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Un ottimo libro in difesa del latino

Prima di parlare dell’argomento di questo post vorrei fare una riflessione di tipo editoriale. Un tempo la recensione di un libro (ossia la sua presentazione, con indicazione dei pregi e dei difetti) veniva pubblicata su riviste specializzate, le quali impiegavano molto tempo per accoglierla e poi stamparla. In particolare, ai direttori delle riviste scientifiche dedicate alle letterature classiche occorrevano dai tre ai sei mesi, in media, per decidere se accettarla o no; poi c’era da aspettare i tempi editoriali che talvolta, specie se il numero in uscita e quello successivo erano già al completo, si prolungavano moltissimo. Per farla breve, da quando la recensione veniva scritta a quando compariva sulla rivista potevano passare anche due anni o più. E poi quante persone la leggevano? Poche, pochissime direi, solo gli specialisti interessati a quel tipo di pubblicazione. Oggi invece, con l’avvento di internet, chiunque abbia un blog può decidere autonomamente di pubblicare una recensione, la scrive e la mette a disposizione in poche ore e forse, anzi quasi certamente, ha più lettori di quelli che avrebbe se il suo scritto restasse sulla carta in una rivista specializzata. Ecco dunque uno dei lati positivi delle nuove tecnologie, che sotto questo profilo non posso fare a meno di apprezzare.
Fatta questa osservazione estemporanea, veniamo al dunque. Ho da poco finito di leggere un nuovo libro che, pur avendo carattere divulgativo, si occupa nello specifico di un argomento che sta molto a cuore a tutti noi classicisti e docenti di materie umanistiche. L’autore è Nicola Gardini, studioso italiano nato nel 1965 e attualmente docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, ed il libro si intitola Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, uscito presso l’editore Garzanti nel maggio 2016 e già più volte ristampato. Confesso che prima di leggerlo conoscevo l’autore soltanto di nome, mentre poi ho scoperto che ha al suo attivo molte altre pubblicazioni di grande spessore; ma ciò che più me lo rende congeniale è il fatto ch’egli ha smascherato senza mezzi termini il marcio che ammorba l’Università italiana, dove i “baroni” cinici e arroganti continuano a fare il bello ed il cattivo tempo ed a pretendere l’ignobile servilismo dei portaborse, a cui l’Autore non si è voluto sottomettere ed è emigrato in Inghilterra per vedere finalmente riconosciuto, senza nepotismi e favoritismi, il proprio valore di studioso. Facendo salve le dovute differenze, quello di cui si lamenta Gardini è successo anche al sottoscritto, molti anni fa, quando si è visto escluso dall’Università proprio per non volersi adattare al sistema mafioso che è purtroppo ancora vivo e operante. Io però non ebbi l’ardire o la forza di volontà di emigrare, perché ero troppo attaccato al mio Paese; preferii entrare nella scuola, dove sono sempre rimasto con grande soddisfazione e pieno appagamento, continuando in modo autonomo l’attività scientifica che avevo iniziato da giovanissimo.
Entriamo finalmente in medias res. Il libro di Gardini si inserisce in quel dibattito attuale sull'”utilità” delle lingue classiche, o per meglio dire sulla legittimità della loro presenza nella scuola e nella cultura italiana. Sotto questo profilo può assomigliare ad altri volumi usciti sul tema come quello, celebre e molto fortunato nelle vendite, della studiosa italiana Andrea Marcolongo, che si occupa del greco e sul quale a suo tempo composi un post su questo blog (il 9 novembre 2016, rintracciabile dagli Archivi sulla colonna di destra oppure da “Cerca”, scrivendo il nome dell’Autrice). Diciamo che l’argomento è di attualità, non solo perché sono usciti questi libri che rivalutano meritoriamente gli studi classici, ma perché il dibattito è vivo anche sui social come Facebook (dove vi sono vari gruppi di discussione), sui giornali e su molti siti web, in cui le sorti del latino e del greco sono giustamente analizzate in parallelo con l’andamento nazionale delle iscrizioni al Liceo Classico, che da quest’anno finalmente – forse anche per merito del dibattito di cui dicevo – sembrano finalmente in ripresa.
Il libro di Gardini, pur proponendosi lo stesso fine di quello della Marcolongo, ha un’impostazione diversa e secondo me più efficace: mentre infatti la studiosa insiste di più sugli aspetti formali della lingua greca (il valore del medio, ad esempio, o quello dell’ottativo, oppure l’aspetto del verbo), rivelandone le peculiarità e mettendo in evidenza gli aspetti psicologici e sociali che tali fenomeni rappresentano, Gardini effettua sul mondo latino un’indagine eminentemente letteraria, facendo comprendere come gli scrittori romani siano stati veramente i padri del nostro tempo e come la loro sensibilità di fronte alla realtà circostante sia stata di una straordinaria qualità e spessore. Analizzando gli scritti dei principali poeti e scrittori della classicità romana, l’Autore ne coglie l’essenza e soprattutto l’eredità formale e sostanziale che hanno lasciato nelle letterature ed in generale nella cultura del mondo moderno. Sotto questo profilo, per me che ho sempre studiato e approfondito più gli aspetti letterari che quelli linguistici delle civiltà classiche, l’analisi di Gardini appare particolarmente illuminante e capace di avvicinare al mondo antico anche coloro che finora non ne sono mai stati attratti. Sono queste persone, soprattutto, che dovrebbero leggere il libro, più di coloro che da sempre sono convinti dell'”utilità” degli studi classici. E’ però un termine, questo, da collocare tra virgolette, perché il concetto di “utile” è profondamente frainteso in questa nostra società. Su questo ci sarebbe da svolgere un discorso piuttosto lungo, e quindi in questa sede preferisco soprassedere.
Riporto qualche esempio, tratto da questo libro, che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Nel cap.8 l’Autore parla della prosa di Cesare, soffermandosi soprattutto su alcune sue pagine di ingegneria, quelle in cui descrive la costruzione, pezzo per pezzo, del ponte sul Reno, il grande fiume che separa la Gallia (l’attuale Francia) dalla Germania: qui egli rileva, con grande acume, che questa descrizione “mette in scena simbolicamente il lavoro stesso della lingua”, che è anch’essa assemblaggio di elementi diversi (ciò che chiamiamo sintassi) in vista di una certa funzione, e quindi la costruzione del ponte è in pratica una metafora della lingua stessa. Molto interessante è anche il cap. 11, dove i procedimenti compositivi adottati da Virgilio nell’Eneide ci rivelano appieno qual era il concetto romano dell’originalità, che non consisteva, secondo il pregiudizio romantico, nel non assomigliare a nessuno, ma nell’aggiungere o togliere qualcosa da ciò che era già stato scritto da altri (Ennio, Lucrezio, Catullo); ed è proprio questo “qualcosa” che ci dà la misura della grandezza artistica del poeta mantovano, in cui “la ripresa sistematica di espressioni, vocaboli o ritmi avviene perché certe espressioni, vocaboli e ritmi appaiono eccellenti, perfetti, perfino assoluti, e dunque possono significare, anche fuori dal contesto che li ha prodotti, qualunque nuovo significato possano assumere.”

Gardini ci regala ottime osservazioni anche nei confronti di altri autori (Seneca, Orazio, Sant’Agostino ecc.) che non posso però qui riprodurre per non allungare indefinitamente l’articolo, un semplice post di un blog. Dirò soltanto che il filo conduttore che informa di sé i 22 capitoli del libro è l’importante tema della memoria, cioè tutto quel che concerne le riprese dirette, le allusioni, le corrispondenze ideali tra un poeta o uno scrittore ed i suoi predecessori. E’ un argomento questo che, analizzato per la prima volta nel mondo classico dal grande filologo Giorgio Pasquali, ha ricevuto in seguito una messe di buoni studi ma che ancora, per la sua vastità, deve essere esplorato a fondo.
Dobbiamo essere grati, in questo sciagurato periodo storico in cui la cultura diviene sempre più la Cenerentola della società, a studiosi come la Marcolongo, Gardini ed altri che si sono prodigati nella difesa delle discipline umanistiche e del latino e del greco in particolare. Forse proprio per loro merito qualcosa nella coscienza civile comincia a risvegliarsi, qualcuno comincia a comprendere che l’inglese e l’informatica non debbono essere gli unici idoli da adorare, ma che occorre invece un pieno recupero di quella tradizione umanistica che ha fatto del nostro Paese, per molti secoli, il faro culturale del mondo intero.

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Il volto oscuro del progresso

Dalle più remote origini della società umana fino ad oggi l’evoluzione della specie viene comunemente definita con il termine “progresso”, che deriva dal verbo latino pro-gredior, cioè “andare avanti” ed ha quasi sempre coinciso, nell’immaginario popolare, con l’idea del miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Ma già nel mondo antico qualcuno si accorse che le scoperte scientifiche, pur lodevoli in sé come frutto prelibato della mente umana, potevano comportare anche effetti indesiderati; anche per questa ragione, pertanto, tenevano ben separati i concetti di “scienza”, che altro non era se non una sorella della filosofia, e di “tecnologia”, cioè l’applicazione pratica delle scoperte stesse alla vita quotidiana. E se la prima si sviluppò moltissimo nel mondo antico (basti pensare alla “rivoluzione dimenticata”, come la chiama Lucio Russo, propria dell’età ellenistica), la seconda camminò invece molto più lentamente, tanto da restare ignota per molti secoli: sappiamo infatti che diverse scoperte scientifiche dell’antichità trovarono applicazione pratica solo a partire dai secoli XVI-XVII della nostra era. Non considerando qui, nel breve spazio di un post, tutte le motivazioni per cui ciò avvenne, vorrei soffermarmi su un singolo aspetto del problema, ossia la lucida disamina degli aspetti negativi del progresso già evidente negli scrittori antichi. Ciò potrebbe costituire, a mio giudizio, anche materia di un “percorso didattico”, per usare la terminologia corrente, da seguire nella scuola o nell’università.
Il primo significativo testo a riguardo è un passo del Fedro di Platone (274c), ove si parla di una divinità egiziana, Theuth, a cui erano attribuite tante scoperte atte a migliorare la vita degli uomini, tra le quali, ultima e più preziosa, quella dell’alfabeto e conseguentemente della scrittura. Narra Platone che quando Theuth presentò la sua scoperta al re Thamus, questi lo rimproverò anziché lodarlo, dicendogli: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E cosí ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei [275 a] inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.” In pratica, Thamus (cioè Platone) aveva già chiaro il concetto, modernissimo, secondo cui gli strumenti che facilitano ed accelerano le facoltà umane ne determinano però anche l’indebolimento e l’atrofia. Per dimostrare quanto sia attuale il passo platonico basti pensare a quel che i docenti delle prime liceali lamentano a proposito dei loro alunni: “Non sanno neanche le tabelline!”. Per forza, adesso anche per calcolare 10 + 15 si prende la calcolatrice, e la memoria si atrofizza come un braccio che restasse legato al corpo per trent’anni! Ed anche riguardo ad altri aspetti negativi del progresso, come ad esempio la perdita dei valori morali e spirituali e il diffondersi del vizio conseguenti al lusso ed all’opulenza che le nostre società occidentali oggi vivono, troviamo illustri precedenti in diversi autori latini da Sallustio a Seneca Naturales Quaestiones (VII,31) a Plinio il Vecchio ed altri ancora.
Il tema del progresso scientifico e delle sue conseguenze è poi tornato in auge nei secoli della modernità, in coincidenza con le scoperte dei secoli XVII-XVIII, con la rivoluzione industriale di fine ‘700 e ancora con il diffondersi del Romanticismo nella prima metà del XIX secolo. Dei suoi effetti negativi ci parla in abbondanza il Leopardi, che vedeva nella scoperta del “vero” la fine delle illusioni e quindi la pur remota possibilità dell’uomo di raggiungere la felicità: tra i suoi numerosi testi che trattano questo argomento ricordo, ad esempio, un passo della canzone Ad Angelo Mai, dove il poeta lamenta la scomparsa dei miti e delle credenze in ignote e favolose genti che, pur false che fossero, davano luogo all’immaginazione e quindi all’illusione della felicità (vv. 97-103). “Ecco svaniro a un punto / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco tutto è simile, e discoprendo, /solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta / il vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s’apparta / nostra mente in eterno.” Ed al grande recanatese, nel mostrare gli effetti negativi del progresso, si aggiungono altri grandi uomini del secolo passato, quello in cui la tecnologia ha più inciso sulla nostra vita. Per brevità cito soltanto tre di essi: Luigi Pirandello, soprattutto nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore e nei Giganti della montagna, ultima e forse più grande sua opera; Pier Paolo Pasolini, che tra i suoi aforismi scrisse anche questo: “Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica”; Albert Einstein, che metteva in guardia contro l’eccessivo tecnologismo, quando scrisse: “Temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità; quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”
Le contraddizioni della nostra evoluzione tecnologica ed economica si vedono bene nella nostra società. A mio giudizio il problema si suddivide in due questioni: la prima è che le macchine e gli strumenti d’uso quotidiano sono spesso diventati non i nostri servi, ma i nostri padroni, hanno ottenebrato le nostre menti: basti pensare ai cellulari, strumenti dannosissimi di cui tante persone non riescono a fare a meno neanche per un’ora, oppure alle automobili, usate da tutti anche per percorrere cento metri, perché nessuno ormai va più a piedi. In questo modo l’uomo, come prevedeva Pirandello, si è messo al servizio della macchina, ne è divenuto schiavo, e nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria, come dice Seneca in un passo della celeberrima Epistola 47. La seconda questione è che l’ansia tutta moderna per inventare continuamente cose nuove a scopo di profitto (perché è l’aspirazione al guadagno ciò che guida con imperiosa dittatura le società moderne) induce a realizzare beni ed accessori poco utili, se non addirittura superflui, di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Pensiamo alla tecnologia automobilistica: certi accessori montati sulle auto moderne sono del tutto ininfluenti sulla funzione generale che questo bene così diffuso deve svolgere. A cosa servono i cerchi in lega, che costano molto e non fanno nulla in più di quelli normali? A cosa servono sei-otto altoparlanti per l’autoradio quando ne basterebbero due? E soprattutto: a cosa servono i vetri elettrici quando chiunque può aprire il finestrino usando semplicemente una manovella? Quest’ultimo accessorio è addirittura dannoso a volte: qualche tempo fa mia moglie era alla guida e, credendo di alzare il vetro dalla sua parte ha alzato invece il mio, schiacciandomi la mano e facendomi un male cane. Se ci fosse stata la manovella ciò non sarebbe avvenuto. Ovviamente queste sono banalità, ma pur sempre indicative di come la tecnologia a volte superi se stessa sconfinando nell’inutile e perfino nel dannoso. E qui bisognerebbe parlare dell’inquinamento ambientale, dell’effetto serra e di tanti problemi ben più importanti delle insulsaggini che ho detto io. Ma il post è già abbastanza lungo e bisogna chiudere; vuol dire che delle altre conseguenze negative dello stile di vita attuale parlerò in altre occasioni. Per adesso mi basta aver gettato questo sasso nello stagno, sperando che qualcuno lo raccolga.

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Il cellulare, nostro signore e padrone

In un passo celebre delle sue opere filosofiche (Epistole a Lucilio, 47, §17) Seneca scrive una frase altamente significativa, ancor oggi validissima: nulla servitus turpior est quam voluntaria. Credo che anche chi non conosce il latino, anzi si guarda religiosamente dal sentirne soltanto l’odore, ne comprenda il significato: “Nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria”. Certamente è così perché chi, al tempo di Seneca, nasceva in una famiglia di schiavi era costretto a restarlo per tutta la vita, ma non aveva responsabilità per questa sua condizione, né poteva provare a causa di essa alcun senso di colpa; ma chi invece, nato libero come oggi tutti lo siamo fortunatamente, si costringe per sua stessa volontà a divenire schiavo di qualcuno o di qualcosa, rivela non solo scarsa intelligenza e personalità, ma deve (o dovrebbe) almeno vergognarsi dei propri vizi e cercare di emendarsene. Così purtroppo non è in questa nostra sventurata epoca, in cui tutti o quasi siamo servi di istinti, passioni e vizi di ogni genere, sebbene ben pochi si rendano conto di esserlo.
Affrontare l’argomento nella sua totalità sarebbe lungo, anzi lunghissimo; e non è il caso di farlo in un blog. Mi limiterò quindi a parlare di una delle schiavitù che vedo con i miei occhi prender sempre più campo nella nostra società: quella dei telefonini cellulari. Il loro uso, anzi il loro abuso da parte di tante persone mi porta direttamente ad una conclusione: che cioè la tecnologia, che dovrebbe essere al servizio dell’uomo, ha finito per asservirlo e farne il proprio schiavo, un’eventualità questa che molti dei nostri padri scrittori, filosofi e scienziati temevano già molti decenni or sono. Mi piace, a tal riguardo, citare uno dei nostri “grandi” del secolo XX, Luigi Pirandello, che ben si era avveduto dei pericoli insiti nel progresso e nella tecnologia. Chi non lo avesse ancora fatto, legga i Quaderni di Serafino Gubbio operatore o i Giganti della montagna e si renderà conto della veridicità delle mie affermazioni. Non basta: lo stesso Einstein ebbe a dire che temeva fortemente il giorno in cui la tecnologia avrebbe sopravanzato la nostra umanità, perché allora il mondo sarebbe stato popolato da una generazione di idioti. Purtroppo quel giorno si sta avvicinando sempre più, se addirittura non è già arrivato.
Parliamo dei telefonini cellulari, questi aggeggi elettronici di cui tutti ormai sono dotati e di cui ho parlato in altri post a proposito del loro impiego da parte degli studenti per copiare i compiti scritti. Qui però non intendo ripetere quanto già detto su questo problema, ma esprimere il mio parere sul modo in cui questi strumenti hanno condizionato la nostra vita comune di tutti i giorni, danneggiando gravemente le relazioni sociali. Cominciamo dai nostri giovani, gli studenti ed anche coloro che occupano un posto di lavoro. A scuola, a parte le copiature sopraddette, il loro uso incessante disturba fortemente le lezioni perché distrae gli studenti dal seguire quanto il professore sta dicendo; e mentre alcuni anni fa capitava di riprendere due o tre alunni perché chiacchieravano tra di loro durante le spiegazioni, adesso succede più spesso di notare dei ragazzi o ragazze che, credendo di non essere visti, digitano sul cellulare messaggi, sms o altro nel bel mezzo della lezione. A me la cosa fa uscire dai gangheri perché odio i cellulari, e questo è un fatto mio personale; ma anche gli altri colleghi sono molto infastiditi da questi comportamenti, che comunque è difficile evitare perché non possiamo perquisire gli studenti, né far loro consegnare i cellulari prima della lezione, per non essere tacciati di essere dei biechi tiranni antisociali. Ma i danni provocati da questi congegni non si limitano all’ambiente scolastico: essi hanno distrutto l’amicizia reale tra le persone, trasformandola in virtuale. Quando sono fuori, per la strada in qualche città o in qualche luogo di vacanza, capita spesso di vedere gruppi di giovani, ragazzi e ragazze, che passeggiano insieme o si fermano su una panchina o altrove; ma mentre in passato li si sentiva parlare, ridere e discutere, adesso il silenzio predomina perché questi giovani non parlano più tra di loro, ma ciascuno tiene gli occhi fissi sul proprio cellulare; diventano quindi degli estranei, non comunicano più a voce, non scrivono né leggono più nulla tranne l’orribile linguaggio degli sms, che con la lingua italiana non ha più nulla a che vedere. La personalità dei giovani non si forma più come prima, attraverso il dialogo vocale o le lettere che tra amici o tra fidanzati venivano scambiate; adesso tutto è virtuale, tutto passa per questi dannati apparecchi elettronici. Anche l’amore tra i giovani non nasce più col dialogo, gli sguardi e i sorrisi, ma con gli “emoticons” e gli sms. Il cellulare, signore e padrone delle loro vite, fa nascere e morire le relazioni umane, che senza quel supporto non riescono più ad instaurarsi e a durare nel tempo. A me questo sembra un regresso, non un progresso, una perdita sostanziale della nostra umanità.
Anche nelle famiglie non si parla più, non si discute più. Tutti sono presi dal cellulare in ogni momento della giornata: persino a tavola, il momento in cui nelle case si svolgeva un dialogo su tutti gli argomenti d’interesse comune, adesso non si parla più, ci si perde nello schermo dello smartphone, ci si dimentica quasi di mangiare. Adesso tutti i luoghi dove le persone debbono fermarsi per qualche minuto o qualche ora non costituiscono più occasioni di dialogo o di ritrovo, ma sono diventati consessi di automi, di zombies che stanno con gli occhi fissi sullo schermo del cellulare come se vi si trovasse l’oracolo di Delfi, il messaggio di salvazione universale, il Vangelo salvifico del XXI secolo. Dovunque ci rechiamo, al supermercato, sul treno o sull’autobus, in un ambulatorio medico, in un locale pubblico qualsiasi, tutti sono contagiati da questo diabolico virus; e non parlo soltanto dei giovani, ma anche delle persone di mezza età e persino degli anziani, i quali spesso chiamano a casa con il cellulare per sapere se debbono comprare un kg di mele o di pere. Alle casse dei supermercati il problema riemerge con prepotenza: la persona che hai davanti nella fila, di qualunque sesso ed età, non fa a tempo ad arrivare a pagare il conto che puntualmente gli squilla il telefonino, e così si mette a rispondere ritardando le operazioni e facendo perdere la pazienza a chi, come il sottoscritto, ha fretta in primo luogo ed in secondo detesta questi comportamenti. Per non parlare degli zoticoni che, parlando in pubblico al cellulare, ti fanno sapere contro tua voglia tutti i fatti loro, tanto che ti verrebbe voglia di rovesciar loro addosso un barattolo di vernice. Tutte queste persone non stanno semplicemente usando un oggetto, ma sono essi stessi schiavi di questo aggeggio infernale, e questo comportamento è diventato così diffuso che è ormai accettato da tutti e considerato normale, mentre chi risulta anormale sono quelle persone che, come me, non portano mai dietro il cellulare e ritengono di poter vivere anche senza, come l’umanità ha vissuto per migliaia di anni senza subire alcun danno da questa mancanza. A parte la mia naturale avversione, quello che mi preoccupa di più è che l’uomo del XXI secolo non riesca più a vivere senza la tecnologia, che in tal modo sopravanza e distrugge la nostra umanità perché ci aiuta sì a vivere più comodamente, ma ci toglie anche la nostra dignità e la nostra libertà personale. Ed allora io la penso come il lupo della favola di Esopo, che preferisce soffrire la fame nel bosco anziché patire la catena che vede al collo del cane.

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“L’ora di lezione” di Massimo Recalcati

Vorrei qui parlare di un libro uscito da pochi mesi ma già diventato famoso, dal titolo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. L’autore è lo psicanalista Massimo Recalcati e l’editore è Einaudi, una delle nostre case editrici più prestigiose e ricche di storia. L’ho letto di recente, un po’ frettolosamente, ma credo di averne compreso nella sostanza la tesi centrale, quella cioè secondo cui l’insegnante, un vero e proprio eroe del nostro tempo che lotta disperatamente contro una società ostile, deve riuscire a creare un rapporto “erotico” con i suoi alunni, che per suo tramite dovranno riappropriarsi di quell’interesse per la vera cultura oggi quasi del tutto spento. Si tratta, in altri termini, di quel fenomeno che Freud chiamava “proiezione” o “transfert” e che consiste nel trasferimento nella persona dell’analista (e nel nostro caso del docente) di tutti quei sentimenti affettuosi e positivi inconsciamente provati per un genitore, che presumo sia quello dell’altro sesso sulla base della nota teoria freudiana dei complessi di Edipo e di Elettra. Cercando di spiegare tutto ciò in parole semplici, credo che la tesi di Recalcati si identifichi con la capacità dell’insegnante di suscitare nell’allievo una sorta di trasporto affettivo nei suoi confronti, che si materializzi poi nell’accettazione e nel gradimento dei contenuti formativi e culturali che il docente cerca di trasmettere.
Non essendo uno psicanalista né uno psicologo, ho però sempre creduto a mio modo a questa concezione dell’insegnamento. Il docente deve avere entusiasmo ed amore per ciò che insegna, non intendere mai il proprio lavoro come un dovere, bensì come uno scopo di vita, né mai dare l’impressione di essere stanco o annoiato ai suoi allievi, che deve coinvolgere non soltanto invitandoli a partecipare alla lezione, ma suscitando in loro il desiderio di conoscere e di porsi delle domande. In questo senso il rapporto educativo diventa “erotico”, perché senza amore nessuna relazione umana può essere gratificante; altrimenti – afferma Recalcati – con i mezzi di trasmissione di nozioni che esistono oggi, l’insegnante potrebbe facilmente essere sostituito da un computer ed il risultato sarebbe lo stesso. Quindi il vero insegnamento non dipende da una retorica o da una qualsivoglia tecnica comunicativa, ma dal carisma di chi parla, di chi cioè riesce a rendere vivi e far vibrare gli enunciati che trasmette. E la prova di questa teoria la si trova nell’esperienza comune: tutti noi ricordiamo, pur avendone dimenticato l’aspetto fisico e talvolta persino il nome, uno o più professori che hanno fatto vibrare le corde del nostro cuore e ci hanno avvicinato al sapere in modo affettivo, “erotico” appunto. Lo stesso autore del libro ci parla della sua infanzia travagliata in cui non trovava interesse nella scuola,  tanto da essere persino bocciato in seconda elementare; ma poi, al secondo anno delle superiori (un istituto agrario vicino a Milano) conobbe una professoressa di grande bravura ed entusiasmo didattico di nome Giulia, la quale cambiò completamente le sua vita ed il modo stesso di intendere la cultura e l’apprendimento, a tal punto che da alunno svogliato divenne in breve tempo il primo della classe e iniziò quel percorso di studio che l’avrebbe portato a diventare un celebre psicanalista. Ed a questo proposito io aggiungo una frase di Seneca, che mi pare ben attagliarsi al nostro caso: Saepe bona materia cessat sine artifice, il che vale a dire che un blocco di marmo, senza Michelangelo, sarebbe restato sempre un blocco di marmo senza mai diventare il Mosè, così come un giovane potenzialmente capace e creativo non svilupperà mai queste sue qualità se non avrà la fortuna di incontrare docenti in grado di suscitarne l’entusiasmo e l’amore per il sapere.
Recalcati, da buon osservatore della realtà che ci circonda, riconosce che l'”erotica dell’insegnamento” è oggi molto difficile a causa della concezione economicistica e utilitaristica della cultura che domina ormai in società, unita oltretutto ad un edonismo fatuo che rifiuta ogni impegno e ogni responsabilità. Benché non ami molto le citazioni, voglio qui riportare in parte le sue parole. Egli definisce così la scuola attuale: “Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. E’ violentata dai nostri governanti, che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere.” Parole dure, taglienti come lame seppur non sempre da intendere alla lettera, perché fortunatamente esistono ancora scuole, come la mia, dove i docenti in genere sono rispettati e dove gli alunni – chi più chi meno – si impegnano ed hanno un comportamento civile. Però, al di là delle generalizzazioni, quel che afferma Recalcati è vero, nel senso che è un’ardua impresa, al giorno d’oggi, mettere in pratica questa “erotica dell’insegnamento” che permette al processo educativo di raggiungere i migliori risultati. Uno degli ostacoli maggiori (e qui sono d’accordo con l’autore) è l’atteggiamento assunto dai vari governi che si sono succeduti in questi ultimi venti anni, che a parole mettono sempre la scuola al primo posto nel loro programma per farla poi passare all’ultimo nei fatti subito dopo il loro insediamento. L’evidente frustrazione economica e sociale della nostra categoria rende sempre meno attuabile quell’entusiasmo e quella carica di amore per le proprie discipline ed i propri alunni che Recalcati indica come indispensabile nel modo di essere del docente; e tuttavia ve ne sono ancora molti che, per disposizione individuale o forse per incoscienza, sentono ancora questo lavoro come una ragione di vita e che quando sono con i propri alunni, una volta chiusa la porta dell’aula, si dimenticano di tutto il resto. Sono questi gli insegnanti che segnano profondamente la vita degli studenti e che da loro, anche dopo tanti anni, vengono ricordati con gioia e riconoscenza; ed è grazie a questi docenti che il nostro sistema scolastico continua ad andare avanti pur in mezzo a tanti ostacoli, provocati spesso da chi dovrebbe fare tutto il contrario, restituire cioè alla scuola quel ruolo centrale che le compete in ogni Paese che voglia dirsi moderno e civile.

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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La mia malinconia è tanta e tale

Hayez_Malinconia
Mi piace iniziare questo primo post di giugno con due citazioni dotte: il titolo, che altro non è se non l’incipit di un celebre sonetto di Cecco Angiolieri, e l’immagine di corredo, una foto dello stupendo quadro “Malinconia” di Francesco Hayez, famoso pittore romantico italiano. La pittura di Hayez mi affascina in modo particolare, come tutta l’arte dell’800, un secolo straordinario per la nostra cultura. E pensare che fino a qualche anno fa non conoscevo se non il nome di questo artista, fino a quando non presi parte ad un’uscita didattica a Padova, dove era stata allestita una mostra delle sue opere; e mi appassionai a lui ascoltando l’esposizione che ne fece, in quell’occasione, il mio amico e collega di storia dell’arte, il prof. Furio Durando, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale. Tale fu, in quell’occasione, il fascino delle sue parole, che anche i custodi del museo lasciarono le loro occupazioni per ascoltarlo, e questo sta a indicare ai lettori che livello di docenti siamo ed abbiamo nel mio Liceo.
Ma perché voglio parlare della malinconia? E’ un argomento alquanto sfruttato nell’arte e nella letteratura di tutti i tempi, e di recente (2009) è uscito un libro che si occupa proprio di questo: l’ha curato un ricercatore della “Sapienza” di Roma, Roberto Gigliucci, ed è stato pubblicato da Rizzoli nella popolare collana “Bur” con il semplice titolo “La melanconia”. Si tratta di un’antologia di passi letterari dal Medioevo ad oggi, dove la malinconia (o melanconia, termine più appropriato perché deriva dal greco “melan” = nero e “cholé” = bile, in quanto la bile nera, uno dei quattro umori teorizzati da Ippocrate, si riteneva alla base dei comportamenti malinconici) è al centro dell’attenzione. Essa si è espressa in vari modalità secondo Gigliucci, dalla più cupa disperazione (che confina con la depressione) fino ad una sorta di autocompiacimento, di sberleffo irridente; in pratica essa rappresenta “i diversi modi in cui l’uomo da sempre reagisce al male e al disastro.”
Il mio interesse per l’argomento è grande, perché anch’io molto spesso soffro di tristezza e di malinconia; ma di recente si è accresciuto perché, essendo io uno studioso del mondo classico, mi sono chiesto se una tale tematica potesse ritrovarsi anche negli scrittori greci e romani, i quali molto spesso trattavano motivi ed argomenti che a torto si sono creduti moderni e posteriori. Anche il concetto moderno di “depressione”, vera e grave patologia dei nostri tempi che può purtroppo sfociare anche nel suicidio, non era sconosciuto nell’antichità. Già in Omero troviamo un personaggio, Bellerofonte, che a detta del poeta sfuggiva la compagnia degli altri per ritirarsi da solo nel proprio dolore, perché consunto da tristezza e “venuto in odio agli dèi”. Anche i lirici greci affrontano l’argomento: Mimnermo (VII-VI secolo a.C.), nel descrivere i mali della vecchiaia dovuti all’assenza dei piaceri amorosi, insiste non sulla malferma salute fisica dell’anziano, ma sul disagio psicologico, sulla malattia della psiche che “gli rode l’animo”. Ed Euripide, il terzo dei tre grandi poeti tragici greci, ci presenta Oreste, nell’omonima tragedia rappresentata nel 408 a.C., con i tratti tipici del depresso moderno: giaceva nel letto senza potersi alzare, sporco e trasandato, senza cibo, incapace di parlare con anima viva, senza più alcuna fiducia nell’avvenire ed in se stesso, tanto da attendere ormai soltanto la sentenza di morte che i cittadini di Argo stavano per proferire su di lui.
Ma anche nel mondo romano la tematica della malinconia, della tristezza e della depressione trovano largo spazio. Per non appesantire troppo il post cito solo tre esempi: Lucrezio, che nella sua opera presenta i tratti inconfondibili di quella che oggi viene chiamata “depressione bipolare”, perché passa dall’esaltazione delle certezze filosofiche alla più cupa disperazione nell’osservare la misera condizione umana; Orazio, che in un’epistola ad un amico dice di sentirsi triste e sfiduciato pur senza averne alcun motivo apparente; e infine Seneca, che nel “De tranquillitate animi” cerca di spiegare a sé ed agli altri le cause della profonda tristezza che spesso colpisce gli uomini senza dare alcun indizio di sé.
Questa esemplificazione è volutamente breve, ma il campo di indagine è molto più vasto, e dimostra soprattutto un dato di fatto, che cioè molto di ciò che si crede scoperto e inventato nei tempi moderni era ben conosciuto anche prima, sebbene non se ne avesse una consapevolezza scientifica: anche la psicanalisi di Freud ha precedenti nell’Antichità, anche la fisica, la matematica, la medicina moderne hanno detto meno di nuovo di quanto si potesse pensare, per non parlare della filosofia, che con Platone ed Aristotele ha già praticamente detto tutto. E per restare nel mio campo di interesse, che sono le letterature classiche, intendo occuparmi proprio dell’argomento della malinconia e della depressione nel mondo antico, con un percorso di studio che sto preparando e che spero di pubblicare in avvenire.

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Incipit novus annus!

Siamo arrivati al 2013, un numero che quando ero ragazzo mi pareva lontanissimo, irraggiungibile, separato da me con un abisso incolmabile. E invece il lento ma inesorabile scorrere del tempo ci ha portati fin qua, senza neppure accorgerci di come ci siamo arrivati, almeno le persone della mia età. Su questo tema ricordo una stupenda immagine di Seneca, il quale dice che spesso nella vita siamo come viandanti i quali, stabilita una meta al loro cammino, si accorgono di averla superata solo quando non fanno più a tempo a tornare indietro. Purtroppo indietro non si torna, e quel che ci aspetta nel futuro è quanto mai incerto: la crisi economica è tutt’altro che superata, le condizioni generali di vita tendono a peggiorare, nel nostro ambito specifico (la scuola) non possiamo prevedere nulla di buono nemmeno da un nuovo eventuale governo, visto che per le lobbies dei politici noi docenti siamo un peso economico per lo stato e non produciamo nulla di concreto. Neppure in pensione possiamo andare, visto che la riforma Fornero ci tiene in servizio fino a 66 anni, come ho letto oggi.  Quindi non ci resta che rimetterci al lavoro con impegno e volontà sempre costanti, e con un’esperienza sempre più profonda specie per chi, come il sottoscritto, insegna ormai da 33 anni. L’unica cosa che mi auguro è di conservare quanto più possibile la salute fisica e mentale, perché se viene meno quella tutto si perde. E’ una frase banale, ma è la verità. E allora diamoci la forza per affrontare un nuovo anno, con la speranza che qualcosa di positivo abbia a venirci anche a noi, prima o poi. E mi piace estendere l’augurio a tutti i pochi lettori di questo blog, che spero di poter continuare. Dunque: auguri e buon anno a tutti!

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