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Sulla libertà di stampa e di espressione

E’ noto a tutti che la nostra Costituzione, tra i suoi principi fondamentali che regolano la vita democratica del Paese, garantisce la libertà di informazione a mezzo stampa ed in genere la libertà di opinione e di espressione (art.21). Non credo che vi sia alcun individuo, tranne chi preferisca apertamente la dittatura, che non condivida questi principi; in assoluto, infatti, essi sono indiscutibili, mentre è opinabile e criticabile, a mio giudizio, il modo in cui vengono messi in pratica nella realtà effettuale.
Parliamo anzitutto della libertà di stampa, che oggi coinvolge non soltanto le pubblicazioni cartacee ma anche i cosiddetti mass-media, comprendendo tra questi anche il web ed i cosiddetti “social” che non esistevano al momento in cui fu redatta la Costituzione, altrimenti gli estensori li avrebbero regolati meglio di quanto non si verifichi con l’anarchia attuale. In sé il principio costituzionale è sacrosanto, e ad esso si appellano i giornalisti ogni qual volta qualcuno critica le loro modalità di espressione, ribadendo il diritto dei cittadini ad essere informati. A questo punto sorge il dubbio: siamo certi che i cittadini siano informati in modo onesto e imparziale? Se veramente questa fosse la nobile finalità delle testate giornalistiche e televisive, allora gli organi a ciò preposti dovrebbero essere del tutto oggettivi e mirare soltanto all’accertamento della verità dei fatti. Ma purtroppo constatiamo ogni giorno che così non è, perché non sono soltanto i giornali di partito ad essere faziosi (e del resto sono gli unici ad averne diritto), ma anche gli altri, che non informano il pubblico secondo la verità ma secondo il loro punto di vista, le loro simpatie per questo o per quel soggetto politico. Allora mi chiedo: se un cittadino vuole conoscere oggettivamente e senza condizionamenti la realtà politica attuale, cosa deve fare? Probabilmente è costretto a leggere giornali stranieri per sapere come vanno le cose in Italia, perché dei nostri non c’è da fidarsi. Gli organi di informazione, a quanto io ogni giorno debbo constatare, stravolgono la verità a seconda delle proprie simpatie ideologiche, al punto che uno stesso avvenimento, letto in due quotidiani diversi, non pare neanche il medesimo. Tanto per fare un solo esempio, prendiamo il caso di “Repubblica”, uno dei quotidiani di maggior diffusione nel nostro Paese. Nessuno dovrebbe più leggere questo giornale, perché non ha mai rappresentato oggettivamente la verità, ma ha sempre agito nell’interesse del suo editore (Debenedetti) e dell’orientamento sinistroide dei suoi direttori, editorialisti e articolisti vari: per un ventennio ha continuamente infamato Berlusconi in qualunque iniziativa prendesse, rinfocolando il clima di odio creatosi in quegli anni e sostenendo pesantemente la feroce persecuzione giudiziaria che si era scatenata contro di lui; adesso, poi, ha iniziato a criticare pesantemente il governo ed in particolare il ministro Salvini, mostrando un carattere buonista ed evangelico (sull’accoglienza degli stranieri) che non ha certo manifestato verso gli avversari politici. Un altro esempio di vergognosa faziosità è “Il fatto quotidiano” ed il suo direttore Marco Travaglio, ormai asservito all’incompetenza del Movimento Cinque stelle e implacabile calunniatore di tutti gli altri.
A mio parere, pertanto, in Italia non esiste più la libertà di stampa, ma l’anarchia di stampa: ciascuno può dire quel che vuole sui giornali ed in TV, senza risparmiare all’avversario insulti ed accuse infamanti, adulterando e falsando la verità a suo vantaggio. Diciamo quindi che l’art.21 della Costituzione non è più rispettato ma piegato ai più disgustosi interessi di parte. E qui sorge un’altra questione: la libertà di ciascuno (di stampa, di espressione o di altro) deve essere infinita e incontrollata oppure devono esistere dei limiti? Io che sono uno studioso del mondo classico e spesso mi rifaccio a quel che i Greci ed i Romani sostenevano nella loro saggezza, ho sempre creduto che la libertà sia un bene prezioso ma non possa essere priva di regole com’è oggi, quando l’insulto e la diffamazione sui giornali e le tv sono diventate purtroppo evidenze quotidiane. La critica è una cosa, l’insulto è un’altra; la satira è una cosa, la diffamazione è un’altra. Quel che avviene oggi, invece, è che certe persone, con la scusa della libertà di stampa o della licenza da sempre concessa alla satira, ne approfittano per varcare ampiamente i limiti della cortesia e del buon gusto, offendendo palesemente e diffamando gli avversari senza che nessuno intervenga a porre limiti. Io ritengo invece che la stampa e la TV dovrebbero essere limitate da organi di controllo che, senza annullare o vanificare la libertà di critica, evitino però che si trascinino nel fango certe persone che poi, anche se riabilitate o assolte in sede giudiziaria, conservano purtroppo per tutta la loro vita quel marchio d’infamia. Ricordiamoci cosa è successo dopo il cosiddetto periodo di “Tangentopoli”: un’intera classe politica è stata spazzata via da un accanimento giudiziario senza precedenti, che ha finito per gettare il bambino con l’acqua sporca, porre cioè sulla gogna mediatica persone innocenti e che comunque, come politici, oggi si fanno rimpiangere perché erano molto più degni e competenti di quelli di adesso.
Un’altra cosa voglio dire riguardo alla libertà di esprimere il proprio pensiero durante i cortei e le manifestazioni. Anche qui si è travalicato di gran lunga il limite della decenza e della più elementare educazione. Tra i moltissimi esempi che potrei citare ne riferisco soltanto uno, quello che ha riguardato una recente manifestazione contro il “decreto Salvini”, quando il Ministro degli Interni è stato oggetto delle più triviali offese e delle più violente minacce, come quella di appenderlo a testa in giù a piazzale Loreto, rievocando un fatto storico che non fu certo una gloria ma un grande obbrobbrio per chi lo mise in atto, e che quindi sarebbe meglio non riesumare. C’è da chiedersi se questa può essere chiamata “libertà di espressione” o se non è piuttosto un volgare attacco personale dettato dall’odio politico innestato da quotidiani come “Repubblica” o TV come “Rai3”; e c’è da chiedersi anche come si possa tollerare l’insulto e la diffamazione nei confronti di un Ministro della Repubblica senza che quelle persone che si sono rese colpevoli di un vero e proprio reato vengano minimamente indagate e processate, come sarebbe giusto in uno Stato moderno e civile. Perché, mi chiedo io, se per la strada io insulto una persona qualsiasi posso essere da quella denunciato e debbo affrontare un processo ed invece è consentito insultare impunemente un Ministro? Non ha forse un Ministro almeno la dignità di qualsiasi altra persona? Possibile che nel nostro Paese non si riesca mai ad evitare gli eccessi ed esercitare i propri diritti nei limiti della cortesia e del buon senso? Lo squallore attuale, voluto ed aizzato soprattutto da certa stampa ideologizzata, ha fatto sì che, dai tempi del ’68 in poi, si sia sempre confusa la libertas con la licentia e che ciascuno si senta in diritto di compiere atti che in qualsiasi altro paese civile sarebbero vietati e puniti. Purtroppo questo è l’ambiente in cui siamo costretti a vivere, in un Paese cioè dove l’inciviltà, la maleducazione e la violenza verbale (e talvolta anche fisica) hanno preso il posto della cortesia e della civile convivenza. Complimenti vivissimi.

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Il paese dei balocchi

Un tempo tutti avevano letto Pinocchio, il celebre capolavoro di Carlo Lorenzini detto Collodi, il quale, raccontando le avventure del suo burattino, ad un certo punto della storia lo fa arrivare, insieme all’amico Lucignolo, al “Paese dei balocchi”. Questo luogo è immaginato come un mondo fatato in cui domina unicamente la gioia e il divertimento, dove cioè esistono soltanto i diritti senza nessun dovere. I due amiconi però, dopo un periodo di sfrenate e spensierate gozzoviglie, si ritrovano con la coda e le orecchie d’asino, anzi diventano asini del tutto e non riescono più neanche a parlare ma solo a emettere ragli sgraziati, a simboleggiare il fatto che che la vita di tutti noi, anche quella dei bambini, non può prescindere dalla necessità di comportarsi in modo costruttivo e di compiere i propri doveri. A parte le matrici classiche del romanzo di Collodi (in particolare le Metamorfosi di Apuleio ed il romanzo breve Lucio o l’asino di Luciano, entrambi del II° secolo d.C.), è evidente la volontà dell’autore di trasmettere un ben preciso messaggio morale ai lettori, in conformità con gli intenti edificatori tipici della cultura del XIX° secolo.
Ma perché adesso mi è venuto in mente il Paese dei balocchi, proprio in questa fase della vita politica del nostro Paese? Perché mi pare che ad esso si avvicinino molto le promesse elettorali dei due soggetti politici (oggi si dice così, prima si chiamavano partiti) che si accingono a formare il nuovo governo. Il quadro sociale ch’essi hanno delineato durante la campagna elettorale, in particolare quello del Movimento Cinque Stelle, assomiglia molto a un vero e proprio paese del Bengodi, in cui i cittadini hanno tutto senza fare nulla, possono cioè starsene tranquillamente sul divano a casa a guardare la TV ricevendo un reddito che consente loro di vivere come Pinocchio e Lucignolo, nella più totale inerzia: il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, una delle più pacchiane idiozie che si sono dovute sentire in questi ultimi anni. Ma il mondo fatato promesso dai due partiti non si limita a questo: si parla anche di forte riduzione delle tasse, di sussidi per gli asili nido, di risoluzione totale del problema della disoccupazione, di rinascita economica delle regioni meridionali, di interventi benefici su sanità e scuola (come la riduzione del numero degli alunni per classe) e altro ancora. Ci manca soltanto che ci promettano anche una vacanza ai Caraibi o alle Maldive tutta pagata dal governo, magari in alberghi a 5 stelle (tanto per riprendere il nome dei geni che fanno queste promesse) e con un cameriere o una cameriera (a seconda dei gusti) che ci sventola la palma mentre prendiamo il sole.
Ovviamente di tutto ciò non si realizzerà nulla, perché i sogni sono una cosa e la realtà un’altra, tra il dire e il fare – come dice un saggio proverbio – c’è di mezzo il mare e poi, dato di fatto che taglia la testa al toro, i soldi non ci sono. Così gli incompetenti che hanno promesso la luna senza guardare in faccia la verità faranno una figura degna della loro leggerezza mentale (diciamo così, perché la parola che mi viene alla mente sarebbe molto più pesante). Già a cose normali, infatti, chiunque governi è destinato a perdere voti perché l’italiano non si accontenta mai di ciò che viene deciso a causa di una sua innata avversione per i politici in genere; figuriamoci cosa potrà accadere in questo caso, quando assisteremo a breve ad un fallimento totale di questo governo (ammesso e non concesso che possa nascere ed operare), che si fonda sui sogni e sulle nuvole.
Ciò che è drammatico però, in un paese come il nostro che dovrebbe essere civile e dove la maggior parte dei cittadini possiede almeno un diploma di scuola superiore, è che tante persone abbiano creduto a questi ciarlatani a 5 stelle e li abbiano votati il 4 marzo, senza rendersi conto che stavano votando il nulla assoluto, l’incompetenza e l’incapacità più totali, prestando fede a promesse tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, specie considerando l’entità del debito pubblico italiano e l’esiguità delle risorse in rapporto alle richieste di tutti noi, che da vari decenni stiamo già vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità. Il livello di vita in Italia è già molto alto rispetto ad altri paesi, e ciò dovrebbe accontentare la maggior parte di noi; ed invece, nell’illusione di poter stare ancora meglio trovando ipotetiche risorse non si sa dove, si dà fiducia a persone assolutamente irresponsabili che per anni non hanno fatto altro che insultare gli avversari e dire sempre di no pregiudizialmente a tutto senza mai avanzare una proposta sensata che sia una. E qui io torno alla mia idea espressa in un post di qualche settimana fa, cioè che il sistema democratico in cui viviamo è sbagliato nel considerare tutti i cittadini allo stesso livello di partecipazione, per cui il voto di un premio Nobel vale quanto quello di un analfabeta. Come ho sentito in televisione qualche giorno fa, questa idea non è soltanto mia: nella trasmissione di Corrado Augias Quante storie un professore dell’Università Luiss riferiva il contenuto di un libro di uno studioso inglese, il quale proponeva di sottoporre tutti gli elettori ad un esame di educazione civica, prima di ammetterli al voto. So che in pratica questo non è possibile e non sarà mai fatto, ma dal canto mio io vedrei un’iniziativa del genere come unica soluzione al disastro attuale, quando milioni di persone votano senza sapere nulla di politica, di storia e di cultura generale, lasciandosi influenzare dagli imbonitori alla Wanna Marchi che promettono mari e monti senza avere la minima idea di cosa sia la vera politica. Anche per fare la segretaria d’azienda occorre aver seguito studi e corsi specifici di formazione; la politica invece, secondo loro, possono farla tutti, anche chi come Di Maio non è riuscito nemmeno a laurearsi e non ha mai fatto null’altro di buono in vita sua.

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La vita alla superficie

Nella società del nostro tempo, a quanto ci è dato constatare, si diffonde sempre più la superficialità, la tendenza cioè a vivere alla giornata e ad attribuire importanza ai vari aspetti della vita in modo contrario a quel che dovrebbe essere: ciò che dovrebbe contare veramente viene trascurato, mentre ciò che non dovrebbe avere nessun valore diventa un ideale e, in alcuni casi, un vero e proprio scopo di vita. Pensiamo alla moda, per esempio, o all’aspetto estetico delle persone (il cosiddetto “look”, per capirsi, visto che ormai ci esprimiamo più in inglese che in italiano): non c’è nulla di più insignificante per definire il valore e lo spessore umano di ciascuno di noi, ed invece oggi è diventata una questione di primaria importanza, anzi un’assoluta necessità. E se un tempo l’aspetto esteriore era una cura tipica del solo sesso femminile, oggi anche gli uomini lo considerano d’importanza vitale, tanto da curare il proprio aspetto non solo nel vestiario ma anche nel fisico stesso, e da sottoporsi persino ad operazioni chirurgiche per ottenere il look desiderato. I modelli che hanno fortuna in società, quelli da imitare, non sono più le persone di cultura o dotate di particolari meriti, ma attori, cantanti, soubrettes e personaggi televisivi in genere.
Gli esempi di superficialità nella società attuale sono talmente numerosi che sarebbe difficile individuarli tutti. Uno dei più evidenti, tuttavia, è ravvisabile nello stile di vita condotto dalla maggioranza delle persone, che sono soliti dividere il loro tempo in due soli momenti principali, il lavoro e lo svago, mentre pochissimo spazio è lasciato ad attività culturali o comunque umanamente più elevate, come ad esempio leggere un libro, visitare qualche museo o monumento che dir si voglia, assistere ad un concerto di musica classica o altro che sia. La grande maggioranza di coloro che hanno un lavoro o una professione, compresi tanti laureati, non si intendono né si interessano a nulla che sia al di fuori del loro stretto ambito di competenza: perciò persino professionisti come medici, avvocati, funzionari statali di alto livello e via dicendo sono di fatto – tranne ovviamente alcune lodevoli eccezioni – del tutto ignoranti di tutto ciò che riguarda la letteratura, l’arte, la musica e tutte le altre nobili attività umane. Alcuni di loro non leggono altro se non le pubblicazioni specifiche riguardanti il loro settore di appartenenza, mentre sono in difficoltà non appena si trovano di fronte a fenomeni culturali che forse un tempo conoscevano, quando andavano a scuola, ma che poi hanno totalmente dimenticato, né si curano di richiamare alla memoria quanto hanno perduto, certamente perché non ne vedono la necessità, e conducono una vita suddivisa tra il lavoro e il divertimento, senza altri interessi, in maniera del tutto superficiale. E anche quando, forse per darsi un certo contegno, vanno a visitare qualche mostra o museo, oppure ad assistere ad un concerto, ne escono uguali a come ne sono entrati, magari ostentando un’ammirazione che è solo di facciata, perché non hanno più gli strumenti culturali per comprendere in profondo ciò che hanno visto o sentito.
La grande superficialità dei nostri tempi si è mostrata nel suo volto più sconcertante e terribile in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, dove milioni di persone hanno votato senza cognizione di causa, lasciandosi abbindolare da promesse tanto mirabolanti quanto assurde e irrealizzabili come il famoso “reddito di cittadinanza” propugnato da quell’accolita di imbonitori buffoneschi che è il “Movimento Cinque Stelle”. Questo partito, perché tale è anche se si professa antitetico ai partiti tradizionali, ha finora dato prova di totale incapacità e incompetenza politica, una caratteristica evidente che avrebbe dovuto indurre tutti coloro che erano dotati di raziocinio a negare loro la fiducia; per governare uno Stato, infatti, non è sufficiente essere persone oneste (se pur lo sono!), ma occorre una cultura specifica che non si può improvvisare. Per questo è del tutto assurdo pensare che cittadini comuni, sbattuti in Parlamento o al Governo senza la necessaria preparazione, possano guidare uno Stato: come diceva Socrate, che di queste cose se ne intendeva, non ci si affiderebbe mai, per un viaggio in mare, a un timoniere inesperto che non sa guidare la nave; tanto meno, quindi, ci si può fidare di persone incompetenti per condurre il Governo di una nazione, per il quale occorre molta più competenza di quanta ne occorra per guidare una nave. Eppure tanti cittadini italiani, attratti dal miraggio di poter avere uno stipendio senza fare nulla, hanno votato questi ciarlatani facendoli diventare il primo partito, che oltretutto adesso pretende di dettare legge e di avere addirittura la poltrona di primo ministro per il loro capo politico, Luigi Di Maio, un ragazzino di poco più di trent’anni che non ha mai fatto nulla in vita sua, non ha alcuna competenza e non è neanche riuscito a laurearsi. La vittoria elettorale di questa armata Brancaleone è il peggior disastro che potesse capitare al nostro Paese, ridotto ad un aereo senza pilota che ben presto andrà a sbattere in qualche montagna, di quelle che gli speculatori finanziari e i banchieri di Bruxelles porranno di fronte a un paese ormai allo sbando, che oltretutto non possiede neppure una moneta propria ed è costretto di nuovo, dopo le tante guerre di indipendenza, a soggiacere ai potentati stranieri. Per uscire da questa situazione ci sarebbe voluto un governo forte e deciso, formato da persone capaci e competenti, non da ragazzini che fino ad ieri non sapevano neppure cosa fosse la politica e che dove hanno governato (vedi Roma) non sono stati capaci d’altro che di combinare disastri. In questa contingenza io faccio due osservazioni: la prima è che personalmente preferisco i corrotti agli incapaci, perché chi fa l’interesse proprio (che non dovrebbe fare) può saper fare anche quello degli altri, mentre l’incapace non riesce a fare né il suo né quello altrui. La seconda mia considerazione è che comincio a dubitare della validità stessa della democrazia, perché questo sistema politico si basa su un mero calcolo numerico, quello della maggioranza che vince sulla minoranza, senza tener conto che nella storia molto spesso hanno avuto ragione le minoranze, e che le maggioranze possono essere formate anche da caproni ignoranti che non votano secondo giustizia e ragione, ma lasciandosi trascinare da promesse assurde e dallo spirito devastatore di coloro che vedono il male dappertutto e contestano tutto e tutti in nome di falsi valori che non riusciranno mai a realizzare, perché a insultare gli avversari e svalutare ciò che hanno fatto sono tutti capaci, ma poi, quando si tratta di costruire e di prendere decisioni, allora i nodi vengono al pettine. Questo è ciò che succederà nell’Italia dei Cinque Stelle, un paese ostaggio di una banda di incompetenti. Il risultato delle ultime elezioni, pertanto, mi conferma nella mia convinzione secondo cui la superficialità, l’ignoranza, l’approssimazione sono i caratteri costitutivi del nuovo Medioevo e della nuova barbarie dei nostri tempi, molto peggiore di quella di Attila o di Teodorico.

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I 5 stelle, nuovi barbari della politica

Da quando è nato in Italia il cosiddetto “Movimento Cinque Stelle” fondato dal comico Beppe Grillo e dal faccendiere Casaleggio non ho mai nascosto il senso di indignazione e di repulsione che mi provocano queste persone, unito a un analogo senso di smarrimento e di incomprensione nei riguardi di chi li sostiene e li vota. Probabilmente è un problema di età, dato che ho vissuto altri periodi della politica italiana nei decenni passati ove non era mai successo nulla di simile, e quando era ben diverso il modo di fare politica; per quanto infatti di movimenti contro il sistema e di voti di protesta ce ne siano stati altri, nessuno si era caratterizzato come questo per il livello di incultura e di volgarità da esso raggiunto ed anche, purtroppo, per il largo consenso che ha avuto e che sta ancora avendo, visto che per le prossime elezioni i sondaggi lo danno al 27-28 per cento. Poiché non riesco a tacere la mia profonda e totale avversione per i cosiddetti “grillini”, dividerò questo post in due parti: nella prima elencherò in dodici punti i motivi di questo mio sentimento, nella seconda cercherò di spiegare le cause del loro non più effimero successo.
1. Un tempo i partiti politici nascevano da un ideale, o meglio da un’ideologia, un sistema di valori in cui credevano coerentemente tutti gli adepti. Benché io abbia avuto sempre una fiera avversione per il marxismo ed i partiti che lo interpretavano, riconosco però che la loro impostazione ideologica aveva basi culturali solide nella filosofia di Marx, Engels ed altri. Il Movimento Cinque stelle, al contrario, è nato dal nulla, non ha fondamenti ideologici né culturali, è frutto del più fatuo e ignorante qualunquismo.
2. La classe dirigente di questo movimento non è formata da persone con competenza politica ed una cultura adeguata ad un ruolo dirigenziale. I capi sono un comico buffonesco (Beppe Grillo) che non si vede quale autorità e credibilità possa avere per un ruolo così importante, ed il figlio di un affarista (Casaleggio) i cui traffici sono spesso rimasti nell’ombra. La loro attività non è disinteressata: il blog di Grillo guadagna moltissimo con la pubblicità e quindi il suo è un business come gli altri, nonostante la presunta “diversità” di cui lui e i suoi accoliti si vantano.
3. Pur non avendo alcuna base ideologica (i concetti di destra e di sinistra per loro sono categorie vecchie e superate) essi subiscono purtroppo spesso l’influsso delle peggiori ideologie: si veda, ad esempio, l’appoggio dato dai “grillini” al movimento No-Tav ed agli atti terroristici da costoro compiuti, oppure il libertarismo sfrenato dei cosiddetti “diritti civili” culminato nella cosiddetta “legge Cirinnà”. Benché rifiutino una collocazione precisa, essi di fatto hanno appoggiato intenzioni e rivendicazioni proprie dell’estrema sinistra.
4. Il loro urlare contro il “sistema”, appparentemente scevro da basi ideologiche, è abbastanza vicino, per metodi e linguaggio usato, a quello dei movimenti e gruppi extraparlamentari di sinistra degli anni ’70, con la differenza che quei gruppi erano culturalmente molto superiori ai loro emuli del secondo decennio degli anni 2000.
5. Nel loro ribellarsi contro il “sistema dei partiti” i grillini, interpretando e fomentando il sentimento più rozzo e volgare degli italiani più ignoranti, generalizzano in modo grottesco, presentando tutti gli esponenti degli altri partiti come criminali, corrotti, ladri e mafiosi. Da questo loro giustizialismo becero e volgare non si salva nessuno: tutti gli avversari sono demonizzati, non li sfiora neanche lontanamente l’idea che fare di ogni erba un fascio è comunque sbagliato e che il bene ed il male si trovano ovunque, nel loro e negli altri partiti. In questa visione distorta e catastrofica della realtà (che ricorda anch’essa atteggiamenti simili espressi in passato da certa sinistra) accusano i vari partiti che si sono succeduti al governo di aver “distrutto l’Italia” e di “averci ridotto alla fame”, con palese e assurda deformazione della realtà. L’Italia ha i suoi problemi, ma non sono certo più gravi di quelli di altri paesi europei, e l’economia è in ripresa. Lo dicono i numeri e le statistiche, ma purtroppo non c’è nessun sordo peggiore di chi non vuol sentire.
6. Il Movimento Cinque Stelle si è rivelato palesemente centralista e totalmente antidemocratico. Al suo interno non esiste dialogo: chi non concorda in tutto e per tutto con i capi (Grillo e Casaleggio) viene immediatamente espulso, con processo sommario e senza la facoltà di difendersi e dire le proprie ragioni. Questi metodi ricordano da vicino quelli di Hitler e di Stalin, anche se ovviamente le pene comminate ai dissidenti sono diverse.
7. I “grillini” non accettano il confronto democratico con chi la pensa diversamente. Si permettono di criticare e offendere chiunque ma non ammettono che qualcuno critichi loro ed il loro modo di essere e di agire. I loro rappresentanti evitano accuratamente in televisione il confronto con gli avversari e accettano solo di essere intervistati senza contraddittorio. Non sono disposti a fare alleanze con nessuno, il che paralizza di fatto la politica impedendo la formazione di coalizioni governative con larga maggioranza. Dimostrano così di non avere la minima idea di cosa sia la democrazia e di come si agisce in politica, dove il dialogo ed il compromesso con le altre forze sono indispensabili.
8. Nel rapportarsi agli avversari, oltre a rifiutare ogni dialogo, utilizzano un linguaggio becero, volgare e sessista. Il fatto che il movimento sia nato con il “Vaffa-day” già spiega bene questo atteggiamento rozzo e volgare. L’insulto contro chi è diverso da loro è il loro normale modo di esprimersi, e alcuni loro deputati si sono resi responsabili di violenze verbali e materiali inaccettabili.
9. La loro azione politica è fondata tutta sul distruggere, mai sul costruire. Nei cinque anni in cui sono stati in Parlamento non hanno fatto altro che dire pregiudizialmente sempre di no a tutto e a tutti, criticare, urlare e insultare gli avversari. Le loro proposte, quando ci sono state, o hanno avuto carattere demagogico e populista (vedi la polemica contro i vitalizi, come se abolendo quelli si risolvessero tutti i problemi del Paese) oppure sono state del tutto assurde e utopistiche: il cosiddetto “reddito di cittadinanza” da loro sostenuto costerebbe una cifra dai 40 ai 50 miliardi di euro all’anno, ch’essi non hanno mai detto con chiarezza dove si potrebbero trovare. Oltre che impossibile a realizzare, il progetto sarebbe anche civilmente diseducativo, perché darebbe soldi a tante persone per non fare nulla.
10. I “grillini” hanno fatto dell’onestà la loro bandiera, la linea portante della loro politica, gettando sugli avversari tutte le più infamanti accuse. Ma nel tempo si sono spesso contraddetti: si va dai vari sindaci a cinque stelle indagati per reati commessi durante il loro mandato, alla falsificazione delle firme per la presentazione delle liste in Sicilia fino al più recente scandalo di “rimborsopoli”, quando si è scoperto che molti deputati e amministratori grillini fingevano di restituire parte dello stipendio e che in realtà guadagnavano e guadagnano molto di più di quanto fanno credere. Questa circostanza mostra l’ipocrisia e la bassezza morale di questi individui: chi fa la morale agli altri, chi si presenta come onesto e irreprensibile, comportandosi così si rivela molto peggiore di chi non ha mai espresso vanterie di questo tipo.
11. Ovunque sono stati messi alla prova in incarichi amministrativi, i Cinque Stelle hanno mostrato con palese evidenza la loro incompetenza e la loro incapacità di affrontare e risolvere qualunque problema. Da quando Roma e Torino sono governate da sindaci grillini i problemi di quelle città sono enormemente aumentati, come constata chi vi si reca e vede in che condizioni sono le strade, i servizi, la raccolta di rifiuti. Questo dimostra quanto sia vero quel proverbio che recita: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. A urlare e criticare gli altri, a dire sempre di no si fa alla svelta; ma quando si tratta di agire, di costruire, di provvedere allora la musica è diversa. Anche l’onestà stessa, che pure è una qualità pregevole nella persona umana, diventa secondaria, perché a nulla in politica serve essere onesti quando si è incapaci e incompetenti. Per governare ci vuol altro, occorre una cultura, perché la politica è una professione come le altre che richiede competenza, non è accessibile a tutti. La mentalità dei grillini è analoga a quella di coloro che, durante un volo aereo, cacciassero il pilota perché disonesto e mettessero al suo posto un passeggero qualunque solo perché è onesto. Dove andrebbe a finire l’aereo?
12. A proposito di incompetenza, a quanto detto va aggiunto il modo assurdo e dissennato con cui il Movimento Cinque Stelle sceglie i suoi rappresentanti: attraverso la rete internet, praticamente estraendoli a sorte o quasi senza compiere alcun accertamento sulle loro effettive conoscenze e capacità. E’ avvenuto così che nel 2013 siano entrate in Parlamento persone del tutto ignoranti e rozze, che non hanno mancato di rivelare bellamente questi loro eccelsi pregi esprimendosi con volgarità e turpiloquio. Uno di loro, tale De Rosa, fece una volta una battuta rivolta alle deputate del PD che qui non voglio ripetere per pudore, ma che qualifica il grado di barbarie e rozzezza di queste persone. L’ignoranza crassa contraddistingue anche il loro candidato premier alle elezioni, Luigi Di Maio, che confonde il Cile con il Venezuela e non conosce la lingua italiana e l’uso del congiuntivo.
Detto tutto ciò che mi provoca orrore al solo sentir nominare i Cinque Stelle e che mi preoccupa moltissimo per il risultato delle prossime elezioni, riaffermo che una loro eventuale vittoria ci condurrebbe nel baratro più profondo, e non solo dal punto di vista dell’economia e della vita sociale, ma anche da quello della cultura. Nel ’68 si diceva che la fantasia doveva arrivare al potere; ora c’è il rischio che al potere ci arrivi l’ignoranza, ed è un rischio concreto.
Ma qual è allora il motivo per cui, nonostante quanto detto sopra, i Cinque Stelle hanno ancora tanto successo da essere dati nei sondaggi come il primo partito italiano? La prima risposta che mi verrebbe in mente non la dico, perché sarei offensivo verso tanti elettori magari in buona fede; accennerò invece ad altri due motivi che mi sembrano i più probabili e che derivano entrambi da una certa mentalità che molti italiani hanno nel sangue oppure, come si dice oggi, nel DNA. Forse perché per tanti secoli l’Italia è stata dominata dagli stranieri, che sfruttavano e opprimevano un insieme di persone da non definire un popolo, ma “un volgo disperso che nome non ha”, è insita nel profondo dell’animo di tanti italiani un’innata diffidenza per chiunque abbia il potere, visto come oppressivo e corrotto; ed è questa la ragione essenziale, a mio parere, per la quale chiunque governa viene attaccato senza tregua durante il mandato ed è destinato a perdere voti alle successive elezioni. L’ignobile campagna mediatica e giudiziaria contro Berlusconi lo dimostra, e lo dimostra anche la serie di insulti e di critiche contro Renzi, che ha fatto sì molte cose avventate o errate (vedi la legge sulle “Buona Scuola”), ma ha anche preso provvedimenti positivi per molte categorie e fasce di popolazione. Su questo sentimento di odio e di avversione innata contro chiunque detiene una forma di potere si è agevolmente innestato il Movimento Cinque Stelle, cavalcando la tigre del malcontento popolare e assecondando gli atteggiamenti giustizialisti e forcaioli di chi identifica il Governo con il male assoluto, senza mai riconoscergli nulla di positivo. Il voto dato ai 5 stelle è stato e sarà solo un voto di protesta, ma una protesta esagerata e inconcludente, dettata dal carattere piagnone e vittimista di tanti nostri concittadini, i quali non si accontentano mai, credono falsamente che i paesi stranieri siano un paradiso mentre qui tutto è rovina e pretendono da chi ci amministra che risolva tutti i problemi e ci faccia vivere nel lusso e nella bambagia. Va poi anche detta un’altra cosa: che nel DNA degli italiani, a differenza di quanto avviene altrove, c’è anche una forte ammirazione ed una tendenza a dare credito a tutto ciò che è nuovo rispetto all’esistente: ogni volta che è cambiato regime quasi tutti gli hanno fatto festa, e così fu anche per quanto riguarda il fascismo, oggi tanto esecrato ma un tempo tanto celebrato. Per molti tutto ciò che è novità, che rompe con il passato, possiede un fascino ed un’attrattiva irresistibili, mentre non si pensa mai che ciò che è nuovo non è necessariamente sempre positivo e che spesso, per non cadere dalla padella nella brace, è meglio tenersi il vecchio. E poiché il Movimento Cinque Stelle si presenta come nuovo e come diverso da tutti gli altri partiti, questo spiega agevolmente il motivo del suo successo, proprio perché le persone non sanno vedere oltre il proprio naso e non si rendono conto che in cambiamenti non sono sempre migliorativi, anzi… Mi costa fatica dirlo, ma paradossalmente sarei contento se Gigino Di Maio arrivasse veramente a dirigere il governo: in poco tempo perderebbe tutto il suo consenso e tutti si renderebbero conto che il re è nudo e che dietro le promesse ed i proclami c’è solo il più grande e profondo NULLA.

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Gli italiani e il potere

Esaminando un po’ il dibattito politico degli ultimi vent’anni ed i vari settori della società, mi sono confermato in un’idea che già da tempo avevo maturato: che cioè gli italiani, intendendo con questo termine l’opinione pubblica prevalente, sono allergici al potere, qualunque esso sia ed in qualunque forma esso si presenti. Mi pare di accorgermi che chiunque vinca le elezioni, conquisti la maggioranza e formi così un governo, va incontro inesorabilmente ad attacchi serrati che provengono da ogni parte e che si estendono, complice la televisione e gli altri mezzi di informazione, ad un numero sempre più ampio di persone. Si tratta di una diffidenza innata, un’avversione preconcetta verso chiunque abbia in mano le leve di un qualsiasi potere, e con ciò mi riferisco non soltanto a quello politico, ma a qualunque forma di autorità: negli uffici si odia il capufficio, nella scuola si critica il dirigente, nei reparti ospedalieri i medici contestano il primario e così via, e non soltanto per invidia ma anche per un diffusissimo pregiudizio secondo cui chi detiene un ruolo dirigenziale deve essere per forza disonesto, deve essere arrivato in quella posizione per occulti favori e non per merito, per chissà quali trame che ha macchinato alle spalle dei poveri mortali. Forse questa naturale avversione degli italiani per chi li governa (o possiede un qualsiasi altro potere) ha origini secolari, deriva dalla sottomissione che il nostro Paese ha patito per secoli dalle potenze straniere, la cui amministrazione era giudicata sempre negativamente perché rappresentava un qualcosa venuto da fuori, che non poteva curare l’interesse dei sudditi. Spagna, Francia, Austria ci hanno dominato per mezzo millennio, e se anche adesso sono passati oltre 150 anni dall’unità d’Italia, una naturale avversione per il potere è rimasta nel DNA dei nostri concittadini.
Rimanendo all’ambito politico, mi accorgo che chiunque ottenga una maggioranza ed un governo è subito esposto alle critiche, agli insulti ed anche alla persecuzione degli avversari; ed è questo un fenomeno peculiare dell’italiano, perché all’estero, pur essendovi ovviamente un dibattito critico ed un’opposizione spesso molto accesa, manca però la demonizzazione e la delegittimazione dell’avversario che invece, purtroppo, sono di casa qui da noi: in Germania la Merkel è la cancelliera di tutti i tedeschi, anche di quelli che non approvano la sua politica, e negli Stati Uniti Obama è il presidente di tutti gli americani, anche di quelli che non hanno votato per lui. E da noi invece? Prendiamo il caso di Silvio Berlusconi, più volte Presidente del Consiglio legittimamente eletto da libere elezioni. Orbene, dal momento che è entrato in politica e si è affermato come leader carismatico della sua parte, dalle file avversarie è partita una valanga di fango che l’ha investito in tutti i modi, con accuse del tutto infondate o almeno non dimostrate, che andavano dall’appartenenza alla mafia all’evasione fiscale e persino allo sfruttamento della prostituzione minorile, un’imputazione assurda e completamente falsa, utile soltanto ad eliminare dalla scena politica un avversario che non si riusciva a vincere con il metodo democratico delle libere elezioni. Ricorrere alla magistratura per rovinare un avversario politico, con giudici chiaramente di parte dediti in tutto e per tutto a voler dimostrare il falso, è un comportamento indegno di un Paese civile e soprattutto di una democrazia. E che le accuse fossero false e strumentali è dimostrato dal fatto che, non appena Berlusconi si è eclissato dalla scena politica, sono cessati tutti i processi, gli insulti e le persecuzioni contro di lui. Mi pare che tutto ciò dimostri chiaramente che tutta la campagna di odio scatenata dai politici, dai giornalisti e dai magistrati di sinistra aveva una matrice puramente ideologica, senza alcun rispetto non solo della persona, ma del voto dei cittadini.
Chi sale al potere si trova inevitabilmente sotto il tiro incrociato degli avversari, i quali non rifuggono dall’impiegare metodi non ortodossi e spesso incivili pur di abbattere il “nemico”; e chi ha un minimo di spirito democratico non può che inorridire di fronte a tanta falsità e tanta volgarità. Quel che ha subito Berlusconi anni addietro, infatti, lo sta subendo oggi Renzi, contestato a destra e manca con argomenti spesso ridicoli, che evidenziano soltanto il fatto che l’opinione pubblica italiana non sopporta chi ha in mano il potere, chiunque esso sia. Si è cominciato col rinfacciare a Renzi di non essere stato eletto dal popolo, ed è un’accusa assurda perché la Costituzione non dice affatto che ogni governo debba passare attraverso le elezioni: durante la prima repubblica, nello spazio di cinque anni quanto deve durare una legislatura, si succedevano anche sei-sette governi e tutti, a eccezione forse del primo. mancavano della legittimazione popolare. Ma fosse soltanto questo! C’è molto di peggio: qualunque iniziativa abbia preso l’attuale governo, altro non ha ottenuto che scatenare critiche e insulti; eppure a me sembra che qualcosa di positivo sia stato fatto, a cominciare dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, che non sono affatto una “miseria” come gli avversari dicono, ma possono aver contribuito sensibilmente ai bilanci familiari. E lo stesso si potrebbe dire per molti altri provvedimenti che, pur non essendo perfetti, hanno comunque portato qualche effetto benefico sull’economia e sulla vita dei cittadini. E invece l’italiano medio, certo sobillato da forze eversive e qualunquiste come i seguaci del comico Grillo, non riconosce nulla, non approva nulla; anzi, si forma e si cementa l’idea che i politici siano tutti ladri, mafiosi e corrotti, e nessuno riesce a eliminare questa stupida generalizzazione cui solo gli ignoranti e i disinformati possono prestare fede. Il problema, purtroppo, è che gli ignoranti, i disinformati e i cafoni sono moltissimi, milioni di individui che per la loro pochezza mentale non dovrebbero neanche votare, ed invece purtroppo votano e si lasciano condizionare dallo sfascismo dei ridicoli demagoghi (ignoranti e disinformati pure loro) del Movimento Cinque Stelle, i quali cavalcano la tigre dell’ignoranza popolare per intorbidire le acque e per diffondere idee del tutto errate. Che vi siano politici corrotti è vero, ma non è certamente vero che tutti lo siano; che il governo possa sbagliare è vero, ma non è certamente vero che sbagli ogni cosa, per cui sia legittimo dire sempre di no a tutto senza neanche conoscere l’argomento di cui si parla; che poi l’Italia sia stata rovinata dai politici e sia ridotta alla miseria a me non pare, perché vedo che il livello di vita delle persone è più o meno lo stesso di alcuni anni fa, e se pure non lo fosse la colpa non è certo di chi ha governato gli ultimi due anni. E poi l’essere onesti, ammesso e non concesso che i “grillini” lo siano, non è sufficiente per assumersi responsabilità di governo; dico anzi che è inutile essere onesti quando si è incompetenti e incapaci, come si è chiaramente evidenziato in tutte le situazioni in cui i Cinque Stelle hanno amministrato o dovuto prendere iniziative. Chi è corrotto fa anzitutto gli interessi suoi, ma può fare anche quelli altrui; chi è incapace non fa del bene a nessuno, né a se stesso né ad altri.

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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Il piccolo ducetto a cinque stelle

Se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, in questi giorni tutti i dubbi sulla mancanza assoluta di democrazia e di dialogo all’interno del movimento “cinque stalle” (l’errore è volontario) si sono dissipati: il loro piccolo duce barbuto, il comico Beppe Grillo, ha espulso unilateralmente dal movimento tutti coloro che si erano azzardati ad esprimere idee diverse dalle sue. Questi erano i metodi usati da tutti i tiranni e i dittatori che la storia ci ricorda: umiliare e cacciare chiunque non si allinea al pensiero dominante. Solo che i dittatori e i tiranni avevano comunque una personalità, un carisma, un potere, per quanto gestito in modo ingiusto; ma qui i parlamentari del M5S obbediscono a un istrione che mai ha fatto altri interessi se non i suoi, e che è diventato ricchissimo proprio sfruttando quel sistema politico che adesso dice di voler abbattere. Ha mandato in parlamento una massa di sprovveduti che altro non sanno fare se non urlare, insultare gli altri, assaltare i banchi del governo senza mai costruire nulla, a parte qualche proposta fantascientifica come quella del “reddito di cittadinanza”, che fa ridere solo a sentirla; se infatti adesso criticano Renzi perché non avrebbe le coperture economiche per i 10 miliardi di euro che intende restituire a chi guadagna meno, dove troverebbero loro i soldi per dare uno stipendio a tutti, che verrebbe come la manna dal cielo e che costerebbe minimo 70 miliardi? Mistero. A criticare, a denigrare gli altri siamo tutti capaci, ma la cosa cambia aspetto quando bisogna mettere la faccia su ciò che si dice e si intende fare. Per ordine insindacabile del loro ducetto, del quale sono fedeli esecutori privi di personalità e di volontà propria, i parlamentari del M5S non si mettono mai in gioco, non collaborano con nessuno, sono capaci di dire sempre e soltanto di no, pregiudizialmente, senza neanche mettere alla prova chi sta cercando di fare qualcosa per il paese. E’ questa l’inconcludenza di chi non sa neppure lontanamente cos’è la politica, che è dialogo e collaborazione, non chiusura ermetica in una torre d’avorio dalla quale pontificare senza mai doversi assumere delle responsabilità. E il bello è che chi, anche parzialmente, vorrebbe uscire da questa inconcludenza, viene cacciato appena esprime un’idea anche lontanamente in contrasto con gli ordini perentori di un istrione che, oltretutto, è fuori dal Parlamento perché pregiudicato per omicidio colposo. Bell’esempio di democrazia e di tolleranza! Se queste sono le novità che esprime la politica attuale, siamo costretti a rimpiangere i vecchi politici della prima repubblica, che con tutti i loro difetti sapevano però mettersi in gioco, rispettare gli avversari e soprattutto tollerare il dibattito interno, senza cacciare a pedate chi non esegue servilmente gli ordini del padrone.

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Nuovi barbari in Parlamento

Tutti noi, purtroppo, abbiamo visto in tv le vergognose scene svoltesi alla Camera dei deputati, dove la gazzarra scatenata dai deputati del “Movimento cinque stelle” ha fatto il giro del mondo e ha mostrato a tutti il livello di maleducazione, di volgarità e di barbarie vera e propria a cui i politici nostrani sono arrivati. Attila, al confronto, era un agnellino! L’esempio che viene dato ai cittadini, ed in particolare ai giovani che noi nella scuola stiamo faticosamente cercando di educare alla legalità ed alla tolleranza, è sotto gli occhi di tutti. In un paese civile, dove le leggi vengono rispettate, tutti coloro che si comportano così all’interno di un’istituzione, appartengano alla maggioranza o all’opposizione, sarebbero già stati sbattuti fuori dal Parlamento e inquisiti per i reati che hanno commesso. Si è perfino arrivati al vilipendio alle istituzioni, quando un deputato del M5S si è permesso perfino di dare del “boia” al Presidente della Repubblica. Come si possono tollerare simili comportamenti? Non c’è nessuno che reagisca, che faccia presente che in Italia c’è troppo garantismo, troppa impunità per chi commette reati di questo tipo? Tale è infatti l’agire di chi offende e diffama le istituzioni, a prescindere da chi le rappresenta. Per il suo passato comunista Napolitano non è simpatico neanche a me, e personalmente non l’avrei scelto per quell’incarico; ma una volta che è stato eletto, è dovere sacro di ogni cittadino rispettarlo per il ruolo che ricopre.
La verità è che Grillo ed i suoi si stanno accorgendo che chi li ha votati sta cambiando idea, perché tutti si sono resi conto che da un anno costoro stanno lì senza fare assolutamente nulla, ma sono capaci solo di urlare, insultare e dire di no sempre e comunque. La politica, ovunque nel mondo, è collaborazione, alleanza, compromesso con altri dalle diverse idee; costoro invece continuano a evitare il confronto con tutti, non collaborano con nessuno, rendendo totalmente inutili i voti di quei milioni di persone che hanno dato loro fiducia. L’urlo, l’insulto e il turpiloquio, oltre ad essere vergognosi di per sé, non cambiano nulla e finiscono per ritorcersi contro chi li usa, rendendo vani anche quegli argomenti che potrebbero essere condivisibili. Se conoscessero la storia, i cinque stelle saprebbero che solo con il dialogo pacato e civile si può ottenere di essere ascoltati; l’antipolitica, l’anarchia, la protesta fine a se stessa non hanno mai prodotto nulla di buono.

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Libertas e licentia, ovvero il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle”

Gli antichi Romani, saggi com’erano nella vita privata e soprattutto in quella pubblica, distinguevano nettamente tra due concetti: quello della “libertas”, che designava la condizione del cittadino libero ma soggetto alle leggi, e quello della “licentia”, ossia l’atteggiamento sfrenato e arrogante di chi credeva di potersi permettere tutto ed essere al di sopra delle leggi. Il primo dei due concetti era sacrosanto, il secondo invece esecrato e punito, soprattutto quando era assunto da chi aveva responsabilità politiche e cariche pubbliche. Anche il celebre Scipione Africano, il vincitore di Annibale, fu sottoposto a processo e condannato per corruzione, proprio perché si era arrogantemente preso la “licentia” di appropriarsi di una somma di denaro dovuta allo Stato.
Gli antichi, sia Greci che Romani, avevano il senso della misura e quindi, pur salvaguardando il principio della libertà di parola e di espressione, non permettevano mai che si oltrepassassero i limiti della decenza e del buon gusto. Ma oggi purtroppo, forse anche perché si è perduto il senso storico e non si conoscono abbastanza le norme del vivere civile in cui gli antichi erano grandi maestri, questo limite si è largamente superato e i due concetti di “libertas” e di “licentia” vengono grossolanamente confusi: da alcuni decenni a questa parte, infatti, si è affermata ovunque (in tv, sulla stampa, nella vita sociale e politica) la logica del “se pò fà”, cioè la falsa credenza che sia lecito a ciascuno di dire e fare quel che vuole, infischiandosene delle leggi scritte e di quelle non scritte, quelle cioè del decoro e della coscienza umana. Con la scusa della libertà di parola e di stampa, giornalisti e uomini politici, per non parlare della gente comune, credono di poter insultare impunemente chiunque, diffamando e calunniando vergognosamente coloro che ritengono i loro avversari (o meglio nemici), e inveendo sconciamente con insulti, parolacce ed espressioni che farebbero vergogna anche ai carrettieri e agli scaricatori di porto.
Finché la cosa rimane nei bar o nelle strade, passi; ma quando in tv o addirittura in parlamento si ricorre all’insulto e al turpiloquio come normale linguaggio di espressione politica, significa che la barbarie e la bestialità umana sono giunte a tal punto che personaggi come Attila o Ivan il Terribile al confronto sono agnellini. Basti pensare al comportamento indegno e vergognoso del Movimento Cinque Stelle, che sarebbe meglio chiamare “cinque stalle”, vista l’elevatezza culturale e umana dei loro rappresentanti parlamentari. Questi soggetti, che si fa fatica a definire esseri umani, si sono presentati come coloro che portavano l’onestà nella politica, che volevano mandare a casa i politici ladri, che avrebbero cambiato tutto in meglio, e così hanno ingannato i gonzi che li hanno votati. Poi, una volta entrati nelle istituzioni, non hanno mai fatto né proposto nulla di positivo, ma si sono limitati ad abbaiare come cani arrabbiati contro i “nemici”, distruggendo tutto e non costruendo mai nulla. Ultimamente, poi, se ne sono usciti con espressioni e affermazioni che neanche il più volgare cafone riconoscerebbe come sue: tra di esse l’ultima perla è certamente il discorso pronunciato al senato dalla Taverna (il nome dice tutto, ad indicare che tipo di donna sia costei) il giorno della decadenza di Berlusconi, il giorno in cui gli avvoltoi della sinistra e gli sciacalli del M5S hanno trionfato e brindato sul cadavere della loro preda, rivelando tutta la vigliaccheria che ben li distingue. La Taverna non solo ha insultato pesantemente il “nemico”, ma ha anche detto, con gran decoro e finezza femminile, di voler sputare addosso a Berlusconi.
Ecco, questo è il livello dei politici italiani. Ed il bello è che Beppe Grillo e i suoi si erano presentati come coloro che avrebbero portato grandi novità nella politica. E quali sono queste novità? Il turpiloquio, l’insulto, la diffamazione, la menzogna più sfrontata, proprio delle belle novità di cui possiamo andare fieri; e se Berlusconi, come dicono, ci ha reso ridicoli all’estero, che gran lustro ci darà la Taverna se all’estero conosceranno il linguaggio suo e dei suoi? Non solo nell’antica Grecia e Roma, incunaboli della nostra perduta civiltà, ma in nessun altro Paese civile sarebbe stato permesso a una donnetta ignorante e volgare di usare il linguaggio postribolare che, a quanto pare, le è familiare e col quale ha inteso infangare un “nemico” che invece, a dimostrazione della stupidità sua e dei suoi, finirà per favorire. In un Paese civile essa sarebbe stata quanto meno espulsa dal Senato per sempre e denunciata, come meriterebbe in pieno. Ma da noi, si sa, la libertà di insulto e di diffamazione, il turpiloquio, sono ormai tollerati e anzi anche lodati da una televisione e da certi giornali che sarebbero buoni soltanto per essere gettati nella spazzatura.
La violenza, verbale e non solo, del Movimento Cinque Stelle è sotto gli occhi di tutti e non può più esere tollerata: le istituzioni devono reagire, anche con leggi coercitive se necessario. Si permette ad un buffone come Grillo di insultare il Presidente della Repubblica e nessuno fa nulla? Non esiste più il reato di vilipendio alle istituzioni? Io non me lo spiego, se non pensando al timore che può incutere un mentecatto solo perché ha avuto i voti alle elezioni, fingendo di essere contro e al di fuori della politica tradizionale. Anche questo non è vero, perché i grillini hanno dimostrato con le loro esternazioni di non essere affatto “neutrali”, ma di avere tra le loro file tanti residuati bellici del vecchio sinistrume extraparlamentare e fiancheggiatore del terrorismo: si nota senza dubbio dal sostegno che danno, ad esempio, al movimento No-Tav, dai discorsi scellerati di chi tra loro ha esaltato gli assassini di Nassiryia, dalle farneticazioni di un certo Bernini (M5S) che ebbe a dire, in un intervento al parlamento, che l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle fu organizzato dagli americani stessi, e altre nefandezze simili che ci richiamano alla mente i proclami delle Brigate Rosse. Sono estremisti travestiti, individui pericolosi e violenti che lo Stato democratico non può tenere al suo interno, perché rischia di essere un cancro che distrugge da dentro le istituzioni stesse.

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