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Ancora un libro in difesa del latino

Prima di parlare dell’argomento di questo post vorrei fare una riflessione di tipo editoriale. Un tempo le recensioni (ossia le presentazioni, indicazione dei pregi e dei difetti) di un libro venivano pubblicate su riviste specializzate, le quali impiegavano molto tempo per accogliere e poi pubblicare le recensioni stesse. In particolare, le riviste scientifiche dedicate alle letterature classiche impiegavano dai tre ai sei mesi, in media, per decidere se accettare o no la recensione; poi c’era da aspettare i tempi editoriali che talvolta, specie se il numero in uscita e quello successivo erano già al completo, si prolungavano moltissimo. Per farla breve, da quando la recensione veniva scritta a quando compariva sulla rivista potevano passare anche due anni o più. E poi quante persone la leggevano? Poche, pochissime direi, solo gli specialisti interessati a quel tipo di pubblicazione. Oggi invece, con l’avvento di internet, chiunque abbia un blog può decidere autonomamente di pubblicare una recensione, la scrive e la mette a disposizione in poche ore e forse, anzi quasi certamente, ha persino più lettori di quelli che avrebbe se il suo scritto restasse sulla carta in una rivista specializzata. Ecco dunque uno dei lati positivi delle nuove tecnologie, che sotto questo profilo non posso fare a meno di apprezzare.
Fatta questa osservazione estemporanea, veniamo al dunque. Ho da poco finito di leggere un nuovo libro che, pur avendo carattere divulgativo, si occupa nello specifico di un argomento che sta molto a cuore a tutti noi classicisti e docenti di materie umanistiche. L’autore è Nicola Gardini, studioso italiano nato nel 1965 e attualmente docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, ed il libro si intitola Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, uscito presso l’editore Garzanti nel maggio 2016 e già più volte ristampato. Confesso che prima di leggerlo conoscevo l’autore soltanto di nome, mentre poi ho scoperto che ha al suo attivo molte altre pubblicazioni di grande spessore; ma ciò che più me lo rende congeniale è il fatto ch’egli ha smascherato senza mezzi termini il marcio che ammorba l’Università italiana, dove i “baroni” cinici e arroganti continuano a fare il bello ed il cattivo tempo ed a pretendere l’ignobile servilismo dei portaborse, a cui l’Autore non si è voluto sottomettere ed è emigrato in Inghilterra per vedere finalmente riconosciuto, senza nepotismi e favoritismi, il proprio valore di studioso. Facendo salve le dovute differenze, quello di cui si lamenta Gardini è successo anche al sottoscritto, molti anni fa, quando si è visto escluso dall’Università proprio per non volersi adattare al sistema mafioso che è purtroppo ancora vivo e operante. Io però non ebbi l’ardire o la forza di volontà di emigrare, perché ero troppo attaccato alla mia terra; preferii entrare nella scuola, dove sono sempre rimasto con grande soddisfazione e pieno appagamento, continuando in modo autonomo l’attività scientifica che avevo iniziato da giovanissimo.
Entriamo finalmente in medias res. Il libro di Gardini si inserisce in quel dibattito attuale sull'”utilità” delle lingue classiche, o per meglio dire sulla legittimità della loro presenza nella scuola e nella cultura italiana. Sotto questo profilo può assomigliare ad altri volumi usciti sul tema come quello, celebre e molto fortunato nelle vendite, della studiosa italiana Andrea Marcolongo, che si occupa del greco e sul quale a suo tempo composi un post su questo blog (il 9 novembre 2016, rintracciabile dall’Archivio sulla colonna di destra oppure da “Cerca”, scrivendo il nome dell’Autrice). Diciamo che l’argomento è di attualità, non solo perché sono usciti questi libri che rivalutano meritoriamente gli studi classici, ma perché il dibattito è vivo sui social come Facebook (dove vi sono vari gruppi di discussione), sui giornali e su molti siti web, dove le sorti del latino e del greco sono giustamente analizzate in parallelo con l’andamento nazionale delle iscrizioni al Liceo Classico, che da quest’anno finalmente – e forse anche per merito del dibattito di cui dicevo – sembrano finalmente in ripresa.
Il libro di Gardini, pur proponendosi lo stesso fine di quello della Marcolongo, ha un’impostazione diversa e secondo me più efficace: mentre infatti la studiosa insiste di più sugli aspetti formali della lingua greca (il valore del medio, ad esempio, o quello dell’ottativo, oppure l’aspetto del verbo), rivelandone l’importanza e mettendo in evidenzia gli aspetti psicologici e sociali che tali fenomeni rappresentano, Gardini effettua sul mondo latino un’indagine eminentemente letteraria, facendo comprendere come gli scrittori romani siano stati veramente i padri del nostro tempo e come la loro sensibilità di fronte alla realtà circostante sia stata di una straordinaria qualità e spessore. Analizzando gli scritti dei principali poeti e scrittori della classicità romana, l’Autore ne coglie l’essenza e soprattutto l’eredità formale e sostanziale che hanno lasciato nelle letterature ed in generale nella cultura del mondo moderno. Sotto questo profilo, per me che ho sempre studiato e approfondito più gli aspetti letterari che quelli linguistici delle civiltà classiche, l’analisi di Gardini appare particolarmente illuminante e capace di avvicinare al mondo antico anche coloro che finora non ne sono mai stati attratti. Sono costoro, soprattutto, quelli che dovrebbero leggere questo libro, più di coloro che da sempre sono convinti dell'”utilità” degli studi classici; ma è un termine, questo, da collocare tra virgolette, perché il concetto di “utile” è profondamente frainteso in questa nostra società. Su questo ci sarebbe da svolgere un discorso piuttosto lungo, e quindi in questa sede preferisco soprassedere.
Riporto qualche esempio, tratto da questo libro, che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Nel cap.8 l’Autore parla della prosa di Cesare, soffermandosi soprattutto su alcune sue pagine di ingegneria, quelle in cui descrive la costruzione del ponte sul Reno, il grande fiume che separa la Gallia (l’attuale Francia) dalla Germania: qui egli rileva, con grande acume, che questa descrizione “mette in scena simbolicamente il lavoro stesso della lingua”, che è anch’essa assemblaggio di elementi diversi (quella che chiamiamo sintassi) in vista di una certa funzione, e quindi la costruzione del ponte è in pratica una metafora della lingua stessa. Molto interessante è anche il cap. 11, dove i procedimenti compositivi adottati da Virgilio nell’Eneide ci rivelano appieno qual era il concetto romano dell’originalità, che non consisteva, secondo il pregiudizio romantico, nel non assomigliare a nessuno, ma nell’aggiungere o togliere qualcosa da ciò che era già stato scritto da altri (Ennio, Lucrezio, Catullo); ed è proprio questo “qualcosa” che ci dà la misura della grandezza artistica del poeta mantovano, in cui “la ripresa sistematica di espressioni, vocaboli o ritmi avviene perché certe espressioni, vocaboli e ritmi appaiono eccellenti, perfetti, perfino assoluti, e dunque possono significare, anche fuori dal contesto che li ha prodotti, qualunque nuovo significato possano assumere.”

Gardini ci regala altre ottime osservazioni anche nei confronti di altri autori (Seneca, Orazio, Sant’Agostino ecc.) che non posso però qui riprodurre per non allungare indefinitamente l’articolo, un semplice post di un blog. Dirò soltanto che il filo conduttore che informa di sé i 22 capitoli del libro è l’importante tema della memoria, cioè tutto quel che concerne le riprese dirette, le allusioni, le corrispondenze ideali tra un poeta o uno scrittore ed i suoi predecessori; è un argomento questo che, individuato per la prima volta nel mondo classico dal grande filologo Giorgio Pasquali, ha ricevuto in seguito una messe di buoni studi ma che ancora, per la sua vastità, deve essere esplorato a fondo.
Dobbiamo essere grati, in questo sciagurato periodo storico in cui la cultura diviene sempre più la Cenerentola della società, a studiosi come la Marcolongo, Gardini ed altri che si sono prodigati nella difesa delle discipline umanistiche e del latino e del greco in particolare. Forse proprio per loro merito qualcosa nella coscienza civile comincia a risvegliarsi, qualcuno comincia a comprendere che l’inglese e l’informatica non sono gli unici saperi oggi necessari, ma che occorre invece un pieno recupero di quella tradizione umanistica che ha fatto del nostro Paese, per molti secoli, il faro culturale del mondo intero.

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Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile

A mio parere, quello cioè non di un blasonato critico letterario ma di un semplice amante della letteratura di tutti i tempi, ben poche figure di poeti e di scrittori sono apparse così indefinibili, nel lungo corso della storia, come quella di Gabriele D’Annunzio: un intellettuale, oserei dire, che tutti conoscono ma che ben pochi hanno esaminato nella sua profondità e che riescono a definire, o comunque a far rientrare in un preciso movimento o anche tendenza letteraria invalsa ai suoi tempi.
Le storie letterarie, delle quali tutti noi ci serviamo o che comunque abbiamo consultato, collocano il nostro poeta nell’ambito del Decadentismo, qual era l’atmosfera culturale che si respirava in Italia ed in Europa nell’epoca a cavallo tra i secoli XIX e XX. Questo è certamente vero, ma la sensibilità decadente di D’Annunzio fu profondamente diversa da quella degli altri rappresentanti italiani di tale temperie letteraria, primo tra tutti Giovanni Pascoli. Ciò dipende anzitutto dalle differenze caratteriali, anche sul piano personale, tra i due poeti: mentre Pascoli, pur ritenendo il poeta superiore alla comune umanità in quanto a lui solo è concesso di cogliere l’essenza profonda delle cose, partiva “dal basso” delle descrizioni naturali e della rappresentazione della vita nei suoi aspetti più comuni, D’Annunzio faceva della peculiarità della condizione dell’intellettuale un motivo per giungere al superomismo, osservando cioè “dall’alto” la società come colui che, pur facendone parte, si sente su di un piano diverso, più alto della comune umanità, e su questo piano colloca anche i personaggi dei suoi romanzi.
Pur tuttavia l’indefinibilità di D’Annunzio, la continua apparente contraddizione che emerge dalle sue opere non deriva solo da motivi caratteriali, ma anche da una particolare forma di coscienza poetica, quella cioè che si lascia solo parzialmente avvolgere nell’atmosfera culturale dei suoi tempi ma che riscopre invece, con riferimenti diretti ma per lo più allusivi, tutta la grande tradizione della poesia classica, da Omero a Virgilio, da Dante a Carducci ed al Pascoli stesso.
Un breve accenno ai romanzi, in particolare a L’innocente e al Piacere. Che si tratti di opere pensate nell’ambito del decadentismo è chiaro, ma alla lettura emergono tratti ben visibili del verismo (in talune descrizioni crude e realistiche) ma anche del primo Verga, quello della fase romantica di Una peccatrice, Tigre reale ecc.: lo rivelano, se non altro, tratti psicologici dei protagonisti come i numerosi particolari con cui è descritta la forte passione d’amore dei protagonisti e l’idealizzazione della donna amata, oltre ad una particolare forza descrittiva degli elementi paesaggistici che ricorda da vicino la relazione tra uomo e natura propria del Romanticismo. Se poi ci affacciamo a leggere anche discorsivamente la grande produzione poetica dannunziana, non possiamo fare a meno di trovarci ricordi ed allusioni a tutta la tradizione classica ed italiana. Lasciando stare i poeti cronologicamente più vicini (da Leopardi a Carducci) troviamo in diverse raccolte dannunziane, e specialmente in Alcyone, chiari riferimenti al Cantico di frate Sole di San Francesco (“Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera”, in La sera fiesolana, 15-16), a Dante, ricordato in molte occasioni da D’Annunzio (v. ad es, sempre in Alcyone, I pastori vv. 14-15: “O voce di colui che primamente / conosce il tremolar della marina”, con chiaro richiamo ai vv 116-7 del primo canto del Purgatorio) ed anche agli stilnovisti: ai vv. 55-56 dell’ode Il dolce grappolo, tratto dalla raccolta Isotteo, si legge: “O madonna Isaotta, è dura cosa / ir le beltà non viste imaginando”, in cui il linguaggio cavalcantiano è mescolato ad una certa maliziosità che ricorda anche certe liriche del Poliziano ed in genere del periodo rinascimentale.
Per i ricordi del mondo classico, tanto scoperti quanto allusivi, la lezione del Carducci (e poi anche del Pascoli) non poteva non influire: frequentissimi sono i richiami ai poeti antichi in tutte le raccolte, ma più diffusi nelle giovanili come Canto novo ed in quelle dove deliberatamente il mito classico sale in primo piano, come Alcyone; qui gli esempi da portare sarebbero moltissimi, ed è per me particolarmente gradito trovarne in quanto studioso dell’antichità greca e romana. Ne ricorderò solo due per ognuna delle due grandi letterature dell’antichità: nell’ode Sera sui colli d’Alba, dalle Elegie romane, si legge “e tu, o dolceridente pupilla”, dove l’aggettivo composto ricalca chiaramente quelli omerici; allo stesso modo, nell’ode Versilia (da Alcyone) il poeta definisce se stesso con l’epiteto “Occhiazzurro”, con cui in Omero è solitamente designata la dea Atena, definita “dagli occhi di civetta”, quindi cerulei, come quelli che il poeta, con allusione dotta, riferisce a se stesso. Ancor più numerosi i richiami ai poeti latini. Nella celebre ode La pioggia nel pineto, la più nota di D’Annunzio, il poeta afferma che lui ed Ermione, la donna amata, vanno “di fratta in fratta, or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i malleoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove”. Può ben darsi ch’io m’inganni, ma in questo intrico di macchie e di arbusti che avvincono le caviglie e le gambe degli amanti mi par di vedere un ricordo allusivo al celebre mito di Dafne cantato nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la bella ninfa, per sfuggire al raptus amoroso di Apollo, si attacca a terra e si trasforma nella pianta dell’alloro. Riferimenti più scoperti possiamo trovare a Virgilio, sia nelle accurate descrizioni paesaggistiche che ricordano certi luoghi delle Georgiche, sia in richiami a passi dell’Eneide: nella poesia citata sopra, Il dolce grappolo, si legge ai vv. 163-4 che “uno stuol d’augelli, d’improvviso / attraversò con ilari saluti”, esortando il poeta e la bella Isaotta a rimettersi in cammino per scoprire nuovi incantati paesaggi; e qui viene in mente il libro VI del poema virgiliano, dove ai vv. 190 e sgg. si parla di una coppia di colombe che rompono l’inerzia di Enea di fronte all’albero dal ramo d’oro, permettendogli di scorgerlo.
Queste mie osservazioni nascono da uno studio piuttosto ordinario dell’opera dannunziana, a me suggerito dalla necessità di dover trattare l’opera del poeta nel normale svolgimento del programma di letteratura italiana della mia quinta liceo classico. Non mi vanto di aver detto cose nuove, ché altrimenti avrei scelto una rivista specializzata e non il mio piccolo misero blog; sono anzi certo che altri prima di me hanno già arrivati a simili e molto più geniali conclusioni. Ho voluto scriverle perché fin dai miei studi liceali ho sempre avuto l’impressione che D’Annunzio sia un poeta che sfugge a precise definizioni e collocazioni, poiché nella sua produzione si affastellano suggestioni culturali che vanno ben al di là del Decadentismo e di ogni altra corrente letteraria. Anche il senso della natura e del paesaggio, in lui così forte e così ricorrente, ci lascia spesso stupiti, perché è difficile distinguere la brama del puro esteta, che vuol stupire il lettore e fare della sua poesia la voce del Vate onnipotente, dalla sensibilità personale verso l’altro da sé, profonda e al tempo stesso sfuggente come un velo ch’egli sembra voler continuamente porre dinanzi agli occhi del lettore.

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Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

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Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico

Pochi giorni fa ho scritto un post su questo blog intitolato “La scuola e l’attualità”, dove parlavo tra l’altro del confronto tra argomenti dei normali programmi e gli avvenimenti attuali. Oggi, purtroppo, il terrorismo internazionale è materia di discussione su tutti i mass media ed in ogni ambiente sociale; così, leggendo oggi con i miei alunni un brano dello storico Tito Livio (libro II, cap.12), mi è venuto in mente un curioso paragone tra due eventi apparentemente del tutto avulsi tra di loro: la storia di Muzio Scevola, il leggendario eroe che si lasciò bruciare la mano su di un braciere ardente, ed i terroristi che attualmente provocano nel mondo tanti lutti e sciagure.
Questo leggendario eroe della storia romana, che io già conoscevo da molto prima che potessi leggere Livio perché già alle elementari la mia dotta maestra ce ne aveva raccontato le imprese, si mise in testa di penetrare da solo nel campo dei nemici etruschi e di compiere un attentato per uccidere il loro re Porsenna. Ottenuto il permesso ed entrato nell’accampamento nemico, si trovò dinanzi al re durante la distribuzione della paga ai soldati; e siccome il sovrano era accanto al suo segretario ed era vestito più o meno come lui, Muzio non sapeva chi dei due dovesse colpire, né poteva chiedere ad altri chi  fosse il re, perché in tal caso si sarebbe tradito. Quindi colpì a caso, proprio come un moderno terrorista, e uccise il segretario di Porsenna, il quale poi, dopo aver avuto prova dell’intrepido coraggio di Muzio al momento in cui quest’ultimo si lasciò bruciare sul braciere ardente la mano che aveva fallito il colpo, lo liberò. Prima di andarsene, tuttavia, Muzio gli aveva detto che altri trecento giovani romani erano pronti ad agire come lui, a compiere cioè ripetuti attentati contro il re finché questi non cadesse ucciso. Questa minaccia terroristica spaventò Porsenna ben più di una battaglia in campo aperto, e così decise di togliere l’assedio a Roma.
Il pensiero e l’azione di Muzio Scevola, che pur non è esistito realmente ma costituisce per Livio un simbolo dell’antica virtù romana, non sono molto diversi da quelli dei terroristi di oggi: entrambi colpiscono il nemico a casa sua e lo attaccano proditoriamente, senza affrontarlo in una battaglia regolare; entrambi giocano sull’effetto di sorpresa, cioè l’attacco improvviso contro l’avversario quando costui non se l’aspetta ed in un momento di apparente tranquillità; entrambi sono disposti a morire per il loro credo, come vediamo al momento in cui Muzio, interrogato da Porsenna, afferma che i Romani sono pronti ad uccidere o ad essere uccisi, con lo stesso coraggio e la stessa fermezza. Oserei dire che, se al tempo dell’antica Roma fossero esistite le armi di oggi, Muzio Scevola si sarebbe fatto esplodere e sarebbe morto lui assieme al re nemico, al suo segretario e a chissà quant’altri degli astanti.
Il paragone è senz’altro curioso e mi è venuto in mente così, in un momento di relax; vi sono però talvolta considerevoli analogie tra eventi della storia e della cultura antiche e quelli del mondo attuale. Già in un post di qualche mesi fa ebbi a dire (sempre con piglio leggero e con evidente ironia) che la Didone di Virgilio è l’archetipo della donna in carriera, quella che non pensa alla famiglia ed ai figli ma solo ad essere una regina ed a ricoprire ruoli che normalmente, almeno nell’Antichità, erano riservati agli uomini. Di questi esempi ne possiamo trovare molti, e le analogie sono tante perché in fondo la natura umana è sempre la stessa, nonostante il passare dei secoli. Studiare il passato è quindi enormemente importante per comprendere la realtà di oggi, perché tutto ciò che ci circonda (dalla lingua alle istituzioni sociali e politiche, per non parlare di ogni forma di arte e di cultura) ha avuto la sua nascita ed il suo primo sviluppo nel mondo classico. I paragoni che faccio io, in questo ed in altri post, sono una piccola cosa, curiosità più che vere notizie; ma sono anch’essi testimonianza di quella continuità ideale tra antico e moderno che oggi, purtroppo, non è abbastanza valutata e che, anzi, a molte persone sfugge del tutto.

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Come svolgere i programmi scolastici

Siamo all’inizio dell’anno scolastico, e come sempre dobbiamo compilare e presentare la nostra programmazione individuale, gli argomenti cioè delle nostre materie che intendiamo svolgere nel corso dei prossimi mesi, da adesso fino a giugno. Di solito la previsione di svolgimento dei programmi ci viene richiesta per singoli quadrimestri o trimestri ma anche, in alcune scuole, mese per mese: dovremmo quindi prevedere quali contenuti intendiamo svolgere a settembre, ad ottobre e così via fino al termine dell’anno scolastico. Di per sé la cosa è abbastanza facile, basta suddividere nei vari periodi il programma previsto per l’intero anno; ma nella pratica dei fatti queste previsioni si rivelano quasi sempre ottimistiche, dal momento che non riusciamo se non raramente a rispettare la tabella di marcia, ed alla fine ci ritroviamo arretrati, nel senso che alcuni argomenti non sono stati svolti e vengono rimandati all’anno successivo.
Perché avvengono questi ritardi? Solitamente le cause sono due; quindi non molte, ma molto frequenti. La prima è la situazione di base delle classi in cui insegniamo e la capacità ricettiva degli studenti: accade infatti che in qualche classe il lavoro può procedere speditamente perché gli alunni apprendono in fretta ed accettano di buon grado quel che il docente assegna loro in fatto di studio individuale ed esercizi correlati a quanto spiegato, mentre in altre emergono difficoltà di ogni genere (frequenti assenze, richieste di ripetere quanto già illustrato, esercizi che “non tornano” e debbono essere ripetuti ecc.) in grado di provocare un inevitabile rallentamento del ritmo didattico. La seconda causa del mancato rispetto delle previsioni sono le numerose ore di lezione che si perdono per le più svariate ragioni: vacanze, “ponti”, condizioni meterologiche avverse ecc., ma anche e soprattutto per le varie attività concesse o proposte dalla scuola, quali viaggi di istruzione, visite a mostre e musei, assemblee, conferenze, lezioni di persone esterne alla scuola, spettacoli teatrali e chi ne ha più ne metta. Oggi la scuola non è più quella dei tempi nostri, che s’identificava quasi totalmente con la lezione in classe, sebbene i giorni di festività nel complesso fossero più di adesso; nella concezione attuale la scuola è diventata più che altro un centro culturale, dove la lezione classica del docente è soltanto una delle varie attività, alla quale se ne aggiungono molte altre, e nei modi più svariati. E se un docente si azzarda a protestare per le ore di lezione che gli vengono sottratte, si sente rispondere che le attività collaterali o parascolastiche sono utili e che costituiscono occasioni preziose di apprendimento di cui gli studenti, soprattutto nei centri di provincia, non potrebbero usufruire in altro modo. Si è anche proposto di spostare al pomeriggio alcune attività per non depauperare l’orario delle lezioni al mattino, ma anche qui ci si sente rispondere che la maggior parte degli studenti è pendolare e che non può trattenersi nel pomeriggio. Comunque vada, è sempre la lezione curriculare ad essere sacrificata, ed è chiaro quindi che non sia possibile rispettare del tutto le buone intenzioni del docente e la programmazione effettuata all’inizio dell’anno.
Sulle modalità di svolgimento dei programmi c’è poi un sostanziale dissenso tra i docenti, che su questo punto si suddividono in due categorie: coloro che tendono a svolgere tutti gli argomenti previsti, anche a costo di trattarli con minore approfondimento (ed in questo novero si riconosce il sottoscritto) e coloro che invece si attardano sugli autori o sui problemi di loro maggior gradimento, magari approfondendoli con letture aggiuntive, percorsi tematici o altro che sia; così facendo, però, finiscono inevitabilmente per restare indietro e non concludere i programmi previsti, perché il tempo a disposizione è sempre quello e le varie attività prima elencate ne fanno perdere molto. A questo proposito io voglio fare una considerazione: la scuola superiore (nel mio caso il liceo Classico, ma anche le altre) deve fornire agli studenti una preparazione globale su programmi di vasta estensione, dei quali è necessario ch’essi ricordino gli aspetti fondamentali, senza la necessità di diventare degli esperti o dei tecnici delle materie, un compito che spetterà poi agli studi universitari. E’ del tutto fuori luogo, tanto per fare un esempio, che un insegnante di storia, che magari è profondo conoscitore del periodo giolittiano stia fermo per quattro mesi su quel periodo e che poi, per mancanza di tempo, non riesca a trattare la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, o altri argomenti indispensabili per la cultura generale che un liceo deve fornire ai ragazzi. L’approfondimento specialistico di un unico argomento, i percorsi tematici ecc. sono propri dei corsi universitari, dove magari in un intero semestre viene trattato un solo autore o un solo periodo storico, perché si presuppone (spesso a torto) che gli altri siano già conosciuti; ma la scuola superiore non ha questo compito scientifico e specialistico, bensì quello di fornire una conoscenza generale di tutti gli argomenti previsti per quell’anno scolastico per le singole discipline. Anch’io ho le mie preferenze, e se fosse possibile vorrei stare un intero anno a parlare di Lucrezio o di Virgilio, per nominare due autori che mi stanno particolarmente a cuore; ma se così facessi gli alunni saprebbero tutto di questi due e non saprebbero nulla degli altri. E questo, almeno in base alla mia pluridecennale esperienza d’insegnamento, mi sembra profondamente errato.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera”

L’ultimo post che ho pubblicato qualche giorno fa parla della disgregazione della famiglia e della società attuali, effetti dovuti in buona parte all’emancipazione della donna e ad un profondo cambiamento del costume. In quel caso io non ho certo negato il sacrosanto diritto delle donne a realizzarsi nel lavoro ed a rendersi indipendenti dai mariti o dalla famiglia di origine; quello che non mi piace – e lo ribadisco – è il comportamento di certe donne “in carriera”, le quali, in nome della propria ambizione o del miraggio del guadagno, rinunciano al loro ruolo naturale di madri, salvo poi accorgersi, quando è ormai troppo tardi, che qualcosa è mancato nella loro vita e che la libertà personale e l’indipendenza economica non le hanno salvate dalla solitudine e dal senso di frustrazione che prima o poi sopravviene.
L’argomento mi ha fatto venire in mente quella che in tutta la storia delle letterature antiche è la più celebre tra le donne “in carriera”, cioè Didone, la protagonista del IV libro dell’Eneide di Virgilio. E’ questo un testo a cui io sono particolarmente affezionato, non solo perché si tratta di un autentico capolavoro dell’arte letteraria, ma anche perché ho avuto l’onore di scrivere un commento su di esso, pubblicato nel 1998 dall’editore Signorelli di Milano (adesso parte del gruppo Mondadori) e adottato in molti Licei ed almeno in sei Facoltà universitarie. Tra i miei libri questo è quello di cui ancor oggi sono più orgoglioso, perché avere l’opportunità di commentare un testo così bello è un onore che non capita a tutti, né tutti i giorni.
Didone, regina e donna di grande bellezza, è partita dalla città fenicia di Tiro perché minacciata dal perfido fratello Pigmalione, che le ha anche ucciso il marito Sicheo, ed è approdata con parte del suo popolo sulle coste dell’Africa, dove sta costruendo la nuova città di Cartagine, destinata in futuro a diventare una delle più grandi potenze del Mediterraneo. Al momento della partenza Didone ha solennemente giurato, alla presenza del popolo, che dopo la morte violenta del primo marito non si sarebbe più sposata né si sarebbe più concessa ad alcun uomo: avrebbe quindi per sempre rinunciato all’amore ed alla maternità per essere soltanto una regina, cioè, in termini moderni, una “donna in carriera”. Così avviene per molto tempo; ma quando sulle spiagge di Cartagine sbarcano i troiani con il loro capo Enea, lì sbattuti da una tempesta, la regina li accoglie per dovere di ospitalità ma poi, per via dell’insana freccia di Cupido, si innamora perdutamente del condottiero troiano. E qui scoppia il “fattaccio”: pur non essendo ufficialmente uniti dal vincolo matrimoniale, i due vivono come marito e moglie, senza curarsi più di tanto dei loro doveri, quello cioè di Didone verso il suo popolo e quello di Enea di proseguire il suo viaggio fino al Lazio, dove dovrà fondare la nuova stirpe che darà origine alla potenza romana. Quando però Enea riceve dagli dei l’ordine di ripartire, Didone ovviamente si dispera; e quando l’eroe veramente partirà, a lei non resterà altra via che il suicidio, il quale avviene non tanto per l’amore tradito (come si è sempre pensato da parte sia dei critici che dei comuni lettori), quanto per l’onore perduto di fronte al popolo fenicio, il quale non potrà perdonare alla regina abbandonata di aver mancato al suo giuramento. E tuttavia, nel momento in cui Didone supplica Enea di non andarsene, o almeno di rimandare la partenza, emerge prepotentemente quella natura femminile che invano la regina aveva tentato di comprimere: è questo il passo, bellissimo e commovente, in cui Didone dice all’amante: “almeno se avessi avuto un figlio da te prima della tua partenza, se giocasse con me nel palazzo un piccolo Enea che per lo meno richiamasse il tuo volto, certamente non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata” (vv. 327-330, traduzione mia). Emerge in questo passo la fine analisi psicologica del poeta, il quale più di ogni altro ha saputo capire ed interpretare l’animo femminile: nel momento dell’abbandono e della solitudine Didone non è più regina, è tornata ad essere profondamente donna, a sentire quel desiderio di maternità che in lei è insopprimibile proprio perché mai realizzato.
Ritornando ai nostri tempi, mi pare di constatare che la società moderna ha spesso forzato la disposizione naturale delle persone in nome dell’indipendenza personale ma anche del guadagno e del consumismo, fattori che hanno profondamente influenzato il costume e la mentalità oggi dominante in società. Rimane però il fatto che quando la natura viene oppressa, negata, avvilita, prima o poi finisce per vendicarsi e farsi sentire in varie forme, anche attraverso l’angoscia ed il senso di vuoto che giunge puntuale a chi ha dedicato tutta la sua vita ad un’attività che poteva sembrare gratificante, ma che col tempo finisce per pesare come un macigno. Anche Didone voleva essere una donna “in carriera”; ma poi ha finito per accorgersi che qualcosa di importante le era mancato, che tutto ciò che aveva costruito le era caduto miseramente addosso. Ed è questo senso di vuoto, oltre alla perdita dell’amore e del dolore, la causa principale della sua fine.

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Giovanni Pascoli e i poeti latini

Pascoli

Durante questo mese di novembre è uscito a Napoli, sul n.161 della rivista internazionale “Critica Letteraria” diretta dal prof. Raffaele Giglio, un mio saggio a cui avevo lavorato anni fa e che adesso ho deciso di risistemare e pubblicare. Il contributo, di una lunghezza di circa 20 pagine a stampa, riguarda un aspetto particolare dell’attività culturale del nostro grande poeta Giovanni Pascoli (1855-1912) finora abbastanza trascurato dalla critica: le traduzioni ch’egli compì, lungo l’arco di quasi tutta la sua vita, di alcuni passi dei poeti classici, greci e latini. Non si tratta quindi del cosiddetto “Pascoli latino”, cioè delle straordinarie opere ch’egli compose direttamente nella lingua di Roma, bensì delle versioni compiute sui testi antichi. Stando a quel che scrisse la sorella Maria Pascoli nel 1913, il poeta aveva destinato a quest’opera di traduzione dei classici (specie Omero) gli anni della vecchiaia, ma purtroppo la morte precoce lo strappò a questa ed a ogni altra iniziativa.
Pascoli prediligeva tradurre i poeti greci, e soprattutto Omero; ma nella sua produzione risultano anche molte versioni dai latini, in particolare Catullo, Orazio e Virgilio, dei quali tuttavia egli prese in considerazione soltanto alcuni componimenti. Proprio su questi si concentra il mio saggio, nel quale vengono citati e commentati, a titolo esemplificativo, due brani per ciascuno dei tre poeti sopraindicati: tra di essi vi è il celebre carme 101 di Catullo (per la morte del fratello), lo stupendo passo delle “Georgiche” virgiliane sulla società delle api ed anche un “collage” formato da brevi passi delle “Satire” e delle “Epistole” di Orazio.
Ciò che è estremamente interessante notare è come il poeta italiano, nel riprodurre il dettato degli antichi, non abbia voluto rendere semplicemente quei testi in una lingua moderna, bensì abbia compiuto un’operazione di identificazione spirituale con essi, trasponendo nell’opera dei predecessori il proprio mondo fatto di sensazioni, di turbamenti, di angosce proprie di lui stesso e, in generale, dell’uomo del Novecento smarrito di fronte alla realtà ed al grande mistero della vita e della morte. Troviamo così, in Catullo, Virgilio e Orazio, l’eco potente della personalità pascoliana: la simbologia propria del decadentismo italiano ed europeo, la visione della poesia come insita nella realtà e della quale il poeta non è creatore ma scopritore, l’intimo senso della famiglia intesa come “nido” protettore, la meraviglia ed il mistero che si cela dietro i fenomeni naturali, la cui voce è sentita da Pascoli quasi come una voce umana, in conformità a quella “umanizzazione” della natura già compiuta dai poeti romani e soprattutto da Virgilio. Si tratta, in altre parole, di un’identificazione poetica che riduce o addirittura annulla le distanze temporali, quello cioè che io ho definito “il moderno nell’antico”.
Sono molto grato al prof. Giglio, ordinario di Letteratura Italiana all’Università “Federico II”di Napoli, ed alla sua rivista, per aver accolto questo mio contributo, del quale sono orgoglioso anche perché si discosta, sia pur di poco, dall’ambito strettamente “antico” di cui mi sono occupato in tutte le altre mie pubblicazioni. Ciò dimostra, o almeno dovrebbe dimostrare, che l’antico ed il moderno non sono mondi separati per cui ci si possa occupare del secondo senza conoscere il primo: tutte le manifestazioni artistiche e culturali, al contrario, sono strettamente unite al di là delle barriere spaziali e temporali, che a volte neanche si fanno notare più di tanto. Conoscere il passato, quindi, è condizione indispensabile per comprendere il presente senza rischiare di cadere negli abissi del tecnologismo e del modernismo, dietro a cui si agita continuamente lo spettro dell’ignoranza e della perdita del senso stesso di umanità.

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Umanesimo costruttivo o umanesimo pedante?

Come più volte ho scritto su questo blog, la crisi degli studi umanistici in Italia – e di conseguenza quella delle iscrizioni al Liceo Classico – si è molto accentuata in questi ultimi anni, e viene quindi spontaneo tentare almeno di individuarne le cause. So che su questo tema mi sto ripetendo, almeno in parte; ma la cosa mi sta talmente a cuore che non posso fare a meno di riflettere ancora sul problema.
Oltre quanto scritto in un post di qualche tempo fa intitolato “A chi giova la crisi del Liceo Classico?”, mi viene da aggiungere una ulteriore riflessione, suggeritatami da un articolo su un quotidiano locale scritto da un collega docente di un liceo della mia provincia.
In questo articolo vengono ribadite da un lato le motivazioni già ampiamente rilevate (la crisi economica, la fede incrollabile attuale nella tecnologia, la perdita di certi valori etico-sociali ecc.) su cui non mette conto ritornare, ma dall’altro si puntualizzano anche le responsabilità dei docenti stessi del Liceo Classico, specie del triennio conclusivo, i quali, anziché far gustare la bellezza eterna dei classici ed il loro valore storico e culturale, si perdono in minuzie di tipo linguistico, stilistico, retorico ecc., annoiando i giovani ed impedendo loro di cogliere l’autentico messaggio degli autori antichi.
Ora, fatte le dovute eccezioni e guardando oggettivamente ai fatti, occorre ammettere che, da un punto di vista generale, il collega ha ragione: studiando Omero, Platone, Virgilio e Tacito, maestri eterni di millenni di cultura, non dovremmo limitarci, come alcuni fanno, a sottolineare le particolarità dialettali o le regole metriche, ma far comoprendere agli studenti, nella loro complessità, l’importanza globale del messaggio culturale che questi grandi autori hanno trasmesso, come dimostra la loro cospicua eredità esercitatasi non solo in letteratura ma anche in altri campi dell’arte quali la pittura, la musica e persino la scienza. Di recente, tanto per fare un solo esempio, è uscito un bel libro di Piergiorgio Odifreddi su Lucrezio, nel quale l’autore mette in evidenza la straordinaria modernità, anche dal punto di vista delle scienze naturali e della fisica, del grande poeta antico.
Questo ho sempre cercato di fare con i miei alunni, e sono stato sempre sensibile al problema: di recente, come si può leggere in questo blog, ho postato una vibrante protesta contro l’estrema specializzazione degli studiosi universitari, molto spesso dediti a minuzie formali trovate in autori del tutto secondari e sconosciuti. Sarebbe invece necessario e opportuno un collegamento diretto tra scuola superiore e università, cominciando da un’impostazione diversa dei corsi accademici, che dovrebbero riguardare grandi autori e movimenti letterari del mondo antico, argomenti che fossero poi collegati ai programmi liceali; e soltanto in questo caso la frequenza dei corsi universitari sarebbe veramente utile a chi poi dovrà insegnare nella scuola.
L’articolo del collega mi ha fortemente colpito e, come ho detto sopra, gli ho dato ragione. Però c’è da fare una piccola parziale obiezione: che cioè gli aspetti formali degli autori antichi (specie i poeti) non sono così distaccati dal valore letterario complessivo della loro opera. Ad esclusione dei formalismi puri e semplici che incontriamo in alcuni periodi della tarda antichità (v. i “poetae novelli” ad esempio), per gli autori classici la forma era sostanza, nel senso che il valore artistico e letterario di un’opera non era valutato soltanto in base al contenuto espresso, ma anche tenendo conto dello stile, della lingua, del lessico, della metrica ecc., le quali erano componenti essenziali del prodotto letterario. Faccio solo un esempio: nella descrizione di certi ambienti i poeti latini (v. Lucrezio e soprattutto Virgilio) impiegano determinati suoni vocalici e consonantici atti a riprodurre visivamente il luogo dscritto. Così, in occasione della discesa di Enea nel regno dei morti (libro VI dell’Eneide) Virgilio usa costantemente nessi allitteranti con il suono “u”o con il suono “r”, che riproducono mediante la sonorità le caratteristiche dell’ambiente descritto, cavernoso e orrido qual è appunto l’Averno. In tal caso è necessario, a mio giudizio, far notare agli studenti l’intensità di questo procedimento fonosimbolico virgiliano, che non è virtuosismo formale ma elemento essenziale dell’espressione poetica latina, tanto da rendere necessaria, per ben capire il fenomeno, la lettura del testo in lingua originale. Per questo si leggono i classici in latino e greco; altrimenti sarebbe sufficiente procurarsi una buona traduzione e sarebbe risolto per sempre l’annoso problema della fatica dei nostri poveri ragazzi, affannati sul dizionario, di fronte ai testi da tradurre.
Detto ciò, continuo a pensare che il collega autore dell’articolo abbia ragione, e che l’umanesimo dei nostri tempi debba essere costruttivo e non pedante. Altrimenti gli studi classici si riducono, come troppo spesso oggi succede in ambito universitario, a un dialogo tra esperti che “se la cantano e se la suonano” da soli, senza alcun collegamento con il mondo reale.

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Ogni tanto una buona notizia

Mi rendo conto che, da quando ho aperto questo blog, le considerazioni in negativo sulla scuola oltrepassano di gran lunga quelle confortanti, poiché tanto spesso ho parlato di “presidi e docenti trattati da pezzenti”, studenti svogliati e promossi in barba a ogni senso di giustizia, genitori pretenziosi, colleghi poco professionali e via dicendo. Il quadro che ne emerge è fatto di tinte molto scure, purtroppo però quasi sempre corrispondenti alla realtà. Ma oggi invece voglio scrivere un post in controtendenza, parlare cioè dei miei studenti più bravi e meritevoli, quelli che ogni giorno mi danno la forza di continuare a lavorare con lo stesso entusiasmo con cui ho iniziato; e ve ne sono di ragazzi capaci e volenterosi, certamente, ad onta del luogo comune secondo cui i giovani di oggi sarebbero una massa di sfaticati, di incapaci o altri bei complimenti di questo genere.
Durante il decorso anno scolastico, pur avendo dovuto affrontare situazioni non facili di studenti problematici, ne ho avuti altri che hanno ottenuto ottimi risultati, si sono vivamente interessati ai contenuti delle mie discipline ed anzi, in molti casi, se ne sono persino entusiasmati: la mia classe quarta ad esempio (ex II° Liceo Classico, che adesso ha cambiato nome) annovera molti ragazzi altamente meritevoli, che non solo hanno vivacizzato durante tutto l’anno le mie lezioni con opportuni interventi e osservazioni, ma hanno anche compiuto approfondimenti e ricerche personali di buon livello su argomenti di storia letteraria greca e latina. In particolare ha destato grande interesse il teatro greco del V° secolo a.C., una delle più alte creazioni dello spirito umano, dove si esprimono valori e si affrontano problemi che ancor oggi, dopo venticinque secoli, sono vivi e pulsanti in tutta la loro attualità. Questi approfondimenti, effettuati dai ragazzi senza alcun aiuto esterno, mi sono stati consegnati in forma multimediale ed io, dopo un attento vaglio di tutto ciò che è stato scritto, ne ho scelti alcuni che mi sembravano di particolare pregio, e li ho pubblicati sul mio sito web, nella convinzione ch’essi possano servire a chiunque, studente o docente, sia interessato, anche superficialmente, alla cultura classica. Particolare interesse hanno suscitato anche i due più grandi poeti della letteratura latina, Virgilio e Orazio.
Invito i lettori del blog, anche se non specialisti, a dare un’occhiata ai lavori personali di questi miei studenti; in tal modo alcuni di loro – probabilmente – dovranno ricredersi rispetto all’opinione che attualmente hanno sui giovani e sui loro interessi. L’url del mio sito, che invito tutti a visitare, è: http://www.bccmp.com/maros
Basta entrare nell’home page e poi cliccare sulla sezione “Ricerche studenti”.

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I concorsi della beffa

In questo periodo sono state espletate già le prove scritte dei concorsi a cattedra per i docenti. Così, per curiosità, ho voluto dare uno sguardo ai testi delle prove, per vedere se potevo in qualche modo paragonarli a quelli che affrontai io quando sostenni il mio concorso ordinario a cattedre nel 1983/84, anni lontanissimi quanto le guerre Puniche. Mi è capitato di trovare su un sito web il testo della prova di latino delle classi 51A e 52A, le stesse in cui io mi abilitai e vinsi la cattedra in quel concorso antidiluviano che ricordavo sopra. Alla lettura sono sbigottito letteralmente, non credevo ai miei occhi: tutta la prova, cui è affidata la grave responsabilità di decidere se un candidato è degno o meno di insegnare nei nostri Licei, si riduceva alla traduzione di cinque versi (sic!) di una Bucolica di Virgilio, quattro righe del Brutus di Cicerone e due domande di letteratura! Se penso che al mio concorso prima citato dovetti svolgere ben tre prove di otto ore ciascuna, la prima delle quali era un tema di italiano, la seconda una traduzione di due lunghissimi capitoli di Tacito con aggiunta di un commento e la terza una traduzione di 55 versi di Euripide dal greco al latino (sì al latino, non all’italiano, e senza la possibilità di usare il vocabolario italiano-latino) con annesso commento, queste prove di oggi mi sembrano non solo ridicole, ma addirittura offensive per quelle persone brave e preparate che pur esistono ancora oggi. Come se non bastasse, uno dei due quesiti di storia letteraria era inopportuno, se non addirittura errato, perché faceva riferimento alla produzione teatrale romana dell’età di Augusto, la quale, come sa chi si intende solo un poco di letteratura latina, non produsse opere di tal genere. E’ bensì vero che Augusto tentò di rilanciare i generi teatrali perché, essendo il teatro frequentato da tante persone, avrebbe in tal modo potuto contare su di un’ottima cassa di risonanza per la propaganda di regime; ma il tentativo non riuscì, e di tal fallimento abbiamo una chiara testimonianza, fornita di adeguate motivazioni, nella prima Epistola del II° libro di Orazio. Ciò che può afferire al teatro, in epoca augustea, è soltanto qualche opera isolata di valore (come la celebre tragedia Medea di Ovidio, che non ci è pervenuta) oppure manifestazioni di minor rilievo come il mimo e il pantomimo. La domanda è quindi del tutto inopportuna in una prova concorsuale; ma ciò non ci stupisce più di tanto, perché alle imprecisioni ed agli errori degli “esperti” (si fa per dire!) del Ministero siamo ormai abituati, anche alle prove dell’Esame di Stato per gli studenti dei Licei.
Sta di fatto, comunque, che una prova così congegnata vale poco o nulla, e non è assolutamente adeguata a valutare la preparazione di persone che dovranno divenire docenti di ruolo dei Licei; anzi, a detta degli stessi candidati con cui ho potuto parlare, questo concorso ha favorito gli avventurieri ed i cialtroni che in questi casi non mancano mai, e non soltanto perché quesiti come quelli proposti non sono credibili né probatori, ma anche perché – a detta di tutti – i soliti furbetti hanno potuto copiare come volevano servendosi di cellulari, I-phon e altre diavolerie del genere, senza che nessuno abbia controllato né impedito alcunché. Si afferma quindi di nuovo il sacrosanto principio per cui, nella nostra sventurata Patria, non è il merito né la cultura che vengono premiati, ma la furberia, la furfantaggine e l’ignoranza. Ed il primo ignorante in tutto ciò, quello che merita la corona di Re, è il nostro ministro Francesco Profumo, un illustre personaggio che avrebbe potuto meglio realizzarsi, forse, al ministero dell’agricoltura.

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