Lo stupido buonismo nostrano

Lo spunto per questo post mi viene dato dalla tragedia accaduta a Milano, dove purtroppo uno studente di un liceo scientifico di Padova è morto cadendo dal quinto piano di un albergo durante una gita scolastica. Il gravissimo episodio mi induce a due considerazioni. La prima è quella di confermare il mio assoluto e totale rifiuto a partecipare a qualunque viaggio, anche di un solo giorno, organizzato dalla scuola, perché la responsabilità civile e penale degli insegnanti accompagnatori è talmente enorme che dovrebbe scoraggiare qualunque docente dal prendervi parte, ed in tal modo le scuole cesserebbero finalmente di prendere queste iniziative ormai anacronistiche e portatrici solo di rischi e di angosce per delle persone che sono già abbastanza stressate nel dover stare insieme ai ragazzi di oggi al mattino, durante le ore di lezione. La seconda considerazione che questo fatto di cronaca mi ispira è derivata dall’aver sentito alla televisione le sconcertanti parole della preside del liceo frequentato da quel povero ragazzo, la quale ha avuto la spudoratezza di affermare che, se la morte dello studente è stata provocata da uno “scherzo” dei compagni, anch’essi vanno compatiti e perdonati. Ora io dico: ma come è possibile sostenere un simile punto di vista, soprattutto in coincidenza con il dolore straziante di quei poveri genitori? Se i compagni sono in qualche modo responsabili dell’accaduto, se hanno messo in atto uno scherzo cretino che ha provocato questa tragedia, essi debbono pagare per il male fatto e non meritano nessun perdono. A 19 anni si è maggiorenni e si ha la capacità di intendere e di volere, non si è più bambini; quindi se da parte loro ci sono delle colpe (e io credo che ci siano senz’altro, visto l’atteggiamento di mafiosa omertà che hanno assunto dopo l’incidente) la verità deve venire fuori e questi assassini – perché così vanno chiamati, anche se non avevano la volontà di uccidere – debbono essere condannati al carcere per omicidio colposo. E’ chiaro che costoro si proteggono a vicenda e hanno concordato la versione da dare agli investigatori; si sa infatti che il codice mafioso che vige tra gli studenti prescrive di non fare mai “la spia”, a costo di rimetterci tutti. E così dovrebbe avvenire: in attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio, gli alunni di quella classe, almeno quelli che erano in quel momento insieme al ragazzo morto, non dovrebbero essere ammessi all’esame e ripetere un anno di scuola. Il provvedimento è molto leggero, ma almeno questo andrebbe fatto subito per punire l’omertà che impedisce di accertare la verità dei fatti. Ed a ciò io aggiungerei il licenziamento per quella preside incapace, che invece di adoperarsi per punire i responsabili va blaterando che vanno perdonati. Lo vada a dire ai genitori di quello studente, vedrà come la loderanno per la sua professionalità!
E’ pur vero però che le parole di quella preside non vengono a caso, ma si comprendono se pensiamo al clima di stupido ed eccessivo buonismo che esiste nel nostro Paese da più di quarant’anni, da quando cioè la “rivoluzione” del ’68 ha eliminato l’autorità ed il rispetto della legge nella scuola e nella società. Siamo stati abituati da decenni a sentire psicologi, sociologi e politici di sinistra, in questo alleati con un ipocrita e malinteso senso di carità cristiana, sostenere che se qualcuno commette un delitto la colpa va cercata nella società, nelle amicizie, nella famiglia… insomma, la colpa è di tutti tranne che dell’autore materiale del misfatto. Io sostengo invece che se una persona è capace di intendere e volere, se ha la piena consapevolezza di quel che fa, la colpa dei delitti commessi è soltanto e unicamente sua, e deve pagare per intero il male compiuto. Oggi invece, dietro a questo sciocco buonismo che ha investito la nostra società, assistiamo ad enormi ingiustizie ed ad una sostanziale impunità per chi commette reati gravi e gravissimi: assassini che lasciano il carcere dopo pochi mesi e tornano a uccidere, furti e rapine sostanzialmente impuniti, violenze compiute ripetutamente senza che le autorità intervengano ed altro ancora. Un esempio: si parla tanto oggi di violenza sulle donne, ed alcune di esse sono state perfino uccise da mariti, compagni e altro che sia. In molti casi queste donne, prima di essere uccise, avevano già subito gravi violenze e avevano più volte denunciato la persona che le aveva compiute; ma le cosiddette “forze dell’ordine” si erano ben guardate dall’intervenire, e per arrestare il violento hanno aspettato l’omicidio, quando ormai, qualunque cosa accada, la persona morta non può tornare in vita. Tutto questo è assurdo e frutto del medesimo buonismo che punisce solo le persone oneste e protegge i delinquenti, perché se un uomo compie violenze e minaccia di morte la compagna, andrebbe subito arrestato e condannato almeno a 20 anni, non certo aspettare che abbia compiuto il delitto. Ma la giustizia da noi funziona così: condanna pesantemente certe persone in base a soli indizi e assolve, o comunque tratta con blandizia, i veri criminali.
Il buonismo deleterio e diseducativo che affligge la nostra società si manifesta in ogni situazione, da quelle più gravi descritte sopra ad altre apparentemente meno importanti; su questo piano anche le promozioni facili presenti nelle nostre scuole derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze. E l’elenco potrebbe continuare citando il buonismo dei politici e delle istituzioni che permette a dei criminali di devastare una città durante una manifestazione e tollera che ai ROM ed agli stranieri sia concesso di delinquere apertamente nel nostro Paese senza cacciarli a casa loro, come meriterebbero, per non incorrere nell’accusa di razzismo. Ma lasciamo stare, è meglio fermarsi qui. Dico soltanto che il buonismo insensato ed ipocrita che il ’68 ed i suoi accoliti hanno provocato ci sta portando alla rovina ed ha reso insicura la nostra vita, con buona pace dei politici e di chi dà loro il proprio voto.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica

Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Immigrazione e buonismo inopportuno

Ormai i talk-show televisivi (si dice così?) si stanno occupando in prevalenza del problema dell’immigrazione nel nostro Paese da parte di profughi e clandestini provenienti dall’Africa, che arrivano sulle nostre coste a migliaia rischiando molto spesso la vita; ma dietro questo fenomeno c’è anche, cosa che tutti sanno, uno squallido commercio di esseri umani che viene compiuto da delinquenti senza scrupoli, i quali sfruttano ignobilmente questi sventurati e li spingono ad attraversare il mare in cerca di fortuna, esponendoli però ad ogni rischio ed essendo in molti casi direttamente responsabili della loro morte.
Certamente nessuno può chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno che ormai ci riguarda tutti, perché anche il nostro Paese, come gli altri d’Europa (e non solo) è diventato multirazziale, ed a nessuno fa più meraviglia vedere per la strada persone di colore o di altre etnie. Però c’è un enorme problema che si è determinato e che si va allargando sempre più, e che riguarda il numero degli immigrati che arrivano da noi ed il modo con cui si debbano accogliere ed integrare. Finché gli stranieri sul nostro territorio erano pochi, e disponibili ad integrarsi ed a lavorare onestamente, il loro arrivo è stata per noi una risorsa, non un problema: quali italiani infatti, che rifiutano persino di lavorare all’Expo di Milano con buoni stipendi per non voler rinunciare alle vacanze, avrebbero accettato di andare a raccogliere pomodori sotto il sole della Puglia, di fare i manovali nei cantieri edili o (le donne) di fare da badanti alle persone non autosufficienti? Nessuno! Ecco dunque che l’opera degli stranieri è stata utile o addirittura indispensabile, e giustamente queste persone vanno integrate nel nostro Paese e considerati cittadini a tutti gli effetti, con tutti i diritti di cui godono gli italiani.

Ma adesso la situazione è cambiata, ed è molto più difficile: adesso arrivano a migliaia su questi barconi, bisognosi di tutto e privi di qualunque competenza, spesso profughi da paesi in guerra o spinti dalla povertà. Perciò l’accoglienza diventa un problema serio, perché non esistono le strutture dove ospitarli, perché rappresentano un costo sociale insostenibile, ed anche perché tra di loro si possono nascondere dei criminali che poi, fuggendo dai centri di accoglienza, andranno a commettere reati; questo d’altra parte già succede, perché nonostante quel che dicono i buonisti nostrani, di molti reati si rendono responsabili gli stranieri, da quelli dell’est Europa, dagli africani, gli asiatici ecc. E non è difficile spiegare il fenomeno, che non avviene certo soltanto per necessità; il fatto è che in Italia la giustizia ha maglie molto larghe, ed è sempre più difficile che i criminali paghino per intero i loro delitti, quindi venire a delinquere qui espone queste persone a rischi molto minori di quelli che correrebbero nei loro paesi.

E’ anche evidente che l’Italia da sola non può assumersi per intero il carico dell’immigrazione dall’Africa e da altri luoghi, visto l’egoismo e la vigliaccheria con cui gli altri paesi “civili” dell’Europa (in primo luogo Francia, Germania ed Inghilterra) ci hanno lasciati da soli, rifiutando di accogliere gli immigrati e addirittura rimandandoli in Italia quando superano il confine: siamo perciò diventati la pattumiera d’Europa, senza che il nostro governo riesca a farsi minimamente rispettare a anche solo considerare dai partners europei, che sono sì capaci di controllare la nostra economia ed imporci i loro diktat, ma non muovono un dito quando si tratta di aiutarci. Questo comportamento, secondo me, è vergognoso, e ciò mi spinge ad essere ancor più nazionalista e antieuropeo di quanto non lo stato fino ad ora. Al di là di questo, comunque, il problema dell’immigrazione va affrontato, e va fatto partendo dal presupposto che l’Italia non è in grado di accollarsi il peso ed il costo di tutti questi stranieri, anche perché sarebbe giusto ed equo, a mio avviso, che certi vantaggi e certi aiuti economici fossero dati prima agli italiani, così come viene fatto in ogni altra nazione del mondo. Nonostante la pietà che possono suscitare questi profughi che arrivano sui barconi, resta il fatto che il nostro non è un Paese ricco che possa mantenere gratis migliaia e migliaia di persone, magari in alberghi a 4 stelle, mentre ci sono tanti italiani che non hanno neppure una casa e vivono con pensioni da fame. Tutto ciò è ingiusto e immorale, così come lo è il buonismo di facciata di certi politici come l’impresentabile presidente della Camera dei deputati o di certi giornalisti come Concita De Gregorio, che in un programma televisivo ebbe a dire che noi non abbiamo alcun diritto sul nostro territorio e che tutti sono liberi di venirci ad essere mantenuti a spese dello Stato. Giudico queste posizioni assurde ed ipocrite, proprie di chi trova comodo adeguarsi al “politically correct” e prendere l’aureola del buon samaritano, ma in realtà vive nel lusso e non deve ogni giorno affrontare il problema di vedersi la casa occupata dagli immigrati o di dover vivere nell’insicurezza, nella criminalità e non poter nemmeno uscire la sera. Con ciò non intendo dire che questi poveretti vadano lasciati a morire sul mare, ma è comunque evidente che non possiamo accogliere tutti, e che è profondamente ingiusto ed immorale che lo stato mantenga queste persone in albergo facendo mancare il necessario ai cittadini italiani e magari tormentandoli con il fisco più alto del mondo.

La prima cosa da fare,a mio avviso, sarebbe di impedire le partenze di queste persone, utilizzando anche il blocco navale e l’azione militare in Libia ed altrove, il che permetterebbe anche di stroncare l’ignobile commercio di esseri umani di cui tutti sono al corrente. Occorrerebbe anche avviare politiche internazionali (ma qui dovrebbero collaborare l’ONU e le altre organizzazioni a livello mondiale) per creare un clima di pace e favorire lo sviluppo di quei paesi, di modo che quelle persone potessero restare a casa propria anziché affidarsi ad un destino incerto che per loro è spesso fatale, o che se non lo è porta comunque molti a condizioni di vita disumane o ad ingrossare le fila della criminalità. Questo non è egoismo, non è razzismo, è constatazione della situazione reale; è invece da ipocriti e da irresponsabili continuare con questo buonismo di chi va dicendo che dobbiamo accogliere tutti e che ciò è conforme alla carità cristiana. Se così fosse lo farebbero anche gli altri paesi, invece di chiudere le frontiere e respingere i profughi rimandandoli a casa nostra, dove non possiamo dire di no a nessuno per non essere tacciati di razzismo, di fascismo e altri bei titoli di questo tipo. Vuol dire che moriremo noi per consegnare ad altri il nostro Paese.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Sciopero o pagliacciata?

Lo scorso 5 maggio la televisione ha ampiamente parlato dello sciopero degli insegnanti, con tanto di servizi e riprese filmate dell’evento. In queste immagini quel che mi ha colpito di più è stato il comportamento dei colleghi che formavano il corteo che ha sfilato a Roma: dai rappresentanti della classe intellettuale, quella che deve formare i cittadini di domani, io mi sarei aspettato un atteggiamento serio e composto, un corteo di persone che esponessero i loro problemi e le loro richieste in maniera sobria e compassata, come si converrebbe a persone che stanno, o vorrebbero stare, sulla cattedra. E invece cosa vedo? Urla scomposte, slogan di lontana origine sessantottina, docenti con ridicoli cappellini in testa ed altri che rumoreggiavano con fischietti e suonavano trombette da carnevale. E’ questa la serietà del corpo docente? C’è forse bisogno, per farsi sentire, di urla, fischi e strombazzamenti da stadio? Io sono rimasto allibito, perché le immagini che ho visto sembravano la rappresentazione di qualche farsa carnevalesca o di qualche festa goliardica, non certo quelle di una ordinata manifestazione della classe docente. Io non credo che fare pagliacciate di questo tipo giovino alla nostra causa, né che sortano qualche effetto da parte del governo, il quale farebbe bene a non prendere sul serio l’atteggiamento di chi sa solo urlare e fischiare, docenti che fanno la figura dei Pulcinella e non di professionisti quali sono, investiti di un compito che ha un’importanza capitale nella vita di un Paese civile. La serietà ed il dialogo pacato sono i mezzi migliori per indurre la controparte a trattare ed a prendere in considerazione le legittime richieste di una categoria; ma oggi purtroppo molti colleghi hanno abdicato alla dignitosa autorevolezza che dovrebbe caratterizzare la nostra professione, come si vede anche dall’atteggiamento da “amiconi” che molti hanno con i loro studenti, un comportamento deleterio che non è apprezzato nemmeno dai ragazzi stessi.
A proposito di studenti, ce n’erano molti anche di loro, tutti contenti di partecipare alla manifestazione per fare un giorno di vacanza in più. Prova ne è il fatto che alcuni di essi, intervistati dai giornalisti, non conoscevano affatto i motivi dello sciopero dei loro insegnanti: alcuni hanno tirato fuori il solito ritornello trito e ritrito secondo cui il governo vorrebbe distruggere la scuola pubblica per favorire quella privata (ma dove sta scritta una cosa del genere?); uno infine, ignorante ma almeno sincero, se ne uscito con una bella battuta in romanesco: “Famo sciopero pure noi, così saltamo un giorno de scola” (senza la u).
A questo punto io mi chiedo, vista la pagliacciata in cui si è risolta la manifestazione romana, che senso abbia oggi lo sciopero della nostra categoria, e se valga mai la pena di parteciparvi. Per parte mia, sono sempre più convinto nel dare a questa domanda una risposta negativa, e sono ancor più convinto, viste le immagini della tv, di aver fatto bene ad essere andato a scuola regolarmente il 5 maggio ed essermi sobbarcato le classiche quattro ore di lezione.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

7 commenti

Archiviato in Uncategorized

25 aprile, la festa della Retorica

Oggi ricorre il 70° anniversario della fine della guerra civile in Italia, quella che comunemente viene chiamata “liberazione”. Sarà perché la cifra è tonda, ma bisogna dire che mai come quest’anno le varie televisioni, comprese quelle Mediaset, hanno bombardato i cittadini con la solita retorica della Resistenza, dei partigiani eroi senza macchia e senza paura, quelli che hanno sempre ragione, quelli che stavano dalla parte giusta. E così, con un copione che si ripete da 70 anni, la realtà viene ancora piegata agli interessi di una parte, svilita e mistificata, perché la storia, si sa, la scrivono i vincitori, e quindi dicono soltanto ciò che loro conviene, nascondendo tutto quel che provocherebbe loro vergogna e disagio. Così, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, si è creato un vero ed autentico mito: quello della gloriosa Resistenza, degli eroi del Bene che combattevano contro il Male, quelli dell’altra parte, che non hanno neppure diritto ad essere ricordati e a vedere riconosciuta, se non altro, la loro buona fede, perché coloro che si arruolarono nella Repubblica di Salò, in quei tragici momenti, erano convinti di fare la scelta giusta, di servire la Patria e gli ideali che per tanto tempo li avevano animati, e non potevano sapere che la loro sarebbe stata la parte “sbagliata”. Ormai, dopo 70 anni, sarebbe l’ora di riconoscere che quella che ci fu in Italia dal 1943 al 1945 fu una vera e propria guerra civile, durante la quale furono commessi infiniti delitti, infinite atrocità da entrambe le parti: se i nazisti ed i fascisti loro fiancheggiatori si resero colpevoli di rastrellamenti, rappresaglie, stragi orrende (e questo nessuno lo vuole negare), altrettanto avvenne dall’altra parte, quella dei vincitori. Il criminale bombardamento di Dresda con le bombe al fosforo, che fece morire bruciati vivi oltre 150.000 civili tedeschi, è un’atrocità di cui pochi parlano ma che la storia non può cancellare; i massacri ordinati da Stalin e compiuti dalla gloriosa “Armata rossa” sono stati scoperti solo di recente e di essi poco si parla; le bombe atomiche sganciate su un Giappone già stremato solo perché gli americani dovevano mostrare ai russi la loro potenza nucleare, è un altro crimine orrendo che mai potrà essere perdonato dalla storia; la vergogna delle foibe, in cui i partigiani comunisti jugoslavi (aiutati da quelli italiani) uccisero migliaia di persone per il solo fatto di essere italiani, è ancora lì, grida vendetta ma ben pochi ne parlano. E che dire del comportamento dei partigiani italiani, la Resistenza tanto celebrata in questo 25 aprile? Basta leggere i libri di Giampaolo Pansa, un giornalista e scrittore che non può certo essere sospettato di simpatie di destra, per sapere che cosa fu il “triangolo della morte”, quel periodo cioè dal 1945 al 1947, quando, a guerra già finita, i partigiani delle brigate comuniste torturarono e uccisero migliaia di persone inermi ed innocenti con la scusa di ripulire il paese dai fascisti, ma in realtà per biechi interessi privati o semplicemente per sfogare il proprio istinto criminale, la rabbia di non aver potuto realizzare la rivoluzione bolscevica che avevano in progetto da tempo. Di questo genocidio furono vittime persino donne e bambini, persone che nulla avevano a che vedere col fascismo, oppure che avevano preso la tessera del PNF solo perché era d’obbligo per poter trovare un lavoro, ma che non avevano mai fatto politica.
Di queste cose non si parla, o se ne parla poco, ed i libri di storia, a cui si aggiunge la grancassa mediatica, trasformano in un mito quello che in realtà fu un triste periodo di lutti e di guerra civile, per la quale c’è ben poco da festeggiare. Se poi si guarda la realtà storica e si leggono i documenti dell’epoca, il mito si ridimensiona alquanto; basti pensare che l’azione dei partigiani, celebrata come eroica e indispensabile, fu in realtà marginale, perché le insurrezioni avvennero quando ormai l’esercito tedesco era già in ritirata, e quindi i veri liberatori del nostro Paese furono casomai gli eserciti alleati, non gruppi di combattenti sparuti e male armati che mai da soli avrebbero potuto sconfiggere la potente organizzazione nazista. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere: possiamo salvare e riconoscere la buona fede dei partiti antifascisti, tutti tranne uno, quello comunista, e ciò per una semplice ragione, cioè che costoro combatterono il fascismo ma non per dare all’Italia la libertà e la democrazia, ma per sostituire una dittatura con un’altra ben più disumana e feroce, quella sovietica. Chi non ricorda le frasi orrende come “addavenì Baffone”, cioè Stalin, che noi ancora sentivamo pronunciare quando eravamo ragazzi? Basterebbe questo a smontare un falso mito che va avanti da 70 anni; basterebbe cioè la volontà di esaminare la storia con i documenti e le testimonianze, non con ideologie obsolete o con la santificazione di una parte e la demonizzazione dell’altra. E allora, una volta ristabilita la verità storica, si potrebbe anche – ed è da augurarselo – superare definitivamente gli steccati ideologici e gli odi di parte e chiudere finalmente con queste brutte pagine del passato, così come hanno fatto altri paesi ben più equilibrati e ragionevoli di noi. Per questo io sono convinto, e lo ribadisco senza timore, che il 25 aprile non c’è nulla da festeggiare.

13 commenti

Archiviato in Attualità

La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

9 commenti

Archiviato in Scuola e didattica, Uncategorized

Viaggio a Londra

In questi pochi giorni di vacanze pasquali, ormai da vari anni ho l’abitudine di fare un viaggio di turismo culturale, di solito per visitare luoghi celebri o capitali europee. L’anno scorso toccò a Monaco di Baviera, su cui pochi giorni dopo scrissi un post intitolato “Viaggio in Germania” ed espressi le mie impressioni su quel paese, o almeno sulla zona che avevo visitato. Quest’anno è toccato a Londra, una delle città più famose del mondo ma da me sconosciuta, perché non c’ero mai stato prima di adesso; e siccome alcuni aspetti di essa mi hanno colpito, vorrei brevemente parlarne in questo post.
La prima cosa che impressiona il visitatore a Londra è la perfetta organizzazione dei trasporti. La metropolitana è molto efficiente, passano treni ogni due minuti circa e collegano, con una fitta rete di linee e di coincidenze, tutte le zone centrali e periferiche della città; l’utilizzo di questo mezzo è certamente il modo più veloce per spostarsi, benché esistano anche i mezzi di superficie, come i famosi bus rossi a due piani, che sono anch’essi molto efficienti. Il traffico veicolare è abbastanza disciplinato, tutti rispettano i semafori e le norme della circolazione.
A questo aspetto positivo se ne affianca però uno negativo, almeno per noi italiani: i prezzi molto alti dei trasporti, visto che per tre giorni io e mia moglie abbiamo speso, per utilizzare la metro, l’equivalente di oltre 100 euro. Il problema dei costi, comunque, riguarda ogni aspetto della vita e non solo i trasporti: altissimo è il prezzo degli affitti, tanto per fare un esempio, e altrettanto può dirsi per gli acquisti più comuni e per gli alberghi, carissimi anche se spesso di bassa qualità. E’ vero però che gli stipendi, pagati in sterline (pounds) sono mediamente molto più alti dei nostri, e la mancanza dell’euro non costringe la Gran Bretagna, cosa che avviene invece a noi, a dover seguire altri paesi per la politica monetaria, nel senso che gli inglesi possono battere moneta e interferire con il valore della sterlina in modo da regolare il bilancio tra importazioni ed esportazioni.
Nonostante i prezzi elevati e la necessità di pagare praticamente ogni cosa, c’è però a Londra una lodevole eccezione: i luoghi d’interesse culturale, ed in particolare i musei, sono gratis. Questo avviene in pochi paesi ed è certamente motivo di plauso che va riconosciuto: la visita al British Museum che abbiamo compiuto, infatti, e che ci ha impegnati per quasi un giorno intero, è avvenuta senza dover spendere un centesimo. Beati gli inglesi, che si possono permettere di coprire i costi ingenti del mantenimento e cura dei propri monumenti senza chiedere contributi ai visitatori! Per il resto, oltre ai musei, Londra offre tutta una serie di monumenti, di chiese, di parchi naturali di notevole interesse.
Un’altra cosa che mi ha colpito è l’estrema varietà della popolazione, nella quale sono comprese praticamente tutte le etnie conosciute al mondo: europei, asiatici, afro e sud americani, persone di colore si muovono liberamente, e con ritmo frenetico, per la città, facendo comprendere a tutti come ormai l’Europa veda prosperare una società multiculturale e multietnica, senza che vi siano – almeno apparentemente – discriminazioni. E se pensiamo che la presenza degli stranieri sia elevata in Italia significa che non abbiamo visto cosa avviene altrove: a Londra, almeno a quanto ho potuto constatare, gli europei e gli inglesi in particolare sono in minoranza rispetto alle altre etnie, specie quelle asiatiche: nel quartiere dove abbiamo alloggiato, infatti, la gran maggioranza delle persone erano indiani, pakistani e cinesi, molto rare invece quelle con la pelle bianca.
In questa società multietnica londinese molti ed anzi moltissimi sono gli italiani, che abbiamo incontrato in gran quantità. Escludendo i turisti come noi, che pure nel periodo di Pasqua sono tanti, un gran numero di nostri connazionali vive stabilmente a Londra esercitando tutta una serie di occupazioni che vanno dal garzone di bottega al cameriere, dal gestore di ristorante al fattorino, fino al manager o all’uomo d’affari che vive e lavora nella City, uno dei centri della finanza mondiale. Però di italiani con mansioni di prestigio e con alti guadagni ce ne sono pochi; la maggioranza dei nostri connazionali sono purtroppo dei giovani che, per trovare quel lavoro e quel benessere che non potevano avere in Italia, sono emigrati a Londra e ci vivono da anni, riuscendo a sopravvivere dignitosamente a causa delle molte opportunità lavorative che questa metropoli riesce ad offrire. Parlando con dei giovani italiani che lavorano nei ristoranti e nei bar, mi sono molto rattristato, perché giudico ingiusto e vergognoso che un Paese come il nostro, uno dei più belli al mondo, non sia in grado di offrire lavoro ai propri cittadini, costringendoli a cercare scampo all’estero. Poiché io non mi sono mai vergognato di essere italiano, ed anzi ne sono orgoglioso, vorrei però che gli italiani non fossero costretti ad una nuova emigrazione che ricorda quella degli ultimi decenni dell’800 e dei primi del ‘900, quando i nostri connazionali partivano con la valigia di cartone in cerca di fortuna e spesso venivano male accolti e mal trattati dagli stranieri. Oggi questo problema è molto attenuato, visto che viviamo in una società multirazziale e non c’è più il rischio di vedere scritto in un locale “proibito l’ingresso ai cani ed agli italiani”, come purtroppo è accaduto in altri tempi; ma il giovane italiano che si reca all’estero ha comunque difficoltà ad inserirsi, ad imparare la lingua, ad essere considerato alla pari dei cittadini del paese ospitante. E poi è umanamente ingiusto che un ragazzo o una ragazza debbano staccarsi dalla propria terra, dalla propria famiglia, dai propri affetti, per trovare lavoro all’estero; a me piacerebbe invece che ciascuno potesse vivere e restare nel proprio paese e che andasse all’estero solo per turismo o perché lo desidera, non perché vi è costretto da una situazione economica difficile e soprattutto mal gestita. Mi auguro che le cose cambino in fretta e che l’economia possa ripartire, di modo che i nostri giovani possano mettere le proprie idee, la propria cultura e le proprie forze al servizio della loro patria, senza arricchire paesi stranieri che non hanno contribuito affatto alla loro formazione.

2 commenti

Archiviato in Attualità

Ancora sulle traduzioni e la seconda prova del Classico

Fino a poco tempo fa credevo di essere il solo a pormi il problema dell’impellente necessità di modificare radicalmente la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, una scuola che continua a perdere iscritti anche perché non c’è mai stata, da parte del Ministero dell’istruzione, la volontà di adeguarla alla realtà attuale e soprattutto alle reali capacità ed attitudini degli studenti di oggi; è infatti assurdo, controproducente e persino crudele, a mio avviso, non volersi rendere conto del fatto che l’esercizio di traduzione dal greco e dal latino, raffinatissima prova d’ingegno, non è più alla portata dei nostri studenti del 2015 (tranne poche e lodevoli eccezioni), e continuare pervicacemente a pretendere che questi sventurati, all’esame di Stato, traducano in italiano corretto e magari elegante lunghi brani di Aristotele, Platone, Seneca, Tacito ecc., che creano problemi anche a esperti filologi, è pura follia, per non dire stupidità. Anzi, io ho pensato più volte che i signori ispettori ministeriali che scelgono questi brani siano in malafede, vogliano cioè a tutti i costi danneggiare il Liceo Classico e spingere i giovani a fare altre scelte scolastiche, perché non è credibile che persone esperte e con ruoli dirigenziali non si rendano conto che stanno pretendendo l’impossibile. Perché gli altri Licei, in particolare lo Scientifico, hanno visto cambiare più volte la tipologia della loro seconda prova d’esame, mentre al Classico siamo rimasti al 1923, alla riforma Gentile, senza cambiare una virgola? Eppure la società, in questo periodo, mi sembra che un po’ sia cambiata, specie dal punto di vista dell’istruzione, della formazione dei giovani, delle fonti di cultura ecc. ecc. Che non se ne siano accorti mi pare poco credibile, per cui alla fine il sospetto ti viene, cioè che la cosa sia fatta apposta per affossare il Liceo Classico e favorire altri ordini di scuole.
Quando ho scritto il precedente post sull’argomento non ero a conoscenza dell’articolo dell’illustre latinista Maurizio Bettini (direttore del Centro “Antropologia del mondo antico” dell’Università di Siena) apparso su “Repubblica” il 5 marzo scorso. Non è neanche lontanamente ipotizzabile che uno studioso di questo livello non conosca il mondo classico o non si renda conto dell’importanza delle lingue antiche; ed infatti egli non nega questo, ma aggiunge che vi sono altri aspetti nello studio dell’Antichità che hanno un’importanza almeno pari: c’è la storia della letteratura, la filosofia, la civilizzazione, l’antropologia e via dicendo, conoscenze che oltretutto resteranno nella memoria dei ragazzi molto più di verbi, aggettivi ed ablativi assoluti, che col tempo sono destinati ad essere comunque dimenticati. Perché allora non richiedere agli studenti, in occasione dell’esame, QUESTE conoscenze, anziché limitarsi al solo aspetto linguistico? Ci sono alunni bravissimi in storia letteraria, storia dell’arte, filosofia ecc., ma che non riescono a tradurre in modo accettabile. Perché dunque penalizzarli e costringerli ad un esercizio unico e insindacabile qual è la traduzione imposta dal Ministero? Perché non sostituire la seconda prova scritta con un’analisi del testo ad esempio, o con un questionario di tipo letterario e storico-artistico, o altro che dir si voglia? E se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, la si potrebbe proporre in alternativa ad altri esercizi, in modo che possa essere scelta da quei pochi o pochissimi che ancora intendono votarsi a questo tipo di sacerdozio. Questo propone Bettini, ed io sono totalmente in sintonia con lui, anche se ho cominciato molto prima di lui a sostenere questo punto di vista, ed ho cercato anche, al proposito, di trovare contatti con i funzionari ministeriali preposti all’organizzazione delle prove d’esame.
Perché trovo assurdo e disumano costringere migliaia di giovani a questo esercizio, che si fonda solo ed unicamente sulle conoscenze linguistiche? Perché, insegnando da oltre trent’anni latino e greco in un triennio di un Liceo Classico, ho potuto seguire per tutto questo tempo l’evoluzione degli studenti e del loro rendimento. Quando andavamo a scuola noi si studiava latino alle medie, si imparavano alla scuola primaria tutte le strutture dell’italiano: analisi grammaticale, logica e del periodo erano un “trio” che tutti ben conoscevamo. Oggi, per vari motivi che sono ormai noti, questo non avviene più. Allora l’unico strumento di cultura erano i libri, mentre adesso i giovani apprendono da internet, con i tablets, gli smartphones ecc., strumenti che non richiedono più capacità di ragionamento autonomo, ma forniscono le informazioni già bell’e pronte, così come le calcolatrici risolvono ogni tipo di operazione matematica, senza che ai ragazzi venga più richiesto di usare il cervello. Cosi, come non sanno più le tabelline, non sanno più neanche le strutture dell’italiano e sono quindi lontani anni luce dal saper tradurre decentemente dal latino e dal greco; e ciò avviene non perché i ragazzi di oggi siano meno intelligenti di come eravamo noi, ma perché esercitano e sviluppano altre qualità mentali, non più quelle su cui si fondava la nostra formazione di persone di mezzo secolo fa. E’ quindi necessario che la scuola cambi e che si dica finalmente che il re è nudo, anziché continuare all’infinito con i compromessi e le ipocrisie: la realtà, checché se ne voglia dire, è che la traduzione dal latino e dal greco è oggi divenuta un lavoro da esperti filologi, non più da semplici studenti. Sarebbe ora che tutti – docenti e Ministero dell’istruzione – riconoscessimo questa realtà, e ciò permetterebbe di evitare fenomeni sconcertanti e vergognosi come quelli che si verificano agli esami, dove certi professori fanno la versione al posto degli studenti, gliela passano e così risolvono il problema. Io mi sono sempre rifiutato di prostituire in questo modo la mia dignità professionale, ho dato solo indicazioni generali sul testo ed ho corretto gli elaborati con gli stessi criteri con cui correggo quelli svolti durante l’anno. Il risultato, però, è stato che i miei alunni hanno avuto all’esame i voti più bassi di tutta la provincia; il che mi dispiace, ma non sono disposto a scendere a squallidi compromessi come quello sopramenzionato. Purtroppo certi colleghi non la pensano così, e non solo fanno la versione all’esame al posto degli alunni, ma accettano anche che durante i normali compiti in classe essi scarichino la versione da internet con il cellulare, un fatto gravissimo e intollerabile che ormai si verifica dappertutto. Ora io dico: anziché scendere a questi sconci compromessi, non è meglio smettere di sottoporre gli alunni all’esercizio di traduzione, ormai del tutto estraneo alle loro capacità? Esistono altre competenze e conoscenze, altrettanto importanti, che è possibile verificare in modo altrettanto oggettivo ed eliminando anche il triste fenomeno delle copiature, giacché su internet non può trovarsi la risposta ad ogni quesito che un docente esperto può richiedere ai propri studenti.
Anticipando la più scontata obiezione al mio ragionamento voglio chiarire che, proponendo la modifica della seconda prova d’esame, io non intendo affatto auspicare la fine dello studio delle lingue greca e latina, che deve proseguire, specie nei primi due anni di corso (il Ginnasio), perché è indispensabile per l’analisi dei testi d’autore normalmente presenti nei programmi didattici del triennio liceale. Questa analisi deve comunque avvenire sotto la guida del docente, che affronterà la lettura dei classici (Catullo, Lucrezio, Virgilio, Omero, Platone ecc.) anche, ma non esclusivamente, basandosi sugli elementi formali (lingua, stile, metrica, retorica ecc.), che per gli antichi non erano certo ornamenti, ma elementi costitutivi e fondanti dell’opera letteraria e della sua valutazione estetica; ma non è un’attività, questa, che i ragazzi possano affrontare da soli, come dimostra il fatto che ormai nessuno o quasi traduce più autonomamente brani di greco o latino assegnati dal docente, perché tutti (o quasi) vanno su internet e scaricano la traduzione. Perché dunque volersi coprire ancora gli occhi alla realtà? Vorrei che qualcuno me lo spiegasse con argomenti decisivi, non come fanno certi romantici sostenitori della torre d’avorio degli studi linguistici come la scrittrice Paola Mastrocola, che su “Il Sole 24 ore” ha replicato a Bettini sostenendo la necessità di mantenere l’esercizio di traduzione a tutti i costi. La signora sarà anche una brava scrittrice (preferisco, al proposito, non esprimere il mio parere) ma nella scuola deve avere poca esperienza, benché si definisca “un’insegnante”; perché se fosse ancora a contatto con i ragazzi di oggi, tutti persi su Facebook, Twitter, Ask e capaci non più di tradurre ma solo di scaricare le versione già fatte e copiare i compiti con il cellulare, forse cambierebbe idea. Il Liceo che la Mastrocola ha in mente è ormai un sogno, una pura illusione; la realtà è ben diversa e ad essa, volenti o nolenti, ci dobbiamo adeguare.

8 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Perché dico no alle gite scolastiche

Primavera: è tempo di gite scolastiche, o meglio, come le chiamano adesso per nasconderne il carattere ludico, di “viaggi di istruzione”. In ogni scuola gli alunni sono trepidanti e ansiosi di partire, perché per loro la “gita” rappresenta un momento di assoluta libertà, non solo dagli impegni scolastici ma anche dalla sorveglianza dei genitori; invece i poveri docenti che, nonostante le enormi responsabilità che si assumono, hanno deciso di accompagnare gli alunni nel viaggio, si sentono anch’essi in preda all’ansia, ma per un altro motivo: il timore cioè che durante il viaggio accada qualcosa di spiacevole a causa del comportamento degli studenti. E’ ben noto infatti, ed è inutile nascondercelo, che non basta l’aver cambiato nome alle gite scolastiche per eliminare o ridurre i rischi ad esse connessi o per limitare il coinvolgimento dei docenti, i quali, secondo le norme esistenti, portano tutta intera sulle loro spalle, per 24 ore su 24, la responsabilità civile e penale di quanto può succedere. Per i ragazzi invece la gita è un’occasione di “sballo”, nella quale la trasgressione, carattere genetico dei giovani di tutte le generazioni, diventa la normalità: durante il giorno si visitano i musei, le pinacoteche, i monumenti ecc., e certo nessuno si rifiuta di rendere omaggio a quello che è il contenuto culturale di queste iniziative. Ma la notte? Gli studenti ovviamente vogliono uscire dall’albergo che li ospita, frequentare “pubs”, birrerie e discoteche, e spesso i docenti si sottopongono di buon grado a questo supplizio di doverli accompagnare in questi luoghi famigerati, con la promessa di tornare in albergo ad una certa ora. Solo che spesso gli studenti, anche dopo l’ora del ritiro, escono di nuovo di nascosto agli insegnanti che, poveretti, avranno almeno il diritto di dormire qualche ora. O no? E spesso in queste uscite clandestine fanno uso di alcool o peggio, e si espongono anche a pericoli, perché si trovano in città che non conoscono e a contatto con persone di cui non sanno le vere intenzioni. Ma anche coloro che restano in albergo possono provocare problemi con i gestori per il troppo rumore che fanno, o esporsi anche lì a pericoli magari saltando sui cornicioni per passare da una camera all’altra dopo il “coprifuoco” all’ora stabilita. E di tutto ciò le conseguenze, a volte anche drammatiche, ricadono sui docenti accompagnatori, non difesi né sostenuti da nessuno, né dalla legge (che è tutta contro di loro), né tantomeno dai genitori degli alunni, che molto spesso, quando vengono a conoscenza delle malefatte compiute in gita dai loro figli, si affannano a difenderli, a dire che sono stati trascinati dai cattivi compagni e che, se pur hanno combinato qualche pasticcio, non è poi così grave da meritare una punizione; qualcuno anzi si spinge persino a dire che se gli studenti, durante il viaggio, si sono comportati male, la colpa è dei professori che non li hanno sorvegliati abbastanza, come se spettasse a costoro, e non alla famiglia, trasmettere ai ragazzi i più elementari princìpi della correttezza e dell’educazione.
Per questi motivi, ma soprattutto per la gravissima responsabilità civile e penale che i docenti si assumono quando accompagnano le gite, io ho deciso ormai da molti anni di non parteciparvi a nessun titolo, fatta eccezione per qualche uscita giornaliera che non comporti il pernottamento fuori sede, che pure è sufficiente per visitare luoghi di interesse artistico e culturale di cui il nostro Paese è ricco in ogni sua parte. Mi sembrerebbe anzi opportuno, considerati i problemi che ne derivano, che tutte le scuole abolissero i cosiddetti “viaggi di istruzione”, almeno fino a quando gli studenti non si mostrino maturi e consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Va anche detto, del resto, che la “gita” scolastica non ha più la funzione che aveva molti anni fa, quando costituiva per un giovane forse l’unica occasione per uscire dal paesello in cui abitualmente viveva; oggi, al contrario, i giovani hanno tante possibilità di viaggiare, con le famiglie e con gli amici, e non c’è quindi alcun bisogno che le scuole si accollino questi oneri e queste responsabilità che possono condurre i docenti anche a trovarsi in seri guai giudiziari. Se gli studenti vogliono viaggiare senza controlli e senza regole, lo facciano da soli, si prendano del tutto le loro responsabilità senza coinvolgere altre persone che già hanno abbastanza problemi per conto loro. Abolire le “gite”, inoltre, sarebbe un atto di coraggio e di protesta dei docenti assai più efficace dello sciopero, diventato ormai uno strumento di lotta obsoleto e, nel nostro caso specifico, inutile.

10 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

1 commento

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Guai a chi tocca la scuola!

Dopo la generica presentazione di domenica scorsa, siamo in attesa di conoscere le decisioni del Governo sulla scuola, che dovrebbero essere presentate al Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo. Nel frattempo la discussione si è accesa sui giornali e sui siti web, ed i giudizi che si sentono esprimere sono per lo più negativi, espressi però prima di conoscere nel dettaglio il progetto governativo della riforma. Così su due piedi, in base a quanto circolato finora, anch’io ho forti perplessità a riguardo, concernenti soprattutto due punti: l’assunzione dei precari e l’esasperata, pervicace infatuazione che anche questo Governo mostra per l’informatica e l’inglese, i due nuovi idoli ai cui altari dovremmo tutti inginocchiarci con il capo cosparso di cenere. Sul primo punto la mia opinione è che mi sembra una follia assumere così in blocco, e senza un preventivo accertamento delle conoscenze e competenze, un numero spaventevole di persone (si parla di cifre fra i 120 ed i 150 mila) per il solo fatto che hanno prestato servizio nella scuola negli anni precedenti. Nelle file dei cosiddetti “precari” ci sono certamente molte persone preparate e volenterose, ma ve ne sono certamente anche altre del tutto inidonee ad una professione così delicata come l’insegnamento. Su di essi mi pongo alcune domande. Perché non sottoporli ad un preventivo accertamento delle attitudini professionali? E’ vero, questo costerebbe e ritarderebbe di almeno un anno la loro assunzione, ma garantirebbe la formazione di una classe docente di adeguato prestigio. E poi, altra domanda, dove troveranno i fondi per pagare tutte queste persone? Forse, come dice qualcuno, togliendo gli scatti di anzianità al personale di ruolo? O imponendo nuove tasse? E ancora: come li utilizzeranno, visto che il loro numero è molto superiore ai posti liberi disponibili? Qualcuno dice che li invieranno nelle scuole per fare le supplenze, ma questa a me pare un’assurdità, primo perché si troveranno a supplire docenti di materie diverse dalle loro e quindi il loro impiego avrà poca utilità, secondo perché mi sembra paradossale che insegnanti giovani, appena assunti, se ne stiano a braccia conserte aspettando un’ora di supplenza e ricevendo regolarmente uno stipendio mentre tutti gli altri compiti (dalle lezioni alla correzione degli elaborati) continuino ad essere affibbiati ai docenti di ruolo. Inoltre l’assunzione massiccia di tutte queste persone chiuderà per una decina d’anni l’accesso a tutti i nuovi laureati, spesso giovani bravissimi che meriterebbero di avere un posto più di coloro che sono stati chiamati in servizio sulla base di una posizione in graduatoria; ed è quindi falsa ed ipocrita l’affermazione del Governo secondo cui, dal 2016, si accederà ai ruoli solo per concorso. Ma quali concorsi potranno essere banditi se i posti non ci saranno perché tutti occupati dai “precari”?
Sull’inglese e l’informatica non mi dilungo perché ho già trattato più volte l’argomento. Dico solo che alcuni strumenti informatici (come ad esempio le LIM) si sono rivelati solo apparecchi costosi ed inutili, e che non è usando tablet o smartphones che si migliora la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, perché se uno studente è svogliato o incapace non sarà certo la tecnologia a farlo diventare un genio. E lo stesso vale per l’inglese, lingua utile ma che non può e non deve surrogare altre discipline di base. Prima impariamo l’italiano, dico io, e poi apriamoci alle lingue straniere.
Però, al di fuori di questi due punti, ci sono altri aspetti della riforma che mi sembrano sacrosanti, come la differenziazione delle carriere dei docenti in base al merito individuale, perché è l’ora di finirla con questa egualitarismo sovietico che tratta tutti allo stesso modo e non premia chi lavora più e meglio di altri, e con questo garantismo sindacale che impedisce qualunque provvedimento contro gli assenteisti e i fannulloni, vera e propria rovina di classi e di alunni. Ma è proprio questo, come sto notando visitando i vari siti web che parlano di scuola, il provvedimento contro cui più forte si è accesa la levata di scudi dei conservatori, i quali, curiosamente, non appartengono alla parte politica da sempre accusata di conservatorismo e oscurantismo, ma a quella che da secoli si fregia del titolo di “progressista”, cioè la sinistra. E’ proprio da sinistra che viene la più forte opposizione alla riforma di Renzi e della Giannini, perché è appunto il vecchiume ideologico di quella parte che vuole a tutti i costi l’egualitarismo e la massificazione, che non riconosce il merito individuale, che considera il cittadino lavoratore come una semplice pedina al servizio del dio-Stato; ed è stata quella parte politica che ha distrutto la disciplina ed il rispetto gerarchico nella scuola e che, con il garantismo sindacale, non ha mai permesso che venissero sanzionati o licenziati coloro che non svolgono o svolgono male il loro lavoro. Per questo adesso si oppongono alla valutazione, perché questa metterebbe in luce le differenze profonde che esistono tra gli individui e quindi anche tra i docenti, che non sono, né sono mai stati, tutti uguali. Così, ad ogni tentativo di cambiare lo “status quo” nella scuola, c’è sempre un’opposizione irriducibile, perché si vuole che tutto resti com’è: stipendi bassi e eguali per tutti, scarsa considerazione sociale dei docenti, scarso potere dei Dirigenti che non possono neanche sanzionare comportamenti scorretti ed illegali senza incorrere in ricorsi e vertenze sindacali, una palude melmosa insomma dove nuotano tutti senza che nessuno possa emergere dal fango e far valere le proprie qualità. In questo modo la scuola non progredirà mai, non diverrà mai moderna ed a misura degli studenti attuali, anche perché il vero propellente con cui la baracca continua, seppur zoppicando, a camminare, sono i docenti preparati ed entusiasti del proprio lavoro; ma si tratta ormai di una specie in via d’estinzione, con o senza le riforme e le pseudoriforme che continuano a pioverci addosso.

2 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

16 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Bilancio di tre anni di blog

Oggi 12 febbraio il mio blog compie tre anni, essendo stato inaugurato alla medesima data del 2012. Da allora il numero delle visite è andato sempre crescendo fino a superare quasi sempre le 100 quotidiane, sia perché le tematiche relative alla scuola interessano molte persone, sia anche per il fatto che su internet le notizie rimbalzano e si trasmettono con sempre maggiore velocità, per cui, da un link all’altro, la notorietà di un certo sito tende ad espandersi. Quello che purtroppo ancora è limitato è il numero degli interventi attivi dei lettori, cioè i commenti: la grande maggioranza dei visitatori, infatti, preferisce limitarsi alla lettura, evitando di farmi sapere il suo parere sugli argomenti che tratto. Quei pochi commenti che mi arrivano, inoltre, sono quasi tutti di una ristretta cerchia di persone, con le quali ho ormai instaurato un dialogo telematico che dura da tempo. Eppure io accolgo e pubblico tutto ciò che mi arriva (tranne ovviamente i commenti insultanti o inutili), e scrivo sempre una risposta, ciò che non tutti i “bloggers” si degnano di fare. Eppure gli interventi dei lettori continuano ad essere molto sporadici, mentre vedo che in altri blog il numero dei commenti è molto maggiore. Mi sono spesso chiesto il motivo di ciò, e ne ho pensate tante. Forse il mio modo di esprimermi è troppo dogmatico, apodittico, per invogliare il lettore ad una precisazione? O forse le mie idee sono troppo bizzarre o provocatorie perché valga la pena di rispondere? O forse i lettori non hanno abbastanza fiducia nell’utilità del confronto dialettico? Può essere che le cause siano queste che ho indicato, o altre che non conosco; sta di fatto che i commenti sono meno dell’1% delle visite al blog, e ciò non è molto incoraggiante per chi, avvalendosi di queste nuove opportunità di discussione che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, sperava di suscitare in rete un utile scambio di idee.
Nonostante la delusione per la scarsa partecipazione dei lettori, io continuo per adesso ad alimentare il blog, inserendovi – più o meno – un post alla settimana, trattando in massima parte argomenti scolastici ma toccando talvolta altre tematiche che riguardano la politica, i mezzi di informazione, la vita sociale del nostro paese. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per cui un docente ormai anziano, con quasi 35 anni di insegnamento, sente la necessità di tenere un blog; ed in effetti questa domanda mi è stata fatta più volte da chi giudica inutile e persino dannoso mettersi in gioco sulla rete ed esternare così le proprie convinzioni, le proprie certezze ed anche i propri punti deboli. Io rispondo che i motivi per cui mi sono preso questo impegno (a volte gravoso) riguardano anzitutto la mia volontà di mettere a disposizione di altri la mia esperienza di docente, al fine di dare qualche consiglio che magari possa essere utile ai colleghi più giovani; ma non nascondo che da parte mia c’è anche il desiderio di suscitare una discussione dalla quale io stesso possa trarre giovamento, ed è proprio per questo che mi rammarico dello scarso numero dei commenti. Non vedo infatti cosa ci sia di male a tenere un blog ed a far conoscere le proprie idee, che io non ho mai nascosto, anzi ho sempre dichiarato apertamente alla presenza di alunni, colleghi ed altre persone che conosco. Fino a pochi anni fa il confronto e la discussione potevano svolgersi solo in forma reale, cioè alla presenza fisica di altre persone con le quali esercitare la propria dialettica; adesso il mondo del web ci offre la possibilità di relazionarci non soltanto con chi ci sta fisicamente vicino, ma anche con chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, in forma virtuale. A me questo appare come uno dei lati migliori delle nuove tecnologie, che purtroppo presentano anche tanti aspetti negativi; è giusto quindi, a mio parere, approfittare di queste nuove opportunità, senza offendere nessuno e senza pretendere di aver ragione ad ogni costo. Dico anzi che sono ben lieto di accogliere e discutere opinioni diverse dalle mie, perché dal confronto civile tutti si arricchiscono. Spero quindi che, se pure avrò la forza di proseguire in questa attività, i lettori diventino più attivi e mi facciano pervenire il loro punto di vista sugli argomenti che tratto. Anche questo è un piccolissimo ma utile passo verso la democrazia.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

I docenti “anziani” sono da rottamare?

Qualche giorno fa è uscito sul “Corriere della Sera” un articolo a firma del noto giornalista Gian Antonio Stella, al quale è molto difficile non replicare, soprattutto per un docente come il sottoscritto. L’esimio giornalista, salito agli onori della cronaca per il famoso libro “La casta” in cui metteva in luce tutte le magagne della classe politica, ha qui mostrato di avere la pretesa, se non la presunzione, di voler parlare anche di argomenti su cui non è abbastanza informato, non facendo egli parte dell’ambiente e del settore di cui pretende di occuparsi. In pratica, sintetizzando al massimo quanto da lui scritto, la tesi di fondo del suo articolo è quella secondo cui la responsabilità del cattivo andamento della scuola italiana (cosa tutta da dimostrare, peraltro) sarebbe dell’età dei docenti, troppo anziani per svolgere bene questo lavoro. E questa tesi viene documentata mediante il solito vecchio ritornello del confronto (che ci penalizza sempre e comunque) con gli altri paesi europei, dove l’età media degli insegnanti sarebbe molto più bassa di quella italiana.
A parte il fatto che è quantomeno azzardato, se non inopportuno, attribuire ad un unico fattore (o quasi) il livello di efficienza di una determinata istituzione; ma poi il buon Stella ci dovrebbe dimostrare con prove incontestabili – cosa che nel suo articolo non c’è affatto – che un docente giovane sia sempre e comunque didatticamente più efficace di chi ha alle spalle già molti anni di insegnamento. Io francamente non riesco a vedere come l’età possa essere, di per sé, una discriminante per decidere chi è più o meno preparato, più o meno adatto a questo mestiere. Forse l’unico argomento a favore dei docenti giovani (che peraltro Stella non nomina espressamente) è la presunta loro maggiore familiarità con l’informatica e con l’inglese, i due idoli (assieme all’impresa, le tre I di berlusconiana memoria) dei governi degli ultimi anni, di qualunque colore politico siano. Ora io dico che questo pregiudizio è manifestamente infondato, e per due ragioni: in primo luogo non è detto che un insegnante anziano non sappia usare computer, tablet ecc. quanto basta per le esigenze che ci sono attualmente nella scuola, o che sappia l’inglese meno di un giovane; in secondo luogo, è l’ora di finirla una buona volta con questa sbornia informatica e anglicistica. Come più volte ho detto in questo blog, i nuovi strumenti informatici, pur essendo un sussidio senz’altro utile, non possono sostituire gli strumenti tradizionali, e di ciò è prova il fatto che negli Stati Uniti, dove le nuove tecnologie si usano da molto più tempo che da noi, stanno tornando ai libri ed ai quaderni; lo stesso vale per l’inglese, lingua importante a conoscersi ma che non costituisce certo la panacea di tutti i mali. Sarebbe molto più opportuno che i nostri giovani imparassero bene l’italiano prima dell’inglese, cosa che purtroppo non è così scontata!  Ed il primo requisito di un buon docente, a mio parere, è la conoscenza approfondita delle discipline che insegna e la capacità di saperle trasmettere con chiarezza ed entusiasmo agli alunni, suscitando in loro curiosità intellettuale e la volontà di porsi delle domande. Profondamente convinto di ciò, io sarei disposto a credere alla tesi di Stella soltanto s’egli riuscisse a dimostrarmi che queste qualità essenziali si trovano sempre in misura maggiore in un insegnante giovane rispetto ad uno di più provata esperienza.
Anche un docente anziano può essere motivato, può avere ancora entusiasmo per il suo lavoro, può aggiornarsi come e meglio di un giovane. In più ha l’esperienza, che gli consente di porsi di fronte ai problemi da affrontare ogni giorno con un ventaglio più ampio di rimedi e di soluzioni, cosa che un giovane alle prime armi spesso non riesce a fare ed è costretto a chiedere consiglio a noi “vecchietti”. Anch’io, che adesso ho 61 anni compiuti proprio oggi, sono stato un giovane insegnante di 26 anni, ed ho compiuto allora tanti errori che oggi non compio più, come quello di valutare gli studenti in modo troppo rigido e di non tenere abbastanza conto della fragilità psicologica che molti ragazzi hanno; ho poi imparato con il tempo e l’esperienza che la valutazione è un processo molto complesso, che deve prendere in considerazione tanti fattori e soprattutto non deve mai abbattere l’autostima degli alunni, ma anzi infondere coraggio e fiducia a chi, inevitabilmente, subisce insuccessi scolastici. I metodi stessi di verifica del lavoro degli studenti sono cambiati: ho sperimentato per anni varie tipologie dopo che quelle iniziali si erano rivelate inadatte, e la stessa cosa potrei dire per tutti gli altri aspetti della vita professionale (rapporti con i colleghi, i genitori, i dirigenti ecc.) che sono andato migliorando nel corso del tempo. Noto invece che i colleghi giovani (specie i supplenti) molto spesso non hanno buoni risultati, o perché la loro preparazione è troppo teorica e lontana dalle necessità effettive della scuola (e di ciò la colpa è tutta dell’università attuale), o perché non hanno quell’autorevolezza che permette di essere rispettati dagli alunni senza doversi imporre con la forza, o perché, presi dal “sacro furore” dell’alta cultura, hanno pretese eccessive e non sanno calibrare il loro metodo valutativo alle condizioni reali ed effettive della scuola attuale e degli studenti.
L’articolo di Stella, da respingere in toto a mio modo di vedere, può essere nato soltanto da una mentalità oggi tanto diffusa quanto errata, quella cioè del giovanilismo che già da tempo ha invaso la sfera della politica (a partire dalle famose “rottamazioni” di Renzi) e che tende ad invadere ogni settore della vita sociale. Si tratta di un pregiudizio totalmente infondato, perché non esiste nessuna prova del fatto che un politico, un medico, un avvocato, un insegnante giovane siano per forza di cose migliori e più efficaci dei loro colleghi più anziani, a meno che non si parli di attività sportive dove a 35 anni si è già vecchi; ma in quelle professioni in cui non è la prestanza fisica ma quella intellettuale ad essere richiesta, è vero l’esatto contrario. Richiamandomi al mio caso personale, affermo che a 61 anni ho ancora più entusiasmo nello svolgere il mio lavoro di quando ne avevo 30-35, e di ciò si sono accorti sia i miei alunni che i loro genitori; e aggiungo anche che, a differenza di tanti miei colleghi, io non bramo affatto la pensione, che accetterò solo quando mi verrà imposta a forza di legge. Perciò rifiuto su tutta la linea lo sciatto giovanilismo del sig. Stella, e dal suo articolo ricavo un motivo in più per alimentare un altro po’ la mia naturale antipatia per la categoria dei giornalisti.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

2 commenti

Archiviato in Attualità

Voglia di lavorare, saltami addosso!

C’è un vecchio proverbio molto conosciuto, che dice: “Voglia di lavorare, saltami addosso… e fammi lavorare meno che posso.” E’ un detto che si adatta bene a tutte le società ed a tutti i tempi, ma più che mai a quelli attuali, nei quali assistiamo ad una singolare contraddizione: da una parte si parla sempre più (anche esagerando) di crisi, di licenziamenti, di sacche di povertà sempre più ampie ecc., e dall’altra veniamo a sapere che in alcuni settori le offerte di lavoro, spesso anche con stipendi da non disprezzare, non trovano persone – specialmente giovani – disposte ad accettarle. Uno di questi casi è, ad esempio, il lavoro del panettiere (o fornaio), ben pagato ma, ahimé, faticoso, perché si svolge nelle ore notturne; ed ecco che alcune panetterie debbono addirittura chiudere perché non trovano chi è disponibile a lavorarci. Lo stesso vale per altri impieghi, come ad esempio i commessi dei negozi: molti giovani, pur in cerca di occupazione, non ne accettano una dove ci sia da lavorare anche il sabato e la domenica. Lo stesso vale per camerieri, cuochi ed altre categorie. In pratica, nessuno vuole sacrificarsi e fare fatica; meglio continuare a cercare qualcosa di meglio, di meno impegnativo, e magari restare ancora in famiglia a carico dei genitori. Del resto va detto che non è colpa dei giovani se questo accade: prima di tutto perché ogni genitore vorrebbe che i figli ottenessero una posizione sociale confacente al titolo di studio posseduto, ed in secondo luogo perché il benessere attuale non ha mai abituato i ragazzi a prendersi delle responsabilità e ad accollarsi fatiche di alcun genere. Hanno sempre tutto senza dover neppure chiedere (cellulari ultima moda, vestiti firmati, l’auto personale appena compiuti i 18 anni e così via), i genitori si sostituiscono a loro in ogni attività, fanno persino i compiti scolastici al posto dei loro figli. In queste condizioni, che c’è di strano se manca la voglia di faticare e di rinunciare a qualche divertimento o qualche serata in discoteca? Tanto qualcuno provvede, e provvederà anche in futuro.
Nel mondo della scuola, in cui io vivo da più di un trentennio come docente, il fenomeno si manifesta spesso: a sentire gli alunni, o a leggere quel che scrivono sui social network, l’impegno didattico è eccessivo, persino insostenibile, i compiti a casa sono sempre troppi, le vacanze sono indispensabili più dell’aria per respirare. Ci sono ovviamente delle lodevoli eccezioni, non si può negare; ma nella maggior parte dei casi gli studenti cercano di ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e le famiglie sono quasi sempre dalla loro parte, al punto da protestare con i docenti o con il Dirigente scolastico per la fatica eccessiva cui sarebbero sottoposti i loro figli. Intendiamo bene: studenti svogliati ce ne sono sempre stati, anche ai miei tempi, ma allora le reazioni erano molto diverse da quelle di oggi. Anzitutto i genitori non erano mai dalla parte dei figli, nessuno metteva in dubbio l’importanza dello studio e l’obbligo dei ragazzi di impegnarsi a scuola, e se qualcosa andava storto la colpa era sempre del figlio e non del professore. Inoltre quello che mancava allora (e che invece oggi purtroppo c’è) era l’atteggiamento rinunciatario di fronte ai risultati scolastici, nel senso che, se arrivava qualche brutto voto per mancanza di impegno, si veniva obbligati dai genitori a studiare di più, anche con la minaccia di punizioni che adesso sarebbero improponibili. Quel che accade oggi è invece l’esatto contrario: se un alunno ha cattivi risultati, i genitori non solo attribuiscono la colpa ai professori che pretenderebbero troppo, ma inducono addirittura il figlio a cambiare scuola o indirizzo con una facilità ed una superficialità sconcertanti. Basta un cattivo voto, un’osservazione magari un po’ severa fatta da un professore, e subito arrivano i genitori e ritirano il figlio, spesso iscrivendolo a scuole private (veri e propri diplomifici senza alcun valore culturale) o ad altri istituti dove, a loro parere, c’è meno da studiare e si ottengono più facilmente voti più alti, che sono l’unica cosa che loro interessa. La formazione culturale e umana dei giovani non interessa più, tanto la cultura, come ha detto qualcuno, non si mangia; l’importante è prendere il diploma con poca fatica e avere buoni voti senza studiare. Così, da un giorno all’altro, le scuole e gli indirizzi più seri ed impegnativi vedono diminuire i loro iscritti, anche a metà dell’anno scolastico.
Tutto questo è aberrante, ma non me ne stupisco più di tanto perché è normale che così sia in una società che respinge tutto ciò che è impegno e fatica ed esalta invece il mito dell’edonismo e dei facili guadagni. Il sistema scolastico però, se fosse gestito da persone serie, non dovrebbe assecondare questa mentalità facilona e opportunista. Anzitutto non dovrebbe essere permesso agli studenti di cambiare indirizzo di studi nel corso dell’anno scolastico senza nemmeno dover sostenere esami o colloqui integrativi nelle materie che non avevano nella scuola di provenienza, o almeno consentirlo solo nelle prime classi, non in quelle successive; in secondo luogo, sarebbe opportuno chiudere definitivamente le scuole private dove, dietro pagamento della retta, si apprende poco o nulla, si concedono promozioni immeritate e si consente persino di fare due o tre anni in uno, una vera e propria vergogna intollerabile. Ognuno deve svolgere il suo percorso, nel tempo stabilito; e se occorre un anno o due in più, non è certo una catastrofe: meglio arrivare all’università o nel mondo del lavoro un anno più tardi, ma con la necessaria preparazione, piuttosto che conseguire un titolo che è solo un pezzo di carta senza alcun valore.

10 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

“L’ora di lezione” di Massimo Recalcati

Vorrei qui parlare di un libro uscito da pochi mesi ma già diventato famoso, dal titolo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. L’autore è lo psicanalista Massimo Recalcati e l’editore è Einaudi, una delle nostre case editrici più prestigiose e ricche di storia. L’ho letto di recente, un po’ frettolosamente, ma credo di averne compreso nella sostanza la tesi centrale, quella cioè secondo cui l’insegnante, un vero e proprio eroe del nostro tempo che lotta disperatamente contro una società ostile, deve riuscire a creare un rapporto “erotico” con i suoi alunni, che per suo tramite dovranno riappropriarsi di quell’interesse per la vera cultura oggi quasi del tutto spento. Si tratta, in altri termini, di quel fenomeno che Freud chiamava “proiezione” o “transfert” e che consiste nel trasferimento nella persona dell’analista (e nel nostro caso del docente) di tutti quei sentimenti affettuosi e positivi inconsciamente provati per un genitore, che presumo sia quello dell’altro sesso sulla base della nota teoria freudiana dei complessi di Edipo e di Elettra. Cercando di spiegare tutto ciò in parole semplici, credo che la tesi di Recalcati si identifichi con la capacità dell’insegnante di suscitare nell’allievo una sorta di trasporto affettivo nei suoi confronti, che si materializzi poi nell’accettazione e nel gradimento dei contenuti formativi e culturali che il docente cerca di trasmettere.
Non essendo uno psicanalista né uno psicologo, ho però sempre creduto a mio modo a questa concezione dell’insegnamento. Il docente deve avere entusiasmo ed amore per ciò che insegna, non intendere mai il proprio lavoro come un dovere, bensì come uno scopo di vita, né mai dare l’impressione di essere stanco o annoiato ai suoi allievi, che deve coinvolgere non soltanto invitandoli a partecipare alla lezione, ma suscitando in loro il desiderio di conoscere e di porsi delle domande. In questo senso il rapporto educativo diventa “erotico”, perché senza amore nessuna relazione umana può essere gratificante; altrimenti – afferma Recalcati – con i mezzi di trasmissione di nozioni che esistono oggi, l’insegnante potrebbe facilmente essere sostituito da un computer ed il risultato sarebbe lo stesso. Quindi il vero insegnamento non dipende da una retorica o da una qualsivoglia tecnica comunicativa, ma dal carisma di chi parla, di chi cioè riesce a rendere vivi e far vibrare gli enunciati che trasmette. E la prova di questa teoria la si trova nell’esperienza comune: tutti noi ricordiamo, pur avendone dimenticato l’aspetto fisico e talvolta persino il nome, uno o più professori che hanno fatto vibrare le corde del nostro cuore e ci hanno avvicinato al sapere in modo affettivo, “erotico” appunto. Lo stesso autore del libro ci parla della sua infanzia travagliata in cui non trovava interesse nella scuola,  tanto da essere persino bocciato in seconda elementare; ma poi, al secondo anno delle superiori (un istituto agrario vicino a Milano) conobbe una professoressa di grande bravura ed entusiasmo didattico di nome Giulia, la quale cambiò completamente le sua vita ed il modo stesso di intendere la cultura e l’apprendimento, a tal punto che da alunno svogliato divenne in breve tempo il primo della classe e iniziò quel percorso di studio che l’avrebbe portato a diventare un celebre psicanalista. Ed a questo proposito io aggiungo una frase di Seneca, che mi pare ben attagliarsi al nostro caso: Saepe bona materia cessat sine artifice, il che vale a dire che un blocco di marmo, senza Michelangelo, sarebbe restato sempre un blocco di marmo senza mai diventare il Mosè, così come un giovane potenzialmente capace e creativo non svilupperà mai queste sue qualità se non avrà la fortuna di incontrare docenti in grado di suscitarne l’entusiasmo e l’amore per il sapere.
Recalcati, da buon osservatore della realtà che ci circonda, riconosce che l'”erotica dell’insegnamento” è oggi molto difficile a causa della concezione economicistica e utilitaristica della cultura che domina ormai in società, unita oltretutto ad un edonismo fatuo che rifiuta ogni impegno e ogni responsabilità. Benché non ami molto le citazioni, voglio qui riportare in parte le sue parole. Egli definisce così la scuola attuale: “Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. E’ violentata dai nostri governanti, che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere.” Parole dure, taglienti come lame seppur non sempre da intendere alla lettera, perché fortunatamente esistono ancora scuole, come la mia, dove i docenti in genere sono rispettati e dove gli alunni – chi più chi meno – si impegnano ed hanno un comportamento civile. Però, al di là delle generalizzazioni, quel che afferma Recalcati è vero, nel senso che è un’ardua impresa, al giorno d’oggi, mettere in pratica questa “erotica dell’insegnamento” che permette al processo educativo di raggiungere i migliori risultati. Uno degli ostacoli maggiori (e qui sono d’accordo con l’autore) è l’atteggiamento assunto dai vari governi che si sono succeduti in questi ultimi venti anni, che a parole mettono sempre la scuola al primo posto nel loro programma per farla poi passare all’ultimo nei fatti subito dopo il loro insediamento. L’evidente frustrazione economica e sociale della nostra categoria rende sempre meno attuabile quell’entusiasmo e quella carica di amore per le proprie discipline ed i propri alunni che Recalcati indica come indispensabile nel modo di essere del docente; e tuttavia ve ne sono ancora molti che, per disposizione individuale o forse per incoscienza, sentono ancora questo lavoro come una ragione di vita e che quando sono con i propri alunni, una volta chiusa la porta dell’aula, si dimenticano di tutto il resto. Sono questi gli insegnanti che segnano profondamente la vita degli studenti e che da loro, anche dopo tanti anni, vengono ricordati con gioia e riconoscenza; ed è grazie a questi docenti che il nostro sistema scolastico continua ad andare avanti pur in mezzo a tanti ostacoli, provocati spesso da chi dovrebbe fare tutto il contrario, restituire cioè alla scuola quel ruolo centrale che le compete in ogni Paese che voglia dirsi moderno e civile.

5 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica