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Gli italiani e il potere

Esaminando un po’ il dibattito politico degli ultimi vent’anni ed i vari settori della società, mi sono confermato in un’idea che già da tempo avevo maturato: che cioè gli italiani, intendendo con questo termine l’opinione pubblica prevalente, sono allergici al potere, qualunque esso sia ed in qualunque forma esso si presenti. Mi pare di accorgermi che chiunque vinca le elezioni, conquisti la maggioranza e formi così un governo, va incontro inesorabilmente ad attacchi serrati che provengono da ogni parte e che si estendono, complice la televisione e gli altri mezzi di informazione, ad un numero sempre più ampio di persone. Si tratta di una diffidenza innata, un’avversione preconcetta verso chiunque abbia in mano le leve di un qualsiasi potere, e con ciò mi riferisco non soltanto a quello politico, ma a qualunque forma di autorità: negli uffici si odia il capufficio, nella scuola si critica il dirigente, nei reparti ospedalieri i medici contestano il primario e così via, e non soltanto per invidia ma anche per un diffusissimo pregiudizio secondo cui chi detiene un ruolo dirigenziale deve essere per forza disonesto, deve essere arrivato in quella posizione per occulti favori e non per merito, per chissà quali trame che ha macchinato alle spalle dei poveri mortali. Forse questa naturale avversione degli italiani per chi li governa (o possiede un qualsiasi altro potere) ha origini secolari, deriva dalla sottomissione che il nostro Paese ha patito per secoli dalle potenze straniere, la cui amministrazione era giudicata sempre negativamente perché rappresentava un qualcosa venuto da fuori, che non poteva curare l’interesse dei sudditi. Spagna, Francia, Austria ci hanno dominato per mezzo millennio, e se anche adesso sono passati oltre 150 anni dall’unità d’Italia, una naturale avversione per il potere è rimasta nel DNA dei nostri concittadini.
Rimanendo all’ambito politico, mi accorgo che chiunque ottenga una maggioranza ed un governo è subito esposto alle critiche, agli insulti ed anche alla persecuzione degli avversari; ed è questo un fenomeno peculiare dell’italiano, perché all’estero, pur essendovi ovviamente un dibattito critico ed un’opposizione spesso molto accesa, manca però la demonizzazione e la delegittimazione dell’avversario che invece, purtroppo, sono di casa qui da noi: in Germania la Merkel è la cancelliera di tutti i tedeschi, anche di quelli che non approvano la sua politica, e negli Stati Uniti Obama è il presidente di tutti gli americani, anche di quelli che non hanno votato per lui. E da noi invece? Prendiamo il caso di Silvio Berlusconi, più volte Presidente del Consiglio legittimamente eletto da libere elezioni. Orbene, dal momento che è entrato in politica e si è affermato come leader carismatico della sua parte, dalle file avversarie è partita una valanga di fango che l’ha investito in tutti i modi, con accuse del tutto infondate o almeno non dimostrate, che andavano dall’appartenenza alla mafia all’evasione fiscale e persino allo sfruttamento della prostituzione minorile, un’imputazione assurda e completamente falsa, utile soltanto ad eliminare dalla scena politica un avversario che non si riusciva a vincere con il metodo democratico delle libere elezioni. Ricorrere alla magistratura per rovinare un avversario politico, con giudici chiaramente di parte dediti in tutto e per tutto a voler dimostrare il falso, è un comportamento indegno di un Paese civile e soprattutto di una democrazia. E che le accuse fossero false e strumentali è dimostrato dal fatto che, non appena Berlusconi si è eclissato dalla scena politica, sono cessati tutti i processi, gli insulti e le persecuzioni contro di lui. Mi pare che tutto ciò dimostri chiaramente che tutta la campagna di odio scatenata dai politici, dai giornalisti e dai magistrati di sinistra aveva una matrice puramente ideologica, senza alcun rispetto non solo della persona, ma del voto dei cittadini.
Chi sale al potere si trova inevitabilmente sotto il tiro incrociato degli avversari, i quali non rifuggono dall’impiegare metodi non ortodossi e spesso incivili pur di abbattere il “nemico”; e chi ha un minimo di spirito democratico non può che inorridire di fronte a tanta falsità e tanta volgarità. Quel che ha subito Berlusconi anni addietro, infatti, lo sta subendo oggi Renzi, contestato a destra e manca con argomenti spesso ridicoli, che evidenziano soltanto il fatto che l’opinione pubblica italiana non sopporta chi ha in mano il potere, chiunque esso sia. Si è cominciato col rinfacciare a Renzi di non essere stato eletto dal popolo, ed è un’accusa assurda perché la Costituzione non dice affatto che ogni governo debba passare attraverso le elezioni: durante la prima repubblica, nello spazio di cinque anni quanto deve durare una legislatura, si succedevano anche sei-sette governi e tutti, a eccezione forse del primo. mancavano della legittimazione popolare. Ma fosse soltanto questo! C’è molto di peggio: qualunque iniziativa abbia preso l’attuale governo, altro non ha ottenuto che scatenare critiche e insulti; eppure a me sembra che qualcosa di positivo sia stato fatto, a cominciare dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, che non sono affatto una “miseria” come gli avversari dicono, ma possono aver contribuito sensibilmente ai bilanci familiari. E lo stesso si potrebbe dire per molti altri provvedimenti che, pur non essendo perfetti, hanno comunque portato qualche effetto benefico sull’economia e sulla vita dei cittadini. E invece l’italiano medio, certo sobillato da forze eversive e qualunquiste come i seguaci del comico Grillo, non riconosce nulla, non approva nulla; anzi, si forma e si cementa l’idea che i politici siano tutti ladri, mafiosi e corrotti, e nessuno riesce a eliminare questa stupida generalizzazione cui solo gli ignoranti e i disinformati possono prestare fede. Il problema, purtroppo, è che gli ignoranti, i disinformati e i cafoni sono moltissimi, milioni di individui che per la loro pochezza mentale non dovrebbero neanche votare, ed invece purtroppo votano e si lasciano condizionare dallo sfascismo dei ridicoli demagoghi (ignoranti e disinformati pure loro) del Movimento Cinque Stelle, i quali cavalcano la tigre dell’ignoranza popolare per intorbidire le acque e per diffondere idee del tutto errate. Che vi siano politici corrotti è vero, ma non è certamente vero che tutti lo siano; che il governo possa sbagliare è vero, ma non è certamente vero che sbagli ogni cosa, per cui sia legittimo dire sempre di no a tutto senza neanche conoscere l’argomento di cui si parla; che poi l’Italia sia stata rovinata dai politici e sia ridotta alla miseria a me non pare, perché vedo che il livello di vita delle persone è più o meno lo stesso di alcuni anni fa, e se pure non lo fosse la colpa non è certo di chi ha governato gli ultimi due anni. E poi l’essere onesti, ammesso e non concesso che i “grillini” lo siano, non è sufficiente per assumersi responsabilità di governo; dico anzi che è inutile essere onesti quando si è incompetenti e incapaci, come si è chiaramente evidenziato in tutte le situazioni in cui i Cinque Stelle hanno amministrato o dovuto prendere iniziative. Chi è corrotto fa anzitutto gli interessi suoi, ma può fare anche quelli altrui; chi è incapace non fa del bene a nessuno, né a se stesso né ad altri.

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La democrazia, da Euripide ai giorni nostri

In questo periodo estivo, quando il pensiero esula dai consueti problemi di lavoro, mi sono riproposto di non parlare di scuola, almeno fino a settembre, e di esprimere invece riflessioni su altri argomenti. In questo caso lo spunto per parlare di democrazia, l’unica forma di governo che oggi pare giusta ed attuabile, mi viene da una tragedia di Euripide, Le Supplici, che ho avuto il piacere di leggere quest’anno in classe con i miei alunni di quarta. In essa si parla del re Adrasto di Argo che, accompagnato dalle madri dei caduti nella celebre guerra dei “sette contro Tebe” (le supplici, appunto), viene ad Atene per chiedere al re Teseo di aiutarlo nel recuperare i corpi dei loro congiunti, che i tebani si rifiutano di restituire con la volontà di lasciarli insepolti. Nel secondo episodio della tragedia interviene un araldo di Tebe, il quale osa diffidare Teseo dall’impresa dl recupero dei cadaveri dei caduti, minacciandogli la guerra in caso di disobbedienza agli ordini del re tebano Creonte. In quell’occasione Euripide istituisce un interessante confronto tra il regime politico con cui è governata Tebe (la monarchia) e quello di Atene (la democrazia) compiendo con ciò anche un consapevole anacronismo, attribuendo cioè all’età mitica di Teseo l’esistenza del regime democratico che è in realtà molto più recente; a ciò si aggiunge anche un’incongruenza, perché Teseo è presentato come un re all’interno però di una costituzione dove il vero sovrano è il popolo. Comunque, al di là di queste incoerenze pur sempre perdonabili all’interno della finzione teatrale, il vero fulcro della discussione fra Teseo e l’araldo è la legittimità e l’efficacia del regime democratico, del quale il tebano elenca i più pesanti inconvenienti: in primo luogo, quando si è in troppi a decidere, si rischia che le decisioni vengano prese tardi e male, dopo lunghe discussioni spesso inutili o condizionate dall’interesse di qualcuno in particolare; in secondo luogo (ed è questo il vero nodo della critica) nella democrazia assembleare chi sa parlare meglio, chi riesce a convincere la maggioranza degli astanti delle proprie tesi induce il popolo a prendere decisioni avventate e addirittura catastrofiche per avvantaggiare in realtà se stesso, per brama di denaro o di gloria personale. Il demagogo finge di compiacere la massa, la lusinga con promesse e con dolci parole, ma in realtà mira soltanto al proprio vantaggio personale o quello della sua consorteria. E poi – continua l’araldo tebano – “il povero che lavora la terra non ha tempo da dedicare alle faccende pubbliche”, il che significa che, nonostante il populismo dei demagoghi, nella fattispecie chi decide sono sempre le classi dominanti: la democrazia, in tale prospettiva, altro non è che un’oligarchia camuffata e ingannevole. Da tutto ciò non deriva automaticamente, a mio parere, la conclusione che alcuni studiosi hanno tratto da questa parte della tragedia, che cioè Euripide fosse contrario alla democrazia; diciamo piuttosto che ne vedeva i limiti e i difetti, così come li vedeva il grande storico quasi suo coetaneo, Tucidide, che nel celebre discorso del II° libro delle sue Storie fece esporre a Pericle la democrazia così come avrebbe dovuto essere, non com’era in realtà, allo stesso modo di come Euripide fa parlare Teseo quando replica all’araldo tebano.
Lo spunto classico, che ovviamente è sempre presente alla mente di un professore di Liceo, mi induce a chiedermi se le parole che Euripide fa dire all’araldo tebano possano o meno applicarsi alla democrazia moderna, quella che oggi – almeno nel mondo occidentale – è ritenuta l’unica forma di governo ammissibile. E’ vero che il concetto moderno è ben diverso da quello antico, perché oggi possiamo al massimo parlare di democrazia rappresentativa (il popolo elegge i suoi rappresentanti in Parlamento ma non partecipa direttamente alla formulazione delle leggi), mentre nell’antica Atene la democrazia – almeno apparentemente, come il testo euripideo ci insegna – era diretta, nel senso che tutti i cittadini potevano partecipare all’assemblea popolare (ekklesìa) e avanzare proposte al parlamento (la boulè); diciamo piuttosto che le democrazie moderne derivano in gran parte dalla Rivoluzione francese del 1789, essendosi poi perfezionate nel corso della storia successiva. Ma il principio di fondo è lo stesso: il popolo vota, elegge i suoi rappresentanti che poi decidono a maggioranza sulle decisioni da assumere. Ma l’interrogativo che si pone Euripide, secondo me, è ancora attuale: esistono difetti di fondo nel regime democratico? siamo sicuri che sia la migliore o l’unica forma di governo?
A me pare che il problema enunciato nelle Supplici, l’esistenza cioè di demagoghi che condizionano con le loro promesse e le loro blandizie il voto degli elettori e la conseguente attribuzione del potere, sia quanto mai attuale: anche oggi chi sa essere più convincente utilizzando la TV ed i mezzi multimediali ottiene il maggior consenso, salvo poi dimenticarsi delle promesse fatte non appena ottenuta la maggioranza dei voti e assunto il potere. Direi anzi che il problema della demagogia e del populismo c’è molto più oggi che nell’antichità; lo si vede dal fatto che, oltre a coloro che sono al potere e fanno gli interessi propri anziché quelli di chi li ha votati, ci sono anche altri che cercano di conquistarsi il favore delle masse popolari rimestando nel torbido ed evidenziando in ogni modo i problemi irrisolti e le difficoltà della gente per ottenere voti a loro volta: il crescere dell’antipolitica ad esempio, provocato da Grillo e dai suoi per ottenere consensi, ha portato ad uno scontro dialettico che impedisce il reale progresso del Paese, perché dire sempre di no a tutto e criticare ogni iniziativa presa dal governo è atto demagogico ed eversivo almeno quanto quello di chi governa o ha governato a vantaggio proprio.
C’è poi un’ultima riflessione che vorrei fare. In democrazia, si sa, vince la maggioranza, nel senso che a prevalere è chi ha anche un solo voto più dell’avversario; e questo vale sia per le elezioni cui possono partecipare tutti i cittadini sia per ogni altro genere di assemblea. Ma siamo sicuri che la maggioranza abbia sempre ragione e decida per il meglio? O non è vero piuttosto quello che diceva il filosofo inglese Stuart Mill, che cioè la democrazia altro non è se non “la dittatura della maggioranza”? Da molto tempo mi pongo questo problema, potendo constatare che nella storia tante volte hanno avuto ragione le minoranze, anche singole persone contro intere comunità: Galileo Galilei era solo o quasi a pensare che la terra ruotasse attorno al sole e non viceversa, e subì anche persecuzioni dalla Chiesa per questa sua idea, eppure aveva visto giusto. Perciò mi chiedo se non sarebbe meglio che lo Stato, come voleva Platone, fosse governato dai filosofi, cioè da persone colte e competenti che avessero una specifica preparazione in quella grande scienza che è la politica, senza eleggere invece uomini e donne che spesso non solo hanno una dubbia moralità, ma sono anche incompetenti sui problemi specifici di cui si debbono occupare (e le riforme della scuola ce lo dimostrano senza dubbio). Oltre a ciò a me pare inconcludente (e qui so di esprimere un concetto che può sembrare eversivo) che a votare siano tutti i cittadini, e che il voto dell’ultimo ignorante conti quanto quello di un premio Nobel: se veramente si vuol far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati, dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una certa cultura e di una coscienza politica, perché in caso contrario ritorna d’attualità il pensiero di Euripide, cioè che il demagogo ed il populista hanno buon gioco a convincere le masse poco acculturate (per non dire ignoranti del tutto) ad appoggiare le loro mire ed a creare così un regime che della vera democrazia ha solo la parvenza. Pur sapendo che la realizzazione di quanto qui detto è improponibile, io continuo a ritenere che il regime democratico, almeno come lo si intende oggi nei paesi occidentali, non sia necessariamente il migliore, e che anzi non sia neanche l’unico possibile.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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La TV e l’antipolitica

Domenica scorsa ho assistito al programma di RaiUno “L’Arena”, condotto da Massimo Giletti nel primo pomeriggio, e debbo dire che l’impressione che ne ho tratto non è stata affatto positiva. Nel trattare argomenti di attualità (in quel caso la recente alluvione di Genova) il conduttore e gran parte del pubblico si sono lanciati in una serie di accuse veementi contro la classe politica e gli amministratori in generale, indicandoli al pubblico disprezzo come artefici e cause di tutti i mali del nostro tempo.
Siccome a me piace fare l’avvocato del diavolo, mi viene da sostenere che questo clima di caccia alle streghe contro una sola categoria di cittadini mi pare esagerata e a volte ingiusta; non solo perché esistono anche politici e amministratori onesti, cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ma anche perché i lacci e lacciuoli burocratici che esistono nel nostro Paese tarpano le ali anche a chi è animato da una sincera volontà di fare qualcosa di buono per i cittadini. Basti pensare all’estrema facilità con cui si può ricorrere ai TAR (tribunali amministrativi regionali) contro qualunque provvedimento delle amministrazioni, con conseguente blocco dei lavori per mesi ed anni ed una coda di pastoie giudiziarie che non finiscono più. Una volta che un’opera viene decisa per interesse pubblico (come appunto quello di evitare le alluvioni) nessuno dovrebbe potersi opporre, ed i lavori ultimati entro una data stabilita. Se non si elimina la giustizia ingiusta e inutile, sarà difficile ottenere qualche risultato apprezzabile.
Tornando alla trasmissione di domenica scorsa, ed anche a tante altre sulle varie reti, io ritengo inopportuno e dannoso fare propaganda, mediante la TV di Stato, contro lo Stato stesso e le persone che lo rappresentano. Si parlava degli stipendi dei politici e degli impiegati del Parlamento, denunciando lo scandalo di retribuzioni troppo alte. A parte il fatto che gli stipendi lì dichiarati erano lordi (quindi il netto è circa la metà), ma non si è tenuto conto che ci sono categorie di cittadini che guadagnano molto di più dei politici, e nessuno si scandalizza per questo. Che dire dei medici specialisti, che prendono anche 150 euro per una visita di 10 minuti e spesso non rilasciano nemmeno la ricevuta fiscale? Che dire degli avvocati di grido, con parcelle milionarie? Che dire di certi commercianti e artigiani che lavorano in privato, per lo più al nero, guadagnando il 200 per cento sui prodotti che vendono? Di quelli nessuno parla, anzi costoro si lamentano pure di dover pagare le tasse e spesso denunciano redditi ridicoli, per cui un gioielliere del centro di Roma risulta più povero di un cameriere o di un operaio. Perché non fare indagini serie sul tenore di vita delle persone e metterli in manette se dichiarano magari 20.000 euro all’anno e poi hanno lo yacht e la villa con piscina?
Con questo non intendo dire che politici e amministratori non abbiano le loro colpe e le loro corruzioni, ma mi pare ingiusto questo clima di caccia alle streghe che si rivolge contro una sola categoria e viene portato avanti dalla TV di Stato, i cui “lavoratori”, come si sa, sono pagati profumatamente. Se Giletti si scandalizza per gli stipendi dei politici, perché non dice qual è il compenso che gli elargisce la Rai, pagata con i soldi di tutti, per condurre una trasmissione di un’ora alla settimana?
E poi c’è un altro grave problema: che cioè queste requisitorie televisive alimentano l’antipolitica, un rovinoso fenomeno dei nostri tempi che porta i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, a non collaborare per il bene comune, a chiudersi nell’individualismo e nel disfattismo, tutti atteggiamenti che minano gravemente la reputazione del nostro Paese e la stessa vita pubblica e privata di ciascuno di noi. Abbiamo visto concretizzarsi questo spaventoso atteggiamento mentale nel successo che, alle ultime elezioni, ha avuto il comico Beppe Grillo, fondatore di un movimento disfattista e violento che non dialoga con nessuno, non collabora con nessuno, è capace solo di urlare volgarità e di dire sempre di no, pregiudizialmente, a tutto e a tutti. Questo livello di inciviltà a cui ci ha abituato il M5S (movimento “cinque stalle”, io lo chiamo così) è frutto di un’antipolitica becera e qualunquista, oggi purtroppo alimentata anche da coloro che, lavorando in un’azienda pubblica (la Rai) dovrebbero presentare ai cittadini la verità oggettiva, non cercare squallidamente, con questi atteggiamenti demagogici, di guadagnarsi l’applauso personale ed un successo che non meritano.

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Riforme e ostruzionismo

Osservando ciò che sta accadendo sul fronte della politica in questi ultimi tempi, mi sembra che si debba dare atto a Renzi ed al suo governo di essere almeno un po’ diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro per la chiara volontà di cambiare qualcosa in questo Paese: mi riferisco alle riforme costituzionali ed alla legge elettorale, attualmente in discussione in Parlamento. Forse qualcuno dirà che ci sono altre priorità, come il problema della disoccupazione e quello del costo del lavoro, diventato ormai insostenibile a causa dell’esagerato carico fiscale che incombe sulle imprese; è infatti assurdo, a mio giudizio, che un’azienda debba pagare ogni mese 2500 euro o più per un operaio che ne riceve, al netto delle trattenute, appena 1200, uno stipendio del tutto inadeguato alle esigenze di vita attuali. Eppure anche le riforme istituzionali sono importanti, perché una diversa gestione del potere legislativo ad esempio, ottenibile con la fine del bicameralismo perfetto (un’anomalia soprattutto italiana) e la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a far risparmiare soldi allo Stato consentirebbe anche di approvare e promulgare le leggi sul lavoro e sulle altre questioni importanti di ogni settore sociale in un tempo minore ed in modo più agevole. Quindi io stesso, che pure non mi sono mai riconosciuto nella parte politica da cui proviene Renzi ed il suo partito, apprezzo i suoi sforzi per realizzare finalmente delle riforme di cui il Paese ha bisogno e che si aspettano ormai da vent’anni o più.
Ma ecco che, come sempre accade ogni volta che qualcuno ha dei buoni propositi e cerca di realizzarli, qualcun altro si diverte a mettere i bastoni tra le ruote, impedendo ogni cambiamento e rendendosi quindi interprete di un conservatorismo e di un immobilismo propri di una mentalità della quale una volta si accusava la destra e che veniva chiamata reazionaria. Mi riferisco al vergognoso ostruzionismo messo in atto, in Senato, dalle opposizioni ed in particolare dai seguaci del buffone Beppe Grillo, il cosiddetto “Movimento cinque stelle”, che io ho ribattezzato “Cinque stalle” osservando l’aspetto e l’eloquio di alcuni di loro come la Taverna o la Lombardi, tanto per citarne solo due. Costoro sono stati eletti e mandati in Parlamento da cittadini che si aspettavano un cambiamento dello status quo, che confidavano in loro per combattere la vecchia politica; ed invece quello che i grillini stanno facendo adesso è l’esatto contrario, perché stanno ostacolando con ogni mezzo (anche con la volgarità e l’insulto becero di cui si fanno vanto) proprio quel cambiamento del quale avrebbero dovuto farsi portatori. Con il loro ostruzionismo, con il loro dire sempre e comunque di no a tutto, con l’assenza di qualsiasi proposta sensata, costoro vogliono in realtà il mantenimento della situazione attuale, di un Senato che in pratica serve soltanto a complicare l’iter delle leggi ed a gettare sabbia nel motore del rinnovamento, la permanenza di quei privilegi e di quegli sprechi che dicevano di voler eliminare. Anche questo dimostra che le buffonate come quella dell’essere dalla parte dei cittadini ed il “Tutti a casa”, che i grillini sventolavano qualche tempo fa, erano enormi falsità, delle colossali bugie con le quali hanno ingannato milioni di italiani. In realtà essi si sono inseriti subito nel meccanismo della vecchia politica, tanto da volerne mantenere ad ogni costo i privilegi e le inefficienze. Lo dimostrarono anche quando, in occasione dell’elezione del Presidente della repubblica, sostennero addirittura Rodotà, un residuato bellico del vecchio regime e della sinistra più oltranzista e supponente. E anche adesso non vogliono la riforma o l’abolizione del Senato, che sarebbe una soluzione ancora migliore, perché hanno da mantenersi la poltrona. E poi i ladri sarebbero i partiti tradizionali!
La verità è che quando un movimento nasce dalla pura protesta, dalla cosiddetta antipolitica, riceve sì sul momento il consenso di tanti illusi qualunquisti (come io giudico chi ha votato Grillo) che fanno di ogni erba un fascio e gettano sui politici tutte le colpe possibili (piove, governo ladro!), ma poi i nodi vengono al pettine; perché non basta urlare e protestare, non basta dire sempre di no, qualcosa di logico e di realizzabile si deve pur proporre, si deve collaborare con qualcuno visto che, nonostante il malaugurato 25 per cento che hanno avuto alle elezioni, non possono certo decidere tutto da soli. Costoro si sono isolati, non hanno mai collaborato con nessuno né fatto una proposta concreta, e adesso si scagliano contro Renzi perché finalmente vuole cambiare qualcosa nelle istituzioni di questo Paese, modificare giustamente una Costituzione che andava benissimo nel 1948, ma che non è più adatta ai tempi ed alla società attuali. In parte vanno compresi, poveracci che non sono altro, perché sono stati presi alla sprovvista da un presidente del Consiglio diverso dagli altri, che non possono certo accusare di conservatorismo o di immobilità; per questo si trovano in difficoltà, perché la protesta fine a se stessa, oltre ad essere inconcludente, diventa addirittura assurda quando la controparte mostra di saper fare proposte concrete. Di qui il loro smarrimento, l’urlo impotente di chi sa di essere destinato a perdere sempre più consensi, come si è visto anche alle recenti elezioni europee, dove tuttavia una parte ancora consistente di italiani (il 21 per cento) ha continuato ad illudersi e a dare fiducia ad un’accozzaglia di sprovveduti guidata da un comico e da un “guru” impresentabile e sgradevole anche alla vista. Ma prima o poi questi elettori, pur poco lungimiranti quali sono, si renderanno conto della verità e così il grillismo finirà come finì nel ’48 l'”Uomo qualunque”, annegherà cioè nel proprio disfattismo e nella propria inconcludenza.

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I profeti di sventure non mancano mai

Chi sono i profeti di sventure? Quelli che si lamentano di tutto, che dicono e ribadiscono che non va bene nulla e che finiremo tutti sul lastrico a chiedere l’elemosina, o qualcosa di simile. Sono le Cassandre del XXI secolo, una specie di individui che in Italia ha sempre prosperato e continua ancor oggi a prolificare. Basta accendere la tv e seguire un programma di attualità e ci rendiamo conto che questi gufi non mancano mai e non cessano di ripetere il loro lugubre ritornello: che tutti i politici sono ladri, mafiosi e delinquenti, che l’economia va malissimo, che le tasse ci soffocheranno, che moriremo di fame in breve tempo, e altre belle profezie di questo tipo. Questa abitudine al disfattismo e al pessimismo cosmico è un male tipicamente italiano, di un popolo cioè che non ha fiducia in niente ed in nessuno, e che sa solo lamentarsi e gettare sugli altri tutte le colpe possibili e immaginabili; non è così negli altri paesi, dove i cittadini si chiedono – caso mai – cosa possono fare loro per migliorare la situazione, non piangersi addosso e continuare a pronosticare guai e sciagure. Qualche anno fa questa abitudine era solita contraddistinguere la sinistra nostrana, che al tempo del governo di centro-destra seguitava a prevedere mali e disgrazie di ogni risma, tanto che Berlusconi ebbe a definire queste voci, provenienti dagli uomini e dagli organi di informazione di partito, le “Cassandre della sinistra”. La definizione è azzeccata, perché nella mitologia greca Cassandra era appunto una profetessa che aveva avuto dagli dèi un singolare destino: sapeva prevedere il futuro ma era condannata a non essere mai creduta. Così accade anche nell'”Agamennone” di Eschilo, dove Cassandra, ormai schiava del condottiero greco, prevede in una scena del forte pathos la morte sua e del suo padrone, ma come al solito non viene creduta e va incontro quindi alla propria triste sorte. Dev’essere dura, senza dubbio, prevedere eventi importanti e non ricevere credito da nessuno!
Le Cassandre di oggi, invece, fanno breccia nella mente dei cittadini italiani, ormai votati al disfattismo e all’idea della rovina totale, tanto da fidarsi – alle elezioni – di avventurieri senza scrupoli e senza idee come i sostenitori di Beppe Grillo, che ha fatto dello sfascismo la propria bandiera politica. I suoi servitori in Parlamento non trattano con nessuno, non si confrontano con nessuno, sono capaci solo di urlare, contestare e insultare gli altri al grido di “tutti a casa”, come se potesse esistere una democrazia senza politici e senza partiti. Si tratta di una deriva pericolosa ed eversiva alla quale i cittadini, se hanno un po’ di intelligenza e di coscienza, si dovrebbero ribellare sdegnosamente, anziché ascoltare i proclami deliranti dei paladini a 5 stelle, le Cassandre del nostro tempo. Nonostante sia palese l’inconsistenza totale di questo movimento, la tv continua a dare spazio a Grillo, al suo blog, ai suoi comizi da tribuno gracchiante, anziché rinfacciargli le menzogne di cui si riempie la bocca ad ogni pié sospinto. Ne ricordo una sola: nella primavera dell’anno scorso (2013) Grillo disse (anzi urlò) con la sua solita istrionica sicurezza che lo Stato non aveva fondi per pagare i suoi dipendenti e che quindi, da settembre in poi, non sarebbero più stati corrisposti i nostri stipendi. Invece, come ognuno può constatare, gli stipendi sono stati pagati regolarmente fino ad oggi, compreso il prossimo del corrente mese di aprile 2014. Perché nessuno rinfaccia a questo soggetto le sue fanfaronate degne del “Miles gloriosus” di Plauto, e tante persone continuano ad ascoltarlo come fosse un Messia, quando è soltanto un ciarlatano privo di ogni credibilità?
In questi mesi siamo dinanzi ai primi segnali di ripresa dell’economia, che non vanno sottovalutati; anzi, i dati positivi debbono essere seguiti dall’impegno e dalla collaborazione di tutti, facendola finita una buona volta con questo vittimismo e questo disfattismo che purtroppo – per colpa del movimento grillino ma non solo – continua a prosperare con tanta vigoria, proprio perché appartiene ai caratteri genetici dell’italiano medio, sempre pronto a lamentarsi, a piangersi addosso, a lasciarsi andare al più nero pessimismo. Io invece, dal canto mio, voglio sperare che la situazione generale del nostro Paese possa migliorare, soprattutto per i giovani, che hanno il sacrosanto diritto di trovare un lavoro e vivere serenamente la propria vita senza dover emigrare all’estero. Dobbiamo avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, altrimenti tutto precipita del baratro del nichilismo, da cui non ci risolleveremo mai. Il tentativo di Matteo Renzi, giovane e promettente leader politico, va seguito con attenzione e fiducia, perché certamente è diverso da quelli che l’hanno preceduto. Può darsi che fallisca anche lui, non c’è dubbio; ma almeno lasciamolo tentare, aspettiamo a giudicarlo almeno per qualche mese prima di emettere le solite sentenze di condanna definitiva che vengono pronunciate, aprioristicamente, su tutti i politici. I 5 stelle hanno già cominciato a dargli del venditore di pentole e del mentitore, prima ancora di vedere cosa realmente farà; ma certo loro possono farlo, il loro profeta Grillo ha la presunzione di giudicare tutti e tutti, di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri senza vedere la trave che è nel suo. Per me lui e il suo movimento non sono altro che delle Cassandre, non perché siano veramente profeti, ma perché non credo a nessuna delle loro parole, anzi dei loro guaiti e dei loro ululati da lupi in gabbia.

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Il piccolo ducetto a cinque stelle

Se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, in questi giorni tutti i dubbi sulla mancanza assoluta di democrazia e di dialogo all’interno del movimento “cinque stalle” (l’errore è volontario) si sono dissipati: il loro piccolo duce barbuto, il comico Beppe Grillo, ha espulso unilateralmente dal movimento tutti coloro che si erano azzardati ad esprimere idee diverse dalle sue. Questi erano i metodi usati da tutti i tiranni e i dittatori che la storia ci ricorda: umiliare e cacciare chiunque non si allinea al pensiero dominante. Solo che i dittatori e i tiranni avevano comunque una personalità, un carisma, un potere, per quanto gestito in modo ingiusto; ma qui i parlamentari del M5S obbediscono a un istrione che mai ha fatto altri interessi se non i suoi, e che è diventato ricchissimo proprio sfruttando quel sistema politico che adesso dice di voler abbattere. Ha mandato in parlamento una massa di sprovveduti che altro non sanno fare se non urlare, insultare gli altri, assaltare i banchi del governo senza mai costruire nulla, a parte qualche proposta fantascientifica come quella del “reddito di cittadinanza”, che fa ridere solo a sentirla; se infatti adesso criticano Renzi perché non avrebbe le coperture economiche per i 10 miliardi di euro che intende restituire a chi guadagna meno, dove troverebbero loro i soldi per dare uno stipendio a tutti, che verrebbe come la manna dal cielo e che costerebbe minimo 70 miliardi? Mistero. A criticare, a denigrare gli altri siamo tutti capaci, ma la cosa cambia aspetto quando bisogna mettere la faccia su ciò che si dice e si intende fare. Per ordine insindacabile del loro ducetto, del quale sono fedeli esecutori privi di personalità e di volontà propria, i parlamentari del M5S non si mettono mai in gioco, non collaborano con nessuno, sono capaci di dire sempre e soltanto di no, pregiudizialmente, senza neanche mettere alla prova chi sta cercando di fare qualcosa per il paese. E’ questa l’inconcludenza di chi non sa neppure lontanamente cos’è la politica, che è dialogo e collaborazione, non chiusura ermetica in una torre d’avorio dalla quale pontificare senza mai doversi assumere delle responsabilità. E il bello è che chi, anche parzialmente, vorrebbe uscire da questa inconcludenza, viene cacciato appena esprime un’idea anche lontanamente in contrasto con gli ordini perentori di un istrione che, oltretutto, è fuori dal Parlamento perché pregiudicato per omicidio colposo. Bell’esempio di democrazia e di tolleranza! Se queste sono le novità che esprime la politica attuale, siamo costretti a rimpiangere i vecchi politici della prima repubblica, che con tutti i loro difetti sapevano però mettersi in gioco, rispettare gli avversari e soprattutto tollerare il dibattito interno, senza cacciare a pedate chi non esegue servilmente gli ordini del padrone.

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Libertas e licentia, ovvero il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle”

Gli antichi Romani, saggi com’erano nella vita privata e soprattutto in quella pubblica, distinguevano nettamente tra due concetti: quello della “libertas”, che designava la condizione del cittadino libero ma soggetto alle leggi, e quello della “licentia”, ossia l’atteggiamento sfrenato e arrogante di chi credeva di potersi permettere tutto ed essere al di sopra delle leggi. Il primo dei due concetti era sacrosanto, il secondo invece esecrato e punito, soprattutto quando era assunto da chi aveva responsabilità politiche e cariche pubbliche. Anche il celebre Scipione Africano, il vincitore di Annibale, fu sottoposto a processo e condannato per corruzione, proprio perché si era arrogantemente preso la “licentia” di appropriarsi di una somma di denaro dovuta allo Stato.
Gli antichi, sia Greci che Romani, avevano il senso della misura e quindi, pur salvaguardando il principio della libertà di parola e di espressione, non permettevano mai che si oltrepassassero i limiti della decenza e del buon gusto. Ma oggi purtroppo, forse anche perché si è perduto il senso storico e non si conoscono abbastanza le norme del vivere civile in cui gli antichi erano grandi maestri, questo limite si è largamente superato e i due concetti di “libertas” e di “licentia” vengono grossolanamente confusi: da alcuni decenni a questa parte, infatti, si è affermata ovunque (in tv, sulla stampa, nella vita sociale e politica) la logica del “se pò fà”, cioè la falsa credenza che sia lecito a ciascuno di dire e fare quel che vuole, infischiandosene delle leggi scritte e di quelle non scritte, quelle cioè del decoro e della coscienza umana. Con la scusa della libertà di parola e di stampa, giornalisti e uomini politici, per non parlare della gente comune, credono di poter insultare impunemente chiunque, diffamando e calunniando vergognosamente coloro che ritengono i loro avversari (o meglio nemici), e inveendo sconciamente con insulti, parolacce ed espressioni che farebbero vergogna anche ai carrettieri e agli scaricatori di porto.
Finché la cosa rimane nei bar o nelle strade, passi; ma quando in tv o addirittura in parlamento si ricorre all’insulto e al turpiloquio come normale linguaggio di espressione politica, significa che la barbarie e la bestialità umana sono giunte a tal punto che personaggi come Attila o Ivan il Terribile al confronto sono agnellini. Basti pensare al comportamento indegno e vergognoso del Movimento Cinque Stelle, che sarebbe meglio chiamare “cinque stalle”, vista l’elevatezza culturale e umana dei loro rappresentanti parlamentari. Questi soggetti, che si fa fatica a definire esseri umani, si sono presentati come coloro che portavano l’onestà nella politica, che volevano mandare a casa i politici ladri, che avrebbero cambiato tutto in meglio, e così hanno ingannato i gonzi che li hanno votati. Poi, una volta entrati nelle istituzioni, non hanno mai fatto né proposto nulla di positivo, ma si sono limitati ad abbaiare come cani arrabbiati contro i “nemici”, distruggendo tutto e non costruendo mai nulla. Ultimamente, poi, se ne sono usciti con espressioni e affermazioni che neanche il più volgare cafone riconoscerebbe come sue: tra di esse l’ultima perla è certamente il discorso pronunciato al senato dalla Taverna (il nome dice tutto, ad indicare che tipo di donna sia costei) il giorno della decadenza di Berlusconi, il giorno in cui gli avvoltoi della sinistra e gli sciacalli del M5S hanno trionfato e brindato sul cadavere della loro preda, rivelando tutta la vigliaccheria che ben li distingue. La Taverna non solo ha insultato pesantemente il “nemico”, ma ha anche detto, con gran decoro e finezza femminile, di voler sputare addosso a Berlusconi.
Ecco, questo è il livello dei politici italiani. Ed il bello è che Beppe Grillo e i suoi si erano presentati come coloro che avrebbero portato grandi novità nella politica. E quali sono queste novità? Il turpiloquio, l’insulto, la diffamazione, la menzogna più sfrontata, proprio delle belle novità di cui possiamo andare fieri; e se Berlusconi, come dicono, ci ha reso ridicoli all’estero, che gran lustro ci darà la Taverna se all’estero conosceranno il linguaggio suo e dei suoi? Non solo nell’antica Grecia e Roma, incunaboli della nostra perduta civiltà, ma in nessun altro Paese civile sarebbe stato permesso a una donnetta ignorante e volgare di usare il linguaggio postribolare che, a quanto pare, le è familiare e col quale ha inteso infangare un “nemico” che invece, a dimostrazione della stupidità sua e dei suoi, finirà per favorire. In un Paese civile essa sarebbe stata quanto meno espulsa dal Senato per sempre e denunciata, come meriterebbe in pieno. Ma da noi, si sa, la libertà di insulto e di diffamazione, il turpiloquio, sono ormai tollerati e anzi anche lodati da una televisione e da certi giornali che sarebbero buoni soltanto per essere gettati nella spazzatura.
La violenza, verbale e non solo, del Movimento Cinque Stelle è sotto gli occhi di tutti e non può più esere tollerata: le istituzioni devono reagire, anche con leggi coercitive se necessario. Si permette ad un buffone come Grillo di insultare il Presidente della Repubblica e nessuno fa nulla? Non esiste più il reato di vilipendio alle istituzioni? Io non me lo spiego, se non pensando al timore che può incutere un mentecatto solo perché ha avuto i voti alle elezioni, fingendo di essere contro e al di fuori della politica tradizionale. Anche questo non è vero, perché i grillini hanno dimostrato con le loro esternazioni di non essere affatto “neutrali”, ma di avere tra le loro file tanti residuati bellici del vecchio sinistrume extraparlamentare e fiancheggiatore del terrorismo: si nota senza dubbio dal sostegno che danno, ad esempio, al movimento No-Tav, dai discorsi scellerati di chi tra loro ha esaltato gli assassini di Nassiryia, dalle farneticazioni di un certo Bernini (M5S) che ebbe a dire, in un intervento al parlamento, che l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle fu organizzato dagli americani stessi, e altre nefandezze simili che ci richiamano alla mente i proclami delle Brigate Rosse. Sono estremisti travestiti, individui pericolosi e violenti che lo Stato democratico non può tenere al suo interno, perché rischia di essere un cancro che distrugge da dentro le istituzioni stesse.

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L’urlo dello sciacallo

Dopo la recente sentenza di condanna di Silvio Berlusconi da parte della Cassazione, sono tornati a farsi sentire gli sciacalli giustizialisti e forcaioli, primo di tutti il sig. Beppe Grillo ed i suoi servi seduti in Parlamento. Appena appresa la notizia, l’ineffabile “guru” del movimento ha subito chiesto che il Parlamento faccia decadere Berlusconi da senatore e lo dichiari ineleggibile. A parte il fatto che ciò sarebbe offensivo per quei 10 milioni di italiani che – votino o no per il PDL – non si riconoscono nell’area politica della sinistra, ma ciò che indigna di più è il fatto che proprio il sig. Grillo, che insulta e attacca tutti nel nome del nulla e della totale inconcludenza, è stato condannato egli stesso, addirittura per omicidio colposo di tre persone. Come può avere il coraggio un pregiudicato, perché di questo si tratta benché il reato sia solo colposo, di inveire contro gli altri e continuare a vomitare ingiurie a destra e a manca? Perché nel nostro Paese, nel nome di un malinteso concetto della libertà di espressione, si permette che un individuo di quella fatta, spregevole anche solo a vedersi, possa impunemente insultare tutti senza contraddittorio e senza che la magistratura prenda alcuna iniziativa? Forse perché il suo movimento ha avuto molti voti? Ma si tratta di voti qualunquisti, di pura protesta, senza alcuna precisa volontà politica; e anche i parlamentari dei 5 stelle, come ben si può notare già adesso, o sono incompetenti totali oppure si adeguano molto presto ai privilegi ed alle furberie della politica. E poi è inutile che si nascondano dietro il velame dell’antipolitica: il movimento di Grillo in realtà è di estrema sinistra, ha adottato il linguaggio becero di quella parte politica, ne condivide le idee (v. il sostegno al movimento No-Tav ed ai centri sociali, per esempio) e ne condivide anche l’odio feroce e distruttivo contro Berlusconi e il centro-destra in generale. Non credo però, quando torneremo a votare, che gli italiani si faranno imbrogliare ancora da questo guitto da baraccone.
Quindi anche Grillo, come tutta la sinistra, fa fronte comune contro il “diavolo”, il “Caimano”, come l’ha chiamato un loro regista, piuttosto insipido in verità. E la Magistratura, come vediamo da molti anni, si adegua, e colpisce da una parte sola. Io ricordo bene gli anni di Tangentopoli (1992/3): come si comportarono allora i magistrati? Provocarono un enorme terremoto politico, distrussero interi partiti (DC e PSI) ma non perseguirono mai i comunisti del PCI, che notoriamente ricevevano finanziamenti illegali dall’Unione Sovietica. Chissà perché, vogliamo chiedercelo? E’ la stessa domanda che mi pongo adesso, quando la persecuzione contro Berlusconi procede ininterrotta da vent’anni fino ad arrivare alla distruzione completa del personaggio, mentre gli scandali e le malefatte dell’altra parte (v. la vicenda del Monte dei Paschi di Siena) vengono trascurati, o comunque trattati con molta più mitezza. Ma la Magistratura, secondo la Costituzione, non dovrebbe essere al di sopra delle parti? Non dovrebbe stare fuori dalla politica? Fenomeni come Di Pietro e Ingroia, fedeli servitori della sinistra, non sono anomali in un Paese civile? Non è questo un conflitto di interessi altrettanto vistoso di quello di Berlusconi? A questo punto c’è da chiedersi se siamo ancora in un Paese democratico o nella Russia di Stalin, dove i processi-farsa servivano ad eliminare gli avversari e i dissidenti. Vi sono tanti modi di imporre un regime, e questo è uno dei più raffinati.

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Il mito dell’età dell’oro ieri ed oggi

Esiodo, il secondo grande poeta greco che visse tra l’VIII ed il VII secolo avanti Cristo, descrive nel suo più noto poema, le Opere e giorni, la storia del genere umano come una progressiva decadenza, facendola passare attraverso cinque diverse età simboleggiate con nomi di metalli: alla prima e più perfetta, quella dell’oro, segue poi quella dell’argento, quella del bronzo e quella degli eroi, per giungere infine all’età del ferro che è quella appunto contemporanea al poeta e nella quale dominano in società la violenza e l’ingiustizia. Si tratta di una concezione mitologica e del tutto fantastica della storia dell’uomo, ma è interessante esaminare le caratteristiche della prima di queste cinque età: in essa, dice Esiodo, “gli uomini vivevano “come dèi, senza affanni nel cuore, lungi ed al riparo da pene e miseria, né triste vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro: il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante; e loro, contenti e in pace, si spartivano i frutti in mezzo a beni infiniti, ricchi d’armenti, cari agli dèi beati” (Opere e giorni, vv. 112-120, trad. G.Arrighetti). Si tratta di un quadro edenico di completa e assoluta felicità, una società in cui gli esseri umani vivono beati, in pace, senza affanni né malattie, godendosi i frutti che la terra produce spontaneamente, senza alcun bisogno di faticare. Sono soggetti alla morte, certo, perché sono uomini e non dèi; ma essa giunge come sonno beato, priva di ogni timore e di ogni sofferenza.
Questa società perfetta, pacifica e beata è il sogno che da sempre ha accompagnato l’esistenza umana, ma, appunto perché di sogno si tratta, non ha mai potuto neanche lontanamente realizzarsi, ed è rimasta allo stato di pura utopia: in ogni epoca ed in ogni organizzazione sociale, infatti, gli uomini hanno dovuto sempre faticare per sopravvivere, e non soltanto sono soggetti, per legge naturale, alle malattie, alla vecchiaia ed alla morte, ma debbono fare i conti ogni giorno con l’ingiustizia e la prevaricazione, dalle quali nessuna società umana è mai stata immune. Eppure, nonostante ciò, il mito dell’età dell’oro e l’utopia della società giusta e perfetta è stato più volte riproposto nella storia della cultura umana: basti pensare, per quanto riguarda l’ambito letterario, alla Repubblica di Platone, alla raffigurazione dei re perfetti dello storico greco Senofonte, alla IV Bucolica di Virgilio, a vari passi degli elegiaci latini; ed a ciò vanno aggiunte le idealizzazioni proprie degli scrittori ecclesiastici (vedi la Città di Dio di S.Agostino o anche, più genericamente, il mito dell’Eden o paradiso terrestre) e dei filosofi, come ad esempio la Città del Sole di Tommaso Campanella o l’Utopia di Tommaso Moro. Il mito dell’età dell’oro, quindi, è presente anche in epoche moderne, quando lo si vorrebbe considerare del tutto tramontato: nel ‘500, quando i conquistadores spagnoli colonizzarono l’America meridionale, si credette a lungo all’esistenza del cosiddetto “El Dorado” (cioè il paese dell’oro), che fu a lungo e vanamente ricercato in varie spedizioni protrattesi addirittura fino al XX secolo. Infine, l’ultima grande idealizzazione di una società dove l’agognato trionfo dell’uguaglianza e della giustizia sociale riproponeva in altra forma il mito dell’età dell’oro è quella di Marx, miseramente fallita poi nella sua realizzazione pratica del cosiddetto “socialismo reale”.
Tutte queste utopie corrispondono ad un innato desiderio dell’uomo di liberarsi dalle fatiche, dall’indigenza, dalle malattie e di poter avere a disposizione i mezzi materiali e morali per un’esistenza beata e priva di affanni. Purtroppo tutto ciò è pura illusione, ma continua ancor oggi ad esercitare un particolare fascino sulla persona umana, tanto da prestar fede a chi, per mero interesse personale e senza alcuna base razionale, promette ancora l’El Dorado ai suoi concittadini. E’ esattamente quello che, nello sventurato periodo in cui ci troviamo a vivere, sta facendo Beppe Grillo ed il suo movimento di iconoclasti e di sfasciatori: vogliono distruggere tutto, mandare “tutti a casa”, per far tornare nella nostra Italia l’età dell’oro, stando alle strampalate proposte che hanno fatto, proposte che non tengono in alcun conto la reale situazione economica del Paese e la scarsa consistenza delle risorse a disposizione. Parlano di “salario di cittadinanza” da dare a tutti senza distinzione, di abolizione delle tasse, di restituzione di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica “frodati” dai precedenti governi, ecc. ecc. Facendo un semplice conto, se veramente realizzassero quanto promettono, la spesa sarebbe di circa 100 miliardi di euro mentre, con il reperimento di fondi che hanno indicato, se ne recupererebbero soltanto 20. E gli altri 80 dove li trovano, nelle tasche di Beppe Grillo? Siamo al culmine della demagogia e del populismo, proprio quei difetti dei quali i grillini continuano ad accusare i partiti tradizionali. Ma non basta: siamo nel campo della pura fantasia, dell’incompetenza più totale di chi non sa nulla di politica ed economia e si lancia in promesse elettorali che mai e poi mai potrebbe mantenere. Ma gli elettori italiani, a quanto pare, credono ancora al mito dell’età dell’oro, se si fidano delle farneticazioni di un istrione che urla, insulta, e prefigura scenari del tutto fantastici che esistono solo nella sua mente esaltata. A tutti piacerebbe una società di completo benessere, giusta e priva di ogni difficoltà. C’è solo un piccolo particolare da tener conto, che una società così non è mai esistita e mai esisterà. Lo stesso Esiodo, se vivesse oggi, non avrebbe l’ardire di prefigurarla.

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Dopo le elezioni, il disastro

Lo scenario che si apre dopo i risultati delle elezioni politiche 2013 è a dir poco preoccupante, per non dire disastroso. Purtroppo è successo l’irreparabile: i partiti tradizionali hanno subito uno smacco di non poco conto, soprattutto il PD che da mesi dichiarava con sicumera che avrebbe avuto il 51 per cento (o giù di lì), mentre il vero trionfatore è lui, Beppe Grillo, non un politico ma un istrione che è più ridicolo adesso di quando faceva il comico di professione. I cittadini, giustamente indignati contro la classe politica tradizionale, hanno espresso un voto di protesta, di rabbia, che si è concretizzato nell’appoggio dato ad un personaggio che nulla sa di politica e che si porterà in Parlamento una massa di incompetenti. Questo è molto grave, a mio vedere, perché così facendo si getta via il bambino con l’acqua sporca e si ricorre ad un rimedio peggiore del male: se infatti i politici tradizionali finora hanno governato male (e malissimo nel caso di Monti), i nuovi non governeranno affatto, sia perché con l’attuale composizione del Senato non c’è alcuna maggioranza, sia perché sono persone che nulla sanno di politica, di amministrazione, di come risolvere i problemi del Paese. Sono nuovi, sono giovani, è vero; ma questo basterà per assicurare che sappiano governare? Io credo proprio di no, perché per fare il deputato o il senatore non è sufficiente essere nuovi e giovani, occorrono conoscenze e competenze che questi damerini a 5 stelle non hanno, né potranno acquisire in pochi mesi. E cosa è stato capace di fare Grillo fino ad ora se non riempire le piazze con le sue volgarità, i suoi “Vaffa…” e i proclami pateticamente demagogici come il “mandiamoli tutti a casa”? Quando ha mai fatto una proposta concreta e realizzabile? Adesso in Parlamento ci sono anche i suoi accoliti, i quali si accorgeranno ben presto della differenza tra il dire ed il fare: tutti sono abili a criticare gli altri, a insultare, a cavalcare la tigre del “tutti a casa”. Vedremo cosa saranno capaci di fare loro quando si tratterà di passare dalle chiacchiere vuote del loro leader ai fatti, all’affrontare i problemi veri, quelli dei cittadini di ogni giorno.
A me che mi intendo un po’ di classici la situazione attuale fa venire in mente la trama di una celebre commedia di Aristofane, i Cavalieri, rappresentata nel 424 a.C. Qui due servi di Demos (il popolo), rappresentato come un vecchio rimbambito, si danno da fare per cacciare un demagogo che ha ridotto Demos in quello stato e continua a ingannare i cittadini; ma per eliminare il Paflagone (così viene chiamato il demagogo in questione, pseudonimo di Cleone) ricorrono ad un personaggio disonesto e volgare che fa di mestiere il salsicciaio e che, in un contrasto con Paflagone, riesce a sopravanzarlo ed a sostituirlo al governo della polis. Adesso accade lo stesso: il popolo si è ribellato ai politici tradizionali ed ha preferito l’imbonitore genovese. Non tarderanno ad accorgersi che si sono illlusi, ma sarà tardi.
L’unica prospettiva che si aprirebbe oggi, e che avrebbe un senso, sarebbe quella di isolare il salsicciaio e di unire le forze dei due partiti maggiori, formando un governo di grande coalizione che ha funzionato bene in altri paesi come il Belgio e la Germania, e che con una larga maggioranza potrebbe finalmente cominciare ad affrontare le questioni importanti che solo chi si intende di politica può sperare di risolvere. Solo che purtroppo da noi c’è una differenza sostanziale con quei Paesi: che in Belgio, in Germania e altrove gli avversari, pur rimanendo tali, sono disposti a collaborare e si rispettano tra loro, mentre da noi purtroppo i vecchi residui ideologici e gli odi di parte fanno sì che l’avversario è visto ancora come il “nemico” da demonizzare, da distruggere, con cui non bisogna aver nulla da spartire. Mentre in tutti i Paesi civili il passato è passato e si guarda al futuro con unanimi prospettive, in Italia l’insulto e la diffamazione sono ancora i principali caratteri con cui si esprimono gli esponenti politici e i giornali che li sostengono. Non ci vuole molto a dimostrarlo: un quotidiano come “Repubblica”, tanto per fare un esempio, dedica almeno quattro pagine al giorno all’insulto e alla denigrazione di Berlusconi, alimentando un clima di odio e di rancore che impedisce qualunque fattiva collaborazione, che pure altrove è possibile anche tra formazioni politiche provenienti da esperienze ed ideologie diverse. Ecco perché Bersani, pur sapendo di trovarsi in un vicolo cieco e rendendosi conto che una collaborazione con Grillo (che lui stesso ha definito “fascista mediatico”) sarà ben difficile, ha escluso qualunque possibilità di un governo con il PDL, che soltanto potrebbe affrontare concretamente la situazione in cui ci troviamo. Eppure, una volta riconosciuto che centrodestra e centrosinistra vogliono entrambi il bene dell’Italia, perché non collaborare? Si preferisce il salto nel buio, l’alleanza con gli anarchici che sanno solo distruggere, con l’istrione che finora ha riempito tutti i partiti, compreso il PD, di “Vaffa…” e altri insulti? Ancora una volta il cascame ideologico di cui è prigioniera la sinistra italiana ha prevalso sul bene comune, sulla ragione e sull’intelligenza.

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Lo spettro della nuova anarchia – Capitolo I°: perché detesto Beppe Grillo e il suo “movimento”

In questo periodo così confuso e difficile dove tutto è entrato in crisi, non solo l’economia, ma anche i valori umani come la politica, la religione, la morale ecc., assistiamo ad una paurosa deriva ideologica che ha pesantemente colpito il nostro Paese: sembra che nessuno creda più a nulla e che tutti i settori della vita sociale siano pervasi da un nichilismo, uno sconforto, un puro pessimismo che tende a rifiutare ed a respingere – come fosse cosa obsoleta – ogni precedente certezza. In ambito politico, come possiamo vedere dalla campagna elettorale che si chiude oggi, questa deriva di valori e di ideali si è concretizzata nel cosiddetto “Movimento cinque stelle” di Beppe Grillo, che a mio avviso costituisce uno dei pericoli più gravi per il nostro Paese e per l’idea stessa della democrazia, l’unico sistema politico che – pur con gli indubbi difetti che presenta – viene accettato nelle moderne società industrializzate. Le esternazioni di questo istrione, che rimane tale e nulla più giacché non è certo elevabile al rango di uomo politico, mirano a distruggere tutto senza costruire nulla: mandare a casa tutti i politici, abolire i partiti, fare piazza pulita degli amministratori locali ecc. ecc. Il clown in questione sfrutta abilmente la sfiducia dei cittadini verso la politica ufficiale per raggranellare voti ma, a ben vedere, non è in grado di proporre nulla di concreto: sa solo sfasciare tutto senza nulla edificare, non ha saputo fare una sola proposta costruttiva, esige il voto dai cittadini sempre contro qualcosa o qualcuno, mai per qualcosa o qualcuno. Questa, a casa mia, si chiama anarchia, cioè distruzione di ogni autorità e di ogni poter a vantaggio del nulla, del caos, della confusione mentale più totale. Ed è molto pericolosa, perché non può esistere alcuna società civile senza potere e autorità, così come non ha senso una democrazia senza partiti e senza un’organizzazione amministrativa. Si tratta di una colossale truffa perpetrata ai danni dei cittadini italiani, che vengono attratti e blanditi mediante l’idea del “ripulire” la politica, da sempre considerata sporca, ma che in realtà non porterà altro che disorganizzazione e smarrimento, anche perché le istituzioni previste dalla Costituzione non possono essere smantellate o private delle loro prerogative. I candidati eletti nelle liste di Grillo dovranno pure, quando saranno in Parlamento, prendere posizione e votare sui vari provvedimenti in discussione: quindi diverranno politici esattamente come gli altri, come coloro che questo guitto ha sbeffeggiato e demonizzato in questi mesi.
Oggi più che mai, proprio per le condizioni di caos generale in cui viviamo, c’è bisogno di un rafforzamento, e non di un indebolimento, dell’autorità statale. C’è bisogno di regole, di disciplina, perché è ora di rimboccarsi le maniche e lavorare tutti per uscire dalla crisi in cui ci troviamo; e dalla crisi non si esce con le urla o gli slogan. Quello che ci consola, semmai, è che fenomeni come quello di Grillo non sono nuovi, e sappiamo per esperienza che col tempo finiscono per dissolversi e sparire totalmente, così come successe all'”Uomo Qualunque”, una formazione anarcoide attiva subito dopo la seconda guerra mondiale. Anche Grillo finirà nel dimenticatoio, e ben presto; ma nel frattempo produrrà molti danni, tra cui quello più grave non è certo la sottrazione dei voti agli altri partiti, ma la diffusione di queste idee giacobine e fuorvianti che inducono all’odio contro il “nemico” e non al dialogo, alla volontà di distruggere anziché di costruire, il che è proprio l’esatto contrario di ciò che sarebbe necessario al nostro Paese in questa delicata fase storica.

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La scuola nelle menzogne dei programmi elettorali

A dieci giorni dalle elezioni politiche viene spontaneo a noi operatori della scuola di andare a vedere, anche per semplice curiosità, cosa promettono i vari partiti in corsa riguardo al nostro settore. E allora c’è da sbizzarrirsi e da destreggiarsi tra le promesse mirabolanti contenute nei vari programmi, e c’è anche da chiedersi il motivo per cui la scuola sia sempre al centro dell’interesse dei politici quando si avvicinano le elezioni, mentre quando sono passate tutto finisce nel dimenticatoio.
Premetto quindi che non credo alle promesse di nessuno e sono certo che nessuno di questi zuccherini elettorali arriverà mai a compimento; tuttavia vale la pena di ricordarne qualcuno per misurare l’ipocrisia e la falsità dei nostri politici.
In testa a questa classifica, con ampio vantaggio sugli altri, è ancora una volta il senatore Monti, il quale, dopo aver contribuito massicciamente al programma di risparmi e di tagli già in atto, vi ha aggiunto anche del suo, e non poco: ricordate la proposta di portare a 24 ore l’orario frontale dei docenti senza alcun aumento retributivo? Chi ha inserito quella sconcezza nella legge di stabilità? Forse qualcun altro se non il governo del sig. Monti? E adesso cosa fa il nostro eroe? Viene a prometterci che ci restituirà gli 8 miliardi tagliati in precedenza, aggiungendo che i docenti debbono essere valorizzati per la delicatezza e la responsabilità del loro lavoro. Ora, io lascio a chi legge il compito di immaginare l’orrore e l’indignazione che ogni persona seria che lavora nella scuola deve provare a sentirsi schernire in questa maniera. Costui è “salito” in politica e ha imparato ben presto il mestiere, un mestiere fatto di falsità e di odiosa sfacciataggine.
Subito dopo Monti, che mi auguro non prenda neanche un voto dal mondo della scuola, ecco le proposte del Partito Democratico. Alcune di esse sono ineccepibili, come quella sull’edilizia scolastica, ma è da vedere se riusciranno a trovare i fondi per realizzarle. Globalmente però il programma di questo partito presenta alcuni residui ideologici molto pericolosi, come la riesumazione della vecchia idea sessantottina del biennio unico alle scuole superiori, oggi riproposta in un intervento sull'”Unità” di Vannino Chiti. Si tratta di una proposta demagogica che aumenterebbe ancora la massificazione e lo squallido egalitarismo che è una delle principali cause della deriva della nostra scuola e della demotivazione dei suoi operatori. Come è possibile far studiare le stesse materie e gli stessi argomenti ad alunni destinati agli istituti professionali e a quelli che andranno ai licei classico o scientifico, e diversificare gli studi solo negli ultimi tre anni? C’è da augurarsi che ci ripensino e ascoltino il parere di chi vive nella scuola e si rende conto che questo progetto è una vera sciocchezza, che finirebbe per distruggere quel poco di cultura che ancora rimane nella nostra scuola. E poi ne hanno detta anche un’altra, per bocca di Bersani in persona, quella di far svolgere il lavoro pomeridiano ai docenti negli stessi edifici scolastici. Ma io mi chiedo: pensano forse che noi attualmente non lavoriamo a casa, dato che ci vogliono far tornare a scuola oltre l’orario? Io sarei anche disposto ad adattarmici, ma mi dovrebbero dare uno studio personale, fornito di tutto il materiale, con cui potessi lavorare in modo efficace. E ai docenti che abitano lontano dalla sede scolastica ci hanno pensato?
Ma non è finita. Lasciamo perdere le bestialità dette dal clown Beppe Grillo sulla scuola, che evidentemente (e si sente anche dal linguaggio che usa) non ha mai frequentato. Dice di voler sostituire i libri di testo con contenuti messi sul web. Forse non sa che, sciaguratamente, c’è chi ci ha già pensato a una simile idiozia, perché di questo si tratta: come è possibile far leggere su uno schermo di un computer opere di mille pagine o svolgere esercizi di matematica, latino o altro? Siamo nel campo della fantasia, o meglio della dabbenaggine più totale.
Pura demagogia fantastica si trova poi nel programma di “Rivoluzione civile” (fa ridere anche il nome) di Ingroia, che si limita a riprendere le vecchie idee della sinistra radicale sbandierate nelle piazze ma prive di ogni possibilità di concretizzazione. Di per sé sarebbero allettanti: centralità della scuola pubblica, riduzione degli alunni per classe, ritorno delle cattedre inferiori a 18 ore, salario garantito ai disoccupati, “soluzione finale” del problema del precariato con l’immissione in ruolo di tutti gli aspiranti inclusi nelle graduatorie permanenti ecc. ecc. bla bla bla. Ma dove troverebbero i fondi per fare tutto questo, con buona pace degli altri settori della società? Ci manca solo che ci offrano anche una vacanza ad Acapulco, in hotel a 5 stelle, e siamo al completo. E poi accusano gli avversari di populismo! Mi pare che in campagna elettorale, dato il livello culturale e morale dei nostri politici, sia valido più che altrove il vecchio detto secondo cui il bue dà del cornuto all’asino!

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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