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La caccia agli stregoni

Ho detto altre volte in questo blog che non amo la nostra televisione ed in generale i nostri organi di informazione, perché il loro modo di esprimersi, che entra nelle case di tutti o quasi gli italiani, produce forti condizionamenti nell’opinione pubblica e di conseguenza nel pensiero e nell’azione delle persone comuni. In questo periodo il disgusto che provo nei confronti delle fonti di informazione si è accentuato, perché è in atto una campagna mediatica martellante per gettare quanto più discredito possibile sul sesso maschile: non si parla d’altro che di violenza contro le donne, molestie sessuali sempre contro le donne, reati oltremodo vergognosi come la pedofilia di cui sono sempre e comunque accusati gli uomini, ed altro ancora. Si sbatte sempre il mostro in prima pagina senza neanche dargli la possibilità di difendersi, perché se ci si trova a dover giudicare da che parte sta la verità l’opinione che vince e che viene diffusa è che la ragione stia sempre dalla parte delle donne, anche se la situazione è quella della parola dell’uno contro quella dell’altra. Alla base di tutto ciò vi è senza dubbio un ritorno prepotente del femminismo tipo anni ’70, che avanza come un bulldozer e travolge tutto ciò che incontra, riproponendo le solite lamentele sulle presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime, senza tener conto che da allora ad oggi tante cose sono cambiate e che nella società attuale molte di queste disparità sono state eliminate; anzi, in qualche caso la situazione si è proprio rovesciata e sono gli uomini a trovarsi svantaggiati e a subire ingiustizie. Se qualcuno non crede a ciò, basta che osservi la situazione di molti mariti e padri separati costretti a dormire in macchina e privati di tutto dalle mogli cui il giudice, in modo pregiudizievole quanto meno, ha dato ragione togliendo la casa al marito e obbligandolo a pagare alla ex consorte cifre spropositate. Ciò nonostante dobbiamo subirci in televisione individui come la presidente della camera dei deputati, la signora Boldrini, che nel 2017 fa la patetica femminista come fossimo ancora nel ’68 e continua a urlare contro le presunte discriminazioni di cui le donne sarebbero vittime. Dai suoi atteggiamenti si comprende il motivo per cui è la personalità politica più insultata sui social come facebook; e se pure io non mi sono mai permesso di fare una cosa simile, dico però che comprendo chi l’ha fatto, perché provo per quella persona un’antipatia e un senso di ribrezzo che poche volte ho avuto per altri nella mia vita.
Purtroppo quel che dice la televisione, sia che intervengano politici come la Boldrini o che parlino semplici giornalisti, entra nella mente di tutti e ne condiziona i comportamenti quotidiani. Perciò questa pervicace campagna mediatica attuale, questa caccia agli stregoni che ogni giorno vediamo in tv e che non parla d’altro che di violenza e di molestie sessuali a carico delle donne finisce per assumere un carattere di generalità e diventa un pesante atto d’accusa contro tutto il genere maschile. Che vi siano questi episodi è senz’altro vero, ma riguardano una piccolissima percentuale di persone malvage o mentalmente disturbate, non si può parlare come spesso fanno di “violenza maschile” come se tutti gli uomini maltrattasero o uccidessero le loro compagne. Il vittimismo che ne risulta fa sì che una persona, per il solo fatto di essere maschio, è additato al pubblico disprezzo e visto come potenzialmente violento o criminale, e questa generalizzazione colpisce tutti nell’immaginario comune. In base a questo pregiudizio si arriva a criminalizzare l’uomo anche quando magari si rivolge ad una collega facendole un semplice complimento, un atto cioè di gentilezza che però, sulla base di questo assurdo clima di ostilità, viene scambiato per molestia. Lo stesso colpevole fraintendimento avviene quando un uomo guarda con dolcezza un bambino o una bambina e magari fa loro una carezza. Se questo gesto lo fa una donna, non accade nulla di particolare; se lo fa un uomo, molto spesso si scopre circondato da sguardi ostili e vede gravare su di sé l’orribile sospetto di pedofilia, quando magari è semplicemente un padre che vede in quel bambino un’immagine di suo figlio e ne prova la stessa tenerezza che può provare una donna. Ma l’opinione pubblica è ormai indirizzata in questo senso da un’informazione distorta e faziosa, che determina nella società l’insorgere di idee preconcette: così per i giudici il contenzioso tra marito e moglie si risolve quasi sempre in favore di quest’ultima, alla quale vengono assegnati i figli e la casa di proprietà del marito, magari per andarci a convivere con il nuovo “compagno”. Se questa è giustizia…
Per restare agli argomenti trattati in televisione in questo periodo, il tema centrale e ripetuto fino alla noia con intere trasmissioni ad esso dedicate è quello delle molestie sessuali che certi produttori cinematografici, politici o datori di lavoro in genere avrebbero inflitto alle povere ragazze innocenti che si sono trovate sotto i loro artigli. Al proposito c’è da chiedersi perché queste “vittime” hanno deciso soltanto ora a denunciare il loro “orco” (questa è la parola spesso usata in tv senza che se ne conosca neanche il significato) e non l’abbiano fatto al momento della presunta violenza subita. Inoltre eventi del genere, così privati, di solito non hanno testimoni, e non si vede quindi come si possa accusare delle persone senza poter portare prove concrete. Se l’accusato, in base a ciò, nega i fatti e l’accusatrice non ha alcuna prova concreta, per quale ragione io dovrei pregiudizialmente credere a lei e non a lui? La violenza o la molestia potrebbero esserci state veramente, ma potrebbe anche darsi che l’accusatrice metta in atto una vendetta privata e cerchi, magari perché esclusa da un certo incarico per incapacità, di gettare fango su chi non l’ha assunta inventando contro di lui accuse infamanti. Fatti del genere sono accaduti, di donne cioè che hanno accusato di violenza carnale uomini totalmente innocenti solo per rivalsa personale, e questi uomini hanno perduto la loro reputazione e si sono visti rovinare la vita da queste accuse assurde e criminali. Qualche anno fa un padre di due ragazze scontò più di un anno di carcere perché le figlie lo avevano accusato di averle stuprate; poi si scoprì che le accuse erano false e dovute ad una vendetta messa in atto dalle due contro il padre perché aveva rifiutato loro una somma di denaro. E adesso chi restituisce a quel povero diavolo un anno di vita passato dietro le sbarre? Chissà cosa penserebbe la signora Boldrini di eventi come questi? Probabilmente nemmeno ne è al corrente, perché a lei interessa solo difendere le donne maltrattate; non l’ho mai sentita parlare dei casi in cui sono state le mogli ad uccidere o far uccidere i mariti, casi rari ma che pure sono accaduti più di una volta.
Sarebbe necessario che chi fa televisione si rendesse conto delle conseguenze del proprio mestiere sull’opinione pubblica e sulla mentalità generale che si va formando in seguito a quello che viene trasmesso. Questa caccia alle streghe (anzi agli stregoni) attualmente in atto, che generalizzando in modo indiscriminato getta fango su tutto il sesso maschile, è molto pericolosa, perché aumenta il senso di insicurezza e introduce antipatie e sospetti su persone innocenti che può creare un allarme sociale incontrollabile. Un evidente effetto di ciò è il prepotente ritorno del femminismo sui social come facebook, dove viene disprezzato e insultato chiunque cerca di portare avanti anche le ragioni della logica e del buon senso. Un esempio. Quando si parla di violenza carnale ai danni delle donne la condanna è unanime da parte di tutti, e anch’io non ho difficoltà a dire che si tratta di un crimine odioso da punire con la massima severità. Se però qualcuno, saggiamente, si azzarda a dire che le ragazze non dovrebbero ubriacarsi, vestirsi in modo provocante e recarsi in luoghi conosciuti come insicuri, le solite femministe dalle idee vecchie come il cucco gli lanciano una pioggia di insulti affermando che una donna è libera di vestirsi come vuole e andare dove vuole, e che chi sostiene il contrario giustifica gli stupratori. Ora io dico: come si fa ad essere così faziose da non riconoscere la saggezza di chi vuol mettere in guardia da quei potenziali pericoli? Chi dice che certe ragazze (non tutte ovviamente) dovrebbero comportarsi in modo diverso non lo fa per colpevolizzarle ma per metterle di fronte alla realtà. Se vai in un luogo che sai essere pieno di zanzare e poi te ne torni con molte punture non puoi lamentarti; il buon senso così consiglierebbe, ma purtroppo questa qualità non è tra quelle più diffuse ai nostri tempi.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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Assemblee e consigli di classe, residuati da rottamare

Nel lontano 1974 (oltre 40 anni fa!) entrarono in vigore i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di norme che avrebbero dovuto favorire il pluralismo nella scuola e la libera circolazione delle idee; in base a queste norme, pertanto, furono istituiti tra l’altro le assemblee studentesche (che dovevano svolgersi una volta al mese) ed i consigli di classe, riunioni collegiali cui erano ammessi a partecipare anche rappresentanti degli studenti e dei genitori. A quell’epoca il dibattito socio-politico era molto acceso nella scuola e nella società, i giovani erano più o meno schierati da una parte o dall’altra e si interessavano fortemente (anche se non sempre in modo corretto) alla politica, all’economia, a ciò che accadeva in Italia e nel mondo: così la dialettica ed il dibattito assembleare era concepito come uno strumento di democrazia e di pluralismo, naturale e persino necessario. Le assemblee studentesche avevano allora un significato preciso e quindi non veniva messa in dubbio la loro utilità, benché spesso esse fossero condizionate da una eccessiva ideologizzazione che non di rado poteva sfociare anche in atti di violenza. La stessa esigenza di confronto e di discussione si riscontrava nei consigli di classe, sentiti come un momento essenziale della vita scolastica.
Tuttavia, come ho avuto modo di dire anche a proposito della Costituzione e di altre istituzioni, ogni aspetto della vita sociale va adeguato ai tempi che si vivono, perché panta rei come direbbe qualcuno, tutto cambia con il passare del tempo e col mutamento dei costumi e della mentalità: così quello che andava bene 40 anni fa non va più bene oggi, e sarebbe il caso che chi di dovere ci riflettesse e prendesse in merito i dovuti provvedimenti. Oggi i giovani, benché dotati di più strumenti apprenditivi e culturali rispetto al passato, hanno una forma mentis notevolmente diversa da quella che avevamo ai tempi nostri: il dibattito politico-sociale si è molto affievolito, non ci sono più le contrapposizioni ideologiche degli anni ’70, i problemi da affrontare nella scuola e nella vita sono molto diversi da quelli di allora. Si abbia quindi il coraggio di abolire, o almeno di modificare, istituzioni ed usanze che non sono più in linea con i tempi. Una di queste è appunto l’assemblea studentesca, che oggi è diventata soprattutto un’occasione per perdere una giornata di lezione e per trattare argomenti per lo più futili come la festa studentesca, le gite (o viaggi di istruzione, come vengono chiamate per conferire loro un’aureola di serietà che non hanno affatto), l’accoglienza dei nuovi studenti e altre amenità del genere. Gli alunni se ne stanno generalmente seduti a parlottare tra loro, a ridacchiare, a giocare con lo smartphone, prestano poco orecchio a quel che viene detto dai compagni al microfono mentre il tempo passa senza che si giunga quasi mai a conclusioni concrete o si trattino argomenti veramente importanti. Così l’assemblea lascia il tempo che trova, tutti se ne tornano felici e contenti di aver perduto le lezioni o evitato il rischio di un’interrogazione. Tutto è banalizzato, l’impegno politico-sociale di un tempo non c’è più, adesso la maggior parte dei nostri ragazzi vive come in un limbo dorato fatto di oggetti materiali e di una mentalità basata sul presente e sul particolarismo individuale.
Del pari anche i consigli di classe sembrano ormai vecchi residuati bellici, uno stanco rito che viene ripetuto più per obbedire ad una stanca routine che per realizzare qualcosa di veramente proficuo per gli studenti o per le altre componenti scolastiche. I docenti esprimono le loro opinioni sulla classe in questione, quasi sempre discordanti; di progetti comuni non se ne parla, perché ognuno è legato alle proprie materie ed ai propri programmi, ed alla fine ciascuno resta delle proprie idee e continua ad utilizzare il proprio metodo didattico, senza farsi minimamente condizionare da quanto detto dai colleghi. Così tutto resta come prima. Ma l’aspetto più bizzarro di queste riunioni emerge quando si insediano i rappresentanti degli studenti e dei genitori. I primi ben raramente hanno qualcosa di concreto da dire o da proporre; anzi, i problemi didattici della classe, che dovrebbero avere la preminenza in quanto legati strettamente all’azione educativa dell’istituzione scolastica, vengono molto spesso ignorati, mentre vengono poste all’attenzione questioni di secondario rilievo, prima di tutte le gite e i viaggi di istruzione, che sembrano essere l’unico argomento che interessa veramente gli studenti. Così il consiglio di classe, anche quando sono presenti criticità che richiederebbero un’approfondita discussione, si trovano a discettare quasi soltanto delle gite, degli scambi con l’estero, della settimana bianca o altro che sia, quasi che la scuola fosse un’agenzia di viaggi o un’associazione ricreativa. I genitori rappresentanti, poi, intervengono molto poco nel dibattito con la scusa di non avere contatti con le altre componenti, e quando lo fanno insistono soprattutto sulla necessità di rendere più tollerabile la fatica dei loro poveri figli, costretti a studiare e spesso (a detta loro) a rinunciare ad attività più divertenti per colpa di professori sadici che assegnano loro troppi compiti o non accettano le interrogazioni programmate. Al di là di questa attività sindacale in difesa dei poveri ragazzi vessati dalla scuola, ben pochi sono gli argomenti che i genitori affrontano nei consigli di classe; uno tra questi, forse il più sentito, è ancora una volta quello delle gite e dei viaggi di istruzione, ch’essi esigono dalla scuola come un loro diritto; anzi, vorrebbero pure che i docenti fossero obbligati ad accompagnare i loro figli, rinunciando a dormire per varie nottate ed assumendosi una responsabilità che loro stessi non sono capaci di prendersi. Poi se durante la gita, che la maggior parte degli studenti vive come uno “sballo” e considera un’occasione di trasgressione e di rifiuto di qualunque regola, accade qualcosa di spiacevole, la colpa sarà sempre e comunque affibbiata ai professori.
Queste sono le modalità con cui si svolgono oggi queste riunioni collegiali, ossia l’assemblea studentesca ed i consigli di classe. Certo, non era questo lo spirito del legislatore nel lontano 1974 quando i Decreti delegati furono promulgati, ma è anche vero che la società di allora era molto diversa da oggi, perché la mentalità generale è cambiata, in molti aspetti, più in questi ultimi decenni che nei due o tre secoli precedenti. Ma allora, constatata la realtà di fatto che attualmente viviamo nella scuola, si abbia il coraggio di intervenire dall’alto e adeguarsi all’attualità, anche se ciò comporta il sacrificio di quelli che sembrano ad alcuni diritti acquisiti. Più che di diritti, occorrerebbe tornare a parlare di doveri, ma da questo orecchio molti sono sordi e, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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La scuola degli anni ’70 e quella attuale

Viene spontaneo, quando assistiamo ad un’assemblea d’istituto degli studenti o semplicemente riflettendo sul nostro lavoro quotidiano, pensare alle notevoli differenze tra la scuola di oggi e quella dei tempi in cui io ero studente liceale, dal 1968 al 1973. In base a questo confronto io personalmente trovo assurda e figlia dell’incompetenza la posizione di coloro che affermano che da allora ad oggi nulla è cambiato e che la scuola è “vecchia”: è vero il contrario invece, è cambiato tutto, e non sempre in meglio né sempre in peggio. Proviamo perciò a considerare alcuni elementi (non tutti) della vita scolastica per poter arrivare ad un’opinione circostanziata.
Mi preme anzitutto dimostrare la falsità del pregiudizio dei più accaniti conservatori, coloro cioè che sostengono l’assoluta superiorità della scuola di un tempo, dove “si imparava molto”, “si faceva molto più di adesso”, “gli studi erano veramente seri” e via dicendo. Nel mio caso è vero l’esatto contrario, nel senso che i programmi che svolgo io adesso con i miei studenti sono almeno il doppio, se non il triplo, di quelli con cui mi confrontavo quando ero studente liceale. I miei professori lavoravano poco e spesso male, non erano molto preparati nelle loro discipline oppure, se lo erano, non si applicavano un grande impegno nella didattica; i libri di testo, inoltre, erano un terzo di quelli attuali, e di letture personali o approfondimenti (che oggi io chiedo ai miei alunni) non si parlava affatto. Personalmente avevo un docente di greco che si accontentava di farci imparare a memoria i frammenti dei lirici ed i versi di Omero senza verificare se avevamo veramente compreso l’importanza ed il messaggio culturale di quegli Autori, e che in tre anni non svolse neppure un terzo del programma previsto di storia letteraria; un docente di storia che ci faceva studiare la critica, cioè le opinioni dei vari storici sui fatti, senza prima illustrarci gli avvenimenti oggettivi, tanto che conoscevano tutti i giudizi degli studiosi sulla Rivoluzione francese ma senza sapere nulla di ciò che accadde dal 1789 al 1795. Nel caso del liceo classico, inoltre, le materie scientifiche avevano un peso molto inferiore a quello attuale ed in certi casi non si studiavano affatto, anche perché la sufficienza, sull’onda protestataria e ugualitaria del ’68, era quasi sempre garantita. E’ vero che le attività parascolastiche in orario curriculare erano meno di adesso e si perdevano meno ore di lezione (in pratica, tranne la consueta gita di pochi giorni ad aprile, non facevamo altro), ma molte di più erano le feste e le occasioni di vacanza: l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre ed il 4 (San Francesco) era già festivo; a novembre la festività di Ognissanti veniva spesso unita con un “ponte” con il 4 novembre, festa della vittoria nella prima guerra mondiale, l’11 febbraio era festivo per ricordare la Conciliazione, il 29 aprile era Santa Caterina… E così procedendo, i giorni effettivi di lezione erano meno di adesso, mentre i professori facevano veramente la bella vita, avendo impegni molto minori di quelli attuali: le riunioni pomeridiane erano pochissime (non esistevano i consigli di classe, i consigli di Istituto, le varie commissioni ecc.) e le vacanze estive erano di tre mesi o più, perché andavano da giugno al primo settembre (giorno in cui iniziavano gli esami di riparazione, che duravano circa una settimana) e poi riprendevano per un ulteriore supplemento di libertà fino al 1° di ottobre. Concludendo, tutti allora lavoravano meno di adesso: gli studenti, ma anche e soprattutto i professori. Non mi rammarico certo avere maggiori impegni rispetto ad allora, ma non condivido l’idea di chi incensa la scuola del passato e getta fango su quella attuale, perché la realtà è molto diversa.
Allo stesso modo non mi sento di rimpiangere gli anni ’70 neanche da un altro punto di vista, quello della “coscienza politica” degli studenti e dei docenti. Quegli anni erano connotati da un fosco clima di violenza e di intolleranza ideologica, che portò a tanti eventi luttuosi e al dilagare del terrorismo estremista; erano anni bui la cui ombra funesta si estese anche alla scuola, anzi spesso nasceva proprio dalle scuole e dalle università. L’epoca della “contestazione” non può essere mitizzata perché, se è vero che allora c’era un maggior interesse dei giovani per i problemi politici e sociali rispetto ad oggi, è altrettanto vero che il clima che si viveva non era affatto piacevole: io stesso ho dovuto assistere a scontri di piazza tra giovani di opposte tendenze, con feriti e contusi; ho avuto in classe per mesi un professore che veniva a scuola con la testa fasciata per i colpi ricevuti in sala insegnanti da un altro docente di idee politiche opposte (bell’esempio per gli studenti, vero?); ho dovuto confrontarmi con docenti che pretendevano di indottrinarci al loro credo politico e ci chiamavano “compagni”, e altro ancora. Oggi, fortunatamente, questo clima è scomparso e la rivalità ideologica non ostacola più i rapporti umani, tanto che nella scuola c’è sicuramente più tolleranza e pluralismo rispetto ad altri settori della vita sociale. E non è neppure vero che gli studenti non abbiano alcuna coscienza di ciò che accade intorno a loro, o che siano dediti solo allo smartphone o al culto dei beni materiali; in certi casi è così, ma la maggior parte di loro è consapevole dei problemi del nostro paese e di ciò che incontreranno dopo la conclusione dei loro studi, e si interessano alle problematiche sociali e politiche, senza però quella faziosità e quella sciocca illusione rivoluzionaria tanto diffusa negli anni ’70.
Ovviamente, come in ogni aspetto della vita e della società, ogni cambiamento porta con sé conseguenze positive ma anche negative. E cosa c’è di sbagliato nella scuola di oggi che non esisteva allora, quando io frequentavo il liceo? Purtroppo di novità spiacevoli ce ne sono, ma non per colpa degli studenti o dei docenti, ma di chi ci governa e ci amministra: cito ad esempio l’invadenza delle pastoie burocratiche che aumentano ad ogni “riforma” che i vari governi di turno intendono attuare (POF, PTOF, RAV e altre sciocchezze del genere), i progetti para ed extrascolastici che riducono lo spazio delle lezioni e impediscono l’apprendimento delle discipline essenziali nella scuola primaria (la lingua italiana e la matematica, ad esempio), la castroneria della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” che con i licei c’entra come il cavolo a merenda, l’esame di Stato attuale che non funziona, l’assurda infatuazione ministeriale per l’informatica e la multimedialità spesso inutile (se non dannosa), e via dicendo. Ogni epoca ha i suoi pregi ed i suoi difetti, e pertanto non me la sento di pronunciare un giudizio apodittico sulla scuola che ho frequentato io, né su quella attuale; però la differenza c’è, e non di poco conto. Se poi in questo cambiamento prevalgano i dati positivi o quelli negativi è difficile stabilire; spero perciò di poter sentire le opinioni di colleghi e lettori su questo punto attraverso i commenti al mio blog, che continuano tuttora ad essere pochissimi in rapporto al numero delle visite.

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Residui di vecchie ideologie: il femminismo

Girovagando un po’ su internet, come tutti noi nel tempo libero siamo ormai abituati a fare, è molto facile imbattersi in molti blog e siti web che, nonostante siano ormai passati molti decenni dai “mitici” anni ’70 e molte cose siano cambiate in società, continuano a sostenere posizioni decisamente obsolete ed influenzate da vecchie ideologie superate dalla storia. Un rilievo particolare, a questo riguardo, hanno le voci dei sostenitori (o per meglio dire delle sostenitrici) del vecchio femminismo, ancora molto presente sulla rete: basta infatti digitare qualche termine connesso al fenomeno sui motori di ricerca e vi rimandano ad un gran numero di pagine web dove si continua a pontificare sulla presunta discriminazione ai danni delle donne, alle loro minori opportunità di lavoro e di affermazione sociale, sulle violenze che alcune di esse subiscono, e così via; a queste lamentele si aggiungono inoltre quelle sui presunti svantaggi che la natura stessa avrebbe assegnato al sesso femminile, come ad esempio la maternità, che comporta i fastidi della gravidanza, i dolori del parto e l’inevitabile sfiorire della bellezza fisica in seguito a questo evento. Un danno gravissimo, a detta di qualche agguerrita blogger della rete, al punto che in questi siti vengono giustificate ed addirittura ammirate le cosiddette donne “childfree” (altro orribile termine inglese), ossia quelle che deliberatamente scelgono di non avere figli a vantaggio della carriera o della libertà personale.
Tenendo l’occhio rivolto a quel che accade in società, a me sembra che la questione, così come viene presentata in questi siti, sia del tutto inesatta o per lo meno esagerata rispetto alla realtà. E’ vero che la violenza di uomini rozzi e possessivi colpisce spesso le donne, ma questa non è certo una ragione per accusare e criminalizzare tutto il genere maschile, come qualcuna ha fatto e continua a fare: la violenza va condannata e basta, da qualunque parte provenga e contro chiunque sia rivolta, sia esso uomo, donna o bambino. Per parte mia io vedrei con favore un inasprimento delle pene per i cosiddetti “femminicidi” e per qualunque altra forma di violenza e di prevaricazione, associato alla certezza della pena, nel senso che se una persona viene condannata a 10 anni di carcere dovrebbe scontarli tutti, 3650 giorni, senza mai uscire. Ma il fatto che sia una donna a ricevere la violenza non costituisce un’aggravante, perché il danno subito da una persona è lo stesso, qualunque sia il suo sesso. Non si vede perché chi uccide un uomo dovrebbe avere una pena minore di chi uccide una donna. Questo, scusate, non riesco a comprenderlo.
L’altra e più diffusa lamentela delle neo-femministe sarebbe quella secondo cui le donne sarebbero svantaggiate in tutti i settori della vita sociale. Io che vivo nella scuola dico che francamente non vedo questa discriminazione: i magri stipendi che ci danno sono esattamente uguali tra i due sessi, le donne possono compiere esattamente la stessa (misera) carriera che percorrono gli uomini, tanto che esistono moltissime dirigenti donne e persino la nostra ineffabile ministra dell’istruzione appartiene al gentil sesso. Dobbiamo anzi dire che nella scuola le donne sono in grande maggioranza, anche alle superiori, e non sono certo che questo sia un bene; la maternità, inoltre, è ampiamente tutelata in tutto il settore pubblico, forse anche troppo, visto che ci sono donne che si mettono in congedo appena si accorgono di essere incinte e rientrano sul posto di lavoro dopo due anni, causando un esborso ingente all’Amministrazione. Può darsi che vi siano discriminazioni nel settore privato, ma anche qui i singoli casi non possono costituire motivo di generalizzazione . In cambio, ci sono però indubbi vantaggi che le donne ottengono in quanto tali: me ne viene in mente uno che qui non voglio esporre, per la riservatezza che da sempre mi distingue, ma voglio accennarne un altro, che possiamo constatare nella pratica quotidiana. Quando avviene una separazione tra coniugi e la cosa va a finire davanti al giudice, i magistrati tendono a favorire nella gran parte dei casi (per non dire sempre) la moglie ai danni del marito, tanto che lo sventurato è quasi sempre privato della casa coniugale (che magari ha comperato con i propri risparmi), è costretto a pagare gli alimenti alla moglie anche se costei ha un altro compagno, gli vengono tolti i figli per l’assurdo pregiudizio secondo cui una madre sarebbe sempre e comunque miglior genitore di un padre. Ci sono uomini disperati e costretti a dormire in macchina a causa della voracità delle mogli e della partigianeria dei giudici. Su questo le neo-femministe cos’hanno da obiettare?
C’è infine un’altra cosa da dire. Gli antichi romani, che sciocchi non erano, avevano un proverbio che diceva ubi commoda, ibi et incommoda, cioè che dove sono i vantaggi ci sono anche gli svantaggi. E’ quel che è successo con l’emancipazione femminile dagli anni ’70 ad oggi: se giustamente si è riconosciuto che la donna non deve essere più soltanto moglie e madre e che anche lei ha diritto alla realizzazione personale ed all’affermazione sociale, è però altrettanto vero che ciò ha comportato forti cambiamenti del costume ed uno stravolgimento di quella che una volta era la famiglia tradizionale. Oggigiorno i matrimoni finiscono in gran numero (si parla del 40%) ed ancor più ciò avviene nelle cosiddette “unioni di fatto”, ed è questo un fenomeno che è stato indubbiamente incrementato dall’indipendenza economica (pur giusta che sia) delle donne; i figli sono spesso abbandonati a se stessi e lasciati ore davanti alla tv ed al computer, perché sia papà che mamma sono occupati e non possono stare con loro; le nascite sono fortemente diminuite per motivi economici ma anche per egoismo personale, nel senso che talvolta si preferisce restare senza figli perché essi comportano sacrifici e dedizione, ciò che molte persone non vogliono più accettare perché inebriate dal miraggio della carriera e del guadagno. Il più naturale desiderio della donna, quello della maternità, è oggi molto meno sentito e talora persino rifiutato (le donne “childfree” di cui parlavo prima) in nome non solo degli impegni di lavoro, ma anche della libertà personale e persino del desiderio di divertirsi e di farsi magari le vacanze ai Caraibi, per le quali un bimbo piccolo sarebbe un impaccio intollerabile. In questi fenomeni sociali io vedo più gli incommoda che i commoda, perché gli effetti di questa evoluzione hanno provocato molti problemi (ad esempio l’attuale disagio giovanile), oltre ad un grande senso di solitudine e di insoddisfazione diffuso ovunque. Le donne che meritano il plauso e l’ammirazione, a mio parere, sono invece quelle che, pur non rinunciando al loro lavoro, cercano di conciliare gli impegni esterni con il senso della famiglia e della maternità. E’ un compito difficile e faticoso, ma nobile e altruista, in netto contrasto con l’egoismo ottuso di coloro che rifiutano il ruolo che la natura ha loro assegnato. Se le loro madri avessero ragionato come loro, adesso esse non esisterebbero. Forse a questo non hanno mai pensato.

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I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata

Fa veramente male sentire alla TV certe notizie di giovani che muoiono il sabato notte in incidenti dopo lo “sballo” in discoteca o per alcool e droghe assunte negli stessi locali. La morte di un giovane è sempre un evento triste, anzi orribile perché innaturale; ma lo diventa ancor più se pensiamo a quanto sia assurdo morire in queste circostanze, e per questi motivi. Perché questi luoghi che dovrebbero costituire un divertimento, uno svago per i nostri giovani diventano invece la loro tomba, o provocano comunque, nel migliore dei casi, danni permanenti alla loro salute?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbe conoscere le ragioni per le quali i ragazzi di oggi si danno a questo tipo di attività e frequentano locali dove tutto è permesso e nessun controllo viene messo in atto per la tutela dell’integrità fisica e morale delle persone. Confesso che questo è un compito superiore alle mie possibilità, perché non sono uno psicologo né un sociologo; ma qualche idea in proposito ce l’ho soprattutto su chi si approfitta di queste situazioni per arricchirsi e su chi invece non fa abbastanza (anzi, non fa quasi nulla) per impedire che il peggio accada.
Bisogna dire che la generazione dei giovani attuali (dai 15 ai 30 anni, per avere uno spettro quanto più possibile ampio) ha avuto un singolare destino: quello cioè di vivere nel passato e nel presente con tutti i possibili agi e comodità, ma di avere di converso un futuro incerto e imprevedibile. Abituati fin dalla nascita a possedere tutto e a non dover desiderare nulla perché ogni loro richiesta è subito soddisfatta da genitori che male interpretano il loro ruolo, disabituati ad ogni forma di responsabilità e di dovere, i ragazzi si sentono smarriti in un mondo che non offre loro alcuna certezza per la loro vita da adulti; e questo può costituire uno dei motivi per cui essi tendono a vivere nell’ hic et nunc, cioè in un eterno presente, in un paese dei balocchi dove esiste solo il divertimento e lo “sballo”, come lo chiamano loro, in un’adolescenza dorata che on finisce mai, rimandando sempre più il momento in cui dovranno finalmente diventare adulti. Altrimenti come si spiegherebbe il fatto che nei tempi passati, quando i ragazzi dovevano lavorare duramente fin da bambini, quando l’indigenza e l’opprimente autorità dei familiari li costringeva ad una vita durissima, questi fenomeni non c’erano, e né alcool né droga avevano alcuna cittadinanza?
Ma questo smarrimento dei giovani di oggi, che spesso si annoiano e non trovano altro cui dedicarsi se non lo “sballo”, deriva anche dalla mancanza di punti di riferimento morale e di valori di cui soffre moltissimo la nostra società. Figli di famiglie spesso disgregate e di genitori separati, i quali, per accattivarsi la benevolenza dei figli altro non sanno fare se non offrire loro quanto più possono di oggetti materiali per nascondere il vuoto spirituale di cui li circondano, i nostri ragazzi non hanno più ideali né progetti da perseguire e realizzare nella vita, e ciò che resta loro sono solo lo smartphone, la macchina, i vestiti firmati e altri oggetti del genere, i quali non possono certo costituire un obiettivo a lungo termine ma solo uno “status symbol” temporaneo ed insignificante. I valori che un tempo sorreggevano l’ossatura morale della società sono adesso del tutto tramontati: non solo la famiglia, minata ormai dall’abbandono dei ruoli tradizionali dell’uomo e della donna e privata della sua funzione educatrice, ma anche la politica è ormai al di fuori dell’interesse dei giovani. Se negli anni ’70 e ’80 il dibattito ideologico era molto sviluppato e poteva costituire un ideale di vita per molte persone, oggi tutto si è dissolto nell’antipolitica alla Grillo o nell’abbandono di qualunque forma di interesse per la cosa pubblica, sostituito da un esasperato individualismo che porta a valorizzare solo il denaro e i beni materiali. Un vuoto non solo ideologico ma anche morale e spirituale, che induce spesso i ragazzi a tuffarsi nello “sballo” e a rovinarsi la vita con l’alcool e le droghe, perché non c’è altro che possa per loro costituire un’ancora di salvezza o un barlume di speranza o uno scopo di vita.
Tutto questo è poi reso possibile da un concetto di libertà profondamente errato, quello cioè che ognuno possa fare quello che vuole senza alcun controllo; di questa mentalità io sono certo di conoscere l’origine, e anche di sapere quale sia stata l’ideologia che l’ha diffusa e fatta prevalere, ma non voglio dirlo per non farmi tacciare di partigianeria politica. Dico soltanto che questo libertarismo cui assistiamo da decenni è ciò che rende possibile non solo la rovina dei giovani nelle discoteche, ma anche l’azione di chi si approfitta di questa situazione per vantaggio personale, e non parlo con ciò solo degli spacciatori, ma anche dei proprietari di certi locali, che non mettono in atto alcun freno alla vendita di alcool ai minori o allo spaccio di droghe, pur sapendo bene quel che avviene nei loro locali. Se le leggi esistono vanno rispettate, e se non esistono ne vanno promulgate delle nuove: si potrebbe, ad esempio, istituire un servizio permanente di polizia o carabinieri in tutti i locali a rischio ed anche, nel caso di trasgressione delle norme, far chiudere definitivamente le discoteche, dove soprattutto avvengono gli episodi drammatici di cui abbiamo avuto notizia negli ultimi tempi. La legge va fatta rispettare, anche con la forza, e nessun sistema politico o educativo può avere efficacia se non prevede adeguate sanzioni per chi trasgredisce; perciò dovrebbe essere prevista la carcerazione senza sconti e senza riduzioni di pena non solo per chi spaccia sostanze proibite, ma anche per chi vende alcool ai minorenni o approfitta della debolezza altrui per arricchirsi. Quando le buone maniere non hanno effetto è inevitabile il ricorso alla repressione, senza tema di essere tacciati di violenza o di “stato di polizia”. Se lo Stato avesse agito con decisione in tante circostanze forse di problemi sociali ne avremmo oggi di meno, e forse molte vite, sacrificate in nome di un falso concetto di libertà, sarebbero state risparmiate.

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Libertà di insegnamento e ribellismo dei docenti

Per la conclusione dell’anno scolastico il ribellismo barricadero di molti docenti e dei loro sindacati ha annunciato guerra senza quartiere alla riforma della “Buona scuola”, arrivando a prospettare il boicottaggio degli scrutini, mentre già è stato attuato in molti casi quello delle prove Invalsi. Di fronte a questo atteggiamento da guerriglieri alla Che Guevara non posso che dirmi esterrefatto e indignato, perché mi vergogno del fatto che nella mia categoria, che dovrebbe prima di tutto educare le nuove generazioni al rispetto delle leggi, emergano comportamenti che non esito a definire eversivi: il blocco degli scrutini, tanto per cominciare, è illegale, e l’invito di certi docenti agli alunni perché non svolgano le prove Invalsi, previste per legge, costituisce un atto non solo di insubordinazione ma anche di istigazione a non compiere un preciso dovere, cioè il contrario di ciò che dovrebbe fare ogni professore che abbia la dignità di chiamarsi tale.

La protesta è legittima di per sé, ma va anzitutto motivata, cosa che non sempre avviene, perché molti salgono sulle barricate per puro ribellismo o per nostalgia di un periodo storico, quello del ’68 e degli anni ’70, quando l’essere contro il “sistema” era la prassi quotidiana; ora qualcuno vorrebbe tornare a quel periodo, ed urla per le piazze senza nemmeno conoscere il testo della riforma e blaterando su un’ipotetica “dittatura” che il governo attuerebbe o facendo previsioni catastrofiche e non veritiere su quello che potrà essere il futuro della scuola. E poi, a mio parere, la protesta deve essere, oltre che motivata, anche circoscritta agli strumenti legali: ed il blocco degli scrutini non lo è.

Si dice che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. Così a me, che sono notoriamente sfiduciato, è venuto il sospetto che il gran clamore sollevato da certi sindacati contro la riforma altro non sia che un tentativo di recuperare la fiducia (ed il contributo economico) di molti lavoratori che, giustamente, se ne sono allontanati negli ultimi anni. E quanto ai docenti, penso che l’atteggiamento di molti risenta di uno smisurato orgoglio che è una delle patologie più diffuse nella categoria degli insegnanti: molti di noi, in effetti, si sentono perfetti, onniscienti, intoccabili, e quindi non sopportano l’idea che qualcuno possa giudicarli e valutarli. Preferiscono restare in questo avvilente egualitarismo che gratifica e retribuisce tutti allo stesso modo, senza distinguere tra chi lavora con competenza e passione e gli assenteisti o incompetenti che purtroppo, benché in numero limitato, esistono nella scuola e che con queste loro caratteristiche vanificano il sacrosanto diritto degli studenti ad avere professori capaci e preparati.

Per cambiare questa mentalità occorrerebbe rivedere (non abolire) il famoso principio della libertà di insegnamento, peraltro sancito dall’art. 33 della Costituzione. Questo principio, di cui tutti si fanno schermo ed invocano ad ogni piè sospinto, significa a mio giudizio che un docente è libero di impostare secondo i suoi princìpi l’azione didattica, ma non comporta necessariamente la licenza di ciascuno di chiudere la porta della propria aula e fare quel che vuole senza che nessuno possa controllarlo o anche solo eccepire qualcosa sul suo operato. In tutte le professioni il lavoratore, che sia operaio, impiegato o professionista, ha sempre un codice deontologico da rispettare, e la sua attività può essere controllata dal diretto superiore (datore di lavoro o dirigente che sia), il quale ha il diritto di impartire consigli o chiedere lo svolgimento di determinati compiti. Perché nella scuola questo non deve essere possibile? Perché il docente deve sentirsi intoccabile, insindacabile, un vero padreterno, padrone assoluto della propria cattedra? Io non vedo nulla di male nel fatto che lo Stato, che è il nostro datore di lavoro, controlli ciò che facciamo e possa anche darci indicazioni didattiche, correggere i nostri errori, ed anche – al limite – sanzionarci o licenziarci se non facciamo il nostro dovere, se siamo assenteisti o se non conosciamo in modo adeguato le discipline che insegniamo; ed è ovvio che lo Stato, nel nostro caso, è rappresentato dai dirigenti scolastici, che dovrebbero poter esercitare un’azione di controllo sull’operato dei dipendenti, anche servendosi di una commissione formata dai capi-dipartimento o dai docenti più anziani della scuola. Chi sa di compiere nel modo adeguato il proprio lavoro non dovrebbe avere nulla da temere, ed è quindi largamente ingiustificato questo allarmismo e questo rigurgito di libertarismo sessantottino che ha portato i sindacati e molti professori a ribellarsi in questo modo isterico e persino illegale.

Come già ho detto, io non temo affatto l’aumento di potere dei dirigenti scolastici, trattati in questo periodo dai sindacati come se fossero tutti banditi o mafiosi, pronti a sistemare l’amico ed il parente, trasformando le scuole in conventicole clientelari. Non credo che ciò possa avvenire: primo perché ci saranno comunque organi di controllo (il consiglio di istituto, il collegio dei docenti) che avranno voce in capitolo nelle assunzioni e nella definizione dell’offerta formativa delle scuole, come prevede un emendamento al disegno di legge già approvato; secondo, perché i presidi saranno pagati in base al numero delle classi ed alla valutazione dei loro istituti, e non credo perciò ch’essi abbiano interesse a squalificare la propria scuola mediante l’assunzione di incapaci e incompetenti soltanto perché sono loro amici. E’ vero che certi docenti, che saranno comunque di ruolo e quindi regolarmente pagati, potranno restare fuori da certe scuole, ma ciò dovrebbe stimolarli ad aggiornarsi e migliorare la loro preparazione, proprio per evitare un’eventualità del genere. Del resto in molti paesi esteri, che spesso imitiamo quando ci conviene, la chiamata diretta dei docenti è una realtà e garantisce la miglior qualità dell’insegnamento. Perché non provarla anche da noi? Chissà che le Cassandre di oggi, capaci di profetizzare soltanto sciagure, non debbano ricredersi un giorno. Per me, senza dubbio, sarebbe una grande soddisfazione.

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I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

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Come attribuire i voti agli studenti

In questo periodo dell’anno scolastico tutti i docenti e gli studenti sono impegnati, a ritmo battente, nelle ultime verifiche orali e compiti in classe, per arrivare poi allo scrutinio finale con un “congruo numero” di valutazioni, come prevede la norma ministeriale. E’ quindi lecito chiedersi, ora più che mai, quale sia il criterio giusto per attribuire i voti alle prove degli alunni. Da quando è stato istituito il nuovo esame di Stato (1999) e di conseguenza il credito scolastico (ossia il punteggio che la scuola attribuisce ad ogni studente in base alle medie dei voti riportati negli ultimi tre anni di corso, punteggio he concorre poi a determinare il voto finale dell’esame), anche l’uso della scala valutativa è cambiato, pur restando sempre in decimi. I voti assegnati, in altri termini, vanno sempre da 1 a 10, ma mentre in precedenza i docenti tendevano ad attribuire soprattutto i voti intermedi della scala (cioè, più o meno, da 4 a 8), adesso è necessario invece adoperare l’intera successione numerica: se vogliamo infatti porre un alunno/a particolarmente meritevole in condizioni di ottenere all’esame il massimo dei voti (cioè 100/100) è indispensabile ch’egli/ella consegua allo scrutinio finale una media superiore a 9/10, altrimenti non ha il credito necessario per raggiungere l’obiettivo finale. E’ vero che le commissioni dispongono di un “bonus” aggiuntivo che va fino a cinque punti, ma non sempre sono disposte ad utilizzarlo e comunque basta che lo studente abbia qualche imperfezione nelle prove d’esame per mancare il risultato.
Ciò nonostante, molti colleghi sembrano non aver compreso questa necessità di una revisione della scala valutativa, che va impiegata tutta, in entrambe le direzioni; se è vero infatti che nulla impedisce l’attribuzione dei voti massimi (9 e 10) quando le prove dell’alunno sono del tutto rispondenti alle richieste del docente, è altrettanto vero che a prove scadenti o addirittura nulla si debbono attribuire valutazioni basse (2 e 3), e non partire dal 4 che, almeno a mio parere, denota sì una prova negativa, ma nella quale vi sono comunque alcuni elementi apprezzabili. Voglio dire che se un alunno mi fa 10 errori in una versione di latino, ma ha comunque cercato di tradurla e ne ha compreso almeno il senso generale, io posso attribuire un 4; ma se ha lasciato il compito in bianco o ha tradotto (e male) solo due o tre righe io non posso trattarlo allo stesso modo, perché non sarebbe giusto nei confronti dell’altro, e quindi debbo attribuirgli un 3 o un 2. Per quanto mi riguarda, dunque, io mi conformo all’invito ministeriale e utilizzo l’intera scala dei voti, escludendo soltanto, quasi sempre, i due voti estremi, cioè l’1 e il 10, perché oggettivamente mi sembrano esagerati. A dire la verità non ho mai, nella mia lunghissima carriera, attribuito l’1, mentre il 10 qualche volta l’ho dato, sia pure in casi eccezionali.
L’uso dell’intera scala valutativa mi sembra giusto non solo perché ce lo richiede il Ministero, ma perché lo esige la norma morale della giusta differenziazione tra prestazioni molto diverse: chi appiattisce le valutazioni, in effetti, adoperando solo i voti dal 4 all’8 (e talvolta persino dal 5 al 7!), compie un’iniquità, perché non distingue abbastanza tra gli esiti didattici dei propri alunni. Poiché la natura umana è molto diversa da individuo a individuo, poiché non siamo tutti uguali ed in particolare gli studenti sono molto differenziati tra loro per capacità e impegno allo studio, non è opportuno omologare e massificare le valutazioni, dato che in tal modo si mortifica l’alunno capace e meritevole che si vede quasi parificato a chi è molto meno capace e diligente di lui. Invece purtroppo il fenomeno c’è ancora, e certi colleghi, forse per non esporsi a critiche o proteste delle famiglie, non scendono mai sotto il 4 o il 5; poi però, forse per non dare l’impressione di essere troppo permissivi, mortificano gli studenti bravi fermandosi al 7 o all’8, quando non c’è nessun motivo per negare, a chi veramente lo merita, la soddisfazione di vedere premiate le proprie fatiche con il massimo della valutazione. Anche questo atteggiamento, a mio parere, deriva da una certa visione idelogica della società che poco sopporta le differenze economico-sociali, e che in base a questo preconcetto tende a ridurle anche nella scuola, attribuendo più o meno a tutti gli stessi voti. Forse sembrerà loro di contribuire con ciò all’uguaglianza tanto invocata ai tempi della “lotta di classe”, ma in realtà ciò che essi ottengono è solo un’ingiusta omologazione tra personalità umane che sono tra loro diverse e come tali debbono essere valutate. Esistono poi ancora, a distanza di oltre 40 anni dal “mitico” ’68, professori che ricorrono al “sei politico”, che cioè non danno per principio insufficienze a nessuno, nemmeno ai vagabondi che non si sognano mai di aprire un libro; ciò si verifica più spesso in alcune materie (v. storia e filosofia) che non casualmente sono state le più contagiate da quell’atmosfera “rivoluzionaria” degli anni ’70 nella quale tanti docenti di oggi sono stati formati; ma il danno che questo modo di agire provoca agli studenti stessi è evidente, perché chi sa che comunque otterrà la sufficienza in una materia si guarda bene da studiarla, salvo poi pentirsene in anni più maturi, quando le sue lacune gli faranno apprezzare e rivalutare proprio quei professori che abbondavano di valutazioni basse, dato che un alunno di 16-17 anni ha bisogno di questo “timore” del voto per impegnarsi veramente.
Molti di noi continuano a rammentare il fatto (piuttosto ovvio del resto) che il voto dato alle prove scolastiche non è un giudizio irrevocabile sulla persona, ma solo il corrispettivo di una precisa e momentanea prestazione culturale; non ne dubito, ma non possiamo fare a meno di accorgerci che per gli studenti e le loro famiglie il voto è importante, ed occorre quindi attribuirlo con criteri improntati a giustizia ed onestà, altrimenti la nostra immagine sociale, già compromessa, ne viene ulteriormente svalutata.

Su questo ed altri spunti di riflessione presenti nel post gradirei di conoscere l’opinione dei lettori, che sono quindi invitati a lasciare un commento nello spazio sottostante.

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