mi sto accorgendo che in questo periodo le visite al mio blog stanno vertiginosamente diminuendo: da una media di 250 accessi al giorno in primavera, siamo passati adesso ai 100/120, circa la metà. E ad agosto sarà ancora peggio, perché la gente non ha voglia in estate di leggere nulla che non siano i settimanali di gossip o i romanzetti penosi scritti dagli imbrattacarte di oggi, che qualcuno ha ancora il coraggio di chiamare scrittori. E invece io, in questo breve post, ho intenzione proprio di fare il contrario, di suggerire cioè a chi si trovasse per caso a passare di qua di approfittare delle vacanze – da noi rigorosamente sempre di luglio e soprattutto di agosto – per migliorare un po’ la propria cultura, il che è sempre una buona cosa. Avrei due consigli da dare, che corrispondono al mio pensiero e dei quali sono convinto. Il primo è di leggere sui tradizionali libri di carta, senza farsi attrarre da smartphone, tablets e altri ordigni di questo genere, che già Umberto Eco indicava come inadatti alla lettura; hanno infatti bisogno di una certa abilità da parte del lettore che non tutti hanno (a me ad esempio saltano le pagine se inavvertitamente tocco un altro tasto del tablet e non ritrovo più ciò che stavo leggendo), e soprattutto sono soggetti a scaricare le batterie e non dappertutto si trovano prese di corrente per ricaricarli. Il libro di carta, oltre ad essere più bello e affascinante con il suo caratteristico odore, si può portare dappertutto: in spiaggia, in barca, su una panchina ecc., e non c’è mai il rischio che la pagina scompaia davanti ai vostri occhi. Il secondo consiglio è quello di non leggere la robaccia che viene scritta adesso e contrabbandata per letteratura: ho avuto più volte modo, su questo blog, di spiegare come i romanzi e i racconti dei cosiddetti “scrittori” attuali sono per lo più un ammasso di parole scritte di getto, senza ordine sintattico né stilistico, senza alcun pregio retorico, pagine di periodi di due o tre parole seguite dal punto oppure dialoghi interminabili di brevi e squallide battute. E’ bene invece leggere i classici, antichi e moderni ma sempre classici, scrittori cioè che non hanno mai finito di dire ciò che volevano dire, artisti che non sono stati e non saranno mai dimenticati, come invece avver.rà a breve termine per gli scribacchini di oggi. I grandi romanzi dell’800 ad esempio, dagli italiani ai francesi agli inglesi ai russi, costituiscono un tesoro d’arte che gratificano ancora adesso l’anima di chi legge e ci fanno comprendere la nostra umanità e l’essenza del mondo che ci circonda.
Personalmente, in questo periodo estivo ed in attesa della pensione che scatterà il prossimo 1° settembre, ho alcuni impegni editoriali che intendo portare avanti, ma riesco anche a trovare il tempo per la lettura, che per me è sacrosanto. Le opere che ho per le mani in questi giorni sono due grandi classici della letteratura italiana dei primi secoli: il Trecentonovelle di Franco Sacchetti scritto nel XIV secolo, e il poema cavalleresco Morgante di Luigi Pulci, del secolo seguente. Quel che mi ha stupito di queste due opere, che già parzialmente conoscevo per aver insegnato italiano nel triennio del Liceo Classico, è la grande spontaneità del linguaggio usato dai due autori, un linguaggio alquanto comprensibile anche oggi per chi conosce la lingua italiana, sebbene per qualche espressione particolare sia ancora necessario leggere le note esplicative del libro. Le novelle del Sacchetti sono argute e piacevoli, raccontate con semplicità ma volte a svelare particolari tratti dell’animo umano, come la tendenza ad ingannare o a schernire gli altri, l’egoismo personale, l’ingenuità di alcuni che, loro malgrado, restano vittime della furbizia altrui. Il modello del Boccaccio è evidente, ma Sacchetti riesce comunque a tagliarsi ampi spazi di originalità, sia nella spontaneità dell’espressione che nel tono narrativo. Un po’ deludente, invece, è il poema del Pulci, soprattutto per chi come me ha letto in precedenza gli analoghi poemi dell’Ariosto e del Tasso, composti nel secolo successivo ma più validi artisticamente sia per la psicologia dei personaggi che per la bellezza delle immagini poetiche. Certo, anche nel Morgante ci sono pagine molto felici, ma ve ne sono altrettante piuttosto fiacche e tali da rivelare una composizione quasi forzata da parte dell’autore, come s’egli tirasse a concludere prima possibile un impegno preso ma per il quale non aveva più, come all’inizio, la necessaria ispirazione. Oltretutto il protagonista, il gigante Morgante, appare pochissimo nell’opera, tutta incentrata sulle proverbiali e risapute avventure dei paladini Orlando e Rinaldo, cantati da una lunga tradizione popolare che risaliva, in ultima analisi, alla Chanson de Roland. Si tratta comunque di opere di alto livello che nessuno oggi, in questa sfortunata età in cui l’arte è morta definitivamente, sarebbe capace anche soltanto di abbozzare. Per fortuna esiste il passato che, come diceva Seneca, nessuno ci può togliere o cambiare; dei grandi capolavori dei secoli trascorsi ancor oggi noi possiamo godere, visto che non siamo capaci di creare nulla che possa con essi anche soltanto paragonarsi.

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La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime

Chiunque legga la Divina Commedia, non dico a livello di ricercatore o di studioso, ma anche di semplice appassionato come sono io, si accorge che il linguaggio di Dante è costellato di espressioni figurate che instaurano un rapporto di analogia tra due concetti, il primo dei quali. quello proprio, è sostituito e interpretato dal secondo. Due sostanzialmente sono le figure retoriche che più frequentemente realizzano questo rapporto: l’allegoria e la metafora. La prima istituisce un confronto ideale continuato che investe un ambito semantico piuttosto largo, espresso in un singolo passo del poema o nella totalità di esso: così ad esempio Virgilio, che accompagna Dante per le due prime cantiche dell’Inferno e del Purgatorio, è un simbolo figurato della ragione umana, della quale rappresenta l’esito più eccelso e che potrà accompagnare il pellegrino oltremondano fin dove le capacità intellettive dell’uomo potranno giungere. La metafora invece, stretta parente dell’allegoria, è più limitata di essa, è racchiusa nell’ambito di un singolo termine o una singola espressione ed è ancora di uso comune ai nostri giorni: chi di noi non ha mai usato l’espressione “avere le mani bucate” per indicare chi spende troppo e senza controllo, oppure “metterci una pietra sopra” quando vogliamo qualificare il comportamento di chi decide di soprassedere a una lite o un torto subito e ritornare in buoni rapporti con chi gliel’ha fatto? Ma questa figura retorica, nei testi letterari, ha una storia lunghissima: già conosciuta e largamente impiegata nell’antica Grecia, fu studiata e classificata da Cicerone e Quintiliano nel mondo romano, e divenne poi nel Medioevo uno dei capisaldi della cosiddetta ars dictandi, cioè l’insieme delle regole retoriche e linguistiche impartite nelle scuole per insegnare agli alunni la giusta composizione dei testi letterari. Anche Dante ebbe vari maestri, tra cui il celebre Brunetto Latini, e divenne esperto quindi in quel “parlar figurato” che a quei tempi era molto frequente perché corrispondeva, in ultima analisi, alla concezione religiosa dell’epoca, che vedeva il mondo sensibile come un tutto unico creato da Dio, con cui non si poteva comunicare con il linguaggio proprio che si usa tra gli uomini, ma era necessario ricorrere ad un linguaggio “indiretto”, com’è appunto quello simbolico e metaforico.
Ciò spiega, almeno parzialmente, la massiccia presenza nei testi religiosi medievali, tra cui eccelso rilievo assume la Commedia dantesca, del linguaggio figurato allegorico e metaforico; e che ciò abbia a che fare con il rapporto uomo-Dio è confermato dalla presenza discontinua di tale linguaggio nel poema di Dante: mentre nell’Inferno le metafore non sono molto numerose perché in esso prevale la descrizione cruda e icastica dei peccati e dei peccatori, nel Paradiso il linguaggio figurato si fa molto più complesso e articolato proprio perché la dimensione mistica del mondo dei beati, che il Poeta definisce più volte incomprensibile al limitato intelletto umano, richiede di essere rappresentata con simboli e confronti che la rendano in qualche modo accessibile al lettore. Ma se questa particolare disposizione del pensiero medievale può chiarirci la presenza più o meno massiccia delle metafore nel poema dantesco, non ci rivela però una loro essenziale caratteristica, l’essere cioè veicolo di un’arte sublime nella misura in cui la loro presenza determina la creazione di immagini elevate e di rara bellezza che illuminano il concetto espresso penetrandone le più recondite sfumature. La fantasia, come comunemente si crede, è la precipua qualità dei poeti, ed è proprio questa la qualità che nel più grande poeta italiano fa sorgere e prosperare la grande arte delle sue espressioni figurate.
Fare esempi della grande bellezza delle metafore di Dante è facile e difficile al tempo stesso: casi del genere nel poema ce ne sono a iosa, ma non tutti sono adatti a confermare la tesi che io, da semplice cultore del poeta e della letteratura italiana, cerco di sostenere. Ne indicherò due per ogni cantica. Nel canto X dell’Inferno c’è il celebre episodio di Farinata degli Uberti, dannato come eretico all’interno dei sepolcri infuocati della città di Dite. Quando costui chiede a Dante il motivo per cui i fiorentini sono così avversi a lui e alla sua gente, il poeta risponde:
Ond’io a lui: “Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio. (vv. 85-87)
I termini “orazion” e “tempio” sono metaforici e tutta l’espressione è interamente figurata, ma sembra non avere nulla a che fare con la realtà della battaglia di Montaperti presso Siena; è noto però che nelle chiese (templi) si usava pregare per commemorare eventi funesti, e quindi ciò significa che le decisioni dei fiorentini nei confronti degli Uberti non potevano non tener conto di quell’episodio di cui Farinata aveva la responsabilità. Al lettore viene in mente l’immagine del popolo immerso nella preghiera e nel dolore, il che chiarisce il concetto espresso più di qualunque altra spiegazione non figurata. Sempre nella stessa cantica, nel canto XIII, c’è l’incontro con Pier delle Vigne, poeta e consigliere dell’imperatore Federico II, morto suicida per non aver saputo resistere alla malevola invidia dei cortigiani che, lanciatagli addosso una falsa accusa di tradimento, gli avevano alienato la fiducia del sovrano. Invitato da Virgilio, lo spirito racconta la sua storia, ed al momento di introdurre il motivo della colpevole malevolenza dei componenti della corte federiciana, la definisce con queste parole:
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio. (vv. 64-66)
L’immagine della prostituta (meretrice) che nella corte di Federico (Cesare) non cessò mai di rivolgere il suo sguardo malefico (gli occhi putti) sulle persone oneste che vi dimoravano, è un’efficacissima immagine dell’invidia, umanizzata e mirabilmente raffigurata al tempo stesso: il lettore, di fronte a questi versi, penetra a fondo nel concetto che il poeta vuole esprimere e lo fissa nel proprio animo grazie all’immagine viva e tangibile della meretrice, una presenza inquietante e perniciosa. Anche nel Purgatorio il linguaggio figurato offre numerosi esempi di esiti artistici di notevole spessore: si comincia già dall’incipit del canto I°, quando Dante afferma:
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele. (vv. 1-3)
La metafora marinara non è nuova, perché già di frequente impiegata dai poeti antichi (Alceo, Orazio e Properzio, per riferire i primi esempi che mi vengono alla mente), ma in Dante è finalizzata allo scopo di qualificare la difficoltà del viaggio oltremondano più di quanto non si otterrebbe usando termini propri in luogo di quelli figurati. Scomponendo l’immagine figurata, le “miglior acque” qualificano la differenza tra lo stato d’animo del poeta che passa dal buio dell’inferno al regno della purificazione e della speranza che è il Purgatorio; le “vele” rappresentano la volontà di Dante, aiutato dal volere divino, di compiere il suo viaggio; la “navicella” è l’insieme delle qualità poetiche e artistiche che rendono possibile la stesura del poema; il “mar sì crudele” è ovviamente l’Inferno, da cui lui e Virgilio sono appena usciti. Il lettore, figurandosi mentalmente la navigazione, si costituisce un’idea alquanto precisa della nuova dimensione spirituale che accompagnerà il percorso del pellegrino in questo nuovo mondo ancora da esplorare. Nel canto XXI, invece, c’è l’incontro con Stazio, l’antico poeta latino autore della Tebaide e vissuto nel I° secolo dopo Cristo, che una falsa leggenda medievale voleva che si fosse convertito al Cristianesimo e per questo non si trovasse nel Limbo ma nel Purgatorio. Egli si presenta a Dante ed a Virgilio con queste parole:
Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma. (vv. 91-93)
Particolarmente icastica ed efficace è la metafora della “soma”, che propriamente è il carico che si pone sulle spalle di persone o di animali, ma che qui rappresenta per traslato l’Achilleide, il secondo poema di Stazio rimasto incompiuto a causa della sua morte. L’immagine porta alla mente il lavoro del poeta come un impegno gravoso nei confronti del pubblico dei lettori, e ce lo rappresenta quasi come un viandante curvo sotto un peso che non riesce a portare fino in fondo. Il concetto espresso è ben delineato e procede al di là di quello che l’immaginario collettivo normalmente si figura per l’attività intellettuale, qui illustrata facendo leva sulle difficoltà e i doveri che comporta.
Tuttavia, come ho detto prima, è nel Paradiso che il linguaggio figurato si esprime con maggiore ampiezza. Il primo passo che voglio ricordare mi ha lasciato una grande impressione quando l’ho letto e commentato in classe con i miei alunni. Si tratta del canto VIII, quando Dante e Beatrice si trovano nel cielo di Venere, quello degli spiriti amanti, dove incontrano Carlo Martello, figlio primogenito del re Carlo II d’Angiò. Dante lo aveva conosciuto personalmente durante il suo soggiorno a Firenze, nel 1294, ed era nata tra loro un’amicizia che il giovane principe, troppo presto passato a miglior vita, così descrive:
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
ché s’io fossi giù stato, io ti mostrava
del mio amor più oltre che le fronde. (vv. 55-57)
E’ veramente stupenda la metafora delle “fronde”, che sono propriamente le foglie dell’albero, quello cioè che della pianta si vede di primo acchito, non ciò che costituisce la sua essenza, la sua linfa vitale; così Carlo Martello vuol dire che se fosse rimasto più a lungo sulla terra avrebbe approfondito la sua amicizia con Dante passando dalle parole (le fronde, appunto) ai frutti, cioè un rapporto di maggior affetto e confidenza. Il paragone implicito tra il sentimento umano e la natura della pianta rende l’immagine esaustiva ed esprime il pensiero del poeta meglio di qualunque altra affermazione. Tra gli innumerevoli altri esempi della cantica, ne cito solo un altro tratto dal canto XV, quello in cui Dante, nel cielo di Marte o degli spiriti combattenti, incontra il suo avo Cacciaguida. Il beato, vedendo il suo discendente, scende dalla croce luminosa in cui si trovava e gli si rivolge, inizialmente con parole che il pellegrino non intende perché non comprensibili all’intelletto umano; poi il suo eloquio si commisura alle capacità di Dante, e questo cambiamento è così descritto:
E quando l’arco dell’ardente affetto
fu sì sfogato, che ‘l parlar discese
invero lo segno del nostro intelletto. (vv. 43-45)
Quel che colpisce nella terzina è la metafora dell’arco, che rappresenta figurativamente l’ardore mistico del beato, che si sfoga nella sua dimensione incomprensibile per passare poi ad un’espressione adatta alle capacità umane. Questo ardore di carità è assimilato ad un arco che si tende, e la cui tensione aumenta sempre più sino a lanciare la freccia e poi rilassarsi, il che rende con estrema efficacia il passaggio di Cacciaguida dallo stato di beatitudine mistica in cui ordinariamente si trova ad una dimensione più umana, quella che gli renderà possibile il dialogo con Dante. Anche qui, come in tanti altri passi, il linguaggio figurato prelude ad esiti artistici di straordinario rilievo.
Questa mia panoramica sulle metafore di Dante, volutamente limitata, deriva dalla mia incontrollata passione per questo poeta ed il suo poema, senza dubbio la più grande opera che la letteratura italiana (e mondiale!) abbia mai prodotto. So bene che sull’argomento esistono tanti studi scientifici e accademici molto più approfonditi di quello che può essere un semplice articolo su di un blog; ma la mia intenzione non è certo quella di apportare alla questione un contributo innovativo, bensì solo quella di attrarre l’attenzione dei miei pochi lettori su di un aspetto importante dell’arte dantesca, usando parole semplici e adatte ad un docente di liceo. Spero che chi legge possa trarre profitto da questo mio scritto, e che magari qualcuno, nonostante la stagione di vacanze in cui ci troviamo, voglia rispondermi e mandarmi un commento, anche di poche parole. Non è difficile, basta cliccare sulla scritta “Lascia un commento” in fondo all’articolo. Con un piccolo sforzo possiamo avviare un confronto che potrebbe essere utile, sia a chi insegna l’italiano nel triennio dei Licei sia ai semplici appassionati della vera letteratura.

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Esami di Stato a tarallucci e vino

Più volte ho scritto su questo blog che gli esami di Stato dei licei e degli istituti di II° grado sono diventati molto spesso un’inutile farsa, che sarebbe meglio abolire definitivamente: ne guadagnerebbe l’erario pubblico, che risparmierebbe molti soldi, e gli studenti stessi, che avrebbero certamente con lo scrutinio finale una valutazione molto più obiettiva. E purtroppo si è costretti ad ammettere che se questi esami sono diventati quello che sono la responsabilità non è dei vari ministri che si sono succeduti al Governo, ma delle commissioni nominate per esaminare i candidati, cioè i presidenti ed i commissari, dirigenti o docenti dello stesso ordine di scuola.
Osservando da vicino il comportamento della maggior parte delle commissioni, notiamo subito che quasi tutte partono dal presupposto che non si deve bocciare nessuno, perché – a dire di molti – sarebbe inutile far ripetere ad uno studente l’ultimo anno. Certo, sarebbe stato meglio se gli asini fossero stati fermati prima di arrivare all’esame, ma si sa come vanno le cose: le scuole non bocciano praticamente più quasi nessuno, portano avanti cani e porci e poi, al momento di ammettere gli studenti all’esame, li ammettono tutti lasciando le patate bollenti nelle mani della commissione. E la commissione cosa deve fare a quel punto? I presidenti, anche di fronte a prove d’esame penose, quasi sempre insistono per far raggiungere all’asino di turno i 60 punti necessari per la promozione, sostanzialmente perché non vogliono fastidi ed hanno per lo più una maledetta paura di eventuali ricorsi, che li costringerebbero a tornare nella sede d’esame, riesaminare tutti gli incartamenti, dover ripetere alcune procedure ecc. ecc. Perciò è molto più conveniente promuovere tutti, così non si hanno fastidi e si può andare tranquillamente in vacanza.
Già questo presupposto, cioè che bisogna promuovere tutti, è sufficiente per trasformare l’esame in una ridicola commedia, ma non basta: la maggior parte dei commissari, interni ma anche esterni, fanno a gara per facilitare le prove fino all’inverosimile, non solo formulando quesiti semplici e domande altrettanto banali (quando non addirittura concordate in precedenza con gli alunni!), ma anche aiutandoli spudoratamente durante le prove scritte ed arrivando anche, in qualche caso, a svolgere il compito in loro vece. Questo comportamento ignobile è praticato anche dai membri esterni, ma più di frequente da quelli interni, perché si è ormai diffusa ovunque la falsa convinzione che la scuola giudicata migliore sul territorio sia quella che ha i voti più alti ed il maggior numero di successi scolastici, senza tener conto del fatto che dietro quei voti e quei successi può esserci il nulla assoluto. Avviene così che molti studenti, sorretti, facilitati ed aiutati in ogni modo, ottengano all’esame una valutazione finale largamente superiore a quello che sarebbe il loro merito reale. In tante situazioni si sprecano i 100/100 ed i voti altissimi senza che si sia mai veramente verificata la preparazione degli alunni, in modo da far fare bella figura alla scuola sul territorio; è noto infatti che attualmente, da quando esiste la cosiddetta “autonomia” scolastica e il concetto di scuola-azienda, ogni Istituto deve farsi pubblicità come la si fa alle automobili o ai detersivi, perché quel che conta non è la cultura e la validità didattica dell’insegnamento, ma solo la forma, l’immagine esterna. Perciò tanti docenti aiutano sfacciatamente gli studenti all’esame non tanto per spirito di altruismo, quanto per fare essi stessi bella figura, perché nell’immaginario comune se una scuola ha tanti voti alti significa che i professori che hanno preparato i ragazzi sono stati bravi… Quindi chi agisce così lo fa per prestigio personale, più che per il bene altrui. C’è poi da dire che quest’anno l’insipienza dei responsabili del Ministero che hanno scelto le prove d’esame ha dato una grossa mano all’illegalità diffusa: proponendo infatti esercizi impossibili per gli studenti di oggi, come la versione di greco di Aristotele assegnata al Liceo Classico, hanno di fatto autorizzato e invogliato i professori a fare la traduzione e poi passarla agli studenti, come è avvenuto in tanti luoghi. In questo modo l’esame si riduce ad una patetica farsa, che castiga le reali qualità e premia gli incapaci ed i fannulloni, che finiscono per ottenere gli stessi voti (o quasi) di coloro che si sono sempre impegnati seriamente. Questo è il risultato di una mentalità falsa e distorta che domina nella scuola italiana, dove la serietà degli studi e la giusta selezione sono ormai ricordi lontani e irrecuperabili. Ed è cosa meschina ed inutile accusare i politici, i ministri o chiunque altro di questa situazione: siamo noi docenti che ci comportiamo male, che agiamo in modo opportunista e spesso disonesto, convinti che tanto siamo nel paese del “se po’ fà” e che nessuno ci controlla.
Questi atteggiamenti così diffusi tra i docenti si traducono spesso anche in modi d’agire inopportuni e sconvenienti per quella che dovrebbe essere l’atmosfera di serietà in cui si dovrebbe svolgere l’esame. Ho visto più volte professori e presidenti di commissione che, durante i colloqui, se ne stanno tranquillamente a giocare con il cellulare e a mandare messaggini finché non tocca loro il turno di partecipare al colloquio, ed ancor più frequente è la continua presenza di scherzi, risate e battute di spirito all’indirizzo degli studenti, forse nell’intento di “sdrammatizzare” un evento che si ritiene drammatico per i ragazzi. Io credo che questi comportamenti da salotto, più che da esame, in realtà disorientino più di quanto aiutano, perché gli studenti, nonostante tutto, prendono l’esame come una cosa seria e non si trovano a loro agio in una commissione dove il clima sembra quello di una festa tra amici anziché quello di una prova che dovrebbe svolgersi in modo compassato e adatto alla circostanza. Non dico che i commissari dovrebbero mostrarsi arcigni o incutere timore, perché non sarebbe giusto; ma mi pare altrettanto sconveniente scherzare e far battute di spirito come se ci trovassimo ad uno spettacolo di cabaret. In ogni circostanza la scelta migliore è la via di mezzo, come già gli antichi ci hanno saggiamente insegnato; ma mi accorgo che seguire questo principio diventa sempre più difficile, in questa nostra società che ha ormai perduto i suoi valori più veri ed autentici.

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I termini impropri della politica

Seguendo il dibattito politico che è sempre più acceso nel nostro Paese, mi risulta interessante analizzarne il linguaggio, cioè le parole e le espressioni normalmente usate dai politici durante i talk-show televisivi, dai giornali e dai social nel web. A mio parere alcuni termini di impiego comune sono in realtà usati impropriamente, attribuendo cioè ad essi un valore denigratorio e offensivo nei confronti degli avversari ma senza rispettare il senso proprio e naturale che dovrebbero avere. Poiché le parole sono pietre, come si suol dire, vale la pena di fare qualche esempio, per dimostrare come in Italia non si sia mai riusciti a chiudere i conti con il passato e ad impostare la dialettica politica su di un piano di aperto e tollerante confronto con chi la pensa diversamente da noi. Tutto ciò contribuisce all’affermazione di quel “pensiero unico” e di quel “politically correct” di cui ho parlato in altri post, la tendenza cioè a mettere in cattiva luce l’avversario additandolo al pubblico disprezzo anche mediante l’impiego di certi termini. Facciamo qualche esempio di parole anche troppo comuni.
1. Fascismo, fascista. Questi appellativi vengono rivolti continuamente da esponenti della sinistra a chiunque non la pensa come loro, e costituiscono senza dubbio un marchio d’infamia perché richiamano l’esecrato regime che fu al potere in Italia dal 1922 al 1943. E’ evidente il grossolano anacronismo che c’è dietro questi termini, perché il regime cui fanno riferimento è terminato più di 70 anni fa ed è quindi ormai impossibile che vi sia qualcuno che possa o voglia restaurarlo. In altri Paesi, che molto meglio di noi hanno fatto i conti con il passato e dove non ci sono “nemici” ma solo avversari e dove l’odio non ammorba il dibattito politico, termini come questi sono fuori uso. Non credo che in Germania si usi di frequente la parola “nazista” per identificare chi ha idee nazionaliste o comunque è schierato a destra, né che in Russia si usi più il termine “bolscevico” per chi ritiene che il passato regime comunista portasse ai cittadini anche dei vantaggi, pur nel clima assolutistico che lo caratterizzava. I regimi dittatoriali, per fortuna, appartengono al passato (almeno in Europa), ed è quindi linguisticamente e socialmente errato continuare nel 2018 a bollare gli avversari politici con etichette infamanti che si rifanno a periodi storici ormai conclusi. Oggi non c’è più alcun pericolo che i fantasmi del passato possano ritornare, ed è quindi assurdo tenerli in vita solo perché fanno comodo, a chi non ha argomenti sufficienti a sostenere il proprio pensiero, per chiudere gli avversari nel ghetto dell’infamia.
2. Razzismo, razzista. Anche questi sono termini largamente impiegati dai buonisti nostrani, siano essi d’impostazione cattolica o di sinistra (o di entrambe le ideologie) per designare coloro che si oppongono all’invasione degli immigrati nel nostro Paese, cui stiamo ormai assistendo da alcuni anni. Propriamente il termine “razzista” designa chi ritiene il proprio ceppo etnico ontologicamente superiore agli altri, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler, dove la cosiddetta “razza ariana” era ritenuta arbitrariamente dotata di qualità naturali e culturali più elevate rispetto a quelle delle altre razze. Ma chi oggi si mostra preoccupato per la presenza eccessiva di stranieri in Italia non lo fa perché ritiene superiore la propria razza a quelle degli immigrati o dei ROM, ma perché pensa che questi ultimi, in mancanza di lavoro o di adeguata integrazione, creino problemi di criminalità e di ordine pubblico, come in effetti avviene in molte città, dove uscire la sera è diventato proibitivo proprio per la crescente presenza di immigrati che delinquono. Ritenere che l’Italia abbia già molti problemi per potersi accollare da sola milioni di individui che fuggono dall’Africa o dall’Asia, o pensare che sia vergognoso che gli immigrati vengano mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese non è razzismo, è senso di giustizia puro e semplice. Ogni nazione europea tutela prima i propri cittadini e poi gli stranieri. Perché noi dovremmo fare eccezione?
3. Omofobo, omofobia. Questi termini sono frequentemente impiegati dal pensiero unico dominante contro chiunque non approvi le unioni omosessuali e soprattutto l’adozione di figli da parte di coppie di questo tipo. Anzitutto va detto che c’è un errore etimologico in queste parole, perché “omofobia”, in base alle sue origini greche, significa “paura dell’uguale”, e quindi non avrebbe nulla a che fare con la sfera della sessualità. Comunque, a parte ciò, questi termini vengono lanciati come etichette infamanti per chi esprime un’opinione che ha tutto il diritto di esprimere. Io stesso ritengo che l’unica famiglia che possa definirsi tale sia quella formata da un uomo e una donna, e prendo a garante l’art. 21 della nostra Costituzione per ribadire che nessuno potrà convincermi a cambiare idea.
4. Populismo, populista. Anche questi termini vengono usati a sproposito, attribuendo loro un senso denigratorio che in origine non avevano affatto. Propriamente il populismo è stato un movimento attivo di tipo socialista affermatosi in Russia sul finire del secolo XIX, ed è passato poi ad indicare colui o coloro che mettevano il popolo al centro del loro interesse artistico o letterario; quindi il senso della parola era inizialmente positivo, mentre solo di recente viene usato come equivalente di “demagogia”, la tendenza cioè di molti politici a far promesse per attirarsi il favore degli elettori. Questo è il maggior limite della democrazia, come già nell’antica Grecia molti scrittori e filosofi avevano sottolineato, perché il cosiddetto “popolo” è un’entità variabile, volubile, multicolore, che tende a seguire chi si mostra più convincente, cedendogli di fatto il potere. Quindi una vera democrazia, nel senso di “potere del popolo” oggi non esiste, come non è esistita (se non in senso lato) neanche nell’Atene del V° secolo avanti Cristo.
Il post è già lungo ed è bene finire qui. Quel che volevo dimostrare con questo mio scritto è che le parole sono importanti, hanno un peso enorme nel dibattito ideologico ed anche nella mente del cittadino, che viene inevitabilmente influenzato da ciò che sente in TV o che legge sui social. Occorre perciò stare attenti a come si usa la terminologia, perché i significati (cioè i concetti) possono essere semplici o neutri, ma l’uso di determinati significanti (cioè le parole) possono rendere quei concetti complessi e faziosi, possono scatenare la rivalità e l’odio da cui il dibattito politico si dovrebbe liberare una volta per tutte, come avviene in altre parti del mondo. Dire a una persona “tu sei contrario all’immigrazione incontrollata” è ben diverso dal dirgli “tu sei un razzista”, perché la prima frase è aperta al confronto delle idee, la seconda è solo un insulto che non risolve nulla, anzi peggiora di molto le cose perché la violenza verbale ne richiama altra e instaura una contrapposizione frontale e una spirale di odio che rischia di non finire mai.

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La versione di greco dell’esame di Stato 2018: insipienza o malafede?

In questo mio ultimo (speriamo) anno di insegnamento sono stato nominato Presidente di commissione in un Liceo delle Scienze Umane che è ubicato nello stesso edificio in cui si trova anche un Liceo Classico. Così stamane, durante una pausa dei lavori, ho avuto la curiosità di andare a vedere il testo di greco assegnato al Classico, e quando l’ho visto sono rimasto di sasso: si trattava di un brano di Aristotele, dall’Etica Nicomachea, non solo lungo, ma anche molto difficoltoso per la presenza di varie costruzioni e nessi sintattici inconsueti e del tutto diversi da quelli normalmente incontrati dagli studenti durante il lavoro curriculare del triennio liceale; c’erano verbi sottintesi, participi sostantivati senza articolo (proprio della lingua parlata o cancelleresca, non certo di quella letteraria), una citazione omerica di ardua comprensione con la presenza del duale (che gli studenti non incontrano mai nelle normali versioni), un genitivo assoluto facilmente confondibile con un altro di diversa funzione, una frase con quattro participi dello stesso verbo in diverse funzioni, e chi ne ha più ne metta.
Leggendo i commenti su Facebook ho visto che alcuni iscritti ai gruppi del settore hanno avuto il coraggio di affermare che questa prova era facile. Ma facile per chi? Forse per gli esperti della materia, i grecisti, i filologi, non certo per gli studenti, molti dei quali l’hanno trovata del tutto inaccessibile. E poi, detto tra noi, vorrei vedere quanti di questi professorini che si vantano tanto del loro sapere sarebbero in grado di tradurre così, all’impronta, un brano come questo! Per farcela occorre conoscere molto bene la lingua greca, i linguaggi particolari di essa ed anche gli stilemi propri di Aristotele, le cui opere spesso non erano destinate alla pubblicazione ma servivano come “manuali” all’interno della sua scuola filosofica; quindi, anche se l’argomentazione è rigorosa come sempre, la lingua non segue uno stile propriamente letterario ma è costellata di ellissi, significati specifici e non comuni, usi sintattici inconsueti, proprio come avverrebbe oggi se fossero pubblicati degli appunti personali che qualcuno ha preso in fretta senza avere il tempo di riguardarli e conferire loro una veste letteraria. E si pretende che gli studenti, che a fatica si orientano sulle solite versioni storico-narrative, abbiano gli strumenti per affrontare un brano come questo, pieno di particolarità ch’essi non hanno mai o quasi incontrato durante il loro percorso didattico?
E qui occorre cominciare a parlare dei funzionari del Ministero preposti alla scelta delle prove per l’esame di Stato. Costoro, a quanto pare, non sono mai entrati in una scuola dai tempi in cui erano studenti, non conoscono affatto la realtà attuale e agiscono senza alcun criterio logico. Chi non vede la contraddizione che c’è tra il pretendere, come fa il Ministero, che gli alunni facciano 200 ore di alternanza scuola-lavoro, che partecipino a progetti ed iniziative che portano via molto tempo scuola (si parla del 20% delle ore scolastiche in genere destinate ad altro che non è la normale lezione quotidiana), e l’assegnare all’esame di Stato una versione di greco di questa difficoltà? Allora, io credo, delle due l’una: o i Soloni del Ministero sono delle teste vuote che non capiscono niente di scuola e vivono in un mondo diverso da quello reale, oppure queste scelte vengono fatte a bella posta per danneggiare il Liceo Classico e distogliere le famiglie ed i futuri alunni dall’iscriversi a questa scuola. Sì, perché il Liceo Classico è capace di aprire la mente delle persone, farle ragionare con la propria testa, e questo dà fastidio a chi detiene una qualsiasi forma di potere: meglio quindi affossarlo assegnando prove inaccessibili in modo da dimostrarne la presunta inadeguatezza per la società attuale. Già la sola presenza del greco allontana molti dall’iscriversi per il timore che incute questa lingua misteriosa; se poi all’esame si provoca un fallimento totale proprio in questa materia, tale sentimento popolare non può che rinforzarsi.
La realtà nuda e cruda è che gli studenti di oggi, per una serie di ragioni che ho enunciato in altri post, non sono più predisposti a comprendere da soli i testi classici, a meno che non siano molto facili; la traduzione dal latino e ancor più dal greco, pertanto, è ormai diventata un esercizio per esperti filologi, non per ragazzi adolescenti che spesso arrivano al Liceo senza neanche conoscere le basi sintattiche della lingua italiana. Pretendere quindi che traducano come provetti grecisti brani come questo assegnato oggi è pura fantasia. E poi va anche detto che lo scopo dell’insegnamento delle lingue classiche ai licei non è quello di sfornare esperti latinisti o grecisti: per quello c’è l’università, i master, lo studio personale. Il valore delle lingue classiche per i liceali è quello di conoscere l’etimologia di tante parole italiane, di ragionare sui testi compiendo un lavoro di scelta e di analisi autonoma, di conoscere aspetti delle opere letterarie che senza la lettura in lingua originale non sarebbero accessibili (penso all’ordito retorico o agli altri elementi formali che per gli antichi avevano fondamentale importanza nella valutazione di ogni genere di scritti); ma questi obiettivi si possono ottenere anche leggendo i testi più complessi sotto la guida del docente e lasciando agli alunni il compito di tradurre brani più facili di tipo storico o narrativo, gli unici che possono affrontare con qualche speranza di successo. Va anche detto – e non è cosa secondaria – che lo sviluppo della tecnologia ha di fatto molto ridotto l’attività di approccio ai testi da parte degli studenti: ai nostri tempi, infatti, avevamo solo il vocabolario per tradurre e dovevamo farlo perché non potevamo presentarci a scuola senza aver svolto i compiti, adesso invece scaricano le traduzioni da internet, dai siti-canaglia che contengono già tradotti tutti i brani presenti nei versionari attualmente in commercio, e quindi non si esercitano quasi più. E’ triste dirlo in modo così crudo, ma questa è la realtà: perciò dico che è da incoscienti o da lestofanti in malafede, sapendo tutto ciò, proporre all’esame di Stato un brano come quello di oggi.
Aggiungo anche un’ultima considerazione su un argomento già discusso altre volte su questo blog. Io trovo del tutto fuori luogo continuare a fondare la seconda prova d’esame del Liceo Classico sulla sola traduzione, com’era ai tempi di Gentile nel 1923. E’ passato un secolo, la società è cambiata in modo straordinario e radicale ma al Ministero non se ne sono accorti, a quanto pare, perché pretendono dai ragazzi di oggi quello che si richiedeva ai loro bisnonni un secolo fa; anzi, alcune versioni assegnate quaranta o cinquant’anni fa erano più accessibili di quelle di adesso, ed è difficile quindi pensare che non ci sia dietro la malafede. Esistono tanti modi di approcciarsi al mondo classico: ci sono le conoscenze letterarie, artistiche, antropologiche, storiche ecc., ed è su tutte queste che dovrebbe fondarsi la seconda prova d’esame del Classico, non sulla sola capacità di traduzione. Come sostiene da tempo il prof. Bettini e molti altri me compreso, è l’ora di modificare questo residuato bellico della sola traduzione e inserire nella seconda prova anche esercizi su altre competenze, se non si vuole che il disastro totale che deriva dalle scelte ministeriali ricada sulla pelle degli studenti e di tutta la società. La scuola deve adeguarsi ai tempi, non continuare a pretendere in modo assurdo e antistorico ciò che i ragazzi di oggi non possono più dare. E poi chiediamoci questo: quando saranno passati quindici o vent’anni dall’esame di Stato, l’ex alunno del Liceo Classico ricorderà più facilmente il pensiero di Seneca, gli ideali espressi dalla tragedia greca, la stupenda bellezza della poesia virgiliana oppure le leggi degli accenti del greco e la consecutio temporum?

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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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Com’ero io da studente

Proprio adesso che sono giunto al termine della mia carriera di docente mi viene da pensare a quanto la scuola sia cambiata dai tempi in cui ero studente io ad oggi. Si parla di un periodo lontano nel tempo, e tanto più lontano se consideriamo che negli ultimi trent’anni il progresso tecnologico ha fatto più passi avanti di quanti non ne abbia fatti nei 100 anni precedenti: quando andavo a scuola io, negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non esistevano né computers, né internet né cellulari; la televisione trasmetteva la “Tv dei ragazzi” per un’ora o poco più al giorno, c’era un solo canale in bianco e nero e le trasmissioni finivano alle 11 di sera; non esistevano discoteche né altri luoghi di ritrovo tipici dei giovani di oggi. I nostri svaghi consistevano nell’uscire nel primo pomeriggio a fare una partita di pallone nella quale le porte erano costituite da due sassi sistemati a una certa distanza, oppure nel fare un giretto in bicicletta, perché pochi di noi si potevano permettete il motorino all’età di 14 anni in cui era consentito guidarlo. In casa non avevamo altra sorgente di cultura che non fossero i nostri libri di scuola oppure – solo nelle case delle persone socialmente più elevate – qualche altro libro o enciclopedia acquistata per noi dai genitori.
Anche nella pratica scolastica molto era diverso da oggi. Maestri e professori godevano di maggior rispetto in linea generale, ma non sempre: in qualche caso avveniva anche il contrario, perché se l’insegnante non possedeva una certa autorevolezza e non sapeva tenere adeguatamente la disciplina veniva snobbato ed anche sbeffeggiato come e più di adesso. I genitori non difendevano quasi mai i figli: se uno di noi aveva un diverbio con un docente la colpa era sempre nostra, a prescindere da come i fatti si erano veramente svolti. Ma di questo io non do un giudizio così positivo come fanno molte persone che rimpiangono i bei tempi passati: come docente, infatti, ho sempre sostenuto che il rispetto tra professori ed alunni deve essere reciproco, quindi anche il professore deve rispettare la dignità e l’autostima dei suoi studenti e non è detto che in caso di contenzioso la colpa sia sempre di questi ultimi. Certi colleghi, che magari si vantano di avere un rapporto aperto e amichevole con i loro alunni, spesso ne offendono la sensibilità senza rendersene conto, ed è meglio quindi tenere un atteggiamento distaccato ma comprensivo e deferente al tempo stesso, da entrambe le parti.
Un problema scolastico di cui oggi si parla tanto come se fosse una novità di questi ultimi anni e che invece esisteva (eccome!) anche ai miei tempi è il bullismo, che anzi era ancor più grave e odioso di quanto non avvenga adesso, tranne il fatto che allora non esistevano i “social” e quindi gli atti di violenza e di intimidazione restavano confinati all’interno dei gruppi giovanili. Però c’erano e talvolta incidevano profondamente nello sviluppo psichico delle persone. Quante volte ho assistito a vere e proprie risse tra compagni, frasi minacciose come “t’aspetto fuori!”, persecuzioni vere e proprie contro i più deboli e tutti coloro che avevano una qualche caratteristica giudicata diversa dalla norma! Bastava essere un po’ più grassi del normale e si diventava “ciccio bomba”, un po’ più magri e si diventava “stecchino”, avere gli occhiali e si era chiamati col simpatico soprannome di “quattrocchi”, e via dicendo. Di questo bullismo ho sofferto anch’io soprattutto alla scuola media inferiore (anni 1965-1968) ma non per l’aspetto fisico, benché qualche soprannome – come usava allora – me lo avessero appiccicato. Le intimidazioni che subivo io derivavano dal fatto che a scuola ero diligente ed avevo voti alti in tutte le materie; ciò comportava l’invidia maligna di alcuni e la volontà intimidatoria di altri, che mi ordinavano di passare loro i compiti durante le verifiche o di suggerire loro durante le interrogazioni minacciando ritorsioni in caso di rifiuto. Io non ho mai soggiaciuto a questi ricatti e ne ho subito le conseguenze, ma non ho mai fatto ciò che questi energumeni avrebbero voluto: anzi, persone come loro io le definivo “parassiti” perché senza volersi impegnare nello studio pretendevano di sfruttare il lavoro degli altri per avere la manna dal cielo, trovarsi cioè i compiti fatti senza voler compiere il minimo sforzo. A qualcuno questo potrà sembrare egoismo ma per me anche adesso le cose stanno così: ciascuno deve compiere i propri doveri, e non è giusto avvalersi della fatica altrui per coltivare la propria indolenza. Perciò come docente non ammetto in alcun modo le copiature durante i compiti e cerco di stare bene attento a che ciò non accada.
A parte questo problema, ho vissuto tutta la mia carriera scolastica con piena soddisfazione, promosso tutti gli anni con voti altissimi. Anche al liceo il successo fu continuo, a parte l’inizio del primo anno quando vennero alla luce certe lacune in latino dovute al fatto che l’insegnante che avevo alle medie di latino ne aveva fatto ben poco. I primi due anni (il ginnasio) continuai a studiare a pari livello tutte le discipline, mentre dal terzo anno cominciai a fare quella scelta per le materie umanistiche (specie italiano, latino e greco) che ha caratterizzato poi tutta la mia vita di studente e di docente. Il merito fu di un professore di greco che, benché svolgesse poco programma e con un metodo che oggi sarebbe del tutto inadeguato, aveva un grande amore per la sua disciplina che riuscì a trasmettere anche a me, tanto che da allora fui per il resto del percorso scolastico il “grecista” della classe: all’esame di Stato in particolare, che allora si chiamava di maturità, svolsi la versione di greco in meno di mezz’ora e la consegnai dopo 50 minuti dall’inizio della prova (allora si poteva fare, oggi invece non si può lasciare l’Istituto prima di tre ore), riportandone un esito lusinghiero (10/10). A ciò seguì la valutazione massima dell’intero esame (60/60), ottenuta soprattutto grazie all’eccellenza di entrambe le prove scritte. La passione per il greco ed il latino, da allora in poi, non mi ha più abbandonato ed anche adesso che sto per andare in pensione ho la ferma intenzione di continuare la ricerca e le pubblicazioni in questo settore.
Come studente, quindi, ero estremamente diligente e studioso, ma soltanto nelle materie che più mi coinvolgevano, mentre per quelle scientifiche non avevo propensione né simpatia, pur riportando anche lì esiti buoni. Il mio problema erano le relazioni umane, abituato com’ero e come sono ad esprimere apertamente il mio pensiero, un’abitudine questa che provoca molto spesso antipatie e risentimenti. Si tratta di un aspetto fondante del mio carattere che non posso eliminare perché è più forte di me e che durante tutta la mia carriera di docente mi ha provocato spesso problemi con i colleghi, alcuni dei quali non mi hanno salutato o rivolto la parola per lunghi periodi solo perché li avevo apertamente criticati per certi loro comportamenti che non mi erano piaciuti. Quand’ero studente, però, le conseguenze erano ancor più gravi perché io, pur rispettando doverosamente i professori, non esitavo a far valere le mie ragioni quando a mio parere avevano agito in modo non giusto nei miei confronti, incurante delle conseguenze che ne sarebbero derivate. L’evento più grave a questo riguardo avvenne in II° Liceo Classico (la quarta classe di oggi), quando un docente di storia e filosofia, degno di poca stima per la sua carenza di preparazione e per il metodo di lavoro sbagliato, volle imporre alla mia classe di svolgere all’improvviso un compito scritto senza prima averci avvertiti. Tutti ci rifiutammo di svolgerlo ma poi i miei compagni, minacciati dal docente di essere sanzionati con un brutto voto, cedettero vilmente uno ad uno al ricatto del professore e si misero a fare il compito; io invece dissi che la mia dignità mi imponeva di restare coerente con quanto avevo deciso all’inizio e mi rifiutai tassativamente, subendo così una nota sul registro, l’obbligo di tornare a scuola accompagnato dai genitori ed un abbassamento del voto di condotta. Ciò nonostante neppure adesso, a distanza di quasi cinquant’anni, mi pento di quel mio gesto, anzi ne sono fiero e ribadisco quel che ho detto sopra, cioè che i professori non hanno sempre ragione solo perché sono professori, e mi sento in dovere di dirlo proprio perché faccio anch’io quel mestiere. Come sbagliano i genitori di adesso a proteggere sempre i figli, così sbagliavano quelli di allora a gettare loro sempre la croce addosso, come fecero appunto i miei in quell’occasione perché “il professore va obbedito”. “Anche noi studenti abbiamo i nostri diritti” risposi allora io e lo sostengo ancora, perché il rispetto va meritato in base al proprio agire ed alla propria professionalità, non solo perché ci si trova in una certa posizione sociale. Giustamente oggi la scuola non è più una caserma, come talvolta sembrava essere ai tempi miei; l’importante è che non si esageri nel senso opposto, come è avvenuto in certi istituti dove i docenti sono stati persino aggrediti fisicamente da studenti e genitori. La teoria del giusto mezzo di aristotelica memoria, a mio parere, dovrebbe essere ancor oggi la norma morale principale da seguire da parte di tutti noi.

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Il paese dei balocchi

Un tempo tutti avevano letto Pinocchio, il celebre capolavoro di Carlo Lorenzini detto Collodi, il quale, raccontando le avventure del suo burattino, ad un certo punto della storia lo fa arrivare, insieme all’amico Lucignolo, al “Paese dei balocchi”. Questo luogo è immaginato come un mondo fatato in cui domina unicamente la gioia e il divertimento, dove cioè esistono soltanto i diritti senza nessun dovere. I due amiconi però, dopo un periodo di sfrenate e spensierate gozzoviglie, si ritrovano con la coda e le orecchie d’asino, anzi diventano asini del tutto e non riescono più neanche a parlare ma solo a emettere ragli sgraziati, a simboleggiare il fatto che che la vita di tutti noi, anche quella dei bambini, non può prescindere dalla necessità di comportarsi in modo costruttivo e di compiere i propri doveri. A parte le matrici classiche del romanzo di Collodi (in particolare le Metamorfosi di Apuleio ed il romanzo breve Lucio o l’asino di Luciano, entrambi del II° secolo d.C.), è evidente la volontà dell’autore di trasmettere un ben preciso messaggio morale ai lettori, in conformità con gli intenti edificatori tipici della cultura del XIX° secolo.
Ma perché adesso mi è venuto in mente il Paese dei balocchi, proprio in questa fase della vita politica del nostro Paese? Perché mi pare che ad esso si avvicinino molto le promesse elettorali dei due soggetti politici (oggi si dice così, prima si chiamavano partiti) che si accingono a formare il nuovo governo. Il quadro sociale ch’essi hanno delineato durante la campagna elettorale, in particolare quello del Movimento Cinque Stelle, assomiglia molto a un vero e proprio paese del Bengodi, in cui i cittadini hanno tutto senza fare nulla, possono cioè starsene tranquillamente sul divano a casa a guardare la TV ricevendo un reddito che consente loro di vivere come Pinocchio e Lucignolo, nella più totale inerzia: il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, una delle più pacchiane idiozie che si sono dovute sentire in questi ultimi anni. Ma il mondo fatato promesso dai due partiti non si limita a questo: si parla anche di forte riduzione delle tasse, di sussidi per gli asili nido, di risoluzione totale del problema della disoccupazione, di rinascita economica delle regioni meridionali, di interventi benefici su sanità e scuola (come la riduzione del numero degli alunni per classe) e altro ancora. Ci manca soltanto che ci promettano anche una vacanza ai Caraibi o alle Maldive tutta pagata dal governo, magari in alberghi a 5 stelle (tanto per riprendere il nome dei geni che fanno queste promesse) e con un cameriere o una cameriera (a seconda dei gusti) che ci sventola la palma mentre prendiamo il sole.
Ovviamente di tutto ciò non si realizzerà nulla, perché i sogni sono una cosa e la realtà un’altra, tra il dire e il fare – come dice un saggio proverbio – c’è di mezzo il mare e poi, dato di fatto che taglia la testa al toro, i soldi non ci sono. Così gli incompetenti che hanno promesso la luna senza guardare in faccia la verità faranno una figura degna della loro leggerezza mentale (diciamo così, perché la parola che mi viene alla mente sarebbe molto più pesante). Già a cose normali, infatti, chiunque governi è destinato a perdere voti perché l’italiano non si accontenta mai di ciò che viene deciso a causa di una sua innata avversione per i politici in genere; figuriamoci cosa potrà accadere in questo caso, quando assisteremo a breve ad un fallimento totale di questo governo (ammesso e non concesso che possa nascere ed operare), che si fonda sui sogni e sulle nuvole.
Ciò che è drammatico però, in un paese come il nostro che dovrebbe essere civile e dove la maggior parte dei cittadini possiede almeno un diploma di scuola superiore, è che tante persone abbiano creduto a questi ciarlatani a 5 stelle e li abbiano votati il 4 marzo, senza rendersi conto che stavano votando il nulla assoluto, l’incompetenza e l’incapacità più totali, prestando fede a promesse tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, specie considerando l’entità del debito pubblico italiano e l’esiguità delle risorse in rapporto alle richieste di tutti noi, che da vari decenni stiamo già vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità. Il livello di vita in Italia è già molto alto rispetto ad altri paesi, e ciò dovrebbe accontentare la maggior parte di noi; ed invece, nell’illusione di poter stare ancora meglio trovando ipotetiche risorse non si sa dove, si dà fiducia a persone assolutamente irresponsabili che per anni non hanno fatto altro che insultare gli avversari e dire sempre di no pregiudizialmente a tutto senza mai avanzare una proposta sensata che sia una. E qui io torno alla mia idea espressa in un post di qualche settimana fa, cioè che il sistema democratico in cui viviamo è sbagliato nel considerare tutti i cittadini allo stesso livello di partecipazione, per cui il voto di un premio Nobel vale quanto quello di un analfabeta. Come ho sentito in televisione qualche giorno fa, questa idea non è soltanto mia: nella trasmissione di Corrado Augias Quante storie un professore dell’Università Luiss riferiva il contenuto di un libro di uno studioso inglese, il quale proponeva di sottoporre tutti gli elettori ad un esame di educazione civica, prima di ammetterli al voto. So che in pratica questo non è possibile e non sarà mai fatto, ma dal canto mio io vedrei un’iniziativa del genere come unica soluzione al disastro attuale, quando milioni di persone votano senza sapere nulla di politica, di storia e di cultura generale, lasciandosi influenzare dagli imbonitori alla Wanna Marchi che promettono mari e monti senza avere la minima idea di cosa sia la vera politica. Anche per fare la segretaria d’azienda occorre aver seguito studi e corsi specifici di formazione; la politica invece, secondo loro, possono farla tutti, anche chi come Di Maio non è riuscito nemmeno a laurearsi e non ha mai fatto null’altro di buono in vita sua.

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L’ultimo mese di scuola

Siamo ormai arrivati all’ultimo mese di attività didattica, perché il 9 giugno, com’è noto, si chiude l’anno scolastico, almeno per quanto concerne le lezioni in classe. Quest’anno non posso fare a meno di conferire particolare importanza a questo argomento perché per me, a meno che non intervengano fatti nuovi dell’ultimo momento, si tratta dell’ultimo mese della mia carriera lavorativa, dato che dal 1° settembre prossimo sarò in pensione. Questa circostanza, a me invidiata da tanti colleghi, non mi provoca invece particolare allegria: la prospettiva di non avere più contatti con un mondo che, pur cambiato in peggio qual è, è stato il mio mondo per quarant’anni, non può non ingenerare ansia e incertezza per un futuro profondamente diverso dal presente e dal passato.
Comunque sia, quest’ultimo mese di scuola si caratterizza per la pluralità degli impegni che investono sia i docenti che gli studenti: per i primi aumenta il lavoro e la stringente necessità di concludere in modo dignitoso i programmi svolti durante l’anno e di procurarsi il “congruo numero” di verifiche richiesto dalla normativa per poter procedere alla valutazione nello scrutinio finale ; per i secondi gli impegni conclusivi dell’anno scolastico, tra compiti in classe, interrogazioni e verifiche varie, risultano così pressanti da metterne a dura prova l’equilibrio psichico e le forze intellettuali. Così ogni anno, a maggio, assistiamo alle solite lamentele degli studenti per il soverchio carico di studio e di impegni scolastici; e dobbiamo riconoscere che sotto questo aspetto non hanno tutti i torti, perché, nonostante i buoni propositi che i professori fanno durante i mesi precedenti di organizzare in modo razionale le verifiche delle varie discipline, immancabilmente accade che l’ultimo periodo di attività scolastica risulta sempre il più massacrante e denso di impegni di ogni genere.
Il problema è difficilmente risolvibile, soprattutto in quelle classi che hanno un docente per materia (o quasi) e quindi gli studenti rischiano di trovarsi magari due o tre interrogazioni, oppure una verifica scritta e un’interrogazione, nello stesso giorno, con conseguenze facilmente immaginabili, se consideriamo che i ragazzi di oggi hanno anche impegni extrascolastici e che, d’altro canto, sono fragili emotivamente e poco inclini a immagazzinare un gran numero di nozioni e concetti senza fare confusione e dimenticarsi di tutto in poco tempo. Come ovviare a queste difficoltà? L’unico modo possibile, che in verità io sto applicando da molti anni anche se ricevo per questo molte obiezioni, è quello di programmare le verifiche con almeno quindici giorni di anticipo, stilando un calendario preciso della successione delle stesse che può essere preparato dagli studenti oppure organizzato dal professore estraendo a sorte un numero dal registro e procedendo poi in ordine alfabetico. In questo modo gli alunni hanno tutto il tempo di preparare adeguatamente la verifica, durante la quale, beninteso, saranno sentiti su tutto il programma svolto fino a quel momento e non solo sugli ultimi argomenti. Un tale sistema è analogo a quanto accade usualmente all’Università, dove gli esami sono programmati con almeno un mese di anticipo, e ciò consente agli studenti di organizzarsi e poter affrontare l’impegno intellettuale (che non è meno gravoso di quello fisico!) con la necessaria serenità. E’ vero che anche questo metodo ha i suoi punti deboli, come ad esempio il fatto che molti alunni, nonostante le raccomandazioni dei docenti, tralasciano una materia per molto tempo e si decidono a studiarla solo pochi giorni prima dell’interrogazione ricavando una preparazione raffazzonata e spesso confusionaria; ma rifiutando questo metodo, escludendo cioè la programmazione delle verifiche, le conseguenze sono ancora peggiori perché i ragazzi, se chiamati all’improvviso a sostenere una prova per la quale non si sono preparati, reagiscono adducendo scuse varie (spesso spalleggiati dai genitori) o addirittura restando assenti a scuola ogni volta che c’è il “rischio” (come dicono loro) di essere interrogati a sorpresa. Occorre perciò scegliere il male minore, che non è affatto, come sostengono alcuni colleghi, un regalo fatto agli studenti, ma un modo razionale per consentire loro di organizzarsi al meglio, in un periodo in cui chiunque si troverebbe in difficoltà; e chi di noi, come il sottoscritto, ha avuto figli in età scolare sa che il problema esiste veramente, specie ai Licei e in particolare nel triennio conclusivo del percorso scolastico. Va anche sottolineato, perché è la verità, che l’efficacia del lavoro del docente e quindi anche delle verifiche effettuate sugli studenti non deriva tanto dalla presenza o no della loro programmazione, quanto dallo spessore culturale con la quale vengono condotte. Per fare l’esempio personale, è vero che io consento agli alunni di decidere il giorno in cui saranno interrogati, ma è anche vero che in base a questo mi sento autorizzato a chiedere in maniera approfondita tutti gli argomenti senza alcun sussidio: per i classici in lingua originale (greco e latino), infatti, non consento agli studenti l’uso del libro di testo dove compaiono note e aiuti alla traduzione, ma li faccio leggere, tradurre e commentare da fotocopie portate da me in cui si trova soltanto il testo originale. Certo, ognuno ha il proprio metodo e tutti possono avere una loro validità; l’importante è che venga sempre salvata la serietà degli studi e delle verifiche, tenendo conto però che, come diceva Quintiliano, gli studenti non sono pozzi senza fondo ma sono paragonabili a bottiglie dalla pancia larga ma dal collo stretto, in cui i vari impegni scolastici vanno inseriti con moderazione, perché soltanto così si ottengono i migliori risultati.

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Importanti anniversari

Ricorrono quest’anno due importanti anniversari a cifra tonda: i 50 anni dal “mitico” ’68 ed i 40 anni dal sequestro ed assassinio dell’onorevole Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta. La televisione fa un gran parlare in questi giorni dei due eventi sopra citati, in particolare del secondo, per il quale sono previste apposite trasmissioni e persino una “fiction” su Moro visto soprattutto come docente, oltre che come uomo politico. Che eventi del genere, così importanti per la vita del nostro Paese, vengano ricordati è senz’altro giusto: e non solo perché restino nella memoria di chi c’era a quei tempi, come il sottoscritto, ma anche perché siano adeguatamente conosciuti da chi allora non c’era, quei giovani di oggi che molti accusano di essere qualunquisti e disinteressati alla storia ed alla cultura. In effetti c’è bisogno di una giusta informazione su quei tragici eventi, perché in un Paese civile la memoria storica non va mai trascurata, onde evitare che i ragazzi di oggi diventino tutti come quel tale che io sentii qualche anno fa (e giuro che il fatto è vero!) che, interrogato su chi mai fosse stato Aldo Moro, rispose che probabilmente si trattava di Lele Mora, quello che arruolava le aspiranti veline.
Che la tv si occupi di questi eventi è più che giusto, ripeto; ma lo dovrebbe fare in modo adeguato, cosa che non mi sembra stia facendo in questo momento: il sequestro ed il barbaro assassinio di Moro e della sua scorta viene presentato, almeno a quanto ho sentito finora, quasi come un normale fatto di cronaca, per quanto grave e singolare. Non si parla dell’inadeguata reazione dello Stato a quell’evento, né del fatto che i vigliacchi assassini delle Brigate Rosse, dopo pochi anni di carcere-villeggiatura, adesso siano liberi e si permettano persino di scrivere libri e partecipare a dibattiti televisivi. Per questo io, essendo stato testimone di quegli eventi e avendo respirato l’aria che allora si respirava, sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito.
Comincio anzitutto con il dire che il terrorismo rosso degli anni ’70, che provocò tante vittime innocenti, ha la sua prima radice nel movimento del ’68 e nelle farneticazioni dell’epoca, quando l’ondata di protesta contro “il sistema” favoleggiava di rivoluzioni proletarie e ne auspicava la realizzazione, benché gli studenti e gli intellettuali dell’epoca fossero in realtà lontanissimi dal vero proletariato, il quale li snobbava e li condannava alla stessa stregua di quelli dell’estrema destra. Il ’68 fu un movimento di figli di papà e di ideologi di professione che facevano dell’utopia il loro vangelo e della violenza il loro credo. Ovviamente non tutti i sessantottini esercitarono lo stesso tipo di violenza: molti si limitavano a lanciare bottiglie molotov contro la polizia alle manifestazioni (e Pasolini li condannava, pur essendo un intellettuale di sinistra), altri occupavano le facoltà universitarie impedendo il regolare svolgimento delle lezioni e calpestando così i diritti di chi voleva studiare, altri ancora si davano a pestaggi contro gli avversari politici, i famosi “fascisti” ch’essi vedevano dappertutto (bastava esprimere un’idea non perfettamente collimante con quella dei gruppi della sinistra extraparlamentare e si era definiti “fascisti”, anche se si era iscritti al PCI). Accadde però che dalle teorizzazioni della rivoluzione proletaria, della lotta di classe e di altre idiozie di questo genere qualcuno passò alla pratica, s’illuse cioè che la lotta armata fosse il metodo giusto per realizzare quelle idee e quelle teorie che venivano continuamente espresse ed esaltate sulla stampa e nelle aule universitarie. Nacque così il terrorismo, i terribili anni di piombo che insanguinarono il nostro Paese, e di ciò il ’68 ed i suoi teoreti sono i principali ed anzi unici responsabili. E’ chiaro infatti che se si continua per anni a teorizzare la violenza e l’eliminazione fisica dei “nemici”, poi c’è qualcuno che prende sul serio questi bei precetti e passa all’uso delle armi. Questa catastrofica conseguenza si aggiunge alle altre sciagure provocate dalla diffusione delle idee sessantottine, come la distruzione del principio dell’autorità, il “sei politico” nella scuola che ha fatto laureare tanti analfabeti, la perdita dei valori familiari e sociali che prima costituivano la base ideologica della vita sociale del Paese.
Tornando al rapimento ed all’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, confesso che all’epoca io rimasi sgomento, e l’evento smorzò per sempre la mia gioia per la laurea conseguita il giorno prima del fatto, cioè il 15 marzo del 1978. Sul momento la mia reazione fu di una tale rabbia e sdegno che ritenni necessaria una risposta dello Stato pari a quella dei brigatisti: se costoro avevano dichiarato guerra allo Stato e ne avevano ucciso uno dei principali rappresentanti, mi sembrava giusto che a ciò si rispondesse con la stessa moneta, facendo cioè giudicare i brigatisti da tribunali militari e applicando il codice di guerra, che prevedeva anche la pena di morte. Quella sarebbe stata l’unica risposta adeguata, non il buonismo che già cominciava a manifestarsi sotto il nome di un falso concetto di democrazia, o almeno così allora pensavo. Poi, con il tempo, i responsabili del delitto Moro caddero nelle mani della giustizia e furono processati, ma gli organismi statali si vantarono (e si vantano ancora adesso) di aver vinto con i propri meriti la lotta al terrorismo, mentre la realtà è ben diversa: il terrorismo politico in Italia, che ha avuto molte riprese negli anni successivi, si può dire che è finito perché è imploso da sé, perché i protagonisti di quegli anni di piombo si sono resi conto dell’assurdità della loro lotta e dell’impossibilità di condurla a termine, non certo per opera dello Stato, che ha fatto ben poco, non è stato capace neanche di infliggere una giusta pena a quegli assassini.
Oggi, a quarant’anni da quell’evento, anch’io ho parzialmente cambiato idea e non sostengo più la pena di morte per i brigatisti, che ne avrebbe fatto delle vittime e degli “eroi” che forse altri avrebbero cercato di imitare; ritengo però che chi ha commesso delitti così orrendi, ha ucciso barbaramente persone innocenti e ha tentato un’insurrezione armata contro lo Stato non avrebbe mai più dovuto recuperare la libertà. Quegli assassini sarebbero dovuti restare in carcere per tutta la vita, senza nessun conforto né alleviamento della pena, ridotti ad una condizione che avrebbe dovuto farli pentire non solo delle loro azioni, ma anche della loro sciagurata venuta al mondo. Trovo infatti intollerabile che chi si è macchiato di colpe come quelle dei brigatisti sia oggi libero, sia rientrato in società come se nulla fosse accaduto e si permetta persino di avere una vita sociale: una di costoro, Barbara Balzerani, ha un profilo facebook, tanti “amici” che la sostengono e la lodano per ciò che ha fatto, e talvolta se ne esce con battute come quella di qualche tempo fa, quando disse che oggi “va di moda fare le vittime”, riferendosi ai parenti degli agenti uccisi da lei e dai suoi compari. Queste persone, se tali si possono chiamare, avrebbero dovuto scomparire dalla vista degli altri e condannati ad una maledizione perpetua, ad essere esclusi dal mondo come lebbrosi. E quando finalmente la loro vita perversa fosse finita nel fondo di una cella, nessuno avrebbe dovuto saperlo e di loro non dovrebbe restare memoria alcuna.

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I guai della democrazia

Nell’Antichità classica illustri filosofi e scrittori (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone) discussero a lungo su quale a loro parere fosse la miglior forma di governo, analizzando quelle che conoscevano (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le eventuali loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, anarchia). Quello che può stupire il lettore moderno è che essi non davano alla democrazia, l’unica forma di governo che venga apprezzata oggi, alcun privilegio o vantaggio, ma la consideravano alla stregua delle altre, quando non addirittura peggiore. Anche in epoca moderna tuttavia, dopo che i princìpi fondanti della Rivoluzione francese si erano già affermati, ci fu chi dubitò dell’eccellenza del sistema democratico in quanto tale, e non esitò a indicarne i difetti: il filosofo e storico francese Alexis de Torqueville (1805-1859) ad esempio, che pure non era di principio avverso alla democrazia, affermò ch’essa altro non è se non la “dittatura della maggioranza”, non meno oppressiva per chi dissente di quanto non lo sia un dittatore per i suoi detrattori personali. Ancor più di recente Winston Churchill (1874-1965) ne dette un pessimo giudizio, aggiungendo però che gli altri sistemi politici sperimentati fino ad allora erano peggiori. Ma siamo veramente sicuri, vista la situazione politica dell’Italia di oggi, che la forma di governo democratica sia da preferire ad ogni altra e che non esistano alternative? Io so benissimo che non cambierà nulla da questo punto di vista, ma mi permetto ugualmente di esprimere la mia opinione e soprattutto le mie perplessità di fronte ad un sistema che non mi ha mai convinto e sul quale andrebbero fatte da chi di dovere opportune riflessioni. Indico qui di seguito alcuni punti che mi sembrano importanti per avviare un dibattito in proposito.
Punto 1. Il sistema democratico si fonda su un fattore puramente numerico, cioè quantitativo e non qualitativo, perché vince chi ha più voti, ossia la maggioranza. Ma la storia ci dimostra che non sempre le maggioranze hanno avuto ragione, anzi in alcuni casi è vero l’esatto contrario: Galileo Galilei, ad esempio, era l’unico a sostenere che la Terra girasse intorno al Sole e non il contrario, eppure aveva ragione; e se su questo punto si fosse continuato ad applicare il principio democratico della maggioranza, ancor oggi si crederebbe che la Terra stia al centro dell’Universo. Le decisioni prese a maggioranza non sempre sono state quelle giuste, ma spesso le più grandi ingiustizie e nefandezze sono state compiute proprio applicando questo criterio puramente quantitativo.
Punto 2. Il criterio della maggioranza potrebbe essere valido se tutti coloro che partecipano alla gestione della cosa pubblica (quindi tutti i cittadini che esercitano il diritto di voto) fossero persone intelligenti, colte e competenti. Ma purtroppo non è così: alle elezioni votano anche gli idioti, gli ignoranti e gli sprovveduti, ed il voto di un decerebrato mentale vale quanto quello di un premio Nobel. E’ evidente l’iniquità immane di questo principio: Socrate diceva che per fare un viaggio in nave non sceglierebbe il timoniere a caso, ma una persona che s’intenda del mestiere, e ciò vale tanto più per la politica, dove la competenza e la cultura sono ben più importanti della conduzione di un timone di una nave. Pertanto sarebbe indispensabile ammettere alle elezioni solo una parte dei cittadini, non tutti, perché chi non ha una coscienza politica ed una cultura sufficienti non può avere voce in capitolo nella gestione di uno Stato.
Punto 3. Già nell’antica Grecia il poeta Euripide, in una sua tragedia intitolata Le Supplici, aveva indicato con chiarezza un altro grave difetto della democrazia, il fatto cioè che le masse popolari non decidono in autonomia intellettuale le opinioni da esprimere, ma si lasciano facilmente influenzare dai demagoghi, persone cioè che, illudendo il popolo con promesse o false affermazioni, lo inducono a fare scelte sbagliate e a favorire la vittoria di chi meno lo meriterebbe. E’ quello che è successo alle ultime nostre elezioni del 4 marzo, quando la fatua retorica del Movimento Cinque Stelle, promettendo il Paese dei Balocchi con il tanto celebre quanto assurdo “reddito di cittadinanza”, ha ottenuto oltre 11 milioni di voti. Quella promessa è ingannevole perché non si troveranno mai i miliardi di euro necessari per realizzarla, e immorale perché darebbe soldi alle persone per non fare nulla; ma nonostante la mala fede e l’assoluta incompetenza di Di Maio e della sua banda di incapaci, molte persone ingenue e inadatte ad esprimere un voto libero e autonomo ci hanno creduto, e così si è realizzato quello che Euripide indicava con grande chiarezza: la democrazia si trasforma in demagogia, i ciarlatani e gli imbonitori sono quelli che attraggono di più le masse ignoranti.
Punto 4. Un altro rischio delle democrazie moderne, che non possono più essere dirette come quella dell’Atene del V° secolo a.C. ma sono soltanto rappresentative, è che esse si rivelino in realtà delle forme di partitocrazia, perché a decidere non sono più i cittadini ma i capi di partito che utilizzano a loro piacimento i voti ricevuti e non rendono più conto a chi li ha espressi. Da noi i parlamentari non hanno neanche il vincolo di mandato, il che significa che un deputato o un senatore può anche infischiarsene di chi l’ha messo in quella posizione e fare impunemente i propri comodi. A cosa servono dunque le elezioni? Dov’è e che valore ha la tanto celebrata “partecipazione” dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, quando i loro rappresentanti non rispondono più a chi li ha eletti ma solo ai capi del loro partito, quando addirittura non cambiano casacca?
Ovviamente queste mie considerazioni non hanno alcuna pretesa di incidere sull’opinione pubblica, sono solo l’esternazione dei dubbi che ho sempre avuto sul sistema democratico, che oggi pare l’unico possibile sulla terra e che si cerca persino di esportare a forza in quei paesi che non lo conoscono e non lo vogliono. Personalmente io vedrei possibili due soluzioni al problema, che nessuno però prenderà mai in considerazione. La prima, più radicale, sarebbe quella di abolire del tutto le elezioni, i partiti e tutto il sistema, istituire una scuola specifica per formare i politici e affidare a loro la gestione dello Stato, in base alle competenze di ciascuno. Sarebbe un “governo di tecnici” al di sopra e al di fuori dei partiti e delle ideologie. La seconda soluzione sarebbe quella di istituire un esame per tutti i cittadini, con il quale essi dovessero dimostrare di possedere una cultura e una coscienza politica sufficienti per esprimere un voto responsabile; e solo questi cittadini andrebbero ammessi alle urne elettorali, escludendo tutti coloro che, per superficialità e ignoranza, non sono all’altezza di adempiere a questo dovere civico. Ovviamente mi rendo conto che queste mie idee sono pure utopie e che non si realizzeranno mai; ma forse vale la pena di riflettere un attimo su questi problemi e chiederci se i sistemi democratici moderni siano veramente il meglio del meglio o se non realizzino piuttosto la “dittatura della maggioranza” intesa nel senso peggiore del termine, ossia come prevalenza delle masse incolte e pronte a lasciarsi influenzare da una propaganda perversa e ingannatrice.

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Violenza a scuola: ricerca delle responsabilità

I recenti fatti di cronaca, corredati da disgustosi filmati come quello che abbiamo visto riferito ad un istituto di Lucca, ci inducono ad una serie di osservazioni circa i ripetuti episodi di violenza accaduti nella scuola a danno di alcuni insegnanti, insultati e persino picchiati da alunni delinquenti e da genitori irresponsabili. La pletora delle discussioni in televisione e sui giornali non aiuta molto a comprendere le radici del problema, anche perché tra le opinioni espresse continuano ancor oggi ad essere prevalenti quelle dei buonisti nostrani – dai pedagogisti, razza maledetta, ai preti – che addossano a tutti la colpa di quanto accade tranne che a coloro che sono i veri colpevoli, cioè questi teppisti che purtroppo continuano ancora ad esser presenti in gran numero e ad inquinare la scuola e la società. Il libertarismo eccessivo ha prodotto questi risultati, unito alla quasi certezza di rimanere impuniti: se infatti il Consiglio di Istituto di quella scuola ha confermato la bocciatura di tre di quei delinquenti (il Consiglio di Classe ne aveva chieste cinque), sicuramente poi i genitori faranno ricorso al TAR e otterranno la revoca del provvedimento. Non sarebbe certo né la prima né l’ultima volta che questo succede, a causa dell’esagerato garantismo che esiste in Italia, dove non è più lecito prendere alcun provvedimento disciplinare contro chicchessia senza la minaccia del ricorso e del conseguente ribaltamento della situazione.
Una volta accertate le precise responsabilità di quanto avvenuto, la soluzione sarebbe estremamente semplice: bocciatura ed espulsione da tutte le scuole d’Italia per gli studenti, denuncia penale e condanna ad alcuni anni di reclusione (senza condizionale né sconti di pena) per i genitori, senza alcuna facoltà di presentare appello né ricorso. In questo modo gli episodi di violenza finirebbero subito e definitivamente, ma nessuno da noi si assumerebbe l’incarico di procedere in questo senso, perché il buonismo, il “benaltrismo”, il garantismo ormai imperano in ogni campo della vita sociale, ed anch’io in altri post ho avuto occasione di ricordarlo. E’ inutile che qui mi ripeta: in questo post, infatti, non mi ripropongo di individuare la responsabilità di quanto avviene, che appartiene esclusivamente a chi mette in atto simili comportamenti, ma di ricercare le cause per le quali siamo arrivati alla situazione attuale, quella cioè per la quale i docenti non hanno più non dico il riconoscimento della loro professionalità (quello è finito da tempo) ma neanche la certezza della propria incolumità fisica.
So di ripetermi per l’ennesima volta, ma io sono certo che la “prima radice” di quanto avviene oggi in certe scuole sia da ricercare nel ’68 e nella distruzione del principio di autorità e di disciplina che c’era prima di quel movimento e delle sue farneticazioni: fu allora che nacque l’eccessiva familiarità tra professori e alunni (io ebbi al liceo un docente di matematica che ci obbligava a dargli del tu!), idiozie come il “sei politico” e le promozioni di massa, perché allora si usava dire che bocciare era “fascista”. Anche se sono passati 50 anni, il seme della rovina fu gettato allora e la mala pianta è cresciuta a dismisura nel corso dei decenni successivi, coadiuvata da leggi irresponsabili e provvedimenti ministeriali tutti a vantaggio degli studenti e a danno dei docenti. Si parte con i decreti delegati del ’74 che fecero entrare i genitori nella gestione della scuola, per proseguire con le leggi del ’77 che cambiarono i programmi ed inserirono progetti e attività diversi dalla normale attività curriculare, per arrivare al famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Luigi Berlinguer (non a caso proveniente dalla parte politica che aveva fatto il ’68), con il quale la disciplina nella scuola veniva praticamente abolita, perché punire uno studente indisciplinato diventava di fatto complicato a causa di lacci e lacciuoli legali, oltre alla facoltà dei genitori di mettere bocca in tutte le decisioni prese a scuola e di poter fare ricorso contro ogni provvedimento. Neanche i governi di centro-destra hanno mai modificato alcunché, perché al buonismo sessantottino e delle teorie pedagogiche da esso derivato si unì la mentalità aziendalistica di chi non dava alcun rilievo alla disciplina e ragionava solo in base agli interessi di mercato, per cui quel che contava era soltanto l’immagine esterna di una scuola sul territorio e quel che di sconveniente vi accadeva doveva di fatto esser nascosto, proprio per evitare danni all’immagine stessa e subire magari un calo di iscrizioni: una scuola che boccia o che sanziona chi sbaglia non è appetibile, si sa, e si preferisce iscriversi altrove. Per questo motivo molti Dirigenti scolastici (non dico tutti, ovviamente) si sono subito adeguati a questo andazzo, e si sono preoccupati solo di curare l’immagine del proprio Istituto sul territorio, svalutando il lavoro didattico che non si vede all’esterno e dando invece impulso a progetti e attività visibili sul territorio. A questi dirigenti, ovviamente, conviene insabbiare tutto ciò che di sconveniente o di compromettente avviene nella loro scuola, ed evitare quindi di prendere provvedimenti sanzionatori contro chiunque, che con il buonismo attuale ovunque diffuso non gioverebbero certamente al loro buon nome.
In molti casi, in conseguenza di quanto detto, i docenti a scuola sono indifesi, perché c’è il rischio fondato che le loro note o richieste di provvedimenti verso gli studenti restino lettera morta e lascino ovunque il tempo che trovano. Eppure, nonostante ciò, io penso che una delle cause di quanto oggi avviene risalga anche ai docenti stessi, per due ragioni fondamentali. La prima è che siamo noi stessi, molto spesso, a colpevolizzarci quando accade qualcosa di spiacevole: ho sentito molti colleghi, in questi anni, dare la colpa a se stessi degli insuccessi formativi di alcuni loro allievi, senza pensare che il masochismo non ha mai portato nulla di buono a nessuno e di fatto, se lo studente non si impegna o non ha le capacità per seguire un certo corso di studi, non è abbassando la guardia o dando a se stessi la colpa che quello studente maturerà o avrà risultati migliori. La seconda ragione è che molti colleghi sono deboli caratterialmente e non riescono a farsi rispettare dagli alunni; ed in conseguenza di ciò, procedendo per gradi, si arriva da parte di certuni al dileggio ed alla mancanza di rispetto verso l’insegnante, che in certi casi può assumere anche dimensioni macroscopiche come ciò che è avvenuto a Lucca ed in altre località. L’autorevolezza (non l’autoritarismo) è un carattere essenziale che ogni docente dovrebbe possedere, e ciascuno di noi dovrebbe evitare di dare confidenza agli alunni, pretendere il rispetto dei ruoli e reagire con decisione ad ogni violazione del codice comportamentale. C’è chi riesce a farlo e chi no, come dimostra il fatto che gli stessi studenti, delle medesime classi, si comportano in maniera diversa a seconda del docente che hanno di fronte, ne rispettano alcuni e ne sbeffeggiano altri. Quindi sta anche a noi, soprattutto a noi, mettere le carte in tavola fin dal primo giorno di scuola e stabilire limite e compiti reciproci; altrimenti non possiamo lamentarci se nella massa viene fuori qualcuno che approfitta vigliaccamente della libertà concessagli per superare i limiti e scadere in comportamenti vergognosi. Se la legge non ci difende occorre che ci difendiamo da soli, finché è possibile, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, anche quelli coercitivi e “repressivi”, poco curando ciò che potrebbero dire studenti e genitori. Chi pecora si fa lupo la mangia, dice il proverbio: e finché ci saranno professori “pecore” ci saranno sempre anche studenti “lupi”, da tenere a bada anche col bastone, se necessario, prima che siano loro a darcelo in testa, e non solo metaforicamente.

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Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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La vita alla superficie

Nella società del nostro tempo, a quanto ci è dato constatare, si diffonde sempre più la superficialità, la tendenza cioè a vivere alla giornata e ad attribuire importanza ai vari aspetti della vita in modo contrario a quel che dovrebbe essere: ciò che dovrebbe contare veramente viene trascurato, mentre ciò che non dovrebbe avere nessun valore diventa un ideale e, in alcuni casi, un vero e proprio scopo di vita. Pensiamo alla moda, per esempio, o all’aspetto estetico delle persone (il cosiddetto “look”, per capirsi, visto che ormai ci esprimiamo più in inglese che in italiano): non c’è nulla di più insignificante per definire il valore e lo spessore umano di ciascuno di noi, ed invece oggi è diventata una questione di primaria importanza, anzi un’assoluta necessità. E se un tempo l’aspetto esteriore era una cura tipica del solo sesso femminile, oggi anche gli uomini lo considerano d’importanza vitale, tanto da curare il proprio aspetto non solo nel vestiario ma anche nel fisico stesso, e da sottoporsi persino ad operazioni chirurgiche per ottenere il look desiderato. I modelli che hanno fortuna in società, quelli da imitare, non sono più le persone di cultura o dotate di particolari meriti, ma attori, cantanti, soubrettes e personaggi televisivi in genere.
Gli esempi di superficialità nella società attuale sono talmente numerosi che sarebbe difficile individuarli tutti. Uno dei più evidenti, tuttavia, è ravvisabile nello stile di vita condotto dalla maggioranza delle persone, che sono soliti dividere il loro tempo in due soli momenti principali, il lavoro e lo svago, mentre pochissimo spazio è lasciato ad attività culturali o comunque umanamente più elevate, come ad esempio leggere un libro, visitare qualche museo o monumento che dir si voglia, assistere ad un concerto di musica classica o altro che sia. La grande maggioranza di coloro che hanno un lavoro o una professione, compresi tanti laureati, non si intendono né si interessano a nulla che sia al di fuori del loro stretto ambito di competenza: perciò persino professionisti come medici, avvocati, funzionari statali di alto livello e via dicendo sono di fatto – tranne ovviamente alcune lodevoli eccezioni – del tutto ignoranti di tutto ciò che riguarda la letteratura, l’arte, la musica e tutte le altre nobili attività umane. Alcuni di loro non leggono altro se non le pubblicazioni specifiche riguardanti il loro settore di appartenenza, mentre sono in difficoltà non appena si trovano di fronte a fenomeni culturali che forse un tempo conoscevano, quando andavano a scuola, ma che poi hanno totalmente dimenticato, né si curano di richiamare alla memoria quanto hanno perduto, certamente perché non ne vedono la necessità, e conducono una vita suddivisa tra il lavoro e il divertimento, senza altri interessi, in maniera del tutto superficiale. E anche quando, forse per darsi un certo contegno, vanno a visitare qualche mostra o museo, oppure ad assistere ad un concerto, ne escono uguali a come ne sono entrati, magari ostentando un’ammirazione che è solo di facciata, perché non hanno più gli strumenti culturali per comprendere in profondo ciò che hanno visto o sentito.
La grande superficialità dei nostri tempi si è mostrata nel suo volto più sconcertante e terribile in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, dove milioni di persone hanno votato senza cognizione di causa, lasciandosi abbindolare da promesse tanto mirabolanti quanto assurde e irrealizzabili come il famoso “reddito di cittadinanza” propugnato da quell’accolita di imbonitori buffoneschi che è il “Movimento Cinque Stelle”. Questo partito, perché tale è anche se si professa antitetico ai partiti tradizionali, ha finora dato prova di totale incapacità e incompetenza politica, una caratteristica evidente che avrebbe dovuto indurre tutti coloro che erano dotati di raziocinio a negare loro la fiducia; per governare uno Stato, infatti, non è sufficiente essere persone oneste (se pur lo sono!), ma occorre una cultura specifica che non si può improvvisare. Per questo è del tutto assurdo pensare che cittadini comuni, sbattuti in Parlamento o al Governo senza la necessaria preparazione, possano guidare uno Stato: come diceva Socrate, che di queste cose se ne intendeva, non ci si affiderebbe mai, per un viaggio in mare, a un timoniere inesperto che non sa guidare la nave; tanto meno, quindi, ci si può fidare di persone incompetenti per condurre il Governo di una nazione, per il quale occorre molta più competenza di quanta ne occorra per guidare una nave. Eppure tanti cittadini italiani, attratti dal miraggio di poter avere uno stipendio senza fare nulla, hanno votato questi ciarlatani facendoli diventare il primo partito, che oltretutto adesso pretende di dettare legge e di avere addirittura la poltrona di primo ministro per il loro capo politico, Luigi Di Maio, un ragazzino di poco più di trent’anni che non ha mai fatto nulla in vita sua, non ha alcuna competenza e non è neanche riuscito a laurearsi. La vittoria elettorale di questa armata Brancaleone è il peggior disastro che potesse capitare al nostro Paese, ridotto ad un aereo senza pilota che ben presto andrà a sbattere in qualche montagna, di quelle che gli speculatori finanziari e i banchieri di Bruxelles porranno di fronte a un paese ormai allo sbando, che oltretutto non possiede neppure una moneta propria ed è costretto di nuovo, dopo le tante guerre di indipendenza, a soggiacere ai potentati stranieri. Per uscire da questa situazione ci sarebbe voluto un governo forte e deciso, formato da persone capaci e competenti, non da ragazzini che fino ad ieri non sapevano neppure cosa fosse la politica e che dove hanno governato (vedi Roma) non sono stati capaci d’altro che di combinare disastri. In questa contingenza io faccio due osservazioni: la prima è che personalmente preferisco i corrotti agli incapaci, perché chi fa l’interesse proprio (che non dovrebbe fare) può saper fare anche quello degli altri, mentre l’incapace non riesce a fare né il suo né quello altrui. La seconda mia considerazione è che comincio a dubitare della validità stessa della democrazia, perché questo sistema politico si basa su un mero calcolo numerico, quello della maggioranza che vince sulla minoranza, senza tener conto che nella storia molto spesso hanno avuto ragione le minoranze, e che le maggioranze possono essere formate anche da caproni ignoranti che non votano secondo giustizia e ragione, ma lasciandosi trascinare da promesse assurde e dallo spirito devastatore di coloro che vedono il male dappertutto e contestano tutto e tutti in nome di falsi valori che non riusciranno mai a realizzare, perché a insultare gli avversari e svalutare ciò che hanno fatto sono tutti capaci, ma poi, quando si tratta di costruire e di prendere decisioni, allora i nodi vengono al pettine. Questo è ciò che succederà nell’Italia dei Cinque Stelle, un paese ostaggio di una banda di incompetenti. Il risultato delle ultime elezioni, pertanto, mi conferma nella mia convinzione secondo cui la superficialità, l’ignoranza, l’approssimazione sono i caratteri costitutivi del nuovo Medioevo e della nuova barbarie dei nostri tempi, molto peggiore di quella di Attila o di Teodorico.

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Il “burnout”, o depressione dell’insegnante

Ancor prima che il fenomeno di cui mi occupo oggi fosse definito con questa orribile parola inglese si sapeva che la categoria di lavoratori che, nel nostro Paese, ricorre di più alle cure degli psichiatri, è quella degli insegnanti. E’ un dato di fatto, non un’ipotesi, e dovrebbe essere sufficiente a controbilanciare l’idea, così pesantemente diffusa nell’immaginario popolare, secondo cui la nostra categoria lavorerebbe solo 18 ore a settimana, avrebbe quattro mesi di ferie, ruberebbe lo stipendio e così via. La realtà è tutto l’opposto: se c’è una professione logorante sul piano psicologico, che comporta però anche conseguenze fisiologiche e somatiche, è proprio quella di noi docenti. Sembra che finalmente il fenomeno sia stato riconosciuto, almeno in ambito medico e sociologico; non lo è invece ancora dal punto di vista politico-sociale, visto che anche gli insegnanti, come molte altre categorie, sono costretti dalla legge Fornero a rimanere in servizio fino a 66-67 anni di età, con la conseguenza che in Italia abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. Questo scarto demografico con gli alunni, che in molti casi potrebbero essere non i nostri figli ma i nostri nipoti, aumenta il disagio della categoria e la depressione che ne deriva, in quanto ci sentiamo talmente lontani, anagraficamente, dai nostri studenti che per molti di noi risulta difficile entrare in sintonia con loro e con i loro problemi adolescenziali.
Etimologicamente la parola “burnout” significa “bruciato, fuso”, e debbo dire che non è usata fuori luogo, perché in effetti questa forma di depressione si presenta in forma di un esaurimento delle energie psichiche con cui ogni giorno dobbiamo affrontare il nostro lavoro. Le cause del fenomeno sono molteplici e diverse per ciascuno di noi; per quanto mi riguarda, pertanto, esporrò quelle che mi sembrano più appropriate al mio caso, dato che anch’io mi sento affetto da questa sindrome, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui quest’anno ho fatto domanda di pensione, pur potendo restare in servizio un altro anno ancora. La differenza di età con gli alunni, già ricordata, ha senz’altro inciso, ma non più di tanto, poiché i miei motivi di insoddisfazione e di recriminazione nei confronti dell’ambiente lavorativo derivano solo in minima parte dai miei studenti, con i quali continuo a star bene anche se per età potrei essere il loro nonno; debbo dire anzi che quando sono in classe a far lezione, quando la porta è chiusa e nessuno mi disturba, quando mi è consentito di fare il mio lavoro come credo che debba essere fatto, mi sento come al momento in cui ho cominciato a insegnare, quasi quarant’anni fa, e mi sento ancora pervaso da quell’entusiasmo e quella passione per la mia professione che avevo allora. Del resto, cosa c’è di più nobile del trasmettere la cultura? Come diceva Cicerone, la cultura è bella e utile solo quando non resta chiusa in chi la possiede, ma viene messa al servizio degli altri. Questa, appunto, è la missione del docente.
In verità i motivi della delusione, della depressione da insegnamento (non voglio più usare la parola inglese, parliamo la nostra lingua!), nel mio caso sono altri e non dipendono dagli studenti, i quali comprendono subito chi hanno davanti e sono disposti anche a lavorare seriamente se il docente dimostra per primo di avere amore per le sue discipline. I problemi sono altri, e dipendono dalla burocrazia, dalla cattiva gestione della scuola da parte della politica, dalle frustrazioni quotidiane che derivano dal dover accettare una realtà profondamente diversa da quella in cui da sempre si è creduto. Tanto per cominciare, noi docenti da anni veniamo sottoposti ad una serie sempre crescente di impegni e attività alle quali non corrisponde alcun miglioramento economico, perché i nostri stipendi sono sempre rimasti inadeguati rispetto a quanto avviene in altri paesi d’Europa, dove i colleghi non lavorano certo più e meglio di noi; a ciò si aggiunge una pessima considerazione sociale, perché il nostro ruolo e l’importanza della nostra professione non sono riconosciuti dall’opinione pubblica, la quale continua a pensare che lo stipendio che ci viene dato sia anche troppo alto rispetto al lavoro che svolgiamo. Già questo mancato riconoscimento della nostra professionalità è deprimente, ma a ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità di avere qualunque progresso di carriera nel corso della vita lavorativa, tranne quello legata all’anzianità. A questo proposito debbo riconoscere che mi ero illuso nel 2015, quando il governo Renzi promulgò la legge 107 detta della “Buona Scuola”, perché in quella legge si parlava di un “bonus” premiale per gli insegnanti migliori e ciò sembrava in effetti un riconoscimento dell’impegno e della validità didattica e culturale dei docenti. Lo giudicai un provvedimento giusto e sacrosanto, non tanto dal punto di vista economico perché si sapeva che il beneficio sarebbe stato esiguo, quanto da quello morale e professionale, in quanto l’essere compreso in quel novero significava vedere riconosciuta ufficialmente la propria professionalità, il che per me vale più di qualunque cifra. La realtà dei fatti ha però smorzato il mio entusiasmo e ne ha fatto emergere tutta l’infondatezza, perché questo “beneficio” (chiamiamolo così) non è andato ai docenti migliori sul piano culturale e didattico, cioè a coloro che sanno insegnare meglio e conoscono meglio le proprie discipline, ma a chi collabora con la scuola organizzando conferenze, attività varie costruite appositamente per pubblicizzare l’istituto nel territorio di appartenenza, manifestazioni varie che possono anche avere una loro utilità di facciata ma che ben poco c’entrano con il valore professionale del docente. Oltretutto la maggior parte dei dirigenti scolastici non ha neanche pubblicato l’elenco dei beneficiari del “bonus” del proprio Istituto, vanificando così del tutto il riconoscimento stesso e rendendolo di fatto una misera mancia pecuniaria senza alcun altro valore e significato.
Molti altri fattori depressivi ci sono nella scuola attuale per chi, come il sottoscritto, ha una concezione dell’insegnamento ormai evidentemente superata, un residuato archeologico da dimenticare al più presto. Oggi, per effetto delle leggi distruttive che si sono succedute negli ultimi decenni e di cui la 107 è solo la ciliegina sulla torta, la scuola è completamente diversa da come io l’ho vissuta e concepita fin dal momento in cui decisi di dedicarmi a questa professione. Adesso la lezione del docente agli alunni, la trasmissione della cultura, la formazione umana e culturale dei giovani sono diventate il fanalino di coda: quello che conta è invece l’immagine esterna, le varie attività che servono ad attrarre gli studenti e aumentare le iscrizioni, quasi che il valore di una scuola si misurasse sul numero di coloro che la frequentano e non sulla qualità del lavoro che vi viene svolto. E’ questo l’effetto del concetto di scuola-azienda che purtroppo da molti anni ci grava addosso come un macigno e ci costringe a privilegiare l’apparenza rispetto alla realtà, l’immagine esterna rispetto alla sostanza, la quantità rispetto alla qualità. Non possiamo più fare la giusta selezione che ogni scuola seria dovrebbe fare, perché le leggi ci costringono a promuovere praticamente tutti, altrimenti gli alunni non si iscrivono più e quindi l’istituto ne perde di immagine e anche di finanziamenti ministeriali; siamo stati costretti, sempre in base all’idea della scuola-azienda, ad accettare quell’autentica buffonata che è l’alternanza scuola-lavoro, un’iniziativa forse utile per gli istituti tecnici e professionali ma del tutto oziosa per i licei, che vedono i loro studenti perdere tempo scuola prezioso per andare a fare i camerieri, o qualcos’altro di simile; siamo oberati da una serie di attività parascolastiche ed extrascolastiche che potranno anche avere una loro ragion d’essere, ma tolgono spazio e tempo all’insegnamento curriculare e limitano il regolare svolgimento dei programmi, oltretutto sempre più corposi ed impegnativi. I nostri politici pretendono dalla scuola che faccia sempre di più offrendo sempre di meno e mortificando di continuo la professionalità dei docenti. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana, e tutto ciò a danno nostro.
Queste, ed altre ancora che non dico per non allungare troppo questo post, sono le ragioni del mio disagio, quello che viene chiamato appunto “depressione da insegnamento”, sempre per non usare la parola inglese. Io mi sento un vinto, uno sconfitto, costretto a vivere in un mondo che non è più il mio, e non certo per colpa degli studenti, che sono invece per me l’unico motivo di consolazione. E così, come tutti i vinti, cedo il campo e mi ritiro, prima che da questo disagio scaturiscano conseguenze peggiori. In un articolo sull’argomento, tempo fa, lessi che lo stato depressivo in cui lavorano i docenti può provocare un malfunzionamento dell’apparato immunitario, con la conseguente maggiore esposizione ad alcune patologie comprese quelle oncologiche. Una ragione in più per uscire il prima possibile da questo sistema logorante e devastante anche per la salute fisica, oltre che per quella psicologica. Poi continuerò a seguire le vicende della scuola, perché è la mia vita e sempre lo sarà; ma si tratterà di uno sguardo dall’esterno, simile a quello di chi sta sulla riva e osserva la tempesta, sereno non perché si compiaccia del male altrui ma perché questa lotta immane non lo tocca più. Concludo con questa immagine non mia, ma di un poeta latino molto importante che senz’altro i miei lettori più avveduti sapranno riconoscere.

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Terenzio ed il suo modello di educazione

A me non piace molto l’abitudine, diffusa soprattutto nei decenni addietro, di attualizzare a tutti i costi i classici latini e greci, quasi trasformandoli in voci del nostro tempo. Ogni fenomeno culturale va collocato nel tempo in cui fu prodotto e sulla base del pubblico cui allora era destinato; perciò mi facevano sorridere e talvolta anche indignare certe rappresentazioni delle tragedie greche, tanto per fare un solo esempio, interpretate facendo riferimento a eventi e fenomeni moderni. Così il tiranno dell’Antigone di Sofocle, Creonte, diventava il presidente degli Stati Uniti; la guerra di Troia diventava la guerra del Vietnam; il Prometeo di Eschilo diventava il simbolo di quei popoli, come quello cileno, che la dittatura militare aveva privato della libertà ecc. Simili forzature, perché di questo si tratta, venivano allestite quasi sempre da autori o registi di fede marxista, i quali ricercavano nell’antichità classica, in modo tanto insistente quanto sciocco, fantomatiche radici della loro ideologia. Io credo che ogni fenomeno culturale, di qualsiasi genere, vada collocato nel contesto in cui vide la luce, e che le attualizzazioni pure e semplici siano assurde e inefficaci, perché creano prodotti ibridi che perdono in tal modo tutto il loro fascino. Lo stesso può dirsi, a mio parere, anche per l’opera lirica, che certi registi moderni attualizzano a sproposito: qualche anno fa, per citare un caso personale, assistetti ad un allestimento del Rigoletto di Verdi in cui il Duca di Mantova veniva fatto arrivare in scena a bordo di uno scooter (una Vespa 50). Ne rimasi inorridito.
Ferma restando la collocazione di ogni autore e di ogni opera nel tempo in cui fu prodotta, è lecito però a mio parere parlare di continuità culturale, nel senso che un medesimo argomento o contenuto ideale può trovare applicazione in senso diacronico in contesti distanti anche secoli ma uniti da un’affinità di pensiero. Esistono sentimenti, sensazioni e problemi individuali e sociali che, pur nel profondo cambiamento dei contesti storici, rimangono però inalterati nella loro essenza perché riguardano l’uomo e la sua esistenza quotidiana. Uno di questi è senz’altro il problema del rapporto generazionale e dell’educazione dei figli da parte dei genitori, un aspetto della vita umana che interessa le coscienze di oggi come quelle di duemila anni fa, benché ovviamente sia molto cambiata la cornice sociale in cui tale fenomeno viene a collocarsi. Tutte le generazioni, adesso come allora, hanno contestato i loro genitori e sono state poi a loro volta contestate dai loro figli, e sempre si è posto il quesito di come comportarsi nel rapporto educativo. E’ preferibile il metodo fondato sulla severità o quello fondato sull’indulgenza? Oggi prevale il secondo, ed è diventato sempre più difficile per un genitore dire di no al figlio; ma siamo sicuri che questa sia la via migliore?
Per rispondere a questa domanda faccio appello ad un autore che da sempre mi ha affascinato, il commediografo latino Publio Terenzio Afro, oppure, più semplicemente, Terenzio. La sua commedia più significativa per l’argomento che ci interessa è quella che fece rappresentare per ultima nel 160 a.C., gli Adelphoe, cioè “I due fratelli”, sulla quale io scrissi tempo fa un libro destinato alla scuola dal titolo Un modello di educazione, pubblicato nel 2003 dall’editore D’Anna di Firenze. La trama della commedia è un po’ complicata, ma si può riassumere in questi termini. Ci sono due fratelli chiamati Demea e Micione, il primo dei quali ha avuto due figli e ne ha tenuto uno con sé mentre ha affidato il primogenito, Eschino, al fratello, il quale lo tratta come figlio suo. I due ragazzi vengono educati in modo del tutto opposto: Ctesifone, quello rimasto con il padre Demea, viene abituato al lavoro, al senso del dovere, al rispetto assoluto del padre con la massima severità; Eschino invece, che vive con lo zio Micione, conduce una vita del tutto libera e gaudente, organizza banchetti, frequenta donne in quantità, spende e spande tutto ciò che vuole e non ha praticamente alcun dovere. Micione spiega nelle prime scene il motivo di questa sua totale liberalità: egli è convinto che sia meglio tenere a freno i figli contando sul loro senso della dignità e con l’indulgenza anziché con la forza e con le punizioni. “Chi compie il proprio dovere sotto la minaccia di un castigo – egli afferma con sicurezza – sta in guardia fintanto che ritiene che ciò che fa si possa risapere; ma se ha la speranza di restare impunito, torna a fare il proprio comodo.” Se dovessimo giudicare l’operato dei due padri secondo le categorie dell’educazione moderna saremmo propensi senz’altro a dar ragione a Micione; ma lo sviluppo della commedia mostra che non è affatto così, perché nessuno dei due metodi educativi ha funzionato. Fallisce e viene anche derisa l’eccessiva severità di Demea, che crede ingenuamente di aver educato perfettamente il figlio Ctesifone, il quale invece s’invaghisce di una prostituta detenuta in casa di un mercante di schiave e la fa rapire dal fratello per non avere il coraggio di agire personalmente. Allo stesso modo fallisce anche il metodo liberale di Micione, perché Eschino mostra di non avere alcun senso della misura né alcun senso del dovere civico nel momento in cui entra in casa del mercante di schiave (che nella commedia si chiama lenone), picchia il proprietario con i servi e rapisce la ragazza del fratello senza rendersi minimamente conto di aver compiuto un vero e proprio reato. Al termine della commedia, di fronte a questo doppio fallimento, Demea decide improvvisamente di cambiare stile di vita e di assumere la generosità e l’affabilità del fratello, facendo regali a destra e a manca a spese di quest’ultimo, liberando schiavi e costringendo persino Micione, che per tutta la vita si era mantenuto ostinatamente scapolo, a sposare un’anziana signora che altri non è che la madre di una brava ragazza di famiglia di cui è innamorato Eschino. A conti fatti, quindi, emerge che la grande liberalità di Micione altro non era che debolezza: egli, come tanti genitori di oggi, diceva sempre di sì al figlio perché non aveva la forza di imporsi e di dire di no, era un debole che faceva passare per liberalità la sua irresolutezza. Colui che si rivela un vero padre, negli ultimi versi della commedia, è invece proprio Demea, il quale dice al figlio Eschino che è disposto a lasciare a lui ed al fratello tutta la libertà di cui i giovani hanno bisogno; se però essi, per la loro inesperienza, avranno necessità di un consiglio, di un indicazione che serva loro a trovare la giusta strada della vita, ecco che il loro padre sarà sempre lì, pronto a consigliarli e ad assisterli con la sua esperienza e soprattutto con il suo amore.
Tenendo ben presenti le differenze tra la società romana del II° secolo avanti Cristo, quando visse Terenzio, e quella di oggi, credo però che il problema da lui affrontato sia quanto mai attuale, e forse la sua lezione meriterebbe di essere seguita da certi genitori, oltre che conosciuta un po’ meglio di quanto non sia. L’eccessiva severità non porta a nulla se non all’odio, ed è ancor oggi vero quello che dice Micione, cioè che occorre insegnare ai figli i buoni principi di vita con le buone maniere e non con la forza, perché chi è oppresso da divieti e punizioni, una volta che sarà libero farà cose peggiori di chi libero è sempre stato. D’altra parte però è anche vero che i figli non vanno lasciati a se stessi senza la guida morale dei genitori, perché questo li conduce facilmente a frequentare cattive compagnie e ad assumere cattive abitudini, oltre ad una sorta di anarchia mentale che non consente loro di individuare un progetto o uno scopo ben preciso da perseguire. Ancora oggi i giovani, a mio giudizio, hanno bisogno di trovare negli adulti (anche nei professori a scuola, ma prima di tutto nei genitori) dei modelli di riferimento, degli esempi di vita da seguire, senza però che questi esempi vengano imposti con la coercizione, perché il più grave errore che possa fare un genitore è quello di pretendere che i suoi figli facciano nella vita quello che ha fatto lui o che diventino caratterialmente uguali a lui. Il metodo migliore è una via di mezzo tra la severità e l’indulgenza eccessive, molto vicino a quello che Demea illustra alla fine della commedia terenziana. La funzione del genitore, in altre parole, è quella di costituire una guida morale per il figlio o la figlia, che vanno seguiti e indirizzati verso il bene ma non forzati a fare o a pensare alcunché. Forse, se siamo fortunati, potremo vantarci un giorno di non aver fallito del tutto in questo che è il mestiere più difficile che ci sia.

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La scuola e il disagio giovanile

Da parte delle persone di una certa età, com’è appunto il sottoscritto, può sembrare strano parlare di disagio giovanile, che pure è una realtà che constatiamo tutti i giorni. Noi, che siamo stati giovani vari decenni fa, facciamo fatica a comprendere come i ragazzi di oggi, che hanno tutto nella vita, che hanno i genitori che li seguono passo passo dalla culla all’Università, che non vengono mai abituati a prendersi delle responsabilità, possano trovarsi a disagio; ci verrebbe piuttosto da pensare che le difficoltà avremmo dovuto averle noi, che venivamo lasciati a noi stessi dai genitori, che dovevamo affrontare da soli i problemi scolastici e non solo, che non avevamo né internet né cellulari né tablet ecc. E invece quello che si verifica è l’esatto contrario: proprio perché i giovani di oggi hanno tutto senza faticare e non sono caricati di nessun problema da affrontare autonomamente, cadono nello sconforto e nella depressione non appena qualcosa va loro storto rispetto a quanto si attendevano.
Io che lavoro nella scuola e insegno materie come il latino ed il greco, che provocano inevitabilmente difficoltà a tutti o quasi (specie nel lavoro di interpretazione dei testi), mi rendo ben conto di quanto le cose siano mutate. Ai nostri tempi, se qualcuno di noi prendeva un brutto voto o una nota sul registro, doveva fronteggiare la riprovazione degli insegnanti ed in aggiunta quella dei genitori, che spesso, come si suol dire “ci davano il resto”. Nessuno però si abbatteva o cadeva in depressione, ma si dava da fare per rimediare all’insuccesso, talvolta riuscendoci e talaltra no, ma sempre contando sulle proprie uniche forze. Oggi i ragazzi, abituati ad una vita comoda e senza mai difficoltà di alcun genere, quando cominciano (generalmente alle superiori) ad incassare qualche insuccesso, subito si lasciano andare all’abbattimento e allo sconforto, prendendo talora affrettatamente la decisione di cambiare scuola, anche quando l’insuccesso è stato momentaneo e sarebbe facilmente rimediabile. Basta un voto basso, un’osservazione del docente che spesso non è neanche un rimprovero ma solo un invito a stare più attenti e ad impegnarsi di più, ed ecco che l’alunno si abbatte al punto di gettare subito la spugna ancor prima di aver provato a risollevare la situazione. Ed a questo fenomeno si accompagna l’altro, altrettanto assurdo, dell’intervento dei genitori volto a proteggere il figlio e a portare avanti una serie di giustificazioni e di pseudo-motivazioni atte ad assolvere il ragazzo e a gettare la colpa sui professori. E’ ben difficile che un genitore riconosca le scarse attitudini o lo scarso impegno del figlio o della figlia: è il docente che pretende troppo, che assegna compiti “difficili”, che non ha un rapporto abbastanza aperto con gli studenti e li terrorizza persino. Da quando poi esiste la normativa sui BES e i DSA la situazione, da questo punto di vista, è ulteriormente peggiorata: i ragazzi non vengono responsabilizzati né esortati a sforzarsi per ovviare alle loro mancanze, ma è la scuola che deve rendere tutto più facile, abbassare il livello dell’apprendimento, scendere più in basso possibile.
Per questi e per altri motivi il mestiere dell’insegnante diventa ogni giorno più difficile: mentre con noi, quando eravamo ragazzi, i nostri professori non si facevano scrupoli e ci davano anche dei cretini, oggi bisogna assolutamente stare attenti a quel che diciamo e a come lo diciamo, perché gli alunni possono perdere l’autostima e risentirsi anche per una semplice osservazione. Qualche anno fa mi successe che, per aver detto ad una ragazza che avrebbe dovuto stare più attenta alla precisione sintattica dei suoi elaborati scritti, mi vidi arrivare dopo pochi minuti i genitori agguerriti ad accusarmi di averla offesa, quando io intendevo invece aiutarla e metterla in guardia da una sua mancanza che avrebbe potuto danneggiarla nella valutazione del tema d’esame. E’ incredibile come questi genitori seguano passo passo i figli fino alla maggiore età e anche molto dopo, senza mai responsabilizzarli, senza mai lasciare che affrontino e risolvano da soli i loro problemi scolastici, che comunque sono sempre molto minori di quelli che porrà loro la vita reale dopo la fine degli studi e al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è un grave errore, perché chi non cammina mai con le proprie gambe rimarrà sempre zoppo, non potrà mai affrontare la vita quando papà e mamma non ci saranno più a risolvergli tutti i problemi. Ecco quindi da cosa dipende quel disagio che notiamo nei nostri ragazzi a scuola: è una fragilità psichica estrema che si manifesta non appena essi sono costretti a mettersi in gioco personalmente, davanti agli insegnanti ed ai compagni e senza i genitori che fanno i compiti al posto loro. Ciò spiega anche il terrore folle che prende molti studenti quando debbono svolgere i compiti in classe o le interrogazioni, durante le quali reagiscono mostrando grande emotività, alcuni perdendosi totalmente e persino balbettando.
Questo eccessivo e morboso protezionismo delle famiglie è il vero ostacolo alla crescita intellettiva e personale dei nostri ragazzi, il cui disagio nel rapporto con la scuola cresce ogni anno di più: se infatti metto a confronto le reazioni e gli stati d’animo dei miei alunni di adesso con quelli di trent’anni fa noto divergenze macroscopiche, in parte derivanti dal diverso stile di vita e dalla presenza di una realtà virtuale che prima non esisteva e che purtroppo condiziona molto la vita dei giovani di oggi, ma in parte dovute anche ad un rapporto generazionale che è molto diverso da quello diffuso ai tempi della mia giovinezza. Oggi la famiglia non è più quella di prima: molti ragazzi hanno i genitori separati o vivono in famiglie “allargate” dove i rapporti sono giocoforza cambiati, e non certo in meglio. Spesso, proprio per compensare i figli di una mancanza affettiva che la struttura sociale attuale comporta, i genitori li coccolano e li gratificano, anche materialmente, in modo troppo accentuato. Aumentano così sempre più i ragazzi “viziati” che hanno tutto e non apprezzano nulla, ma al tempo stesso aumenta in loro anche un senso di profonda insicurezza e di scarsa autostima, che fa sì che non siano in grado di mettersi in gioco, né a scuola né altrove. Se i sociologi, i pedagogisti, gli psicologi cominciassero a comprendere questa realtà e a rendersi conto che il protezionismo eccessivo fa del male e non del bene, forse cambierebbero i loro dogmi e caldeggerebbero un ritorno ad una scuola seria e selettiva e ad un diverso rapporto tra genitori e figli, che faccia crescere questi ultimi e li ponga in grado di affrontare responsabilmente la vita senza restare eternamente bambini come purtroppo avviene adesso.

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Aristofane e i 5 stelle

Quello che temevo si è puntualmente verificato: l’Italia degli ignoranti, dei qualunquisti e dei piagnoni ha votato in massa per il Movimento Cinque Stelle, che è adesso il primo partito nazionale largamente maggioritario, che ha ottenuto un successo strabiliante soprattutto nel Meridione, dove in alcuni luoghi supera il 50% dei voti validi. Le ragioni di questo successo le ho già dette nei precedenti post, dove avevo amaramente previsto ciò che sarebbe successo, cioè la vittoria di un soggetto politico privo di qualunque base ideologica e culturale, fondato da un comico buffonesco e da un faccendiere, un partito che ha saputo solo distruggere per cinque anni ciò che altri tentavano di fare, insultando gli avversari, dicendo sempre di no pregiudizialmente a tutto e tutti e non facendo mai proposte concrete. La loro millantata onestà è stata smentita dalle firme false che hanno fatto in Sicilia e dai falsi rimborsi di parte dello stipendio; la loro incompetenza è emersa nelle amministrazioni delle città da loro governate; i loro capi non hanno mai fatto nulla in vita loro, eppure nonostante ciò sono stati votati da milioni di persone. Cosa ha spinto queste persone a votarli nonostante tutto ciò che di negativo emergeva nei loro confronti? L’ingenuità di tanti italiani, convinti che il nuovo sia sempre per definizione migliore del vecchio, senza pensare che si può anche cadere dalla padella nella brace. A ciò si aggiunge un’innata avversione degli italiani per chiunque governi, che viene sempre bistrattato e insultato, qualunque cosa faccia. In proposito mi chiedo, riprendendo un commento di un lettore di Facebook, che cosa abbia mai fatto Renzi di tanto terribile da essere odiato fino a questo punto, tanto cioè che gran parte del suo elettorato lo ha abbandonato per riversarsi sui 5 stelle. Ma il successo di questi ultimi si spiega anche con l’ingenuità e l’illusoria speranza di coloro che credono alla favola del reddito di cittadinanza, cioè che sia possibile, in un paese come il nostro privo di materie prime e con un debito pubblico gigantesco, avere uno stipendio senza far nulla. Nel Meridione questa mirabolante e buffonesca promessa, per la quale Di Maio e compagnia non troveranno mai i fondi necessari, ha fatto gola, perché in quelle regioni si è più inclini a farsi assistere dallo Stato (si veda anche il gran numero di false pensioni di invalidità) piuttosto che a prendere iniziative imprenditoriali. Al Governo si deve chiedere di creare posti di lavoro, non di dare soldi per starsene in casa sul divano a guardare la tv. Non voglio essere offensivo né generalizzare, ma è ben noto che nelle regioni meridionali questa mentalità è abbastanza diffusa, altrimenti non si spiegherebbe, da parte de 5 stelle, un successo di queste proporzioni.
Osservando la triste realtà creatasi in Italia dopo le elezioni, mi è venuto da pensare – da docente di lingue e letterature classiche – che il grande poeta comico Aristofane, vissuto tra il V° ed il IV° secolo avanti Cristo, avesse già previsto una situazione politica simile a quella odierna. In una delle sue prime commedie intitolata I Cavalieri due servi, dietro i quali si celano probabilmente due strateghi ateniesi, sono disperati per il cattivo governo della loro città, che si lascia guidare da un demagogo chiamato Paflagone, il cui nome deriva da un torrente impetuoso ed allude alla torrenziale eloquenza di Cleone, il successore di Pericle da poco defunto. Il popolo, condizionato dalla demagogia del Paflagone, è raffigurato come un vecchio rimbambito, incapace ormai di decidere alcunché; per questo i due servi decidono di tentare un cambiamento di governo a nome della classe dei cavalieri, da sempre ostili al regime democratico, sostituendo il Paflagone con un altro demagogo che sarà in realtà un fantoccio nelle mani dei cavalieri stessi. Poiché tuttavia lo Stato ateniese sta andando alla deriva e più i politici sono disonesti e incapaci tanto più piacciono al popolo, sarà necessario trovare un leader che non sia migliore del Paflagone ma peggiore, cioè ancor più incompetente e disonesto, in modo che il popolo lo accetti e i burattinai possano controllare meglio il loro burattino. Viene così scelto un macellaio, che si chiama Agoracrito ma che nel testo viene chiamato genericamente “il Salsicciaio”. Costui, con discorsi di assurda demagogia e di grande meschinità morale, batterà l’avversario e governerà quindi, da allora in poi, al posto suo. Così il popolo, mediante un rito magico, ringiovanirà per effetto del nuovo regime, il quale però si prepara ad ingannarlo quanto e più di quanto non facesse il demagogo precedente. Questa dei Cavalieri è una delle tante geniali trovate di Aristofane, un grande poeta ateniese che, con il paravento dell’illusione e del linguaggio ludico, vuole in realtà criticare la gestione politica della sua città, della quale non era soddisfatto. Come tutti i grandi comici, anche Aristofane nasconde dietro al riso un intento profondamente serio, direi quasi uno stato di angoscia permanente.
A me la situazione politica italiana del dopo-elezioni pare assomigliare abbastanza alla commedia aristofanea: i due artefici del cambiamento politico (cioè Grillo e Casaleggio, fuor di metafora) intendono eliminare il Paflagone (cioè Renzi) per sostituirlo con il Salsicciaio (Di Maio) che non è migliore, ma peggiore del rivale, e sarà solo un burattino nelle loro mani, finché condurrà la città alla rovina completa. Il popolo ingenuo e ignorante crede alle promesse del Salsicciaio e si illude persino di ringiovanire, ma ben presto si scoprirà che dietro il populismo e le promesse di costui si cela in realtà l’interesse di chi l’ha voluto in quel ruolo, i burattinai dei quali egli è semplice strumento. Ed in effetti, poiché la politica di anno in anno va di male in peggio, la sostituzione di una maggioranza politica con un’altra non può che aggravare la vita dei cittadini, illusi con false vanterie (l’onestà dei 5 stelle) e vuote promesse (il reddito di cittadinanza).
Questo paragone mi è venuto in mente all’improvviso, senza una ragione precisa e dovuto senz’altro al mio sconfinato amore per gli autori classici e per la loro modernità, della quale mi è parso di ravvisare in questo risultato elettorale un tangibile esempio; ma alla base di ciò c’è anche la mia profonda delusione dovuta ad una visione della politica ormai inveterata e del tutto avulsa da quella di oggi, che non segue più né ideologie né progetti concreti ma è pronta a credere al primo Salsicciaio che si presenta con il visino pulito di un giovane di 31 anni che non ha mai dimostrato di saper fare nulla in vita sua ma che è riuscito a incantare tanti italiani con le sue vanterie e le sue promesse a vuoto. Come ho detto altrove, a questo punto spero che i 5 stelle governino davvero, così chi li ha votati farà presto ad accorgersi che ha scelto il nulla e altrettanto presto cambierà idea. Io intanto chiedo scusa se in questi ultimi post ho parlato troppo di politica e ho scoperto quelli che sono i miei convincimenti, ma voglio precisare che ciò è avvenuto con lo strumento del blog e al di fuori del mio lavoro, perché tutti possono constatare che io di politica a scuola non parlo mai né ho mai cercato di indottrinare nessuno. Comunque, a scanso di equivoci, d’ora in poi tornerò a parlare di scuola e di argomenti di carattere culturale, sperando di interessare ancora a qualcuno e possibilmente di ricevere qualche commento.

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