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I guai della democrazia

Nell’Antichità classica illustri filosofi e scrittori (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone) discussero a lungo su quale a loro parere fosse la miglior forma di governo, analizzando quelle che conoscevano (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le eventuali loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, anarchia). Quello che può stupire il lettore moderno è che essi non davano alla democrazia, l’unica forma di governo che venga apprezzata oggi, alcun privilegio o vantaggio, ma la consideravano alla stregua delle altre, quando non addirittura peggiore. Anche in epoca moderna tuttavia, dopo che i princìpi fondanti della Rivoluzione francese si erano già affermati, ci fu chi dubitò dell’eccellenza del sistema democratico in quanto tale, e non esitò a indicarne i difetti: il filosofo e storico francese Alexis de Torqueville (1805-1859) ad esempio, che pure non era di principio avverso alla democrazia, affermò ch’essa altro non è se non la “dittatura della maggioranza”, non meno oppressiva per chi dissente di quanto non lo sia un dittatore per i suoi detrattori personali. Ancor più di recente Winston Churchill (1874-1965) ne dette un pessimo giudizio, aggiungendo però che gli altri sistemi politici sperimentati fino ad allora erano peggiori. Ma siamo veramente sicuri, vista la situazione politica dell’Italia di oggi, che la forma di governo democratica sia da preferire ad ogni altra e che non esistano alternative? Io so benissimo che non cambierà nulla da questo punto di vista, ma mi permetto ugualmente di esprimere la mia opinione e soprattutto le mie perplessità di fronte ad un sistema che non mi ha mai convinto e sul quale andrebbero fatte da chi di dovere opportune riflessioni. Indico qui di seguito alcuni punti che mi sembrano importanti per avviare un dibattito in proposito.
Punto 1. Il sistema democratico si fonda su un fattore puramente numerico, cioè quantitativo e non qualitativo, perché vince chi ha più voti, ossia la maggioranza. Ma la storia ci dimostra che non sempre le maggioranze hanno avuto ragione, anzi in alcuni casi è vero l’esatto contrario: Galileo Galilei, ad esempio, era l’unico a sostenere che la Terra girasse intorno al Sole e non il contrario, eppure aveva ragione; e se su questo punto si fosse continuato ad applicare il principio democratico della maggioranza, ancor oggi si crederebbe che la Terra stia al centro dell’Universo. Le decisioni prese a maggioranza non sempre sono state quelle giuste, ma spesso le più grandi ingiustizie e nefandezze sono state compiute proprio applicando questo criterio puramente quantitativo.
Punto 2. Il criterio della maggioranza potrebbe essere valido se tutti coloro che partecipano alla gestione della cosa pubblica (quindi tutti i cittadini che esercitano il diritto di voto) fossero persone intelligenti, colte e competenti. Ma purtroppo non è così: alle elezioni votano anche gli idioti, gli ignoranti e gli sprovveduti, ed il voto di un decerebrato mentale vale quanto quello di un premio Nobel. E’ evidente l’iniquità immane di questo principio: Socrate diceva che per fare un viaggio in nave non sceglierebbe il timoniere a caso, ma una persona che s’intenda del mestiere, e ciò vale tanto più per la politica, dove la competenza e la cultura sono ben più importanti della conduzione di un timone di una nave. Pertanto sarebbe indispensabile ammettere alle elezioni solo una parte dei cittadini, non tutti, perché chi non ha una coscienza politica ed una cultura sufficienti non può avere voce in capitolo nella gestione di uno Stato.
Punto 3. Già nell’antica Grecia il poeta Euripide, in una sua tragedia intitolata Le Supplici, aveva indicato con chiarezza un altro grave difetto della democrazia, il fatto cioè che le masse popolari non decidono in autonomia intellettuale le opinioni da esprimere, ma si lasciano facilmente influenzare dai demagoghi, persone cioè che, illudendo il popolo con promesse o false affermazioni, lo inducono a fare scelte sbagliate e a favorire la vittoria di chi meno lo meriterebbe. E’ quello che è successo alle ultime nostre elezioni del 4 marzo, quando la fatua retorica del Movimento Cinque Stelle, promettendo il Paese dei Balocchi con il tanto celebre quanto assurdo “reddito di cittadinanza”, ha ottenuto oltre 11 milioni di voti. Quella promessa è ingannevole perché non si troveranno mai i miliardi di euro necessari per realizzarla, e immorale perché darebbe soldi alle persone per non fare nulla; ma nonostante la mala fede e l’assoluta incompetenza di Di Maio e della sua banda di incapaci, molte persone ingenue e inadatte ad esprimere un voto libero e autonomo ci hanno creduto, e così si è realizzato quello che Euripide indicava con grande chiarezza: la democrazia si trasforma in demagogia, i ciarlatani e gli imbonitori sono quelli che attraggono di più le masse ignoranti.
Punto 4. Un altro rischio delle democrazie moderne, che non possono più essere dirette come quella dell’Atene del V° secolo a.C. ma sono soltanto rappresentative, è che esse si rivelino in realtà delle forme di partitocrazia, perché a decidere non sono più i cittadini ma i capi di partito che utilizzano a loro piacimento i voti ricevuti e non rendono più conto a chi li ha espressi. Da noi i parlamentari non hanno neanche il vincolo di mandato, il che significa che un deputato o un senatore può anche infischiarsene di chi l’ha messo in quella posizione e fare impunemente i propri comodi. A cosa servono dunque le elezioni? Dov’è e che valore ha la tanto celebrata “partecipazione” dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, quando i loro rappresentanti non rispondono più a chi li ha eletti ma solo ai capi del loro partito, quando addirittura non cambiano casacca?
Ovviamente queste mie considerazioni non hanno alcuna pretesa di incidere sull’opinione pubblica, sono solo l’esternazione dei dubbi che ho sempre avuto sul sistema democratico, che oggi pare l’unico possibile sulla terra e che si cerca persino di esportare a forza in quei paesi che non lo conoscono e non lo vogliono. Personalmente io vedrei possibili due soluzioni al problema, che nessuno però prenderà mai in considerazione. La prima, più radicale, sarebbe quella di abolire del tutto le elezioni, i partiti e tutto il sistema, istituire una scuola specifica per formare i politici e affidare a loro la gestione dello Stato, in base alle competenze di ciascuno. Sarebbe un “governo di tecnici” al di sopra e al di fuori dei partiti e delle ideologie. La seconda soluzione sarebbe quella di istituire un esame per tutti i cittadini, con il quale essi dovessero dimostrare di possedere una cultura e una coscienza politica sufficienti per esprimere un voto responsabile; e solo questi cittadini andrebbero ammessi alle urne elettorali, escludendo tutti coloro che, per superficialità e ignoranza, non sono all’altezza di adempiere a questo dovere civico. Ovviamente mi rendo conto che queste mie idee sono pure utopie e che non si realizzeranno mai; ma forse vale la pena di riflettere un attimo su questi problemi e chiederci se i sistemi democratici moderni siano veramente il meglio del meglio o se non realizzino piuttosto la “dittatura della maggioranza” intesa nel senso peggiore del termine, ossia come prevalenza delle masse incolte e pronte a lasciarsi influenzare da una propaganda perversa e ingannatrice.

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La vita alla superficie

Nella società del nostro tempo, a quanto ci è dato constatare, si diffonde sempre più la superficialità, la tendenza cioè a vivere alla giornata e ad attribuire importanza ai vari aspetti della vita in modo contrario a quel che dovrebbe essere: ciò che dovrebbe contare veramente viene trascurato, mentre ciò che non dovrebbe avere nessun valore diventa un ideale e, in alcuni casi, un vero e proprio scopo di vita. Pensiamo alla moda, per esempio, o all’aspetto estetico delle persone (il cosiddetto “look”, per capirsi, visto che ormai ci esprimiamo più in inglese che in italiano): non c’è nulla di più insignificante per definire il valore e lo spessore umano di ciascuno di noi, ed invece oggi è diventata una questione di primaria importanza, anzi un’assoluta necessità. E se un tempo l’aspetto esteriore era una cura tipica del solo sesso femminile, oggi anche gli uomini lo considerano d’importanza vitale, tanto da curare il proprio aspetto non solo nel vestiario ma anche nel fisico stesso, e da sottoporsi persino ad operazioni chirurgiche per ottenere il look desiderato. I modelli che hanno fortuna in società, quelli da imitare, non sono più le persone di cultura o dotate di particolari meriti, ma attori, cantanti, soubrettes e personaggi televisivi in genere.
Gli esempi di superficialità nella società attuale sono talmente numerosi che sarebbe difficile individuarli tutti. Uno dei più evidenti, tuttavia, è ravvisabile nello stile di vita condotto dalla maggioranza delle persone, che sono soliti dividere il loro tempo in due soli momenti principali, il lavoro e lo svago, mentre pochissimo spazio è lasciato ad attività culturali o comunque umanamente più elevate, come ad esempio leggere un libro, visitare qualche museo o monumento che dir si voglia, assistere ad un concerto di musica classica o altro che sia. La grande maggioranza di coloro che hanno un lavoro o una professione, compresi tanti laureati, non si intendono né si interessano a nulla che sia al di fuori del loro stretto ambito di competenza: perciò persino professionisti come medici, avvocati, funzionari statali di alto livello e via dicendo sono di fatto – tranne ovviamente alcune lodevoli eccezioni – del tutto ignoranti di tutto ciò che riguarda la letteratura, l’arte, la musica e tutte le altre nobili attività umane. Alcuni di loro non leggono altro se non le pubblicazioni specifiche riguardanti il loro settore di appartenenza, mentre sono in difficoltà non appena si trovano di fronte a fenomeni culturali che forse un tempo conoscevano, quando andavano a scuola, ma che poi hanno totalmente dimenticato, né si curano di richiamare alla memoria quanto hanno perduto, certamente perché non ne vedono la necessità, e conducono una vita suddivisa tra il lavoro e il divertimento, senza altri interessi, in maniera del tutto superficiale. E anche quando, forse per darsi un certo contegno, vanno a visitare qualche mostra o museo, oppure ad assistere ad un concerto, ne escono uguali a come ne sono entrati, magari ostentando un’ammirazione che è solo di facciata, perché non hanno più gli strumenti culturali per comprendere in profondo ciò che hanno visto o sentito.
La grande superficialità dei nostri tempi si è mostrata nel suo volto più sconcertante e terribile in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, dove milioni di persone hanno votato senza cognizione di causa, lasciandosi abbindolare da promesse tanto mirabolanti quanto assurde e irrealizzabili come il famoso “reddito di cittadinanza” propugnato da quell’accolita di imbonitori buffoneschi che è il “Movimento Cinque Stelle”. Questo partito, perché tale è anche se si professa antitetico ai partiti tradizionali, ha finora dato prova di totale incapacità e incompetenza politica, una caratteristica evidente che avrebbe dovuto indurre tutti coloro che erano dotati di raziocinio a negare loro la fiducia; per governare uno Stato, infatti, non è sufficiente essere persone oneste (se pur lo sono!), ma occorre una cultura specifica che non si può improvvisare. Per questo è del tutto assurdo pensare che cittadini comuni, sbattuti in Parlamento o al Governo senza la necessaria preparazione, possano guidare uno Stato: come diceva Socrate, che di queste cose se ne intendeva, non ci si affiderebbe mai, per un viaggio in mare, a un timoniere inesperto che non sa guidare la nave; tanto meno, quindi, ci si può fidare di persone incompetenti per condurre il Governo di una nazione, per il quale occorre molta più competenza di quanta ne occorra per guidare una nave. Eppure tanti cittadini italiani, attratti dal miraggio di poter avere uno stipendio senza fare nulla, hanno votato questi ciarlatani facendoli diventare il primo partito, che oltretutto adesso pretende di dettare legge e di avere addirittura la poltrona di primo ministro per il loro capo politico, Luigi Di Maio, un ragazzino di poco più di trent’anni che non ha mai fatto nulla in vita sua, non ha alcuna competenza e non è neanche riuscito a laurearsi. La vittoria elettorale di questa armata Brancaleone è il peggior disastro che potesse capitare al nostro Paese, ridotto ad un aereo senza pilota che ben presto andrà a sbattere in qualche montagna, di quelle che gli speculatori finanziari e i banchieri di Bruxelles porranno di fronte a un paese ormai allo sbando, che oltretutto non possiede neppure una moneta propria ed è costretto di nuovo, dopo le tante guerre di indipendenza, a soggiacere ai potentati stranieri. Per uscire da questa situazione ci sarebbe voluto un governo forte e deciso, formato da persone capaci e competenti, non da ragazzini che fino ad ieri non sapevano neppure cosa fosse la politica e che dove hanno governato (vedi Roma) non sono stati capaci d’altro che di combinare disastri. In questa contingenza io faccio due osservazioni: la prima è che personalmente preferisco i corrotti agli incapaci, perché chi fa l’interesse proprio (che non dovrebbe fare) può saper fare anche quello degli altri, mentre l’incapace non riesce a fare né il suo né quello altrui. La seconda mia considerazione è che comincio a dubitare della validità stessa della democrazia, perché questo sistema politico si basa su un mero calcolo numerico, quello della maggioranza che vince sulla minoranza, senza tener conto che nella storia molto spesso hanno avuto ragione le minoranze, e che le maggioranze possono essere formate anche da caproni ignoranti che non votano secondo giustizia e ragione, ma lasciandosi trascinare da promesse assurde e dallo spirito devastatore di coloro che vedono il male dappertutto e contestano tutto e tutti in nome di falsi valori che non riusciranno mai a realizzare, perché a insultare gli avversari e svalutare ciò che hanno fatto sono tutti capaci, ma poi, quando si tratta di costruire e di prendere decisioni, allora i nodi vengono al pettine. Questo è ciò che succederà nell’Italia dei Cinque Stelle, un paese ostaggio di una banda di incompetenti. Il risultato delle ultime elezioni, pertanto, mi conferma nella mia convinzione secondo cui la superficialità, l’ignoranza, l’approssimazione sono i caratteri costitutivi del nuovo Medioevo e della nuova barbarie dei nostri tempi, molto peggiore di quella di Attila o di Teodorico.

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I 5 stelle, nuovi barbari della politica

Da quando è nato in Italia il cosiddetto “Movimento Cinque Stelle” fondato dal comico Beppe Grillo e dal faccendiere Casaleggio non ho mai nascosto il senso di indignazione e di repulsione che mi provocano queste persone, unito a un analogo senso di smarrimento e di incomprensione nei riguardi di chi li sostiene e li vota. Probabilmente è un problema di età, dato che ho vissuto altri periodi della politica italiana nei decenni passati ove non era mai successo nulla di simile, e quando era ben diverso il modo di fare politica; per quanto infatti di movimenti contro il sistema e di voti di protesta ce ne siano stati altri, nessuno si era caratterizzato come questo per il livello di incultura e di volgarità da esso raggiunto ed anche, purtroppo, per il largo consenso che ha avuto e che sta ancora avendo, visto che per le prossime elezioni i sondaggi lo danno al 27-28 per cento. Poiché non riesco a tacere la mia profonda e totale avversione per i cosiddetti “grillini”, dividerò questo post in due parti: nella prima elencherò in dodici punti i motivi di questo mio sentimento, nella seconda cercherò di spiegare le cause del loro non più effimero successo.
1. Un tempo i partiti politici nascevano da un ideale, o meglio da un’ideologia, un sistema di valori in cui credevano coerentemente tutti gli adepti. Benché io abbia avuto sempre una fiera avversione per il marxismo ed i partiti che lo interpretavano, riconosco però che la loro impostazione ideologica aveva basi culturali solide nella filosofia di Marx, Engels ed altri. Il Movimento Cinque stelle, al contrario, è nato dal nulla, non ha fondamenti ideologici né culturali, è frutto del più fatuo e ignorante qualunquismo.
2. La classe dirigente di questo movimento non è formata da persone con competenza politica ed una cultura adeguata ad un ruolo dirigenziale. I capi sono un comico buffonesco (Beppe Grillo) che non si vede quale autorità e credibilità possa avere per un ruolo così importante, ed il figlio di un affarista (Casaleggio) i cui traffici sono spesso rimasti nell’ombra. La loro attività non è disinteressata: il blog di Grillo guadagna moltissimo con la pubblicità e quindi il suo è un business come gli altri, nonostante la presunta “diversità” di cui lui e i suoi accoliti si vantano.
3. Pur non avendo alcuna base ideologica (i concetti di destra e di sinistra per loro sono categorie vecchie e superate) essi subiscono purtroppo spesso l’influsso delle peggiori ideologie: si veda, ad esempio, l’appoggio dato dai “grillini” al movimento No-Tav ed agli atti terroristici da costoro compiuti, oppure il libertarismo sfrenato dei cosiddetti “diritti civili” culminato nella cosiddetta “legge Cirinnà”. Benché rifiutino una collocazione precisa, essi di fatto hanno appoggiato intenzioni e rivendicazioni proprie dell’estrema sinistra.
4. Il loro urlare contro il “sistema”, appparentemente scevro da basi ideologiche, è abbastanza vicino, per metodi e linguaggio usato, a quello dei movimenti e gruppi extraparlamentari di sinistra degli anni ’70, con la differenza che quei gruppi erano culturalmente molto superiori ai loro emuli del secondo decennio degli anni 2000.
5. Nel loro ribellarsi contro il “sistema dei partiti” i grillini, interpretando e fomentando il sentimento più rozzo e volgare degli italiani più ignoranti, generalizzano in modo grottesco, presentando tutti gli esponenti degli altri partiti come criminali, corrotti, ladri e mafiosi. Da questo loro giustizialismo becero e volgare non si salva nessuno: tutti gli avversari sono demonizzati, non li sfiora neanche lontanamente l’idea che fare di ogni erba un fascio è comunque sbagliato e che il bene ed il male si trovano ovunque, nel loro e negli altri partiti. In questa visione distorta e catastrofica della realtà (che ricorda anch’essa atteggiamenti simili espressi in passato da certa sinistra) accusano i vari partiti che si sono succeduti al governo di aver “distrutto l’Italia” e di “averci ridotto alla fame”, con palese e assurda deformazione della realtà. L’Italia ha i suoi problemi, ma non sono certo più gravi di quelli di altri paesi europei, e l’economia è in ripresa. Lo dicono i numeri e le statistiche, ma purtroppo non c’è nessun sordo peggiore di chi non vuol sentire.
6. Il Movimento Cinque Stelle si è rivelato palesemente centralista e totalmente antidemocratico. Al suo interno non esiste dialogo: chi non concorda in tutto e per tutto con i capi (Grillo e Casaleggio) viene immediatamente espulso, con processo sommario e senza la facoltà di difendersi e dire le proprie ragioni. Questi metodi ricordano da vicino quelli di Hitler e di Stalin, anche se ovviamente le pene comminate ai dissidenti sono diverse.
7. I “grillini” non accettano il confronto democratico con chi la pensa diversamente. Si permettono di criticare e offendere chiunque ma non ammettono che qualcuno critichi loro ed il loro modo di essere e di agire. I loro rappresentanti evitano accuratamente in televisione il confronto con gli avversari e accettano solo di essere intervistati senza contraddittorio. Non sono disposti a fare alleanze con nessuno, il che paralizza di fatto la politica impedendo la formazione di coalizioni governative con larga maggioranza. Dimostrano così di non avere la minima idea di cosa sia la democrazia e di come si agisce in politica, dove il dialogo ed il compromesso con le altre forze sono indispensabili.
8. Nel rapportarsi agli avversari, oltre a rifiutare ogni dialogo, utilizzano un linguaggio becero, volgare e sessista. Il fatto che il movimento sia nato con il “Vaffa-day” già spiega bene questo atteggiamento rozzo e volgare. L’insulto contro chi è diverso da loro è il loro normale modo di esprimersi, e alcuni loro deputati si sono resi responsabili di violenze verbali e materiali inaccettabili.
9. La loro azione politica è fondata tutta sul distruggere, mai sul costruire. Nei cinque anni in cui sono stati in Parlamento non hanno fatto altro che dire pregiudizialmente sempre di no a tutto e a tutti, criticare, urlare e insultare gli avversari. Le loro proposte, quando ci sono state, o hanno avuto carattere demagogico e populista (vedi la polemica contro i vitalizi, come se abolendo quelli si risolvessero tutti i problemi del Paese) oppure sono state del tutto assurde e utopistiche: il cosiddetto “reddito di cittadinanza” da loro sostenuto costerebbe una cifra dai 40 ai 50 miliardi di euro all’anno, ch’essi non hanno mai detto con chiarezza dove si potrebbero trovare. Oltre che impossibile a realizzare, il progetto sarebbe anche civilmente diseducativo, perché darebbe soldi a tante persone per non fare nulla.
10. I “grillini” hanno fatto dell’onestà la loro bandiera, la linea portante della loro politica, gettando sugli avversari tutte le più infamanti accuse. Ma nel tempo si sono spesso contraddetti: si va dai vari sindaci a cinque stelle indagati per reati commessi durante il loro mandato, alla falsificazione delle firme per la presentazione delle liste in Sicilia fino al più recente scandalo di “rimborsopoli”, quando si è scoperto che molti deputati e amministratori grillini fingevano di restituire parte dello stipendio e che in realtà guadagnavano e guadagnano molto di più di quanto fanno credere. Questa circostanza mostra l’ipocrisia e la bassezza morale di questi individui: chi fa la morale agli altri, chi si presenta come onesto e irreprensibile, comportandosi così si rivela molto peggiore di chi non ha mai espresso vanterie di questo tipo.
11. Ovunque sono stati messi alla prova in incarichi amministrativi, i Cinque Stelle hanno mostrato con palese evidenza la loro incompetenza e la loro incapacità di affrontare e risolvere qualunque problema. Da quando Roma e Torino sono governate da sindaci grillini i problemi di quelle città sono enormemente aumentati, come constata chi vi si reca e vede in che condizioni sono le strade, i servizi, la raccolta di rifiuti. Questo dimostra quanto sia vero quel proverbio che recita: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. A urlare e criticare gli altri, a dire sempre di no si fa alla svelta; ma quando si tratta di agire, di costruire, di provvedere allora la musica è diversa. Anche l’onestà stessa, che pure è una qualità pregevole nella persona umana, diventa secondaria, perché a nulla in politica serve essere onesti quando si è incapaci e incompetenti. Per governare ci vuol altro, occorre una cultura, perché la politica è una professione come le altre che richiede competenza, non è accessibile a tutti. La mentalità dei grillini è analoga a quella di coloro che, durante un volo aereo, cacciassero il pilota perché disonesto e mettessero al suo posto un passeggero qualunque solo perché è onesto. Dove andrebbe a finire l’aereo?
12. A proposito di incompetenza, a quanto detto va aggiunto il modo assurdo e dissennato con cui il Movimento Cinque Stelle sceglie i suoi rappresentanti: attraverso la rete internet, praticamente estraendoli a sorte o quasi senza compiere alcun accertamento sulle loro effettive conoscenze e capacità. E’ avvenuto così che nel 2013 siano entrate in Parlamento persone del tutto ignoranti e rozze, che non hanno mancato di rivelare bellamente questi loro eccelsi pregi esprimendosi con volgarità e turpiloquio. Uno di loro, tale De Rosa, fece una volta una battuta rivolta alle deputate del PD che qui non voglio ripetere per pudore, ma che qualifica il grado di barbarie e rozzezza di queste persone. L’ignoranza crassa contraddistingue anche il loro candidato premier alle elezioni, Luigi Di Maio, che confonde il Cile con il Venezuela e non conosce la lingua italiana e l’uso del congiuntivo.
Detto tutto ciò che mi provoca orrore al solo sentir nominare i Cinque Stelle e che mi preoccupa moltissimo per il risultato delle prossime elezioni, riaffermo che una loro eventuale vittoria ci condurrebbe nel baratro più profondo, e non solo dal punto di vista dell’economia e della vita sociale, ma anche da quello della cultura. Nel ’68 si diceva che la fantasia doveva arrivare al potere; ora c’è il rischio che al potere ci arrivi l’ignoranza, ed è un rischio concreto.
Ma qual è allora il motivo per cui, nonostante quanto detto sopra, i Cinque Stelle hanno ancora tanto successo da essere dati nei sondaggi come il primo partito italiano? La prima risposta che mi verrebbe in mente non la dico, perché sarei offensivo verso tanti elettori magari in buona fede; accennerò invece ad altri due motivi che mi sembrano i più probabili e che derivano entrambi da una certa mentalità che molti italiani hanno nel sangue oppure, come si dice oggi, nel DNA. Forse perché per tanti secoli l’Italia è stata dominata dagli stranieri, che sfruttavano e opprimevano un insieme di persone da non definire un popolo, ma “un volgo disperso che nome non ha”, è insita nel profondo dell’animo di tanti italiani un’innata diffidenza per chiunque abbia il potere, visto come oppressivo e corrotto; ed è questa la ragione essenziale, a mio parere, per la quale chiunque governa viene attaccato senza tregua durante il mandato ed è destinato a perdere voti alle successive elezioni. L’ignobile campagna mediatica e giudiziaria contro Berlusconi lo dimostra, e lo dimostra anche la serie di insulti e di critiche contro Renzi, che ha fatto sì molte cose avventate o errate (vedi la legge sulle “Buona Scuola”), ma ha anche preso provvedimenti positivi per molte categorie e fasce di popolazione. Su questo sentimento di odio e di avversione innata contro chiunque detiene una forma di potere si è agevolmente innestato il Movimento Cinque Stelle, cavalcando la tigre del malcontento popolare e assecondando gli atteggiamenti giustizialisti e forcaioli di chi identifica il Governo con il male assoluto, senza mai riconoscergli nulla di positivo. Il voto dato ai 5 stelle è stato e sarà solo un voto di protesta, ma una protesta esagerata e inconcludente, dettata dal carattere piagnone e vittimista di tanti nostri concittadini, i quali non si accontentano mai, credono falsamente che i paesi stranieri siano un paradiso mentre qui tutto è rovina e pretendono da chi ci amministra che risolva tutti i problemi e ci faccia vivere nel lusso e nella bambagia. Va poi anche detta un’altra cosa: che nel DNA degli italiani, a differenza di quanto avviene altrove, c’è anche una forte ammirazione ed una tendenza a dare credito a tutto ciò che è nuovo rispetto all’esistente: ogni volta che è cambiato regime quasi tutti gli hanno fatto festa, e così fu anche per quanto riguarda il fascismo, oggi tanto esecrato ma un tempo tanto celebrato. Per molti tutto ciò che è novità, che rompe con il passato, possiede un fascino ed un’attrattiva irresistibili, mentre non si pensa mai che ciò che è nuovo non è necessariamente sempre positivo e che spesso, per non cadere dalla padella nella brace, è meglio tenersi il vecchio. E poiché il Movimento Cinque Stelle si presenta come nuovo e come diverso da tutti gli altri partiti, questo spiega agevolmente il motivo del suo successo, proprio perché le persone non sanno vedere oltre il proprio naso e non si rendono conto che in cambiamenti non sono sempre migliorativi, anzi… Mi costa fatica dirlo, ma paradossalmente sarei contento se Gigino Di Maio arrivasse veramente a dirigere il governo: in poco tempo perderebbe tutto il suo consenso e tutti si renderebbero conto che il re è nudo e che dietro le promesse ed i proclami c’è solo il più grande e profondo NULLA.

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Un altro effetto del pensiero unico

Prendo spunto per questo articolo da un recentissimo fatto di cronaca, che riguarda il tema generale della libertà di opinione ma che ha suscitato in particolare il mio interesse perché coinvolge il mondo della scuola. Ieri 14 gennaio si è saputo che un’insegnante di inglese del liceo “Marco Polo” di Venezia è stata addirittura licenziata dall’autorità scolastica per alcune frasi razziste, contro gli immigrati e i musulmani, che aveva scritto sul suo profilo facebook. Qui, a quanto si è saputo, ella avrebbe auspicato la morte di tutti i migranti sui barconi e la necessità di bruciare vivi loro ed i loro figli; e sembra anche, come se non bastasse, che abbia scritto anche frasi offensive contro l’ex capo del governo Renzi, la presidente della Camera Boldrini ed altre perle di questo genere.
A scanso di equivoci di ogni sorta premetto e confermo che io non condivido affatto le affermazioni di questa collega, che non voglio giustificare in alcun modo e da cui mi dissocio totalmente. Il problema però, a mio avviso, è un altro, e cioè questo: è lecito licenziare una persona, cioè toglierle il lavoro ed in pratica emarginarla dalla società, soltanto perché ha espresso un’opinione? Io me lo chiedo e spero che qualcuno mandi commenti a questo mio scritto, perché il problema mi pare notevole e coinvolge non tanto il caso di una persona quanto il concetto stesso di democrazia che abbiamo nel nostro Paese. La nostra Costituzione, all’art. 21, sancisce la libertà di opinione, un principio sacrosanto che non si può circuire o vanificare come sta facendo oggi il pensiero unico che domina ormai, attraverso la televisione e gli altri organi di informazione. Ho detto altre volte cosa intendo quando parlo di pensiero unico: le idee dominanti nella nostra società, in base alle quali vengono diffusi principi di buonismo, di tolleranza, di uguaglianza sociale ecc., per cui è diventato praticamente obbligatorio essere d’accordo con l’accoglienza degli immigrati, con le nozze gay, con il prolificare nel nostro paese di religioni e culture diverse e spesso distanti dalle nostre. Chi si oppone a questo pensiero unico è immediatamente bollato con il marchio infamante di fascista, razzista, omofobo, egoista, cinico, un insieme di etichette dettate dal pregiudizio che tendono a mettere in cattiva luce, condannare moralmente ed isolare chiunque con si allinei con l’opinione che ci viene imposta dall’alto attraverso i media e i social oggi tanto in voga. E mentre fino a poco tempo fa questo processo di ghettizzazione avveniva solo a livello morale, attualmente si sta cercando di trasformarlo in una vera persecuzione sociale e persino giudiziaria: mi riferisco, ad esempio, alla legge che punisce penalmente il negazionismo sull’olocausto, o a quella contro l’omofobia che trasforma in un reato penale l’opinione di chi non gradisce i gay e le loro ostentazioni. L’esempio della professoressa licenziata perché contraria agli immigrati costituisce l’ultimo esempio di questo processo in atto.
A questo punto, per tornare all’argomento particolare dell’articolo, cerco di precisare un aspetto non irrilevante del problema. Nel provvedimento di licenziamento è detto che questa docente, con le sue frasi razziste, provocherebbe un danno al prestigio dell’istituzione scolastica. Non risulta però che questa persona abbia espresso idee di questo tipo durante le sue lezioni; le ha scritte sul suo profilo facebook, quindi al di fuori dell’ambiente di lavoro, e chi non vuole leggerle non è obbligato a farlo. Dov’è il danno all’istituzione scolastica? I suoi studenti hanno chiesto una conferenza stampa in cui, parlando un linguaggio che sa di vecchio sessantottismo (nominano il “collettivo” degli studenti ecc.) affermano che nella loro scuola il fascismo e il razzismo non debbono entrare; ma l’impressione che se ne ricava è che i ragazzi stessi siano stati condizionati da persone o messaggi della fazione opposta, o che comunque non abbiano neanche loro ben chiaro il concetto di democrazia. Sulla base dell’art. 21 della Costituzione il pensiero e le opinioni sono liberi e tali debbono restare: se cioè una persona si limita a esporre un suo pensiero – dovunque lo faccia – ma non commette alcun delitto, come può giustificarsi che, in base all’opinione prevalente, si ritorni al reato di opinione e si licenzi una persona per questi motivi? Questo è il vero atto fascista, proprio delle dittature come quelle di Hitler e di Stalin, allontanare ed emarginare una persona perché ha espresso una sua opinione non consona con quelle che la televisione ed i politici di quasi tutti gli schieramenti vogliono imporci. Diverso sarebbe se la docente in questione avesse metto in atto quelle sue idee, avesse cioè – paradossalmente – ucciso di persona quegli immigrati a cui augura la morte; allora sarebbe un’assassina e dovrebbe pagare il suo delitto per tutta la vita, ma se ha solo espresso un suo auspicio, per quanto assurdo e disumano esso sia, non può essere sottoposta ad un provvedimento così grave, a cui non si è mai ricorsi neanche per coloro che hanno commesso reati ben più gravi. Si può, anzi si deve dissociarsi da quelle idee, si può condannare moralmente la persona che le ha espresse, si può biasimarla, odiarla, detestarla; ma se nella nostra mente è ancora chiaro il concetto di democrazia e di pluralismo, di cui tanti si vantano senza neppure sapere cos’è, non è né lecito né giusto infliggere provvedimenti così pesanti solo per aver scritto quelle frasi e oltretutto in un contesto che è al di fuori dell’ambito scolastico. Non si è sempre detto, da parte di molti colleghi, che la vita privata di un insegnante deve essere separata da quella professionale? Mi ricordo il caso di una professoressa che, irreprensibile nel suo lavoro, alla sera frequentava locali equivoci e si esibiva in spettacoli osceni. In quel frangente ci fu un’alzata di scudi a favore di quella docente, sulla base del principio secondo cui, se uno fa bene il proprio lavoro, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa nella vita privata. Se si crede in questo principio, allora non va condannata neanche la collega che ha scritto frasi razziste, perché non risulta che l’abbia fatto durante le ore di lezione o all’interno della scuola.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di difendere il razzismo di questa collega, che non conosco ed al cui pensiero mi ritengo estraneo. Quel che mi preoccupa è che attualmente nella nostra Italia, con la scusa del progresso, dei diritti civili, dell’accoglienza ecc., si sia giunti non solo a denigrare chi la pensa diversamente ed è ancora fedele a certi valori attualmente in disuso, ma persino all’emarginazione ed alla persecuzione giudiziaria contro chi non si allinea con il pensiero unico. Su questa reintroduzione del reato di opinione occorre fare molta attenzione, perché proseguendo su questa strada il passo verso la dittatura e l’oppressione è breve, ed in parte è stato già compiuto. Ho detto altrove, e qui lo ripeto, che se Mussolini, Hitler e Stalin vivessero oggi non avrebbero bisogno di manganello, olio di ricino o gulag: basterebbe la televisione per distruggere ogni dissenso.

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Raggiunto il traguardo delle 100.000 visite al blog!

In questi giorni ho finalmente raggiunto un obiettivo che mi proponevo da molto tempo, quello di superare il target delle 100.000 visite a questo blog, la cui fondazione risale al febbraio 2012. Un simile risultato può sembrare scontato e di poco valore in confronto a quello dei blog di personaggi noti ed illustri, che annoverano milioni di visite; ma per me, oscuro docente di liceo e per giunta di provincia, che non è mai pervenuto alla notorietà che avrebbe desiderato, si tratta di un traguardo importante, perché dimostra che le tematiche riguardanti la scuola e l’istruzione interessano a molte persone e costituiscono un argomento di riflessione di un certo rilievo.
In effetti è vero che circa l’80% dei 180 post che ho pubblicato qui sul blog si riferiscono alla scuola ed alla politica scolastica; è un dato di fatto che mi sembra normale dato che, come ben sa chi mi conosce, ho dedicato tutta la vita all’insegnamento liceale, ed ho voluto seguire questa mia vocazione nonostante che la mia famiglia non la vedesse di buon occhio, sperandomi destinato ad altre più rispettate e lucrose attività. Io ho voluto fare a modo mio e dico senza remore (come afferma il Manzoni a proposito di don Abbondio) che, tornando il caso, farei lo stesso. Stare a contatto con i giovani, formare la loro cultura e la loro personalità, trasmettere loro non solo nozioni ma soprattutto valori come la giustizia e l’onestà, questo credo che sia uno dei compiti più nobili che una persona possa svolgere nella vita. La più diffusa lamentela di molti colleghi è che questa professione sia poco pagata e poco considerata socialmente; ed anch’io su questo posso essere parzialmente d’accordo, ma i lettori di questo blog non mi hanno mai sentito lamentare dell’esiguità dello stipendio, perché ho sempre pensato che l’amore per l’insegnamento e le soddisfazioni che ne derivano siano infinitamente superiori al mero interesse economico. E quando sostengo che il denaro non è tutto nella vita, ma ci sono valori ben più importanti, non ho la sensazione di enunciare una frase fatta, ma di esprimere un concetto in cui ho sempre fermamente creduto.
Tornando al blog, sono contento di aver raggiunto questo numero di visite e di poterlo aggiornare con nuovi post, più o meno, una volta alla settimana; a volte però, quando sono più oberato dagli impegni del mio lavoro, possono passare anche due settimane senza che aggiunga nuovi articoli. Oltre agli argomenti scolastici, nel blog sono contenute anche recensioni di libri che ho letto, resoconti brevi sulla mia attività di studioso e sulle mie pubblicazioni ((v. post sul 4° libro dell’Eneide o sul Pascoli, ad esempio) ed anche riflessioni sulla politica e l’attualità, dalle quali traspaiono le mie idee conservatrici che molti non condividono. L’unica cosa che mi rammarica, come altre volte ho detto, è lo scarso numero dei commenti: certi giorni ho avuto anche più di 200 visite al blog senza nessun commento, perché molte persone, evidentemente, si limitano a leggere senza avere poi il tempo o la voglia di esprimere il loro parere  (che non deve necessariamente collimare con il mio) su quanto ho scritto. Mi auguro che il numero dei commenti cresca con il passare del tempo, poiché il motivo per cui ho creato questo blog non è solo quello di esprimere in modo apodittico il mio pensiero, ma soprattutto quello di suscitare dibattiti e discussioni che, se svolti pacatamente e con rispetto per le opinioni altrui, non possono che giovare a tutti, ed a me in primis . Anche questo, pur minuscolo che sia se deriva da un blog di un povero sconosciuto, è un segno di democrazia.

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Bilancio di tre anni di blog

Oggi 12 febbraio il mio blog compie tre anni, essendo stato inaugurato alla medesima data del 2012. Da allora il numero delle visite è andato sempre crescendo fino a superare quasi sempre le 100 quotidiane, sia perché le tematiche relative alla scuola interessano molte persone, sia anche per il fatto che su internet le notizie rimbalzano e si trasmettono con sempre maggiore velocità, per cui, da un link all’altro, la notorietà di un certo sito tende ad espandersi. Quello che purtroppo ancora è limitato è il numero degli interventi attivi dei lettori, cioè i commenti: la grande maggioranza dei visitatori, infatti, preferisce limitarsi alla lettura, evitando di farmi sapere il suo parere sugli argomenti che tratto. Quei pochi commenti che mi arrivano, inoltre, sono quasi tutti di una ristretta cerchia di persone, con le quali ho ormai instaurato un dialogo telematico che dura da tempo. Eppure io accolgo e pubblico tutto ciò che mi arriva (tranne ovviamente i commenti insultanti o inutili), e scrivo sempre una risposta, ciò che non tutti i “bloggers” si degnano di fare. Eppure gli interventi dei lettori continuano ad essere molto sporadici, mentre vedo che in altri blog il numero dei commenti è molto maggiore. Mi sono spesso chiesto il motivo di ciò, e ne ho pensate tante. Forse il mio modo di esprimermi è troppo dogmatico, apodittico, per invogliare il lettore ad una precisazione? O forse le mie idee sono troppo bizzarre o provocatorie perché valga la pena di rispondere? O forse i lettori non hanno abbastanza fiducia nell’utilità del confronto dialettico? Può essere che le cause siano queste che ho indicato, o altre che non conosco; sta di fatto che i commenti sono meno dell’1% delle visite al blog, e ciò non è molto incoraggiante per chi, avvalendosi di queste nuove opportunità di discussione che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, sperava di suscitare in rete un utile scambio di idee.
Nonostante la delusione per la scarsa partecipazione dei lettori, io continuo per adesso ad alimentare il blog, inserendovi – più o meno – un post alla settimana, trattando in massima parte argomenti scolastici ma toccando talvolta altre tematiche che riguardano la politica, i mezzi di informazione, la vita sociale del nostro paese. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per cui un docente ormai anziano, con quasi 35 anni di insegnamento, sente la necessità di tenere un blog; ed in effetti questa domanda mi è stata fatta più volte da chi giudica inutile e persino dannoso mettersi in gioco sulla rete ed esternare così le proprie convinzioni, le proprie certezze ed anche i propri punti deboli. Io rispondo che i motivi per cui mi sono preso questo impegno (a volte gravoso) riguardano anzitutto la mia volontà di mettere a disposizione di altri la mia esperienza di docente, al fine di dare qualche consiglio che magari possa essere utile ai colleghi più giovani; ma non nascondo che da parte mia c’è anche il desiderio di suscitare una discussione dalla quale io stesso possa trarre giovamento, ed è proprio per questo che mi rammarico dello scarso numero dei commenti. Non vedo infatti cosa ci sia di male a tenere un blog ed a far conoscere le proprie idee, che io non ho mai nascosto, anzi ho sempre dichiarato apertamente alla presenza di alunni, colleghi ed altre persone che conosco. Fino a pochi anni fa il confronto e la discussione potevano svolgersi solo in forma reale, cioè alla presenza fisica di altre persone con le quali esercitare la propria dialettica; adesso il mondo del web ci offre la possibilità di relazionarci non soltanto con chi ci sta fisicamente vicino, ma anche con chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, in forma virtuale. A me questo appare come uno dei lati migliori delle nuove tecnologie, che purtroppo presentano anche tanti aspetti negativi; è giusto quindi, a mio parere, approfittare di queste nuove opportunità, senza offendere nessuno e senza pretendere di aver ragione ad ogni costo. Dico anzi che sono ben lieto di accogliere e discutere opinioni diverse dalle mie, perché dal confronto civile tutti si arricchiscono. Spero quindi che, se pure avrò la forza di proseguire in questa attività, i lettori diventino più attivi e mi facciano pervenire il loro punto di vista sugli argomenti che tratto. Anche questo è un piccolissimo ma utile passo verso la democrazia.

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Il piccolo ducetto a cinque stelle

Se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, in questi giorni tutti i dubbi sulla mancanza assoluta di democrazia e di dialogo all’interno del movimento “cinque stalle” (l’errore è volontario) si sono dissipati: il loro piccolo duce barbuto, il comico Beppe Grillo, ha espulso unilateralmente dal movimento tutti coloro che si erano azzardati ad esprimere idee diverse dalle sue. Questi erano i metodi usati da tutti i tiranni e i dittatori che la storia ci ricorda: umiliare e cacciare chiunque non si allinea al pensiero dominante. Solo che i dittatori e i tiranni avevano comunque una personalità, un carisma, un potere, per quanto gestito in modo ingiusto; ma qui i parlamentari del M5S obbediscono a un istrione che mai ha fatto altri interessi se non i suoi, e che è diventato ricchissimo proprio sfruttando quel sistema politico che adesso dice di voler abbattere. Ha mandato in parlamento una massa di sprovveduti che altro non sanno fare se non urlare, insultare gli altri, assaltare i banchi del governo senza mai costruire nulla, a parte qualche proposta fantascientifica come quella del “reddito di cittadinanza”, che fa ridere solo a sentirla; se infatti adesso criticano Renzi perché non avrebbe le coperture economiche per i 10 miliardi di euro che intende restituire a chi guadagna meno, dove troverebbero loro i soldi per dare uno stipendio a tutti, che verrebbe come la manna dal cielo e che costerebbe minimo 70 miliardi? Mistero. A criticare, a denigrare gli altri siamo tutti capaci, ma la cosa cambia aspetto quando bisogna mettere la faccia su ciò che si dice e si intende fare. Per ordine insindacabile del loro ducetto, del quale sono fedeli esecutori privi di personalità e di volontà propria, i parlamentari del M5S non si mettono mai in gioco, non collaborano con nessuno, sono capaci di dire sempre e soltanto di no, pregiudizialmente, senza neanche mettere alla prova chi sta cercando di fare qualcosa per il paese. E’ questa l’inconcludenza di chi non sa neppure lontanamente cos’è la politica, che è dialogo e collaborazione, non chiusura ermetica in una torre d’avorio dalla quale pontificare senza mai doversi assumere delle responsabilità. E il bello è che chi, anche parzialmente, vorrebbe uscire da questa inconcludenza, viene cacciato appena esprime un’idea anche lontanamente in contrasto con gli ordini perentori di un istrione che, oltretutto, è fuori dal Parlamento perché pregiudicato per omicidio colposo. Bell’esempio di democrazia e di tolleranza! Se queste sono le novità che esprime la politica attuale, siamo costretti a rimpiangere i vecchi politici della prima repubblica, che con tutti i loro difetti sapevano però mettersi in gioco, rispettare gli avversari e soprattutto tollerare il dibattito interno, senza cacciare a pedate chi non esegue servilmente gli ordini del padrone.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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La scuola e l’attualità

In questi giorni, girovagando su internet, ho letto una notizia che mi ha fatto riflettere su una questione annosa e mai risolta. Un alunno del liceo Classico della bella cittadina pugliese di Gioia del Colle (Bari) ha mandato una lettera ad un giornale locale, dove si sfoga lanciando accuse di ogni tipo alla sua scuola: dalla fatiscenza dell’edificio dove è ubicata alle forti critiche nei confronti dei docenti, accusati da lui di inculcare nei ragazzi una cultura vetusta e nozionistica fatta di nomi e di date, tanto da definire l’istituto come un “votificio”, dove si richiede agli studenti uno studio continuo ma sterile, privo di agganci con la realtà contemporanea e fisso in un’asettica contemplazione del passato. Si tratta, ancora una volta, della vecchia accusa di nozionismo di cui è sempre stata vittima la nostra scuola, la quale da un lato si fonderebbe su dati puramente oggettivi senza trasmettere il vero sapere, dall’altro si arroccherebbe in una torre d’avorio lontana anni luce dalla società contemporanea e dai suoi problemi. La lettera del ragazzo è grave, drammatica; e non mi pare affatto soddisfacente la risposta dei docenti inviata al medesimo organo di informazione appena il giorno seguente, perché in essa non si prende alcuna posizione sulle questioni sollevate dallo studente, ma ci si limita a rimpallare le responsabilità dei problemi logistici sull’amministrazione provinciale che non provvede a tenere l’edificio scolastico in condizioni decenti (e questo è vero senza dubbio), ma nulla o quasi si replica in merito alle accuse di nozionismo e di autoreferenzialità che emergono chiaramente dal messaggio dello studente.
Purtroppo queste accuse sono antiche, risalgono al ’68 ed agli anni immediatamente seguenti, quando tutta la scuola italiana (ma in particolare, come sempre, il Liceo Classico) era accusata di trasmettere non vera cultura ma solo nozioni, e di trattare argomenti troppo lontani dalla realtà contemporanea. Molti di noi, nel corso della carriera, si sono sentiti ripetere, da studenti e genitori politicizzati, queste lamentele, su cui i docenti di Gioia del Colle avrebbero dovuto prendere posizione, come ho sempre cercato di fare io in simili frangenti. Quanto al cosiddetto “nozionismo”, bisogna intendersi su come definire questo termine. Certo, se un docente pretende dagli studenti soltanto che ricordino nomi e date senza collegarle ai problemi più ampi di cui sono espressione, e senza impostare una riflessione critica sui concetti e sulle tematiche affrontate, l’accusa è fondata; ma se invece egli tratta in modo approfondito gli argomenti del suo programma, facendo partecipare al dialogo gli studenti e sollecitando il loro contributo critico ed autonomo, quei nomi e quelle date non saranno fini a se stessi, ma verranno inseriti in un contesto culturale in cui anch’essi risulteranno indispensabili, perché non è lo stesso dire che la Rivoluzione Francese si è svolta nel 1789 o collocarla magari due o tre secoli prima o dopo. Non è la data in sé che conta, né può essere sufficiente a conoscere un problema storico o letterario, ma è comunque necessaria per collocare il fenomeno nel suo giusto contesto temporale, altrimenti si perde del tutto la cognizione del problema.
Altro discorso merita l’accusa fatta alla scuola, ormai da un quarantennio, di essere lontana dall’attualità. A questo riguardo io dico liberamente ciò che penso, anche se so che molti non condivideranno il mio pensiero. Secondo me la scuola deve fornire gli strumenti critici e culturali per comprendere la realtà in cui viviamo, ma non deve parlarne direttamente, magari intavolando discussioni o sit-in simili ai talk-show televisivi o qualcos’altro del genere. Per l’informazione su ciò che avviene attualmente in Italia e nel mondo ci sono i canali televisivi, i giornali, i siti internet, i blog ecc. ecc., non v’è alcun bisogno di trasformare la scuola in un circolo ricreativo o un’assemblea di partito o di circolo. Studiando e approfondendo le discipline umanistiche come l’italiano, il latino, il greco, la storia, la filosofia ecc. lo studente acquisirà quella conoscenza dei fenomeni politici e sociali e quell’autonomia di giudizio che gli consentirà di diventare un cittadino consapevole e di operare serenamente le proprie scelte di vita, sia ideologiche che di diversa natura.
Ovviamente ciò non esclude che, ogni volta che studiando un fenomeno storico o letterario si possono operare paralleli con le istituzioni e la società contemporanee, il docente operi questi collegamenti ed inviti gli studenti ad una riflessione meditata su di essi. Faccio un esempio. Spiegando ai miei alunni di quarta le tragedie di Eschilo, mi sono a lungo soffermato sulle Eumenidi, un’opera grandiosa che possiamo definire il primo manifesto della democrazia, perché da essa emergono concetti importanti come l’organizzazione assembleare, la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, la funzione delle leggi nello Stato, l’amministrazione della giustizia e via dicendo. In tale occasione ho operato puntuali paralleli con la nostra società attuale e fatto riflettere i miei alunni su questi importanti principi che saranno alla base della loro vita futura di cittadini, in un confronto critico da cui sono emerse considerazioni e suggerimenti di grande rilievo. Questo si può e si deve fare, ma non mi si chieda di trasformare la scuola in un talk-show alla Bruno Vespa, perché mi rifiuterò sempre di prendere anche soltanto in considerazione una simile aberrazione.

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Lo spettro della nuova anarchia – Capitolo II°: la scuola “libertaria”

Ho detto nel precedente post che vedo nella situazione politica attuale una pericolosa deriva verso il nichilismo e l’anarchia, che si esprime concretamente nel movimento di Beppe Grillo. Ma di recente ho potuto constatare che tendenze di questo tipo esistono anche – e con sempre maggior vigore – nell’ambito di cui anch’io faccio parte, quello della scuola. Due sono le manifestazioni di questo pensiero, che a mio avviso pregiudicano gravemente il corretto percorso educativo dei nostri giovani: la prima è la cosiddetta “educazione parentale”, per la quale alcuni genitori decidono di non mandare i propri figli a scuola, pubblica o privata che sia, ma di provvedere alla loro formazione personalmente o con l’aiuto di un precettore privato, come avveniva nel mondo greco e romano; la seconda è invece la cosiddetta “scuola libertaria”, di cui abbiamo in Italia vari esempi, sia a livello di istituzioni scolastiche sia con la presenza di insegnanti della scuola pubblica ideologicamente orientati in tal senso.
Sull’educazione parentale non ho molto da dire, se non che la ritengo totalmente errata e fuorviante: tenendo i bambini ed i ragazzi a casa, infatti, se ne impedisce la socializzazione e se ne determina un comportamento egocentrico e forse addirittura arrogante, perché chi non si relaziona mai con gli altri non ha termini di confronto, non può avere la misura delle proprie potenzialità e pertanto, quando sarà adulto, non potrà che presentare due caratteri opposti ma ugualmente distruttivi: o sarà gravato da un complesso di inferiorità oppure, al contrario, tenderà alla supponenza ed alla prevaricazione. Già Quintiliano, nel I° secolo d.C., riteneva importante l’esperienza della scuola pubblica intesa come socializzazione, come condivisione delle proprie esperienze educative. Se questo non si verifica, l’individuo non riuscirà mai a trovare il proprio ruolo all’interno di una qualunque società umana.
Ma ciò che mi ha allibito in questi giorni è l’essere entrato per caso in un sito in cui un docente si fa promotore della cosiddetta “educazione libertaria”, che nella fattispecie non è altro che pura anarchia. Secondo questa corrente di pensiero il sistema scolastico tradizionale sarebbe fondato sull’imposizione violenta, da parte dei docenti, di regole e comportamenti predefiniti, la personalità dell’alunno verrebbe mortificata dalla presenza di programmi di insegnamento obbligati e soprattutto dalle verifiche (compiti in classe, interrogazioni ecc.) che provocherebbero in lui (o lei) angoscia, mortificazione, perdita di autostima e via dicendo. Nella formulazione di questi concetti il titolare del sito impiega anche termini roboanti e persino ridicoli quali “uccidere”, “torturare” “annichilire” il povero studente, e altri simili; secondo il suo parere, pertanto, nella scuola non dovrebbero esistere i voti (perché mortificanti e oppressivi), né provvedimenti disciplinari, né programmi da svolgere se non quelli stabiliti dagli studenti stessi; non dovrebbero esistere, inoltre, esortazioni né divieti di alcun genere, neanche quelli che sono necessari per ottenere dagli alunni un minimo di ordine all’interno dell’aula scolastica.
Queste idee libertarie ricordano tanto da vicino i proclami sessantottini sulla scuola, in particolare il “6 politico” ed il “vietato vietare”, i principali responsabili, come ognuno può constatare, della deriva incontrollabile del sistema scolastico che anche oggi, a distanza di oltre 40 anni dal mitico ’68, non si riesce a fermare proprio per il timore di apparire retrogradi e oppressori: si è molto affievolito, quando non perduto del tutto, il senso del dovere e della disciplina, si continua con le promozioni di massa di alunni chiaramente impreparati, si dà la precedenza agli studenti in difficoltà o disagiati (spesso veri e propri asini che non hanno alcuna intenzione di studiare) rispetto alle eccellenze, si è lasciato uno spazio eccessivo ai genitori che nei consigli di classe ci contestano apertamente e difendono i figli a spada tratta, e l’elenco potrebbe proseguire. Comunque, al di là dell’evidente analogia con il ’68, la cosiddetta “educazione libertaria”, se applicata ovunque, determinerebbe la distruzione totale di ogni intento educativo. I sostenitori di questa utopia (perché di ciò si tratta) vorrebbero abolire i voti, la disciplina, i programmi: anche loro quindi, come Beppe Grillo, sanno soltanto distruggere senza costruire nulla, poiché non dicono con chiarezza come dovrebbe essere organizzata una scuola di questo genere, e soprattutto quali obiettivi potrebbe raggiungere se non il caos e l’ignoranza totale. Come può esistere, mi chiedo, una qualunque istituzione sociale che possa fare a meno di darsi delle regole? Le norme della vita sociale si possono discutere, si possono cambiare, ma non eliminare del tutto! Immaginate voi una classe di 25 alunni in cui ciascuno è libero di fare quel che vuole e che non risponde in nulla all’autorità (non all’autoritarismo!) del docente? Secondo le loro teorie ognuno di quei 25 alunni può fare quel che vuole a scuola, anche giocare, sdraiarsi per terra, fumare, uscire senza chiedere il permesso (anche questo contestano!), prendere a pugni il professore senza che costui possa dire nulla, perché ogni suo tentativo di opporsi sarebbe autoritarismo, sopraffazione, mutilazione della libera esplicazione della personalità dei discenti. E i programmi di studio? Secondo l’educazione libertaria ogni alunno ha diritto di dedicarsi a ciò che vuole, senza perseguire alcun obiettivo comune: quindi la classe di 25 alunni di cui parlavamo, in tal caso, affronterebbe contemporaneamente 25 argomenti diversi di letteratura, storia, matematica ecc., ammesso che quei ragazzi avessero desiderio di studiare qualcosa anziché giocare con il computer o il cellulare. E le valutazioni? Se non devono esistere interrogazioni, compiti ecc., come potremmo stabilire il grado di preparazione degli alunni, o anche farcene soltanto una pallida idea?
Purtroppo però, nonostante la loro totale inconsistenza, queste farneticazioni didattiche trovano applicazione più di quanto si creda, perché non sono pochi i colleghi che – anche per non avere fastidi dai genitori o dai presidi – tendono a massificare, a trascurare i programmi, a promuovere tutti o quasi. Io invece, anche a rischio di farmi insultare come mi è successo quando ho mandato un commento a quel sito, continuo ad essere fermamente convinto della necessità di fornire ai nostri giovani regole di vita e di comportamento, che sono persino più importanti delle discipline in sé e degli argomenti che affrontiamo quotidianamente nel nostro lavoro. Nessuno Stato, nessuna società, nessun ambito scolastico o lavorativo può sopravvivere senza regole, che non devono essere imposte con la forza (cosa di cui ci accusano i “libertari”) ma fatte comprendere ai giovani, i quali dovranno farne parte integrante del loro bagaglio formativo, per essere cittadini responsabili e difendere i propri diritti dopo aver compiuto i propri doveri. La democrazia stessa, di cui tanto oggi ci vantiamo, è un sistema di regole fondato sulla libertas e non sulla licentia, ed a nessuno è consentito di “fare ciò che vuole”, perché essere libero significa prima di tutto poter decidere sulla propria vita sulla base di principi etici e sociali condivisi. Altrimenti si cade nell’anarchia, il peggior male che possa capitare ad una società. Eschilo sosteneva che in uno Stato non devono esistere né l’anarchia né il dispotismo. In effetti sono due sciagure, ma la prima è forse ancora peggiore del secondo.

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Lo spettro della nuova anarchia – Capitolo I°: perché detesto Beppe Grillo e il suo “movimento”

In questo periodo così confuso e difficile dove tutto è entrato in crisi, non solo l’economia, ma anche i valori umani come la politica, la religione, la morale ecc., assistiamo ad una paurosa deriva ideologica che ha pesantemente colpito il nostro Paese: sembra che nessuno creda più a nulla e che tutti i settori della vita sociale siano pervasi da un nichilismo, uno sconforto, un puro pessimismo che tende a rifiutare ed a respingere – come fosse cosa obsoleta – ogni precedente certezza. In ambito politico, come possiamo vedere dalla campagna elettorale che si chiude oggi, questa deriva di valori e di ideali si è concretizzata nel cosiddetto “Movimento cinque stelle” di Beppe Grillo, che a mio avviso costituisce uno dei pericoli più gravi per il nostro Paese e per l’idea stessa della democrazia, l’unico sistema politico che – pur con gli indubbi difetti che presenta – viene accettato nelle moderne società industrializzate. Le esternazioni di questo istrione, che rimane tale e nulla più giacché non è certo elevabile al rango di uomo politico, mirano a distruggere tutto senza costruire nulla: mandare a casa tutti i politici, abolire i partiti, fare piazza pulita degli amministratori locali ecc. ecc. Il clown in questione sfrutta abilmente la sfiducia dei cittadini verso la politica ufficiale per raggranellare voti ma, a ben vedere, non è in grado di proporre nulla di concreto: sa solo sfasciare tutto senza nulla edificare, non ha saputo fare una sola proposta costruttiva, esige il voto dai cittadini sempre contro qualcosa o qualcuno, mai per qualcosa o qualcuno. Questa, a casa mia, si chiama anarchia, cioè distruzione di ogni autorità e di ogni poter a vantaggio del nulla, del caos, della confusione mentale più totale. Ed è molto pericolosa, perché non può esistere alcuna società civile senza potere e autorità, così come non ha senso una democrazia senza partiti e senza un’organizzazione amministrativa. Si tratta di una colossale truffa perpetrata ai danni dei cittadini italiani, che vengono attratti e blanditi mediante l’idea del “ripulire” la politica, da sempre considerata sporca, ma che in realtà non porterà altro che disorganizzazione e smarrimento, anche perché le istituzioni previste dalla Costituzione non possono essere smantellate o private delle loro prerogative. I candidati eletti nelle liste di Grillo dovranno pure, quando saranno in Parlamento, prendere posizione e votare sui vari provvedimenti in discussione: quindi diverranno politici esattamente come gli altri, come coloro che questo guitto ha sbeffeggiato e demonizzato in questi mesi.
Oggi più che mai, proprio per le condizioni di caos generale in cui viviamo, c’è bisogno di un rafforzamento, e non di un indebolimento, dell’autorità statale. C’è bisogno di regole, di disciplina, perché è ora di rimboccarsi le maniche e lavorare tutti per uscire dalla crisi in cui ci troviamo; e dalla crisi non si esce con le urla o gli slogan. Quello che ci consola, semmai, è che fenomeni come quello di Grillo non sono nuovi, e sappiamo per esperienza che col tempo finiscono per dissolversi e sparire totalmente, così come successe all'”Uomo Qualunque”, una formazione anarcoide attiva subito dopo la seconda guerra mondiale. Anche Grillo finirà nel dimenticatoio, e ben presto; ma nel frattempo produrrà molti danni, tra cui quello più grave non è certo la sottrazione dei voti agli altri partiti, ma la diffusione di queste idee giacobine e fuorvianti che inducono all’odio contro il “nemico” e non al dialogo, alla volontà di distruggere anziché di costruire, il che è proprio l’esatto contrario di ciò che sarebbe necessario al nostro Paese in questa delicata fase storica.

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Le bugie elettorali

Non credo di sbagliare di molto dicendo che i cittadini onesti, in questi giorni di campagna elettorale, non ne possono più delle assurde promesse dei politici, i quali, pur di rastrellare voti e mantenere le poltrone, fanno a gara a chi le spara più grosse e a rendersi sempre più ridicoli. E’ vero che il sistema democratico, che concede il diritto di voto a tutti e quindi anche agli sciocchi e agli sprovveduti, favorisce questo modo di agire; ma a tutto c’è un limite, un minimo di dignità e di decenza dovrebbe suggerire a questi clown televisivi che oltre un certo limite di sfrontatezza e di disonestà non si può andare.
Questo presupposto vale per tutti, senza distinzione tra destra, sinistra e centro: tutti agiscono spudoratamente per il proprio interesse e presuppongono, evidentemente, che i cittadini siano una massa di idioti e che non comprendano il loro gioco. Ma fra tutti c’è un personaggio ancor più repellente degli altri, a mio giudizio, ed è il signor Mario Monti, per nostra somma sciagura ancora oggi capo del governo. Questo individuo, che non oso definire diversamente, ha governato un anno portando alla rovina il Paese e i cittadini, imponendo tasse ingiuste e oppressive che hanno addirittura, in qualche caso, portato al suicidio alcune persone (specie imprenditori), tragedie che questo signore porta ancora sulla coscienza. L’infame tassazione sulla casa (l’IMU) ha portato alla disperazione le categorie più deboli di cittadini come lavoratori dipendenti, pensionati ecc. i quali, dopo aver risparmiato e faticato una vita per comperare una casa, si sono trovati un’imposizione fiscale che in nulla differisce da una vera e propria rapina; così molte persone sono entrate nella povertà vera e propria, si sono trovate costrette ad acquistare persino la carne avariata per risparmiare, o addirittura a frequentare le mense dei poveri.
Sorvoliamo poi sugli altri provvedimenti di questo governo di “tecnici”, che si sono rivelati perfetti incompetenti senza alcuna conoscenza del Paese vero, quello delle persone che si arrabattano tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena. Dall’alto della loro privilegiata condizione di banchieri o docenti universitari pressoché nullafacenti, si sono prodotti in una serie di show da cabaret, con una sciatteria ed una goffaggine senza precedenti. C’è da chiedersi a cosa servano i tecnici ed i professoroni della Bocconi quando le decisioni prese da questo governo o sono criminali (come la riforma Fornero e la creazione del problema degli esodati, vera miccia da guerra civile) o del tutto irrazionali come quelle di Profumo. Sarebbero bastati studenti di ragioneria o ragazzini della scuola media per adottare provvedimenti molto più intelligenti ed efficaci di quelli del governo Monti.
Quello che farebbe ridere se non fosse altamente tragico è il fatto che Mario Monti, dopo aver soffocato l’Italia con una serie di manovre e di tasse vessatorie, oggi, in campagna elettorale, viene a dire agli italiani che intende abbassare quelle stesse tasse che ha messo lui, appena qualche mese fa. Come può pensare che i cittadini siano tanto idioti da credere alle sue disgustose menzogne, quelle di una persona del tutto incoerente che ha tradito e rinnegato tutto ciò che aveva detto quando si insediò a Palazzo Chigi? Se i suoi atti di governo fossero di dieci anni fa, allora sarebbe comprensibile ch’egli oggi parli di cambiamento o di riduzione delle tasse; ma a distanza di appena qualche mese dai suoi provvedimenti ingiusti e vessatori, come può ora avere il coraggio e il pudore di venirci a dire che sbagliano gli altri e che lui migliorerà la vita dei cittadini dopo averli strangolati?
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno che passa la situazione peggiora di continuo, i politici sono sempre più ipocriti e disonesti, tanto da farci rimpiangere i vecchi partiti della prima repubblica, che avevano certamente le loro pecche ma che erano molto più credibili e affidabili delle accozzaglie elettorali di oggi.
Di fronte a questo squallido spettacolo l’impulso naturale del cittadino onesto sarebbe quello di non andare a votare, come certamente molti faranno; e tuttavia neppure questo è giusto, perché con le leggi attuali se anche vota il 10 per cento degli aventi diritto, quel dieci per cento decide anche per gli altri. Quindi dovremo partecipare, pur annichiliti dal disgusto e dal ribrezzo. Ciò che mi auguro è che il signor Mario Monti non abbia seguito e che sparisca presto dalla scena politica e istituzionale. Se avesse un po’ di dignità umana lo farebbe da solo, senza aspettare di esserne cacciato.

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