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Un ottimo libro in difesa del latino

Prima di parlare dell’argomento di questo post vorrei fare una riflessione di tipo editoriale. Un tempo la recensione di un libro (ossia la sua presentazione, con indicazione dei pregi e dei difetti) veniva pubblicata su riviste specializzate, le quali impiegavano molto tempo per accoglierla e poi stamparla. In particolare, ai direttori delle riviste scientifiche dedicate alle letterature classiche occorrevano dai tre ai sei mesi, in media, per decidere se accettarla o no; poi c’era da aspettare i tempi editoriali che talvolta, specie se il numero in uscita e quello successivo erano già al completo, si prolungavano moltissimo. Per farla breve, da quando la recensione veniva scritta a quando compariva sulla rivista potevano passare anche due anni o più. E poi quante persone la leggevano? Poche, pochissime direi, solo gli specialisti interessati a quel tipo di pubblicazione. Oggi invece, con l’avvento di internet, chiunque abbia un blog può decidere autonomamente di pubblicare una recensione, la scrive e la mette a disposizione in poche ore e forse, anzi quasi certamente, ha più lettori di quelli che avrebbe se il suo scritto restasse sulla carta in una rivista specializzata. Ecco dunque uno dei lati positivi delle nuove tecnologie, che sotto questo profilo non posso fare a meno di apprezzare.
Fatta questa osservazione estemporanea, veniamo al dunque. Ho da poco finito di leggere un nuovo libro che, pur avendo carattere divulgativo, si occupa nello specifico di un argomento che sta molto a cuore a tutti noi classicisti e docenti di materie umanistiche. L’autore è Nicola Gardini, studioso italiano nato nel 1965 e attualmente docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, ed il libro si intitola Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, uscito presso l’editore Garzanti nel maggio 2016 e già più volte ristampato. Confesso che prima di leggerlo conoscevo l’autore soltanto di nome, mentre poi ho scoperto che ha al suo attivo molte altre pubblicazioni di grande spessore; ma ciò che più me lo rende congeniale è il fatto ch’egli ha smascherato senza mezzi termini il marcio che ammorba l’Università italiana, dove i “baroni” cinici e arroganti continuano a fare il bello ed il cattivo tempo ed a pretendere l’ignobile servilismo dei portaborse, a cui l’Autore non si è voluto sottomettere ed è emigrato in Inghilterra per vedere finalmente riconosciuto, senza nepotismi e favoritismi, il proprio valore di studioso. Facendo salve le dovute differenze, quello di cui si lamenta Gardini è successo anche al sottoscritto, molti anni fa, quando si è visto escluso dall’Università proprio per non volersi adattare al sistema mafioso che è purtroppo ancora vivo e operante. Io però non ebbi l’ardire o la forza di volontà di emigrare, perché ero troppo attaccato al mio Paese; preferii entrare nella scuola, dove sono sempre rimasto con grande soddisfazione e pieno appagamento, continuando in modo autonomo l’attività scientifica che avevo iniziato da giovanissimo.
Entriamo finalmente in medias res. Il libro di Gardini si inserisce in quel dibattito attuale sull'”utilità” delle lingue classiche, o per meglio dire sulla legittimità della loro presenza nella scuola e nella cultura italiana. Sotto questo profilo può assomigliare ad altri volumi usciti sul tema come quello, celebre e molto fortunato nelle vendite, della studiosa italiana Andrea Marcolongo, che si occupa del greco e sul quale a suo tempo composi un post su questo blog (il 9 novembre 2016, rintracciabile dagli Archivi sulla colonna di destra oppure da “Cerca”, scrivendo il nome dell’Autrice). Diciamo che l’argomento è di attualità, non solo perché sono usciti questi libri che rivalutano meritoriamente gli studi classici, ma perché il dibattito è vivo anche sui social come Facebook (dove vi sono vari gruppi di discussione), sui giornali e su molti siti web, in cui le sorti del latino e del greco sono giustamente analizzate in parallelo con l’andamento nazionale delle iscrizioni al Liceo Classico, che da quest’anno finalmente – forse anche per merito del dibattito di cui dicevo – sembrano finalmente in ripresa.
Il libro di Gardini, pur proponendosi lo stesso fine di quello della Marcolongo, ha un’impostazione diversa e secondo me più efficace: mentre infatti la studiosa insiste di più sugli aspetti formali della lingua greca (il valore del medio, ad esempio, o quello dell’ottativo, oppure l’aspetto del verbo), rivelandone le peculiarità e mettendo in evidenza gli aspetti psicologici e sociali che tali fenomeni rappresentano, Gardini effettua sul mondo latino un’indagine eminentemente letteraria, facendo comprendere come gli scrittori romani siano stati veramente i padri del nostro tempo e come la loro sensibilità di fronte alla realtà circostante sia stata di una straordinaria qualità e spessore. Analizzando gli scritti dei principali poeti e scrittori della classicità romana, l’Autore ne coglie l’essenza e soprattutto l’eredità formale e sostanziale che hanno lasciato nelle letterature ed in generale nella cultura del mondo moderno. Sotto questo profilo, per me che ho sempre studiato e approfondito più gli aspetti letterari che quelli linguistici delle civiltà classiche, l’analisi di Gardini appare particolarmente illuminante e capace di avvicinare al mondo antico anche coloro che finora non ne sono mai stati attratti. Sono queste persone, soprattutto, che dovrebbero leggere il libro, più di coloro che da sempre sono convinti dell'”utilità” degli studi classici. E’ però un termine, questo, da collocare tra virgolette, perché il concetto di “utile” è profondamente frainteso in questa nostra società. Su questo ci sarebbe da svolgere un discorso piuttosto lungo, e quindi in questa sede preferisco soprassedere.
Riporto qualche esempio, tratto da questo libro, che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Nel cap.8 l’Autore parla della prosa di Cesare, soffermandosi soprattutto su alcune sue pagine di ingegneria, quelle in cui descrive la costruzione, pezzo per pezzo, del ponte sul Reno, il grande fiume che separa la Gallia (l’attuale Francia) dalla Germania: qui egli rileva, con grande acume, che questa descrizione “mette in scena simbolicamente il lavoro stesso della lingua”, che è anch’essa assemblaggio di elementi diversi (ciò che chiamiamo sintassi) in vista di una certa funzione, e quindi la costruzione del ponte è in pratica una metafora della lingua stessa. Molto interessante è anche il cap. 11, dove i procedimenti compositivi adottati da Virgilio nell’Eneide ci rivelano appieno qual era il concetto romano dell’originalità, che non consisteva, secondo il pregiudizio romantico, nel non assomigliare a nessuno, ma nell’aggiungere o togliere qualcosa da ciò che era già stato scritto da altri (Ennio, Lucrezio, Catullo); ed è proprio questo “qualcosa” che ci dà la misura della grandezza artistica del poeta mantovano, in cui “la ripresa sistematica di espressioni, vocaboli o ritmi avviene perché certe espressioni, vocaboli e ritmi appaiono eccellenti, perfetti, perfino assoluti, e dunque possono significare, anche fuori dal contesto che li ha prodotti, qualunque nuovo significato possano assumere.”

Gardini ci regala ottime osservazioni anche nei confronti di altri autori (Seneca, Orazio, Sant’Agostino ecc.) che non posso però qui riprodurre per non allungare indefinitamente l’articolo, un semplice post di un blog. Dirò soltanto che il filo conduttore che informa di sé i 22 capitoli del libro è l’importante tema della memoria, cioè tutto quel che concerne le riprese dirette, le allusioni, le corrispondenze ideali tra un poeta o uno scrittore ed i suoi predecessori. E’ un argomento questo che, analizzato per la prima volta nel mondo classico dal grande filologo Giorgio Pasquali, ha ricevuto in seguito una messe di buoni studi ma che ancora, per la sua vastità, deve essere esplorato a fondo.
Dobbiamo essere grati, in questo sciagurato periodo storico in cui la cultura diviene sempre più la Cenerentola della società, a studiosi come la Marcolongo, Gardini ed altri che si sono prodigati nella difesa delle discipline umanistiche e del latino e del greco in particolare. Forse proprio per loro merito qualcosa nella coscienza civile comincia a risvegliarsi, qualcuno comincia a comprendere che l’inglese e l’informatica non debbono essere gli unici idoli da adorare, ma che occorre invece un pieno recupero di quella tradizione umanistica che ha fatto del nostro Paese, per molti secoli, il faro culturale del mondo intero.

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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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Esame di Stato 2017: errori e incoerenze del MIUR

Le contraddizioni e le incoerenze del Ministero dell’istruzione in materia di esami di Stato e di concorsi sono a tutti note, tanto che c’è appena la necessità di ricordarle, e del resto ne ho parlato in alcuni post degli anni precedenti. Quest’anno però, in particolare nei Licei Classico e Scientifico, si sono verificate ulteriori incoerenze che dimostrano l’assoluta incompetenza dei funzionari ministeriali per quanto attiene al funzionamento effettivo del nostro sistema scolastico. Al Liceo Classico si attende da anni la riforma della seconda prova scritta, perché è noto a tutti che la traduzione pura e semplice di un unico brano imposto dal Ministero e non ben calibrato dal punto di vista della difficoltà è ormai un esercizio pressoché inaccessibile alla maggior parte degli studenti; avvverrà così, come già è ampiamente attestato in tanti licei, che la “versione” sarà copiata da internet tramite cellulare oppure si troverà qualche professore compiacente che darà… un aiutino ai ragazzi (eufemismo per non dire che la farà al posto loro). Da anni molti di noi si sono attivati per ottenere una modifica di questa prova, ovviamente non sopprimendo del tutto il lavoro di traduzione, ma affiancandolo con domande di civiltà classica o storia letteraria, in modo da dare alla maggioranza degli studenti la possibilità di evitare il fallimento totale.
Oltre a questo problema irrisolto, quest’anno se n’è aggiunto un altro, mai verificatosi prima: l’italiano è materia affidata al commissario esterno per il secondo anno consecutivo, e ciò è insolito ma comunque prevedibile; la cosa più strana e controproducente, invece, è che per questa materia sono stati nominati commissari titolari nella classe A052 (materie letterarie, latino e greco). Ora, è cosa lampante e a tutti nota il fatto che i docenti della A052 insegnano normalmente nel triennio conclusivo del Liceo Classico soltanto latino e greco, mentre l’italiano è affidato di norma ai colleghi della classe A051. E’ vero che chi è di ruolo per la A052 è abilitato anche per l’insegnamento dell’italiano, ma quasi sempre lo insegna soltanto al biennio, e non ha quindi una preparazione e un’esperienza tali da consentirgli di ricoprire in modo dignitoso e autorevole la funzione di commissario esterno, perché il programma delle classi quinte (la letteratura dei secoli XIX e XX e il Paradiso di Dante) va conosciuto in modo appprofondito per poter sostenere la correzione degli elaborati d’esame ed il colloquio orale. Ciò provocherà (anzi ha già provocato) una marea di rinunce da parte dei docenti nominati come esterni per l’italiano, tranne quei pochi (come il sottoscritto) che hanno deliberatamente chiesto al proprio Dirigente di poter avere l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Classico. E da ciò nasce il caos delle sostituzioni e della ricerca dei sostituti da parte degli Uffici provinciali e delle scuole, con relativa perdita di tempo e di energie.
Un altro pasticcio il Ministero l’ha fatto al Liceo Scientifico, dove si attendeva da qualche anno la seconda prova scritta di fisica anziché la tradizionale di matematica. Dopo aver lasciato credere a tutti che tale sarebbe stata la prova, e dopo aver spedito alle scuole anche esempi di svolgimento di prove di fisica, il Ministero ha cambiato idea l’ultimo giorno utile (sembra per intervento dello stesso ministro Fedeli) e ha riproposto la prova di matematica, inserendo però la fisica tra le materie affidate al commissario esterno. Anche qui si è creato il caos, perché i docenti di matematica delle varie quinte sono impegnati come membri interni per le loro classi, e non possono quindi essere nominati come esterni per la fisica. Chi svolgerà quindi questo compito? Probabilmente i docenti del biennio, che insegnano solo matematica (o al massimo la fisica ma nel biennio), che quindi anch’essi – come i colleghi della classe A052 al Classico – non hanno in genere la necessaria conoscenza di un programma complesso e da poco rinnovato qual è quello della fisica nelle classi terminali dello Scientifico.
Queste che ho trattato sono le due cialtronerie fatte dal Ministero di cui io sono a conoscenza, ma certamente ci saranno anche altre incoerenze e contraddizioni, alle quali purtroppo siamo abituati. La sensazione che io ho di questa situazione è che al Ministero dell’istruzione s’intendano di tutto fuorché di didattica, e che la burocrazia irrazionale, oggi aiutata e peggiorata anche dall’informatica, la faccia da padrona. Ritengo quindi vero ciò che molti da tempo stanno pensando: che se il sistema scolastico italiano si regge ancora in piedi il merito di ciò sta nella buona volontà e nel grande impegno di molti docenti, i quali sono ormai avvezzi a “tappare i buchi” fatti da altri e continuare a tirare la carretta per non veder crollare tutto l’edificio. Speriamo che ci sia sempre chi ama questa professione al punto da farne una missione, sopportando così tutte le cialtronate e gli errori che vengono dall’alto. Ma la pazienza ha un limite, e questo limite per molti è sempre più vicino.

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Insegnare italiano: croce e delizia

Se l’insegnamento, in tutti i gradi di istruzione e in tutte le discipline, comporta un impegno continuo e stressante da parte di chiunque intenda svolgere seriamente il proprio dovere, tanto più questa caratteristica si riscontra in chi insegna italiano, ed in particolare nell’ultima classe dei Licei e di tutti gli altri istituti superiori. Non so quanti saranno in sintonia con questa mia affermazione; da parte mia, però, posso dire in tutta sincerità che in tutti i miei anni di servizio precedenti, in cui insegnavo soltanto il latino ed il greco (appartengo alla classe 52), non ho mai fatto tanta fatica e non sono stato mai così stressato come in quello corrente, quando alle discipline classiche si è aggiunto l’italiano in una classe terminale, da portare all’esame di Stato. Ho compiuto il ciclo triennale completo dell’italiano con questa classe, che avevo anche nei due anni precedenti, e già mi ero accorto che la letteratura italiana, bellissima e affascinante senza dubbio, richiede però al docente un impegno comunque gravoso; ma mentre in terza ed in quarta il carico di lavoro è sopportabile, in quinta diventa un fardello pesantissimo, considerata l’enorme vastità del programma e del tempo a disposizione, assolutamente insufficiente, per svolgerlo in modo dignitoso.
Già la letteratura dell’800 è sterminata, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: autori come Foscolo, Leopardi, Manzoni e Verga già da soli sarebbero più che sufficienti per impegnare un intero anno scolastico, considerato anche che alla trattazione teorica del loro pensiero e delle loro opere deve sempre aggiungersi la lettura antologica, effettuata in classe, dei capitoli, dei passi e delle poesie più importanti. I movimenti letterari come il Romanticismo, il Verismo, il Decadentismo necessitano anche di un’adeguata introduzione storica, ché altrimenti non vengono adeguatamente compresi; e anche per questo ci vuole del tempo. Ci sono poi i cosiddetti “minori”, che poi tanto minori non sono e vanno comunque trattati o almeno accennati, con tanto di letture antologiche. E come se ciò non bastasse, va detto che il tempo disponibile non può essere dedicato tutto alla trattazione dei vari argomenti ed alle letture: ci sono anche le verifiche, che in una classe numerosa portano via molte ore, in qualunque modo si vogliano effettuare.
Ma il vero problema del programma di italiano si presenta con la letteratura del ‘900, quando il numero dei movimenti letterari e degli autori, pur se meno titanici di quelli dell’800, si moltiplica. Attualmente (e siamo praticamente già a maggio) sto parlando di Pirandello, un autore a me molto gradito e sul quale sarebbe necessario restare un po’ di tempo, diciamo due settimane; ma allora quando mai avrei la possibilità di trattare anche le opere di Svevo, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo ed altri ancora? Sarò costretto, come tanti altri colleghi, a correre per poter includere nel programma gli autori citati qui sopra, con i quali temo che il programma stesso dovrà chiudersi, quando ci sarebbero invece tante altre voci da trattare, da Tozzi a Moravia, da Tomasi di Lampedusa a Pasolini, tanto per citarne alcuni che credo abbiano lasciato un’impronta indelebile nella cultura del loro tempo. Ma tanti altri ce ne sarebbero, che non potremo nemmeno nominare, e di ciò mi dispiace alquanto, anche perché non vedo alcuna soluzione accettabile al problema. C’è chi parla di “tagli” da fare per agevolare il percorso ma io, che ho sempre fatto del senso storico uno dei cardini della mia impostazione didattica, non vedo come si possa parlare di Manzoni senza parlare prima di Foscolo, come si possa trattare Tasso se prima non si è trattato l’Ariosto, e così via. Sta di fatto che il problema mi grava sulla testa come un macigno; e dire che ho chiesto io l’insegnamento dell’italiano, sia per ampliare la mia cultura sia per fare qualcosa di diverso dai soliti programmi, pur bellissimi, di letteratura latina e greca, che ho svolto ininterrottamente per trentacinque anni.
L’insegnamento dell’italiano in un triennio superiore, come ho potuto constatare sulla mia pelle, è gravoso e impegnativo anche per quanto concerne la preparazione e la correzione degli elaborati scritti. Ai miei tempi il professore ci dava la scelta tra due temi, uno di letteratura e l’altro di attualità, le cui tracce si riassumevano in poche righe; adesso preparare un compito di italiano è invece complicatissimo, perché occorre anzitutto trovare un passo poetico o prosaico adatto per l’analisi del testo, corredato oltretutto da una griglia di richieste ben precise, ed inoltre, cosa ancor più gravosa, preordinare il cosiddetto “saggio breve” o articolo di giornale. Per realizzare un’opera del genere bisogna anzitutto pensare ad un argomento che non sia banale ma al tempo stesso adatto agli studenti di quella età, e poi corredare l’argomento stesso con una serie di testi di autori diversi e di diverse epoche, il cui pensiero sia però collegabile mediante un “filo rosso” che consenta allo studente di sviluppare un ragionamento organico e coerente. E qui affermo, senza esagerare, che un pomeriggio intero spesso non è sufficiente per preparare lo schema delle tracce da presentare per il compito; a ciò si aggiungono, com’è facilmente intuibile, altri due o tre pomeriggi per la correzione dei vari elaborati, alcuni dei quali sono oscuri nell’interpretazione di alcune parti oppure scritti con una grafia quasi illeggibile, il che consuma gli occhi del docente, oltre che logorarne la mente già notevolmente stressata.
Per un docente laureato in lettere classiche e da sempre dedito all’insegnamento delle lingue e letterature latina e greca, persona che solitamente conosce sì la letteratura italiana ma non è uno specialista in questo campo, questa disciplina rappresenta una fatica incommensurabile, che finisce per occupargli tutto o quasi il tempo libero. Resta però la soddisfazione di poter ampliare in tal modo i propri orizzonti culturali, prima un po’ troppo limitati al mondo antico, e di poter operare continui e affascinanti confronti tra la cultura classica e quella moderna. Tenendo conto di ciò, ed a parziale ritrattazione di quanto scritto prima, affermo qui di non essermi mai pentito di aver deviato un po’ dal mio insegnamento tradizionale per assumere anche quello dell’italiano, materia splendida e affascinante com’è la nostra letteratura, senz’altro la più bella del mondo. Nonostante i sacrifici, quindi, il gioco vale la candela.

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La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

Ogni azione, dice un noto principio della fisica, provoca una reazione uguale e contraria. Questo assunto mi è venuto in mente adesso riflettendo su quel che sta succedendo al Liceo Classico ed in genere alla cultura umanistica in Italia: avversata da molti, vilipesa da alcuni per ignoranza, odiata persino da altri, ha invece avuto negli ultimi tempi una folta schiera di strenui difensori, che hanno idealizzato il valore formativo delle lingue classiche fino a farne una sorta di idolo, di tempio sacro e invalicabile. In questa ottica io giudico la mentalità prevalente in certi giornalisti o scrittori (v. Paola Mastrocola), che esaltano ancora la traduzione dal greco e dal latino come unico mezzo di conoscenza della civiltà classica, oppure i gruppi di classicisti attivi su Facebook, vero manipolo di conservatori accaniti che non vogliono cambiare nulla nella struttura del Liceo Classico, dove l’insegnamento delle lingue classiche – a loro parere – dovrebbe restare come è sempre stato, incentrato soprattutto sulla grammatica (spesso sul grammaticalismo) ed essere refrattario ad ogni novità. Ho già espresso in un recente post la mia netta contrarietà a queste posizioni conservatrici, che altro non fanno che allontanare la cultura umanistica dalla società moderna e si chiudono in una torre d’avorio che sempre di più diviene autoreferenziale e avulsa dal resto del mondo.
In questa ottica di rivalutazione del mondo antico va collocato anche un libro uscito di recente. L’ha scritto una giovane studiosa, Andrea Marcolongo (che è una donna, come spesso ribadisce, pur avendo un nome maschile), si intitola La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco ed è stato pubblicato dall’editore Laterza. Dalla lettura si evince senza dubbio il grande amore che l’autrice ha per questa lingua, della quale ha cercato di evidenziare alcune particolarità che, perdute nelle lingue moderne, fanno del greco un idioma “geniale” appunto, e portatore di certi valori, certe sfumature di significato delle parole che ne costituiscono l’indubbia originalità. E’ questo il caso del valore aspettuale del verbo, esistente solo in greco tra le lingue oggi comunemente studiate: il fatto cioè che in quella lingua non conta tanto quando l’azione si svolge (cioè se è presente, passata o futura) quanto il come essa avviene, in qual modo si sviluppa, cioè se è un’azione durativa (sistema del presente), momentanea (sistema dell’aoristo) o risultativa (sistema del perfetto). E’ questa una delle particolarità del greco più difficili per i docenti da spiegare agli alunni attuali, proprio perché oggi si è perduto del tutto questo particolare valore del verbo. Ma già qui emerge uno dei difetti del libro della Marcolongo: lei dice all’inizio ch’esso è soprattutto rivolto a coloro che non sanno il greco, per far loro comprendere il fascino segreto di questa lingua, ma il modo in cui tratta i vari argomenti (con molti termini greci non traslitterati e persino brani in lingua originale) presuppone che chi legge il libro abbia una conoscenza – e neanche tanto superficiale – della lingua.
Va poi detto che alcune delle particolarità su cui la Marcolongo si sofferma (ad esempio l’uso dei casi, il duale e l’ottativo) richiedono anch’esse una conoscenza della lingua e risultano meno interessanti ed originali rispetto alla prima di cui si è occupata, cioè l’aspetto del verbo. Si nota bene, in tutto il libro, che l’autrice ha fatto una sforzo sovrumano per rendere chiara ed accessibile la sua esposizione, ma essa, almeno come a me è sembrata, è sempre rivolta agli “addetti ai lavori” e difficilmente può coinvolgere ed interessare coloro che non hanno mai studiato il greco e non hanno frequentato il Liceo Classico. L’amore che lei prova per questa lingua è senz’altro sincero, ma si continua ad avere l’impressione che questo sia un problema suo, che cerca di diffondere ovunque ma che può contagiare solo chi, come lei, è già affetto da questa “malattia”. Il bello di questo libro, semmai, è che non è accademico e che non pretende di approfondire questioni linguistiche o tecniche, un compito per il quale, come dice l’autrice, esistono già tante altre pubblicazioni. Un cenno particolare, a questo riguardo, va fatto per gli ultimi due capitoli, che escono dall’analisi linguistica stretta e affrontano problemi pratici, le modalità di traduzione dal greco e la storia della lingua. Su quest’ultimo argomento nulla di originale viene detto, mentre interessante è l’altro argomento, i suggerimenti per una buona traduzione: qui troviamo alcuni consigli utili agli studenti, che anch’io vado ripetendo ai miei alunni da molto tempo, come ad esempio quello di riflettere sul significato generale del brano da esaminare o quello di non affidarsi in tutto e per tutto al vocabolario, che è certamente un aiuto indispensabile ma che va anche saputo leggere ed interpretare.
In generale debbo dire che il libro mi è piaciuto, perché frutto di una grande passione che io condivido da tutta la vita. Solo due appunti vorrei fare alla Marcolongo. Enunciando il primo, mi riallaccio a quanto scritto all’inizio di questo articolo: mi pare cioè che dalla lettura emerga una visione un po’ univoca dello studio del greco, ossia l’assoluta predilezione per l’approccio linguistico (lo studio delle forme, la traduzione) mentre vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti, ugualmente importanti, di conoscenza del mondo classico come la letteratura, la storia, l’arte, la civilizzazione ecc. Mi sembra cioè che l’autrice, come i conservatori dei gruppi Facebook, consideri lo studio linguistico assolutamente centrale e quasi unico senza considerare le altre facce della medaglia, un po’ come quegli innamorati che vedono nella persona amata solo i pregi e mai i difetti. La seconda critica invece (ed è questa una cosa che mi ha fatto un po’ arrabbiare durante la lettura del libro) è il giudizio quasi totalmente negativo che la Marcolongo dà sul metodo di insegnamento delle lingue classiche adottato nei licei, dei quali ha sottolineato la presunta inadeguatezza a fare amare e apprezzare le lingue classiche. A p. XII della Prefazione dice testualmente: “I metodi di apprendimento in uso, fatta eccezione per pochi e illuminati insegnanti, sono una perfetta garanzia di odio anziché di amore per chi osa avvicinarsi alla lingua greca.” Questa, a mio giudizio, è un’inaccettabile generalizzazione ed un’offesa alla professionalità di tanti docenti che quotidianamente si impegnano per fare apprendere la materia ai loro alunni in modo graduale e sereno, non certo per farla loro odiare. Forse l’esperienza dell’autrice negli anni di liceo è stata deludente, ma questo non l’autorizza ad esprimere un giudizio così negativo sulla scuola e sugli insegnanti. Tutti noi, sia che insegniamo al biennio o al triennio, facciamo di tutto per far amare le nostre discipline, mostrando amore per esse in prima persona; certo, è necessario anche verificare l’apprendimento e l’impegno degli alunni, e questo può provocare qualche tensione, ma da qui a parlare di odio per la materia ce ne corre. Dicendo questo la Marcolongo mostra di essere contagiata dalla solita mentalità disfattista così diffusa in Italia, che vede il male e la corruzione ovunque e quindi  anche nella scuola; ma per fortuna la realtà è diversa, e gli insegnanti che amano il proprio lavoro ed i loro studenti non sono “pochi e illuminati”, ma molti di più.

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La difesa del Liceo Classico

In questi ultimi tempi si è riaccesa, sui giornali e sul web, una polemica che sembrava assopita, quella sull’opportunità di rilanciare il Liceo Classico e di mantenerne la struttura originaria. Il punto centrale della questione sono le intoccabili traduzioni dal greco e dal latino, sulla cui centralità si è appuntata la maggior parte dei contributi. In particolare il dibattito è attivo sul web, sia in alcuni siti come “Le parole e le cose” (v. il link nella colonna qui a destra) sia sui cosiddetti “social” come Facebook, dove esistono gruppi appositamente creati quali “Salviamo il Liceo Classico”, “Non chiudete il Liceo Classico”, “Il greco antico” e simili.
Leggendo qua e là ciò che viene scritto sull’argomento mi sono accorto che la maggior parte dei colleghi docenti di materie classiche (il latino ed il greco soprattutto) si rivelano di idee molto conservatrici, nel senso che vanno proclamando l’assoluta necessità di mantenere il nostro liceo come è sempre stato, senza modificare nulla, e sostengono a spada tratta le traduzioni dalle lingue classiche come strumento (quasi) unico della formazione del pensiero critico. Sembra quasi, nella loro visione del problema, che il Liceo Classico sia una sorta di castello di carte che non si può toccare per timore che cada miseramente nella sua interezza, oppure una torre d’avorio dove nessuno può permettersi di entrare se non i soli “addetti ai lavori”, i quali, se accettassero qualche sia pur lieve modifica, si sentirebbero privati della loro cultura, o meglio della loro “unicità”, la particolare forma mentis del classicista che nessuno deve permettersi di toccare.
A me questa mentalità piuttosto chiusa e refrattaria a tutto ciò che esiste all’esterno della torre d’avorio sembra il modo migliore per rendere ancor meno appetibili gli studi umanistici, e per vedere diminuire ulteriormente i già pochi studenti che si iscrivono a questa scuola. Se partiamo dall’idea che noi del Classico siamo “speciali” e “intoccabili”, ciò non farà altro che aumentare le polemiche e le critiche già esistenti contro di noi e contro lo studio delle discipline umanistiche, che già molti definiscono inutili oppure, nel migliore dei casi, meno utili di altre (vedi l’inglese, l’informatica, le scienze) e comunque non più formative di altre. Se gli studiosi del mondo classico si chiudono nel loro particolarismo, cullando il loro giocattolino e rifiutando sdegnosamente di cambiarne anche un solo bottone, per loro si profila un isolamento sociale che si traduce in una sempre minor considerazione della formazione umanistica, alla quale resteranno fedeli soltanto i docenti invasati dal sacro furore della classicità e quei pochissimi studenti che si voteranno a questo tipo di sacerdozio.
Io credo di avere in merito un’esperienza non da poco, perché insegno latino e greco nel Liceo Classico da trentasei anni, ed ho al mio attivo molte pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche incentrate proprio sulle letterature antiche. Ma proprio per questa lunga esperienza non posso non accorgermi che i tempi oggi sono cambiati, gli studenti e la scuola stessa non sono più quelli di cinquanta o quaranta anni fa, quando quelli della mia generazione frequentavano il liceo. Oggi i giovani non ricevono più una rigorosa preparazione sulla lingua italiana (analisi logica, del periodo ecc.) come c’era ai nostri tempi, non studiano più alle medie il latino ma neanche la storia antica, la scuola primaria che frequentano è infarcita di progetti, lezioni alternative ecc. che non garantiscono più la continuità dell’apprendimento; a ciò si aggiunga il fatto che la promozione alla scuola primaria è praticamente scontata (ai miei tempi non lo era, si bocciava anche alle elementari!), ed ancora va tenuto conto della presenza di nuovi strumenti di comunicazione come la rete ed i social network, che hanno cambiato profondamente la mentalità giovanile ed hanno inciso pesantemente anche sulle qualità personali come la memoria, l’organizzazione logica del periodo, le capacità intuitive e deduttive. Il risultato di tutto ciò è che la traduzione dalle lingue classiche, tanto osannata e venerata dai colleghi conservatori del gruppo “Non chiudete il Liceo Classico” e di altri, è diventata ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti di liceo. Durante l’anno scolastico, nella maggior parte dei casi, gli alunni non fanno le traduzioni loro assegnate per casa perché dicono di avere molte altre materie da studiare, e finiscono quindi per scaricarle da certi siti internet che mettono a disposizione interi libri di versioni tradotte; e quando arrivano all’esame si fondano sul detto “Qualche santo ci aiuterà”, il che significa che riescono comunque a copiare con il cellulare (magari durante le uscite per andare in bagno) oppure ci sono professori compiacenti che – venendo meno ad ogni forma di dignità e di serietà professionale – traducono la versione e poi la passano ai ragazzi. So di fare un’affermazione grave, ma è la verità, ed in altri post ne ho spiegati i motivi.
E allora che fare? Che senso ha sostenere ancora la traduzione come il bene assoluto, come l’unica attività formativa per gli alunni, quando in pratica gli alunni stessi non traducono più? Non è meglio cercare di cambiare qualcosa ed impostare lo studio del latino e del greco anche su altre conoscenze, non solo linguistiche ma letterarie, artistiche, antropologiche ecc.? Io sono convinto che sia questa la strada per rilanciare e ammodernare veramente il Liceo Classico ed attirarvi un maggior numero di studenti: non si tratta di facilitare e banalizzare gli studi, come dicono gli austeri conservatori, ma di renderli più consoni alle caratteristiche apprenditive dei giovani di oggi. Per questo io sostengo da sempre la proposta del prof. Bettini di cambiare la seconda prova scritta del Classico, non abolendo del tutto la traduzione ma affiancandovi anzitutto una contestualizzazione del brano proposto, e poi alcune domande di tipo linguistico e retorico, ma anche storico e letterario. E va detto che quest’ultimo tipo di quesiti, oltre ad essere più difficilmente copiabile, è anche più utile per comprendere la personalità ed il grado di maturità dell’alunno stesso, che non si può valutare bene con l’unico metro delle competenze linguistiche.
La storia della letteratura e delle civiltà greca e latina non ha certamente meno importanza delle conoscenze linguistiche nella formazione degli studenti, ed è palese che essi ricorderanno negli anni futuri più il pensiero di Tucidide o di Seneca che non il genitivo assoluto o la consecutio temporum. Io stesso da molti anni attribuisco in sede di scrutinio finale più rilievo valutativo alle prove orali che a quelle scritte, fondate sulla traduzione, perché se mi basassi di preferenza su queste ultime dovrei bocciare o assegnare il debito formativo almeno a due terzi degli studenti di ogni classe, visto che nelle traduzioni sono pochi quelli che raggiungono la sufficienza. Il voler a tutti i costi mantenere il Liceo Classico così com’è, senza cambiare nulla e senza tener conto del mutare dei tempi, significa avere il prosciutto davanti agli occhi, come si dice, e vivere nell’illusione che tutto vada bene quando invece quasi tutto va male, da questo punto di vista.
In conclusione ribadisco quella che è la mia opinione in proposito. L’esercizio di traduzione dalle lingue classiche, che mantiene certamente una sua validità formativa, non va affatto abolito, altrimenti si toglierebbe agli studi classici la linfa vitale che per millenni li ha sostenuti; ma non si può considerare questo esercizio talmente centrale da svalutare ogni altro approccio al mondo antico (letterario, storico, artistico, antropologico ecc.), soprattutto in un periodo storico dove altri sono gli strumenti formativi che i ragazzi trovano sulla loro strada prima di iscriversi al liceo. Se prevarrà la tesi immobilista dei conservatori che, nell’idolatria del passato, non vogliono cambiare nulla, il Liceo Classico resterà una cattedrale nel deserto dove entreranno sempre meno persone e dove l’esimio professore continuerà a discettare sulle regoline di grammatica parlando praticamente a se stesso, nel silenzio generale e nel dileggio di tutte le altre componenti della società.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

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Compiti copiati e siti canaglia

Benché io riceva solitamente pochi commenti al mio blog, ogni tanto me ne arriva qualcuno inviato da genitori preoccupati o anche da studenti in cui si sottolinea la gravità del fenomeno delle copiature a scuola con il cellulare, sia nei compiti in classe che in occasione degli esami; in certi licei, direi soprattutto Classici perché è qui che vengono copiate le versioni di latino e di greco, questa grave forma di illegalità e di malcostume è arrivata a un livello tale da rendere praticamente inutile lo svolgimento dei compiti in classe, i cui risultati vengono totalmente falsati. Certi studenti dotati di coscienza e buona volontà che, a detta loro, non hanno mai copiato, mi scrivono indignati perché vedono i loro compagni copiare e ottenere voti pari o superiori ai loro; una collega, invece, mi scrisse una volta chiedendomi come comportarsi in un caso che le era capitato, quello cioè di un alunno che fotografava il compito con il cellulare, lo spediva ad un’insegnante esterna che lo svolgeva e poi glielo rimandava con lo stesso sistema. Mi chiedeva se poteva denunciare quella persona, ma io le risposi, con il mio consueto scetticismo, che la cosa mi pareva poco fattibile, sia perché bisognerebbe dimostrare, in primis, che le cose sono andate veramente come lei diceva, ed in secundis che questo fatto costituisca un reato vero e proprio. Ed è proprio da qui che prendo le mosse per dire che non esiste una legislazione al riguardo che blocchi questo squallido fenomeno delle copiature, e le norme esistenti sono tutte contro i docenti che vogliano far rispettare l’onestà e la legalità: non solo non possiamo perquisire gli studenti per controllare se hanno un cellulare nascosto, ma non possiamo neppure classificare con un brutto voto una prova anche palesemente copiata, perché lo studente potrebbe sostenere di averla fatta da solo ed in caso di ricorso al TAR vincerebbe di sicuro. Occorre sorprenderlo sul fatto, ma questo è sempre più difficile perché non si possono sorvegliare contemporaneamente 25 ragazzi (specie quelli delle ultime file), i quali possono nascondere il cellulare in qualunque posto, persino dentro il vocabolario, in tasca, nell’astuccio o altrove.
Ma perché questa comportamento subdolo e squallido degli studenti è possibile? Perché riescono quasi sempre a trovare su internet la soluzione dei quesiti, in particolare la traduzione delle versioni di latino e di greco: basta digitare il titolo della versione o le prime parole del testo ed ecco che, in pochi secondi, compare la traduzione ed il gioco è fatto. Su questo stesso blog, più di due anni fa (gennaio 2014, v. l’Archivio nella colonna di destra), ho cercato di fornire ai colleghi possibili antidoti per arginare il fenomeno in un post intitolato “Vademecum anti copiature per prof. di latino e greco”; ma ogni accorgimento è insufficiente, soprattutto per coloro che si accordano con dei lestofanti fuori scuola ai quali inviare il testo della versione per tradurla. La soluzione, comunque, non spetterebbe a noi ma al Ministero dell’istruzione, il quale, pur informato del problema, non ha mai fatto nulla per risolverlo, se non generici divieti all’uso del cellulare che lasciano comunque il tempo che trovano. E allora cosa possiamo fare? Tirare avanti così significa togliere ogni validità ai compiti in classe ed alla seconda prova dell’esame di Stato; tanto varrebbe allora abolire completamente le traduzioni dalle lingue classiche ed effettuare compiti in classe ed esami su altre competenze. L’unica cosa che il Ministero dovrebbe fare è fornire a tutte le scuole delle apparecchiature in grado di schermare l’aula dove si svolge il compito ed impedire quindi ai cellulari di collegarsi a internet (i famosi jammer, mi pare si chiamino così); ma pare che l’uso di questi apparecchi sia proibito, e comunque il Ministero si guarda bene dall’autorizzarlo. Ho saputo di una professoressa del nord Italia che l’ha acquistato a spese sue e lo usa in classe, e bisogna dire che questa collega è molto meritoria e coraggiosa, perché rischia una denuncia solo per aver fatto rispettare la legalità. Paradossi italiani!
La colpa di questo malcostume, tuttavia, non è soltanto degli studenti; anzi, in parte almeno vanno compresi, perché tradurre dal latino e dal greco per i ragazzi di oggi è sempre più difficile e, si sa, in questi frangenti la tentazione di trovare scorciatoie è forte. Chi non è da scusare affatto sono invece i detentori dei siti-canaglia (così li chiamo io) che mettono a disposizione gli esercizi e le versioni tradotte. Il più frequentato di essi, http://www.skuolasprint.it, si vanta addirittura di aver messo a disposizione degli studenti liceali migliaia di versioni di latino e greco tradotte, ed altri siti non sono da meno. Ma c’è di più: in alcuni siti, come http://www.skuola.net, http://www.studenti.it, http://www.scuolazoo.it ed altri si trova persino un prontuario di consigli agli studenti per copiare durante i test, i compiti e le interrogazioni. In questi prontuari vengono elencati sia i metodi tradizionali da sempre in uso nella scuola (il passaggio di bigliettini, le minifotocopie, le sbirciate sul compito del compagno, formule scritte sul banco o sul muro, e via dicendo) sia quelli nuovi e tecnologici basati sullo smartphone o l’iphone o come si chiama.
Personalmente ritengo che questi siti andrebbero immediatamente oscurati ed i loro responsabili messi in galera per diversi anni, e ciò non per il danno materiale che provocano (che è ben limitato dal fatto che gli studenti già conoscono per lo più queste tecniche) ma per la gravità del loro comportamento sul piano morale e civico. Istigare uno studente a copiare o fornirgliene i mezzi significa incitarlo a compiere un atto disonesto e illegale, formare in lui la convinzione che per avere successo nella vita non sia necessario impegnarsi onestamente e far valere il frutto delle proprie capacità, ma sia invece opportuno farsi furbi e “fregare” il prossimo. Chi autorizza i ragazzi a ingannare i loro professori o i loro genitori li corrompe moralmente ed è paragonabile a chi fornisce loro armi o droghe; e questo perché la disonestà e l’illegalità, una volta apprese, non si dimenticano e restano impresse nella personalità del futuro cittadino. Chi copia a scuola, chi è contento perché ha “fregato” il professore, un domani vorrà “fregare” il suo prossimo e lo Stato, e diventerà un corrotto o un corruttore, un truffatore di anziani, o nel migliore dei casi un evasore fiscale. Noi docenti dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere onesti ed a vivere nel rispetto della legge e dei buoni costumi; ma come possiamo realizzare questo obiettivo quando c’è chi rema in senso contrario, abituando gli adolescenti ad essere disonesti ed a considerare il professore come un nemico da combattere anziché come una persona più grande e matura che cerca di condurti meglio possibile sulla buona strada? E credo che non poca responsabilità in questi fenomeni ce l’abbiano anche i politici, che lasciano soli noi docenti a combattere le nostre battaglie e parlano di scuola a vanvera, senza conoscere affatto i problemi che ogni giorno vi si affrontano. Comincino intanto col far oscurare questi siti canaglia che avvelenano il rapporto tra alunni e docenti e apertamente caldeggiano comportamenti squallidi e disonesti; otterrebbero molto di più, con un provvedimento simile, di quanto non ottengano con le loro insulse circolari sul rispetto della legalità, che pochi leggono e che nessuno osserva.

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La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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Come svolgere i programmi scolastici

Siamo all’inizio dell’anno scolastico, e come sempre dobbiamo compilare e presentare la nostra programmazione individuale, gli argomenti cioè delle nostre materie che intendiamo svolgere nel corso dei prossimi mesi, da adesso fino a giugno. Di solito la previsione di svolgimento dei programmi ci viene richiesta per singoli quadrimestri o trimestri ma anche, in alcune scuole, mese per mese: dovremmo quindi prevedere quali contenuti intendiamo svolgere a settembre, ad ottobre e così via fino al termine dell’anno scolastico. Di per sé la cosa è abbastanza facile, basta suddividere nei vari periodi il programma previsto per l’intero anno; ma nella pratica dei fatti queste previsioni si rivelano quasi sempre ottimistiche, dal momento che non riusciamo se non raramente a rispettare la tabella di marcia, ed alla fine ci ritroviamo arretrati, nel senso che alcuni argomenti non sono stati svolti e vengono rimandati all’anno successivo.
Perché avvengono questi ritardi? Solitamente le cause sono due; quindi non molte, ma molto frequenti. La prima è la situazione di base delle classi in cui insegniamo e la capacità ricettiva degli studenti: accade infatti che in qualche classe il lavoro può procedere speditamente perché gli alunni apprendono in fretta ed accettano di buon grado quel che il docente assegna loro in fatto di studio individuale ed esercizi correlati a quanto spiegato, mentre in altre emergono difficoltà di ogni genere (frequenti assenze, richieste di ripetere quanto già illustrato, esercizi che “non tornano” e debbono essere ripetuti ecc.) in grado di provocare un inevitabile rallentamento del ritmo didattico. La seconda causa del mancato rispetto delle previsioni sono le numerose ore di lezione che si perdono per le più svariate ragioni: vacanze, “ponti”, condizioni meterologiche avverse ecc., ma anche e soprattutto per le varie attività concesse o proposte dalla scuola, quali viaggi di istruzione, visite a mostre e musei, assemblee, conferenze, lezioni di persone esterne alla scuola, spettacoli teatrali e chi ne ha più ne metta. Oggi la scuola non è più quella dei tempi nostri, che s’identificava quasi totalmente con la lezione in classe, sebbene i giorni di festività nel complesso fossero più di adesso; nella concezione attuale la scuola è diventata più che altro un centro culturale, dove la lezione classica del docente è soltanto una delle varie attività, alla quale se ne aggiungono molte altre, e nei modi più svariati. E se un docente si azzarda a protestare per le ore di lezione che gli vengono sottratte, si sente rispondere che le attività collaterali o parascolastiche sono utili e che costituiscono occasioni preziose di apprendimento di cui gli studenti, soprattutto nei centri di provincia, non potrebbero usufruire in altro modo. Si è anche proposto di spostare al pomeriggio alcune attività per non depauperare l’orario delle lezioni al mattino, ma anche qui ci si sente rispondere che la maggior parte degli studenti è pendolare e che non può trattenersi nel pomeriggio. Comunque vada, è sempre la lezione curriculare ad essere sacrificata, ed è chiaro quindi che non sia possibile rispettare del tutto le buone intenzioni del docente e la programmazione effettuata all’inizio dell’anno.
Sulle modalità di svolgimento dei programmi c’è poi un sostanziale dissenso tra i docenti, che su questo punto si suddividono in due categorie: coloro che tendono a svolgere tutti gli argomenti previsti, anche a costo di trattarli con minore approfondimento (ed in questo novero si riconosce il sottoscritto) e coloro che invece si attardano sugli autori o sui problemi di loro maggior gradimento, magari approfondendoli con letture aggiuntive, percorsi tematici o altro che sia; così facendo, però, finiscono inevitabilmente per restare indietro e non concludere i programmi previsti, perché il tempo a disposizione è sempre quello e le varie attività prima elencate ne fanno perdere molto. A questo proposito io voglio fare una considerazione: la scuola superiore (nel mio caso il liceo Classico, ma anche le altre) deve fornire agli studenti una preparazione globale su programmi di vasta estensione, dei quali è necessario ch’essi ricordino gli aspetti fondamentali, senza la necessità di diventare degli esperti o dei tecnici delle materie, un compito che spetterà poi agli studi universitari. E’ del tutto fuori luogo, tanto per fare un esempio, che un insegnante di storia, che magari è profondo conoscitore del periodo giolittiano stia fermo per quattro mesi su quel periodo e che poi, per mancanza di tempo, non riesca a trattare la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, o altri argomenti indispensabili per la cultura generale che un liceo deve fornire ai ragazzi. L’approfondimento specialistico di un unico argomento, i percorsi tematici ecc. sono propri dei corsi universitari, dove magari in un intero semestre viene trattato un solo autore o un solo periodo storico, perché si presuppone (spesso a torto) che gli altri siano già conosciuti; ma la scuola superiore non ha questo compito scientifico e specialistico, bensì quello di fornire una conoscenza generale di tutti gli argomenti previsti per quell’anno scolastico per le singole discipline. Anch’io ho le mie preferenze, e se fosse possibile vorrei stare un intero anno a parlare di Lucrezio o di Virgilio, per nominare due autori che mi stanno particolarmente a cuore; ma se così facessi gli alunni saprebbero tutto di questi due e non saprebbero nulla degli altri. E questo, almeno in base alla mia pluridecennale esperienza d’insegnamento, mi sembra profondamente errato.

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Perché l’esame di Stato, così com’è, non funziona

Sono appena reduce dall’esperienza di Presidente di una commissione d’esame di Stato in un Liceo Scientifico,e da ciò ho tratto alcune riflessioni circa le modalità con cui questo evento si svolge. In realtà non è la prima volta che svolgo questa funzione, perché ormai regolarmente, ogni due anni, vengo nominato Presidente di commissione, senza peraltro averne maggior diritto rispetto ad altri colleghi. Questa volta però, benché non sia accaduto nulla di particolarmente rilevante durante queste tre settimane di durata dell’esame, e sebbene i candidati siano stati tutti promossi, ho potuto constatare con più accuratezza del solito che così com’è questo appuntamento fisso di ogni anno presenta difetti e incoerenze piuttosto vistose e che quindi il Ministero dovrebbe pensare seriamente a introdurre alcune modifiche.
Non tutto dipende dal Ministero, però, molte mancanze derivano invece dal comportamento scorretto non solo degli studenti ma anche – sia pure in casi limitati – dei professori. Già il fatto che i membri interni, tranne lodevoli eccezioni, facciano di tutto per aumentare i voti a dismisura, è profondamente sbagliato: nella struttura attuale dell’esame, infatti, i commissari interni hanno gli stessi compiti di quelli esterni e dovrebbero esaminare i propri alunni in modo oggettivo ed equilibrato, come si presume che abbiano fatto durante l’anno scolastico. Invece molti non agiscono così, ma cercano di favorire i propri alunni in ogni modo, aiutandoli durante gli scritti (qualche volta anche svolgendo gli esercizi al posto loro) e comunicando in anticipo i quesiti della terza prova e persino le domande che rivolgeranno loro durante il colloquio orale. A me Presidente, anni fa, è successo di trovare una collega membro interno che aveva su un suo quaderno già scritte tutte le domande che avrebbe fatto. Si trattava solo di un promemoria personale, come disse lei giustificandosi? Io ebbi i miei dubbi, o meglio le mie certezze, ma senza prove non potevo accusarla di una tale mancanza di professionalità; avrebbe potuto denunciarmi per calunnia. Così restai muto, ma mi accorsi che al colloquio i ragazzi rispondevano subito e senza indugio ai quesiti che venivano posti da lei, e non credo proprio che tutti fossero così pronti e preparati. Ed il bello è che questi colleghi scorretti e poco professionali non agiscono così per amore degli studenti, ma per fare bella figura loro, nell’errata convinzione che agli occhi degli osservatori esterni una scuola che licenzia i suoi studenti con voti alti sia una scuola di alta qualità. Spesso è vero il contrario, ma purtroppo la credenza comune è quella.
Oltre agli errori dei professori ci sono poi quelli del Ministero, che riguardano soprattutto il cosiddetto “colloquio” orale, una parola che contiene una certa dose di ipocrisia perché molto spesso non di colloquio si tratta, bensì di una vera e propria interrogazione analoga a quelle svolte durante l’anno scolastico, ma su tutte le materie studiate (o quasi), il che mette facilmente in difficoltà gli studenti, non abituati a questo genere di prova. Nella legislazione attuale generica e nell’ordinanza ministeriale che ogni anno disciplina lo svolgimento dell’esame di Stato non c’è nulla che dica con chiarezza come questo colloquio debba essere condotto, né di come attribuire la valutazione. Molti interrogativi rimangono, tra cui ad esempio cito i seguenti. Se in una commissione ci sono due docenti competenti della stessa materia (tipo, al liceo Classico, il docente interno di italiano e latino e quello esterno di latino e greco), a chi spetta far domande sul latino, materia comune a entrambi? Oppure: per le materie che prevedono la lettura di testi (italiano, latino, greco), al colloquio vanno fatti leggere, interpretare e commentare brani di Dante, di Leopardi, Lucrezio, di Platone oppure è opportuno limitarsi a domande generali di storia letteraria, visto il carattere “colloquiale” e “multidisciplinare” della prova ed il poco tempo disponibile? E inoltre: le varie materie debbono avere tutte lo stesso peso oppure a quelle caratterizzanti il corso di studi (per es., allo Scientifico, matematica e fisica) va attribuito un rilievo maggiore? E chi deve proporre la valutazione del colloquio? Il Presidente? Ma costui non è competente in tutte le materie, ma solo in alcune, e questo vale anche per i singoli commissari. Sembra una questione semplice, ma posso assicurare che è molto difficile valutare, tanto che la commissione può talvolta essere influenzata dalle parole di un singolo commissario che giudica tenendo presente solo la sua materia; e per un Presidente è un’impresa ardua e improba mettere d’accordo tutti su una proposta comune.
Su questi problemi il Ministero, interpellato con le cosiddette FAQ, non ha mai dato risposte precise. E poi c’è un altro aspetto dell’esame che andrebbe cambiato, nel senso che dovrebbe esser dato maggior rilievo al curriculum dello studente, che oggi concorre solo per il 25% al voto finale, il punteggio cioè derivante dal credito scolastico. In genere i commissari esterni, quando gli interni si lamentano perché non viene rispettata dalle valutazioni d’esame la scala dei valori ch’essi hanno in mente perché conoscono gli studenti, rispondono dicendo che l’andamento scolastico di ciascuno è già stato considerato nei punti del credito, e che l’esame deve avere una vita autonoma. Dicendo così però si dimenticano che la percentuale del 75% assegnata all’esame è troppo alta e quindi può facilmente accadere che un ragazzo dai risultati sempre ottimi per cinque anni, solo perché in una prova d’esame rende meno del solito, si trovi alla fine un voto più basso di un compagno più fortunato, al quale magari sono state chiesti i soli argomenti che conosceva. In effetti il colloquio dura al massimo un’ora per ogni candidato, le domande delle singole materie sono poche e su tematiche molto ristrette, per cui accade di frequente che l’andamento del colloquio stesso non corrisponda affatto alla preparazione reale degli studenti. E’ vero che nella vita la fortuna è un elemento che esiste e può influenzare molte cose, ma nella scuola dovremmo cercare di essere giusti ed obiettivi, per quanto possibile. Perciò io da Presidente, quando abbiamo svolto i colloqui orali nelle classi a me assegnate, ho cercato di proporre valutazioni che tenessero conto in primo luogo dell’andamento reale della prova, ma anche in parte del curriculum precedente; e non credo di aver sbagliato di molto ad agire così.
Concludo dicendo che la mia pluriennale esperienza di esaminatore e di Presidente di commissione mi ha posto dinanzi agli occhi infinite e diverse situazioni, dalle quali ho tratto le impressioni esposte sopra. Non voglio dire che questo tipo di esame sia del tutto inefficace, perché sarebbe eccessivo; ma senza dubbio vi sono molte cose da cambiare e da rivedere. E ci auguriamo che ciò avvenga per il bene dei nostri giovani, ammesso che chi ci governa abbia a cuore le sorti delle nuove generazioni almeno quanto li abbiamo a cuore noi che con loro lavoriamo da tanti anni.

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Ancora la solita versione!

Nonostante gli sforzi di autorevoli intellettuali e classicisti come Maurizio Bettini e molti altri, nonostante la battaglia per cambiare la seconda prova scritta all’esame di Stato del Liceo Classico, alla quale modestamente anch’io ho partecipato in questo blog, quest’anno i nostri alunni hanno dovuto di nuovo affrontare la classica “versione” di latino immutata da 90 anni, alla faccia del modernismo e del tecnologismo che impera nella società moderna. Tutto è cambiato nella scuola da dieci anni a questa parte, sono stati introdotti i mezzi informatici e multimediali, sono stati rinnovati i programmi ed i corsi di studio, sono state promulgate molte norme nuove per adeguarsi ai tempi. Una sola cosa è rimasta ferma ed immutabili e statuaria dai tempi di Gentile (1923): la versione di latino o di greco alla maturità del Liceo Classico, un esercizio sì importante – quello della traduzione – ma che ormai i giovani di oggi non sanno più svolgere per una serie di motivi che vanno dalla diffusione della tecnologia al cambiamento dei programmi della scuola primaria e media, e per altri fattori. Sta di fatto che gli studenti del Classico sono ancora penalizzati rispetto a quelli di altri licei (scientifico, linguistico ecc.) le cui prove hanno subito adeguamenti ai tempi attuali, o comunque sono state facilitate concedendo agli studenti la possibilità di scegliere tra vari esercizi; al Classico, invece, nessuna scelta, ma sempre la vecchia versione da tradurre, senza alcun supporto e spesso anche senza contestualizzazione. Come dicevo, sono pervenute al Ministero molte richieste da ogni parte per adeguare questa prova alla realtà attuale, che ben conosce chi insegna in un triennio di un Liceo Classico, come il sottoscritto; e se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, sarebbe però quanto meno opportuno che, accanto a questa, fosse richiesto anche un commento di tipo filologico o storico-letterario sul brano proposto, o magari alcune domande di storia letteraria sempre inerenti all’autore del brano stesso. Si darebbe così ai nostri studenti la possibilità di scegliere o comunque di dimostrare le proprie conoscenze anche al di fuori del piano semplicemente linguistico, che non è l’unica competenza che il corso di studi deve fornire, perché conoscere il mondo classico non può significare soltanto sapere l’aoristo terzo o l’ablativo assoluto, ma anche conoscere la civiltà greca e romana, la letteratura, l’arte, la filosofia. E’ anche (se non soltanto) su questo piano che gli studenti del Classico andrebbero valutati, anche perché è molto più probabile che tra cinque o dieci anni essi ricordino il contenuto ed il valore delle opere letterarie ed artistiche piuttosto che la sintassi greca e latina. In base alla mia esperienza ho constatato che la traduzione dalle lingue classiche è ormai un esercizio da esperti filologi e risulta molto difficile, in certi casi proibitiva, per i ragazzi del 2015, ed è quindi assurdo e vessatorio volerli valutare solo su questa competenza. Ma al Ministero non hanno ascoltato le nostre richieste, ed io credo che sia vero il proverbio secondo cui non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire; non credo infatti che questa sordità derivi da semplice ignoranza come qualcuno ritiene, penso invece che ci sia da parte di qualcuno la volontà di penalizzare il Liceo Classico e di affossarlo più di quanto già non sia a vantaggio di altri corsi di studi ritenuti più “moderni” o più “utili”. Si continua a imporre la vecchia versione, come 90 anni fa, proprio per far passare il Classico come scuola “vecchia” e “inadeguata” e contribuire così alla sua rovina. Il Liceo Classico abitua a ragionare e forma esseri pensanti, e forse è proprio questo che chi sta al potere teme di più e cerca quindi di impedirlo. Vorrei poi far notare una cosa che riguarda la versione assegnata quest’anno, un brano di Tacito dagli “Annales” riferito alla morte dell’imperatore Tiberio. Forse pochissimi dei miei lettori lo sapranno, ma si tratta dello stesso brano che moltissimi anni fa (nel 1983) fu assegnato al concorso ordinario per la classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) con cui io vinsi la mia cattedra. Ora io mi chiedo se si possa accettare che un certo passo di Tacito, pur non tra i più difficili di questo scrittore, venga assegnato a degli specialisti laureati che sostengono un pubblico concorso e, oltre 30 anni dopo, a dei ragazzi di liceo, che notoriamente hanno meno competenze linguistiche non solo rispetto ai laureati in discipline classiche, ma anche ai loro colleghi del passato. A me tutto questo sembra follia, una follia lucida però, animata dalla volontà di danneggiare la formazione umanistica, che pure illustri scienziati oggi difendono e vorrebbero rilanciare. Con ciò non voglio dire che questo passo di Tacito fosse di una difficoltà eccezionale: qualche studente più preparato ed incline a questo tipo di esercizio l’avrà certamente tradotto bene, ma si tratta comunque di casi di eccellenza e quindi minoritari, come dimostra il fatto che da molti licei, sia di grandi città che di provincia, sono pervenute anche quest’anno lamentele sulla difficoltà della versione. Si sa che la sintassi tacitiana non è semplice: la sua “brevitas”, infatti, è causa di molti termini sottintesi, di costruzioni brachilogiche, di parallelismi non sempre facili ad intendere e del ricorso a costrutti particolari come l’infinito storico o l’aggettivo neutro che regge l’interrogativa indiretta (incertum an…), tutti fenomeni che non sono certo di immediata comprensione per gli studenti di oggi, non più abituati a tradurre continuativamente come facevamo noi ai tempi nostri. A mio giudizio siamo di fronte ad una situazione talmente chiara e lampante che solo chi vuol essere cieco e sordo (o fa finta di esserlo) può ignorare. A tal proposito penso anche un’altra cosa: che in questa disparità di trattamento fra studenti di scuole diverse possa ravvisarsi persino una violazione dell’art. 3 della Costituzione, quello che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Se qualcuno si assumerà l’incarico di proporre un ricorso alla Corte Costituzionale contro questa ingiustizia, io sono pronto a firmare, anche subito. E comunque continuerò a scrivere sul blog e a mandare messaggi ai dirigenti del Ministero perché venga al più presto sanata questa contraddizione che ancora esiste all’esame di Stato e perché il Liceo Classico venga finalmente rinnovato anche sul piano delle competenze richieste agli studenti, che non sono esseri strani o alieni solo perché hanno scelto questo tipo di scuola, ma sono ragazzi e ragazze come tutti gli altri.

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Ancora sulle traduzioni e la seconda prova del Classico

Fino a poco tempo fa credevo di essere il solo a pormi il problema dell’impellente necessità di modificare radicalmente la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, una scuola che continua a perdere iscritti anche perché non c’è mai stata, da parte del Ministero dell’istruzione, la volontà di adeguarla alla realtà attuale e soprattutto alle reali capacità ed attitudini degli studenti di oggi; è infatti assurdo, controproducente e persino crudele, a mio avviso, non volersi rendere conto del fatto che l’esercizio di traduzione dal greco e dal latino, raffinatissima prova d’ingegno, non è più alla portata dei nostri studenti del 2015 (tranne poche e lodevoli eccezioni), e continuare pervicacemente a pretendere che questi sventurati, all’esame di Stato, traducano in italiano corretto e magari elegante lunghi brani di Aristotele, Platone, Seneca, Tacito ecc., che creano problemi anche a esperti filologi, è pura follia, per non dire stupidità. Anzi, io ho pensato più volte che i signori ispettori ministeriali che scelgono questi brani siano in malafede, vogliano cioè a tutti i costi danneggiare il Liceo Classico e spingere i giovani a fare altre scelte scolastiche, perché non è credibile che persone esperte e con ruoli dirigenziali non si rendano conto che stanno pretendendo l’impossibile. Perché gli altri Licei, in particolare lo Scientifico, hanno visto cambiare più volte la tipologia della loro seconda prova d’esame, mentre al Classico siamo rimasti al 1923, alla riforma Gentile, senza cambiare una virgola? Eppure la società, in questo periodo, mi sembra che un po’ sia cambiata, specie dal punto di vista dell’istruzione, della formazione dei giovani, delle fonti di cultura ecc. ecc. Che non se ne siano accorti mi pare poco credibile, per cui alla fine il sospetto ti viene, cioè che la cosa sia fatta apposta per affossare il Liceo Classico e favorire altri ordini di scuole.
Quando ho scritto il precedente post sull’argomento non ero a conoscenza dell’articolo dell’illustre latinista Maurizio Bettini (direttore del Centro “Antropologia del mondo antico” dell’Università di Siena) apparso su “Repubblica” il 5 marzo scorso. Non è neanche lontanamente ipotizzabile che uno studioso di questo livello non conosca il mondo classico o non si renda conto dell’importanza delle lingue antiche; ed infatti egli non nega questo, ma aggiunge che vi sono altri aspetti nello studio dell’Antichità che hanno un’importanza almeno pari: c’è la storia della letteratura, la filosofia, la civilizzazione, l’antropologia e via dicendo, conoscenze che oltretutto resteranno nella memoria dei ragazzi molto più di verbi, aggettivi ed ablativi assoluti, che col tempo sono destinati ad essere comunque dimenticati. Perché allora non richiedere agli studenti, in occasione dell’esame, QUESTE conoscenze, anziché limitarsi al solo aspetto linguistico? Ci sono alunni bravissimi in storia letteraria, storia dell’arte, filosofia ecc., ma che non riescono a tradurre in modo accettabile. Perché dunque penalizzarli e costringerli ad un esercizio unico e insindacabile qual è la traduzione imposta dal Ministero? Perché non sostituire la seconda prova scritta con un’analisi del testo ad esempio, o con un questionario di tipo letterario e storico-artistico, o altro che dir si voglia? E se proprio non si vuole rinunciare alla traduzione, la si potrebbe proporre in alternativa ad altri esercizi, in modo che possa essere scelta da quei pochi o pochissimi che ancora intendono votarsi a questo tipo di sacerdozio. Questo propone Bettini, ed io sono totalmente in sintonia con lui, anche se ho cominciato molto prima di lui a sostenere questo punto di vista, ed ho cercato anche, al proposito, di trovare contatti con i funzionari ministeriali preposti all’organizzazione delle prove d’esame.
Perché trovo assurdo e disumano costringere migliaia di giovani a questo esercizio, che si fonda solo ed unicamente sulle conoscenze linguistiche? Perché, insegnando da oltre trent’anni latino e greco in un triennio di un Liceo Classico, ho potuto seguire per tutto questo tempo l’evoluzione degli studenti e del loro rendimento. Quando andavamo a scuola noi si studiava latino alle medie, si imparavano alla scuola primaria tutte le strutture dell’italiano: analisi grammaticale, logica e del periodo erano un “trio” che tutti ben conoscevamo. Oggi, per vari motivi che sono ormai noti, questo non avviene più. Allora l’unico strumento di cultura erano i libri, mentre adesso i giovani apprendono da internet, con i tablets, gli smartphones ecc., strumenti che non richiedono più capacità di ragionamento autonomo, ma forniscono le informazioni già bell’e pronte, così come le calcolatrici risolvono ogni tipo di operazione matematica, senza che ai ragazzi venga più richiesto di usare il cervello. Cosi, come non sanno più le tabelline, non sanno più neanche le strutture dell’italiano e sono quindi lontani anni luce dal saper tradurre decentemente dal latino e dal greco; e ciò avviene non perché i ragazzi di oggi siano meno intelligenti di come eravamo noi, ma perché esercitano e sviluppano altre qualità mentali, non più quelle su cui si fondava la nostra formazione di persone di mezzo secolo fa. E’ quindi necessario che la scuola cambi e che si dica finalmente che il re è nudo, anziché continuare all’infinito con i compromessi e le ipocrisie: la realtà, checché se ne voglia dire, è che la traduzione dal latino e dal greco è oggi divenuta un lavoro da esperti filologi, non più da semplici studenti. Sarebbe ora che tutti – docenti e Ministero dell’istruzione – riconoscessimo questa realtà, e ciò permetterebbe di evitare fenomeni sconcertanti e vergognosi come quelli che si verificano agli esami, dove certi professori fanno la versione al posto degli studenti, gliela passano e così risolvono il problema. Io mi sono sempre rifiutato di prostituire in questo modo la mia dignità professionale, ho dato solo indicazioni generali sul testo ed ho corretto gli elaborati con gli stessi criteri con cui correggo quelli svolti durante l’anno. Il risultato, però, è stato che i miei alunni hanno avuto all’esame i voti più bassi di tutta la provincia; il che mi dispiace, ma non sono disposto a scendere a squallidi compromessi come quello sopramenzionato. Purtroppo certi colleghi non la pensano così, e non solo fanno la versione all’esame al posto degli alunni, ma accettano anche che durante i normali compiti in classe essi scarichino la versione da internet con il cellulare, un fatto gravissimo e intollerabile che ormai si verifica dappertutto. Ora io dico: anziché scendere a questi sconci compromessi, non è meglio smettere di sottoporre gli alunni all’esercizio di traduzione, ormai del tutto estraneo alle loro capacità? Esistono altre competenze e conoscenze, altrettanto importanti, che è possibile verificare in modo altrettanto oggettivo ed eliminando anche il triste fenomeno delle copiature, giacché su internet non può trovarsi la risposta ad ogni quesito che un docente esperto può richiedere ai propri studenti.
Anticipando la più scontata obiezione al mio ragionamento voglio chiarire che, proponendo la modifica della seconda prova d’esame, io non intendo affatto auspicare la fine dello studio delle lingue greca e latina, che deve proseguire, specie nei primi due anni di corso (il Ginnasio), perché è indispensabile per l’analisi dei testi d’autore normalmente presenti nei programmi didattici del triennio liceale. Questa analisi deve comunque avvenire sotto la guida del docente, che affronterà la lettura dei classici (Catullo, Lucrezio, Virgilio, Omero, Platone ecc.) anche, ma non esclusivamente, basandosi sugli elementi formali (lingua, stile, metrica, retorica ecc.), che per gli antichi non erano certo ornamenti, ma elementi costitutivi e fondanti dell’opera letteraria e della sua valutazione estetica; ma non è un’attività, questa, che i ragazzi possano affrontare da soli, come dimostra il fatto che ormai nessuno o quasi traduce più autonomamente brani di greco o latino assegnati dal docente, perché tutti (o quasi) vanno su internet e scaricano la traduzione. Perché dunque volersi coprire ancora gli occhi alla realtà? Vorrei che qualcuno me lo spiegasse con argomenti decisivi, non come fanno certi romantici sostenitori della torre d’avorio degli studi linguistici come la scrittrice Paola Mastrocola, che su “Il Sole 24 ore” ha replicato a Bettini sostenendo la necessità di mantenere l’esercizio di traduzione a tutti i costi. La signora sarà anche una brava scrittrice (preferisco, al proposito, non esprimere il mio parere) ma nella scuola deve avere poca esperienza, benché si definisca “un’insegnante”; perché se fosse ancora a contatto con i ragazzi di oggi, tutti persi su Facebook, Twitter, Ask e capaci non più di tradurre ma solo di scaricare le versione già fatte e copiare i compiti con il cellulare, forse cambierebbe idea. Il Liceo che la Mastrocola ha in mente è ormai un sogno, una pura illusione; la realtà è ben diversa e ad essa, volenti o nolenti, ci dobbiamo adeguare.

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La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

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Il difficile equilibrio tra l’essere e l’apparire

Siamo ormai a novembre, il periodo in cui tutte le scuole superiori organizzano i cosiddetti “open days”, i giorni in cui gli istituti restano aperti per farsi visitare dagli alunni delle terze medie e dai loro genitori e comunicare loro la cosiddetta “offerta formativa”, ossia le caratteristiche di ogni corso di studi e le attività che la scuola promuove. Questa azione di propaganda viene esercitata anche mediante visite alle scuole medie, allo scopo di convincere quanti più ragazzi possibile ad iscriversi alla propria scuola o al proprio indirizzo, in una sorta di gara fra istituti spesso portata avanti anche con artifici di dubbia onestà pur di accaparrarsi gli iscritti sottraendoli alla “concorrenza”. Una situazione, questa, che c’è sempre stata, ma che attualmente si è accentuata da quando si è affermato il concetto di “scuola-azienda”, che risponde a criteri puramente quantitativi: il prestigio di un Istituto, in altre parole, è direttamente proporzionale non all’effettiva preparazione che riesce a dare ai suoi studenti, ma semplicemente al numero di essi e soprattutto a quello dei promossi e dei diplomati. Ad un numero maggiore di iscritti corrisponde anche, in base a questo concetto, un aumento dei finanziamenti pubblici per progetti, attività varie ecc., ed anche indennità per i dirigenti scolastici ed i loro collaboratori. Così anche il sistema dell’istruzione viene sottoposto all’ormai dominante legge del mercato, dove tutto è subordinato all’idea della “produttività” materiale e dove il ruolo fondamentale della scuola, quello cioè di trasmettere e formare la conoscenza, viene messo inevitabilmente in secondo piano.
Perciò ogni anno si apre questa competizione tra gli istituti che a volte rasenta il ridicolo, in una specie di vendita all’asta dove ognuno si sforza di offrire più del vicino. Ma per ottenere un maggior numero di iscritti non basta che una scuola dichiari di svolgere attività extracurriculari che possano attrarre gli studenti (scambi culturali, viaggi esotici, teatro, tornei sportivi, settimane bianche e chi ne ha più ne metta), occorre anche ch’essa non appaia troppo difficile ed impegnativa ai ragazzini ed alle loro famiglie, le quali aspirano per lo più ad ottenere il diploma senza troppa fatica e possibilmente con voti alti, e senza perdere troppo tempo a studiare. Lo studio è fatica, si sa, ed oggi la fatica non piace a nessuno, soprattutto quando si vede che hanno successo in società ed in televisione persone ignoranti come capre, che solo hanno avuto la fortuna di avere un bell’aspetto o conoscere qualcuno “ammanicato” che li ha potuti favorire. La cultura è ormai concepita da tante persone come un inutile orpello tipico di quegli “sfigati” che non hanno saputo farsi strada in altro modo in questa società utilitaristica e superficiale. Accortesi di ciò, molte scuole si sono adeguate all’aria che tira e riescono a far proseliti ed avere molti iscritti semplicemente riducendo i programmi di studio, impegnando gli alunni sempre di meno e garantendo a tutti, o quasi, la promozione e le alte valutazioni. Così alunni e genitori sono felici, ottengono il loro bravo diploma faticando poco e possono dedicarsi senza problemi a ciò che più piace loro di fare.
Certamente in questa situazione le scuole da sempre ritenute più impegnative, cioè i licei Classico e Scientifico, hanno tutto da perdere, a meno che non si adeguino anche loro all’andazzo comune, perché quando si sparge la voce, più o meno fondata, che una determinata scuola richiede impegno e non attribuisce con tanta larghezza le valutazioni, rischia di essere abbandonata e di vedere ridotta di molto la propria presenza sul territorio. E’ quello che è successo in questi ultimi anni al Liceo Classico, che ha visto ridursi i propri iscritti dal 10 al 6 per cento (dato nazionale) proprio perché è un corso di studi altamente formativo, che conduce veramente al pensiero critico e fa conoscere tutto ciò che di più bello è stato creato dall’uomo nei secoli, ma ha l’imperdonabile difetto di essere impegnativo, di richiedere riflessione e concentrazione, qualità che i giovani di oggi, nell’epoca di facebook, di twitter, di ask e delle pagliacciate televisive, non sono più disposti ad esercitare.
Cosa fare allora? Continuare stoicamente a mantenere alto il livello dei propri contenuti culturali ed i propri parametri valutativi con il rischio di ridursi sempre di più fino a scomparire, oppure adeguarsi alla superficialità dilagante richiedendo sempre meno agli studenti e aumentando i voti a tutti? E’ un equilibrio difficile. Molti istituti tecnici e licei -anche della mia provincia – hanno scelto, purtroppo, la seconda alternativa, come si può constatare osservando non solo i dati sulle iscrizioni, ma anche i risultati degli esami di Stato, dove abbondano le votazioni massime (100/100 con o senza lode) e tutti sono promossi con valutazioni per lo più superiori alla reale preparazione; e ciò anche perchè molte persone della nostra categoria ritengono che tale comportamento non solo aumenti il numero degli iscritti, ma che ne guadagni pure il prestigio della loro scuola, ch’essi immaginano tanto più elevato quanto più alto è il cosiddetto “successo formativo”. Secondo tale mentalità poco importa il fatto che tale successo sia solo formale e non sostanziale, come di frequente emerge dagli esiti degli studi successivi. A chi non vuole conformarsi alla faciloneria ed al buonismo accade però di sentirsi dire – e con buona ragione, del resto – che i suoi studenti, valutati secondo il loro reale rendimento, sono svantaggiati rispetto a quelli delle altre scuole che attribuiscono voti più alti, perché se debbono sottoporsi a test d’ingresso o iscriversi a facoltà o scuole universitarie dove è richiesto un certo voto di diploma, appaiono certamente meno brillanti degli altri. Cosa si può fare allora? Cedere le armi e adeguarsi alla superficialità altrui o restar fedeli ai propri principi morali ed alla propria professionalità? Confesso di non saper dare una risposta definitiva a questa domanda, perché io stesso, in questo dilemma, mi trovo assalito da molti dubbi. Certo, se esistesse una vera comunicazione e collaborazione tra scuole dello stesso tipo e grado si potrebbe arrivare, almeno nelle singole province, ad un’azione valutativa più omogenea rispetto al sistema attuale dove ognuno fa quel che vuole; e lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto mediante una valutazione esterna veramente efficace dei vari Istituti d’istruzione, che identificasse il successo formativo non con il numero dei diplomati o con la media dei voti riportati, ma con il reale livello qualitativo della preparazione raggiunta dagli studenti. Il problema è che queste che ho enunciato adesso sono mere ipotesi di difficile se non impossibile realizzazione, anche perché manca la reale volontà di affrontare e risolvere la questione; quindi le cose continueranno ad andare come sono sempre andate, con buona pace di tutti.

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Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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Le ricerche dei miei studenti

Poiché da più parti, e soprattutto ad opera dei giornalisti che hanno diffuso questa mentalità nel Paese, si ritiene che la scuola italiana sia uno sfacelo, un totale disastro, e che non vi si faccia più cultura come un tempo, mi sono riproposto di utilizzare i “nuovi” mezzi di comunicazione (dicasi internet) per dimostrare che si tratta di una credenza falsa e bugiarda, un luogo comune che solo in certi casi limitati può contenere un fondo di verità.
Nel mio quotidiano lavoro di docente di lingue e letterature classiche, io non mi limito ad illustrare gli argomenti, a leggere i testi e ad attendere che gli alunni si preparino su quanto esaminato e me lo ripetano mnemonicamente alle verifiche: il mio obiettivo, infatti, non è soltanto quello di far apprendere dati e conoscenze di base ineliminabili, ma anche quello di sviluppare negli studenti il pensiero critico, condurli cioè ad un’analisi consapevole di quanto da essi studiato; in altre parole, la spiegazione del docente ed il libro di testo sono certamente punti di partenza fondamentali, ma poi l’alunno deve anche ragionare autonomamente su quello che sta studiando, provare un’autentica passione per i contenuti che più suscitano la sua curiosità culturale, non finalizzare tutto al voto ed al superamento dell’interrogazione. So che si tratta di una pretesa ambiziosa, ma non impossibile da raggiungere; pertanto, oltre a cercare di far partecipare attivamente gli alunni alla lezione ed ascoltare le loro osservazioni (anche se apparentemente banali), assegno loro tutti gli anni autori ed opere da leggere in traduzione e sulle quali poi chiedo una relazione scritta, che mi debbono spedire tramite e-mail. In alcuni casi tale lavoro supplementare è facoltativo (e quindi non tutti lo eseguono), in altri è obbligatorio: nella classe quarta, ad esempio, io pretendo la lettura integrale di almeno una tragedia greca a scelta dello studente, con successiva relazione scritta. Leggo ed esamino attentamente tutte le relazioni e gli approfondimenti che mi sono stati consegnati nel corso dell’anno scolastico; quelle poi che giudico più interessanti ed originali vengono pubblicate sul mio sito internet, a disposizione di chiunque voglia leggerle. Questa mia attività, ormai in atto da diversi anni, ha riscosso riconoscimenti e plausi da studiosi italiani e stranieri, i quali ben sanno che spesso un’osservazione di un ragazzo o di una ragazza di liceo, pur non sostenuta da un vero metodo filologico, può costituire uno spunto di riflessione e di analisi anche per docenti universitari o in generale esperti del settore. Io stesso ho talvolta tenuto conto dei contributi degli studenti per le mie pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche.
Anche quest’anno ho pubblicato sul mio sito ben 30 relazioni, 15 della classe 4° e 15 della 5°. Chi volesse leggerle e magari trarne qualche spunto di riflessione, può farlo collegandosi al sito. http://profrossi.altervista.org

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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Perché l’inutile salverà l’umanità

Lo scorso 24 marzo, nella sezione “cultura” del sito web di “Repubblica” è uscita un’intervista al prof. Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, il quale ha scritto un saggio pubblicato prima in Francia da “Les Belles Lettres” e poi in Italia da Bompiani. Il titolo del libro è: L’utilità dell’inutile, ed ha per argomento la lettura, la cultura fine a se stessa e non monetizzabile né classificabile nella categoria dell'”utile immediato”. Secondo lo studioso sarà questo l’antidoto che salverà il mondo dall’ignoranza, dall’imbarbarimento che è oggi provocato dallo strapotere delle leggi economiche di mercato, che non lasciano spazio a nessun’altra attività umana per la quale non sia prevista una finalizzazione immediata ed esclusiva alle logiche aziendali.
Purtroppo ho saputo soltanto oggi dell’esistenza di questo libro, che ho intenzione di leggere al più presto; ma fin da ora mi associo e solidarizzo totalmente con il suo autore. Trovo infatti incivile e fornace di barbarie questa tensione attuale verso tutto ciò che è “utile” nell’immediato ed ha come fine ultimo il guadagno materiale; e di questa mentalità facciamo esperienza proprio in questi giorni, quando i dati nazionali sulle iscrizioni alle scuole superiori ci confermano l’aumento degli istituti tecnici e professionali e l’inarrestabile declino del Liceo Classico. In effetti la mentalità dominante nella società attuale, che tiene in considerazione soltanto la logica del denaro e subordina all’economia ogni altro aspetto della vita civile, non può vedere di buon occhio una scuola che non “serve” materialmente a chi la frequenza. Quale utilità pratica può avere, nell’immediato, lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia ecc., materie oltretutto impegnative e che comportano una limitazione, per gli studenti, del tempo libero e delle attività ludiche? Quale attrattiva può avere un liceo in generale, ma in particolare il Classico, visto che non porta direttamente ad imparare un mestiere e quindi a guadagnare dei soldi? Meglio frequentare un istituto tecnico o professionale, in questi tempi di crisi, perchè così si consegue un diploma immediatamente “utile”. Questo è oggi il pensiero dei più, che non tiene conto però che per l’ingresso nel mondo del lavoro occorre essere qualificati, avere una cultura completa e non possedere solo competenze tecniche spesso neanche tanto approfondite. A ciò poi va aggiunta la considerazione, piuttosto banale ma vera, che in tempi di crisi se la disoccupazione affligge i laureati, tanto più affliggerà i semplici diplomati.
E invece a me, fin da ragazzo, piaceva e piace il Liceo Classico proprio perché è la scuola che “forma” di più e che “serve” di meno; e ciò perché sono da sempre convinto che l’istruzione da conseguire a scuola non è una serie di cognizioni tecniche o di “competenze” (come si suole dire oggi), che si possono meglio ottenere con corsi extrascolastici; l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa, effettuare le proprie scelte di vita e soprattutto comprendere la realtà che lo circonda: sarà poi l’Università e le successive esperienze di vita che gli consentiranno di specializzarsi e di acquisire competenze specifiche di quella che sarà la sua professione. La complessità del mondo attuale è il risultato di secoli e millenni di progresso del pensiero umano: di qui la necessità di conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, da quelli linguistici alla storia civile, letteraria e artistica dell’umanità, un tesoro di cultura che soltanto le materie umanistiche sono in grado di fornire. Questa è la vera finalità dell’istruzione, che non si manifesta forse nell’immediato ma che si compie e si realizza nel corso della vita ed ha le proprie basi durante il quienquennio degli studi superiori. Ecco perché mi è sempre piaciuta di più la scuola che “serve” di meno, perché la formazione dell’individuo non può ridursi a mere e sterili cognizioni tecniche, non può essere affidata solo all’informatica o alle lingue straniere, oggi necessarie ma assolutamente insufficienti alla creazione di una coscienza e di un pensiero autonomi.
In questa nostra società tecnicistica ed attenta solo ai dati economici, dove il prestigio individuale si misura dal possesso dell’auto di lusso o dello smartphone di ultima generazione, non ci accorgiamo più che esistono altri valori che vanno al di là della logica del guadagno e dell’aziendalismo, i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro. Come afferma il prof. Ordine in quell’intervista di “Repubblica”, “La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a “clienti”, mentre l’università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici, il luogo della resistenza.” Poi, per chiarire, afferma anche che “l’eretico, nel senso etimologico della parola, è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Perciò il sistema scolastico deve formare uomini liberi, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita”.

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Genitori di ieri e di oggi

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Con evidente ironia e un po’ di esagerazione la vignetta mostra il radicale mutamento, nel corso degli ultimi decenni, dell’atteggiamento dei genitori nei riguardi dei loro figli da un lato e dei docenti dei loro figli dall’altro. Quando io andavo a scuola, primaria o secondaria che fosse, i miei genitori stavano sempre dalla parte dei professori, che andavano rispettati comunque in ragione della loro maggiore età e del loro ruolo di educatori; non solo, allora era molto forte anche il senso dell’autorità, per cui chi occupava un posto più elevato in una scala gerarchica andava sempre obbedito, anche se non era totalmente dalla parte della ragione. Così, se a scuola avevo un problema con qualche docente (e ne ho avuti anch’io, benché fossi diligente e studioso), per i miei genitori il professore aveva sempre ragione, ed ero io a dovermi sottomettere a chi stava più in alto di me: e se per caso io o un mio coetaneo avessimo preso un brutto voto o un provvedimento punitivo, il problema più grave era doverlo dire a casa, perché c’era il rischio concreto di vedersi dare il resto in famiglia, in forma di castighi di vario genere non esclusi quelli corporali.
Oggi, miracolosamente, tutto si rovesciato: se un alunno riceve un brutto voto, una nota disciplinare, un’osservazione da parte di un docente, ecco lì i genitori a fare i paladini, i sindacalisti del figlio. Arrivano subito, con aria minacciosa, e sono sempre pronti a scusare, a giustificare lo studente, anche quando è palesemente dalla parte del torto. Facciamo qualche esempio. L’alunno ha copiato il compito in classe, il professore ne ha le prove; ma il genitore ribatte: “Ma lei l’ha visto copiare? No? E allora non può far nulla.” Oppure: “Quella versione (ma guarda che coincidenza!) l’aveva fatta proprio la sera prima a lezione privata, perciò la ricordava.” E via di seguito con argomenti di questo tipo. Oppure si dà il caso che l’alunno abbia ricevuto una nota disciplinare per comportamento scorretto. Allora il genitore subito: “Ma è stato solo lui a fare questo o c’erano anche altri?”; “E’ sicuro lei che sia stato proprio mio figlio?”; “Perché non l’ha richiamato amichevolmente senza mettere la nota, che l’ha distrutto psicologicamente?”.
Oppure l’alunno ha preso un brutto voto. E il genitore allora: “Il compito che lei ha dato era troppo difficile”, oppure “Mio figlio studia tanto, perché non ha buoni voti?”, oppure: “L’anno scorso andava bene”, sottintendendo che, se quest’anno va male, la colpa è del professore che ha la classe adesso, mentre quelli degli anni precedenti sono insindacabili. Se poi in una classe ci sono molte insufficienze in una materia, allora non c’è dubbio alcuno, la colpa è dell’insegnante, è lui che ha fallito, non sa polarizzare l’interesse degli alunni, in una parola non sa fare il suo mestiere. A nessun genitore viene mai in mente che i risultati negativi potrebbero derivare dal poco impegno del figlio, dalla sua demotivazione allo studio o da reale mancanza di capacità mentali o attitudini per quel determinato corso di studi.
Nella mia scuola poi, che è un Liceo Classico, c’è un’altra accusa specifica lanciata dai genitori a noi docenti: di far studiare troppo i ragazzi, sobbarcarli di un eccessivo carico di lavoro. Anche qui mi viene in mente il paragone con quando io, tanti anni fa, frequentavo lo stesso liceo: i miei genitori, allora, erano ben contenti se avevo molto da studiare, perché sapevano (pur non essendo persone colte) che lo studio è formativo, che i cinque anni delle superiori non debbono essere un parcheggio ma un’autentica assimilazione di cultura, che non è mai troppa; anzi, si dispiacevano se qualche giorno avevo poco da fare e le vacanze, per loro, erano sempre troppo lunghe. Oggi è il contrario: la scuola è diventata, nella mentalità comune, una delle tante attività giovanili, da mettere più o meno sullo stesso piano della settimana bianca o dell’attività sportiva svolta dai ragazzi nel pomeriggio. La frequenza a scuola non è più un obbligo, tant’è che i genitori si portano spesso in viaggio i figli, durante il periodo scolastico, incuranti del fatto che li sottraggono per giorni e giorni alle lezioni. E noi docenti, per giunta, non dobbiamo far studiare troppo i teneri virgulti, perché altrimenti non hanno abbastanza tempo per andarsene in giro, per scambiarsi stupidaggini sui social network o per fare la meritata vacanza sulla neve. La cultura, che importa? Tanto c’è la vita che insegna, la scuola serve a poco. E poi, l’adolescenza viene una volta sola; perché rovinarla con lo studio?
Mi piacerebbe sapere chi e che cosa ha cambiato in questi decenni l’atteggiamento dei genitori, di cui si vedono tangibilmente le conseguenze: assistiamo infatti, oltre ad un sempre più difficile rapporto scuola-famiglia, ad una costante migrazione degli studenti verso scuole di bassa qualità, dove fioccano valutazioni stratosferiche ma la cultura è spesso un optional. In fondo è quello che vogliono: voti alti dei figli, per potersene vantare con gli amici, poco impegno allo studio e molto tempo libero per il divertimento, un altro degli idoli dei tempi moderni. Ma gli esiti di questa mentalità già si vedono in giro: ignoranza e maleducazione diffuse ovunque, persone che vivono in dipendenza dal cellulare, giovani che si rovinano con l’alcol o peggio ancora, e che hanno come modelli di vita le “veline” o i partecipanti al “Grande fratello”. Se questa è la civiltà attuale, sono felice di essere nato e di aver studiato in altri tempi.

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Nani sulle spalle dei giganti

Questa celebre frase, da molti ripetuta, sembra che sia stata pronunciata per la prima volta da Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo. Essa significa che le nostre conoscenze e le nostre acquisizioni in ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale, non sono frutto delle capacità della nostra generazione, ma sono il risultato di secoli e di millenni di progresso, di arte e di cultura; quindi noi non vediamo lontano perché dotati di una vista eccezionale, ma solo perché siamo sulle spalle di chi è vissuto prima di noi ed ha costruito, mattone su mattone, il grande edificio della civiltà.
Ma oggi, purtroppo, la nostra società tecnologica e materialista si dimentica troppo spesso del passato, vive in un presente edonistico e fatuo che si alimenta di se stesso e non ritiene più necessario né utile conoscere gli eventi, gli uomini ed i periodi storici che hanno plasmato la nostra civiltà; e così rischiamo di cadere rovinosamente dalle spalle dei giganti, tornando a una forma di barbarie che è molto peggiore e più abietta di quella dei barbari dell’Antichità, perché ha la colpa di essere caduta nell’inciviltà non per opera altrui, ma di mano propria. Chi non conosce il passato, chi non apprezza quella cultura umanistica che ci mette in contatto con le azioni e le opere di chi ha costruito nei secoli la civiltà nel mondo, vive nelle tenebre dell’ignoranza e lì rimane, chiudendosi in una visione ristretta della vita che gode e apprezza soltanto ciò che “serve” o che può divertire nell’immediato. La perdita dei veri valori dell’umanità è oggi ben più di un rischio, è una realtà: lo si nota osservando il comportamento di tante persone e soprattutto di molti giovani, che perdono tutto o quasi il loro tempo a scambiarsi insulsi messaggi sui “social network” o in passatempi futili o addirittura nocivi.  La responsabilità di tutto ciò, ovviamente, non è loro, ma di coloro che, in ossequio alle norme del mercato e della globalizzazione, hanno diffuso e affermato una visione della realtà sociale e politica fondata sui soli valori economici, senza tener conto delle conseguenze disastrose che una tale mentalità, al di là del benessere materiale, avrebbe provocato e senza intervenire, anche coercitivamente, contro il degrado morale dei nostri tempi. Anche chi ha gestito il sistema dell’istruzione negli ultimi anni ha delle gravi responsabilità: anziché recuperare il vero valore formativo della scuola, la serietà ed il rigore degli studi, si sono blanditi sconciamente gli studenti giustificandoli in ogni modo, e si è anche pensato che l’introduzione degli strumenti informatici come le LIM o i tablets potessero risolvere tutti i problemi, facendo così non l’interesse di chi studia, ma di chi produce e vende questi oggetti. Si ritorna sempre allo stesso punto: l’economia, il guadagno sopra ogni altra cosa.
Mi piace qui riportare una frase di Hannah Arendt, filosofa tedesca del ‘900 ormai morta da tanti anni ma vera profeta dei nostri tempi. Ella scrisse già negli anni ’60 questa frase: “Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre.” Non so a che proposito e in quale occasione la Arendt pronunciò questa massima, ma essa pare calzare a pennello per i tempi attuali. Chi rifiuta il passato come “inutile”, chi dice che che lingue classiche non servono perché non si parlano più, chi dice che la filosofia è quella scienza “con la quale o senza la quale il mondo va tale e quale”, chi afferma che conoscere la storia non serve perché tanto “i personaggi storici sono tutti morti”, non si rende conto che si condanna per sempre non solo all’ignoranza culturale, ma anche all’accettazione passiva di ciò che gli viene imposto dall’alto, si condanna a diventare una macchinetta che esegue gli ordini del mercato e dei potentati economici, senza esser capace di vedere al di là del proprio computer, del proprio cellulare e senza saper progettare altro che le vacanze alle Maldive. Senza passato non c’è presente e non c’è futuro: ed è questo un concetto del quale io sono stato convinto da sempre, ma che oggi mi pare sempre più valido e attuale.

Mi è venuto spontaneo fare queste riflessioni in questi giorni perché siamo nel periodo delle iscrizioni alle scuole superiori da parte dei ragazzi provenienti dalla scuola primaria. Un tempo, quando era a tutti palese che conoscere il passato significa capire il presente e programmare il futuro, molti erano coloro che frequentavano le scuole umanistiche, e soprattutto il Liceo Classico; negli ultimi anni, invece, l’ignoranza sempre più diffusa e la mentalità utitaristica e materialista che vede l’istruzione soltanto in funzione del posto di lavoro o comunque di ciò che “serve” nell’immediato hanno via via diminuito gli iscritti a questo Liceo, che rimane a tutt’oggi il fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano ma che è ormai apprezzato solo da pochi. E’ anche questo, insieme ad altri, un segno della decadenza morale e civile dei nostri tempi, di quel ritorno alla barbarie e all’analfabetismo che, pur con i più sofisticati strumenti informatici, avanza inesorabilmente e che nessuno finora è riuscito ad arginare.

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Cosa sperare per il nuovo anno?

E’ incominciato un nuovo anno, un evento per il quale non mancano mai gli auguri e i buoni propositi. Ma, ragionando obiettivamente e restando nel campo del verosimile, cosa possiamo sperare che possa avverarsi nei prossimi mesi? Ciascuno di noi ha ovviamente obiettivi ed aspirazioni diverse, personali e solo parzialmente condivisibili con altri. Per quanto mi riguarda, avrei molti desideri di cui vedrei volentieri la realizzazione, che preferisco però sintetizzare in tre punti:
1) dal punto di vista personale il 2014 rappresenta per me un anno importante ma anche preoccupante, perché in esso (e molto presto per giunta, a febbraio) raggiungo il traguardo dei 60 anni di vita: un traguardo non molto piacevole, se appena si considera che a questa età vediamo alle spalle ormai la maggior parte della nostra esistenza. Non è bello pensare a questo, ed è difficile spiegarlo ai nostri alunni, ragazzi dai 16 ai 18 anni che hanno invece davanti quasi tutta la loro vita. E se anche vogliamo guardare al futuro, la prospettiva abbastanza imminente è la pensione, un evento che io ritengo drammatico per me che ancora oggi, dopo 33 anni di insegnamento, conservo la stessa passione dei primi tempi e che sono infastidito persino dalla lunghezza delle vacanze natalizie. Credo che sarà un forte trauma per me dover lasciare il lavoro, quando le leggi mi costringeranno a farlo.
2) dal punto di vista dell’ambito in cui vivo, cioè la scuola, quello che posso augurarmi per il nuovo anno è che tutto proceda bene sia a livello personale che collettivo. In particolare, mi auguro che la nostra Ministra si renda conto dell’inopportunità delle sue esternazioni e che si adoperi per una scuola seria e formativa, evitando populismo e nostalgie sessantottine che altro non fanno che gettare malumori in chi lavora con impegno e volontà. Mi auguro che siano abbandonati i deliranti progetti di riduzione dei Licei a quattro anni e del famigerato biennio comune alle superiori. Mi auguro anche che il Liceo Classico si risollevi dalla crisi di iscrizioni attuale, e che i cittadini comprendano finalmente che la cultura umanistica è più che mai necessaria in questa società tecnocratica e globalizzata, perché consente di scoprire le nostre radici culturali e di comprendere, mediante il senso storico, la realtà circostante senza diventare macchine esecutrici di ordini e decisioni altrui.
3) dal punto di vista politico-sociale mi auguro che si allenti un po’ la morsa della crisi economica, e che per i giovani ci sia finalmente una prospettiva concreta di formazione e di lavoro. Mi auguro anche che chi è preposto alla guida dello Stato sappia fare onestamente e disinteressatamente il proprio dovere, pensando all’interesse dei cittadini e non al proprio, come Platone e Cicerone ci hanno insegnato; ma è anche auspicabile che finisca la stolta demagogia del “tutti a casa” e le proteste assurde di chi non sa neppure contro chi e che cosa protesta. Sarebbe necessario, al contrario, che tutti si dessero da fare all’interno delle proprie capacità e competenze, senza aspettare che la soluzione dei problemi arrivi dall’alto, come la manna dal cielo. Dobbiamo essere uniti in questo momento storico, non combatterci con i forconi e le parolacce in Parlamento. Atteggiamenti di questo tipo non hanno mai prodotto nulla di buono. Le rivoluzioni si potevano fare nel 1789, non oggi, quando il dialogo e lo spirito collaborativo, a mio parere, sono di gran lunga preferibili.

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