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Il senso della misura, da Aristotele ad oggi

Una delle teorie di Aristotele che molti di coloro che l’hanno studiato ricordano è quella del giusto mezzo, espressa nella sua più famosa opera morale, l’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti errori, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così la virtù del coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà, quella della moderata irascibilità risulta da un bilanciamento tra l’indolenza e l’eccessiva iracondia, e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, che lo stesso Aristotele riconosce come tale, giacché non è agevole praticare quella che i Greci chiamavano mesòtes ed i Romani medietas o mediocritas, il raggiungimento cioè del giusto mezzo tra due opposti ovviamente erronei. Di questa teoria, filosofica ma non troppo perché conclamata anche dal buon senso comune, si fecero portatori altri grandi ingegni dell’Antichità, come ad esempio Orazio, il quale ne fa uno dei principi fondamentali del suo insegnamento morale, tanto da usare una locuzione che può sembrare ossimorica, aurea mediocritas, con la quale vuol affermare che la scelta di vita fondata sul giusto mezzo è la migliore, è appunto “aurea” proprio perché mediocre, in quanto al saggio non giova né l’estrema povertà né l’estrema ricchezza, non ha da vivere né in un tugurio né in una reggia, così come non dev’essere mai troppo supponente, né mai troppo angosciato.
Nelle società moderne e nei rapporti umani questo principio raramente è stato seguito e si è molto spesso oscillato tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso; ed il modo di vivere attuale non fa eccezione a questo deragliamento dal principio secondo cui in medio stat virtus, anzi è caduto ancor di più nell’errore, tanto da perdere di vista quei valori che, dall’essere osservati con troppo rigore, hanno poi finito per essere trascurati del tutto. Prendiamone due dei più comuni, che tutti possono comprendere: la patria e la famiglia. Per il primo dei due, fino a non molti decenni fa, si poteva anche sacrificare la vita (si pensi al periodo risorgimentale, ad esempio); oggi esso non ha più considerazione alcuna, tanto che chi dovesse dire, per caso, “io amo la patria”, oppure “mi sento italiano, non europeo”, sarebbe guardato come un animale raro e considerato come un vecchio residuato di un mondo che non esiste più. Il secondo concetto ha subito una ancor più radicale trasformazione: fino all’epoca dei nostri genitori, ad esempio, la famiglia era un concetto sacro e inviolabile, il matrimonio era visto come necessario e irrinunciabile nella vita di una persona, e indissolubile; adesso sono pochissime le coppie che decidono di sposarsi, e se lo fanno si separano in gran numero dando vita a quelle congreghe ibride chiamate “famiglie allargate”, che non si sa bene cosa siano. Non è forse questo un abbandono totale del principio aristotelico? Prima i coniugi restavano comunque insieme in nome dell’unità della famiglia e dei figli, tollerando anche situazioni intollerabili; adesso si separano anche perché, magari, lei vuole andare in vacanza al mare e lui in montagna. Non sarebbe più equo adottare una via mediana tra questi due estremi francamente poco condivisibili?
Se vogliamo ribadire la convinzione secondo cui le società moderne non riescono a trovare un razionale punto di equilibrio tra idee e comportamenti tra loro opposti ed ugualmente esagerati, gli esempi non mancano di certo, anzi ce ne sono fin troppi: basta confrontare due epoche distanti tra loro due o tre generazioni, diciamo dagli anni ’50 del secolo XX al primo decennio del XXI. In ogni campo della vita individuale e sociale si è passati, in tanti casi, dall’eccessivo proibizionismo di un tempo all’eccessivo permissivismo di oggi, con una trasformazione del costume e delle abitudini addirittura strabiliante ed un tempo imprevedibile. Pensiamo anzitutto ai rapporti umani: un campo di discussione vastissimo, che se affrontato nella totalità rischierebbe di farci perdere il filo del discorso, ed è quindi bene limitarlo a due ambiti, quello della famiglia e quello della scuola. In un tempo non troppo lontano l’autorità dei genitori e degli anziani della famiglia era assolutamente incontestabile e spesso dura a sopportarsi da parte dei giovani, i quali non potevano neppure pensare di ribellarsi alla dittatura domestica: ne ho fatto esperienza io stesso, che ben ricordo come fosse per me impensabile oppormi a mio padre, contestarlo o respingere un suo consiglio o un suo ordine preciso, pena l’isolamento all’interno della famiglia, la reclusione in casa senza poter uscire, quando addirittura non si arrivava (e posso assicurare che vi si arrivava spesso) alle punizioni corporali anche pesanti. Che i ragazzi fossero picchiati dai genitori o altri familiari era cosa normale ai miei tempi, né v’era da sperare che qualcuno accorresse in nostro soccorso; oggi invece, se un genitore si azzarda a dare una sberla al figlio (molto spesso meritata) costui chiama il “telefono azzurro” e c’è da vedersi arrivare i carabinieri a casa o anche, in qualche caso, vedersi privati della patria potestà. Ora io non voglio dire assolutamente che si debbano picchiare i figli, per carità, anzi è bene che questa barbara usanza sia da tutti condannata; vorrei solo sottolineare come il costume sia cambiato, al punto che i figli, già all’età di otto anni, fanno ciò che vogliono e non obbediscono affatto ai genitori, spesso mandati a quel paese, come si suol dire, a male parole. Ecco quindi che il giusto mezzo, una certa autorevolezza dei genitori ed una relativa libertà per i figli, non esisteva prima a causa di un eccessivo autoritarismo e non esiste adesso a causa di un altrettanto pernicioso permissivismo. Non voglio allungare troppo il post e quindi accenno solo alla scuola, dove più o meno è accaduta la stessa cosa: prima imperava l’autoritarismo degli insegnanti che i poveri studenti dovevano subire senza fiatare per non incorrere in gravi punizioni; oggi, dopo la “rivoluzione” del ’68 e altre belle perle come lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, gli studenti possono scorrazzare a loro piacimento, fare di tutto fuorché il loro dovere, insultare perfino i loro docenti o il preside e non succede nulla. Questo per fortuna nella mia scuola non accade, perché abbiamo studenti corretti e disciplinati; ma ci sono istituti dove il professore passa il suo tempo non a fare lezione, ma a cercare di evitare che i ragazzi demoliscano l’edificio o si facciano del male tra loro.
In questi nostri infelici tempi la moderazione, la medietas dei Romani, il principio del giusto mezzo di aristotelica memoria non ha più alcun valore, ovunque si è scivolati da un estremo all’altro, anche per quanto attiene a molti aspetti della vita sociale. Anche qui gli esempi sarebbero infiniti, per cui ne prendo in considerazione soltanto due. Il primo è la giustizia, passata da un’eccessiva severità ad un lassismo che lascia sgomenti tutti noi, ma soprattutto le vittime della criminalità. Una volta abolita la pena di morte, in vigore durante il fascismo, si è passati alla richiesta dell’abolizione dell’ergastolo, alle varie amnistie per buona condotta e altro, ai vari permessi e semilibertà concessi ai detenuti, agli arresti domiciliari in luogo di quelli in carcere, a leggi che hanno continuamente diminuito e persino abolito le pene per certi reati; così, da una giustizia fin troppo severa siamo passati al lassismo più totale, che vediamo operante nel momento in cui i giudici, basandosi peraltro su leggi esistenti, rimettono in libertà dopo pochi giorni gli autori di gravissimi reati contro il patrimonio e anche contro la persona, tanto da invogliare persino i criminali stranieri a venire a delinquere in Italia, dove – si sa – si è pressoché sicuri di farla franca. Da questo punto di vista io vorrei mettermi nei panni delle vittime della criminalità, di coloro che si sono semplicemente difesi dalle aggressioni o dalle rapine e rischiano di essere condannati loro al posto dei delinquenti. Come potrebbero queste persone avere fiducia nella giustizia e nello Stato?
Il secondo esempio che vorrei fare è l’atteggiamento tenuto da importanti settori della società come i mezzi di informazione, la classe politica, ma anche spesso i singoli cittadini, nei confronti dei cosiddetti “diversi” (tanto per usare un termine invalso), quali possono essere ad esempio i portatori di handicap, gli omosessuali, gli immigrati e così via. Anche qui non si è stati in grado di mantenere il principio del giusto mezzo, ma si è passati da un estremo all’altro in pochi anni: fino a non molti decenni fa queste persone erano discriminate, derise, colpite da violenza fisica e psicologica, in una parola escluse dal contesto sociale. Ora, penso che nessuno di buon senso e dotato di umanità possa sostenere che questa forma mentis sia stata giusta, oserei anzi dire che è inaccettabile in una società civile. Il problema è però che adesso, nel tentativo di rimediare all’errore commesso, si è finiti spesso nell’eccesso opposto: gli immigrati, ad esempio, che prima venivano respinti, adesso vengono accolti e mantenuti a spese di tutti noi in numero elevatissimo e certamente insopportabile per un Paese che ha già tanti problemi, sia economici che di ordine pubblico. Io personalmente – e lo dico sapendo di attirarmi il disprezzo di molti dei buonisti nostrani – non ritengo giusto che si mantengano gli immigrati negli alberghi dando loro non solo vitto e alloggio gratis, ma persino denaro, telefonini e altro ancora, mentre tante famiglie italiane sono nell’indigenza. Non ce lo possiamo permettere più, ed è l’ora di pensare ad una diversa soluzione della questione. Lo stesso rovesciamento della mentalità comune è avvenuto, per riprendere il secondo esempio che facevo prima, con i cosiddetti “gay”: ingiustamente ghettizzati in passato, oggi vengono non solo difesi ma spesso anche osannati nei programmi televisivi, dove si lascia intendere ch’essi sarebbero addirittura, e non si sa perché, più meritevoli degli altri. Vi è poi una legge, attualmente giacente in Parlamento, che con la volontà di combattere l’omofobia (e fin qui si può essere d’accordo) trasforma addirittura in reato penale l’opinione di coloro che non amano i gay o che sono contrari alle loro unioni, vanificando anche il dettato costituzionale che sancisce la libertà di espressione.
Questi esempi, pochi in confronto a quanti se ne potrebbero addurre, dimostrano chiaramente quanto rapidi siano nel nostro mondo i cambiamenti di costume e di mentalità, che di per sé non sarebbero un male, intendiamoci; quel che è male invece, a mio giudizio, è il non saper trovare mai il giusto mezzo, un punto di equilibrio, così che, per reagire ad un eccesso, si cade inevitabilmente in quello opposto. Forse la verità è che l’uomo è imperfetto e che ogni generazione e ogni epoca ha le sue magagne, non esistono “tempi d’oro”, né sono mai esistiti. So di aver scoperto l’acqua calda, ma a volte anche ripetere delle ovvietà può essere utile e favorire una riflessione che non è mai fine a se stessa.

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