La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

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Fannulloni veri e presunti tali

L’argomento più in voga in questi giorni, accanto a quello dei diritti civili delle “coppie di fatto”, è certamente quello dei cosiddetti “fannulloni” della pubblica amministrazione, coloro cioè che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno al mare, a fare la spesa o altro che sia. La cosa mi incuriosisce perché secondo me questa improvvisa alzata d’ingegno del governo, che prevede la sospensione dal servizio in 48 ore ed il licenziamento entro un mese del dipendente sorpreso a fare altro in orario di servizio, è destinata a risolversi in una bolla di sapone, come quasi sempre accade da noi. Come si sa, noi siamo il paese del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e non credo che questa faccia eccezione; perciò i colpiti dai provvedimenti avranno la possibilità di difendersi, fare ricorso, farsi assistere da avvocati e sindacalisti vari ecc., e così di sospensioni e di licenziamenti ne vedremo molti meno di quanti ce ne potremmo aspettare. C’è poi un’altra abitudine tipicamente nostrana: che cioè di un problema se ne discute fin quando l’attenzione mediatica vi si rivolge e tutti ne parlano; poi, passata l’ondata di interesse di giornali e TV, tutto ritorna come prima. Ma c’è di più. C’è un’altra caratteristica tipica di noi italiani che interviene in casi come questi: il cosiddetto “benaltrismo”, per cui chi si trova accusato di qualcosa reagisce non tanto negando il proprio errore (che, se testimoniato dalle telecamere, non può essere negato) quanto affermando che c’è chi ha fatto molto peggio di lui, e che quindi il proprio “errore” non è da ritenersi così grave, visto che ce ne sono altri ancor peggiori. E’ quello che successe nel 1992 in occasione del caso detto di “Tangentopoli”: tutti i politici corrotti affermavano che ce n’erano altri più corrotti di loro, e così riabilitavano la loro immagine agli occhi dei cittadini.
Sul problema dell’assenteismo nella pubblica amministrazione, tuttavia, io vorrei porre l’attenzione su un problema di cui nessuno ha parlato finora nei dibattiti televisivi e sui giornali, almeno a quanto ne so. Si è fatta tanta polemica, ed è sorta tanta indignazione contro coloro che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno in giro; ma non si è parlato affatto di coloro che sul posto di lavoro ci vanno regolarmente ma poi fanno poco o nulla. A chi non è capitato di trovarsi in uffici pubblici (comunali, giudiziari tributari, ospedalieri ecc.) e di vedere ovunque scrivanie vuote, computer accesi e lasciati lì, impiegati che discutono allegramente tra loro e prendono il caffè o leggono il giornale incuranti delle persone che li stanno aspettando e che hanno giustamente premura di ottenere quanto desiderano e di cui hanno diritto? Quegli impiegati non sono andati al mare o a fare la spesa (forse ci saranno anche andati in altri momenti, chissà), sono sul posto di lavoro, ma tra pause caffé, pause colazione, pause colloquio ameno con i colleghi ecc., praticamente lavorano la metà o un terzo di quanto dovrebbero. Perché nessuno controlla queste persone e impedisce che gli uffici, le scrivanie e i computer siano lasciati vuoti per ore da persone che, almeno ufficialmente, sono sul posto di lavoro? Perché non sospendere e licenziare anche costoro? Sarei felice che i dirigenti, adesso minacciati anche loro di licenziamento, si impegnassero a controllare tutti i dipendenti, non soltanto i cosiddetti “furbetti del cartellino”.
Nel mondo della scuola, che pure fa parte anch’essa della pubblica amministrazione, fenomeni come quelli descritti sopra sono possibili solo da parte del personale non docente (collaboratori amministrativi, bidelli ecc.) che in effetti qualche volta anch’io ho visto fuori della scuola in orario di servizio, a fare la spesa o altro. Ma i docenti non possono farlo, perché non si possono lasciare gli alunni da soli, c’è l’obbligo di vigilanza e la responsabilità civile e penale; perciò può capitare che un docente arrivi in ritardo sul posto di lavoro, ma non succede che non si presenti in aula e salti totalmente il turno di servizio, a meno che non abbia un valido e documentato motivo, e questa è la differenza tra la scuola e gli altri settori pubblici. Può però accedere (e accade purtroppo, anche se in casi rari) che il docente vada regolarmente in classe ma poi lavori poco e male, abbia un rendimento insufficiente ed un’azione didattica totalmente inefficace; ed è una situazione, questa, che può verificarsi anche in caso di docenti preparati nella loro materia ma incapaci di tenere la disciplina in classe o di trasmettere agli alunni le loro conoscenze. Cosa può fare un dirigente in questi casi? Nulla, se non vuole andare incontro a ricorsi e vertenze che finirebbero per dar ragione al dipendente ed obbligare lui stesso a rifondere i danni. E’ anche di questo problema che dovrebbe occuparsi la legge; e se si teme che il Dirigente abusi del proprio potere per perseguitare o addirittura cacciare chi non gli è simpatico o chi lo contesta (il cosiddetto “docente contrastivo”), si potrebbe però costituire commissioni ministeriali di ispettori e di esperti che, a chiamata dei dirigenti, si rechino nelle scuole per verificare se quel docente è un perseguitato o se veramente non merita la cattedra e lo stipendio che riceve. Un tempo esistevano gli ispettori ministeriali, che svolgevano appunto questo tipo di controllo, ma oggi sono spariti anch’essi travolti dalla logica dei progetti inutili e delle pastoie burocratiche. Ricostituire oggi un’autentica “task force” ministeriale che verifichi capillarmente il lavoro di certi professori mi pare l’unica strada percorribile non solo per eliminare il problema dei “fannulloni”, ma anche per dare il giusto riconoscimento a chi si dedica anima e corpo ad un lavoro purtroppo scarsamente riconosciuto ed ancor meno stimato. Lo squallido egualitarismo che affligge il mondo della scuola e che tratta tutti allo stesso modo senza considerare le profonde differenze esistenti tra noi dal punto di vista dell’impegno, del carico di lavoro e della qualità didattica, è il vero nemico da sconfiggere se si vuole che il nostro sistema scolastico torni ad essere veramente efficace e formativo.

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Deve esistere ancora il “posto fisso”?

Come tutte le domeniche, anche oggi ho seguito (almeno all’inizio, poi generalmente ho altro da fare) la trasmissione “L’Arena”, condotta da Massimo Giletti su Rai 1. Dico subito che non ho molta simpatia per questo programma, perché molto spesso esagera nel mettere alla berlina le inefficienze e la corruzione della pubblica amministrazione, generalizzando e fornendo un’immagine del tutto negativa di una realtà che sicuramente ha dei difetti e dei malfunzionamenti, ma che nella maggior parte dei casi funziona bene o almeno in maniera accettabile; e così facendo, presentando cioè un quadro a tinte fosche dell’operato dei nostri politici ed amministratori, finisce per portare acqua al mulino dell’antipolitica e per favorire così il qualunquismo ed il disfattismo di Grillo e della sua banda di incapaci a 5 stelle. Per questo non mi piace quel programma, ma oggi l’ho ascoltato volentieri perché l’argomento in discussione era il licenziamento di alcuni dipendenti di un’ospedale di Salerno i quali, anziché andare regolarmente a svolgere il loro lavoro, timbravano il cartellino di presenza e poi se andavano al mare o altrove a farsi i fatti loro. Il dibattito è stato interessante perché tutti, più o meno, si sono detti d’accordo con questo provvedimento, anche perché – come ha sottolineato l’on. Salvini – è una vergogna che dei dipendenti pubblici, che sono regolarmente pagati a fine mese, si comportino in tal maniera quando ci sono centinaia di migliaia di giovani senza lavoro che sarebbero ben felici di poter timbrare quel cartellino e poter lavorare. Ma il lato più curioso del programma è stato l’intervento di un sindacalista della UIL, il quale non ha assolutamente difeso i licenziati, ma ha anzi affermato che il suo sindacato si costituirà parte civile nei processi a carico degli assenteisti, perché un simile comportamento va assolutamente impedito. Quel che mi ha fatto sorridere, appunto, è stato l’atteggiamento del sindacalista, in netto contrasto con l’azione del suo e degli altri sindacati della “triplice” (CISL e CGIL), i quali invece per decenni si sono fatti paladini e difensori degli assenteisti e dei fannulloni, opponendosi a qualunque provvedimento censorio o punitivo sulla base di un’ideologia garantista che, da sempre condivisa dai partiti di sinistra, ha provocato la permanenza sui posti di lavoro di persone indegne e incapaci. Meno male che adesso il sindacato si è accorto dell’errore e ha cambiato idea. Meglio tardi che mai!
Uno degli argomenti in discussione è stato appunto il garantismo eccessivo che abbiamo avuto ed abbiamo ancora in Italia, per cui un licenziamento nella pubblica amministrazione diventa più difficile di una scalata dell’Everest: il dipendente sanzionato, infatti, ha diritto a fare ricorso agli organi competenti ed al Tar, a chiedere l’aiuto del sindacato, dell’Ispettorato del lavoro, della magistratura ordinaria ecc. che quasi sempre gli danno ragione in modo aprioristico, determinando non solo il reintegro nel “posto fisso” che indegnamente occupa, ma costringono spesso anche il Dirigente che ha comminato la sanzione a pagare di persona, anche economicamente, le spese processuali ed a rifondere il lavoratore. Questo spiega largamente il motivo per cui molti dirigenti lasciano correre comportamenti scorretti ed illegali dei dipendenti, per timore di perdere poi la causa ed essere costretti a rimetterci i soldi e la pure la faccia. In queste condizioni, pertanto, è difficile dare torto a questi dirigenti.
Per fare un accenno al settore dell’istruzione pubblica, di cui mi intendo un poco per averci passato una vita, debbo dire che la situazione è quella descritta sopra, forse anche peggiore di quella delle altre amministrazioni pubbliche: tutti sappiamo, infatti, che insegnanti assenteisti o impreparati ce ne sono purtroppo, anche se in minima percentuale. Verso costoro, comunque, i Dirigenti scolastici (o presidi come si chiamavano una volta) non possono in sostanza fare nulla, perché al minimo provvedimento disciplinare contro un docente (anche una semplice censura o sospensione di pochi giorni) subito intervengono i sindacati a difendere il docente “perseguitato”, viene messa in atto contro il dirigente una vertenza fatta di ricorsi agli organi competenti, di lettere minatorie di avvocati, di cavilli legali legati ad errori di forma e quant’altro che sia, di modo che il provvedimento punitivo viene quasi sempre cancellato, anche in casi di evidente inosservanza dei propri doveri stabiliti dal contratto della categoria. In molti casi, inoltre, il comportamento scorretto di un docente è difficilmente sanzionabile perché non verificabile con certezza; se un professore, invece di andare in classe, va al mare l’irregolarità è del tutto evidente, ma se, al contrario, si presenta regolarmente in classe ma non spiega, non conosce la propria materia, compie ingiustizie nella valutazione degli alunni e provoca in loro disgusto anziché amore per lo studio, tutto ciò è difficile se non impossibile da dimostrare, perché la parola degli alunni può agevolmente essere confutata dal docente e nessuno può andare in classe a verificare se quel professore è veramente degno della cattedra che ricopre e dello stipendio che riceve.
Sono contento del fatto che, almeno a livello generale, qualcosa si stia muovendo, perché sta crescendo ovunque l’indignazione contro gli assenteisti e gli incapaci, come dimostra anche l’annuncio del Presidente del Consiglio secondo cui, dopo l’approvazione di un apposito decreto del Consiglio dei ministri, sarà possibile licenziare queste persone entro 48 ore; dubito però che ciò possa veramente accadere, perché in Italia è ancora talmente forte il garantismo, il mito del “posto fisso” intoccabile, e tante sono le pastoie burocratiche che mi stupirei moltissimo se dovesse cambiare in poco tempo un malcostume che dura da 50 anni e più. Quel che occorrerebbe fare subito, a mio vedere, è dare ai Dirigenti delle varie amministrazioni (anche ai presidi delle scuole) la facoltà di poter licenziare chi non lavora o lavora male, o almeno di poterlo sospendere per un periodo di alcuni mesi; in questo modo il dipendente avrebbe modo di riflettere e rendersi conto del suo errore, e una volta reintegrato nel suo posto avvertirebbe senza dubbio la necessità di comportarsi diversamente per non incorrere nel licenziamento definitivo. Soprattutto andrebbe eliminata la possibilità del dipendente di rivalersi sul dirigente a livello economico, perché questo è il vero freno che impedisce l’adozione di provvedimenti più che necessari. Il mito del “posto fisso” deve finire per sempre, perché non si può più permettere a certa gente di rubare lo stipendio per una vita e, nel caso della scuola, di rovinare intere generazioni di studenti. Naturalmente – e non è neanche il caso di rammentarlo – prima di prendere provvedimenti punitivi un Dirigente deve avere prove inconfutabili delle inadempienze compiute, per evitare che qualcuno sia sospeso o licenziato per antipatie personali o per altri motivi altrettanto abietti di quelli di coloro che non compiono il proprio lavoro. La verità, come dice un saggio detto, sta nel mezzo, e gli eccessi vanno sempre evitati.

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Il Risorgimento a rovescio

Per avere anche frettolosamente studiato la storia, tutti noi sappiamo quanta fatica e quanto sangue costò, nel secolo XIX, il processo del Risorgimento, ossia di quel periodo storico che portò all’unificazione dell’Italia ed alla liberazione della nostra patria dal dominio straniero. Fu un processo storico che, non terminato durante il secolo XIX, proseguì anche nel XX con la prima guerra mondiale, che costò all’Italia qualcosa come 600.000 morti per il preciso fine di completare il processo di unificazione del Paese e l’acquisizione delle cosiddette “terre irredente”. Spesso mi sono chiesto, a proposito di quest’ultimo evento, se valesse la pena di pagare un contributo di sangue così alto per acquisire territori che ancor oggi dispregiano il tricolore e non si sentono neppure italiani, tanto che, se ci rechiamo in Alto Adige, ci sembra di stare all’estero e di far fatica a trovare qualcuno che parli la nostra lingua. Ma attualmente, visto ciò che sta accadendo a livello di Unione Europea, questa mia sensazione di perdita della nostra identità nazionale si è ingrandita a dismisura, e mi viene da pensare che se Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II potessero vedere dove sono andati a finire tutti i loro sforzi, si rivolterebbero nella tomba, tanto per riprendere un’espressione di uso comune.
Se ci mettiamo a considerare la situazione politica ed economica del nostro Paese in rapporto all’Unione Europea, vediamo come il dominio straniero sull’Italia è tornato ad esistere ancor oggi, nei primi decenni di questo sciagurato secolo XXI; la differenza è soltanto che nei secoli passati condottieri come Napoleone ci occupavano con gli eserciti e con i cannoni, adesso invece ci schiacciano con le norme repressive dovute al loro potere economico, che ha buon gioco a dominarci se teniamo conto del nostro debito pubblico, giunto ormai a dimensioni tali da impedirci non dico di fare la voce grossa in Europa, ma perfino di farci ascoltare e considerare. Il caso dell’Italia non è molto diverso da quello della Grecia, dove le sbruffonate di Tzipras non sono servite a nulla perché le condizioni economiche del suo paese l’hanno costretto, nonostante i proclami bellicosi ed un inutile referendum, a chinare la testa di fronte ai potentati economici tedeschi, francesi ecc. La stessa cosa, sia pur in tono leggermente minore, tocca anche noi: il nostro Governo, a livello europeo, conta poco o niente, ed anche Renzi, come il suo collega greco, ha dovuto accettare una serie di condizionamenti, di prescrizioni, di diktat inauditi per uno Stato che vuol definirsi sovrano e indipendente, e che non era costretto ad accettare finché non c’è stata questa Europa tiranna e dominatrice e finché non è stato compiuto  l’errore di entrare nell’euro, privando il nostro Paese della possibilità di battere moneta e quindi di poter gestire la propria economia. E che l’Italia non conti nulla in Europa, ma sia di fatto tornata sotto la dominazione straniera, lo vediamo da molti fattori che sarebbe troppo lungo qui elencare: basti dire, prendendo ad esempio la normativa bancaria, quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando il governo di Frau Merkel si è permesso di dare soldi pubblici, miliardi di euro, per sostenere la Deutsche Bank, mentre poi ha imposto a tutti gli altri governi dell’Unione di non salvare più le banche in fallimento, e così da noi è accaduto quel che sappiamo a proposito delle quattro banche di recente andate a gambe all’aria e delle centinaia di risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i loro soldi. Anche qui è valsa la legge del più forte, tanto che i signori teutonici si sono potuti permettere di dare ordini a tutti e imporre la loro dittatura economica, nonché di mettere la sordina alla loro disonestà, ben rivelata al mondo dalla vicenda della Volkswagen. E a proposito voglio citare una frase che fu detta, non ricordo da chi, alcuni mesi fa a proposito del crack della Grecia: che la signora Merkel è riuscita a fare ciò che non riuscì ad Hitler, tenere cioè tutta l’Europa sotto i suoi piedi.
Questa situazione di soggezione (per non dire di schiavitù) in cui ci troviamo per colpa dei nostri imbelli governanti si riflette in ogni ambito della vita economica e sociale: dall’Europa ci viene imposto il quantitativo di latte, di frutta, di altri generi che possiamo produrre, e guai a non rispettare gli ordini delle Loro Eccellenze, vengono fuori multe milionarie! Ci vogliono persino costringere a produrre formaggio con il latte in polvere, mandando in fumo la tradizione gastronomica italiana, la migliore del mondo senza dubbio alcuno. Ed anche nella scuola abbiamo visto, proprio quest’anno, il grado a cui è arrivata la nostra sottomissione agli stranieri: hanno costretto il nostro governo ad assumere gli insegnanti precari in base alla norma (fatta da loro, non da noi!) che se un dipendente pubblico supera i 36 mesi di servizio deve essere assunto a tempo indeterminato dallo Stato. La conseguenza di ciò è stata che, accanto all’immissione in ruolo dei molti docenti che hanno occupato i posti vacanti, ne sono stati assunti altri 50.000 circa del cosiddetto “organico potenziato”, i quali sono praticamente superflui per quanto riguarda la didattica, perché non hanno classi dove far lezione ma si limitano alle supplenze brevi, ai corsi di recupero ecc., tutte attività che venivano svolte anche prima senza che lo Stato dovesse pagare tutti questi stipendi in più soltanto perché “l’Europa ce lo impone”!
E’ veramente triste vedere come la nostra patria abbia perduto la sua identità nazionale e si sia fatta ancella dei potentati economici stranieri, senza più poter decidere il proprio destino. A ciò ha contribuito anche la sciagurata apertura delle frontiere, un provvedimento che ha fatto sì che chiunque possa entrare in Italia senza controllo: clandestini, criminali, spacciatori, gente di ogni genere che varca tranquillamente i confini senza che nessuno chieda loro neanche il passaporto o la carta d’identità. Così possono arrivare da noi, senza alcun controllo, droga, armi, esplosivi, qualsiasi cosa, perché la dogana ed i controlli di frontiera non esistono più.
Purtroppo nessuno dei combattenti di Caporetto e di Vittorio Veneto è più in vita, ma sarebbe interessante chiedere a costoro per che cosa hanno combattuto, per cosa sono stati mesi ed anni a marcire nelle trincee ed a rischiare la vita ad ogni momento. Quel che si diceva loro con la retorica del tempo, cioè che stavano lottando per una Patria libera e unita, si è rivelata un’inutile formula priva di senso; e non solo perché quelle terre da loro conquistate non si adattano neanche adesso ad essere italiane, ma perché l’Italia stessa non è più libera, non è più in grado di gestirsi e di decidere la propria politica e la propria economia. Se questa deve essere l’unione europea, dico allora che sarebbe stato molto meglio non farne parte e non accettare quella moneta unica che è stata per le nostre famiglie un vero flagello. Se è vero, come è vero, che l’Italia è la prima nazione al mondo per l’arte e la cultura, fa orrore soltanto il pensare di aver perduto la nostra indipendenza e la nostra coscienza nazionale. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, un nuovo Cavour o un nuovo Garibaldi; ma penso proprio che in questo periodo storico anche soltanto ipotizzare una simile eventualità altro non sia se non fantasia allo stato puro.

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Bilancio sintetico del 2015

Un altro anno sta finendo, anzi finirà tra meno di un’ora… E nulla di particolarmente nuovo mi viene in mente di dire, se non che divento sempre più vecchio e meno tollerante delle assurdità che leggo e che vedo in giro. Si avvicina poi il momento di dover andare in pensione, che io giudico per me una vera e propria catastrofe, al contrario di tante altre persone che sono tutte tese, anima e corpo, al momento in cui lasceranno il lavoro. Per me è vero l’esatto contrario: io vedo la pensione come l’età della vita in cui non si è più utili alla società, in cui non si sa come passare il tempo in modo proficuo, in cui non viviamo ma ci lasciamo vivere, l’età in cui non si hanno più aspirazioni né desideri. Per dirla in una parola, l’anticamera della morte. Con questa mentalità, che io e pochi altri abbiamo, sono quasi grato alla signora Fornero per avermi dato la possibilità di restare in servizio, perché senza la sua tanto deprecata legge io sarei già in pensione, avendo maturato al 1° settembre 2015 la contribuzione massima richiesta dalle norme precedenti. So di averla detta grossa, perché quasi tutti odiano l’ex ministro Fornero per questo motivo, ma io la penso diversamente e confermo che non presenterò mai domanda di pensionamento ma me ne andrò solo quando mi cacceranno a forza di legge.
Cos’ha portato di nuovo il 2015? Dal punto di vista della mia vita privata, poco o nulla: i miei figli sono ormai adulti e se ne stanno per conto proprio, si fanno vivi soltanto nelle feste comandate, o poco più. Le mie abitudini sono le stesse di prima, tranne che quest’anno, purtroppo. sono emersi i primi problemi di salute legati all’età, malanni non troppo gravi ma neanche da sottovalutare; del resto, passati i 60, non si può più vivere da spensierati senza aver cura di noi stessi, come possono fare i nostri alunni di 16/17 anni, e questo è normale. Anche la mia attività di docente è proceduta nel 2015 come negli anni precedenti, con la novità però che l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Liceo Classico si è rivelato più impegnativo del previsto, tanto che mi ha costretto a ridurre quasi a zero la mia attività scientifica di studioso del mondo classico, che in passavo esercitavo con molto più agio. A questo calo dell’attività scientifica ha però contribuito anche la grossa truffa che ho subito da parte dell’editore Loffredo di Napoli (faccio il nome apertamente, e mi prendo la responsabilità di quel che dico) il quale, dopo avermi impegnato oltre quattro anni nella compilazione di una storia della letteratura latina, regolarmente pubblicata con il titolo “Scientia Litterarum” e adottata in molti licei, si è poi dileguato dichiarando fallimento e venendo quindi meno all’obbligo di onorare i contratti stipulati con gli autori. Secondo i miei calcoli la cifra che ho perduto per il mancato pagamento dei miei diritti si aggira sui 10.000 euro; ma ciò che mi rattrista di più non sono i soldi, bensì il fatto che la mia opera, per ovvi motivi, non viene più stampata e quindi tutta la mia fatica si è risolta nel nulla e sono rimasto, come si suol dire, con un pugno di mosche. E’ vero che potrei proporre la pubblicazione del mio lavoro, che ho già riveduto e sensibilmente corretto, ad un altro editore, ma è stata così grande la delusione che mi è passata anche la volontà di tentare nuovi progetti editoriali.
Dal punto di vista delle vicende pubbliche, ben poco ho da dire. Sul governo Renzi non mi sento di pronunciare sentenze, perché a mio vedere non è ancora ben chiaro dove la sua politica ci condurrà; continuo però a pensare che l’azione di governo in un paese come il nostro sia difficile, e che sia molto più semplice e comodo fare opposizione senza doversi assumere responsabilità. Per questo giudico del tutto assurda ed inconcludente la polemica del Movimento cinque stelle (che io chiamo “Cinque stalle”), perché li considero un branco di incapaci buoni soltanto ad urlare e insultare il prossimo, senza mai fare una proposta concreta se non quella, demenziale, del “reddito di cittadinanza”, e mostrando, anche attraverso le continue espulsioni dei dissidenti, di non sapere neanche cosa sia la democrazia. Prima di cadere nelle mani di questi individui preferisco tenermi non solo il governo Renzi, ma qualsiasi altro regime, di chiunque sia. Ciò non significa ovviamente che approvi tutto ciò che viene deciso dal Governo e dal Parlamento, che comunque accetto per dovere civico: ad esempio, la riforma della scuola approvata proprio nel 2015 presenta ancora lati oscuri e certamente non costruttivi. Elementi negativi della cosiddetta “Buona scuola” a firma del ministro Giannini e dello stesso Presidente del Consiglio sono, a mio vedere, sostanzialmente due: l’organico potenziato e la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Il primo ha fatto sì che siano stati assunti, in molti casi senza che abbiano mai affrontato un concorso serio, circa 50.000 docenti che non hanno una cattedra e che dovrebbero coprire le supplenze ed effettuare i corsi di recupero ma che in realtà, una volta compiuti questi compiti, passano il resto dell’anno scolastico facendo poco o nulla, mentre noi docenti di vecchia nomina dobbiamo continuare a fare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, le riunioni collegiali ecc. La seconda assurdità è appunto l’obbligo degli alunni di effettuare “stages” ed esperienze lavorative durante il percorso scolastico della scuola superiore, un’attività che ben si addice a coloro che frequentano istituti tecnici o professionali, ma non certo agli alunni dei licei, i cui programmi di studio e di formazione si riferiscono a modelli di cultura generale, all’astrazione ed al ragionamento, non alle attività pratiche. Tutto ciò complicherà la vita dei nostri giovani, già molto impegnati con gli studi e con le altre attività personali che quasi tutti svolgono; accadrà così che costoro, tirati a forza a doversi occupare di tante cose, finiranno per non far bene nulla, né la scuola né il lavoro. Affermando ciò rischio di apparire troppo pessimista, ma penso di conoscere la realtà scolastica attuale e le caratteristiche dei giovani di oggi abbastanza bene per non temere di essere smentito.

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L’orrore della narrativa attuale

In questi giorni di vacanze natalizie, com’è noto, abbiamo un po’ tutti l’abitudine di girovagare per i negozi ed i centri commerciali, dove un turbinìo di luci e di colori ci invita ad acquistare il più possibile, secondo i canoni ormai noti della società consumistica. A me personalmente, certo per deformazione professionale, attirano più di tutto le librerie, dove migliaia di volumi giacciono sui panchetti e gli scaffali in attesa di potenziali compratori, dando la netta impressione di disordine che quasi sempre si ritrova in questo tipo di negozi: testi di storia antica mescolati con quelli di storia moderna, filosofia mescolata con psicologia o sociologia, manuali di cucina insieme a libri per bambini ecc. In questa inevitabile confusione c’è però qualcosa che viene immediatamente posta sotto gli occhi del visitatore appena entra in libreria: i cosiddetti “best sellers”, ossia le novità del momento generalmente più vendute, che coincidono quasi sempre non con opere classiche di immortale valore, ma con romanzi o racconti composti da giornalisti e sedicenti scrittori contemporanei.
E’ quindi quasi un obbligo, quando si entra in libreria, prendere in mano qualcuna di queste novità editoriali e sfogliarne qualche pagina; lo faccio anch’io, anche se poi mi guardo bene dall’acquistare questa roba e mi rivolgo, se mai ho desiderio di comprare qualcosa, ai miei amati testi classici ed alla saggistica più seria. Ciò perché ogni volta apro un libro di uno “scrittore” contemporaneo mi si stringe il cuore nel constatare quanto questi libri sono scritti male, senza idee e soprattutto senza alcun valore letterario: la sintassi è praticamente inesistente, con periodi di due o tre parole delimitate dal punto; la stilistica e la retorica non si sa neanche cosa siano; le norme della narratologia sono quasi sempre trascurate o del tutto ignorate; le descrizioni sono misere e non rendono affatto l’idea di chi o che cosa s’intende descrivere; le vicende raccontate sono quasi sempre stereotipe, misere e ripetitive, senza alcuna originalità; l’informazione culturale è fortemente carente. C’è da chiedersi chi mai possa spendere dei soldi per acquistare questi obbrobri; forse si tratta di persone vuote, ignoranti, che non conoscono affatto l’arte della letteratura, che non hanno mai letto i veri scrittori (Manzoni, Verga, Pirandello, Svevo ed altri) e che quindi si entusiasmano a leggere certi scribacchini che dovrebbero in molti casi tornare alle scuole elementari. Non voglio fare nomi, perché tanto sono tutti uguali: l’arte oggi è morta, si sa, non solo quella letteraria, e quindi nessuna meraviglia se vengono spacciati per romanzi e racconti delle schifezze che nei secoli della vera arte nessuno avrebbe accettato di leggere e tanto meno di pubblicare. Ma oggi, si sa, quello che conta è il denaro, e ci sono case editrici, come la Newton Compton di Roma, che pubblicano ogni nefandezza possibile pur di far soldi sulle vendite. Anni fa proposi a questo editore romano la pubblicazione della mia traduzione delle commedie di Menandro, un autore greco pochissimo conosciuto in Italia ma che ha avuto un enorme rilievo nella storia della cultura mondiale. L’editore rifiutò di prendermi in considerazione; e adesso scopro che sta pubblicando una collana dedicata ai “nuovi talenti letterari” con libri in cui una maestra elementare troverebbe un’infinità di errori di sintassi e di lessico. Ma tant’è: è noto che la legge del mercato, qui da noi, trionfa sulla qualità e sulla cultura, e di ciò dobbiamo, nostro malgrado, farci una ragione.
Oltre al valore letterario praticamente nullo degli “scrittori” contemporanei, quello che mi colpisce in essi è l’estrema volgarità e oscenità di cui sono infarciti: turpiloquio in ogni pagina, descrizione minuziosa di atti sessuali per solleticare i bassi istinti dei lettori, i quali evidentemente leggono questi libri pornografici perché è questo ciò che cercano; autori ed editori lo sanno e per questo rincarano la dose, sapendo che più oscenità c’è in un libro e più lo si vende. E quel che fa più specie, proprio perché non eravamo stati a ciò abituati dalla vera letteratura, è che questi obbrobri sono spesso scritti da donne, le quali evidentemente credono che assumere le brutte abitudini (come il turpiloquio) tipicamente maschili faccia parte della loro emancipazione. Certo, se la donna deve avere gli stessi diritti dell’uomo, secondo loro, allora può e deve usare anch’essa le parolacce, le bestemmie, l’oscenità come usano gli uomini, come se questo fosse un titolo di merito. C’è una signorina del nord Italia, di cui non voglio fare il nome per senso di commiserazione, che ha scritto una trilogia dove la protagonista (una donna giovane) vive schiava dell’istinto sessuale e si accoppia praticamente come un animale, mentre la presunta “scrittrice” si diverte a descrivere minuziosamente gli atti sessuali. Questa vergogna non sarebbe stata possibile in un’epoca in cui era chiaro il concetto di arte e di letteratura, in un periodo in cui l’immagine della donna era molto più pura e rispettata di quanto non lo sia adesso, nonostante tutte le lotte femministe e la relativa emancipazione del gentil sesso. Io ho sempre creduto che, in nome dell’uguaglianza dei sessi e delle pari opportunità, le donne dovessero rendersi pari agli uomini negli aspetti positivi della vita, non in quelli negativi. E ancor oggi, in base all’educazione ed alla formazione che ho avuto, mi indigno quando sento donne e ragazze pronunciare parolacce e oscenità, che farebbero bene a lasciare alla volgarità maschile, anch’essa diffusa oltre misura. Quando poi la volgarità femminile, oltre che parlata, è anche scritta in un libro, il senso di disgusto e di orrore che mi prende è tale da impedirmi di valutare quel libro al di sopra di un sacco di immondizia.

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Le lingue classiche: come insegnarle?

Ho visto che di recente si è costituito su facebook un gruppo di studiosi ed ammiratori delle lingue classiche, con sede a Firenze; questo gruppo, di cui in questo momento non ricordo il nome, si propone di rilanciare l’interesse per il latino ed il greco – e quindi anche il loro apprendimento – ponendosi su basi non tradizionali ma riprendendo invece un metodo che fece molto scalpore qualche decennio fa e di cui pensavo si fosse ormai perduto anche il ricordo. Si tratta di un procedimento apprenditivo noto come “metodo Oerberg”, dal nome dello studioso norvegese suo fondatore, e che consiste principalmente nell’approcciarsi alle lingue classiche con un sistema molto simile a quello in uso per quelle moderne, iniziando cioè dal dialogo, dalla lingua parlata, per passare poi solo successivamente all’analisi dei testi. In pratica, così come avviene per l’inglese ed altre lingue moderne, sia il latino che il greco andrebbero appresi non studiando la grammatica ma partendo direttamente da frasi più o meno semplici tipiche della vita quotidiana, tipo “come ti chiami?”, “da dove vieni”, “cosa fai stasera” e altre di questo genere. Imparando così dalla pratica le norme fondamentali della lingua parlata, si passa poi gradualmente alla lettura dei testi in lingua.
I sostenitori del metodo cosiddetto “naturale”, che si avvicina alle lingue antiche senza la grammatica e che solo in un secondo momento esamina le strutture morfologiche e sintattiche, affermano che con questo sistema i loro studenti riescono, quasi in modo miracoloso, a parlare latino e greco fin dai primi mesi di studio e che sono in grado, poco dopo, di leggere ed interpretare gli autori. Dal canto mio, invece, io non ho mai creduto a questa prodigiosa novità, soprattutto per due motivi: il primo è che le lingue antiche non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi scritti molti secoli fa, e non può essere quindi valido per il loro apprendimento il medesimo sistema impiegato per le lingue moderne, molto diverse da quelle classiche per quanto attiene alla morfologia, alla sintassi ed alla stilistica. Il secondo motivo, molto più banale ma incontestabile, è la constatazione secondo cui, se questo nuovo metodo fosse stato veramente efficace come dicono, si sarebbe diffuso molto più ampiamente di quanto non sia oggi, perché sia docenti che studenti sarebbero stati ben felici di veder ridotte le loro fatiche per raggiungere risultati che vengono millantati come straordinari. Se ciò non è avvenuto una ragione ci sarà; ed infatti, ad un mio commento inviato alla pagina facebook di questo gruppo, la risposta è stata piuttosto seccata e inconcludente, perché gli esimi cultori del metodo Oerberg mi hanno risposto che la mancata diffusione del loro miracoloso elisir della cultura non è avvenuta per colpa dei professori retrogradi e refrattari alle novità.
Al contrario di quanto pensano costoro, io do per scontato che per l’apprendimento del latino e del greco non si possa fare a meno della grammatica, perché ritengo assurdo e improponibile leggere un testo classico senza conoscere la teoria della flessione, le declinazioni nominali e pronominali, la coniugazione dei verbi ecc. Penso anche che la grammatica vada studiata gradualmente ma con continuità, affrontando di pari passo un congruo numero di esercizi che mostrino, nella realtà effettuale dei testi, come le regole studiate in teoria trovino applicazione. Se questo è conservatorismo, beh, ammetto di essere un conservatore, e di certo – come sa chi mi conosce – questa non è una novità, né me ne dolgo più di tanto.
Un particolare aspetto del metodo “naturale” credo però che abbia un suo fondamento e che andrebbe seguito anche da chi svolge un insegnamento tradizionale: quello cioè di anticipare quanto più possibile, fin dal primo anno di studio o al massimo all’inizio del secondo, la lettura e l’analisi dei testi d’autore, iniziando ovviamente da quelli più semplici. Questo esercizio, se svolto bene sotto la guida del docente, dovrebbe consistere nel far scoprire agli alunni il giro di frase tipico degli scrittori antichi, le differenze soprattutto sintattiche e dell’ordo verborum che sussistono tra le lingue antiche e quelle moderne (ad es. la preminenza, nelle prime, della subordinazione rispetto alla coordinazione, la diversa posizione del soggetto e del verbo, le concordanze degli aggettivi anche posti a distanza dal sostantivo cui sono riferiti e via dicendo). Un lavoro di questo tipo svolto nel primo biennio di studi è indispensabile affinché ogni alunno possa affrontare con tranquillità il triennio conclusivo degli studi liceali, quando il docente sottoporrà alla classe esclusivamente brani tratti dagli autori, data la necessità di prepararsi adeguatamente alla seconda prova scritta dell’esame di Stato. Altrimenti si produrrà quella situazione che molto di frequente (per non dire quasi sempre) si riscontra nelle classi terze all’inizio dell’anno scolastico: gli alunni, in altre parole, conoscono bene e persino benissimo le “regole” grammaticali dal punto di vista teorico, qualche volta ricordano le eccezioni persino meglio del professore, ma falliscono miseramente una volta messi di fronte ad un testo d’autore, sul quale non riescono minimamente ad orientarsi perché le frasi e le versioncine che hanno svolto in precedenza non avevano degli autori classici se non un lontano ricordo. Questo presupposto, la conoscenza quanto più possibile anticipata delle strutture sintattiche e dello stile compositivo degli autori classici, è a mio parere l’unico aspetto del metodo “naturale” che possa essere accettato e perseguito, se vogliamo ottenere un apprendimento decente delle lingue classiche ed evitare il generale fallimento che molto spesso avviene, da questo punto di vista, nei nostri Licei. Che poi il tradurre dal latino e dal greco sia per i ragazzi di oggi, e per le ragioni che ho spiegato in altri post, sempre più difficile, è un altro discorso; ma sarebbe sbagliato a mio avviso rinunciare del tutto all’analisi autonoma dei testi classici da parte dei nostri studenti, perché questo è uno dei pochi esercizi scientifici ancora rimasti nella nostra scuola, è un lavoro di analisi, di riflessione e di scelta che apre la mente al pensiero critico e rende mentalmente più liberi e più consapevoli delle proprie qualità e dei propri mezzi espressivi.

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Le “okkupazioni”: uno stupido e vecchio rito

Ho letto in questi giorni che il Liceo “Virgilio” di Roma, una scuola di ben 1500 studenti, è occupata da un limitato gruppo di facinorosi che, con la protervia e la prepotenza consuete in casi simili, impediscono il regolare svolgimento delle lezioni e tengono in ostaggio centinaia di loro coetanei e relative famiglie che vorrebbero invece andare regolarmente a scuola. La Dirigente dell’Istituto sta cercando di sbloccare la situazione, ma cerca di farlo in modo “soft”, senza cioè denunciare gli studenti occupanti – come meriterebbero – e tirando a campare, per così dire, usando cioè l’arma della persuasione, fin qui del tutto inefficace. Oltre a questo grande istituto romano ve ne sono molti altri, in tutta Italia, in cui gli studenti volenterosi e seri debbono subire la gratuita violenza di questi teppisti che considerano la scuola una loro proprietà, anziché un bene pubblico, e credono impunemente di poter calpestare così i diritti altrui, senza che nessuno si muova per far rispettare la legge.
Del resto, si sa, qui da noi di leggi, norme e decreti ne abbiamo a montagne, ma non siamo capaci di rispettarle. Vengono in mente le famose gride manzoniane, che tutti conoscevano ma nessuno rispettava. Così va il mondo, o almeno così andava nel secolo decimo settimo, dice il Manzoni; ma il bello è che sotto questo aspetto siamo ancora in quel secolo, perché in Italia la legge sembra fatta non per essere rispettata, cioè per quella che sarebbe la ragione stessa della sua esistenza, ma per essere calpestata e sbeffeggiata da tutti. Lo vediamo in tutti gli aspetti della vita sociale: divieti che non vengono minimamente osservati, politici e amministratori corrotti, giudici che mettono in libertà i delinquenti dopo pochi mesi o giorni, e chi ne ha più ne metta. Nulla di strano quindi se anche nella scuola lo spettacolo è lo stesso: c’è un reato preciso che si chiama interruzione di pubblico servizio, e l’occupazione di un istituto scolastico lo è di sicuro, questo è pacifico; ma di ciò nessuno si cura, e si continua a permettere a questi degenerati nipotini del ’68 di continuare a fare le loro bravate, senza che nessuno intervenga e faccia sgomberare con la forza la scuola dalle forze dell’ordine, denunciando gli occupanti maggiorenni e sottoponendoli a procedimento giudiziario. Se solo si profilasse per loro il rischio di vedersi compromettere la fedina penale e rischiare quindi gravi conseguenze future sulla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, sono certo che costoro se ne andrebbero subito a casa con la coda tra le gambe. Ma nessuno ha il coraggio di compiere azioni forti, in questo nostro Paese, ed è questo un gravissimo difetto della nostra democrazia, ammesso che possa chiamarsi tale una forma di governo che consente a chiunque lo vuole di trasgredire le leggi; nessuno si muove, perché un’azione di forza, pur ineccepibile sul piano legale, attirerebbe sui suoi autori l’accusa di violenza, di intolleranza, di fascismo e altri bei titoli simili. Per evitare di finire nel mirino dei “progressisti” e dei radical-chic del momento, si preferisce tacere e tirare a campare, tanto le situazioni prima o poi si risolvono da sé.
Occupare una scuola e impedire a coloro che lo desiderano di esercitare il loro sacrosanto diritto allo studio è non solo una prevaricazione intollerabile, ma anche un reato penale; e quando viene commesso un reato, la pubblica amministrazione, in questi casi rappresentata dal dirigente scolastico, ha il dovere di intervenire con le cattive maniere, se le buone non bastano, perché soltanto così si può tornare alla normalità. A parte l’aspetto legale, va poi aggiunto che le famose “okkupazioni” delle scuole non sono mai servite a nulla, neanche in passato, e figuriamoci oggi: la sospensione forzata dell’attività didattica è assolutamente inutile come forma di protesta, non cambia nulla delle leggi sulla scuola e nessuno se ne sente influenzato, tanto meno il governo attuale che ha da pensare a ben altre questioni. Gli stessi studenti occupanti, dopo la bravata di pochi giorni o settimane, tornano in classe e riprendono l’anno scolastico senza aver concluso nulla se non ritardare i programmi e calpestare i diritti altrui. Se costoro fossero coerenti e credessero veramente nell’efficacia di questa loro attività, allora dovrebbero astenersi dalle lezioni per tutto l’anno e affrontare una bocciatura nel nome dei loro nobili ideali; ma questo nessuno è disposto a farlo, perché l’interesse del “particulare” finisce sempre per prevalere.
Comunque mi preme dire che la colpa di ciò che accade non è tutta degli studenti, ma di una società che continua a far loro credere che le leggi scritte e quelle morali siano solo delle baggianate di vecchi barbogi, e che invece nella realtà ognuno possa fare quel che vuole, anche soffocare i diritti altrui. Del resto, dal “mitico” ’68 in poi si è molto frequentemente sentito dire in televisione e visto scritto su certi giornali che la libertà consiste nel fare ciascuno ciò che vuole, mentre leggi, regole e divieti sono stati considerati residui di un mondo passato, di una società coercitiva e “fascista” da aborrire e da rifiutare. Per tanti anni i Soloni della sinistra hanno ripetuto questi principi ed hanno apertamente sostenuto la diffusa illegalità delle occupazioni scolastiche, definendole addirittura “momenti di crescita”. Ma crescita di che cosa? Della violenza, della prevaricazione, dell’ideologia imposta da studenti e docenti sostenitori di quelle idee a scapito della vera libertà, che consiste prima di tutto nel rispetto degli altri e nel vero pluralismo. Se si vuole davvero protestare lo si faccia con criterio, cercando anzitutto di definire perché e contro chi o che cosa si protesta, abbandonando per sempre questo stanco e stupido rito delle “okkupazioni” che richiama alla mente un periodo funesto della nostra storia e ideologie ormai morte e sepolte.

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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico

Pochi giorni fa ho scritto un post su questo blog intitolato “La scuola e l’attualità”, dove parlavo tra l’altro del confronto tra argomenti dei normali programmi e gli avvenimenti attuali. Oggi, purtroppo, il terrorismo internazionale è materia di discussione su tutti i mass media ed in ogni ambiente sociale; così, leggendo oggi con i miei alunni un brano dello storico Tito Livio (libro II, cap.12), mi è venuto in mente un curioso paragone tra due eventi apparentemente del tutto avulsi tra di loro: la storia di Muzio Scevola, il leggendario eroe che si lasciò bruciare la mano su di un braciere ardente, ed i terroristi che attualmente provocano nel mondo tanti lutti e sciagure.
Questo leggendario eroe della storia romana, che io già conoscevo da molto prima che potessi leggere Livio perché già alle elementari la mia dotta maestra ce ne aveva raccontato le imprese, si mise in testa di penetrare da solo nel campo dei nemici etruschi e di compiere un attentato per uccidere il loro re Porsenna. Ottenuto il permesso ed entrato nell’accampamento nemico, si trovò dinanzi al re durante la distribuzione della paga ai soldati; e siccome il sovrano era accanto al suo segretario ed era vestito più o meno come lui, Muzio non sapeva chi dei due dovesse colpire, né poteva chiedere ad altri chi  fosse il re, perché in tal caso si sarebbe tradito. Quindi colpì a caso, proprio come un moderno terrorista, e uccise il segretario di Porsenna, il quale poi, dopo aver avuto prova dell’intrepido coraggio di Muzio al momento in cui quest’ultimo si lasciò bruciare sul braciere ardente la mano che aveva fallito il colpo, lo liberò. Prima di andarsene, tuttavia, Muzio gli aveva detto che altri trecento giovani romani erano pronti ad agire come lui, a compiere cioè ripetuti attentati contro il re finché questi non cadesse ucciso. Questa minaccia terroristica spaventò Porsenna ben più di una battaglia in campo aperto, e così decise di togliere l’assedio a Roma.
Il pensiero e l’azione di Muzio Scevola, che pur non è esistito realmente ma costituisce per Livio un simbolo dell’antica virtù romana, non sono molto diversi da quelli dei terroristi di oggi: entrambi colpiscono il nemico a casa sua e lo attaccano proditoriamente, senza affrontarlo in una battaglia regolare; entrambi giocano sull’effetto di sorpresa, cioè l’attacco improvviso contro l’avversario quando costui non se l’aspetta ed in un momento di apparente tranquillità; entrambi sono disposti a morire per il loro credo, come vediamo al momento in cui Muzio, interrogato da Porsenna, afferma che i Romani sono pronti ad uccidere o ad essere uccisi, con lo stesso coraggio e la stessa fermezza. Oserei dire che, se al tempo dell’antica Roma fossero esistite le armi di oggi, Muzio Scevola si sarebbe fatto esplodere e sarebbe morto lui assieme al re nemico, al suo segretario e a chissà quant’altri degli astanti.
Il paragone è senz’altro curioso e mi è venuto in mente così, in un momento di relax; vi sono però talvolta considerevoli analogie tra eventi della storia e della cultura antiche e quelli del mondo attuale. Già in un post di qualche mesi fa ebbi a dire (sempre con piglio leggero e con evidente ironia) che la Didone di Virgilio è l’archetipo della donna in carriera, quella che non pensa alla famiglia ed ai figli ma solo ad essere una regina ed a ricoprire ruoli che normalmente, almeno nell’Antichità, erano riservati agli uomini. Di questi esempi ne possiamo trovare molti, e le analogie sono tante perché in fondo la natura umana è sempre la stessa, nonostante il passare dei secoli. Studiare il passato è quindi enormemente importante per comprendere la realtà di oggi, perché tutto ciò che ci circonda (dalla lingua alle istituzioni sociali e politiche, per non parlare di ogni forma di arte e di cultura) ha avuto la sua nascita ed il suo primo sviluppo nel mondo classico. I paragoni che faccio io, in questo ed in altri post, sono una piccola cosa, curiosità più che vere notizie; ma sono anch’essi testimonianza di quella continuità ideale tra antico e moderno che oggi, purtroppo, non è abbastanza valutata e che, anzi, a molte persone sfugge del tutto.

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Raggiunto il traguardo delle 100.000 visite al blog!

In questi giorni ho finalmente raggiunto un obiettivo che mi proponevo da molto tempo, quello di superare il target delle 100.000 visite a questo blog, la cui fondazione risale al febbraio 2012. Un simile risultato può sembrare scontato e di poco valore in confronto a quello dei blog di personaggi noti ed illustri, che annoverano milioni di visite; ma per me, oscuro docente di liceo e per giunta di provincia, che non è mai pervenuto alla notorietà che avrebbe desiderato, si tratta di un traguardo importante, perché dimostra che le tematiche riguardanti la scuola e l’istruzione interessano a molte persone e costituiscono un argomento di riflessione di un certo rilievo.
In effetti è vero che circa l’80% dei 180 post che ho pubblicato qui sul blog si riferiscono alla scuola ed alla politica scolastica; è un dato di fatto che mi sembra normale dato che, come ben sa chi mi conosce, ho dedicato tutta la vita all’insegnamento liceale, ed ho voluto seguire questa mia vocazione nonostante che la mia famiglia non la vedesse di buon occhio, sperandomi destinato ad altre più rispettate e lucrose attività. Io ho voluto fare a modo mio e dico senza remore (come afferma il Manzoni a proposito di don Abbondio) che, tornando il caso, farei lo stesso. Stare a contatto con i giovani, formare la loro cultura e la loro personalità, trasmettere loro non solo nozioni ma soprattutto valori come la giustizia e l’onestà, questo credo che sia uno dei compiti più nobili che una persona possa svolgere nella vita. La più diffusa lamentela di molti colleghi è che questa professione sia poco pagata e poco considerata socialmente; ed anch’io su questo posso essere parzialmente d’accordo, ma i lettori di questo blog non mi hanno mai sentito lamentare dell’esiguità dello stipendio, perché ho sempre pensato che l’amore per l’insegnamento e le soddisfazioni che ne derivano siano infinitamente superiori al mero interesse economico. E quando sostengo che il denaro non è tutto nella vita, ma ci sono valori ben più importanti, non ho la sensazione di enunciare una frase fatta, ma di esprimere un concetto in cui ho sempre fermamente creduto.
Tornando al blog, sono contento di aver raggiunto questo numero di visite e di poterlo aggiornare con nuovi post, più o meno, una volta alla settimana; a volte però, quando sono più oberato dagli impegni del mio lavoro, possono passare anche due settimane senza che aggiunga nuovi articoli. Oltre agli argomenti scolastici, nel blog sono contenute anche recensioni di libri che ho letto, resoconti brevi sulla mia attività di studioso e sulle mie pubblicazioni ((v. post sul 4° libro dell’Eneide o sul Pascoli, ad esempio) ed anche riflessioni sulla politica e l’attualità, dalle quali traspaiono le mie idee conservatrici che molti non condividono. L’unica cosa che mi rammarica, come altre volte ho detto, è lo scarso numero dei commenti: certi giorni ho avuto anche più di 200 visite al blog senza nessun commento, perché molte persone, evidentemente, si limitano a leggere senza avere poi il tempo o la voglia di esprimere il loro parere  (che non deve necessariamente collimare con il mio) su quanto ho scritto. Mi auguro che il numero dei commenti cresca con il passare del tempo, poiché il motivo per cui ho creato questo blog non è solo quello di esprimere in modo apodittico il mio pensiero, ma soprattutto quello di suscitare dibattiti e discussioni che, se svolti pacatamente e con rispetto per le opinioni altrui, non possono che giovare a tutti, ed a me in primis . Anche questo, pur minuscolo che sia se deriva da un blog di un povero sconosciuto, è un segno di democrazia.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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Assemblee e consigli di classe, residuati da rottamare

Nel lontano 1974 (oltre 40 anni fa!) entrarono in vigore i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di norme che avrebbero dovuto favorire il pluralismo nella scuola e la libera circolazione delle idee; in base a queste norme, pertanto, furono istituiti tra l’altro le assemblee studentesche (che dovevano svolgersi una volta al mese) ed i consigli di classe, riunioni collegiali cui erano ammessi a partecipare anche rappresentanti degli studenti e dei genitori. A quell’epoca il dibattito socio-politico era molto acceso nella scuola e nella società, i giovani erano più o meno schierati da una parte o dall’altra e si interessavano fortemente (anche se non sempre in modo corretto) alla politica, all’economia, a ciò che accadeva in Italia e nel mondo: così la dialettica ed il dibattito assembleare era concepito come uno strumento di democrazia e di pluralismo, naturale e persino necessario. Le assemblee studentesche avevano allora un significato preciso e quindi non veniva messa in dubbio la loro utilità, benché spesso esse fossero condizionate da una eccessiva ideologizzazione che non di rado poteva sfociare anche in atti di violenza. La stessa esigenza di confronto e di discussione si riscontrava nei consigli di classe, sentiti come un momento essenziale della vita scolastica.
Tuttavia, come ho avuto modo di dire anche a proposito della Costituzione e di altre istituzioni, ogni aspetto della vita sociale va adeguato ai tempi che si vivono, perché panta rei come direbbe qualcuno, tutto cambia con il passare del tempo e col mutamento dei costumi e della mentalità: così quello che andava bene 40 anni fa non va più bene oggi, e sarebbe il caso che chi di dovere ci riflettesse e prendesse in merito i dovuti provvedimenti. Oggi i giovani, benché dotati di più strumenti apprenditivi e culturali rispetto al passato, hanno una forma mentis notevolmente diversa da quella che avevamo ai tempi nostri: il dibattito politico-sociale si è molto affievolito, non ci sono più le contrapposizioni ideologiche degli anni ’70, i problemi da affrontare nella scuola e nella vita sono molto diversi da quelli di allora. Si abbia quindi il coraggio di abolire, o almeno di modificare, istituzioni ed usanze che non sono più in linea con i tempi. Una di queste è appunto l’assemblea studentesca, che oggi è diventata soprattutto un’occasione per perdere una giornata di lezione e per trattare argomenti per lo più futili come la festa studentesca, le gite (o viaggi di istruzione, come vengono chiamate per conferire loro un’aureola di serietà che non hanno affatto), l’accoglienza dei nuovi studenti e altre amenità del genere. Gli alunni se ne stanno generalmente seduti a parlottare tra loro, a ridacchiare, a giocare con lo smartphone, prestano poco orecchio a quel che viene detto dai compagni al microfono mentre il tempo passa senza che si giunga quasi mai a conclusioni concrete o si trattino argomenti veramente importanti. Così l’assemblea lascia il tempo che trova, tutti se ne tornano felici e contenti di aver perduto le lezioni o evitato il rischio di un’interrogazione. Tutto è banalizzato, l’impegno politico-sociale di un tempo non c’è più, adesso la maggior parte dei nostri ragazzi vive come in un limbo dorato fatto di oggetti materiali e di una mentalità basata sul presente e sul particolarismo individuale.
Del pari anche i consigli di classe sembrano ormai vecchi residuati bellici, uno stanco rito che viene ripetuto più per obbedire ad una stanca routine che per realizzare qualcosa di veramente proficuo per gli studenti o per le altre componenti scolastiche. I docenti esprimono le loro opinioni sulla classe in questione, quasi sempre discordanti; di progetti comuni non se ne parla, perché ognuno è legato alle proprie materie ed ai propri programmi, ed alla fine ciascuno resta delle proprie idee e continua ad utilizzare il proprio metodo didattico, senza farsi minimamente condizionare da quanto detto dai colleghi. Così tutto resta come prima. Ma l’aspetto più bizzarro di queste riunioni emerge quando si insediano i rappresentanti degli studenti e dei genitori. I primi ben raramente hanno qualcosa di concreto da dire o da proporre; anzi, i problemi didattici della classe, che dovrebbero avere la preminenza in quanto legati strettamente all’azione educativa dell’istituzione scolastica, vengono molto spesso ignorati, mentre vengono poste all’attenzione questioni di secondario rilievo, prima di tutte le gite e i viaggi di istruzione, che sembrano essere l’unico argomento che interessa veramente gli studenti. Così il consiglio di classe, anche quando sono presenti criticità che richiederebbero un’approfondita discussione, si trovano a discettare quasi soltanto delle gite, degli scambi con l’estero, della settimana bianca o altro che sia, quasi che la scuola fosse un’agenzia di viaggi o un’associazione ricreativa. I genitori rappresentanti, poi, intervengono molto poco nel dibattito con la scusa di non avere contatti con le altre componenti, e quando lo fanno insistono soprattutto sulla necessità di rendere più tollerabile la fatica dei loro poveri figli, costretti a studiare e spesso (a detta loro) a rinunciare ad attività più divertenti per colpa di professori sadici che assegnano loro troppi compiti o non accettano le interrogazioni programmate. Al di là di questa attività sindacale in difesa dei poveri ragazzi vessati dalla scuola, ben pochi sono gli argomenti che i genitori affrontano nei consigli di classe; uno tra questi, forse il più sentito, è ancora una volta quello delle gite e dei viaggi di istruzione, ch’essi esigono dalla scuola come un loro diritto; anzi, vorrebbero pure che i docenti fossero obbligati ad accompagnare i loro figli, rinunciando a dormire per varie nottate ed assumendosi una responsabilità che loro stessi non sono capaci di prendersi. Poi se durante la gita, che la maggior parte degli studenti vive come uno “sballo” e considera un’occasione di trasgressione e di rifiuto di qualunque regola, accade qualcosa di spiacevole, la colpa sarà sempre e comunque affibbiata ai professori.
Queste sono le modalità con cui si svolgono oggi queste riunioni collegiali, ossia l’assemblea studentesca ed i consigli di classe. Certo, non era questo lo spirito del legislatore nel lontano 1974 quando i Decreti delegati furono promulgati, ma è anche vero che la società di allora era molto diversa da oggi, perché la mentalità generale è cambiata, in molti aspetti, più in questi ultimi decenni che nei due o tre secoli precedenti. Ma allora, constatata la realtà di fatto che attualmente viviamo nella scuola, si abbia il coraggio di intervenire dall’alto e adeguarsi all’attualità, anche se ciò comporta il sacrificio di quelli che sembrano ad alcuni diritti acquisiti. Più che di diritti, occorrerebbe tornare a parlare di doveri, ma da questo orecchio molti sono sordi e, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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L’uomo nella fodera

Tra i racconti del celebre scrittore russo Anton P.Čechov (1860-1904) ve n’è uno che mi ha profondamente colpito, più degli altri, e che si intitola L’uomo nella fodera. E’ la storia di un insegnante di ginnasio che viveva prigioniero delle sue paure e delle sue ansie, ed era in difficoltà ogni volta che nella sua vita si prospettava un qualche cambiamento, perché viveva come chiuso dentro una fodera che lo schermava dal contatto con l’esterno, una fodera fatta di perbenismo, di conservatorismo, di una moralità arcaica e bacchettona, tanto da scandalizzarsi ogni volta che assisteva a qualcosa di diverso dalla sua mortificante routine quotidiana: soltanto le circolari che contenevano divieti e proibizioni gli andavano a genio, mentre qualsiasi evento che fuoriusciva dal suo pensiero e dalle sue abitudini lo turbava profondamente, nella paura che “succedesse qualcosa”. Un personaggio di questo genere, che viveva sempre chiuso nel suo guscio, aveva di continuo difficoltà a relazionarsi con gli altri, che fossero colleghi di lavoro o altre persone che potesse conoscere; poiché viveva solo, infatti, aveva preso con sé un assistente maschio, poiché vivere con una donna accanto avrebbe dato adito, nella cittadina, a dicerie e malignità, cosa che il nostro Belikov voleva ad ogni costo evitare. E proprio qui stava la maggior difficoltà della sua vita: relazionarsi con il sesso femminile, dal quale si era sempre tenuto a debita distanza, per evitare di dover cambiare le sue abitudini e che gli “succedesse qualcosa”. Nonostante questa sua natura solitaria e – oserei dire – da vero nevrotico, Belikov si vede spinto dai suoi conoscenti (prima tra tutte la moglie del preside della sua scuola) a sposarsi con Varenka, una bella signorina non più giovanissima che era la sorella di un suo collega insegnante giunto dall’Ucraina, Kovalenko. Quello che si tentava di combinare era uno di quegli insulsi matrimoni di cui vi era gran copia in quel tipo di società, dove la “sistemazione” definitiva degli uomini e soprattutto delle donne era considerata inevitabile e “normale” nel senso che tutti, prima o poi, dovessero sottomettervisi, non essendo la vita da “single”, come si dice oggi, rientrante nella categoria della normalità. Tanto fanno e dicono i colleghi di Belikov e le signore del paese che persino lui finisce per convincersi della necessità di sposarsi, ed anche Varenka, temendo di restare zitella accanto ad un fratello con cui non andava d’accordo, è consenziente. Ma un giorno succede l’irreparabile: l’uomo nella fodera, durante una uscita scolastica sul territorio, vede la promessa sposa che va in bicicletta insieme al fratello, e per lui questo è un trauma irreversibile. Dove va a finire la moralità, il buon costume, se una donna va in bicicletta? Per lui questo è uno scandalo imperdonabile, come è altrettanto inaudito che un insegnante (Kovalenko, appunto) vada anche lui in bicicletta.Cosa direbbero gli alunni se lo vedessero? E cosa direbbe il preside? Belikov è sconvolto, tanto da rinunciare al matrimonio e presentarsi il giorno dopo per fare le sue rimostranze a Kovalenko il quale, già maldisposto verso di lui, lo caccia in malo modo. Sempre più sconvolto da quanto ha visto e sempre più incapace di uscire dalla sua fodera ed affrontare la realtà, egli si ritira definitivamente dal mondo, si mette a letto malato e muore di lì a un mese.
Questo splendido racconto mi ha colpito per due diverse ragioni. La prima è che esistono ancora – e sono molti – gli “uomini nella fodera”, nel senso che i pregiudizi, le false convinzioni, le ideologie anacronistiche tengono ancora prigioniere molte persone nella nostra società. La seconda è la singolare coincidenza consistente nel fatto che il personaggio di Čechov, guarda caso, è proprio un insegnante di greco; anzi, lo studio delle lingue antiche, ch’egli trovava armoniche e melodiose, era per lui un rifugio, un ulteriore schermo contro l’invadenza del mondo esterno, dato che, essendo di difficile comprensione per la maggior parte delle persone, esse gli consentivano di restar chiuso nella fodera e rinchiudersi sempre più nella sua misantropia. In tutto questo io trovo un’analogia con quanto avviene ancor oggi ad alcuni di noi cultori delle civiltà classiche (o anche moderne): appassionati profondamente dei nostri studi, abbiamo difficoltà ad affrontare la vita pratica, tanto che a volte ci chiudiamo anche noi in una “fodera” che ci isola dalla società e dai problemi della realtà quotidiana. E’ questo uno dei rischi connessi con la cultura, l’arte e l’eccessivo desiderio di conoscenza che è insito nella natura umana da millenni, ma che in certi casi rischia di condurci ad una contrapposizione con ciò che ci circonda o procurarci difficoltà relazionali comunque pericolose. Tanto per fare l’esempio personale (visto che questo è un blog e quindi riflette la personalità di chi lo tiene) anch’io sono rimasto in parte vittima di questo eccessivo amore per lo studio e la cultura, che mi ha portato in gioventù a frequentare pochi amici e a non essere mai inserito in un gruppo o in una qualsivoglia comunità; mi è perciò capitato di trovarmi in difficoltà nelle relazioni sociali ed in particolare nell’ambiente di lavoro, dove molto spesso, non riuscendo a comportarmi in modo “diplomatico” ma avendo invece il tremendo vizio di manifestare apertamente il mio pensiero, ho avuto colleghi che per anni interi non mi hanno rivolto la parola. E credo che da ciò sia derivato anche un’altra mia caratteristica, quella di non avere alcun “carisma”, di non essere cioè in grado di convincere gli altri della validità del mio pensiero. Non è successo quasi mai, tanto per fare un esempio, che una mia proposta avanzata nelle riunioni collegiali sia stata apprezzata, né tanto meno accettata, dai colleghi; ho anzi avuto l’impressione ch’essi fossero spinti, quasi da una forza misteriosa, a dire e fare sempre il contrario di ciò che io ho proposto e sostenuto. Ma di ciò non posso dare la colpa a nessuno se non a me stesso, perché evidentemente il mio modo di essere ed agire è giudicato asociale e urtante dagli altri, che reagiscono con un atteggiamento di opposizione.
Da tutto ciò ricavo una sola conclusione: l’isolamento, la mancanza di contatti umani, il rinchiudersi in un mondo proprio fatto di studio appassionato ed esclusivo sono comportamenti che non possono che allontanarci dalla realtà e dalla capacità di affrontare e risolvere i veri problemi, quelli che la vita pratica ci pone dinanzi durante la nostra esistenza. Anche la cultura, benché il termine conservi tuttora un valore positivo, può essere una “fodera” che ci isola dall’esterno e ci rende incapaci di vivere in modo “normale”. E a poco giova consolarsi con il dire che anche grandi e geniali artisti avevano grosse difficoltà nella vita pratica: Mozart ad esempio, il più grande genio musicale che mai sia esistito sulla terra, non sapeva compiere le più elementari azioni quotidiane, veniva ingannato da tutti e si riduceva in miseria, nonostante guadagnasse molto, per non saper amministrare il suo denaro. Ma lui almeno era un genio, e con questo titolo è passato alla storia; noi, invece, non abbiamo neanche la soddisfazione di poterci definire tali, perché siamo persone comuni destinate ad essere poco considerate in vita e dimenticate subito dopo.

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La riforma che “premia” i docenti

Ad anno scolastico iniziato si cominciano a vedere gli effetti, positivi e negativi, dell’ultima riforma della scuola, quella del governo Renzi e del ministro Giannini. In base ad essa ci erano stati prospettati grandi vantaggi, che avrebbero dovuto ricadere come un ombrello protettivo sulle scuole e sui docenti, vantaggi che si possono sintetizzare in tre punti: l’organico funzionale (in base al quale saranno assegnati alle scuole docenti in più rispetto all’organico normale per migliorare la didattica e coadiuvare i colleghi), il famoso bonus di 500 euro a ciascuno di noi per il cosiddetto “autoaggiornamento” ed infine un aumento stipendiale (che comunque sarà minimo) per il merito individuale, un premio cioè da assegnare ai docenti ritenuti più “bravi” e didatticamente più efficaci. Ad uno sguardo esterno tutto ciò sembra encomiabile, ma nella pratica dei fatti la realizzazione di questi progetti sembra molto diversa da come ci era stato prospettato.
Cominciamo dal primo punto, l’organico potenziato. A tutt’oggi non è dato sapere quanti docenti verranno assegnati ad ogni scuola, a quali classi di concorso apparterranno e soprattutto quali saranno le loro effettive mansioni. Poiché a livello nazionale e regionale ci sono alcune classi di concorso esaurite (prive cioè di docenti da assegnare) ed altre sovrabbondanti, sembra scontato che gli uffici regionali assegneranno alle scuole i docenti delle seconde, anche se gli istituti hanno richiesto quelli delle prime: in altre parole, se una scuola ha necessità di due docenti di informatica per approfondire le conoscenze degli studenti in questa disciplina (che oggi sembra importante più dell’aria che respiriamo), ma l’Ufficio Regionale non ne ha a disposizione perché la relativa graduatoria è esaurita, a quella scuola saranno assegnati magari due docenti di filosofia o di educazione fisica, e ciò stravolgerà del tutto il POF (cioè il piano dell’offerta formativa) e non potranno realizzarsi gli obiettivi proposti, bensì altri dei quali non v’era alcuna necessità. Non sappiamo poi quando questi nuovi colleghi entreranno in servizio, dato che, se hanno ricevuto in questo anno scolastico una supplenza annuale, hanno diritto di restare su quel posto fino al termine delle lezioni; ciò potrebbe significare che ce ne arrivino molti di meno di quelli che abbiamo richiesto, o che addirittura non ne arrivi nessuno. Non è stato precisato, infine, quali saranno i compiti reali che questi docenti dell’organico potenziato dovranno svolgere. Potranno fare le supplenze al posto dei colleghi assenti, ma ciò non eliminerà di sicuro il ricorso a nuovi contratti con supplenti temporanei, perché se in una scuola si ammalano due docenti della stessa disciplina e il collega dell’organico potenziato è soltanto uno si dovrà comunque chiamare un altro insegnante, e sarà così vanificata l’intenzione governativa di eliminare del tutto dalla scuola le supplenze temporanee. E se di docenti assenti non ve ne sono cosa accadrà? Probabilmente il collega dell’organico potenziato se ne starà senza far nulla, o forse si limiterà ai corsi di recupero o di potenziamento; ma non mi sembra giusto che il carico della didattica (non solo le ore di lezione frontali ma anche la correzione degli elaborati, la preparazione delle lezioni e quant’altro) ricada tutto sulle spalle dei docenti già di ruolo nella scuola mentre i nuovi colleghi siano pagati per fare poco o nulla. Meglio sarebbe, allora, distribuire il carico di lavoro su tutti i docenti presenti in organico, vecchi e nuovi, togliendo alcune ore o classi ai primi ed assegnandole ai secondi. Staremo a vedere cosa accadrà.
Secondo punto: il bonus di 500 euro generosamente elargito a ciascuno di noi. Di per sé la cosa è positiva, nessuno potrebbe negarlo; e va anche riconosciuto che nessun altro governo, prima di questo, aveva preso una simile iniziativa. Ci sarebbe però da dire, per amor del vero, che il nostro contratto è fermo dal 2009 e che da quella data gli stipendi sono bloccati, ragion per cui, se ciò non fosse avvenuto, in questo lungo lasso di tempo avremmo ricevuto ben più di 500 euro; ma lasciamo stare. Il problema è che non sappiamo esattamente come spendere questo denaro, soprattutto se, come sembra, andrà rendicontato a pena di restituzione. Pongo un problema: le iniziative di aggiornamento dovranno essere strettamente legate alle materie specifiche insegnate da ciascuno o no? Perché se così fosse i docenti di educazione fisica potrebbero usare questo denaro solo per acquistare oggetti da palestra o per assistere a spettacoli sportivi, tanto per fare un esempio. E potrò io, che insegno latino e greco, spendere di quei soldi per andare ad assistere ad uno spettacolo lirico, ad esempio alla Scala di Milano o al teatro dell’Opera a Roma? Francamente su questo punto non v’è molta chiarezza, e c’è il rischio concreto per molti docenti di dover restituire la somma ricevuta per averla impiegata in modo giudicato improprio.
Il terzo punto, il più controverso, riguarda la valutazione individuale dei docenti, un argomento di cui si è molto discusso senza trovare un accordo, giacché ciascuno la vede a modo suo. Le indicazioni ministeriali, inoltre, sono vaghe e interpretabili variamente; l’unico punto certo è che sarà il Dirigente scolastico a decidere quali insegnanti della sua scuola saranno più meritevoli degli altri e potranno così accedere all’aumento stipendiale. Premetto che io sono totalmente d’accordo sul concetto di meritocrazia e trovo giustissimo premiare il merito individuale; quello che non mi convince sono i criteri che ho sentito dire qua e là. Secondo l’opinione prevalente (almeno così mi è sembrato di capire) saranno premiati quei docenti che collaborano con il Dirigente nella gestione della scuola (i vicari? ma non hanno già un riconoscimento economico per questa loro funzione?) oppure anche coloro che presentano e realizzano progetti, attività cioè che sono utili agli alunni ed alla scuola (non voglio negarlo, per carità!) ma che spesso hanno poco o nulla a vedere con la didattica vera e propria. Ed è parimenti discutibile, a mio giudizio, annoverare fra i criteri di scelta il successo formativo degli studenti, perché se un docente ha la sfortuna di capitare in una classe di svogliati o poco capaci, i risultati finali di quegli studenti agli scrutini o agli esami non potranno di certo essere esaltanti, e di questo non si può dare la colpa ai professori che insegnavano in quella classe. Sarebbe come seminare sulla sabbia del mare: per quanto buono e vitale sia il seme, non germoglierà nulla. Quel che occorrerebbe fare per valutare obiettivamente i docenti sarebbe avere a disposizione un esercito di ispettori e supervisori veramente competenti nelle varie discipline, i quali venissero nelle aule ad ascoltare le lezioni e a controllare il rapporto didattico e umano tra il docente ed i suoi allievi, compresa la revisione degli elaborati ed il metodo valutativo di ciascuno. Ma un progetto del genere costerebbe moltissimo e richiederebbe tempi molto lunghi, tanto che, come si suol dire, il gioco non vale la candela. Ed allora non resta che una sola cosa da fare: affidarsi alla competenza ed all’onestà intellettuale dei Dirigenti scolastici, ai quali spetta in proposito l’ultima parola. Consultandosi con tutte le componenti scolastiche, i capi di Istituto sanno bene quali sono i docenti più preparati e rispettati della loro scuola; auguriamoci che di questo tengano conto in modo prevalente, senza lasciarsi condizionare da altri fattori che con il merito e la professionalità di ciascuno c’entrano poco o nulla.

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Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

Questa splendida e ben nota citazione da Dante (Paradiso, V, 41-42) significa, interpretandola letteralmente, che comprendere o imparare qualcosa non forma la vera cultura se non si tiene poi a mente ciò che si è imparato. Mi è sembrato giusto apporla qui, all’inizio di un nuovo post che intende trattare appunto il problema della memoria, riferito in particolare ai nostri studenti. Già da tempo vado ripetendo che il maggior inconveniente che io trovo nel mio insegnamento non consiste tanto nell’apprendimento degli argomenti dei programmi che ogni giorno vado illustrando ai miei studenti quanto nella loro “sedimentazione” nella memoria degli studenti stessi. In altri termini, mi capita quasi sempre di interrogare gli alunni e trovarli preparati sulla lezione del giorno e anche sulle precedenti; ma dopo la verifica entra in gioco, nella mente dei ragazzi, quasi un processo di cancellazione dei concetti, per cui, se quegli stessi argomenti su cui hanno ottenuto buoni voti vengono loro richiesti ad un mese di distanza dall’interrogazione, non ricordano più quasi nulla. Il fenomeno è ben riscontrabile all’inizio di ogni nuovo anno scolastico: proviamo a far domande alla classe, anche in maniera generica e senza alcuna valutazione, sul programma dell’anno precedente e troveremo dei vuoti di memoria abissali tanto che viene da chiedersi quale sia l’utilità dell’insegnamento se su tutti quegli argomenti che sono stati preparati con cura, ripetuti e riferiti al docente in maniera anche soddisfacente, si stende poi il velo dell’oblio e di essi non rimane più traccia.
Questo, ripeto, è per me il problema maggiore che riscontro nel mio lavoro. Non è affatto vero, a mio giudizio, che i giovani di oggi siano meno ricettivi di quelli di un tempo; anzi, imparano più in fretta di quanto facevamo noi, anche perché attualmente i messaggi culturali provenienti dalle fonti più disparate (compresi ovviamente internet, la tv e gli altri mezzi di informazione) arrivano più numerosi e con maggior velocità. Il guaio è che in questa civiltà dell’immagine, della comunicazione “usa e getta”, della notizia istantanea e subito superata da un’altra ancor più fulminea, la mente umana si è abituata ad accogliere dati facilmente ma ad espellerli altrettanto facilmente, a fare in modo cioè – come afferma un noto detto popolare – che ciò che entra da un orecchio esca subito dall’altro.
Certamente il bombardamento mediatico e multimediale, la possibilità di reperire subito su internet qualunque informazione senza dover meditarla e memorizzarla, la presenza delle calcolatrici elettroniche che hanno sostituito il calcolo mnemonico, tutto ciò ha finito per paralizzare le facoltà della memoria, molto più sviluppate in altri periodi della storia. Nell’antica Grecia, prima di Omero, i cantori dell’epoca ricordavano a memoria migliaia di versi ed interi poemi, perché la scrittura (che pure già esisteva) era impiegata soltanto per fini pratici e non era usata a supporto della poesia; e se vogliamo parlare di tempi molto più recenti, quando io ero bambino esisteva ancora una larga percentuale di persone analfabete le quali, non potendo avvalersi della scrittura, ricordavano a memoria centinaia di numeri telefonici o altre informazioni. Oggi tutto questo è preistoria e l’uso quotidiano degli strumenti informatici e dei calcolatori ha fatto sì che la parte del cervello umano destinata al ricordo si sia per così dire atrofizzata, così come qualsiasi altro organo che cadesse in disuso fin dalla nascita dell’uomo.
E’ quindi la tecnologia moderna, ormai diventata pane quotidiano per i nostri studenti, ad aver provocato questo devastante fenomeno dell’oblio di gran parte di ciò che viene loro trasmesso dai docenti e dai libri di scuola? Io rispondo di sì, ma dico anche che questa non è l’unica causa del male, in quanto ve n’è un’altra di almeno pari importanza. Esiste nella mente umana un meccanismo di rimozione, ben descritto da Freud nel suo celebre saggio Psicopatologia della vita quotidiana, che provvede ad allontanare dal ricordo ciò che troviamo sgradevole e antipatico, mentre tendiamo a ricordare con molta più facilità ciò che ci piace e ci alletta: avviene così che ci capiti di saltare l’assunzione di un farmaco proprio perché non vorremmo assumerlo, oppure di dimenticare di fare una telefonata se questa è sgradita e deve essere fatta per necessità (ad esempio per prendere un appuntamento per un esame medico). Lo stesso accade per quanto riguarda la cultura: tanto per fare un esempio personale, io ricordo a memoria interi canti di Dante non perché li abbia letti cento volte, ma perché è tale la mia passione per questo poeta che la sua opera mi entra profondamente nella mente e non ne esce più; al contrario, se leggo una pagina di uno scribacchino di quelli che attualmente vorrebbero chiamarsi (a torto) scrittori, dopo cinque minuti non ricordo neppure una parola. Credo quindi, per tornare alla scuola, che sia questo il meccanismo di rimozione che agisce nella mente degli studenti, determinando l’oblio di ciò che hanno studiato anche un mese prima, proprio perché nella quasi totalità dei casi essi non studiano per passione o per volontà di apprendere, ma soltanto perché debbono sostenere un’interrogazione o una verifica della quale unico scopo è quello di ottenere un buon voto. Una volta raggiunto l’obiettivo immediato, tutto viene rimosso. Se invece i nostri alunni studiassero con entusiasmo, per curiosità intellettuale e non per il mero risultato numerico della verifica, sicuramente si ricorderebbero molto di più di ciò che apprendono, anche a distanza di anni, perché la memoria, a quell’età, dovrebbe essere solida come una roccia.
Cosa fare allora? Si sarebbe tentare di dare la più semplice e banale delle risposte, cioè che il docente deve saper interessare i propri studenti e far loro gradire ciò che insegna, in modo che le conoscenze vengano accolte con entusiasmo e quindi restino per sempre impresse nella mente. Facile a dirsi, ma difficilissimo a realizzarsi, perché nella società moderna la scuola è per i ragazzi soltanto una delle loro molteplici attività e soltanto una tra le varie fonti di informazione. Gli studenti trascorrono tra le mura scolastiche solo cinque ore al giorno, mentre nelle altre 19 tutto combatte contro di noi: la tv, il cellulare, il computer, la società con i suoi falsi miti ed anche – direi – un atteggiamento sbagliato di genitori e parenti vari, i quali si aspettano dallo studente non che impari l’italiano, la matematica o le scienze, ma soltanto che riporti buoni voti e che non faccia troppa fatica nello studio. Questa concezione superficiale e distorta dell’apprendimento scolastico fa sì che la cultura in sé venga svalutata, snobbata e a volte perfino schernita, e che questa sorte tocchi anche a chi questa cultura vorrebbe veramente accoglierla in sé. Se questa è l’idea che si ha dell’apprendimento, è evidente che ricordarsi dei contenuti studiati a scuola diventa del tutto secondario, quasi una roba da “sfigati” che nella vita non si faranno mai strada e non avranno mai successo.

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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La scuola degli anni ’70 e quella attuale

Viene spontaneo, quando assistiamo ad un’assemblea d’istituto degli studenti o semplicemente riflettendo sul nostro lavoro quotidiano, pensare alle notevoli differenze tra la scuola di oggi e quella dei tempi in cui io ero studente liceale, dal 1968 al 1973. In base a questo confronto io personalmente trovo assurda e figlia dell’incompetenza la posizione di coloro che affermano che da allora ad oggi nulla è cambiato e che la scuola è “vecchia”: è vero il contrario invece, è cambiato tutto, e non sempre in meglio né sempre in peggio. Proviamo perciò a considerare alcuni elementi (non tutti) della vita scolastica per poter arrivare ad un’opinione circostanziata.
Mi preme anzitutto dimostrare la falsità del pregiudizio dei più accaniti conservatori, coloro cioè che sostengono l’assoluta superiorità della scuola di un tempo, dove “si imparava molto”, “si faceva molto più di adesso”, “gli studi erano veramente seri” e via dicendo. Nel mio caso è vero l’esatto contrario, nel senso che i programmi che svolgo io adesso con i miei studenti sono almeno il doppio, se non il triplo, di quelli con cui mi confrontavo quando ero studente liceale. I miei professori lavoravano poco e spesso male, non erano molto preparati nelle loro discipline oppure, se lo erano, non si applicavano un grande impegno nella didattica; i libri di testo, inoltre, erano un terzo di quelli attuali, e di letture personali o approfondimenti (che oggi io chiedo ai miei alunni) non si parlava affatto. Personalmente avevo un docente di greco che si accontentava di farci imparare a memoria i frammenti dei lirici ed i versi di Omero senza verificare se avevamo veramente compreso l’importanza ed il messaggio culturale di quegli Autori, e che in tre anni non svolse neppure un terzo del programma previsto di storia letteraria; un docente di storia che ci faceva studiare la critica, cioè le opinioni dei vari storici sui fatti, senza prima illustrarci gli avvenimenti oggettivi, tanto che conoscevano tutti i giudizi degli studiosi sulla Rivoluzione francese ma senza sapere nulla di ciò che accadde dal 1789 al 1795. Nel caso del liceo classico, inoltre, le materie scientifiche avevano un peso molto inferiore a quello attuale ed in certi casi non si studiavano affatto, anche perché la sufficienza, sull’onda protestataria e ugualitaria del ’68, era quasi sempre garantita. E’ vero che le attività parascolastiche in orario curriculare erano meno di adesso e si perdevano meno ore di lezione (in pratica, tranne la consueta gita di pochi giorni ad aprile, non facevamo altro), ma molte di più erano le feste e le occasioni di vacanza: l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre ed il 4 (San Francesco) era già festivo; a novembre la festività di Ognissanti veniva spesso unita con un “ponte” con il 4 novembre, festa della vittoria nella prima guerra mondiale, l’11 febbraio era festivo per ricordare la Conciliazione, il 29 aprile era Santa Caterina… E così procedendo, i giorni effettivi di lezione erano meno di adesso, mentre i professori facevano veramente la bella vita, avendo impegni molto minori di quelli attuali: le riunioni pomeridiane erano pochissime (non esistevano i consigli di classe, i consigli di Istituto, le varie commissioni ecc.) e le vacanze estive erano di tre mesi o più, perché andavano da giugno al primo settembre (giorno in cui iniziavano gli esami di riparazione, che duravano circa una settimana) e poi riprendevano per un ulteriore supplemento di libertà fino al 1° di ottobre. Concludendo, tutti allora lavoravano meno di adesso: gli studenti, ma anche e soprattutto i professori. Non mi rammarico certo avere maggiori impegni rispetto ad allora, ma non condivido l’idea di chi incensa la scuola del passato e getta fango su quella attuale, perché la realtà è molto diversa.
Allo stesso modo non mi sento di rimpiangere gli anni ’70 neanche da un altro punto di vista, quello della “coscienza politica” degli studenti e dei docenti. Quegli anni erano connotati da un fosco clima di violenza e di intolleranza ideologica, che portò a tanti eventi luttuosi e al dilagare del terrorismo estremista; erano anni bui la cui ombra funesta si estese anche alla scuola, anzi spesso nasceva proprio dalle scuole e dalle università. L’epoca della “contestazione” non può essere mitizzata perché, se è vero che allora c’era un maggior interesse dei giovani per i problemi politici e sociali rispetto ad oggi, è altrettanto vero che il clima che si viveva non era affatto piacevole: io stesso ho dovuto assistere a scontri di piazza tra giovani di opposte tendenze, con feriti e contusi; ho avuto in classe per mesi un professore che veniva a scuola con la testa fasciata per i colpi ricevuti in sala insegnanti da un altro docente di idee politiche opposte (bell’esempio per gli studenti, vero?); ho dovuto confrontarmi con docenti che pretendevano di indottrinarci al loro credo politico e ci chiamavano “compagni”, e altro ancora. Oggi, fortunatamente, questo clima è scomparso e la rivalità ideologica non ostacola più i rapporti umani, tanto che nella scuola c’è sicuramente più tolleranza e pluralismo rispetto ad altri settori della vita sociale. E non è neppure vero che gli studenti non abbiano alcuna coscienza di ciò che accade intorno a loro, o che siano dediti solo allo smartphone o al culto dei beni materiali; in certi casi è così, ma la maggior parte di loro è consapevole dei problemi del nostro paese e di ciò che incontreranno dopo la conclusione dei loro studi, e si interessano alle problematiche sociali e politiche, senza però quella faziosità e quella sciocca illusione rivoluzionaria tanto diffusa negli anni ’70.
Ovviamente, come in ogni aspetto della vita e della società, ogni cambiamento porta con sé conseguenze positive ma anche negative. E cosa c’è di sbagliato nella scuola di oggi che non esisteva allora, quando io frequentavo il liceo? Purtroppo di novità spiacevoli ce ne sono, ma non per colpa degli studenti o dei docenti, ma di chi ci governa e ci amministra: cito ad esempio l’invadenza delle pastoie burocratiche che aumentano ad ogni “riforma” che i vari governi di turno intendono attuare (POF, PTOF, RAV e altre sciocchezze del genere), i progetti para ed extrascolastici che riducono lo spazio delle lezioni e impediscono l’apprendimento delle discipline essenziali nella scuola primaria (la lingua italiana e la matematica, ad esempio), la castroneria della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” che con i licei c’entra come il cavolo a merenda, l’esame di Stato attuale che non funziona, l’assurda infatuazione ministeriale per l’informatica e la multimedialità spesso inutile (se non dannosa), e via dicendo. Ogni epoca ha i suoi pregi ed i suoi difetti, e pertanto non me la sento di pronunciare un giudizio apodittico sulla scuola che ho frequentato io, né su quella attuale; però la differenza c’è, e non di poco conto. Se poi in questo cambiamento prevalgano i dati positivi o quelli negativi è difficile stabilire; spero perciò di poter sentire le opinioni di colleghi e lettori su questo punto attraverso i commenti al mio blog, che continuano tuttora ad essere pochissimi in rapporto al numero delle visite.

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Come svolgere i programmi scolastici

Siamo all’inizio dell’anno scolastico, e come sempre dobbiamo compilare e presentare la nostra programmazione individuale, gli argomenti cioè delle nostre materie che intendiamo svolgere nel corso dei prossimi mesi, da adesso fino a giugno. Di solito la previsione di svolgimento dei programmi ci viene richiesta per singoli quadrimestri o trimestri ma anche, in alcune scuole, mese per mese: dovremmo quindi prevedere quali contenuti intendiamo svolgere a settembre, ad ottobre e così via fino al termine dell’anno scolastico. Di per sé la cosa è abbastanza facile, basta suddividere nei vari periodi il programma previsto per l’intero anno; ma nella pratica dei fatti queste previsioni si rivelano quasi sempre ottimistiche, dal momento che non riusciamo se non raramente a rispettare la tabella di marcia, ed alla fine ci ritroviamo arretrati, nel senso che alcuni argomenti non sono stati svolti e vengono rimandati all’anno successivo.
Perché avvengono questi ritardi? Solitamente le cause sono due; quindi non molte, ma molto frequenti. La prima è la situazione di base delle classi in cui insegniamo e la capacità ricettiva degli studenti: accade infatti che in qualche classe il lavoro può procedere speditamente perché gli alunni apprendono in fretta ed accettano di buon grado quel che il docente assegna loro in fatto di studio individuale ed esercizi correlati a quanto spiegato, mentre in altre emergono difficoltà di ogni genere (frequenti assenze, richieste di ripetere quanto già illustrato, esercizi che “non tornano” e debbono essere ripetuti ecc.) in grado di provocare un inevitabile rallentamento del ritmo didattico. La seconda causa del mancato rispetto delle previsioni sono le numerose ore di lezione che si perdono per le più svariate ragioni: vacanze, “ponti”, condizioni meterologiche avverse ecc., ma anche e soprattutto per le varie attività concesse o proposte dalla scuola, quali viaggi di istruzione, visite a mostre e musei, assemblee, conferenze, lezioni di persone esterne alla scuola, spettacoli teatrali e chi ne ha più ne metta. Oggi la scuola non è più quella dei tempi nostri, che s’identificava quasi totalmente con la lezione in classe, sebbene i giorni di festività nel complesso fossero più di adesso; nella concezione attuale la scuola è diventata più che altro un centro culturale, dove la lezione classica del docente è soltanto una delle varie attività, alla quale se ne aggiungono molte altre, e nei modi più svariati. E se un docente si azzarda a protestare per le ore di lezione che gli vengono sottratte, si sente rispondere che le attività collaterali o parascolastiche sono utili e che costituiscono occasioni preziose di apprendimento di cui gli studenti, soprattutto nei centri di provincia, non potrebbero usufruire in altro modo. Si è anche proposto di spostare al pomeriggio alcune attività per non depauperare l’orario delle lezioni al mattino, ma anche qui ci si sente rispondere che la maggior parte degli studenti è pendolare e che non può trattenersi nel pomeriggio. Comunque vada, è sempre la lezione curriculare ad essere sacrificata, ed è chiaro quindi che non sia possibile rispettare del tutto le buone intenzioni del docente e la programmazione effettuata all’inizio dell’anno.
Sulle modalità di svolgimento dei programmi c’è poi un sostanziale dissenso tra i docenti, che su questo punto si suddividono in due categorie: coloro che tendono a svolgere tutti gli argomenti previsti, anche a costo di trattarli con minore approfondimento (ed in questo novero si riconosce il sottoscritto) e coloro che invece si attardano sugli autori o sui problemi di loro maggior gradimento, magari approfondendoli con letture aggiuntive, percorsi tematici o altro che sia; così facendo, però, finiscono inevitabilmente per restare indietro e non concludere i programmi previsti, perché il tempo a disposizione è sempre quello e le varie attività prima elencate ne fanno perdere molto. A questo proposito io voglio fare una considerazione: la scuola superiore (nel mio caso il liceo Classico, ma anche le altre) deve fornire agli studenti una preparazione globale su programmi di vasta estensione, dei quali è necessario ch’essi ricordino gli aspetti fondamentali, senza la necessità di diventare degli esperti o dei tecnici delle materie, un compito che spetterà poi agli studi universitari. E’ del tutto fuori luogo, tanto per fare un esempio, che un insegnante di storia, che magari è profondo conoscitore del periodo giolittiano stia fermo per quattro mesi su quel periodo e che poi, per mancanza di tempo, non riesca a trattare la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, o altri argomenti indispensabili per la cultura generale che un liceo deve fornire ai ragazzi. L’approfondimento specialistico di un unico argomento, i percorsi tematici ecc. sono propri dei corsi universitari, dove magari in un intero semestre viene trattato un solo autore o un solo periodo storico, perché si presuppone (spesso a torto) che gli altri siano già conosciuti; ma la scuola superiore non ha questo compito scientifico e specialistico, bensì quello di fornire una conoscenza generale di tutti gli argomenti previsti per quell’anno scolastico per le singole discipline. Anch’io ho le mie preferenze, e se fosse possibile vorrei stare un intero anno a parlare di Lucrezio o di Virgilio, per nominare due autori che mi stanno particolarmente a cuore; ma se così facessi gli alunni saprebbero tutto di questi due e non saprebbero nulla degli altri. E questo, almeno in base alla mia pluridecennale esperienza d’insegnamento, mi sembra profondamente errato.

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