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Il “burnout”, o depressione dell’insegnante

Ancor prima che il fenomeno di cui mi occupo oggi fosse definito con questa orribile parola inglese si sapeva che la categoria di lavoratori che, nel nostro Paese, ricorre di più alle cure degli psichiatri, è quella degli insegnanti. E’ un dato di fatto, non un’ipotesi, e dovrebbe essere sufficiente a controbilanciare l’idea, così pesantemente diffusa nell’immaginario popolare, secondo cui la nostra categoria lavorerebbe solo 18 ore a settimana, avrebbe quattro mesi di ferie, ruberebbe lo stipendio e così via. La realtà è tutto l’opposto: se c’è una professione logorante sul piano psicologico, che comporta però anche conseguenze fisiologiche e somatiche, è proprio quella di noi docenti. Sembra che finalmente il fenomeno sia stato riconosciuto, almeno in ambito medico e sociologico; non lo è invece ancora dal punto di vista politico-sociale, visto che anche gli insegnanti, come molte altre categorie, sono costretti dalla legge Fornero a rimanere in servizio fino a 66-67 anni di età, con la conseguenza che in Italia abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. Questo scarto demografico con gli alunni, che in molti casi potrebbero essere non i nostri figli ma i nostri nipoti, aumenta il disagio della categoria e la depressione che ne deriva, in quanto ci sentiamo talmente lontani, anagraficamente, dai nostri studenti che per molti di noi risulta difficile entrare in sintonia con loro e con i loro problemi adolescenziali.
Etimologicamente la parola “burnout” significa “bruciato, fuso”, e debbo dire che non è usata fuori luogo, perché in effetti questa forma di depressione si presenta in forma di un esaurimento delle energie psichiche con cui ogni giorno dobbiamo affrontare il nostro lavoro. Le cause del fenomeno sono molteplici e diverse per ciascuno di noi; per quanto mi riguarda, pertanto, esporrò quelle che mi sembrano più appropriate al mio caso, dato che anch’io mi sento affetto da questa sindrome, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui quest’anno ho fatto domanda di pensione, pur potendo restare in servizio un altro anno ancora. La differenza di età con gli alunni, già ricordata, ha senz’altro inciso, ma non più di tanto, poiché i miei motivi di insoddisfazione e di recriminazione nei confronti dell’ambiente lavorativo derivano solo in minima parte dai miei studenti, con i quali continuo a star bene anche se per età potrei essere il loro nonno; debbo dire anzi che quando sono in classe a far lezione, quando la porta è chiusa e nessuno mi disturba, quando mi è consentito di fare il mio lavoro come credo che debba essere fatto, mi sento come al momento in cui ho cominciato a insegnare, quasi quarant’anni fa, e mi sento ancora pervaso da quell’entusiasmo e quella passione per la mia professione che avevo allora. Del resto, cosa c’è di più nobile del trasmettere la cultura? Come diceva Cicerone, la cultura è bella e utile solo quando non resta chiusa in chi la possiede, ma viene messa al servizio degli altri. Questa, appunto, è la missione del docente.
In verità i motivi della delusione, della depressione da insegnamento (non voglio più usare la parola inglese, parliamo la nostra lingua!), nel mio caso sono altri e non dipendono dagli studenti, i quali comprendono subito chi hanno davanti e sono disposti anche a lavorare seriamente se il docente dimostra per primo di avere amore per le sue discipline. I problemi sono altri, e dipendono dalla burocrazia, dalla cattiva gestione della scuola da parte della politica, dalle frustrazioni quotidiane che derivano dal dover accettare una realtà profondamente diversa da quella in cui da sempre si è creduto. Tanto per cominciare, noi docenti da anni veniamo sottoposti ad una serie sempre crescente di impegni e attività alle quali non corrisponde alcun miglioramento economico, perché i nostri stipendi sono sempre rimasti inadeguati rispetto a quanto avviene in altri paesi d’Europa, dove i colleghi non lavorano certo più e meglio di noi; a ciò si aggiunge una pessima considerazione sociale, perché il nostro ruolo e l’importanza della nostra professione non sono riconosciuti dall’opinione pubblica, la quale continua a pensare che lo stipendio che ci viene dato sia anche troppo alto rispetto al lavoro che svolgiamo. Già questo mancato riconoscimento della nostra professionalità è deprimente, ma a ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità di avere qualunque progresso di carriera nel corso della vita lavorativa, tranne quello legata all’anzianità. A questo proposito debbo riconoscere che mi ero illuso nel 2015, quando il governo Renzi promulgò la legge 107 detta della “Buona Scuola”, perché in quella legge si parlava di un “bonus” premiale per gli insegnanti migliori e ciò sembrava in effetti un riconoscimento dell’impegno e della validità didattica e culturale dei docenti. Lo giudicai un provvedimento giusto e sacrosanto, non tanto dal punto di vista economico perché si sapeva che il beneficio sarebbe stato esiguo, quanto da quello morale e professionale, in quanto l’essere compreso in quel novero significava vedere riconosciuta ufficialmente la propria professionalità, il che per me vale più di qualunque cifra. La realtà dei fatti ha però smorzato il mio entusiasmo e ne ha fatto emergere tutta l’infondatezza, perché questo “beneficio” (chiamiamolo così) non è andato ai docenti migliori sul piano culturale e didattico, cioè a coloro che sanno insegnare meglio e conoscono meglio le proprie discipline, ma a chi collabora con la scuola organizzando conferenze, attività varie costruite appositamente per pubblicizzare l’istituto nel territorio di appartenenza, manifestazioni varie che possono anche avere una loro utilità di facciata ma che ben poco c’entrano con il valore professionale del docente. Oltretutto la maggior parte dei dirigenti scolastici non ha neanche pubblicato l’elenco dei beneficiari del “bonus” del proprio Istituto, vanificando così del tutto il riconoscimento stesso e rendendolo di fatto una misera mancia pecuniaria senza alcun altro valore e significato.
Molti altri fattori depressivi ci sono nella scuola attuale per chi, come il sottoscritto, ha una concezione dell’insegnamento ormai evidentemente superata, un residuato archeologico da dimenticare al più presto. Oggi, per effetto delle leggi distruttive che si sono succedute negli ultimi decenni e di cui la 107 è solo la ciliegina sulla torta, la scuola è completamente diversa da come io l’ho vissuta e concepita fin dal momento in cui decisi di dedicarmi a questa professione. Adesso la lezione del docente agli alunni, la trasmissione della cultura, la formazione umana e culturale dei giovani sono diventate il fanalino di coda: quello che conta è invece l’immagine esterna, le varie attività che servono ad attrarre gli studenti e aumentare le iscrizioni, quasi che il valore di una scuola si misurasse sul numero di coloro che la frequentano e non sulla qualità del lavoro che vi viene svolto. E’ questo l’effetto del concetto di scuola-azienda che purtroppo da molti anni ci grava addosso come un macigno e ci costringe a privilegiare l’apparenza rispetto alla realtà, l’immagine esterna rispetto alla sostanza, la quantità rispetto alla qualità. Non possiamo più fare la giusta selezione che ogni scuola seria dovrebbe fare, perché le leggi ci costringono a promuovere praticamente tutti, altrimenti gli alunni non si iscrivono più e quindi l’istituto ne perde di immagine e anche di finanziamenti ministeriali; siamo stati costretti, sempre in base all’idea della scuola-azienda, ad accettare quell’autentica buffonata che è l’alternanza scuola-lavoro, un’iniziativa forse utile per gli istituti tecnici e professionali ma del tutto oziosa per i licei, che vedono i loro studenti perdere tempo scuola prezioso per andare a fare i camerieri, o qualcos’altro di simile; siamo oberati da una serie di attività parascolastiche ed extrascolastiche che potranno anche avere una loro ragion d’essere, ma tolgono spazio e tempo all’insegnamento curriculare e limitano il regolare svolgimento dei programmi, oltretutto sempre più corposi ed impegnativi. I nostri politici pretendono dalla scuola che faccia sempre di più offrendo sempre di meno e mortificando di continuo la professionalità dei docenti. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana, e tutto ciò a danno nostro.
Queste, ed altre ancora che non dico per non allungare troppo questo post, sono le ragioni del mio disagio, quello che viene chiamato appunto “depressione da insegnamento”, sempre per non usare la parola inglese. Io mi sento un vinto, uno sconfitto, costretto a vivere in un mondo che non è più il mio, e non certo per colpa degli studenti, che sono invece per me l’unico motivo di consolazione. E così, come tutti i vinti, cedo il campo e mi ritiro, prima che da questo disagio scaturiscano conseguenze peggiori. In un articolo sull’argomento, tempo fa, lessi che lo stato depressivo in cui lavorano i docenti può provocare un malfunzionamento dell’apparato immunitario, con la conseguente maggiore esposizione ad alcune patologie comprese quelle oncologiche. Una ragione in più per uscire il prima possibile da questo sistema logorante e devastante anche per la salute fisica, oltre che per quella psicologica. Poi continuerò a seguire le vicende della scuola, perché è la mia vita e sempre lo sarà; ma si tratterà di uno sguardo dall’esterno, simile a quello di chi sta sulla riva e osserva la tempesta, sereno non perché si compiaccia del male altrui ma perché questa lotta immane non lo tocca più. Concludo con questa immagine non mia, ma di un poeta latino molto importante che senz’altro i miei lettori più avveduti sapranno riconoscere.

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E’ iniziato un nuovo anno!

Quando inizia un nuovo anno c’è sempre un clima di aspettativa, di rinnovamento delle umane sorti, quasi che da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa di straordinario. In realtà la vita proseguirà più o meno come nell’anno precedente, e quello che dobbiamo augurarci, se teniamo a questa nostra vita sulla terra, è di mantenere il più possibile un buono stato di salute fisica e mentale, augurio che si fa sempre più pressante man mano che l’età va inesorabilmente crescendo. Nel nuovo anno, ed abbastanza presto in verità, io compirò 64 anni, una cifra che mi pareva avvolta nella nebbia quando ero giovane, quando mi chiedevo: come sarò a 64 anni? Ma soprattutto: ci arriverò? Perché nessuno, come dice giustamente Seneca, ci garantisce il raggiungimento di un certo traguardo d’età, per cui è bene non rimandare al domani quello che possiamo fare oggi, quando ancora abbiamo tempo per raggiungere la bona mens, la serenità interiore del saggio.
A dire la verità io una grossa novità per il 2018 ce l’avrei, in quanto questo dovrebbe essere (fino al 31 agosto) l’ultimo mio anno di permanenza in servizio nella scuola, perché ho presentato domanda di pensionamento nello scorso mese di dicembre. Lo so, qui sono in contraddizione con me stesso, perché un paio di anni fa, o forse meno, ebbi a dichiarare solennemente su questo blog che non avrei mai chiesto la pensione e sarei rimasto in servizio fin quando non me ne avessero cacciato a forza di legge. Ho scoperto poi che questo allontanamento forzato sarebbe avvenuto nel 2019, e quindi, se non avessi fatto domanda, mi sarebbe restato al massimo un anno in più, dal quale nessun vantaggio pratico ne sarebbe derivato. Anche in base a ciò ho cambiato idea; ma ciò che soprattutto mi ha indotto a chiedere la pensione sono state alcune ragioni oggettive che derivano dallo stato in cui si trova attualmente il nostro sistema scolastico. Queste ragioni sono in parte generali, legate cioè alla politica scolastica degli ultimi governi ed in particolare al fallimento della legge 107 del governo Renzi che avrebbe dovuto migliorare la scuola e invece l’ha peggiorata, e di molto; in parte sono però legate anche alla situazione particolare dell’istituto in cui presto servizio da quasi quarant’anni, ma di queste non farò parola qui per ovvi motivi. La mia delusione di fronte alla politica governativa si muove su vari fronti: l’introduzione forzata della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che nei Licei non ha alcun motivo di esistere e si sta rivelando una buffonata e uno sfruttamento dei ragazzi spesso costretti a svolgere lavori che non c’entrano nulla con il loro corso di studi; la presenza di vari progetti e attività che sottraggono tempo alle lezioni e servono solo alla retorica del pensiero comune imposto con ogni mezzo al cittadino; la mancata valorizzazione delle eccellenze tra i docenti che la legge 107 prometteva con il cosiddetto “bonus del merito” ma che poi, anziché andare a coloro che svolgono una didattica efficace in classe e che hanno una maggiore preparazione, è andato quasi sempre a favore dei faccendieri che esistono in ogni istituto e che si danno da fare ad organizzare eventi, conferenze, attività varie che poco o nulla hanno a che vedere con la didattica. Sono state queste palesi ingiustizie e inadeguatezze della nostra scuola, che se lasciata prosperare come dovrebbe sarebbe la prima del mondo, a indurmi a interrogare me stesso ed a chiedermi: che ci sto a fare io, che delle scuola ho una visione del tutto opposta a quella attualmente diffusa, in un ambiente di questa fatta? Evidentemente sono vecchio, non solo di età ma soprattutto di mentalità, ed è bene quindi che me ne vada e lasci spazio a chi crede in queste novità e approva la scuola-azienda che da molti anni i nostri politici cercano di imporci, anche scimmiottando maldestramente i paesi esteri come quando propongono (e imporranno) la novità dei licei di quattro anni, che ci adeguerà all’ignoranza altrui. Confesso quindi che ho cambiato idea rispetto a quanto dicevo soltanto due anni fa; ma di ciò non mi vergogno affatto, anche perché sono stato sempre convinto della validità di quel detto secondo cui solo gli idioti non cambiano mai idea, mentre le persone assennate si adeguano alla realtà e si arrendono all’evidenza, pronte a sgombrare il campo quando la situazione oggettiva è mutata a tal punto da rendersi intollerabile.
Francamente in questo momento la mia situazione personale, i miei problemi lavorativi e familiari contano per me più della situazione generale del nostro Paese, che si avvia verso le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Su questo argomento scriverò certamente dei post su questo blog nei prossimi due mesi, perché ho delle idee personali che non voglio nascondere; ma credo comunque che per i cittadini cambi poco in base a chi vincerà la competizione elettorale, ammesso che un vincitore ci sia. I legami internazionali, la nostra dipendenza spesso servile verso l’Europa dei burocrati e dei banchieri, la situazione del debito pubblico e altre ragioni di questa fatta sono così cogenti che nessun governo potrà mai evitarle o contrastarle; dovrà invece adeguarvisi, e così i problemi che ancora ci aduggiano come la mancanza di lavoro per i giovani o la tassazione vessatoria delle famiglie e delle imprese continuerà come prima. Tutti farebbero bene, quindi, a non dare troppo ascolto alle promesse elettorali dei vari partiti e movimenti, promesse che poi non potranno mantenere neppure se lo volessero, dal momento che non siamo più padroni in casa nostra, non abbiamo una moneta nazionale, non abbiamo un’economia libera, siamo costretti ad obbedire ai diktat di Bruxelles e della signora Merkel ed a fare ciò che “ci chiede l’Europa”. Quando manca l’autonomia nazionale, quando siamo soggetti agli stranieri con buona pace di chi lottò e morì per valori oggi perduti, non si è più liberi di agire e di decidere. Perciò io non credo a chi promette di cambiare il Paese, perché non potrà farlo anzitutto, ma anche perché le novità – come ognuno può constatare guardando appunto alla scuola – non sono sempre migliorative.

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Il referendum: era proprio necessario?

In questo periodo non si fa che parlare (in tv, sui giornali, nelle sale professori delle scuole) del famoso referendum istituzionale del prossimo 4 dicembre, e già si è acceso un vivace dibattito tra i sostenitori della riforma renziana ed i suoi implacabili oppositori. Al di là tuttavia di quello che potrà essere l’esito della consultazione e le conseguenze che ne deriveranno, a me viene fatto di chiedermi se questo referendum è veramente necessario e indispensabile, se cioè si debba obbligatoriamente consultare l’intero corpo elettorale o se invece non sarebbe bastata l’approvazione parlamentare della legge. Certo, un simile dubbio offre il fianco a critiche e accuse di lesa maestà, perché sembra che chi lo esprime sia contrario alla democrazia: che cosa c’è infatti di più democratico che affidare una questione così importante al popolo sovrano?
Eppure il dubbio a me rimane, e per una ragione che trovo valida in questa ed in tutte le altre consultazioni elettorali. Il corpo dei votanti è formato da circa 40 milioni di persone, anche se quelle che andranno effettivamente a votare saranno circa 25 milioni, o forse meno; e del resto in questo referendum non c’è il quorum, quindi anche se i votanti fossero meno della metà degli aventi diritto la consultazione sarebbe ugualmente valida. Ma il problema è un altro. Con che spirito voteranno gli italiani? Seguendo i vari dibattiti in televisione, ma soprattutto leggendo quello che la gente scrive sui social network (primo tra tutti facebook) ho avuto la netta impressione che un’altissima percentuale degli scriventi, certo più della metà del totale, non sa neanche per cosa si deve votare ed è del tutto all’oscuro di cosa sia il diritto costituzionale e del contenuto della Costituzione stessa. Quindi, se non conosce la Costituzione, questo gran numero non può neanche valutare le modifiche che ad essa vengono apportate con la riforma. In pratica, l’ignoranza la fa da padrona, come in molte altre questioni.
In queste condizioni, che valore può avere un referendum dove la maggior parte dei votanti non conosce o conosce pochissimo i contenuti della riforma? Quello che si verificherà sarà invece un’altra cosa: che la stragrande maggioranza dei votanti (e qui vanno incluse anche molte persone che non sono propriamente ignoranti) si esprimerà non nel merito dei mutamenti apportati alla Costituzione, ma obbedendo pedissequamente ai dettami del proprio partito di appartenenza. Questo tipo di aberrazione elettorale è sempre stato presente nei referendum: io stesso, nel lontano 1974 quando si votò nella prima consultazione referendaria sul divorzio, sentii alcuni aderenti al PCI del mio paese dire “Io voto no perché l’ha detto il Partito”, e così fecero senza rendersi conto di ciò che avevano votato. Oggi questo atteggiamento sbagliato è ancor più cresciuto, perché questo referendum, nell’immaginario di moltissime persone (soprattutto quelle orientate a votare NO) si è trasformato in un giudizio apodittico su Renzi ed il suo governo. Chi voterà NO, in altri termini, non lo farà perché è oggettivamente contrario alla riforma, che magari non ha neanche letto, ma solo per opporsi a Renzi e provocare la sua caduta da capo del governo. Ovviamente questa mentalità potrà sussistere anche in chi voterà SI’, nel senso che chi agirà in tal modo vorrà sostenere il governo, più che la riforma in se stessa. E su questa base io penso che sarà più probabile la vittoria del NO in quanto, come ho detto in un post di circa un mese fa (“Gli italiani e il potere”) i nostri connazionali sono per natura e per convinzione sempre contrari a chi governa, da qualunque parte provenga: contro Berlusconi si è arrivati persino alla persecuzione giudiziaria, e nei confronti di Renzi gli insulti e le critiche non si contano ormai più.
Per questo dico che le consultazioni popolari non dovrebbero avvenire, soprattutto quando si sa in anticipo che l’uomo della strada, come si suol chiamare il cittadino comune, non conosce le leggi e spesso non sa neanche per cosa vota; quindi, in moltissimi casi, si affida all’emotività del momento o ai diktat dei demagoghi, la cui mansione principale, così come si verifica dai tempi di Alcibiade nel V° secolo avanti Cristo, è quella di indurre il popolo a prendere decisioni sbagliate. A mio parere dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una sufficiente cultura politica, che esaminino le questioni con cognizione di causa e non per sentito dire. So bene che dire ciò significa tirarsi addosso l’accusa di essere antidemocratici o reazionari, ma va anche detto che forme di governo perfette non esistono, come già videro sapienti antichi come Platone e Cicerone. Dunque neanche la democrazia può essere considerata un sistema politico ideale, ed i referendum come quello che avrà luogo tra un mese ne sono una delle più chiare dimostrazioni.

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Le novità annunciate sulla scuola

Vengo a sapere dalla televisione che il Ministero dell’istruzione, facendo seguito con un decreto legislativo all’attuazione della legge 107, vorrebbe introdurre delle considerevoli novità nei curricula e negli esami di ogni ordine di scuole. Si tratta di un testo limitato ma fortemente incisivo, cui potrà aggiungersi in seguito un’altra “riforma” di più ampio respiro che vorrebbe potenziare, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, la presenza dell’informatica nella scuola, l’inglese e l’alternanza scuola-lavoro, ossia il collegamento con il mondo produttivo. Dopo aver tanto esecrato Berlusconi, ora la parte politica a lui avversa torna ai suoi dettami, in particolare le famose “tre i” che ci hanno angustiato durante il periodo del governo dell’ex Cavaliere.
Per restare al decreto legislativo attuale, ancora da visionare in Parlamento e forse sovrastato da questioni di maggior conio (v il referendum costituzionale) e quindi di là dall’essere veramente applicato, vale comunque la pena di farvi qualche riflessione. La prima, purtroppo, è per me fortemente negativa, in quanto il testo abolisce di fatto per legge le bocciature nella scuola primaria. Partiamo da questo punto. In effetti anche oggi le bocciature alle elementari e alle medie sono rarissime, ma ne resta comunque la possibilità, il remoto caso che possano applicarsi; così, in qualche modo, già i bambini ed i ragazzi sono spinti all’impegno, perché sanno che ripetere un anno, benché difficile, non è impossibile. In seguito invece, avendo la matematica certezza della promozione, molti di loro non apriranno più libro né quaderni, non faranno più nulla in assoluto, dedicandosi più di quanto non facciano oggi agli insulsi social network o altre fuorvianti occupazioni. Agendo così, in pratica, si toglie dall’individuo, pur bambino che sia, ogni senso di responsabilità, gli si fa credere che tutto nella vita sia facile e che tutti ti regaleranno ogni cosa senza mai dover faticare: un paese dei balocchi che però purtroppo, nella realtà del mondo adulto, non esiste. Quindi ritengo diseducativo, dissennato e criminale abolire per legge le bocciature, perché è un chiaro invito al nichilismo e all’indolenza, di cui nella nostra società c’è già tanta abbondanza. L’ignoranza e la barbarie che emergono anche in televisione e nel dibattito politico (basti vedere il comportamento dei grillini e di quel buffone che è il loro fondatore) si estenderanno fino a coprire tutto il nostro Paese di un velo di barbarie e di incultura. Altro che buona scuola! Il Governo dovrebbe sapere che, se la scuola non funziona, va in malora tutta un’intera nazione.
Altro ragionamento va fatto per quel che riguarda la scuola superiore, per la quale è in vista un’ulteriore riforma dell’esame di Stato. In questo ambito le novità presentate non mi sembrano del tutto da disprezzare, ed in particolare ve ne sono due che condivido. La prima è l’abolizione della terza prova scritta, un pot pourri che non esprime compiutamente la preparazione dell’alunno ma spesso soltanto nozioni scarsamente probanti oppure addirittura un futile esercizio formale quando è eseguita con la famosa tipologia C,, cioè con i test a crocette. Questi test, pur usati a fondo in altri paesi, sono la forma di accertamento della preparazione più futile e menzognera di quanto ci possiamo immaginare. Oltre all’abolizione della terza prova, mi trova favorevole anche l’aumento del credito scolastico da 25 a 40 punti, perché è giusto che il curriculum scolastico contribuisca di più al voto finale, oggi dipendente al 75 per cento dall’esito dell’esame; e tutti sappiamo, né è difficile capirlo, che uno studente emotivo o messo di fronte a una situazione inaspettata può rendere molto meno di quanto solitamente rendeva in precedenza, restando con ciò penalizzato. Ma il mio assenso alle proposte ministeriali sull’esame si ferma qui. Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud. Trovo assurda anche l’altra proposta, quella di tornare alla commissione d’esame tutta formata da docenti interni, evidentemente al fine di risparmiare denaro. Abbiamo già sperimentato, al tempo del ministro Moratti, questa formula, ed è stata fallimentare: che senso ha che io stesso, dopo che ho verificato la preparazione dei miei alunni nel mese precedente le prove d’esame, durante queste li verifichi di nuovo sugli stessi argomenti? Diventa in pratica un “esamino” come quello di terza media, senza che costituisca per i ragazzi un momento di vera riflessione, di timore anche (perché il timore è necessario) e di preparazione alla vita futura. Se proprio si vuole risparmiare soldi, si abbia il coraggio di cambiare il detto costituzionale (la Costituzione non è il Vangelo, si può cambiare e adattare ai tempi) e di abolire del tutto questa inutile e costosa farsa dell’esame di Stato, dove spesso sono i professore a fare i compiti agli alunni e dove il merito emerge a metà, se non ancora meno. Quanto ai nuovi contenuti previsti, si parla di una relazione degli studenti all’esame sulle loro esperienze di alternanza scuola-lavoro; ma poiché a questa alternanza io sono fortemente contrario perché penso che nei Licei, scuola dove conta l’astrazione ed il pensiero autonomo, essa sia solo un’inutile perdita di tempo, su questo argomento non mi esprimo. Concludo affermando tristemente che la vicinanza della pensione, che forse chiederò già da quest’anno, mi solleva un po’ dall’angoscia di trovarmi in un ambiente totalmente diverso da quell’ideale di scuola-cultura che ho sempre caldeggiato e tentato di realizzare.

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Bilancio sintetico del 2015

Un altro anno sta finendo, anzi finirà tra meno di un’ora… E nulla di particolarmente nuovo mi viene in mente di dire, se non che divento sempre più vecchio e meno tollerante delle assurdità che leggo e che vedo in giro. Si avvicina poi il momento di dover andare in pensione, che io giudico per me una vera e propria catastrofe, al contrario di tante altre persone che sono tutte tese, anima e corpo, al momento in cui lasceranno il lavoro. Per me è vero l’esatto contrario: io vedo la pensione come l’età della vita in cui non si è più utili alla società, in cui non si sa come passare il tempo in modo proficuo, in cui non viviamo ma ci lasciamo vivere, l’età in cui non si hanno più aspirazioni né desideri. Per dirla in una parola, l’anticamera della morte. Con questa mentalità, che io e pochi altri abbiamo, sono quasi grato alla signora Fornero per avermi dato la possibilità di restare in servizio, perché senza la sua tanto deprecata legge io sarei già in pensione, avendo maturato al 1° settembre 2015 la contribuzione massima richiesta dalle norme precedenti. So di averla detta grossa, perché quasi tutti odiano l’ex ministro Fornero per questo motivo, ma io la penso diversamente e confermo che non presenterò mai domanda di pensionamento ma me ne andrò solo quando mi cacceranno a forza di legge.
Cos’ha portato di nuovo il 2015? Dal punto di vista della mia vita privata, poco o nulla: i miei figli sono ormai adulti e se ne stanno per conto proprio, si fanno vivi soltanto nelle feste comandate, o poco più. Le mie abitudini sono le stesse di prima, tranne che quest’anno, purtroppo. sono emersi i primi problemi di salute legati all’età, malanni non troppo gravi ma neanche da sottovalutare; del resto, passati i 60, non si può più vivere da spensierati senza aver cura di noi stessi, come possono fare i nostri alunni di 16/17 anni, e questo è normale. Anche la mia attività di docente è proceduta nel 2015 come negli anni precedenti, con la novità però che l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Liceo Classico si è rivelato più impegnativo del previsto, tanto che mi ha costretto a ridurre quasi a zero la mia attività scientifica di studioso del mondo classico, che in passavo esercitavo con molto più agio. A questo calo dell’attività scientifica ha però contribuito anche la grossa truffa che ho subito da parte dell’editore Loffredo di Napoli (faccio il nome apertamente, e mi prendo la responsabilità di quel che dico) il quale, dopo avermi impegnato oltre quattro anni nella compilazione di una storia della letteratura latina, regolarmente pubblicata con il titolo “Scientia Litterarum” e adottata in molti licei, si è poi dileguato dichiarando fallimento e venendo quindi meno all’obbligo di onorare i contratti stipulati con gli autori. Secondo i miei calcoli la cifra che ho perduto per il mancato pagamento dei miei diritti si aggira sui 10.000 euro; ma ciò che mi rattrista di più non sono i soldi, bensì il fatto che la mia opera, per ovvi motivi, non viene più stampata e quindi tutta la mia fatica si è risolta nel nulla e sono rimasto, come si suol dire, con un pugno di mosche. E’ vero che potrei proporre la pubblicazione del mio lavoro, che ho già riveduto e sensibilmente corretto, ad un altro editore, ma è stata così grande la delusione che mi è passata anche la volontà di tentare nuovi progetti editoriali.
Dal punto di vista delle vicende pubbliche, ben poco ho da dire. Sul governo Renzi non mi sento di pronunciare sentenze, perché a mio vedere non è ancora ben chiaro dove la sua politica ci condurrà; continuo però a pensare che l’azione di governo in un paese come il nostro sia difficile, e che sia molto più semplice e comodo fare opposizione senza doversi assumere responsabilità. Per questo giudico del tutto assurda ed inconcludente la polemica del Movimento cinque stelle (che io chiamo “Cinque stalle”), perché li considero un branco di incapaci buoni soltanto ad urlare e insultare il prossimo, senza mai fare una proposta concreta se non quella, demenziale, del “reddito di cittadinanza”, e mostrando, anche attraverso le continue espulsioni dei dissidenti, di non sapere neanche cosa sia la democrazia. Prima di cadere nelle mani di questi individui preferisco tenermi non solo il governo Renzi, ma qualsiasi altro regime, di chiunque sia. Ciò non significa ovviamente che approvi tutto ciò che viene deciso dal Governo e dal Parlamento, che comunque accetto per dovere civico: ad esempio, la riforma della scuola approvata proprio nel 2015 presenta ancora lati oscuri e certamente non costruttivi. Elementi negativi della cosiddetta “Buona scuola” a firma del ministro Giannini e dello stesso Presidente del Consiglio sono, a mio vedere, sostanzialmente due: l’organico potenziato e la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Il primo ha fatto sì che siano stati assunti, in molti casi senza che abbiano mai affrontato un concorso serio, circa 50.000 docenti che non hanno una cattedra e che dovrebbero coprire le supplenze ed effettuare i corsi di recupero ma che in realtà, una volta compiuti questi compiti, passano il resto dell’anno scolastico facendo poco o nulla, mentre noi docenti di vecchia nomina dobbiamo continuare a fare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, le riunioni collegiali ecc. La seconda assurdità è appunto l’obbligo degli alunni di effettuare “stages” ed esperienze lavorative durante il percorso scolastico della scuola superiore, un’attività che ben si addice a coloro che frequentano istituti tecnici o professionali, ma non certo agli alunni dei licei, i cui programmi di studio e di formazione si riferiscono a modelli di cultura generale, all’astrazione ed al ragionamento, non alle attività pratiche. Tutto ciò complicherà la vita dei nostri giovani, già molto impegnati con gli studi e con le altre attività personali che quasi tutti svolgono; accadrà così che costoro, tirati a forza a doversi occupare di tante cose, finiranno per non far bene nulla, né la scuola né il lavoro. Affermando ciò rischio di apparire troppo pessimista, ma penso di conoscere la realtà scolastica attuale e le caratteristiche dei giovani di oggi abbastanza bene per non temere di essere smentito.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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Guai a chi tocca la scuola!

Dopo la generica presentazione di domenica scorsa, siamo in attesa di conoscere le decisioni del Governo sulla scuola, che dovrebbero essere presentate al Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo. Nel frattempo la discussione si è accesa sui giornali e sui siti web, ed i giudizi che si sentono esprimere sono per lo più negativi, espressi però prima di conoscere nel dettaglio il progetto governativo della riforma. Così su due piedi, in base a quanto circolato finora, anch’io ho forti perplessità a riguardo, concernenti soprattutto due punti: l’assunzione dei precari e l’esasperata, pervicace infatuazione che anche questo Governo mostra per l’informatica e l’inglese, i due nuovi idoli ai cui altari dovremmo tutti inginocchiarci con il capo cosparso di cenere. Sul primo punto la mia opinione è che mi sembra una follia assumere così in blocco, e senza un preventivo accertamento delle conoscenze e competenze, un numero spaventevole di persone (si parla di cifre fra i 120 ed i 150 mila) per il solo fatto che hanno prestato servizio nella scuola negli anni precedenti. Nelle file dei cosiddetti “precari” ci sono certamente molte persone preparate e volenterose, ma ve ne sono certamente anche altre del tutto inidonee ad una professione così delicata come l’insegnamento. Su di essi mi pongo alcune domande. Perché non sottoporli ad un preventivo accertamento delle attitudini professionali? E’ vero, questo costerebbe e ritarderebbe di almeno un anno la loro assunzione, ma garantirebbe la formazione di una classe docente di adeguato prestigio. E poi, altra domanda, dove troveranno i fondi per pagare tutte queste persone? Forse, come dice qualcuno, togliendo gli scatti di anzianità al personale di ruolo? O imponendo nuove tasse? E ancora: come li utilizzeranno, visto che il loro numero è molto superiore ai posti liberi disponibili? Qualcuno dice che li invieranno nelle scuole per fare le supplenze, ma questa a me pare un’assurdità, primo perché si troveranno a supplire docenti di materie diverse dalle loro e quindi il loro impiego avrà poca utilità, secondo perché mi sembra paradossale che insegnanti giovani, appena assunti, se ne stiano a braccia conserte aspettando un’ora di supplenza e ricevendo regolarmente uno stipendio mentre tutti gli altri compiti (dalle lezioni alla correzione degli elaborati) continuino ad essere affibbiati ai docenti di ruolo. Inoltre l’assunzione massiccia di tutte queste persone chiuderà per una decina d’anni l’accesso a tutti i nuovi laureati, spesso giovani bravissimi che meriterebbero di avere un posto più di coloro che sono stati chiamati in servizio sulla base di una posizione in graduatoria; ed è quindi falsa ed ipocrita l’affermazione del Governo secondo cui, dal 2016, si accederà ai ruoli solo per concorso. Ma quali concorsi potranno essere banditi se i posti non ci saranno perché tutti occupati dai “precari”?
Sull’inglese e l’informatica non mi dilungo perché ho già trattato più volte l’argomento. Dico solo che alcuni strumenti informatici (come ad esempio le LIM) si sono rivelati solo apparecchi costosi ed inutili, e che non è usando tablet o smartphones che si migliora la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, perché se uno studente è svogliato o incapace non sarà certo la tecnologia a farlo diventare un genio. E lo stesso vale per l’inglese, lingua utile ma che non può e non deve surrogare altre discipline di base. Prima impariamo l’italiano, dico io, e poi apriamoci alle lingue straniere.
Però, al di fuori di questi due punti, ci sono altri aspetti della riforma che mi sembrano sacrosanti, come la differenziazione delle carriere dei docenti in base al merito individuale, perché è l’ora di finirla con questa egualitarismo sovietico che tratta tutti allo stesso modo e non premia chi lavora più e meglio di altri, e con questo garantismo sindacale che impedisce qualunque provvedimento contro gli assenteisti e i fannulloni, vera e propria rovina di classi e di alunni. Ma è proprio questo, come sto notando visitando i vari siti web che parlano di scuola, il provvedimento contro cui più forte si è accesa la levata di scudi dei conservatori, i quali, curiosamente, non appartengono alla parte politica da sempre accusata di conservatorismo e oscurantismo, ma a quella che da secoli si fregia del titolo di “progressista”, cioè la sinistra. E’ proprio da sinistra che viene la più forte opposizione alla riforma di Renzi e della Giannini, perché è appunto il vecchiume ideologico di quella parte che vuole a tutti i costi l’egualitarismo e la massificazione, che non riconosce il merito individuale, che considera il cittadino lavoratore come una semplice pedina al servizio del dio-Stato; ed è stata quella parte politica che ha distrutto la disciplina ed il rispetto gerarchico nella scuola e che, con il garantismo sindacale, non ha mai permesso che venissero sanzionati o licenziati coloro che non svolgono o svolgono male il loro lavoro. Per questo adesso si oppongono alla valutazione, perché questa metterebbe in luce le differenze profonde che esistono tra gli individui e quindi anche tra i docenti, che non sono, né sono mai stati, tutti uguali. Così, ad ogni tentativo di cambiare lo “status quo” nella scuola, c’è sempre un’opposizione irriducibile, perché si vuole che tutto resti com’è: stipendi bassi e eguali per tutti, scarsa considerazione sociale dei docenti, scarso potere dei Dirigenti che non possono neanche sanzionare comportamenti scorretti ed illegali senza incorrere in ricorsi e vertenze sindacali, una palude melmosa insomma dove nuotano tutti senza che nessuno possa emergere dal fango e far valere le proprie qualità. In questo modo la scuola non progredirà mai, non diverrà mai moderna ed a misura degli studenti attuali, anche perché il vero propellente con cui la baracca continua, seppur zoppicando, a camminare, sono i docenti preparati ed entusiasti del proprio lavoro; ma si tratta ormai di una specie in via d’estinzione, con o senza le riforme e le pseudoriforme che continuano a pioverci addosso.

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