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Il mondo classico e l’attualità

Dico subito, come premessa irrinunciabile, che io sono sempre stato contro le attualizzazioni dei periodi storici passati, che non posso concepire se non come forzature della realtà e come mancato rispetto per gli autori che hanno composto determinate opere e per il pubblico cui erano destinate. Già ho avuto modo di condannare, in post precedenti, certi allestimenti di opere liriche composte nei secoli XVIII o XIX e riambientate ai giorni nostri, un vezzo che ha contagiato molti dei registi attuali: in una rappresentazione del Rigoletto di Verdi, tanto per fare un esempio cui ho assistito personalmente a Firenze, il Duca di Mantova entrava in scena su uno scooter, una Vespa 50, ed io ancora sto a chiedermi quale fosse l’illuminata idea di quel regista nel presentare in tal modo un’opera del 1851. Anche in altri luoghi ciò è avvenuto: personaggi di opere settecentesche vestiti con jeans e minigonne, se non in costume da bagno, scene ambientate in locali alla moda o addirittura su spiagge affollate e altre “perle” di questo tipo. Non riesco a capire il motivo di queste grossolane forzature. Forse si crede di attrarre così gli spettatori, magari i piuù giovani, forzando la storia e confondendo il passato con il presente? A mio parere, invece, ogni prodotto artistico va collocato nel periodo e nell’ambiente culturale in cui fu prodotto, cercando di interpretare le aspettative del pubblico di allora e di comprendere il messaggio culturale che l’autore voleva esprimere. Che poi questo messaggio, “mutatis mutandis”, possa avere una sua validità anche ai giorni nostri, è un altro discorso; ma falsare la realtà, a mio parere, è sempre sbagliato.
Ad ogni buon conto, essendo io un docente di latino e greco, debbo dire che le attualizzazioni che mi hanno dato più fastidio sono quelle che riguardano il mondo greco e romano, che non sono mancate, purtroppo. Già negli anni ’70, a causa del malefico influsso delle idee sessantottine, si erano viste rappresentazioni di tragedie greche riambientate ai nostri giorni, con allusioni e riferimenti scoperti all’attualità: il Prometeo incatenato di Eschilo ad esempio, che mostra la sofferenza del Titano gravemente punito dall’autoritarismo di Zeus, veniva assimilato alle lotte del popolo cileno contro la dittatura di Pinochet o quella dei greci contro il regime dei colonnelli, quando addirittura Zeus non diventava il presidente degli Stati Uniti fortemente avversato per la guerra del Vietnam. Ora io mi chiedo: è lecito sfruttare in modo così volgare e meschino dei capolavori della letteratura antica e stravolgerli forzatamente per volerli ad ogni costo piegare a problemi attuali che nulla c’entrano con Eschilo e la sua opera? Già allora queste mistificazioni mi sembravano assurde e faziose, così come certi libri – composti quasi sempre dalla critica marxista – dove alcuni autori antichi venivano interpretati a torto con categorie ideologiche moderne. Il povero Lucrezio ad esempio, autore del meraviglioso poema De rerum natura dove si interpreta con squisita poesia il mondo e la vita umana secondo la filosofia epicurea, veniva presentato come un marxista ante litteram: uno studioso inglese, il Farrington, arrivò a dire che in Lucrezio si trovavano i germi della lotta di classe e della rivendicazione dei diritti del proletariato. Un assurdo senza pari, per cui c’è da chiedersi come sia possibile che la faziosità moderna cerchi impossibili alleati anche negli antichi, dove non c’è nulla di tutto ciò che questi critici hanno presunto e descritto mediante una costruzione ideale totalmente falsa.
Debbo dire tuttavia che lo spunto per questo post mi è venuto da un recente intervento di Maurizio Bettini, illustre filologo classico che ho conosciuto personalmente e che stimo, ma che stavolta non posso condividere. In un articolo sul Manifesto di pochi giorni fa, egli fa riferimento al I° libro dell’Eneide virgiliana, in particolare all’episodio in cui Didone raccoglie Enea ed i profughi troiani scampati a un naufragio, paragonandolo al problema dei migranti di oggi; e dice che il senso di umanità che animò la regina di Cartagine nell’accogliere quelle persone dovrebbe essere lo stesso da applicare adesso nell’accogliere coloro che arrivano sulle nostre coste sui barconi o sui gommoni. Anche questa è un’attualizzazione di un’opera classica, ma a mio giudizio fuori luogo: non si possono mettere sullo stesso piano, infatti, società totalmente diverse e mentalità altrettanto diverse, oltretutto mediate attraverso il filtro dell’arte. Nell’opera di Virgilio l’accoglienza dei compagni di Enea ha una finalità puramente letteraria, quella di preludere alla tragica storia d’amore tra Didone e l’eroe troiano, e non tiene conto affatto delle difficoltà di tipo sociale ed economico che una migrazione di massa come quella attuale può provocare in una nazione come la nostra, già gravata dalla disoccupazione e da molti altri problemi. L’Eneide è letteratura e risponde a pure finalità artistiche e letterarie, non può essere piegata a situazioni del tutto diverse e lontanissime nel tempo. E poi c’è anche un’altra cosa da dire, così in generale, che cioè questi studiosi che prendono dal mondo classico ciò che fa loro comodo per sostenere la loro ideologia non tengono conto di altri aspetti delle società antiche che pure sono incontestabili. Nell’antichità, tanto per dirne una, si riteneva normale il dominio assoluto dell’uomo sulla donna nel matrimonio, così come l’esistenza della schiavitù, di persone cioè che erano di esclusiva proprietà di altre; era legale la tortura degli schiavi per ottenere confessioni da usare contro i loro padroni; nessuno metteva in dubbio la legittimità della pena di morte, che nella civilissima Atene del V° secolo a.C. veniva applicata anche per reati per i quali oggi non si va più nemmeno in carcere. Perché questi solerti interpreti non tengono conto anche di queste realtà delle società antiche che oggi appaiono del tutto antistoriche e che nessuno vorrebbe più veder tornare in auge nel nostro tempo? Se si prende ad esempio il mondo antico per ciò che ci fa comodo e che sembra collimare con certe idee oggi di moda, lo si dovrebbe fare anche per ciò che non ci piace o non ci convince. Meglio dunque lasciare gli antichi al loro tempo ed al loro posto, senza paragoni assurdi e improponibili: la lezione del mondo greco-romano è importante per noi, è la nostra base culturale ed umana, ma va assimilata con saggezza e sempre tenendo conto delle distanze, non solo cronologiche ma anche ideali.

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La legge e la paura

Nella sezione conclusiva delle Eumenidi, ultima delle tragedie della maestosa trilogia denominata Orestea, Eschilo fa dire alla dea Atena che nell’osservare la legge i cittadini debbono mantenere anche una certa dose di timore della legge stessa e delle sanzioni che ne derivano, perché “se si toglie il timore, quale cittadino sarà giusto?” Questo è il punto: la legge deve prevedere adeguate pene per chi non la rispetta, e queste pene debbono servire, oltre che a punire chi ha sbagliato, anche da deterrenti per coloro che potenzialmente potrebbero rendersi colpevoli degli stessi reati. Questo però, purtroppo, non succede più nei paesi democratici dell’Occidente e specialmente in Italia, dove vediamo che la sproporzione tra i reati commessi e le relative pene è allarmante, nel senso che le sanzioni sono spesso più gravi per chi si è reso responsabile di illegalità di minor conto rispetto a coloro che hanno compiuto gravi delitti. Se la legge non punisce adeguatamente, se il terrorista, l’assassino, il rapinatore ecc. escono di carcere dopo pochi mesi e c’è persino chi prende le loro difese, molti altri saranno indotti a comportarsi allo stesso modo, visto che il guadagno può esser molto ed il rischio è minimo; ed è questo il motivo per cui da molti paesi stranieri giungono da noi persone che si danno poi alla criminalità, poiché anche se scoperti hanno molte possibilità di cavarsela a buon mercato.
La mentalità del “se pò fà” (cioè “si può fare”, detto in romanesco) è oggi talmente diffusa che i nostri giovani e giovanissimi, quando commettono atti di bullismo e di violenza, molto spesso non si rendono nemmeno conto della gravità di ciò che hanno fatto, ma lo considerano naturale, quasi che fosse lecito picchiare le persone, rapinarle o addirittura provocarne la morte.
Quando accadono fatti di questo genere, cosa siamo capaci di fare per contrastarli o prevenirli? Chiediamocelo, perché una soluzione al problema va pur trovata. Di solito si organizzano dibattiti televisivi di alto livello, cui intervengono i soloni della sociologia, della psicologia, della politica, ma puntualmente finiscono per parlarsi addosso, per non saper suggerire nulla di concreto e per ripetere i soliti luoghi comuni in auge dal ’68 in poi: che questi giovani violenti sono tali perché abbandonati a se stessi, le famiglie sono assenti, la scuola non funziona (eh già! la colpa è sempre della scuola) e così, tutto sommato, coloro che si abbandonano a questi atti non sono criminali – come in realtà sono – ma povere vittime anch’essi della società maligna ed egoista. Così il delinquente finisce per essere compatito, compreso ed in qualche modo anche giustificato; si dice che ha bisogno di essere curato, aiutato, reinserito nella società ecc. ecc. Ed anche qui il buonismo di origine sessantottina si sposa perfettamente con l’ipocrisia clericale, dato che sono gli eredi ed i sostenitori di queste ideologie ad assumere queste posizioni. Ma alle vittime chi ci pensa? Chi si preoccupa di punire adeguatamente chi compie atti criminali, visto che per la legge la responsabilità civile e penale è individuale e non collettiva? Con quali mezzi lo Stato protegge i cittadini dalla violenza?
L’argomento è talmente vasto che non si può esaminare la casistica complessiva, perché altrimenti questo post diventerebbe un libro, non un articolo. Limitiamoci dunque a due aspetti del problema. Il primo è il cosiddetto “femminicidio”, sul quale, nonostante se ne parli a iosa, ben poco si è fatto da parte dello Stato. A mio parere le trasmissioni televisive sull’argomento, le fiaccolate notturne a ricordo delle vittime, gli appelli sui social network e altre iniziative simili non servono a nulla, come dimostra il fatto che anche quest’anno molte donne sono state uccise dai loro mariti o “compagni” che dir si voglia. Quel che occorre fare, a mio avviso, è proteggere maggiormente le persone a rischio, con mezzi più energici. Molte delle vittime, a quanto sappiamo, avevano già denunciato i loro assassini per maltrattamenti, “stalking” come si dice oggi, ed alcune di loro avevano già ricevuto minacce di morte da parte di persone che notoriamente possedevano armi atte ad uccidere. Perché questi potenziali assassini, poi divenutili effettivamente, sono stati lasciati in libertà? A mio giudizio i reati già commessi e prima nominati sono materia più che sufficiente per togliere loro la libertà e buttar via la chiave: chi minaccia di morte una persona non può restare libero, è come se avesse già ucciso. Ma carabinieri e polizia, anche quando ricevono denunce, preferiscono non muoversi e rimanere in ufficio a giocare al computer, mentre la criminalità continua ad agire indisturbata. Per arrestare il colpevole aspettano che l’omicidio sia compiuto, con quali risultati ciascuno può valutarlo da sé.
L’altro aspetto cui vorrei accennare è il bullismo dei giovani, che spesso non si limita all’innocente scherno verso il compagno più debole (cosa che è sempre avvenuta, anche un secolo fa) ma arriva ad atti di vera e gratuita violenza; recentemente si è avuta notizia di una “gang” di ragazzini a Vigevano e di un’altra nel napoletano che sono arrivati a compiere gesti di inaudita ferocia contro loro coetanei. E pare anche che costoro, una volta scoperti, non abbiano negato le loro azioni, ma abbiano semplicemente affermato che per loro era normale agire così. Ed ecco i soliti “progressisti” e buonisti a giustificarli addossando la colpa alla società, alle famiglie, alla scuola ecc. Con questi presupposti, a mio giudizio, non si risolve nulla, anzi si fa ancor peggio, perché chi commette atti criminali e poi paga poco o nulla sarà indotto a commetterne di nuovi, e sempre più gravi, nella convinzione di poter continuare a farla franca. Ma il danno sociale non si limita a questo, cioè alle persone coinvolte nei fatti, perché c’è anche il concreto rischio dell’emulazione: vedendo infatti che chi delinque se la cava con poco, anche altri saranno indotti a fare lo stesso, perché la tendenza alla violenza ed al male è insita purtroppo nella natura umana e per scatenarla basta poco, quando non c’è il “timore della legge” di cui saggiamente parlava Eschilo, più di duemilacinquecento anni fa.
Io ritengo che l’unica possibilità di limitare (non di eliminare) il problema della violenza in tutte le sue forme sia quello di impiegare il pugno di ferro contro chi delinque, anche perché serva da deterrente per chi non delinque ancora ma ha in animo di farlo. La minaccia di morte o il tentato omicidio dovrebbero essere puniti come l’omicidio effettivo, dato che chi ha l’intenzione di uccidere è comunque un potenziale assassino, anche se non è riuscito nel suo intento. E per questi baby-criminali che si danno al bullismo ed alla violenza non sarebbe male ripristinare le istituzioni che c’erano un tempo, come ad esempio i riformatori, dove queste persone dovrebbero esser tenute per qualche anno ad espiare il male che hanno compiuto ed a ricevere trattamenti severi, sia pure non paragonabili a quelli cui hanno sottoposto le loro vittime. Una volta terminato il periodo di detenzione, sono convinto che avrebbero compreso i loro errori ed eviterebbero di compierli nuovamente, perché in tal caso avrebbero il doppio della pena e senza possibilità di appello, né di agevolazioni di alcun tipo. So che queste mie idee appartengono ad una mentalità ormai non più in voga; però, visto che il buonismo contemporaneo non ha portato a nulla di buono – e questo è evidente, perché i femminicidi e la violenza giovanile continuano ed anzi aumentano – perché non proviamo a tornare al passato? Io non ho mai creduto che ciò che è moderno sia necessariamente migliore di ciò che è antico, né che ciò che è nuovo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima. In questo caso, vista la gravità del problema, mi parrebbe proprio il caso di fare un tentativo.

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I profeti di sventure non mancano mai

Chi sono i profeti di sventure? Quelli che si lamentano di tutto, che dicono e ribadiscono che non va bene nulla e che finiremo tutti sul lastrico a chiedere l’elemosina, o qualcosa di simile. Sono le Cassandre del XXI secolo, una specie di individui che in Italia ha sempre prosperato e continua ancor oggi a prolificare. Basta accendere la tv e seguire un programma di attualità e ci rendiamo conto che questi gufi non mancano mai e non cessano di ripetere il loro lugubre ritornello: che tutti i politici sono ladri, mafiosi e delinquenti, che l’economia va malissimo, che le tasse ci soffocheranno, che moriremo di fame in breve tempo, e altre belle profezie di questo tipo. Questa abitudine al disfattismo e al pessimismo cosmico è un male tipicamente italiano, di un popolo cioè che non ha fiducia in niente ed in nessuno, e che sa solo lamentarsi e gettare sugli altri tutte le colpe possibili e immaginabili; non è così negli altri paesi, dove i cittadini si chiedono – caso mai – cosa possono fare loro per migliorare la situazione, non piangersi addosso e continuare a pronosticare guai e sciagure. Qualche anno fa questa abitudine era solita contraddistinguere la sinistra nostrana, che al tempo del governo di centro-destra seguitava a prevedere mali e disgrazie di ogni risma, tanto che Berlusconi ebbe a definire queste voci, provenienti dagli uomini e dagli organi di informazione di partito, le “Cassandre della sinistra”. La definizione è azzeccata, perché nella mitologia greca Cassandra era appunto una profetessa che aveva avuto dagli dèi un singolare destino: sapeva prevedere il futuro ma era condannata a non essere mai creduta. Così accade anche nell'”Agamennone” di Eschilo, dove Cassandra, ormai schiava del condottiero greco, prevede in una scena del forte pathos la morte sua e del suo padrone, ma come al solito non viene creduta e va incontro quindi alla propria triste sorte. Dev’essere dura, senza dubbio, prevedere eventi importanti e non ricevere credito da nessuno!
Le Cassandre di oggi, invece, fanno breccia nella mente dei cittadini italiani, ormai votati al disfattismo e all’idea della rovina totale, tanto da fidarsi – alle elezioni – di avventurieri senza scrupoli e senza idee come i sostenitori di Beppe Grillo, che ha fatto dello sfascismo la propria bandiera politica. I suoi servitori in Parlamento non trattano con nessuno, non si confrontano con nessuno, sono capaci solo di urlare, contestare e insultare gli altri al grido di “tutti a casa”, come se potesse esistere una democrazia senza politici e senza partiti. Si tratta di una deriva pericolosa ed eversiva alla quale i cittadini, se hanno un po’ di intelligenza e di coscienza, si dovrebbero ribellare sdegnosamente, anziché ascoltare i proclami deliranti dei paladini a 5 stelle, le Cassandre del nostro tempo. Nonostante sia palese l’inconsistenza totale di questo movimento, la tv continua a dare spazio a Grillo, al suo blog, ai suoi comizi da tribuno gracchiante, anziché rinfacciargli le menzogne di cui si riempie la bocca ad ogni pié sospinto. Ne ricordo una sola: nella primavera dell’anno scorso (2013) Grillo disse (anzi urlò) con la sua solita istrionica sicurezza che lo Stato non aveva fondi per pagare i suoi dipendenti e che quindi, da settembre in poi, non sarebbero più stati corrisposti i nostri stipendi. Invece, come ognuno può constatare, gli stipendi sono stati pagati regolarmente fino ad oggi, compreso il prossimo del corrente mese di aprile 2014. Perché nessuno rinfaccia a questo soggetto le sue fanfaronate degne del “Miles gloriosus” di Plauto, e tante persone continuano ad ascoltarlo come fosse un Messia, quando è soltanto un ciarlatano privo di ogni credibilità?
In questi mesi siamo dinanzi ai primi segnali di ripresa dell’economia, che non vanno sottovalutati; anzi, i dati positivi debbono essere seguiti dall’impegno e dalla collaborazione di tutti, facendola finita una buona volta con questo vittimismo e questo disfattismo che purtroppo – per colpa del movimento grillino ma non solo – continua a prosperare con tanta vigoria, proprio perché appartiene ai caratteri genetici dell’italiano medio, sempre pronto a lamentarsi, a piangersi addosso, a lasciarsi andare al più nero pessimismo. Io invece, dal canto mio, voglio sperare che la situazione generale del nostro Paese possa migliorare, soprattutto per i giovani, che hanno il sacrosanto diritto di trovare un lavoro e vivere serenamente la propria vita senza dover emigrare all’estero. Dobbiamo avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, altrimenti tutto precipita del baratro del nichilismo, da cui non ci risolleveremo mai. Il tentativo di Matteo Renzi, giovane e promettente leader politico, va seguito con attenzione e fiducia, perché certamente è diverso da quelli che l’hanno preceduto. Può darsi che fallisca anche lui, non c’è dubbio; ma almeno lasciamolo tentare, aspettiamo a giudicarlo almeno per qualche mese prima di emettere le solite sentenze di condanna definitiva che vengono pronunciate, aprioristicamente, su tutti i politici. I 5 stelle hanno già cominciato a dargli del venditore di pentole e del mentitore, prima ancora di vedere cosa realmente farà; ma certo loro possono farlo, il loro profeta Grillo ha la presunzione di giudicare tutti e tutti, di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri senza vedere la trave che è nel suo. Per me lui e il suo movimento non sono altro che delle Cassandre, non perché siano veramente profeti, ma perché non credo a nessuna delle loro parole, anzi dei loro guaiti e dei loro ululati da lupi in gabbia.

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Come si può rovinare un’opera d’arte

Ho parzialmente assistito oggi, sul canale Rai5 della tv, all’apertura della stagione lirica del più illustre teatro lirico italiano, la Scala di Milano, che giustamente, nell’anno del centenario della nascita di Giuseppe Verdi, ha voluto mettere in scena la “Traviata”, l’opera forse più famosa e popolare di tutta la produzione melodrammatica italiana. Ora io, da appassionato di musica classica e lirica qual sono (pur senza vantarmi di essere un esperto) pensavo di trovarmi di fronte ad una rappresentazione fedele al dettato del libretto ed alle intenzioni del Maestro quando la compose; ed invece ho subito una delusione tale che, dopo il primo atto, ho dovuto spegnere la tv e andare a fare la spesa al supermercato.
Anche questo allestimento, se pur ve n’era ancora bisogno, ha messo in luce il degrado dell’arte e della cultura che da tempo impera in questa società consumistica e tecnologica; ma sono rimasto male lo stesso perché credevo ingenuamente che un teatro lirico di fama mondiale come la Scala fosse immune dagli stravolgimenti e dalle storpiature che si vedono altrove. Ed invece non è stato così: del resto, che questa non è un’opinione soltanto mia è dimostrato dalle contestazioni che l’opera ha ricevuto dal loggione e dai giudizi negativi che si leggono sui giornali ed i siti internet.
Cos’è che non andava? Cominciamo dall’inizio. La regia teatrale, affidata ad un russo, tale Tcherniakov (che andrebbe spedito in Siberia), era disgustosa e anacronistica. Un’opera ambientata nel primo ‘800 mostrava attori e comparse vestiti in modo attuale, come se si trattasse di una vicenda degli anni 2000; c’erano persino donne coi pantaloni, che non erano certamente in uso a quell’epoca se non per le cavallerizze. La scena era quasi vuota e un po’ squallida nel primo atto; il secondo, addirittura, era ambientato in una cucina, dove Alfredo e Violetta tagliavano le verdure e preparavano la pizza, proprio un’occupazione adatta a due anime travagliate dai tormenti d’amore! Nell’ultimo atto (che non ho visto ma di cui ho letto sui siti web), al momento della morte di Violetta, Alfredo se ne sta tranquillo da una parte senza soccorrerla e mostrando piena indifferenza. Inoltre i cantanti stessi hanno mostrato un’immagine del tutto inadatta al contenuto ed all’ambientazione dell’opera: Alfredo era impersonato da un tenorino dalla voce tenue e insufficiente per il ruolo affidatogli, ed oltretutto aveva un aspetto da buon contadino a cui mancavano solo la zappa e un cappellaccio; la soprano Diana Damrau inoltre, che impersonava Violetta, aveva sì una buona voce (la migliore in effetti) ma era ridicola nel ruolo che ricopriva: costei è infatti una donnona giunonica che peserà un quintale, e non si vede quindi come possa interpretare il ruolo di una ragazza esile e malata di tubercolosi che muore appunto consunta da questa malattia: la soprano sprizzava salute da tutti i pori, l’esatto contrario di quello che avrebbe dovuto raffigurare. La domestica di Violetta, infine, era una megera grassa e dai capelli tinti di rosso che pareva più una Erinni dell’inferno pagano che una figura umile com’è nell’originale.
Tutto questo mi ha allibito e sconcertato, perché io ritengo che un’opera la cui vicenda si svolge in una certa epoca deve mantenere l’ambientazione, i costumi, i caratteri propri del contesto storico in cui fu concepita. Le cosiddette “attualizzazioni” delle opere antiche sono assurde e inopportune, perché quando un autore crea l’arte la crea per la società ed il pubblico del suo tempo, che tale deve restare nella memoria dei posteri: la “Traviata”, che deriva dal romanzo “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas, conserva il proprio fascino e la propria grandezza artistica solo se rappresentata come Verdi la concepì e la volle nel 1853. Ma purtroppo questi registi cialtroni si sono scatenati in tutti i campi dell’arte: una volta ebbi pure la sventura di vedere in tv la rappresentazione di una tragedia greca (mi pare il Prometeo di Eschilo) dove gli attori indossavano magliette e blue-jeans. Chissà cosa direbbe Eschilo se vedesse uno scempio del genere! Forse si accorgerebbe del fatto che nella società attuale, da almeno 60 anni, l’arte è morta completamente: oggi non ci sono più musicisti ma ciarlatani, né scrittori ma pennivendoli, né pittori ma imbrattatele. Questo non dispiacerebbe né a Eschilo né a Verdi, ma certo si indignerebbero mortalmente a vedere come l’ignoranza di oggi riesce a rovinare anche le loro opere, vera e autentica arte perduta in un mondo che non la comprende più.

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La scuola e l’attualità

In questi giorni, girovagando su internet, ho letto una notizia che mi ha fatto riflettere su una questione annosa e mai risolta. Un alunno del liceo Classico della bella cittadina pugliese di Gioia del Colle (Bari) ha mandato una lettera ad un giornale locale, dove si sfoga lanciando accuse di ogni tipo alla sua scuola: dalla fatiscenza dell’edificio dove è ubicata alle forti critiche nei confronti dei docenti, accusati da lui di inculcare nei ragazzi una cultura vetusta e nozionistica fatta di nomi e di date, tanto da definire l’istituto come un “votificio”, dove si richiede agli studenti uno studio continuo ma sterile, privo di agganci con la realtà contemporanea e fisso in un’asettica contemplazione del passato. Si tratta, ancora una volta, della vecchia accusa di nozionismo di cui è sempre stata vittima la nostra scuola, la quale da un lato si fonderebbe su dati puramente oggettivi senza trasmettere il vero sapere, dall’altro si arroccherebbe in una torre d’avorio lontana anni luce dalla società contemporanea e dai suoi problemi. La lettera del ragazzo è grave, drammatica; e non mi pare affatto soddisfacente la risposta dei docenti inviata al medesimo organo di informazione appena il giorno seguente, perché in essa non si prende alcuna posizione sulle questioni sollevate dallo studente, ma ci si limita a rimpallare le responsabilità dei problemi logistici sull’amministrazione provinciale che non provvede a tenere l’edificio scolastico in condizioni decenti (e questo è vero senza dubbio), ma nulla o quasi si replica in merito alle accuse di nozionismo e di autoreferenzialità che emergono chiaramente dal messaggio dello studente.
Purtroppo queste accuse sono antiche, risalgono al ’68 ed agli anni immediatamente seguenti, quando tutta la scuola italiana (ma in particolare, come sempre, il Liceo Classico) era accusata di trasmettere non vera cultura ma solo nozioni, e di trattare argomenti troppo lontani dalla realtà contemporanea. Molti di noi, nel corso della carriera, si sono sentiti ripetere, da studenti e genitori politicizzati, queste lamentele, su cui i docenti di Gioia del Colle avrebbero dovuto prendere posizione, come ho sempre cercato di fare io in simili frangenti. Quanto al cosiddetto “nozionismo”, bisogna intendersi su come definire questo termine. Certo, se un docente pretende dagli studenti soltanto che ricordino nomi e date senza collegarle ai problemi più ampi di cui sono espressione, e senza impostare una riflessione critica sui concetti e sulle tematiche affrontate, l’accusa è fondata; ma se invece egli tratta in modo approfondito gli argomenti del suo programma, facendo partecipare al dialogo gli studenti e sollecitando il loro contributo critico ed autonomo, quei nomi e quelle date non saranno fini a se stessi, ma verranno inseriti in un contesto culturale in cui anch’essi risulteranno indispensabili, perché non è lo stesso dire che la Rivoluzione Francese si è svolta nel 1789 o collocarla magari due o tre secoli prima o dopo. Non è la data in sé che conta, né può essere sufficiente a conoscere un problema storico o letterario, ma è comunque necessaria per collocare il fenomeno nel suo giusto contesto temporale, altrimenti si perde del tutto la cognizione del problema.
Altro discorso merita l’accusa fatta alla scuola, ormai da un quarantennio, di essere lontana dall’attualità. A questo riguardo io dico liberamente ciò che penso, anche se so che molti non condivideranno il mio pensiero. Secondo me la scuola deve fornire gli strumenti critici e culturali per comprendere la realtà in cui viviamo, ma non deve parlarne direttamente, magari intavolando discussioni o sit-in simili ai talk-show televisivi o qualcos’altro del genere. Per l’informazione su ciò che avviene attualmente in Italia e nel mondo ci sono i canali televisivi, i giornali, i siti internet, i blog ecc. ecc., non v’è alcun bisogno di trasformare la scuola in un circolo ricreativo o un’assemblea di partito o di circolo. Studiando e approfondendo le discipline umanistiche come l’italiano, il latino, il greco, la storia, la filosofia ecc. lo studente acquisirà quella conoscenza dei fenomeni politici e sociali e quell’autonomia di giudizio che gli consentirà di diventare un cittadino consapevole e di operare serenamente le proprie scelte di vita, sia ideologiche che di diversa natura.
Ovviamente ciò non esclude che, ogni volta che studiando un fenomeno storico o letterario si possono operare paralleli con le istituzioni e la società contemporanee, il docente operi questi collegamenti ed inviti gli studenti ad una riflessione meditata su di essi. Faccio un esempio. Spiegando ai miei alunni di quarta le tragedie di Eschilo, mi sono a lungo soffermato sulle Eumenidi, un’opera grandiosa che possiamo definire il primo manifesto della democrazia, perché da essa emergono concetti importanti come l’organizzazione assembleare, la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, la funzione delle leggi nello Stato, l’amministrazione della giustizia e via dicendo. In tale occasione ho operato puntuali paralleli con la nostra società attuale e fatto riflettere i miei alunni su questi importanti principi che saranno alla base della loro vita futura di cittadini, in un confronto critico da cui sono emerse considerazioni e suggerimenti di grande rilievo. Questo si può e si deve fare, ma non mi si chieda di trasformare la scuola in un talk-show alla Bruno Vespa, perché mi rifiuterò sempre di prendere anche soltanto in considerazione una simile aberrazione.

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