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La legge e la paura

Nella sezione conclusiva delle Eumenidi, ultima delle tragedie della maestosa trilogia denominata Orestea, Eschilo fa dire alla dea Atena che nell’osservare la legge i cittadini debbono mantenere anche una certa dose di timore della legge stessa e delle sanzioni che ne derivano, perché “se si toglie il timore, quale cittadino sarà giusto?” Questo è il punto: la legge deve prevedere adeguate pene per chi non la rispetta, e queste pene debbono servire, oltre che a punire chi ha sbagliato, anche da deterrenti per coloro che potenzialmente potrebbero rendersi colpevoli degli stessi reati. Questo però, purtroppo, non succede più nei paesi democratici dell’Occidente e specialmente in Italia, dove vediamo che la sproporzione tra i reati commessi e le relative pene è allarmante, nel senso che le sanzioni sono spesso più gravi per chi si è reso responsabile di illegalità di minor conto rispetto a coloro che hanno compiuto gravi delitti. Se la legge non punisce adeguatamente, se il terrorista, l’assassino, il rapinatore ecc. escono di carcere dopo pochi mesi e c’è persino chi prende le loro difese, molti altri saranno indotti a comportarsi allo stesso modo, visto che il guadagno può esser molto ed il rischio è minimo; ed è questo il motivo per cui da molti paesi stranieri giungono da noi persone che si danno poi alla criminalità, poiché anche se scoperti hanno molte possibilità di cavarsela a buon mercato.
La mentalità del “se pò fà” (cioè “si può fare”, detto in romanesco) è oggi talmente diffusa che i nostri giovani e giovanissimi, quando commettono atti di bullismo e di violenza, molto spesso non si rendono nemmeno conto della gravità di ciò che hanno fatto, ma lo considerano naturale, quasi che fosse lecito picchiare le persone, rapinarle o addirittura provocarne la morte.
Quando accadono fatti di questo genere, cosa siamo capaci di fare per contrastarli o prevenirli? Chiediamocelo, perché una soluzione al problema va pur trovata. Di solito si organizzano dibattiti televisivi di alto livello, cui intervengono i soloni della sociologia, della psicologia, della politica, ma puntualmente finiscono per parlarsi addosso, per non saper suggerire nulla di concreto e per ripetere i soliti luoghi comuni in auge dal ’68 in poi: che questi giovani violenti sono tali perché abbandonati a se stessi, le famiglie sono assenti, la scuola non funziona (eh già! la colpa è sempre della scuola) e così, tutto sommato, coloro che si abbandonano a questi atti non sono criminali – come in realtà sono – ma povere vittime anch’essi della società maligna ed egoista. Così il delinquente finisce per essere compatito, compreso ed in qualche modo anche giustificato; si dice che ha bisogno di essere curato, aiutato, reinserito nella società ecc. ecc. Ed anche qui il buonismo di origine sessantottina si sposa perfettamente con l’ipocrisia clericale, dato che sono gli eredi ed i sostenitori di queste ideologie ad assumere queste posizioni. Ma alle vittime chi ci pensa? Chi si preoccupa di punire adeguatamente chi compie atti criminali, visto che per la legge la responsabilità civile e penale è individuale e non collettiva? Con quali mezzi lo Stato protegge i cittadini dalla violenza?
L’argomento è talmente vasto che non si può esaminare la casistica complessiva, perché altrimenti questo post diventerebbe un libro, non un articolo. Limitiamoci dunque a due aspetti del problema. Il primo è il cosiddetto “femminicidio”, sul quale, nonostante se ne parli a iosa, ben poco si è fatto da parte dello Stato. A mio parere le trasmissioni televisive sull’argomento, le fiaccolate notturne a ricordo delle vittime, gli appelli sui social network e altre iniziative simili non servono a nulla, come dimostra il fatto che anche quest’anno molte donne sono state uccise dai loro mariti o “compagni” che dir si voglia. Quel che occorre fare, a mio avviso, è proteggere maggiormente le persone a rischio, con mezzi più energici. Molte delle vittime, a quanto sappiamo, avevano già denunciato i loro assassini per maltrattamenti, “stalking” come si dice oggi, ed alcune di loro avevano già ricevuto minacce di morte da parte di persone che notoriamente possedevano armi atte ad uccidere. Perché questi potenziali assassini, poi divenutili effettivamente, sono stati lasciati in libertà? A mio giudizio i reati già commessi e prima nominati sono materia più che sufficiente per togliere loro la libertà e buttar via la chiave: chi minaccia di morte una persona non può restare libero, è come se avesse già ucciso. Ma carabinieri e polizia, anche quando ricevono denunce, preferiscono non muoversi e rimanere in ufficio a giocare al computer, mentre la criminalità continua ad agire indisturbata. Per arrestare il colpevole aspettano che l’omicidio sia compiuto, con quali risultati ciascuno può valutarlo da sé.
L’altro aspetto cui vorrei accennare è il bullismo dei giovani, che spesso non si limita all’innocente scherno verso il compagno più debole (cosa che è sempre avvenuta, anche un secolo fa) ma arriva ad atti di vera e gratuita violenza; recentemente si è avuta notizia di una “gang” di ragazzini a Vigevano e di un’altra nel napoletano che sono arrivati a compiere gesti di inaudita ferocia contro loro coetanei. E pare anche che costoro, una volta scoperti, non abbiano negato le loro azioni, ma abbiano semplicemente affermato che per loro era normale agire così. Ed ecco i soliti “progressisti” e buonisti a giustificarli addossando la colpa alla società, alle famiglie, alla scuola ecc. Con questi presupposti, a mio giudizio, non si risolve nulla, anzi si fa ancor peggio, perché chi commette atti criminali e poi paga poco o nulla sarà indotto a commetterne di nuovi, e sempre più gravi, nella convinzione di poter continuare a farla franca. Ma il danno sociale non si limita a questo, cioè alle persone coinvolte nei fatti, perché c’è anche il concreto rischio dell’emulazione: vedendo infatti che chi delinque se la cava con poco, anche altri saranno indotti a fare lo stesso, perché la tendenza alla violenza ed al male è insita purtroppo nella natura umana e per scatenarla basta poco, quando non c’è il “timore della legge” di cui saggiamente parlava Eschilo, più di duemilacinquecento anni fa.
Io ritengo che l’unica possibilità di limitare (non di eliminare) il problema della violenza in tutte le sue forme sia quello di impiegare il pugno di ferro contro chi delinque, anche perché serva da deterrente per chi non delinque ancora ma ha in animo di farlo. La minaccia di morte o il tentato omicidio dovrebbero essere puniti come l’omicidio effettivo, dato che chi ha l’intenzione di uccidere è comunque un potenziale assassino, anche se non è riuscito nel suo intento. E per questi baby-criminali che si danno al bullismo ed alla violenza non sarebbe male ripristinare le istituzioni che c’erano un tempo, come ad esempio i riformatori, dove queste persone dovrebbero esser tenute per qualche anno ad espiare il male che hanno compiuto ed a ricevere trattamenti severi, sia pure non paragonabili a quelli cui hanno sottoposto le loro vittime. Una volta terminato il periodo di detenzione, sono convinto che avrebbero compreso i loro errori ed eviterebbero di compierli nuovamente, perché in tal caso avrebbero il doppio della pena e senza possibilità di appello, né di agevolazioni di alcun tipo. So che queste mie idee appartengono ad una mentalità ormai non più in voga; però, visto che il buonismo contemporaneo non ha portato a nulla di buono – e questo è evidente, perché i femminicidi e la violenza giovanile continuano ed anzi aumentano – perché non proviamo a tornare al passato? Io non ho mai creduto che ciò che è moderno sia necessariamente migliore di ciò che è antico, né che ciò che è nuovo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima. In questo caso, vista la gravità del problema, mi parrebbe proprio il caso di fare un tentativo.

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Scrutini fuori dalla grazia di Dio

Ormai qui sul blog c’è un appuntamento fisso: alla metà di giugno (più o meno), dopo aver partecipato agli scrutini finali delle mie classi, sento l’impulso di scrivere un post sulle modalità in cui si svolge questo rito annuale tanto temuto da studenti e famiglie. E quando parlo di ciò che avviene in queste occasioni, non mi riferisco soltanto alla mia scuola, ma a tante altre, a quasi tutte direi; e per aver conferma di ciò basta ascoltare o leggere le testimonianze di colleghi provenienti da ogni parte d’Italia.

Cominciamo con il dire che la non ammissione alla classe successiva di uno studente (o bocciatura che dir si voglia) è diventata cosa rara quanto le mosche bianche, e per di più andrebbe conferita un’onorificenza a chi riesce a farsi bocciare, visto che è un’impresa veramente ardua, per la quale è necessario o che l’alunno abbia fatto una cinquantina o più di assenze, oppure che abbia tutte le materie insufficienti; perché altrimenti, pur in presenza di lacune gravissime, i consigli di classe riescono quasi sempre a “salvare” il malcapitato, abbonandogli una o più materie in cui non aveva la sufficienza e sospendendogli il giudizio per altre due o tre al massimo. Tra i docenti, da decenni a questa parte, si è affermata e radicata l’idea che far ripetere un anno ad un alunno significa rovinarlo, ucciderlo, distruggere lui e tutta la sua famiglia; non ci vogliamo render conto invece che ripetere un anno, per chi ha grosse lacune in molte discipline, è l’unico modo per rimettersi sulla retta via, per poter affrontare con serenità e consapevolezza un percorso di studi che, fino a quel momento, è stato irto di difficoltà. Se mancano conoscenze di base e competenze fondamentali in un alunno di una seconda classe, come si può pensare che con una promozione forzata e immeritata quello studente possa affrontare l’anno successivo la classe terza? E’ come se un musicista non sapesse neanche leggere il pentagramma e lo si costringesse a suonare nell’orchestra della Scala. Si finisce per fare del male a quello studente promuovendolo, non del bene; e oltretutto si creano grandi ingiustizie nei confronti di coloro che si sono impegnati nello studio ed hanno raggiunto la promozione con le loro forze, i quali spesso non vengono gratificati perché già promossi, e vengono messi sullo stesso piano degli asini e dei fannulloni. Queste verità a me sembrano elementari, ma i colleghi continuano a non sentire da quell’orecchio, e spesso agiscono così per egoismo, non certo per umanità, perché le bocciature possono provocare malumori delle famiglie, proteste e perfino ricorsi; perciò diventa molto più comodo ed agevole promuovere tutti, così non si hanno fastidi, alla faccia della serietà della didattica. A questi colleghi opportunisti si aggiungono poi i sentimentaloni, quelli che provano un autentico dolore a dare insufficienze agli alunni, come se questi fossero tutti figli loro; queste persone, affette da inguaribile buonismo, non si rendono conto che agendo così fanno passare un messaggio sbagliato, quello cioè secondo cui non serve impegnarsi e faticare per ottenere un risultato, perché tanto qualche Santo che aiuta lo si trova sempre. Peccato che nella vita non sarà così e i ragazzi promossi senza merito si troveranno ben presto di fronte ad amare sorprese, quando capiranno – tardi e a loro spese – che la società ed il mondo del lavoro non funzionano come la scuola, e che se vorranno ottenere un qualche risultato dovranno tirarsi su le maniche, perché nessuno regalerà loro nulla.

Comunque, a parte il problema della bocciatura o meno di qualche alunno, l’assurdità del modo in cui vengono condotti gli scrutini finali risulta anche da altro, come ad esempio l’assegnazione del credito scolastico, il punteggio cioè che ogni scuola conferisce ai propri alunni e che sarà parte integrante del voto finale perché andrà a sommarsi ai punteggi ottenuti nelle prove d’esame. Anche qui trionfa il buonismo ed il pressappochismo, fonte anch’esso di ingiustizie a non finire: poiché infatti il credito da assegnare è legato alla media dei voti ottenuti da ciascun studente (alla media del 6, ad esempio, corrisponde un punteggio, a quella del 7 un altro punteggio più alto e così via), molti docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti in sede di scrutinio per poter far raggiungere all’alunno una media più alta e quindi un credito più elevato. Ed ecco che comincia il mercato delle vacche, come lo chiamo io: lo studente Tizio, che è stato portato con la media del 7,6, ad esempio, si vede aumentare a casaccio cinque voti per poter raggiungere la media dell’8,1 che consente di passare alla fascia superiore ed avere un credito più alto, sempre con l’errata convinzione di aiutarlo e di presentarlo in una luce migliore alla commissione d’esame. Ma il bello è che ciò avviene non per effettivi meriti di Tizio, ma solo perché gli si vuole far raggiungere una media più alta, e così comincia il balletto dei docenti tendente a stabilire chi è disposto ad aumentare il proprio voto; ma chi lo fa molto spesso non tiene conto del fatto che magari, nella stessa classe, ci sono Caio e Sempronio che durante l’anno avevano avuto un rendimento scolastico migliore di quello di Tizio, e che invece si vedono assegnare un voto più basso perché, avendo una media poniamo del 7,1, non possono aspirare alla fascia più alta. In questa maniera i voti lievitano come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e persone che meriterebbero al massimo un 7 si trovano, senza neanche sperarlo, con degli 8, dei 9 e talvolta persino con il 10, salvo poi non confermare affatto, in sede di esame, queste valutazioni stratosferiche. Per non parlare poi del voto di condotta, o di comportamento come si chiama oggi: alunni poco presenti, indisciplinati e persino gravati da note di demerito si ritrovano nello scrutinio finale con voti che vanno dall’8 al 10, assolutamente immeritati e conferiti impropriamente, dal momento che oggi, dopo la riforma Gelmini, il 6 ed il 7 in condotta non sono più insufficienze e quindi potrebbero essere attribuiti normalmente come si fa con i voti delle altre discipline; ma poiché il voto di condotta adesso fa media, lo si utilizza quasi sempre per elevare la media stessa e far raggiungere all’alunno fasce superiori di credito, spesso immeritate. E chi si oppone a questo insensato buonismo, a questo spirito da crocerossine, si vede affibbiare i peggiori epiteti oppure, nel migliore dei casi, si vede guardare con sorrisetti di sufficienza e giudicare come un passatista, un giustizialista, un forcaiolo o qualcosa di simile. Nella mia lunga carriera quasi ogni anno mi sono trovato in questa situazione, sono stato il solo a sostenere che non è promuovendo chi non lo merita e facendo lievitare i voti che si aiuta la formazione degli alunni, sono anzi convinto che li si danneggia e non li si prepara ad affrontare gli impegni della vita. Ma si sa che in “democrazia” (con le virgolette) vince sempre la maggioranza, anche quando è formata da incoscienti e da opportunisti; perciò non resta altro che rassegnarsi ed attendere la pensione, che per me non è più molto lontana.

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Lo stupido buonismo nostrano

Lo spunto per questo post mi viene dato dalla tragedia accaduta a Milano, dove purtroppo uno studente di un liceo scientifico di Padova è morto cadendo dal quinto piano di un albergo durante una gita scolastica. Il gravissimo episodio mi induce a due considerazioni. La prima è quella di confermare il mio assoluto e totale rifiuto a partecipare a qualunque viaggio, anche di un solo giorno, organizzato dalla scuola, perché la responsabilità civile e penale degli insegnanti accompagnatori è talmente enorme che dovrebbe scoraggiare qualunque docente dal prendervi parte, ed in tal modo le scuole cesserebbero finalmente di prendere queste iniziative ormai anacronistiche e portatrici solo di rischi e di angosce per delle persone che sono già abbastanza stressate nel dover stare insieme ai ragazzi di oggi al mattino, durante le ore di lezione. La seconda considerazione che questo fatto di cronaca mi ispira è derivata dall’aver sentito alla televisione le sconcertanti parole della preside del liceo frequentato da quel povero ragazzo, la quale ha avuto la spudoratezza di affermare che, se la morte dello studente è stata provocata da uno “scherzo” dei compagni, anch’essi vanno compatiti e perdonati. Ora io dico: ma come è possibile sostenere un simile punto di vista, soprattutto in coincidenza con il dolore straziante di quei poveri genitori? Se i compagni sono in qualche modo responsabili dell’accaduto, se hanno messo in atto uno scherzo cretino che ha provocato questa tragedia, essi debbono pagare per il male fatto e non meritano nessun perdono. A 19 anni si è maggiorenni e si ha la capacità di intendere e di volere, non si è più bambini; quindi se da parte loro ci sono delle colpe (e io credo che ci siano senz’altro, visto l’atteggiamento di mafiosa omertà che hanno assunto dopo l’incidente) la verità deve venire fuori e questi assassini – perché così vanno chiamati, anche se non avevano la volontà di uccidere – debbono essere condannati al carcere per omicidio colposo. E’ chiaro che costoro si proteggono a vicenda e hanno concordato la versione da dare agli investigatori; si sa infatti che il codice mafioso che vige tra gli studenti prescrive di non fare mai “la spia”, a costo di rimetterci tutti. E così dovrebbe avvenire: in attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio, gli alunni di quella classe, almeno quelli che erano in quel momento insieme al ragazzo morto, non dovrebbero essere ammessi all’esame e ripetere un anno di scuola. Il provvedimento è molto leggero, ma almeno questo andrebbe fatto subito per punire l’omertà che impedisce di accertare la verità dei fatti. Ed a ciò io aggiungerei il licenziamento per quella preside incapace, che invece di adoperarsi per punire i responsabili va blaterando che vanno perdonati. Lo vada a dire ai genitori di quello studente, vedrà come la loderanno per la sua professionalità!
E’ pur vero però che le parole di quella preside non vengono a caso, ma si comprendono se pensiamo al clima di stupido ed eccessivo buonismo che esiste nel nostro Paese da più di quarant’anni, da quando cioè la “rivoluzione” del ’68 ha eliminato l’autorità ed il rispetto della legge nella scuola e nella società. Siamo stati abituati da decenni a sentire psicologi, sociologi e politici di sinistra, in questo alleati con un ipocrita e malinteso senso di carità cristiana, sostenere che se qualcuno commette un delitto la colpa va cercata nella società, nelle amicizie, nella famiglia… insomma, la colpa è di tutti tranne che dell’autore materiale del misfatto. Io sostengo invece che se una persona è capace di intendere e volere, se ha la piena consapevolezza di quel che fa, la colpa dei delitti commessi è soltanto e unicamente sua, e deve pagare per intero il male compiuto. Oggi invece, dietro a questo sciocco buonismo che ha investito la nostra società, assistiamo ad enormi ingiustizie ed ad una sostanziale impunità per chi commette reati gravi e gravissimi: assassini che lasciano il carcere dopo pochi mesi e tornano a uccidere, furti e rapine sostanzialmente impuniti, violenze compiute ripetutamente senza che le autorità intervengano ed altro ancora. Un esempio: si parla tanto oggi di violenza sulle donne, ed alcune di esse sono state perfino uccise da mariti, compagni e altro che sia. In molti casi queste donne, prima di essere uccise, avevano già subito gravi violenze e avevano più volte denunciato la persona che le aveva compiute; ma le cosiddette “forze dell’ordine” si erano ben guardate dall’intervenire, e per arrestare il violento hanno aspettato l’omicidio, quando ormai, qualunque cosa accada, la persona morta non può tornare in vita. Tutto questo è assurdo e frutto del medesimo buonismo che punisce solo le persone oneste e protegge i delinquenti, perché se un uomo compie violenze e minaccia di morte la compagna, andrebbe subito arrestato e condannato almeno a 20 anni, non certo aspettare che abbia compiuto il delitto. Ma la giustizia da noi funziona così: condanna pesantemente certe persone in base a soli indizi e assolve, o comunque tratta con blandizia, i veri criminali.
Il buonismo deleterio e diseducativo che affligge la nostra società si manifesta in ogni situazione, da quelle più gravi descritte sopra ad altre apparentemente meno importanti; su questo piano anche le promozioni facili presenti nelle nostre scuole derivano dalla stessa mentalità, perché nell’immaginario collettivo aiutare uno studente significa automaticamente dargli la promozione anche se immeritata, mentre è vero il contrario, perché mandare uno studente senza basi in una classe successiva significa danneggiarlo, sottoporlo ad un lavoro e ad uno stress che non sarà capace di sostenere, oltre a provocare una grave ingiustizia nei confronti di coloro che hanno ottenuto la promozione con le loro forze. E l’elenco potrebbe continuare citando il buonismo dei politici e delle istituzioni che permette a dei criminali di devastare una città durante una manifestazione e tollera che ai ROM ed agli stranieri sia concesso di delinquere apertamente nel nostro Paese senza cacciarli a casa loro, come meriterebbero, per non incorrere nell’accusa di razzismo. Ma lasciamo stare, è meglio fermarsi qui. Dico soltanto che il buonismo insensato ed ipocrita che il ’68 ed i suoi accoliti hanno provocato ci sta portando alla rovina ed ha reso insicura la nostra vita, con buona pace dei politici e di chi dà loro il proprio voto.

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Immigrazione e buonismo inopportuno

Ormai i talk-show televisivi (si dice così?) si stanno occupando in prevalenza del problema dell’immigrazione nel nostro Paese da parte di profughi e clandestini provenienti dall’Africa, che arrivano sulle nostre coste a migliaia rischiando molto spesso la vita; ma dietro questo fenomeno c’è anche, cosa che tutti sanno, uno squallido commercio di esseri umani che viene compiuto da delinquenti senza scrupoli, i quali sfruttano ignobilmente questi sventurati e li spingono ad attraversare il mare in cerca di fortuna, esponendoli però ad ogni rischio ed essendo in molti casi direttamente responsabili della loro morte.
Certamente nessuno può chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno che ormai ci riguarda tutti, perché anche il nostro Paese, come gli altri d’Europa (e non solo) è diventato multirazziale, ed a nessuno fa più meraviglia vedere per la strada persone di colore o di altre etnie. Però c’è un enorme problema che si è determinato e che si va allargando sempre più, e che riguarda il numero degli immigrati che arrivano da noi ed il modo con cui si debbano accogliere ed integrare. Finché gli stranieri sul nostro territorio erano pochi, e disponibili ad integrarsi ed a lavorare onestamente, il loro arrivo è stata per noi una risorsa, non un problema: quali italiani infatti, che rifiutano persino di lavorare all’Expo di Milano con buoni stipendi per non voler rinunciare alle vacanze, avrebbero accettato di andare a raccogliere pomodori sotto il sole della Puglia, di fare i manovali nei cantieri edili o (le donne) di fare da badanti alle persone non autosufficienti? Nessuno! Ecco dunque che l’opera degli stranieri è stata utile o addirittura indispensabile, e giustamente queste persone vanno integrate nel nostro Paese e considerati cittadini a tutti gli effetti, con tutti i diritti di cui godono gli italiani.

Ma adesso la situazione è cambiata, ed è molto più difficile: adesso arrivano a migliaia su questi barconi, bisognosi di tutto e privi di qualunque competenza, spesso profughi da paesi in guerra o spinti dalla povertà. Perciò l’accoglienza diventa un problema serio, perché non esistono le strutture dove ospitarli, perché rappresentano un costo sociale insostenibile, ed anche perché tra di loro si possono nascondere dei criminali che poi, fuggendo dai centri di accoglienza, andranno a commettere reati; questo d’altra parte già succede, perché nonostante quel che dicono i buonisti nostrani, di molti reati si rendono responsabili gli stranieri, da quelli dell’est Europa, dagli africani, gli asiatici ecc. E non è difficile spiegare il fenomeno, che non avviene certo soltanto per necessità; il fatto è che in Italia la giustizia ha maglie molto larghe, ed è sempre più difficile che i criminali paghino per intero i loro delitti, quindi venire a delinquere qui espone queste persone a rischi molto minori di quelli che correrebbero nei loro paesi.

E’ anche evidente che l’Italia da sola non può assumersi per intero il carico dell’immigrazione dall’Africa e da altri luoghi, visto l’egoismo e la vigliaccheria con cui gli altri paesi “civili” dell’Europa (in primo luogo Francia, Germania ed Inghilterra) ci hanno lasciati da soli, rifiutando di accogliere gli immigrati e addirittura rimandandoli in Italia quando superano il confine: siamo perciò diventati la pattumiera d’Europa, senza che il nostro governo riesca a farsi minimamente rispettare a anche solo considerare dai partners europei, che sono sì capaci di controllare la nostra economia ed imporci i loro diktat, ma non muovono un dito quando si tratta di aiutarci. Questo comportamento, secondo me, è vergognoso, e ciò mi spinge ad essere ancor più nazionalista e antieuropeo di quanto non lo stato fino ad ora. Al di là di questo, comunque, il problema dell’immigrazione va affrontato, e va fatto partendo dal presupposto che l’Italia non è in grado di accollarsi il peso ed il costo di tutti questi stranieri, anche perché sarebbe giusto ed equo, a mio avviso, che certi vantaggi e certi aiuti economici fossero dati prima agli italiani, così come viene fatto in ogni altra nazione del mondo. Nonostante la pietà che possono suscitare questi profughi che arrivano sui barconi, resta il fatto che il nostro non è un Paese ricco che possa mantenere gratis migliaia e migliaia di persone, magari in alberghi a 4 stelle, mentre ci sono tanti italiani che non hanno neppure una casa e vivono con pensioni da fame. Tutto ciò è ingiusto e immorale, così come lo è il buonismo di facciata di certi politici come l’impresentabile presidente della Camera dei deputati o di certi giornalisti come Concita De Gregorio, che in un programma televisivo ebbe a dire che noi non abbiamo alcun diritto sul nostro territorio e che tutti sono liberi di venirci ad essere mantenuti a spese dello Stato. Giudico queste posizioni assurde ed ipocrite, proprie di chi trova comodo adeguarsi al “politically correct” e prendere l’aureola del buon samaritano, ma in realtà vive nel lusso e non deve ogni giorno affrontare il problema di vedersi la casa occupata dagli immigrati o di dover vivere nell’insicurezza, nella criminalità e non poter nemmeno uscire la sera. Con ciò non intendo dire che questi poveretti vadano lasciati a morire sul mare, ma è comunque evidente che non possiamo accogliere tutti, e che è profondamente ingiusto ed immorale che lo stato mantenga queste persone in albergo facendo mancare il necessario ai cittadini italiani e magari tormentandoli con il fisco più alto del mondo.

La prima cosa da fare,a mio avviso, sarebbe di impedire le partenze di queste persone, utilizzando anche il blocco navale e l’azione militare in Libia ed altrove, il che permetterebbe anche di stroncare l’ignobile commercio di esseri umani di cui tutti sono al corrente. Occorrerebbe anche avviare politiche internazionali (ma qui dovrebbero collaborare l’ONU e le altre organizzazioni a livello mondiale) per creare un clima di pace e favorire lo sviluppo di quei paesi, di modo che quelle persone potessero restare a casa propria anziché affidarsi ad un destino incerto che per loro è spesso fatale, o che se non lo è porta comunque molti a condizioni di vita disumane o ad ingrossare le fila della criminalità. Questo non è egoismo, non è razzismo, è constatazione della situazione reale; è invece da ipocriti e da irresponsabili continuare con questo buonismo di chi va dicendo che dobbiamo accogliere tutti e che ciò è conforme alla carità cristiana. Se così fosse lo farebbero anche gli altri paesi, invece di chiudere le frontiere e respingere i profughi rimandandoli a casa nostra, dove non possiamo dire di no a nessuno per non essere tacciati di razzismo, di fascismo e altri bei titoli di questo tipo. Vuol dire che moriremo noi per consegnare ad altri il nostro Paese.

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Scrutini ed esami: ulteriori umiliazioni per i docenti

Se si ha la pazienza di leggere, sui siti specifici e sui forum dedicati alla scuola, i contributi dei docenti in questo periodo dell’anno che segue immediatamente gli scrutini, troviamo in essi una serie di lamentele e di proteste contro il modo in cui, in molti Istituti, questi adempimenti vengono condotti. Quasi sempre la protesta dei professori che scrivono è rivolta contro i colleghi o i Dirigenti che li hanno costretti a promuovere anche gli asini, trasformando in sufficienze valutazioni nettamente insufficienti per voto di consiglio, e mettendo quindi sullo stesso piano chi si è meritato con le sole proprie forze la promozione e chi l’ha ottenuta in modo truffaldino. Il problema si ripresenta puntualmente tutti gli anni, e anche a me è più volte successo di vedere promosse persone che a mio giudizio non lo meritavano affatto, sia perché dei cinque e dei quattro sono passati miracolosamente a sei poco prima dello scrutinio oppure, come sempre più spesso avviene, perché alcuni colleghi non ricorrono proprio ai voti bassi, assicurando a tutti la sufficienza e quindi la promozione.
Non voglio entrare nel merito di questo triste fenomeno, di cui ho già parlato in altri post indicando le ragioni del buonismo imperante nelle nostre scuole: residui di vecchie ideologie di matrice sessantottina, il falso senso di “umanità” che porta alcuni colleghi ad alzare i voti credendo erroneamente di aiutare gli studenti, considerazioni di tipo utilitaristico e opportunistico come la volontà di non avere fastidi dalle famiglie degli studenti, paura di eventuali ricorsi al TAR e altro ancora. Sta di fatto che la bocciatura, almeno nei Licei, sta diventando un fenomeno sempre più raro e scandaloso, perché concepita non come un riconoscimento della necessità di una maggior durata del corso di studi per il raggiungimento degli obiettivi formativi prestabiliti, bensì come una catastrofe, una rovina totale dello studente e della sua famiglia.
Ma lo scopo di questo post vorrebbe essere un altro, quello cioè di rilevare e di condannare la perenne perdita di prestigio e di credibilità degli insegnanti e delle loro decisioni. Mi riferisco all’inaccettabile invadenza dei tribunali amministrativi (i TAR) nelle deliberazioni dei consigli di classe e delle commissioni d’esame, che spesso ribaltano con le loro assurde sentenze. E’ di questi giorni la notizia che riguarda uno studente di un liceo classico di Roma Eur: bocciato agli scrutini con tre materie gravemente insufficienti (due tre e un quattro), ha presentato ricorso al TAR del Lazio, il quale ha annullato la decisione del consiglio di classe perché – così suona la motivazione della sentenza – non era stata valutata adeguatamente la personalità complessiva del ragazzo, visto che in pagella aveva un otto in italiano. Con ciò si è voluto dire implicitamente che quei docenti che hanno deciso la bocciatura sono degli incompetenti e degli incapaci, in quanto la loro deliberazione (del tutto legittima, perché con tre gravi insufficienze si può benissimo bocciare) è destituita di valore e di fondamento. Quale stima e considerazione sociale potranno avere d’ora in poi quei professori, visto che, oltre a tutte le altre frustrazioni che subiscono durante l’anno da parte di colleghi, alunni, genitori, organi di stampa e opinione pubblica, non hanno più nemmeno la libertà di svolgere liberamente il proprio lavoro, in cui rientra anche il decidere la promozione o meno di un alunno? In questo procedimento il TAR è andato al di là delle proprie competenze, perché l’annullamento di una deliberazione di un organo collegiale della scuola statale può avvenire solo per vizi di forma, mentre qui i giudici sono entrati pesantemente nel merito della decisione, violando altresì quanto scritto nell’art. 33 della nostra Costituzione, il quale recita che “l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”. Dove va a finire questa libertà se dei giudici qualsiasi, del tutto ignoranti delle problematiche scolastiche, si permettono di mortificare in questo modo la dignità di persone che hanno tutte le competenze per prendere liberamente le proprie decisioni, s’intende senza infrangere alcuna legge? Nella libertà di insegnamento rientra anche la formulazione di criteri per la promozione o non promozione degli alunni, e non esiste un numero minimo di materie insufficienti per arrivare alla bocciatura. Se il Consiglio di classe ritiene che un alunno abbia delle lacune incolmabili e determinanti per il suo percorso formativo, può bocciare anche per le insufficienze di una sola materia. Così s’intende leggendo le circolari ministeriali al riguardo.
Un’altra sentenza di un TAR della stessa risma è stata quella che ha riammesso all’esame di Stato una studentessa esclusa perché sorpresa ad usare il cellulare durante una prova, con la motivazione che la ragazza non avrebbe tratto dal cellulare alcun giovamento per la prova perché sequestratole subito dopo che aveva squillato. Ma i giudici si sono dimenticati che esiste una ben precisa e chiara norma contenuta nell’Ordinanza ministeriale sugli esami di Stato, che io conosco benissimo in quanto spesso Presidente di commissione, norma che prescrive la totale esclusione dagli esami dello studente sorpreso con il cellulare durante le prove, anche se questo ha solo squillato e persino se è spento. Quindi un organismo statale (il TAR) ha di fatto sbugiardato un altro organismo statale (il Ministero dell’Istruzione e della ricerca), cosa che in un Paese civile non dovrebbe mai avvenire. Ecco quindi che il famigerato buonismo nostrano non appartiene solo a certi docenti, ma anche a certi magistrati che farebbero meglio a cambiare mestiere.
Intervenire sulle decisioni di un organo collegiale sovrano e annullarle è un’ingerenza inconcepibile e gravissima: sarebbe come se il TAR intervenisse nelle decisioni di un Comune che ha stabilito una certa aliquota dell’IMU o della TASI abbassandola per le proteste dei cittadini costretti a pagare troppo. Ma questo non avviene, si può stare certi, e le tasse le dobbiamo pagare senza se e senza ma. Soltanto l’operato dei docenti è criticabile, censurabile, modificabile da qualsiasi incompetente di turno, perché evidentemente noi insegnanti siamo reputati incapaci di intendere e di volere.

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Scrutini e coerenza dei docenti

Ho visto che, in questi ultimi tempi, il post più visitato sul mio blog è quello che si intitola “Bocciare o non bocciare?”, evidentemente perché l’argomento è di attualità in questo periodo di scrutini; in tutte le scuole, infatti, è adesso il momento in cui si tirano le somme dell’anno scolastico per tutte le classi, con gli scrutini finali e i giudizi di ammissione per quelle che dovranno sostenere gli esami di Stato.
Quello che intendo riferire qui, tuttavia, non è il mio pensiero circa le promozioni e le bocciature, per cui rimando al post citato prima. Mi preme invece sottolineare lo strano comportamento di certi docenti (parlo in generale, non dei miei colleghi, beninteso!) i quali, dopo essersi lamentati per tutto l’anno scolastico di una classe o di alcuni studenti in particolare, affibbiando loro tutti i peggiori titoli e facendoli oggetto del proprio disprezzo, li presentano poi agli scrutini con voti sufficienti o persino discreti. E questo succede anche nei confronti di persone che, nelle loro materie, avevano valutazioni insufficienti fino a pochi giorni prima dello scrutinio ma che poi, non si sa per qualche magia o miracolo, hanno rimediato in un giorno alle lacune di un anno intero. E’ davvero sorprendente quanto riescono a fare certi solerti colleghi, che evidentemente hanno con sé l’acqua di Lourdes, se riescono a presentare con un sei o un sette persone a cui per tutto l’anno hanno affibbiato dei cinque, dei quattro e persino dei tre. C’è da congratularsi, sono abilità non comuni, che io confesso candidamente di non possedere, perché a me non basta un sei stiracchiato rimediato a giugno per cancellare un anno intero di disimpegno e di cialtroneria.
Le ragioni reali di questo comportamento sono varie, e sono quelle che ho esposto nel post citato prima e in altri dell’anno passato in cui parlo degli scrutini e delle promozioni immeritate di certi studenti. Aggiungo solo che la coerenza, una delle virtù da sempre apprezzate nell’essere umano, evidentemente non è più un valore, come dimostra del resto anche l’esempio che viene dall’alto: basti pensare al trasformismo dei politici e dei giornalisti, a coloro che salgono sempre sul carro del vincitore (dicasi Renzi) dopo aver servito per anni l’odiato Berlusconi. Ho sbagliato io a pensare che la coerenza sia ancora un valore, e che i docenti abbiano la decenza e la professionalità per giudicare oggettivamente i loro alunni; invece l’opportunismo, il terrore delle reazioni dei genitori sindacalisti dei figli, il timore di perdere classi con qualche bocciatura, la volontà di fare personalmente bella figura presentando i propri studenti alla commissione d’esame con voti stratosferici, tutto ciò determina questa situazione. Così vengono promossi anche gli asini e i vagabondi, e la nostra scuola si squalifica sempre più: perché non dobbiamo dimenticare che la scuola, per assolvere bene il proprio compito nella società, deve essere selettiva e non mettere sullo stesso piano chi ha studiato seriamente e chi non ha fatto nulla. Purtroppo, benché siano passati 45 anni, la logica sessantottina è sempre quella dominante: tutti promossi, non si può bocciare nessuno perché lo si distrugge, e chi si oppone è un retrivo oscurantista. A questa logica si aggiunge poi l’opportunismo di chi desidera non avere noie godersi in pace il meritato (?) riposo estivo. Promuovendo tutti si sta tranquilli e le famiglie non rompono le scatole. Meglio di così….

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L’angoscia di fine anno scolastico

E’ passato un altro anno scolastico (ahimé, anche un anno di vita!), e siamo giunti ancora una volta agli adempimenti conclusivi, scrutini ed esami di Stato. E puntuali, con queste operazioni, arrivano per il sottoscritto e per molti altri colleghi angosce e arrabbiature, provocate per lo più dal comportamento della maggior parte dei colleghi, sempre più inclini al pressappochismo e ad una forma di ostinato buonismo che, francamente, non si vede quale utilità possa avere per la scuola e per gli studenti stessi. Promuovere tutti o quasi, considerare la bocciatura come un’autentica sciagura che colpisce gli alunni e le loro famiglie peggio di un terremoto o una malattia mortale, aumentare sistematicamente le valutazioni a tutti come se ciò fosse un obbligo o una benemerenza, sono eventi che si verificano in ogni scrutinio, o quasi. E’ sconcertante l’incoerenza di certi docenti, che per tutto l’anno scolastico hanno ostentato severità e professionalità, si sono detti sempre favorevoli alla non promozione di certi alunni, e poi invece, misteriosamente, si presentano allo scrutinio con tutte sufficienze e caldeggiano la promozione proprio di coloro che fino a pochi giorni prima avevano asserito di voler bocciare. Di questi atteggiamenti si incolpano di solito i Dirigenti, ma spesso non è così: un Dirigente non può opporsi alla non promozione di un alunno se questo presenta diffuse e gravi insufficienze; sono i docenti che abdicano vergognosamente alla loro professionalità, senza curarsi della pessima figura che fanno di fronte ai colleghi ed agli stessi studenti, giudici più obiettivi di noi per quanto concerne la valutazione di ciascuno di loro.
Mi sono chiesto tante volte da cosa dipenda questo buonismo assurdo che vanifica l’azione educativa di un intero anno scolastico ed è causa di profonde ingiustizie, prima fra tutte quella di porre sullo stesso piano (con gli stessi voti e lo stesso credito) coloro che hanno raggiunto la sufficienza piena con uno studio serio e costante e coloro che invece si sono dati alla bella vita e non hanno mai meritato la promozione. Fino a qualche anno fa vedevo la causa principale del buonismo nel perdurare della nefasta ideologia sessantottina, dalla quale molti docenti erano stati contaminati benché spesso non direttamente (anche perché troppo giovani, nel ’68 e nei primi anni 70), e nel pedagogismo deteriore che ancor oggi mantiene pericolosi strascichi, come rivelano certe opinioni espresse anche sui blog scolastici dove si parla ancora di “scuola libertaria”, di lotta al cosiddetto “autoritarismo” (ma chi l’ha visto mai?) o di altre scemenze simili. Di recente però, con l’attenuarsi della politicizzazione e con il declino delle ideologie, è forse da supporre che le cause di questa sciatteria e di questo buonismo scolastico siano altre: un malinteso senso di paternità, ad esempio, o più spesso di maternità, che induce certi docenti a considerare i loro alunni quasi come fossero tutti loro figli, da coccolare e da viziare con ogni mezzo. Niente bocciature quindi, ché altrimenti i poveri figlioli ci restano male, subiscono un trauma psicologico irrimediabile. A me sembra che il trauma più grave che possa subire uno studente è l’essere costretto, con una promozione non meritata, a seguire un programma e dei contenuti per la cui comprensione non ha le basi, il che lo porterà l’anno successivo a sostenere una fatica superiore alle sue forze; a meno che non si comporti come l’anno precedente, convinto che in qualche modo continuerà a farla franca. Ma l’imperante buonismo deriva anche da ragioni meno nobili, che sono però molto presenti e condizionanti nella nostra scuola: la paura di perdere classi, ad esempio, con relativa diminuzione delle ore di servizio e quindi di posti di lavoro. Questa motivazione, benché inaccettabile, è però comprensibile da parti di docenti che potrebbero rischiare, l’anno successivo, di essere sbattuti a 100 km di distanza dalla loro sede. Ma a questa se ne aggiunge sovente un’altra ben più ignobile e meschina, il desiderio cioè di non avere fastidi da parte dei genitori, del Dirigente o di altri ancora: meglio promuovere tutti, così nessuno si lamenterà, nessuno protesterà per un insegnamento carente di chi non merita il posto che ricopre e lo stipendio che riceve, poiché si sa che i genitori, quando importunano i Dirigenti con le lamentele contro i docenti, non lo fanno se questi ultimi sono didatticamente inefficaci o impreparati nelle loro discipline, ma soltanto quando assegnano valutazioni basse. Si alzano quindi i voti a tutti, si largheggia con i 9 e i 10, così i genitori potranno vantarsi con gli amici della bravura dei loro figli e si dimenticheranno anche dei casi in cui i docenti di italiano compiono errori di ortografia o quelli di matematica non riescono a determinare l’esatto risultato degli esercizi.
Purtroppo questo succede nella scuola italiana, da moltissimi anni; ma se prima c’era la copertura ideologica, oggi ci sono ragioni molto meno confessabili. E’ triste questa situazione, che a me procura ogni anno angoscia e depressione, perché da sempre credo di avere il senso della giustizia e ritengo inammissibile porre sullo stesso piano studenti con capacità e rendimento totalmente diversi. Lo scrivo qui sul blog nella speranza che qualcuno che ha in mano le leve del potere lo legga e ne prenda coscienza. So che è ben difficile che qualcosa cambi, perché in oltre trent’anni di insegnamento ho sempre combattuto contro il buonismo ipocrita di certi colleghi, che mi hanno messo in minoranza nei consigli di classe e quindi costretto ad accettare le loro cialtronerie; ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire, e poi, se non otterrò alcun risultato, avrò almeno la soddisfazione di essermi sfogato.

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La polemica sui voti

Lo scorso 14 agosto è apparso su Repubblica un articolo di una dirigente scolastica, M.Pia Veladiano, la quale, riprendendo un vecchio e abusato argomento, propone nuovamente di non assegnare agli alunni, come valutazione delle prove scritte ed orali, nessun voto inferiore al quattro, perché i voti bassi provocherebbero ansia e depressione negli studenti; a lei ha replicato, con una lettera sul medesimo quotidiano, il mio collega e amico Lodovico Guerrini, docente di materie letterarie, latino e greco al Liceo Classico “Piccolomini” di Siena, facendo notare che il problema non sta tanto nei numeri quanto nella necessità di ricondurre il voto alla sua giusta dimensione, la valutazione cioè della singola prova che, assieme a tutte le altre, determina il profilo didattico dell’alunno.

Inutile dire che io sono totalmente d’accordo con Guerrini, e non perché è un amico ma perché ha detto cose giuste. Aggiungo, come nota personale, che secondo me il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell’ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate; direi anzi che le promozioni di massa hanno sortito l’effetto contrario a quello che i baldi giovani del ’68 si proponevano, hanno cioè favorito le classi dominanti, perché una scuola che non seleziona apre la strada a chi, per fortuna o in virtù della famiglia, possiede più conoscenze e posizioni sociali più elevate. Con ciò non intendo affatto fare l’apologia della selezione eccessiva, perché anch’io cerco di non far perdere un anno ad un alunno quando intravedo in lui possibilità di recupero; intendo dire che la valutazione deve essere oggettiva, corrispondere in pieno alla prova effettuata, che può essere del tutto scarsa come può essere eccellente. Che voto assegnare a chi consegna un compito in bianco? Quattro? Ma questo sarebbe un falso colossale, perché il nulla (cioè il foglio bianco) non può trovarsi oltre un terzo della scala valutativa. Poiché i voti vanno da 1 a 10, è già molto se valutiamo con 2 un compito in bianco, che in realtà varrebbe 1 (non potendosi assegnare lo zero).

A me pare che questa proposta di non assegnare voti inferiori al quattro sia un modo come un altro per nascondersi dietro a un dito, come si dice con una frase piuttosto brutta. Sarebbe come se i medici, per non far allarmare un malato che ha la febbre, stabilissero che lo stato febbrile inizia a 39 gradi anziché 37: il malato avrebbe gli stessi sintomi, ma si sentirebbe falsamente sano. Una vera e propria truffa ai danni della persona, la stessa che avrebbe un alunno che si vede assegnare un quattro ma sa che la sua prestazione vale molto meno. A cosa servirebbe questa misura buonista se non a nascondere una realtà che sarebbe comunque sotto gli occhi di tutti? Con ciò, s’intenda bene, io come docente preferisco assegnare un 8 o un 9 piuttosto che un 3 o un 2; ma in certi casi è necessario, occorre cioè che lo studente, senza sentirsi rovinato con ciò, prenda coscienza della realtà. L’importante è non presentare alcuna situazione scolastica come irrimediabile, o peggio mettere in discussione le capacità intellettive. Anche un 2 o un 3 possono essere rimediati, e non c’è necessità di raggiungere per forza la media del 6: al docente basterà l’espressione della buona volontà, un tangibile progresso per soprassedere ad un 2 o un 3.

La questione è un’altra, a mio parere: che studenti e genitori, come ben sottolinea l’amico Guerrini nell’ultima parte della sua lettera, non comprendono l’esatto valore del voto, che non è un giudizio apodittico sulle capacità o la personalità dell’alunno, ma un semplice corrispondente di una singola prova. Accade spesso che uno studente capace e volenteroso sbagli una prova e prenda un voto basso; ma questo non cambia il giudizio del professore su di lui (o lei), nessuno mette in dubbio le buone qualità mostrate fino ad allora, e ad un compito valutato con un 3 può seguirne immediatamente uno valutato con 8, per me non ci sono difficoltà. Il problema è che i ragazzi spesso fanno del voto una questione di vita o di morte, legandolo alla propria autostima; ed è questo l’errore più grande, il perdere fiducia in se stessi o addirittura voler lasciare gli studi per questo motivo. E poi si dovrebbe finalmente comprendere che il voto non è tutto; ciò che è veramente importante è la preparazione e la formazione che una scuola riesce a dare ai propri alunni, al di là dei numeri e dei giudizi. Io, se fossi uno studente (magari!) preferirei un 6 che è il risultato di un apprendimento serio e durevole piuttosto che un 9 regalato con interessato buonismo, come accade in certe scuole, anche licei e falsi licei, che qui non voglio nominare. E i genitori? Spesso sono loro la causa principale dell’ansia dei figli, perché pretendono voti alti e solo di quelli si curano. Le valutazioni dei figli diventano spesso, per molti di loro, un motivo di vanto con gli amici nel caso che siano alte, ed un motivo di vergogna, quasi un insulto personale, se sono basse. Purtroppo i genitori di questo tipo oggi sono sempre di più, perché questa è la società dell’apparire e della superficie, ed il voto in effetti è ciò che appare alla vista, ciò che tutti vedono e giudicano. La vera cultura si forma e matura negli anni, non si lascia scorgere nell’immediato, né dagli alunni, né, in maggior grado, dai loro genitori.

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