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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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Il problema del precariato

Da tanti, tantissimi anni esiste nella scuola il problema della condizione degli insegnanti precari, coloro cioè che vengono chiamati da apposite graduatorie a ricoprire cattedre vacanti o a svolgere supplenze di varia durata ma che poi, nonostante il servizio svolto ed i titoli posseduti, non hanno alcuna certezza del posto di lavoro. Si tratta di persone con alle spalle anni di servizio, spesso anche con la necessità di mantenere una famiglia, ma che non sanno se l’anno successivo ritroveranno il loro posto, visto che la scuola è da anni oggetto di “tagli” indiscriminati e risparmi che vanno a incidere, oltre che sul problema dei precari, anche sulla qualità dell’insegnamento: classi sempre più numerose, cattedre ricondotte tutte al massimo contrattuale di ore settimanali, riduzione vistosa dei fondi assegnati alle scuole e via dicendo.
Il problema è grave, da tutti i punti di vista. Anch’io, sebbene in tempi migliori di questi, sono stato precario e so cosa significhi non conoscere il proprio futuro lavorativo, avere addosso il terrore che qualcuno da fuori provincia chieda un trasferimento proprio sulla cattedra che tu stai occupando, oppure che diminuisca il numero delle classi della scuola e quindi che il tuo posto svanisca come fumo nell’aria. Diciamo che io ho avuto fortuna perché ai tempi miei eravamo pochissimi ad essere laureati in lettere antiche, il Liceo Classico (come altre scuole) era in espansione e quindi in sostanza ho sempre lavorato, fin dalla laurea, per l’intero anno scolastico con supplenze annuali, cosa che oggi è diventata molto rara; ma anch’io ho vissuto la condizione di incertezza che oggi tanti insegnanti precari vivono, il senso di vederti crollare tutto addosso, di non avere più terra sotto i piedi. Comprendo quindi le proteste dei colleghi precari, che spesso sono tali non per colpa loro, ma perché lo Stato non ha più organizzato concorsi per la stabilizzazione dei posti di lavoro, continua cioè a utilizzarli senza dare loro alcuna certezza né alcuna prospettiva concreta.
Tutto ciò è indubitabile, e tuttavia ci sono un paio di cose che ho ancora da dire in proposito. La prima è che il precariato nella scuola non è un evento eccezionale, ma connaturato all’essenza stessa di questo servizio: mentre in altri settori, se manca un titolare, si può chiudere uno sportello oppure distribuire le mansioni di quella persona tra i vari colleghi (che spesso sono anche più del necessario), nella scuola non si può. Se manca un docente va sostituito, se un posto è vacante va necessariamente ricoperto, non si possono abbandonare le classi a se stesse e lasciarle senza insegnamento di questa o quell’altra materia. Ciò significa che il precariato, nella fattispecie, esisterà sempre, non lo si può eliminare del tutto perché è un elemento strutturale dell’organizzazione scolastica; non è quindi accettabile, proprio per questo motivo, che chi ha avuto una supplenza di qualche mese o di un anno possa pretendere con ciò di essere immesso in ruolo, perché fin dall’inizio sapeva che quel posto era provvisorio e che ciò corrispondeva ad un’esigenza temporanea, non poteva avere carattere di stabilità. Diverso è però il caso di chi è precario da dieci o quindici anni, che ha svolto un servizio pari o talvolta anche superiore a quello dei colleghi di ruolo; a costoro andrebbe riservato un canale preferenziale per la stabilizzazione del posto, previo però un serio accertamento delle conoscenze e capacità didattiche.
E qui arrivo al secondo concetto che volevo esprimere. Tra gli insegnanti precari, come tra quelli di ruolo, ce ne sono alcuni bravissimi, che sarebbero stati in grado di superare e di vincere un concorso ordinario (se fosse stato indetto) ed altri invece che hanno magari esperienza, ma che lasciano a desiderare dal punto di vista della preparazione e delle attitudini didattiche. Ciò perché lo Stato si è servito di loro quando ne aveva bisogno, ma non li ha mai sottoposti ad un accertamento serio e completo del loro spessore culturale; e questo è avvenuto, purtroppo, anche in occasione degli ultimi concorsi ordinari banditi dal disastroso ministro Profumo (del governo Monti, il che è tutto dire!), in cui, tanto per restare nell’ambito delle mie discipline, la prova di latino era costituita da 5 righe di Cesare (sic!) da tradurre più due domandine sciocche di storia letteraria. In questo modo non si accerta nulla e si apre la strada a insegnanti impreparati che, non solo durante gli anni di precariato, ma anche quando prima o poi verranno stabilizzati, continueranno a rovinare classi ed intere generazioni di studenti.
L’unico modo per evitare tutto ciò è, a mio avviso, l’indizione di concorsi ordinari seri ed impegnativi da organizzare ogni due o tre anni, dove emerga davvero la preparazione culturale dei candidati ed anche la loro attitudine all’insegnamento. Dalla risultante graduatoria dovrebbero essere scelti coloro che, evitando il precariato, vadano ad occupare stabilmente i posti vacanti, e questo dovrebbe essere l’unico ed il solo metodo di reclutamento dei docenti. Per coloro che sono precari da anni andrebbero previsti punteggi speciali derivati dagli anni di servizio, ma per essere immessi in ruolo dovrebbero comunque anch’essi superare il concorso ordinario, perché non si può pretendere di occupare un posto nella scuola in maniera definitiva senza prima aver dimostrato di avere la cultura necessaria per meritarlo. Per le supplenze temporanee, invece, si potrebbero assumere docenti (abilitati o no) da altre graduatorie, che però non permettano mai l’accesso al ruolo, riservato unicamente ai concorsi.
Ora qualcuno mi dirà che esistono vincitori di concorso, magari con risultati brillanti, che però non sanno rapportarsi agli studenti attuali perché vivono nel loro mondo incantato degli studi specialistici senza avere contatto effettivo con la realtà, o per altre ragioni. Ammetto che ciò è vero, ma continuo a ritenere che il concorso ordinario – finché non ne verrà trovato uno migliore – sia a tutt’oggi il metodo più efficace per decidere chi debba andare a ricoprire un posto di docenza nella scuola, dalla quale dipende un dato importantissimo, cioè la formazione dei futuri cittadini. Di ciò io sono femamente convinto, anche perché ancora orgoglioso, dopo 30 anni, di essere un vincitore di concorso ordinario della classe 52 (latino e greco), dove ho dovuto sostenere prove micidiali, tra cui la traduzione di oltre 50 versi di Euripide dal greco al latino senza vocabolario, altro che Profumo! Per quanto attiene agli aspetti “pratici” dell’insegnamento, inoltre, nulla impedisce che tra le prove concorsuali ne vengano comprese anche alcune di didattica effettiva, di correzione di elaborati, di lezioni multimediali, ecc.; ma tutto ciò, pur importante, è sempre subordinato alla preparazione culturale nelle discipline che si intendono insegnare, perché se manca quella tutto il resto è aria fritta.

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I BES ci faranno andare in bes…tia

L’ultimo regalo del geniale ministro Profumo, al termine dello scorso anno, è stata la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012 riguardante i cosiddetti BES, acronimo che sta per “bisogni educativi speciali”. Dovendo rendere chiaro il concetto a chi – per sua fortuna – non vive nel mondo della scuola, preciso che questa nuova bella trovata burocratica del nostro ministero dell’istruzione (o della distruzione?) riguarda quegli studenti che non sono portatori di handicap, né hanno alcun problema certificato da appositi specialisti circa specifiche difficoltà di apprendimento scolastico, ma che semplicemente possono trovarsi a disagio (anche temporaneamente) per motivi socio-economici, culturali o linguistici. Si tratta, in altre parole, di problemi personali degli studenti che non sono dimostrabili con un certificato medico, ma che comunque possono incidere sul rendimento scolastico. Per costoro, il Ministero ci obbligherà a stilare un PDP, altro orribile acronimo burocratico che sta per “Piano didattico personalizzato”; ciò significa che questi ragazzi dovranno essere facilitati in ogni modo nel loro percorso scolastico, con programmi ridotti rispetto a quelli della classe, verifiche fatte a loro piacimento, esenzione da compiti scritti ecc.
Di per sé l’idea di fondo di questo provvedimento non sarebbe sbagliata, perché qualunque consiglio di classe, e qualunque insegnante nella fattispecie, tiene ed ha sempre tenuto conto di eventuali problemi che la famiglia dell’alunno, o l’alunno stesso, hanno segnalato. Io almeno, nonostante la mia ben nota severità, l’ho sempre fatto, ed ho sempre creduto che azioni di tal genere dovrebbero essere lasciate alla sensibilità dei docenti, i quali, se hanno professionalità, sanno come agire in casi simili; ma imporlo per legge è profondamente sbagliato, perché presta il fianco a contenziosi ed ad abusi che sarà sempre più difficile controllare ed arginare. Una legge del genere, come ognuno vede, favorisce i profittatori e i disonesti, che purtroppo non mancano mai: basterà infatti che un alunno abbia il padre in cassa integrazione, o che presenti qualche lieve difetto fisico, o che abbia una pretesa crisi adolescenziale, per fare solo alcuni esempi, per poter invocare la legge sui BES ed ottenere di conseguenza un trattamento di favore da parte della scuola. I BES di natura culturale, a detta della stessa direttiva ministeriale, possono riguardare problemi psicologici, relazionali, sociali, familiari ecc; così, se due genitori litigano a casa una sera, il giorno seguente il loro figlio è un BES, perché dirà di essere stato traumatizzato dal clima familiare; se una ragazza è stata lasciata dal fidanzatino potrà dire di essere un BES, perché il dolore per l’abbandono le impedisce di studiare, e via dicendo. Come faremo a distinguere i veri casi di disagio da quelli inventati, i problemi reali dalle scuse banali di chi non ha voglia di studiare e si approfitta della situazione? E oltretutto, se una scuola non tiene conto delle richieste delle famiglie e degli alunni nel riconoscere uno stato di BES si espone poi al rischio di un ricorso, se l’alunno o l’alunna in questione non verranno promossi.
Quello che a me pare certo è che questa legge è l’ennesima buffonata di una classe politica che non ha a cuore affatto la serietà degli studi e la formazione dei cittadini, ma che pretende la promozione generalizzata di una massa di ignoranti che poi, nella loro vita futura, saranno degli automi senza ragione, banali esecutori della volontà altrui e semplici recettori dei diktat della finanza internazionale. Se avessero il coraggio di dirci che dobbiamo promuovere tutti, cani e porci senza criterio, almeno sarebbero più onesti, anziché erodere giorno dopo giorno quel poco di buono che ancora resta nella nostra scuola. E mi meraviglio molto del fatto che i sindacati, anziché insorgere contro questa ulteriore imposizione che calpesta la cultura e la serietà degli studi, l’hanno accettata passivamente e anzi si danno da fare ad organizzare corsi di aggiornamento che poco aggiungono a ciò che i bravi docenti sanno già da tempo.

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I concorsi della beffa

In questo periodo sono state espletate già le prove scritte dei concorsi a cattedra per i docenti. Così, per curiosità, ho voluto dare uno sguardo ai testi delle prove, per vedere se potevo in qualche modo paragonarli a quelli che affrontai io quando sostenni il mio concorso ordinario a cattedre nel 1983/84, anni lontanissimi quanto le guerre Puniche. Mi è capitato di trovare su un sito web il testo della prova di latino delle classi 51A e 52A, le stesse in cui io mi abilitai e vinsi la cattedra in quel concorso antidiluviano che ricordavo sopra. Alla lettura sono sbigottito letteralmente, non credevo ai miei occhi: tutta la prova, cui è affidata la grave responsabilità di decidere se un candidato è degno o meno di insegnare nei nostri Licei, si riduceva alla traduzione di cinque versi (sic!) di una Bucolica di Virgilio, quattro righe del Brutus di Cicerone e due domande di letteratura! Se penso che al mio concorso prima citato dovetti svolgere ben tre prove di otto ore ciascuna, la prima delle quali era un tema di italiano, la seconda una traduzione di due lunghissimi capitoli di Tacito con aggiunta di un commento e la terza una traduzione di 55 versi di Euripide dal greco al latino (sì al latino, non all’italiano, e senza la possibilità di usare il vocabolario italiano-latino) con annesso commento, queste prove di oggi mi sembrano non solo ridicole, ma addirittura offensive per quelle persone brave e preparate che pur esistono ancora oggi. Come se non bastasse, uno dei due quesiti di storia letteraria era inopportuno, se non addirittura errato, perché faceva riferimento alla produzione teatrale romana dell’età di Augusto, la quale, come sa chi si intende solo un poco di letteratura latina, non produsse opere di tal genere. E’ bensì vero che Augusto tentò di rilanciare i generi teatrali perché, essendo il teatro frequentato da tante persone, avrebbe in tal modo potuto contare su di un’ottima cassa di risonanza per la propaganda di regime; ma il tentativo non riuscì, e di tal fallimento abbiamo una chiara testimonianza, fornita di adeguate motivazioni, nella prima Epistola del II° libro di Orazio. Ciò che può afferire al teatro, in epoca augustea, è soltanto qualche opera isolata di valore (come la celebre tragedia Medea di Ovidio, che non ci è pervenuta) oppure manifestazioni di minor rilievo come il mimo e il pantomimo. La domanda è quindi del tutto inopportuna in una prova concorsuale; ma ciò non ci stupisce più di tanto, perché alle imprecisioni ed agli errori degli “esperti” (si fa per dire!) del Ministero siamo ormai abituati, anche alle prove dell’Esame di Stato per gli studenti dei Licei.
Sta di fatto, comunque, che una prova così congegnata vale poco o nulla, e non è assolutamente adeguata a valutare la preparazione di persone che dovranno divenire docenti di ruolo dei Licei; anzi, a detta degli stessi candidati con cui ho potuto parlare, questo concorso ha favorito gli avventurieri ed i cialtroni che in questi casi non mancano mai, e non soltanto perché quesiti come quelli proposti non sono credibili né probatori, ma anche perché – a detta di tutti – i soliti furbetti hanno potuto copiare come volevano servendosi di cellulari, I-phon e altre diavolerie del genere, senza che nessuno abbia controllato né impedito alcunché. Si afferma quindi di nuovo il sacrosanto principio per cui, nella nostra sventurata Patria, non è il merito né la cultura che vengono premiati, ma la furberia, la furfantaggine e l’ignoranza. Ed il primo ignorante in tutto ciò, quello che merita la corona di Re, è il nostro ministro Francesco Profumo, un illustre personaggio che avrebbe potuto meglio realizzarsi, forse, al ministero dell’agricoltura.

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Presidi e docenti trattati da pezzenti! (e fa anche rima)

Circa un mese fa ebbi l’idea balzana di presentare domanda per far parte delle commissioni giudicatrici del concorso ordinario a cattedre adesso in pieno svolgimento. Ovviamente chiesi l’esonero dall’insegnamento, perché è pacifico per me che non è umanamente sopportabile per un docente, specie se come il sottoscritto ha raggiunto una certa età, un impegno così gravoso: come è possibile infatti continuare a svolgere il normale nostro lavoro quotidiano (che va ben oltre le 18 ore frontali settimanali, per chi non lo sapesse!) e al tempo stesso mettersi in viaggio, al pomeriggio, per raggiungere una sede d’esame distante 100 km. da casa, dove oltretutto siamo chiamati a svolgere un compito difficile e di grande responsabilità? Per me era già un affronto, da parte del ministero e del suo titolare (verso il quale ho già espresso tutta la mia disistima), pretendere dai docenti un impegno ai limiti della sopravvivenza; perciò sono contento di non essere stato nominato, dato che ho saputo che esistono colleghi così solerti e vigorosi da accettare questo trattamento da schiavi. Contenti loro, contenti tutti!
Ma oggi, al termine di una riunione, il Dirigente della mia scuola mi ha informato sui compensi che verranno pagati ai presidenti ed ai commissari, un argomento di cui non mi ero interessato prima perché non è per il denaro che avevo fatto quella domanda, ma per contribuire un po’ alla meritocrazia di cui, a mio avviso, c’è sempre più bisogno nella nostra scuola. Orbene, sono rimasto esterrefatto e indignato quando ho saputo che ai presidenti delle commissioni, per lo più presidi in servizio o in pensione, sarebbe toccata l’astronomica cifra di 251 euro, mentre ai commissari andrà la mirabolante somma di 209 euro! E intendiamoci, non al giorno, ma per tutta la sessione d’esame! E non ho ben capito se tale faraonico compenso è al netto o al lordo, perché in quest’ultimo caso gli sventurati colleghi ci dovranno pagare anche il 38% di tasse, più contributi assistenziali e previdenziali. Ma non è tutto: il buon Profumo, assistito da Grilli e da Monti con la “legge di stabilità”, ha voluto svenarsi, e ha offerto persino altri 50 centesimi (udite, udite!) per ogni candidato affidato alla commissione. Così, facendo un conto semplice semplice, dato che la commissione nella quale avrebbe dovuto trovarsi il sottoscritto, quella cioè della classe di concorso A052 della Toscana, avrà forse 100 candidati (o anche meno), nella migliore delle ipotesi i commissari riceveranno ciascuno 209 + 50, cioè 259 euro lordi, per un lavoro che durerà alcuni mesi e che comprende non solo la correzione degli elaborati, già complessa di suo, ma anche l’effettuazione delle prove orali. Per far svolgere la prova orale a 100 candidati occorreranno almeno 20 giorni, visto che non si possono effettuare più di cinque prove al giorno. In pratica, se consideriamo un impegno pari a non meno di 40 giorni (tra correzione degli scritti, prove orali, compilazione graduatorie ecc.) il compenso di questi professionisti laureati si aggira sui 6 euro e mezzo lordi al giorno.
Siamo all’assurdo, al tragicomico per meglio dire. Un mendicante che con un po’ di stracci e un piattino si adagia lungo il corso di qualunque città, guadagna dieci volte tanto, almeno. Quello che mi meraviglia e mi annichilisce però, oltre al fatto che ci trattino peggio dei cani presi a calci per la strada, è che esistano colleghi che accettano di essere trattati in questo modo. Dov’è finita la dignità, non dico quella della nostra categoria (che non esiste più), ma quella personale di ciascuno di noi? A questo punto sono ben lieto di non essere stato chiamato in commissione, perché in tal caso avrei preso quel compenso miserevole che mi concedevano e l’avrei stracciato davanti al ministero, a Trastevere, in faccia a Profumo, che si prende uno stipendio tanto lauto quanto rapinato dalle tasche dei contribuenti italiani.
Spero che questo mio post sia letto da molti colleghi che si apprestano a fare i presidenti e commissari in queste condizioni; costoro, a mio avviso, dovrebbero avere un sussulto di dignità e rinunciare in massa all’incarico, lasciare Profumo e i suoi scagnozzi da soli a gestire il concorso e vedere un po’ come riescono a cavarsela! Se il capo di questo sciagurato governo e i suoi ministri non si sono ancora accorti che la schiavitù è stata abolita, forse è il caso di ricordarglielo!

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Le bugie elettorali

Non credo di sbagliare di molto dicendo che i cittadini onesti, in questi giorni di campagna elettorale, non ne possono più delle assurde promesse dei politici, i quali, pur di rastrellare voti e mantenere le poltrone, fanno a gara a chi le spara più grosse e a rendersi sempre più ridicoli. E’ vero che il sistema democratico, che concede il diritto di voto a tutti e quindi anche agli sciocchi e agli sprovveduti, favorisce questo modo di agire; ma a tutto c’è un limite, un minimo di dignità e di decenza dovrebbe suggerire a questi clown televisivi che oltre un certo limite di sfrontatezza e di disonestà non si può andare.
Questo presupposto vale per tutti, senza distinzione tra destra, sinistra e centro: tutti agiscono spudoratamente per il proprio interesse e presuppongono, evidentemente, che i cittadini siano una massa di idioti e che non comprendano il loro gioco. Ma fra tutti c’è un personaggio ancor più repellente degli altri, a mio giudizio, ed è il signor Mario Monti, per nostra somma sciagura ancora oggi capo del governo. Questo individuo, che non oso definire diversamente, ha governato un anno portando alla rovina il Paese e i cittadini, imponendo tasse ingiuste e oppressive che hanno addirittura, in qualche caso, portato al suicidio alcune persone (specie imprenditori), tragedie che questo signore porta ancora sulla coscienza. L’infame tassazione sulla casa (l’IMU) ha portato alla disperazione le categorie più deboli di cittadini come lavoratori dipendenti, pensionati ecc. i quali, dopo aver risparmiato e faticato una vita per comperare una casa, si sono trovati un’imposizione fiscale che in nulla differisce da una vera e propria rapina; così molte persone sono entrate nella povertà vera e propria, si sono trovate costrette ad acquistare persino la carne avariata per risparmiare, o addirittura a frequentare le mense dei poveri.
Sorvoliamo poi sugli altri provvedimenti di questo governo di “tecnici”, che si sono rivelati perfetti incompetenti senza alcuna conoscenza del Paese vero, quello delle persone che si arrabattano tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena. Dall’alto della loro privilegiata condizione di banchieri o docenti universitari pressoché nullafacenti, si sono prodotti in una serie di show da cabaret, con una sciatteria ed una goffaggine senza precedenti. C’è da chiedersi a cosa servano i tecnici ed i professoroni della Bocconi quando le decisioni prese da questo governo o sono criminali (come la riforma Fornero e la creazione del problema degli esodati, vera miccia da guerra civile) o del tutto irrazionali come quelle di Profumo. Sarebbero bastati studenti di ragioneria o ragazzini della scuola media per adottare provvedimenti molto più intelligenti ed efficaci di quelli del governo Monti.
Quello che farebbe ridere se non fosse altamente tragico è il fatto che Mario Monti, dopo aver soffocato l’Italia con una serie di manovre e di tasse vessatorie, oggi, in campagna elettorale, viene a dire agli italiani che intende abbassare quelle stesse tasse che ha messo lui, appena qualche mese fa. Come può pensare che i cittadini siano tanto idioti da credere alle sue disgustose menzogne, quelle di una persona del tutto incoerente che ha tradito e rinnegato tutto ciò che aveva detto quando si insediò a Palazzo Chigi? Se i suoi atti di governo fossero di dieci anni fa, allora sarebbe comprensibile ch’egli oggi parli di cambiamento o di riduzione delle tasse; ma a distanza di appena qualche mese dai suoi provvedimenti ingiusti e vessatori, come può ora avere il coraggio e il pudore di venirci a dire che sbagliano gli altri e che lui migliorerà la vita dei cittadini dopo averli strangolati?
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno che passa la situazione peggiora di continuo, i politici sono sempre più ipocriti e disonesti, tanto da farci rimpiangere i vecchi partiti della prima repubblica, che avevano certamente le loro pecche ma che erano molto più credibili e affidabili delle accozzaglie elettorali di oggi.
Di fronte a questo squallido spettacolo l’impulso naturale del cittadino onesto sarebbe quello di non andare a votare, come certamente molti faranno; e tuttavia neppure questo è giusto, perché con le leggi attuali se anche vota il 10 per cento degli aventi diritto, quel dieci per cento decide anche per gli altri. Quindi dovremo partecipare, pur annichiliti dal disgusto e dal ribrezzo. Ciò che mi auguro è che il signor Mario Monti non abbia seguito e che sparisca presto dalla scena politica e istituzionale. Se avesse un po’ di dignità umana lo farebbe da solo, senza aspettare di esserne cacciato.

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Bilancio fallimentare di un ministero (e di un governo)

Ho letto che il signor Francesco Profumo, per somma sciagura ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca del governo Monti, è candidato alle prossime elezioni. Forse spera che i potenziali elettori non lo conoscano o non sappiano nulla del suo operato, altrimenti non credo che avrebbe il coraggio di candidarsi. La sua permanenza a Viale Trastevere è stata la più disastrosa e micidiale dell’ultimo cinquantennio almeno, tanto che molti di noi, che avevano detto peste e corna del ministro Gelmini, hanno dovuto ammettere che al peggio non c’è mai limite. Basti ricordare qualcuna delle gloriose imprese del nostro eroe. A chi gli chiedeva se non fosse opportuno cercare di fermare, proprio con quella tecnologia ch’egli tanto ama, il desolante fenomeno delle copiature all’esame per mezzo dei cellulari, egli rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che, tradotto in linguaggio pratico, equivale a dire. “Copiate pure, ragazzi, fate fessi i vostri professori, che il ministro è con voi.” Poi, quando fu emanata dalla combriccola montiana la sciagurata legge di stabilità, il buon Profumo ebbe la bella pensata di proporre l’aumento di un terzo dell’orario didattico dei docenti (da 18 a 24 ore senza nessun corrispettivo economico), mostrando così la propria convinzione secondo la quale egli stava amministrando una banda di fannulloni. Si dice che sia stato rettore universitario, e quindi di fannulloni se ne intende, visto che i docenti universitari lavorano tre ore alla settimana e prendono uno stipendio che è il doppio o il triplo del nostro; ma evidentemente non sapeva che le 18 ore settimanali di noi poveri e ignoranti docenti della scuola sono soltanto la metà o anche meno del tempo effettivamente da noi dedicato al nostro lavoro. Un ministro che non conosce questo inoppugnabile dato è paragonabile ad un arbitro di calcio che non sappia che il pallone è sferico. Poi, ancor più di recente, ne ha combinate altre che non mette conto di riferire perché altrimenti il post diventa troppo lungo. Una però va ricordata, perché degna di lui e della banda di cui ha fatto e fa ancora parte: le iscrizioni on line. Orbene, questa bella trovata getterà nel caos tutta la scuola italiana, non soltanto perché la dimestichezza con il computer ed internet non l’ha ordinata il dottore e quindi moltissime famiglie si troveranno in seria difficoltà, ma anche perché le scuole incaricate di assistere i genitori non avranno né il tempo né la disponibilità del personale per sostituirsi ad essi (specie nei grandi poli scolastici), con la conseguenza che arriveranno dati imprecisi, incompleti, e sarà necessario rifare tutto da capo. Io personalmente non sono affatto contrario alla tecnologia informatica, che anzi considero una preziosa risorsa dell’uomo moderno, ma ad una condizione: che sia veramente utile. Ora spieghi il sig. Profumo qual è l’utilità delle iscrizioni on line, a parte il risparmiare qualche foglio di carta. La verità è che l’ossessione informatica di questo signore seve a lui e al governo Monti per ragioni elettorali, per dare il fumo negli occhi ai cittadini vantando una presunta modernizzazione della scuola, quando in realtà di veramente utile egli non ha fatto assolutamente nulla, anzi, la scuola è più vecchia di prima, anche perché i docenti sono sempre più delusi e amareggiati. Aveva proprio ragione, secondo me, quel mensile satirico livornese che qualche tempo fa diceva della scuola: “Altro che Profumo! Qui c’è un puzzo di stantìo che si more!”
Del resto c’è ben poco da aspettarsi da un governo il cui capo, dopo aver asserito per anni di non essere interessato a far politica, oggi, con la coerenza di una banderuola, fa esattamente il contrario. Anzi, fa di peggio, perché prende per idioti i cittadini italiani millantando di voler diminuire o eliminare quei provvedimenti iniqui e quel gravame di tasse ch’egli stesso ha imposto a questo sciagurato Paese. Dopo aver messo alla fame tante famiglie con l’IMU e quant’altro per compiacere le banche e la signora Merkel, ora promette mari e Monti, e fa perfino l’occhiolino alla sinistra, anche quella estrema di chi vuol mandare i ricchi all’inferno. E ha imparato subito, con un corso accelerato, le furbizie dei politici, come quella di dare la colpa ai governi precedenti di quello di cui egli porta l’intero peso sulla coscienza, ammesso che ne abbia una.

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Il teatrino degli esami di Stato

Anche quest’anno gli esami di Stato per le scuole superiori, appena iniziati, hanno provocato malumori e proteste di ogni sorta, ed hanno messo ben in evidenza la profonda incompetenza dei funzionari ministeriali e del ministro Profumo stesso, il quale ha tenuto un atteggiamento a dir poco allucinante.

Cominciamo col dire che ormai il triste fenomeno delle copiature all’esame mediante i cellulari è divenuto macroscopico, al punto che meglio si farebbe ad abolire gli esami stessi se non si è capaci di trovare una soluzione: i risultati, infatti,  sono comunque alterati perché è ben noto che le soluzioni dei problemi e dei quesiti si trovano su internet pochi minuti dopo la dettatura, e basta che gli alunni si tengano addosso un cellulare e si colleghino a internet ed il gioco è fatto. Ma la tecnologia si combatte con la tecnologia stessa: esistono infatti delle apparecchiature, chiamati rivelatori o disturbatori di frequenze, che, se messi in funzione in un locale, rivelano la presenza di cellulari accesi o addirittura impediscono il collegamento a internet. Le scuole debbono dotarsi di queste apparecchiature, altrimenti diventa inutile qualunque prova scritta che i docenti vogliano proporre agli alunni. Ebbene: il ministro Profumo, interrogato da una giornalista sull’opportunità di ricorrere a questa misura, ha risposto che lui non ha “la mentalità dei servizi segreti”, facendo intendere con ciò che non gli importa nulla del fenomeno e che vuole lasciar perdere tutto, autorizzando così implicitamente gli studenti a proseguire in un comportamento illegale e inammissibile. Ora io mi chiedo se un Ministro della Repubblica, che dovrebbe far tutelare le norme vigenti e sostenere la legalità, possa mai fare un’affermazione del genere. D’altro canto, un atteggiamento così assurdo non dovrebbe sorprenderci più di tanto, perché questo ministro, da quando è in carica, non ha fatto mai nulla di positivo per la scuola, ma solo dichiarazioni e affermazioni generali e di circostanza che non cambiano nulla nella sostanza. E’ stato messo lì per pura immagine da un governo di banchieri e imprenditori che non hanno altra preoccupazione se non quella economica, che oltretutto perseguono con metodi terroristici, rimpiendoci di tasse e colpendo così, come al solito, le fasce più deboli. Non mi risulta che i grandi capitali siano stati toccati dalla pioggia di tasse del sig. Monti, né tanto meno gli stipendi dei parlamentari e dei dirigenti. Ma tant’è; non voglio uscire dall’argomento oggetto di questo post.
Il ministro Profumo quindi, che finora è rimasto nella più totale inoperosità, è stato però solerte nel blandire gli studenti, con il peggior populismo che si possa immaginare. Tempo fa disse che si sarebbero potuti anche abolire i compiti a casa (lasciamo stare, è meglio!) e poi, alla vigilia dell’esame, ha fatto gli auguri ai maturandi dicendo loro di stare tranquilli ed esprimersi al meglio. Fin qui nulla di male; ma la profonda contraddizione in cui il ministero e il suo capo sono caduti è stata la seconda prova d’esame, specie quella del Liceo Classico con cui ho avuto a che fare perché, sfortunatamente, quest’anno sono membro interno proprio per il greco. Dopo aver rassicurato i ragazzi in ogni modo possibile, il Ministro, su proposta di un ispettore, ha autorizzato la proposizione di un brano difficilissimo di Aristotele, scritto in un linguaggio completamente sconosciuto agli alunni, con gravi problemi sia sintattici che lessicali. Era un testo filosofico di enorme difficoltà, adatto forse a grecisti specializzati ma non agli alunni del Liceo attuale che, come tutti sanno, hanno molte difficoltà nella traduzione dei testi classici, per una serie di motivi che non mette conto qui di ricordare (lo farò in un altro post). Che senso ha, mi chiedo io, tranquilliuzzare gli studenti prima dell’esame e poi proporre loro un brano di greco quasi impossibile a tradursi? I casi sono due: o il ministero ha la precisa volontà di distruggere gli studi umanistici e questo brano è stato dato per scoraggiare i nuovi aspiranti liceali ad iscriversi al Classico, oppure è frutto di incoscienza e di incompetenza, due qualità che più di una volta Lor Signori hanno dimostrato anche negli anni precedenti. Io penso che queste due componenti siano entrambe probabili, anche perché è chiara fin dall’insediamento di questo abominevole governo la volontà di privilegiare gli studi tecnici e scientifici rispetto a quelli umanistici; ciò è apparso chiaro anche dai numerosi spot pubblicitari che il ministero ha fatto trasmettere in Tv a favore degli Istituti tecnici e professionali. E’ una vergogna abissale che un governo, che dovrebbe essere super partes, faccia spot a favore di un ordine di scuole a danno di un altro; ma del resto, da un governo di banchieri che hanno come unico valore riconosciuto il benessere materiale e il denaro, cos’altro potevamo aspettarci?
Le contraddizioni e le inefficienze di questo Ministro sono talmente evidenti che non sarebbe fuori luogo una mozione parlamentare di sfiducia nei suoi confronti, perché la sua incompetenza e malafede sono tali da rendere necessaria una sua immediata sostituzione. Ai tempi della Gelmini tutti si lamentavano e ne chiedevano le dimissioni. Io ero d’accordo su questo, ma adesso mi rendo conto di quanto sia azzeccato e pertinente quel detto secondo cui al peggio non c’è mai limite.

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