Archivi tag: politicamente corretto

Censura!!!

Ci siamo, è successo nuovamente: sono stato sospeso da Facebook per trenta giorni solo per aver espresso una mia opinione, che evidentemente non collimava con il pensiero unico impostoci dalla Rete e dagli altri mezzi di informazione. In un mio commento sul problema dell’immigrazione ho usato la parola “negro”, un termine normale per indicare le persone di colore che è normalmente compreso nella lingua italiana. Dice il vocabolario Zingarelli (anno 2009) alla voce “negro”: “persona che appartiene al gruppo etnico di pelle nera o scura”, aggiungendo però subito dopo che il termine può essere inteso come spregiativo e quindi spesso sostituito con “nero”; ma si tratta di un’assurda sottigliezza, perché entrambi i termini derivano dal latino nigrum, accusativo dell’aggettivo niger. Non si vede dunque dove sta l’intento offensivo di chi lo scrive, specie se – come nel mio caso – non c’era alcuna volontà denigratoria, ma la parola compariva in un commento scritto a proposito del problema dell’immigrazione che fa tanto oggi discutere nel nostro Paese.
La cosa veramente grottesca è che su Facebook continuano ad essere presenti termini offensivi molto pesanti, parolacce di ogni tipo, che gruppi eversivi e in odore di mafia e di malavita continuano tranquillamente a prosperare e poi si esclude per un mese una persona solo per aver usato una parola sgradita. La contraddizione è evidente, e probabilmente chi provvede a questo tipo di censura non sono persone in carne ed ossa, ma un algoritmo o qualche software automatico che, appena si imbatte in un termine “politically incorrect” lo segnala e da lì parte l’emarginazione di chi l’ha usato. Bisogna per forza pensare questo, perché altrimenti, se ci fossero veramente persone reali a fare i censori, vorrebbe dire che sono degli idioti oppure, cosa più probabile, che sono manovrati dall’alto, da parte di un potere occulto che impone a tutti il pensiero unico di oggi, quello che protegge e considera sacre e intoccabili certe categorie di persone (immigrati, gay ecc.) e castiga persino penalmente chi osa non essere d’accordo con tale impostazione ideologica. C’è da chiedersi allora dove va a finire l’art. 21 della nostra tanto osannata Costituzione, che garantisce la libertà di parola e di opinione. Dico questo perché non credo che i social della Rete (primo tra tutti Facebook) siano liberi e indipendenti: in realtà dipendono da certi poteri e ne fanno gli interessi, sono collegati in ogni Paese a determinati indirizzi ideologici.
Pier Paolo Pasolini, nei primi anni ’70 dello scorso secolo, diceva che il potere della televisione sull’anima umana era molto più forte di quello delle classiche dittature del ‘900: il fascismo, secondo lui, aveva raccolto nel popolo italiano solo un’adesione esteriore, ma non ne aveva cambiato la vita, la mentalità, il modo di essere; la televisione invece, condizionando quotidianamente ciascuno di noi e piegandolo alle esigenze del mercato e del consumismo, costituiva una dittatura ben più efficace e coercitiva di quella di Mussolini o di Stalin. Ed in effetti, se un regime come quello fascista dovesse rinascere oggi e non nel 1922, non credo che utilizzerebbe il manganello e l’olio di ricino, ma gli sarebbe sufficiente un’accurata propaganda televisiva e mediatica. Pasolini non parlava della Rete perché allora non esisteva, altrimenti avrebbe sicuramente stigmatizzato l’uso dei social più di quanto non abbia fatto con la televisione.
Ma per lungo tempo la propaganda televisiva e mediatica si è limitata a influenzare psicologicamente i cittadini, proponendo modelli di vita che hanno profondamente cambiato le abitudini degli italiani (i consumi sfrenati,la cura dell’estetica, le vacanze al mare o all’estero viste come un’assoluta necessità ecc.) e promulgando una finta tolleranza ed un finto pluralismo che davano comunque l’impressione a tutti di essere liberi e di poter esprimere altrettanto liberamente le proprie opinioni; adesso invece, da qualche anno a questa parte, il pensiero unico deve sentirsi minacciato in qualche maniera, perché è passato dalla proposta alla coercizione, dalla finta tolleranza all’imposizione violenta del pensiero unico dominante. Un esempio sono le proposte di legge di Scalfarotto (PD) e di Fiano (sempre del PD), le quali auspicano addirittura di punire penalmente, anche con il carcere, chi esprime idee non allineate alle loro per quanto riguarda gli omosessuali e la cosiddetta “propaganda fascista”, forse perché hanno paura che risorga un regime che è finito più di 70 anni fa. Non sarà più possibile a nessuno dire che i gay non gli piacciono o che le coppie di quel tipo non seguono le leggi di natura, né cercare di studiare e di comprendere ciò che il fascismo fu in realtà senza lasciarsi condizionare dai libri di storia e dalle altre fonti di informazione orientate a sinistra e quindi insincere e faziose. La libertà di opinione sancita dall’art. 21 della Costituzione è oggi fortemente minacciata dal pensiero unico, che ci viene imposto da tutte le fonti di informazione, nonostante che da qualche mese si sia insediato un governo che pare orientato diversamente. E questa ideologia onnipresente e oppressiva, che non ammette contraddittorio, ci arriva addosso anche attraverso i social della Rete, che sono certamente manovrati dall’alto: non si spiegherebbe in altro modo, infatti, il motivo per cui basta che si usi la parola “negro” e si viene cacciati dalla comunità ed esclusi dal dialogo con tutti, anche con coloro che abbiamo accettato nella nostra amicizia. Io mi auguro che sempre più persone si accorgano che quello che stiamo vivendo in Italia è un regime ipocrita e peggiore di ogni altro perché, per tornare a Pasolini, il fascismo almeno era una dittatura dichiarata e conclamata, mentre quella di oggi si traveste da democrazia e finge di concedere libertà che invece non ci sono affatto. Chi non si allinea alle idee dominanti alla Saviano o alla Boldrini è automaticamente emarginato, escluso, disprezzato e bollato con termini infamanti come “razzista”, “fascista” ecc. anche quando dice cose giuste ed evidenti a tutti, come ad esempio disapprovare la grottesca politica per la quale i cittadini italiani spendano 5 miliardi di euro all’anno per mantenere negli alberghi immigrati nullafacenti e quasi sempre clandestini, che non fuggono da nessuna guerra ma vogliono solo fare la bella vita a spese nostre. Se questa è democrazia!!!!

Annunci

18 commenti

Archiviato in Attualità

Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

Quando si parla del movimento femminista degli anni ’70 e delle sue propaggini che arrivano fino ad oggi, si è portati a pensare ad argomenti di tipo politico e sociale come l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità di lavoro, il rispetto della dignità della donna in famiglia e in società e così via. Questi grandi temi hanno riempito per decenni le aule parlamentari, i dibattiti televisivi e gli organi di stampa, tanto che sono state emanate molte leggi a riguardo, oltre al diffondersi di una mentalità generale, di un pensiero comune, che ha finito in certi casi per sconfinare nell’ingiustizia e nella discriminazione al contrario: mi riferisco, ad esempio, alle cause di tipo matrimoniale, dove i giudici tendono quasi sempre a dare ragione comunque alla moglie, alla quale vengono affidati non solo i figli ma anche la casa coniugale, il mantenimento ecc., mentre il marito si vede spesso privato di tutto, rovinato economicamente e costretto persino a dormire in macchina perché non ha più un alloggio. Questo lo dico tanto per ricordare che le ingiustizie e le violenze accadono nei confronti di entrambi i sessi, non di uno soltanto.
Ma lasciamo perdere questo argomento, perché nel presente post intendo riferirmi ad altro, ad un’abitudine cioè di recente introduzione che si allinea al cosiddetto “politically correct” tanto in voga oggi; un’abitudine che, pur di eliminare ciò che in certi ambienti si ritiene una discriminazione, va addirittura a finire nel ridicolo. Mi riferisco a quello che io chiamo “femminismo linguistico”, una moderna aberrazione che fa violenza alla nostra lingua in nome di un presunto rispetto del genere femminile, rispetto del quale non c’è affatto bisogno. Così, nell’illusione di dare alle donne la stessa importanza sociale degli uomini, si sono creati orrendi neologismi che fanno a pugni con la lingua italiana, la quale non li ha mai previsti finora: per ricordarne solo alcuni cito “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta”, “la questora” (pare di risentire la famosa battuta di Totò in un suo celebre film: “Che mi portate in questura dal questore a quest’ora?) e via dicendo. Questi nuovi sostantivi sono ridicoli perché non previsti dalla lingua in quanto queste funzioni, in passato, erano esercitate solo da uomini; adesso ben venga la novità, ma non c’era affatto bisogno di questi mostri linguistici, poiché chi li ha creati non ha tenuto conto del fatto che le differenze sessuali ce l’hanno le persone ma non le cariche e le istituzioni; perciò si potrebbe e si dovrebbe continuare benissimo a dire “il ministro”, “il sindaco”, “il prefetto” anche se queste funzioni sono ricoperte da donne, nessuno toglierebbe a queste persone la loro dignità. In altri casi la lingua prevedeva già il passaggio dal maschile al femminile, e quindi è lecito usare entrambi i termini: si è sempre detto, infatti, “avvocatessa”, “professoressa”, “deputata”, “senatrice” ecc., anche se si potrebbe pure in questi casi continuare ad usare il maschile, sempre perché la persona ha il sesso, ma non la funzione. Nella scuola, ad esempio, si usa dire “la preside” se il Dirigente è donna, ma non sarebbe affatto necessario, perché il termine “preside” o, più di recente, “dirigente” indica anch’esso una funzione, e come tale non ha sesso. Nella mia carriera di docente, tanto per fare un caso personale, ho avuto per lungo tempo una dirigente donna la quale si faceva chiamare normalmente “la preside”, ma che usava invece definirsi al maschile (“il preside”) quando voleva riaffermare la sua autorità. Anche il termine “presidente” può essere usato al maschile anche quando si tratta di una donna, e appare quindi grottesca ai miei occhi l’ostinazione della signora Boldrini a far ristampare tutte le carte intestate riguardanti la Camera dei deputati, con notevole spreco di denaro, perché voleva che in calce ci fosse scritto “la presidente” al femminile. Si tratta di un femminismo sciocco, di facciata, che non cambia nulla, è assolutamente inutile e linguisticamente errato.
Da alcuni anni questo assurdo femminismo linguistico ha lanciato anche un’altra pretesa altrettanto grottesca, quella cioè di inserire sempre il femminile accanto al maschile, o addirittura prima di esso: così si è cominciato a dire “le cittadine e i cittadini”, “le studentesse e gli studenti” (celebre il famigerato Statuto di Berlinguer che si intitola proprio così), “le spettatrici e gli spettatori” e così via. Questa usanza è ancora più stupida di quella ricordata prima, è un’altra aberrazione del cosiddetto “politically correct” che va per la maggiore ma che non denota altro se non l’ignoranza di chi propone e adotta cose simili, poiché si dovrebbe sapere che in tutte le lingue del mondo, antiche e moderne, il maschile riassume anche il femminile: perciò, se dico che alle prossime elezioni voteranno “tutti i cittadini”, io intendo uomini e donne, senza alcun bisogno di ulteriore specificazione; se dico “i miei studenti” intendo tutti, maschi e femmine, pur in una scuola come la mia dove le ragazze sono in netta maggioranza. Questa usanza è solo un inutile orpello atto a complicare le cose e rendere più faticosa l’espressione di chi parla o scrive, senza che ve ne sia alcuna necessità pratica. Non è così che si difendono realmente i diritti delle donne ad essere considerate pari agli uomini, un principio sacrosanto nella nostra società che non ha bisogno di continue riaffermazioni. Tanto più quando a farne le spese è la nostra povera lingua italiana, già umiliata e offesa dagli anglicismi e da tanti altri usi distorti che già in altri post ho ricordato.

6 commenti

Archiviato in Attualità