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Osservazioni sul fascismo

Come tutti (o quasi) sanno, il fascismo è stato un regime totalitario che è durato in Italia per un ventennio o poco più, dal 1922 al 1945. Questo ci dice la storia, alla quale questo periodo della vita italiana avrebbe dovuto essere riconsegnato; ed invece per tutti questi anni, dalla fine della guerra ad oggi, c’è stato chi ha voluto tenerlo in vita, come uno zombie, per più di settant’anni, paventando un “pericolo fascista” anche oggi, nel 2019, mentre in altri paesi il passato è passato e come tale viene considerato. Forse in Grecia si accusano ancora gli avversari politici di essere fautori del regime dei colonnelli? In Francia si accusano forse i dissidenti di Macron di essere “collaborazionisti di Vichy”? In Germania si accusa forse qualcuno di far parte della “Stasi”, la terribile polizia comunista del passato regime filosovietico? A me non sembra. E allora perché solo da noi in Italia si continua a bollare con il marchio d’infamia di “fascista” chiunque non appartenga alla lobby dei radical-chic o si opponga agli sbarchi incontrollati degli immigrati di colore o sia comunque contrario al “politically correct” che ci costringe ad accettare un linguaggio falso ed ipocrita?
Tentiamo di dare una risposta, che secondo me è una sola: le ideologie, così come le religioni, hanno assoluto bisogno del “nemico” per poter sopravvivere e prosperare, per potersi alimentare di continuo attraverso l’odio verso chi impedisce od ostacola la loro realizzazione ed il loro dominio in società. La Chiesa Cattolica non avrebbe potuto durare 2000 anni ed acquisire tutto il potere che ha se non si fosse inventata il “Maligno” e gli “infedeli” da combattere nelle crociate, e ciò vale anche per le altre religioni; allo stesso modo, l’ideologia marxista, che non a caso usava il termine “lotta di classe”, non avrebbe potuto sopravvivere né instaurare regimi liberticidi in tutto il mondo se non ci fossero stati i “padroni” da combattere, i “kulaki” o ricchi possidenti terrieri russi che i bolscevichi annientarono, i “fascisti”, appunto, da sconfiggere per affermarsi. Per un certo periodo la contrapposizione con il presunto “nemico”, ciò che tiene in vita religioni ed ideologie, poteva avere un fondamento nella realtà; ma poi, con il cambiamento delle condizioni storiche e la fine del terribile “demone” da distruggere, le costruzioni ideologiche rischiavano di implodere su se stesse perché la loro lotta, il loro livore diventavano inutili contro un avversario che non esisteva più. Ed allora, cosa si è escogitato? Un espediente geniale: quello di tenere in vita artificialmente il “nemico” anche dopo la sua morte, in modo da poter continuare a far finta di sentirsi aggrediti, di subire pericolose minacce, e tutto ciò per poter sopravvivere, poter continuare a sostenere ideologie criminali e assurde come quella marxista, fallita in tutto il mondo ma da noi ancora attiva ed operante.
Certo, la sinistra in Italia ha cambiato aspetto in questi decenni, anche sensibilmente. C’è stata una sinistra violenta negli anni ’60 e ’70 che si opponeva al “sistema” con l’uso delle spranghe, delle bottiglie molotov ed anche con l’assassinio degli avversari, una vera e propria eversione che alimentò anche il terrorismo omicida delle Brigate Rosse a cui lo Stato non seppe opporsi con l’energia che sarebbe stata necessaria. Già quella sinistra, che oggi per fortuna non esiste più se non in gruppuscoli isolati di fanatici, definiva “fascista” chiunque non appartenesse a quella ideologia, tanto che furono bollati con quel termine anche esponenti del PCI che non condividevano certi metodi. Oggi parlare di sinistra estrema o di “comunisti” in senso proprio sarebbe fuori luogo, perché di certe posizioni filosovietiche ed eversive non se ne vedono quasi più; la sinistra non solo si è imborghesita, ma addirittura ha assunto modi e comportamenti tipici di coloro che un tempo erano i suoi avversari, i “padroni”. Oggi essere di sinistra non vuol dire più stare dalla parte degli operai e dei contadini, classi sociali che non esistono neanche più nel senso che questi termini avevano decenni fa; anzi, attualmente ci sono i “comunisti con il Rolex”, cioè i cosiddetti “radical-chic”, persone che continuano a professare idee di sinistra, a volte persino radicali, ma vivono nel benessere e persino nel lusso. Loro caratteri precipui sono: l’ostentazione di una presunta cultura che apparterrebbe solo a loro mentre tutti gli altri sarebbero ignoranti e disinformati, una visione buonista della realtà per cui si dovrebbero aprire le frontiere a milioni di immigrati senza controllo e la contrapposizione frontale verso chiunque esprima un’idea contraria alle loro. Si tratta per lo più di una violenza verbale, ma che spesso si misura anche in pratica mediante il tentativo di chiudere la bocca agli oppositori con leggi liberticide come quelle di Fiano e di Scalfarotto sulla presunta “omofobia”, norme che reintroducono in Italia il reato di opinione, finora tipico soltanto delle dittature. Particolarmente aspra e subdola è stata, inoltre, la loro campagna diffamatoria contro gli esponenti politici del centro-destra, prima Berlusconi (perseguitato sul piano giudiziario con accuse ridicole come quelle del “processo Ruby”) e poi Salvini, fatto bersaglio dell’odio più disumano e dei più grossolani insulti. Questa sinistra di oggi è per certi versi l’opposto di quella del PCI di Berlinguer, che veramente difendeva le fasce deboli della società, ed anche di quella bombarola degli anni ’70, ma una cosa ha in comune con esse: l’uso ossessivo del marchio infamante di “fascista” contro chiunque si opponga alla loro mentalità ed alla loro visione della realtà.
Ed ecco che ritorna la necessità imprescindibile per l’ideologia marxista, sia pur cambiata rispetto al passato, di avere un “nemico” per poter sopravvivere, per poter reagire nelle discussioni quando non si hanno validi argomenti. E’ successo a chiunque non appartenga alla cerchia dorata dei radical-chic: appena si intavola una discussione e si riesce a dimostrare che le loro idee sull’immigrazione o sulla famiglia sono inaccettabili costoro, anziché ribattere con solidi argomenti, ti danno del “fascista” e con quella parolina magica chiudono il dibattito. E’ un modo per non cedere, per non dover ammettere l’inconsistenza e le contraddizioni della loro ideologia.
Questa è l’unica spiegazione per cui il fascismo è ancora oggi vivo e operante sulla bocca, nella penna e nella tastiera di tante persone. Il regime cui dovrebbe legittimamente riferirsi questa terminologia è finito nel 1945, per cui gridare oggi al “pericolo fascista”, al ritorno di quel regime, è assurdo; anzi, diciamolo pure, è da idioti in malafede, perché attualmente la democrazia italiana è solida e nessuno potrebbe abbatterla. Chi potrebbe avere oggi i mezzi culturali e materiali per restaurare un regime come quello del 1922? Soltanto affermare una cosa del genere dovrebbe far auspicare la riapertura dei manicomi. Se la sinistra nostrana teme davvero che quei pochi ragazzotti di “Casapound” o di “Forza Nuova” che alle elezioni raggiungeranno sì e no lo 0,5% siano un pericolo reale, allora ci fa veramente dubitare di quella intelligenza e di quella cultura che tanto ostentano i radical-chic. Io sono convinto che neanche loro pensano questo; il tenere in vita artificialmente il fascismo, quindi, altro non è che un espediente per perpetuare nel tempo un’ideologia sconfitta dalla storia, che ha cambiato forma e nome tante volte ma che nel profondo resta intollerante e faziosa, e che non ammette altra Verità se non la propria. Questa è, nel nostro Paese, l’unica cosa veramente pericolosa.

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La civiltà dell’odio

Dispiace, purtroppo, constatare che nella nostra società la diffusione di internet e dei social ha portato un inasprimento dei rapporti sociali ed una larga diffusione della volgarità, dell’insulto e dell’odio, molto più facilmente esprimibile da chi sta dietro una tastiera rispetto a chi parla di fronte ad un avversario fisicamente presente di fronte a lui. L’istinto di violenza, di aggressività, di affermazione incondizionata della propria personalità e delle proprie idee ha trovato largo spazio con i “social” di oggi ed anche nel dibattito politico dei cosiddetti “talk show” televisivi, dove la litigiosità è molto aumentata negli ultimi anni. Di per sé la cosa potrebbe avere anche un lato positivo, nel senso che la sincerità, il dire cioè apertamente ciò che si pensa non è un male, ed è certo migliore dell’ipocrisia di chi adula gli altri o nasconde il proprio pensiero per fini personali, fingendo cortesia e benevolenza. Io ricordo con piacere una commedia di Molière, “Il misantropo”, dove il protagonista non è definito tale perché odia la compagnia degli altri, ma perché ha il coraggio di esprimere le proprie convinzioni e le proprie critiche nei confronti del prossimo, come quando dice apertamente ad un sedicente poeta che le sue poesia non gli piacevano affatto, suscitandone ovviamente il risentimento. Però la sincerità ed il coraggio delle proprie idee sono cosa diversa dalla maleducazione, dalla volgarità e dall’esternazione dell’odio a cui purtroppo assistiamo oggi, in un periodo in cui si sono perduti i giusti valori ed i giusti principi che dovrebbero regolare i rapporti umani.
Vediamo un po’ questo problema dell’odio sociale in politica e sui social. Per il primo ambito sarà sufficiente un solo esempio. Nei cinque anni precedenti le ultime elezioni (2013-2018) il Partito Democratico ha avuto la responsabilità del governo, e ha dovuto sopportare non solo le legittime critiche che l’opposizione per sua natura deve esprimere, ma anche i più volgari insulti da parte del Movimento Cinque Stelle, la cui volgarità e ignoranza è apparsa in ogni occasione: i partiti di governo (il PD soprattutto ma anche gli altri, per non parlare di Berlusconi) hanno ricevuto tutti i peggiori insulti, tra cui quello di essere tutti corrotti, ladri, mafiosi ecc., per dire solo alcuni dei titoli che i grillini hanno rivolto agli avversari. I partiti al governo sono stati accusati di aver rovinato l’Italia e aver condotto i cittadini alla fame, cosa che in verità era del tutto falsa, perché le condizioni di vita del nostro Paese erano e sono ancora buone e molto migliori di quelle di altre nazioni europee. Io, che non sono favorevole né al PD che ai Cinque Stelle, di fronte a quel volgare succedersi di insulti che la banda dei seguaci del buffone genovese lanciava contro il governo, dovetti prendere le parti del PD e soprattutto di Renzi, una persona che ha fatto sì molti errori (v. la legge 107 sulla scuola) ma che ha cercato anche con sincerità ed impegno di fare qualcosa di positivo per il nostro Paese. Però, adesso che le ultime elezioni hanno cambiato il quadro politico italiano e che al governo ci sono (malauguratamente!) i Cinque Stelle, il PD sta facendo lo stesso errore che prima facevano i suoi avversari, lasciandosi guidare dall’odio e ripetendo le stesse assurdità che qualche anno fa dicevano loro, cioè che il governo sta portando l’Italia alla rovina, che ci saranno pesantissime tasse aggiuntive, che moriremo tutti di fame ecc. Anche loro adoperano insulti gratuiti (oggi il PD ha definito “indegno” il ministro Salvini) e montano una campagna di odio che non fa certo onore a nessuno. Se il PD vuole con ciò vendicarsi degli insulti subiti quando era al governo, ha sbagliato strada: convinti come sono, a sinistra, della loro superiorità culturale sugli avversari, non dovrebbero usare i loro stessi metodi ed il loro stesso linguaggio, altrimenti si mettono essi stessi alla pari con i Cinque Stelle, che sono difficilmente superabili sul piano dell’insulto e della volgarità.
Sono tuttavia i cosiddetti “social” come Facebook il campo d’azione dove l’odio e l’insulto si diffondono con maggior vigoria grazie soprattutto al relativo anonimato che l’uso privato di un computer o uno smartphone sembrano consentire. In realtà chi offende o diffama altre persone può essere rintracciato e denunciato, tramite la Polizia Postale ed i mezzi di ricerca elettronici che esistono adesso, ma molte persone, pur offese, rinunciano a intraprendere un iter giudiziario lungo e fastidioso e con il rischio di non ottenere nulla; perciò, nella maggior parte dei casi, si limitano a rispondere agli insulti con altrettanti insulti ancor più sanguinosi, credendo in questo modo di vendicarsi adeguatamente e finendo invece per mostrare un comportamento infantile e indegno di persone civili. Avviene così che sui social vengono scatenate vere e proprie campagne di odio contro qualcuno solo perché esprime idee diverse dalle nostre, e queste campagne sono spesso organizzate scientemente da associazioni, partiti o organi di informazione allo scopo di screditare gli avversari e farli passare per quello che non sono. Le accuse di questo genere si incrociano vicendevolmente, e ciascuno accusa l’altro di essere un “hater”, cioè un odiatore del prossimo, affibbiandogli etichette infamanti. Così l’odio, anziché diminuire, aumenta sempre più, perché chi si sente offeso – e ritiene ingiuste le accuse che riceve – è portato a rispondere con lo stesso linguaggio, e così si forma una spirale di intolleranza e di incomprensione che non si ferma più. Ho usato consapevolmente il termine “incomprensione” perché va anche detto che è difficile giudicare il pensiero di una persona (o peggio, la persona stessa) da ciò che scrive in un commento di Facebook: spesso si viene fraintesi, ciò che viene scritto con un senso viene recepito in un altro totalmente diverso, e l’equivoco non fa altro che inasprire un clima già notevolmente alterato.
A questo punto non posso però evitare, prima di concludere, di esprimere un mio giudizio sul dibattito politico attuale. Di recente la sinistra, servendosi anche di trasmissioni televisive come “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha lanciato le solite accuse di “razzismo” e di “fascismo” contro tutti coloro che non approvano l’arrivo incontrollato dei migranti stranieri nel nostro Paese, servendosi anche di “intellettuali” come Saviano, Canfora, Cacciari ed altri, lasciati parlare senza contraddittorio e liberi di accusare e di insultare persino un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, indicato come il creatore ed il fomentatore della campagna di odio razziale che, a loro dire,ci sarebbe in Italia contro gli stranieri e i “diversi” di ogni genere. A me la cosa fa sorridere per due motivi: primo, perché viene spacciato per “razzismo” ciò che non lo è affatto, in quanto la preoccupazione per il diffondersi della criminalità slava, romena, albanese, nigeriana ecc. in Italia non può essere definita razzista se non dalla malafede di coloro che hanno qualche tornaconto personale nell’accoglienza di questi stranieri che vengono qua a delinquere perché le nostre leggi sono assai più miti e lassiste di quelle dei loro paesi di origine. Il razzismo è cosa ben diversa e s’identifica con il considerare la propria razza come geneticamente superiore alle altre come avveniva, ad esempio, nella Germania nazista; ma chi subisce o denuncia i furti in villa dei criminali slavi o i ROM che rubano sugli autobus e nelle strade non lo fa perché si sente geneticamente superiore a loro, ma perché si preoccupa della propria sicurezza. Chi non approva che gli immigrati di colore siano mantenuti a spese nostre negli alberghi e vadano tutto il giorno in giro con lo smartphone senza fare nulla mentre i nostri pensionati vivono a stento con 500 euro al mese di pensione non lo fa perché si sente superiore agli immigrati, ma perché questo stato di fatto è profondamente ingiusto, e grida vendetta il fatto che gli stranieri vengano preferiti agli italiani in tanti aspetti della vita sociale, compresa l’assegnazione delle case popolari. Chi dice “prima gli italiani” ha perfettamente ragione, perché così fanno tutti gli altri Stati europei e occidentali.
C’è però un secondo motivo che fa indignare. La nostra sinistra accusa Salvini e la destra di aver creato una campagna di odio quando sono proprio loro invece, i vari partiti e pensatori di sinistra, che hanno fondato sull’odio e sul disprezzo per il “nemico” la loro azione politica, dal ’68 fino ad oggi. Io, che purtroppo ho una certa età, ricordo benissimo la “caccia al fascista” degli anni ’70, quando diversi giovani di destra furono addirittura assassinati; in tempi più recenti sono sotto gli occhi di tutti le campagne di fango mediatiche e giudiziarie lanciate contro Berlusconi, portato in giudizio con accuse assurde nel tentativo di eliminarlo con quel mezzo dalla scena politica perché non si era in grado di batterlo alle elezioni; ed ancora più di recente, mi piace ricordare la pletora di infamie e insulti lanciata sui social e nel dibattito politico contro Salvini, che ha la sola colpa di voler difendere i confini del suo paese e di riconoscere agli italiani i loro diritti. A questo si aggiunge la continua ricerca del “nemico” che continua ancora oggi da parte della sinistra, che risuscita di continuo il fascismo finito storicamente 75 anni fa per avere qualcuno contro cui scagliare il proprio livore. Salvini, il cosiddetto “razzismo” e il cosiddetto “fascismo” sono quello che per i cristiani osservanti è il Maligno, il Diavolo, il “Nemico” del bene per antonomasia, che con la sua presenza giustifica e autorizza i crimini che la Chiesa Cattolica ha compiuto per secoli. Quindi, nel caso della campagna di odio che si va diffondendo purtroppo nel nostro tempo, non credo che esista nessuno che possa dare lezione ai suoi avversari, e mai come oggi trova piena applicazione quel detto popolare che dice “Il bue dà del cornuto all’asino”, oppure, come diceva mia nonna, “Il mugnaio accusa gli altri di essere sporchi di farina”.

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I termini impropri della politica

Seguendo il dibattito politico che è sempre più acceso nel nostro Paese, mi risulta interessante analizzarne il linguaggio, cioè le parole e le espressioni normalmente usate dai politici durante i talk-show televisivi, dai giornali e dai social nel web. A mio parere alcuni termini di impiego comune sono in realtà usati impropriamente, attribuendo cioè ad essi un valore denigratorio e offensivo nei confronti degli avversari ma senza rispettare il senso proprio e naturale che dovrebbero avere. Poiché le parole sono pietre, come si suol dire, vale la pena di fare qualche esempio, per dimostrare come in Italia non si sia mai riusciti a chiudere i conti con il passato e ad impostare la dialettica politica su di un piano di aperto e tollerante confronto con chi la pensa diversamente da noi. Tutto ciò contribuisce all’affermazione di quel “pensiero unico” e di quel “politically correct” di cui ho parlato in altri post, la tendenza cioè a mettere in cattiva luce l’avversario additandolo al pubblico disprezzo anche mediante l’impiego di certi termini. Facciamo qualche esempio di parole anche troppo comuni.
1. Fascismo, fascista. Questi appellativi vengono rivolti continuamente da esponenti della sinistra a chiunque non la pensa come loro, e costituiscono senza dubbio un marchio d’infamia perché richiamano l’esecrato regime che fu al potere in Italia dal 1922 al 1943. E’ evidente il grossolano anacronismo che c’è dietro questi termini, perché il regime cui fanno riferimento è terminato più di 70 anni fa ed è quindi ormai impossibile che vi sia qualcuno che possa o voglia restaurarlo. In altri Paesi, che molto meglio di noi hanno fatto i conti con il passato e dove non ci sono “nemici” ma solo avversari e dove l’odio non ammorba il dibattito politico, termini come questi sono fuori uso. Non credo che in Germania si usi di frequente la parola “nazista” per identificare chi ha idee nazionaliste o comunque è schierato a destra, né che in Russia si usi più il termine “bolscevico” per chi ritiene che il passato regime comunista portasse ai cittadini anche dei vantaggi, pur nel clima assolutistico che lo caratterizzava. I regimi dittatoriali, per fortuna, appartengono al passato (almeno in Europa), ed è quindi linguisticamente e socialmente errato continuare nel 2018 a bollare gli avversari politici con etichette infamanti che si rifanno a periodi storici ormai conclusi. Oggi non c’è più alcun pericolo che i fantasmi del passato possano ritornare, ed è quindi assurdo tenerli in vita solo perché fanno comodo, a chi non ha argomenti sufficienti a sostenere il proprio pensiero, per chiudere gli avversari nel ghetto dell’infamia.
2. Razzismo, razzista. Anche questi sono termini largamente impiegati dai buonisti nostrani, siano essi d’impostazione cattolica o di sinistra (o di entrambe le ideologie) per designare coloro che si oppongono all’invasione degli immigrati nel nostro Paese, cui stiamo ormai assistendo da alcuni anni. Propriamente il termine “razzista” designa chi ritiene il proprio ceppo etnico ontologicamente superiore agli altri, come avveniva, ad esempio, nella Germania di Hitler, dove la cosiddetta “razza ariana” era ritenuta arbitrariamente dotata di qualità naturali e culturali più elevate rispetto a quelle delle altre razze. Ma chi oggi si mostra preoccupato per la presenza eccessiva di stranieri in Italia non lo fa perché ritiene superiore la propria razza a quelle degli immigrati o dei ROM, ma perché pensa che questi ultimi, in mancanza di lavoro o di adeguata integrazione, creino problemi di criminalità e di ordine pubblico, come in effetti avviene in molte città, dove uscire la sera è diventato proibitivo proprio per la crescente presenza di immigrati che delinquono. Ritenere che l’Italia abbia già molti problemi per potersi accollare da sola milioni di individui che fuggono dall’Africa o dall’Asia, o pensare che sia vergognoso che gli immigrati vengano mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese non è razzismo, è senso di giustizia puro e semplice. Ogni nazione europea tutela prima i propri cittadini e poi gli stranieri. Perché noi dovremmo fare eccezione?
3. Omofobo, omofobia. Questi termini sono frequentemente impiegati dal pensiero unico dominante contro chiunque non approvi le unioni omosessuali e soprattutto l’adozione di figli da parte di coppie di questo tipo. Anzitutto va detto che c’è un errore etimologico in queste parole, perché “omofobia”, in base alle sue origini greche, significa “paura dell’uguale”, e quindi non avrebbe nulla a che fare con la sfera della sessualità. Comunque, a parte ciò, questi termini vengono lanciati come etichette infamanti per chi esprime un’opinione che ha tutto il diritto di esprimere. Io stesso ritengo che l’unica famiglia che possa definirsi tale sia quella formata da un uomo e una donna, e prendo a garante l’art. 21 della nostra Costituzione per ribadire che nessuno potrà convincermi a cambiare idea.
4. Populismo, populista. Anche questi termini vengono usati a sproposito, attribuendo loro un senso denigratorio che in origine non avevano affatto. Propriamente il populismo è stato un movimento attivo di tipo socialista affermatosi in Russia sul finire del secolo XIX, ed è passato poi ad indicare colui o coloro che mettevano il popolo al centro del loro interesse artistico o letterario; quindi il senso della parola era inizialmente positivo, mentre solo di recente viene usato come equivalente di “demagogia”, la tendenza cioè di molti politici a far promesse per attirarsi il favore degli elettori. Questo è il maggior limite della democrazia, come già nell’antica Grecia molti scrittori e filosofi avevano sottolineato, perché il cosiddetto “popolo” è un’entità variabile, volubile, multicolore, che tende a seguire chi si mostra più convincente, cedendogli di fatto il potere. Quindi una vera democrazia, nel senso di “potere del popolo” oggi non esiste, come non è esistita (se non in senso lato) neanche nell’Atene del V° secolo avanti Cristo.
Il post è già lungo ed è bene finire qui. Quel che volevo dimostrare con questo mio scritto è che le parole sono importanti, hanno un peso enorme nel dibattito ideologico ed anche nella mente del cittadino, che viene inevitabilmente influenzato da ciò che sente in TV o che legge sui social. Occorre perciò stare attenti a come si usa la terminologia, perché i significati (cioè i concetti) possono essere semplici o neutri, ma l’uso di determinati significanti (cioè le parole) possono rendere quei concetti complessi e faziosi, possono scatenare la rivalità e l’odio da cui il dibattito politico si dovrebbe liberare una volta per tutte, come avviene in altre parti del mondo. Dire a una persona “tu sei contrario all’immigrazione incontrollata” è ben diverso dal dirgli “tu sei un razzista”, perché la prima frase è aperta al confronto delle idee, la seconda è solo un insulto che non risolve nulla, anzi peggiora di molto le cose perché la violenza verbale ne richiama altra e instaura una contrapposizione frontale e una spirale di odio che rischia di non finire mai.

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Il dilagare della violenza

Viviamo un periodo piuttosto preoccupante, a quanto sentiamo dalle cronache, un periodo in cui la violenza – materiale e verbale – ha raggiunto livelli intollerabili per una nazione civile. La simpatica vignetta qui apposta si riferisce al mondo della scuola, dove sono di recente aumentati di molto gli episodi di violenza nei confronti dei docenti: un alunno ha sfregiato il volto di una professoressa con una coltellata, un altro ha colpito con un pugno un’altra insegnante, un altro ancora ha riempito di insulti e bestemmie il suo professore perché gli aveva fatto cadere a terra il cellulare, senza poi contare le violenze dei genitori che hanno colpito sia docenti che dirigenti e vicari. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Le ragioni principali di questa barbarie emergente le ho enunciate nei post che precedono questo, e sono quelle in cui ho sempre creduto: perdita di autorevolezza della classe docente dovuta alle farneticazioni del “mitico” ’68 ed alle leggi che ne sono derivate, dal 1977 al 2000 con il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, perdita dei valori fondamentali della nostra società come quello della famiglia, profondamente mutata negli ultimi decenni e gravata da un disarmante buonismo che fa sì che i figli abbiano sempre ragione nei confronti dei loro insegnanti. Ma non è tutto: la civiltà di internet e dei social, che ha dato strada a tutti i peggiori istinti delle persone, ha fatto in modo che l’insulto, la violenza verbale, l’odio apertamente espresso siano diventati normali e consueti nella nostra vita di tutti i giorni, mentre la cortesia ed il rispetto sembrano diventate categorie vecchie e superate, retaggio di una civiltà al tramonto. Così la rozzezza, l’incultura, la volgarità sono entrate a pieno titolo nella nostra vita, tramite anche il bell’esempio che dà la TV dove litigi, insulti e parolacce sono all’ordine del giorno. Dalla violenza verbale poi, una volta perduti i freni della ragione e della civiltà, si passa facilmente a quella fisica, ed ecco quindi spiegati gli inaccettabili fenomeni criminali che sono avvenuti nelle scuole. E siccome siamo in una società buonista, una società che non vuol sentir parlare di provvedimenti e punizioni, la situazione è destinata a peggiorare; così tra breve, accettando il suggerimento del buon presidente americano Trump, dovremo andare a scuola armati per contrastare questi fenomeni. Ovviamente questa è una battuta, perché soltanto un idiota poteva avanzare quella proposta, e per me il soggetto è tale anche se è l’uomo più potente del mondo; però una soluzione va trovata, perché non si possono tollerare episodi simili. La mia proposta sarebbe semplice: bocciatura in tronco ed espulsione da tutte le scuole d’Italia, senza possibilità di appelli o ricorsi, per gli studenti che si rendono responsabili di tali comportamenti; denuncia penale obbligatoria per i genitori e condanna a tre-quattro anni di carcere senza condizionale né sconti di pena. Credo che agendo così il fenomeno finirebbe subito, perché contro chi usa la violenza come mezzo di interazione con altre persone porgere l’altra guancia non è certo un rimedio appropriato. E’ sconsolante dirlo, ma credo che soltanto le soluzioni di forza possano avere una qualche efficacia verso individui simili. Purtroppo, quando si sa per certo che si resterà impuniti, non si avrà alcun inmpulso o interesse ad astenersi dal fare il male.
Lo stesso ragionamento vale per la violenza politica, riesplosa pesantemente durante questa campagna elettorale. Lasciando stare le infamie e gli insulti scritti sui social e pronunciati da certi politici (ed in ciò i 5 stelle sono maestri!), voglio qui riferirmi alla violenza fisica, quella che si è manifestata durante gli ultimi cortei cosiddetti “antifascisti”. Il fatto curioso di questi eventi è che i suddetti cortei volevano protestare contro presunti rigurgiti di “fascismo”, mentre chi ha ferito gli agenti di polizia e devastato le città sono stati proprio gli antifascisti, i cosiddetti “antagonisti” (ma antagonisti di chi?), i giovani di estrema sinistra dei centri sociali. Del comportamento criminale di queste persone non mi stupisco, perché è dagli anni ’70, da quando frequentavo l’università, che sono abituato ad assistere alla violenza della sinistra extraparlamentare ed al terrorismo che è venuto da quella parte politica; ma adesso è imbarazzante, per gente come la Boldrini, Grasso, D’Alema e compagnia bella, parlare di “fascismo” (che non esiste più) e dover ammettere, perché non possono fare diversamente, che la violenza cieca e vigliacca che picchia i carabinieri a terra viene proprio dai figli di papà dei centri sociali e dalla loro parte politica, cioè la sinistra.
Da quanto di recente avvenuto mi pare evidente che il voler risuscitare ad ogni costo il fascismo, un movimento politico che appartiene ormai alla storia e che si è concluso nel 1945, sia un misero tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese che la sinistra non è riuscita né riuscirà mai a risolvere, oltre che la volontà di avere un “nemico” contro cui scagliarsi per poter nascondere le proprie contraddizioni. Se qualcuno fa violenza, sia di destra o di sinistra o di chicchessia, va punito pesantemente e basta, senza fare sconti a nessuno; ma fondare il dibattito politico, oggi nel 2018, sulla contrapposizione fascismo-antifascismo, è patetico e anacronistico. La storia non torna indietro, e negli ultimi 70 anni le società occidentali e le relazioni internazionali sono talmente cambiate da avere ben poco in comune con eventi e situazioni ormai vecchie quasi di un secolo. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania) hanno ormai fatto i conti con il loro passato, il dibattito politico si fonda sul presente e sul futuro; ma da noi, purtroppo, i fantasmi del passato non vengono mandati in pensione perché fanno comodo ancora oggi a chi non ha altri argomenti se non tirare fuori il solito vecchio ritornello del “fascismo”. La violenza va combattuta ed eliminata da qualunque parte provenga: a questo pensino i signori politici, e ad affrontare i veri problemi del presente, senza attribuire ad altri etichette e marchi infamanti che appartengono ad un passato remoto e non hanno più alcuna ragione di esistere.

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La democrazia a due velocità

Da tempo si va dicendo che oggi, dopo la globalizzazione e gli eventi storici, sociali e politici cui abbiamo assistito negli ultimi anni, le idologie sono tramontate e che non ha più senso la classica contrapposizione tra destra e sinistra. Certo, se osserviamo le politiche di certi governi, questo sembra vero; ma se invece vogliamo analizzare i fatti di questi ultimi giorni, sembra che i pregiudizi ideologici siano quanto mai vivi e operanti nel nostro Paese. Mi riferisco all’ondata di sdegno contro certe manifestazioni definite “fasciste” come il blitz degli skin-heads a Como o la manifestazione davanti alla sede di “Repubblica”, che ha prodotto non solo un forte terremoto mediatico, ma anche un certo terrore sociale diffusosi ovunque, quasi che oggi, nel 2017, potessero ripetersi fenomeni come la marcia su Roma del 1922 o l’abolizione delle libertà democratiche ad opera dei gruppi cosiddetti “fascisti”.
A me il clima di provocato terrore diffuso dai media che si richiamano alla sinistra (primo tra tutti “Repubblica”) fa semplicemente sorridere, anche se va preso sul serio il dato diffuso dallo stesso quotidiano richiamato sopra secondo cui la metà degli italiani avrebbe veramente paura di un ritorno del fascismo. Ora io mi chiedo: ma com’è possibile credere a queste fandonie? Come si può anche lontanamente pensare che in uno Stato organizzato democraticamente, che ha una Costituzione nata dall’antifascismo, che possiede tutti i mezzi per difendersi da qualunque aggressione interna ed esterna, dei gruppuscoli di poche persone possano effettivamente organizzare un colpo di Stato o qualcosa di simile? Dove avrebbero la forza di compiere un’insurrezione e distruggere le libertà democratiche? Se non ce l’hanno fatta i gruppi organizzati del terrorismo degli anni ’70, possono farcela questi quattro ragazzotti di oggi? Questa paura è talmente assurda che viene da pensare che sia stata costruita apposta dagli avvversari politici per due motivi: primo, per distogliere l’attenzione degli italiani dai veri problemi come il lavoro, la disoccupazione, la criminalità, l’immigrazione incontrollata ecc.; secondo, perché la sinistra da 70 anni continua ad agitare lo spettro del fascismo (che come movimento storico è finito nel 1945) per legittimare se stessa, per avere un “nemico” contro cui combattere e poter affermare la propria presunta virtù e ragione storica, così come i cristiani hanno sempre agitato lo spettro del demonio per giustificare i propri dogmi ma anche, in certi periodi storici, i propri misfatti. Per vent’anni hanno fatto di Berlusconi il “demonio” insultandolo, ridicolizzandolo e ricorrendo alla magistratura quando non riuscivano a batterlo alle elezioni; adesso tornano fuori i “fascisti”, tipica valvola di sfogo della sinistra per trovare il capro espiatorio che tira su di sé tutto il male e lascia agli altri, ai “duri e puri” tutto il bene.
Analizzando i fatti come si sono svolti, oltretutto, non sembra affatto che i cosiddetti “fascisti” (che con il vero fascismo degli anni ’20 non c’entrano nulla, e probabilmente non sanno neppure cosa sia stato) siano più pericolosi dei gruppi di estrema sinistra, verso i quali assistiamo invece ad un clima di compiacenza, se non di simpatia. Quando la violenza viene da sinistra si ama definirla “errore di compagni che sbagliano”, oppure “una simpatica ragazzata”; ed ecco quindi che la democrazia nel nostro Paese va a due velocità, ha due pesi e due misure: se la violenza, l’intimidazione, la devastazione delle città durante le manifestazioni vengono da sinistra, sono da tollerare (si sa, sono ragazzi!); quando qualcosa di simile viene da destra si arriva all’esecrazione, alla condanna unanime, si grida al “fascismo” come se il 2017 assomigliasse in qualche modo al 1922; si diffonde il terrore tra l’opinione pubblica, quando ben altri sarebbero i pericoli da cui guardarsi, come la criminalità italiana e straniera che aumenta sempre più. Ma chi ci pensa a fermare un’invasione di clandestini che può portare delinquenza e terrorismo? Nessuno. Basta difendersi dai “fascisti” e tutti sono contenti, anche quando la violenza non c’è neppure stata. Cosa hanno fatto, in fondo, i giovani di Como? Hanno semplicemente letto un loro documento, che non era affatto delirante come la TV ci vuol far credere, senza sparare, senza violentare, senza fare del male a nessuno; e tuttavia questa azione, certo inopportuna ma non criminale, ha fatto un enorme clamore mediatico e giudiziario, tanto che quei giovani sono stati accusati di “violenza privata” che non si capisce dove stia: al massimo li si poteva accusare di violazione di domicilio. Ma poi, basta questo per temere una nuova marcia su Roma? E quando invece i giovani dei centri sociali di estrema sinistra incendiano i gazebo della Lega nord, lanciano bottiglie molotov o impediscono alle persone di esprimere democraticamente le proprie idee nelle piazze o nelle Università, quella non è violenza? Quando i terroristi no-tav fanno sabotaggi ai macchinari ed alle strutture con cui vengono realizzate opere pubbliche, quella non è violenza? E poi, anche se sono passati molti anni, a me viene in mente anche la straordinaria e ignobile indulgenza con cui lo Stato ha trattato i terroristi assassini delle Brigate Rosse ed altri gruppi di estrema sinistra degli anni ’70, nessuno dei quali è più in galera nonostante abbiano compiuto efferati omicidi. Anche gli esecutori del delitto Moro sono stati liberati e si permettono persino di comparire in televisione, fare conferenze ed avere delle pagine facebook. Questa è democrazia? Se ci fosse un minimo di giustizia, quegli assassini non avrebbero più dovuto vedere la luce, per tutta la loro sciagurata vita. Invece sono liberi. Certo, in Italia c’è solo il pericolo dei “fascisti”; tutti gli altri sono angioletti con le ali.

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La democrazia di Facebook

Come moltissime altre persone, anch’io circa un anno fa mi sono iscritto a Facebook, il più popolare e diffuso dei social network tanto di moda ai nostri tempi. Non l’ho fatto per particolari motivi, ma solo per corrispondere con alcune persone o gruppi che avessero interessi simili ai miei: la cultura classica, ad esempio, o la letteratura italiana e straniera. Mi sono anche iscritto alle pagine facebook di alcuni enti culturali o quotidiani come “Repubblica”, allo scopo di partecipare alle discussioni su determinati eventi o notizie del momento. In questo non trovo nulla di male, se non il fatto che il sottoscritto, essendo di carattere un po’ suscettibile o, come si dice in Toscana, “fumino”, rischiava e rischia di sollevare polemiche o di avere con qualcuno scambi di battute e commenti non proprio ispirati al massimo della cortesia. Il rischio di scontri verbali con altre persone (ad esempio i sostenitori del cosiddetto “Movimento cinque stelle”) c’era sicuramente; ma non mi aspettavo che vi fosse anche uno stretto controllo sulle opinioni altrui da parte dei supervisori del network stesso.
E invece mi è successo di essere sospeso per tre volte dal poter inviare commenti o contenuti di qualsiasi tipo sulla mia pagina perché, secondo i misteriosi censori di Facebook, avrei violato gli “standard della comunità”, che sono quelli da loro stabiliti e che non ammettono deroghe; in base a questo principio, piuttosto generico in verità, i moderatori possono sospendere o anche cacciare per sempre chi vogliono senza neanche dargli una spiegazione. In effetti è vero che ho espresso opinioni in contrasto con il “pensiero unico” o il “politically correct” come lo vogliamo chiamare; ma io pensavo, come ho sempre pensato, che nel nostro Paese ci fosse ancora la libertà di opinione (articolo 21 della Costituzione) e che tutte le opinioni siano esprimibili in democrazia, purché in base ad esse non si commettano reati. Questo è ciò che è successo: ho criticato in un commento la politica italiana dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, che un paese gravato da debiti e in difficoltà per dare lavoro ai suoi cittadini non può permettersi; un’altra volta ho criticato le buffonesche esternazioni dei cosiddetti “gay pride”, dove gli omosessuali si agghindano come pagliacci e in questo modo ridicolo e volgare cercano di attirare l’attenzione sui loro diritti, che a mio parere hanno già ottenuto in abbondanza. Per questi commenti ed altri simili, che riflettono la mia mentalità ed il mio modo di pensare, sono stato sospeso da Facebook, prima per tre e poi per sette giorni, senza ulteriori spiegazioni; in pratica sono stato accusato di razzismo e di omofobia, cosa che avviene a tutti coloro che non sono pedestremente allineati col pensiero comune oggi dominante.
La cosa in sé non ha una grande importanza, intendiamoci bene: se per sette giorni non posso inviare commenti a Facebook, pazienza, sopravviverò; del resto sono vissuto 60 anni e più senza essere iscritto a quel network; ma ciò che mi rende furioso e mi preoccupa veramente è constatare come la libertà e la democrazia nel nostro Paese siano oggi in grave pericolo, allorché il pensiero unico alla Boldrini – la “presidenta” della Camera che preferisce gli immigrati agli italiani – si serve di strumenti coercitivi per chiudere la bocca ai dissidenti. Questo è grave, gravissimo, è un metodo che ben si adatterebbe all’Unione Sovietica di Stalin, non ad un paese libero e democratico. Già su questo blog ho messo in guardia più volte sui pericoli del “pensiero unico” citando alcuni disegni di legge (ad esempio quello del deputato Scalfarotto contro l'”omofobia”) che limitano la libertà di opinione e pretendono di chiudere la bocca con la forza a chi si oppone alla loro mentalità. Anche la censura di facebook è un esempio di questo metodo sovietico, perché chi “sgarra” o non si allinea alle idee dominanti viene bannato, senza spiegazioni e senza dare al “reo” la possibilità di difendersi. E’ vero, come dice qualcuno, che Facebook non è una piazza pubblica ma un network privato, e come tale ha delle regole. Benissimo, ma queste regole sono di parte e non rispondono ad alcun criterio di libertà e di pluralismo; e questo è fortemente pericoloso, perché mettere a tacere con la forza gli avversari è un sistema in uso durante i regimi dittatoriali del XX secolo, come quello staliniano tanto caro alla signora Boldrini o quello fascista, tanto per usare questa parola che tanto volentieri i signori della sinistra e i “politically correct” lanciano come un fulmine contro gli avversari. Viene quindi spontaneo sospettare che anche Facebook, come tante altre fonti di informazione (tv, quotidiani, siti web ecc.), sia in realtà manovrato da poteri occulti che mirano a livellare i cervelli delle persone togliendo loro tutto ciò che fa scomodo al potere del “pensiero unico” e impedendo loro di ragionare in modo autonomo e critico. Ed io, da questo piccolo blog che poche persone leggono (specie adesso d’estate) lancio un grido di allarme perché nel nostro Paese ci sia veramente la libertà di opinione, secondo quanto stabilisce la nostra Costituzione, e che ciascuno possa aderire a qualsiasi pensiero o ideologia in contrasto con la mentalità dominante senza sentirsi bollare con appellativi come omofobo, razzista, fascista o peggio ancora. I veri fascisti sono loro, quelli cioè che utilizzano i più svariati metodi, dalle leggi coercitive al bando su Facebook, per tappare la bocca ai dissidenti ed a tutte le persone che, invece di bersi passivamente ciò che dice la tv, intendono continuare a ragionare con la propria testa.

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Fascismo di ieri e polemiche di oggi

In questi giorni l’on. Emanuele Fiano del PD è stato alla ribalta nelle cronache per due ragioni: perché ha subito un ignobile insulto da parte di un deputato di destra, che gli ha rinfacciato con disprezzo le sue origini ebraiche, e perché ha presentato una proposta di legge contro il reato di apologia del fascismo. Forse l’iniziativa è partita per reazione a quella pagliacciata della “spiaggia fascista” dell’Adriatico, dove un tale non meglio noto aveva tappezzato il suo stabilimento balneare con manifesti e scritte inneggianti al “ventennio”, ma a me personalmente ha fatto riflettere molto su quello che ho già scritto sul pensiero unico e la libertà di opinione.
La prima considerazione che vorrei fare riguarda appunto questo spinoso problema. L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce la libertà di opinione e di espressione, un principio di grande civiltà che tutti i paesi civili debbono avere. In base a ciò un cittadino ha diritto ad avere l’opinione che preferisce, può simpatizzare per qualsiasi periodo storico o regime politico, compreso il fascismo, purché non commetta veri e propri reati in base a queste sue idee. Se cioè una persona trova elementi positivi nel regime fascista, ammira la figura di Mussolini o addirittura si dichiara fascista (antistoricamente, perché siamo nel 2017) io credo che sia libero di farlo, perché il pensiero non si può castigare o impedire. Certo, se in base a questo va a manganellare gli avversari o compie comunque atti illegali, è da condannare severamente; ma ciò che si può condannare è l’azione delittuosa, non l’ideologia in sé. Quindi bisogna stare molto attenti quando si presentano norme che possono essere intese come liberticide, alle quali non finirò mai di oppormi: già ho fatto menzione in questo blog della mia contrarietà assoluta al disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, perché non si può impedire ad una persona di essere contrario ai matrimoni o alle adozioni gay, non lo si può costringere ad accettare l’omosessualità ed a considerarla “normale” se la pensa diversamente. Ognuno ha diritto di avere le sue idee, anche se sono diverse dal pensiero comune e non allineate con le opinioni della maggioranza. Imporre un sistema ideale, una forma mentis predefinita e cercare di inculcarla con i mezzi di informazione o addirittura con leggi restrittive, quello sì è un atto di vero fascismo, tanto per restare in argomento, non di democrazia.
Sarei comunque disposto ad accettare la proposta dell’on. Fiano se la condanna assoluta del fascismo portasse ad un preciso risultato che io auspico da tempo: cioè che la si finisse una buona volta di usare questo infamante titolo di “fascista” rivolto a chi non accoglie il pensiero comune, magari perché è contrario ai matrimoni gay o ritiene che si debba dare la precedenza agli italiani nei benefici sociali rispetto alla folla di immigrati che stanno invadendo il nostro Paese. Questo marchio d’infamia era usato negli anni ’70 dai gruppi di estrema sinistra per bollare chiunque non fosse dei loro: anche esponenti del PCI, perché magari non erano in sintonia con le scelte degli estremisti di sinistra, si sentivano dare dei “fascisti”. Purtroppo anche oggi, a distanza di 72 anni dalla fine del regime di cui si parla, si continua a usare questo aggettivo (o sostantivo) vergognoso contro chiunque non sia allineato col buonismo imperante di certa sinistra e delle gerarchie clericali. Ecco, se si smettesse di dare del “fascista” agli avversari politici, con ciò bollandoli come se avessero la peste bubbonica, io sarei contento della proposta del deputato PD, che tra l’altro considero persona onesta ed ineccepibile.
Vorrei poi fare un’ultima osservazione. Va bene che si eliminino dappertutto i segni del fascismo, che lo si cancelli dalla politica attuale e lo si consideri solo per quello che è veramente, cioè un periodo storico ormai passato da molti anni da non riesumare ogni volta che si parla di politica. Ma perché allora non fare lo stesso con il comunismo, la dittatura più spietata e spaventosa che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, che ha provocato un numero di vittime ben superiore a quello del fascismo e del nazismo messi insieme? Perché si permette che si usi ancora il simbolo della falce e martello, triste vessillo di morte, da parte di gruppi o addirittura partiti che si presentano alle elezioni? Perché in molte città esistono piazze e vie dedicate a Lenin, Che Guevara, Fidel Castro, autentici criminali che hanno sulla coscienza migliaia o milioni di vite umane? Perché nelle sedi di quei partiti faziosi e antistorici campeggia ancora il ritratto di Stalin, il più efferato criminale che la storia abbia mai conosciuto? E anche il nostro Togliatti, che ancora molti venerano come un padre, era in realtà un criminale, che quando si trovava in Unione Sovietica denunciò alla polizia staliniana centinaia di italiani che erano andati in esilio in quel “paradiso” e che in base a quelle denunce furono deportati nei gulag, torturati e uccisi. A chi non ci credesse consiglio di leggere il libro di G.Lehner, Carnefici e vittime. I crimini del PCI in Unione Sovietica, pubblicato da Mondadori nel 2006. Quindi io sono d’accordissimo nel risolvere una volta per tutte i conti in sospeso con il passato e parlare in termini di presente e di futuro, senza dare più del “fascista” o del “comunista” a chi non la pensa come noi. Ma per fare questo bisogna essere obiettivi, agire da entrambe le parti, non da una sola, e cercare di interpretare la storia in modo trasparente, non soltanto dalla parte dei vincitori, come fino ad ora è sempre avvenuto.

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Le “okkupazioni”: uno stupido e vecchio rito

Ho letto in questi giorni che il Liceo “Virgilio” di Roma, una scuola di ben 1500 studenti, è occupata da un limitato gruppo di facinorosi che, con la protervia e la prepotenza consuete in casi simili, impediscono il regolare svolgimento delle lezioni e tengono in ostaggio centinaia di loro coetanei e relative famiglie che vorrebbero invece andare regolarmente a scuola. La Dirigente dell’Istituto sta cercando di sbloccare la situazione, ma cerca di farlo in modo “soft”, senza cioè denunciare gli studenti occupanti – come meriterebbero – e tirando a campare, per così dire, usando cioè l’arma della persuasione, fin qui del tutto inefficace. Oltre a questo grande istituto romano ve ne sono molti altri, in tutta Italia, in cui gli studenti volenterosi e seri debbono subire la gratuita violenza di questi teppisti che considerano la scuola una loro proprietà, anziché un bene pubblico, e credono impunemente di poter calpestare così i diritti altrui, senza che nessuno si muova per far rispettare la legge.
Del resto, si sa, qui da noi di leggi, norme e decreti ne abbiamo a montagne, ma non siamo capaci di rispettarle. Vengono in mente le famose gride manzoniane, che tutti conoscevano ma nessuno rispettava. Così va il mondo, o almeno così andava nel secolo decimo settimo, dice il Manzoni; ma il bello è che sotto questo aspetto siamo ancora in quel secolo, perché in Italia la legge sembra fatta non per essere rispettata, cioè per quella che sarebbe la ragione stessa della sua esistenza, ma per essere calpestata e sbeffeggiata da tutti. Lo vediamo in tutti gli aspetti della vita sociale: divieti che non vengono minimamente osservati, politici e amministratori corrotti, giudici che mettono in libertà i delinquenti dopo pochi mesi o giorni, e chi ne ha più ne metta. Nulla di strano quindi se anche nella scuola lo spettacolo è lo stesso: c’è un reato preciso che si chiama interruzione di pubblico servizio, e l’occupazione di un istituto scolastico lo è di sicuro, questo è pacifico; ma di ciò nessuno si cura, e si continua a permettere a questi degenerati nipotini del ’68 di continuare a fare le loro bravate, senza che nessuno intervenga e faccia sgomberare con la forza la scuola dalle forze dell’ordine, denunciando gli occupanti maggiorenni e sottoponendoli a procedimento giudiziario. Se solo si profilasse per loro il rischio di vedersi compromettere la fedina penale e rischiare quindi gravi conseguenze future sulla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, sono certo che costoro se ne andrebbero subito a casa con la coda tra le gambe. Ma nessuno ha il coraggio di compiere azioni forti, in questo nostro Paese, ed è questo un gravissimo difetto della nostra democrazia, ammesso che possa chiamarsi tale una forma di governo che consente a chiunque lo vuole di trasgredire le leggi; nessuno si muove, perché un’azione di forza, pur ineccepibile sul piano legale, attirerebbe sui suoi autori l’accusa di violenza, di intolleranza, di fascismo e altri bei titoli simili. Per evitare di finire nel mirino dei “progressisti” e dei radical-chic del momento, si preferisce tacere e tirare a campare, tanto le situazioni prima o poi si risolvono da sé.
Occupare una scuola e impedire a coloro che lo desiderano di esercitare il loro sacrosanto diritto allo studio è non solo una prevaricazione intollerabile, ma anche un reato penale; e quando viene commesso un reato, la pubblica amministrazione, in questi casi rappresentata dal dirigente scolastico, ha il dovere di intervenire con le cattive maniere, se le buone non bastano, perché soltanto così si può tornare alla normalità. A parte l’aspetto legale, va poi aggiunto che le famose “okkupazioni” delle scuole non sono mai servite a nulla, neanche in passato, e figuriamoci oggi: la sospensione forzata dell’attività didattica è assolutamente inutile come forma di protesta, non cambia nulla delle leggi sulla scuola e nessuno se ne sente influenzato, tanto meno il governo attuale che ha da pensare a ben altre questioni. Gli stessi studenti occupanti, dopo la bravata di pochi giorni o settimane, tornano in classe e riprendono l’anno scolastico senza aver concluso nulla se non ritardare i programmi e calpestare i diritti altrui. Se costoro fossero coerenti e credessero veramente nell’efficacia di questa loro attività, allora dovrebbero astenersi dalle lezioni per tutto l’anno e affrontare una bocciatura nel nome dei loro nobili ideali; ma questo nessuno è disposto a farlo, perché l’interesse del “particulare” finisce sempre per prevalere.
Comunque mi preme dire che la colpa di ciò che accade non è tutta degli studenti, ma di una società che continua a far loro credere che le leggi scritte e quelle morali siano solo delle baggianate di vecchi barbogi, e che invece nella realtà ognuno possa fare quel che vuole, anche soffocare i diritti altrui. Del resto, dal “mitico” ’68 in poi si è molto frequentemente sentito dire in televisione e visto scritto su certi giornali che la libertà consiste nel fare ciascuno ciò che vuole, mentre leggi, regole e divieti sono stati considerati residui di un mondo passato, di una società coercitiva e “fascista” da aborrire e da rifiutare. Per tanti anni i Soloni della sinistra hanno ripetuto questi principi ed hanno apertamente sostenuto la diffusa illegalità delle occupazioni scolastiche, definendole addirittura “momenti di crescita”. Ma crescita di che cosa? Della violenza, della prevaricazione, dell’ideologia imposta da studenti e docenti sostenitori di quelle idee a scapito della vera libertà, che consiste prima di tutto nel rispetto degli altri e nel vero pluralismo. Se si vuole davvero protestare lo si faccia con criterio, cercando anzitutto di definire perché e contro chi o che cosa si protesta, abbandonando per sempre questo stanco e stupido rito delle “okkupazioni” che richiama alla mente un periodo funesto della nostra storia e ideologie ormai morte e sepolte.

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25 aprile, la festa della Retorica

Oggi ricorre il 70° anniversario della fine della guerra civile in Italia, quella che comunemente viene chiamata “liberazione”. Sarà perché la cifra è tonda, ma bisogna dire che mai come quest’anno le varie televisioni, comprese quelle Mediaset, hanno bombardato i cittadini con la solita retorica della Resistenza, dei partigiani eroi senza macchia e senza paura, quelli che hanno sempre ragione, quelli che stavano dalla parte giusta. E così, con un copione che si ripete da 70 anni, la realtà viene ancora piegata agli interessi di una parte, svilita e mistificata, perché la storia, si sa, la scrivono i vincitori, e quindi dicono soltanto ciò che loro conviene, nascondendo tutto quel che provocherebbe loro vergogna e disagio. Così, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, si è creato un vero ed autentico mito: quello della gloriosa Resistenza, degli eroi del Bene che combattevano contro il Male, quelli dell’altra parte, che non hanno neppure diritto ad essere ricordati e a vedere riconosciuta, se non altro, la loro buona fede, perché coloro che si arruolarono nella Repubblica di Salò, in quei tragici momenti, erano convinti di fare la scelta giusta, di servire la Patria e gli ideali che per tanto tempo li avevano animati, e non potevano sapere che la loro sarebbe stata la parte “sbagliata”. Ormai, dopo 70 anni, sarebbe l’ora di riconoscere che quella che ci fu in Italia dal 1943 al 1945 fu una vera e propria guerra civile, durante la quale furono commessi infiniti delitti, infinite atrocità da entrambe le parti: se i nazisti ed i fascisti loro fiancheggiatori si resero colpevoli di rastrellamenti, rappresaglie, stragi orrende (e questo nessuno lo vuole negare), altrettanto avvenne dall’altra parte, quella dei vincitori. Il criminale bombardamento di Dresda con le bombe al fosforo, che fece morire bruciati vivi oltre 150.000 civili tedeschi, è un’atrocità di cui pochi parlano ma che la storia non può cancellare; i massacri ordinati da Stalin e compiuti dalla gloriosa “Armata rossa” sono stati scoperti solo di recente e di essi poco si parla; le bombe atomiche sganciate su un Giappone già stremato solo perché gli americani dovevano mostrare ai russi la loro potenza nucleare, è un altro crimine orrendo che mai potrà essere perdonato dalla storia; la vergogna delle foibe, in cui i partigiani comunisti jugoslavi (aiutati da quelli italiani) uccisero migliaia di persone per il solo fatto di essere italiani, è ancora lì, grida vendetta ma ben pochi ne parlano. E che dire del comportamento dei partigiani italiani, la Resistenza tanto celebrata in questo 25 aprile? Basta leggere i libri di Giampaolo Pansa, un giornalista e scrittore che non può certo essere sospettato di simpatie di destra, per sapere che cosa fu il “triangolo della morte”, quel periodo cioè dal 1945 al 1947, quando, a guerra già finita, i partigiani delle brigate comuniste torturarono e uccisero migliaia di persone inermi ed innocenti con la scusa di ripulire il paese dai fascisti, ma in realtà per biechi interessi privati o semplicemente per sfogare il proprio istinto criminale, la rabbia di non aver potuto realizzare la rivoluzione bolscevica che avevano in progetto da tempo. Di questo genocidio furono vittime persino donne e bambini, persone che nulla avevano a che vedere col fascismo, oppure che avevano preso la tessera del PNF solo perché era d’obbligo per poter trovare un lavoro, ma che non avevano mai fatto politica.
Di queste cose non si parla, o se ne parla poco, ed i libri di storia, a cui si aggiunge la grancassa mediatica, trasformano in un mito quello che in realtà fu un triste periodo di lutti e di guerra civile, per la quale c’è ben poco da festeggiare. Se poi si guarda la realtà storica e si leggono i documenti dell’epoca, il mito si ridimensiona alquanto; basti pensare che l’azione dei partigiani, celebrata come eroica e indispensabile, fu in realtà marginale, perché le insurrezioni avvennero quando ormai l’esercito tedesco era già in ritirata, e quindi i veri liberatori del nostro Paese furono casomai gli eserciti alleati, non gruppi di combattenti sparuti e male armati che mai da soli avrebbero potuto sconfiggere la potente organizzazione nazista. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere: possiamo salvare e riconoscere la buona fede dei partiti antifascisti, tutti tranne uno, quello comunista, e ciò per una semplice ragione, cioè che costoro combatterono il fascismo ma non per dare all’Italia la libertà e la democrazia, ma per sostituire una dittatura con un’altra ben più disumana e feroce, quella sovietica. Chi non ricorda le frasi orrende come “addavenì Baffone”, cioè Stalin, che noi ancora sentivamo pronunciare quando eravamo ragazzi? Basterebbe questo a smontare un falso mito che va avanti da 70 anni; basterebbe cioè la volontà di esaminare la storia con i documenti e le testimonianze, non con ideologie obsolete o con la santificazione di una parte e la demonizzazione dell’altra. E allora, una volta ristabilita la verità storica, si potrebbe anche – ed è da augurarselo – superare definitivamente gli steccati ideologici e gli odi di parte e chiudere finalmente con queste brutte pagine del passato, così come hanno fatto altri paesi ben più equilibrati e ragionevoli di noi. Per questo io sono convinto, e lo ribadisco senza timore, che il 25 aprile non c’è nulla da festeggiare.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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Che cosa si festeggia il 25 aprile?

Anche quest’anno siamo arrivati alla fatidica data del 25 aprile, festa della Liberazione, e mi pare opportuna una riflessione sull’evento. A parte il fatto che le condizioni politiche ed economiche del nostro Paese hanno la priorità in questo momento, almeno nei pensieri della gente comune, rispetto alla memoria storica, ma in generale è bene chiedersi che cosa si festeggia in questa data. Se si vuol celebrare in questo giorno la fine di una guerra sanguinosa e l’avvio dell’Italia verso la repubblica, la democrazia e la costituzione, va benissimo, nulla da eccepire: è stato un passaggio storico importante e portatore di valori condivisi da tutti, e tutti noi oggi, a distanza di quasi 70 anni, dobbiamo esserne fieri.
Quel che per tanti anni è stato sbagliato e fuorviante è la celebrazione del 25 aprile come una festa di una sola parte politica, la sinistra, che nei libri di storia scritti dai vincitori si è appropriata del merito esclusivo della liberazione dell’Italia dal fascismo e dal nazismo. Questa visione è falsa e faziosa, perché alla lotta di liberazione parteciparono anche tutte le altre forze democratiche, dai democristiani ai liberali, e tutti costoro avevano subito persecuzioni dal precedente regime; anzi, dovremmo dire che la vera lotta antifascista per la libertà e la democrazia fu condotta proprio dalle forze cattoliche e liberali, non certo dai comunisti, i quali combatterono il fascismo non con la volontà di formare uno Stato libero e democratico, ma considerarono quella guerra come un’occasione per attuare la loro rivoluzione proletaria, l’occasione di eliminare una dittatura per sostituirla con un’altra, anche peggiore della precedente. I comunisti combatterono non per liberare l’Italia, ma per consegnarla a Stalin e per creare uno di quei regimi che, in tutto il mondo, si sono resi responsabili di 100 milioni di omicidi.
Ma è ben noto che la storia la scrivono i vincitori, dai tempi di Giulio Cesare e ancor prima, oscurando la memoria ed anche il sangue dei vinti. Già, questo titolo, “Il sangue dei vinti”, è quello di un fondamentale libro di Giampaolo Pansa, giornalista orientato a sinistra ma di grande obiettività e intelligenza, il quale ha mostrato a tutti quali furono le violenze e le atrocità commesse dai partigiani comunisti durante e dopo la guerra, fino agli anni 1946-1947, quando torturarono e trucidarono migliaia di persone innocenti per vendetta personale, per sete di denaro o semplicemente per soddisfare la propria natura criminale, sotto la generica accusa di aver aderito al fascismo, accusa rivolta anche a persone come il seminarista Rolando Rivi, trucidato a soli 14 anni e che non sapeva neppure cosa era stato il fascismo. Le atrocità commesse da questi criminali sono state ignorate per decenni dai libri di storia e dagli organi di informazione, i quali hanno suddiviso in modo ipocrita e manicheo la società italiana in due categorie contrapposte: il male, rappresentato da chi si mantenne fedele ai propri principi e aderì alla Repubblica di Salò, ed il bene identificato con i partigiani, e neanche tutti, ma soltanto quelli con la bandiera rossa ed il simbolo della falce e martello.
Quella degli anni 1943-1945 fu, checché se ne dica, una vera e propria guerra civile, dove il bene ed il male non stavano da una sola parte, come mai può accadere. Chi aderì al fascismo in quegli anni lo fece in buona fede, credendo di servire la Patria e di realizzare i propri ideali; e la storia, si sa, si giudica a posteriori, non sul momento in cui i fatti si svolgono, quando ciascuno ritiene di essere dalla parte giusta e non può prevedere il giudizio che la storia, anni o decenni dopo, darà del suo operato. Perciò chi combatté quella guerra dalla parte perdente avrebbe diritto all’onore delle armi, come si suol dire, non quello di ricevere infamanti condanne morali che si sono protratte fino ad oggi, quando si è visto il male tutto da una sola parte e quando si sono ignorate le atrocità commesse dai vincitori, dalle foibe agli infiniti assassinii politici perpetrati dal regime sovietico con la complicità del compagno Togliatti, dalle bombe atomiche sganciate dagli americani su un Giappone già sconfitto alle torture, gli stupri, i massacri di innocenti compiuti in Italia e altrove dai partigiani comunisti. E’ bene che la storia venga una volta per sempre interpretata nel modo giusto, senza nascondere nulla e dando con giustizia a ciascuno il suo. Questo dovrebbe essere il 25 aprile, la festa della democrazia e della libertà rconquistata, non l’ipocrita vanto fazioso di chi si comportò, in molti casi, ancor peggio del nemico.

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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