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La vita curiosa di un blog

Questo mio blog è stato aperto nel febbraio del 2012, e sono quindi sette anni che sopravvive, malgrado tutto, mentre altri consimili hanno chiuso da tempo. Ciò si deve soprattutto alla mia pervicacia di comunicatore via internet, perché in situazioni simili altre persone si sarebbero arrese da tempo. In questi sette anni questo mio spazio web, che ha la pretesa di essere un blog culturale, ha avuto esiti diversi da quelli che mi aspettavo e che speravo: non ha contribuito, se non pochissimo, a farmi conoscere come studioso del mondo classico e della letteratura italiana, né tanto meno come opinionista; non mi ha procurato agganci con organi di informazioni e case editrici, a cui ho offerto spesso la mia collaborazione senza esito, pur rivelandomi capace – come molti hanno notato – di scrivere in modo alquanto corretto ed incisivo; ed infine, cosa ancor più deludente sotto un altro punto di vista, non mi ha dato neanche la possibilità di instaurate scambi di opinioni e confronti di idee, in quanto i commenti – che pure ho lasciato liberi e aperti a chiunque volesse intervenire – sono stati sempre pochi, anzi pochissimi. Ho avuto modo di notare che altri blog tenuti da persone di media e scarsa cultura, spazi web che parlano di hobbies, di moda, di storielle amorose ed erotiche più o meno frutto di fantasia hanno un numero di interventi e di commenti largamente superiore a quello che può avere un blog che possa chiamarsi culturale. La cosa di per sé è triste, ma non tanto per me perché mi riguarda direttamente, quanto perché conduce ad una poco felice conclusione: che cioè nel nostro Paese la cultura è considerata ormai come un noioso passatempo da “sfigati” (per usare il linguaggio corrente), si vive bene (anzi meglio) anche senza di essa e che l’ignoranza e quello che è ancor peggiore, ossia la mancanza di curiosità culturale, la fanno da padrone in una società che definire “barbara” è un’offesa verso coloro che erano considerati i veri barbari che occuparono l’Europa occidentale nei secoli IV-VI dell’era cristiana.
Nessuna meraviglia, quindi, se le visite al mio blog sono andate progressivamente diminuendo negli ultimi anni: dopo un progresso nei contatti giornalieri verificatosi dal 2012 al 2017 (forse l’anno migliore) l’interesse dei lettori è poi sensibilmente diminuito e si è passati dalle 250 visite al giorno di media alle attuali 140-150 al massimo. Anche questo si inserisce nel clima culturale di cui parlavo prima, senonché, in questi ultimi mesi, si è verificato un fenomeno singolare, che mi preme di riferire perché pare in parziale contraddizione con quanto affermato sopra. A fronte della netta diminuzione della popolarità del blog, sono però aumentate le letture riguardanti alcuni articoli di argomento letterario, che qui cito indicando il mese di pubblicazione affinché il lettore, se vuole,possa ritrovarli e rileggerli andando sulla finestra di ricerca o su quella “Archivi” poste in alto sulla colonna a destra della pagine:

– Le donne al Parlamento (gennaio 2013)
– Il mito dell’età dell’oro (marzo 2013)
– Le notti bianche (agosto 2013)
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (novembre 2013)
– Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera” (gennaio 2015)
– La democrazia da Euripide ai giorni nostri (luglio 2015)
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (agosto 2015)
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Anton Cechov, novembre 2015)
– La depressione di Jacopo Ortis (luglio 2016)
– Rileggendo qualcosa del Manzoni (novembre 2016)
– Dante e le donne: l’arte della psicologia (dicembre 2016)
– Visita a casa Leopardi (gennaio 2017)
– Gabriele d’Annunzio, l’intellettuale indefinibile (aprile 2017)
– Catullo, poeta degli anni 2000 (novembre 2017)
– Qualche osservazione su Pindaro e le odi di Orazio (dicembre 2017)
– Terenzio e il suo modello di educazione (marzo 2018)
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime (luglio 2018)
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans, agosto 2018)
– Una nuova edizione di Catullo (gennaio 2019)
Questi post letterari, ed altri di argomento culturale, sono stati visitati negli ultimi tempi con una certa continuità, come se qualcuno avesse uno specifico interesse per questi argomenti; in particolare hanno avuto molte visite quelli su Dante e quello su Terenzio ed il suo modello di educazione, che tratta il tema sempre attuale del rapporto generazionale e contiene anche dei raffronti tra il modo di affrontare il problema nell’antica Roma e quello della società attuale. L’aspetto insolito e un po’ sconcertante del fenomeno, a mio avviso, non è tanto la “fortuna” (chiamiamola così) di questi post culturali, quanto che i visitatori non abbiano sentito mai – e dico mai – la necessità di apporre un commento a quanto letto, di chiedere una spiegazione o un approfondimento, di esprimere la loro opinione. I visitatori si limitano a leggere, senza intervenire; preferiscono rimanere nell’ombra, non avviare alcuna discussione né analizzare ulteriormente l’argomento con l’autore del post che, se ha parlato di quegli scrittori, vuol dire che ne ha fatto esperienza e che in certo qual modo li conosce e desidera perciò confrontarsi con i suoi lettori. Questo non avviene, e perciò i misteri legati a questo mio blog sono diversi, sono domande che non hanno risposta. Perché le visite in generale sono così diminuite negli ultimi due anni? Perché, in controtendenza con la perdita di prestigio della cultura di questi nostri tempi, sono proprio i post culturali che, pur nella generale decadenza, ricevono più visite? E se chi legge questi post letterari ha interesse per queste tematiche, perché non commenta e non contribuisce allo sviluppo di uno scambio di idee? Io non so dare risposte precise a questi interrogativi, ma solo fare congetture; tuttavia sta di fatto che tenere un blog in queste condizioni non è molto gratificante e credo quindi che questo mio tentativo di comunicazione sul web, non avendo raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, sia sul punto di terminare, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. Però una cosa da questa esperienza l’ho imparata di sicuro: la cultura, tranne pochissime eccezioni, non è un buon mezzo per uscire dall’anonimato.

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L’ignoranza al potere

La società in cui viviamo oggi non è caratterizzata da nessun’altra cosa se non dall’ignoranza, dal disprezzo per la cultura e la competenza, un costume ed una mentalità che hanno assunto sempre più potere. Partiamo dal basso. Io ho l’abitudine di guardare in TV (non sempre, ma spesso) la trasmissione “L’eredità”, che va in onda su Rai1 alle 18,45 di ogni sera. Qui vengono poste ai concorrenti varie domande di cultura generale, che riguardano sia il cinema e lo spettacolo sia campi di sapere più ampi e necessari come la storia, la geografia, la letteratura, la storia dell’arte, le scienze ecc. Queste domande di solito sono semplici, persino elementari; eppure i concorrenti, spesso giovani e freschi di studi, rivelano lacune impressionanti su questioni talmente semplici che tutti dovrebbero conoscere, anche senza aver letto i libri di scuola ma soltanto ascoltando qualche programma televisivo: c’è chi ha messo Mussolini o Hitler nel 1970, chi non sa se il Perù è in America o in Africa, chi non conosce la dislocazione delle città nelle varie regioni d’Italia (Brindisi è stata messa in Veneto una volta!) e altre perle di questo tipo. Ed il bello è che nessuno si vergogna di questa abissale ignoranza, anzi, ne sarebbero persino felici se questi svarioni non facessero loro perdere i punti al gioco. Purtroppo oggi è così: l’ignoranza è giustificata, se non addirittura ammirata, mentre la cultura è considerata avvilente, noiosa, inutile. Lo si vede anche quando qualcuno, nei commenti ai vari post di Facebook, corregge i colossali errori ortografici e sintattici che tante persone compiono: l’ignorante che ha scritto quelle bestialità non ringrazia chi lo corregge (come dovrebbe fare) per averlo messo di fronte alla sua ignoranza, ma anzi lo attacca e gli dice sprezzantemente di “non fare il professorino”, perché tanto, errori o no, il pensiero si capisce lo stesso.
L’ignoranza, l’incompetenza, la volgarità hanno campo libero nella nostra società tanto da essere non solo giustificate, ma addirittura ammirate: pensiamo ad esempio ai cosiddetti “reality” come il celebre “Grande Fratello” e gli altri che ne sono seguiti. Chi vince che meriti ha? Cosa sa fare? Assolutamente nulla, ed è proprio questo nulla che affascina, che consente alle persone di fare successo. Il successo stesso si basa sul nulla, come vediamo negli elogi a scrittori che non sanno scrivere, a pittori che sono solo imbrattatele, a cantanti che non sanno cantare. Ma la cosa più triste è che l’incompetenza è oggi perfino al centro della politica, dove c’è un partito di maggioranza (il Movimento Cinque Stelle) che è al governo, e c’è con persone assolutamente ignoranti, incompetenti su tutto e che mai hanno avuto nella vita la minima esperienza tale da giustificare la posizione che ricoprono. Noi sappiamo che anche per fare il magazziniere o la segretaria d’azienda occorre aver frequentato una scuola o un corso di formazione; per la politica invece, che dovrebbe essere l’attività più difficile perché ne dipende il destino di milioni di persone, a quanto pare non serve nessuna competenza. Alcuni ministri di quel partito, come Toninelli o Bonafede, sono imbarazzanti per l’Italia e per il mondo, perché totalmente incompetenti e inesperti nelle loro funzioni; del resto come potrebbe essere altrimenti per un individuo come Bonafede, che faceva il disk-jockey (si scrive così?) in una discoteca e da lì è passato a fare il ministro? E Di Battista, che offende tutti da quel grande arrogante e maleducato che è, faceva l’animatore in un villaggio di vacanze e da lì è passato ad essere uno degli esponenti più in vista del suo partito. Bella carriera, vero? E il bello è che queste persone, incompetenti su tutto, si permettono di criticare e offendere gli altri e si fingono persino benefattori del popolo italiano, mentre in realtà lo stanno portando in rovina. Ma anche questo triste fenomeno che è il Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) è il frutto maturo dei nostri tempi, di uno sciagurato periodo storico che non ama né apprezza la cultura e la competenza, ma valorizza la rozzezza, l’ignoranza, il nulla ben incarnato da questi politici.
Sarebbe difficile, con gli strumenti in nostro possesso, voler indicare oggi le ragioni di questo scadimento morale e culturale della nostra società, di questo degrado che aumenta ogni giorno e ci rende ridicoli agli occhi del mondo, noi che eravamo la patria di Dante, Michelangelo e di Galilei e oggi siamo quella di Toninelli e di Di Battista. Certo, una parte del fenomeno si può spiegare con il benessere sociale e la tecnologia che sono andati crescendo moltissimo negli ultimi decenni: in altre parole, quando tutto è già pronto su internet, sulle calcolatrici e sugli altri mezzi d’informazione, diventa sempre più ostico impegnarsi in approfonditi studi personali. Lo studio è fatica, si sa; la cultura è roba difficile, che richiede impegno mentale, ed in un periodo dove la vita è diventata facile e tutto si ottiene senza sforzo, perché faticare? Inoltre, quando un giovane vede che sono proprio gli ignoranti e gli incompetenti che fanno carriera, è spinto a fare altrettanto. Perché impegnarsi, lavorare, consumare energie per sapere più cose? A cosa serve sapere tante cose quando si vive benissimo nell’ignoranza? Basta lo smartphone per divertirsi e comunicare con gli altri, non c’è più bisogno nemmeno dell’amicizia reale, basta quella virtuale, e quindi anche gli scambi di idee, i confronti, sono sempre di meno.
Forse però il grave declino culturale dei nostri tempi deriva anche da una forma di reazione contro un periodo storico (gli anni ’60 e ’70) in cui della cultura si faceva gran conto, soprattutto negli ambienti di sinistra e nei circoli studenteschi. Da quel tempo in poi la supremazia culturale della sinistra è stata sempre incontrastata, perché alla destra non è mai stato concesso di esprimere intellettuali di valore (tranne pochi casi) ed i democristiani erano troppo impegnati nel loro malgoverno per dare la dovuta importanza alla cultura. Questa ideologizzazione del sapere è, in certo qual modo, rimasta anche oggi nell’era post-ideologica, perché quasi tutte le persone che si definiscono “di cultura” appartengono all’area culturale della sinistra. Ma questo finto monopolio, questo presunto possesso del sapere ha dato luogo anche ad una forte reazione, certo provocata dagli atteggiamenti presuntuosi e snobistici dei cosiddetti “professoroni” di sinistra e dei radical-chic che ci sono ancor oggi. In conseguenza di questi atteggiamenti, la cultura ha finito per apparire un sovrappiù, una veste opprimente da cui era meglio liberarsi, un marchio di superiorità che molti disprezzavano. Sappiamo del resto che ogni movimento storico, artistico o letterario, dopo essere arrivato all’apice subiva un rallentamento, fino ad essere soppiantato dai suoi oppositori: al traboccante Barocco successe la scarna Arcadia, allo psicologismo romantico successe l’osservazione oggettiva del Naturalismo, e così via. Così oggi, al predominio della cultura degli intellettuali del ‘900 è succeduto il dominio dell’ignoranza del secolo XXI, l’unico secolo in cui potevano nascere il “Grande Fratello” e il Movimento Cinque Stelle. Se andiamo avanti così, dove arriveremo? Chissà, forse in futuro una nuova reazione all’esistente porterà ad un ritorno della civiltà; ma dubito che ciò avvenga, ed in ogni caso noi della nostra generazione non ci saremo più.

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Il mio blog nel 2017

Ormai questo mio blog esiste dal febbraio 2012, cioè da quasi cinque anni. In tutto questo tempo la sua visibilità è aumentata nettamente, perché si è passati dalle 30/40 visite al giorno (in media) dei primi anni alle 150/200 di oggi, con forti rallentamenti però nei periodi delle ferie estive ed in quello delle feste natalizie. Ciò nonostante non posso essere contento di come vanno le cose, non solo perché mi aspettavo una maggiore diffusione e conoscenza del mio blog, ma anche e soprattutto per i commenti: molti articoli, infatti, ne sono rimasti del tutto privi ed altri ne hanno avuti comunque pochissimi. Sembra che i lettori si limitino ad uno sguardo frettoloso sugli argomenti che tratto, ai quali evidentemente non sono abbastanza interessati o non vi si sentono abbastanza coinvolti, visto che ci sono periodi in cui registro circa 200 ingressi al giorno sul blog senza che mi arrivi nessun commento. Quale può essere la ragione di ciò? Me lo sono chiesto più volte, anche tenendo conto del fatto che altri blog, che trattano argomenti molto più futili o sono semplici diari personali, ricevono molti più commenti del mio; forse quindi debbo pensare che il popolo di internet, nella sua maggioranza, abbia bisogno di leggere banalità per condividere un’opinione, mentre le riflessioni di ordine politico, letterario o comunque culturale non interessino quasi a nessuno. E’ una conclusione molto triste, questa, ma viene spontaneo di pensarla, visto che di spiegazioni alternative non riesco a trovarne.
Le prospettive per il futuro, con queste premesse, non sono molto allettanti, e non so quindi per quanto tempo ancora continuerò a tenere ed aggiornare questo blog, un’attività che comunque richiede tempo e fatica; e quando si prende qualche iniziativa bisogna avere un motivo per cui il gioco valga la candela, altrimenti è meglio chiuderla. Basandomi su queste considerazioni, tuttavia, ho deciso di continuare ancora un po’ con il blog, diciamo per il nuovo anno 2017, dopo di che deciderò se chiuderlo o proseguire ancora. Nel corso dell’anno nuovo, pertanto, continuerò ad aggiornarlo con una cadenza all’incirca settimanale, tenendo conto anche degli impegni di lavoro. Gli argomenti saranno ancora quelli che ho trattato fino ad oggi, perché di quelli mi intendo e suscitano il mio interesse; giudico perciò inutile e dannoso avventurarmi in questioni di cui non ho competenza solo per avere più lettori o più commenti.
Le questioni scolastiche saranno ancora al centro del mio blog, perché alla scuola ho dedicato tutta la mia vita professionale; e mi sembra giusto farlo più che mai adesso, quando cioè sono entrato nell’ultima fase della mia attività di docente, destinata a chiudersi con il pensionamento il 31 agosto del 2018. Proprio in questo periodo, avvicinandomi al momento in cui dovrò lasciare la scuola, sento la necessità di mettere la mia esperienza a disposizione dei lettori, in particolare di chi come me vive la meravigliosa esperienza dell’insegnamento: molte cose ho ancora da dire, molte opinioni da esprimere sia a livello individuale che in generale sulle condizioni del nostro sistema educativo e delle politiche scolastiche del nostro Ministero. Continuo a pensare che chi vive da quasi quarant’anni la realtà scolastica possa ancora dire qualcosa che sia utile ai colleghi più giovani, se vogliono servirsene. Ciò non esclude ovviamente che il blog possa e debba trattare anche altri argomenti: la politica del nostro Paese ad esempio, sempre più deludente e tuttavia da non trascurare, perché tutto ciò che noi vediamo ed operiamo in società è politica o dipende da essa. Oltre a ciò, riprenderò anche a parlare di arte, di musica e di letteratura in particolare, con osservazioni e recensioni sui classici e sugli autori a me più cari. Sotto questo profilo sono particolarmente dispiaciuto del fatto che sono stati proprio questi contributi ad avere meno lettori e meno commenti: l’ultimo post infatti, del 27 dicembre scorso, parlava di Dante e del modo con cui egli tratta alcune figure di donne incontrate nella Divina Commedia. A me sembrava e sembra di straordinario interesse, eppure nessuno fino ad oggi lo ha commentato e pochissimi lo hanno letto. Per dare ragione di questa trascuratezza ho dato la colpa alle feste natalizie, che hanno certamente distratto l’attenzione dei pochi frequentatori di questo blog; e questa mi è parsa la spiegazione più probabile e più accettabile, piuttosto che indicarne un’altra che non voglio dire per non perdere del tutto la speranza, da me sempre nutrita, che la cultura interessi ancora a qualcuno, in questi nostri tempi sempre più segnati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno.

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L’uomo nella fodera

Tra i racconti del celebre scrittore russo Anton P.Čechov (1860-1904) ve n’è uno che mi ha profondamente colpito, più degli altri, e che si intitola L’uomo nella fodera. E’ la storia di un insegnante di ginnasio che viveva prigioniero delle sue paure e delle sue ansie, ed era in difficoltà ogni volta che nella sua vita si prospettava un qualche cambiamento, perché viveva come chiuso dentro una fodera che lo schermava dal contatto con l’esterno, una fodera fatta di perbenismo, di conservatorismo, di una moralità arcaica e bacchettona, tanto da scandalizzarsi ogni volta che assisteva a qualcosa di diverso dalla sua mortificante routine quotidiana: soltanto le circolari che contenevano divieti e proibizioni gli andavano a genio, mentre qualsiasi evento che fuoriusciva dal suo pensiero e dalle sue abitudini lo turbava profondamente, nella paura che “succedesse qualcosa”. Un personaggio di questo genere, che viveva sempre chiuso nel suo guscio, aveva di continuo difficoltà a relazionarsi con gli altri, che fossero colleghi di lavoro o altre persone che potesse conoscere; poiché viveva solo, infatti, aveva preso con sé un assistente maschio, poiché vivere con una donna accanto avrebbe dato adito, nella cittadina, a dicerie e malignità, cosa che il nostro Belikov voleva ad ogni costo evitare. E proprio qui stava la maggior difficoltà della sua vita: relazionarsi con il sesso femminile, dal quale si era sempre tenuto a debita distanza, per evitare di dover cambiare le sue abitudini e che gli “succedesse qualcosa”. Nonostante questa sua natura solitaria e – oserei dire – da vero nevrotico, Belikov si vede spinto dai suoi conoscenti (prima tra tutte la moglie del preside della sua scuola) a sposarsi con Varenka, una bella signorina non più giovanissima che era la sorella di un suo collega insegnante giunto dall’Ucraina, Kovalenko. Quello che si tentava di combinare era uno di quegli insulsi matrimoni di cui vi era gran copia in quel tipo di società, dove la “sistemazione” definitiva degli uomini e soprattutto delle donne era considerata inevitabile e “normale” nel senso che tutti, prima o poi, dovessero sottomettervisi, non essendo la vita da “single”, come si dice oggi, rientrante nella categoria della normalità. Tanto fanno e dicono i colleghi di Belikov e le signore del paese che persino lui finisce per convincersi della necessità di sposarsi, ed anche Varenka, temendo di restare zitella accanto ad un fratello con cui non andava d’accordo, è consenziente. Ma un giorno succede l’irreparabile: l’uomo nella fodera, durante una uscita scolastica sul territorio, vede la promessa sposa che va in bicicletta insieme al fratello, e per lui questo è un trauma irreversibile. Dove va a finire la moralità, il buon costume, se una donna va in bicicletta? Per lui questo è uno scandalo imperdonabile, come è altrettanto inaudito che un insegnante (Kovalenko, appunto) vada anche lui in bicicletta.Cosa direbbero gli alunni se lo vedessero? E cosa direbbe il preside? Belikov è sconvolto, tanto da rinunciare al matrimonio e presentarsi il giorno dopo per fare le sue rimostranze a Kovalenko il quale, già maldisposto verso di lui, lo caccia in malo modo. Sempre più sconvolto da quanto ha visto e sempre più incapace di uscire dalla sua fodera ed affrontare la realtà, egli si ritira definitivamente dal mondo, si mette a letto malato e muore di lì a un mese.
Questo splendido racconto mi ha colpito per due diverse ragioni. La prima è che esistono ancora – e sono molti – gli “uomini nella fodera”, nel senso che i pregiudizi, le false convinzioni, le ideologie anacronistiche tengono ancora prigioniere molte persone nella nostra società. La seconda è la singolare coincidenza consistente nel fatto che il personaggio di Čechov, guarda caso, è proprio un insegnante di greco; anzi, lo studio delle lingue antiche, ch’egli trovava armoniche e melodiose, era per lui un rifugio, un ulteriore schermo contro l’invadenza del mondo esterno, dato che, essendo di difficile comprensione per la maggior parte delle persone, esse gli consentivano di restar chiuso nella fodera e rinchiudersi sempre più nella sua misantropia. In tutto questo io trovo un’analogia con quanto avviene ancor oggi ad alcuni di noi cultori delle civiltà classiche (o anche moderne): appassionati profondamente dei nostri studi, abbiamo difficoltà ad affrontare la vita pratica, tanto che a volte ci chiudiamo anche noi in una “fodera” che ci isola dalla società e dai problemi della realtà quotidiana. E’ questo uno dei rischi connessi con la cultura, l’arte e l’eccessivo desiderio di conoscenza che è insito nella natura umana da millenni, ma che in certi casi rischia di condurci ad una contrapposizione con ciò che ci circonda o procurarci difficoltà relazionali comunque pericolose. Tanto per fare l’esempio personale (visto che questo è un blog e quindi riflette la personalità di chi lo tiene) anch’io sono rimasto in parte vittima di questo eccessivo amore per lo studio e la cultura, che mi ha portato in gioventù a frequentare pochi amici e a non essere mai inserito in un gruppo o in una qualsivoglia comunità; mi è perciò capitato di trovarmi in difficoltà nelle relazioni sociali ed in particolare nell’ambiente di lavoro, dove molto spesso, non riuscendo a comportarmi in modo “diplomatico” ma avendo invece il tremendo vizio di manifestare apertamente il mio pensiero, ho avuto colleghi che per anni interi non mi hanno rivolto la parola. E credo che da ciò sia derivato anche un’altra mia caratteristica, quella di non avere alcun “carisma”, di non essere cioè in grado di convincere gli altri della validità del mio pensiero. Non è successo quasi mai, tanto per fare un esempio, che una mia proposta avanzata nelle riunioni collegiali sia stata apprezzata, né tanto meno accettata, dai colleghi; ho anzi avuto l’impressione ch’essi fossero spinti, quasi da una forza misteriosa, a dire e fare sempre il contrario di ciò che io ho proposto e sostenuto. Ma di ciò non posso dare la colpa a nessuno se non a me stesso, perché evidentemente il mio modo di essere ed agire è giudicato asociale e urtante dagli altri, che reagiscono con un atteggiamento di opposizione.
Da tutto ciò ricavo una sola conclusione: l’isolamento, la mancanza di contatti umani, il rinchiudersi in un mondo proprio fatto di studio appassionato ed esclusivo sono comportamenti che non possono che allontanarci dalla realtà e dalla capacità di affrontare e risolvere i veri problemi, quelli che la vita pratica ci pone dinanzi durante la nostra esistenza. Anche la cultura, benché il termine conservi tuttora un valore positivo, può essere una “fodera” che ci isola dall’esterno e ci rende incapaci di vivere in modo “normale”. E a poco giova consolarsi con il dire che anche grandi e geniali artisti avevano grosse difficoltà nella vita pratica: Mozart ad esempio, il più grande genio musicale che mai sia esistito sulla terra, non sapeva compiere le più elementari azioni quotidiane, veniva ingannato da tutti e si riduceva in miseria, nonostante guadagnasse molto, per non saper amministrare il suo denaro. Ma lui almeno era un genio, e con questo titolo è passato alla storia; noi, invece, non abbiamo neanche la soddisfazione di poterci definire tali, perché siamo persone comuni destinate ad essere poco considerate in vita e dimenticate subito dopo.

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La morte dell’arte

Mi rendo conto che un titolo così di un post può essere sconcertante o comunque attribuibile ad una mentalità reazionaria e nostalgica del passato, quale può essere quella del sottoscritto. In effetti, essendo io amante della letteratura classica (non solo antica, anche moderna, ma comunque “classica”), ed essendo altresì un cultore dell’arte dei secoli passati e della grande musica classica e lirica del ‘700 e dell’800, penso che mi si possa perdonare una tale affermazione, o almeno cercare di comprenderla. Ma io, da parte mia, come la giustifico? Posso ammettere che è un po’ esagerata ma vera nella sostanza: se infatti mi azzardo a confrontare la letteratura, l’arte figurativa e la musica dei secoli passati con quelle attuali, non posso fare a meno di constatare come l’arte, dal 1945 in poi (o poco più avanti) non esista più, se non in sporadici e rarissimi casi. So che molti non la pensano così, ma quando oso soltanto pensare ad un confronto tra Mozart e Celentano, tra Michelangelo e Modigliani, tra Manzoni e Stefano Benni non posso fare a meno di ritenere che tutto ciò che lo spirito umano ha prodotto con la sua genialità e la sua fantasia si è perduto in una indecorosa deriva, si è sfilacciato in una serie infinita di rivoli che nulla hanno più a che fare con il grande fiume originale. Ed è significativo che anche il concetto stesso di arte si sia talmente volgarizzato e prostituito da essere applicato, con allucinante nonchalance, anche a persone ed opere che di artistico non hanno proprio nulla. Definire “artisti” i cantanti che ci offrono quel pietoso spettacolo che è il festival di Sanremo, o i pennivendoli che oggi sono al vertice dei concorsi letterari, significa mistificare il senso stesso della parola e ingannare il povero ascoltatore o telespettatore, al quale viene venduto ferro al prezzo dell’oro.
Voglio brevemente accennare all’ambito della narrativa, della quale forse io m’intendo un pochetto, essendo professore di lettere classiche. I cosiddetti “romanzi” o “racconti” di oggi (permettetemi le virgolette, perchè questi termini sono del tutto impropri, ma servono per intendersi) non rispondono più ad alcun progetto narrativo ma sono scritti a casaccio, non raccontano se non vicende di una squallida banalità e soprattutto non hanno più una “forma” intesa come rispetto di quelle regole stilistiche, sintattiche e lessicali che sono indispensabili perché il testo prodotto possa anche solo lontanamente rientrare nella categoria dell'”artistico”. Mi riprometto di analizzare brevemente in alcuni prossimi post, ovviamente esaminando pochi esempi, qualche brano di questi capolavori di oggi, che spesso sono composti da una sequela illogica di parole ammucchiate alla rinfusa, senza alcuna regola formale, con una confusione sintattica terrificante e senza neppure tenere conto delle regole della punteggiatura. Qualche tempo fa, per citare un solo esempio, ebbi la sventura di leggere dieci righe di un “romanzo” (virgolette d’obbligo) di un tal Federico Moccia, che so aver riportato grande successo, al punto di aver venduto centinaia di migliaia di copie e di aver fatto andare in visibilio le ragazzine. Ebbene, in quelle dieci righe c’erano circa venticinque periodi, ognuno di due o tre parole seguite dal punto, una spezzettatura che faceva venire i conati di vomito al povero malcapitato lettore. Qualunque ragazzino di seconda elementare, se ha la fortuna di avere una brava maestra, riesce a fare meglio.
L’argomento è vasto e non esauribile in poche righe, per cui dovrò tornarci in alcuni prossimi articoli. Qui dico soltanto che ciò che mi preoccupa molto, anzi moltissimo, non è tanto il fatto che l’arte sia ormai definitivamente morta e sepolta, quanto la mancanza di attenzione critica verso questa triste realtà, della quale nessuno si preoccupa; anzi i critici e gli intellettuali si comportano come se l’arte esistesse ancora, chiudendo gli occhi alla realtà e cadendo anch’essi nel madornale errore di attribuire la qualifica di “artista” anche a gente come Benigni o Fiorello. Orrore!
Nel mio piccolo ambito di povero insegnante di liceo, tuttavia, io ho cercato di dare una spiegazione al fenomeno, che qui riassumo in due parole. Le enormi tragedie storiche del secolo XX, dai regimi dittatoriali alle guerre mondiali, hanno vanificato nell’uomo i valori dello spirito, annichilito e distrutto dai campi di sterminio e dal lancio delle bombe atomiche, per ricordare solo le atrocità più grandi e infami. L’arte è figlia dello spirito, e quando questo è travolto dagli eventi e si perde il senso stesso della parola “umanità”, gli unici valori che si salvano sono quelli del corpo, cioè il soddisfacimento degli istinti e la ricerca del benessere materiale. Così all’arte si sostituisce l’economia e la tecnica, anzi la tecnologia, che ha migliorato materialmente la nostra vita ma ha ulteriormente distrutto ciò che veniva dallo spirito, dalla fantasia, dai grandi pensieri e dalla vera cultura, le grandi matrici dell’arte. Per tal cagione oggi l'”avere” prevale del tutto sull'”essere” (per usare la terminologia di E.Fromm), e ci troviamo a vivere in una società superficiale, materialistica, dove non c’è più spazio alcuno per la creatività e per l’affermazione dell’humanitas, quel complesso di valori su cui si fondavano le società precedenti. Di qui al baratro il passo è breve, anzi brevissimo.

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Pedagogia antica e moderna

E’ abitudine invalsa, ai nostri giorni, quella di attualizzare i classici antichi, il voler vedere cioè a tutti i costi linee di continuità tra quanto fu detto nei secoli passati e certe categorie del pensiero moderno. L’operazione è legittima, per carità, ma non bisogna esagerare: occorre infatti tener conto del fatto che un’opera letteraria è corrispondente alla mentalità ed alle esigenze del pubblico del suo tempo, profondamente diverso da quello odierno. I fattori politici, sociali ed economici che determinano il sorgere di un determinato prodotto artistico mutano nel tempo, così come i gusti dei fruitori, ed è quindi fuori luogo applicare categorie del pensiero moderno ai classici antichi. Coloro che interpretano Platone o Cicerone ricorrendo alla sociologia o alla psicanalisi moderna, in altri termini, compiono un grave errore di prospettiva, come se volessero, ad esempio, sommare pere con mele. Da parte mia, per quel poco che conosco e posso dire, ho sempre ritenuto grandi buffonate certe affermazioni della critica marxista riferite al mondo classico, in cui si è voluto vedere, ad esempio, uno spirito rivoluzionario che non è mai esistito, oppure – peggio ancora – la lotta di classe, un concetto totalmente moderno e oltretutto destinato al fallimento totale, come ha dimostrato l’inarrestabile caduta del cosiddetto “socialismo reale”, una feroce dittatura di pochi privilegiati perpetrata in nome del popolo.
Ci sono tuttavia innegabili linee di continuità tra le letterature antiche e quelle moderne, in ambiti limitati dove l’umanità ha mantenuto, nonostante il passare dei secoli, le medesime esigenze. Parlo ad esempio del mio mondo, quello della scuola, dove sono ancora vitali e profondamente sentiti alcuni problemi trattati da quel grande maestro dell’antichità che era Quintiliano, che visse e insegnò a lungo al tempo degli imperatori Flavi (da Vespasiano a Domiziano). Le sue osservazioni sulle modalità di apprendimento scolastico dei bambini e dei ragazzi, sul rifiuto delle punizioni troppo gravi, sul giusto rapporto tra docente e discenti risultano così attuali da sembrare composte adesso, in questo nostro sfortunato periodo dove tanto si è detto e scritto sulla scuola senza mai ben definire i concetti essenziali. Tanti sproloqui e bestialità sono state dette dai sociologi e pedagogisti di formazione sessantottina (il voto politico, il divieto di bocciare, l’abolizione della disciplina ecc.) che hanno contribuito a rovinare la scuola, non a farla progredire. Sarebbe bastato invece leggere e capire Quintiliano per delineare la vera scuola formativa: non escludere nessuno dall’apprendimento, dare fiducia ai ragazzi, mostrare entusiasmo ed interesse, da parte del docente, per la cultura che deve trasmettere, questi sono i precetti che ogni buon insegnante dovrebbe seguire. Bocciare è inevitabile, in certi casi, ed anche costruttivo; ma nessuno deve essere umiliato e offeso, perché la dignità di tutti deve essere rispettata. La disciplina scolastica va rispettata, e vanno previste anche sanzioni per chi trasgredisce, a differenza di quanto prescrive lo sciapito “Statuto delle studentesse e degli studenti” (ma non bastava dire “studenti” riferito a entrambi i sessi?) targato Berlinguer. I ragazzi sono tenuti al rispetto per i propri docenti, e questi a loro volta debbono rispettare gli alunni; senza però familiarizzare o dare troppa confidenza, perchè il ruolo del docente è diverso da quello dell’alunno, e non dobbiamo mai metterci sullo stesso piano. Noi docenti abbiamo l’obbligo morale di essere leali, giusti e imparziali nelle valutazioni, perché gli alunni non si affezionano ad un insegnante perchè scherza o va in pizzeria con loro, ma a colui che sa insegnare, sa comunicare e si dimostra giusto e comprensivo, dando a ciascuno il suo. E un’altra cosa diceva Quintiliano che mi sembra irreprensibile: che il docente deve essere un modello di vita per i suoi alunni anche fuori delle ore scolastiche. Chi ha vizi, perversioni o cattive abitudini nella vita privata è un cattivo esempio per gli studenti, anche se nelle ore di servizio non esprime questo lato della sua personalità. Cechiamo di ricordarlo, in questo momento così difficile per il nostro Paese. Se non siamo noi educatori a indicare ai nostri giovani la via del bene, chi altro la potrà tracciare?

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