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Il mio blog nel 2017

Ormai questo mio blog esiste dal febbraio 2012, cioè da quasi cinque anni. In tutto questo tempo la sua visibilità è aumentata nettamente, perché si è passati dalle 30/40 visite al giorno (in media) dei primi anni alle 150/200 di oggi, con forti rallentamenti però nei periodi delle ferie estive ed in quello delle feste natalizie. Ciò nonostante non posso essere contento di come vanno le cose, non solo perché mi aspettavo una maggiore diffusione e conoscenza del mio blog, ma anche e soprattutto per i commenti: molti articoli, infatti, ne sono rimasti del tutto privi ed altri ne hanno avuti comunque pochissimi. Sembra che i lettori si limitino ad uno sguardo frettoloso sugli argomenti che tratto, ai quali evidentemente non sono abbastanza interessati o non vi si sentono abbastanza coinvolti, visto che ci sono periodi in cui registro circa 200 ingressi al giorno sul blog senza che mi arrivi nessun commento. Quale può essere la ragione di ciò? Me lo sono chiesto più volte, anche tenendo conto del fatto che altri blog, che trattano argomenti molto più futili o sono semplici diari personali, ricevono molti più commenti del mio; forse quindi debbo pensare che il popolo di internet, nella sua maggioranza, abbia bisogno di leggere banalità per condividere un’opinione, mentre le riflessioni di ordine politico, letterario o comunque culturale non interessino quasi a nessuno. E’ una conclusione molto triste, questa, ma viene spontaneo di pensarla, visto che di spiegazioni alternative non riesco a trovarne.
Le prospettive per il futuro, con queste premesse, non sono molto allettanti, e non so quindi per quanto tempo ancora continuerò a tenere ed aggiornare questo blog, un’attività che comunque richiede tempo e fatica; e quando si prende qualche iniziativa bisogna avere un motivo per cui il gioco valga la candela, altrimenti è meglio chiuderla. Basandomi su queste considerazioni, tuttavia, ho deciso di continuare ancora un po’ con il blog, diciamo per il nuovo anno 2017, dopo di che deciderò se chiuderlo o proseguire ancora. Nel corso dell’anno nuovo, pertanto, continuerò ad aggiornarlo con una cadenza all’incirca settimanale, tenendo conto anche degli impegni di lavoro. Gli argomenti saranno ancora quelli che ho trattato fino ad oggi, perché di quelli mi intendo e suscitano il mio interesse; giudico perciò inutile e dannoso avventurarmi in questioni di cui non ho competenza solo per avere più lettori o più commenti.
Le questioni scolastiche saranno ancora al centro del mio blog, perché alla scuola ho dedicato tutta la mia vita professionale; e mi sembra giusto farlo più che mai adesso, quando cioè sono entrato nell’ultima fase della mia attività di docente, destinata a chiudersi con il pensionamento il 31 agosto del 2018. Proprio in questo periodo, avvicinandomi al momento in cui dovrò lasciare la scuola, sento la necessità di mettere la mia esperienza a disposizione dei lettori, in particolare di chi come me vive la meravigliosa esperienza dell’insegnamento: molte cose ho ancora da dire, molte opinioni da esprimere sia a livello individuale che in generale sulle condizioni del nostro sistema educativo e delle politiche scolastiche del nostro Ministero. Continuo a pensare che chi vive da quasi quarant’anni la realtà scolastica possa ancora dire qualcosa che sia utile ai colleghi più giovani, se vogliono servirsene. Ciò non esclude ovviamente che il blog possa e debba trattare anche altri argomenti: la politica del nostro Paese ad esempio, sempre più deludente e tuttavia da non trascurare, perché tutto ciò che noi vediamo ed operiamo in società è politica o dipende da essa. Oltre a ciò, riprenderò anche a parlare di arte, di musica e di letteratura in particolare, con osservazioni e recensioni sui classici e sugli autori a me più cari. Sotto questo profilo sono particolarmente dispiaciuto del fatto che sono stati proprio questi contributi ad avere meno lettori e meno commenti: l’ultimo post infatti, del 27 dicembre scorso, parlava di Dante e del modo con cui egli tratta alcune figure di donne incontrate nella Divina Commedia. A me sembrava e sembra di straordinario interesse, eppure nessuno fino ad oggi lo ha commentato e pochissimi lo hanno letto. Per dare ragione di questa trascuratezza ho dato la colpa alle feste natalizie, che hanno certamente distratto l’attenzione dei pochi frequentatori di questo blog; e questa mi è parsa la spiegazione più probabile e più accettabile, piuttosto che indicarne un’altra che non voglio dire per non perdere del tutto la speranza, da me sempre nutrita, che la cultura interessi ancora a qualcuno, in questi nostri tempi sempre più segnati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno.

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Guai a chi tocca la scuola!

Dopo la generica presentazione di domenica scorsa, siamo in attesa di conoscere le decisioni del Governo sulla scuola, che dovrebbero essere presentate al Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo. Nel frattempo la discussione si è accesa sui giornali e sui siti web, ed i giudizi che si sentono esprimere sono per lo più negativi, espressi però prima di conoscere nel dettaglio il progetto governativo della riforma. Così su due piedi, in base a quanto circolato finora, anch’io ho forti perplessità a riguardo, concernenti soprattutto due punti: l’assunzione dei precari e l’esasperata, pervicace infatuazione che anche questo Governo mostra per l’informatica e l’inglese, i due nuovi idoli ai cui altari dovremmo tutti inginocchiarci con il capo cosparso di cenere. Sul primo punto la mia opinione è che mi sembra una follia assumere così in blocco, e senza un preventivo accertamento delle conoscenze e competenze, un numero spaventevole di persone (si parla di cifre fra i 120 ed i 150 mila) per il solo fatto che hanno prestato servizio nella scuola negli anni precedenti. Nelle file dei cosiddetti “precari” ci sono certamente molte persone preparate e volenterose, ma ve ne sono certamente anche altre del tutto inidonee ad una professione così delicata come l’insegnamento. Su di essi mi pongo alcune domande. Perché non sottoporli ad un preventivo accertamento delle attitudini professionali? E’ vero, questo costerebbe e ritarderebbe di almeno un anno la loro assunzione, ma garantirebbe la formazione di una classe docente di adeguato prestigio. E poi, altra domanda, dove troveranno i fondi per pagare tutte queste persone? Forse, come dice qualcuno, togliendo gli scatti di anzianità al personale di ruolo? O imponendo nuove tasse? E ancora: come li utilizzeranno, visto che il loro numero è molto superiore ai posti liberi disponibili? Qualcuno dice che li invieranno nelle scuole per fare le supplenze, ma questa a me pare un’assurdità, primo perché si troveranno a supplire docenti di materie diverse dalle loro e quindi il loro impiego avrà poca utilità, secondo perché mi sembra paradossale che insegnanti giovani, appena assunti, se ne stiano a braccia conserte aspettando un’ora di supplenza e ricevendo regolarmente uno stipendio mentre tutti gli altri compiti (dalle lezioni alla correzione degli elaborati) continuino ad essere affibbiati ai docenti di ruolo. Inoltre l’assunzione massiccia di tutte queste persone chiuderà per una decina d’anni l’accesso a tutti i nuovi laureati, spesso giovani bravissimi che meriterebbero di avere un posto più di coloro che sono stati chiamati in servizio sulla base di una posizione in graduatoria; ed è quindi falsa ed ipocrita l’affermazione del Governo secondo cui, dal 2016, si accederà ai ruoli solo per concorso. Ma quali concorsi potranno essere banditi se i posti non ci saranno perché tutti occupati dai “precari”?
Sull’inglese e l’informatica non mi dilungo perché ho già trattato più volte l’argomento. Dico solo che alcuni strumenti informatici (come ad esempio le LIM) si sono rivelati solo apparecchi costosi ed inutili, e che non è usando tablet o smartphones che si migliora la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, perché se uno studente è svogliato o incapace non sarà certo la tecnologia a farlo diventare un genio. E lo stesso vale per l’inglese, lingua utile ma che non può e non deve surrogare altre discipline di base. Prima impariamo l’italiano, dico io, e poi apriamoci alle lingue straniere.
Però, al di fuori di questi due punti, ci sono altri aspetti della riforma che mi sembrano sacrosanti, come la differenziazione delle carriere dei docenti in base al merito individuale, perché è l’ora di finirla con questa egualitarismo sovietico che tratta tutti allo stesso modo e non premia chi lavora più e meglio di altri, e con questo garantismo sindacale che impedisce qualunque provvedimento contro gli assenteisti e i fannulloni, vera e propria rovina di classi e di alunni. Ma è proprio questo, come sto notando visitando i vari siti web che parlano di scuola, il provvedimento contro cui più forte si è accesa la levata di scudi dei conservatori, i quali, curiosamente, non appartengono alla parte politica da sempre accusata di conservatorismo e oscurantismo, ma a quella che da secoli si fregia del titolo di “progressista”, cioè la sinistra. E’ proprio da sinistra che viene la più forte opposizione alla riforma di Renzi e della Giannini, perché è appunto il vecchiume ideologico di quella parte che vuole a tutti i costi l’egualitarismo e la massificazione, che non riconosce il merito individuale, che considera il cittadino lavoratore come una semplice pedina al servizio del dio-Stato; ed è stata quella parte politica che ha distrutto la disciplina ed il rispetto gerarchico nella scuola e che, con il garantismo sindacale, non ha mai permesso che venissero sanzionati o licenziati coloro che non svolgono o svolgono male il loro lavoro. Per questo adesso si oppongono alla valutazione, perché questa metterebbe in luce le differenze profonde che esistono tra gli individui e quindi anche tra i docenti, che non sono, né sono mai stati, tutti uguali. Così, ad ogni tentativo di cambiare lo “status quo” nella scuola, c’è sempre un’opposizione irriducibile, perché si vuole che tutto resti com’è: stipendi bassi e eguali per tutti, scarsa considerazione sociale dei docenti, scarso potere dei Dirigenti che non possono neanche sanzionare comportamenti scorretti ed illegali senza incorrere in ricorsi e vertenze sindacali, una palude melmosa insomma dove nuotano tutti senza che nessuno possa emergere dal fango e far valere le proprie qualità. In questo modo la scuola non progredirà mai, non diverrà mai moderna ed a misura degli studenti attuali, anche perché il vero propellente con cui la baracca continua, seppur zoppicando, a camminare, sono i docenti preparati ed entusiasti del proprio lavoro; ma si tratta ormai di una specie in via d’estinzione, con o senza le riforme e le pseudoriforme che continuano a pioverci addosso.

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“L’ora di lezione” di Massimo Recalcati

Vorrei qui parlare di un libro uscito da pochi mesi ma già diventato famoso, dal titolo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. L’autore è lo psicanalista Massimo Recalcati e l’editore è Einaudi, una delle nostre case editrici più prestigiose e ricche di storia. L’ho letto di recente, un po’ frettolosamente, ma credo di averne compreso nella sostanza la tesi centrale, quella cioè secondo cui l’insegnante, un vero e proprio eroe del nostro tempo che lotta disperatamente contro una società ostile, deve riuscire a creare un rapporto “erotico” con i suoi alunni, che per suo tramite dovranno riappropriarsi di quell’interesse per la vera cultura oggi quasi del tutto spento. Si tratta, in altri termini, di quel fenomeno che Freud chiamava “proiezione” o “transfert” e che consiste nel trasferimento nella persona dell’analista (e nel nostro caso del docente) di tutti quei sentimenti affettuosi e positivi inconsciamente provati per un genitore, che presumo sia quello dell’altro sesso sulla base della nota teoria freudiana dei complessi di Edipo e di Elettra. Cercando di spiegare tutto ciò in parole semplici, credo che la tesi di Recalcati si identifichi con la capacità dell’insegnante di suscitare nell’allievo una sorta di trasporto affettivo nei suoi confronti, che si materializzi poi nell’accettazione e nel gradimento dei contenuti formativi e culturali che il docente cerca di trasmettere.
Non essendo uno psicanalista né uno psicologo, ho però sempre creduto a mio modo a questa concezione dell’insegnamento. Il docente deve avere entusiasmo ed amore per ciò che insegna, non intendere mai il proprio lavoro come un dovere, bensì come uno scopo di vita, né mai dare l’impressione di essere stanco o annoiato ai suoi allievi, che deve coinvolgere non soltanto invitandoli a partecipare alla lezione, ma suscitando in loro il desiderio di conoscere e di porsi delle domande. In questo senso il rapporto educativo diventa “erotico”, perché senza amore nessuna relazione umana può essere gratificante; altrimenti – afferma Recalcati – con i mezzi di trasmissione di nozioni che esistono oggi, l’insegnante potrebbe facilmente essere sostituito da un computer ed il risultato sarebbe lo stesso. Quindi il vero insegnamento non dipende da una retorica o da una qualsivoglia tecnica comunicativa, ma dal carisma di chi parla, di chi cioè riesce a rendere vivi e far vibrare gli enunciati che trasmette. E la prova di questa teoria la si trova nell’esperienza comune: tutti noi ricordiamo, pur avendone dimenticato l’aspetto fisico e talvolta persino il nome, uno o più professori che hanno fatto vibrare le corde del nostro cuore e ci hanno avvicinato al sapere in modo affettivo, “erotico” appunto. Lo stesso autore del libro ci parla della sua infanzia travagliata in cui non trovava interesse nella scuola,  tanto da essere persino bocciato in seconda elementare; ma poi, al secondo anno delle superiori (un istituto agrario vicino a Milano) conobbe una professoressa di grande bravura ed entusiasmo didattico di nome Giulia, la quale cambiò completamente le sua vita ed il modo stesso di intendere la cultura e l’apprendimento, a tal punto che da alunno svogliato divenne in breve tempo il primo della classe e iniziò quel percorso di studio che l’avrebbe portato a diventare un celebre psicanalista. Ed a questo proposito io aggiungo una frase di Seneca, che mi pare ben attagliarsi al nostro caso: Saepe bona materia cessat sine artifice, il che vale a dire che un blocco di marmo, senza Michelangelo, sarebbe restato sempre un blocco di marmo senza mai diventare il Mosè, così come un giovane potenzialmente capace e creativo non svilupperà mai queste sue qualità se non avrà la fortuna di incontrare docenti in grado di suscitarne l’entusiasmo e l’amore per il sapere.
Recalcati, da buon osservatore della realtà che ci circonda, riconosce che l'”erotica dell’insegnamento” è oggi molto difficile a causa della concezione economicistica e utilitaristica della cultura che domina ormai in società, unita oltretutto ad un edonismo fatuo che rifiuta ogni impegno e ogni responsabilità. Benché non ami molto le citazioni, voglio qui riportare in parte le sue parole. Egli definisce così la scuola attuale: “Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. E’ violentata dai nostri governanti, che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere.” Parole dure, taglienti come lame seppur non sempre da intendere alla lettera, perché fortunatamente esistono ancora scuole, come la mia, dove i docenti in genere sono rispettati e dove gli alunni – chi più chi meno – si impegnano ed hanno un comportamento civile. Però, al di là delle generalizzazioni, quel che afferma Recalcati è vero, nel senso che è un’ardua impresa, al giorno d’oggi, mettere in pratica questa “erotica dell’insegnamento” che permette al processo educativo di raggiungere i migliori risultati. Uno degli ostacoli maggiori (e qui sono d’accordo con l’autore) è l’atteggiamento assunto dai vari governi che si sono succeduti in questi ultimi venti anni, che a parole mettono sempre la scuola al primo posto nel loro programma per farla poi passare all’ultimo nei fatti subito dopo il loro insediamento. L’evidente frustrazione economica e sociale della nostra categoria rende sempre meno attuabile quell’entusiasmo e quella carica di amore per le proprie discipline ed i propri alunni che Recalcati indica come indispensabile nel modo di essere del docente; e tuttavia ve ne sono ancora molti che, per disposizione individuale o forse per incoscienza, sentono ancora questo lavoro come una ragione di vita e che quando sono con i propri alunni, una volta chiusa la porta dell’aula, si dimenticano di tutto il resto. Sono questi gli insegnanti che segnano profondamente la vita degli studenti e che da loro, anche dopo tanti anni, vengono ricordati con gioia e riconoscenza; ed è grazie a questi docenti che il nostro sistema scolastico continua ad andare avanti pur in mezzo a tanti ostacoli, provocati spesso da chi dovrebbe fare tutto il contrario, restituire cioè alla scuola quel ruolo centrale che le compete in ogni Paese che voglia dirsi moderno e civile.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Bocciare o non bocciare?

Rileggevo in questi giorni una discussione nata sul forum di “Orizzonte Scuola”, un sito molto utile a tutti gli operatori scolastici. Il dibattito prendeva le mosse da una dichiarazione rilasciata mesi fa dalla responsabile dell’istruzione del PD, l’onorevole Francesca Puglisi, la quale affermava che le bocciature costano (anche economicamente) alle famiglie e allo Stato, e che sarebbe quindi opportuno individuare altre forme di selezione scolastica. A questo presupposto di chiara origine sessantottina si sono poi aggiunti i commenti di alcuni colleghi che hanno riesumato la solita vecchia storia della bocciatura intesa come forma di punizione, che scatenerebbe una crisi di autostima nello studente ed una specie di disagio sociale per tutta la famiglia, per la quale un figlio che ripete un anno di scuola costituirebbe un vero e proprio disonore.
Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto ch’essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano. Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano. La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.
Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc. Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi. Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.
Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro. Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”. E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola. Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi. Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di e dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

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Lode al Ministro della Pubblica Ignoranza!

Ho sempre pensato, e credo sia opinione di buon senso, che per giudicare le persone sia necessario conoscerle personalmente, oppure, qualora non se ne abbia sufficiente conoscenza, attendere il loro operato per esprimere un giudizio. Se ciò vale per le persone comuni, molto di più deve valere per chi ricopre cariche istituzionali, partecipa cioè – con gravi responsabilità nei confronti dei cittadini elettori – alla conduzione della “cosa pubblica”, come dicevano i Romani, cioè lo Stato. Forte di questo principio, io non avevo finora espresso giudizi sull’attuale Ministro dell’istruzione, la sig.ra Maria Chiara Carrozza, del PD, proprio perché, fin quando non ha ricevuto l’alto incarico nel governo guidato da Enrico Letta, non avevo neppure sentito pronunciare il suo nome. Colpa mia, beninteso, perché la sig.ra Carrozza era certamente persona di tutto riguardo quando dirigeva la S.Anna di Pisa; da quando però è diventata ministro, il suo modo di agire e le sue esternazioni mi hanno fatto comprendere quale sia la sua ideologia e la sua idea della scuola e mi hanno anche dato – purtroppo – occasione di esprimere un giudizio. Nella mia ingenuità avevo sperato che dopo la triste esperienza dell’ingegner Profumo, ministro nello sciagurato governo Monti, si fosse ormai toccato il fondo; ma adesso, con il ritorno di un esponente di centro sinistra a Viale Trastevere, non ne sono più tanto sicuro.
Qualche tempo fa, in proposito, ebbi a scrivere un post su questo blog dal titolo “Il Ministro in Carrozza ci riporta al ’68”, quando cioè la suddetta signora ebbe la splendida idea di dire agli studenti di un liceo romano che dovevano ribellarsi all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Proprio una bella esternazione, che forse avrebbe potuto trovare giustificazione negli anni ’50 e ’60, quando effettivamente esisteva una scuola classista; ma oggi, in un clima sociale e politico del tutto diverso, un simile incitamento è completamente fuori luogo e si qualifica soltanto come un tentativo meschino e balordo di blandire gli studenti per ricevere un’ovazione. Non contenta di questa e di altre figure miserevoli che ha fatto, la Ministra ora si rifa viva (dopo un letargo di mesi) invitando i docenti a non assegnare agli studenti compiti per le vacanze, ai quali andrebbero sostituite non meglio precisate letture.
Cerchiamo di replicare contenendo l’ira che mi sale alla testa, nel modo più pacato possibile. E’ sicura la ministra di sapere meglio dei docenti quali siano le esigenze degli alunni, cosa è meglio per loro? Vive forse lei nelle classi di scuola media o superiore, o piuttosto passa il suo tempo a fare poco o nulla tra le scartoffie del ministero? Non pensa che un messaggio di tal genere sia profondamente diseducativo, proprio perché sottintende l’idea che tra studenti e docenti non ci sia collaborazione ma un’astiosa contrapposizione, e che esista ancora una scuola oppressiva che è invece sparita da quarant’anni? Il suo accorato appello suona piuttosto come un altro maldestro tentativo di adulare gli studenti per ottenere un’approvazione momentanea (che sa di non meritare in altro modo), senza rendersi conto che non è con questa demagogia da quattro soldi che si possono risanare i problemi della nostra scuola. I compiti per le vacanze non hanno e non hanno mai avuto l’obiettivo di rovinare le feste ai poveri studenti, bensì quello di tenerli aggiornati sugli argomenti svolti, di colmare o almeno alleviare certe lacune, di fare in modo che al rientro dalle vacanze possano procedere con maggiore tranquillità, considerata anche la tendenza dei ragazzi di oggi – purtroppo sempre più accentuata a causa dell’uso indiscriminato di cellulari, tablet e quant’altro – a dimenticare ben presto quanto apprendono a scuola. A questo riguardo invito i lettori a leggere una lettera che un mio collega e amico, il prof. Lodovico Guerrini di Siena, ha scritto ad un sito specifico che si occupa di scuola (il link è http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-ruolo-dei-compiti-casa). Egli chiede al Ministro se preferisce che gli alunni, invece di svolgere i compiti per le vacanze, passino tutto il loro tempo sui social network così in voga oggi (da Facebook a Twitter, Ask e altri ancora), un passatempo che non porta a nulla se non all’atrofizzazione di tutte le facoltà mentali.
Oggi non si crede più alle ideologie e si continua a dire, da varie parti, che destra e sinistra sono la stessa cosa. A me non pare così, mi sembra invece che le esternazioni della sig.ra Carrozza siano alquanto ideologizzate e facciano anch’esse parte di quella funesta politica scolastica che la sinistra italiana ha condotto dal ’68 in poi, quando ha sostenuto l’abolizione della disciplina, la fine della serietà degli studi, lo squallido egalitarismo che mette alla pari i docenti bravi e quelli cafoni, gli studenti meritevoli e i fannulloni. Anche questi interventi demagogici della Carrozza, che crede così di guadagnarsi il favore dei giovani, fanno parte di quella stessa ideologia che ha distrutto tutto quello che c’era di buono e di utile nella scuola, quei valori che molti docenti ancor oggi, nonostante la presenza di un simile ministro, cercano di tenere in vita. Credo quindi di avere ragione quando sostengo che il ’68, nonostante sia passato da 45 anni, non è ancora finito: lo dimostrano anche gli sciagurati progetti che l’attuale ministero e soprattutto il Partito Democratico hanno tirato fuori ancora una volta dal cilindro magico, come ad esempio la riduzione degli studi liceali di un anno e la realizzazione di un biennio comune alle superiori, dove chi è destinato ai Licei dovrebbe avere le stesse competenze e conoscenze di chi farà gli istituti professionali. Dio ci scampi e liberi da questa catastrofe, dalla quale non ci risolleveremmo più! Se quanto sopra detto dovesse realizzarsi, la sinistra nostrana avrà finalmente portato a termine la sua paziente opera di distruzione del nostro sistema scolastico. Complimenti sinceri!

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