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Giustizia per Mauro Monciatti

Ricorre oggi esattamente un anno dalla morte di Mauro Monciatti, un importante funzionario dell’ambasciata italiana a Caracas (Venezuela) ucciso in circostanze mai chiarite, un evento sul quale la famiglia e gli amici stanno ancora aspettando che si faccia chiarezza e si sappia la verità. Io appresi la notizia da un giornale locale e ne restai molto colpito, soprattutto perché conoscevo Mauro dai tempi del liceo che avevamo frequentato insieme (lui aveva un anno più di me) e me lo ricordavo per averlo rincontrato dopo trent’anni circa, durante i quali egli aveva dimorato in varie capitali estere proprio in virtù della sua professione. Mi ricordo che mi disse di essersi sposato da poco e di avere due bambini ancora piccoli, e che la sua attività l’avrebbe portato a trasferirsi in Africa o forse in Sud America, cosa che purtroppo è avvenuta e gli è costata la vita.
Sulla morte di Mauro a Caracas ci sono molti sospetti, fatti propri dalla sua famiglia. Mentre le autorità locali hanno liquidato la circostanza dicendo (falsamente) che la morte era avvenuta per cause naturali, c’è chi ha sospettato che si sia trattato di un delitto maturato nel clima torbido della città venezuelana e forse voluto da chi voleva chiudere per sempre la bocca ad una persona che sapeva troppo; pare infatti che Mauro avesse denunciato, fin dal suo arrivo a Caracas, degli ammanchi di bilancio verificatisi nella stessa ambasciata italiana, sulla quale continuano a gravare i sospetti della famiglia e dell’intera comunità di Sinalunga (Siena), sua cittadina di origine dove di recente è stata organizzata una marcia pubblica in sua memoria. Ovviamente io non sono al corrente di come siano andate le cose e quindi non mi pronuncio; ma è veramente strano che, a un anno dalla morte, non si sia ancora fatta chiarezza sul delitto e si continui ad insabbiare e ostacolare le indagini.
Al di là del dolore per la morte di una degnissima persona, che io ho conosciuto e apprezzato, quello che mi viene da pensare è che in Italia ci siano sempre i soliti privilegiati e che sia la giustizia che la politica (ed anche la stampa) funzionino a due velocità: in certi casi si fanno ricerche a tutto tondo per stabilire la verità e si proclamano le notizie in TV e sui giornali, in altri casi cala dappertutto un silenzio omertoso su eventi di uguale rilevanza, che non s’intende perché debbano essere sottaciuti in questo modo. Noi tutti sappiamo quale rilievo è stato conferito al caso Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto. A me va bene che se ne sia parlato, che giornali e TV continuino ad occuparsene; ma perché non è stata fatta la stessa cosa per Mauro Monciatti, un diplomatico italiano ucciso a Caracas in circostanze misteriose la cui vicenda, con tutto il rispetto, non è certo meno importante di quella di Regeni? Invece sul caso Monciatti è calato il silenzio completo: la notizia della sua morte fu riportata solo dai giornali locali, mentre i TG nazionali la ignorarono completamente. Il Ministero degli Esteri, da me interpellato con una mail, mi rispose che stavano facendo indagini (quali?) e che non avevano alcun controllo sulla stampa. Quest’ultima affermazione mi risulta molto strana: un dicastero importante come gli Esteri, io credo, può ben dare rilievo a una notizia e farla trasmettere dagli organi di informazione. Qui invece tutto lascia pensare che vi sia stata la deliberata volontà di insabbiare l’evento, forse per proteggere qualcuno o per altro motivo che non voglio neanche ipotizzare. L’assassinio di un diplomatico italiano di un’ambasciata all’estero, oltretutto investito di compiti come la revisione del bilancio della sede diplomatica, non è una notizia da poco, considerato anche il fatto che la TV ci informa molto spesso anche su eventi sciocchi e del tutto fatui (vedi l’uscita di un nuovo album di Vasco Rossi, per esempio). Perché questo evento è stato insabbiato e non si è mai fatta giustizia, né verità, per il povero Mauro? Io vorrei saperlo, e credo che ne avrei il diritto, se siamo veramente in un Paese libero e democratico; ma credo che più di me ne avrebbero diritto la moglie, i figli, il fratello e gli altri parenti e amici che da un anno stanno inutilmente aspettando che qualcuno si occupi del loro caso. Questa non è giustizia né democrazia, e sempre più io ho l’impressione di trovarmi in un Paese ormai “pilotato” da certe lobby e certi gruppi che fanno il bello e il cattivo tempo ed usano TV e giornali come una volta si usavano il manganello e l’olio di ricino, cioè per chiudere la bocca ai dissidenti e diffondere il pensiero unico.

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L’infimo livello della nostra TV

Come tutti sanno, la televisione è un grande strumento di trasmissione di idee e di cultura, tale da poter cambiare persino il sentire comune e la mentalità di un popolo intero. Anche se oggi ci sono altri mezzi di informazione come il web, la televisione resta sempre il mass-media più importante e capillarmente diffuso, dato che entra nelle case di tutti gli italiani, anche di quelli che non navigano su internet e magari non hanno nemmeno mai acceso un computer. Considerata l’enorme rilevanza di questo moderno strumento di diffusione delle idee, ci si dovrebbe attendere ch’esso fosse gestito in modo razionale ed equilibrato, di modo da svolgere meglio possibile l’importante ruolo che ricopre nella società attuale. Mentre nel mondo antico si andava ad ascoltare l’oratore che arringava la folla nel Foro, nel Medioevo si ascoltavano i frati predicatori e nell’età moderna presero forte campo il teatro e la carta stampata, oggi invece le notizie dal mondo e i dibattiti politici capaci di influenzare le masse si svolgono quasi esclusivamente in televisione.
Ho detto che la TV, soprattutto quella di Stato e cioè la RAI, andrebbe gestita con raziocinio, perché veramente potrebbe diventare ed essere ad ogni effetto uno strumento di progresso. E invece, almeno in Italia, questa gestione è pessima, né potrebbe immaginarsene una peggiore. Vediamo quali sono, a mio parere, le gravi mancanze della RAI ed il suo venir meno a quella che dovrebbe essere la sua principale finalità; non considero invece le TV commerciali perché, come dice il loro stesso nome, hanno una funzione di puro asservimento alle leggi del mercato, né possono tener conto di altro che non sia il guadagno derivante loro dalla pubblicità. Una TV di Stato invece, a mio giudizio, dovrebbe avere come obiettivo non tanto l’audience cioè il numero di persone che guardano un certo programma, quanto la qualità, cioè l’elevazione culturale e civile delle persone che usufruiscono di questo mezzo. Ed è appunto qui il maggior difetto della nostra TV: il bassissimo livello culturale dei programmi che vanno in onda nelle fasce orarie di maggiore ascolto, programmi in cui abbonda la volgarità, il vano sproloquio, una comicità di bassa lega, il nulla insomma. Non è che i programmi culturali non esistano affatto, ma quei pochi che ci sono vengono trasmessi in orari impossibili, tanto da renderne l’ascolto ancora più basso di quanto ci si potrebbe attendere. Domenica notte ad esempio, alle 1,30 di notte, è stata trasmessa su Rai1 l’opera Nabucco di Verdi, la cui conclusione arrivava addirittura alle 4 del mattino! C’è da chiedersi: quante persone l’avranno seguita? Io stesso ho dovuto rinunciare, perché non si può fare un’intera notte in bianco per seguire un programma di nostro gradimento, con un certo valore culturale. Se è vero che l’opera lirica (ma si può dire lo stesso del teatro di prosa, dei documentari storici, del cinema impegnato ecc.) interessa a non molte persone, la funzione della TV sarebbe quella di aumentare questo numero, in modo da diffondere la cultura; e invece fanno il contrario, ci propinano programmi insulsi e volgari nelle ore in cui possiamo seguirli, mentre quelli di maggior profilo vengono trasmessi (quei pochi che ci sono) in orari antelucani! Tutto questo perché ai signori della RAI interessano solo gli aspetti quantitativi (e quindi economici) di ciò che mettono nei palinsesti (ma lo sanno il significato di questa parola?), ed anche perché aumentare l’ignoranza, di cui c’è già gran copia nella nostra società, significa avere cittadini proni di fronte a tutto ciò che viene loro propinato, mentre la cultura e lo spirito critico sono troppo pericolosi per un potere che si adegua e si sottomette al mercato e alla dittatura di questa Europa che ci schiaccia con i suoi diktat.
Al bassissimo livello culturale dei programmi TV fa da contorno anche un’esagerata presenza della pubblicità, invadente e fuorviante al punto che persino i film e gli spettacoli di ogni genere vengono interrotti ogni dieci minuti con fastidiosissimi spot pubblicitari. Questa pessima consuetudine, contro cui Federico Fellini lottò inutilmente per anni, potrebbe giustificarsi, semmai, nelle TV commerciali, dove la pubblicità rappresenta il principale o l’unico introito; ma la RAI ha il canone, che paghiamo regolarmente tutti gli anni e che dovrebbe servire proprio per elevare la qualità dei programmi e non soffocarci con questo continuo e snervante martellamento pubblicitario. Questa, secondo me, è una vergogna vera e propria della nostra TV pubblica, la quale non solo ci propina programmi scadenti, ma ci fa continuamente il lavaggio del cervello con una pubblicità insistente e ripetuta che è francamente disgustosa e che farebbe venire al comune cittadino l’impulso a non comprare nessuno dei prodotti così pubblicizzati; a quanto pare, tuttavia, si verifica il contrario, perché l’aumento massiccio degli spot in RAI dimostra che le aziende produttrici hanno il loro tornaconto ad assecondare questa violenza psicologica, i cui costi recuperano aumentando il prezzo dei prodotti. Perciò la pubblicità danneggia due volte il cittadino, perché lo assilla mentre guarda la TV e aumenta i costi di tutti gli oggetti di facile consumo.
Nonostante il fiume di denaro che la RAI incassa con il canone e la pubblicità, il livello dei programmi TV continua ad essere infimo, e peggiora di anno in anno: gli spettacoli di varietà, ad esempio, sono sempre esistiti, ma non si può paragonare l’affabilità e la piacevolezza dei comici di un tempo con la sguaiataggine e la volgarità di quelli attuali. E c’è anche un’altra grave mancanza commessa dalla RAI, oltre a quelle già dette, ai danni dei cittadini: l’assenza cioè dei programmi di maggior gradimento dalla fine di maggio a settembre inoltrato. C’è da chiedersi, a tal riguardo, se i signori della TV pensano che gli italiani vadano tutti in ferie per oltre tre mesi all’anno, visto che nel periodo estivo vengono trasmesse quasi solo repliche e insulsi telfilm americani. Mi chiedo questo perché la verità è tutto il contrario, nel senso che ci sono milioni di persone che non vanno in vacanza, e anche chi ci va non vi resta certo per tre mesi e mezzo! Ma per loro e per i loro beniamini, pagati in modo osceno magari per condurre (spesso male) trasmissioni di un’ora, sono indispensabili le vacanze, quelle sì di tre mesi o più. Tenendo conto di questo sarebbe giusto, a mio parere, che i cittadini pagassero solo due terzi del canone TV, perché un terzo dell’anno (da fine maggio a settembre) la RAI ci offre solo, o quasi, le avventure del commissario Montalbano o di don Matteo, che ormai molti sanno a memoria perché le hanno viste replicate per la sesta o settima volta.

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Osservazioni sulla crisi

In questo periodo di mezza estate, quando si è liberi da pressanti impegni di lavoro, viene da riflettere su argomenti di più ampio respiro come l’economia, la politica o altro. Durante le mie poche vacanze, girellando in alcuni luoghi della mia regione perché quest’anno, a causa soprattutto del maltempo, non ho fatto lunghi viaggi, mi sono posto delle domande circa la famosa crisi economica che ci travaglia da sei anni a questa parte. Si dice che sia la congiuntura più grave dalla fine della seconda guerra mondiale, che tutti i paesi ne soffrano e che il nostro ne sia particolarmente colpito; almeno questo dicono la televisione e i giornali, i comuni mezzi di informazione di cui tutti noi usufruiamo, e non abbiamo noi certo i mezzi per contraddirli. Però, andando in giro in qua e là, la sensazione che ne ho ricavato io in questi anni ed anche in questi ultimi tempi è completamente diversa, tanto da lasciarmi sconcertato. Vediamo il perché.
Cominciando dal traffico automobilistico, vediamo ch’esso è sempre più congestionato: file di automobili ovunque, trovare un parcheggio è una fatica peggio di quelle di Ercole, tempi di percorrenza sempre più lunghi, tanto che se ci si deve recare in un luogo che normalmente, se la strada fosse libera, si raggiungerebbe in mezz’ora, in queste condizioni occorre mettere in conto almeno un’ora. Ma, dico io, con quello che costano i carburanti, se ci fosse davvero tutta questa crisi che dicono, ci sarebbero tante macchine in giro? Io me lo chiedo e non trovo una risposta. La stessa cosa vale per i luoghi di villeggiatura, in particolare alberghi e ristoranti: non si trova un posto a pagarlo oro, se non si è prenotato almeno un mese prima. E allora, perché parlano di crisi tanto nera, di tante famiglie che non arrivano a fine mese? Se fosse così i ristoranti sarebbero vuoti, perché per un pasto decente occorrono almeno 30 euro a persona, se non di più. Invece sono pieni, checché se ne dica, e nonostante che il povero Berlusconi, che aveva fatto questa affermazione anni fa, sia stato messo in croce per questo. Invece aveva ragione, i ristoranti sono pieni, e quelli di lusso più degli altri.
Io non so se la mia provincia, la mia regione (la Toscana) sia particolarmente ricca e benestante, ma io tutta questa crisi, tutta questa miseria che dicono, non la vedo e non l’ho mai vista. Noto che le persone fanno esattamente la vita di prima: comprano auto, vestiti e beni di valore, fanno vacanze e non si fanno mancare nulla. Per me questo è un mistero da sei anni, da quando la televisione ha cominciato a bombardarci con le roboanti notizie catastrofiche che tanto piacciono ai nostri connazionali, specie quelli che hanno simpatie politiche per i partiti di opposizione e che evidentemente hanno il vezzo, tipicamente nostrano, di vedere tutto nero, di prevedere cataclismi di ogni tipo. Sono le Cassandre del 2000!
Con ciò non intendo negare la crisi di per sé, che certamente esiste, perché le fabbriche e i negozi che chiudono sono dati di fatto, non leggende; ma quel che penso io è che la situazione reale sia stata alterata volutamente in senso negativo, da parte di persone che non perdono occasione per screditare il loro paese, le istituzioni e la classe politica, che amano il disfattismo per fini propri, subordinando a ciò la valutazione oggettiva della situazione reale. In poche parole, almeno stando a quel che vedo, la crisi c’è ma, almeno a me, sembra molto meno grave di quanto ci viene propinato dai mezzi di informazione; in effetti, se la crisi è questa, non mi pare poi così male, anzi io ritengo che un certo ridimensionamento di consumi eccessivi e voluttuari sia persino un bene, tranne che per chi ci guadagna.
Si è paragonata questa congiuntura economica attuale con la grande crisi dell’America del 1929; solo che allora le persone veramente facevano la fame, oggi continuano tranquillamente ad usare l’automobile e ad andare in vacanza. C’è solo da augurarsi, per il bene di tutti, che continui sempre così, che non vengano tempi peggiori, capaci di far rimpiangere la “grande crisi” degli anni 2008-2014.

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La nostra TV e la truffa del canone

Mi sono reso conto, rileggendo quanto scritto qui sul blog, che negli ultimi tempi ho dedicato tutti i post alla scuola. E’ naturale, visto che al mio lavoro di docente e di studioso ho dedicato tutta la vita, ma in un diario pubblico debbono esistere anche altri argomenti, altrimenti si divenda monotematici e quindi noiosi. Per qualche tempo quindi cercherò di non parlare di scuola (tanto più che siamo in vacanza) e di trattare altre questioni, a meno che non emerga qualche novità clamorosa che mi costringa a ritornare sul mio tema principale.
Voglio pertanto dedicare questo post alla televisione, ed in particolare alla Rai, la TV di Stato. Dico subito che il mio giudizio sulle trasmissioni televisive in genere è molto negativo: il livello culturale è bassissimo, predominano programmi sciocchi e ad uso degli analfabeti, le uniche trasmissioni interessanti vengono proposte a orari impossibili e notturni, la volgarità e il turpiloquio dilagano, e altre perle di questo tipo. In altre parole, la televisione italiana, secondo me, è di infimo livello, e ciò riguarda anche i programmi giornalistici a cominciare dai telegiornali, dove si sprecano le banalità, dove non viene dato il giusto rilievo alle notizie importanti e si spreca invece tempo per fatti del tutto irrilevanti; manca inoltre quell’obiettività che si richiederebbe a un’azienda come la RAI che, attraverso il canone, è pagata da tutti i cittadini. Ma la cosa peggiore secondo me, quella che abbassa infinitamente la qualità dei programmi, sta nel fatto che l’unica cosa che interessa ai dirigenti RAI non è la qualità o il valore educativo e culturale delle trasmissioni, ma il cosiddetto “share” (ma una parola italiana non esisteva?), cioè la percentuale di spettatori che guardano un determinato programma. E questo perché il gettito pubblicitario è direttamente proporzionale al numero (non alla qualità) degli spettatori che guardano in quel momento la televisione. Un tale presupposto, a mio parere, è legittimo nelle televisioni commerciali, per le quali gli introiti pubblicitari costituiscono quasi l’unica fonte di sostegno, ma non per la televisione pubblica, che ha il canone e che quindi dovrebbe guardare alla qualità dei programmi, non al numero degli spettatori. Per questo andrebbero usati i soldi del canone, non per pagare milioni di euro ai conduttori o alle ballerine; del resto la TV, strumento potentissimo di diffusione delle idee perché entra in ogni casa, dovrebbe avere un valore educativo e formativo per i cittadini. Aristofane diceva che, se per i bambini c’è la scuola, per gli adulti c’è il teatro a trasmettere buoni principi e sane idealità; oggi la televisione avrebbe un impatto ancor più elevato del teatro di allora, se solo fosse impiegata nel modo giusto. Invece ciò che si vede in TV contribuisce semmai a diffondere la volgarità, la violenza e l’odio di partito; svolge quindi un ruolo opposto a quello che dovrebbe svolgere, e la RAI è in prima fila in questa deriva diseducativa e indegna di un Paese civile.
C’è inoltre un’altra cosa che mi preme puntualizzare. Perché tutti i programmi, dai quiz ai “talk show” giornalistici, a quelli di intrattenimento, finiscono a fine maggio per riprendere a ottobre, e d’estate vengono trasmesse solo stucchevoli repliche di vecchi programmi (v. “Don Matteo” e “Il medico in famiglia”) e telefilms americani con pistole e gangsters? In pratica, per la RAI, l’estate non esiste, forse perché pensano che tutti vadano in vacanza e che nessuno guardi la TV, così da potersi permettere di sospendere per quattro mesi la normale programmazione e trasmettere solo robaccia trita e ritrita? Forse non sanno che tante persone non vanno in vacanza, oppure, anche se ci vanno, non vi rimangono certo per quattro mesi!
Il canone, però, lo pretendono per tutto l’anno, martellando i poveri spettatori con pubblicità pro-canone da gennaio a marzo. A questo proposito vorrei lanciare una proposta, provocatoria ma fino ad un certo punto: perché, la prossima volta, non paghiamo solo 2 terzi del canone (se sono circa 120 euro, paghiamone 80), visto che per un terzo dell’anno (cioè i mesi da giugno a settembre) praticamente la TV non esiste?

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La scuola e l’opinione pubblica

E’ opinione comune, diffusa fin da tempi remoti, che il problema principale dei professori italiani sia quello economico, poiché molti colleghi si sono lamentati, e si lamentano tuttora, dell’esiguità delle retribuzioni, sostenendo che i nostri stipendi sono miseri e non allineati con quelli dei colleghi degli altri Paesi europei.

Io non mi sento di condividere in toto questa mentalità, ritengo anzi che per certi aspetti noi docenti della scuola pubblica, quindi impiegati statatli, siamo attualmente più fortunati di altre categorie; considerando infatti la grave situazione economica di cui soffre il nostro Paese, è già molto il fatto che noi non corriamo i rischi che ci sono nel settore privato, come quello – gravissimo – di perdere il posto di lavoro. E’ vero che i nostri stipendi sono bloccati da anni, ma è vero anche che più o meno, con qualche sacrificio, siamo riusciti a mantenere il livello di vita che avevamo anni fa, mentre altri lavoratori si sono visti decurtare pesantemente il salario, causa la cassa integrazione, o addirittura l’hanno perso del tutto. Ciò non significa ovviamente che dobbiamo accontentarci o che l’aspetto economico non sia importante: è auspicabile e necessario che si arrivi quanto prima a una revisione delle retribuzioni e ad un nuovo contratto, ma ciò non potrà avvenire se prima l’Italia non esce dal tunnel della crisi economico-finanziaria. Ma su questo punto sono un po’ pessimista, perché le grandi speranze che molti riponevano in Monti e nel suo governo si stanno rivelando illusorie. 

Ciò che più avvilisce una persona come il sottoscritto, che ha dedicato tutta la sua vita alla cultura ed alla formazione dei giovani, d’altro canto, non è l’esiguità degli stipendi, ma la scarsa considerazione che la nostra categoria riceve dall’opinione pubblica. Alcuni colleghi dicono di non dare la minima importanza al problema, e che a loro non importa nulla di ciò che la gente pensa del loro lavoro. A me invece importa, e moltissimo per giunta. A questo riguardo dico e ribadisco che non posso restare indifferente quando assisto a certi servizi giornalistici in TV che riguardano la scuola. A parte il fatto chela TV si occupa di scuola solo per evidenziarne le mancanze e i difetti, mai per sottolineare l’efficacia e l’eccellenza di molti istituti e di molti docenti; ma ciò che dà più fastidio è il tono ironico e beffardo di taluni cialtroni con l’ambizione di essere giornalisti, i quali presentano il nostro ambiente come una specie di baraccone o di spettacolo di varietà. Nei loro servizi vengono blanditi gli studenti e persino esaltati per i loro comportamenti scorretti e illegali (vedi le copiature agli esami), mentre i docenti vengono presentati come una banda di sciocchi che si fanno infinocchiare dagli alunni, oppure come una manica di fannulloni che godono quando la loro scuola viene chiusa per neve, o anche come complici dell’illegalità altrui. Una vera campagna diffamatoria nei nostri confronti è condotta dai giornali e più spesso dai telegiornali Rai, senza che nessuno muova un dito per far cessare questa vergogna, che offende i docenti onesti e preparati, ossia la grande maggioranza di noi.

Da questa scarsa considerazione mediatica deriva anche, in parte, l’aria di sufficienza e di scherno che spesso assumono nei nostri riguardi coloro che ritengono – a torto – di ricoprire in società ruoli e professioni più importanti della nostra. Medici, avvocati, ingegneri, persone laureate come noi e più pagate di noi ma spesso ignorantissime in tutto ciò che non riguarda il loro stretto ambito di competenza, ci guardano dall’alto in basso, come se fossimo esseri inferiori, la cui attività non serve a nulla perché si limita a “chiacchiere”, effettuate oltre tutto in un orario ridotto mentre loro, gli eroi, lavorano tanto di più e tanto meglio. E’ capitato anche a me di incontrare miei ex compagni di scuola, adesso medici, ingegneri o che altro, che mi hanno quasi compatito per la mia professione, ironizzandoci sopra e facendo chiaramente intendere il loro pensiero, cioè che il mestiere dell’insegnante non serve a nulla (perché è la vita che ammaestra, non la scuola!) e non “produce” nulla se non parole al vento. Qualcuno si è spinto persino più avanti, insinuando volgarmente che i docenti maschi, con tante belle ragazze a scuola, abbiano delle intenzioni non proprio didattiche…

E’ vero, si potrebbero ignorare queste voci asinine; ma io, col carattere apprensivo e velleitario che mi ritrovo, non ci riesco, e spesso reagisco con veemenza accentuando così ancor più l’ironia altrui. Il fatto è che chi crede in un ideale al quale ha votato tutta la propria vita non può restare indifferente di fronte alle basse insinuazioni di persone volgari e ignoranti, ancorché laureate. Quando si hanno dei principi viene spontaneo di difenderli e di ribellarsi contro chi li infanga, anche se, sul piano pratico, non si ottiene nulla. D’altra parte, se dall’alto arrivano gli esempi che vediamo e se la TV di Stato è la prima a svalutare e ad offendere la scuola e chi ci lavora, non ci si può aspettare di meglio da chi non sa nemmeno cos’è la cultura, e  si trova a suo perfetto agio in questa società superficiale e tutta dedita alla pura apparenza.

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La TV e la scuola

Non so quante persone leggeranno questo mio post sul blog, ma voglio ugualmente attrarre l’attenzione sul problema di come i giornalisti televisivi affrontano gli argomenti che riguardano la scuola. La loro incompetenza e malafede ha dell’incredibile, e sarebbe addirittura grottesca se non fosse rovinosa, se cioè non inducesse l’opinione pubblica, già maldisposta verso gli operatori dell’istruzione, a costruirsi della scuola italiana un’immagine falsa e del tutto fuorviante.

Lasciamo stare le bestialità dette dai giornalisti tv, e specialmente da quelli della RAI, durante l’anno scolastico: si comincia a settembre con l’ormai rituale polemica sul costo dei libri di testo, che metterebbe sul lastrico le famiglie (peccato che poi queste stesse povere famiglie mendicanti comprano ai loro figli l’I-phon da 500 euro, lo zaino di marca da 200 euro, le scarpe firmate da 150 euro e via dicendo); si prosegue poi con tante altre penose menzogne che siamo costretti a sentire dai giornalisti televisivi, che hanno persino insinuato – durante l’ultimo inverno particolarmente gelido – che i professori sarebbero contenti della chiusura delle scuole per neve, poiché evidentemente – secondo lor signori – noi docenti siamo una banda di nullafacenti che godiamo a non lavorare. Tutto questo è storia recente; ma ciò che mi ha colpito di più è stato un servizio mandato in onda dal TG 2 di oggi 19 giugno a proposito dell’imminente inizio degli esami di Stato nelle scuole superiori. La signora (o signorina) giornalista che ha realizzato il servizio, un’autentica oca giuliva, ha parlato dell’abitudine ormai invalsa degli alunni di copiare agli esami, facendo addirittura una storia di questo malcostume tutto italiano, dall’epoca dei bigliettini nascosti nei vestiti e delle sbirciate sul compito del compagno fino ai recenti metodi resi possibili dalle nuove tecnologie, di cui il più famoso è il collegamento con il cellulare a internet durante le prove per trovare on line la soluzione dei quesiti, che degli autentici lestofanti mettono a disposizione degli studenti sulla rete. Ma se la giornalista si fosse limitata a questo, poco male: sarebbe stata semplice informazione. Invece no, ha fatto di più: ha lodato spudoratamente chi copia agli esami dicendo che meriterebbe un 10 e lode, e ha poi insinuato addirittura che i professori si sarebbero rassegnati a questo malcostume e che spesso, addirittura, strizzerebbero l’occhiolino agli studenti disonesti collaborando con loro. Oltre a queste gravi affermazioni, per le quali meriterebbe una denuncia per apologia di reato, la giornalista ha usato per tutto il servizio un tono ironico e beffardo nei confronti dei professori e della scuola in genere, dando dell’istruzione un’immagine giullaresca, quasi che la scuola non fosse una cosa seria, un’istituzione fondamentale nella vita di uno Stato, ma una sorta di bisca clandestina o un mercatino delle pulci.

Un atteggiamento del genere da parte dei giornalisti non è più tollerabile, e credo che la nostra categoria e le organizzazioni che la rappresentano dovrebbero fare qualcosa per impedire questa gogna mediatica a cui la TV sottopone la categoria dei docenti, presentati come fannulloni, come disonesti oppure, nel migliore dei casi, come dei sempliciotti che si fanno mettere nel sacco dagli studenti “furbi”, i quali vengono blanditi e lodati per le loro imprese. Forse la signorina giornalista non sa che copiare agli esami è un reato vero e proprio, e che l’alunno sorpreso con il cellulare acceso durante la prova deve essere escluso dall’esame; e non sa neppure che il compito della scuola sì, ma anche dei mass-media, è quello di educare alla legalità e non alla furbizia, all’onestà e non alla cialtronaggine, un costume che purtroppo nel nostro Paese non solo è ormai tollerato, ma anche tacitamente approvato e persino ammirato. Io ritengo che questi giornalisti andrebbero radiati dall’albo professionale, se non altro per manifesta ignoranza, giacché non sanno nulla della scuola e dei compiti educativi ch’essa mantiene e che proprio oggi, nella situazione di crisi economica, sociale e soprattutto di valori morali in cui ci troviamo, acquistano ancora maggiore importanza.

Io ho provato più volte a scrivere e-mail alla RAI denunciando l’ignoranza e la cafonaggine dei loro giornalisti, ma non ho mai avuto risposta, nemmeno quando, perduta la pazienza, li ho coperti di insulti. Sono troppo occupati a spartirsi i soldi rapinati ai contribuenti con il canone Rai e a propinarci programmi demenziali e consoni solo all’intelligenza dei loro dirigenti e dei loro giornalisti.

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