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Recuperare il ruolo sociale della scuola

In ogni paese che voglia proclamarsi civile la scuola ha un ruolo di primo piano, perché è lì che si formano le nuove generazioni ed i cittadini del futuro; non soltanto la classe dirigente, come si poteva pensare un tempo, ma tutti i cittadini, perché in democrazia tutti hanno diritto di voto e debbono quindi avere una formazione che consenta loro di esprimere questo diritto in maniera consapevole. Tenuto conto di ciò, ogni governo dovrebbe mantenere il proprio sistema scolastico nelle migliori condizioni possibili, e questo in un largo spettro di situazioni, dall’edilizia scolastica ai finanziamenti per la ricerca, dallo stipendio degli insegnanti alla verifica della reale preparazione degli studenti ed altro ancora. Ciò che mi suscita sconforto e risentimento, almeno nel caso mio personale, è constatare che nessuno a parole nega la centralità e l’importanza della scuola, anzi: ogni partito in campagna elettorale e tutti i governi che stanno per insediarsi promettono mari e monti in questo settore; ma poi, una volta passate le elezioni e avviata l’attività dell’esecutivo, tutto viene dimenticato ed i problemi sopra elencati restano e si aggravano di anno in anno.
I risultati di questa trascuratezza, di questo abbandono della formazione che è ormai affidata soltanto al senso di responsabilità dei docenti, si cominciano a vedere con segni molto preoccupanti. Per non allargare troppo le dimensioni del post mi limiterò a due aspetti davvero significativi: la perdita del prestigio sociale degli insegnanti e la spaventosa diffusione dell’ignoranza nella nostra società, visibile anche in persone giovani che da poco hanno terminato gli studi e sono tutti diplomati e molti persino laureati. Del primo dei due problemi è chiara dimostrazione la crescente mancanza di rispetto di studenti e genitori verso la figura dell’insegnante, sempre più oggetto di attacchi verbali (compresi gli insulti e le denigrazioni sui social) e persino di aggressioni fisiche. Gli ultimi casi riferiti dalla cronaca sono davvero disgustosi e parlano di un’insegnante aggredita dagli studenti a colpi di sedie e di una madre che a Varese ha addirittura sputato in faccia alla maestra del figlio solo perché rimproverata per aver ritardato di mezz’ora il ritiro del bambino dalla scuola e aver costretto l’insegnante ad attendere il suo arrivo ben oltre l’orario di servizio. Come si spiega il fatto che un tempo il professore era visto dalle famiglie con grande rispetto e nessuno si sarebbe mai permesso di contestarlo, mentre adesso alcuni maestri e professori sono stati insultati e aggrediti dai loro alunni o dai genitori? Molti spiegano questa caduta verticale del ruolo sociale dell’insegnante con puri fattori economici: in un mondo dove il denaro ha così tanta importanza, chi è pagato poco non ha rilievo in società, e tale è appunto il caso della nostra categoria. Però, a giudizio mio, questa spiegazione è riduttiva, anche perché ci sono altre categorie di lavoratori pagate poco ma che non hanno subito una simile degradazione. In realtà il fenomeno va ricondotto al profondo mutamento del costume e della mentalità comune avvenuto negli ultimi 50 anni, mutamento che ha origine dal nefasto movimento ideologico che va sotto il nome di ’68, dall’anno in cui ebbe inizio. Il movimento sessantottino fu il primo a denigrare la figura del professore, ad abbattere l’autorità (chi non ricorda il famoso “vietato vietare”), a distruggere la disciplina, a pretendere la promozione generalizzata (l’altrettanto famoso “sei politico”) ed a sconvolgere in tal modo tutto il sistema scolastico, da loro definito “classista” e negatore della libertà individuale. Ed ecco che la libertà diventò libertarismo, l’autorevolezza dei docenti fu scambiata per autoritarismo, la giusta selezione che ogni scuola deve fare fu abbattuta in nome di un’uguaglianza che fu in realtà un’insensata massificazione delle coscienze, imbevute di un’ideologia, quella marxista, poi rivelatasi completamente fallimentare. Da questo clima la figura del docente fu gravemente danneggiata nel suo prestigio e nella sua autorevolezza, costretta ad intrattenere con gli alunni un rapporto paritario e talvolta persino di sottomissione, limitata nelle sue decisioni. Da allora in poi le cose sono andate sempre peggio: le leggi di ispirazione sessantottina dei decenni ’70 e ’80 non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, poi nel 2000 è intervenuto il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Luigi Berlinguer che ha ulteriormente fatto decadere la figura dell’insegnante togliendogli anche la possibilità di sanzionare gli alunni; e poi in seguito, ciliegina sulla torta, ci si è messa anche la presunta “autonomia” delle scuole e la necessità per le stesse ed i loro Dirigenti di far bella figura sul territorio ed attrarre il maggior numero possibile di iscrizioni, con le conseguenti blandizie nei confronti degli studenti e delle famiglie, a danno ovviamente degli insegnanti. Per questi motivi in pratica oggi non boccia più quasi nessuno, ed i genitori si permettono persino di fare pressione per evitare docenti sgraditi, che in genere non sono sgraditi perché impreparati ma perché pretendono un po’ d’impegno dagli studenti e non regalano i voti. Nessun governo, né di sinistra né di destra, ha mai fatto alcunché per rimediare a questo sfacelo; anzi, c’è da meravigliarsi in positivo se ancora esistono tanti insegnanti che continuano a svolgere meritoriamente il loro lavoro nonostante tutte le denigrazioni, gli insulti e le intimidazioni a cui sono sottoposti. E di soluzioni al problema non ne vedo alcuna, se non quella di inasprire le sanzioni per i comportamenti più violenti, come ad esempio l’esclusione dagli scrutini per gli studenti che si rendono responsabili di atti gravi, con la conseguente perdita dell’anno scolastico e senza possibilità di ricorso, e denuncia penale per i genitori con condanne effettivamente scontate fino in fondo. Ma anche per questo sarebbe necessario un intervento legislativo, che mi pare piuttosto improbabile perché i vari partiti hanno bisogno di voti alle elezioni, e provvedimenti del genere sarebbero giusti ma impopolari.
L’altro grave problema presente nella nostra società è l’ignoranza, che vedo diffondersi a macchia d’olio e che riguarda anche nozioni elementari di lingua italiana, di matematica, di storia e geografia che tutti dovrebbero conoscere, fin dalla scuola elementare. Mi capita spesso di seguire alle 7 di sera il quiz di Rai Uno intitolato “L’eredità”, dove vengono poste ai concorrenti varie domande di diverso genere e difficoltà. Se dobbiamo onestamente ammettere che ci si possa trovare impreparati di fronte a quesiti che riguardano film di vecchia data o usi e costumi particolari di certe popolazioni, non si può giustificare in alcun modo il fatto che persone giovani non sappiano distinguere i pronomi dagli avverbi, non conoscano le tabelline, attribuiscano al re Vittorio Emanuele III provvedimenti del 1975 o collochino l’Etna in Sardegna. Eppure questo avviene quotidianamente, per nozioni e concetti che noi ai nostri tempi conoscevamo a nove anni di età, avendoli appresi dalle nostre maestre e non più dimenticati. E pensare che oggi quasi tutti sono diplomati e molti hanno anche la laurea, ma hanno nella loro cultura lacune enormi. Che genere di scuole hanno frequentato costoro? Come hanno potuto concludere cicli di studio a livello superiore? E soprattutto, mi chiedo io, perché non sentono affatto la necessità di colmare le loro lacune? Capita anche a me di non ricordarmi qualche data o qualche nome che dovrei ricordare; ma appena me ne accorgo, senza far passare neanche un minuto, corro sui libri o sul computer per recuperare ciò che ho dimenticato, perché non posso vivere tranquillo sapendomi ignorante di qualcosa che invece debbo sapere. A tante persone invece della cultura non importa nulla, ed io stesso ho conosciuto illustri professionisti (medici, ingegneri, avvocati ecc.) che al di fuori delle strette competenze legate alla loro professione non sapevano null’altro e da anni non leggevano più un libro. Questo è il guaio peggiore, la causa del cosiddetto “analfabetismo funzionale”: non tanto l’essere ignoranti, quanto il non far nulla per non esserlo più. Molte persone hanno perduto completamente l’idea dell’importanza della cultura, forse perché nella società di oggi i messaggi che passano attraverso la tv e gli altri mezzi d’informazione esaltano modelli di vita basati sull’esteriorità, sull’apparire senza essere, sui puri valori economici; e così sfugge a molti che chi non conosce la propria lingua o il passato del suo paese non sa più esprimersi o comprendere il mondo in cui vive, diventando facilmente preda di chi sta al potere ed ha tutto l’interesse a che i cittadini non ragionino più con la propria testa, si lascino quindi influenzare e credano a menzogne e promesse elettorali irrealizzabili. Di questa situazione la scuola che non insegna più e promuove tutti senza la necessaria selezione ha una grande responsabilità, perché mandare avanti studenti ignoranti che sanno solo smanettare con il cellulare significa produrre cittadini inconsapevoli di tutto ciò che avviene intorno a loro. E qui di soluzioni non ne vedo, a meno di non rivoluzionare tutto il sistema scolastico e ritornare ad un insegnamento serio e rigoroso che già dalle elementari pretenda impegno e dedizione da parte degli alunni e promuova soltanto chi lo merita; ma questa è un’utopia più grossa dell’Eldorado e del Paese dei balocchi, che nessun governo si sentirebbe mai di attuare, sia perché ci sarebbe da affrontare la massiccia opposizione dei buonisti e dei radical-chic, sia perché andrebbe contro l’interesse del potere, cui l’ignoranza serve molto più della cultura.

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Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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E’ arrivata la pensione!

Dopo tanto parlarne, finalmente ci siamo arrivati: da oggi 1° settembre 2018 sono ufficialmente in pensione, dopo 40 anni di “onorato” servizio nel nostro sistema dell’istruzione, per la precisione in un Liceo Classico, in cui ho insegnato ininterrottamente le due materie più esaltate da un lato e più temute dall’altro, cioè il latino ed il greco. A parte il primo anno, quando ebbi una cattedra nel biennio ginnasiale, poi per il resto della carriera ho sempre avuto il triennio liceale, con una sola parentesi di tre anni in cui, alle due materie canoniche, si è affiancato anche l’insegnamento dell’italiano, il che si è rivelato, a dire il vero, un’ottima esperienza.
Cosa posso dire a questo punto? L’aspetto più curioso della pensione è la straordinaria invidia dei colleghi verso chi sta per lasciare il lavoro. Anch’io ho avuto modo di sentirmi dire molto spesso: “Beato te che te ne vai!”, come se l’andare in pensione fosse come entrare in una specie di Eden, di paradiso terrestre dove finalmente si può fare ciò che ci piace senza dover fare i conti con noiose riunioni, alunni svogliati, genitori petulanti e compiti da correggere. Il bello è che certe frasi piene d’invidia me le sono sentite rivolgere anche da colleghi di circa 40 anni, di cui prenderei volentieri il posto perché hanno venticinque anni meno di me! E’ proprio vero, come diceva Orazio, che nessuno è mai contento della propria condizione: il mercante invidia il soldato, il soldato invidia il mercante e così nell’insoddisfazione va sempre il mondo. E’ sconfortante però, a ben pensarci, che molte persone vedano il proprio lavoro come una condanna, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile; io invece non ho mai condiviso questa mentalità, ho sempre amato moltissimo la mia professione e sinceramente mi è dispiaciuto molto doverla lasciare, al punto che già adesso, al primo giorno di pensione, ne sento la mancanza.
Ma allora, si potrebbe dire, perché questa decisione? Il funzionario dell’INPS a cui mi rivolsi per conoscere la mia situazione previdenziale mi disse che avrei potuto scegliere tra l’andare in pensione quest’anno oppure il successivo, ma mi sconsigliò di fare quest’ultima scelta, perché non ci avrei guadagnato nulla; anzi, con l’incertezza politica che caratterizza il nostro Paese, non ci sarebbe da meravigliarsi se ad attendere ci si dovesse persino rimettere. E poi, se avessi scelto di restare ancora un anno, nel 2019 mi avrebbero pensionato d’ufficio; meglio quindi, a mio parere, fare volontariamente ciò che comunque si sarebbe costretti a subire per imposizione altrui. E così è avvenuto, ed eccomi qua.
A chi mi chiede, tanto per fare una domanda consueta, se sono contento di andare in pensione, rispondo che lo sono al cinquanta per cento, ed è la verità: in parte infatti mi sento sollevato dai carichi ed i fastidi di una professione di cui ultimamente non condividevo tanti aspetti, ed in parte, al contrario, cessare di punto in bianco un’attività in cui ho creduto profondamente e che ho svolto con entusiasmo fino all’ultimo giorno non può che provocare un forte dispiacere, soprattutto nel lasciare gli alunni ed i colleghi con i quali ho avuto da tanto tempo un rapporto di collaborazione e di amicizia. E’ una sensazione strana, ci si sente come divisi in due, e francamente io non riesco a gioire così tanto come fanno molte persone nel momento in cui raggiungono il sospirato riposo.
A dire il vero le ragioni per andare in pensione per me c’erano ed erano più che abbastanza; si possono tuttavia riassumere tutte in un’unica constatazione, cioè che io mi sento un vinto, uno sconfitto, perché ho della scuola e dell’insegnamento una concezione che non è più in linea con la politica scolastica attuale e con il clima in cui sono vissuto negli ultimi anni. Per me la scuola è essenzialmente un luogo dove si trasmette la cultura, dove i giovani debbono impegnarsi per acquisire una formazione che servirà loro per la vita; perciò l’attività principale, se non esclusiva, deve essere quella di far lezione e di verificare poi seriamente la preparazione degli studenti; e chi non si applica o non raggiunge comunque gli obiettivi previsti deve essere fermato senza se e senza ma, perché senza selezione una scuola non può essere ritenuta seria e formativa. Nella fattispecie attuale, invece, ciò che accade nei nostri Istituti è l’esatto contrario: ci vengono imposte dall’alto una serie di attività che riducono fortemente il tempo dedicato alla lezione, prima tra tutte la famigerata alternanza scuola-lavoro, che nei Licei si riduce ad un’inutile perdita di tempo perché gli indirizzi liceali non debbono preparare i giovani al lavoro materiale ma fornire loro una formazione culturale teorica che consenta poi di affrontare gli studi universitari, ai quali spetta di avviare alle professioni più qualificate. Ma purtroppo non c’è soltanto quella: nelle scuole le attività extra o parascolastiche sono talmente numerose che, in pratica, ci sono periodi in cui si interrompe l’attività curriculare anche per settimane, di modo che alla ripresa delle lezioni gli alunni sono smarriti ed hanno già dimenticato quel poco che avevano appreso prima. Tutto ciò si verifica soprattutto per la necessità, imposta dalla visione politica attuale, di curare la facciata esterna della scuola, fare bella figura sul territorio per indurre gli alunni ad iscriversi, secondo una logica moderna, aziendalistica, che a me ha sempre fatto orrore. E poi, una volta giunti agli scrutini o agli esami, si è praticamente costretti a promuovere tutti o quasi, sempre per evitare il calo delle iscrizioni o il taglio delle classi da parte delle autorità scolastiche. La quantità prevale sulla qualità, la forma sulla sostanza, la selezione praticamente non esiste più, gli alunni bravi e responsabili vengono quasi messi alla pari dei nullafacenti. Un docente come il sottoscritto, che ha una visione completamente opposta a quella oggi dominante, non può soggiacere a questo andazzo: è uno sconfitto, ed è bene che si ritiri per evitare problemi di ogni genere a se stesso ed agli altri.
Tutto ciò è per me indiscutibile; e tuttavia mi dispiace profondamente lasciare quelle classi in cui ho lavorato per uno o due anni con entusiasmo, un impegno che è stato corrisposto da molti alunni seri e volenterosi. Non temo la noia che spesso si accompagna ai pensionamenti: ho molti progetti per il futuro, dalle letture alle pubblicazioni che sto preparando, dalla partecipazione a convegni e conferenze ad altre occupazioni più “leggere”. E soprattutto non smetterò mai di parlare di scuola, qui sul blog e altrove. Quello che temo più di ogni altra cosa è invece la mancanza di contatti umani, quelli che fino ad oggi ho avuto ed ho apprezzato con gli studenti ed i colleghi, che mi hanno dato tante soddisfazioni nonostante la mia concezione della scuola così diversa da quella dominante. Occorre farsi una ragione di ciò e cercare di limitare i danni il più possibile; intanto, in virtù di questo, mi sono fatto dare l’indirizzo e-mail da tutti i ragazzi e le ragazze che ho avuto l’ultimo anno e li ho invitati a scrivermi e a informarmi su come andranno le cose d’ora in poi per loro, senza ovviamente mai interferire sui metodi ed i giudizi che riceveranno dai loro nuovi insegnanti. Credo che anche dopo l’uscita dal lavoro si possa essere utili alla società ed agli ambienti in cui siamo vissuti e che abbiamo amato per tanti anni, facendo in modo che la pensione non diventi l’anticamera della morte, come spesso, forse senza riflettere abbastanza, in passato l’ho definita.

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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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